Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo VII

 

Il soggetto del capitolo antecedente ha invero un carattere assai generale, e forse a prima giunta potrebbe parere che ci siamo diffusi intorno ad esso più largamente di quello comporti il tema speciale del nostro scritto. Ma è facile riconoscere quanto strettamente connetta quel soggetto al nostro tema il nome di Virgilio, che abbiamo incontrato frequentissimo in mezzo alle varie opinioni e sentimenti che siamo venuti esponendo ed esaminando. È tale infatti l’uso che abbiamo veduto farsi di quel nome nelle espressioni d’odio o di disprezzo, di amore o di stima per gli antichi scrittori pagani, che evidentemente ne risulta essere, per tutti gli scrittori del medio evo, Virgilio il sommo rappresentante dell’antica tradizione classica. Così otteniamo una prima idea più generale della nominanza virgiliana in quella lunga epoca, e delle condizioni nelle quali potè esistere e mantenersi; ora è d’uopo procedere a studiare più da vicino e ne’ suoi particolari, quella nominanza e le sue condizioni.

Quando le autorità ecclesiastiche e secolari volean promuovere gli studi delle sette arti, la principale ragione che adducevano in pro di questi era, oltre all’esempio dei grandi luminari della chiesa, il bisogno che se ne aveva per gli studi sacri. Così fanno Cassiodoro, Beda, Alcuino ed altri. Giovi rammentare, quale esempio principale, la circolare da Carlomagno diretta ai vescovi ed agli abati nel 787. In essa quel monarca dice aver notato negli scritti ufficiosi inviatigli da più monasteri, una rozzezza di dettato che certamente procedeva dal trasandare lo studio delle lettere. «Perciò, egli soggiunge, abbiamo cominciato a temere, che se nello scrivere il sapere venga a mancare, possa anche venir meno l’intelligenza che si richiede nell’interpretare le Sante Scritture. Quantunque gli errori di parole siano dannosi, tutti sappiamo che molto più dannosi sono gli errori di senso. Vi esortiamo adunque non solo a non trasandare lo studio delle lettere, ma eziandio a rivaleggiare nello zelo per imparare, affinché possiate con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle Sante Scritture. Ora, siccome nei libri sacri trovansi figure tropi ed altri simili ornamenti, è cosa indubitabile che ognuno, leggendo, debba cogliere tanto più presto il senso spirituale quanto meglio a ciò ei sia preparato dall’insegnamento delle lettere»[1]. E questo fu certamente il migliore baluardo che salvò le lettere classiche dalla totale rovina. Perciò Carlomagno, mentre stabiliva che le sacre scritture dovessero essere il primo fondamento dell’educazione[2], in pari tempo procacciava maestri di grammatica da ogni parte, ravvivando così potentemente, come a tutti è noto, anche la parte profana della comune istruzione[3]. Ma gli scrittori ecclesiastici non considerarono soltanto gli antichi autori pagani come grandi maestri di tropi e figure: quando trovarono nei loro scritti qualche luogo che poteva confermare i principi della fede, se ne valsero volentieri, talvolta anche a costo di contorcerne il senso ed anche di falsificare. L’autorità somma di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in appoggio di taluni grandi principi del cristianesimo, sia a dimostrare che gli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era avvicinato. I numerosi centoni virgiliani di soggetto cristiano non mostrano soltanto come fra’ cristiani Virgilio serbasse, nello studio letterario, quello stesso posto che teneva fra i pagani e soggiacesse quindi a quell’uso messo già in voga da questi, ma mostrano altresì un vivo desiderio di assimilare questa principale pastura della mente ai sentimenti che infiammavano il cuore, di accomodare la ammirata ed autorevole parola del poeta alle idee imposte dalla fede novella, di emendarla moralmente e purificarla dal solo errore che i cristiani trovassero in essa, lo spirito pagano[4]. Era egli il principale fra quei gentili a cui pareva si potessero applicare le parole del vangelo «si accorsero che Gesù passava»[5]. Parve cosa degna di compassione il vedere nato «al tempo degli Dei falsi e bugiardi» questo grande uomo, che le sue opere e le tradizioni sulla sua vita presentavano come un’anima candida e bella e tale che pareva eminentemente disposta ad accogliere la parola di Cristo. Quindi egli è il primo fra coloro che Dante, fedele e profondo interprete del sentimento religioso del medio evo, non osò riporre fra dannati, ma collocò nel luogo destinato a chi avea la sola colpa involontaria di non essere nato alla fede di Cristo. Il sentimento di compassione trovasi meglio che altrove espresso in quei versi, spesso citati, che si cantavano a Mantova fino alla fine del XV secolo, nella messa di S. Paolo, nei quali si narrava che l’apostolo recossi a Napoli a visitare il sepolcro di Virgilio, ed ivi pianse calde lagrime esclamando: oh quale t’avre’ io reso, se ti avessi trovato in vita, o sommo poeta![6]. Da un altro lato dimostrare nei pagani stessi un certo spirito antipagano e dentro certi limiti tanto meno discosto dallo spirito cristiano quanto più essi erano stati grandi, era cosa resa tradizionale fin dai primi apologeti, tanto che a’ tempi d’Arnobio pare fosse fatta dai pagani una petizione al senato perché venissero distrutti certi libri, come il De natura deorum di Cicerone, nei quali il paganesimo troppo bene presentava il suo lato debole agli attacchi dei cristiani[7]. Da questo avviamento delle idee relative ai grandi pagani rimpetto alla fede cristiana, nascevano certe leggende, come quelle della conversione di Seneca, di Plinio e simili, che furono prese sul serio da uomini illuminati, e durarono a lungo. Io stesso da fanciullo in una scuola di Roma ho inteso ripetere che Cicerone morendo esclamasse «causa causarum miserere mei!».

Agostino, Girolamo, Lattanzio, Minucio Felice ed altri padri e scrittori ecclesiastici citano talvolta versi di Virgilio nei quali riconoscono principi filosofici o teologici che hanno qualche somiglianza con principi cristiani, quali p. es. l’unità, la spiritualità, l’onnipotenza di Dio e simili[8]. Ma su di ciò noi non ci tratterremo, non essendovi in fondo gran che di caratteristico da notare per la storia del nome del poeta, che la stessa cosa ha luogo per molti altri scrittori antichi[9]. Ben più degna di nota è la rinomanza che il poeta si acquistò fra i cristiani colla sua quarta ecloga, per la quale fu sollevato alla dignità dei profeti che predissero la venuta di Cristo[10]. II presentimento che ispira tutta quell’ecloga, di un prossimo rinnovarsi del mondo in una era di felicità, di giustizia, d’amore e di pace, il rannodare che ivi si fa di questa aspettazione colla nascita di un bambino, l’antica autorità della sibilla su di cui tutta quella previsione ai fa riposare, erano cose, conviene dirlo, troppo seducenti pei cristiani, perché, leggendo quell’ecloga non dovessero rammentare la nascita di Cristo, e il rinnovarsi del mondo da lui promesso nella pura e mite dottrina che porgeva all’umanità. Lungo sarebbe qui rammentare le vicende e le cause del messianesimo presso i giudei e nel mondo grecoromano, e le curiose e lunghe lucubrazioni dei sibillisti, così in senso giudaico come in senso cristiano. Ci basti accennare che a questa storia complicata, e difficilissima a trattare senza prevenzioni o impressioni perturbatrici, appartiene la interpretazione cristiana della quarta ecloga, che già si manifesta assai in voga presso gli scrittori cristiani del quarto secolo. La più diffusa interpretazione di tal natura trovasi in un’allocuzione tenuta dall’imperatore Costantino dinanzi ad una assemblea ecclesiastica[11]. Stando a quanto dice Eusebio che riferisce quel discorso, l’imperatore lo avrebbe composto in latino e poi gl’interpreti lo avrebbero messo in greco[12]. Fatto è che la traduzione dell’ecloga in versi greci[13], quale oggi si legge in quel discorso, lascia scorgere l’antico guaio dei sibillisti; essa in più luoghi si scosta arbitrariamente dall’originale, alterandone il senso, collo scopo evidente di adattarlo alla interpretazione cristiana che è svolta nel discorso[14]. L’imperatore esaminando nelle varie parti quella composizione virgiliana, trova in essa la predizione della venuta di Cristo, designata con più circostanze; la vergine che riede è Maria; la progenie novella mandata dal cielo è Gesù; e il serpente che non sarà più è l’antico tentatore dei nostri padri l’amomo che nascerà in ogni dove è la numerosa gente cristiana, monda dal peccato (´αμομος, irreprensibile); e di questa guisa procede interpretando altri particolari dell’ecloga. Egli ritiene che il poeta abbia scritto colla chiara coscienza di predire il Cristo, ma siasi espresso copertamente, mescolando al suo dire anche nomi di divinità pagane, onde non urtare troppo di fronte le credenze d’allora e non attirarsi la collera dell’autorità. Ma gli scrittori ecclesiastici che accolsero questo argomento in favore della fede non tutti si persuasero che Virgilio avesse inteso il senso da loro attribuito a quel vaticinio sibillino; più generalmente credettero che il poeta, non sapendo di che veramente si trattava, volesse applicarlo alla nascita del figlio di Pollione o di altro fanciullo d’illustre prosapia. Nello stesso secolo di Costantino, Lattanzio intende anch’egli quell’ecloga nel senso cristiano, ma essendo egli seguace della dottrina del millenario, la riferisce, non alla venuta di Cristo, ma al promesso ritorno di lui trionfante nel regno dei giusti[15]. Agostino, ammettendo l’esistenza fra i pagani di profeti che predissero la venuta di Cristo, cita anch’egli la quarta ecloga, singolarmente servendosi dei versi 13-14 ch’ei riferisce alla remissione de’ peccati pei meriti del Salvatore[16].

Girolamo insorge contro tali idee e si burla di coloro che credono Virgilio cristiano senza Cristo, e tratta ciò di fanfaluca, di baia degna di essere posta daccanto ai centoni virgiliani e simili puerilità[17]. È da notarsi però che una certa dottrina teologica e qualche passo del vangelo spingeva a cercar di Cristo anche fra i gentili, e che se esistevano oracoli sibillini i quali evidentemente parlassero di Cristo, come nel famoso acrostico, gl’increduli dicevano che questi erano apocrifi e fattura di cristiani; e siccome ciò era del tutto vero, difficile rimaneva dimostrare il contrario. Quindi l’ecloga di Virgilio fondata sull’oracolo sibillino, non potendosi in alcuna guisa tacciare di apocrifa, presentava il più alto valore, ed infatti da questo aspetto essa è considerata così nel discorso di Costantino, come anche da Agostino. Per tal guisa anche a coloro che credevano non avere Virgilio inteso il senso ch’essi attribuivano a quell’ecloga, questo poeta appariva come tale che, quantunque senza saperlo, offriva una testimonianza, un argomento alla fede. Perciò divulgatasi la cosa[18] e scesa anche fra il popolo, Virgilio divenne il compagno della Sibilla ed insieme con David Isaia e gli altri profeti, figurò fino ai tempi del risorgimento, nelle rappresentazioni sacre o misteri; e tale idea assumendo forme leggendarie andò con varia vicenda a mescolarsi all’idea popolare del Virgilio mago; di che parleremo a suo luogo. La pretesa irresistibilità di quell’argomento diede pure origine a leggende ecclesiastiche di conversioni prodotte dai versi della quarta ecloga, come quella di Stazio [19] resa celebre da Dante, e quella dei tre pagani Secundiano, Marcelliano e Veriano, i quali subitamente illuminati dai versi «Ultima Cumaei etc.» di persecutori dei cristiani divennero martiri di Cristo[20]. Un’altra leggenda narra di Donato vescovo di Fiesole (IX sec.) che presso a morire apparve in un’adunanza di confratelli e fece la sua professione di fede dinanzi ad essi, introducendo fra le sue parole quella del poeta «Iam nova progenies etc.» dopo di che spirò[21]. Papa Innocenzo III cita quei versi virgiliani in conferma della fede in una predica del Natale[22], ed in senso cristiano essi furono intesi nel medio evo e poi, da uomini di grande autorità, come Dante[23], Abelardo[24], Marsilio Ficino[25], per tacere dei minori. E Virgilio entrato così nel corteo del cristianesimo trionfante, fu spessissimo rappresentato nelle chiese dall’arte cristiana, fra i profeti di Cristo. Negli stalli della cattedrale di Zamora (XII sec.) in Spagna, fra le numerose figure di veggenti dell’antico testamento, si trova quella del poeta romano, accompagnata dalla parola progenies del noto verso[26]; così pure figura Virgilio nelle pitture del Vasari in una chiesa di Rimini; nelle pitture del Sanzio in S. Maria della Pace in Roma, le parole Iam nova progenies servono di distintivo alla Sibilla Cumea. Dal risorgimento in poi i dotti disputarono pro e contro l’interpretazione cristiana di quell’ecloga[27]; ed anche oggi che il medio evo è finito da un pezzo, ma molti tendono a conservarne certe eredità, non manca chi seguiti a prendere sul serio l’antica fola[28].

 

Note
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[1] Epist. de litteris colendis in M. G. H. LL., II, 1, p. 79 (29). [Han., 1883].

[2] M. G. H. LL., III, 1, p. 60 (2, 72), Capitolar. del 789).

[3] Cfr. I. Launoii, De scolis celebribus a Carolo Magno et post Carolum M. er occidentem instauratis liber, unito all’Iter Germanicum di Mabillon, Hamburg 1717; e Baehr, De literarum studiis a Carolo Magno revocatis ac schola Palatina instaurata. Heidelb. 1856. È noto che anche in questa scuola Palatina Virgilio aveva un posto d’onore, e taluni dei peseudonimi che assumevano gli accademici eran desunti da esso. Così v’era chi chiamavasi Virgilio, chi Dameta, chi Menalda etc.

[4] «Vergilium cecinisse loquar pia munera Christi.» Proba Praef. ad Centon. [ed. Schenkl, Corp. scr. eccl. lat., 16, 1, p. 568]; «dignare Maronem, Mutatum in melius divino agnoscere sensu» dice all’imp. Teodosio un grammatico, dedicandogli un centone virgiliano di argomento cristiano: v. Anth. Lat, (Riese) num. 719 d.

[5] «Audierunt quia Iesus transiret». Matth. XX, 30.

[6] «Ad Maronis mausoleum, Ductus fudit super eum, Piae rorem lacrymae; Quem te, inquit, reddidissem, Si te vivum invenissem, Poetarum maxime!» Bettinelli, Risorg. D’Ital. II, p. 18; Kehrein, Lat. Sequ., 282. È falso ciò che qualcuno ha asserito, che l’uso di cantare questi versi nella messa di S. Paolo esiste tuttora a Mantova. – Un grazioso aneddoto della vita di S. Kadok (V sec.) esprime questo stesso sentimento di compassione cristiana per Virgilio pagano, Vita S. Cadoci ap. Rees, Lives of Cambro-British Saints, 1853, XVIIIII, p. 8; cfr. De La Ville Marque, La légende celtique, Par. 1859, p. 202 sgg.

[7] Arnob. Adv. Gentes III. 7; Cfr. Bernhardy, Grundr. d. röm. Litt., p. 92.

[8] Veggansi i luoghi raccolti dal Piper nel suo scritto: Virgilius als Theolog und Prophet des Heidenthums in der Kirche, pubblicato nell’Evangelischer Kalender del 1862, p. 1755.

[9] Non mancano antiche raccolte di luoghi di scrittori pagani, greci o latini, riferiti al cristianesimo. Un MS. della bibl. di Vienna contiene: «Veterum quorundam scriptorum graecorum ethnicorum praedictiones et testimonia de Christo et christiana religione, nempe Aristotelis, Plutarchi, Sibyllae, Platonis, Thucydidis et Sophoclis.». Cfr. Oehler in Philologus XIII, 572; XV, 328.

[10] Cfr. Verworst, Essai sur la 4e Eclogue de Virgile. Paris 1844; Freymüller, Die Messianische Weissagung in Virgils vierter Ecloge. Metten, 1852. (Non ho potuto procurarmi questi due scritti); Piper, op. cit., p. 55-80; Creizenach, Die Aeneis, die vierte Ecloge und die Pharsalia im Mittelalter, Frkf. a. Main, 1864, p. 10-14.

[11] Constantini M. oratio ad sanct. coet., c. 1921; [Eusebius I, ed. Heikel, Leipzg. 1902, p. 181 sgg.]. Questa interpretazione di Costantino forma il soggetto di un lavoro estremamente diffuso e non mai completato di Rossignol, Virgile et Constantin le grand, Paris, 1845. L’autore chiude la parte pubblicata del suo lavoro promettendo di provare che il discorso è opera, non di Costantino, ma di Eusebio.

[12] Euseb., Vit. Constantini, IV, 32. [O. c., p. 129 sg.].

[13] Questa traduzione fu pubblicata più volte separatamente; per ultimo l’ha riprodotta Heyne, Excurs. I ad Bucol., e Rossignol, op. cit., p. 96 sgg.

[14] Cfr. Rossignol, op. cit., p. 181 sgg.

[15] Lactant., Div. instit., 1. VII, c. 24.

[16] Nam omnino non est cui alteri praeter dominum Christum dicat genus humanum: Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri, Irrita perpetua solvent formidine terras. Quod ex Cumaeo, id est ex Sibyllino carmine se fassus est transtulisse Vergilius; quoniam fortassis etiam illa vates aliquid de unico Salvatore in spiritu audierat quod nocesse habuit confiteri». Augustin., Ep. 258 ad Marcianum, c. 5 [ed. Goldbacher, Vindob. 1911, IV, p. 609]: cfr. Epist. 137 ad Volusian., c. 12 [O. c. III, p. 114]; De Civ. Dei, X, 27.

[17] «Quasi non legerimus Homerocentonas et Vergiliocentonas; ac non sic etiam Maronem sine Christo possimus dicere Christianum qui scripserit: Iam redit et virgo etc. Puerilia sunt haec et circulatorum ludo similia, docere quod ignores». Hieronym., Epist., S3 ad Paulin., c. 7 [rec. Hilberg, Vindob., 1910, I, p. 454].

[18] Cfr. Fulgent., De contin. Vergil., p. 102 sg. ([Helm]; Scholl. Bernens. (ed. Hagen) p. 775 sgg.; Cristiano Druthmar (IX sec.) nota a quel passo del Vangelo (Matth., XX, 30) «Audieruntt quia Iesus transiret» –«Iudaei audierunt per prophetas, gentes quoque non per omnia ignoraverunt, sed sophistae eorum similiter denuntiaverunt; unde est illud Maronis: iam nova progenies» etc., [Migne, v. 106, p. 1427 (Exp. in Matth., cap. XLVI)]; V. anche Agnellus, Lib. Pontific.; [c. 166, M. G. H. SS. Lang., p. 384, ed. Holderegger], Cosm. Prag., Chronic., I, 4 [ed. Bretholz, SS. rer. Germ. nova series 2, Bln., 1923, p. 13].

[19] Cfr. su questa leggenda Ruth in Heideiberger Jahrbücher, 1849, p. 905 sgg.

[20] Vincent Bellovac., Spec. hist., XT, c. 50; Act, Sanctor. Aug., T, II p. 407.

[21] Ozanam, Documents inédits, p. 55.

[22] Serm. II in fest. Nativit. Dom., Opp., p. 80 [Migne, 217, 457].

[23] Purgator., XXII, v. 67 sgg.

[24] Introd. ad Theolog., lib. I, c. 21; Epist. 7 ad Helois., p. 247 [Migne, 178].

[25] De Christ. relig., c. 24

[26] V. Sreet, Some account of gothic archit. in Spain. (Lond., 1869), p. 95.

[27] V. le notizie riunite dal Piper, op. cit., p. 75 sgg.

[28] Tale fra gli altri è il Verworst nella dissertazione sopracitata. V. anche Schmitt, Rédemption du genre humain annoncée par les traditions de tous les peuples (trad. de l’allem. par Henrion), Paris 1827, p. 122 sgg.

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004