Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo II

 

A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità naturale, ché questa sola non bastava nelle condizioni d’allora, come non basta mai, a produrre grandi opere d’arte in epoche di grande cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche l’influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano indispensabili al poeta per raggiungere una forma d’arte che stesse in armonia colle condizioni della cultura generale. L’indirizzo della poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente dotto, che né la lingua della poesia era cosa vivente, né la poesia stessa era destinata ad esser patrimonio d’altri che di dotti. Se v’ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che ebbero pure i romani – tale è senza dubbio il confronto fra essi e i greci nell’uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia, se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di quell’indirizzo e di quella produttività.

La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini di trasfondere nell’opera loro quella vera poesia e quel carattere nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui l’educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore, il grammatico e l’erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente, e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[1]. Egli ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla, questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli antichi di questo ben si avvidero[2], talché egli riuscì a due intenti non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana nell’uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[3]. I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che l’impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di tanta importanza in un’opera d’arte, che si può dire fosse la principal cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenere luogo di molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i quali le forme dell’arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talché i poeti questo piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie d’origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori, era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro preoccupazione[4]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza greca[5]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente. A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia. L’uno e l’altro hanno tanto bene e tanto giustamente soddisfatto a quell’ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di proprietà di finezza e d’armonia, che con essi la meta è raggiunta, ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro, certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi, e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza. L’efficacia così dell’oratore come del poeta era tanto dipendente da un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso poteva servire anche a misurare l’oratore come oratore, il poeta come poeta.

Invero questo prevalere dell’importanza di una qualità formale sopra le altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore. Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del suo alto valore come scrittore latino, piuttostoché del vero suo merito oratorio[6]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all’ultimo medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in qualità di comico[7].

Se però il giudizio degli antichi su Cicerone fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua, talché gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà gli compete nella storia dell’eloquenza, certo il giudizio loro su Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro competenza, che non quello su Virgilio; che realmente gli usi pratici dell’arte oratoria e la vita repubblicana avean reso i Romani più competenti giudici d’oratori che di poeti; i quali meno che i primi avevano nella vita e nell’indole nazionale romana la prima causa dell’esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità d’oratore, e definita la sua arte tanto in sé quanto in rapporto cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente nella sua qualità di poeta, non lo troviamo. Molti scrissero su di lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[8]. Contro le buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici, stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell’impressione generale.

Ma l’entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi contemporanei o del primo secolo dell’impero fossero di carattere estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l’alta critica, è difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se l’arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che è tutta piena del nome del poeta, l’avrebbe pur conservata. Invece il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di poeti di cui Omero è sovrano[9]. E del resto, come abbiamo veduto, solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei contemporanei, uno solo ne vien riferito[10] che, quantunque espresso con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica generale dell’arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente dall’aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un oratore[11]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del grande uso ch’egli ha fatto d’Omero, evidentemente erano animati da un sentimento d’inimicizia, poiché dimenticavano l’uso simile di tanti altri illustri poeti anteriori[12], così romani come greci, ed inoltre (come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[13] non pensavano alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L’uso assai libero che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani, aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che abbiamo su tali fatti idee molto diverse[14].

Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari; giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti dell’organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile; per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato superato da Pindaro. Nell’assieme di tutte le osservazioni che ci rimangono[15], si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio, per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti néi sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno giuste, di Anneo Cornuto[16] non ledevano in alcuna maniera il nome di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero; generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l’opera sua. Taluno arrivava ad attribuirgli l’intenzione di mettere alla prova, introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l’acume dei grammatici[17].

Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico, essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo unilaterale. Ma allorché da quella impressione vogliono risalire alle causa e ad una analisi dell’opera virgiliana, si arrestano ad una parte di essa puramente esterna e formale, tanto perché l’indirizzo generale dello studio d’allora a questa parte soprattutto rivolgeva le menti, quanto perché la teoria letteraria d’allora non poteva guidare a veder bene addentro nella vera natura dell’epopea. Quest’abitudine nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto dell’eloquenza ciceroniana, quantunque l’oratoria fosse assai di competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e per la qualità e la universalità dell’entusiasmo che avea destato. Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita, dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza universale del poeta non si scorge ancora, ma c’è già quella di una sua universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è pronto a trascendere parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi meriti; né certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua, quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e tragici[18]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e le proporzioni ulteriori.

 

Note
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[1] Ad Augusto, che mentre guerreggiava i Cantabri voleva esser tenuto al corrente del suo lavoro, ei rispondeva: «de Aenea quidem meo, si mehercle iam dignum auribus haberem tuis, libenter mitterem; sed tanta inchoata res est, ut paene vitio mentis tantum opus ingressus mihi videar, cum praesertim, ut scis, alia quoque studia ad id opus multoque potiora impertiar». Macrob., Sat., I, 24, 11.

In lavoro così arduo e delicato non sorprende quanto riferisce il biografo (p. 6, 79 BR.): «traditur cotidie meditatos mane plurimos versus dictare solitus, ac per totum diem retractando ad paucissimos redigere, non absurde carmen se (informe) more ursae parere dicens et lambendo demum effingere. Aeneida prosa prius oratione formatam digestamque in XII libros particulatim componere instituit, prout liberet quidque, et nihil in ordinem arripiens; ac ne quid impetum moraretur, quaedam imperfecta transmisit, alia levissimis verbis veluti fulsit, quae per iocum pro tibicinibus interponi aiebat, ad sustinendum opus, donec solidae columnae advenirent».

A comporre l’Eneide, quale oggi ci rimane, impiegò XI anni, e l’interruppe la morte, ché per altri tre anni si proponeva di lavorare a darle l’ultima mano, e con tale scopo intraprese il viaggio di Grecia e d’Asia, che gli fu fatale. Donat., p. 7, 123 BR.

[2] «Vergilium multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio peritum». Gell., V, 12, 13. Di questo tien conto pure Quintiliano nel confrontare Virgilio con Omero: «et hercle ut illi naturae caelesti atque immortali cesserimus, ita curae et diligentiae vel ideo in hoc plus est, quod ei fuit magis laborandum et quantum eminentibus vincimur, fortasse aequalitate pensamus». Inst. or., X, 1, 86.

[3] Cfr. Bernhady, p. 477; Teuffelkroll, II, p. 36; Baehr, p. 371; Hertzberg (Uebers. d. Aeneis ), p. XI sg.; Hermann, Elem. doctr. Metr., 337; Müller, De re metr., p. 140 sg., 183, 190 sg.; Niebuhr, Röm. Gesch., I, p. 112 (3 ed.). Sulla saga di Enea ed il modo in cui Virgilio l’ha trattata veggasi, oltre noto libro di Klausen, Aeneas und die penaten, II, p. 1249 sg., Rubino, Beiträge zur Vorgeschichte Italiens, p. 68 sgg., 156 sgg., 173, e particolarmente, come elogio della esattezza e dottrina del poeta, p. 121128. Con critica spesso troppo superficiale ed ingenua, ma non senza buon senso, riassume i meriti di Virgilio il Weidner, nella prefazione al suo Commentar zu Vergil’s Aeneis, Buch I und II, (Leipzig, 1869) p. 53 sgg. Con miglior metodo e vigore insorge contro i pregiudizi prevalenti nelle scuole germaniche Plüss, Vergil und die epische Kunst, Leipzig, 1884.

[4] Cfr. Lersch, Die Sprachphilosophie der Alten, I, p. 104 sgg.

[5] Lucrezio, che morì quando Virgilio era quindicenne, non solo lascia sentire nel suo poema questo conato, ma ne parla anche apertamente (lib. I, 136):

      «Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta

      difficile inlustrare latinis versibus esse,

      multa novis verbis praesertim cum sit agendum,

      propter egestatem linguae et rerum novitatem».

Cfr. anche, I, 831 e III, 258; Heffter, Geschichte der lateinischen Sprache während ihrer Lebensdauer, p. 124. Veggasi anche Herzog, Untersuchungen über die Bildungsgeschickte der griechischen und lateinischen Sprache (Leipz., 1871), p. 196 sgg., il quale però giudica con frettolosa leggerezza i poeti augustei (p. 213), e dimentica del tutto l’importanza e l’influenza di Virgilio in fatto di lingua nella scuola e nelle opere grammaticali e nella produzione letteraria!

[6] Cf. Blass, Die griech. Beredsamkeit in dem Zeitraum von Alexander bis auf Augustus, p. 125 sgg.

[7] « Sciendum tamen est Terentium propter solam proprietatem omnibus comicis esse praepositum, quibus est, quantum ad cetera spectat, inferior». SERV., ad Aen., I, 410. Già molto prima, Cicerone (ad Att., VII, 3, 10) aveva detto: «secutusque sum, non dico Caecilium.... malus enim auctor latinitatis est, sed Terentium, cuius fabellae propter elegantiam sermonis putabantur a C. Laelio scribi». Eppure Vulcazio Sedigito dava fra i comici il primo posto a Cecilio, il secondo a Plauto, ed a Terenzio il sesto. (Gell., XV, 24).

[8] Donato (Vit. Vergil., p. 10, 179 sgg. BR.) enumera qualche sciocca parodia delle Bucoliche e delle Georgiche, l’Aeneomastix di Carvilio Pittore, un’opera di Erennio sui difetti, una di Perellio Fausto sui furti di Virgilio, e otto libri Homoeon elenchon di Q. Ottavio Avito, nei quali si notava quos et unde versus transtulerit. Asconio Pediano, che visse sotto Claudio, scrisse un libro in difesa di Virgilio contro costoro – ed altri simili.

[9] «Utar enim verbis eisdem quae ex Afro Domitio iuvenis excepi, qui mihi interroganti quem Homero crederet maxime accedere: secundus, inquit, est Vergilius, propior tamen primo quam tertio» Quintil., X, 1, 86. Domizio Afro fu pretore sotto Tiberio nel 25 d. Cr.; morì nel 59. Veggasi questo giudizio, messo in versi da Alcimo Avito (VVI sec.), nell’Anthologia latina, I, 713 Riese.

[10] «M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis sed ex communibus verbis, atque ideo latentis». Donat., Vit. Vergil., p. 10, 180 Br.

[11] Vero e giusto è anche quel d’Orazio (Sat., I, 10, 44):

                                                            «molle atque facetum

           Vergilio annuerunt gaudentes rure Camenae».

È da notare però che queste parole, come già esse lo dicono chiaramente (rure), non si riferiscono che alle Bucoliche e alle Georgiche. Quando Orazio scrisse il primo libro delle satire in cui esse sono contenute (dal 41 al 35 av. Cr., secondo i più), l’Eneide non era neppure ancora in mente di Virgilio; il poeta in quel tempo occupavasi delle Georgiche. Se le opinioni sulle date non fossero tanto varie ed incerte, si potrebbe anche affermare che le parole di Orazio non si riferiscono che alle Bucoliche. Certo se Orazio avesse conosciuto il poema, non si sarebbe contentato di caratterizzare la poesia del suo amico con quelle parole. Virgilio era morto ed il poema era già pubblicato quando Orazio scrisse l’Arte poetica (9, o 10 av. Cr.); ma la sola menzione di Virgilio che ricorra in questa (v. 55) non riguarda che un confronto fra l’antica e la nuova scuola in generale quanto alla lingua.

[12] Cfr. Walther, De scriptorum romanorum usque ad Vergilium studiis homericis, Vratisl., 1867.

[13] «Hoc ipsum crimen sic defendere assuetum ait (Asconius Pedianus): cur non illi quoque eadem furia temptarent? verum intellecturos facilius esse Herculi clavam quam Homero versum subripere». Donat., Vit. Vergil., p. 11, 189 BR.

[14] Veggasi su di ciò la giusta e fine osservazione di Hertzberg nella introd. alla sua traduzione dell’Eneide, p. VI. Il trovare in questi così detti furti di Virgilio, come fa Teuffel (Gesch. d. röm. Lit., p. 392), una prova della mancanza di originalità che vogliono attribuire al poeta, è un grave errore.

[15] Una rivista critica degli appunti fatti dagli antichi a Virgilio trovasi nei Prolegg. di Ribbek, c. VIII. Generalmente queste osservazioni si riferiscono all’Eneide, di rado se ne trova sulle Bucoliche e le Georgiche.

[16] Questo grammatico, maestro di Lucano e di Persio, non esitava a servirsi di espressioni dure nella sua critica virgiliana (abiecte, sordide, indecore etc.). Ma i principali suoi appunti, di cui oggi abbiamo ricordo, si riducono a futili cavilli o ad aperti errori. Pure egli era ammiratore del Mantovano, come si rileva dalle sue stesse parole: «iamque exemplo tuo etiam principes civitatium, o poeta, incipient similia fingere». Charis, p. 125 (ed. Keil) [= p. 159, 28 Barwick].

[17] «Asconius Pedianus ait se audisse Vergilium dicentem, in hoc loco se grammaticis crucem fixisse, quaesituros eos, si quid studiosius occuleretur». Philargyr., e Scholl. Bern., ad Ecl., III, 105. Ma probabilmente Ascondo citava l’autorità di altri, poiché egli neppure era nato quando Virgilio morì. Cfr. Ribbeck, Prolegg., p. 97 sg. Questa idea ritrovasi poi ripetuta nel medio evo e non soltanto a proposito di Virgilio, ma come un costume degli antichi scrittori; ved. p. es. il prologo di Marie de France [prol. v. 9 sgg.], che dice ciò sulla testimonianza di Pisciano.

[18] «Sic Maro nec calabri tentavit carmina Flacci,

      Pindaricos nosset cum superare modos;

      Et Vario cessit romani laude cothurni,

      Cum posset tragico fortius ore loqui»

                                              Martial., VIII, 18.

Conviene notare qui che, quantunque Virgilio esercitasse assai visibile influenza anche sulla prosa, non lasciò gran nome di sé come prosatore. «Vergilium illa felicitas ingeni in oratione soluta reliquit». Seneca, Controv., 3, pref. 8; cfr. Donat., Vit. Vergil., p. 5, 65 BR.

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004