Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo IV

 

Un posto simile a quello che teneva nell’insegnamento grammaticale occupava Virgilio anche nello studio retorico che faceva seguito immediatamente allo studio della grammatica e con esso strettamente si connetteva, tanto che alcuni precetti o esercizi di carattere retorico, già eran fatti dal grammatico[1], ed anche molti insegnanti, singolarmente in una più antica epoca, si erano occupati di ambedue gl’insegnamenti[2]. Ma mentre la grammatica nel primo secolo ha uno sviluppo nobile, la retorica si distingue in esso per una notevole decadenza. È una pianta parassita che ha perduto ogni alimento proprio col cadere della libertà, e si regge artificialmente invadendo tutto il campo letterario, dandogli il proprio colorito, paralizzandone o imbastardendone i prodotti. In quella frenesia di declamazione che tanto era generale da proporzionare ad essa gli intenti e le dottrine e i metodi dell’insegnamento e della generale educazione, vario era l’uso del poeta. Naturalmente nella teoria retorica, in tutto quanto ai riferiva ai precetti, molto per la esemplificazione si traeva da esso, che era già noto ed usato assai nell’insegnamento antecedente, ed in cui già il grammatico aveva avvezzato i giovani a cercare le figure e i tropi. Nella parte prattica, che era propriamente la principale nelle scuole comuni, oltre ai temi per le declamazioni, ne traevano sentenze, immagini, idee, ed espedienti oratorii, ne imitavano le descrizioni, copiavano talune espressioni felici; e di quest’uso nella scuola e fuori, si ha già esempio fin dai primissimi tempi della sua rinomanza, fra i più distinti retori dell’evo augusteo contemporanei del poeta, fra i quali principalmente, per farsi amico Mecenate, distinguevasi nel prendere molto da Virgilio, Arellio Fusco, uno dei numerosi amici di Seneca il vecchio[3] . A questo aveva servito già, e serviva tuttavia anche Omero, nel quale gli antichi trovavano il più vetusto monumento dello studio retorico, ponendo che i discorsi degli eroi omerici da questo studio fossero guidati. Lo stesso sobrio Quintiliano si entusiasma parlando delle virtù della eloquenza omerica, grande in ogni genere[4]. Qualità retoriche era tanto più facile trovarle in Virgilio, che realmente egli, non meno che tutti i poeti dell’evo augusteo, era uscito dalla solita scuola del grammatico e del retore. Ovidio porge colle Eroidi (Suasoriae) il più chiaro esempio dello studio retorico di quei poeti. Può essere poi un fatto fortuito, ma forse non lo è tanto quanto pare, che le più antiche citazioni oggi note di versi Virgiliani ricorrano appunto in bocca di retori contemporanei del poeta, i quali o se ne servono per le loro composizioni, o ne parlano da un aspetto retorico[5].

Se i poeti augustei avevan saputo difendersi dalla retorica tanto da non connaturare con essa la loro poesia, ciò non accadde ai poeti posteriori, i quali subirono l’influsso di quell’essenziale efficiente delle lettere latine, in tanto alto grado che spesso, come Lucano, Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, non sono in realtà che retori i quali declamano in versi. Questo livellarsi della poesia e della retorica, portava naturalmente seco che dall’un campo all’altro ci fosse scambio di mezzi. La poesia guidata dal mal gusto generale che domandava ai poeti quanto ai declamatori, aveva bisogno di ricorrere al retore per tutta la suppellettile a ciò necessaria. L’eloquenza poi, vuota com’era, non curante affatto dei mezzi logici che inducono la persuasione col raziocinio, ma solo limitata a mezzi puramente letterari o formali, spoglia inoltre di ogni fondamento subbiettivo e ridotta a temi sprovvisti di ogni realtà e di ogni interesse, poneva l’oratore nella condizione del poeta, dando tortamente ad un genere di arte che ha la sua ragione di essere unicamente nel fatto prattico e reale, il carattere astrattamente artistico e ideale della poesia. Declamando a freddo sopra soggetti puerili, fittizi, privi d’interesse e spesso dati anche all’improvviso, il calore e la vita e l’enfasi mancanti affatto all’animo dovevano essere simulati artificialmente ricorrendo al prestigio del linguaggio poetico, tanto più abusando di esso quanto più grande era il vuoto che doveva coprire, quanto più il gusto del pubblico era portato ad ammirare il gran risuono e il gonfio e l’affettato[6]. Quello fra i vari generi di poesia che meglio si adattava agli intenti di questa gente era naturalmente l’epico, tanto perché il meno subbiettivo di tutti, quanto perché il più ricco di ogni varietà di stili e di situazioni oratorie. Come nelle qualità poetiche così nelle qualità oratorie, Virgilio fra i poeti, nella stima comune, non era secondo che ad Omero; ed in ciò con gli altri si accorda anche Quintiliano, che pur non approva l’uso smodato dei poeti per parte dell’oratore e definisce così anche la povertà poetica di Lucano, dicendo essere egli più opportuno per gli oratori che per i poeti[7]. Certo Virgilio fu grandemente adoperato dai retori d’allora, e ne vediamo un segno evidente nel retorepoeta Annio Floro, che, come più tardi Macrobio, sul principio del 2° secolo trattava la questione «se Virgilio sia piuttosto oratore o poeta» in uno scritto speciale[8]. L’autorità di Cicerone era naturalmente grande nelle scuole dei retori, ma quella di Virgilio lo era al segno che, come osserva l’autore del dialogo De Oratoribus, era più facile trovare chi dicesse male di Cicerone che di Virgilio[9].

Questo poeta ebbe insorte di rimanere sempre a galla, sia che limpida o torbida fosse la corrente che lo tramandava alle generazioni future. Seneca, spirito che sorprende ad onta dei molti difetti e che marita la declamazione e più eccessi retorici alla filosofia, niun altro autore cita così spesso come Virgilio, che venera altamente[10], e che suo padre aveva conosciuto di persona. Piacque ai retori di cattiva lega, e piacque anche a quanti si opponevano all’andazzo dei tempi; piacque a Quintiliano[11], che inutilmente cercò di ricondurre gli studi di stile sulla buona via; piacque all’autore del dialogo De Oratoribus, e se non è tutt’uno, piacque a Tacito, uomo che fu grande a dispetto delle scuole e del gusto volgare, e che ne’ suoi scritti non di rado mostra d’avere assai letto e studiato il Mantovano[12]. Ma la universalità di tanta ammirazione acquista una speciale caratteristica da questo, che ormai si appalesano nel campo letterario taluni elementi di reazione sfavorevoli ai poeti della scuola augustea; de’ quali dobbiamo segnar la misura, spiegando come la voga di Virgilio e degli altri suoi compagni in poesia non ne patisse danno.

Fra i molti artifici con cui i retori di varie scuole cercavano di soddisfare al desiderio di novità in tanta voga di declamazioni, c’era il cercar di dare un carattere severo e solenne al dettato, rendendolo contorto ed oscuro. Scrivere in modo semplice, chiaro e disinvolto, sarebbe stato per molti, come per certuni anche oggidì, un delitto di lesa arte retorica. Un retore diceva ad un discepolo: Abbuja! abbuja!, e lo scolare abbuiava; e il maestro contento diceva: bravo! ora sta bene; neppure a me riesce capirne nulla[13]. Questa specie di affettazione che voleva imporre con una apparenza di profondità e di dottrina, conduceva anche all’uso delle parole insolite e viete, e così ad una reazione contro gli scrittori della ultima più grande scuola, richiamando in vita lo studio dei più antichi. La serie di tentativi per cui la lingua letteraria si venne formando presso i latini portava naturalmente con sé che, anche dopo trovata una forma definitiva di prosa e di poesia, una certa autorità rimanesse a quelli scrittori che, se non toccarono la meta, pur contribuirono ad arrivarvi. Singolarmente, oltre ad un merito intrinseco che faceva venerare in certi limiti questi antichi poeti e prosatori, c’era una tradizione teoretica che ne teneva in vita l’autorità, in tutta quella disciplina di grammatica e di erudizione filologica che serviva indispensabilmente allo scrittore anche nella migliore epoca, e che in fondo da principio era basata su di essi. Così c’era propriamente fra i grammatici (in quella sfera cioè da cui emergeva l’educazione intellettuale di ogni scrittore) una continua occasione di rivolger lo sguardo alla letteratura antica. Il nuovo indirizzo letterario poi, risultante dall’influenza e dall’autorità di Cicerone e Virgilio, offriva bensì nei modelli che proponeva un largo tesoro di linguaggio eletto, ma non tanto facilmente maneggevole, per chi alle guide e alle norme puramente meccaniche della grammatica e della retorica non riunisse una finezza di gusto naturale. In un tempo in cui l’erudizione e la dottrina filologica era ammirata generalmente, ed anzi richiesta dal pubblico negli scrittori, in cui una parte cospicua del tesoro letterario della nazione era costituita da un gran numero di antichi scrittori, imperfetti, bensì, ma pure non del tutto da gittarsi via, il gusto di chi scriveva era facilmente esposto ad essere fuorviato nella scelta e nell’uso degli esemplari da imitare. La parola antiquata ha invero una certa sua efficacia speciale[14], ed è facile pensare a servirsene come di mezzo retorico; ma il farlo senza cadere in gravi difetti è cosa che richiede squisitezza di criterio artistico quale a pochi è accordata[15]. Invero dei grammatici e degli scrittori che si mostrassero propensi per lo stile e i vocaboli antiquati non mancarono neppure nei più bei tempi della prosa e della poesia romana. Già Cesare[16] biasimava questa affettazione e così Orazio e Virgilio stesso[17], come più tardi Seneca, Quintiliano ed altri. Ma l’apice che toccò la prosa e la poesia ai tempi augustei, ed il gusto generalmente più fino e corretto che allora regnava, impedirono a quel movimento di prendere proporzioni considerevoli, e rimase assai oscuro. Esso però, col prevaler della forma nell’opera letteraria, e coll’accrescersi del vuoto che sotto quella si copriva, rendesi più visibile e notorio al tempo degli Antonini. Le tendenze greche di taluni imperatori, l’amore (singolarmente di Adriano) per certi prodotti degli alessandrini, l’ammirazione pel pomposo, pel misterioso, pel peregrino che domina in quell’epoca favorevolissima a cerretani d’ogni specie, il bisogno di supplire con mezzi artificiali alla mancanza di creazione artistica, consigliavano di ricorrere all’arcaismo, alla parola insolita, per dare prestigio ed apparente autorità e gravità a frasi vuote e pompose.

Il più noto rappresentante di questo indirizzo è il Cicerone di quell’epoca, il maestro di M. Aurelio e L. Vero, M. Cornelio Frontone, gran padre di ogni pedanteria, che insegnava ad andar pescando «insperata atque inopinata verba», e a dare al dettato un certo coloretto di vetustà (colorem vetusculum appingere). Giudicando da quel che ci rimarne di lui, egli dei poeti della scuola augustea fece pochissimo uso nei suoi studi di stile e di lingua. Qua e là nei suoi scritti qualche rara reminiscenza di Virgilio e d’Orazio si ritrova[18], ma da attribuirsi alla influenza delle comuni scuole da cui egli stesso era uscito. Virgilio è appena da lui citato una volta[19] e di Orazio egli parla come di poeta semplicemente «memorabilis»[20]. Frontone fu invero un caposcuola che ebbe non pochi seguaci, e lasciò dopo di sé una certa tradizione retorica che singolarmente dominò nella Gallia[21]. Ma propriamente la sua influenza si ristrinse al campo più limitato della prosa puramente retorica, e non se ne scorge molto evidente traccia negli scrittori che ci rimangono. Del resto mi pare che da certi indizi si possa conchiudere che non tutti i Frontoniani seguissero rigorosamente il maestro nei giudizi e nell’uso degli scrittori dell’evo augusteo. Nello stesso circolo degli amici ed ammiratori di Frontone troviamo uomini che non solo fanno grande uso di Virgilio nelle loro elucubrazioni grammaticali ed erudite, ma anche ne fanno soggetto di lavori speciali, come p. es. Sulpicio Apollinare, maestro di Pertinace, il quale ad una sua edizione dell’Eneide premetteva i tre enfatici distici, che rimasero celebri, relativi all’ordine dato da Virgilio morente di bruciare quell’opera, e componeva le perioche in versi dei singoli libri, che pure possediamo[22]. Certo è che questo movimento Frontoniano occupa una regione limitata del campo letterario, e non si estende propriamente a quelle comuni scuole che nell’impero erano il fondamento della educazione generale. In queste l’uso e l’autorità di Virgilio e degli altri poeti rimasero intatti e non patirono danno dall’influenza di Frontone, né corsero né potevano correre rischio di essere scavalcati da Ennio, o da Lucilio, o da Lucrezio, che taluni ad essi preferivano.

Questa recrudescenza di venerazione per gli antichi e questo moto reazionario in favore di essi non era invero rappresentato dal solo Frontone e dai Frontoniani. Ma Frontone eccedeva, più invero nel metodo dello studio e nella scelta degli esemplari, che nella sua maniera di scrivere; ché altri, rimasti più oscuri, spinsero l’affettazione dell’antico a proporzioni ben più strane. Eccedeva però anche rimpetto agli uomini che aveano gusto simile al suo; poiché fra i tanti che veneravano la letteratura antica pochissimi spingevano la cosa al punto da trasandare lo studio di Virgilio.

Un libro importante per la conoscenza delle idee letterarie e dell’indirizzo degli studi di questo tempo è il libro di Gellio. Gellio non è un Frontoniano; neppure come grammatico può dirsi ch’egli appartenga ad una scuola piuttosto che ad un’altra[23]. Ei non è altro che un erudito dilettante il quale raccoglie appunti sopra soggetti svariati, tanto dai libri quanto dai vari circoli letterari che frequenta; predilige però principalmente le ricerche sulla storia della lingua; e tutto quanto concerne la proprietà e l’uso dei vocaboli ha per lui un incentivo particolare[24]. È antiquario in filologia, o amatore di curiosità filologiche, perciò venera i secchioni della repubblica dinanzi ai quali si rimpiccolisce tutto, mentre tratta assai leggermente alcuni grammatici dell’impero[25], senza eccettuare l’autorevole Verrio Flacco[26]. Non dice una parola né di Tacito né di Quintiliano e maltratta Seneca[27], come lo maltratta Frontone, perché non solo trasandato nello stile e nella lingua, ma derisore dei cercatori di arcaismi e degli studiosi dei vecchi poeti. Così Gellio si muove in quella stessa atmosfera in cui si muove Frontone, del quale parla quindi con elogio, ed ha con questo comunanza di gusti. Quantunque però nel suo etile e nella sua lingua si riconoscano le sue predilezioni antiquarie, il suo campo è troppo distinto da quello di Frontone perché ci si possa chiamare Frontoniano[28]. È degno di nota a tal riguardo un capitolo in cui Gellio riferisce e non disapprova certe parole di Favorino contro l’uso degli arcaismi[29]. Ma in questo libro, che tanto è prezioso documento della vita letteraria di quell’epoca a Roma e fuori, importantissimo per noi è il molto uso che si fa di Virgilio.

Presso Gellio, Virgilio figura come scrittore di grandissima autorità in fatto di lingua, di proprietà e di eleganza[30]. In questo campo, che è il proprio di Gellio, Virgilio non solo è citato come autorità, ma è anche difeso contro gli appunti dei grammatici dell’epoca antecedente[31], quali principalmente Igino ed Anneo Cornuto, censurati con parole anche aspre[32]. Di rado si concede che qualche parola sia stata usata impropriamente o inopportunamente da Virgilio[33]. Taluni appunti relativi a cose di fatto, a certe inconseguenze o contradizioni, sono riferiti, discusse le varie spiegazioni, ma non tolti di mezzo. Tutta questa critica di minuzie non va molto in là, né si estolle in regioni più larghe e più alte quando tocca più da vicino l’arte virgiliana. In ciò essa è unicamente limitata a paralleli fra alcuni poeti greci e Virgilio, ma solo per tale o tal altro luogo. Virgilio in taluni casi è felice in altri infelice imitatore, qua e là egli è riconosciuto inferiore ad Omero. Favorino confronta la descrizione dell’Etna che è nell’Eneide, con la celebre di Pindaro (Pyth. I), e la trova inferiore assai[34]; il che è vero senza dubbio. Ma le ragioni che adduce sono di poco o nessun momento; egli non sa far altro che confrontare espressione con espressione, né sa addentrarsi nelle proprie ragioni dell’arte, distinguere fra ciò che la essenza stessa delle cose impone o accorda a due generi di poesia così opposti come sono la epopea e la lirica, singolarmente quando quest’ultima ha tutto quel miracoloso slancio che sa imprimerle la mente del poeta tebano. La scuola d’allora non andava fin là; se essa si mostra assai indipendente ancora e non esita a riconoscere i difetti di uno scrittore di grande autorità, i suoi giudizi (non sempre retti) si tengono all’esterno, a quella parte formale che era l’esclusivo soggetto della prammatica letteraria del tempo.

I grammatici erano, gente alla moda che dava spettacolo del proprio sapere; c’era da per tutto un pubblico ghiotto di quel trattenimento. Era stato chiamato a Brindisi uno di costoro; quando Gellio giunse in quella città trovò che dava saggio di sé leggendo il settimo dell’Eneide e invitando il pubblico a muovergli questioni e difficoltà. Leggeva barbaramente, e ad una questione che Gellio gli mosse rispose in modo ridicolo[35]. Di simili cerretani parla Gellio assai spesso. Intanto vediamo quanto e quale uso si facesse di Virgilio in quella sfera, dai più alti agli infimi. V’erano invero degli uomini che preferivano Lucilio ad Orazio, Ennio o Lucrezio a Virgilio, ma erano eccezioni[36]. Uno dei più celebri fu l’imperatore Adriano[37]; ma pure la sua ammirazione per Ennio non gli impediva di consultare le sorti virgiliane anch’egli, e di avere spesso per la bocca i versi di Virgilio[38]. Le parole che Gellio adopera parlando di un tale che si voleva chiamare Ennianista e leggeva Ennio nell’anfiteatro di Pozzuoli, evidentemente mostrano che questa lettura pubblica di Ennio era allora cosa insolita. Marziale che per l’indole sua come poeta e come uomo non appartiene ad alcun gruppo letterario, e rappresenta il sentimento più generale in fatto di letteratura, era sicuro di trovare l’approvazione dei più quando notava come un torto dei romani l’aver seguitato a legger Ennio mentre viveva un Virgilio, e quando con un pungente epigramma derideva un di questi tenebrosi che a Virgilio preferiva l’inintelligibile Elvio Cinna[39].

Generalmente i dotti deplorano il poco studio che soleva farsi degli antichi[40].

Del resto Virgilio fra tutti i poeti augustei fu quello che andò più a versi anche di coloro che aveano delle preferenze pei più antichi scrittori. Nelle Notti Attiche gli autori più frequentemente citati sono Ennio, Laberio, Plauto, Cesare, Cicerone, Lucilio, Nigidio Figulo, Catone, Sallustio, Varrone, Virgilio[41]. L’autorità grammaticale ed erudita di Virgilio è così equiparata a quella degli scrittori della repubblica. Degli altri poeti augustei il solo Orazio è citato nelle Notti Attiche due o tre volte. Lo stesso in proporzioni molto maggiori si nota nell’opera, già citata, di Nonio. La massima autorità è Virgilio, dopo di lui con grande intervallo vien Cicerone, poi Plauto, poi Varrone, e quindi in ordine di diminuzione, Lucilio, Terenzio, Accio, Afranio, Ennio e Lucrezio, Sallustio, Pacuvio, Pomponio, Cecilio, Nevio, Novio, Turpilio, Titinio, Laberio, Livio Andronico ecc. Le citazioni di qualche altro poeta augusteo, come in generale di scrittori dell’impero, sono in Nonio le più scarse di tutte. Oltre alle altre ragioni per cui Virgilio era considerato come suprema autorità grammaticale, questo mescolarlo cogli scrittori di un’epoca dalla quale l’arte sua è affatto divisa, aveva una ragione sua speciale. Virgilio è l’unico dei poeti augustei che ha saputo servirsi della parola antiquata senza cadere nell’affettazione; senza scapito di sorta, la sua poesia lascia riconoscere uno studio intenso e diligente degli antichi scrittori latini. Egli soddisfaceva così a tendenze diverse ed opposte, talché non solo conservava la sua autorità fra gli uomini di gusto più moderno, come Seneca che è agli antipodi di Gellio e Frontone, ma i filologi antiquari volentieri davano a lui un alto posto anche in mezzo a quegli hircosi dai quali egli come artista era tanto lontano. Quintiliano nel rilevare le difficoltà di servirsi con successo della parola antiquata, nota la maestria in ciò di Virgilio che, com’ei dice, è stato il solo che abbia saputo farlo[42]. Seneca crede che egli introducesse nella sua poesia quell’elemento arcaizzante per piacere al populus Ennianus[43]: ma questo giudizio, trattandosi di un uomo di così delicato sentire, è formulato troppo rozzamente ed è un risultato dell’ammirazione pel poeta combinata col poco rispetto per la vecchia letteratura, che distingue Seneca. Virgilio era anch’egli di quell’Ennianus populus, ma era tanto artista da sapere in quali limiti e come servirsi di Ennio e degli altri antichi; lo sapeva meglio di Orazio, più accorto nel formulare su ciò la equa massima da seguire[44] che studioso di applicarla, misurandosi nel difficile arringo.

La nominanza del poeta non soffrì adunque pur menomamente da quel moto reazionario manifestatosi in un certo campo degli studi, quantunque non sembri aver goduto le simpatie di Frontone. Ma la vitalità di quel nome era troppo potente perché un traviamento qualunque potesse nuocerle. Al secolo che ammirò Apuleio, uomo di molto ingegno, ma scrittore ridicolo ed insopportabile per la gonfiezza più esagerata e per la dicitura più stranamente peregrina, al secolo che a lui innalzò una statua e udì con ammirazione parlata e scritta da africani una lingua latina di nuovo conio, a quel secolo certamente Virgilio avrebbe dovuto parere scolorato, snervato, molle ed insipido. Eppure tanto grande era questo nome, e tanta autorità aveano accumulato su di lui quanti erano alati uomini illustri e dotti insegnanti delle antecedenti generazioni, che in mezzo a quel nuovo trionfare del cattivo gusto, un prestigio irresistibile, ed il suo rapporto colla educazione generale, lo posero in salvo. Nelle scuole dei grammatici e dei retori, in ogni classe più o meno colta rimase venerato sempre, e lo vedremo grandeggiare costantemente in mezzo alle peripezie delle lettere latine che ancor più precipitosamente rovinavano da Marco Aurelio in poi.

Ma se il nome non diminuiva di grandezza e conservava il suo pristino posto fra i nomi dell’antichità classica, le mutate condizioni dell’ambiente intellettuale per cui passava gli faceano necessariamente cambiar natura. Creazione poetica vera e propria manca affatto a quest’epoca, come mancherà sempre d’ora innanzi nelle lettere latine. La retorica si è sostituita alla poesia, che vive d’imitazione, attenendosi a Virgilio come a supremo modello. E qui si scorge un’altra essenziale differenza fra le nominanze di Omero e di Virgilio. Omero esercita una influenza su quello sviluppo vitale della poesia e dell’arte greca di cui esso non rappresenta che un primo momento, col quale i prodotti successivi sono naturalmente collegati per legami intimi ed organici; Virgilio invece sulla successiva poesia latina, morente o già morta, poesia di forma più che di sostanza, esercita una influenza puramente formale. Lo studio intenso del poeta, l’uso e l’imitazione spesso servile del suo linguaggio poetico, non coprono in alcuna guisa l’immenso divario che è fra questi poeti posteriori e i poeti augustei nel modo d’intendere la poesia. Il pubblico però accordava a molti di essi grande favore e li trovava di suo gusto. Come credere che quella gente che si entusiasmava per le declamazioni poetiche di Stazio[45] avesse un giusto sentimento della poesia virgiliana, e nell’ammirazione pel grande Mantovano non portasse quello stesso falso e storto sentire che le faceva ammirare il gonfio e pomposo suo imitatore?

Senza dubbio il nome del poeta era superiore alle vedute del tempo; la malcompresa sua grandezza tradizionale, imponendosi alle menti, avea per effetto una venerazione quasi superstiziosa. Già troviamo sotto gli Antonini il costume, pratticato anche da imperatori, di interrogare la sorte aprendo a caso il libro di Virgilio; le così dette sorti Virgiliane che interrogò Adriano, delle quali molti esempi ci offrono gli scrittori della Storia augusta, e che seguitarono poi per tutto il medio evo. Questa prattica non solo attesta della immensa popolarità del testo di Virgilio, ma anche di un carattere sommamente venerando che gli si attribuiva. Infatti Virgilio ebbe ciò in comune con altri libri venerati per la grande santità loro o la straordinaria sapienza che in essi si credette contenuta. Omero cioè e i libri sibillini, e poi anche la Bibbia[46]. Se un tempo quel pazzo di Caligola, quasi per far dispetto a tutti, poco mancò non facesse togliere dalle biblioteche le opere e le immagini di Virgilio[47], due secoli più tardi Alessandro Severo chiamava Virgilio il Platone dei poeti, e poneva la immagine di lui in un larario speciale, con quella di Achille e di altri eroi e scrittori[48]. Ma già prima l’entusiasmo di più poeti, in quei tempi di apoteosi, avea quasi deificato il Mantovano. Silio Italico celebrava la ricorrenza della nascita del poeta, visitando religiosamente il sepolcro di lui, come un tempio[49]; e come un tempio lo considerava anche il napoletano Stazio[50]. Marziale parla degli Idi di Ottobre come di una festa sacra a Virgilio, siccome lo erano ad Ecate quei di Agosto, a Mercurio quei di Maggio[51]. Virgilio era dunque il santo dei poeti. Delle tante apoteosi della Roma imperiale, questa senza dubbio era la sola che fosse ispirata da un sentimento veramente nobile, quantunque mal definito nelle cause e traviato negli effetti.

 

Note
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[1] «Enimvero iam maiore cura doceat (grammaticus) tropos omnes, quibus praecipue non poema modo sed etiam oratio ornatur, schemata utraque idest fìguras etc. etc». Quintil., I, 8, 16.

[2] «Veteres grammatici et rhetoricam docebant ac multorum de utraque arte commentarii feruntur; secundum quam consuetudinem posteriores quoque existimo, quamquam iam tum discretis professionibus, nihilo minus vel retinuisse vel instituisse et ipsos quaedam genera meditationum ad eloquentiam praeparandam ut problemata, paraphrasis, allocutiones, aetiologias atque alias hoc genus; ne scilicet sicci omnino atque aridi pueri rhetoribus traderentur». Sveton., De grammaticis et rhetorr. 4. [ed. Robinson, Paris, 1925].

[3] «Solebat autem ex Vergilio Fuscus multa trahere ut Mecenati imputaret». Senec., Suasor., 3, 5.

[4] «Hic enim, quemadmodum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit.... Nam, ut de laudibus, exhortationibus, consolationibus taceam, nonne vel nonus liber, quo missa ad Achillem legatio continetur, vel in primo inter duces illa contentio, vel dictae in secundo sententiae omnes litium ac consiliorum explicant artes? Iam similitudines, ampificationes, exempla, digressus, signa rerum et argumenta ceteraque (genera) probandi ac refutandi sunt ita multa, ut etiam qui de artibus scripserunt plurimi harum rerum testimonium ab hoc poeta petant». Quintil., X, 1, 46 sgg.

[5] Veggansi i luoghi di Seneca il vecchio che abbiamo già riferiti a p. 17, n. 2.

[6] Un saggio dei prodotti poetici che ottenevano onori nell’agone capitolino istituito da Domiziano, lo abbiamo oggi nella iscrizione che accompagna il monumento di Q. Sulpicio Massimo fanciullo dodicenne, che si distinse improvvisando i versi greci riferiti in quella iscrizione. Sono cosa intieramente retorica per tema e per tono; di poetico non c’è che il verso. Veggasi la bella ediz. di C. L. Visconti, Il Sepolcro di Q, Sulpicio Massimo, Roma, 1871 [= I. G., XIV. 2012].

[7] «ut dicam quod sentio, magis oratoribus quam poetis imitandus», X, 1, 90. Da studiare agli oratori in compagnia di Virgilio e di Orazio è proposto anche nel dialogo De Oratoribus, 20: «exigitur enim iam ab oratore etiam poeticus decor, non Acci aut Pacuvi veterno inquinatus, sed ex Horati et Vergili et Lucani sacrario prolatus».

[8] Vergilius orator an poeta; di questo scritto non si conserva che un frammento del principio, pubblicato da Ritschl dapprima e poi riprodotto da Jahn nel suo Floro (Leipz. 1852).

[9] «Plures hodie reperies qui Ciceronis gloriam quam qui Vergili detrectent». De Oratorr., 12

[10] Esprime questa venerazione anche in modo entusiastico: «Clamat ecce maximus vates et velut divino ore instinctus salutare carmen canit: optima quaeque dies etc». Dial. X (de brev. vit.), 9, 2. Altrove dice: «Homerus et Virgilius tam bene de humano genere meriti». Dial. XI (ad Polyb. de Consolat.) 8, 2; «vir disertissimus». Dial. VIII (ad Ser. de Otio) 1, 4.

[11] «auctor eminentissimus» I, 10, 10; «acerrimi iudicii» VIII, 3, 24; «poesis ab Homero et Vergilio tantum fastigium accepit», XII, 11, 26.

[12] Cfr., oltre a quanto nota Ernesti intorno a ciò, i raffronti di Dräger, Syntax und Stil des Tacitus, Leipzig, 1868.

[13] Quintil., VIII, 2, 12 sgg., 18.

[14] «propriis (verbis) dignitatem dat antiquitas. Namque et sanctiorem et magis admirabilem faciunt orationem; quibus non quilibet fuerit usurus». Quintil., VIII, 3, 24.

[15] «Odiosa cura; nam et cuilibet facilis, et hoc pessima quod rei studiosus non verba rebus aptabit, sed res extrinsecus arcesset quibus haec verba conveniant». Quintil., VIII, 3, 30.

[16] tamquam scopulum. sic fugias inauditum atque insolens verbum». ap. Gell., I, 10, 4.

[17] Catalept., 2.

[18] Cfr. Hertz, Renaissance und Rococo not. 76. Fu già attribuito a Frontone lo scritto intitolato Quadriga, seu exempla elucutionum ex Virgilio Sallustio Terentio Cicerone; ma poi è stato riconosciuto non essere esso di Frontone, bensì di Arusiano Messo. Cfr. Teuffelkroll, III, p. 293.

[19] Presso Gellio, II, 26, I.

[20] «Plane multum mihi facetiarum contulit istic Horatius Flaccus, memorabilis poeta, mihique propter Maecenatem ac maecenatianos hortos meos non alienus». Ad Caes., I, 8, p. 23 N. I poeti che legge il suo allievo imperiale sono Plauto, Accio, Lucrezio, Ennio; «.... aut te Plauto expolires, aut Accio expleres, aut Lucretio delenires, aut Ennio incenderes». De feriis Alsiensibus, 3, p. 244 ed. Naber. La scuola opposta, a cui appartengono Quintiliano e l’autore del dialogo De oratoribus, faceva leggere Virgilio, Orazio, Lucano; cfr. Dial. De orat., 20.

[21] La maggior parte degli autori che lodano Frontone sono Galli; tali Ausonio, Claudio Mamerto, Eumenio, Sidonio. Il grammatico Consenzio che cita Frontone (KEIL, V, 333), è anch’egli di Gallia. Leone consigliere di Evarige, re dei Goti, si vantava di discendere da Frontone. A lui scrive il suo amico Sidonio: «suspende perorandi illud quoque celeberrimum flumen quod non solum gentilicium sed domesticum tibi, quodque in tuum pectus per succiduas aetates ab atavo Frontone transfunditur». (Sidon., Ep., VIII, 3, [p. 174, 20 Mohr]. Piacque Frontone anche ai suoi connazionali d’Africa, come vedesi da Minucio Felice e Marziano Capella. Il più forte suo lodatore è però, all’infuori del contemporaneo Gellio, Sidonio che ammira principalmente la sua «gravitas».

[22] Donat., Vit. Verg., p. 63 [p. 9, 147 Br]. Notevole per l’enfasi è l’ultimo di quei tre distici: «Infelix gemino cecidit prope Pergamon igni, et paene est alio Troia cremata rogo»

Le perioche attribuite a Sulpicio, e che nulla distoglie dal creder sue, veggansi nell’Anth. lat., n° 653 (ed. Riese). Di Virgilio occupavasi Sulpicio anche nelle sue epistole (cfr. Gell., II, 16, 8 sgg.). Pei suoi rapporti con Frontone ved. Gell., XIX, 13, 1.

[23] Non ho potuto persuadermi dell’idea contraria che l’Hertz sostiene e il Kretschmer trova probabile, De auctoribus A. Gelli grammaticis, p. 3 sg.

[24] «ei libro (Aeli Melissi) titulus est ingentis cuiusdam inlecebrae ad legendum; scriptus quippe est De loquendi proprietate », XVIII., 6. 3.

[25] «isti novicii semidocti» XVI, 7, 13; «turba grammaticorum novicia», XI, 1, 5; cf. anche XVII, 2, 15.

[26] «cum pace cumque venia istorum, si qui sunt, qui Verri Flacci auctoritate capiuntur» XVII, 6, 4.

[27] Arriva a dire di Seneca «ineptus atque insubidus homo», XII, 2, 11.

[28] Non vado quindi d’accordo in ciò con Bernardy (p. 872). Frontone è oratore e la sua scuola è scuola di oratori, né all’infuori del campo puramente oratorio si possono cercar Frontoniani. Non c’è bisogno di pensar a Frontone per ispiegare certe caratteristiche della lingua e dello stile di Gellio.

[29] «Vive moribus praeteritis, loquere verbis praesentibus», I, 10, 4.

[30] «poeta verborum diligentissimus», II, 26, 11; «elegantissimus poeta», XX, 1, 54; «multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio peritum», V, 12, 13.

[31] «grammatici aetatis superioris.... haud sane indocti neque ignobiles», II, 6, 1.

[32] «insulsa et odiosa scrutatio» (parla di una critica di Anneo Cornuto, vera sofisticheria) IX, 10, 5; «sed Hyginus nimis hercle ineptus fuit cum etc.», VII, 6, 5.

[33] Una volta è accennata la taccia d’improprietà con un semplice existimatur (X, 29, 4); per un altro luogo però essa è recisamente asserita (I, 22, 12).

[34] «ut Pindaro quoque ipso, qui nimis opima pinguique esse facundia existimatus est, insolentior hoc quidem in loco tumidiorque sit.... Audite nunc Vergilii versus, quos inchoasse eum verius dixerim quam fecisse» etc. XVII, 10, 8 sgg.

[35] «oves bidentes dictae quod duos tantum dentes habeant» XVI, 6, 9.

[36] «Illi qui Lucilium pro Horatio et Lucretium pro Vergilio legunt.... quos more prisco apud iudìcem fabulantes non auditores secuntur, non populus audit, vix denique litigator perpetitur». Dial. de Oratorib., 23.

[37] «Ciceroni Catonem, Vergilio Ennium, Sallustio Coelium praetulit, eademque iactatione de Homero ac Platone iudicavit», Spartian., Hadrian., 16, 6.

[38] Spartian. Hadrian., 4, 2; «quos versus (Aen., VI, 869 sgg.) cum aliquando in hortulo spatians cantitaret», Spartian., Ael. Ver., 4, 1. Il voluttuoso Lucio Vero, che portava seco anche in letto Ovidio ed Apicio, non sapeva meglio esprimere il suo amore per Marziale che chiamandolo il suo Virgilio. Spartian., Ael. Ver., 5, 9.

[39] «Ennius est lectus, salvo tibi, Roma, Marone» Ep., V, 10, 7.

           «Scribere te, quae vix intellegat ipse Modestus

           et vix Claranus, quid, rogo, Sexte, iuvat?

           non lectore tuis opus est, sed Apolline, libris;

           iudice te, maior Cinna Marone fuit.

           Sic tua laudentur sane; mea carmina, Sexte,

           grammaticis placeant, et sine grammaticis»

                                                                        Ep., X, 21

[40] «legerat (Probus) in provincia quosdam veteres libellos apud grammatistam, durante adhuc ibi antiquorum memoria, necdum omnino abolita sicut Romae;... quamvis omnes contemni magisque obprobrio legentibus quam gloriae et fructui esse animadverteret». Sveton., De gramm. et rhetorr., 24.

[41] In una questione con un grammatico dappoco le autorità invocate sono Plauto, Sallustio, Ennio, Virgilio (VI, 17, 11). In un altro luogo un grammatico cerretano dice a Gellio: «si quid ex Vergilio, Plauto, Ennio quaerere habes, quaeras licet». (XX, 10, 2).

[42] «eoque ornamento acerrimi iudicii p. Vergilius unice est usus» VIII, 3, 24; «vetustatis, cuius amator unice Vergilius fuit» IX, 3, 14; «Vergilius amantissimus vetustatis» I, 7, 18.

[43] Vergilius quoque noster non ex alia causa duros quosdam versus et enormes et aliquid supra mensuram trahentes interposuit, quam ut Ennianus populus agnosceret in novo carmine aliquid antiquitatis». Presso Gellio, XII, 2, 10.

[44] Epist., II, 1, 64 sgg.

[45] «Curritur ad vocem iucundam et carmen amicae

           Thebaidos, laetam cum fecit Statius urbem,

           Promisitque diem; tanta dulcedine captos

           Afficit illo animos tantaque librine vulgi Auditur. »

                                                   Juvenal., VII, 82 SGG.

[46] Su questo modo d’interrogare la sorte in generale v. Hist. Lit. de la France, III, p. 11 sgg. e i curiosi capitoli di Rabelais, III, 10 sgg.

[47] «Sed et Vergili ac Titi Livi scripta et imagines paulum afuit quin ex omnibus bibliothecis amoveret, quorum alterum ut nullius ingeni minimaeque doctrinae, alterum ut verbosum in historia neglegentemque carpebat». Sveton., IV, 34, 2.

[48] «Vergilium autem Platonem poetarum vocabat, eiusque imaginem cum Ciceronis simulacro in secundo larario babuit, ubi et Achillis et magnorum virorum». Lamprid., Alex, Sev., 31, 4.

[49] «quas (imagines) non habebat modo verum etiam venerabatur Vergili ante omnes, cuius natalem religiosius quam suum celebrabat, Neapoli maxime ubi monimentum eius adire ut templum solebat». Plin., Epist., III, 7, 8. Questa venerazione per Virgilio, che pare fosse come una monomania di Silio Italico, è anche confermata da Marziale in più di un epigramma, VII, 63, XI, 48, 50. A Silio dedicava Cornuto un suo lavoro sopra Virgilio: «Annaeus Cornutus ad Italicum de Vergilio». Charis., p. 125, cfr. p. 127 (ed. Keil) [= p. 159, 27; 162, 10 Barw.].

[50] «.... Maroneique sedens in margine templi

           Sumo animam et magni tumulis adcanto magistri»

                                                    Stat., Silv., IV, 4, 54.

            «.... nec tu divinam Aeneida tenta,

            Sed longe sequere et vestigia semper adora».

                                              Stat., Theb., XII, 816.

[51] «Maiae Mercurium creastis Idus,

           Augustis redit Idibus Diana,

           Octobres Maro consecravit Idus.

           Idus saepe colas et has et illas

           Qui magni celebras Maronis Idus».

                                        MARTIAL., XII, 67.

Marziale è pieno di enfasi quando rammenta Virgilio, ch’ei chiama: magnum. (IV, 14, 14), summum (XII, 3, 1), immensum (XIV, 186), aeternum (XI, 52, 19). L’idea già riferita sugl’Idi di Ottobre trovasi più tardi ripetuta da Ausonio (p. 40, 23 Sch.):

           «Sextiles Hecate Latonia vindicat Idus,

           Mercurius Maias superorum adiunctus honori,

           Octobres olim Maro genitus dedicat Idus».

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004