FRANCESCO DONI

STANZE DELLO  SPARPAGLIA

ALLA  SILVANA SUA  INNAMORATA

Edizione di riferimento

Poesie rusticali, raccolte ed illustrate da Giulio Ferrario, Milano, Società tipografica dei Classici Italiani, contrada di s. Margherita, n.° 1118, anno 1808.

I.

Aspetta, ove vai tu, fermati un poco

Silvana, e udirai la mia rovina;

Io piango, come fa chi perde a gioco,

La sera per tuo amore, e la mattina;

E ho nel corpo la fornace, e 'l foco

Di ser Vulcano, e tutta la fucina;

Mantici, morse, ancudine, e martello,

Che mi tanaglian fegato, e cervello.

II.

Quel fanciulletto, ch'è dipinto cieco,

Una freccia cavò fuor del turcasso:

Io mi credea, ch' egli scherzasse meco,

Ma lui mi ferì proprio in mezzo il casso; [1]

Tal che rimasto son altro, che Beco;

E per quel colpo son più stanco, e lasso,

Che se battuto avessi al sole un mese;

E poi se ne tornò nel suo paese.

III.

Fo tutta notte zufolo a rovajo, [2]

Come strologo fosse, ed indovino,

Per piantarti in la porta ritto un majo [3]

Non già di salcio, ma d'abeto, o pino;

E tu mi cacci Silvana al pagliajo,

Come di casa si caccia il mastino:

Io so ch' io perdo il tempo e la fatica,

Ch' io ti conosco, come il cul l'ortica.

IV.

Io proprio son com' una colombaja

Senza colombi, o un Castel senza fossa;

Come la biada, ch' è posta su l'aja,

Dal sol, da coreggiati ogn'or percossa;

Come un ardente, e chiusa carbonaja,

Che par nera di fuori, e dentro è rossa:

Se ben non fumo, o non cuoco col fiato,

Son però quasi tutto brostolato.

V.

Non soffia tanto il serpe ne la macchia,

Quando incantato s'annoda a la gruccia,

Se tanto il corbo irato grida, e gracchia

Per la carogna, quando si corruccia,

Quant' io, perchè mi tieni una cornacchia

E giuochi meco, come una bertuccia.

Or non trovando al mio dolor conforto,

Sarò vivo domani, ed oggi morto.

VI.

Non si cava tant' acqua de la roza, [4]

Ch' è appresa a l'olmo nel prato comune,

Quanta da gli occhi mi distilla, a foza [5]

Che tu diresti: le son due lagune;

Più volte m'averia la testa moza; [6]

Ma per chiamar le caprette digiune,

Rimasto son, e l'armento a l'erbetta;

E per poter giuocare a la civetta.

VII.

Io corro spesso per tutta la villa

Quando ben la tarantola mi tocca;

E bravo, come il toro, quando assilla, [7]

Facendo molta spuma per la bocca;

E tanto per amore il cor mi brilla,

Che l'altro dì salii su la mia rocca,

E volsimi gittar sopra la via;

Se non ch' io pensai poi, ch' io morirìa.

VIII.

Più di quarantaquattro quarantine

Di volte ho in te più che in me proprio spene,

Più di secento migliaja di mine

E rase e colme, ti voglio di bene:

Non gode tanto il gal fra le galline,

Quando giuocando in la cresta le tiene,

Quant' io faria, s'io ti potessi al collo

Tener sì stretta che non deste un crollo.

IX.

E tu vagheggi il zoppo Menicone,

Vecchio canuto con sette figliuoli.

E gli porgi fin dentro al capannone

Narcisi, rosolacci, e pancacciuoli; [8]

E pur jer sera gli desti un popone,

Un bel mazzo di cavoli, e fagiuoli,

E 'l guardasti col guardo di ramarro; [9]

Onde son certo, che fate bazzarro. [10]

X.

Ed io che vo per te tutta la notte

Errando, come un' anima dannata,

Ove le piante son dal tempo rotte,

Ov' è la terra mossa, e dirupata;

E piango fra spelonche, e cave grotte

Il giorno fin che la luna è levata;

Stracciato son come lupo da' cani,

Come il can vecchio da mosche, e tafani.

XI.

Dimmi, che manca a me, volto mio bello?

Non so forse il terren sodo zappare?

Menar la sega, e oprar il martello?

Mieter pulito, e le viti potare?

Oprar la falce, il pennato, [11] e 'l rastrello?

E 'l gran con la man giusta seminare?

E tirar come corda ritto il solco?

Son Ortolan perfetto, e buon Bifolco.

XII.

Menare al fiume, al lago, a la fontana,

Quando pasciute son le pecorelle,

Levargli al tempo con ragion la lana,

E conservargli candida la pelle;

Predir la pioggia, il secco a la fiumana,

E conosco nel ciel tutte le stelle:

Non son io stato più volte Campajo,

Consiglier de la villa, e poi Massajo?

XIII.

Io so far con la bocca il tamburino,

La cembanella, il corno, e la trombetta;

La fistola toccare, e 'l zufolino,

La zampogna di canna, e la rivetta;

Sonar la cornamusa, e 'l naccherino,

Il cembal, la sordina, e la staffetta; [12]

E far tal verso, chel gregge, e l'armento

A ogni mio piacer, tosto addormento.

XIV.

Canto sì dolce, che dir nol sapria,

Fortuna, ch' un gran tempo mi se' stata.

Ecco di qua l'amor eletta mia.

Quest' è la primavera, ch' è tornata.

Tu sei pagana nata in pagania.

In nella grotta sta la sventurata.

Nenciozza mia, Nenciozza ballerina,

E so cantar per lettra la Rosina. [13]

XV.

Ballo a la piva, ballo al saltarello,

A la calata de la mia Toscana:

E tanto ardito salto il mattarello, [14]

Ch' innamorar fo 'l prete, e la piovana; [15]

Giudichereste, ch'io fosse un uccello,

Stu mi vedessi far la chirinzana; [16]

Pajo un poledro che non sia domato,

Tanto sgambetto su la fiera a Prato.

XVI.

E poi son bello, ch' ognun dice certo:

Tu sei, Becotto, quel vago muletto,

Che al mercato cavalca ser Alberto:

Tu par un scrigno da sposa nel petto,

In le spalle due lastre da coperto,

E ne le gambe due travi da tetto;

Poi ne l'aspetto il nostro Bo moreno, [17]

E ne' capegli un bel mucchio di fieno.

XVII.

Tu m'hai pur visto Silvana a la festa

Quand'ho il farsetto, e 'l mantello sbiadato, [18]

E 'l tocco [19] di scarlatto, e penna in testa,

E la cortella con l'accetta a lato,

Ch' io pajo un capponcel, ch' abbia la cresta;

O un maschio gattone innamorato,

Che va gridando gnao la notte al gelo,

E la sua coda arruffa, e riccia [20] il pelo.

XVIII.

Son più gagliardo poi, che 'l tuo montone,

Quando turbato ne la mischia boffo. [21]

L'altr'jer feci nasconder Menicone

Dentro del suo porcil come un gaglioffo;

E feci gli occhi rossi a Michelone:

E con un calcio solo, e con un goffo

Ch'io detti a Nannoccio in sul mostaccio

Fei diventargli il naso un berlingaccio.

XIX.

Quando a saltar comincio, io vo tant' alto

Che più d'un'ora sto a tornare a basso,

E caggio sì leggier su 'l duro smalto,

Ch'a pena l'orma del mio piede lasso.

Io mi ricordo, che già feci un salto

Giù d'una quercia con furia e fracasso

Così leggieri, ch' io non ruppi il ghiaccio,

Mi smossi bene un piede, e ruppi un braccio.

XX.

E s'io son ricco sallo la contrada,

Ch'a me non manca nè pan, nè farina,

Io ho tre quarti ancor di buona biada,

E due fra miglio, panico, e sagina.

Faccio ogni pasqua de la peverada,

De' maccheroni quasi ogni mattina,

Ed ho appicato un pezzo di mezzena

( Che fu prosciutto ) al fumo a la catena,

XXI.

Ho due camice e mezzo, e tre lenzuoli,

Una cappetta gialla, ed una grisa, [22]

Due tovaglie di stoppa, e duo fazzuoli,

Un bel pajo di calze a la divisa,

Sei pentole, piategli, e quattro orciuoli,

Un letto, e una coperta, a quella guisa,

Che i zingani portar sogliono attorno;

E da spazzar ho sempre ogni gran forno.

XXII.

Due conche, due bigoncie, un colatoio,

Una madia, una tina, una scodella,

Un bel bottaccio, un bel rinfrescatoio,

Un mortajo di pietra; una padella,

Staccio, gramola, trespoli, e vassoio,

Un asse, una cassetta, e metadella, [23]

Aratri pochi, assai zampogne e zufoli,

Cavalle non, ma vacche, buoi, e bufoli.

XXIII.

Quest' anno ho colto sei baril di vino

Sì dolce, che mi fea leccar la musa;

Ma vero è, ch'io n'ho dato al cittadino

Tre some, che per me pagò l'accusa,

Che mi avea dato Berto da Mulino,

Perchè gli ruppi la sua cornamusa;

Considra [24] s'io son ricco da dovero,

Che i danar d'altri non istimo un zero.

XXIV.

Dunque perchè mi fuggi? tu se' matta

A disprezzar un uom sì reputato;

Poi darai cento baci ad una gatta.

Son pur dal Sere, e dal Vicario amato:

Ma tu mi stimi una cosa sì fatta,

Cioè, un pan di fava mal levato,

O come rotto manico di secchia,

Ovvero una scarpetta rotta e vecchia.

XXV.

Ch'avrai tu fatto, quando ben m'avrai

Sfracellata la carne, e vergheggiata?

De' piedi sgambettar tu mi vedrai»

Come la rana, quando è scorticata:

E so, che fra te stessa piagnerai,

E mi riscoteresti una giuncata.

Provedi presto, s'hai del sale in zucca,

Ch' io me ne vo, come l'amico a Lucca.

XXVI.

Tu m'hai Silvana con quel tuo visuccio

Graffiati i sensi, e l'alma impegolata;

Preso al boccon, come si piglia il luccio;

Datomi come il tordo a la ramata: [25]

Non fo la penitenza di fra Puccio,

E pur la vita ho tutta consumata,

Ch'a pena una corbetta di lasagne

Mangio in un pasto, e un cestel di castagne.

XXVII.

Ho mal del vermo: io son più smemorato,

Ch'un barbagianni, quando gli è smarrito;

Io son più ch'un agnello impilottato, [26]

Che cola in lo stidion mezzo arrostito;

E 'l corpo ho tutto quanto sgangherato,

E ogni membra fiacco, e infistolito:

Del cuore, del polmone, e de la milza,

Amor m'ha fatto a suo modo un filza.

XXVIII.

Al corpo del gavocciol, [27] se vai via,

Un colpo ti darò con questa mazza,

Che ti verrà la peste, e la moria,

E ti farò la testa pagonazza:

E me l'ha detto ben Monna Maria,

Che Menicon t'ha donato una tazza

Di vetro, che gli vien forse un soldino:

E per questo t'ha sempre a suo domino.

XXIX.

Ed io ti vo donar duo alberelli, [28]

Del refe ch'è sottil come una seta,

Cinque braccia di nastro, e duo giojelli.

Che mi costar tre picciol di moneta;

Un fregio con più d'otto campanelli,

Che non ti lascerà mai star secreta,

Una benduccia, un anel contraffatto,

Ch' al bujo luce, come occhio di gatto;

XXX.

Un par di cortellini, e di scarpette Rosse,

che pajon proprio insanguinate,

Un vezzo di cristallo, e due velette,

Due maniche di tela per la state,

E più di cento fra spilli, e magliette

D'otton, dentro e di fuori inargentate,

Una faldiglia, [29] che gran pregio vale,

Che di mia Ava fu 'l dominicale; [30]

XXXI.

Un telajo, che fu di mia sorella,

Che in ogni modo un giorno il bruceria;

Ed allevata t'ho una bianca agnella,

Che par, che la s'accorga, che tua sia,

Tanto fra l'altre va leggiadra e snella,

Degno presente a te Silvana mia:

Un cartoccin di biacca, un di belletto,

Per farti bella a Pasqua, e un bossoletto. [31]

XXXII.

Mi fuggirai tu mo' Castel de l'oro?

Comporterai tu, che mi strugga ed arda?

Non vedi tu che fa la vacca al toro?

Volgi in là gli occhi, e ne la mandra guarda;

Se provasti con meco tal lavoro,

Tu non saresti a miei preghi sì tarda;

Ma correresti come capra al sale,

E faremmo il guazzetto [32] avale avale. [33]

XXXIII.

A la cavalla s'aggiunge il stallone,

La capra fa col becco la sua ponta, [34]

La pecorella giace col montone,

L'asin con l'asinella si raffronta,

La topa al topo, la serpe al biscione,

La mosca sopra de la mosca monta;

E ben che sia si piccioletta nata,

In fin la pulce fa la farinata. [35]

XXXIV.

E' bisogna le calcole menare: [36]

Non odi tu quel che dice la piva?

« Baciami un tratto, e poi lasciami andare

Baciami tosto, che mia madre arriva;

La traditora non mi lascia arare,

La tra di piè, la stringe la cattiva.

O madre mia, io non faccio fornello,

Ma scuoter mi facevo il mio guarnello.» [37]

XXXV.

Udita non hai forse la canzona

Ch'io ho fatta per te Silvana bella?

Se tu sentissi quel che la ragiona,

Tu perderesti in tutto la favella.

Siedi qui giù, or che non c'è persona,

Ch' io sotto ti porrò la mia gonnella; [38]

E cantando parrotti uu rosignuolo:

In tanto serba un pò questo piuolo.

XXXVI.

Tu sei Silvana come un Ermellino,

Come la neve che non è toccata,

Candida bianca come un fior di spino,

E tenerella come una giuncata,

E mansueta come agnel piccino,

E fresca più che non è la rugiata, [39]

Bella dinanzi, e pulita di dietro,

E chiara più ch'un finestrin di vetro.

XXXVII.

Lunga più d'una quercia e d'uno abeto,

Larga in le spalle come una campagna,

Pulita come un mondo saliceto,

Alta di petto come una montagna,

Molle a toccar come cima d'aneto,

Ricciuta come scorza di castagna,

Nera ne gli occhi come un corbacchione,

Gentil nel mezzo come un formicone.

XXXVIII.

Quando tu getti Silvanella il riso,

Sei come un bel giardin di fiori adorno,

E par che tu spalanchi il paradiso,

Quando tu porti la persona attorno;

Ed hai più rosse le gote del viso,

Che non ha il ciel quand'è più caldo il forno;

Che una zappa non è, quand'è affocata,

E una cassa di carne salata.

XXXIX.

Or tu m'hai dato sì gran spuntonata,

Che fatto m'hai del core un sanguinaccio,

E di tutta la pancia una frittata,

E de la curatella un castagnaccio;

Pestato m'hai il cervel come una agliata,

E cottomi il polmon come un migliaccio;

E perchè ben tutta la vita stenti,

Tu mi fai mille impiastri e argomenti.

XL.

Quando tu balli sotto la frascata,

A la gagliarda con la mia pivetta

Tu stai sempre una spanna sollevata,

E fai del capo, e fai della gambetta,

Che pari una civetta ammaestrata,

O un can che salti sopra la banchetta,

Una capretta ben di pasto piena,

Una scimia legata a la catena.

XLI.

Tu giri come al vento fa il polvino, [40]

Come ruota da car quando più corre;

E come fa la macin da mulino,

Come la banderuola in su la torre,

Come la trottoletta e 'l trottolino,

Come il girandolin quando gli scorre;

E con modo sgambetti tanto onesta,

Che porti sempre l'onor de la festa.

XLII.

Quando alla chiesa vai col capo alzato

Tu pari una gallina capelluta;

Tu sei chiamata per tutto il contato

La pecorella grassa e ben pasciuta:

Più volte il tuo visuccio ho somigliato

A la Chiarina nostra, a la Cornuta; [41]

E la boccuccia nel parlare accolla

Ai bucolin ch' è in mezzo de la torta.

XLIII.

Ma se' leggieri più ch'al vento fronde,

E dura più che quercia antica, e scoglio,

E più fallace che le marin' onde,

E grave più che non è il pan di loglio;

Maggior superbia nel tuo cor s'infonde,

Che ne l'aspe e nel drago ira ed orgoglio;

Silvestre più che un'indomita vacca,

Da non pigliar se non pe' campi a stracca. [42]

XLIV.

Corpo de l'anguinaglia, che vuoi fare?

Vuoi tu far del mio corpo beccheria?

Tu mi farai un giorno rinegare...

Non mel far dire, ch'io nol sapria;

E per tuo amore andrommi ad annegare

In una tina d'una tintoria,

In qualche fossa cieca, o barbacane.

Che malannaggia, chi t'inforna il pane.

XLV.

Vatti or con Dio, se ti vuoi partire,

E fa di Beco tuo quel che tu vuoi

Se tu 'l volessi in sei pezzi partire,

E' sarà sempre a li comandi tuoi

Apparecchiato a vivere e morire,

E spender per tuo amor le vacche e buoi,

E 'l farsettin, la cortella, e 'l tabarro,

La zampognetta, il zufolino, e 'l carro.

XLVI.

Io ti ricordo scatolin d'amore

Che lasci Menicon vecchio impazzito,

Che non farebbe un' oncia di savore,

Se tu 'l pestassi tutto in un convito.

Tò tò Mordente, tò tò Feritore, [43]

Bee Cuccetta, bee Cornuto ardito;

Arri[44] Alocco, qua Muletto mio,

Va là Chiarina, a Dio Silvana, a Dio.

 

Note

____________________________________

 

[1] Casso. La parte concava del corpo circondata dalle costole.

[2] Rovajo: Borea vento Settentrionale. Far zufolo a Rovajo significa, starsi esposto al furore della Tramontana.

[3] Majo. Vedi le Ann. a la Nencia St. 45.

[4] Roza: Rivo, Canale.

[5] A foza, cioè, a foggia, per modo ec.

[6] Moza, invece di mozza, mozzata.

[7] Assillare: dibattersi, smaniare per puntura dell'assillo, animaletto alato assai molesto a' buoi, detto anche Tafano. Questo verso è preso, con piccolissima mutazione dal Pulci, che nel Morg. c. 27. st. 20. scrisse: E parve un loro bravo, quando assilla.

[8] Pancacciuolo. Sorta di fiore, che nasce ne' campi fra il grano, e fra le biade, che anche si dice Spadacciuola.

[9] Ramarro. Lucertone verde. Avere l'occhio del Ramarro, vale averlo bello e attrattivo, che guarda volentier l'uomo.

[10] Bazzarro, cioè baratto, permuta, scambio, cioè scambievolmente vi amate.

[11] Pennato. Strumento di ferro adunco e tagliente.

[12] Staffetta. Strumento da sonare, detto anche Staffa. V. Ann. a Lor. de Med. St. 27.

[13] Questi versi non formano senso legato, ma sono i principj delle Canzonette che lo Sparpaglia sapeva cantare.

[14] antico ballo allegro e vivace.

[15] Piovana: la perpetua del piovano (pievano), parroco di una pieve

[16] Chirinzana o Chirintana, Specie di ballo. - «La Chirintana» è il nome di una danza contenuta nel manoscritto di Guglielmo Ebreo/Ambrosio conservato nella Biblioteca Comunale di Siena, uno sei primi trattati a noi giunti in cui sono descritti i passi e gli atteggiamenti delle danze più in uso nel Quattrocento italiano.

[17] Bo moreno: così l'appella forse dal colore simile alla Morèna sorta di pesce senza squame con macchie bianche e nericce.

[18] Sbiadato. Aggiunto di cilestro o azzurro.  

[19] Tocco con l'o largo: sorta di berretta.

[20] Ricciare non si legge nel Vocab. ma bensì Arricciare.

[21] Boffo invece di buffo, da buffare lo stesso che sbuffare, soffiare con forza. Gli antichi spesso cambiarono per comodo della rima la vocale u in o. Così Dante disse lome invece di lume. Francesco da Barberino scrisse avviloppa invece di avviluppa. Doc. di Amore p. 202. e Niccolò de' Rossi, per far rima con ancora » scrisse paora invece di paura.

[22] Grisa invece di grigia. Così presso Brunetto Latini Retor. 137. si trova asio invece di agio; e questi suoni dimostrano sempre più evidentemente l'origine Provenzale di sì fatti vocaboli.

[23] Metadella. Misura, che quando serve per misurar grano, o cose non liquide, tiene la sedicesima parte dello staio; e quando serve per cose liquide, tiene la metà del boccale, e allora dicesi anche Mezzetta.

[24] Considra. La e avanti la r si supprime ancora in altri vocaboli usati da buoni scrittori in poesie serie ed eroiche. Lettre si usò dal Petrarca, e da altri ottimi autori invece di lettere. Bocc. Amor. Vis. C. II. Lettre scolpute. Lo stesso si dica di edra invece di edera: e persevra pure si scrisse dall'Ariosto in luogo persevera: così scevro, cetra, etra ec. invece di scevero, cetera, ed etera. Rompre invece di rompere Petr. Son. 138 P. 1.

[25] Ramata. Strumento a guisa di pala, tessuto di vinchi per uso di ammazzar gli uccelli a frugnuolo, ossia con la lanterna da caccia.

[26] impillottato:  lardellato, per estensione: infilato

[27] Gavocciolo. Enfiato, cagionato per lo più dalla peste. Dicesi per maniera d'imprecazione.

La Silvana sentendo Beco dir queste pazzie, si lieva in piedi e vuole andar via; ma egli montato in bestia, veduto che non gli giovavano le buone parole, né il mostrargli la passion che egli aveva, cominciò a voler menar le mani, e voler far l'amore con un legno in questa forma.

[28] Alberello. Vaso piccolo di terra cotta, o di vetro.

[29] Faldiglia. Sottana di tela cerchiata da alcune funicelle che la tengono intirizzata, e l'usano le donne perchè tenga loro le vesti sospese, e non impedisca loro il cammino; Guardinfante.

[30] Dominicale. Aggettivo. che die vale propriamente del Signore, ma si usa ancora per aggiunto di Abito da i dì delle feste.

[31] Bossoletto: piccolo contenitore di legno con coperchio

[32] guazzetto: manicaretto, ogni cosa buona da gustare, come il sale per le capre, come l'amoreggiare per gli amanti

[33] avale: uguale

[34] far la ponta: l'atto sessuale

[35] anche la mosca ha il suo atto d'amore.

[36] Menar di calcole, modo metaforico usato dal Boccaccio per coprir l'oscenità del sentimento.

[37] come: scuotere il pelliccione, di boccacciana memorie

[38] Così il pastore Dafni presso Teocrito Idil. 27 v. 53. dice alla fanciulla:

Molle pelle a' tuoi panni io sottopongo.

[39] Rugiata invece di Rugiada, come più sotto Contato invece di Contado per comodo della rima. Le lettere d e t frequentemente si scambiano l'una e l'altra, attesa l'affinità che è tra esse: moltissimi esempi se ne hanno presso a poeti, massimamente antichi: così Fr. Jacopone scrisse più di una volta Contrata invece di Contrada.

Quando la prima messa

Da te fu celebrata,

Venne una tenebria

En tutta la contrata.

Cantic. 58.

[40] polvino: piccola piuma

[41] Chiarina, e Cornuta. Nomi con che i contadini sogliono chiamare le loro giovenche.

[42] A stracca, posto avverb. vale Di forza, In guisa da straccarsi.

Questi passaggi improvvisi dalle lodi ai rimproveri, dalll'offerire al minacciare, e in generale dalll'uno affetto ad un altro del tutto opposto, formano l'espressione di un animo veracemente appassionato, e soglion essere leggiadro ornamento di questi componimenti pastorali. Teocrito nel suo terzo Idillio lasciò uno splendido esempio di sì fatto genere: e i poeti posteriori hanno sempre in argomenti simili preso ad imitare più o meno quel bellissimo originale.

[43] Mordente e Feritore ec. Nomi di giovenchi. A' bovi, e agli altri animali utili si suol porre un qualche nome; e di ciò si hanno esempi anche in Teocrito. Il Firenzuola ne suoi Discorsi degli Animali, parlando di quel pajo di Buoi che si voleva vendere sul mercato di Barberino, dice che l'un di loro si chiamava il Biondo, e l'altro lo Incoronato.

[44] Tò tò. Bee. Arri. Voci usate dai bifolchi per gridare olle loro bestie. Franco Sacchetti nelle Rime disse:

Va il caval per giò;

Per anda va il bo;

E l'asino per arri.

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Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2011