Galateo

overo de’ costumi

 

TRATTATO

 

DI

 

MESSER GIOVANNI DELLA CASA

 

Nel quale, sotto la persona

d’un vecchio idiota

ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de’ modi

che si debbono o tenere o schifare

nella comune conversazione,

cognominato

 

 

 

[XVIII]

[Le persone schifano l’amicizia dei maldicenti

– condanna dell’eccesso del dar consigli]

 

D’altrui né delle altrui cose non si dee dir male, tutto che paia che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per lo più portiamo al bene et all’onore l’un dell’altro; ma poi alla fine ogniuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l’amicizia de’ maldicenti, facendo ragione che quello che essi dicono d’altri a noi, quello dichino di noi ad altri. Et alcuni, che si oppongono ad ogni parola e quistionano e contrastano, mostrano che male conoscano la natura degli uomini, ché ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoperare: sanza che il porsi volentieri al contrario ad altri è opera di nimistà e non d’amicizia. Per la qual cosa colui che ama di essere amichevole e dolce nel conversare non dee aver così presto il:  – Non fu così – e lo: – Anzi sta come vi dico io –, né il metter sù de’ pegni, anzi si dee sforzare di essere arrendevole alle openioni degli altri d’intorno a quelle cose che poco rilevano. Percioché la vittoria in sì fatti casi torna in danno, conciosiaché vincendo la frivola quistione si perde assai spesso il caro amico e diviensi tedioso alle persone, sì che non osano di usare con esso noi, per non essere ognora con esso noi alla schermaglia; e chiamanci per soprannome M(esser) Vinciguerra, o Ser Contraponi, o Ser Tuttesalle, e talora il Dottor Sottile. E se pure alcuna volta aviene che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo e non si vuol essere sì ingordo della dolcezza del vincere che l’uomo se la trangugi, ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua; e, torto o ragione che l’uomo abbia, si dee consentire al parere de’ più o de’ più importuni e loro lasciare il campo, sì che altri e non tu sia quegli che si dibatta e che sudi e trafeli. Ché sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati, sì che se ne acquista odio e malavoglienza; et, oltre a–cciò, sono spiacevoli per la sconvenevolezza loro, la quale per se stessa è noiosa agli animi ben composti, sì come noi faremo per aventura menzione poco appresso. Ma il più della gente invaghisce sì di se stessa, che ella mette in abbandono il piacere altrui: e, per mostrarsi sottili et intendenti e savii, consigliano e riprendono e disputano et inritrosiscono a spada tratta, et a niuna sentenza s’accordano, se none alla loro medesima. Il proferire il tuo consiglio non richiesto niuna altra cosa è che un dire di esser più savio di colui cui tu consigli, anzi un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza. Per la qual cosa non si dee ciò fare con ogni conoscente, ma solo con gli amici più stretti e verso le persone il governo e regimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, eziandio a noi straniero; ma nella comune usanza si dee l’uomo astenere di tanto dar consiglio e di tanto metter compenso alle bisogne altrui: nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti. Percioché agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente, sì che non penano guari a deliberarsi, come quelli che pochi partiti da essaminare hanno alle mani; ma, come ciò sia, chi va proferendo e seminando il suo consiglio mostra di portar openione che il senno a–llui avanzi et ad altri manchi. E fermamente sono alcuni che così vagheggiano questa loro saviezza che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con esso loro, e dicono: – Il tale vuol fare a suo senno – et – Il tale non mi ascolta –; come se il richiedere che altri ubidisca il tuo consiglio non sia maggiore arroganza che non è il voler pur seguire il suo proprio. Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini et a riprendergli; e d’ogni cosa vogliono dar sentenza finale, e porre a ciascuno la legge in mano: – La tal cosa non si vuol fare – e – Voi diceste la tal parola – e – Stoglietevi dal così fare e dal così dire – e – ’l vino che voi beete non vi è sano, anzi vuole esser vermiglio – e – Dovreste usare del tal lattovaro e delle cotali pillole –; e mai non finano di riprendere, né di correggere. E lasciamo stare che a talora si affaticano a purgare l’altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirgli. E sì come pochi o niuno è cui soffera l’animo di fare la sua vita col medico o col confessore e molto meno col giudice del maleficio, così non si truova chi si arrischi di avere la costoro domestichezza, percioché ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano, e parci esser col maestro. Per la qual cosa non è dilettevol costume lo essere così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e deesi lasciare che ciò si faccia da’ maestri e da’ padri, da’ quali pure perciò i figliuoli et i discepoli si scantonano tanto volentieri quanto tu sai che e’ fanno!

 

 

[XIX]

[Bando agli scherni e alle ingiurie

– occorre saper fare bene le beffe]

 

Schernire non si dee mai persona, quantunque inimica, perché maggior segno di dispregio pare che si faccia schernendo che ingiuriando, conciosiaché le ingiurie si fanno o per istizza o per alcuna cupidità, e niuno è che si adiri con cosa (o per cosa) che egli abbia per niente, o che appetisca quello che egli sprezza del tutto: sì che dello ingiuriato si fa alcuna stima e dello schernito niuna o picciolissima. Et è lo scherno un prendere la vergogna che noi facciamo altrui a diletto sanza pro alcuno di noi, per la qual cosa si vuole nella usanza astenersi di schernire nessuno: in che male fanno quelli che rimproverano i difetti della persona a coloro che gli hanno, o con parole, come fece messer Forese da Rabatta, delle fattezze di maestro Giotto ridendosi, o con atti, come molti usano, contrafacendo gli scilinguati o zoppi o qualche gobbo. Similmente chi si ride d’alcuno sformato o malfatto o sparuto o picciolo, o di sciocchezza che altri dica fa la festa e le risa grandi, e chi si diletta di fare arrossire altrui: i quali dispettosi modi sono meritatamente odiati. Et a questi sono assai somiglianti i beffardi, cioè coloro che si dilettano di far beffe e di uccellare ciascuno, non per ischerno, né per disprezzo, ma per piacevolezza. E sappi che niuna differenza è da schernire a beffare, se non fosse il proponimento e la intenzione che l’uno ha diversa dall’altro, conciosiaché le beffe si fanno per sollazzo e gli scherni per istrazio, comeché nel comune favellare e nel dettare si prenda assai spesso l’un vocabolo per l’altro: ma chi schernisce sente contento della vergogna altrui e chi beffa prende dello altrui errore non contento, ma sollazzo, là dove della vergogna di colui medesimo, per aventura, prenderebbe cruccio e dolore. E, comeché io nella mia fanciullezza poco innanzi procedessi nella grammatica, pur mi voglio ricordare che Mitione, il quale amava cotanto Eschine che egli stesso avea di ciò maraviglia, non di meno prendea talora sollazzo di beffarlo, come quando e’ disse seco stesso: – Io vo’ fare una beffa a costui –. Sì che quella medesima cosa a quella medesima persona fatta, secondo la intenzion di colui che la fa, potrà essere beffa e scherno: e percioché il nostro proponimento male può esser palese altrui, non è util cosa nella usanza il fare arte così dubbiosa e sospettosa. E più tosto si vuol fuggire che cercare di esser tenuto beffardo, perché molte volte interviene in questo, come nel ruzzare o scherzare, che l’uno batte per ciancia e l’altro riceve la battitura per villania, e di scherzo fanno zuffa; così quegli che è beffato per sollazzo e per dimestichezza si reca talvolta ciò ad onta et a disonore e prendene sdegno, sanza che la beffa è inganno, et a ciascuno naturalmente duole di errare e di essere ingannato. Sì che per più cagioni pare che chi procaccia di esser ben voluto et avuto caro non debba troppo farsi maestro di beffe. Vera cosa è che noi non possiamo in alcun modo menare questa faticosa vita mortale del tutto sanza sollazzo né sanza riposo: e perché le beffe ci sono cagione di festa e di riso e, per conseguente, di ricreazione, amiamo coloro che sono piacevoli e beffardi e sollazzevoli. Per la qual cosa pare che sia da dire in contrario, cioè che pur si convenga nella usanza beffare alle volte e similmente motteggiare. E sanza fallo coloro che sanno beffare per amichevol modo e dolce sono più amabili che coloro che no ’l sanno né possono fare; ma egli è di mestiero avere risguardo in ciò a molte cose; e, conciosiaché la intenzion del beffatore è di prendere sollazzo dello errore di colui di cui egli fa alcuna stima, bisogna che l’errore nel quale colui si fa cadere sia tale che niuna vergogna notabile né alcun grave danno gliene segua: altrimenti mal si potrebbono conoscere le beffe dalle ingiurie. E sono ancora di quelle persone con le quali, per l’asprezza loro, in niuna guisa si dee motteggiare, sì come Biondello poté sapere da messer Filippo Argenti nella loggia de’ Caviccioli. Medesimamente non si dee motteggiare nelle cose gravi, e meno nelle vituperose opere, percioché pare che l’uomo, secondo il proverbio del comun popolo, si rechi la cattività a scherzo, comeché a madonna Filippa da Prato molto giovassino le piacevoli risposte da lei fatte intorno alla sua disonestà! Per la qual cosa non credo io che Lupo degli Uberti alleggerisse la sua vergogna, anzi la aggravò, scusandosi per motti della cattività e della viltà da–llui dimostrata, ché, potendosi tenere nel castello di Laterina, vedendosi steccare intorno e chiudersi, incontinente il diede, dicendo che nullo Lupo era uso di star rinchiuso; perché, dove non ha luogo il ridere, quivi si disdice il motteggiare et il cianciare.

 

 

[XX]

[Sui motti di spirito]

 

E dèi oltre a–cciò sapere che alcuni motti sono che mordono et alcuni che non mordono; de’ primi voglio che ti basti il savio ammaestramento che Lauretta ne diede, cioè che i motti come la pecora morde deono così mordere l’uditore, e non come il cane: percioché, se come il cane mordesse, il motto non sarebbe motto ma villania; e le leggi quasi in ciascuna città vogliono che quegli che dice altrui alcuna grave villania sia gravemente punito; e forse che si conveniva ordinar similmente non leggieri disciplina a chi mordesse per via di motti oltra il convenevole modo; ma gli uomini costumati deono far ragione che la legge che dispone sopra le villanie si stenda eziandio a’ motti, e di rado e leggiermente pungere altrui. Et oltre a tutto questo, sì dèi tu sapere che il motto, comeché morda o non morda, se non è leggiadro e sottile gli uditori niuno diletto ne prendono, anzi ne sono tediati, o, se pur ridono, si ridono non del motto, ma del motteggiatore. E percioché niuna altra cosa sono i motti che inganni, e lo ingannare, sì come sottil cosa et artificiosa, non si può fare se non per gli uomini di acuto e di pronto avedimento, e spezialmente improviso, percioché non convengono alle persone materiali e di grosso intelletto, né pure ancora a ciascuno il cui ingegno sia abondevole e buono, sì come per aventura non convennero gran fatto a messer Giovan Boccaccio; ma sono i motti speziale prontezza e leggiadria e tostàno movimento d’animo. Per la qual cosa gli uomini discreti non guardano in ciò alla volontà, ma alla disposizion loro, e, provato che essi hanno una e due volte le forze del loro ingegno invano, conoscendosi a ciò poco destri, lasciano stare di pur voler in sì fatto essercizio adoperarsi, accioché non avenga loro quello che avenne al cavaliero di madonna Orretta. E se tu porrai mente alle maniere di molti, tu conoscerai agevolmente ciò che io ti dico esser vero: cioè che non istà bene il motteggiare a chiunque vuole, ma solamente a chi può. E vedrai tale avere ad ogni parola apparecchiato uno, anzi molti, di quei vocaboli che noi chiamiamo bistìccichi, di niun sentimento; e tale scambiar le sillabe ne’ vocaboli per frivoli modi e sciocchi; et altri dire o rispondere altrimenti che non si aspettava, sanza alcuna sottigliezza o vaghezza: – Dove è il signore? – Dove egli ha i piedi! – e: – Gli fece ugner le mani con la grascia di San Giovan Boccadoro – e: – Dove mi manda egli?– Ad Arno; – Io mi voglio radere –  E’ sarebbe meglio rodere; – Va chiama il barbieri – E perché non il barbadomani? – I quali, come tu puoi agevolmente conoscere, sono vili modi e plebei; cotali furono, per lo più, le piacevolezze et i motti di Dioneo. Ma della più bellezza de’ motti e della meno non fia nostra cura di ragionare al presente, conciosiaché altri trattati ce ne abbia, distesi da troppo migliori dettatori e maestri che io non sono, et ancora percioché i motti hanno incontinente larga e certa testimonianza della loro bellezza e della loro spiacevolezza, sì che poco potrai errare in ciò, solo che tu non sii soverchiamente abbagliato di te stesso, percioché dove è piacevol motto ivi è tantosto festa e riso et una cotale maraviglia. Laonde, se le tue piacevolezze non saranno approvate dalle risa de’ circonstanti, sì ti rimarrai tu di più motteggiare, percioché il difetto fia pur tuo, e non di chi t’ascolta, con ciò sia cosa che gli uditori, quasi solleticati dalle pronte o leggiadre o sottili risposte o proposte, eziandio volendo, non possono tener le risa, ma ridono mal lor grado; da’ quali, sì come da diritti e legitimi giudici, non si dee l’uomo appellare a se medesimo, né più riprovarsi. Né per far ridere altrui si vuol dire parole né fare atti vili né sconvenevoli, storcendo il viso e contrafacendosi, ché niuno dee, per piacere altrui, avilire sé medesimo, che è arte non di nobile uomo, ma di giocolare e di buffone. Non sono adunque da seguitare i volgari modi e plebei di Dioneo («madonna Aldruta, alzate la coda...»), né fingersi matto, né dolce di sale, ma, a suo tempo, dire alcuna cosa bella e nuova e che non caggia così nell’animo a ciascuno, chi può, e chi non può, tacersi: percioché questi sono movimenti dello ’ntelletto, i quali, se sono avvenenti e leggiadri, fanno segno e testimonianza della destrezza dell’animo e de’ costumi di chi gli dice, la qual cosa piace sopra modo agli uomini e rendeci loro cari et amabili, ma, se essi sono al contrario, fanno contrario effetto, percioché pare che l’asino scherzi, o che alcuno forte grasso e naticuto danzi o salti spogliato in farsetto.

 

 

[XXI]

[Il conversare disteso deve rappresentare le usanze, gli atti e i costumi]

 

Un’altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè quando la piacevolezza non consiste in motti, che per lo più sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato, il quale vuole essere ordinato e bene espresso e rappresentante i modi, le usanze, gli atti et i costumi di coloro de’ quali si parla, sì che all’uditore sia aviso non di udir raccontare, ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri: il che ottimamente seppono fare gli uomini e le donne del Boccaccio, comeché pure talvolta (se io non erro) si contrafacessero più che a donna o a gentiluomo non si sarebbe convenuto, a guisa di coloro che recitan le comedie. Et a voler ciò fare, bisogna aver quello accidente, o novella o istoria, che tu pigli a dire bene raccolta nella mente, e le parole pronte et apparecchiate, sì che non ti convenga tratto tratto dire: – Quella cosa – e: – Quel cotale –, o – Quel... come si chiama –, o: – Quel lavorio –, né: – Aiutatemelo a dire – e: – Ricordatemi come egli ha nome –; percioché questo è appunto il trotto del cavalier di madonna Orretta! E se tu reciterai un avenimento nel quale intervenghino molti, non dèi dire: – Colui disse – e: – Colui rispose–; percioché tutti siamo Colui, sì che chi ode facilmente erra: conviene adunque che chi racconta ponga i nomi e poi non gli scambi. Et oltre a–cciò, si dee l’uomo guardare di non dir quelle cose, le quali taciute, la novella sarebbe non meno piacevole o per aventura ancora più piacevole: – Il tale, che fu figliuol del tale, che stava a casa nella via del Cocomero, no ’l conosceste voi? Che ebbe per moglie quella de’ Gianfigliazzi: una cotal magretta, che andava alla messa in San Lorenzo. Come, no? Anzi, non conosceste altri! – Un bel vecchio diritto, che portava la zazzera: non ve ne ricordate voi? – Percioché, se fosse tutto uno che il caso fosse avenuto ad un altro come a costui, tutta questa lunga quistione sarebbe stata di poco frutto, anzi di molto tedio, a coloro che ascoltano e sono vogliosi e frettolosi di sentire quello avenimento, e tu gli aresti fatto indugiare; sì come per aventura fece il nostro Dante:

 

E li parenti miei furon Lombardi

E Mantovan per patria ambidui;

 

percioché niente rilevava se la madre di lui fosse stata da Gazuolo o anco da Cremona. Anzi, apparai io già da un gran retorico forestiero uno assai utile ammaestramento d’intorno a questo, cioè che le novelle si deono comporre et ordinare prima co’ soprannomi e poi raccontare co’ nomi; percioché quelli sono posti secondo le qualità delle persone e questi secondo l’appetito de’ padri o di coloro a chi tocca. Per la qual cosa colui che, in pensando, fu messer Avarizia, in proferendo sarà messer Erminio Grimaldi, se tale sarà la generale openione che la tua contrada arà di lui, quale a Guglielmo Borsieri fu detto esser di messer Erminio in Genova. E se nella terra ove tu dimori non avesse persona molto conosciuta che si confacesse al tuo bisogno, sì dèi tu figurare il caso in altro paese et il nome imporre come più ti piace. Vera cosa è che con maggior piacere si suole ascoltare e, più, aver dinanzi agli occhi quello che si dice essere avenuto alle persone che noi conosciamo (se l’avenimento è tale che si confaccia a’ loro costumi) che quello che è intervenuto agli strani e non conosciuti da noi; e la ragione è questa: che, sapendo noi che quel tale suol far così, crediamo che egli così abbia fatto, e riconosciamolo come presente, dove degli strani non avien così.

 

 

[XXII]

[Sul linguaggio da tenere durante la conversazione:

chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso]

 

Le parole, sì nel favellare disteso come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare, sì che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere, et oltre a–cciò belle in quanto al suono et in quanto al significato, percioché se tu arai da dire l’una di queste due, dirai più tosto il ventre che l’epa, e, dove il tuo linguaggio lo sostenga, dirai più tosto la pancia che il ventre o il corpo, percioché così sarai inteso e non franteso, sì come noi Fiorentini diciamo, e di niuna bruttura farai sovenire all’uditore. La qual cosa volendo l’ottimo poeta nostro schifare, sì come io credo, in questa parola stessa, procacciò di trovare altro vocabolo, non guardando perché alquanto gli convenisse scostarsi per prenderlo di altro luogo, e disse:

 

Ricorditi che fece il peccar nostro

prender Dio, per scamparne,

umana carne al tuo virginal chiostro!

 

E come che Dante, sommo poeta, altresì poco a così fatti ammaestramenti ponesse mente, io non sento percioché di lui si dica per questa cagione bene alcuno; e certo io non ti consiglierei che tu lo volessi fare tuo maestro in questa arte dello esser grazioso, con ciò sia cosa che egli stesso non fu, anzi in alcuna Cronica trovo così scritto di lui: «Questo Dante per suo sapere fu alquanto presuntuoso e schifo e sdegnoso e, quasi, a guisa di filosofo, mal grazioso, non ben sapeva conversare co’ laici». Ma, tornando alla nostra materia, dico che le parole vogliono essere chiare; il che averrà, se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance e viete, e, come logori vestimenti, diposte o tralasciate, sì come spaldo et epa et uopo e sezzaio e primaio; et oltre a–cciò, se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici, percioché di quelle accozzate insieme si compone quel favellare che ha nome enigma et in più chiaro volgare si chiama gergo.

 

Io vidi un che da sette passatoi

fu da un canto all’altro trapassato.

 

Ancora vogliono esser le parole il più che si può appropriate a quello che altri vuol dimostrare, e meno che si può comuni ad altre cose, percioché così pare che le cose istesse si rechino in mezzo e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito: e perciò più acconciamente diremo riconosciuto alle fattezze che alla figura o alla imagine; e meglio rappresentò Dante la cosa detta, quando e’ disse:

 

Che li pesi

fan così cigolar le sue bilancie,

 

che se egli avesse detto o gridare o stridere o far romore. E più singolare è il dire il ribrezzo della quartana che se noi dicessimo il freddo; e La carne soverchio grassa stucca che se noi dicessimo sazia; e sciorinare i panni e non ispandere; et i moncherini e non le braccia mozze; et all’orlo dell’acqua d’un fosso

 

Stan li ranocchi pur col muso fuori

 

e non con la bocca: i quali tutti sono vocaboli di singolare significazione, e similmente il vivagno della tela più tosto che l’estremità. E so io bene che, se alcun forestiero per mia sciagura s’abbattesse a questo trattato, egli si farebbe beffe di me e direbbe che io t’insegnassi di favellare in gergo overo in cifera, conciosiaché questi vocaboli siano per lo più così nostrani che alcuna altra nazione non gli usa, et usati da altri non gl’intende. E chi è colui che sappia ciò che Dante si volesse dire in quel verso:

 

Già veggia per mezzul perdere o lulla?

 

Certo io credo che nessun altro che noi Fiorentini; ma, non di meno, secondo che a me è stato detto, se alcun fallo ha pure in quel testo di Dante, egli non l’ha nelle parole, ma (se egli errò) più tosto errò in ciò, che egli – si come uomo alquanto ritroso – imprese a dire cosa malagevole ad isprimere con parole e per aventura poco piacevole ad udire, che perché egli la isprimesse male. Niun puote, adunque, ben favellare con chi non intende il linguaggio nel quale egli favella, né, perché il Tedesco non sappia latino, debbiam noi per questo guastar la nostra loquela in favellando con esso lui, né contrafarci a guisa di mastro Brufaldo, sì come soglion fare alcuni che per la loro sciocchezza si sforzano di favellar del linguaggio di colui con cui favellano, quale egli si sia, e dicono ogni cosa a rovescio; e spesso aviene che lo Spagniuolo parlerà italiano con lo Italiano, e lo Italiano favellerà per pompa e per leggiadria con esso lui spagnuolo: e non di meno assai più agevol cosa è il conoscere che amendue favellano forestiero che il tener le risa delle nuove sciocchezze che loro escono di bocca. Favelleremo adunque noi nell’altrui linguaggio qualora ci farà mestiero di essere intesi per alcuna nostra necessità, ma nella comune usanza favelleremo pure nel nostro, eziandio men buono, più tosto che nell’altrui migliore, percioché più acconciamente favellerà un Lombardo nella sua lingua, quale s’è la più difforme, che egli non parlerà toscano o d’altro linguaggio, pure percioché egli non arà mai per le mani, per molto che egli si affatichi, sì bene i propri e particolari vocaboli come abbiamo noi Toscani. E se pure alcuno vorrà aver risguardo a coloro co’ quali favellerà e perciò astenersi da’ vocaboli singolari, de’ quali io ti ragionava, et in luogo di quelli usare i generali e comuni, i costui ragionamenti saranno perciò di molto minor piacevolezza. Dee oltre a–cciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà, sì come rinculare (la qual parola, ciò non ostante, si usa tuttodì da ciascuno); ma se alcuno, o uomo o femina, dicesse per simil modo et a quel medesimo ragguaglio il farsi innanzi che si dice il farsi indrieto, allora apparirebbe la disonestà di cotal parola, ma il nostro gusto per la usanza sente quasi il vino di questa voce e non la muffa.

 

Le mani alzò con amendue le fiche,

 

disse il nostro Dante, ma non ardiscono di così dire le nostre donne, anzi, per ischifare quella parola sospetta, dicon più tosto le castagne, comeché pure alcune, poco accorte, nominino assai spesso disavedutamente quello che se altri nominasse loro in pruova elle arrossirebbono, facendo menzione per via di bestemmia di quello onde elle sono femine. E perciò quelle che sono, o vogliono essere, ben costumate, procurino di guardarsi non solo dalle disoneste cose, ma ancora dalle parole, e non tanto da quelle che sono, ma eziandio da quelle che possono essere, o ancora parere, o disoneste o sconcie e lorde, come alcuni affermano essere queste pur di Dante:

 

Se non ch’al viso e di sotto mi venta;

 

o pur quelle:

 

Però ne dite ond’è presso pertugio;

.  .  .  .  .  .  . 

Et un di quelli spirti disse: Vieni

Dirieto a noi, ché troverai la buca.

 

E dèi sapere che, comeché due o più parole venghino talvolta a dire una medesima cosa, non di meno l’una sarà più onesta e l’altra meno, sì come è a dire Con lui giacque e Della sua persona gli sodisfece, percioché questa sentenza, detta con altri vocaboli, sarebbe disonesta cosa ad udire. E più acconciamente dirai il vago della luna che tu non diresti il drudo, avegna che amendue questi vocaboli importino lo amante, e più convenevol parlare pare a dire la fanciulla e l’amica che la concubina di Titone; e più dicevole è a donna, et anco ad uomo costumato, nominare le meretrici femine di mondo (come la Belcolore disse, più nel favellare vergognosa che nello adoperare) che a dire il comune lor nome: Taide è la puttana, e come il Boccaccio disse, la potenza delle meretrici e de’ ragazzi; ché, se così avesse nominato dall’arte loro i maschi come nominò le femine, sarebbe stato sconcio e vergognoso il suo favellare. Anzi, non solo si dee altri guardare dalle parole disoneste e dalle lorde, ma eziandio dalle vili, e spezialmente colà dove di cose alte e nobili si favelli; e per questa cagione forse meritò alcun biasimo la nostra Beatrice, quando disse:

 

      L’alto fato di Dio sarebbe rotto

Se Lethé si passasse, e tal vivanda

Fosse gustata sanza alcuno scotto

      Di pentimento...,

 

ché, per aviso mio, non istette bene il basso vocabolo delle taverne in così nobile ragionamento. Né dee dire alcuno la lucernadel mondo in luogo del sole, percioché cotal vocabolo rappresenta altrui il puzzo dell’olio e della cucina; né alcuno considerato uomo direbbe che san Domenico fu il drudo della teologia e non racconterebbe che i Santi gloriosi avessero dette così vili parole come è a dire:

 

E lascia pur grattar dove è la rogna,

 

che sono imbrattate della feccia del volgar popolo, sì come ciascuno può agevolmente conoscere. Adunque, ne’ distesi ragionamenti si vogliono avere le sopra dette considerazioni et alcune altre, le quali tu potrai più ad agio apprendere da’ tuoi maestri e da quella arte che essi sogliono chiamare retorica. E negli altri bisogna che tu ti avezzi ad usare le parole gentili e modeste e dolci, sì che niuno amaro sapore abbiano; et innanzi dirai: – Io non seppi dire – che – Voi non m’intendete – e – Pensiamo un poco se così è come noi diciamo – più tosto che dire: – Voi errate! – o – E’ non è vero! – o – Voi non la sapete! –; però che cortese et amabile usanza è lo scolpare altrui, eziandio in quello che tu intendi d’incolparlo, anzi si dee far comune l’error proprio dello amico, e prenderne prima una parte per sé, e poi biasimarlo o riprenderlo: – Noi errammo la via – e – Noi non ci ricordammo ieri di così fare –; comeché lo smemorato sia pur colui solo e non tu. E quello che Restagnone disse a’ suoi compagni non istette bene «Voi, se le vostre parole non mentono», perché non si dee recare in dubbio la fede altrui, anzi, se alcuno ti promise alcuna cosa e non te la attenne, non istà bene che tu dichi: – Voi mi mancaste della vostra fede! –, salvo se tu non fossi constretto da alcuna necessità, per salvezza del tuo onore, a così dire; ma, se egli ti arà ingannato, dirai: – Voi non vi ricordaste di così fare –; e se egli non se ne ricordò, dirai più tosto: – Voi non poteste – o – Non vi tornò a mente – che – Voi vi dimenticaste – o – Voi non vi curaste di attenermi la promessa –, percioché queste sì fatte parole hanno alcuna puntura et alcun veneno di doglienza e di villania; sì che coloro che costumano di spesse volte dire cotali motti sono riputati persone aspere e ruvide, e così è fuggito il loro consorzio come si fugge di rimescolarsi tra’ pruni e tra’ triboli.

 

 

[XXIII]

(Prima di parlare bisogna sapere cosa dire – il tono della voce

– scelta delle parole dal miglior suono e dal miglior significato)

 

E, perché io ho conosciute di quelle persone che hanno una cattiva usanza e spiacevole, cioè che così sono vogliosi e golosi di dire che non prendono il sentimento, ma lo trapassano e corrongli dinanzi a guisa di veltro che non assanni, per ciò non mi guarderò io di dirti quello che potrebbe parer soverchio a ricordare, come cosa troppo manifesta: e cioè che tu non dèi giammai favellare che non abbi prima formato nell’animo quello che tu dèi dire, ché così saranno i tuoi ragionamenti parto e non isconciatura (ché bene mi comporteranno i forestieri questa parola, se mai alcuno di loro si curerà di legger queste ciancie). E se tu non ti farai beffe del mio ammaestramento, non ti averrà mai di dire: – Ben venga, messere Agostino – a tale che arà nome Agnolo o Bernardo; e non arai a dire – Ricordatemi il nome vostro – e non ti arai a ridire, né a dire – Io non dissi bene – né: – Domin, ch’io lo dica! – né a scilinguare o balbotire lungo spazio per rinvenire una parola: – maestro Arrigo. No, maestro Arabico. O, ve’ che lo dissi: maestro Agabito –, che sono a chi t’ascolta tratti di corda. La voce non vuole esser né roca né aspera, e non si dee stridere, né per riso o per altro accidente cigolare come le carrucole fanno, né, mentre che l’uomo sbadiglia, pur favellare. Ben sai che noi non ci possiamo fornire né di spedita lingua né di buona voce a nostro senno; chi è o scilinguato o roco non voglia sempre essere quegli che cinguetti, ma correggere il difetto della lingua col silenzio e con le orecchie: et anco si può con istudio scemare il vizio della natura. Non istà bene alzar la voce a guisa di banditore, né anco si dee favellare sì piano che chi ascolta non oda; e se tu non sarai stato udito la prima volta, non dèi dire la seconda ancora più piano, né anco dèi gridare, acciò ch tu non dimostri d’imbizzarrire percioché ti sia convenuto replicare quello che tu avevi detto. Le parole vogliono essere ordinate secondo che richiede l’uso del favellar comune e non aviluppate et intralciate in qua et in là, come molti hanno usanza di fare per leggiadria, il favellar de’ quali si rassomiglia più a notaio che legga in volgare lo instrumento che egli dettò latino che ad uom che ragioni in suo linguaggio; come è a dire:

 

Imagini di ben seguendo false

e:

Del fiorir queste inanzi tempo tempie;

 

i quali modi alle volte convengono a chi fa versi, ma a chi favella si disdicono sempre. E bisogna che l’uomo non solo si discosti in ragionando dal versificare, ma eziandio dalla pompa dello arringare: altrimenti sarà spiacevole e tedioso ad udire, comeché per aventura maggior maestria dimostri il sermonare che il favellare; ma ciò si dee riservare a suo luogo, ché chi va per via non dee ballare, ma caminare, con tutto che ogniuno non sappia danzare et andar sappia ogniuno (ma conviensi alle nozze e non per le strade!). Tu ti guarderai adunque di favellar pomposo: «Credesi per molti filosofanti...», e tale è tutto il Filocolo e gli altri trattati del nostro M[esser] Giovan Boccaccio, fuori che la maggior opera, et ancora più di quella, forse, il Corbaccio. Non voglio perciò che tu ti avezzi a favellare sì bassamente come la feccia del popolo minuto e come la lavandaia e la trecca, ma come i gentiluomini; la qual cosa come si possa fare ti ho in parte mostrato di sopra, cioè se tu non favellerai di materia né vile, né frivola, né sozza, né abominevole. E se tu saprai scegliere fra le parole del tuo linguaggio le più pure e le più proprie e quelle che miglior suono e miglior significazione aranno, sanza alcuna rammemorazione di cosa brutta, né laida, né bassa, e quelle accozzare, non ammassandole a caso, né con troppo scoperto studio mettendole in filza, et, oltre a–cciò, se tu procaccerai di compartire discretamente le cose che tu a dire arai, e guardera’ti di congiungere le cose difformi tra sé, come:

 

Tullio e Lino e Seneca morale,

o pure:

L’uno era Padovano e l’altro laico,

 

e se tu non parlerai sì lento, come svogliato, né sì ingordamente, come affamato, ma come temperato uomo dee fare, e se tu proferirai le lettere e le sillabe con una convenevole dolcezza, non a guisa di maestro che insegni leggere e compitare a’ fanciulli, né anco le masticherai né inghiottiraile appiccate et impiastricciate insieme l’una con l’altra; se tu arai adunque a memoria questi et altri sì fatti ammaestramenti, il tuo favellare sarà volentieri e con piacere ascoltato dalle persone, e manterrai il grado e la degnità che si conviene a gentiluomo bene allevato e costumato.

 

 

[XXIV]

[Lasciare che anche gli altri parlino

– non interrompere qualcuno quando parla

– il soverchio dire reca fastidio, il soverchio tacere odio]

 

Sono ancora molti che non sanno restar di dire, e, come nave spinta dalla prima fuga per calar vela non s’arresta, così costoro trapportati da un certo impeto scorrono e, mancata la materia del loro ragionamento, non finiscono per ciò, anzi, o ridicono le cose già dette, o favellano a vòto. Et alcuni altri tanta ingordigia hanno di favellare che non lasciano dire altrui; e come noi veggiamo talvolta su per l’aie de’ contadini l’uno pollo tòrre la spica di becco all’altro, così cavano costoro i ragionamenti di bocca a colui che gli cominciò e dicono essi; e sicuramente che eglino fanno venir voglia altrui di azzuffarsi con esso loro, percioché, se tu guardi bene, niuna cosa muove l’uomo più tosto ad ira, che quando improviso gli è guasto la sua voglia et il suo piacere, eziandio minimo: sì come quando tu arai aperto la bocca per isbadigliare et alcuno te la tura con mano, o quando tu hai alzato il braccio per trarre la pietra et egli t’è subitamente tenuto da colui che t’è di dietro. Così adunque come questi modi (e molti altri a questi somiglianti) che tendono ad impedir la voglia e l’appetito altrui ancora per via di scherzo e per ciancia sono spiacevoli e debbonsi fuggire, così nel favellare si dee più tosto agevolare il desiderio altrui che impedirlo. Per la qual cosa, se alcuno sarà tutto in assetto di raccontare un fatto, non istà bene di guastargliele, né di dire che tu lo sai, o, se egli anderà per entro la sua istoria spargendo alcuna bugiuzza, non si vuole rimproverargliele né con le parole né con gli atti, crollando il capo o torcendo gli occhi, sì come molti soglion fare, affermando sé non potere in modo alcuno sostener l’amaritudine della bugia; ma egli non è questa la cagione di ciò, anzi è l’agrume e lo aloe della loro rustica natura et aspera, che sì gli rende venenosi et amari nel consorzio degli uomini che ciascuno gli rifiuta. Similmente il rompere altrui le parole in bocca è noioso costume e spiace, non altrimenti che quando l’uomo è mosso a correre et altri lo ritiene. Né quando altri favella si conviene di fare sì che egli sia lasciato et abbandonato dagli uditori, mostrando loro alcuna novità e rivolgendo la loro attenzione altrove: ché non istà bene ad alcuno licenziar coloro che altri, e non egli, invitò. E vuolsi stare attento, quando l’uom favella, accioché non ti convenga dire tratto tratto: – Eh? – o – Come? – il qual vezzo sogliono avere molti, e non è ciò minore sconcio a chi favella che lo intoppare ne’ sassi a chi va. Tutti questi modi e generalmente ciò che può ritenere e ciò che si può attraversare al corso delle parole di colui che ragiona, si vuol fuggire. E se alcuno sarà pigro nel favellare, non si vuole passargli inanzi né prestargli le parole, comeché tu ne abbi a dovizia et egli difetto; ché molti lo hanno per male, e spezialmente quelli che si persuadono di essere buoni parlatori, percioché è loro aviso che tu non gli abbi per quello che essi si tengono e che tu gli vogli sovenire nella loro arte medesima; come i mercatanti si recano ad onta che altri proferisca loro denari, quasi eglino non ne abbiano e siano poveri e bisognosi dell’altrui. E sappi che a ciascuno pare di saper ben dire, comeché alcuno per modestia lo nieghi. E non so io indovinare donde ciò proceda, che chi meno sa più ragioni: dalla qual cosa (cioè dal troppo favellare) conviene che gli uomini costumati si guardino, e spezialmente poco sapendo, non solo perché egli è gran fatto che alcuno parli molto sanza errar molto, ma perché ancora pare che colui che favella soprastia in un certo modo a coloro che odono, come maestro a’ discepoli; e perciò non istà bene di appropriarsi maggior parte di questa maggioranza, che non ci si conviene: et in tale peccato cadono non pure molti uomini, ma molte nazioni favellatrici e seccatrici sì, che guai a quella orecchia che elle assannano. Ma, come il soverchio dire reca fastidio, così reca il soverchio tacere odio, percioché il tacersi colà, dove gli altri parlano a vicenda, pare un non voler metter sù la sua parte dello scotto, e perché il favellare è un aprir l’animo tuo a chi t’ode, il tacere per lo contrario pare un volersi dimorare sconosciuto. Per la qual cosa, come que’ popoli che hanno usanza di molto bere alle loro feste e d’inebriarsi soglion cacciare via coloro che non beono, così sono questi così fatti mutoli mal volentieri veduti nelle liete et amichevoli brigate. Adunque piacevol costume è il favellare e lo star cheto ciascuno, quando la volta viene a–llui.

 

 

 

Indice Biblioteca indice del Galateo

© 1996 – Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2004