Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo VI

 

Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar totalmente d’aspetto l’antico mondo latino. Da un lato le lettere minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d’affogare nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori, gente ruvida ed incolta, per tutt’altra ragione mostrano di aver occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori, laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo han da pensare per la salute dell’anima, perché il gusto del bello classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c’è un’àncora di salvezza per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell’Europa latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure non sono ancora giunti a quell’organismo determinato e definitivo a cui mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all’onore di lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuola dei grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso, che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti per provare l’esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell’uso non interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria, e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel ch’esse erano in fatto. In esse s’insegnò per l’appunto quanto era necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poiché in fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire materialmente come propedeutica a studi superiori di altro genere. Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto si era diviso il materiale della istruzione[1], e che poi si erano venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone, era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo, veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell’indispensabile, i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopedie delle sette arti di Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artifìcio, tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero per lutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più affine all’autore è in generale la grammatica, della quale le altre costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell’assieme e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all’autore, per l’indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta alla romana, Atalarico, tesserne l’elogio in una ordinanza diretta al senato romano, perché provvegga allo stipendio dei professori di arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic’egli, è il più bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben pensare e correttamente parlare.... È la grammatica maestra del dire, ornatrice del genere umano, che coll’esercizio di bellissima lettura sa giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari.... ché le armi ogni altro popolo le possiede anch’esso, ma l’eloquenza solo accompagna i dominatori romani»[2].

E dove regnò la grammatica ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi. Cosi quando Gregorio di Tours (VI sec.) ci dice che Andarchio fu in sua giovinezza istruito «nelle opere di Virgilio, nel codice teodosiano, e nel far di conti»[3], per questa istruzione «nelle opere di Virgilio» non si può intendere altro che l’insegnamento grammaticale; come infatti nella vita di S. Bonito è detto che questi fu istruito «negli elementi della grammatica e nelle leggi di Teodosio»[4]. Perciò a Virgilio si paragonava chi molto fosse creduto valere in grammatica[5]. Un altro curioso esempio di questo ch’io noto è quel grammatico di Tolosa, a quanto pare del VI o VII secolo, che insegnando un latino di stranissimo conio di cui parlerem poi, non crede poter trovare altro nome che meglio a lui si addica di quello di P. Virgilio Marone, che è appunto l’unico nome sotto il quale noi lo conosciamo.

Questa condizione di cose durò per quasi tutto il medio evo, fino al sorgere delle letterature moderne, allorché il laicato ridestavasi all’attività intellettuale e gli studi secolari ritornavano ad esso. Le ragioni indirette che raccomandavano al clero medievale lo studio delle sette arti, non erano tali da produrre quel calore che infonde negli studi il moto e la vita e rende le lettere e il sapere capaci d’incremento; la tradizione antica, già stagnante e incadaverita negli ultimi tempi dell’impero e del paganesimo, attraversa quei secoli, nei quali il fervore cristiano domina esclusivamente nel sentimento e nel pensiero, come una sostanza che sospesa in un mezzo troppo eterogeneo e incapace di scioglierla, si coagula e separata dal resto precipita al fondo. Quanto ad essa tutti i secoli di quella età si rassomigliano; è materia morta che passa di mano in mano, senz’altra modificazione tranne quella che le fanno patire i ruvidi e strani contatti che deve sostenere. Se in qualche luogo quello studio decade tanto da cessare quasi affatto, gl’inconvenienti prattici che porta seco quella mancanza spingono qualche autorità a farlo risorgere; ma, risorto, è quel di prima. Se innovazione si cerca, questa non riguarda che il modo di pigiare sempre più nello strettoio quella massa già tanto ridotta. Inventar nuove vie di compendiare quello studio e renderlo più sbrigativo, è la sola cosa che si cerchi e da molti in varie guise ai tenti[6]. Carlo Magno potè bene rialzare gli studi classici caduti a terra e quasi smessi, ma innovarli no. La grammatica, che fu fra le sette arti la più beneficata da questo principe, salvo la puerilità e l’ignoranza di cui danno prova i compilatori e i rifacitori, nel suo essere rimane qual era negli ultimi tempi del paganesimo durante tutto il medio evo, fino al XII secolo, in cui la teoria grammaticale subisce anch’essa l’influenza della scolastica[7]. Erano già sorte le letterature moderne e il pensiero muovevasi già in una via novella quando la grammatica seguitava ancora, nell’idea comune, a tenere quel primo posto che le assegnava nel sesto secolo il re ostrogoto[8]. Quel che diciamo della grammatica va inteso anche di Virgilio, che con essa attraverso il medio evo, dominando negli studi profani, e serbando nello studio grammaticale l’antico suo posto. Insieme al materiale dell’insegnamento profano il medio evo prese dalla decadenza bell’e formate le nominanze degli antichi autori; né fu più oculato e libero scrutatore degli antichi nomi di quello fosse delle dottrine. L’eco dell’antica nominanza virgiliana e di quella idea che al nome di Virgilio annettevano gli uomini della decadenza, si ripercote lungo tutto il medio evo, nelle forme ingenue che doveva produrre un grado di cultura così basso, ed un nuovo mondo d’idee talmente estraneo all’antichità pagana.

L’antichità classica adunque non sopravvisse al medio evo che afferrandosi alle panche delle scuole elementari, e quanti autori antichi godettero di qualche rinomanza in quell’epoca, ne andarono debitori ai maestri di scuola. Principali insieme con Virgilio, e quasi come pianeti del grande astro, troneggiarono in quelle scuole Ovidio e Lucano, Orazio, Giovenale, Stazio e poi altri a seconda delle preferenze dei maestri. Erano i primi nomi di antichi autori che, con quelli dei grammatici, l’istruzione elementare scolpiva nella mente dei fanciulli. Fatti adulti e anche divenuti scrittori, pur volendo, non riuscivano ad estinguere quelle reminiscenze della scuola che serbava sempre vive la lingua che adoperavano scrivendo. Quindi avveniva loro di citarli frequentemente, e quindi l’immenso numero delle citazioni di Virgilio e di scrittori pagani, che ricorrono presso gli scrittori cristiani, prima e dopo la totale estinzione del paganesimo e durante tutto il medio evo. Ma il sentimento e l’ascetismo cristiano doveva pur suscitare gravi ripugnanze contro questi rappresentanti dell’idea pagana, e noi dobbiamo qui studiare da vicino la posizione di Virgilio e degli altri antichi scrittori in mezzo ai fieri attacchi che subì il paganesimo per parte degli scrittori cristiani, e particolarmente dopo la vittoria completa riportata su di esso dalla nuova religione.

 Gli scrittori ecclesiastici[9] potevano conservare una forte avversione contro gli scrittori pagani, slanciarsi contro di loro, come Arnobio e Tertulliano ed altri apologeti, gridando «adversus gentes» con una violenza che appena le persecuzioni e l’entusiasmo possono giustificare, ma dovevano anche leggerli e studiarli, sia per confutarli, sia per la ragione non meno potente, che essi erano il fondamento della generale cultura ed in essi soltanto s’imparava a scrivere nella lingua e secondo i gusti di quel mondo civile che si voleva convertire. Perciò parve odiosissimo il decreto di Giuliano imperatore col quale vietava ai cristiani l’insegnamento, e quindi lo studio, della grammatica e della retorica: quantunque con questo ei non facesse che richiamarli alla osservanza prattica di ciò che risultava dalle loro idee stesse. Ei diceva non esser bene che coloro i quali tanto si adiravano contro le dottrine morali e religiose degli scrittori pagani, prendessero poi questi scrittori per base della loro educazione[10], come appunto dissero molti dei più caldi e più intolleranti asceti cristiani. Ma quanti erano fra i cristiani illuminati e meglio forniti di talento pratico capivano che, quantunque tardo, pure il decreto di Giuliano era pieno di fina malizia; poiché in realtà separare il cristianesimo totalmente dall’antica cultura, imporgli una logica rigorosa che lo legasse nei limiti della sua natura antimondana e gl’impedisse di piegarsi a certe esigenze, era il miglior modo di combatterne o trattenerne i progressi in una società di cultura grecoromana. Ma le dighe più potenti erano rotte da un pezzo, e il decreto di Giuliano come ogni altro riparo imaginato da lui andò travolto dall’impeto della già irresistibile fiumana. Quando poi il paganesimo cessò affatto di esistere, e confutare i pagani divenne una cosa oziosa, la tradizione delle scuole cristiane era ormai formata e resa tale quale doveva rimanere per tutto il medio evo, e sarebbe stato impossibile farle cambiar natura. Ben vi fu chi disse che agli scrittori profani si potevano sostituire nelle scuole scrittori cristiani; ma come pretendere che i grammatici li trovassero equivalenti? Nelle nuove compilazioni grammaticali gli esempi tolti dalla vulgata e da taluni scrittori cristiani[11] si aggiunsero invero talvolta a quelli degli antichi, ma la massima autorità rimase sempre, come doveva, a questi ultimi. La necessità di una radicale riforma non si faceva sentire, poiché ormai il paganesimo era morto per bene, ed ogni uomo che avesse un poco di senno intendeva che non potevano essere le scuole dei grammatici quelle che lo farebbero risuscitare. Perciò se cerchiamo atti ufficiali dell’autorità ecclesiastica che impongano di rinunziare a questi scrittori, noi non ne troviamo[12]. Troviamo invece questi fatti costanti, benché in apparenza contradittori, che gli antichi sono sempre odiati e maledetti come pagani, ma sono letti e studiati assiduamente; e dagli uomini più illuminati della cristianità sono sempre stimati come scrittori, come dotti e come uomini d’ingegno. Il medio evo trovò già formato un uso tradizionale che seguì scrupolosamente. Gli antichi padri avean detto e scritto molto contro questi autori, ma ciò non li avea distolti dal servirsene. Si seguitava dunque a far lo stesso; si studiavano nelle scuole, si citavano all’uopo negli scritti e fin nelle controversie teologiche e nell’esegesi sacra; alla circostanza poi si maltrattavano come «cani idolatri». Alcuni fra i padri più autorevoli avean detto invero che leggerli non era cosa buona; ma come dar peso a questo ch’essi dicevano in un momento di fervore, se poi essi si contraddicevano colle parole e col fatto? Girolamo, già ben noto per l’amore che portò a Cicerone che gli valse quel famoso «Ciceronianus es, non Christianus» e le angeliche battiture nel sogno che tutti sanno, stimava Virgilio oltremodo e lo chiamava «non già il secondo Omero, ma il primo Omero dei latini»[13]. Egli però, nella epistola a Damaso sul Figliuol prodigo, biasima altamente quei sacerdoti «che posti da parte gli Evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono le parole amorose delle Bucoliche, hanno Virgilio per le mani e fanno un peccato di voluttà di quello studio che pei fanciulli è una cosa necessaria». Con queste parole non si accordano punto quelle di Agostino il quale osserva e non disapprova, che «i fanciulli leggono Virgilio affinché fin dai primi anni imbevutisi di esso, questo grande poeta sovra ogni altro illustre ed eccellente non così di leggieri possa uscir loro di memoria»[14]. Queste reminiscenze di studi profani e pagani subiti per necessità, importunavano invero molte anime scrupolose, tanto che Cassiano eremita giunge fino ad escogitare e consigliare altrui un rimedio per liberarsene[15]. Quanto però fosse difficile cancellarle dalla mente, Girolamo stesso lo prova, non volendo, assai di sovente coi luoghi di scrittori classici che gli corrono giù dalla penna. Parlando[16] delle cripte che rinserrano a Roma le tombe degli apostoli e de’ martiri, e dell’oscurità che regna in quei sotterranei: Ivi si cammina, dic’egli, a passo a passo, e quando si è circondati da quell’oscura notte si possono rammentare quelle parole di Virgilio: «Horror ubique animos, simul ipsa silentia terrent». Una delle colonne della chiesa chiede ad un pagano le parole per esprimere i sentimenti che ispirano i più venerandi recessi del santuario! Chi direbbe che sia lo stesso Girolamo il quale, infervorato da tutto l’ardore della fede, esclama altrove: «Che ha che fare col saltero Orazio, coi vangeli Virgilio, coll’apostolo Cicerone?»[17]. E ben molti luoghi si potrebbero citare dalle sue opere in cui lo si coglie a questa maniera sul fatto. Né i suoi avversari gli risparmiarono disturbi per questo suo culto delle lettere classiche. Allorché a Bethlem ei pose scuola di grammatica, spiegando ai giovanotti Virgilio ed altri scrittori profani greci e latini, Rufino gli scagliava per ciò accuse che lo ferivano profondamente[18].

Chi volesse raccogliere da tutti gli scrittori ecclesiastici i luoghi nei quali essi inveiscono contro la lettura degli scrittori pagani ed anche in modo generale contro ogni studio profano, troverebbe da fare una raccolta assai ricca; ma molto più ricca sarebbe quella dei luoghi che provano come tutto ciò non impedisse di occuparsi di studi profani e di leggere autori pagani. C’erano invero i poeti e gli autori cristiani, ma tutti quelli di essi che aveano un qualche merito letterario lo dovevano all’arte degli antichi dei quali si mostravano discepoli e imitatori e spesso copiatori servili; talché non solo non distoglievano dallo studio di questi, ma anzi lo raccomandavano e lo incoraggiavano. Una lettera di Sidonio Apollinare (V. sec.) c’introduce in un’amena casa di campagna della Gallia, nella quale il padrone avea riunito ogni sorta di diletti del corpo e dello spirito. Fra i libri ivi raccolti troviamo una assai disinvolta mescolanza di sacro e di profano, di cristiano e di pagano, che ci prova quanto poca corrispondenza nella vita reale avessero le declamazioni di certi burberi fanatici[19]. Quindi quando Cassiodoro inculca ai suoi monaci lo studio delle sette arti, egli è al caso di dire[20] che a ciò conforta l’esempio, non solo di Mosé il quale fu istruito di tutta la sapienza degli Egizi, ma quello eziandio «dei padri santissimi i quali non decretarono che dovessero rigettarsi gli studi delle lettere profane, ma anzi essi stessi diedero l’esempio del contrario, mostrandosi peritissimi di tali studi, conforme vedesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri innumerevoli. E chi ardirebbe più dubitare là dove esiste molteplice esempio per parte di uomini tali?». E questo è il luogo comune al quale più spesso ricorrono quanti ecclesiastici scrivono di materie profane e credono doversene scusare[21]. Nei monasteri dove era di regola il silenzio si faceva uso di segni convenzionali per talune cose di cui si potesse aver bisogno; quando si voleva chiedere un libro di scrittore pagano, al segno che esprimeva libro si faceva succedere un gesto imitante il cane che si gratta le orecchie «perché non a torto un infedele vien paragonato a questo animale»[22]. Si disprezzavano, ma si leggevano. La regola di taluni ordini monastici meno antichi, come quello d’Isidoro, di Francesco, di Domenico, vietava la lettura di scrittori pagani o almeno non l’accordava che dietro speciale permesso[23]; ma altre regole di ordini più antichi e più autorevoli, non solo non la vietavano, ma l’ammettevano nelle scuole dell’ordine, ed imponevano senza distinzione di autori il copiar manoscritti[24], i quali, come ognun sa, ci sono giunti appunto per questa via. Che se veramente si fosse voluto stare al rigore prescritto dall’indole stessa del Cristianesimo, non soltanto qualsivoglia scrittore pagano si sarebbe dovuto vietare, ma principalmente quelli fra gli scrittori pagani si sarebber dovuti distruggere, gli scritti dei quali erano immorali rimpetto a qualsiasi religione, quali fra gli altri sono Ovidio e Marziale. Eppure l’Arte amatoria di Ovidio e gli osceni epigrammi di Marziale figurano nelle biblioteche monastiche in mezzo agli altri scritti profani non solo, ma accanto alla Bibbia e alle opere dei padri, e i manoscritti numerosi che ne possediamo furono copiati in gran parte da monaci e provengono da monasteri. Non sempre invero chi copiava aveva il coraggio di trascrivere per intero certi passi, che talvolta trovansi soppressi, talvolta anche arbitrariamente cambiati in ossequio alla morale[25]. Altri però più fedelmente copiavano tutto tal quale, salvo a sfogarsi in qualche appunto marginale, dando del birbante all’autore[26]. Ma la generalità era di manica larga assai più che oggi non si crederebbe. Orazio, di cui già anche fra i pagani Quintiliano non voleva che certe poesie licenziose fossero interpretate nelle scuole [27], non solo fu letto e copiato per intero, e glossato da monaci, ma anche qualche ode delle più amorose fu cantata da essi colle melodie di alcuni inni sacri, che trovansi ancora notate in più d’un manoscritto[28]. Ad alcuni arrabbiati si contrapponevano moltissimi moderati. Anselmo non solo approva, ma anche consiglia altrui la lettura di Virgilio[29], e così pure fa Lupo di Ferrières il quale, come apparisce dalle sue lettere, raccomandava a Regimberto lo studio di Virgilio[30], cercava dovunque manoscritti di classici, e fino a Papa Benedetto III si rivolgeva perché gli mandasse in presto un Cicerone, un Quintiliano ed un commento a Terenzio[31]. Spesso certe invettive contro gli studi profani sono mere declamazioni, luoghi retorici che non hanno nulla di serio. Quando la retorica invade la letteratura, è sempre difficile definire fino a qual punto certe frasi si hanno da prendere sul serio, cercando in esse la vera e reale opinione di chi se ne serve. Gregorio di Tours alza la voce contro le favole e la esiziale dottrina dei «filosofi» ossia degli antichi scrittori, e mentre scorrendo i principali fatti dell’Eneide e dell’antica favola poetica li esecra uno ad uno, non mostra di accorgersi ch’ei fa pompa della sua dottrina, e fa vedere col fatto di avere studiato e di tenere a mente assai bene questi scrittori che tanto riprova[32]. Ben più giusta e più seria apparisce la sua parola quando ci deplora, con tanti altri, la miseria dei tempi suoi, per la grande decadenza degli studi letterari[33]. Contro gli studi profani principalmente declamano gli scrittori di vite di santi, i quali, com’è naturalissimo, sostengono che è meglio leggere la vita di un santo qualsivoglia che i fatti di Enea[34]. Taluni di essi sono provvisti di qualche dottrina, ma moltissimi sono rozzi ed ignoranti. Scaturiti per lo più dal fondo del monachismo, disprezzano ogni cosa mondana anche in ciò che spetta alla cultura intellettuale, e si vantano cinicamente della loro ignoranza[35]. «Non badi il lettore, scrive uno dei molti, al brutto mucchio di barbarismi che è in questo libretto, piuttosto porga l’orecchio della fede alla verità che si contiene nel volgare dettato; legga semplicemente quanto qui troverà, e faccia come se in cerca di una gemma frugasse un letamaio». Altri non solo confessano di commettere solecismi e barbarismi, ma se ne vantano. All’occasione poi a questa bassa retorica degl’ignoranti ricorrevano anche persone alto locate[36], ed alle accuse d’ignoranza contro di sé o contro il clero rispondevano sdegnosamente col luogo retorico comunissimo che «il regno di Dio non consiste nelle parole, ma nelle virtù» e più spesso che «il vangelo fu confidato a pescatori rozzi ed incolti e non a faceti oratori»[37]. Così quando i vescovi della Gallia riuniti a Reims inveivano contro l’ignoranza del clero romano, il legato apostolico Leone, abate di San Bonifacio, nella sua epistola ai re Ugo e Roberto, rispondeva che «i vicari e i discepoli di Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e gli altri del filosofico bestiame, i quali superbamente volano come uccelli nell’aria, o come pesci si affondano nell’abisso del mare, o come pecore van camminando sulla terra; e fin dal principio del mondo gli eletti di Dio non furono oratori o filosofi, ma incolti ed illetterati»[38]. Frasi e nulla più, poiché era impossibile dir tali cose sul serio, mentre, per tacere del resto, si spiegava un lusso ed un fasto dagli accusati e dagli accusatori tutt’altro che apostolico. Il fatto deplorato dai vescovi di Reims, non si poteva negare, ma la retorica ecclesiastica forniva un luogo per giustificarlo. Conviene anche notare che talvolta in queste declamazioni contro gli studi profani si tradisce anche un poco di gelosia verso coloro che, probabilmente fra i correligionari di chi scriveva, erano stimati per un qualche valore che avessero in quelli studi. Però, prescindendo dai casi in cui avean luogo questi secondi fini, è d’uopo rammentarsi che gli scrittori ecclesiastici, anche i più illuminati, scrivevano sotto l’influenza di un sentimento religioso forte e profondo, il quale a seconda delle circostanze diveniva fervore, ardore ed entusiasmo. Continuamente preoccupati del sommo bene e della vita futura essi soggiacevano, come tutte le anime che si concentrano affatto nella religione, ad accessi di scrupoli, pei quali avveniva loro di dire e disdire. Agostino, che un tempo trovava una innocente ricreazione nella lettura giornaliera di un mezzo libro dell’Eneide, a quarantatre anni deplora quei giorni in cui si lasciava intenerire dalle lagrime di Didone, dimenticando che intanto ciò lo faceva morire dinanzi a Cristo[39]. Ma queste fervide parole, dettate in uno slancio dell’anima verso Dio, non gl’impedirono di fare poi gran conto del poeta, e nel De Civitate Dei, ch’egli condusse a termine nel 72 anno di sua vita, ne usa largamente. A 74 anni si pente di avere adoperato scrivendo il vocabolo fortuna troppo spesso, e di avere, benché non sul serio rammentato le Muse a guisa di Dee. Alcuino che nella sua gioventù, come dice un suo biografo anonimo, «avea letto i libri degli antichi filosofi e le menzogne di Virgilio» e all’età di undici anni preferiva la lettura di Virgilio a quella dei Salmi[40], fatto vecchio non ne voleva più sentir parola, né soffriva che i discepoli leggessero quel poeta, dicendo loro: «possono bastarvi i poeti divini, né è necessario che siate contaminati dalla lussuriosa facondia del dire virgiliano»[41]. Nondimeno egli non riusciva ad imporre agli altri i suoi scrupoli, ed ebbe a rimprocciare severamente Sigulfo che, ad onta del divieto, seguitava a spiegare di nascosto Virgilio ai discepoli. A taluno[42] par duro credere a questo che racconta l’anonimo, perché nelle lettere di Alcuino trovasi talvolta citato Virgilio. Credo però che da quanto son venuto dicendo risulti chiaramente che questo fatto non esclude l’altro[43]. Lo stesso vediamo accadere a Teodulfo, che si scusa nei suoi versi di aver letto Virgilio, Ovidio, Pompeo e Donato[44] e così pure a tanti altri che taccio per brevità. Né Alcuino era il solo che credesse dover impedire o moderare il soverchio ardore altrui per questi studi[45].

E gli scrupoli di tal genere talvolta arrivavano fino a turbare i sonni di qualcuno. Erberto vescovo di Norwich racconta che una notte Cristo gli apparve in sogno e gli disse: «Io sapeva che dalla tua gioventù fino alla canuta vecchiezza hai militato negli offici sacerdotali; ma perché hai tu per le mani le menzogne di Ovidio, le invenzioni di Virgilio? non è convenevole che da quella stessa bocca che predica Cristo si reciti Ovidio. – Allora io rammentandomi quelle tali battiture di prete Girolamo: peccai, lo confesso, e non solo nella lettura degli scrittori gentili, ma sì pure nella imitazione di essi»[46]. L’autore della vita di S. Odone riferisce che costui, avendo voluto leggere Virgilio, ebbe un sogno di un vaso che al di fuori era bellissimo, ma dentro era tutto pieno di serpenti, i quali tosto lo attorniarono; e quando fu sveglio capì che il vaso era Virgilio e i serpenti che in esso si nascondevano, eran le dottrine degli antichi poeti[47]. Uno scrittore anonimo dell’XI secolo racconta pure di uno scolaro, che colto da grave malattia, in un accesso di delirio si pose a gridare ch’ei vedeva una falange di diavoli che prendevano la forma di Enea, di Turno e di altri personaggi dell’Eneide[48]. Mentre poi alcuni eran colti da tali scrupoli, altri spingevano l’ammirazione per Virgilio fino al fanatismo. Ratperto dava il suo parere in capitolo con versi di Virgilio. Per Virgilio e Cicerone il monaco Probo mostravasi tanto entusiasta, che i suoi confratelli, motteggiando, dicevano ch’ei voleva collocarli fra i santi[49]. Rigbodo, vescovo di Trèves sapeva, dicevasi, meglio l’Eneide che i vangeli[50]. Questo fanatismo, spinto all’ultimo eccesso, ci si presenta anche con certe caratteristiche della leggenda. Uno scrittore dell’XI secolo ci narra che: «A Ravenna Vilgardo coltivava con troppa assiduità lo studio della grammatica, conforme gl’Italiani ebbero sempre costume di fare, trasandando il resto. Avea egli cominciato ad inorgoglire come uno stolto a causa del suo sapere, quando una notte i demoni, presa la forma dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, gli apparvero e si misero con fallaci parole a ringraziarlo dello studio ch’egli poneva nei loro scritti e gli promisero di farlo partecipare alla loro gloria. Così depravato da queste male arti de’ diavoli, incominciò ad insegnar molte cose contrarie alla santa fede e ad asserire che le parole dei poeti dovevano essere in tutto credute. Finalmente fu convinto d’eresia e condannato dall’arcivescovo Pietro. In Italia, soggiunge lo storico, si trovò che molti spiriti erano infetti delle stesse opinioni»[51]. Un’altra leggenda[52] narra di due scolari che andarono a visitare il sepolcro di Ovidio per averne qualche insegnamento; uno chiese di sapere qual fosse il miglior verso di quel poeta, e una voce dal sepolcro gridò:

 

«Virtus est licitis abstinuisse bonis»

 

L’altro volle sapere qual fosse il peggiore, e la voce rispose:

 

«Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum»

 

Pensando far bene a quella grande anima perduta, si posero i due studenti a pregare per lei, recitando dei Pater Noster e degli Ave: ma la voce, ignara della virtù di quella preghiera, gridò impazientita:

 

«Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»

 

Gli scrupoli e le ripugnanze durarono a lungo; neppure all’epoca del risorgimento parve superfluo a Boccaccio[53]. il combatterli, e tutti sanno ch’essi, non senza molto rumore, si sono riprodotti anche ai nostri giorni. Ma nel medio evo come oggi la palma rimase sempre fortunatamente alla tradizione antica[54]. Nel secolo XII certo partito capitanato da un eccentrico individuo che, anche indipendentemente dalla religione, dichiarava infami gli storici e i poeti e scherniva i maestri di retorica, di grammatica e di dialettica, trovava un vigoroso oppugnatore nel dotto ed illuminato Giovanni di Salisbury[55]. Iacopo da Vitry, Arnoldo da Humblières toccavano anch’essi la questione, e non esitavano a riconoscere l’utilità dello studio degli antichi, quantunque raccomandassero molte cautele[56]. Uno dei più notevoli segni del classicismo trionfante ai tempi del risorgimento si può ravvisare nel catalogo della biblioteca privata di papa Niccolò V, tutta composta di antichi scrittori profani[57]. Le declamazioni adunque e le intolleranze di alcuni individui ebbero poca efficacia contro le necessità pratiche, che non permettevano studi sacri senza qualche preparazione di studi profani. Questi seguitarono quindi sempre a vivere, quantunque assai poveramente. Le scuole di grammatica seguitavano sempre, benché in certi momenti più burrascosi venisser meno o diminuissero in qualche luogo, per mancanza di maestri o per altre ragioni; i monaci seguitavano a copiar manoscritti. Nei cataloghi che tuttora ci rimangono di parecchie biblioteche monastiche del medio evo scrittori ecclesiastici e profani figurano alla rinfusa[58], spesso designati come libri scholares; e fra questi ultimi primeggiano in numero Virgilio, e Donato maggiore e minore, e Prisciano ed una moltitudine di altre opere grammaticali[59]. Il numero straordinario dei manoscritti che ora possediamo di Virgilio è un’altra prova dell’uso che se ne faceva nelle scuole, e moltissimi di questi si vede evidentemente non esser fatti per altro che per servirsene in scuola, tanto son tirati via e poco, anzi punto servono alla critica del testo. Alcuni codici di Virgilio esistono tuttora portanti una dedica a qualche santo, come p. es. San Martino, Santo Stefano, il santo insomma della chiesa o del convento a cui un benefattore li avea regalati[60]. Questi codici che talvolta erano preziosi assai per miniature o legature o come opere calligrafiche, colle bibbie, i messali, i breviari, i candelieri, i calici, gli estensori figurano stranamente negli inventari delle cose preziose dei conventi, delle abbazie e delle chiese.

 

Note
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[1] Cfr. Ritschl, Quaestiones Varronianae, Bonn, 1845; Merklin, in Philologus, XIII, p. 736 sgg., Jahn, Ueber die röm. Encyklopädien, in Berichte d. sächs. Gesell. d. Wiss., 1850, p. 263 sgg.

[2] Cassiodor., Variarum, lib. IX, c. 21.

[3] «De operibus Vergili, legis Theodosianae libris, artemque calculi applene eruditus est». Gregor. Turon., IV, 46.

[4]  «Grammaticorum imbutus initiis, nec non Theodosi edoctus decretis» ap. Acta Ss., 3a ed. II, 35258.

[5] «Et si aliquis de Aquitanis parum didicerit grammaticam, mox putat se esse Vergilium». Ademar., Epist. (XI sec.) Migne, 141, p. 107, D; Giesebrecht, De litterar. studd. etc., p. 18.

[6] Questa mania di compendiare arriva fino a fabbricare grammatiche da viaggio. Tale ai vanta di essere quella di Foca (V sec.) come dicono i versi del preambolo:

      «Te longinqua petens comitem sibi ferre viator

     Ne dubitet parvo pendere multa vehens»

     Ars Phocae grammatici de nomine et verbo, ap. Keil, Gramm. Lat., V, p. 410.

[7] Veggasi l’importante lavoro del Thurot, Notices et extraits de divers manuscrits pour servir a l’histoire des doctrines grammaticales au moyen âge. Paris, 1868 (e il 22.° volume delle Notices et extraits des manuscrits de la bibl. imp.).

[8] Nella leggenda di Carlo Magno è detto che: «premièrement fist Karlemaine paindre dans son palais gramaire qui est mère de tous les ars». Nella Image du monde a questa prevalenza della grammatica è assegnata la mistica ragione che la grammatica è la scienza della parola, e colla parola Iddio creò il mondo.

     «Par parole fìst Dix le monde

     Et tous les biens qui ens habunde»

Ved. Jubinal, Oeuvres complètes de Ruteboeuf, III, p. 328, 1

[9] Lo scopo del nostro scritto non ci chiama ad occuparci che dell’occidente; perciò lasceremo da parte quanto ci sarebbe da dire sugli studi classici nei paesi di cultura greca e nella chiesa orientale. Ci basti notare di volo che la somma è presso a poco quella stessa che risulterà dal nostro studio sull’occidente, salvo questo, che la chiesa orientale si mostra in ciò, come in più altre cose, più illuminata e più tollerante della chiesa latina. È notissima la omilia di Basilio sulla lettura dei libri de’ gentili.

[10] ´ατοπον μέν οίμαι τους έξεγουμένούς τ΄α τούτων ᾽ατιμ΄αζειν τούς υπ΄αύτών τιμεθέντας θεούς . Iulian., Epist., 42, 423° [p. 72, 80 Bidezcumont]. Il divieto portava che i cristiani non potessero essere maestri di grammatica e di retorica (ammian. Marcell., XXII, 10, 7; joh. Chrysost., II, p. 579, etc.), quindi naturalmente che non frequentassero queste scuole, poiché a pagani – non avrebbero affidato i loro figli. Cfr. Von Lasaulx, Der Untergang des Hellenismus, n, 65; Kellner, Hellenismus und Christenthum (Köln, 1866, p. 265 sg.).

[11] Fra i più notevoli giovi rammentare Isidoro.  Smaragdo (IX sec.) trae anch’egli esempi dalla vulgata (Cfr. Thurot, op. cit., p. 69), e dice di farlo espressamente: «.... quem libellum non Maronis aut Ciceronis vel etiam aliorum paganorum auctoritate fulcivi, sed divinarum scripturarum sententiis adornavi, ut lectorem meum iocundo pariter artium et iocundo scripturarum poculo propinarem, ut grammaticae artis ingenium et scripturarum divinarum pariter valeat comprehendere sensum». Smaragd., Prolog. tractat. in part. Donat., ap. Keil, De grammaticis quibusdam latinis infimae aetatis commentatio (Erlangen, 1868, p. 20). Anche in fatto di retorica ebbe luogo un simile procedimento. Beda l’adotta di proposito nel suo De schematibus et tropis: «Sed ut cognoscas, dilectissime fili, cognoscant omnes, qui haec legere voluerint, quia sancta scriptura ceteris scripturis omnibus non solum auctoritate, quia divina est, vel utilitate, quia ad vitam ducit aeternam, sed et antiquitate et ipsa praeeminet positione dicendi, placuit mihi collectis de ipsa exemplis estendere, quia nihil huiusmodi schematum sive troporum valent praetendere saecularis eloquentiae magistri, quod non in illa praecesserit» ap. Halm, Rhett. latt. Minores, II, p. 607.

[12] Come autorità canonica non si possono considerare le Costituzioni degli apostoli, apocrife, quantunque assai antiche. In queste norme nelle quali, spira l’aura semplice del primitivo cristianesimo, la lettura dei libri de’ gentili viene sconsigliata, rimandando alla Bibbia come ad una specie di enciclopedia nella quale tutto quanto in quelli è di buono si ritrova. (Constitut apostolor., I, c. 6).

Nel IV Concilio Cartaginese (V sec.) trovasi (cap. XVI): «Ut episcopi libros gentilium non legant, haereticorum autem pro necessitate et tempore» e Isidoro nel Liber sententiarum (III, cap. 13) dice: «prohibetur christianus figmenta legere poetarum» e ne dichiara a lungo le ragioni. È chiaro però che tutto questo non va inteso alla lettera, ed ha valore piuttosto di consiglio o di avvertimento diretto a moderare, che di una legge diretta a proibire affatto lo studio degli autori antichi. Sanzione non ne viene stabilita alcuna, e tutto è rimesso alle coscienze. Isidoro stesso prova coll’esempio de’ suoi lavori com’egli intendesse quel ch’ei scriveva in quel capitolo del Lib. sent.

Il luogo d’Isidoro e il canone del Concilio cartaginese trovansi ripetuti nella raccolta dei canoni di Graziano, p. I., dist. 37. [Corp. iur. can. rec. Friedberg Lips., l879. I, 135]. Veggasi la nota del Berardi, I, 193 sgg. Numerosi luoghi di padri greci e latini che lodano questi studi, d’altri che li disapprovano, d’altri che li ammettono con certe cautele, trovansi nella nota alle Costituzioni degli apostoli in Patr. Temp. Apostolic. ed. Cotelerius, I, p. 204. Cfr. anche Loaise ed Arevalo, ad Isid. lib. sent., III [Migne, 82, 685], c. 13; Gazaeus, ad Cassian. Coll., XIV, c. 12 [Migne, 49, 973].

[13] Comm. in Michaeam, II, 6, p. 518 [Migne, 25, 1220].

[14] «Nempe apud Vergilium quem propterea parvuli legunt ut videlicet poeta magnus omniumque praeclarissimus atque optimum teneris ebibitus animis, non facile oblivione possit aboleri». De civ. Dei, lib. 1, cap. 3 [rec. Dombartkalb]. In questo passo, citato da molti di seconda mano, si è cambiato legunt in legant; perciò anche il diligente Roth ne ha parlato come di una esortazione a leggere Virgilio. Il testo ha legunt, ed una esortazione siffatta là dove quel passo ricorre, sarebbe fuor di luogo.

[15] Germanus: «.... speciale impedimentum salutis accedit per illam quam tenuiter videor adtigisse notitiam litterarum, in qua me ita vel instantia paedagogi vel continuae lectionis maceravit intentio, ut nunc mens mea poeticis illis velut infecta carminibus, illas fabularum nugas historiasque bellorum, quibus a parvulo primis studiorum imbuta est rudimentis, orationis etiam tempore meditetur, psalientique vel pro peccatorum indulgentia supplicanti, aut impudens poematum memoria suggeratur, aut quasi bellantium heroum ante oculos imago versetur, taliumque me phantasmatum imaginatio semper illudens, ita mentem meam ad supernos intuitus aspirare non patitur ut quotidianis fletibus non possit expelli».

Nesteros: «De hac ipsa re unde tibi purgationis maxima nascitur desperatio citum satis atque efficax remedium poterit oboriri, si eandem dilìgentiam atque instantiam quam te in illis saecularibus studiis habuisse dixisti, ad spiritalium scripturarum volueris lectionem meditationemque transferre. Necesse est enim... etc.». Cassian., Coll., XIV, cap. 12, 13 [rec. Pertschenig, Vind., 1886].

[16] Comm. in Ezechiel., XII, c. 40, p. 468 [Migne, 25].

[17] Epist. ad Eustochium, Ep. XXII, 29, 7 [p. 189, 2 Hilberg

[18] «Maronem suum comicosque ac lyricos et historicos auctores traditis sibi ad discendum Dei timorem puerulis exponebat; scilicet ut praeceptor fìeret auctorum gentilium». Rufin., Apol. in S. Hier., II, 3634 [Migne, 21]. Cfr. AM: Thierry, Saint Jérôme, I, p. 314.

[19] «qui inter matronarum cathedras codices erant, stylus his religiosus inveniebatur, qui vero per subsellia patrumfamilias, hi cothurno Latiaris eloqui nobilitabantur. Licet quaepiam volumina quorumpiam auctorum servarent in causis disparibus dicendi parilitatem. Nam similis scientiae viri, hinc Augustinus, hinc Varro, hinc Horatius, hinc Prudentius, lectitabantur». Sidon., Epist., II, 9 [rec. Mohr, Lins.,1985]. Da questo però all’idea del sig. Chaix, Saint Sidoine Apollinaire, Paris, 1867 e di altri moderni cattolici, che la Chiesa fosse sempre grande protettrice dell’antica cultura, c’è una bella distanza. Cfr. Kaufmann, in Gött. gel. Anz., 1868, p. 1009 sg. Virgilio grammatico (ap. Mai, Class. Auctores, V, p. 42) parla dell’uso stabilito dalla Chiesa di tener separati in due biblioteche distinte gli scrittori cristiani e i pagani: «hoc consultissime statuerunt ut duabus librariis compositis, una fìdelium philosophorum libros et altera gentilium scripta contineret». Ep. III, pag. 136 [Huemer]. Noi non prendiamo quest’asserzione di quel bizzarro scrittore così sul serio come vuol farlo Ozanam (La civilisat. chrét. chez les Francs, p 434 sg.). Che non mancasse chi così dividesse i libri può credersi facilmente, e ne abbiamo esempio nel luogo di Sidonio sopra citato; nulla però prova che la Chiesa ciò imponesse, ed anzi nei numerosi cataloghi di biblioteche medievali a noi giunti, scrittori cristiani e pagani trovansi per lo più annoverati promiscuamente.

[20] De institutione divinarum litterarum, c. 28 [Migne, 70].

[21] In un compendio inedito delle Istituzioni di Quintiliano fatto da Stefano Di Rouen (XII sec.), di cui trovasi un esemplare ms. nella bibl. imp. di Parigi, l’autore scusa in questa guisa la propria intrapresa: «... Hoc pariter notandum quod ecclesiae doctores gentilium libros non incognitos habebant... Probat hoc et beatus Augustinus qui de disciplinis liberalibus libros singulos edidit.... Beatus etiam Ambrosius cuiusdam philosophi epistulam in quadam sua epistula integram ponit. Origenes vero philosophorum libros adolescentibus summopere ediscendos praecipiebat, dicens corum ingenia in divinis scripturis capaciora et tenaciora fore cum horum subtilitates et ingeniorum acumina animo perceperint. Quod Iulianus augustus, magnus equidem philosophus, sed errore maior, considerans, postquam a fide discessit, edicto publicato prohibuit, ne christianorum filii artem oratoriam addiscerent, quod quanto in eloquentiae studiis edocti forent tanto in christiana fide ac religione, ut in revincendis gentilium, quos sequebatur, erroribus acutiores ac disertiores existerent; simul dicens hostes adversariorum armis non armandos. Karoli etiam magni magister Alcuinus de hac arte dialogum sub proprio Karoli nomine conscripsit, etc. etc.»

[22] «Pro signo libri scholaris quem aliquis paganus composuit, praemisso signo generali libri, adde ut aurem digito tangas, sicut canis cum pede pruriens solet; quia non immerito infìdelis tali animanti comparatur». Bernard., Ordo cluniacens. in Vetus disciplina monast., p. 172 (Zappert, Virgil’s Fortleben im Mittelalter, p. 31).

[23] «Gentilium autem libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat», Holst, Cod. regul. monast., p. 124; cfr. Heeren, Gesch. der class. Litt. i Mittelalter, I, p. 70; Le Clerc in Hist. litt. de la France, XXIV, p. 282. Cfr. Specht, Gesch. d. Unterrichtswesens in Deutschland, Stuttg. 1885, p. 40 sgg. (Das Mönchthum u. d. prof. Studien).

[24] Le moderne scoperte di scritti classici ricavati da palimpsesti hanno fatto pensare e scrivere a parecchi uomini poco informati di queste materie, che sistematicamente, per odio contro le lettere pagane, i monaci cancellassero dalle pergamene le opere degli antichi scrittori pagani, sostituendovi scritti d’argomento sacro. Questo è un grosso errore. Molto frequentemente gli scritti cancellati sono scritti cristiani, opere di padri ed anche i sacri testi; anzi talvolta trovansi scritti profani sostituiti a scritti sacri; così, p. es., in un palimpsepto vedesi cancellato il testo di S. Paolo e sostituita a questo l’Iliade. Pur troppo (lo so per esperienza) assai spesso i palimpsesti tradiscono così le speranze dello studioso, che ci si affatica sopra aspettandone qualche grande scoperta di letteratura classica! Chi intorno a ciò desidera informazioni più estese, può consultare oltre allo scritto speciale di Mone, De libris Palimpsestis, Carlsr. 1855 il libro di Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter (3a ed. Leipz. 1896), p. 299 sgg.

[25] In un MS. d’Ovidio che trovasi nella Biblioteca di Zurigo, nel verso «hoc est cur pueri tangar amore minus» (Ars Am., II, 683) il minus è stato cambiato in nihil, ed una nota in margine dice: «ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita». Cfr. L. Müller in Jahrbücher für Philol. u. Paedag. 1866, p. 395. Nel noto codice parigino di Excerpta (Notre Dame, 188) molti versi sono così accomodati; così il verso di Tibullo (I, 1, 25) «Iam modo non possum contentus vivere parvo», ivi diviene «Quippe ego iam possum contentus vivere parvo» e in un altro dello stesso autore (I, 2, 89) «lusisset amores» è cambiato in «dampnasset amores». Cfr. per altri esempi: Wölfflin in Philologus, XXVII, (1868), p. 154.

[26] Uno, fra i greci, a cui più spesso ne tocca è Luciano, a cui i copisti bizantini di frequente regalano, in margine, degli improperi come: «ώ κ΄ακιστε ᾽αντρώπων ώ μιαρώτατε» e simili. Cfr. L. Müller in Jahrb. f. Philol. u. Paedag., 1866, p. 395.

[27] «.... nam et graeci (lyrici) licenter multa, et Horatium in quibusdam nolim interpretari». Quintil., Inst. Or., I, 8, 6. [Raderm.].

[28] In un ms. d’Orazio di Montpellier l’ode a Fillide «Est mihi nonum superantis annum» etc. (IV, 1) è accompagnata da una notazione musicale in cui è stata riconosciuta la melodia del famoso inno sacro «Ut queant laxis resonare fìbris» etc. Cfr. Libri, Cat. génér. des Mss. des bibl. publ. des départ., I, p. 454 sg; Nisard, in Archives des mss. scient. et litt., 1851, p. 98 sgg.; Baiter-Orelli, Horat., II, p. 915 sgg.; Jahn, in Hermes, II, p. 419.

[29] «et volo quatenus ut fiat quantum potes satagas, et praecipue de Vergilio et aliis auctoribus quos a me non legisti; exceptis his in quibus aliqua turpitudo sonat». Anselm., op. 331 [ep. LV; Migne, 158]. E così ben molti altri. In un’unica poesia intitolata Ad pueros leggesi:

«Pervigil oro legas cecinit quod musa Maronia,

Quaeque Sophia docet, optime, carpe, puer».

Ved. Amadores e Los Rios, Hist. crit. de la litt. Españ., II, pp. 238, 339.

[30] «.... satius est ut apud me sis, et in Virgiliana lectione, ut optime potes, profìcias». Lup. Ferrar., Epist., 7. [M. G. H, Ep., VI, p. 19, Dümmler].

[31] Epist., 103. Veggansi anche le epist. 1, 5, 8, 16, 37, 62, 104 colle quali chiede o manda codici di Cicerone, Gellio, Servio, Macrobio, Boezio, Cesare, Quintiliano, Sallustio. La sua corrispondenza giustifìca quel ch’ei dice di sé stesso ad Einhardo (Ep. 1): «Amor literarum ab ipso fere initio pueritiae mihi est innatus, nec earum, ut nunc a plerisque vocantur, superstitiosa otia fastidivi. Et nisi intercessisset inopia praeceptorum, et longo situ collapsa priorum studia paene interissent, largiente Deo, meae aviditati satisfacere forsitan potuissem». [op. cit. p. 7].

[32] «Non enim oportet fallaces commemorare fabulas, neque philosophorum inimicam Deo sapientiam sequi, ne in iudicium aeternae mortis Domino discernente cadamus.... Non ego Saturni fugam, non Iunonis iram, non Iovis stupra, non Neptuni iniuriam, non Aeoli sceptra, non Aeneada bella, naufragia vel regna commemoro: taceo Cupidinis emissionem, non Ascanii dilectionem imeneosque, lacrimas vel exitia saeva Didonis, non Plutonis triste vestibulum, non Proserpinae stuprosum raptum, non Cerberi triforme caput: non revolvam Anchisae colloquia, non Itachis (sic!) ingenia, non Achillis argutias, non Sinonis fallacias: non ego Laguonthe (sic!) consilia, non Amphitrionidis robora, non Jani conflictus, fugas, vel obitum exitiale proferam etc.». Gregor. Turon. (VI sec.), Lib. miraculor., [rec. Krusch, pp. 48788]

[33] «Vae diebus nostris quia periit studium litterarum a nobis!», Praef. Hist. eccl. Franc., p. 31 [Krusch].

[34] «En meliora meo narrantur carmine gesta,

Non gladios nec tela refert pharetramque Camillae».

Milo, Vita S. Amandi, M. G. H. Poet., III, 589 Traube. Cfr. Peipus, Vit. S. Theobaldi, Act. S. Iun., VII, 516 sgg.; Anon., Vit. S. Remacli, Act. S. Sept., I, 692 sg.; V. Zappert, op. cit., not. 62. Prolog. Vitae Wirntonis, M. G. H. SS., XV, 1127, Holderegger; cfr. Wattenbach, Deutschl. Geschichtsq. (6a ed.), II, p. 250. È un luogo comune presso i poeti cristiani il contrapporre alle glorie pagane di Omero e di Virgilio i temi che, più umilmente ma cristianamente, essi vogliono trattare. Tale è il senso del Prologo di Giuvenco alla sua versificazione della storia Evangelica. Beda scrive:

     «Bella Maro resonet, nos pacis dona canamus,

     Munera nos Christi, bella Maro resonet.»

Hist. eccl. Angl., 1. IV, c. 20 [ed. Plummer, Oxf.,1896], E così tanti altri altri prosatori e storici. Così Wipone ( (Prolog. Gest. Chuonradi imp.): «Satis inconsultum est Superbum Tarquinium, Tullum et Ancum, patrem Aeneam, ferocem Rutulum et huiusmodi quoslibet et scribere et legere: nostros autem Carolos atque tres Ottones, imperatorem Heinricum secundum, Chuonradum imperatorem patrem gloriosissimi regis Heinrici tertii et eundem Heinricum regem in Cristo triumphantem omnino negligere» [rec. Bresslau, Hannover, 1915].

[35] «Curiosum ceterum lectorem admoneo ut barbarismorum foedam congeriem in hoc opusculo floccipendat, et veritati in vulgari eloquio fidei aurem apponat, et quod hic inveniet simpliciter perlogat et ac si in sterquilinio margeritam exquirat» etc. Wolfhardus (sec. IX) Vit. S. Walpungis in M. G. H. SS., XV. 544, Holderegger. «Sed et si quis movetur rusticitate sermonis soloecismorumque inconcinnitatibus, quas minime vitare studui, audiat quia regnum Dei non est in sermone sed in virtute, neque apud homines bonos interesse utrum vina vase aureo an ligneo propinentur». Miracul. S. Agili in Act. S. Aug., VI, 587; Cfr. Anon. Vit. S. Geraldi in Act. S. Apr. I, 414. Molti scrittori, che in fatto di purezza grammaticale non si sentono tranquilli, insorgono con maniere stranamente rivoluzionarie contro la tirannia delle regole di Donato. Gli esempi abbondano; basti qui riferire le seguenti furiose parole dell’Indiculus luminosus (n. XX) di Alvaro Cordubense (IX sec.): «Agant eructuosas quaestiones philosophi et Donatistae genis impuri, latratu canum, grunnitu porcorum, fauce rasa et dentibus stridentes, saliva spumosi grammatici ructent. Nos vero evangelici (!) servi Christi discipuli rusticanorum sesquipedi» etc. [Migne, 121, 524].

Queste parole si accordano in modo singolare con una orribile biografia di Donato, forse ispirata da questa idea, che trovasi in un MS. di Parigi e fu già più volte pubblicata (ultimamente dall’Hagen, Anecdota Helvetica, p. CCLIX). Eppure Alvaro mostrasi nelle sue opere assai assiduo lettore di Virgilio. Cfr. Amador De Los Rios, Hist. crit. de la lit. Española, II, p. 103 sgg.

[36] Uno di questi è anche Gregorio Magno: «non metacismi collisionem fugio, non barbarismi confusionem devito, situs motusque et praepositionum casus servare contemno: quia indignum vehementer existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati». Moralium sive exp. in. Job. Epistola, c. 5 [Migne, 75, 516]. Con quell’affettata conoscenza della tecnologia grammaticale l’ingenuo grand’uomo si preoccupa di fare intendere che il suo non volere non è non sapere. Del resto la realtà di questa noncuranza non è provata dai suoi scritti.

La inimicizia di Gregorio il Grande per gli studi profani è stata esagerata assai da molti scrittori, i quali da uno studio speciale del medio evo da questo punto di vista non appresero quale sia il vero valore ed il peso reale di certe espressioni, e non si accorsero che l’atteggiamento di Gregorio rimpetto alla antichità classica è quello stesso di cento altri distintissimi personaggi della chiesa medievale. Interpretando malamente un luogo di Giovanni di Salisbury (Polycrat., II, c. 26) si è giunti a credere che Gregorio facesse bruciare la biblioteca Palatina, mentre in quel luogo non si parla d’altro che di libri di astrologia, teurgia e simili, dei quali fecero auto da fè anche imperatori (Valente fra gli altri). È singolare come par facile a taluni credere che dopo i Vandali e i Goti rimanesse a Gregorio qualche biblioteca in Roma da bruciare alla sua volta! Questi errori sono stati già eliminati da più di un critico ed equamente giudicati da Gregorovius, Gesch. d. St, R. im Mittelalt. Stuttgart, 1869 sgg. II, p. 90 sgg. Non s’intende come Teuffel (Gesch. d. röm. Lit., III’, p. 531) abbia voluto farli rivivere. La tesi del sig. Leblanc, Utrum B. Gregorius Magnus litteras humaniores et ingenuas artes odio persecutus sit, Paris, 1852, è una apologia da niente altro ispirata che dal sentimento cattolico.

[37] Questi luoghi comuni sono riassunti dall’anonimo e più veramente umile autore dei Miracula S. Bavonis (sec. X): «Suscipiant alii copiosam vanae excusationis suppellectilem, videlicet quod veritas nativa vivacitate contenta, non quaerat altrinsecam colorum adhibitionem; et quod christianae fidei rudimenta, non ab oratoribus sed a piscatoribus et idiotis sint promulgata; et quod regnum Dei magis virtutis quam sermonis constet efficacia; aliaque perplura in id rationis cadentia: mihi facilis apologiae patet occasio, scilicet cui nullius eruditionis favet exercitatio» [ap. Pertz Mon. Ger. Hist., SS., XV, p. 591]; Cfr. Sulpic. SEV. Vita S. Martini, pag. 109 [ed. Halm, Vindob., 1866]; Felix Vit. S. Cuthlaci, Act. S. April., II, p. 38; Anon. Vit. S. Conwoionis, Mabillon, Acta Ss. IV, 2, 188; Anon. Vit, S. Martini Act, S. Oct., X, 805; Vit. S. Pirminii [M. G. H. SS., XV], p. 21; Othlo, Vit. S. Bonifatii, ap. Pertz, Mon. Germ., II, 358 etc.; Zappert, Op. Cit. Not. 62.

[38] Leonis Epist. ap. Pertz, Mon. Germ. V, 687. Cfr. Gregorovius, Die Stadt Rom in Mittelalter, III, 510.

[39] «Et plorare Didonem mortuam, quia se occidit ob amorem, cum interea me ipsum in his a te morientem, Deus vita mea, siccis oculis ferrem miserrimus»  Augustin. Confession. lib. I, c. XIII, 20.

[40] Vit. beati Alcuni [ap. Pertz, M. G. H., SS., XV, 193]; Monumenta Alcuiniana ed. Wattenbach et Duemmler, p. 6. Cfr. Monnier, Alcuin et Charlemagne, p. 9 sg.

[41] Nei versi premessi al suo Comm. sul Cantico dei Cantici dice Alcuino:

     «Has rogo menti tuae iuvenis mandare memento,

     cantica sunt nimium falsi haec meliora Maronis,

     Haec libi vera canunt vitae praecepta perennis,

     Auribus ille tuis male frivola falsa sonabit.»

                            M. G. H. p. Car., I 299, Dümmler.

[42] Wright, Biographia britannica literaria; AngloSaxon period, p. 42. Cfr. sulla tendenza e l’odio di Alcuino pei classici, Lorentz, Alcuin Leben (Halle, 1829) p. 267 e 277.

[43] La biblioteca di Berna possiede un MS. di Virgilio che si crede di mano d’Alcuino, o almeno copiato da un esemplare di lui. Cfr. Müller, Analecta Bernensia, III, p. 23-25.

[44] «Et modo Pompeium, modo te, Donate, legebam,

       Et modo Virgilium, te modo, Naso loquax;

       In quorum dictis quamquam sint frivola multa,

       Plurima sub falso tegmine vera latent»

       Theodulph. Carm. XLV, 17 [M. G. H. p. Car., I, 543, Dümmler].

[45] Curiosa a tal riguardo è l’ironica ammonizione in versi che trovasi intitolata: Versus S. Damasi Papae ad quemdam fratrem compiendum, pubblicata per prima volta dall’Amaduzzi, in Anecd. Litt. II, p. 387 e per ultimo dal IHM, Anth, Lat, Suppl., Vol I, n. 3.

      «Tityre, tu fido recubans sub tegmine Christi,

      Divinos apices sacro modularis in ore,

      Non falsas fabulas studio meditaris inani.

      Illis nam capitur felicis gloria vitae,

      Istis succedent poenae sine fine perennes.

      Unde cave frater vanis te subdere curis» etc.

[46] Herbert De Losinga, Epist. D. 53-56; Cf. o. 63.

[47] Iohannes, Vita S. Odonis [Migne, 133. 49]; Cfr. Brucker, Hist. Philos. III, p. 651; Du Méril, Mélanges archéolog. p. 462. Un altro racconto simile, relativo a S. Ugone, abate di Cluny, trovasi presso Vincenzo Di Beauvais (Spec. hist. 26, 4). «Alio tempore cum dormiret idem pater, vidit per somnium sub capite suo cubare serpentum multitudinem et ferarum, subitoque capitale excutiens et exquirens supposita, invenit librum Maronis forte ibi collocatum; mox, abiecto codice singulari, in pace requievit, cognovitque modum materiae libri visioni congruere, quem obscoenitatibus et gentilium ritibus plenum indignum erat cubiculo sancti substerni». Cfr. Liebrecht, nella Germania di Pfeiffer X, p. 413, il quale però a torto suppone che ivi si tratti del libro di negromanzia attribuito al poeta dalla leggenda popolare, di cui parleremo nell’altra parte del nostro lavoro. Altra leggenda simile trovasi in Jacopo Da Vitry; cfr. Lécov De La Marche, La chaire française au moyen âge, p. 439, ed in Passavanti, Specchio di vera penitenza, dist. I° cap. 2°.

[48] Vit. S. Popponis, ap. Pertz, Mon. Ger. Hist., SS., XI, p. 314.

[49] Cfr. Lupi Ferrar, Epist., 20. [o. c., p 28].

[50] V. Ozanam, La civilisation chrét. chez les Francs, p. 485, 501, 546.

[51] Glaber, Histor., lib. II, cap. XII, ap. Bouquet, Rec. des hist., etc. X, p. 23; Cfr. Ozanam, Documents inédits, p. 10; Giesebrecht, De litterarum studiis ap. Italos primis medii, aevi saeculis, p. 13 sg.

[52] Presso Wright, A selection of latin stories from MSS. of the XIII and XIV centuries, p. 43 sg. Cfr. per altri esempi Wattenbach, Deutschl. Geschichtsq. (6a ed.), I, 324 sgg.

[53] Comm. a Dante, Inf. [ed. Guerri, I, pag. 145 segg.].

[54] Oggi questa ha trovato difensori anche fra i gesuiti, ed in materie che assai più della poesia toccano da vicino il cristianesimo. Veggasi la notevole opera del pad. Kleutgen, Die Philosophie der Vorzeit vertheidigt, Münster 1860-63.

[55] Metalogicus I, cap. 3 sgg.; Cfr. Hist. lit. de la France XIV, 13; Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis p. 212 sgg. [Lipsia 1862].

[56] Cfr. Lécov De La Marche, La chaire française au moyen âge (Paris 1868) p. 438 sg.

[57] Pubblicato dall’Amati nell’Archivio storico III ser. T. III, 1 (1866), p. 166 sgg.

[58] Alla fine di un catalogo dei manoscritti del celebre monastero di Pomposa, redatto nell’XI secolo, l’autore prevede che taluni disapproveranno la presenza in quella biblioteca di scrittori pagani, ed a questi risponde coi soliti luoghi: «....Sed.... non ignoramus futurum fore quosdam superstitiosos et malevolos, qui se ingerant procaci cura indagare, cur idem venerabilis abbas Hieronymus voluit gentilium codices fabulasque erroris, exactosque tyrannos, divinae inserere veritati, paginaeque librorum sanctorum. Quibus respondemus....» etc. Cfr. Blume, Iter italicum II, p. 216.

[59] Cfr. gli esempi riuniti da Zappert. op. cit., not. 42, ai quali moltissimi se ne potrebbero aggiungere.

[60] In un codice vaticano di Virgilio (n. 1570) del sec. X o XI leggesi una dichiarazione del monaco che lo copiò, il quale, dopo aver detto che ha fatto quel lavoro per fuggire l’ozio e per servire alla comune utilità, soggiunge: «Quem (codicem Vergili) ego devoveo Domino et Sancto Petro perpetualiter permansurum per multa curricula temporum, propter exercitium degentium puerorum laudemque Domini et Apostolorum principis Petri». Su di un altro codice portante la dedica a S. Stefano ved. Pez, Thesaur., I, Dissert. isagog. XXV. In un codice della biblioteca di Berna (sec. IX) leggesi: «Hunc Vergili codicem obtulit Berno, gregis B. Martini levita, devota mente Domino et eidem Beato Martino perpetuiter habendum; ea quidem ratione ut perlegat ipsum Albertus consobrinus ipsius et diebus vitae suae sub praetextu B. Martini habeat, et post suum obitum iterum reddat S. Martino». De Sinner, Catal. codd. MS. bibl bern. I, 627.

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004