Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

fefefЄЭefefe

. 04  .

Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo III

 

Virgilio è del piccolo numero dei poeti fortunati sott’ogni aspetto. Ammirato per le rare doti del suo ingegno non solo, ma per quelle dell’animo eziando che rendevanlo uno degli uomini più simpatici del suo tempo[1], quanti furono buoni poeti suoi contemporanei non dubitarono di riconoscere la sua superiorità, e tutti a gara e con parole di entusiasmo gli fecero onore, come scorgiamo da quei che ci rimangono. Non mancarono a lui nemici, che al genio non mancano mai: ma glieli fece facilmente dimenticare la stima dei grandi d’ogni specie e del popolo romano che, udendo i suoi versi in teatro, unanime sorse in piedi, ed al poeta a caso presente fece segno di rispetto, come solea fare collo stesso Augusto[2]. Egli certamente da quanto ottenne coll’opera sua in vita dovette argomentare della durevolezza e della immortalità del suo nome.

I segni della popolarità del poeta si ritrovano in ogni sfera. Nell’alta società, che per moda amava darsi l’aria di letterata, la donna saccente, descritta da Giovenale, (secondo lo scoliasta sarebbe Statilia Messalina moglie di Nerone), in mezzo ad un circolo di grammatici e di retori, trattava con molto sussiego e gran profluvio di parole le questioni letterarie più in voga; parlava di Didone; pesava e confrontava il valore di Virgilio e di Omero[3]. Polibio liberto di Claudio, cortigiano molto influente, e dilettante di lettere, assai probabilmente del calibro del suo padrone, intraprendeva una parafrasi latina di Omero ed una greca di Virgilio, ed a lui Seneca, nello scritto che gli ha dedicato, profondeva per tale suo lavoro[4] elogi tanto sinceri: quanto gl’incensi che nello stesso scritto profonde al di lui signore, futuro eroe dell’Apokolokyntosis. Anche il teatro era un campo di ogni grande popolarità, nel quale trionfava il poeta. Non solo ivi già mentr’egli era vivo e per più secoli dopo la sua morte furono recitati i suoi versi[5], ma anche da questi si trassero speciali rappresentazioni. Nerone, minacciato da ogni parte, vedendo approssimare la fine, fece voto, se scampava, di rappresentare egli stesso una composizione pantomimica intitolata il Turno, desunta dall’Eneide[6]. Era poi una finezza di moda avere nei ricchi banchetti, fra gli altri divertimenti, anche recitazioni di versi omerici e virgiliani. Così anche alla mensa goffamente lauta di Trimalcione vediamo figurare gli Omeristi, e recitato con istrazio crudele da un servo il quinto dell’Eneide[7]. Fra i donativi (Xenia) che l’uso richiedeva si facessero in certe circostanze, erano anche taluni dei libri più in voga; fra questi qualcuna delle poesie minori, od anche tutte le opere di Omero e di Virgilio, scritte elegantemente in piccolo volume, e talvolta anche ornate del ritratto del poeta[8].

Né il nome di Virgilio e dei poeti della nuova scuola rimase limitato alla sola Roma, ma corse in un attimo per le provincie. Fra le numerose iscrizioni che si veggono tuttora graffite sui muri in Pompei, alcune ci presentano versi di Ovidio e di Properzio, ma più assai di Virgilio[9]. Una di queste [CIL IV 1982] ci offre il verso 70 dell’8 a egloga:

 

           CARMINIBUS CIRCE SOCIOS MUTAVIT OLYXIS;

 

un’altra:

 

           RUSTICUS EST CORYDON[10];

 

un’altra, che fa una mesta impressione nella città rovinata e deserta:

 

           CONTICUERE [OMNES].

 

Queste iscrizioni probabilmente sono dovute a scolari, come ad essi probabilmente si debbono gli alfabeti o le parti di alfabeto che trovansi segnate sul muro in parecchi luoghi di Pompei[11]. Quando accadde la catastrofe di Pompei, nel 79 dell’era volgare, Virgilio era morto da 98 anni, ma quantunque senza dubbio la maggior parte delle iscrizioni graffite pompeiane debba collocarsi nell’intervallo fra l’ultima catastrofe e quella che la precedette sedici anni prima, molte sono certamente assai più antiche; una ve n’è che appartiene di sicuro al 79 prima di Cristo, ed anche uno degli alfabeti pare debba ascriversi al tempo della repubblica[12]. II nome di Virgilio nella Campania, suo soggiorno prediletto, fu grande già mentre visse, e la sua sepoltura a Napoli lo localizzò in quella regione in un modo tutto particolare. Niente impedisce adunque di credere che sui muri di Pompei possano essere stati graffiti questi versi virgiliani che vi si leggono tuttora, in epoca molto vicina alla vita del poeta e forse anche mentr’egli ancora viveva. E quel «Rusticus est Corydon» ed il «Conticuere omnes» non sono tuttora due dei luoghi virgiliani più volgarmente conosciuti e rammentati da quanti hanno frequentato le scuole? Né soltanto i graffiti pompeiani offrono prova della popolarità di Virgilio; anche fra le epigrafi propriamente dette s’incontrano, colla più singolar varietà di oggetti, versi del poeta; se ne son trovati su di un cucchiaio di argento, su di un tegolo, in un bassorilievo che rappresenta una venditrice di selvaggina, ed in iscrizioni funebri[13].

Ma il più notevole trionfo di Virgilio e degli altri poeti augustei fu propriamente quello che ottennero nell’insegnamento. Riempito per opera loro il vuoto che già da tempo si faceva sentire nelle lettere latine, sarebbe stata cosa pazza seguitare nelle scuole la vecchia tradizione, e non profittare del nuovo e vitale alimento che si offriva agli studi. Assai più che certe riforme augustee, dava occasione ad un incremento degli studi grammaticali come professione speciale, lo eviluppo a cui la lingua letteraria era arrivata, e il grado di perfezione che avea raggiunto con Cicerone e Virgilio. Appena poste in luce le nuove poesie, furonvi grammatici che se ne giovarono nell’insegnamento, e primo tra questi si crede fosse un Q. Cecilio Epirota, liberto di Attico, il quale, secondo dice Svetonio, per primo nelle sue lezioni elementari fece esercitare i giovanotti nella lettura di Virgilio e degli altri poeti nuovi[14]. È difficile oggi per chi non abbia fatto uno studio speciale sulle condizioni della coltura e degli studi in quell’epoca, figurarsi esattamente quanto grande fosse la potenza e l’influenza dei grammatici nel formare e promuovere le rinomanze letterarie. In quella febbre di produzione letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un principe, ma resa di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione si atteggiava a letterato, i mezzi d’ottenere pubblicità e favore erano cercati avidamente; come nelle recitationes molti pagavano chi li applaudisse[15], altri ricorrevano ad ogni basso mezzo per ottenere l’accesso nelle scuole dei grammatici, e vedere così i poveri prodotti della loro musa quasi consecrati dall’insegnamento. Il disprezzo con cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate[16]. Certo è che l’onore d’essere letti nelle scuole meritava la pena di occuparsene, ed era cosa di conseguenza, anche per noi tardi posteri; poiché i grammatici fecero la scelta di quel tal canone di poeti che per la via delle scuole non per altra, è giunto fino a noi. Molti scritti che sono andati perduti nol sarebbero se avessero avuto la fortuna di essere adoperati dai maestri come libri di testo, così pure molti altri furono conservati che non avrebbero meritato un tale onore. Finché un certo buon gusto dominò fra coloro, principalissimo regnò nelle scuole Virgilio, ed insieme con esso Terenzio ed Orario né mancò chi esponesse Ovidio, Catullo e gli altri che ci rimangono del buon tempo. Più tardi, quando la retorica ebbe più profondamente invaso il campo della poesia, si credettero degni di servir come testi Lucano, Giovenale, Stazio ed altri, ai quali il confronto coi primi riesce invero assai svantaggioso. Questi primi seguitarono però sempre ad essere letti e studiati insieme coi nuovi; e sopra tutti ed invariabilmente Virgilio, col quale e con Omero (finché gli studi greci seguitarono a fiorire) soleva aprirsi il corso[17].

Durante tutto il primo secolo dell’impero e parte del secondo lo studio grammaticale prende un forte sviluppo e domina tutto il campo letterario, dando luogo per parte di uomini speciali ad opere dotte ed importanti, che saranno poi espilate dai grammatici dei tempi posteriori. Il procedere di coloro era modellato fino ad un certo punto sugli studi grammaticali dei greci. Però, benché per illustrare Virgilio da essi molto si facesse di quanto si era fatto per illustrare Omero, l’uso ch’essi fecero di Virgilio come autorità grammaticale doveva essere naturalmente ben diverso dall’uso che i greci fecero in ciò di Omero. Anche in questo, come nelle cause fondamentali, la nominanza di Virgilio differisce profondamente da quella di Omero, colla quale pure esternamente ha tanti punti di contatto. Omero era stato molto studiato ed illustrato dagli alessandrini, ma la sua lingua e le sue forme non aveano allora che un valore storico, e quantunque potessero ancora essere e fossero adoperate in certe poesie di ragione intieramente artificiale ed accademica, non avrebbero certamente potuto servire di base ad una teoria grammaticale destinata a governare l’uso generale degli scrittori. Virgilio invece, il più alto e definitivo portato dello sviluppo letterario latino, era e doveva essere la base e l’autorità più solenne[18] di ogni dottrina e di ogni studio grammaticale. Esso è infatti come la stella polare di ogni grammatico e nello studio di esso si approfonda chiunque si destina a quella professione[19]. Indubitatamente non vi fu altro scrittore latino sul quale tanti grammatici scrivessero quanto su Virgilio, non uno che servisse alla composizione di opere grammaticali tanto quant’egli.

Il suo valore letterario e la sua autorità grammaticale richiedevano molta sicurezza circa la genuina lezione del suo testo, e più critici se ne occuparono, non soltanto emendandolo secondo congetture, ma anche con l’uso di mss. autorevoli provenienti dalla sua famiglia, ed anche dei suoi stessi autografi che si conoscevano ancora ai tempi di Plinio, di Quintiliano e di Gallio[20]. Oltre poi alla critica del testo, la illustrazione di luoghi difficili, di vocaboli, di fatti mitologici, geografici e simili, le osservazioni di stile sul tale o tal altro luogo considerato in sé o in confronto con qualche luogo simile di poeta greco, erano i soggetti di dotti trattati di Igino, amico d’Ovidio e della nuova scuola[21], di Probo che può dirsi l’Aristarco latino, di Anneo Cornuto e di altri assai che sarebbe lungo annoverare, e che non sono poi neppure tutti conosciuti. Altri, come Aspro, facevano commenti che accompagnavano, illustrandole, le opere del poeta[22].

Oltre poi a quanto si scriveva direttamente intorno a Virgilio, moltissime opere grammaticali si dettavano nelle quali gli esempi erano tratti a larga mano da Virgilio assai più che da altri scrittori. Quindi quello scambio, che anche oggi si nota nella antica letteratura superstite, fra i commenti virgiliani e le opere grammaticali, per cui tale osservazione che fa parte di un commento trovasi riprodotta in un’opera grammaticale, e viceversa[23]. Direttamente queste opere non le conosciamo, ma i grammatici posteriori, che se ne servono nelle loro compilazioni, ci possono dare un’idea dell’uso che in esse era fatto del poeta. La primissima dote per cui Virgilio appariva in quelle come re degli scrittori, era la proprietà della lingua[24]. Un esempio luculento dell’autorità del poeta in questo presso i grammatici, lo abbiamo nell’opera di Nonio composta verso la fine del III secolo, nella quale l’autore mise poco o nulla di suo, limitandosi a compilare da opere anteriori, il che costituisce il suo pregio per noi. In quest’opera, che pur non è di gran mole, e che ci dà, per così dire, la somma delle varie autorità usate dai grammatici antecedenti[25], gli esempi desunti da Virgilio son ben 1500. Nessun altro dei numerosi scrittori citati in essa, sia della repubblica sia dell’impero (il più recente è Marziale), raggiunge questa cifra neppur da lontano; neppur Cicerone che dopo Virgilio è l’autorità principale, né Marrone che pure è dei più citati. Ed in tutto il campo degli studi grammaticali la stessa prevalenza ha luogo come può facilmente vedere chiunque dia un’occhiata agl’indici degli autori nella edizione del Keil. Per dire tutto in poco, l’uso che fecero di Virgilio i grammatici è cosa tanto sterminata che se tutti i codici di Virgilio fossero perduti, colle notizie che gli antichi ci danno sulle poesie virgiliane e i passi di queste che ricorrono citati, anche dai soli grammatici, si potrebbero ricostruire nella massima parte le Bucoliche le Georgiche e l’Eneide[26]. La maggior parte di quelli esempi avrebbe potuto essere scelta senza dubbio anche altrove; ma l’autorità dell’esempio virgiliano era massima, ed inoltre Virgilio era come la Bibbia di quella gente; era il primo dei libri scolastici, e tutti l’avean sempre per le mani.

La scuola e l’insegnamento orale era il centro dell’attività di tutti quei grammatici; però quel che indirettamente conosciamo dei loro scritti non appartiene certamente alle regioni basse ed elementari dell’insegnamento. Valerio Probo, il più distinto fra tutti gli illustratori di Virgilio, non tenne scuola propriamente detta, ma parlava di cose dotte confabulando in un circolo di pochi e scelti uditori. Nondimeno alcuni scritti anche assai dotti e importanti, come p. es. quello di Aspro, furono fatti appunto per l’insegnamento, ed in generale molte osservazioni e schiarimenti contenuti in trattati critici e dotti furono adoperati dagli autori di commenti fatti per l’uso scolastico. Attraverso alla letteratura dotta di quell’epoca oggi superstite, si può presso a poco indovinare ciò che avveniva nell’insegnamento più elementare. Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d’allora in poi esso serviva non meno all’insegnamento elementare che al superiore. Di esso si serviva dapprima il maestro per avvezzare lo scolaro a leggere a senso, distribuendo opportunamente le pause e le inflessioni della voce[27]. Questa scelta, come quella di Omero per lo stesso scopo, è lodata da Quintiliano, non solo per la bellezza di quella poesia, ma anche per gli onesti e nobili sentimenti che ispirano i carmi dei due poeti; «quantunque, soggiunge, ad intendere le loro belle qualità sia necessario un giudizio più maturo; ma per questo resta tempo, ché non saran poi letti una volta soltanto»[28]. Poi di quella lettura il grammatico deve approfittare per far esercitare i giovani a sciogliere in prosa il periodo poetico, a notare la quantità, a rilevare anche ciò che è irregolare, barbaro o improprio, «non però per biasimare i poeti, ai quali, per le leggi metriche che li stringono, molto si concede»[29]. E così su quel testo giungeva il giovane a fare ogni altro esercizio di interpretazione e di illustrazione. Ma tutto questo era più o meno ben fatto secondo il sapere dei grammatici, che nella generalità non era grandissimo. Assai ve n’erano rozzi e dappoco, per tacere dei molti cerretani. Ai più incolti Quintiliano raccomanda l’osservanza di quanto era scritto nei manualetti usati più generalmente nell’insegnamento elementare[30].

 

Note
_________________________

 

[1] «Cetera sane vitae et ore et animo tam probum constat ut Neapoli Parthenias vulgo appellatus sit». Donat., Vit. Vergil. p. 3, 35 BR. «anima candida». Horat., Sat., I, 5, 41. Qualche antico commentatore di Orazio ha pur creduto, benché invero a torto, di riconoscere Virgilio nei noti versi: «Iracundior est paullo» etc., Sat., I, 3, 29 sgg

[2] « Malo securum et secretum Vergili recessum, in quo tamen neque apud divum Augustum gratia caruit, neque apud populum romanum notitia. Testes Augusti epistulae, testis ipse populus, qui, auditis in theatro Vergili versibus, surrexit universus, et forte praesentem spectantemque Vergilium veneratus est sic quasi Augustum». Dial. de Orator., 13. Quanta fosse questa sua «apud populum romanum notitia» si rileva anche dalla biografia: «ut... si quando Romae, quo rarissime commeabat, viseretur in publico, sectantis demonstrantisque se suffugeret in proximum tectum». Donat., Vit. Vergil., p. 3, 37 BR.

[3] Sat., VI, 434 sgg.: «Illa tamen gravior, quae cum discumbere coepit laudat Vergilium, periturae ignoscit Elissae, committit vates et comparat; inde Maronem, atque alia parte in trutina suspendit Homerum».

[4] «Homerus et Vergilius tam bene de humano genere meriti quam tu et de omnibus et de illis meruisti, quos pluribus notos esse voluisti quam scripserant, multum tecum morentur». Dial. XI (Ad Polyb. de consola.), 8, 2; «Agedum illa quae multo ingeni tui labore celebrata sunt, in manus sume, utriuslibet auctoris carmina, quae tu ita resolvisti ut quamvis structura illorum recesserit, permaneat tamen gratia. Sic enim illa ex alia lingua in aliam transtulisti, ut, quod diffìcillimum erat, omnes virtutes in alienam te orationem secutae sint». Ibid., II, 5.

[5] «Auditis in theatro Vergili versibus». Dial. de Oratorr., 1. c.; «bucolica eo successu edidit, ut in scena quoque per cantores crebro pronuntiarentur». Donat., Vit. Vergil., p. 6, 90 BR.

[6] «Sub exitu quidem vitae palam voverat, si sibi incolumis status permansisset, proditurum se partae victoriae ludis etiam hydraulam et choraulam et utricularium, ac novissimo die histrionem saltaturumque Vergili Turnum». Sveton., VI, 54. Cfr. Jahn, in Hermes, II, p. 421; Friedländerwissowa, Sittengeschichte etc., II, 135.

[7] «Ecce alius ludus. Servus qui ad pedes Habinnae sedebat, iussus, credo, a domino suo, proclamavit subito canora voce: «Interea medium Aeneas iam classe tenebat». Nullus sonus unquam acidior percussit aures meas; nam praeter recitantis barbariae aut adiectum aut deminutum clamorem, miscebat Atellanicos versus, ut tunc primum me etiam Vergilius offenderit». Petron., Sat., 68.

[8] «Accipe facundi Culicem, studiose, Maronis,

     ne nugis positi Arma virumque legas»

                                               Martial., XIV, 185.

«Quam brevis immensum cepit membrana Maronem!

Ipsius vultus prima tabella gerit».

                                                ID., XIV, 186.

Oltre ad Omero ed a Virgilio troviamo fra questi Xenia in Marziale Menandro, Cicerone, Properzio, Livio, Sallustio, Ovidio, Tibullo, Lucano, Catullo.

[9] Cfr. Büchelfr, Die pompejanischen Wandinschriften, nel Rheinisches Museum, N. F., XII, p. 250 sgg.; Garrucci, Graffiti, tav. VI, 5 (Aen., II, 148). Col procedere degli scavi il numero di questi versi virgiliani, come di altri graffiti che vengono in luce, aumenta ogni giorno. Nella raccolta dello Zangemeister, Inscriptiones parietariae pompejanae, herculanenses, stabianae (IV vol. del Corp. inscripti. Latinar. ), Berolini, 1871, sono versi o parte di versi virgiliani i numeri 1237 (Aen., IX, 269), 1282 (Aen., I, 1), 1524 (Ecl. 2, 56), 1527 (id.), 1672 (Aen., II, 1), 1841 (Aen., II, 148), 2213 (Aen., II, 1), 2361 (Aen., I, 1), 3151 (Aen., II, 1), 3198 (Aen., I, 1). Aggiungansi altri due graffiti pubblicati nel Giornale degli Scavi di Pompei, 2.ª serie, vol. I, p. 281 (Aen., I, 234), vol. II, p. 35 (Aen., I, 1). [C. I. L., IV, 5012 e 4832]. Una iscriz. parietaria romana offre colo calathisque Minervae (Aen., VII, 805) v. Fea, Varietà di notizie, p. XXVII, Jordan in Bursian’s Jahresbericht, I, 784 [C. I. L., VI, 23852].

[10] La lezione comune è rusticus es Corydon, ma il codice romano ha est, come l’iscrizione pompeiana [C. I. L., IV, 1527].

[11] Cfr. Garrucci, Graffiti, tav. I. Com’è noto, i maestri elementari tenevano scuola all’aperto, per le piazze, per le strade e sotto i portici; cfr. USSING, Darstellung des Erzichungs und Unterrichtswesens bei den Griechen und Römern (übers. von Friedrichsen, Altona 1870) p. 100 sg. Sulle rappresentanze relative alle scuole nelle antiche pitture murali pompeiane, veggasi Jahn, Ueber Darstellung des Handwerks und handelsverkehrs auf antiken Wandgemälden (Leipz., 1868) p. 288 sgg. Fra i graffiti pompeiani ce n’è uno assai curioso, d’argomento grammaticale, cfr. Garrucci, tav. 17; Jahn, op. cit. p. 288 [C. I. L., IV, 1364]

[12] Bücheler, op. cit., p. 246 [C. I. L., IV, 742, m. 2514].

[13] Su di un cucchiaio d’argento leggesi il verso 17 della 1.ª Ecl.; su di un bassorilievo della Villa Albani i versi 607 sgg. del 1.° dell’Eneide [C. I. L., VI, 9685], ved. Jahn in Berichte der sächs. Geselsch. d. Wiss., 1861, p. 365. Su di un tegolo del primo secolo leggonsi i due primi versi dell’Eneide, ved. Archäolog. Anz., 1864, n.° 184, p. 199 [Bücheler, carm. ep., 1786]. Versi virgiliani in iscrizioni funebri riferiti dal Marini, Frat, arv., p. 826 sg.; Papiri diplom., p. 332 sgg.

[14] «Primus dicitur latine ex tempore disputasse primusque Vergilium et alios poetas novos praelegere coepisse». Sveton., De gramm. et rhetorib., 16.

[15] Cfr. Helwig, De recitatione poetarum apud romanos, p. 20 sg.

[16] «Non ego ventosae plebis suffragia venor

     Impensis cenarum et tritae munere vestis:

     Non ego nobilium scriptorum auditor et ultor

     Grammaticas ambire tribus et pulpita dignor».

                                      Horat., Epist., I, 19, 37 sgg.

[17] «Ideoque optime institutum est ut ab Homero atque Vergilio lectio inciperet». Quintil., I, 8, 5:

     «Cui tradas, Lupe, filium magistero

      Quaeris sollicitus diu rogasque.

      Omnes grammaticosque rhetorasque

      Devites moneo; nihil sit illi

      Cum libris Ciceronis aut Maronis»

                               Martial., V, 56.

      «Dummodo non pereat, totidem olfecisse lucernas

       Quot stabant pueri, cum totus discolor esset

       Flaccus, et haeret nigra fumigo Maroni».

                              Juvenal., VII, 225 sgg.

[18] Parlando di cortex adoperato come maschile e come femminile Quintiliano dice: «.... quorum neutrum reprehendo, cum sit utriusque Verglius auctor», I, 5, 35. I grammatici dei secoli posteriori serbano intatta questa tradizione: «stiria dicuntur ab stillis, quae Virgilius genere feminino, Varro neutro dixit; sed vicit Virgilii auctoritas», Lib, de dubiis nominib. ap. Keil, V, 590, 15, «mella tantum triptoton est; vicit propter auctoritatem Vergilianam», Fragm. bob, de nomine, ap. Keil, V, p. 558, 6.

[19] «Grammaticus futurus Vergilium scrutatur». Seneca, Epist. 108, 24.

[20] «Iamvero Ciceronis ac divi Augusti Vergilique (manus) saepenumero videmus». Plin., Nat. hist., XIII, 83. «Quomodo et ipsum (Ciceronem) et Vergilium scripsisse manus eorum docent». Quintil., I, 7, 20; «Quod ipse (Hyginus) invenerit in libro qui fuerit ex domo atque familia Vergili», Gell., N. A., I, 21, 2; «in primo Georgicon quem ego, inquit (Probus), manu ipsius correctum legi». ID., XIII, 21, 4; «qui scripserunt idiographum librum Vergili se inspexisse». ID., IX, 14, 7; «.... ostendisse mihi (Fidum Optatum) librum Aeneidos secundum mirandae vetustatis, emptum in sigillariis viginti aureis, quem ipsius Vergili fuisse credebatur». ID., II, 3, 5.

[21] «vatum studiosus novorum» è chiamato da Ovidio, Trist., III, 14, 7.

[22] Sulla critica di Virgilio in questo tempo e poi ved. Thomas, Essai sur Servius et son commentaire sur Virgile. Paris 1880; Georgii, Die antike Aeneiskritik. Stuttgart 1891.

[23] Cfr. Keil, Gramm. Lat., V, 7 (Praefat. ad Cledonium ).

[24] «Quis ad sophisticas Isocratis conclusiones, quis ad enthymemata Demosthenis aut opulentiam Tullianam aut proprietatem nostri Maronis accedat?». Auson., Epist., XVII, 3.

[25] Schmidt, De Nonii Marcelli auctoribus grammaticis, p. 4 sg., 96 sgg.

[26] Veggansi i richiami a piè di pagina nella ediz. del Ribbeck.

[27] Quint., I, 8, 1.

[28] «Quamquam ad intelligendas eorum virtutes firmiore sudicio opus est; sed huic rei superest tempus, neque enim semel legentur. Interim et sublimitate heroici carminis animus assurgat, et ex magnitudine rerum spiritum ducat, et optimis imbuatur». Quintil., I, 8, 5.

[29] Quintil., I, 8, 13 sgg.

[30] «Et grammaticos offici sui commonemus. Ex quibus si quis erit plane impolitus et vestibulum modo artis huius ingressus, intra haec quae profitentium commentariolis vulgata sunt consistet; doctiores multa adicient». Quintil., I, 5, 7.

fefЄЭefe

Indice Biblioteca Indice dell'opera  Parte 1 - Capitolo 4 Parte 1 Capitolo 2 © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004