Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

 

Tityrus et segetes Aeneiaque arma legentur,

Roma triumphati dum caput orbis erit.

                                        OVID., Am., I, 15, 25.

 

O anima cortese mantovana

Di cui la fama ancor nel mondo dura

E durerà quanto ’l mondo lontana

                                       DANTE, Inf., 2, 58.

 

 

Virgilio rappresenta come principe quella scuola di poeti che i suoi contemporanei chiamavano poeti nuovi; ed erano infatti poeti nuovi di tempi nuovi. – Era quella un’epoca in cui la novità era un fatto ed un bisogno generale del mondo romano. Quel colosso che con tanta abnegazione avea lavorato lungamente a farsi così grande, voleva ormai godersi la propria grandezza, vivere grandemente, espandere in mille forme il sentimento di sé stesso, nobilitare e raffinare la sua vita così materiale come intellettuale. Rozza, gretta e povera pareagli l’antica vita repubblicana, degna di grande ammirazione da lontano, ma ormai non più attuabile perché non più proporzionata al suo essere e al suo sentire. Politicamente, e in vista delle sue conseguenze, quel grande rinnovamento, quel distacco dalla severa tradizione antica può giudicarsi con rigore; certo è però che negli ordini dell’arte e del sapere quelle nuove condizioni, generatrici di nuove tendenze per gli animi e per le menti, diedero origine a grandi prodotti artistici non più uguagliati, i quali costituiscono nella storia dell’arte e del pensiero romano il culmine più eccelso. A noi qui non è concesso trattenerci a studiare l’origine la natura e le vicende della nuova scuola poetica allora sorta, le cause della sua grandezza e del suo successo, i contrasti che pur dovette sostenere con quei partigiani del passato che non possono mai mancare in epoche di rinnovamento. L’economia del nostro lavoro, quale ci viene imposta da ciò che in esso è principale argomento, ci chiama ad occuparci qui esclusivamente di Virgilio, che è il più grande poeta di quella scuola ed insieme il più grande poeta romano. Una critica della poesia virgiliana fatta di proposito non potrebbe aspettarsi da noi, che abbiamo per ufficio il dire, non ciò che Virgilio è, ma ciò ch’ei parve, non come va, ma come fu giudicato. Certamente ciò non potremmo fare con certa razionalità, se un concetto non fosse in noi del reale valore di Virgilio, ma questo non è tanto subbiettivo e nostro esclusivamente, che non ci sia lecito dispensarci dal porlo in chiaro ed in sodo dal bel principio del nostro lavoro. Sia dunque senz’altro (poiché lunga assai è la via che dobbiamo percorrere) nostro punto di partenza quello che più necessariamente si richiede pel nostro soggetto, lo studio cioè della prima impressione che fece la poesia virgiliana nel mondo romano, impressione che raggiunge il suo massimo grado col poema dell’Eneide, pel quale essa acquista il più stretto rapporto colle ragioni della rinomanza virgiliana nei secoli successivi. Difatti, quantunque la fama di Virgilio cominciasse già grande colle Bucoliche e le Georgiche, opere di grandissimo valore, la maxima grandezza di quel nome riposa propriamente sull’Eneide, che è il più alto portato della poesia latina, e che fa di Virgilio, non solo il principe, ma anche il più essenzialmente nazionale dei poeti latini. A questa dunque dobbiamo noi principalmente volgere lo sguardo nella storia che ora intraprendiamo.

 

 

Capitolo I

 

Il supremo ideale dell’epopea era per gli antichi, com’è anche per noi, l’epopea Omerica: ad essa guardava il poeta epico nel comporre, ad essa il pubblico nel giudicare di lui. Quell’ideale era tanto alto che, mentre escludeva la possibilità di raggiungerlo, anche restando inferiori si poteva pur toccare un’altezza imponente e prodigiosa. Nel giudicare Virgilio i romani corsero subito all’inevitabile confronto: distinguendo fra la potenza divina di chi creò e l’ardua e faticosa opera di chi imitava, riconobbero invero l’inferiorità del poeta loro rimpetto all’antico greco (ché le esagerazioni di certi entusiasti non si possono prendere per la regola[1], ma videro altresì che di quanti tentativi in quel genere erano stati fatti in lingua greca e romana il più felice era il virgiliano. Questo giudizio, limitato ad un confronto assoluto ed esterno delle due poesie, era giusto senza dubbio. Ma quante volte il confronto si estendesse alla natura ed alle cause di quelle composizioni epiche, gli antichi, non conoscendo l’essere vero dell’epopea omerica come oggi noi lo conosciamo da Vico in poi, consideravano erroneamente Omero e Virgilio come due individui solo distinti per lontananza di tempi e grado di genio; talché essi a rigore avrebbero dovuto giudicare Virgilio meno favorevolmente di quello noi siamo oggi in grado di fare. Difatti, noi distinguiamo fra l’epopea primitiva, spontanea, di origine non individuale ma nazionale, e la epopea imitativa e di studio, tutta opera individuale, nata in tempi di riflessione e di storia nei quali la prima diviene impossibile; come nell’una troviamo che l’epopea greca ha il primato sulla epopea di simile natura di tutti gli altri popoli, così nell’altra riconosciamo che fra i vari tentativi sia di greci, sia di latini come anche di noi stessi italiani, e di tutti gli altri popoli moderni, niun altro ha mai raggiunto quel grado di perfezione relativa che toccò l’epopea virgiliana. Nel fare questa distinzione noi collochiamo Virgilio nel suo vero posto, e se lo paragoniamo con Omero, teniamo conto dell’immenso divario che corre fra i due nella natura e nelle cause genetiche della loro poesia; noi abbiamo quindi della sua inferiorità spiegazioni o scuse che mancavano affatto ai romani. Ma se da questo lato le condizioni del sapere di quell’epoca sarebbero state sfavorevoli al poeta, o certamente men favorevoli che le presenti, gli effetti di ciò erano affatto cancellati e compensati con larga usura dall’accordo fra quella poesia e i sentimenti e i bisogni del popolo per cui era creata. Molti hanno detto già che l’epopea virgiliana solleticava la boria nazionale ed era quindi destinata a molto successo; ma questa idea ovvia e volgare, se in certo senso ha del vero, non va intesa com’essa volgarmente suona. Il popolo romano, o meglio il mondo romano, costituisce una individualità per natura, per vita, per composizione talmente eccezionale, che giudicarla colle stesse norme con cui si giudica qualunque altro popolo, è un errore. Esso è un ente storico per eccellenza; la sua vita è una espansione continua dalle minime alle più gigantesche proporzioni, nella quale egli obbedisce ad un impulso fatale, irresistibile, che comincia fin dal primo momento della sua esistenza, dal fatto politico della fondazione di Roma. Questo estremo limite dei suoi ricordi nazionali e il nucleo di un ingrandimento tanto costante, è tanto strettamente connesso colla natura della vita nazionale susseguente, che anche la favola delle origini come quella di altri fatti successivi ne acquista un carattere politico e prattico[2]. Il ricordo di un’età eroica estranea affatto all’attività politica, nella quale gli elementi nazionali rimanessero sparpagliati e non centralizzati con una mira che riguardasse tutto l’avvenire della nazione, non esiste presso i romani. La piccola gente latina, dal cui seno venne quell’embrione di grandezza, non fu certamente dimenticata; ma fra essa e Roma rimanevano ben visibili tutte le differenze che distinguono in due individualità, affini ma diverse, la madre e la sua prole.

Questo essere storico che fin dal primo momento della sua vita ebbe la coscienza di sé e della sua missione, che visse di attività storica mirando sempre ad una meta reale e determinata, che a sé stesso ed alla propria energia dovette il successo e la grandezza, doveva naturalmente trovare nella contemplazione della propria entità e della miracolosa sua vita una potente ispirazione poetica. C’era un sentimento di natura tutto speciale, che potremo chiamare storico, come quello che risultava dall’idea di una grandiosa attività storica, il quale, non ristretto nei limiti segnati dalla cerchia di una sola nazione, ma comune a genti le più diverse che Roma avea saputo, non solo sottomettersi, ma anche assimilarsi, si distingueva dal sentimento nazionale che è proprio di ogni popolo, pel suo carattere astratto ed universale, tanto che sopravvisse allo stesso dominio romano. Questo entusiasmava i dominati e i dominatori egualmente, e fra le tante espressioni di esso, che dal principio alla fine distinguono ed in gran parte anche compongono la letteratura latina, è impossibile trovare una differenza qualsivoglia fra tanti scrittori di nazione diversa, romani, greci, etruschi, galli, iberi, africani o altri[3].

Tornando dunque all’epopea, è chiaro che i romani dovevano avere una naturale tendenza all’epopea storica, ed il fatto stesso lo prova colla quantità di epopee storiche che essi ebbero da Nevio a Claudiano[4], fatto che non ha riscontro presso i greci, e per buone ragioni. Ma quel sentimento, che animava tutto il mondo romano e tanto avea bisogno di espansione, era di natura e di origine tale, che riusciva sommamente difficile trovarne l’espressione epica. Considerato nella sua causa ed astrattamente, esso è tale che s’intende come dovesse naturalmente spingere all’epopea; ma quando si cercasse per questa un subbietto in cui concretarlo e dargli una formola adeguata, subito si presentava la base storica su di cui esso riposava, e ciò a scapito; poiché il fatto storico, finché sia presente alla mente come tale, non può in alcuna guisa servire all’epopea. Per tale scopo conviene che prima esso diventi fatto epico, è necessaria cioè una elaborazione della fantasia, non di un individuo ma della nazione, che lo tramuti in ideale poetico; opera giovanile di cui l’animo nazionale non è più capace in epoche di maturità storica. A sciogliere il difficile problema i greci non aveano fatto nulla, perché un problema tale ad essi, popolo di natura affatto diversa, non si era mai presentato. Il più noto tentativo di epopea storica presso i greci fu, nell’epoca classica, il poema di Cherilo di Samo sulla guerra persiana, il quale, fondato su di un avvenimento che, quantunque glorioso, non figurava che come un incidente nella vita della nazione, né rappresentava in alcuna guisa l’essenza stessa di quella, non ebbe che un successo politico momentaneo o passeggiero. L’idea nazionale greca si era già manifestata nella poesia ben più luminosamente e con forme ben più appropriate. Ma il sentimento dei romani era tanto gagliardo e potente, e la natura loro di popolo storico era tanto fortemente pronunziata che non solo le epopee storiche presso di loro furono più numerose che presso gli altri, ma ebbero anche maggior successo di quello si sarebbe potuto aspettare dall’epopea storica anche la meglio concepita, quando la freddezza sua naturale non fosse stata compensata dal calore straordinariamente intenso e persistente del sentimento a cui era rivolta, e che anche l’avea suggerita. Ed infatti, cessato quello nell’epoca moderna, anche le migliori di esse sono affatto cadute a terra. Se però un certo relativo successo era possibile per quelle epopee storiche, ed anche per quelle di esse che riunivano (quelle di Ennio e di Nevio, per esempio) in uno strano connubio la favola e la storia, tanto per ragioni di forma quanto per la insufficienza poetica del soggetto, il bisogno nazionale non ne era rimasto completamente soddisfatto. Aver trovato una soluzione di questo problema difficile e complicato è appunto il merito fondamentale del mantovano, ed una causa principale di quell’entusiasmo che destò la sua epopea, e che durò in grandi proporzioni finché rimase vivo quel sentimento di cui era la più nobile completa e fedele espressione poetica.

Le mire nazionali di Virgilio come di altri poeti augustei sono sempre evidentissime, né appariscono soltanto prodotte da impulsi istintivi e non avvertiti, come in tanti altri scrittori romani, ma sono spesso calcolate nell’intento artistico. Virgilio non volle comporre un’epopea che avesse un carattere puramente letterario o dotto, alla maniera degli alessandrini, e non iscelse quindi, come altri fece prima e dopo lui, un tema dalla ricca saga greca, quale la Piccola Iliade, la Tebaide, l’Achilleide od altro simile sprovvisto di ogni valer nazionale pei romani. Guidato da un istinto artistico maraviglioso in un epico di quel tempo, egli arrivò anche a scansare tutti quei temi storici che tanto tentavano altri poeti, ed aveano tentato alla prima anche lui, e si determinò pel solo che, fra le tradizioni allora in corso presso i romani, offrisse quel carattere eroico ideale che è indispensabilmente richiesto dall’epopea, ed insieme fosse nazionale, se non di origine, certo di significato[5]. Com’egli a ciò arrivasse per semplice sforzo di genio poetico, modificando gradatamente il concetto primordiale dell’opera sua, è cosa che si rileva da parecchi indizi con certa chiarezza, e che non può lasciare inosservata chi voglia equamente giudicare di lui. Imperocché, per le ragioni generali che abbiamo dette, anche a lui, quando volle intraprendere la composizione di un poema nazionale, si presentò per prima l’idea di un argomento storico latino o romano. Già prima che scrivesse le Bucoliche avea pensato ad un poema sui Re di Alba; ma presto abbandonò quell’idea, come dice il biografo, «offensus materia»[6]. Più tardi, entrato già in rapporto con Augusto, si decise seriamente alla composizione di un poema, e di nuovo il soggetto che gli si affacciò primo alla mente fu di natura storica. La grandezza degli avvenimenti contemporanei, e l’amicizia del principe che tanto prevalse in quelli, lo condussero naturalmente a scegliere per tema le Gesta di Ottaviano[7]. Tale egli stesso dichiarava essere il lavoro da lui meditato, allorché nel 29 leggeva in Atella[8] le Georgiche ad Augusto tornato d’Asia[9]. Da questo primo soggetto, a forza di modificare il piano primitivo secondo le esigenze del suo sentimento artistico, egli giunse a comporre l’Eneide nel corso di undici anni, cioè dal 29 fino alla sua morte. Nel 26 già Properzio conosceva alcune parti del lavoro e ne parlava entusiasticamente come di grande cosa che andavasi facendo, ma profondevasi più largamente nelle lodi delle Bucoliche e delle Georgiche sulle quali fin lì riposava la rinomanza del poeta. Dalle parole di Properzio, come anche da quanto scriveva Virgilio stesso in quel tomo ad Augusto[10], si rileva[11] che le parti del poema allora composte appartenevano già a ciò che poi rimase l’Eneide, ma il poeta manteneva ancora il pensiero di arrivare col suo poema da Enea ad Augusto. Come oggi si vede, inoltrandosi nel suo lavoro egli con tatto felicissimo eliminò ogni idea di narrare fatti puramente storici, facendo così un poema epico-storico, ed invece diede corpo al suo disegno solo rammentando fatti e personaggi storici di volo e per via di occasioni artisticamente colte o procurate, senza che ne rimanesse menomata la natura propriamente eroica e poetica degli avvenimenti che formano il soggetto fondamentale del poema[12]. Della opportunità artistica di questo procedere si accorsero anche i critici antichi, i quali seppero pur ben definire quanto per questo lato Lucano siasi mostrato inferiore a Virgilio[13]. E così nacque l’Eneide, in un modo che agli occhi nostri mostra patentemente quanto chi la scrisse fosse nel concetto e nel sentimento della poesia superiore ai migliori poeti della sua epoca, della più splendida epoca che s’incontri nella storia dell’arte, dopo quella delle grandi creazioni greche.

La critica moderna ha potuto ragionevolmente distruggere certe vecchie idee sul valore storico della saga di Enea, e sulla provenienza di essa[14]; le sue negazioni non potranno mai estendersi a questo fatto indiscutibile, che questa saga già fin dal tempo della prima guerra punica la troviamo in corso fra i romani, e che resa popolare dai poeti, dagli storici, dal teatro, dalle arti plastiche, dal culto e dagli atti stessi dello stato, ai tempi di Virgilio essa aveva acquistato il valore di una saga nazionale estremamente simpatica a tutti gli uomini di cultura romana e del tutto armonizzante colla poesia propria del sentimento romano[15]. Certo se si fosse trattato di comporre un’epopea che fosse in tutto dell’indole dell’epopea omerica, a ciò si sarebbe prestata assai male anche quella saga per gli elementi e caratteri eterogenei che racchiudeva; ma ciò che doveva esprimere l’epopea virgiliana era ben diverso di natura da quanto avea espresso l’epopea omerica, e rimpetto a questo scopo i difetti del tema, pur rimanendo, erano assai meno sensibili. Omero si muove in un’atmosfera tutta ideale; egli non può mai volgere lo sguardo alla storia, che nascerà soltanto più secoli dopo di lui; i limiti e le proporzioni reali dell’essere umano e della sua attività sono tanto lontani dalla sua niente nell’opera poetica, che ben di rado, e solo come termine di paragone, richiama la povera mole dell’uomo vero e proprio (oi& oi nu%n brotoié eiésin); figlio di una età senza storia, egli è l’interprete di una idealità nazionale che è già esclusivamente poetica di per sé stessa. Il poeta latino invece vivendo nella più alta fase dello sviluppo storico della nazione, doveva, tenendosi nell’ambiente ideale voluto dall’epopea, mirare pur costantemente alla storia nella quale avea le sue radici quell’universale sentimento che allora raggiungeva la sua massima intensità, più che mai bisognoso di grandiose espansioni[16]. Conscio di questo suo ufficio ed assistito nel compierlo da una genialità tutta sua propria[17], egli coordinò il suo poema, nel soggetto e nella trattazione, così strettamente colla storia romana, ch’esso può dirsi una preparazione a quella ed insieme un riassunto poetico dell’impressione ch’essa lasciava nell’animo di quanti la contemplavano[18]. Come accade sempre quando si trova la formula lungamente desiderata che esprima intieramente ciò che è nell’animo di tutti, il poema fu accolto con uno scoppio di generale entusiasmo in tutto il mondo romano. È mirabile vedere con quanto interesse tutti gli uomini colti s’informassero dei progressi di quella grande composizione, e quanto forti, visibili influenze essa esercitasse, fin dal suo nascere, sulle lettere latine. Mentre il poeta l’andava componendo, Augusto, Mecenate e tutta la schiera di amici, cortigiani, dilettanti, poeti, retori che li attorniava, erano più o meno al corrente del lavoro, di cui varie parti venivano dall’autore grado grado recitate in quei circoli. Quando Virgilio morì, non altra pubblicità che questa aveva avuto il poema, di cui niuna parte era stata condotta a quel grado di perfezione che meditava il poeta; ma un vasto pubblico ne conosceva l’esistenza e, per l’incontro avuto dai saggi recitati agli amici, grandissima era l’aspettazione. La pubblicazione ebbe luogo per opera dei due amici di Virgilio, legatari dei suoi scritti, Tucca e Vario, ai quali Augusto impose quell’incarico delicato. Quanto tempo impiegassero nel preparare quella pubblicazione non sappiamo, ma certamente dovette essere assai breve[19]. L’impressione fu profonda e universalmente vivissima. In quel poema, che divenne il primo titolo della nominanza dell’autore, tutti riconobbero la più grande opera della poesia latina[20], e per esso divenne Virgilio pei romani, come poi lo chiamava Velleio, il «principe dei carmi»[21]. Lo studio di Virgilio e della sua fraseologia si riconosce già nel suo grande contemporaneo Tito Livio, nel quale trovansi chiare reminiscenze anche di frasi dell’Eneide[22]. Ricco di tali reminiscenze mostrasi poi singolarmente Ovidio[23] che avea 24 anni quando morì il grande poeta, da lui però conosciuto soltanto di vista[24]. E deve notarsi che per Livio e per Ovidio ciò non si può certamente ripetere dall’uso fatto di Virgilio nella scuola, come poi accade per tanti altri poeti e prosatori latini. Dai ricordi di Seneca il vecchio[25] rileviamo pur chiaramente che nel primo decennio dopo la morte del poeta l’Eneide era conosciutissima e si citavano versi di essa come volgarmente noti. Singolarmente attraente per una certa parte del pubblico riusciva la patetica poesia delle avventure di Didone[26], che più tardi strappava le lagrime ad Agostino[27], e che troveremo sempre fra le parti del poema più ammirate nei secoli seguenti. Una critica affettatamente severa, schifiltosa, paradossale e pregiudicata può dir quel che vuole su questo grande poeta come su tanti altri grandi scrittori latini. Se essa erra, il danno è tutto suo. La scienza potrà difficilmente perdonare gli eccessi di certe reazioni intellettuali, comunque queste possano essere feconde di progresso. L’opera di Virgilio, considerata, com’è dovere, nell’ordine suo e nelle sue ragioni storiche è e riman sempre un grande monumento che non ebbe l’eguale né prima né poi; legittimo è il fascino che per tanti secoli esercitò su tutti gli spiriti colti, dagl’infimi ai più grandi. Imitatore è Virgilio solo negli accessori ed anche come tale è grandissimo; lo è perché doveva esserlo, né v’era potenza di genio che a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale dell’arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche, era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile. Le vie del genio non possono essere sempre libere in qualunque momento e condizione dello spirito umano. Non per questo però esso si fa men manifesto a chi non si veli gli occhi per non vederlo; né è lecito disconoscerlo e denigrarlo, dandogli sprezzantemente, come si è fatto per Virgilio, il nome di virtuosità. Per la natura, gli elementi, lo scopo affatto speciali dell’opera sua, Virgilio lavorò in un ordine di produzione tanto diverso da quello della poesia omerica e dell’epica greca in generale[28], che la sua opera, proporzionata com’è all’intento, costituisce una vera creazione. Una dose di ellenismo c’era nel pensiero romano, c’era quindi anche nel poeta, e sarebbe stato infedele se non l’avesse rappresentata nel suo poema; ma il primo più profondo carattere di Virgilio sta nell’esser egli, come con giusta intelligenza lo chiama Petroni, essenzialmente Romano[29].

 

Note
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[1] Quanta parte avesse l’amicizia nell’enfatico «Nescio quid maius nascitur Iliade» di Properzio, è reso manifesto dalle espressioni che questi adopera anche a riguardo di un altro suo amico, Pontico, autore di una Tebaide che rimase affatto dimenticata (I, 7, 13):

     «Dum tibi Cadmeae dicuntur, Pontice, Thebae

     armaque fraternae tristia militiae,

     atque, ita sim felix, primo contendis Homero, etc.»

[2] I dotti di oltr’alpe commettono spesso un grave errore, di cui si risentono gli effetti molteplici in molte e varie loro opere, quando giudicano le idee e i sentimenti di un popolo eccezionale che si concentrava tutto in una città, e contava la sua esistenza ab urbe condita, con quelli stessi concetti con cui giudicano il popolo greco, e tenendo sempre la nazionalità greca dinanzi alla mente. La saga romana non poteva spaziare gran fatto al di là del campo proprio a quelle Ktiéseiv poélewn che fra i greci naturalmente non potevano costituire la parte più spiccante del materiale leggendario nazionale. Se poi l’invenzione fantastica dei romani in quanto concerne il loro passato, rivela, come doveva, la loro tendenza politica e prattica, non per questo essa è sprovvista di una sua grande poesia. Fa piacere udire un uomo che certamente non può essere accusato di parzialità pei romani, conchiudere un lavoro sul racconto di Coriolano colle seguenti eque parole: «Wer in diesen Erzählungen nach einem sogenannten geschichtlichen Kern sucht, wird allerdings die Nuss taub finden: aber von der Grösse und dem Schwung der Zeit zeugt die Gewalt und der Adel dieser Dichtungen, insbesondere derjenigen von Coriolanus, die nicht erst Shakespeare geschaffen hat». Mommsen, in Hermes, IV, p. 26.

[3] Cfr. i molti luoghi d’autori che esprimono questo entusiasmo raccolti da Lasaulx, Zur Philosophie der römischen Geschichte, p. 6 sgg, ai quali però molti altri se ne potrebbero aggiungere, oltre al tono generale ed alla caratteristica tendenza di molti scrittori, quale principalmente Livio, che a chi lo paragoni coi greci (fra i quali nulla si trova di simile all’opera sua), offre il più evidente saggio di quanto siam venuti notando.

[4] Vedine la enumerazione presso Teuffel, Gesch. D. rom. Litt., p. 31 (= Teuffelknoll, p. 35).

[5] «Novissime Aeneidem inchoavit, argumentum varium ac multiplex, et quasi amborum Homeri carminum instar, praeterea nominibus ac rebus graecis latinisque commune, et in quo, quod maxime studebat, romanae simul urbis et Augusti origo contineretur». Donat., Vit. Vergil. (presso Reifferscheid, Svetonii praeter Caesarum libros reliquiae, Lips. 1860), p. 59. [= Vitae Vergilianae, p. 5, 74 Brummer]. (Notisi che in tutto il libro non citerò mai altra edizione della biografia di Virgilio attribuita a Donato che questa del Reifferscheid).

[6] Donat., Vit. Vergil., p. 58 [= p. 5, 66 BR.]. Serv., ad Bucol., VI, 3.

[7] Questo era il primo soggetto e scopo dell’Eneide secondo il desiderio dello stesso Augusto, e così va intesa la notizia data da Servio (postea ab Augusto Aeneidem propositam scripsit, [p. 70, 26 BR.).

[8] Donat., Vit. Vergil., p. 61 [p. 6, 92 BR.].

[9] «Mox tamen ardentis accingar dicere pugnas

        Caesaris et nomen fama tot ferre per annos,

        Tithoni prima quot abest ab origine Caesar»,

                                                                            Georg., III 46.

[10] «De Aenea quidem meo etc.» presso Macrobio, Sat., I, 24, 11.

[11] «Actia Vergilium custodis litora Phoebi

           Caesaris et fortes dicere posse rates,

           qui nunc Aeneae Troiani suscitat arma,

           iactaque Lavinis moenia litoribus.,

           cedite Romani scriptores, cedite Grai:,

           nescio quid maius nascitur Iliade.»

                                      Propert., II, 34, 61-66.

[12] Sulla composizione dell’Eneide e la cronologia delle varie sue parti ved. Sabbadini, Studi storici sull’Eneide. Lonigo 1889, p. 70 sgg.

[13] «Hoc loco per transitum tangit historiam, quam per legem artis poeticae aperte non potest ponere.... Lucanus namque ideo in numero poetarum esse non meruit, quia videtur historiam composuisse non poema». Serv. ad Aen., I, 382; cfr. Martial., XIV, 194; Fronton., p. 157 N.; Quintil., X, 1, 90.

[14] Cfr. Schwegler, Röm. Gesch., I, p. 279 sgg.; Prellerjordan, Röm. Mytholog., II, p. 310 sgg.; Hild, La légende d’Énée avant Virgile, Paris, 1883.

[15] Erra gravemente Niebur (Röm. Gesch., I, 206 sgg.) quando crede che Virgilio condannasse alle fiamme il suo poema perché conscio della sua mancanza di base nazionale. Una idea simile a Virgilio non poteva mai venire in capo, e quanto sia assurda lo prova già l’immenso successo dell’Eneide, a cui il sentimento romano fu tutt’altro che estraneo. È noto che il suo contemporaneo ed ammiratore Tito Livio apre anch’egli colla saga d’Enea la sua storia, ispirata se altra mai da vivo sentimento nazionale. L’attitudine del suo spirito e il suo punto di vista nel riferire quelle favole, ei li dichiara nel proemio in modo che non può lasciar da desiderare, colle magnifiche parole così spesso citate: «Et si cui populo licere oportet consacrare origines suas ad Deos referre auctores, ea belli gloria est populo romano etc. etc.». Come la saga di Enea stesse in armonia con quanto ispirava il resto della tradizione romana, lo vediamo nel lirismo d’Orazio là dove fa dire ad Annibale (C. IV, 4, 53 sgg.):

          «Gens quae cremato fortis ab Ilio,

          Iactata Tuscia aequoribus, sacra

          Natosque maturosque patres

          Pertulit Ausoniae ad urbes,

          Duris ut ilex etc. etc». 

Quando questo scriveva Orazio, appena allora era stata pubblicata l’Eneide (le odi del IV libro furono messe a luce, come si crede dai più, dopo il 13 av. Cr.). Le tendenze cesaree verso Troia, come la città sacra dei romani e della gente Giulia, sono vivamente rappresentate nella nota parlata di Giunone agli Dei che trovasi nell’ode 3.ª del III lib., certamente anteriore all’Eneide. Vedere in tutto ciò e in tant’altro che potrebbe riferirsi di simile, retorica e adulazione, non ammettere la reale intensità e legittimità del sentimento a cui in tanto vera grandezza d’impero e di gesta corrispondeva, è un procedere assai leggermente, sacrificando la verità e la coscienziosità scientifica a tendenze paradossali ed a prevenzioni malamente allucinatrici.

[16] Il titolo stesso del poema sarebbe stato dapprima, secondo alcuni, non Eneide ma Gesta del popolo romano; «unde etiam in antiquis invenimus opus hoc appellatum esse non Aeneidem sed Gesta populi romani; quod ideo mutatum est, quia nomen non a parte sed a toto debet dari», Servio, ad Aen., VI, 752.

[17] Niente di meno serio dell’idea espressa da qualche critico moderno (V. fra gli altri Teuffelkroll, Gesch. der röm. Litt., II, p. 25) che la natura molle e mite di Virgilio non fosse tagliata per l’epopea. Dicano, di grazia, questi signori quale dei poeti epici della stessa categoria a cui Virgilio appartiene può dirsi nato per l’epopea. Forse il platonico Tasso, o il pio Milton, o il mistico Klopstock? E come fra tanti poeti d’arte cosi diversi per stirpe e per carattere, il solo molle Virgilio ha saputo fare il meglio in questo genere, mentre il titanico e multilaterale Goethe quando a ciò si è voluto provare ha messo fuori quell’aborto che è l’Achilleide?

[18] «Qui bene considerant, inveniunt omnem romanam historiam ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Vergilium, quod ideo latet quia confusus est ordo: nam eversio Ilii et Aeneae errores, adventus bellumque manifesta sunt: Albanos reges, romanos etiam consulesque, Brutum, Catonem, Caesarem, Augustum et multa ad historiam pertinentia hic indicat locus, cetera quae hic intermissa sunt in ´aspidopotta commemorat». (Servio, ad Aen., VI, 752. Cfr. anche Probo, ad Georg., III, 46, p. 379, 10, ed. Hagen).

[19] Secondo Boissier (La publication de l’Éneide in Revue de Philologie, 1884, p. 14) era già pubblicata quando Orazio scrisse il Carmen speculare nel 737 (17), ossia due anni dopo la morte del poeta.

[20] Nella letteratura latina oggi huperstite il più antico autore che esprima ciò esplicitamente è Ovidio: «Et profugum Aenean, altae primordia Romae, quo nullum Latio clarius extat opus».

Ars amator., III. 337

          «Tantum se nobis elegi debere fatentur,

          quantum Vergilio nobile debet epos». 

Rem am., 395 L’Ars amatoria fu pubblicata l’1 o il 2 av. Cr.; i Remedia amoris l’1 o il 2 d. Cr.

[21] «Inter quae (ingenia) maxime nostri aevi eminent princeps carminum Vergilius Rabiriusque etc». Vell. Paterc., II, 37.

[22] Cfr. Wölfflin in Philologus, XXVI, p. 130.

[23] Veggasi i raffronti considerevolmente numerosi raccolti dal Zingerle nel suo lavoro: Ovidius und sein Verhältniss zu den Vorgängern und gleichzeitigen römischen Dichtern (Innsbruck, 186971), II, p. 48113. Per Tibullo, Properzio, Orazio, Livio v. Sabbadini, Studi critici sulla Eneide, Lonigo, 1889, p. 134173.

[24] «Vergilium vidi tantum», Trist., IV, 10, 15.

[25] Questi ricordi, che si riferiscono ai retori del tempo d’Augusto, ci offrono le più antiche citazioni di versi dell’Eneide oggi conosciute. Ecco i luoghi principali: «Sed ut sciatis sensum bene dictum dici tamen posse melius, notate prae ceteris quanto decentius Vergilius dixerit hoc, quod valde erat celebre, «belli mora concidit Hector»: «Quidquid apud durae etc.» (Aen., XI, 288). Messala († 8 d. Cr.) aiebat hic Vergilium debuisse desinere, quod sequitur «et in decimum etc.» explementum esse. Maecenas hoc etiam priori comparabat» Suasor., 2, 20; – «Summis clarnoribus illum dixit (Arellius Fuscus) Vergili versum: «Scilicet in superis etc.» (Aen., IV, 379). Auditor Fusci quidam, cuius pudori parco, cum hanc suasoriam de Alexandro ante Fuscum diceret, putavit aeque belle poni eundem versum; dixit: Scilicet is superis etc». Fuscus illi ait: si hoc dixisses audiente Alexandro, scisses apud Vergilium et illum versum esse «... capulo tenus abdidit ensem» (Aen., II, 553). Suasor., 4, 45. – «Montanus Iulius qui comis fuit, quique egregius poeta, aiebat illum (Cestium) imitari voluisse Vergili descriptionem: ’Nox erat et terras etc.’ (Aen., VIII, 26)». Controv., 16, 27. (Cestio venne a Roma poco dopo la morte di Virgilio, cfr. Meyer, Oratorr., romanorr. Fragmenta, p. 537) – Ved. anche Suasor., 1, 12.

[26] «Et tamen ille tuae felix Aeneidos auctor

          contulit in Tyrios arma virumque toros,

          Nec legitur pars ulla magis de corpore toto,

          quam non legitimo foedere iunctus amor».

                                                    Ovid., Trist., 2, 533.

[27] Confession. lib. I, 13, 20.

[28] Anche il Teuffel concede che «Ton und Geist der Aeneis steht freilich zu Homer in diametralem Gegensatze». Gesch. d. röm. Lit., p. 400. Più largamente Plüss, Vergil und die epische Kunst (Leipz. 1884) p. 339 sgg.

[29] «Homerus testis et lyrici, romanusque Vergilius et Horati curiosa felicitas». Petron., Sat. 118.

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Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2004