Galateo

overo de' costumi

 

TRATTATO

 

DI

 

MESSER GIOVANNI DELLA CASA

 

Nel quale, sotto la persona

d'un vecchio idiota

ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de’ modi

che si debbono o tenere o schifare

nella comune conversazione,

cognominato

 

 

 

[I]

[Ideale di vita: i buoni costumi sono utili alla società]

 

Conciosiacosaché tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito, cioè questa vita mortale, amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, caminando per essa, possi agevolmente o cadere, o come che sia, errare: accioché tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con la salute dell'anima tua e con laude et onore della tua orrevole e nobile famiglia. E percioché la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più prencipali e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevol tempo, io incomincerò da quello che per aventura potrebbe a molti parer frivolo: cioè quello che io stimo che si convenga di fare per potere, in comunicando et in usando con le genti, essere costumato e piacevole e di bella maniera: il che non di meno è o virtù o cosa a virtù somigliante; e, comeché l'esser liberale o constante o magnanimo sia per sé sanza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore che non è l'essere avenente e costumato, non di meno forse che la dolcezza de' costumi e la convenevolezza de' modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a' possessori di esse che la grandezza dell'animo e la sicurezza altresì a' loro possessori non fanno: percioché queste si convengono essercitare ogni dì molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì et ogni dì favellare con esso loro; ma la giustizia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; né il largo et il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente, anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono constretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. Adunque, quanto quelle di grandezza e quasi di peso vincono queste, tanto queste in numero et in ispessezza avanzano quelle: e potre'ti, s'egli stesse bene di farlo, nominare di molti, i quali, essendo per altro di poca stima, sono stati, e tuttavia sono, apprezzati assai per cagion della loro piacevole e graziosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio adietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù che io ho dette; e, come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro co' quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi. Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza et alla rozzezza de' costumi sì come a quel peccato che loro è paruto leggieri, e certo egli non è grave, noi veggiamo nondimeno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consorzio e della benivolenza degli uomini: e certo, come i peccati gravi più nuocono, così questo leggieri più noia o noia almeno più spesso; e, sì come gli uomini temono le fiere salvatiche e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno, e non di meno, per la continua noia che eglino ricevono da–lloro, più spesso si ramaricano di questi che di quelli non fanno, così adiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini et i rincrescevoli quanto i malvagi, o più. Per la qual cosa niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini o ne' romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne' suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole; sanza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano; dove questa, sanza altro patrimonio, è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole et in atti solamente.

 

 

[II]

[Le azioni si devono fare non a proprio arbitrio

per il piacere di coloro coi quali si è in compagnia]

 

Il che accioché tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere che a te convien temperare et ordinare i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co' quali tu usi, et a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente, percioché chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare più tosto buffone o giucolare, o per aventura lusinghiero, che costumato gentiluomo. Sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico e scostumato e disavenente. Adunque, conciosiaché le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all'altrui e non al nostro diletto, se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi siano da schifarsi nel vivere con esso loro e quali siano da eleggersi.

Diciamo adunque che ciascun atto che è di noia ad alcuno de' sensi, e ciò che è contrario all'appetito, et oltre a–cciò quello che rappresenta alla imaginazione cose male da–llei gradite, e similmente ciò che lo 'ntelletto have a schifo, spiace e non si dee fare.

 

 

[III]

[Cose laide da non fare o nominare]

 

Percioché non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle et il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella imaginazione altrui con alcuno atto suol forte noiar le persone. E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien lor voglia. Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né pure, quindi tornando, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi ad onesta brigata, conciosiaché la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella imaginazion di coloro alcuna bruttura. E per la medesima cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a' compagni e mostrarla loro. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanzia, pure accostandocela al naso e dicendo: – Deh, sentite di grazia come questo pute! –; anzi doverebbon dire: – Non lo fiutate, percioché pute –. E come questi e simili modi noiano quei sensi a' quali appartengono, così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere e lo stropicciar pietre aspre et il fregar ferro spiace agli orecchi, e deesene l'uomo astenere più che può. E non sol questo; ma deesi l'uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata e difforme; dalla qual cosa pochi sono che si riguardino, anzi, pare che chi meno è a ciò atto naturalmente più spesso il faccia. Sono ancora di quelli che, tossendo e starnutendo, fanno sì fatto lo strepito che assordano altrui; e di quelli che, in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a' circonstanti; e truovasi anco tale che, sbadigliando, urla o ragghia come asino; e tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire e seguitare suo ragionamento e manda fuori quella voce (o più tosto quel romore) che fa il mutolo quando egli si sforza di favellare: le quali sconce maniere si voglion fuggire come noiose all'udire et al vedere. Anzi dee l'uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltra le predette cose, ancora percioché pare che venga da un cotal rincrescimento e da tedio, e che colui che così spesso sbadiglia amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata, ove egli è, et i ragionamenti et i modi loro gli rincrescano. E certo, come che l'uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare, non di meno, se egli è soprapreso da alcun diletto o da alcun pensiero, egli non ha mente di farlo; ma, scioperato essendo et accidioso, facilmente se ne ricorda; e perciò, quando altri sbadiglia colà dove siano persone ociose e sanza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. Et ho io sentito molte volte dire a' savi litterati che tanto viene a dire in latino sbadigliante quanto neghittoso e trascurato. Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole – come io ho detto – agli occhi et all'udire et allo appetito; percioché, usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia con la qual dimoriamo ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcun indicio cattivo di noi medesimi, cioè di avere addormentato animo e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili a coloro co' quali usiamo. Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cièlabro, che sono stomachevoli modi et atti a fare, non che altri ci ami, ma che se alcuno ci amasse, si disinnamori: sì come testimonia lo spirito del Labirinto chi che egli si fosse, il quale, per ispegnere l'amore onde messer Giovanni Boccaccio ardea di quella sua male da–llui conosciuta donna, gli racconta come ella covava la cenere sedendosi in su le calcagna e tossiva et isputava farfalloni. Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion di fiutarla; anzi non vorre' io che egli fiutasse pur quello che egli stesso dee bersi o mangiarsi, poscia che dal naso possono cader di quelle cose che l'uomo ave a schifo, eziandio che allora non caggino. Né per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchier di vino al quale tu arai posto bocca et assaggiatolo, salvo se egli non fosse teco più che domestico; e molto meno si dee porgere pera o altro frutto nel quale tu arai dato di morso. E non guardare perché le sopra dette cose ti paiano di picciolo momento, percioché anco le leggieri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.

 

 

[IV]

[Aneddoto di Messer Galateo e del Conte Ricciardo]

 

E sappi che in Verona ebbe già un Vescovo molto savio di scrittura e di senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti, il quale fra gli altri suoi laudevoli costumi si fu cortese e liberale assai a' nobili gentiluomini che andavano e venivano a–llui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabondante, ma mezzana, quale conviene a cherico. Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato Conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col Vescovo e con la famiglia di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati. E percioché gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere, molto lo commendarono et apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne' suoi modi; del quale essendosi il Vescovo – che intendente signore era – avveduto et avutone consiglio con alcuno de' suoi più domestichi, proposero che fosse da farne aveduto il Conte, comeché temessero di fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il Conte preso commiato e dovendosi partir la matina vegnente, il Vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gli impose che, montato a cavallo col Conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via; e, quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro. Era il detto famigliare uomo già pieno d'anni, molto scienziato et oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto, e molto avea de' suoi dì usato alle corti de' gran signori: il quale fu e forse ancora è chiamato M(esser) Galateo, a petizion del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo presente trattato. Costui, cavalcando col Conte, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti; e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il Conte et accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: – Signor mio, il Vescovo mio signore rende a V(ostra) S(ignoria) infinite grazie dell'onore che egli ha da voi ricevuto; il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua picciola casa. Et oltre a ciò, in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; et il dono è questo. Voi siete il più leggiadro et il più costumato gentiluomo che mai paresse al Vescovo di vedere; per la qual cosa, avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere et essaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labra e con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire. Questo vi manda significando il Vescovo e pregandovi che voi v'ingegniate del tutto di rimanervene e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione et avertimento; percioché egli si rende certo niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse. – Il Conte, che del suo difetto non si era ancora mai aveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco, ma, come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: – Direte al Vescovo che, se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono che essi non sono. E di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo sanza fine, assicurandolo che io del mio difetto sanza dubbio per innanzi bene e diligentemente mi guarderò; et andatevi con Dio.

 

 

[V]

[A tavola: modi dei commensali e dei servitori]

 

Ora, che crediamo noi che avesse il Vescovo e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci col grifo nella broda tutti abbandonati non levar mai alto il viso e mai non rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con ambedue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare: i quali, imbrattandosi le mani poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagliuole che le pezze degli agiamenti sono più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di rasciugare il sudore che, per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare, gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e d'intorno al collo, et anco di nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene? Veramente questi così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa di quel nobile Vescovo, ma doverebbono essere scacciati per tutto là dove costumati uomeni fossero. Dee adunque l'uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, percioché ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dee mangiare, non pare polito costume. I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna condizione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e' mangia, né porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono, né pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati famigliari fanno, tenendosele in seno, o di dirieto nascoste sotto a' panni; ma le deono tenere in palese e fuori d'ogni sospetto, et averle con ogni diligenza lavate e nette, sanza avervi sù pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte. E quelli che arrecano i piattelli o porgono la coppa, diligentemente si astenghino in quell'ora da sputare, da tossire e, più, da starnutire, percioché in simili atti tanto vale, e così noia i signori, la sospezzione, quanto la certezza; e perciò procurino i famigliari di non dar cagione a' padroni di sospicare, percioché quello che poteva adivenire così noia come se egli fosse avenuto. E se talora averai posto a scaldare pera d'intorno al focolare, o arrostito pane in su la brage, tu non vi dèi soffiare entro (perché egli sia alquanto ceneroso), percioché si dice che mai vento non fu sanza acqua; anzi tu lo dèi leggiermente percuotere nel piattello o con altro argomento scuoterne la cenere. Non offerirai il tuo moccichino comeché egli sia di bucato a persona: percioché quegli a cui tu lo proferi no 'l sa, e potrebbelsi avere a schifo. Quando si favella con alcuno, non se gli dee l'uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso, percioché molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui, quantunque cattivo odore non ne venisse. Questi modi et altri simili sono spiacevoli e vuolsi schifargli, percioché posson noiare alcuno de' sentimenti di coloro co' quali usiamo, come io dissi di sopra. Facciamo ora menzione di quelli che, sanza noia d'alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone quando si fanno.

 

 

[VI]

[Comportamenti da tenere in compagnia degli altri]

 

Tu dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie, percioché alcuni vogliono sodisfare all'ira, alcuni alla gola, altri alla libidine et altri alla avarizia et altri ad altri appetiti; ma, in comunicando solamente infra di loro, non pare che chiegghino, né possano chiedere né appetire, alcuna delle sopradette cose, conciosiaché elle non consistano nelle maniere o ne' modi e nel favellar delle persone, ma in altro. Appetiscono adunque quello che può conceder loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo, o alcuna altra cosa a queste simigliante. Per che non si dee dire né fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co' quali si dimora. Laonde poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni, percioché, così facendo, dimostrano che poco gli apprezzino e poco lor caglia di loro e de' loro ragionamenti, sanza che chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcun atto spiacevole ad udire o a vedere: e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi. E per questa cagione medesima il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino e passeggiar per la camera pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l'un lato et ora in su l'altro, che pare che li pigli la febre in quell'ora: segno evidente che quella brigata con cui sono rincresce loro. Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera della scarsella e la leggono; peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella brigata per nulla e però si procacci d'altro sollazzo per trapassare il tempo. Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano: cioè cantarsi fra' denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; percioché questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d'altrui. Oltre a–cciò, non si vuol l'uom recare in guisa che egli mostri le spalle altrui, né tenere alto l'una gamba sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono si possano vedere: percioché cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l'uom non riverisce. Vero è che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de' suoi famigliari, o ancora in presenza d'un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe non superbia, ma amore e dimestichezza. Dee l'uomo recarsi sopra di sé e non appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui; e, quando favella, non dee punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: – Non dissi io vero? – – Eh, voi? – Eh, messer tale? – e tuttavia vi frugano col gomito.

 

 

[VII]

[Bisogna adattarsi alle usanze degli altri nel modo

di vestirsi, di tagliarsi i capelli e la barba]

 

Ben vestito dee andar ciascuno, secondo sua condizione e secondo sua età, percioché, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente: e perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio, quasi gli fosse aviso di essere in contado. E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dee l'uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze; come che forse meno commode o meno leggiadre che le antiche per aventura non erano, o non gli parevano a–llui. E se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera, o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu: percioché questo è un contradire agli altri, la qual cosa (cioè il contradire nel costumar con le persone) non si dee fare, se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso, imperoché questo innanzi ad ogni altro cattivo vezzo ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente, acciò che tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura. Percioché, come aviene a chi ha il viso forte ricagnato, che altro non è a dire che averlo contra l'usanza, secondo la quale la natura gli fa ne' più, che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l'usanza de' più, ma secondo l'appetito loro, e con belle zazzere lunghe, o che la barba hanno raccorciata o rasa, o che portano le cuffie o certi berrettoni grandi alla tedesca; ché ciascuno si volge a mirarli e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono. Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona, perché coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconcie che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell'una delle due cose: o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia né grazia né misura alcuna. Costoro adunque co' loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi.

 

 

[VIII]

[Non avere a tavola modi violenti o noiosi o sconci;

aneddoto di Messer Bandinelli]

 

Sono poi certi altri che più oltra procedono che la sospezzione, anzi vengono a' fatti et alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa alcuna, percioché eglino sempre sono l'indugio, lo sconcio et il disagio di tutta la compagnia, i quali non sono mai presti, mai sono in assetto né mai a–llor senno adagiati. Anzi, quando ciascuno è per ire a tavola e sono preste le vivande e l'acqua data alle mani, essi chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare o non hanno fatto essercizio, e dicono: – Egli è buon'ora; ben potete indugiare un poco sì: Che fretta è questa stamane? – e tengono impacciata tutta la brigata, sì come quelli che hanno risguardo solo a se stessi et all'agio loro, e d'altrui niuna considerazione cade loro nell'animo. Oltre a ciò, vogliono in ciascuna cosa essere avantaggiati dagli altri, e coricarsi ne' migliori letti e nelle più belle camere, e sedersi ne' più comodi e più orrevoli luoghi, e prima degli altri essere serviti et adagiati; a' quali niuna cosa piace già mai, se non quello che essi hanno divisato, a tutte l'altre torcono il grifo, e par loro di dovere essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giucare, a sollazzare. Alcuni altri sono sì bizzarri e ritrosi e strani, che niuna cosa a–llor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica, e mai non rifinano di garrire a' fanti loro e di sgridargli, e tengono in continua tribolazione tutta la brigata: – A bell'ora mi chiamasti stamane. Guata qui, come tu nettasti ben questa scarpetta! – Et anco: – Non venisti meco alla chiesa. Bestia, io non so a che io mi tenga che io non ti rompa cotesto mostaccio. – Modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si deono fuggire come la morte, percioché, quantunque l'uomo avesse l'animo pieno di umiltà, e tenesse questi modi non per malizia, ma per trascuraggine e per cattivo uso, non di meno, perché egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuori, converrebbe ch'egli fosse odiato dalle persone, imperoché la superbia non è altro che il non istimare altrui, e (come io dissi da principio) ciascuno appetisce di essere stimato, ancora che egli no 'l vaglia. Egli fu, non ha gran tempo, in Roma un valoroso uomo e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome M(esser) Ubaldino Bandinelli. Costui solea dire che qualora egli andava o veniva da palagio, come che le vie fossero sempre piene di nobili cortigiani e di prelati e di signori e parimenti di poveri uomini e di molta gente mezzana e minuta, non di meno a–llui non parea d'incontrar mai persona che da più fosse, né da meno, di lui: e sanza fallo pochi ne poteva vedere che quello valessero che egli valeva, avendo risguardo alla virtù di lui, che fu grande fuor di misura; ma tuttavia gli uomini non si deono misurare in questi affari con sì fatto braccio, e deonsi più tosto pesare con la stadera del mugnaio che con la bilancia dell'orafo; et è convenevol cosa lo esser presto di accettarli non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono. Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri più tosto signoria che compagnia, anzi vuole ciascun nostro atto avere alcuna significazion di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo. Per la qual cosa, quello che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo et alle persone è ripreso: come il dir villania a' famigliari e lo sgridargli (della qual cosa facemmo di sopra menzione) e molto più il battergli, con ciò sia cosa che ciò fare è un imperiare et essercitare sua giurisditzione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch'egli riverisce, sanza che se ne scandaleza la brigata e guastasene la conversazione, e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d'allegrezza e non di scandalo. Sì che cortesemente fece Currado Gianfigliazzi di non moltiplicare in novelle con Chichibio per non turbare i suoi forestieri, come che egli grave castigo avesse meritato, avendo più tosto voluto dispiacere al suo signore che alla Brunetta; e se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare, ché già non conveniva chiamar messer Domenedio che entrasse per lui mallevadore delle sue minaccie, sì come egli fece. Ma, tornando alla nostra materia, dico che non istà bene che altri si adiri a tavola, che che si avenga; et adirandosi no 'l dee mostrare, né del suo cruccio dee fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi, e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco, percioché tu gli hai chiamati a letizia, et ora gli attristi; conciosiaché, come gli agrumi che altri mangia, te veggente, allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia turba noi.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2004