ERASMO dei Signori  di VALVASONE

1528-1593

LE  LAGRIME DI S. Maria Maddalena

Edizione di riferimento:

Biblioteca scelta delle opere italiane antiche e moderne, vol. 376, Tansillo, Tasso, Erasmo da Valvasone, ed Algelo Grillo, Le lagrime di San Pietro, Cristo, Maria Vergine, e quelle del penitente, con un capitolo al crocifisso e il lamento di Maria Vergine, per Giovanni Silvestro, Milano 1838.

I.

Tra dure selve, e tra sassose rupi,

Ove uman piè segnar l’erba non suole,

Ospitali magion d’orridi lupi,

E d’augei, che notturni odiano il sole,

Sotto umil tetto d’antri ascosi e cupi

Celato avea le sue bellezze sole

La nobil Peccatrice, che di sante

Lacrime al Salvator lavò le piante.

II.

Già riverita donna, avvezza agli agi

D’uno stato regal ancelle e manti,

E ori e gioie e splendidi palagi,

Ozj, feste, armonie, conviti, amanti,

Cangiato aver in boschi aspri e malvagi,

In digiuni, in sospir, romiti e pianti.

Quanto mutata omai, quanto da quella,

Che già lasciva fu, non men che bella.

III.

O possanza d’amor, come trasforme

L’umane voglie, e in nove guise l'ardi!

Ove son le delizie, ove le torme

Di mille proci, ove i ridenti sguardi,

Cancellato ha dal cor l'antiche norme,

Djsciolti i lacci son, spuntati i dardi:

Quanto già sì le piacque, or le dispiace,

E tutta avvampa di novella face.

IV.

Nè mai sotto a focil solfo, ned esca

Arida apprende mormorante foco,

Che così tosto si dilati e cresca,

Ed in sè stesso omai non trovi loco,

Come dentro il suo cor, cui non adesca

Bellezza umana più con falso gioco,

La fiamma spirital tosto s'accese,

E quanta ella si fu tutta la prese.

V.

Non è lieve ventura, umil vantaggio

Con gli occhi propri aversi attratto in seno

Del ver Figliuol di Dio l’effigie, il raggio

Troppo via più che ’l Sol caldo è sereno;

E ’l suon delle parole, e 'l verbo saggio,

Che non espresse mai senso terreno,

Pur con le proprie orecchie ammesso al core

Che l’informasse di più degno amore.

VI.

Però che la famosa e ricca gente

Per molti gradi e secoli discesa,

Nella tenera età ch’ ancor non sente

Colpo d’amor, fu solo al cielo intesa:

E dell’ uno e dell’altro suo parente

Orba sotto l’altrui scorta e difesa

Il patrio culto fece e le divine

Leggi alle voglie sue sempre confine.

VII.

Ma poi crescendo la bellezza e gli anni

Giunti alla gioventù fervida ardita,

Ahi, lassa, sdrucciolò ne' tesi inganni

Di Venere, ch’al mal gli animi invita;

I sensi fe'  del suo voler tiranni

Lasciando a dietro la ragion smarrita,

E del pudico suo candido petto

Profano albergo fece all’empia Aletto.

VIII.

Già s’ha tratto alle spalle ogni vergogna,

Ogni usato rossor in lei vien meno:

Non più religion, non fama agogna,

Chel suo desir solean tener a freno:

Nel vizio addormentata il falso sogna,

Ed ebbra beve ogn’or mortal veleno:

Già da marito esce alle piazze e vaga,

E mirar, e mirata esser s’appaga.

IX.

Così talor del suo Maestro priva

Incerta del cammin, se 'l vento spira,

Nave abbandona la secura riva

In preda al mar, ch'ovunque vuol l’aggira;

Lassa, non scogli mai, non sirti schiva,

Non dell’instabil ciel paventa l’ira,

Nè sapendo a qual porto arrivar deggia

Lieta del proprio error vaga e vaneggia.

X.

La bella Donna, e baldanzosa pende

A dannosi piacer, e rompe e sprezza

Leggi e rettori, e sola e sciolta prende

Tutta in man la paterna ampia ricchezza:

Poi di error in error lubrica vende

A vani amanti al fin la sua bellezza;

Misera! e non ne tragge altra mercede

Che falsi vezzi ed ingannevol fede.

XI.

Ahi, quanto bella donna ingrata al cielo

Si rende, e scema il suo più nobil pregio,

Se quel ch' egli le diè candido velo

Macchia ignobil desir d’infame fregio;

Se non le impietra il cor di fermo gelo

D’amorose lusinghe alto dispregio,

Nè veramente donna è bella o cara,

Se non è schiva e di sè stessa avara.

XII.

Non dal bel viso, o dall’aurate chiome,

Non da mille altre, sue doti leggiadre,

Che con continuo studio adorna, e come,

Non dalla patria o dal famoso padre

Prende ella omai, nè si ritiene il nome;

Ma dalle colpe sue delire ed adre,

La Peccatrice, e non Maria la chiama

Per tutta la città vulgata fama.

XIII.

Ma mentre l’infernal furia perversa.

Che sotto il manto del suo bel s’asconde,

Di qua, di là, qual turbine la versa,

Dove la gioventù più folta abbonde;

Mentre d'un gioco in altro si riversa,

Ecco ode un nuovo suon che si diffonde;

Un grande Eroe ch'a gran convito siede

Di celeste splendor che Dio si crede.

XIV.

Bramosa di veder non fa dimora,

Ma ponsi in dosso pellegrina vesta,

Che di vari splendor sazia e colora

D’oro e d’argento porpora contesta:

E del più fin tesor ch’abbia l'Aurora

Diverse gemme s’incorona in testa;

Chiaro piropo in fronte le fiammeggia,

E sciolta il crin giù per le spalle ondeggia.

XV.

Aurea catena dal bel collo scende,

Sul bel petto le trema aureo monile,

Ed aurea cinta i fianchi annoda e prende,

Mista di gemme con lavor sottile:

Tal apre il ricco sen la terra, e stende

Di mille sorti fiori al novo aprile:

Ridon le rive e i colli, e l’aria e l'aura

Per largo spazio s’addolcisce e inaura.

XVI.

Là dove tra primati a ricca mensa

Del sommo Dio stassi il Figliuol accolto,

Passa la bella Donna, e già non pensa

Altro che vanitadi e desir stolto;

Ma non sì tosto ha poi la vista intensa

Nel gran fulgor di quel divino Volto,

Che tutta si trasmuta, e 'l seme pasce

Del novo amor che in lei subito nasce.

XVII.

Come chi chiuso in tenebrosa cava

Gran tempo è stato e 'l Sol non vide mai,

Per purgar forse antica colpa e prava

Con giusta molta di condegni guai,

Quando n’esce poi fuor così l’aggrava

Il diurno seren co’ puri rai,

Ch’a pena alzar le ciglia al cielo ardisce

E trema, e gioia sente e sbigottisce.

XVIII.

Tal la Donna mortal, tosto che, fisa

Gli occhi rivolse nel Figliuol di Dio,

All’onor della fronte, all'improvvisa

Grazia, che fuor del santo guardo uscio

Stupida, muta, immobile e conquisa

Fu costretta abbassarli e sì sentio

Passar per mezzo il palpitante seno

A ferir l'alma il subito baleno.

XIX.

Ed ecco mentre in Lui riede e respira

Partirsi dalla sua bocca fu vista

Con sette corna fiamma atroce e dira,

Che molta nube avea seco commista,

Sì come da tizzon partir si mira

L’ultima lampa, che con lunga lista

Si perde in aria, e lascia un fumo tetro

Con torta coda che le ondeggia dietro.

XX.

Questa era, questa la crudel Megera,

Di sette capi mastro orrido e strano;

Che nel petto di lei nascoso s'era

Instigator del suo peccato insano:

E fuggì poi come da lustra fera,

Che veggia il cacciator con l'arco in mano

Sì tosto come udì, come vicino

Ebbe l'umano Dio, l’Uomo divino.

XXI.

Ma la Donna, ch’omai libera e sciolta

Dal reo tiranno aver l'anima sente,

Al suo senno miglior dritta e raccolta

La pria raminga e traviata mente,

Al suo Liberator tutta si volta,

E le catene d’or getta repente

E dal collo e dal crin e dalle braccia,

Onde in prigion sua castitade allaccia.

XXII.

Indi comincia: O dell’eterno Dio

Santo, e non dubitato unico pegno,

Lungo è stato, e maggior il fallo mio,

Che debba esser omai di mercè degno:

Ma l’uomo è tutto terra, or lo veggio io,

E cade, e da sè sol non ha sostegno:

Tu se’ quel che ’l rilevi, e dal ciel scendi

Perchè mostrar qui tua pietade intendi.

XXIII.

Signor, se tu vorrai le colpe mie

Gir ricorrendo dal principio al fine,

Vedraile tutte, e sol per questo rie,

Ch’amor le fece ove non debbe chine;

Amor per torte e dilettose vie

Dal ver le trasse erranti e peregrine,

E fra tante arti e sì mentite larve

Il falso mi mostrò che ver m’apparve.

XXIV.

Queste apparenze insidïose, ed ombre

Che spesso ingannar pon più scaltro senno,

Le luci mie di fosca nebbia ingombre

Vaghe del mondo e torto veder fenno.

Or ch’ anzi al tuo seren si fanno sgombre,

Per fuggir quinci i miei pensieri impenno;

E quanto il mondo amai senza misura,

Tanto d'odiarlo, e più sarà mia cura.

XXV.

Amava il mondo, or l’avrò in odio; odiai

Te, vero Dio, or amerotti solo:

I' sento, i’ sento il cor cangiarsi omai,

E prender del passato e sdegno e duolo;

E sento, mossa da’ tuoi divi rai,

Già tremar l’alma per levarsi a volo;

E sento l’arco e le saette ardenti

Che da’ tuoi sguardi in questo petto avventi.

XXVI.

Già veggio sfavillar il novo foco,

Ond’ io me ne dileguo obietto frale:

Oh felici occhi miei dategli loco

Mentre per voi discende, e 'l cor assale,

Che struggermi per lui m’è dolce gioco,

Nè d’altro cerco, o d’auro più mi cale;

Oh occhi miei, statevi intesi in esso,

E 'l batter vostro omai non sia sì spesso.

XXVII.

State, pascete la bramosa vista

In così dolci e desïati segni,

Ma non son sì possente, ch'io resista,

E voi vi sete di mirarlo indegni;

Di cecitade ancor torbida e mista

Tra’ primi error voi siete immondi e pregni,

Stategli dietro, e n’ escan fonti e fiumi

Di pianto che vi lavi e vi rallumi.

XXVIII.

Ciò detto, a terra le ginocchia stese,

E il passo al lagrimar degli occhi aperse;

Nè mai da cava pietra in monte scese

Fontana d’acque sì feconde e terse:

I nodi piè del suo Signor si prese

Tra le man bianche, e in gran copia gli asperse;

Baciolli mille e mille volte, e i baci

Seguîr pur, sempre lagrime vivaci.

XXIX.

Qual cagnoletta umil pascersi avvezza

Di man del sua padron sotto la mensa,

Che gli sta tra le gambe e l’accarezza,

E pende da lui sol con brama intensa;

La bella Donna al fin l’aurea vaghezza

Raccoglie, in man della sua chioma densa,

E ne fa quasi velo ond’ella terge

I santi piè che del suo pianto asperge,

XXX.

E il crine e gli occhi poi fanno ritorno

Più belli assai dalle divine piante,

E da lor presa qualità, d’intorno

Spargon più chiari raggi assai ch’avanti;

Sì come suol dopo gran pioggia il giorno

Allumar l’aria di più bel sembiante,

O come lampeggiar più vaga suole

Purpurea rosa tra la brina e 'l sole.

XXXI.

O crin felice , o beati occhi, oh quanto

V’han sempre ad invidiar donne e donzelle,

Che quando possan ben pregiarsi tanto

Di parer forse altrui leggiadre e belle,

Certo non si potrian giammai dar vanto

D’aver all’amator fidate ancelle

Con l’uno e l’altro lor pregio più degno

Mostrato d’ umiltà sì largo segno;

XXXII.

O superba umiltà, sublime amore,

I begli occhi, il bel crine, ond’ella in prima

Formava il lusinghier suo frale onore,

Ed era al cieco mondo in vana stima,

Servendo a’ piè del lor Sommo amatore,

Esser saliti d’ogni altezza in cima;

E chini a terra da divoto zelo

Essere eletti a innamorar il cielo.

XXXIII.

Labbra, e voi belle labbra, che soleste

Vani giochi formar, note fallaci,

Onde sovente i cor folli traeste

Là, ’ve si perdon libertati e paci,

Qual nova grazia, qual dolcior prendeste,

Quanta eloquenza dagli impressi baci,

Oh'a figer v’insegnò vero Cupido

In ciel creato, e non in Pafo o in Gnido.

XXXIV.

Tinse voi prima ascoso tosco e fele,

Tra poco dolce che gli amanti ancise,

Dolce cui sospir seguono e querele,

E cangiar voglie e stato in mille guise:

E quel giorno divina ambrosia e mele,

Altro ben che d’Imeto in voi si mise:

E quel giorno imparaste i veri accenti

Da far per sempre gli animi contenti.

XXXV.

Or poi che di lavar al fin rimase

I santi piè col lacrimoso umore,

Versò lor sovra alabastrino vase,

Che pieno il ventre avea d’almo liquore,

Tosto, e passò per l'ospitali case

Un vago spirto di soave odore,

Ch’uscì de’ nardi e degli amomi e crochi,

Che fan d’Arabia fortunati i lochi.

XXXVI.

Di quel liquor ch’a far molle e lascivo

Usava ella a sè stessa il bel crin d’oro,

Versò sui santi piedi ondoso rivo,

Prodiga d’ogni suo primo tesoro:

Che n’ebbe poscia dall’amato Divo

Ben altra ricompensa, altro ristoro

Che terrene delizie, uman contento,

Che 'l tempo solve come nebbia il vento.

XXXVII.

Celeste grazia, amor santo e pensieri

Ch’uscian fin sovra agli stellati tetti,

Scienza de’divini alti Misteri,

E non umani più parlar concetti,

Sprezzo di quanto fa gli uomini alteri,

Ripor nel sen di Dio tutti i diletti,

E bellezza fruir che senza menda

Quanto men culta vien, tanto più splenda.

XXXVIII.

Purgata da quel dì l’interno affetto,

Che l’alma la facea nera e difforme,

Attrasse un non so che nel chiaro aspetto,

Ch’uguagliò in terra l’angeliche forme:

Attrasse un non so che nel saggio petto,

Che le fece imparar celesti norme;

Ond’ella al mondo poi sempre più piacque,

E 'l mondo a lei dapoi sempre dispiacque.

XXXIX.

Chi può mai dir ch'un desïoso amante,

Che 'l pensier tutto nell'amato intenda,

Non cangi il primo suo vero sembiante,

E d’altrui forma e qualità si prenda?

L’amante non riman quel ch'era avante,

Ma come in divin Lete a bever scenda,

Sè stesso scorda e da sè stesso parte,

E si fa dell’amato imago e parte.

XL.

Già s’ha tanto, del Dio tratto ella in seno,

Che mortal cosa più d’esser non sembra:

Le splende il volto più che 'l Sol sereno.

Divina Maestà regge le membra;

Già tutta, è spirital, nè di terreno

Obietto alcun più cura o si rimembra;

Solo il divino Amante e brama e segue,

Nè più trova piacer che questo adegue.

XLI.

Lui segue solo, ed in lui solo intensa,

Nova Elitropia, intorno a lui si gira;

E se veder nol può, sol di lui pensa,

E vivo col pensier in sen se ’l tira:

E 'l veder e ’l pensar son fiamma accensa

Che deitade in lei folgora e spira:

E quasi carro del famoso Elia

La toglie al mondo, e verso il ciel l’invia.

XLII.

Lieta d’aver degli amor suoi lo stato,

Ove son gelosie, lagrime e pene,

Da mille falsi amanti in un cangiato,

Ch’ha in sè tutti i diletti e fè mantiene,

Si sente al cor passar un divin fiato,

Che nudre l’alma di beata speme,

E quando è lungi dagli am ti sguardi.

Tempra in lei del desio le faci e i dardi

XLIII.

Vaga fama fra tanto ad ora ad ora

L’arreca innanzi il suon di mille prove,

Cbe fa il divino Eroe che l’innamora,

Dovunque va maravigliose e nove;

Vede chi mai non ha veduto ancora,

Sorge il Zoppo, e gagliardi i passi move:

L’alma a far vivi i corpi estinti riede,

Odono i Sordi ed il Demonio cede.

XLIV.

Di queste, ed altre maraviglie ch’ode,

Si fa dolci conserve ella nel core:

E fra i messaggi e l’iterate lode

Del grande Amato ognor cresce l’ardore;

E quanto cresce, tanto ella più gode

Ch’avvampi l’alma di sì degno amore;

Felice Salamandra ed util fiamma,

Che refrigera più quanto più infiamma.

XLV

Ma mentre ardendo, e nell’ardor contenta

Passa dell'amor suo sereni i giorni,

Nè tra via di trovar cosa paventa

Che 'l lieto corso del piacer distorni,

Ecco a lei nova fama s’appresenta,

Fama che introna omai tutti i contorni;

L’Amante suo, prigion di popoli empi;

Mille scherni patir e mille scempi.

XLVI.

Straziata innanzi al bianco sen la vesta,

Sparsa sul tergo l’indorate chiome

Dà loco a' gridi, e furïosa e presta

Esce de’ tetti, e vien correndo, come

Fiera Menade suol per la foresta

Al primo suon del riverito Nome:

Tra l’arme e tra' destrier passa ella, e sorge,

Al Monte dove in croce ecco lo scorge.

XLVII.

Sparso d’appreso sangue il volto, il crine,

Ove ebber mille grazie almo soggiorno,

E far al regal capo acute spine

Strana corona con nefando scorno

(Oh novo orrore!) e quelle man divine,

Che ’l mar, la terra, il ciel che gira intorno,

Composto avean trafitte, oimè, gli vede

Da duri chiodi, e l’uno e l’altro piede.

XLVIII.

Al cradel legno forsennata passa,

Ove Egli d’alto e moribondo pende,

E stride e chiama, e le ginocchia lassa

Cader nel suolo; e le braccia apre e stende:

E poi che d’abbracciar quei piedi è cassa,

Che dianzi la purgar d’antique mende,

Abbraccia l’aspra trave, e 'l pianto fonde:

Agli urli suoi da’ monti eco risponde.

XLIX.

Le rupi e i monti al suo duro lamento

Scordati quasi ogni rigor natio,

E le valli e le selve e l’aere e 'l vento,

Ogni alpestre corrente, ogni umil rio

Fan rispondendo un flebile concento,

E mostran seco a gara animo pio;

E le più crude fere ed empi augei

Imparano quel dì pietà da lei.

L.

Quanto poteo dell’infelice vista

Pascer gli amanti disperati lumi,

Sì come per veder più duol s’acquista,

Più crescer sempre feo del pianto, i fiumi

Ma poi ch’altra pietà con amor mista

Condusse a fine i debiti costumi,

E fur le sante membra sanguinose.

Levate d’alto, e in cava pietra ascose;

LI.

La mesta Donna non contenta a pieno

D’aver con tante pie lagrime sparte,

Col crin straziato e col percosso seno.

Pagata al suo dolor la prima parte,

Verso l'empia città dal rio terreno,

Che l’amor suo le ha tolto, in fretta parte,

E mirre e côsti, ed altri odori cerca,

E pieni vasi a gran prezzo ne merca.

LII.

Unger ne vuol l'estinte membra amate,

Ultimo officio al funeral onore,

Ed a morte vietar con tal pietate

Che le dissolva in polve o le scolore;

Viensene dunque, nè di genti armate,

Nè tema prende del notturno orrore,

Nè di mille ombre e simulacri erranti,

Ch’usciro fuor d’oscure tombe avanti.

LIII.

Viensene ardita, e già del sole i rai

L’Orïente facean lucido e bello;

Quando ecco al fin del suo viaggio omai

Scoperto vede, il riverito Avello:

Prorompe allor incauta in novi lai,

E chiama il mondo iniquo, il destin fello,

Nè al petto od al crine, ambi innocenti,

Ha le vindici man lasse o clementi.

LIV.

Un smisurato amor in seno umano

Non vien giammai senza gran tema avvolto.

Prende l’amante Donna un timor vano,

Come il gran marmo mira esser rivolto,

Che le sia stato da nemica mano

Il suo Signor fuor della cava tolto;

Ahi, folle! egli è da sè risorto, e vivo

Splende non più mortal, ma tutto divo.

LV.

Rivolgi gli occhi, o fortunata, attorno.

Che non hai più cagion onde paventi;

Ecco che s’alza un più sereno giorno,

E volan più soavi in aria i venti:

Novo sembiante e d’altre grazie adorno

Vestono tutti a gara gli elementi;

La stessa Tomba spira una aria, una ôra,

Onde sol gioia e deità s’odora.

LVI.

Così depor l'aurea fenice suole

La sua stanca vecchiezza e gli ultimi anni;

Ed indi ardendo incontra i rai del sole

Ristora l'onte di sua morte e i danni;

E vestita le membra altere e sole

Di nova giovinezza, e più bei vanni,

Rivola al patrio suo cielo etiópo;

L’olezza il nido per gran spazio dopo.

LVII.

Piange ella, e pur il lagrimoso ciglio

Drizza alla vôta Tomba, ed ecco vede

In veste assai più candida che giglio

Un Angelo dal ciel che dentro siede:

Ed ode: Non temer; l’eterno Figlio

Del sommo Dio levato ha quinci il piede:

È vivo, e i pianti tuoi degna ed ascolta;

Datti omai pace, e gli occhi indietro volta.

LVIII.

Al dolce dir del Messaggiere alato

Volge, ella indietro il desïoso lume:

Ecco, e si vede un villanel a lato

Che finge d’ortolano arme e costume:

Chi può ingannar un cor innamorato?

Appena scorto l’ha, che ’l divin Nume

Sente spirar dal rustico sembiante:

E cade ad adorar l'usate piante.

LIX.

Turbata, e fuor d’ogni suo senno, or stende.

A stringer le ginocchia ambe le braccia;

Or a sbramar la vista avida attende

Circondandol dai piè fin alla faccia:

Ma se ben vivo il suo Signor comprende,

Che pria vide morir, non però scaccia

Tutto il dolor, ond’ella ha l'alma impressa,

Nè di versar dagli occhi il pianto cessa.

LX.

Piange ella ancora; e fra 'l piacer e i pianti

Mille cose operar, mille dir tenta:

Ma mentre in dubbio sta, quai prenda avanti

E la fretta, il desir la fan più lenta;

Le toglie una ombra subita davanti

La dolce vista che la fea contenta;

Onde fugge il piacer, riman la pena,

E s’apre agli occhi più dirotta vena.

LXI.

Amoroso dolor dove s’incora

E' via più che 'l piacer sempre tenace:

L’amante Donna a tanti segni ancora

Seco stessa non fa tregua, nè pace;

Sospira ancor in guisa, in guisa plora

Che in vento e in pioggia si dilegua e sface:

Le spine, e i chiodi, e l’aspra croce, tanti

Iniqui scherni ha sempre ella davanti.

LXII.

Ben sa (nè dubbio alcun più le rimane)

Che vivo il suo Signor di terra uscio,

E con le membra dal mortal lontane,

Già fattp glorïoso e tutto Dio,

Pur lo strazio crudel che l’inumane

Genti fecer di lui non pate oblio:

Sostenne ei non la sua, ma l’altrui colpa,

Ond’ella il mondo, e più sè stessa incolpa.

LXIII.

Sè stessa incolpa, e 'l tempestoso mare

Delli occhi suoi chiama tranquilla e parco:

Deh, dice, o luci mie, non siate avare

D’aprir al cor, che si dilegua, il varco:

Che, se ’l vostro diletto in alto stare

Miraste pria di tanti strazj carco,

Ricompensar di pianto almen si dee,

Che di quanto ei patì voi siete ree.

LXIV.

Mentre abbagliate pria miraste in terra

L’ombre e le larve delle cose belle,

Al cielo, ove ogni vero bel si serra,

Vi faceste avversarie empie e rubelle;

E miste tra l'ignobil plebe ch’erra,

Erate indegne di fruir le stelle

S’ei non scendea divino in mortal velo

A ricomprarvi col suo sangue il cielo.

LXV.

Ma se per voi prese l'umane tempre,

Ed a morte per voi sè stesso offerse,

Ben avete cagione, ahi lasse! sempre

Di star nell’onde d’un gran pianto immerse,

E far in guisa che lo cor si tempre

Pien di macchie s' strane e sì diverse:

O si stempre, o si mendi, se pur vale

Mortal pianto lavar colpa immortale.

LXVI.

Con questi ed altri, miserandi accenti

Accompagnando il doloroso pianto,

Tutti passò quei venti giorni e venti,

Che 'l redivivo Dio visibil manto

Degnò mostrar alle terrene genti

Indugiando a salir nel regno santo,

E con continua insopportabil brama

Ne seguì intanto ogni or l'orme e la fama.

LXVII.

Qual del consorte suo, che lungi caccia

Sulfureo tuon, ch’ardendo in aria bomba

Cercando ad or ad or sen va la traccia

Con sollecito studio ansia colomba;

Ma poichè quegli al ciel tanto s'avaccia,

Ch'occhio nol giugne non ch’arco nè fromba,

Misera al fin querela al bosco infido

Sua vedovezza in susurrevol grido.

LXVIII.

Poi che 'l celeste suo Amator salio

Alle stellate sfere, onde si tolse,

Ed alla destra del gran Padre empío

L’aurato seggio, e in un seco s’avvolse,

Negar anco sè stessa al mondo rio

La nobil Donna, e i suoi bei pianti volse,

E gradirne le selve e i monti e i sassi,

Onde pensando al ciel più lieve vassi.

LXIX.

Tra scure grotte in solitaria piaggia,

Ove nè sentier trito uomo conduce,

Nè quasi penetrando il giorno irraggia

Quando il merigge più sereno luce,

Le belle membra ascose e l’alma saggia,

Seguendo col pensier l'amato Duce,

E sol divenne a quelle parti sole

Cui l’aspro sito avea negato il sole.

LXX.

Quivi non d’altro, che di aurata vesta

Che lei facean disciolti i lunghi crini,

Coperta ne invaghia l'aspra foresta,

Le dure querce, e i sordi massi alpini:

Nè ricca sposa in lieti balli e in festa

Adorna d’ostri lampeggianti e fini,

Sì vaga apparve a' giovinetti gai,

Come ella a' boschi ignuda in mezzo a’guai.

LXXI.

O dilettosi guai, dolci dolori

Che mansuete fean fere ed augelli,

O felice ermo e fortunati orrori,

Antri cupi, ombre oscure, aspri ruscelli,

Ch’a sì nova armonia fecer sonori

I suoi cari lamenti, e pianti belli,

Ogni piena cittade umil paraggio

Fia sempre al vostro incognito selvaggio.

LXXII.

Dal gocciolar de’ limpidi cristalli,

Che imperlava i begli occhi ad ora ad ora,

Come il nero lavar d’antiqui falli

Possa umil cor, voi intendeste allora,

E le pie note che da’ bei coralli

Delle soavi labbra uscivan fora

Vi dimostrâr a una facondia dolce

Nova virtù che 'l cielo appaga e molce.

LXXIII.

Poco parlo, ed umile all’alto e molto,

Che voi vedeste ed ammiraste intesi;

Voi vedeste sovente in stuolo folto

Gli Angeli ad udir lei dal ciel discesi;

E nel seren del rugiadoso volto

Di divin foco rimaner accesi;

E da’ begli occhi mille santi amori

Strali avventar dentro a’ lor puri cori.

LXXIV.

Da indi in qua chi fia che non conosca

Quanto ci guidi al ciel strada più piana

Là dove aspro terren s’imbruna e imbosca,

Che là ’ve culto il segna orbita umana?

E là ’ve un solitario onor infosca

L’aria, e dal mondo scevra ed allontana,

Quanto un occhio ben san più lungi scorga,

Che in parte aprica, u' 'l dì più chiaro sorga.

LXXV.

Vera fama tra noi s’allarga e vola,

Ch’ella rapita da sovran pensiero

Lasciando in terra la sua carne sola

Salia fin dove nel celeste impero

Le sciolte omai da’ membri alme consola

Il sommo Dio del suo sembiante vero,

E pascea gli occhi della mente quivi

Del cibo ond’eran quei del corpo privi.

LXXV

Che più? col grave anco del corpo stesso

Fu portata dagl'angeli sovente

In sante parti, ove le fu concesso

Scorger il suo Amator visibilmente.

Santa Romita, al mondo esempio espresso

Di quanto s’alzi una umil fede ardente,

Or te ’l godi in eterno, e dal ciel odi

Spargersi il suon delle tue sacre lodi.

Il fine delle Lagrime di S. Maria Maddalena.

Indice Biblioteca Progetto Cinquecento

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 giugno 2008