Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo V

 

Sotto gl’imperatori del 3.° e del 4.° secolo quali vicende patissero le lettere latine, è noto a tutti. Fra le preoccupazioni di una corte e di un pubblico in cui dominava l’elemento militare, quando ogni villano o barbaro autorevole sulle soldatesche ignoranti, poteva assidersi sul trono dei Cesari, certo il vento non poteva spirare favorevole alle lettere. In tali condizioni, meno profondi divenivano i rapporti della produzione letteraria collo spirito pubblico, e questa veniva già confinata presso una classe di persone che aveva il primo suo impulso come il principale suo ambiente nella scuola. Per questo indebolimento di legami fra le lettere e il pensiero in generale, avveniva pure che il divario fra la lingua parlata e la scritta si facesse sempre più sensibile, e il latino volgare, plebeo o rustico che si voglia dire, prendesse incremento e anche ardire; talché l’uffìcio del grammatico diveniva cosa meno elevata, e già doveva parere assai se s’insegnava a scrivere correttamente. Proporzionata al bisogno e alla qualità di questo è la produttività dei grammatici di questi secoli della decadenza, produttività ricca per numero di opere ma estremamente misera quanto a originalità di vedute. In questo campo degli studi grammaticali, come in ogni altro vedesi uno straordinario impoverimento d’idee: niuno sa muovere un passo di forza propria, senza appoggiarsi ai più antichi. Come nell’arte tutto è poco intelligente imitazione, nell’opera dotta o scientifica tutto è poco intelligente riassunto o compilazione. Ormai la letteratura, disposta a vivere artificialmente e ristrettamente, riduce il suo armamento, eliminando quanto appariva utensile superfluo, cercando scorciatoie e manifestando un gran desiderio di tutto compendiare. Di tali compendi o compilazioni, coi quali si voleva liberarsi dal leggere un gran numero di scrittori, è ricca l’età della decadenza, e a questa appunto appartengono la maggior parte delle opere grammaticali che ci rimangono. Grande è la iattura delle tante opere antiche che così scomparvero dinanzi alle infelici lucubrazioni di queste larve di dotti. L’impero seguitava a mantener grammatici, e qualche imperatore anche a proteggerli insieme ai filosofi e ai retori, ma più per lusso o per capriccio, che per altro, o anche per vigliaccheria, temendo le ingiurie della loro penna, come vien detto di Alessandro Severo[1]. Del resto il gusto imperiale, finché favorì le lettere, aveva una predilezione per gli studi greci, né era di tempra tale da esercitare una benefica influenza: al contrario, sempre più spingeva verso il futile e il vano. Geta che amava mostrarsi amico dell’alfabeto, ordinando pietanze i nomi delle quali cominciassero tutti con una certa lettera, si divertiva pur talvolta a far venire a sé grammatici per chieder loro, fra le altre cose, liste di verbi esprimenti le voci dei vari animali[2]. Da Alessandro Severo in poi, che pure fra le sue predilezioni greche venerava Virgilio (forse piuttosto considerandolo come filosofo che come poeta), il culto delle lettere divenne quasi affatto estraneo alla corte. La vecchia tradizione dell’impero è ormai rotta, e fra coloro che hanno o si disputano il supremo potere, uomini come Gordiano il vecchio[3] sono eccezioni rare ed anche di poco momento. Contrariamente a ciò che era avvenuto in altro tempo, la qualità di militare era ormai opposta a quella di letterato, e distraeva dall’amore per gli studi anche gli uomini che avevano ricevuto una certa cultura letteraria. Gli scrittori della Storia augusta, gente che si presenta a noi tal qual è, senza maschera o belletto di sorta, ci danno una idea assai chiara del livello intellettuale di quel tempo, singolarmente per tutta la regione politica e militare. Vopisco si maraviglia che suo nonno, narrandogli il fatto dell’uccisione di Apro, attribuisse all’uccisore Diocleziano le parole «gloriare, Aper, Aeneae magni dextra cadis»: «ciò, – dic’egli, – in un soldato mi reca meraviglia; benché io sappia che moltissimi sogliono rammentare i detti dei comici e degli altri poeti sia in greco, sia in latino»[4]. Sulla fine del secondo secolo Clodio Albino, che non fu punto amoroso delle lettere, avea studiato anch’egli da fanciullo Virgilio nelle scuole; ma lo studio del poeta non gli avea servito che a manifestare i suoi istinti militari[5]. Ad onta di tutto ciò le reminiscenze virgiliane sono frequenti anche fra questa gente, ché una quantità grande di versi virgiliani avea un uso quasi proverbiale, e la conoscenza del poeta era, per effetto delle scuole ed anche del teatro, cosa volgare. Quindi non solo ai trovano versi virgiliani, a proposito di faccende politiche, sulla bocca di Gordiano il vecchio, ch’era un uomo colto[6], ma ne troviamo pure in una lettera di Diadumeno a Macrino suo padre[7], ed in una di Tetrico il vecchio ad Aureliano[8]. Sotto Alessandro Severo, Giulio Crispo tribuno dei pretoriani, esprimeva il suo malumore con versi di Virgilio che gli furono fatali[9]. Con due emistichi virgiliani è composto un motto del circo in favor di Diadumeno contro Macrino[10], e parimenti un emistichio virgiliano ritrovasi fra le acclamazioni colle quali il Senato chiamava Tacito, già vecchio, all’impero[11]. Ma se in mezzo alle orgie e ai delitti dell’aula imperiale talvolta seguitava ad udirsi un qualche eco della musa virgiliana, ciò era allora un fatto che non dava prova di alcuna finezza di sentire poetico; solo mostrava come la popolarità del poeta affrontasse i tempi e i luoghi meno propizi. Principale suo ufficio era divenuto l’insegnare ai fanciulli nelle scuole per poi servir di zimbello alle fanciullaggini degli adulti. Lo studiavano tanto a scuola che saperlo a mente da un capo all’altro era divenuto cosa comune. Da questa grande familiarità che si aveva con quel poeta in un tempo di tanta povertà di creazione artistica, traeva origine e occasione il passatempo de’ Centoni. Combinando i versi e gli emistichi virgiliani in varie maniere si divertivano a far cantare a Virgilio ogni sorta di soggetti. L’idea di questi Centoni[12] poteva nascere soltanto fra gente, che avendo meccanicamente appreso Virgilio, non sapeva qual migliore utilità ricavare da tutti quei versi di cui si era ingombrata la mente. E del reato l’uso che da tanti poeti erasi fatto e facevasi di Virgilio in ogni maniera di composizioni, già si assomigliava assai all’opera di questi centonari e dovea condurre naturalmente a questa[13]. Né trattasi del capriccio di uno o di due, ma di un uso che cominciò presto e finì tardi. Già ai tempi di Tertulliano un Osidio Geta avea con versi virgiliani composta una tragedia intitolata Medea, che possediamo tuttora; un altro avea nella stessa guisa composta una traduzione del Quadro di Cebere**. Poi vi furono cristiani che ebber voglia di far parlare Virgilio della loro fede; così Proba Faltonia[14] compose con versi virgiliani una storia dell’antico testamento, Pomponio un carme intitolato Tityrus in onore di Cristo[15], Mario Vittorino (IV sec.) un inno sulla pasqua, Sedulio (V sec.) un carme sull’incarnazione, altri altro[16]. Valentiniano imperatore, quasi invidiasse a Virgilio la lode di scrittore pudico, coi versi di lui pose assieme un carme osceno, ed obbligò Ausonio a misurarsi con lui in questo esercizio; così nacque il celebre Centone nuziale che possediamo, e che è senza dubbio il migliore fra i centoni. Oggi tutto ciò si chiamerebbe ludibrio; allora non pareva generalmente che avesse nulla di men che rispettoso verso il poeta, e si ammirava la memoria e l’abilità di chi così componeva[17]. Virgilio doveva essere trattato in tutto come Omero; come vi furono centoni omerici, dovevano esservi centoni virgiliani. Per l’uno e per l’altro poeta v’erano uomini che si distinguevano come specialmente abili nel ricucirne i versi a quella maniera, e prendevano quindi il nome di poeti omerici o virgiliani[18]. Il massimo grado di questo giuoco ridicolo lo abbiamo in un Mavorzio, autore di un centone sul giudizio di Paride, il quale arrivava fino ad «improvvisare» centoni virgiliani, ed una di queste sue improvvisazioni colla quale ricusa modestamente il titolo di «Virgilio moderno», la possediamo ancora[19]. Sul modo di considerare quel poeta che era la pietra fondamentale dell’insegnamento letterario, molto dovevano influire i commenti coi quali era spiegato ed illustrato nelle scuole. Una storia critica dei numerosi commentatori di Virgilio, benché tentata dal Suringar[20], è tuttavia un desiderio che non sarà soddisfatto prima che molte ricerche e studi speciali abbiano rischiarato questo campo intralciatissimo. I commenti virgiliani, moltiplicatisi fino all’ultimo medio evo, per l’uso continuo fattone nell’insegnamento, erano tutti soggetti ad una grande mobilità, ad incessanti e svariate peripezie. Niun maestro si faceva scrupolo di ridurre, modificare, postillare a suo modo. Chi compilava da più antichi dando alla compilazione il suo nome, chi postillava prendendo di qua e di là e serbando l’anonimo, chi raffazzonava o interpolava a suo modo i commenti già in uso ponendo tutto sul conto dell’autore primitivo. La massa dei commenti che oggi possediamo, è giunta a noi come un torrente tutto intorbidato, ed ingrossato da confluenti diversi per natura e per provenienza. Tutti sono o compendi, o rifacimenti, o compilazioni; niuno ne possediamo nella sua forma originaria. Quelli che ci rimangono ancora col nome di Probo e di Aspro possono provare quanto l’attrito scolastico rimpicciolisse o corrompesse l’opera dei migliori grammatici. Come le principali compilazioni grammaticali, così le principali compilazioni di commenti virgiliani che ci rimangono, appartengono a quest’epoca di decadenza, nella quale per questo lato principalmente si distinguono due autori rimasti celebri nell’insegnamento grammaticale posteriore, Donato e Servio.

A giudicare del commento, oggi perduto, di Donato[21], che Girolamo discepolo dell’autore, rammenta fra gli altri commenti adoperati nelle scuole dei fanciulli[22], può servire quanto da esso riferisce Servio[23]. Donato voleva farla da critico e giudicava con molta libertà il poeta, in molti luoghi trovando da ridire; e non solo giudicava tortamente, ma spesso dava prova di tale oscitanza, da errare fino nelle più volgari leggi della prosodia. Le sue critiche non gl’impedivano invero di ammirare il poeta; ma la sua ammirazione era di natura tale che gli faceva presentare ai suoi allievi il poeta in una luce del tutto falsa, attribuendogli, come già da antiche scuole filosofiche erasi fatto per Omero, un sapere straordinario, e cercando nei suoi versi dottrine riposte e scopi filosofici ai quali certamente non aveva pensato mai. Egli spiegava l’ordine delle poesie virgiliane in questa maniera: «È a sapersi, diceva, che Virgilio, nel comporre le sue opere, seguì un ordine simile a quello della vita degli uomini. La prima condizione dell’uomo fu pastorale, e così Virgilio scrisse prima di tutto le Bucoliche; poscia essa fu agricola, e così Virgilio compose poi le Georgiche. Crescendo poi la moltitudine della gente crebbe insieme l’amor della guerra; quindi terza opera sua fu l’Eneide, che è tutta piena di guerre[24]». Vedremo più tardi quale sviluppo e quali proporzioni prendesse quest’uso di cercare allegorie in Virgilio.

Ma il più adoperato dei commentatori di Virgilio ed il solo che oggi ci rimanga completo, benché tutt’altro che intatto, è Servio che fu usatissimo nelle scuole del medio evo, e riesce molto importante anche oggi, non tanto per la illustrazione di Virgilio, quanto per ogni sorta di preziose notizie che ci ha conservate. Giudicare del valore di questo lavoro di Servio da quello ch’esso è oggi, è cosa assai difficile [25]; poiché da un lato è evidente che Servio compilò da commenti e da opere grammaticali anteriori, dall’altro è pure evidente che, nel grande uso fattone, ha subìto alterazioni diverse, ed è stato interpolato lungo il medio evo, talvolta stupidamente al punto di fargli citare Servio stesso[26]. Certo però Servio era un grammatico distinto pe’ suoi tempi e superiore a Donato, di cui spesso con molto senno e giusto sapere riprende gli errori. Ma non per questo egli ha potuto schivare molti difetti della dottrina del secol suo. Una certa stereotopia si ravvisa in tutta la tradizione grammaticale in quest’epoca, ormai irrigidita, quale durerà per tutto il medio evo, e si riconosce chiarissima anche in questa parte prattica dell’insegnamento dei grammatici, che era costituita dalla esposizione degli scrittori. Fra le molte cristallizzazioni di prodotti anteriori che si ritrovano in Servio, assai ve ne ha che provengono da un cattivo indirizzo già esistente in quello studio anche nell’epoca migliore. Quelle questioni futili che furono tanto in voga fra gli Alessandrini circa Omero[27], e delle quali tanto si dilettò Tiberio[28], ebbero luogo anche per Virgilio, e dalla formola uniforme molte si riconoscono ancora in Servio[29]. Una critica coscienziosa ed una solida dottrina non erano punto indispensabili per ciò che la moda domandava in questo esercizio, nel quale troppo spesso i grammatici si trovavano o erano spinti sul terreno della ciarlataneria [30], guardandosi, così ne’ quesiti come nelle risposte, piuttosto al sottile, all’imprevisto e allo specioso, che all’utile, al giusto ed al vero. Un curioso esempio di ciò offrono quei 12 o 13 luoghi virgiliani che si credeva presentassero difficoltà insuperabili [31]. La loro insuperabilità era quasi un articolo di fede, e dinanzi ad essi il grammatico tirava di lungo, dicendo: è uno dei dodici. Eppure alcuni di quei luoghi che Servio pone in quel novero, non presentano davvero difficoltà ben reali.

Per quanto debba ammettersi che molto nel commento di Servio è opera di interpolatori, talune interpretazioni allegoriche, come p. es. quella relativa al ramo d’oro con cui Enea scende all’Inferno[32] e simili, sono troppo d’accordo colle idee di quel tempo perché ei possa credere non appartengano a Servio. Però se qua e là ad alcuni versi o a qualche parte del racconto virgiliano Servio attribuisce un significato filosofico, non c’è traccia in tutto il commento di una interpretazione allegorica sistematica e generale, che faccia convergere tutto l’insieme di un’opera virgiliana verso un solo concetto riposto. Di una interpretazione cosiffatta avremo a parlare diffusamente in appresso; allora potremo trattenerci, a studiare più da vicino quest’ordine di fatti nella sua indole e nelle sue cause.

Virgilio invero fece uso dell’allegoria, ma piuttosto per cose di fatto che per idee, e ciò fece, come tutti sanno, singolarmente nelle Bucoliche. Un’antica tradizione che risale fino ad Asconio Pediano ed ai tempi stessi del poeta, sull’autenticità della quale non può cader dubbio, portava che il poeta nelle Bucoliche copertamente alludesse a casi della sua vita o ad avvenimenti del suo tempo. Ma questa notizia vaga e generica, lasciava poi indeterminato fino a qual punto egli avesse spinto quell’allegoria, talché come pare, fin dai primi tempi, gl’interpreti eran divisi sulla interpretazione di molti luoghi che taluni intendevano nel loro senso letterale o, come Servio si esprime, simpliciter, altri invece fantasticavano interpretandoli per allegoriam e credendosi obbligati a pescare fatti ai quali in quelli il poeta volesse alludere. Servio nel giudicare le varie opinioni mostra di tendere ad una ragionevole limitazione del senso allegorico[33] e spesso si pronunzia pel simpliciter escludendo l’allegoria come «non necessaria». Però non è sempre conseguente in ciò, e talvolta anch’egli ammette o lascia passare come possibili interpretazioni allegoriche affatto strane e prive di ogni fondamento[34]. Sarebbe un esagerare i meriti di questo grammatico e farlo troppo disuguale ai tempi suoi, l’attribuir tutto ciò agli interpolatori e credere che di tali peccati egli non porti alcuna colpa. Fino a qual punto giungesse la manìa di così interpretare vedesi subito sul principio del commento alla prima ecloga. Appena detto che sotto la persona di Titiro deve intendersi Virgilio «non però sempre, ma solo dove ciò ragionevolmente si richiede», viene interpretato sub tegmine fagi come una bellissima allegoria, poiché fagus viene dal greco φαγείν che vuol dir mangiare e quindi col nome di quella pianta il poeta allude a quelle possessioni che erano il sostentamento della sua vita e che gli furono restituite per la benevola protezione di Augusto. Più sotto nelle parole «.... ipsae te, Tityre, pinus, Ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant» si trova che Titiro è Virgilio, i pini Roma, i fonti i poeti o i senatori, e gli arbusti la gente di scuola. Forse non ha torto chi crede[35] che questa interpretazione non sia di Servio, ma a noi basta il fatto caratteristico che, come si rileva chiaramente dall’assieme del commento, interpretazioni siffatte si dessero, non solo al tempo di Servio, ma anche prima.

A Servio anche senza dubbio appartiene, come al suo tempo, la idea esagerata che si manifesta in più luoghi del commento, circa la dottrina immensa e non a tutti palese che trovasi in Virgilio. Con visibile compiacenza ei cita l’opinione di Metrodoro il quale scrisse che a torto Virgilio era accusato da taluni di non sapere di astrologia[36], ed al principio del 6° dell’Eneide, che si credeva contenere la dottrina più riposta, pone questa nota: «Tutto Virgilio è pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte principale è tolta da Omero. Alcune cose sono semplicemente dette, molte sono prese dalla storia, molte provengono dall’alta sapienza de’ filosofi e teologi egizi; talché parecchi hanno scritto interi trattati su ciascuna di tali cose che trovansi in questo libro».

Il commento di Servio è più essenzialmente lavoro di grammatico e fatto per servire alla esposizione del poeta nelle scuole di grammatica; non mancano in esso osservazioni di natura retorica, poiché punti di contatto c’erano fra l’uno e l’altro insegnamento, ma la esposizione retorica delle poesie virgiliane non è lo scopo proprio di quel lavoro. Retorico invece è propriamente il commento all’Eneide di Tiberio Claudio Donato, di poco posteriore all’altro Donato di cui già parlammo. L’autore lo ha scritto, senza risparmio di parole, per riparare all’insufficienza ch’ei notava nei commenti allora in uso[37]. Egli crede che la prima qualità di Virgilio sia quella di retore, e che questo autore anziché essere esposto dai grammatici dovrebb’esserlo dai retori[38]; perciò le sue osservazioni non sono di natura grammaticale o erudita, ma si limitano a dare il senso e la ragione retorica di ciascun luogo dell’Eneide. Per tal sua natura questo commento poco offre a noi di utile per la intelligenza del poeta e per la conoscenza dell’antichità; s’intende come i dotti cosi poco se ne siano curati, e non sia stato ristampato dal XVI secolo in poi [39]. A differenza di tanti suoi contemporanei, l’autore si è così poco curato di dare certa apparenza di dottrina all’opera sua, che ha eliminato di proposito ogni illustrazione erudita rimandandola ad altro lavoro, e neppure della tecnologia e dello schematismo retorico fa quell’uso che potrebbe aspettarsi in opera di tal natura. Per questa sua scolorata disinvoltura egli ha in qualche modo potuto esser più giusto di altri nel definire lo scopo reale dell’Eneide, non cercandovi altro che le gesta di Enea e la glorificazione di Roma e di Augusto, ed escludendo recisamente l’idea che nell’Eneide debba riconoscersi una opera scientifica e filosofica[40]. Con questo ei rispondeva ai critici che aveano ripreso certe inconseguenze o contradizioni nelle quali il poeta cade in fatto di principi filosofici: non si mostra però meno di altri convinto della vastità e varietà del sapere virgiliano, tale, a suo credere, che ogni ramo dell’attività umana può trovare nei versi del poeta utili ammaestramenti[41]. Ciò si accorda coll’idea del sommo e perfetto retore o oratore, il quale, come già diceva anche Cicerone, dev’essere uomo di sapere universale[42].

Veramente Donato non avea ragione di lamentarsi, quanto all’uso di Virgilio fra i retori. La prima esposizione ed illustrazione del poeta apparteneva naturalmente ai grammatici; ma l’uso che i retori facevano di Virgilio nelle loro scuole e nelle loro opere in quest’epoca, non lasciava nulla da desiderare. Negli scritti di retorica molto se ne servivano per l’esemplificazione dei precetti, singolarmente nel trattato sulle figure, il che poi si riconosce anche in più commenti, ed in certi brevi trattatelli sulle figure che accompagnano taluni manoscritti virgiliani[43]. Nel trattato sulle figure di Giulio Rufiniano gli esempi sono quasi esclusivamente desunti da Virgilio[44]. Da quattro principali autori scolastici, Virgilio, Sallustio, Terenzio, Cicerone, traeva Arusiano sulla fine del IV se colo i suoi «Exempla locutionum » ad uso delle scuole di retorica[45]. Nello stesso secolo i retori Tiziano e Calvo riunivano in un’opera speciale i temi desunti da Virgilio e ridotti ad esempi oratori per esercizio retorico[46]. Declamazioni in versi e in prosa su temi virgiliani tramandateci da quest’epoca, possediamo ancora[47]. Un esercizio retorico-erudito può dirsi il lavoro, oggi perduto, di Avieno che prendeva a trattare in versi diffusamente favole e fatti più brevemente toccati nelle poesie virgiliane[48]. In mezzo adunque alle morbose esagerazioni a cui arrivava allora la retorica divenuta regina delle menti[49], Virgilio seguitava a splendere di grandissima luce, mutandosi però, in ordine al gusto dei tempi, il colorito di questa, ed aumentando la irrazionalità di sua natura.

Così chi usciva da queste scuole di grammatica e di retorica aveva imparato a considerar Virgilio come il tipo del grammatico e del retore, e come l’autore principale che riassumeva in sé tutti quegli ideali di scienza e di cultura che erano propri di quei tempi. Quale fosse poi il frutto di questo seme nell’uomo adulto e nel dotto di professione, lo vediamo nei Saturnali di Macrobio, nei quali Virgilio viene glorificato come meraviglioso autore enciclopedico.

Macrobio (IV-V sec.) è autore della sola opera fra le superstiti (all’infuori dei commenti) che tratti di Virgilio in certo modo ex professo. Egli ha voluto riunire, per uso di suo figlio, gli appunti e le notizie di ogni sorta ricavate da molta e varia lettura. Per mettere assieme tutto quel materiale slegato e vario, non solo si è servito del dialogo conviviale, come già tanti altri, ma riducendo la massima parte di quello ad una discussione sui meriti e il sapere di Virgilio, ha fatto servire il nome del poeta alla esposizione di conoscenze di varie categorie, mostrandoci così quanto larga parte esso occupasse nel sapere di quel tempo. Quantunque egli abbia voluto dare al suo lavoro l’apparenza di una discussione critica sui meriti delle poesie virgiliane, questo non è in realtà che una glorificazione di esse. Tale lo definisce il tono di ammirazione entusiastica che vi domina costantemente, tale il programma della parte dell’opera che si riferisce a Virgilio, quale viene stabilito nel primo libro. Distinto assai egli stesso e dotto, come e quanto lo comportavano i suoi tempi, Macrobio introduce a parlare nel suo libro uomini dei più dotti e distinti dell’epoca, sollevandosi con essi, nella contemplazione del grande poeta, in una sfera molto superiore alla volgare. Egli ha dinanzi alla mente il concetto scolastico di Virgilio[50] e giustamente lo trova piccolo, basso, inadeguato; ei sente che nel poeta c’è molto di più di quello i grammatici del tempo fossero soliti a vedervi dentro. Vuole dunque addentrarsi ad esporre le doti più squisite del poeta, che altri poco o punto avvertivano. Nel fare però questo lavoro, che pur parrebbe dover essere come una reazione contro le false e piccole idee di quel tempo, il tempo stesso colle sue idee gli s’impone e travia stranamente il suo giudizio, senza ch’ei se ne accorga.

Per Macrobio Virgilio, non solo è dotto in ogni genere di sapere[51], ma è decisamente infallibile. Ei non ammette, come molti grammatici anteriori, che nelle poesie virgiliane si trovi qualche difetto od errore; ma fa dipendere unicamente dall’ingegno di chi le legge e le studia il trovare o non trovare la soluzione di talune difficoltà[52]. Tutta l’opera è diretta a mettere in chiaro l’immensa dottrina d’ogni sorta contenuta in quelle poesie, in gran parte occulta pei comuni lettori d’allora: «la gran copia di cose che è nelle sue opere e che la maggior parte degli spositori suol passare a piedi asciutti, quasi che ad un grammatico non sia lecito intendersi d’altro che di parole;... noi ai quali sì crassa Minerva non si addice, non vorremo soffrire che recondito rimanga l’accesso al sacro poema, ma investigando la via di penetrare nei sensi arcani di esso, offriamone aperti i recessi alla venerazione dei dotti[53]». Nel dialogo, un tale Evangelo sostiene la parte contraria al poeta; ma questo personaggio non ha nulla di serio né di reale; non può dirsi certamente che esso rappresenti l’opinione dei giudici spregiudicati di un’epoca più antica, molto meno dei tempi d’allora, nei quali senza dubbio un personaggio siffatto non esisteva. Egli è lì unicamente per servire coi suoi appunti d’occasione alle lodi di Virgilio, e quasi l’autore tema che le parole di lui, qualunque esse siano, possono essere prese sul serio, si da ogni cura, nell’introdurlo in scena, di dipingerlo coi colori i più sfavorevoli, come un maledico, di carattere pessimo e di pessima compagnia. Appena è annunziato, tutti danno segni di fastidio[54]; ogni volta che apre bocca, dicendo male di Virgilio, tutti inorridiscono[55]. Qualcuna delle osservazioni ch’ei fa l’aveva già fatta qualche antico critico; ma in generale egli s’oppone eccentricamente alle idee le meno contrastabili, ed arriva al punto di negare che Virgilio, nato in un villaggio veneto, potesse sapere qualche cosa di greco e di scrittori greci[56]. Una simile scempiaggine a cui non avrebbe neppur pensato il più crudele detrattore di Virgilio dei tempi augustei, serve di pretesto per esporre, rispondendo ad Evangelo, la profondità di Virgilio nella conoscenza e nell’uso dei greci, che è il tema di quasi tutto il quinto libro. E con una osservazione dello stesso Evangelo si apre la discussione intiera sui meriti di Virgilio, che è la parte più cospicua da tutta l’opera. Evangelo nega recisamente di vedere in Virgilio qualcosa di più che un semplice poeta, ed anche tale che lasciò la sua opera piena di strafalcioni, e giustamente la riconobbe degna delle fiamme[57].  Simmaco invece sostiene che Virgilio non è soltanto atto ad istruire fanciulli, ma contiene qualche cosa di ben più alto. «Mi par che tu consideri i versi virgiliani come quando fanciulli li recitavamo alle lezioni dei maestri» dic’egli ad Evangelo; «ma la gloria di Virgilio è tale che non può crescere per elogi, né per biasimi diminuire». E qui i vari interlocutori, collegati contro Evangelo, si pongono d’accordo, prendendo ciascuno ad esporre una parte della sapienza virgiliana e ponendo così il programma dei libri seguenti, oggi incompleti e lacunosi. In questi si vuoi dimostrare partitamente, da Eustazio quale fosse la perizia di Virgilio nell’astrologia ed in tutta la filosofia, da Flaviano e Vettio, quanto profonda la sua conoscenza del diritto augurale e pontificio, da Simmaco quanto abile ei fosse in fatto di retorica, da Eusebio quanto grande nell’arte oratoria, da Eustazio quanto e come adoperasse gli scrittori greci; Furio Albino porrà in chiaro quanto Virgilio abbia preso dagli antichi latini nei versi, Cecina Albino quanto nelle parole; Servio, il principe degli espositori virgiliani, dovrà parlare intorno ad alcuni luoghi difficili del poeta. Tutta la parte dell’opera che concerneva l’astrologia e la filosofia è andata perduta, ma sappiamo quel che in questo può aspettarsi da un neoplatonico, ed anche un saggio ne abbiamo nello scritto sul Sogno di Scipione là dove Macrobio riconosce nel «terque quaterque beati» di Virgilio la dottrina pitagorica sui numeri[58]. Miglior fondamento ha, ad onta delle esagerazioni che qui non mancano mai, tutto quanto si riferisce al diritto augurale ed in genere alla erudizione virgiliana, come anche ai confronti coi greci e coi latini[59], che sono le parti dell’opera più importanti per noi, benché da un tutt’altro aspetto. Tanto la molta conoscenza di un grande numero d’autori antichi latini e greci allora fuori d’uso, quanto una certa finezza di osservazione che trovasi in qualcuno dei confronti fra Virgilio ed altri poeti, sorprendono a prima giunta in uno scrittore, anche distinto, di quest’epoca. Ma il fatto è che Macrobio si è limitato in gran parte a compilare, non soltanto da Servio [60], che compilava egli stesso, ma anche da più opere anteriori di grammatica e d’erudizione ch’egli spesso, senza citarle, copia a parola[61], come è fra le altre quella di Gellio di cui, fra i tanti altri luoghi, ritroviamo copiato per intiero anche il parallelo fra Virgilio e Pindaro, nella descrizione dell’Etna. Nel riunire però tutti quei paralleli, desunti senza dubbio da studi virgiliani più antichi, Macrobio ha messo di suo una intenzione encomiastica ben manifesta. Prima egli riferisce i luoghi nei quali Virgilio è superiore ad Omero, poi quelli nei quali è uguale; di quelli nei quali è inferiore parla per ultimo, non senza premettere parole attenuanti[62]. Similmente, prima di parlare dell’uso che Virgilio ha fatto degli antichi poeti latini, egli ha creduto necessario provare che in ciò non è nulla di male, ma anzi si deve esser grati al poeta di aver conservato ed immortalato nell’opera sua qualche buona cosa contenuta in autori ormai negletti ed anche derisi; del resto, soggiunge, quei passi suonan molto meglio e fan più figura nella sua poesia, che negli originali da cui sono tratti[63]. Le due trattazioni relative a Virgilio come oratore e come retore non ci sono arrivate intiere. In quel che ci rimane della prima troviamo mossa la questione, che non può sorprenderci dopo quanto abbiamo già trovato nelle epoche anteriori, se per divenire buon oratore si possa imparare più da Virgilio o da Cicerone. Con tutti i riguardi verso Cicerone e con tutte le proteste di non volersi fare arbitro parte del suo libro apparisce come un capitolo di retorica invertito, e tale credo sia in fatto.

Macrobio ha trovato il terreno preparato di lunga mano per la sua opera, non soltanto pel materiale di cui si è servito, ma anche per lo spirito in cui è scritta. La decadenza che in essa, quantunque l’autore si sforzi di sollevarsi al disopra dei suoi tempi, si mostra sì avanzata, avea già cominciato da un pezzo; noi abbiam veduto e notato i primi segni e il successivo ingrandire di quel tralignamento della nominanza virgiliana di cui essa segna una fase già inoltrata. Nata in sul disfarsi dell’antico mondo pagano, e figlia di un uomo notevole tuttavia appartenente a quello, quest’opera formula e caratterizza in modo luminoso l’indole di quella più alta idea che si aveva del poeta negli ultimi momenti del paganesimo, allorché il suo nome entrava nella nuova e trasformatrice atmosfera del medio evo cristiano, di cui siamo ormai sul limitare.

A quest’epoca di decadenza e ancora aderenti alla tradizione pagana[64] appartengono due autori che non furono senza influenza nel propagare la rinomanza di Virgilio lungo i secoli della barbarie; parlo dei due grandi luminari della grammatica, Donato e Prisciano. Questi due compilatori, sorti a circa due secoli di distanza l’uno dall'altro, dominarono con tanta forza nelle scuole dei grammatici, durante tutto il medio evo, che il loro dominio sopravvisse anche a questo, e sia direttamente, sia indirettamente, per l’uso che se ne fece nel fabbricar nuovi libri scolastici, si protrasse fino a’ tempi nostri[65]. Il commento a Virgilio di cui già abbiamo fatto cenno, oscurato da quello di Servio, non procacciò a Donato la rinomanza ch’egli ebbe in grazia della sua grammatica, tanto adoperata nelle scuole e tanto familiare a quanti le avean frequentate, che il nome di Donato finì col significare quell’arte in generale. Prisciano, con lavori di compilazione più estesi e più dotti che quei di Donato, acquistò un’autorità tanto grande che la venerazione per lui spesso negli scrittori del medio evo si traduce colle più entusiastiche espressioni[66]. Non deviando dalla tradizione dei grammatici anteriori, dai quali compilavano, Donato e Prisciano da Virgilio assai più che da qualsivoglia altro scrittore attingono esempi, al punto che se fino allora Virgilio fosse stato poco letto e trasandato, essi soli, coll’autorità di cui godettero, sarebbero bastati a metterlo in Voga[67]. Prisciano, in uno scritto speciale che fu molto in uso, ci dà un curioso saggio del modo col quale nelle scuole si faceva servire Virgilio all’insegnamento pratico della grammatica. Prendendo il primo verso di ciascun libro dell’Eneide, su quei dodici versi ei fa esercitare lo scolaro, chiedendogli ragione di ogni parola e l’analisi grammaticale e metrica; e così passando di domanda in domanda ei trova in quei versi tanto da far ripetere al discepolo le regole o le definizioni principali della grammatica e della metrica[68]. È notevole che Lucano, il quale fu di moda nel medio evo, vien citato da Prisciano quasi tanto sovente quanto Orazio. Ma il poeta ch’ei cita più sovente dopo Virgilio è Terenzio.

Anche all’infuori della sfera scolastica e dotta, il poeta non cessava di essere popolare, come prima lo era stato. Le rappresentazioni teatrali desunte dalle sue poesie continuavano tuttora, ed uno dei soggetti preferiti erano le infelici avventure di Didone, che commovevano le genti fino alle lagrime, ed erano tanto in moda che sulle tappezzerie, nelle pitture ed in ogni opera d’arte figurata erano rappresentate di preferenza [69]. Né mancavano le letture pubbliche ed ancora nel sesto secolo il popolo affollato udiva legger l’Eneide nel fôro Traiano[70]. Non conviene dimenticare però che nello stesso tempo destava entusiasmo la meschina poesia di Aratore sugli Atti degli Apostoli, e per ben sette volte era costui chiamato a farne pubblica lettura[71]. E già il nome di Virgilio si applicava ad uomini di cosi poco valore che Ennodio mostravasene grandemente irritato[72]. Una mano consolare trascriveva ed emendava il testo di Virgilio nel codice prezioso che ci rimane[73]; ma distinzioni di tal natura toccavano a quei tempi anche ad altri scrittori, poveri figli di povera epoca.

Quanto diversa da quella di un tempo era Roma allora, e quanto diverso il popolo romano! La retorica pomposa e vuota dei panegiristi e di Simmaco fra gli altri che giunge ad applicare al regno di Graziano i felici e ridenti presagi della quarta ecloga[74], non fa che rendere più lugubre lo spettacolo di tanta rovina. Ben più reale e giusto è il sentimento di Girolamo che, udendo nella sua solitudine in oriente come Roma fosse stata presa da Alarico, esprimeva con versi dell’Eneide il profondo dolore cagionatogli dalla tremenda notizia, ed esclamava col salmista: «Deus venerunt gentes in haereditatem tuam!»[75]. Alle memorie di un passato glorioso si contrapponevano i tristi fatti della decadenza, il gelido ed umiliante contatto dei barbari ormai scatenati ed il presentimento di un avvenire tetro e luttuoso. Quantunque però Roma e il suo impero cadessero, quella unità civile di tanti popoli, ch’era la grande opera sua e la vera sua missione, rimaneva. Nell’animo di tutti Roma era sempre madre di ogni ricordo civile, simbolo di miracolosa potenza, ideale altissimo e poetico di ogni umana grandezza; quel forte ed universale sentimento romano a cui Virgilio avea così bene proporzionato la sua epopea, anche dopo distrutto l’impero, era troppo essenzialmente connesso colla cultura latina perché potesse spegnersi finché quella vivesse. La vasta orma che lasciava il dominio romano e i benefizi che l’umanità ereditava, danno alle infinite espressioni di quel sentimento che universalmente sopravvisse ad esso per lunghi secoli, una base reale e solida che non permette di vedere in quelle una riproduzione fredda ed automatica dall’antico. Certo però le condizioni del pensiero erano profondamente mutate, e per una grande parte dell’antica cultura questo non poteva essere che passivo, né poteva, nella sua attività presente, armonizzare assai intimamente con quella. Il gusto era deperito affatto, ed ogni giusta idealità estetica ed artistica era del tutto spenta.

Quelle potenze psicologiche dalle quali l’arte risulta, dove non giacessero paralizzate, erano impiegate e sfogate in un campo novello a cui l’arte di vero nome era estranea. In queste epoche di grandi lotte e di grandi trasformazioni morali e sociali, c’è sempre un dispendio immenso di elatere poetico, il quale piuttostoché una espansione artistica, ha per prodotto il fatto stesso gravissimo ed imponente del generale rinnovamento. Cristo non verseggiò, ma quanta poesia non asserì nella personalità e nell’attività sua e in quella di tanti seguaci suoi! L’arte fra quel rimescolarsi ed urtarsi di elementi eterogenei, fra quell’imperfetto pensare e sentire di un mondo che si decomponeva e si rigenerava, avea difetto delle condizioni più indispensabili alla sua esistenza; l’animo delle genti era turbato, distratto vagamente, e come indurato alle impressioni estetiche, il sentimento artistico tralignato o spento. Irrigidita e come stereotipata seguitava intanto l’antica cultura: le menti aveano sempre dinanzi i prodotti dell’arte antica, ma il livello di esse era troppo abbassato, gli scopi e gl’ideali del pensiero erano troppo nuovi e diversi perché si possa credere che quelle antiche opere, tuttavia studiate e ammirate, esercitassero realmente sugli animi un prestigio più ragionevole di quello di una brillante fantasmagoria. Come vediamo da Macrobio e dai grammatici e da ogni sorta di scrittori, il posto centrale in quel corpo di dottrina, in quel complesso di autorità tradizionali, scolastiche e dotte, era tenuto da Virgilio il quale appariva come l’astro più luminoso intorno a cui tutti gli altri gravitavano. Quelle qualità reali di dottrina che lo distinguevano e che già fin dai primi tempi della sua rinomanza avean condotto a giudizi inesatti, in quest’ultima epoca rimanevano sole in vista ed, in tanto prestigio di quel nome, erano intese ed esagerate in ordine alle tendenze ed alla natura del pensiero d’allora, spinto irresistibilmente al simbolo, all’allegoria ed al misticismo da più cause ed influenze diverse, che si riassumono nel predominio del neoplatonismo e più ancora del cristianesimo ormai trionfante. I poeti del tempo non riuscivano più che ad un verseggiare di rado mediocre, più spesso cattivo, generato e governato unicamente dalla scuola grammaticale e retorica. Tutta l’arte del massimo poeta latino appariva a quella gente come un mistero, di cui la chiave doveva cercarsi in una sapienza vastissima e recondita. Prova di fino ingegno e di sapere superiore al volgare pareva il trovarvi dentro conoscenze e dettami scientifici d’ogni maniera e sensi riposti di alta filosofia.

Centro e sommità del retaggio letterario lasciato dai latini, rappresentante della sapienza antica, interprete di quel sentimento romano universale che sopravviveva all’impero, il nome di Virgilio acquistava un ampio e alto significato che nell’Europa latina lo connaturava quasi colla civiltà stessa[76]. Con questa missione lo tramandava ai secoli avvenire la morente società pagana che nell’abbattimento e nell’agonia si adoperava a riassumere, con opera frettolosa, i portati della splendida e gloriosa sua vita. Parecchi secoli prima che Dante chiamasse Virgilio «virtù somma» Giustiniano, sul più tetragono monumento della sapienza prattica de’ romani, era in grado di richiamarne il nome, ponendolo accanto a quello del divino epico greco che, per lui, è il «padre di ogni virtù »[77].

 

Note
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[1] «amavit litteratos homines vehementer, eos etiam reformidans ne quid de se asperum scriberent». Lamprid., Alex. Sev., 3, 4.

[2] Spartian., Antonin. Geta, 5, 4 sgg.

[3] «hac enim vita venerabilis, cum Platone semper, cum Aristotele, cum Tullio, cum Vergilio ceterisque veteribus agens etc». Capitolin., Gordian, 7, 1 [Hohl].

[4] Vopisc., Numerian., 13, 3 sg.

[5] «omnem pueritiam in Africa transegit, eruditus litteris graecis ac latinis, mediocriter, quod esset animi iam inde militaris et superbi. Nam fertur in scholis saepissime cantasse inter puerulos: arma amens capio nec sat rationis in armis» (Aen. II, 314). Capitolin., Clod. Alb., 5, 1.

[6] «cantabat praeterea versus senex, cum Gordianum filium vidisset, hos saepissime: ostendent terris hunc tantum fata etc.» (Aen,, VI, 869 sg.). Capitolin, Gord. 20, 5.

[7] «si te nulla movet etc.» (Aen,, IV, 272 sgg.). Lamprid., Ant. Diadum., 8, 7.

[8] «versus denique illius fertur, quem statim ad Aurelianum scripserat: eripe me his invicte malis» (Aen., VI, 365). Treb. Poll.,Trig. Tyrann., 24, 3.

[9] δύο άνδρας τών επιφανον άπέκτεινεν Ιούλιον Κρίσπον χιλιαρχον τῶν δορυφόρων ότιάαχθεστεις τῆτοῶ πολέμου κακώσ ει έπος τι τοῡ Μ΄αρωνος τοῡ ποιντῡ παρεφθεγξατο εν ώ κτλ. (Aen., XI, 371 sg.). Dion. Cass., 75, 10, 2.

[10] «egregius forma iuvenis, (dignus) cui pater haud Mezentius esset» (Aen., VI, 861; XII, 275). Capitolin. Opil. Macrin., 12, 9.

[11] «et tu legisti: incanaque menta regis romani. (Aen., VI, 809). dixerunt decies». Vopisc., Tacit., 5, 1.

[12] La più antica raccolta di Centoni virgiliani trovasi nel famoso Codice Salmasiano che è il primo nucleo dell’Antologia latina e risale all’VIII secolo, almeno. Ne contiene dodici di vari autori e di varie età, fra i quali anche la Medea di Osidio Geta. Uno solo fra questi è di argomento cristiano; esso non fu pubblicato né dal Burmanno né dal Meyer nelle loro edizioni dell’Antologia latina; lo pose in luce il Suringar (De ecclesia, anonymi cento virgilianus ineditus. Traiect. ad Rh., 1867), ed ha trovato accoglienza nell’Anthologia latina del Riese (Leipzig, 1894, I, p. 56).

Sui centoni in generale e sui virgiliani in particolare veggansi Haselberg, Commentari de centonibus, Putthus, 1846; Borgen, De centonibus homericis et virgilianis, Havniae, 1826; Revue analytique des ouvrages écrits en centons depuis les temps anciens jusqu’au XIX siecle, par un bibliophile belge, (Delepierre), Londres (Trübner) 1868. Tableau de la littérature du centon chez les anciens et les modernes (dello stesso). Lond., 1875. Müller, De re metr., p. 465 sg.; Milberg, Memorabilia virgiliana, p. 512.

[13] Notevole da questo aspetto è la Ciris attribuita a Virgilio stesso, la quale, se non è del tutto un centone virgiliano, è pur quasi tale.

[14] Cfr. Aschbach, Die Anicier und die römische Dichterin Proba (Wien, 1870), p. 57 sgg.

[15] Pubblicato da Bursian in Sitzungsber. d. Münch. Ak., 1878, 2, 1. 29.

[16] Tanta era la voga di questi centoni cristiani, che papa Gelasio nella sua nota dei libri canonici credette necessario dichiarare che quelli erano apocrifi. «Centonem de Christo Virgilianis compaginatum versibus, apocryphum». Decret, Gelas. Pap. (ann. 494), [V, 4, Dobschütz].

[17] Ausonio però se ne scusa nella lettera con cui manda il suo centone all’amico Paolo: «Piget vergiliani carminis dignitatem tam ioculari dehonestasse materia. Sed quid facerem? iussum erat; quodque est potentissimum imperandi genus, rogabat qui iubere poterat, S. imperator Valentinianus, vir meo iudicio eruditus». [XXVIII, 1, 5 sgg., Schenkl].

[18] Un’antica iscrizione romana dice: Silvano caelesti Q. Glitius Felix | Vergilianus poeta | d. d.; CIL, VI, 638. In una iscrizione greca di Egitto leggesi un centone omerico, di cui l’autore chiamasi «poeta omerico ». Ved. Letronne, Inscript. de l’Égypte, II, p. 347

[19] Trovasi anch’esso nel Codice Salmasiano, e lo ha pubblicato per primo il Quicherat in Bibl. de l’école des charte, II, p. 130. Il Suringar che lo ha ripubblicato, credendolo inedito, dopo il De ecclesia (p. 15), non ha indovinato né il nome dell’autore, né il tema. Non così il Riese che per primo lo ha collocato nella Anthologia latina, I, p. 39

[20] Historia critica scholiastarum latinorum (Lugd. Bat., 1834), vol II. Parecchi scritti speciali sono poi venuti a luce su taluni dei commentatori virgiliani, di Wagner, Teuber, Riese ed altri. Un lavoro critico di riassunto si ha oggi nei Prolegomeni di Ribbeck (p. 114200), al quale però è indispensabile aggiungere quanto offre l’importante lavoro di Hagen, Scholia Bernensia ad Vergili Bucolica et Georgica, Lips., 1867, p. 696 sgg

[21] Ribbeck (Prolegg., p. 178) dice che si sa soltanto di un commento di Elio Donato alle Georgiche e all’Eneide, non alle Bucoliche. Ma egli ha torto. La biografìa virgiliana, oggi superstite col nome di Donato, era premessa appunto al commento alle Bucoliche, e seguita quindi da notizie generali su queste che possediamo tuttora. Cfr. Hagen, Scholl. Bern,, p. 740 sgg.

[22] «puto quod puer legeris Aspri in Vergilium et Sallustium commentarios, Vulcatii in orationes Ciceronis, Victorini in dialogos eius et in Terenti comoedias, praeceptoris mei Donati aeque in Vergilium», Hieronym., Apol. adv. Rufin., I, p. 472 [Migne, 23, 410].

[23] Veggansi i luoghi di Servio relativi a Donato riuniti da Suringar, op. cit., p. 37 sgg. e quanto osserva Ribbeck, Prolegomm., p. 178 sgg.

[24] Serv., proem. eclog., p. 97 [Lion; cf. Filarg. pr. Brummer, o. c., p. 46, 145]; cf. anche un testo latino pubblicato da Quicherat in Bibl. de l’école des chartes, II, p. 128.

[25] Molto giovevole per tale studio riesce oggi l’edizione critica di Servio ed anche di altri commentatori virgiliani intrapresa da Thilo ed Hagen (Leipz., 1878 sgg.). Cfr. Georgii, Die antike Aeneiskritik, Stuttg., 1891, p. 9 sgg.

[26] «ut Servius dicit» ad Ecl., I, 12; III 20; IX, 1.

[27] Cfr. Lauer, Gesch. der homer. Poesie, p. 6 sg.; Grüfenhan, Gesch. d. class. Philologie im Alterth., II, p. 11 sg. Sugli ενστατικοί e i λυτικοί veggasi anche Lehrs, De Aristarchi studiis homericis, p. 197-224.

[28] Svet., Tiber., 70, 3; cfr. Gell. XIV, 6; Lauer, op. cit., p. 11.

[29] «cur» ovvero «quomodo dixit:...? Solvitur sic:...», Ad Aen., III, 203, 276, 341, 379; IV, 399, 545 ecc. ecc.

[30]                                                      «......... ut forte rogatus,

         Dum petit aut thermas aut Phoebi balnea, dicat

         Nutricem Anchisae, nomen patriamque novercae

         Anchemoli, dicat quot Acestes vixerit annis,

         Quot Siculi Phrygibus vini donaverit urnas»

                                                     Iuvenal., VII, 232 sgg

[31] «sciendum est locum hunc esse unum de XII (al. XIII) Vergili sive per naturam obscuris, sive insolubilibus, sive emendandis, sive sic relictis ut a nobis per historiae antiquae ignorantiam liquide non intelligantur». Serv., Ad Aen., IX, 361, «sciendum tamen et locum hunc esse unum de his, quos insolubiles diximus supra», id ad IX, 410; cfr. anche ad XII, 74; V, 626; Lehrs, de Aristarchi stud. hom., p. 219 sg.; Ribbeck, Prolegomm., p. 109 sgg. A questa categoria appartengono anche le antapodosis (quibus locis commemorantur quae non sunt ante praedicta) delle quali una e notata nel IX dell’Eneide, v. 452 da Servio, come la decima. Cf. Ribbeck, Prolegomm., p. 108 sg

[32] «Ergo per ramum virtutes dicit esse sectandas, qui est y litterae imitatio, quem ideo in silvis dicit latere, quia re vera in huius vitae confusione et maiore parte vitiorum virtus et integritas latet». Serv., Ad Aen., VI, 136. Per questa osservazione trovansi, nelle più antiche edizioni di Virgilio, attribuiti a questo poeta i versi di Massimino sul valore simbolico della lettera Y (Anthol. lat., n.° 632, ed. Riese):

         «Littera Pythagorae, discrimine secta bicorni,

         Humanae vitae speciem peraeferre videtur» etc.

[33] «Refutandae enim sunt allegoriae in bucolico carmine, nisi cum ex aliqua agrorum perditorum necessitate descendunt», ad Ecl., III, 20.

[34] Cfr. Schaper, Ueber die Entstehungszeit der Virgilischen Eclogen, in Jahrbb. J. Philolog. u. Paedag., vol. 89 (1864), p. 640 sgg.

[35] Suringar, Hist. crit. scholiastt. Latinn., II, p. 79. L’ediz. di Lion, però invece di «Arbusta, fruteta, idest scholastici» offre «Arbusta, fructeta scholastici vocabant.».

[36] Ad Georg., I, 229. Non mancano espressioni d’ammirazione, come: «unde apparet divinum poetam aliud agentem verum sempre attingere» ad Aen., III, 349.

[37] «.... melius existimans loquacitate quadam te facere doctiorem, quam tenebrosae brevitatis vitio in erroribus linquere», Praef.

[38] «Si Maronis carmina competenter attenderis et eorum mentem congrue comprehenderis, invenies in poeta rhetorem summum atque inde intelleges Vergilium non grammaticos, sed oratorie praecipuos tradere debuisse». Praef. ed. Georgii, Lipsiae, 1905-06.

[39] Lo leggo in una edizione di Virgilio di Venezia (Giunti) 1544. Un’altra ve n’ha di Napoli 1535 ed una di Basilea (per cura di G. Fabricio) 1561. Il Crinito nel 1496 faceva alcuni estratti da un codice fiorentino di questo commento, ma con poca sua soddisfazione: «videtur opera ludi, non enim omnino doctus hic... Donatus». Cfr. Mommsen in Rhein, Museum N. F. XVI, p. 139 sg.; Valmaggi in Riv. d. filol. cl. XIV (1886) p. 31 sgg.; Burkas, De Tib. Cl. Donati in Aen. Comment., Iena 1883.

[40] «.... inveniemus Vergilium id esse professum ut gesta Aeneae percurreret, non ut aliquam scientiae interioris vel philosophiae partem quasi assertor assumere» Praef., p. 6, 9. (Cfr. anche il principio della Pref., quanto allo scopo dell’Eneide).

[41] «Interea hoc quoque mirandum debet adverti, sic Aeneae laudem esse dispositam, ut in ipsam exquisita arte omnium materiarum genera convenirent, quo fìt ut Vergiliani carminis lector rhetoricis praeceptis instrui possit, et omnia vivendi agendique officia reperire». Praef., p. 6, 13.

[42] Cfr. Quint. II, 21, 5.

[43] Cfr. Hagen, Scholia Bernensia, p. 733, 984.

[44] Rhetores latini minores, ed. Halm, p. 38 sgg

[45] Cfr. Haupt, in Hermes, III, p. 223.

[46] «et Titianus et Calvus, qui themata omnia de Vergillo elicuerunt et deformarunt ad dicendi usum, in exemplo controversiarum has duas posuerunt allocutiones dicentes Venerem agere statu absolutivo cum dicit Iunoni «causa fuisti periculorum his quibus Italiam fata concesserant», Junonem vero niti statu relativo, per quem ostendit Troianos non sua causa laborare, sed Veneris». Serv., ad Aen., X, 18. Nello stesso secolo il medesimo uso di trarre temi da Virgilio era seguito nelle scuole dei retori d’Africa, come rileviamo da Agostino, Confession., I, 17.

[47] «Qui in Vergilium scripsit declamationes, de hoc loco hoc sit, etc.», Serv., ad Aen., X, 532. Abbiamo in prosa la declamazione di Ennodio «Verba Didonis cum abeuntem videret Aeneam» sul tema Aen., IV, 365 sgg. (Dictio, XXVIII) [ed. Hartel, Vind. 1882, p. 505 sgg.]. Delle declamazioni in versi parleremo più tardi.

[48] Cfr. Ribbeck, Prolegg., p. 186 sg

[49] «Post apicem divinitatis ego illa sum, quae vel commuto si sunt facta vel facio...; nos regna regimus et imperantes salubria iubemus.... Ante scipiones et trabeas est pomposa recitatio.... Poetica, iuris peritia, dialectica, arithmetica cum me utantur quasi genitrice me tamen asserente sunt pretio». Questo dice la retorica presso Ennodio, Opusc., VI, 15, 16, 17 [p. 407, 9, 18, 21, 24].

[50] All’uso di Virgilio nelle scuole in quest’epoca, e più tardi, oltre a Macrobio, allude anche Orosio (I, c. 18) [ed. Zangemeister]: «Aeneae.... qualia per triennium bella exciverit, quantos populos implicuerit, odio excidioque afflixerit, ludi litterari disciplina nostrae quoque memoriae inustum est»; ed anche, in modo più prossimo al punto di vista di Macrobio, Fulgenzio il quale parlando di Virgilio dice: «sed illa tantum quaerimus levia quae mensualibus stipendiis grammatici distrahunt puerilibus auscultatibus». De Verg. Contin., p. 742 [ed. Helm. Lips. 1908, p. 86, 4]; «Si me scholarum praeteritarum non fallit memoria», ib., p. 748 [p. 90, 21]; «Unde et infantibus, quibus haec nostra (Vergili) materia traditur, isti sunt ordines consequendi», ib., p. 747 [p. 90, 10]. Nel quarto secolo, come rileviamo da Ausonio, Virgilio ed Omero erano letti nelle scuole come al tempo di Quintiliano, e con essi Menandro, Terenzio, Orazio, Sallustio, Schenkl, XIII, 46 sg. [pagine 263, 46 Peiper]. Un grammatico è detto da Ausonio (Ap. V, 3, 1 [p. 421 PEIp. ] «arma virumque docens atque arma virumque peritus»; Sidonio Apollinare (V sec.) nel carme panegirico in onore di Antemio, pone Virgilio come primo fra gli autori latini studiati da costui, e dopo di esso Cicerone, Livio, Sallustio, Varrone, Plauto, Quintiliano, Tacito; Carm., II, v. 184 sgg. ed. Mohr.

[51] «nullius disciplinae expers plene», In Somn. Scip., I, 6, 44; «disciplinarum omnium peritissimus», ib., I, 15, 12; «omnium disciplinarum peritus», Sat., I, 16, 12.

[52] «quem nullius unquam disciplinae error involvit» in S. Scip., II, 8, 1; «manifestum est omnibus quid Maro dixerit, quem constat erroris ignarum: erit ingenii singulorum invenire, quid possit amplius pro absolvenda hac quaestione conferri» in S. Scip. II, 8, 8

[53] Sat., I, 24, 12 sgg

[54] «Conrugato indicavere vultu plerique de considentibus Evangeli interventum otio suo inamoenum, minusque placido conventui congruentem. Erat enim amarulenta dicacitate et lingua proterve mordaci procax ac securus offensarum, quasi sine delectu cari vel non amici in se passim verbis odia serentibus provocabat». Sat., I. 7, 2.

[55] «cumque adhuc dicentem omnes exhorruissent». Sat., I, 24, 8.

[56] «Unde enim Veneto rusticis parentibus nato, inter silvas et frutices educto vel levis graecarum notitia litterarum», Sat., V, 2,1

[57] «Qui enim moriens poema suum legavit igni, quid nisi famae suae vulnera posteritati subtrahenda curavit? Nec immerito; erubuit quippe de se futura iudicia, si legeretur petitio deae precantis filio arma a marito cui soli nupserat, nec ex eo prolem suscepisse se noverat, vel si mille alia multum pudenda, seu in verbis modo Graecis modo barbaris, seu in ipsa dispositione operia deprehenderentur». Sat., I. 24. 67.

[58] In S. Scip., I, 6, 44. Il tenore di questa parte dell’opera si rileva dalle parole con cui se ne parla nel primo libro: «de astrologia totaque philosophia teneret, quam parcus et sobrius operi suo nusquam reprehendendus aspersit», Sat., I, 24, 18.

[59] La dottrina di Virgilio in cose greche è definita da Eustazio colla seguente iperbole: «Cave,... Evangele, graecorum quemquam, vel de summis auctoribus, tantam Graecae doctrinae hausisse copiam credas, quantam sollertia Maronis vel adsecuta est vel in suo opere digessit», Sat., V, 2, 2.

[60] Altri oggi pensa che Macrobio non adoperasse il commento di Servio, ma piuttosto il testo di Servio fosse poi interpolato con notizie desunte da Macrobio; ved. Wissowa, De Macrobii fontibus. Bresl., 1880, p. 55.

[61] Lo dice egli stesso schiettamente nella prefazione (4): «nec mihi vitio vertas, si res quas ex lectione varia mutuabor ipsis saepe verbis quibus ab ipsis auctoribus enarratae sunt explicabo..., et boni consulas oportet si notitiam vetustatis modo nostris non obscure, modo ipsis antiquorum fideliter verbis recognoscas».

[62] «Et quia non est erubescendum Vergilio si minorem se Homero vel ipse fateatur, dicam in quibus mihi visus sit gracilior auctore». V, 13, 1.

[63] «Cui etiam gratia hoc nomine habenda est, quod nonnulla ab illis in opus suum, quod aeterno mansurum est, transferendo, fecit ne omnino memoria veterum deleretur: quos, sicut praesens sensus ostendit, non solum neglectui, verum etiam risui habere iam coepimus. Denique et iudicio transferendi et modo imitandi consecutus est ut quod apud illum legerimus alienum, aut illius esse malimus aut melius hic quam ubi natum est sonare miremur». Sat., VI, 1, 56.

[64] Tale, qualunque cristiano, mostrasi tuttavia nei suoi scritti anche Prisciano, almeno quanto alla scelta delle autorità; ben diverso in ciò dal poco posteriore Isidoro.

[65] Cfr. Keil, Grammat lat., II, p. IX sg., XXIX sgg.; IV, p. XXXV sgg.

[66] Un saggio ne offre il suo discepolo Eutyche, assai adoperato nel medio evo: «de quibus omnibus terminationibus et traductionibus quia romanae lumen facundiae, meus, immo communis omnium hominum praeceptor in quarto de nomine libro summa cum subtilitate disseiruisse cognoscitur» etc.. Eutychis, Ars de verbo, ap. Keil, Gramm, lat., V, 456. Cfr. Thurot, in Notices et extraits, t. XXII, part. 2, p. 63.

[67] Gli esempi nell’Ars maior di Donato ascendono appena ad un centinaio, dei quali quasi ottanta sono di Virgilio. Prisciano nell’assieme dei vari suoi scritti, molto più estesi e dotti che quei di Donato, offre un grandissimo numero dì citazioni. L’autore più frequentemente adoperato è Virgilio, il quale è citato più di 1200 volte; non raggiungono la metà di questo numero le citazioni di Terenzio, che è il più frequentemente adoperato dopo Virgilio; poi vengono Cicerone e Plauto; poi Orazio e Lucano; poi Giovenale e dopo di lui Sallustio, Stazio ed Ovidio; quindi Lucrezio, Persio etc.

[68] Partitiones XII versuum Aeneidos principalium, ap. Keil, Grammat. lat., III, 459-515.

[69] «Quod ita elegantius auctore (Apollonio Rhodio) digessit ut fabula lascivientis Didonis, quam falsam novit universitas, per tot tamen saecula speciem veritatis obtineat et ita pro vero per ora omnium volitet, ut pictores fictoresque et qui figmentis liciorum contextas imitantur effigies hac materia vel maxime in effigiandis simulacris tamquam unico argumento decoris utantur, nec minus histrionum perpetuis et gestibus et cantibus celebretur» Macrob., Sat., V, 17, 5. «Quod Maro Phoenissae cantatur et Naso Corinnae» Victorin., Ep. ad Salm., 73. Cfr. Auson., XXIV, 2, Schenkl., Al Cupido cruci affixus di Ausonio serve di tema una pittura murale che nel triclinio di una casa di Treviri rappresentava i lugentes campi del VI dell’Eneide.

[70]   «Aut Maro Traiano lectus in urbe foro».

                                            Venant. Fort., VII, 8, 26.

         Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu

         Audit Traiano Roma verenda foro»

                                                        Id., III, 18, 8.

[71] Cfr. V. Labbé. Biblioth. nova mss., I, p. 688

[72]    «In tantum prisci defluxit fama Maronis,

         Ut te Vergilium saecula nostra darent.

         Si fatuo dabitur tam sanctum nomen homullo

         Gloria maiorum curret in opprobrium» etc.

                              Ennod., CCCXXVIVIIa, rec. Vogel.

Si è creduto a torto da taluno che qui si tratti del Virgilio grammatico, di cui parleremo a suo luogo. Molti ebbero o presero il nome di Virgilio nella decadenza e nel medio evo. Cfr. Ozanam, La civilisat. Chret. Chez les Francs, p. 420.

[73] Ved. su questo cod. Ribbeck, Prolegg., p. 209 sgg.

[74] «Si mihi nunc altius evagari poetico liceret eloquio, totum de novo saeculo Maronis excursum, vati similis, in tuum nomen excriberem. Dicerem coelo redisse iustitiam etc. etc.». Symm., Laud. in Gratian. aug., 9, rec. Seeck.

[75] Cfr. AM. Thierry, Saint Jérôme, II, p. 191 sgg.

[76] Nel carme panegirico in onore di Avito, Sidonio Apollinare fa dire al re dei Goti (VII, v. 495 sgg.): «mihi Romula dudum Per te iura placent, parvumque ediscere iussit Ad tua verba pater, docili quo prisca Maronis Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores;».

[77] «Sicuti, cum poetam dicimus nec addimus nomen, subauditur apud Graecos egregius Homerus, apud nos Vergilius». Iustin., Institution., I, 2, 2, 14: «.... et apud Homerum, patrem omnis virtutis», id., Const. Omnem. 11. Cfr. Cassiodor., De artibus etc., 559 (p. 1151 Migne) «ut poeta dictus intelligitur Virgilius, orator enuntiatus advertitur Cicero».


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- Quadro di Cebere: Cebes, discepolo di Socrate e testimone della sua morte, autore di tre dialoghi filosofici, tra cui Πίναξ, tabula, cioè il quadro, libro scolastico molto letto contenente una pittura allegorica della vita umana e dello stato dell'anima prima della sua unione col corpo, considerata dai giovani, spiegata da un vecchio. Lo scopo è do provare come solo la cultura dello spirito e la conoscenza della virtù conducono alla felicità. (l'operetta secondo alcuni dovrebbe essere attribuita a uno stoico di Cizico vissuto nel II secolo e avente lo stesso nome). [da: Lessico classico, ndr]

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004