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Edizione di riferimento:
Biblioteca scelta delle opere italiane antiche e moderne, vol. 376, Tansillo, Tasso, Erasmo da Valvasone, ed Algelo Grillo, Le lagrime di San Pietro, Cristo, Maria Vergine, e quelle del penitente, con un capitolo al crocifisso e il lamento di Maria Vergine, per Giovanni Silvestro, Milano 1838.
Tra dure selve, e tra sassose rupi,
Ove uman piè segnar l’erba non suole,
Ospitali magion d’orridi lupi,
E d’augei, che notturni odiano il sole,
Sotto umil tetto d’antri ascosi e cupi
Celato avea le sue bellezze sole
La nobil Peccatrice, che di sante
Lacrime al Salvator lavò le piante.
Già riverita donna, avvezza agli agi
D’uno stato regal ancelle e manti,
E ori e gioie e splendidi palagi,
Ozj, feste, armonie, conviti, amanti,
Cangiato aver in boschi aspri e malvagi,
In digiuni, in sospir, romiti e pianti.
Quanto mutata omai, quanto da quella,
Che già lasciva fu, non men che bella.
O possanza d’amor, come trasforme
L’umane voglie, e in nove guise l'ardi!
Ove son le delizie, ove le torme
Di mille proci, ove i ridenti sguardi,
Cancellato ha dal cor l'antiche norme,
Djsciolti i lacci son, spuntati i dardi:
Quanto già sì le piacque, or le dispiace,
E tutta avvampa di novella face.
Nè mai sotto a focil solfo, ned esca
Arida apprende mormorante foco,
Che così tosto si dilati e cresca,
Ed in sè stesso omai non trovi loco,
Come dentro il suo cor, cui non adesca
Bellezza umana più con falso gioco,
La fiamma spirital tosto s'accese,
E quanta ella si fu tutta la prese.
Non è lieve ventura, umil vantaggio
Con gli occhi propri aversi attratto in seno
Del ver Figliuol di Dio l’effigie, il raggio
Troppo via più che ’l Sol caldo è sereno;
E ’l suon delle parole, e 'l verbo saggio,
Che non espresse mai senso terreno,
Pur con le proprie orecchie ammesso al core
Che l’informasse di più degno amore.
Però che la famosa e ricca gente
Per molti gradi e secoli discesa,
Nella tenera età ch’ ancor non sente
Colpo d’amor, fu solo al cielo intesa:
E dell’ uno e dell’altro suo parente
Orba sotto l’altrui scorta e difesa
Il patrio culto fece e le divine
Leggi alle voglie sue sempre confine.
Ma poi crescendo la bellezza e gli anni
Giunti alla gioventù fervida ardita,
Ahi, lassa, sdrucciolò ne' tesi inganni
Di Venere, ch’al mal gli animi invita;
I sensi fe' del suo voler tiranni
Lasciando a dietro la ragion smarrita,
E del pudico suo candido petto
Profano albergo fece all’empia Aletto.
Già s’ha tratto alle spalle ogni vergogna,
Ogni usato rossor in lei vien meno:
Non più religion, non fama agogna,
Chel suo desir solean tener a freno:
Nel vizio addormentata il falso sogna,
Ed ebbra beve ogn’or mortal veleno:
Già da marito esce alle piazze e vaga,
E mirar, e mirata esser s’appaga.
Così talor del suo Maestro priva
Incerta del cammin, se 'l vento spira,
Nave abbandona la secura riva
In preda al mar, ch'ovunque vuol l’aggira;
Lassa, non scogli mai, non sirti schiva,
Non dell’instabil ciel paventa l’ira,
Nè sapendo a qual porto arrivar deggia
Lieta del proprio error vaga e vaneggia.
La bella Donna, e baldanzosa pende
A dannosi piacer, e rompe e sprezza
Leggi e rettori, e sola e sciolta prende
Tutta in man la paterna ampia ricchezza:
Poi di error in error lubrica vende
A vani amanti al fin la sua bellezza;
Misera! e non ne tragge altra mercede
Che falsi vezzi ed ingannevol fede.
Ahi, quanto bella donna ingrata al cielo
Si rende, e scema il suo più nobil pregio,
Se quel ch' egli le diè candido velo
Macchia ignobil desir d’infame fregio;
Se non le impietra il cor di fermo gelo
D’amorose lusinghe alto dispregio,
Nè veramente donna è bella o cara,
Se non è schiva e di sè stessa avara.
Non dal bel viso, o dall’aurate chiome,
Non da mille altre, sue doti leggiadre,
Che con continuo studio adorna, e come,
Non dalla patria o dal famoso padre
Prende ella omai, nè si ritiene il nome;
Ma dalle colpe sue delire ed adre,
La Peccatrice, e non Maria la chiama
Per tutta la città vulgata fama.
Ma mentre l’infernal furia perversa.
Che sotto il manto del suo bel s’asconde,
Di qua, di là, qual turbine la versa,
Dove la gioventù più folta abbonde;
Mentre d'un gioco in altro si riversa,
Ecco ode un nuovo suon che si diffonde;
Un grande Eroe ch'a gran convito siede
Di celeste splendor che Dio si crede.
Bramosa di veder non fa dimora,
Ma ponsi in dosso pellegrina vesta,
Che di vari splendor sazia e colora
D’oro e d’argento porpora contesta:
E del più fin tesor ch’abbia l'Aurora
Diverse gemme s’incorona in testa;
Chiaro piropo in fronte le fiammeggia,
E sciolta il crin giù per le spalle ondeggia.
Aurea catena dal bel collo scende,
Sul bel petto le trema aureo monile,
Ed aurea cinta i fianchi annoda e prende,
Mista di gemme con lavor sottile:
Tal apre il ricco sen la terra, e stende
Di mille sorti fiori al novo aprile:
Ridon le rive e i colli, e l’aria e l'aura
Per largo spazio s’addolcisce e inaura.
Là dove tra primati a ricca mensa
Del sommo Dio stassi il Figliuol accolto,
Passa la bella Donna, e già non pensa
Altro che vanitadi e desir stolto;
Ma non sì tosto ha poi la vista intensa
Nel gran fulgor di quel divino Volto,
Che tutta si trasmuta, e 'l seme pasce
Del novo amor che in lei subito nasce.
Come chi chiuso in tenebrosa cava
Gran tempo è stato e 'l Sol non vide mai,
Per purgar forse antica colpa e prava
Con giusta molta di condegni guai,
Quando n’esce poi fuor così l’aggrava
Il diurno seren co’ puri rai,
Ch’a pena alzar le ciglia al cielo ardisce
E trema, e gioia sente e sbigottisce.
Tal la Donna mortal, tosto che, fisa
Gli occhi rivolse nel Figliuol di Dio,
All’onor della fronte, all'improvvisa
Grazia, che fuor del santo guardo uscio
Stupida, muta, immobile e conquisa
Fu costretta abbassarli e sì sentio
Passar per mezzo il palpitante seno
A ferir l'alma il subito baleno.
Ed ecco mentre in Lui riede e respira
Partirsi dalla sua bocca fu vista
Con sette corna fiamma atroce e dira,
Che molta nube avea seco commista,
Sì come da tizzon partir si mira
L’ultima lampa, che con lunga lista
Si perde in aria, e lascia un fumo tetro
Con torta coda che le ondeggia dietro.
Questa era, questa la crudel Megera,
Di sette capi mastro orrido e strano;
Che nel petto di lei nascoso s'era
Instigator del suo peccato insano:
E fuggì poi come da lustra fera,
Che veggia il cacciator con l'arco in mano
Sì tosto come udì, come vicino
Ebbe l'umano Dio, l’Uomo divino.
Ma la Donna, ch’omai libera e sciolta
Dal reo tiranno aver l'anima sente,
Al suo senno miglior dritta e raccolta
La pria raminga e traviata mente,
Al suo Liberator tutta si volta,
E le catene d’or getta repente
E dal collo e dal crin e dalle braccia,
Onde in prigion sua castitade allaccia.
Indi comincia: O dell’eterno Dio
Santo, e non dubitato unico pegno,
Lungo è stato, e maggior il fallo mio,
Che debba esser omai di mercè degno:
Ma l’uomo è tutto terra, or lo veggio io,
E cade, e da sè sol non ha sostegno:
Tu se’ quel che ’l rilevi, e dal ciel scendi
Perchè mostrar qui tua pietade intendi.
Signor, se tu vorrai le colpe mie
Gir ricorrendo dal principio al fine,
Vedraile tutte, e sol per questo rie,
Ch’amor le fece ove non debbe chine;
Amor per torte e dilettose vie
Dal ver le trasse erranti e peregrine,
E fra tante arti e sì mentite larve
Il falso mi mostrò che ver m’apparve.
Queste apparenze insidïose, ed ombre
Che spesso ingannar pon più scaltro senno,
Le luci mie di fosca nebbia ingombre
Vaghe del mondo e torto veder fenno.
Or ch’ anzi al tuo seren si fanno sgombre,
Per fuggir quinci i miei pensieri impenno;
E quanto il mondo amai senza misura,
Tanto d'odiarlo, e più sarà mia cura.
Amava il mondo, or l’avrò in odio; odiai
Te, vero Dio, or amerotti solo:
I' sento, i’ sento il cor cangiarsi omai,
E prender del passato e sdegno e duolo;
E sento, mossa da’ tuoi divi rai,
Già tremar l’alma per levarsi a volo;
E sento l’arco e le saette ardenti
Che da’ tuoi sguardi in questo petto avventi.
Già veggio sfavillar il novo foco,
Ond’ io me ne dileguo obietto frale:
Oh felici occhi miei dategli loco
Mentre per voi discende, e 'l cor assale,
Che struggermi per lui m’è dolce gioco,
Nè d’altro cerco, o d’auro più mi cale;
Oh occhi miei, statevi intesi in esso,
E 'l batter vostro omai non sia sì spesso.
State, pascete la bramosa vista
In così dolci e desïati segni,
Ma non son sì possente, ch'io resista,
E voi vi sete di mirarlo indegni;
Di cecitade ancor torbida e mista
Tra’ primi error voi siete immondi e pregni,
Stategli dietro, e n’ escan fonti e fiumi
Di pianto che vi lavi e vi rallumi.
Ciò detto, a terra le ginocchia stese,
E il passo al lagrimar degli occhi aperse;
Nè mai da cava pietra in monte scese
Fontana d’acque sì feconde e terse:
I nodi piè del suo Signor si prese
Tra le man bianche, e in gran copia gli asperse;
Baciolli mille e mille volte, e i baci
Seguîr pur, sempre lagrime vivaci.
Qual cagnoletta umil pascersi avvezza
Di man del sua padron sotto la mensa,
Che gli sta tra le gambe e l’accarezza,
E pende da lui sol con brama intensa;
La bella Donna al fin l’aurea vaghezza
Raccoglie, in man della sua chioma densa,
E ne fa quasi velo ond’ella terge
I santi piè che del suo pianto asperge,
E il crine e gli occhi poi fanno ritorno
Più belli assai dalle divine piante,
E da lor presa qualità, d’intorno
Spargon più chiari raggi assai ch’avanti;
Sì come suol dopo gran pioggia il giorno
Allumar l’aria di più bel sembiante,
O come lampeggiar più vaga suole
Purpurea rosa tra la brina e 'l sole.
O crin felice , o beati occhi, oh quanto
V’han sempre ad invidiar donne e donzelle,
Che quando possan ben pregiarsi tanto
Di parer forse altrui leggiadre e belle,
Certo non si potrian giammai dar vanto
D’aver all’amator fidate ancelle
Con l’uno e l’altro lor pregio più degno
Mostrato d’ umiltà sì largo segno;
O superba umiltà, sublime amore,
I begli occhi, il bel crine, ond’ella in prima
Formava il lusinghier suo frale onore,
Ed era al cieco mondo in vana stima,
Servendo a’ piè del lor Sommo amatore,
Esser saliti d’ogni altezza in cima;
E chini a terra da divoto zelo
Essere eletti a innamorar il cielo.
Labbra, e voi belle labbra, che soleste
Vani giochi formar, note fallaci,
Onde sovente i cor folli traeste
Là, ’ve si perdon libertati e paci,
Qual nova grazia, qual dolcior prendeste,
Quanta eloquenza dagli impressi baci,
Oh'a figer v’insegnò vero Cupido
In ciel creato, e non in Pafo o in Gnido.
Tinse voi prima ascoso tosco e fele,
Tra poco dolce che gli amanti ancise,
Dolce cui sospir seguono e querele,
E cangiar voglie e stato in mille guise:
E quel giorno divina ambrosia e mele,
Altro ben che d’Imeto in voi si mise:
E quel giorno imparaste i veri accenti
Da far per sempre gli animi contenti.
Or poi che di lavar al fin rimase
I santi piè col lacrimoso umore,
Versò lor sovra alabastrino vase,
Che pieno il ventre avea d’almo liquore,
Tosto, e passò per l'ospitali case
Un vago spirto di soave odore,
Ch’uscì de’ nardi e degli amomi e crochi,
Che fan d’Arabia fortunati i lochi.
Di quel liquor ch’a far molle e lascivo
Usava ella a sè stessa il bel crin d’oro,
Versò sui santi piedi ondoso rivo,
Prodiga d’ogni suo primo tesoro:
Che n’ebbe poscia dall’amato Divo
Ben altra ricompensa, altro ristoro
Che terrene delizie, uman contento,
Che 'l tempo solve come nebbia il vento.
Celeste grazia, amor santo e pensieri
Ch’uscian fin sovra agli stellati tetti,
Scienza de’divini alti Misteri,
E non umani più parlar concetti,
Sprezzo di quanto fa gli uomini alteri,
Ripor nel sen di Dio tutti i diletti,
E bellezza fruir che senza menda
Quanto men culta vien, tanto più splenda.
Purgata da quel dì l’interno affetto,
Che l’alma la facea nera e difforme,
Attrasse un non so che nel chiaro aspetto,
Ch’uguagliò in terra l’angeliche forme:
Attrasse un non so che nel saggio petto,
Che le fece imparar celesti norme;
Ond’ella al mondo poi sempre più piacque,
E 'l mondo a lei dapoi sempre dispiacque.
Chi può mai dir ch'un desïoso amante,
Che 'l pensier tutto nell'amato intenda,
Non cangi il primo suo vero sembiante,
E d’altrui forma e qualità si prenda?
L’amante non riman quel ch'era avante,
Ma come in divin Lete a bever scenda,
Sè stesso scorda e da sè stesso parte,
E si fa dell’amato imago e parte.
Già s’ha tanto, del Dio tratto ella in seno,
Che mortal cosa più d’esser non sembra:
Le splende il volto più che 'l Sol sereno.
Divina Maestà regge le membra;
Già tutta, è spirital, nè di terreno
Obietto alcun più cura o si rimembra;
Solo il divino Amante e brama e segue,
Nè più trova piacer che questo adegue.
Lui segue solo, ed in lui solo intensa,
Nova Elitropia, intorno a lui si gira;
E se veder nol può, sol di lui pensa,
E vivo col pensier in sen se ’l tira:
E 'l veder e ’l pensar son fiamma accensa
Che deitade in lei folgora e spira:
E quasi carro del famoso Elia
La toglie al mondo, e verso il ciel l’invia.
Lieta d’aver degli amor suoi lo stato,
Ove son gelosie, lagrime e pene,
Da mille falsi amanti in un cangiato,
Ch’ha in sè tutti i diletti e fè mantiene,
Si sente al cor passar un divin fiato,
Che nudre l’alma di beata speme,
E quando è lungi dagli am ti sguardi.
Tempra in lei del desio le faci e i dardi
Vaga fama fra tanto ad ora ad ora
L’arreca innanzi il suon di mille prove,
Cbe fa il divino Eroe che l’innamora,
Dovunque va maravigliose e nove;
Vede chi mai non ha veduto ancora,
Sorge il Zoppo, e gagliardi i passi move:
L’alma a far vivi i corpi estinti riede,
Odono i Sordi ed il Demonio cede.
Di queste, ed altre maraviglie ch’ode,
Si fa dolci conserve ella nel core:
E fra i messaggi e l’iterate lode
Del grande Amato ognor cresce l’ardore;
E quanto cresce, tanto ella più gode
Ch’avvampi l’alma di sì degno amore;
Felice Salamandra ed util fiamma,
Che refrigera più quanto più infiamma.
Ma mentre ardendo, e nell’ardor contenta
Passa dell'amor suo sereni i giorni,
Nè tra via di trovar cosa paventa
Che 'l lieto corso del piacer distorni,
Ecco a lei nova fama s’appresenta,
Fama che introna omai tutti i contorni;
L’Amante suo, prigion di popoli empi;
Mille scherni patir e mille scempi.
Straziata innanzi al bianco sen la vesta,
Sparsa sul tergo l’indorate chiome
Dà loco a' gridi, e furïosa e presta
Esce de’ tetti, e vien correndo, come
Fiera Menade suol per la foresta
Al primo suon del riverito Nome:
Tra l’arme e tra' destrier passa ella, e sorge,
Al Monte dove in croce ecco lo scorge.
Sparso d’appreso sangue il volto, il crine,
Ove ebber mille grazie almo soggiorno,
E far al regal capo acute spine
Strana corona con nefando scorno
(Oh novo orrore!) e quelle man divine,
Che ’l mar, la terra, il ciel che gira intorno,
Composto avean trafitte, oimè, gli vede
Da duri chiodi, e l’uno e l’altro piede.
Al cradel legno forsennata passa,
Ove Egli d’alto e moribondo pende,
E stride e chiama, e le ginocchia lassa
Cader nel suolo; e le braccia apre e stende:
E poi che d’abbracciar quei piedi è cassa,
Che dianzi la purgar d’antique mende,
Abbraccia l’aspra trave, e 'l pianto fonde:
Agli urli suoi da’ monti eco risponde.
Le rupi e i monti al suo duro lamento
Scordati quasi ogni rigor natio,
E le valli e le selve e l’aere e 'l vento,
Ogni alpestre corrente, ogni umil rio
Fan rispondendo un flebile concento,
E mostran seco a gara animo pio;
E le più crude fere ed empi augei
Imparano quel dì pietà da lei.
Quanto poteo dell’infelice vista
Pascer gli amanti disperati lumi,
Sì come per veder più duol s’acquista,
Più crescer sempre feo del pianto, i fiumi
Ma poi ch’altra pietà con amor mista
Condusse a fine i debiti costumi,
E fur le sante membra sanguinose.
Levate d’alto, e in cava pietra ascose;
La mesta Donna non contenta a pieno
D’aver con tante pie lagrime sparte,
Col crin straziato e col percosso seno.
Pagata al suo dolor la prima parte,
Verso l'empia città dal rio terreno,
Che l’amor suo le ha tolto, in fretta parte,
E mirre e côsti, ed altri odori cerca,
E pieni vasi a gran prezzo ne merca.
Unger ne vuol l'estinte membra amate,
Ultimo officio al funeral onore,
Ed a morte vietar con tal pietate
Che le dissolva in polve o le scolore;
Viensene dunque, nè di genti armate,
Nè tema prende del notturno orrore,
Nè di mille ombre e simulacri erranti,
Ch’usciro fuor d’oscure tombe avanti.
Viensene ardita, e già del sole i rai
L’Orïente facean lucido e bello;
Quando ecco al fin del suo viaggio omai
Scoperto vede, il riverito Avello:
Prorompe allor incauta in novi lai,
E chiama il mondo iniquo, il destin fello,
Nè al petto od al crine, ambi innocenti,
Ha le vindici man lasse o clementi.
Un smisurato amor in seno umano
Non vien giammai senza gran tema avvolto.
Prende l’amante Donna un timor vano,
Come il gran marmo mira esser rivolto,
Che le sia stato da nemica mano
Il suo Signor fuor della cava tolto;
Ahi, folle! egli è da sè risorto, e vivo
Splende non più mortal, ma tutto divo.
Rivolgi gli occhi, o fortunata, attorno.
Che non hai più cagion onde paventi;
Ecco che s’alza un più sereno giorno,
E volan più soavi in aria i venti:
Novo sembiante e d’altre grazie adorno
Vestono tutti a gara gli elementi;
La stessa Tomba spira una aria, una ôra,
Onde sol gioia e deità s’odora.
Così depor l'aurea fenice suole
La sua stanca vecchiezza e gli ultimi anni;
Ed indi ardendo incontra i rai del sole
Ristora l'onte di sua morte e i danni;
E vestita le membra altere e sole
Di nova giovinezza, e più bei vanni,
Rivola al patrio suo cielo etiópo;
L’olezza il nido per gran spazio dopo.
Piange ella, e pur il lagrimoso ciglio
Drizza alla vôta Tomba, ed ecco vede
In veste assai più candida che giglio
Un Angelo dal ciel che dentro siede:
Ed ode: Non temer; l’eterno Figlio
Del sommo Dio levato ha quinci il piede:
È vivo, e i pianti tuoi degna ed ascolta;
Datti omai pace, e gli occhi indietro volta.
Al dolce dir del Messaggiere alato
Volge, ella indietro il desïoso lume:
Ecco, e si vede un villanel a lato
Che finge d’ortolano arme e costume:
Chi può ingannar un cor innamorato?
Appena scorto l’ha, che ’l divin Nume
Sente spirar dal rustico sembiante:
E cade ad adorar l'usate piante.
Turbata, e fuor d’ogni suo senno, or stende.
A stringer le ginocchia ambe le braccia;
Or a sbramar la vista avida attende
Circondandol dai piè fin alla faccia:
Ma se ben vivo il suo Signor comprende,
Che pria vide morir, non però scaccia
Tutto il dolor, ond’ella ha l'alma impressa,
Nè di versar dagli occhi il pianto cessa.
Piange ella ancora; e fra 'l piacer e i pianti
Mille cose operar, mille dir tenta:
Ma mentre in dubbio sta, quai prenda avanti
E la fretta, il desir la fan più lenta;
Le toglie una ombra subita davanti
La dolce vista che la fea contenta;
Onde fugge il piacer, riman la pena,
E s’apre agli occhi più dirotta vena.
Amoroso dolor dove s’incora
E' via più che 'l piacer sempre tenace:
L’amante Donna a tanti segni ancora
Seco stessa non fa tregua, nè pace;
Sospira ancor in guisa, in guisa plora
Che in vento e in pioggia si dilegua e sface:
Le spine, e i chiodi, e l’aspra croce, tanti
Iniqui scherni ha sempre ella davanti.
Ben sa (nè dubbio alcun più le rimane)
Che vivo il suo Signor di terra uscio,
E con le membra dal mortal lontane,
Già fattp glorïoso e tutto Dio,
Pur lo strazio crudel che l’inumane
Genti fecer di lui non pate oblio:
Sostenne ei non la sua, ma l’altrui colpa,
Ond’ella il mondo, e più sè stessa incolpa.
Sè stessa incolpa, e 'l tempestoso mare
Delli occhi suoi chiama tranquilla e parco:
Deh, dice, o luci mie, non siate avare
D’aprir al cor, che si dilegua, il varco:
Che, se ’l vostro diletto in alto stare
Miraste pria di tanti strazj carco,
Ricompensar di pianto almen si dee,
Che di quanto ei patì voi siete ree.
Mentre abbagliate pria miraste in terra
L’ombre e le larve delle cose belle,
Al cielo, ove ogni vero bel si serra,
Vi faceste avversarie empie e rubelle;
E miste tra l'ignobil plebe ch’erra,
Erate indegne di fruir le stelle
S’ei non scendea divino in mortal velo
A ricomprarvi col suo sangue il cielo.
Ma se per voi prese l'umane tempre,
Ed a morte per voi sè stesso offerse,
Ben avete cagione, ahi lasse! sempre
Di star nell’onde d’un gran pianto immerse,
E far in guisa che lo cor si tempre
Pien di macchie s' strane e sì diverse:
O si stempre, o si mendi, se pur vale
Mortal pianto lavar colpa immortale.
Con questi ed altri, miserandi accenti
Accompagnando il doloroso pianto,
Tutti passò quei venti giorni e venti,
Che 'l redivivo Dio visibil manto
Degnò mostrar alle terrene genti
Indugiando a salir nel regno santo,
E con continua insopportabil brama
Ne seguì intanto ogni or l'orme e la fama.
Qual del consorte suo, che lungi caccia
Sulfureo tuon, ch’ardendo in aria bomba
Cercando ad or ad or sen va la traccia
Con sollecito studio ansia colomba;
Ma poichè quegli al ciel tanto s'avaccia,
Ch'occhio nol giugne non ch’arco nè fromba,
Misera al fin querela al bosco infido
Sua vedovezza in susurrevol grido.
Poi che 'l celeste suo Amator salio
Alle stellate sfere, onde si tolse,
Ed alla destra del gran Padre empío
L’aurato seggio, e in un seco s’avvolse,
Negar anco sè stessa al mondo rio
La nobil Donna, e i suoi bei pianti volse,
E gradirne le selve e i monti e i sassi,
Onde pensando al ciel più lieve vassi.
Tra scure grotte in solitaria piaggia,
Ove nè sentier trito uomo conduce,
Nè quasi penetrando il giorno irraggia
Quando il merigge più sereno luce,
Le belle membra ascose e l’alma saggia,
Seguendo col pensier l'amato Duce,
E sol divenne a quelle parti sole
Cui l’aspro sito avea negato il sole.
Quivi non d’altro, che di aurata vesta
Che lei facean disciolti i lunghi crini,
Coperta ne invaghia l'aspra foresta,
Le dure querce, e i sordi massi alpini:
Nè ricca sposa in lieti balli e in festa
Adorna d’ostri lampeggianti e fini,
Sì vaga apparve a' giovinetti gai,
Come ella a' boschi ignuda in mezzo a’guai.
O dilettosi guai, dolci dolori
Che mansuete fean fere ed augelli,
O felice ermo e fortunati orrori,
Antri cupi, ombre oscure, aspri ruscelli,
Ch’a sì nova armonia fecer sonori
I suoi cari lamenti, e pianti belli,
Ogni piena cittade umil paraggio
Fia sempre al vostro incognito selvaggio.
Dal gocciolar de’ limpidi cristalli,
Che imperlava i begli occhi ad ora ad ora,
Come il nero lavar d’antiqui falli
Possa umil cor, voi intendeste allora,
E le pie note che da’ bei coralli
Delle soavi labbra uscivan fora
Vi dimostrâr a una facondia dolce
Nova virtù che 'l cielo appaga e molce.
Poco parlo, ed umile all’alto e molto,
Che voi vedeste ed ammiraste intesi;
Voi vedeste sovente in stuolo folto
Gli Angeli ad udir lei dal ciel discesi;
E nel seren del rugiadoso volto
Di divin foco rimaner accesi;
E da’ begli occhi mille santi amori
Strali avventar dentro a’ lor puri cori.
Da indi in qua chi fia che non conosca
Quanto ci guidi al ciel strada più piana
Là dove aspro terren s’imbruna e imbosca,
Che là ’ve culto il segna orbita umana?
E là ’ve un solitario onor infosca
L’aria, e dal mondo scevra ed allontana,
Quanto un occhio ben san più lungi scorga,
Che in parte aprica, u' 'l dì più chiaro sorga.
Vera fama tra noi s’allarga e vola,
Ch’ella rapita da sovran pensiero
Lasciando in terra la sua carne sola
Salia fin dove nel celeste impero
Le sciolte omai da’ membri alme consola
Il sommo Dio del suo sembiante vero,
E pascea gli occhi della mente quivi
Del cibo ond’eran quei del corpo privi.
Che più? col grave anco del corpo stesso
Fu portata dagl'angeli sovente
In sante parti, ove le fu concesso
Scorger il suo Amator visibilmente.
Santa Romita, al mondo esempio espresso
Di quanto s’alzi una umil fede ardente,
Or te ’l godi in eterno, e dal ciel odi
Spargersi il suon delle tue sacre lodi.
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