Statistiche web e counter web Il pianto della B. Vergine di Anonimo di (?Maestro Antonio da Ferrara?) o Beccari

Anonimo

(Maestro Antonio da Ferrara ?)

 

Il Pianto della Beata Vergine

giusta la lezione di due codici lucchesi

poemetto

 

Edizione di riferimento

Il “Pianto della B. Vergine” giusta la lezione di due codici lucchesi, in Zeitschrift für romanische Philologie, XVIII 319-380, a cura di Vittorio Finzi, Herausgegeben von dr. Gustav Gröber, Halle, Max Niemeyer 1894

[C. lr]

Qui cominçia una salutatione de la uerzene maria

e poi seguira el pianto.

Aue regina uirgo gloriosa,

Che de dio padre te chiamasti ancilla,

Del figlio fusti madre, figlia e sposa.

Si come te monstrasti a sibilla

Nel cerchio d'oro, col tuo figliol in braso                             5

Atorno el sole quando il piu sintilla,

Per dare intendere ad otauian paco

C al mondo era nato uno magior d esso,

Che de ciascun era pace e solaço,

E come l angel gabriel instesso                                                     10

Discese, quando fusti salutata

Da lui che da dio padre ad te fo messo,

E come fusti, o uerzene beata,

Come la sancta scriptura parla e fauella,

Da ysaia in figura demonstrata.                                         15

El nascera, diss egli, una uerzella

De la radice de yesse, un fiore

Meraueglioso ascendera fuor d ella.

E tu, uerzella degna [d] ogne honore,

Quel fior suaue producesti in terra,                                     20

Che tut ol mondo porse grande odore.

E come da dio al mondo era gran guerra,

Festi la pace, come drita uia

Tu sei de ciascun fidel che erra.

[c. 1v]        Cossi te priego, o dolçe madre pia,                                      25

Che del te piaqua de monstrarmi alquanto

De la gran doglia, uerzene maria,

E de la pena forte el graue pianto,

Che tu portasti, quando el tuo figliolo

Fu posto in su la croce, et in fin tanto                                  30

Ch el fu passionato a si gran duolo,

E poy ch el fu giu del legno tolto,

E da yoseph inuolto nel linçuolo

E possa fin ch el fu da lui sepolto,

Dime, regina, quanto, ch io ten priego,                               35

Fu quel dolore ch el core t auea si tolto,

A cio ch io possa sempre piangere tiego

La passion del tuo figliol benigno,

E ciascun fidel christiano miego.

Io me conosco ben ch io non son digno                                      40

De domandarti, madre, questa gracia,

Perch ie me sento peccator maligno.

Ancora mi sento, madre, in contumacia

Del tuo figliol, ma tu sei quella

Fontana de pietade che tuti sacia.                                        45

Tu sei del mare la chiarita stella,

Tu sei regina, sei de gracia plena,

Che recolgi ciascun che a ti s apella

[c. 2r]         E de misericordia uiua uena,

Tu sei regina et ancora quella naue,                                     50

Che al porto de salute ciascun mena.

Pero, madona mia, non mi par graue

A dimandarte questo, quand io sento

Che tu sei tanto benigna e suaue.

Se tu me conti, madre, el tuo lamento,                                       55

Tu me faray d ogni uoglia contento.

Qui cominçia el pianto e questo he lo primo capo.

Piangete, celi, che dal alto gremio

Nel mio spargisti quel santo di santi,

Che tolse tanta pena sença premio.

E piangi, terra, e fa ch el mostri pianti

Ogni creatura, e teco se acompagni                                    5

Ogni elemento, e piangan tuti quanti.

Et ogni humano inteleto se lagni,

Tanto che ogni potentia e ogni senso

De doglia lagrimando si se bagni.

E questa grande doglia ch io dispenso                                        10

De quel dolçe alquanto se rafrena,

Che mi fa stramortir pur quando l penso.

Qual e del fiume forte d aqua pieno,

Quanto piu fuor per riuoli se spande,

Tanto reman de l aqua in esso [1] l meno,                           15

[c. 2v]        Cossi de la mia pena amara e grande

Mi sera piu ristoro a cumpartirla

Con ciascadun fidel che la domande.

Ma si tamanta doglia fu a sentirla,

Che tuto el cor mio mi schopiaua di doglia,                       20

Dolente me como degio redirla.

Ma per lo grande affeto e per la uoglia,

Ch io vegio in te che la brami de audire,

E perche alcun fruto se ne arcoglia,

Io pur me metero con gran sospire                                              25

A recitarla, ma io non poteria may

Pur dele mile parte l una dire.

Pero ch io fui tanto piena de guai,

Che la mia pena era infinita e cruda.

Sta donque atento ch io comenceray.                                 30

Quando ch io uidi quel perfido iuda

Tradir el mio figliol con falsi basi,

Alora fui d ogni alegreca nuda.

Io fui si dolorosa alor che quasi,

Vedendo far al mio figliol tanto torto,                                 35

Pocho de men che morta men rimasi.

Io perdeti ogni baldeça e ogni conforto

Videndo el mio figliol si dolçe e caro

[c. 3 r]                Esser tradito da iuda nel orto,

E poi ligato a guisa di laro                                                            40

A casa de anna [2] prima essere menato.

Questo el dolor piu ch io non dico amaro.

Ancora fo el mio figliol apresentato

A cha de caifas, et in fin al zorno

Amaramente li fu flagellato.                                                 45

Altri spudauan su quel uiso adorno,

Altri la dolçe faça percotea,

E come cani ui stauan d intorno.

Et io dolente che intrar non potea,

Staua di fuori con tanto dolore                                             50

Che ueramente morir me credea.

Io udiva gran strepido e [3] rimore,

Io udiva quelle inzurie opprobriose

Che sostenea il nostro saluatore.

Io udia quelle bote [4] angustiose                                                55

Che sostenea ligato ala colona,

E quelle m eran pene dolorose.

El non he al mondo alcun segnor ne dona,

Che non piangesse a sauer como io staua

Dispresiata con la mia persona.                                            60

Io me bateua el pecto e si cridaua:

[c. 3v]                Oyme figliol mio dolçe, oyme alegreça.

E la mia doglia sempre piu montaua.

Io me uegio hauer perso ogni baldeça,

Quando ch io non te uegio, uita mia,                                  65

Et odo te ferir con gran grameça.

Omay non uegio piu modo ne uia

De consolare li spiriti mei,

Omay non so ou io uada ne stia.

Se uoy sapesti, diss io, o uoi zudei,                                              70

Chi e costui che porta tal ferita,

Tanto gridar non me feristi omey.

Questo he colui che per nostra salute

Con tante piaghe porse a faraone,

Per trarui fuor de la sua seruitute.                                       75

Questo he colui, udite mie ratione,

Che ue trasse de egito et feue andare

Intro le terre de promissione.

Questo he colui che nel rosso mare

Somerse pharaone con la sua gente,                                   80

E uoi lassò securamente andare.

Questo he colui che la colona ardente

Auanti ue mandaua non lontana,

Per far de note la uia a uoi lucente.

[c. 4 r]        Questo he colui che ne pioueua la mana,                           85

Per saciar li apetiti malegni [5]

De uoi che mormoraui, o gente uana.

Questo he colui che ue mostro piu segni,

E nel deserto uenendo de egipto,

Per farui nel suo amore sempre piu degni.                         90

Questo e colui, de chi se troua scrito :

Ego sum alpha et o, principio et fine,

Questo e colui che tanto aueti aflito.

Io staua como fano le topine

Desconsola, c ano perso ogni bene,                                     95

E non ano loco doue se ridure [6].

Ma piu per questo me creseua le pene,

Che quela ingrata gente non curaua

De tanto bene quanto da dio li uene.

Lo mio figlio si gli amaistraua                                                      100

Nel tempio predicando soa salute,

E quelli duramente el flagellaua.

E molte done ch eran li uenute,

Uedendo me tanta pena sentire,

Meco de doglia lagremauan tute.                                        105

Ma per lo pianto e per li gran sospire

per stancheça e per lo gran uegliare

Tute quante cominçaro a dormire.

[c. 4v]         Pur non mi potea consolare,

Che per la doglia ch io aspetaua ancora                             110

Ne li ochij mei potea sonno [7] intrare.

E cossi sola pure piangendo ognora,

Io mi rimasi fine alora.

questo he lo secondo capitolo.

 Le piaghe mie de doglia se rifresca,

Pensando che me conuen dire piu oltre

La pena mia che sempre par che cresca [8].

Pensate, gente, che sotto le coltre

Dormite a gran dileto tutta note [9],                               5

E faite ch el cor uostro piu se spoltre.

Date le mente uostre piu deuote,

Che tuta quela note el mio figliolo

Fo flagelato con amare bote.

Et io dolente si piena di duolo                                                 10

Staua di fuora trista al ciel sereno,

E non auea coltra ne linçolo.

Lo letto mio era de dolore pieno,

per mi tuta notte fo lauato

Dal pianto che mai no uenia meno.                                 15

E stando el mio figliolo in cotal stato

Piu dolorosamente, la matina

El fo conduto a casa de pilato.

[c. 5 r]        E quando l uidi dissi, oyme topina,

Ben mi credea ch el bastasse omay                                  20

Le forte doglie che ancor non refina.

Alora le done che dormian chiamay.

Leuate su, leuate su, diss io,

Ch io sento doglia piu che fesse may.

Io ho ueduto el dolçe figliol mio                                               25

Essere menato a guisa et maniera

D un malfatore : andemo tosto drio.

Io corsi como quel che si dispera,

Benche del pianto io fos(s)e grauosa [10],

Perche la pena me facea leçera.                                       30

Cossi dolente andaua tribulosa,

E quando a casa de pilato fui,

Io no l trouai e piu fui angustiosa.

Ma poco stando, io uidi uenir lui

Da ca de herodes con la uesta biancha,                           35

Con li ochij bassi a terra intramedui.

Io staua cossi tribulosa e stancha,

Ma quando el uidi in cotal aspeto,

Quanto mi dolse a dir la lingua mancha.

El staua como agnelo mansueto                                             40

In meço di zudei lupi mordenti,

Ch eran [11] d intorno per farli dispeto [12].

[c. 5v]        Per conpiacer pillato a quei dolenti,

El fece porre al mio figliol in testa

Una corona de spine pongenti.                                       45

Poi despogliato dela biancha uesta,

Li ochij uelati con la cana in mano,

Cossi el menò di fuora con gran festa.

La gente de pillato pieni d ingano

Li peli dela barba li tiraua,                                              50

Per conpiacere a quel populo uano.

Altri deuanti a lui se inzenochiaua,

Dicendo: dio te salui, re de zudea.

Cossi diceua, cossi lo inçuriaua.

Altri la cana de man li tolea                                                    55

Dauanti ali ochij mei, lassa topina,

E forte su la testa el percotea.

Dicendo: profetiça e indiuina,

Che e colui che ora t a percosso,

Et el pur staua con la testa inchina.                                60

Ciascuna spina intraua fina al osso,

Lo sangue li copriva l dolçe uiso

E tuto li corea zu per dosso.

O gloria, diss io, del paradiso,

In cui desira li angeli guardare,                                       65

Como te uezo befato e deriso.

[c. 6r]         Uerso del cielo cominçai gridare:

O altitudo sapientie dei,

Como te uegio humelmente stare.

O spechio relucente a li ochij mei,                                           70

Como te uegio torbolente e scuro.

Dolente me che senpre diro omey.

Io non soleua sauer che fosse piuro.

Mo son io fata de pianta maestra,

Si che de uiuere ormai piu non curo.                               75

El se uolzeva a dextra et a senestra,

Et non era alcun ch el connosesse,

Se non çoani et io la soa menestra.

Non era alcun che de lui se dolesse,

Ma tuti li facea uitupero,                                                    80

Non era alcun che per lui motto fesse.

E io cominçai a gridar: oue se piero,

Che ti mostraui cotanto feruente,

Dicendo io uoglio essere el primiero.

Io son aparechiato primamente                                                85

D esser per ti incarcerato e morto.

Oime perche non se qui al presente.

Ued il maestro tuo, come a gran torto

El porta quella pena che m acora,

uedi quanta doglia per lui porto.                                       90

[c. 6v]        E cossi lo mio figliol staua di fuora,

quei zudei a guisa de dimonij

Tuti gridauan a torto: muora, muora.

Posia con falsi detti et opinionij

Si ll acusauan auanti a pillato,                                           95

Prouandoli per falsi testimonij.

Tuti gridauan sia crucificato,

Che s el non fosse si malfatore,

Nui non te l auessemo qui menato.

E io odendo dire cotanto errore,                                                100

Uoleua dir contra a ciascadun acusa,

Ma io non potea tanto era el gran clamore.

Io era tanto rauca et dentro chiusa

Che la mia uoce udir non se podea,

Si ch io non podea far alcuna scusa.                                  105

Ma pur quando io guardaua e ch io uedeua

El mio dolçe figliol cossi penare

Tuti l interiori mi si mouea.

E quante spine ch io uedea intrare

Nel capo suo, tante ferite acute                                           110

Io me sentiva fin al cuor passare.

Io non poria may dir(e) le glorie tute,

Ma pur per questo m eran dolorose,

Che li zudei non uedea soa salute.

[c. 7 r]        Ançi gridauan tuti ad alta uose :                                        115

Pillato, tolle tolle de presente,

Ch el sia posto e morto sulla crose.

E lui per compiacere a quella gente,

Temendo la sententia imperiale,

Pur uolse far le lor uoglie contente.                                     120

El cognosea ben ch el facea male,

Ma per temança dico et per paura

De non perdere el regno temporale,

Pur el se mosse a far contra natura,

Che sull ora de terça el creatore                                            125

Fo iudicato dalla creatura.

O quanta falsitade o quanto errore

Che pillato non aue prouidentia

Tanta ch el conoscesse el suo fatore.

E questa dura e si aspera sentencia                                              130

Per piu dolor fo data in mia presencia.

Questo he lo terço capitolo.

O in excelsis, o alto re de gloria,

Tu sai che ogni parola da ti dita

Io conseruaua ne la mia memoria.

Cosi dir cominçai stando si aflita

Io me ricordo ch io te udiva dire                                           5

Ego sum uia, ueritas et uita.

[c. 7v]         Chome se po for dela uia ben gire,

Chome se po la uerita falsare,

Chome se po la uita far morire.

E stando un puoco su cotal parlare,                                             10

El mio figliol fo tolto dali zudei,

Per menarlo fuora a crucificare.

Alora cominçai a gridare oimey,

Oyme come faro dolente e lassa,

Ch i o perduto tutti li desir(i) mei.                                        15

Io me uegio d ogni conforto cassa,

Uedendomi del mio figliol privata.

Questa he la doglia ch el mio cuor trapassa.

Non fu mai dona in questo mondo nata

Si piena de dolor, ne sara may,                                             20

Chome fu io po la sententia data.

Cossi piançendo dolorosa anday

Per fina ala porta de la citade

Pur per ueder(e) la fin de li mei guay.

Stando cossi uidi tute le strade                                                     25

Cargate da bandiere e confaloni,

gente armate de tute contrade.

Dal gran chiamor pareano pur troni,

risguardando, el mio filiol uidi

Uenir ligato in mezo dui latroni.                                          30

[c. 8r]          Io cominçai a dar si alti cridi,

Ch io non so come el cielo non s apria,

Dicendo: morte, perche no me ucidi.

Oyme, figliol, oime, alegreça mia,

Perche non so io gia molti anni morta,                               35

Ch io non auesse ueduta tal doglia.

E quele done che me auean scorta

Tute piançeuan per conforto darme

Dicendo: uerççene dolçe, or t aconforta.

Chome poss io, risposi, confortarme,                                           40

Ch io uegio el mio figliol tanto penoso

Che giamai non porro piu consolarme.

Lo mio figliol chi era si glorioso

Uedeti como sta la sua persona

Uedeti como l e uituperoso.                                                   45

E la uenia con quella aspra corona,

La bella ciera era fata si bruta

Ch el cor a dirlo quasi m abandona.

Io me bateua, io me squarciaua tuta,

Vedendo la ciera che resplendea                                           50

Piena di sangue, di fango e di sputa.

Et una graue crose in collo auea,

Discalço era e si desfigurato,

Che io topina apena el conosea.

[c. 8v]        O done, diss io, uedeti el mio nato,                                                55

Uedete, oyme, sorele, quanta pena

Sostien colui che may non fe peccato.

Jo cominçay a gridar, o madalena,

E questo el tuo maestro, el figliol mio,

Che li zudei si malamente mena.                                          60

El he si afflito ch el non cognosco io

Tu el doueristi ben auer a mente,

Ch el te scuso auanti al faresio.

E quando tua sorela era seruente,

E quella te riprese auanti d elo,                                             65

Et elo te scusaua de presente.

E poi resusito el tuo fratello

Quatriduano gia nel molimento.

De dime, madalena, s' egli e quello.

Tu spandisti quel precioso unguento                                           70

Sul capo suo a casa de simone,

Che a ciascuno rende gran olimento.

E poi dauanti a molte persone

Tu cominçasti li soi piedi lauare,

Et el te fe d ogni offesa perdone.                                           75

Tu fusti tanto sua familiare,

Tu conuersasti tanto tempo seco,

Che ben lo doueristi afigurare.

[c. 9r]         De dime, madalena, e piangi meco:

E questo quello che tanto te amaua.                                    80

De dime s egli e desso, ch io te preco.

La madalena alora me abraçaua,

Forte piançendo in mezo della uia,

Ad alta uoce uerso el ciel gridaua.

O gloriosa uergene maria,                                                            85

Questo e ben desso el tuo figliol diletto,

Questo e el mio dio e la uita mia.

Oyme, maestro mio, oyme dilletto,

Diceua ella, squarciandose el uolto,

Oyme, come e mutato el chiaro aspetto.                             90

Le altre donne si piançeuan molto,

Ma io non poria dir quanto mi dolse,

Uedendo el mio figliol si perso e tolto.

Quando el ne fu per mezo, el se reuolse,

Si che ciascun potea ueder lui,                                              95

Con quella pieta ch el cuor mi tolse.

E riguardando el disse in uer de nui:

Filie yerusalem, de non piangete

Sopra di me, ma si sopra de uui.

Ancora uera tempo che direte;                                                     100

Beate quelle che non aueran portato.

E ditto questo, li piu non ristete.

[c. 9v]         O quanta pieta o qual peccato

Fo a ueder el mio figliol ussire

For dela tera cossi flagelato.                                                  105

El non e lengua ch el podesse dire,

El non e cuor che may pensar potesse,

Quanto dolore ch io me uedi sentire.

El non e cuor si duro che non dolesse,

Pensando quanta pena ch io sentiua,                                  110

El non e si crudel che non piançesse.

Jo non rimasi ne morta ne uiua,

Jo cadi in tera tuta quanta persa,

Ma pur le done in forza me tengniua.

Oyme fortuna dolente e trauersa,                                                115

Diss io allora, doue son io zonta,

Che ogni dolor sopra me se riuersa.

Ogni tormento sopra de mi desmonta,

Ogni gran doglia pur a me se tene,

Nula alegreça piu de mi se conta.                                         120

Non so come l anima se mantene,

Non so come la uita mia piu dura,

Tanta he la doglia che el mio cuor sostene.

La pena mia era sença mesura,

Jo era si desfata e dolorosa,                                                    125

Che non se cognosea la mia figura.

[c. 10r]      Cossi mortificata e tribulosa,

De terra dalle done fui leuata,

Tutte piancendo cum doglia angustiosa.

E poi da esse cussi tribulata                                                          130

Fin al galuario loco fui menata.

Questo he lo quarto capitolo.

Ancora non era çonta al luoco tristo,

Quando che uidi alçar la croce in alto,

E su desteso el dolçe yesu christo.

Qual e d un forte muro ouer d un spalto

Fato da cercha a cerca d un castello,                               5

Per mantegnir ch alcun non fatia assalto,

Cossi staua li çudei atorno d ello,

Si come cani inçuriando lui,

Et el staseua com mansueto agnello.

Qual io rimasi e come trista fui                                                10

Vedendo el mio figliol cossi leuare,

Jo non poria mai contarlo a uoy.

Uui che leziti de uediti pensare,

Che poi ch el fo creato adamo et eua,

El non fo may si dolorosa mare.                                       15

O donne, diss io, uedete ch el se leua

In alto la mia uita, el mio tresoro,

Uediti quel dolore ch el cuor me creua.

[c. 10v]       Oyme chi me dara alcun restoro

Ala mia pena che sempre rennoua,                                  20

Oyme dolente, perche mai non muoro.

Non e spirito in me che non si muoua,

Uedendo el mio figliol de dolor pieno,

Si che ogni pena la mia uita pruoua.

Jo era tanto gia uenuta a meno,                                               25

Ch io suariaua oyme trista dolente,

Si come quelle che a perduto el seno.

Ma pur mi fi si forte e feruente,

E cum lo adiutorio de le done, ch io

Pasai oltra per tuta la gente.                                             30

Guardando poi uidi el figliol mio

Cum (h)i pedi e con le mane esser affito,

In sula croce per piu dolor mio.

Io aueua el cor de doglia tuto afflito,

Et era assai piu trista ch io non parlo,                              35

Vedendo el mio figliol cossi fenito.

Io alçaua le braçe per tocarlo,

Ma ello era tanto erto, lassa omey,

Che io non el potea tochar (lo) ma si guardarlo.

Poy me uoltaua a quei can zudei,.                                           40

Dicendo cun pietade uerso d elli,

De non siati tanto crudi e rei.

[c. 11r]      De non siati cotanto crudelli

Al mio figliol, pensati che l e quello

Che ue puo dar salute siando fedelli.                               45

Ell e stato sempre uostro fratello,

Amaistrando uoi la santa fede.

Abiate donca uoi pieta d ello.

E se de lui non uoleti auer mercede,

Prendaue pietade de colei                                                  50

Lasa e dolente che morir se crede.

De perdonate a lui, fratelli mei,

Ch el non fe mai peccato e non he degno

De far tal morte, come fano i rei.

Tolleti me per securtade e pegno,                                              55

Lassate lui, che per lui me abandono

Esser affita su quel duro legno.

Ma se pur non uoleti far perdono

Al mio dolçe figliol, oime ue prieco

Almen per gratia fame questo dono.                                60

Tolleti mi e fati che mora sieco,

Ch alla uita mia may non auro alegreça

Alcuna al mondo, se non se mor seco.

Quando io parlaua a lor con gran dolçeça,

De pur alcun di me pietade auea,                                     65

Uedendome si piena de grameça.

[c. 11 v]      Ma pur de lui alcun non se doleua,

Benche el fosse uenuto a far lor franchi

Della morte eternale, che ognun tolleua.

Tanto era[n] li ochij mei dal pianto stanchi,                            70

Ch io auea quasi perduta la uista,

E tuti li spiriti mei uenia manchi.

Io staua apresso della croce trista,

Piancendo l mie pene dolorose,

Aconpagnata da zuane euangelista.                                75

Poi me uoltaua in uerso della crose,

Dicendo in uerso lei con gran pietade,

Cossi come io potea [in] piana uose:

Onde a tu, diss io, tanta libertade,

Ch el mio dolçe figliol tu tien fermo                                 80

Cum li pedi e con le mane a ti fichade.

Oyme, perche non nacque qualche uermo,

Che lla radice t auese roduta,

Che mai non auisti produto tal scermo.

E poi che fosti arquanta cresuta,                                              85

Perche non uene un uento che t auesse

Desradicata e desramata tuta.

Perche non uene un fuoco che t ardesse,

Perche may te produsse la natura

A far ch el tuo fatore in te pendesse.                                 90

[c. 12r]       Perche non fusti atrouata a mesura

Al tempio, quando may non potete farse

Che tu cadesti ad d alcuna çuntura.

La regina sabba perche non t arse,

Quando cognobe ch in te dolorosa,                                   95

Douean le mie alegreçe esser sparse.

Perche non fostu ancor piu tempo ascosa

In ela tera che sopra natasti,

Per farme tanto trista e angustiosa.

Perche dolente me tanto durasti,                                               100

Perche non te marçesti gia molti àni,

O trista me perche te conseruasti.

O cruda croce perche non sparagni

La morte al mio figliol per qualche merto,

O lassa mi, del suo sangue te bagni.                                  105

Qual selua te produsse e qual diserto

A farme tanto dolorosa e grama,

Che d ogni parte tu m ai el cuore aperto.

Quando tu eri in çoueneta rama,

Perche non fuor le falce apparechiate,                               110

Si che fosti segata e posta in fiama.

Unde a tu, diss io, tanta libertate,

Che quelo che in cielo e in tera regna

Tu tien fermo in tua potestate.

[c. 12v]       Non so chi te abia fata tanta degna                                  115

Quia quem celi capere non puo,

A star nel tuo gremio no se desdegna.

Questo e el mio figliol e non el tuo

Pero te priego che alquanto te pieghi,

Si ch io possa coprir el corpo suo.                                       120

Io te dimando questo con tai prieghi

Che ueramente tu sarai ben cruda,

Se questa gratia del tutto me nieghi.

E io uegio sua persona star nuda,

El corpo suo ritorto a guisa d angue                                  125

De fa che pieta in te se chiuda.

Ornata sei del pretioso sangue,

Giamai non producisti cotal fiore,

Come costui che sopra te se langue.

Oyme ch io l nutricai con tanto amore,                                     130

De fin che l era picol nela cuna,

Et tu me l tieni con tanto dolore.

Da lui non auisti may offesa alcuna,

Ne da mi trista a cui tanto offendi,

De fame donqua de do cosse l una.                                     135

O l mio dolçe figlio tu me rendi,

Si che strengere el possa con le mie bracç,

O tu me leua e co[n] lui me sospendi.

[c. 13r]       Sença de lui non auero più paçe,

Ne uita, ne conforto, ne alegreça,                                         140

Tanto e el dolor(e) che par ch el cuor me straçe.

O lengno che m ay tolto ogni baldeça,

Perche me se tu tanto crudo e rio.

Cossi parlaua a lei con gran dolçeça.

Deh flectes ramos, arbor alta, ch io                                              145

Possa tochare un puocho el filiol mio.

Questo he lo quinto capitolo:

Mirati, o peccatori, l alto serpe,

Non quel che fu nel diserto de ramo,

E faite che ogni male da uoi se sterpe.

Poi ch el maligno serpe morse adamo,

Non era alcun rimedio a quela piaga,                                 5

Si che ciascuno staua tristo e gramo.

Ma questo e quello che ogni inzuria laga.

Questo e sumo rimedio e medicina,

Questo e colui che per tuti fa paga.

Mirati, o peccatori, come io topina,                                             10

Che per costui u e aperte le porte

Del paradiso, e l cielo a uoi se inchina.

Cossi dolente mi piangendo forte,

El mio figliol pendendo su lo legno

A pocho a pocho approximaua ala morte.                          15

[c. 13v]      El sangue del suo corpo si benegno

Ciascuna piaga un fonte parea,

Tanto habundaua fuora el sangue degno.

Guardando in alto oyme ch io uedea

Ça palido uenir el bel colore                                               20

De quella ciera che respiender solea.

Alora dir cominçai con grande amore:

De dolçe figliol mio, oyme dolente,

Aldi la trista piena di dolore.

Non e quella la fatia excelente                                                    25

Che inspiro ne la fatia del omo

Spiraculo de uita inprimamente.

O dolorosa mi, ch io non so como

Sia quest omo che per si non respira,

Pero non so com e l anima non uomo.                                30

Non e quella la fatia in cui desira

Continuamente li anzoli guardare,

Mo par abusione a chi la mira.

Odi, figliol mio, la tua dolçe mare:

Non e quella la fatia che solea                                               35

Quasi speties fulgoris lei mostrare.

Oyme dolente mi, ch io non credea

Che tanto tosto diuentasse obscura

Tanta chiareça, quanta in lei parea.

[c. 14r]       Non e quella la fatia neta e pura,                                          40

he piu del sol mostro auer chiareça

Sul monte, quando canbiasti figura.

Intanto che uedendo la beleça

Disse colui che lassasti uicario:

Bonum est nos hic esse, de allegreça.                                  45

Oyme ch io posso ben dir lo contrario,

Uedendo quella fatia tanto chiara

Esser(e) mutata de color si uario.

Ell era tanto la mia pena amara,

Ell era tanto el mio dolor grandissimo,                               50

Che la morte me seria stata cara.

Ancora dissi: o figliol dolcissimo,

No e quelli li ochij che era si lucenti,

Piu che non e el sole quando l e chiarissimo.

Oyme ch io uegio lor si torbolenti                                                55

Ch io non so come la uita me resista

Alle mie grane pene e ali tormenti.

Non e quelli li ochij, oyme dolente e trista,

Che contemplaua la uniuersa tera,

E mo par che habian perduto la uista.                                60

Ogni creata cossa mi fa guera,

Uedendo li ochij belli essere si guasti,

Che in uer di me la bella luce sera.

[c. 14v]       Non e quelli li ochij che tu subleuasti,

Quando de cinque pani e de do pessi                                  65

Cinque milia persone satiasti.

De, dolçe figliol mio, se quei son dessi,

Parche la trista madre tua non guardi,

Uedendo li sospiri in lei si spessi.

O dolorosa morte, parche tardi,                                                   70

Ueni ala trista che tanto te inuoca,

Uedi che da ogni parte el cuor si m ardi.

O figliol mio, non e quella la boca,

Da cui bassata brama esser la sposa,

Come el sauio in la cantica tocha.                                        75

Como puote quella uituperosa

Boca de iuda, falso traditore,

Aproximarse a quella gloriosa.

Doue he, figliol mio, tanto odore,

Como era in quella bocca monde e bella,                           80

Che par mo piena de tanto fetore.

Io me consumo ben, uidendo quella

Piena di falle, de aceto e di sputa,

Che ala trista madre non fauella.

Oyme com quella boca e fata bruta,                                           85

La quale la lengua ai muti desligava,

E a mi dolorosa e fata muta.

[c. 15r]       Non e quella la bocha che parlaua

Sul monte a moyses a faça faça,

Quando dedisti la lega a quel che eraua.                            90

Questa e la doglia che el cuor mio straça,

Che tu non parli a quela trista mare,

Che de dolore par esser fata paça.

Ancor uer lui cominçai gridare:

Non e quelle le oreche, lassa oymey,                                   95

Che odir solea li ançoli cantare.

Oyme ch io aldo li falsi zudei

Inzuriar quale orechie sante,

Dicendo: uah qui dextruis templum dei.

Non e quelle con cui lo infante                                                     100

Ismaele exaudisti, o figliol mio,

E poi susanna ne le augustie tante.

La cananea che te cridaua drio

Tu la exaudisti, e pur mi topina

Tu non exaudi: auanti me he fato rio.                                 105

De odi adonqua e quelle orechie inchina:

Exaudi, exaudi, exaudi quella trista,

Che mai per ti de pianger non refina.

Tu exaudisti, ancor dice el salmista,

Lo populo tribulato che gridaua                                           110

A ti, da cui ogni gratia s aquista.

[c. 15r]       E cossi dolente mi piancendo staua,

Tutte le mie parole parea uane,

Ma pur ancora de piu el domandaua.

O figliol mio, non son quelle le mane,                                         115

Che destendeua el cielo como pelle,

Che fondo la tera e l aque piane.

Oyme come uegio destese quelle,

Cossi inpiagade e fite su la crose,

Oyme dolore, quanto me sei crudelle.                                 120

Non e quelle le mane preciose,

Che el mondo tene e che ciel gouerna,

Oyme come le uegio tribulose.

Or donqua possa, o uertu superna,

Possa ch el non se muoue el tuo fattore,                              125

Ne par che uita in lui piu se diserna.

Ancor dir comincai con grande ardore:

Non e quelli li pedi benediti,

Che andaua sopr al mar(e) per suo uigore.

Oyme come li uegiol star affliti                                                    130

Un sopra l altro in su quel legno amaro,

Con grande e grosso chiodo esser afficti.

Ancora dissi: o dolçe figliol caro,

Se spirito de uita in te se tene,

Non esser de parlarme tanto auaro.                                    135

[c. 16r]       Uolci quelli ochij e uedi le mie pene,

Apri le orechie, e odi el graue pianto

De quella che tanto dolor sostene.

Ma tu sei tanto alienato e franto

Dal gran dolor, che forsi tu non say                                    140

Chi e colei che te inuocha cotanto.

Ascolta, figliol mio, che te l diray:

E son colei, o figliol mio dulcissimo,

La trista madre tua piena de guay.

Aldi et intendi el mio dolor grauissimo:                                      145

Io son colei la qual fo obunbrata

Per ti dalla uirtude del altissimo.

Io son colei la qual fu salutata

Dallo angelo gabriel, e che respose:

Ecce ancilla del signor chiamata.                                          150

Io son principio de le dolorose,

Ogni grameca par ch el cuor me stente,

Uedendo li tuo menbre si penose.

Io son quella maria triste e dolente,

Che te portas none messi nel uentre.                                   155

Questo he lo sexto capitolo.

 Qual e colui che par nel ponto extremo,

O quel che strangusiato par che sia,

Che a pocho a pocho reuegnir uedemo,

[c. 16v]      Cossi odendo mentouar maria,

A pocho a pocho el mio figliol riuene                                  5

E li ochij aperse che chiuxi tenia.

E lui per mitigare le mie pene,

La bocha aperse col bel dire honesto,

E de parlarme piu non se retene.

E benche l non sia scripto e manifesto                                        10

Çio ch el me disse per alcuna mano

Ymaginate che dicessel questo.

Per liberare lo populo humano

O dolçe madre, uedi ch io son fato

Simelmente come he lo pelicano.                                          15

Io son, o madre mia, si appassionato,

Io son, come tu uedi, tanto afflito

Non per lo mio, ma per l altrui pecato.

E de presente che l ebe questo dito,

Io cominçai lagrimando parlare                                           20

In uer de lui col cuor quasi fenito.

Et dissi: o figliol mio, te posso dare

Alcun rimedio alla tua gran doglia.

De dime se io te posso alturiare.

Et ello a mi: io uegio ben la uoglia,                                              25

La qual tu hai, o dolçe madre mia,

De dare alturio alla mia forte noglia.

[c. 17r]       Uno solo rimedio, madre, me seria

Ala mia pena cosi aspra e forte,

E fuor de questo io non uegio piu uia.                                 30

Pur che tu non sauisti la mia morte,

E ch io non te uedesse qui presente,

Tute le doglie da mi seria scorte.

El me fa peço uederte dolente,

Che non fa la passion ch io sento,                                         35

E piu me aflige el tuo dolor la mente.

La grande pena tua, madre, e l tormento

Mi fa d intorno d ogni doglia asedio.

Pero te priego non far piu lamento.

E poi ch io non me uegio altro rimedio,                                      40

De uante uia, ch el tuo dolor ripara

Le piaghe mie e fame assay piu tedio.

Allora e dissi: oyme, allegreça cara,

Oyme che ben me se aconuien el nome:

Maria piena de ogni cossa amara.                                       45

O dolçe figliol mio, non so come

Io mi possi giamay da te partire :

Oyme che senpre me conuien dir oyme.

Ma pur se tu non uoy, figliol mio, aldire

El mio dolore, quanto posso io te priego                             50

Che tu me faci subito morire.

[c. 17v]       Ben poi morire, dolçe figliol mio, miego,

Ma tu non poi morire, se mi dolente

La trista uita non fenisco tiego.

Io piango, figliol mio, non solamente                                           55

La morte tua, ma piango la mia uita,

Si che dopio dolore el mio cuor sente.

Ma se io potesse pur esser unita

Tiego de morte, come io son de doglia,

Ogni mia brama poy seria finita.                                        60

Perche ti ueni, disse lui a mi, tal uoglia

De morir mieco, che tu sei colei

In cui conuien che la fede si recoglia.

Lassame sol sentir li dolori mei.

Tu non ai fato quello per lo quale                                        65

La morte debia ancor tuorte a ley.

Ançi son, diss io, degna d ogni màle

Per la offesa de dio ch i o fata a dire,

Ch io parturisse el suo figliol mortale.

Ma tu, mia uita, ch io uegio morire,                                            70

In te peccato giamai non auisti.

Donqua perche tal morte uuoi sofrire.

Et ello a me: se tu me parturisti

Mortal, tu non me fecisti, ma si io,

Si che de cio a dio non offendisti.                                         75

[c. 18r]       Per la obediencia che tolsi da dio

Io ueni al mondo, e morir uuolsi

Per la salute del populo mio.

Leze de morte dal mio patre tolsi,

Obediente fui a queste pene,                                                 80

E tuta la cason de l omo tolsi.

Eua dal serpo el ueneno sostene,

Ma poi per molte generatione

Partito, fina a me, madre, deuene.

O eua, diss io, qual offensione                                                      85

Hauisti dal mio figliol, o qual grameça,

Che tu fosti de sua morte chasone.

Oyme, che tu gustasti la dolçeça

Del pomo dolorosa, e io gusto

L amaritudine soa con grameça.                                         90

Oyme ch io uegio sparso el sangue iusto

Del mio figliol per lo tuo peccato,

Le membre flagellate e l capo [e l] busto.

Perche non cognosesti el primo stato,

Perche credesti al perfido serpente,                                     95

Stando certa creata nel luoco beato.

Uedi el mio figliol obediente

Fina alla morte per le grande ofese

Di te, che mi fay si trista e dolente.

[c. 18v]       Uedi le brace soe tanto distese,                                                     100

Uedi si flagellata la persona

Per le toe mane che quel pomo prese.

Uedi sul capo suo l aspra corona,

Uedi sul capo suo el clauo per lo quale

Un dolor uien ch el cuor non m abandona.                        105

Per saper dolorosa el ben e l male,

Credere uolesti a quel prauo conseglio,

Che d ogni bel piacer te tolse le ale

Se decernuto ben auesti il meglio,

Non bissognaua a me di parturire                                       110

Colui che del suo sangue par uermeglio.

Oyme ch io non so piu que io posa dire,

Tanto er io piena de pianto e di doglia,

Uedendo el mio figliol cossi fenire.

E ello a me: de non me dar piu noglia,                                       115

De non te affliçer tanto, che tu fai

A mi piu pena e ali zudei piu zoglia.

O figliol mio, de mi non te ricresca ormay,

Diss io a lui, per la tua passione,

Che se io sento dolor, tu l uedi assay.                                  120

Nel testamento facendo sermone,

Alli dissipuli tui lassasti paçe,

Et alli apostoli persecutione.

[c. 19r]       Lo spirito tuo lassasti nelle braçe

Del padre tuo, el corpo alli zudei,                                        125

Che d esso ano fato tante straçe.

Al ladro, che disse: memento mei,

Tu dedisti el paradiso de presente,

E poy lo inferno alli peccatori rei.

Qualunqua poy del peccato se pente                                          130

Tu lassi alora la uera penitentia,

Si che ciascun del tuo legato sente.

A ciascun lassi per qualche excellentia,

E a mi dolorosa niente lassi,

Vedendo me qui star in tua presentia.                                 135

O figliol mio, se d esta uita dolorosa passi,

Come faro io trista dolorosa.

Se li ochij de pieta uer me non bassi.

Chi me de consolar, o tribulosa,

Chi me de souegnir ali besogni,                                            140

Chi me de alturiar, o angustiosa.

Chi sera quello che ormai piu di me sogni,

Chi sera quello che abia de mi piu cura,

O trista, piena de tute uergogni.

Oue deg io andar, oue degio star secura,                                   145

Che degio dir ormay, che degio fare.

Oyme, perche la uita mia piu dura.

[c. 19v]      O figliol mio, si me uuoy consolare,

Auanti che tu passi d esta uita,

Ricordate della tua trista mare.                                             150

Uedi ch io son per ti quasi fenita,

Se lla tua gran pietade non me aita.

Questo he lo setimo capitolo.

Come per uento par che foglia treme,

Cossi me fa tremar la interiora

La grande doglia che nel mio cuor preme.

Cossi diceua penando tuta hora,

Cossi mi staua tuta persa e morta,                                       5

Sperando auer da lui risposta ancora.

E lui che sempre li miseri conforta,

Che a lui torna con uerace fede,

Che uera sperança seco porta,

E in uer de mi se mosse sua mercede                                          10

Col bel parlare tuto aflito e stanco,

Si come quello che la morte uede.

E disse: mulier, io uengo a mancho,

Le mie parole ormay serano piane,

Pero che morte gia me bate el fiancho.                               15

Ecce filius tuus qui zoane,

A lui ti lasso, lui ti ricomando,

E lui per figliol lasso nele tue mane.

[c. 20r]       Lui ti dara conseglio al tuo dimando,

Lui sera tuo figliol in loco mio,                                              20

Lui sera sempre ad ogni tuo comando.

O cambio doloroso, allor diss io,

O cambio d ogni doglia e dolor mixto,

A dar per l omo puro el uero dio.

Oyme, che mio cuor sempre sera tristo,                                     25

Pensando che la mia uita non trado,

Poy ch io te perdo, o dolçe yesu christo.

Oyme, dolente e trista come cado

Dal lato destro nel lato sinistro,

E de gran nobilita in basso stado.                                        30

Dando per lo disipulo el maistro,

Dando el mio figlio per lo parente,

Dando el signore e tuor el suo ministro.

E quanto cambio dolorosamente,

Ma io non posso far altro poy ch el piaçe                            35

Al mio dolçe figliol, che çio consente.

Giohanni alora aperse le soe braçe,

Piangendo uer di me con gran sospiri,

Dicendo, o uergene, dio te doni paçe.

Tanto me dolle uedendo li martiri                                                40

Del mio maistro e poi pensando i tuoy,

Ch el cuor del corpo par che fuor me tiri.

[c. 20v]       Pero te prieco, o uergene, che tu poy,

Che tu te artegni de piançer arquanto,

Si che non cresca piu le pene soy.                                        45

Jo trassi allora un tal schioppo de pianto,

Ch io non so come el cuor non me s aperse,

Scundendome la faça soto el manto.

Vedendo poy le mie pene diuerse,

Zuane lacrimando in uer me uene,                                     50

E per la gran doglia ogni soa força perse.

Poy disse: o uerçene, io me acorço bene

Del gran dolor che dentro el cuor te lania,

E delle tue angosse e forte pene.

Si che se questo te par cossa strania                                             55

A far tal cambio, io non me merauiglio,

E se l tuo cuor e la tua mente smania.

Ma poy ch el piaçe al sumo consiglio,

Che questo ordenamento fa de nui,

Ti serai or mia madre et io tuo figlio.                                   60

E cossi me abraçaua et io lui,

Piangendo con sospiri e con gran guay,

Strucandoci le mane entrambe dui.

Poy uerso la croce li occhij alçay,

La doue staua el mio cuor affito,                                          65

E uidi quello che in uentre portay

[c. 21r]        Si dolorosamente esser afflito,

Che quasi a dirlo me parea impossibele,

Quanto era lui per passion fenito.

Giamai parea ch el fosse insensibele,                                           70

E cossi stando sull ora dela nona,

El trasse un gran grido e teribele

Dicendo: hely, hely, che tanto sona

Quanto, dio mio, non so perche se sia,

Che toa possança in questo m abandona.                           75

Algun diseua de lor: el chiama helia.

Uedemo s el uegnira a tuorlo adesso

Ço dela croce a portarlo uia.

Elli era si del gran dolor fesso,

E si desfigurato, o trista, ch io                                               80

Apena disernea si l era desso.

Et in quella hora el disse: o padre dio,

Con una uoce forte angustiosa,

In manus tuas commendo lo spirito mio.

Guardando questo, io lassa, dolorosa,                                        85

Lui inclinato el capo, mando fuora

Del corpo afflitto l anima gloriosa.

Or qui cominça el dolor che m acuora,

Qui cominça el pianto grande e duro,

O dolorosa morte fa ch io muora.                                        90

[c. 21v]      Gia era fatto tuto el sole obscuro,

Per non ueder del suo fattor(e) tal morte,

E tutto lo aiere parea fatto azuro.

Poi cominçio un grande teremoto,

Et del tempio ancor se fesse el uello                                     95

Tutto quanto di sopra in fin de soto.

Le pietre se fendea si per quello

Uedendo altri segni con lor uiste.

Multi gridaua con le mane al ciello,

Bateuase el pecto con lemente triste.                                            100

Uedendo çio disse centurione:

Uere filius dei erat iste.

Allora disse: oyme per qual casone,

O anima mia, fuor del corpo non uay,

Auanti che portar tal passione.                                             105

Tu sola con el dolore conbati e stay,

E chi piu con la morte si conbate,

Piu duramente more e a piu guay.

Poi dissi: o morte sença pietate,

Apri a colei che tanta doglia mena,                                     110

Che cotanto alle toe porte bate.

Io to chiamata tanto in questa pena,

Ancor te chiamo con dolçe pregare,

Apri a colei che d ogni doglia he piena.

[c. 22r]       Tu sola, morte, me poy consolare,                                                115

Tu sola sei colei da chi e spiero,

Tu sola, morte, me poy alturiare.

Tu say ben, morte, ch io te dico el nero,

Io te o pregato assay s el t aricorda,

Che tu me façi questo refriçero.                                            120

Tu fosti, o crudel morte, tanto ingorda

A farme del mio figliol cassa e priva,

E a mi trista te mostri si sorda.

Non temer una femina catiua,

Non temer quella che per gran dolore,                               125

Quasi spirito in lei non he che uiva.

Tu non temesti a tuore el creatore

Del cielo e dela tera e del uniuerso,

E teme quella che non ha uigore.

Dou e el tuo grande reforço e si diuerso,                                     130

Doue e la tua possança e la tua baldeca,

Doue e el tuo rigoglio che tu l ay cossi perso.

Cossi me staua piena de grameça,

E quanto piu me lamentaua a ley,

Piu la trouaua piena de dureça.                                            135

Pensate questo, o peccatori rey,

Quanto ch el mio figliol e stato feruo

A redemirue, e dite meco: omey.

[c. 22v]       Non desdegno de tuor forma de seruo

Ancor, per uoi portar morte si dura,                                    140

Che tuto e flagellato l osso e l neruo.

A dir poi questo par contra natura,

Che uita porti de morte uelame,

Che la luce deuentasse obscura,

A dir ch el pane uiuo hauesse fame,                                             145

A dir che la uirtude se infermasse,

El uiuo fonte per sete aqua brame.

El redentor poy uender si lassasse,

E de sse stesso a dio far sacrificio,

A çio che l omo se iustificasse.                                               150

De donqua ormay lassate star el uicio,

E cognoscete tanto beneficio.

Questo he lo otauo cap.o

Spandi la luce toa uerso lo oriente,

Spandi i toy rati, o sol, e poi te gira

Ad aquilone, ad austro et occidente.

Annuncia ad ogni gente che desira

Talora aldire qualche strania nouella,                                 5

El gran dolor che fuora el cuor me tira.

Annuncia in tute parte ch io son quella

Che per gran doglia a perso ogni senso,

Si che madre de pianto ormai s apella.

[c. 23r]        Questa he la doglia, o trista, quand io penso                             10

Che i mazi, quando el mio figliol naque,

Uener cum auro, mira e incenso.

Dalla stella conduti, come piaque

Al padre suo, da lontane contrade

Per adorarlo: Dio dauid non taque.                                     15

Li ançoli cantaua per pietade:

Gloria in excelsis deo et in tera pace

Ali omeni de bona uoluntade.

Alli pastori poi l angel uerace

Disse: io ue annuntio gaudio, ch ell e nato                          20

Lo saluatore e nel presepe iace.

Lor uene, e s il trouo in pani infassato,

Poi ritorno, fatta sua riuerentia,

Dicendo sempre: el signor sia laudato.

Li animali hebe cognosentia                                                        25

Tanta, che cognoseno el suo possessore,

Et adorolo lui in mia presentia.

Si che grande alegreça del creatore

Par che mostrasse ogni cossa creata

Uedendo in tera nato el suo fattore.                                    30

Oyme dolente mi, che may fu nata,

Uedendo el mio figliol a cotal sorte,

Par ch el se friza ogni cossa creata.

[c. 23v]      Cossi piançendo mi dolente forte,

El çonse i caualeri de pilato,                                                 35

Come color che par che furia porte.

E per certeça si ll era passato,

Un de lor tosto la sua lancia tolse,

E tutto al mio figliol l aperse el lato.

E come al padre suo poy piaque e uolse,                                    40

Fuor della piaga sangue e aqua uene.

Pensate alora quanto el cuor mi dolse,

Pensate quanta pena ch el sostene.

Vedendo Dio dolorosa io,

Non ue la posso tuta exprimer bene.                                   45

Io cominçai cridar: o alto dio,

O dolçe, o sumo padre omnipotente,

De uedi come sta l tuo figliol e mio.

Qual e quelle si dure e crudel mente,

Che pensando la passion ch io sento,                                  50

Tute non stesse deuote e atente.

Poy dissi: o dolorosa, io mi lamento,

E posso lamentar, pero che alcuno

Rimedio non me trouo al mio tormento.

Io mi lamento in prima de ciascuno                                             55

Profeta, senta mentouar el nome,

Che longo seria dir a uno a uno.

[c. 24r]       Alcun de lor may non me disse, come

Per lo mio figliol douesse uenire

A portar de grammeça tante some.                                     60

Alcuno non parse el uero dire,

Se non simeon çio ch el me disse d elo,

Quando l portay al tempio offerire.

Tenendol lui in braso tenerelo,

Disse lui a me che l anima de costuy                                   65

Te passera la tua con un cortelo.

Allora lassa me si grossa fui,

Allora de allegreça era si piena.

O trista mi, ch io non intesi lui.

Et eco ogni allegreca e fatta in pena,                                           70

Ecco quel gladio ch el cuor me trapassa,

Ecco el dolor che mi cercha ogni uena.

O cielo, qualche tua uirtude arbassa,

La qual me fiera li spiriti tristi,

Poy che la morte piu uiuer me lassa.                                   75

O dura tera, la qual deglutisti

Dathan et abiron, sorbi coley,

Che tanto sopra ti uiva tenisti.

Oyme ch io posso cridar oymey,

E la mia uita sempre star in guay,                                       80

Poi che la morte non me tuole a ley.

[c. 24v]       Oyme che piu non so que far ormay

De questa pena mia tanta crudele

Se non gridar e lamentarmi assay.

Poi me lamento, o angelo gabriele,                                              85

Che me dicesti parole soaue,

Le quale io trouo tutte false e fele

Tu me dicesti in primamente: aue,

Gratia plena: gia questo te niego,

Perche non o de alcuna gratia chiaue.                                90

Tu me dicesti: el signor sia tego,

Et io l o perso e piango mi soleta,

Si che meco non pare ne io sego.

Tu me dicesti, ch io era benedeta

Tra le altre donne, et ozi me reputo                                     95

Sopra tute le donne maledeta.

Tu me dicesti: benedeto el fruto

Del uentre tuo, et anchor in questo giorno

Da molti maledire io l o ueduto.

Si ch io non so ladoue ormay me torno,                                     100

Se non al graue pianto e lamento,

Uedendome tante doglie d intorno.

Tuto el tuo ditto me torna in tormento,

Si ch io non so come non sia finita,

E come in me sia cognosimento.                                           105

[c. 25r]      Io posta son come segno a saita,

Che ogni dolor uer me sua corda tende,

Per farme auere piu dolorosa uita.

Tuti me fiere, tutti me offende,

Ogni conforto fuçe da maria,                                                110

Ogni dolçeça amara a mi se rende.

E tutti uoi che andate per la uia,

Guardati s el fu giamai dona nata,

Che auesse doglia tal com e la mia.

Uedete come la mia uita e fata,                                                    115

Che troppo meglio me seria morire,

Ch a remaner(e) si trista e dessolata.

Quando ch io dissi: beata me de dire

Tute quante le generatione,

A questo punto io non crede uenire.                                    120

Giamay non fu tanta conpassione,

Quanta era reguardar le menbre sante

Piene de tante tribulacione.

Le piaghe era cruente tutte quante,

Si che in lui sanita parea.                                                       125

Dalla çima del capo per fin alle piante.

El sangue tuto in terra discorea,

Mouendosse fin de su la corona,

E poi per tuto el corpo se spandea.

[c. 25v]      E quando ch io uedea quella persona                                           130

Tutta pendere in forcia de tre chiaui,

Eli era piu del dolor che dir non sona.

Poy dissi: oyme, perche non conseruaui,

Oy tristo zorno, el mio figliol ancora,

Perche si tosto de esso me privauy.                                     135

O zorno, in cui ogni dolor dimora,

Quelui, che li altri zorni me seruaua,

Tu me l ay tolto in tanta picol hora.

O tristo zorno, camay non pensaua

Zonçer al ponto doue per ti zongo.                                     140

Oyme perche el tuo tempo non passaua.

O çorno, quanto el cor per ti me pongo,

Oyme, quanto m ai fato dolorosa,

O trista mi, quanto m ei stato longo.

Guardati, o peccatori, mi angustiosa,                                         145

Pungaue el cuor solamente una spina

Della corona cotanto spinosa.

Uedeti el mio figliol el capo inchina

Per salutarue e poi per dame pace,

La bocha chiude, o trista mi topina.                                    150

Uedete ancora la mano e lle brace

Cotanto aperte pur per abraçarue,

De fati ch el cuor nostro se desghiaçe.

[c. 26r]       Uediti el lato aperto, per donarne

Ogni perfeto dono, e poy uedete                                         155

Li pedi affitti pur per aspetarue.

Si che ogni gratia che pensar uolete

Auereti dal mio figliuol iusta e uera,

Se de soa passion ue dolerete.

Cossi piançendo e proximando a sera,                                        160

Liquefacea el mio cuor come la cera.

Questo lo nono e ultimo capitolo.

 Uenite, o fonti tutti, al mio secorso,

Piouete, o nebbie tutte, come gronde,

Mouete, o fiumi, uer me uostro corso.

Spandete, o mari, uer me le uostre onde,

Pero che l aqua mancha ali ochij mei,                                 5

Si che lacrime a llor piu non risponde.

Io son si persa, o trista, ch io uorey

Esser çia sotto tera mile uolte,

Auanti che gridar con tanto omey.

Cossi mi staua, et altre done molte                                              Io

Piangendo meco, dicendo: nui semo

Tutte per graue doglie perse e tolte.

Et ecco poi ioseph e nicodemo

Per tuore el mio figliol intrambe duy

Giu dela crose nui uenir uedemo.                                        15

[c. 26v]       Allora un puoco alleuiata fui,

Sperando pur el mio figliol tochare,

Tanto bramosa era stata de luy.

Yoseph, diss io, se me uoi consolare,

Tosto el mio figliol dela crose cala,                                       20

Si che io me possi de lui saciare.

Per far piu tosto io uolsi alçar(e) la scala,

E uedendome manchar ogni podere,

Oyme, diss io, che ogni pensier me falla.

Io staua piena de ogni despiacere,                                                25

Piu de cento ani me pare un hora,

Auanti ch io el potesse in brazo auere.

Stando cossi in piçoleta de hora,

Guardando uidi un braso che pichaua,

Che l altro non era desfito ancora.                                       30

Poy trista mi, sulla schala montaua,

E presi el brazo con doglia grande,

E tutto per la facia me l menaua,

E nichodemo el corpo sostenia:

Oyme, diss io, che tuta me disfaço                                      35

Per brama ch el se toglia tosto uia.

Cossi tenendo streto el dolce braço,

Le done me tolse uia con soa força,

Perch io facea a nichodemo inpaço.

[c. 27r]       O done, diss io, pero non se asmorça                                            40

La pena mia, uedeti che dal pianto

El uolto me he indurato come scorça.

O dolorosa, uiuero may tanto,

Ch io possa pur brancare el mio figliolo

Nelle mie braçe e saciarme alquanto.                                  45

In questo meço stando con gran duolo,

El mio figliol della crose fo tolto,

E posto in tera su uno bianco linçolo.

E uanti ch el fosse dentro inuolto,

Io mi butai sul corpo tuta prona,                                         50

E cominçai basar quel dolçe uolto.

Poy discorendo per tuta la persona

Dal capo ai pedi, in prima cominciando

Doue era stata quella aspra corona,

Con la mia bocha io lo andaua tochando                                   55

Li ochij e lla boca, e quella faça tenta,

El sangue dalle galte uia forbando.

Ali pedi e alle mane io staua atenta

Basando quelle piaghe e l corpo aflito,

Si che dal sangue era tuta cruenta.                                      60

Pensate uoi, che aldite questo dito,

Lo modo angustioso come io staua,

Che li ati non se puo poner in scripto.

 [c. 27v]     Quando io potea, uer el cielo gridaua:

O eterno onnipotente, o re celeste,                                       65

E con le mane el mio figliol mostraua.

Guarda, diseua io, se queste e le ueste,

Con cui copristi la diuinitade,

Per non far tue uirtude manifeste.

De guarda, dio, per la tua pietade,                                               70

Se questa e quella carne che tolesti

De mi, prendendo nera humanitade.

E questa quella, de cui me disesti

Per lo ançolo tuo che adusse la nouella,

Che della toa uertu me obunbreresti.                                  75

Considera se questa e la gonella

Che al tuo figliol ioseph recho instessa [13],

Guarda et oserua se la ti par ella.

Tanta mi par dilacerata e fessa,

E sanguinata, oyme, ch io non dicerno                               80

Per alcun modo se questa sia dessa.

Or dunqua, dio celeste e superno,

Quella fera crudel(e), che molti insidia,

Ha deuorato el mio figliol eterno.

Quella pessima con la sua perfidia                                               85

Contra el mio figliol messeli zudei,

E questa fo la dolorosa inuidia.

[c. 28r]       Oyme dolente, o tristi li spiriti mei,

Oyme come questa carne e stata offesa,

O trista me, de tanto dir omey.                                             90

Stando cossi sopra el corpo destesa,

Batendome le mane, e l pecto e l uolto,

Giohanni con le done m aue presa.

Ma pur piançendo e batendome molto,

El mio figliol, o dolorosa mare,                                             95

Per força delle braçe me fo tolto.

uedendolo al sepulcro portare,

La smania ch io menaua dir non posso,

Che cuor alcuno non poria pensare.

Io me squarcaua, io me citaua adosso                                        100

A questa a quella per qualche conforto,

Dicendo: oyme, quanto el cuor m e percosso.

Oyme, ioseph, perche me fay tal torto,

Dame el mio figliol, s en t en cial de dio [14],

Non creder ch el me sia men caro morto.                           105

Se uiuo lo portay nel uentre mio,

Quando luy tolse de me carne pura,

Ben lo posso portare morto, diss io.

De non creder darge altra sepultura,

Ch a le mie braçe li uoglio ch el stia,                                   Ito

De fin che la mia uita trista dura.

[c. 28v]      Questo e lo mio figliol e la uita mia,

Mio dio, mio padre, mio sposo e costui,

De damel donqua per tua cortesia.

Contra de ti, ioseph, giamay non fui,                                         115

De dame lo mio figliol e non lo sepelire,

O tu me sepelisse mi con lui.

O dolorosa, che poss io piu dire,

Non me ualea priego ne lamento,

Che me uolesse ioseph exaudire.                                           120

Cossi inuolto con precioso unguento

El mio figliol in un linçuolo fo chiuso,

E posto dentro in nuouo molimento.

Poy al sepulcro anday e staua suso

De qua, de lla guardando con gran pianto,                        125

Pur per ueder qualque fessura o buso.

A co ch io uedesse el corpo santo

Del mio figliol cruente, me ualea

Ch elo iera chiuso intorno tuto quanto.

El cuor, topina, tanto me dolea,                                                   130

Ch io rabiaua co li piedi e con le mane,

E tuta quanta squartar me uolea.

Poy nichodemo, ioseph e zuane

Da tera me leuo con gran pietade,

Con le done pianzendo in uoce altane.                                135

[c. 29r]       E uedendo menarme alla citade,

Io cominzai cridar uerso la tera

Ierusalem piena de crudeltade.

Ogni dolor per ti el cuor me sera,

Piu non seray uision de pace dita                                        140

Da mi, che per ti sento tanta guera.

Io uengo a te e llaso la mia uita,

Io uengo a te e lasso ogni conforto,

Io uengo a te, como tu uidi, afflita.

Io lasso, trista mi, quello bel zio d orto, [15]                                     145

Io lasso, o trista, tuti li mei desiri,

Quando ch io laso el mio figliol morto.

Da lui me parto piena de martirij,

Da lui me parto dolorosamente,

Da lui me parto con forti sospirij.                                        150

Pero piançete meco, tutta gente,

Picoli e grandi, uerçene e poncele,

Uedoue e maritate e[n] continente.

Piançete, uoy popilli e orphanele,

Pianga ciascuna che figlioli proua,                                      155

Che si sono triste madre io son di quele.

Pianga ciascuno che iusto se troua,

Et ogni peccatore pianga in suo stato,

Si che ciascuno a lacrimar se muoua.

[c. 29v]   Oyme che l homo el seruo el rio a fato                                         160

Tuta la offesa, aldite abusione,

Edio el signor el iusto he condanato.

Uedete che sentencia e che racione,

Uedete che iudicio, alor diss io,

Pero non piango sença gran cagione.                                 165

O dolçe e piu che dolçe figliol mio,

O lume, o spechio del mio cuor radice,

May non sera questa doglia in oblio.

O trista mi, topina e infelice,

Ogni tormento par che in mi renoua,                                 170

Si come fa la uita in la fenice.

Oyme che ogni grameça el mio cuor proua,

Oyme che la mia pena sempre monta,

Oyme che ogni dolor par che in mi pioua.

Cossi lassa, dolente, io fui zonta                                                   175

Con quele done in la citade a casa,

Dentro dal cuor(e) de doglia tuta ponta.

Allora dissi : o done tute tasa,

Tute s en uada e tute se recline,

Possa ch io son cossi trista rimasa.                                       180

Madre sero sempre delle topine,

Poy ch el mio dolçe figliol morto iaçe,

E qui facemo a questo ditto fine.

[c. 30r]      Le done aperse allora le sue braçe

Uer mi piançendo con grandi clamori,                               185

Altre remase e altre ando in paçe.

Pensando questo anchora, o peccatori,

Leuate li ochij, al crucifixo aderto,

E uedereti li mei gran dolori.

Habiate sempre el nostro cuore aperto                                       190

Ad amar dio in tuto assay e non poco.

Si cio fareti, dicoue per certo

Che fuçereti lo eterno foco,

E uegnereti nel beato luocho.                                                194

Questa he la regraciation fata ala uerzene maria.

 In nelle brace toe, uerçene maria,

Con tuto el cuore e lla mente mi uodo,

Audi et exaudi, dolçe madre pia.

S el tuo secorso non me mostra el modo,

Poder in me non sento ne uertute                                        5

A darte e referirte degno lodo.

Misericordia delle offese tute

Dimando e chiamo, e tuto me dispono

A ti principio de nostra salute.

Non esere tarda de farme perdono,                                             10

E poi dignare me, uirgo sacrata,

Laudare te d entanta gracia e dono.

[c.30v]       Pensando quella gracia che m ai fata

A farne dire del tuo pianto lamento

La mente mia non die esser ingrata.                                   15

Ma ben che non sia ditto del tormento

El minimo dolor(e) per alcun uerso,

Degno de darte loldo non me sento.

Tu redemisti tutto lo uniuerso,

Tu tramuasti el corso de natura,                                           20

Tu secoresti el mondo che iera perso.

Tu renouasti la umana natura,

Mostrando nato el tuo figliol in tera

De ti, uerçene dolçe, in carne pura.

Tu facisti paçe dove era guera,                                                     25

Tu uenia de sperança e de merçede,

Tu guida de ciascun fidel che era.

Tu fondamento della nostra fede,

Tu gloriosa asay piu ch io non dico,

Tu fonte da cui ogni gracia procede.                                   30

Tu scudo contra del nostro inimico,

Tu uenenosa et acuta sagita,

Tu gladio contra quel serpente antico.

Tu porta nostra de salute e vita,

Tu scuola de uertu e de costume,                                         35

Tu forma iusta e uera calamita.

[c. 31r]      Tu chiara stella, tu perfecto lume,

Tu uia del paradiso, tu la chiaue,

Tu ponte del pericoloso fiume.

Tu graciosa, benigna e suaue,                                                      40

Tu medecina e singular remedio,

Tu contra ogni fortuna sei nostra naue.

Tu fosti dentro dio e l omo medio,

Tu summo bene de chi a ti se rende,

Tu sempre pugni contra el nostro asedio.                           45

Tu scala per chi al ciel se asende,

Tu uaso e tenpio e santo tabernaculo,

Tu spechio in chi ogni uertu resplende,

Tu uera meta, tu uero signaculo,

Tu saluatrice dela humanitade,                                             5o

Tu del fiolo de dio uero habitaculo.

Tu norma de iusticia e castitade,

Tu titolo et exempio de ogni bene,

Tu forma de innocentia e puritade.

Tu alleuiamento delle nostre pene,                                               55

Tu auochata nostra auanti a dio,

Tu forte lito ch el pelago tene.

Tu uenia sey del peccator rio,

Tu gloria sey de li anzoli soperni,

Tu graciosa a ciascun iusto e pio.                                         60

[c. 31v]      Tu sempre el nostro bene e l meglio terni,

Tu nostra uita, conforto e baldeça,

Tu al porto de salute tuti gouerni.

Tu fosti, o madre, si suma alegreça

In tera, in cielo, si che da ti tole                                             65

Lo sole e lla luna e lle stele chiareça.

A ciascun che del peccato se dole

Tu apri el seno de misericordia,

Si che tuti ne pia quanto ch el uole.

Per la tua humanitade fo concordia                                             70

Dentro la creatura e l creatore,

Doue era in primamente discordia.

Per ti se asende nel diuino amore,

Per ti se asende al glorioso hospicio,

Per ti se fuçe lo eterno dolore.                                               75

Pensando donqua tanto beneficio

Pensando a nui per tal gratia dare,

Pensando ti d ogni ben nostro inicio,

Chi te po mai de çio rengratiare,

Chi te po may retribuir de tanto,                                          80

Chi te po may, dico, tanto amare.

Ma io te priego, oy tabernaculo santo,

Che le mie laude fraçele et indegne

Tu arcogli sotto el to pretioso manto.

[c. 32r]       E fa ch el tuo figliol non se desdegne                                           85

Contra le mie soperchie offensione,

per le uoglie del peccato pregne.

Recorda a lui cotanta passione,

Quanta el sostene sulla soa persona,

Per ritrouar la mia saluacione.                                              90

Dame la gracia toa, ch io me dispona

La mente e l cuore e tuti hi fati mey,

Si ch io conquiste la uera corona.

O uirgo, sponsa iesu naçarei,

O gloriosa regina de gloria,                                                   95

O alma redemptoris mater dei,

O dolçe madre, fa sentir uictoria

Contra lo inimico de la humanitade,

Qualonqua del tuo nome fa memoria.

En ti misericordia, en ti pietade,                                                   100

En ti, madona, sempre se rennoua

Amor, dilectione e caritade.

En ti speranza e conforto se truoua,

En ti gratia, mercede, en ti, regina,

Ogni dilecto sempre par che pioua.                                     105

Pero te priego, madre, en uer mi enchina

Li ochij piatosi, si che cognosentia

Habia, e dispona la mente mia topina

[c. 32r]       A far çio che sia loldo e riuerencia

Del tuo dolçe figliol e ti, si ch io                                             110

Sempre m apresti a far toa obediencia.

Fa, dolçe madre mia, ch al fine mio

Tu me defendi dali spiriti rei,

l anima mia rendi al padre dio.

Fa, dolçe mia speranza che tu sey,                                               115

Ch io sia de quelli che sera chiamati:

Uenite, benedicti patris mei,

sempre sia contrito di peccati.

Noua sint omnia in me, recedant uetera,

Si ch io me troua con li santi beati                                       120

A star con quelui, quem terrai ponthus et ethera

Colunt, adorant, predicant et cetera.

— Amen deo gracias —

Qui finisse la salutatione e lo pianto

e la regraciatione dela uerzene maria.

 

Note

___________________________________

 

[1] Il ms. eso

[2] Il ms. ana

[3] Il ms. el col punctum delens sotto la lettera l.

[4] Il cod. lucchese legge: bote (= botte), e non boaci, come afferma il Bini (op. cit., p. 153). La lezione di questo codice è così conforme a quella del sanese I. II. 37, del quale pure il B. riporta la varianti.

[5] Il ms. maligni.

[6] Il ms. Rossiano Che non han luogo dove si rinchine.

[7] Il ms. sono.

[8] Il ms. cresa.

[9] Il ms. notte.

[10] Il ms. grauata. Il ms. Rossiano gravosa.

[11] Il ms. eram.

[12] Il ms. dispetto.

[13] Il ms. Rossiano Ch' al suo figliuol Rachel fec' ella stessa.

[14] II ms. Rossiano Dammi il figliuolo, se ti cal di Dio.

[15] Il codice Vicentino degli Esposti, edito dal Morsolin, Frammento del Lamentum Virginis poema del sec. XIV (Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti (t. 38), S. Vila, t. I, Disp. 10a, Venezia, Antonelli, 1889—90, p. 933—965) ha: “Io lasso, o trista! quel çiio de l·orto”.

 

 

Indice Biblioteca

Progetto Quattrocento 

Poesia religiosa 

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2006