Galateo

overo de’ costumi

 

TRATTATO

 

DI

 

MESSER GIOVANNI DELLA CASA

 

Nel quale, sotto la persona

d’un vecchio idiota

ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de’ modi

che si debbono o tenere o schifare

nella comune conversazione,

cognominato

 

 

 

[IX]

(Utilità della ritrosia ma senza eccessi)

 

Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri, sì come il vocabolo medesimo dimostra; ché tanto è a dire a ritroso quanto a rovescio. Come sia adunque utile la ritrosia a prender gli animi delle persone et a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente, poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui, il che suol fare l’uno inimico all’altro, e non gli amici infra di loro. Per che, sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone, percioché egli genera non piacere né benivolenza, ma odio e noia: anzi conviensi fare dell’altrui voglia suo piacere, dove non ne segua danno o vergogna, et in ciò fare sempre e dire più tosto a senno d’altri che a suo. Non si vuole essere né rustico né strano, ma piacevole e domestico, percioché niuna differenza sarebbe dalla mortìne al pungitopo, se non fosse che l’una è domestica e l’altro salvatico. E sappi che colui è piacevole i cui modi sono tali nell’usanza comune, quali costumano di tenere gli amici infra di loro, là dove chi è strano pare in ciascun luogo straniero, che tanto viene a dire come forestiero; sì come i domestici uomini, per lo contrario, pare che siano ovunque vadano conoscenti et amici di ciascuno. Per la qual cosa conviene che altri si avezzi a salutare e favellare e rispondere per dolce modo e dimostrarsi con ogniuno quasi terrazzano e conoscente. Il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso e volentieri ad ogni cosa dicon di no e non prendono in grado né onore né carezza che loro si faccia, a guisa di gente, come detto è, straniera e barbara: non sostengono di esser visitati et accompagnati e non si rallegrano de’ motti né delle piacevolezze, e tutte le proferte rifiutano. – Messer Tale m’impose dianzi che io vi salutassi per sua parte. – Che ho io a fare de’ suoi saluti? – E: – Messer Cotale mi dimandò come voi stavate. – Venga, e sì mi cerchi il polso. – Sono adunque costoro meritamente poco cari alle persone. Non istà bene di essere maninconoso né astratto là dove tu dimori; e come che forse ciò sia da comportare a coloro che per lungo spazio di tempo sono avezzi nelle speculazioni delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali, agli altri sanza alcun fallo non si dee consentire: anzi, quelli stessi, qualora vogliono pensarsi, farebbono gran senno a fuggirsi dalla gente.

 

 

[X]

(Non si devono usare modi vezzosi come quelli delle donne)

 

L’esser tenero e vezzoso anco si disdice assai, e massimamente agli uomini, percioché l’usare con sì fatta maniera di persone non pare compagnia, ma servitù: e certo alcuni se ne truovano che sono tanto teneri e fragili, che il vivere e dimorar con esso loro niuna altra cosa è che impacciarsi fra tanti sottilissimi vetri: così temono essi ogni leggier percossa, e così conviene trattargli e riguardargli. I quali così si crucciano, se voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a riverirgli et a risponder loro, come un altro farebbe di una ingiuria mortale; e se voi non date loro così ogni titolo appunto, le querele asprissime e le inimicizie mortali nascono di presente. – Voi mi diceste messere e non signore! –  – E perché non mi dite voi V(ostra) S(ignoria)? Io chiamo pur voi il signor tale, io! – Et anco: – Non ebbi il mio luogo a tavola. – Et: – Ieri non vi degnaste di venir per me a casa, come io venni a trovar voi l’altr’ieri: questi non sono modi da tener con un mio pari –. Costoro veramente recano le persone a tale che non è chi gli possa patir di vedere, percioché troppo amano sé medesimi fuor di misura et, in ciò occupati, poco di spazio avanza loro di potere amare altrui. Sanza che, come io dissi da principio, gli uomini richieggono che nelle maniere di coloro co’ quali usano sia quel piacere che può in cotale atto essere; ma il dimorare con sì fatte persone fastidiose, l’amicizia delle quali sì leggiermente, a guisa d’un sottilissimo velo, si squarcia, non è usare, ma servire, e perciò non solo non diletta, ma ella spiace sommamente: questa tenerezza adunque e questi vezzosi modi si voglion lasciare alle femine.

 

 

[XI]

[Evitare argomenti che non interessano o temi sottili difficili da capire]

 

Nel favellare si pecca in molti e varii modi, e primieramente nella materia che si propone, la quale non vuole essere frivola né vile, percioché gli uditori non vi badano e perciò non ne hanno diletto, anzi scherniscono i ragionamenti et il ragionatore insieme. Non si dee anco pigliar tema molto sottile né troppo isquisito, percioché con fatica s’intende dai più. Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale che niuno della brigata ne arrossisca o ne riceva onta. Né di alcuna bruttura si dee favellare, comeché piacevole cosa paresse ad udire, percioché alle oneste persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle oneste cose. Né contra Dio né contra’ Santi, né dadovero né motteggiando si dee mai dire alcuna cosa, quantunque per altro fosse leggiadra o piacevole: il qual peccato assai sovente commise la nobile brigata del nostro messer Giovan Boccaccio ne’ suoi ragionamenti, sì che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona. E nota che il parlar di Dio gabbando non solo è difetto di scelerato uomo et empio, ma egli è ancora vizio di scostumata persona, et è cosa spiacevole ad udire: e molti troverai che si fuggiranno di là dove si parli di Dio sconciamente. E non solo di Dio si convien parlare santamente, ma in ogni ragionamento dee l’uomo schifare quanto può che le parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue, percioché gli uomini odiano in altrui eziandio i loro vitii medesimi. Simigliantemente si disdice il favellare delle cose molto contrarie al tempo et alle persone che stanno ad udire eziandio di quelle che, per sé et a suo tempo dette, sarebbono e buone e sante. Non si raccontino adunque le prediche di frate Nastagio alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzarsi, come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino a San Brancazio, faceva. Né a festa né a tavola si raccontino istorie maninconose, né di piaghe né di malattie né di morti o di pestilenzie, né di altra dolorosa materia si faccia menzione o ricordo: anzi, se altri in sì fatte rammemorazioni fosse caduto, si dee per acconcio modo e dolce scambiargli quella materia e mettergli per le mani più lieto e più convenevole soggetto. Quantunque, secondo che io udii già dire ad un valente uomo nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno sì di lagrimare come di ridere: e per tal cagione egli affermava essere state da principio trovate le dolorose favole che si chiamarono tragedie, accioché, raccontate ne’ teatri (come in quel tempo si costumava di fare), tirassero le lagrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere; e così eglino, piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo, massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e non per piagnere: ché, se pure alcuno è che infermi per vaghezza di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte, o porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga che di letizia: conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e più tosto tacersi. Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca già mai che i loro bambini e la donna e la balia loro: – Il fanciullo mio mi fece ieri sera tanto ridere. – Udite; voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio. – La donna mia è cotale. – La Cecchina disse. – Certo voi no ’l credereste del cervello ch’ella ha. – Niuno è sì scioperato che possa né rispondere né badare a sì fatte sciocchezze, e viensi a noia ad ognuno.

 

 

[XII]

[Condanna dei bestemmiatori e di coloro che raccontano i propri sogni

– il sogno di Messer Flaminio Tomarozzo]

 

Male fanno ancora quelli che tratto tratto si pongono a recitare i sogni loro con tanta affezzione e facendone sì gran maraviglia che è un isfinimento di cuore a sentirli; massimamente ché costoro sono per lo più tali che perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque s’è la loro maggior prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono! Non si dee adunque noiare altri con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come l’uom gli fa generalmente. E comeché io senta dire assai spesso che gli antichi savi lasciarono ne’ loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento e con molta vaghezza, non perciò si conviene a noi idioti, né al comun popolo, di ciò fare ne’ suoi ragionamenti. E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire (comeché io a pochi soffera di dare orecchie), niuno me ne parve mai d’udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio, fuori solamente uno che ne vide il buon messer Flaminio Tomarozzo, gentiluomo romano, e non mica idiota né materiale, ma scienziato e di acuto ingegno. Al quale, dormendo egli, pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino, nella quale poco stante, qual che si fosse la cagione, levatosi il popolo a romore, andava ogni cosa a ruba, e chi toglieva un lattovaro e chi una confezzione, e chi una cosa e chi altra, e mangiavalasi di presente; sì che in poco d’ora né ampolla né pentola né bossolo né alberello vi rimanea che vòto non fosse e rasciutto. Una guastadetta v’era assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse. E non istette guari che egli vide venire un uomo grande di statura, antico e con venerabile aspetto, il quale, riguardando le scatole et il vasellamento dello spezial cattivello e trovando quale vòto e quale versato e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io dissi: per che, postalasi a bocca, tutto quel liquore si ebbe tantosto bevuto, sì che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a M[esser] Flaminio di maravigliarsi grandemente. Per che, rivolto allo speziale, gli addimandava: – Maestro, questi chi è? e per qual cagione sì saporitamente l’acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri aveano rifiutata? –  A cui parea che lo speziale rispondesse: – Figliuolo, questi è messer Domenedio; e l’acqua da lui solo bevuta, e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata, fu la Discrezione, la quale, sì come tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare per cosa del mondo. – Questi così fatti sogni dico io bene potersi raccontare e con molta dilettazione e frutto ascoltare, percioché più si rassomigliano a pensiero di ben desta che a visione di addormentata mente o virtù sensitiva che dir debbiamo; ma gli altri sogni sanza forma e sanza sentimento, quali la maggior parte de’ nostri pari gli fanno (percioché i buoni e gli scienziati sono, eziandio quando dormono, migliori e più savi che i rei e che gl’idioti) si deono dimenticare e da noi insieme col sonno licenziare.

 

 

[XIII]

[Contro i millantatori e i bugiardi o coloro che si vantano]

 

E, quantunque niuna cosa paia che si possa trovare più vana de’ sogni, egli ce n’ha pure una ancora più di loro leggiera, e ciò sono le bugie: però che di quello che l’uomo ha veduto nel sogno pure è stato alcuna ombra e quasi un certo sentimento, ma della bugia né ombra fu mai né imagine alcuna. Per la qual cosa meno ancora si richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le bugie che co’ sogni, comeché queste alcuna volta siano ricevute per verità; ma a lungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti, ma essi non sono ascoltati, sì come quelli le parole de’ quali niuna sustanza hanno in sé, né più né meno come s’eglino non favellassino, ma soffiassino. E sappi che che tu troverai di molti che mentono, a niun cattivo fine tirando né di proprio loro utile, né di danno o di vergogna altrui, ma percioché la bugia per sé piace loro, come chi bee non per sete, ma per gola del vino. Alcuni altri dicono la bugia per vanagloria di se stessi, milantandosi e dicendo di avere le maraviglie e di essere gran baccalari. Puossi ancora mentire tacendo, cioè con gli atti e con l’opere; come tu puoi vedere che alcuni fanno, che, essendo essi di mezzana condizione o di vile, usano tanta solennità ne’ modi loro e così vanno contegnosi e con sì fatta prorogativa parlano, anzi parlamentano, ponendosi a sedere pro tribunali e pavoneggiandosi, che egli è una pena mortale pure a vedergli. Et alcuni si truovano, i quali, non essendo però di roba più agiati degli altri, hanno d’intorno al collo tante collane d’oro e tante anella in dito e tanti fermagli in capo e su per li vestimenti appiccati di qua e di là, che si disdirebbe al Sire di Castiglione: le maniere de’ quali sono piene di scede e di vanagloria, la quale viene da superbia, procedente da vanità; sì che queste si deono fuggire come spiacevoli e sconvenevoli cose. E sappi che in molte città – e delle migliori – non si permette per le leggi che il ricco possa gran fatto andare più splendidamente vestito che il povero, percioché a’ poveri pare di ricevere oltraggio quando altri, eziandio pure nel sembiante, dimostra sopra di loro maggioranza; sì che diligentemente è da guardarsi di non cadere in queste sciocchezze. Né dee l’uomo di sua nobiltà né di suoi onori né di ricchezza e molto meno di senno vantarsi; né i suoi fatti o le prodezze sue o de’ suoi passati molto magnificare, né ad ogni proposito annoverargli, come molti soglion fare: percioché pare che egli in ciò significhi di volere o contendere co’ circostanti, se eglino similmente sono o presumono di essere gentili et agiati uomini e valorosi, o di soperchiarli, se eglino sono di minor condizione, e quasi rimproverar loro la loro viltà e miseria: la qual cosa dispiace indifferentemente a ciascuno. Non dee adunque l’uomo avilirsi, né fuori di modo essaltarsi, ma più tosto è da sottrarre alcuna cosa de’ suoi meriti che punto arrogervi con parole; percioché ancora il bene, quando sia soverchio, spiace. E sappi che coloro che aviliscono se stessi con le parole fuori di misura e rifiutano gli onori che manifestamente loro s’appartengono, mostrano in ciò maggiore superbia che coloro che queste cose, non ben bene loro dovute, usurpano. Per la qual cosa si potrebbe per aventura dire che Giotto non meritasse quelle commendazioni che alcun crede per aver egli rifiutato di essere chiamato maestro, essendo egli non solo maestro, ma, sanza alcun dubbio, singular maestro, secondo quei tempi. Ora, che che egli biasimo o loda si meritasse, certa cosa è che chi schifa quello che ciascun altro appetisce mostra che egli in ciò tutti gli altri o biasimi o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l’onore, che cotanto è dagli altri stimato, è un gloriarsi et onorarsi sopra tutti gli altri, conciosiaché niuno di sano intelletto rifiuti le care cose, fuori che coloro i quali delle più care di quelle stimano avere abondanza e dovizia. Per la qual cosa né vantare ci debbiamo de’ nostri beni, né farcene beffe, ché l’uno è rimproverare agli altri i loro difetti, e l’altro schernire le loro virtù; ma dee di sé ciascuno, quanto può, tacere, o, se la oportunità ci sforza a pur dir di noi alcuna cosa, piacevol costume è di dirne il vero rimessamente, come io ti dissi di sopra. E perciò coloro che si dilettano di piacere alla gente si deono astenere ad ogni poter loro da quello che molti hanno in costume di fare, i quali sì timorosamente mostrano di dire le loro openioni sopra qual si sia proposta, che egli è un morire a stento il sentirgli, massimamente se eglino sono per altro intendenti uomini e savi. – Signor, V(ostra) S(ignoria) mi perdoni se io no’l saprò così dire: io parlerò da persona materiale come io sono e, secondo il mio poco sapere, grossamente, e son certo che la S(ignoria) V(ostra) si farà beffe di me; ma pure, per ubidirla... –: e tanto penano e tanto stentano che ogni sottilissima quistione si sarebbe diffinita con molto manco parole et in più brieve tempo: percioché mai non ne vengono a capo. Tediosi medesimamente sono e mentono con gli atti nella conversazione et usanza loro alcuni che si mostrano infimi e vili; et essendo loro manifestamente dovuto il primo luogo et il più alto, tuttavia si pongono nell’ultimo grado; et è una fatica incomparabile a sospingerli oltra, però che tratto tratto sono rinculati a guisa di ronzino che aombri. Perché con costoro cattivo partito ha la brigata alle mani qualora si giugne ad alcun uscio, percioché eglino per cosa del mondo non voglion passare avanti, anzi sì attraversano e tornano indietro, e sì con le mani e con le braccia si schermiscono e difendono che ogni terzo passo è necessario ingaggiar battaglia con esso loro e turbarne ogni sollazzo e talora la bisogna che si tratta.

 

 

[XIV]

[Contro le cerimonie fatte per tornaconto o per adulazione]

 

E perciò le cirimonie, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, sì come quelli che il nostrale non abbiamo, però che i nostri antichi mostra che non le conoscessero, sì che non poterono porre loro alcun nome; le cirimonie, dico, secondo il mio giudicio, poco si scostano dalle bugie e da’ sogni, per la loro vanità, sì che bene le possiamo accozzare insieme et accoppiare nel nostro trattato, poiché ci è nata occasione di dirne alcuna cosa. Secondo che un buon uomo mi ha più volte mostrato, quelle solennità che i cherici usano d’intorno agli altari e negli ufficii divini e verso Dio e verso le cose sacre si chiamano propriamente cirimonie: ma, poiché gli uomini cominciaron da principio a riverire l’un l’altro con artificiosi modi, fuori del convenevole, et a chiamarsi padroni e Signori tra loro, inchinandosi e storcendosi e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa e nominandosi con titoli isquisiti, e basciandosi le mani come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate, fu alcuno che, non avendo questa nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò cirimonia, credo io per istrazio, sì come il bere et il godere si nominano per beffa trionfare. La quale usanza sanza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia, trapassata in Italia: la quale, misera, con le opere e con gli effetti abbassata et avilita, è cresciuta solamente et onorata nelle parole vane e ne’ superflui titoli. Sono adunque le cirimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intenzion di coloro che le usano, una vana significazion di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno, posta ne’ sembianti e nelle parole, d’intorno a’ titoli et alle proferte. Dico vana, in quanto noi onoriamo in vista coloro i quali in niuna riverenza abbiamo, e talvolta gli abbiamo in dispregio; e non di meno, per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro lo Ill(ustrissi)mo signor tale e lo Ecc(ellentissi)mo signor cotale, e similmente ci proferiamo alle volte a tale per deditissimi servidori, che noi ameremmo di diservire più tosto che servire. Sarebbono adunque le cirimonie non solo bugie, sì come io dissi, ma eziandio sceleratezze e tradimenti; ma, percioché queste sopraddette parole e questi titoli hanno perduto il loro vigore, e guasta, come il ferro, la tempera loro per lo continuo adoperarli che noi facciamo, non si dee aver di loro quella sottile considerazione che si ha delle altre parole, né con quel rigore intenderle. E che ciò sia vero lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno, percioché, se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare, sanza altra considerazione aver de’ suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo, e chiamiamolo gentiluomo e signore a talora che egli sarà calzolaio o barbiere, solo che egli sia alquanto in arnese: e, sì come anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del Papa o dello ’mperadore (i quai titoli tacer non si potevano sanza oltraggio et ingiuria del privilegiato, né per lo contrario attribuire sanza scherno a chi non avea quel cotal privilegio), così oggidì si deono più liberalmente usare i detti titoli e le altre significazioni d’onore a titoli somiglianti, percioché l’usanza, troppo possente signore, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati. Questa usanza adunque, così di fuori bella et appariscente, è di dentro del tutto vana, e consiste in sembianti sanza effetto et in parole sanza significato, ma non pertanto a noi non è lecito di mutarla: anzi, siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondarla: ma vuolsi ciò fare discretamente.

 

 

[XV]

[Conclusione contro le cerimonie, perché degli uomini malvagi e sleali]

 

Per la qual cosa è da aver considerazione che le cirimonie si fanno o per utile o per vanità o per debito; et ogni bugia che si dice per utilità propria è fraude e peccato e disonesta cosa, comeché mai non si menta onestamente; e questo peccato commettono i lusinghieri, i quali si contrafanno in forma d’amici, secondando le nostre voglie, quali che elle si siano, non accioché noi vogliamo, ma accioché noi facciamo lor bene, e non per piacerci, ma per ingannarci. E quantunque sì fatto vizio sia per aventura piacevole nella usanza, non di meno, percioché verso di sé è abominevole e nocivo, non si conviene agli uomini costumati, però che non è lecito porger diletto nocendo: e se le cirimonie sono, come noi dicemmo, bugie e lusinghe false, quante volte le usiamo a fine di guadagno, tante volte adoperiamo come disleali e malvagi uomini: sì che per sì fatta cagione niuna cirimonia si dee usare.

 

 

[XVI]

(Sulle cerimonie per debito o per vanità – le cerimonie imposte

 dalla legge da usare tenendo conto del luogo e delle usanze

– aneddoto di Edipo e Teseo)

 

Restami a dire di quelle che si fanno per debito e di quelle che si fanno per vanità. Le prime non istà bene in alcun modo lasciare che non si facciano, percioché chi le lascia non solo spiace, ma egli fa ingiuria; e molte volte è occorso che egli si è venuto a trar fuori le spade solo per questo, che l’un cittadino non ha così onorato l’altro per via, come si doveva onorare, percioché le forze della usanza sono grandissime, come io dissi, e voglionsi avere per legge in simili affari. Per la qual cosa chi dice «voi» ad un solo, purché colui non sia d’infima condizione, di niente gli è cortese del suo, anzi, se gli dicesse «tu», gli torrebbe di quello di lui e farebbegli oltraggio et ingiuria, nominandolo con quella parola con la quale è usanza di nominare i poltroni et i contadini. E, se bene altre nazioni et altri secoli ebbero in ciò altri costumi, noi abbiamo pur questi, e non ci ha luogo il disputare quale delle due usanze sia migliore, ma convienci ubidire non alla buona, ma alla moderna usanza, sì come noi siamo ubidienti alle leggi eziandio meno che buone per fino che il Comune o chi ha podestà di farlo non le abbia mutate. Laonde bisogna che noi raccogliamo diligentemente gli atti e le parole con le quai l’uso et il costume moderno suole e ricevere e salutare e nominare nella terra ove noi dimoriamo ciascuna maniera d’uomini, e quelle in comunicando con le persone osserviamo. E, non ostante che l’Ammiraglio, sì come il costume de’ suoi tempi per aventura portava, favellando col re Pietro d’Aragona gli dicesse molte volte «tu», diremo pur noi a’ nostri re «Vostra Maestà» e «La Serenità V(ostra)», così a bocca come per lettere: anzi, sì come egli servò l’uso del suo secolo, così debbiamo noi non disubidire a quello del nostro. E queste nomino io cirimonie debite, conciosiaché elle non procedono dal nostro volere né dal nostro arbitrio liberamente, ma ci sono imposte dalla legge, cioè dall’usanza comune; e nelle cose che niuna sceleratezza hanno in sé, ma più tosto alcuna apparenza di cortesia, si vuole, anzi si conviene ubidire a’ costumi comuni e non disputare né piatire con esso loro. E quantunque il basciare per segno di riverenza si convenga dirittamente solo alle reliquie de’ santi corpi e delle altre cose sacre, non di meno, se la tua contrada arà in uso di dire nelle dipartenze:

– Signore, io vi bascio la mano –; o – Io son vostro servidore –; o ancora: – Vostro schiavo in catena –, non dèi esser tu più schifo degli altri, anzi, e partendo e scrivendo, dèi salutare et accommiatare non come la ragione, ma come l’usanza vuole che tu facci; e non come si voleva o si doveva fare, ma come si fa: e non dire: – E di che è egli signore? – o: – È costui forse divenuto mio parrocchiano, che io li debba così basciar le mani? –  percioché colui è usato di sentirsi dire «Signore» dagli altri, e di dire egli similmente «Signore» agli altri, intende che tu lo sprezzi e che tu gli dica villania, quando tu il chiami per lo suo nome, o che tu gli di’ «Messere» o gli dài del «Voi» per lo capo. E queste parole di Signoria e di servitù e le altre a queste somiglianti, come io di sopra ti dissi, hanno perduta gran parte della loro amarezza; e, sì come alcune erbe nell’acqua, si sono quasi macerate e rammorbidite dimorando nelle bocche degli uomini, sì che non si deono abominare, come alcuni rustici e zotichi fanno, i quali vorrebbon che altri cominciasse le lettere che si scrivono agl’imperadori et ai re a questo modo, cioè: «Se tu e’ tuoi figliuoli siate sani, bene sta; anch’io son sano», affermando che cotale era il principio delle lettere de’ latini uomini scriventi al Comune loro di Roma, alla ragion de’ quali chi andasse drieto, si ricondurrebbe passo passo il secolo a vivere di ghiande. Sono da osservare eziandio in queste cirimonie debite alcuni ammaestramenti, accioché altri non paia né vano né superbo. E prima si dee aver risguardo al paese dove l’uom vive, percioché ogni usanza non è buona in ogni paese, e forse quello che s’usa per li Napoletani, la città de’ quali è abondevole di uomini di gran legnaggio e di baroni d’alto affare, non si confarebbe per aventura né a’ Lucchesi né a’ Fiorentini, i quali per lo più sono mercatanti e semplici gentiluomini, sanza aver fra loro né prencipi né marchesi né barone alcuno. Sì che le maniere di Napoli, signorili e pompose, trapportate a Firenze, come i panni del grande messi indosso al picciolo sarebbono soprabondanti e superflui, né più né meno come i modi de’ Fiorentini alla nobiltà de’ Napoletani – e forse alla loro natura – sarebbono miseri e ristretti. Né perché i gentiluomini Viniziani si lusinghino fuor di modo l’un l’altro per cagion de’ loro ufficii e de’ loro squittini, starebbe egli bene che i buoni uomini di Rovigo o i cittadini d’Asolo tenessero quella medesima solennità in riverirsi insieme per nonnulla; comeché tutta quella contrada (s’io non m’inganno) sia alquanto trasandata in queste sì fatte ciancie, sì come scioperata o forse avendole apprese da Vinegia, loro donna, imperoché ciascuno volentieri sèguita i vestigii del suo signore, ancora sanza saper perché. Oltre a ciò, bisogna avere risguardo al tempo, all’età, alla condizione di colui con cui usiamo le cirimonie et alla nostra, e con gli infaccendati mozzarle del tutto o almeno accorciarle più che l’uom può, e più tosto accennarle che isprimerle (il che i cortigiani di Roma sanno ottimamente fare), ma in alcuni altri luoghi le cirimonie sono di grande sconcio alle faccende e di molto tedio. – Copritevi –, dice il giudice impacciato, al quale manca il tempo; e colui, fatte prima alquante riverenze, con grande stropiccio di piedi, rispondendo adagio, dice: – Signor mio, io sto ben così. – Ma pur dice il giudice: – Copritevi! – E quegli, torcendosi due o tre volte per ciascun lato e piegandosi fino in terra con molta gravità, risponde: – Priego V(ostra) S(ignoria) che mi lasci fare il debito mio –: e dura questa battaglia tanto, e tanto tempo si consuma, che ’l giudice in poco più arebbe potuto sbrigarsi di ogni sua faccenda quella mattina. Adunque, benché sia debito di ciascun minore onorare i giudici e l’altre persone di qualche grado, non di meno, dove il tempo no’l sofferisce, divien noioso atto e deesi fuggire o modificare. Né quelle medesime cirimonie si convengono a’ giovani, secondo il loro essere, che agli attempati fra loro; né alla gente minuta e mezzana si confanno quelle che i grandi usano l’un con l’altro. Né gli uomini di grande virtù et eccellenza soglion farne molte, né amare o ricercare che molte ne siano fatte loro, sì come quelli che male possono impiegar in cose vane il pensiero. Né gli artefici e le persone di bassa condizione si deono curare di usar molto solenni cirimonie verso i grandi uomini e signori, che le hanno da loro a schifo anzi che no, percioché da loro pare che essi ricerchino et aspettino più tosto ubidienza che onore. E per questo erra il servidore che proferisce il suo servigio al padrone, percioché egli se lo reca ad onta e pargli che il servidore voglia metter dubbio nella sua signoria, quasi a–llui non istia l’imporre et il commandare. Questa maniera di cirimonie si vuole usare liberalmente, percioché quello che altri fa per debito è ricevuto per pagamento e poco grado se ne sente a colui che ’l fa; ma chi va alquanto più oltra di quello che egli è tenuto pare che doni del suo et è amato e tenuto magnifico. E vammi per la memoria di avere udito dire che un solenne uomo greco, gran versificatore, soleva dire che chi sa carezzar le persone con picciolo capitale fa grosso guadagno. Tu farai adunque delle cirimonie come il sarto fa de’ panni, che più tosto gli taglia vantaggiati che scarsi, ma non però sì che, dovendo tagliare una calza, ne riesca un sacco né un mantello. E se tu userai in ciò un poco di convenevole larghezza verso coloro che sono da meno di te, sarai chiamato cortese; e se tu farai il somigliante verso i maggiori, sarai detto costumato e gentile; ma chi fosse in ciò soprabondante e scialacquatore, sarebbe biasimato, sì come vano e leggiere, e forse peggio gli averrebbe ancora, ché egli sarebbe avuto per malvagio e per lusinghiero e, come io sento dire a questi letterati, per adulatore: il qual vizio i nostri antichi chiamarono, se io non erro, piaggiare, del qual peccato niuno è più abominevole né che peggio stia ad un gentiluomo. E questa è la terza maniera di cirimonie, la qual procede pure dalla nostra volontà e non dalla usanza. Ricordiamoci adunque che le cirimonie, come io dissi da principio, naturalmente non furono necessarie, anzi si poteva ottimamente fare sanza esse, sì come la nostra nazione, non ha però gran tempo, quasi del tutto faceva, ma le altrui malatie hanno ammalato anco noi e di questa infermità e di molte altre. Per la qual cosa, ubidito che noi abbiamo all’usanza, tutto il rimanente in ciò è superfluità et una cotal bugia lecita; anzi, pure da quello innanzi non lecita, ma vietata, e perciò spiacevole cosa e tediosa agli animi nobili, che non si pascono di frasche e di apparenze. E sappi che io, non confidandomi della mia poca scienza, stendendo questo presente trattato, ho voluto il parere di più valenti uomini scienziati; e truovo che un re il cui nome fu Edipo, essendo stato cacciato di sua terra, andò già ad Atene al re Teseo, per campare la persona (ché era seguitato da’ suoi nimici), e dinanzi a Teseo pervenuto, sentendo favellare una sua figliuola et alla voce riconoscendola percioché cieco era, non badò a salutar Teseo, ma, come padre, si diede a carezzare la fanciulla; e, ravvedutosi poi, volle di ciò con Teseo scusarsi, pregandolo gli perdonasse. Il buono e savio re non lo lasciò dire, ma disse egli: – Confortati, Edipo, percioché io non onoro la vita mia con le parole d’altri, ma con le opere mie –: la qual sentenza si dee avere a mente; e comeché molto piaccia agli uomini che altri gli onori, non di meno, quando si accorgono di essere onorati artatamente, lo prendono a tedio, e più oltre lo hanno anco a dispetto. Percioché le lusinghe (o adulazioni che io debba dire) per arrota alle altre loro cattività e magagne hanno questo difetto ancora: che i lusinghieri mostrano aperto segno di stimare che colui cui essi carezzano sia vano et arrogante et, oltre a ciò, tondo e di grossa pasta e semplice sì che agevole sia d’invescarlo e prenderlo. E le cirimonie vane et isquisite e soprabondanti sono adulazioni poco nascose, anzi palesi e conosciute da ciascuno, in modo tale che coloro che le fanno a fine di guadagno, oltra quello che io dissi di sopra della loro malvagità, sono eziandio spiacevoli e noiosi.

 

 

[XVII]

[Non usar cerimonie fuor del convenevole per non essere vanitosi]

 

Ma ci è un’altra maniera di cirimoniose persone, le quali di ciò fanno arte e mercatanzia, e tengonne libro e ragione: alla tal maniera di persone un ghigno, et alla cotale un riso; et il più gentile sedrà in su la seggiola et il meno su la panchetta: le quai cirimonie credo che siano state trapportate di Spagna in Italia, ma il nostro terreno le ha male ricevute e poco ci sono allignate, conciosiaché questa distinzione di nobiltà così appunto a noi è noiosa e perciò non si dee alcuno far giudice a dicidere chi è più nobile o chi meno. Né vendere si deono le cirimonie e le carezze a guisa che le meretrici fanno, sì come io ho veduto molti signori fare nelle corti loro, sforzandosi di consegnarle agli sventurati servidori per salario. E sicuramente coloro che si dilettano di usar cirimonie assai fuora del convenevole, lo fanno per leggierezza e per vanità, come uomini di poco valore, e percioché queste ciance s’imparano di fare assai agevolmente, e pure hanno un poco di bella mostra, essi le apprendono con grande studio; ma le cose gravi non possono imparare, come deboli a tanto peso, e vorrebbono che la conversazione si spendesse tutta in ciò, sì come quelli che non sanno più avanti e che sotto quel poco di polita buccia niuno sugo hanno et a toccarli sono vizzi e mucidi, e perciò amerebbono che l’usar con le persone non procedesse più adentro di quella prima vista: e di questi troverai tu grandissimo numero. Alcuni altri sono che soprabondano in parole et in atti cortesi per supplire al difetto della loro cattività e della villana e ristretta natura loro, avisando, se eglino fossero sì scarsi e salvatichi con le parole come sono con le opere, gli uomini non dovergli poter sofferire. E nel vero così è, che tu troverai che per l’una di queste due cagioni i più abondano di cirimonie superflue, e non per altro: le quali generalmente noiano il più degli uomini, percioché per loro s’impedisce altrui il vivere a suo senno, cioè la libertà, la quale ciascuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2004