Vittorio Finzi

 

introduzione

a

Il “Pianto della B. Vergine”

giusta la lezione di due codici lucchesi.

di

Anonimo

Maestro Antonio da Ferrara?

 

Edizione di riferimento

Il “Pianto della B. Vergine” giusta la lezione di due codici lucchesi, in Zeitschift für romanische Philologie, XVIII 319-380, a cura di Vittorio Finzi, Herausgegeben von dr. Gustav Gröber, Halle, Max Niemeyer 1894

 

 

Dei codici, dei quali voglio far qui menzione, e conservati nella Biblioteca Pubblica di Lucca, il primo, cart, in fol., sec. XIX, segnato nel catalogo dei mss. della Biblioteca stessa col n°. 744, vi è così descritto: “Scritture italiane del buon secolo della lingua copiate o fatte trarre da antichi manoscritti da Mr. Telesforo Bini”. Il ms. reca sul dorso la seguente iscrizione : “Scritture italiane del buon secolo della lingua”.

Come si desume dalle cose predette, il codice è miscellaneo, contenendo 13 scritture in volgare, di cui la 6 a, di ff. num. 4, di mano della stesso Bini (che non dice donde l’abbia tratta [1] s’intitola: “Incomincia qui uno glorioso e devoto pianto e lamento della gloriosa e dolente madre del nostro Signore Misser Jesu Cristo nostro Salvatore, Madonna Santa Maria, il quale è molto devoto a ciascuno fedele cristiano”. Vero è che il Bini, che forse si disponeva a pubblicare la sua copia, corredata di alcune note (di cui ci ha lasciato un saggio, e che io a suo luogo riferirò, aggiungendovi, ove ne sia il caso, qualche osservazione) non l’ha condotta a fine, giacchè il ms. rimane interrotto a mezzo di un periodo (se pure, come non è improbabile, non è mutilo il codice, sul quale la copia è esemplata); tuttavolta, a chi si faccia ad esaminare il testo non potrà non sembrare verosimile, siccome a me pare, che la lacuna della copia sia di lieve momento. Giunge essa infatti al punto, in cui la Maddalena, mentre si strugge in lagrime per la morte del Salvatore e della Madre sua, e si duole di essere “lassata così sola in tante pene" aggiunge: “Voglio anch’io abbracciare la tua croce, e montare suso e morir lì; anzi viverò però che io troverò quello che è la vita mia”. E colle parole: “E così dicendo si levò suso” il ms. ha termine.

È da avvertire, per ultimo, che al ms. è unito un foglio, sul quale il Bini, attingendo alle note opere del Quadrio, dell’Ossinger, e di altri, oltre a darci alcune notizie intorno a frà Enselmino da Treviso, ci offre un elenco di codici e di stampe contenenti il “Pietoso Lamento”. L’elenco è, per verità, assai incompiuto, ma poichè mi sarà d’uopo di richiamare su di esso l’attenzione del lettore, quando dei codici e delle edizioni del poemetto dovrò dare più ampie informazioni, quì mi limito ad accennarvi.

Ciò premesso, ecco il testo del “Lamento devoto della B. Vergine” giusta la lezione del codice sopra descritto:

 

[c. 1a]> Incomincia qui uno glorioso e devoto pianto e lamento della gloriosa e dolente madre de nostro Signore Misser Jesu Cristo nostro Salvatore, Madonna Santa Maria, il quale è molto devoto a ciascuno fedele cristiano.

Correte, anime nobili e devote, calde d’amore e desiderose di scorrere quello paese che vi guida al pio posto di salute. Spogliatevi d’ogni affetto vizioso, e correte presto e rivestitevi di lacrime dinanzi a quella valle, e caos d’umiltade, dove riposa il bon Jesu. O anime affamate e assetate, semplici di spirito, deh! affrettatevi, anime gentili di cuore, a piangere ed a correre a lato della croce di Jesu Cristo, però che molto vi bisogna. Qui vi apparecchiate, però che le porte sono aperte della scola della umilissima Maria, dove sono libri suso li quali leggono li poveri, umili, dispettosi, piangitori, [2] infermi, discacciati, nudi, pellegrini, mansueti, pietosi. Quivi troverete il gran dottore leggere in sulla cattedra della croce, e appresso lui Maria fedelissima. Oh scienza dolcissima, suave e amabile al gusto ben disposto e acconcio a sentire la tua melliflua rosata [3] la quale passa ogni consolazione! Ma guai a te, o anima miserabile, che non sai gustare li cibi spirituali! Ascolta Santo Agostino che dice, che come nuoce al corpo non potere ricevere il cibo corporale, così è malsano dell’anima ch’ha in fastidio le cose spirituali. Grande infermitade mostra chi non può sentire la dolcezza del mele; e così malsano è di non stare bene col nostro redentore Jesu Christo, quando non s’ ode volontieri il dolce parlare di lui. Odi l’Evangelista che dice: chi non è da dio, non ode volentieri il parlare di dio. E però apparecchiatevi, menti libere, carche di pianto, a riposare con Maria sotto l’ombra dell’albero del diletto umanissimo Jesu, dove dice Santo Giovanni nel cap. XVIII. che stava appresso la croce di Jesu la madre sua, e gridando dicea: o voi tutti che passate di qui, guardate, oimè misera, se l’è dolore al mondo simile al mio!

Per la qual cosa è da sapere che ben che Maria umilissima credesse che Cristo dovesse resuscitare vittorioso per mezzo di questa morte, niente di meno senza grandissima doglia quegli occhi santi non si poterono ritenere che non rompessono in compassionevole pianto. Prima vedendo Cristo tanto esterminato che per dolore gli convenne gridare: Dio mio, Dio mio, perchè m’hai tu abbandonato. Grande durezza si sarebbe, vedendo che il sole s’oscura, la terra si muove, le pietre fendono, il tempio e le sepolture s’aprono, e tu solo, misero uomo, non gli diè avere compassione [c. 1b] quando per tuo amore esso Jesu Cristo paga il tuo debito del suo sangue prezioso con tanto dolore che non si può pensare! E pure fu così necessario per pagare il debito di tutti li miserabili peccatori! O membro putrido, riderai tu mó sotto ’l capo di Cristo dolcissimo, fatto sì vilmente infermo perchè tu guarissi. Ma gli angeli che sempre stanno in tanta pace e letizia vinti furono costretti per pietade compassionevole a piangere amaramente. Pensa adunque, o anima devota, che doveva fare la sua madre vedendo le creature inrazionali fare segni di grandissimi dolori, ed eziandio udire gli angeli [4] fare nuovo pianto, vedere il suo unico e amoroso figliuolo così tormentato, e vedere la sua carne così flagellata e vituperata!

Onde io lasso questo a pensare a coloro, li quali hanno gustata la sua dolcezza e soprattutto l’amore sopra misura che portava Maria al suo figliuolo, ansiosa ed afflitta; era intanto consumato il suo cuore ch’ella non poteva più. E vedendo ella che partendosi tutti quelli che le doveano essere conforto, ella sola con Maria Maddalena seguitò Cristo in ogni luogo infine alla sepoltura. Oimè che compassione dovea esser a vedere questa mansueta donna sola e così dolorosa! e tutto è stato per te, o anima peccatrice, o anima dolente e misera, che credi andare per diletti mondani a quello paradiso aperto con tanti pianti e dolori e guai da tali e tante persone al nome delle quali ogni impero, ogni reale signore s’inchina: molto sei ingannata, o anima! E però ritorna in te medesima, voltati a drieto e corri velocemente a trovar Maria, e imparerai da lei, la quale sta alli piedi della croce di Jesu; dove si nota uno principale dolore, che passa lo core di quella Vergine pia quando si dice ch’ella stava. Grave cosa è avere dolore, ma più grave è a continuare in dolori. Maria si stava piena di lacrime in cospetto del suo figliuolo, in la faccia del quale era sempre usata di trovare gaudio e conforto, ma ora gli è tornato in pena e tristezza. Or pensa, anima fedele, che cosa ella dovea fare a vedere uno solo suo figliuolo tanto costantissimo e forte essere stato per grandi e importabili dolori costretto gridare al Padre per soccorso! E che dovea fare Maria madre in natura feminile!

Onde si può dire che tutta la settimana ella fusse crucifissa nell’anima sua; perché com’è da credere pietosamente che quando Lazzaro e Maria e Marta fecero la cena a Cristo Jesu il sesto di innanzi il di della pasqua, Madonna Santa Maria madre di Jesu fu chiamata eziamdio. Alla quale cena Maddalena avvisata della morte del suo maestro, ardente di amore gli unse il capo e li piedi baciandoli molto teneramente. Per lo quale ungere quello misero traditore Giuda mormorava e diceva, che meglio era averlo venduto quello unguento e dare li danari alli poveri. Al quale Cristo benignamente rispose: voi sempre avrete li poveri appresso di voi, ma me non avrete sempre mai. E laudò la Maddalena dicendo ch’ [c. 1c] ella avea fatto questo prevegnendo la sua sepoltura. Le quali parole udite che l’ebbe quella madre dolcissima, benchè l’avesse sapute per altra via, come fu quando gli Giudei il volsero ammazzare e lapidare. E pure perch’ella sapeva ch’ello era dio, sperava la poverella del contrario. Ma udendo ella questo cotale parlare non potè più mangiare, ma sospirando stava onestamente infine che s’avesse disnato.

Poi subito chiamò secretamente ’l suo figliuolo Jesu Cristo e tutta tremando abbracciollo e piangendo disse: oimè dolcissimo e amantissimo figliolo mio, oimè che quella parola che tu ha’ ditta m’ha passato il cuore, sì che non posso più! Mò tu hai ditto, dolcissima speranza mia, che tu vuoi morire! O figliuolo mio, e come potrà soffrire il tuo cuore di lassarmi così sola e meschina! Ma come viverò io mai misera? che farò io, figliuolo mio? Guai a me, dolce Jesu! O figliuol mio Jesu, vivi per compassione di questa tua trista madre.

Alla quale Cristo rispose mansuetamente dicendo: Oh madre mia, io sono venuto in questo mondo a questa intenzione che per mezzo della mia morte si perdoni li peccati all’umana generazione; così è di necessitate ed è ordinato dal mio Padre!

Allora disse la Madre: Oh Figliolo mio, già so io bene che tu sei Dio, e puoi fare quello che tu vuoi. Tu sei una cosa col Padre: lui sarà ben contento: dì pur che sia perdonato a tutti, e così sarà. Oh figliuol mio carissimo, abbi misericordia e compassione alle mie lagrime, moveti a compassione e pietade di me tapinella! Non ti ricordi tu, o Figliuolo mio, che tu comandasti nel testamento vecchio che si dovesse onorare lo padre e la madre? E se tu non mi disprezzi e confessi che io sia tua madre, odi adunque, figliuol mio, le mie preghiere e le mie lagrime. Mò vedi che ’l cuor mio non può più, ma si squarcia e si consuma di dolore.

Rispose allora Jesù Cristo tutto come commosso, e disse: bene è vero, mia madre, che così è, ma nientedimeno non si può fare altramente di quello che è stato ordinato, e però non ti angustiare piú, conciosia cosa che sia di necessità che questo abbia loco.

O che brutto comiato fu questo. Ancora cominciò a dolersi più fortemente quella madre afflitta, e levandosi su tutta carca e piena di lagrime lassò il figliuolo e corse da Maddalena e abbracciandola disse: Oimè, Maddalena, dolente me che cosa faremo! il Figliuolo mio e maestro tuo sarà tolto a noi e sarà morto! E io misera e dolorosa con lagrime e con parole l’ho pregato che non ci debba abbandonare, ed ello sta pur costante, ed hammi risposto che vuol pur morire. Deh Maddalena mia, io non lo posso pur pensare, ’l cuore e l’ anima mi manca per dolore! Jo ti voglio pregare che tu vadi mò da lui: forsi che ello ti ascolterà meglio che me, con ciò sia che ti ha grande caritade, e sta con te, e appresso di te ha voluto fare questa ultima cena con te. E però, Maddalena mia, va per amor mio e gettati alli suoi piedi, e piangi quanto tu puoi come tu facesti altra volta; e poi gli parla dolcemente a ciò che ello abbia cagione di muoversi a compassione per te diletta e per me misera. Però che tu sà bene quando è ti vedeva piangere [c. 1d] per la morte del tuo fratello Lazzaro piangeva ancora lui, ed eziamdio senza che tu lo domandassi sì lo risuscitò. Deh corri presto, cara Maddalena.

E allora la Maddalena subitamente si mosse a grandi lagrime per la madre e per lo suo dolcissimo diletto maestro, e andando a lui se gli gettò à piedi, e per grande dolore appena ch’ella potè parlare così disse: oimè, maestro mio, io non posso più, io moro, l’anima mi manca e viene meno in me: oime che vuò tu fare? vuò tu morire? È questa la pace, caro Maestro, che tu m’hai promessa, quando tu mi dicesti in casa di Simone va in pace? Or sostieni quella la quale tu hai cavato di tanti peccati, non mi abbandonare a ciò che io non caggia più! E se le mie parole, oimè misera, non ti muovono, almeno a quella tua afflitta e tribulata madre dà qualche conforto. Vieni, Signore mio, vieni a vederla ch’ella è colà distesa in terra e forsi morta di gramezza. Perdonaci, [5] amantissimo Maestro, abbi a noi compassione!

Disse il Signore: Maddalena, credimi che se non ho esaudita mia Madre, che m’ha pregato, nè anche a te risponderò come tu vuoi: va, che tanto non mi potresti pregare che fossi esaudita.

Udito questo, la Maddalena torna a nostra donna e abbracciandola con grande pianto e dolore sì fece la risposta di Jesu Cristo. Udendo la risposta, subito tutte e due si levorono sicome fuori di sè [e] con sospiri compassionevoli si gittarono alli piedi del Signore, una di qua e l’altra di là. Or pensa, anima divota, che pianti dovea esser lì, e se Jesù Cristo si potea contenere che non piangesse! Or comincia la madre, e dice: diletto Figliuolo mio caro, abbi misericordia della tua madre, mai non perdesti la misericordia, nè la pietade. O Figliuolo mio, non ti ricordi tu che fusti commosso a pietà e misericordia a quella vedova alla quale tu rendesti vivo il suo figliuolo ch’era morto? Ancora tu fosti vinto dalle lagrime della Cananea che ti gridava dietro, e sì sanasti la sua figliuola. Tu alli pianti della nostra Maddalena risuscitasti el suo fratello, ed eziamdio, dolcissimo figliuolo mio, tu sanasti quello uomo che era stato trentotto anni alla Piscina che non si potea muovere; e ancora tu esaudisti il Centurione e rendesti a quello Regolo il suo figliuolo; e ancora tu liberasti quella femmina che era presa in adulterio. E tu vedi molto ben, Figliuol mio caro, che la tua dolorosa madre e la tua diletta Maddalena siamo ferite di grandi e gravi dolori! Oimè, oimè, Figliuol mio, non sarò io più misera della vedova e più degna di compassione, se io ti perderoe? Oimè non sarò io più inferma che colui che giaceva in nella Piscina, non sarò io più ansiosa che la Cananea? Ah trista e misera me! se tu esaudi l’estranie, [6] non vò tu esaudire me tua abbandonata Madre?

Allora rispose Jesu Cristo: Madre mia, sappiate che in tutto mi conviene andare in Giudea. E allora Maddalena rispose, e disse: Oh dilettissimo Maestro mio, io ti prego che tu ti guardi molto bene di non ci andar, ma [c. 2a] sta qui con noi in Betania dentro dal nostro castello, e se quelli iniqui Giudei ti volessono prendere, elli non potranno, però che noi faremo fare bonissima guardia, e non lasceremo entrare alcuno che ti possa nuocere. E però lassa pure la briga e la fatica a noi, purchè tu non te ne parta, caro Maestro mio. E ancora li tuoi discepoli staranno di dentro con alquanti di quelli della turba li quali a te credono e così noi ci faremo forti. Dolce Maestro mio, fa almanco questo! Ma se pure non ti muove el grande dolore di questa tua tenerissima Madre, nè anche le mie lagrime, almanco ti muova la devozione di tante divote donne le quali ti seguitano, però che preso te, pastore nostro, come pecorelle saremo squarciate dai lupi.

Allora Cristo rispose e disse: invano mi pregate voi, con cio sia cosa che per Ia salute vostra e degli altri miei eletti io intendo di morire, e però non mi dite più alcuna cosa. Ma sappiate Madre mia, e tu Maddalena diletta, che tre di della mia passione risusciterò vittorioso, e apparirò a voi e agli altri miei discepoli. Disse allora la gloriosa Madre piena d’ intollerabili do-lori, pensando pure di ritenerlo per qualche modo: o Figliuolo mio, fà, almeno a noi questa grazia che noi facciamo qui in Betania la pasqua di compagnia. Disse allora Cristo, o Madre mia, egli è necessario che io la faccia in Jerusalem.

Allora rispose la Maddalena e disse: o Maestro mio dilettissimo, da poi che ti piace fare così, almeno fà a noi questa grazia che noi facciamo questa amara pasqua con teco in Jerusalem, dove lo dolore nostro ne basterà per cibo e le lagrime nostre per beveraggio. Non dire di no mò, diletto mio.

E Cristo benedetto disse: per molte cose che io ho da fare in quello dì voi non ci pote essere, e da mò innanzi voi non mi vedrete, se non battuto e flagellato, come è stato profetato. Io so bene, Maddalena, che tu non volevi da me tale risposta, ma così è di bisogno. E volendosi Cristo partire molto si commosse, e chiamando li discepoli lassò la sua Madre dolorosa e afflitta, e la Maddalena in tristezza e in pianto, lamentandosi l’una e l’altra, e più che elle ne parlavano, più moltiplicava il dolore, e non era chi le confortasse. O anima divota, come pietosamente si può predere(?) tanto era la compassione e ’l pianto di tutte e due le Marie, che quasi elle non potevano parlare!

E venendo la mattina del quinto giorno ricordandosi la madre che ’l suo figliuolo Jesu Cristo doveva fare la pasqua quello dì, non fu modo che, sforzate d’amore potessero stare che non andassero in Jerusalem se forsi il potessono vedere un poco, ma elle nol videro. Pensa un poco, o anima fedele, che pasqua dovea esser la loro! E venuto già la notte, circa le tre ore di notte, Maria Madre di Jesù sollicita che tutta la notte vegghiava pensando pure sempre del suo danno, sentì battere alla porta, e [c. 2b] tutta tremando corse giù, e aperto che ebbe ella la porta entrò dentro Tommaso tutto stanco, e con una voce tutta ambasciosa [7] piangendo sì le disse: oh Madre sventurata, oh donna dolente, oimè Madonna mia, lo tuo dolcissimo figliuolo, Maestro mio, sì è stato adesso preso dalli pessimi Giudei armati! oh Madonna mia, io non lo posso quasi dire che quelli malvagi cani e iniqui lo menano battendo come se è fusse uno vilissimo ladrone. E sì gli hanno legate le mani di dietro con tanto furore che noi per gran paura tutti siamo fuggiti. E dicendo Tommaso queste parole ecco Filippo piangendo disse il simile. E parlando Filippo ecco Pietro con la mano tutta insanguinata, però che egli avea tagliata la orecchia a uno della famiglia del principe; e dopo Pietro venne Giovanni, il quale era fuggito nudo. Ed essendo giunti lì tutti con queste aurore novelle, quanto è da pensare, o anima divota, che intollerabile dolore fosse nel cuore di quest’ afflitta e dolente madre di Jesu Cristo, la quale sforzata della grande angustia non si potè tenere che non gridasse, e lamentandosi disse: oh diletto e caro figliolo mio, oh Jesu speranza mia, dove se tu? Oh discepoli ingrati e infedeli che avete voi fatto? dove avete voi lassato il vostro maestro? Oh speranza mia, dove ti hanno lassato questi tuoi discepoli? perchè non l’avete difeso, discepoli vilissimi? Siete voi scampati per darmi più pena? Oh Pietro hai tu già dimenticato il mio figliolo, il quale ti avea fatto principe delli suoi apostoli, e ora in questo punto tu l’ hai abbandonato! e sì ti teneva sempre appresso sè parlando e ragionando con te dolcemente ogni suo segreto, e adesso tu l’hai lassato legato in mezzo delli Giudei! Oh Pietro, dov ’è la tua fede che tu confessasti che era figliolo di Dio, e mò tu l’hai abbandonato! E anco tu, caro e diletto Giovanni, tu che mostravi di volere tanto bene al mio figliolo che tu non potevi vivere, nè essere senza lui, e ora tu l’hai così abbandonato, come se tu l’avessi avuto in odio, avendolo lassato in mano delli Giudei a essere battuto! Onde Pietro e Giovanni confusi di vergogna escirono fuori per trovare Gesù Cristo.

E poi la nostra Donna rivolgendosi agli altri disse: o Tommaso, tu che mostravi così fervente, però che l’altro dì tu dicesti à tuoi fratelli apostoli: andiamo ancora tutti noi a morire con lui; ed ecco che tu sei scampato con gli altri! dov’è la tua infinta costanza? E ancora tu, Filippo, pochi dì sono che tu dicesti al mio figliolo: Signore, mostrane il tuo Padre, e basta a noi! Oimè, trista me, oimè Filippo, tu cerchi il Padre, e abbandoni il Figliolo, tu domandi di vedere lo invisibile, e hai abbandonato lo visibile! Oh discepoli pasciuti e ammaestrati da così soave e dolce e buono maestro, come ve ha possuto soffrire il cuore di averlo abbandonato così vituperevolmente? O anima calda e divota, pensa qui [c. 2C] un poco che compassione dovea essere a vedere la Madonna gridare e dire così vive parole, e li discepoli uno qua e l’altro là piangere e battersi il petto chi per lo fallo, chi per compassione di Jesu e della Madre! Certo dovea essere cosa di cordiale pietade.

E dopo questo ella si levò con Maddalena, e andando la meschina domandava le persone che passavano per la via se elle avessero veduto lo suo diletto figliuolo. Fugli finalmente ditto che ello era in casa d’Anna, e subito corse lì, e sì non lo trovò perché era già stato menato a casa di Caifas. Di che la sua madre dubitò che fosse morto, e volgendosi inverso la Maddalena, e piangendo mestissimamente disse: ohimè figliuolo mio caro, conforto di questa povera madre, oh Jesu diletto mio, perché non ti lassi tu un poco vedere alla tua passionata madre! Oh Maddalena che faremo noi? E così lamentandosi li fu ditto che ello era a casa di Caifas; e levandosi al meglio che ella potè, andò a casa di Caifas. E quando fu giunta non lo trovò però che li giudei già lo aveano menato a casa di Pilato. E quando ella fu lì a casa di Pilato non lo trovò ancora però che Pilato già lo avea mandato ad Erode. Non stette però quella benedetta madre che non andasse dietro al suo figliolo, e andando per la via domandava a quelli che passavano, e diceva: o figliuole di Jerusalem, ditemi che io vi prego, avereste voi veduto il mio carissimo figliuolo Jesu? e quelle domandavano di che forma e condizione ello fusse? E nostra donna rispose: lo mio figliolo è molto bello e bellissimo. E quelle dissono: no, Madonna; noi non lo abbiamo veduto: ma bene è vero che noi abbiamo veduto uno uomo il quale è brutto e sozzo e non ha bellezza alcuna in sè, ed è vestito di porpora, e menavanlo adesso a casa di Pilato. Allora la nostra Donna con alcune altre donne le quali per compassione si mossero ad accompagnarla venne a casa di Pilato, e trovò la corte di Pilato piena d’ uomini armati, li quali gridavano molto fortemente. E levando ella gli occhi vide uno uomo brutto e disfigurato. Allora si volse verso Maddalena e disse: Maddalena, saria mai quello lo mio figliolo? io ti prego che lo guardi un poco bene, se ello fusse quello; e Maddalena disse: o Madonna mia, forse che il pianto ne impazza che noi non lo possiamo conoscere! Ma, Madonna mia, il tuo figliolo e maestro mio si è uno uomo molto bene formato sopra tutti gli altri uomini del mondo, e però costui non può esser quello, imperò che costui è uomo magro, gli occhi profondi, smorto, pallido e vecchio. Oimè disse la Madonna, se io nol veggo son morta! E stando ella così un poco udì che Pilato disse al popolo che rabbiavano [8] come cani: che volete voi che io faccia di Jesu il quale è detto Cristo? allora tutti gridavano ad una voce dicendo: sia crocifisso, sia crocifisso: al tutto noi vogliamo che ei mora. Oh voci rabbiose che passate il cuore di quella dolcissima madre afflitta alla quale si doveria commuovere tutte le visere!

E conosciuto che ebbe che era il suo figliuolo, per molta tristizia gridò, e disse: [c. 2d] quanti tormenti e quante pene sono quelli che tu hai sostenuto, e sofferto in questa notte conciosia cosa che tanto terribilmente tu sei cambiato! Oh crudelissimi cani Giudei basta oramai quello che avete fatto al figliolo di questa trista e dolorosa Madre! E che male ha fatto che voi ’l volete crocifiggere? Sono questi li premi e li meriti di tanti beneficj e doni che da lui avete ricevuto operando [9] in voi tanti miracoli come ha fatto? Ha sanato gli infermi, risuscitati li morti, e molte altre infermitadi ha curato. E ora debbe morire el mio figliolo per tanti beneficj ch’ ei v’ ha fatto?

E in questo mezzo ecco venire el suo dolcissimo figliolo Jesu con una corona di spine in capo, e con la faccia tutta insanguinata e con la croce in spalla, e andava inchinato col capo ed era molto stanco per le molte fatiche ed eziamdio per lo grande peso della croce, e aveva una corda al collo. Or pensa, anima divota, se Maria madre di Jesu dovea essere afflitta e tribolata vedendo che ella non poteva più recoverare el suo dolcissimo figliolo, ed eziamdio vedendolo andare al luogo del male offizio con tante pene! Non è dubbio che ella era abbandonata d’ogni speranza! E pure si mosse volendo ella entrare tra quella moltitudine di Giudei per levargli la croce di spalla, ma non potè però che subitamente fu gittata addietro da quella furiosa gente.

Allora Giovanni evangelista pieno di grandissimo pianto sì per lo suo padre e maestro sì eziamdio che dubitava di perdere la Madonna con lui, morendo essa di pena e di dolore, disse : Oh Madonna carissima, voi vedete molto bene che voi non potete giovare niente al vostro figliolo, e però meglio è che voi torniate a casa, e poniatevi in orazione e preghiate il Padre celestiale che lui voglia ajutare quello suo e vostro figliolo dilettissimo. E io misero e dolente lo seguiterò, che liberato che’ sia per le vostre piissime e devotissime orazioni sicuramente io vel menerò. Deh non venite più avanti, e’ non è ben onesto, onestissima madre, di venire a tali cose, nè vostra usanza. Anco più tosto vi dovria ritenere la verginale vergogna ed eziamdio la paura femminile. Volete voi vedere tanto orrido e scelerato peccato? Il luogo è bruttissimo e immondo: non vi nuoce tanti gridi che sono tra tanta gente indemoniata e matta? Non sta bene che voi veniate, onestissima Madonna.

Disse allora la angustiosa da ogni lato e piena di dolori materni: o Giovanni mio, io non ho il cuore a queste cose, non ho ’l cuore in me, ma sono tutta in le pene e in li tormenti del mio amatissimo figlio, sono in le piaghe dello amico mio, sono in le punture del capo del diletto mio; non guardo se non quello specchio che soleva essere così polito, e mò guardo, Giovanni, come ello sta. E poi si voltò verso li Giudei dicendo: bastivi, o Giudei, averlo tanto indebolito, se voi volete pur che’ mora lassatemi portare quella croce che tanto più tosto anderà al luogo del male offizio. Per la qual cosa tutte quelle donne che erano con lei inco [c. 3a] minciarono a piangere amaramente con tanti gridi che Cristo Jesu si voltò, e disse mansuetamente: figliuole di Jerusalem, non piangete sopra di me, ma piangete sopra di voi e sopra li vostri figlioli. Disse allora la madre: Oh figliolo mio dilettissimo, benchè io pianga per te, eziamdio piango per me infelice orfana e vedova da tutti abbandonata misera e disventurata! Oimè, figliolo, elli ti menano pur via! Deh consolami uno poco. Oh Giudei arrabbiati, fate almeno questa grazia alla trista madre che ella tocchi uno poco el suo figliolo. E poi si voltò inverso di Jesu, imperò che ella non trovava luogo per la grande pena, e piangendo diceva: Oh dolcissimo figliolo, ecco la tua madre: oh fa che io ti tocchi un poco fin che ti vedo vivo, ché morto te non potrò più vivere! Oh figliolo mio, grazioso e benigno a tutti, e a me sola tua madre se’ fatto troppo crudelissimo, arricordati, amantissimo figliolo, che da poi che io ti parturì mai non ho avuto pure un dì di riposo, e adesso misera e meschina domando di grazia di parlarti un poco, e tu mel nieghi. Oh figliolo mio, arricordati che così tosto come io t’ebbi conceputo, Josef sposo mio mi volse abbandonare. L’hai tu dimenticato, conforto mio dolcissimo, che essendo appresso il tempo del partorire mi convenne andare raminga con povertade e necessitade grandissima! Ecco il riposo che io ho avuto! Sai tu bene, prezioso amor mio, che io ti partorii in una stalla che puzzava con grande sinistro in mezzo del bue e dell’asino: desti alla tua madre uno letto putrido di fieno. Oimè, figliolo, oimè arricordati che sempre portandoti piccolino in braccio per paura della morte tua andai io giovinetta e tenerella fuggendo in Egitto: così io ti scampai. E brevemente tutta la tua infanzia m’ è stata penosa, ed essendo d’anni dodici tu m’abbandonasti, e anziosa ti cercai tra li parenti e li amici. E così a questo modo tu sempre m’hai affaticata con dolore e pene, Figliolo mio. Adunque, o dolcissimo Figliolo, abbi misericordia, pietà e compassione di me trista, ancora più che ogni dì m’era ditto che tu eri a disputare con li Giudei, cercandoti andava per castella e terre piangendo sempre perché tu m’abbandonavi. Mo’ mi veniva ditto che li Giudei ti avean voluto lapidare, mo’ che egli ti aveano voluto gittare giù del monte, mo’ ch’egli aveano mandati li ministri per pigliarti; e così in conclusione non ho mai avuto riposo. O che più, dolcissimo Figliol mio, io misera tua madre, domando di vederti, e sì mel nieghi? Oh Figliol mio, odimi: Oimè che non posso più: oimè, Figliolo, io moro, soccorrimi, fa’ che io sia esaudita.

E dopo questo essendo lo benigno Jesu confitto in croce, e percotendo fortemente li Giudei colli martelli sopra li chiodi, in quella ora si serrò il cuore sì fortemente e per tale modo a quella dolente madre che ella non poteva più parlare, ma stava quasi come morta. E stando un pezzetto ella rinvenne, e levò la testa, guardava in qua e in là, se ella potesse vedere [c. 3b] il suo Gesù. Oh Signore nostro Jesu, che ti potrà rendere lo misero peccatore per tanto amore che gli hai mostrato? Oh anima pensa quanto è stato smisurato questo fuoco dell’ amore lo quale ha fatto pendere Dio in croce come ladrone. E da poi alcuno spazio alzando gli occhi la nostra donna vede quello gonfaloniero di giustizia fitto in croce, sanguinato e che si torceva per li grandi dolori. Or pensa qui, anima innamorata, calda del divino amore, questo fu troppo grande fuoco di amore vedere pendere Dio in croce come ladro! Pensa che parole dovea movere (?) quella madre angosciosa: nol so pensare. Ma per certo credo che ella dovea fare muovere le pietre a compassione; e che più per le molte lacrime non potea tenere la testa in alto, e con una voce stanca gemendo diceva: Oimè misera! oimè disventurata che io non posso trovare conforto in tanta miseria! E mi conviene pianzere, misera me, e ancora cresce più la mia miseria perché le lacrime m’impacciano che io non ti posso vedere. Oh amatissimo figliolo, secca almanco questo fiume di lacrime a ciò che io ti possa vedere! Ma misera me che domando? Che! vo’ io vederti unico agnello mio innocente in mezzo de’ lupi e de’ ladroni? Vederti forare le mani li piedi tutti coperti di sangue? quella preziosa persona sanguinosa, squarciata, sozzata, e fuori d’ogni bellezza umana? Oh dolor grande tu sei troppo grave! Che eleggerò io? quale m’è meglio che io pianga per non vedere tante miserie in te più che diletto mio, o vero che io non pianga più a ciò che io veda l’amore del cuor mio? Faccia come io voglia che da ogni parte e’ m’è mortale coltello: poverella me!

Poi si voltò verso gli elementi lamentandosi di essi, e disse: oh terra crudele perché soffristi tal peccato? Oh cielo soccorrimi in tanto pericolo! Oh mare ecco il vostro creatore: non mai fu commesso il più sceleratissimo peccato! Deh difendetelo, difendetelo: vedete ch’ e’ n’abbisogna. In questo mezzo l’autor di vita Cristo Jesu con voce mansuetissima levando la faccia al Padre disse: Padre mio, perdona a costoro perchè egli non sanno quello ch’ e’ si faccino. Oh inebriato amore di amante, oh amore che non si può intendere. Quando Maria udì questa preghiera disse a Maddalena: o Maddalena mia, ascolta bene come lo mio diletto figliolo pietoso prega per questi iniqui Giudei e peccatori! E poi ella disse: Oh figliolo Jesu benigno vo’ tuo Padre li perdoni? incomincia adunque tu in prima a perdonare alla tua afflitta madre. Tu stai in croce, amore mio, e dì: Padre, perdona, e me meschinella stando appresso alla tua croce ti prego che tu mi perdoni e mi tiri appresso di te. Ma, figliolo mio, non debbi tu più tosto esaudire la tua dolorosa madre che volere essere esaudito dal tuo Padre per questi Giudei crudelissimi? Oh Giudei, ecco che il mio figliolo domanda che vi sia perdona[c. 3c]to! Adunque io vi prego che voi perdoniate ancora a lui; e se questo non volete fare, almeno ponete ancora me in croce o vogliate da lato, o vogliate dal collo del mio diletto figliolo, a ciò che io mora seco! Voi mi farete somma grazia! O Giudei, voi ’l dovreste fare volentieri perchè avendo voi tanto in odio e in dispetto lo mio figliolo, dovete avere in odio anche me. Io tapinella si l’ho partorito: io misera fui quella che lo ascosi in la sua puerizia per scamparlo dalla morte. E però se voi avete ricevuto alcuno danno, io sono cagione di tutto: occidetemi dunque con lui e non lasciate morire l’uno senza l’altro. O Giudei, se io domando cosa giusta non me la dovete negare, se io non domando bene, come colpevole mettetemi in croce come avete posti li ladroni e io vi prometto di pregare Iddio per voi: beati voi che mi fate questa grazia! Oh me misera meschina! nè dal mio figliolo giustissimo sono intesa, nè da questi cani rabbiati sono esaudita! Oh beato te ladrone che maggiore vantaggio hai tu che non ho io sciagurata madre! O beato te ladrone che hai conosciuto la vita, e a te è conceduto di morire con quello col quale io vorria morire e non posso.

E dicendo la Vergine Maria queste parole Christo Jesu si voltò al ladrone, e dissegli: in verità io ti dico che oggi sarai meco in paradiso! E udendo la sua dolcissima Madre queste parole, fu tutta commossa a pianto, e tremando disse: Oh dolcissimo figliolo, non ti ricordi di me tua madre che io spasimo per te, guarda uno poco a me e alle mie lacrime! Oh figliolo mio caro, forsi che sono tanti li gridi di costoro che tu non mi puoi intendere, o veramente che tu sei tanto afflitto e contaminato da costoro che tu non mi odi! Posso io credere questo di te, figliol mio amatissimo? Oimè trista! oimè parla anche a me! io aspetto pur che tu mi parli: dimmi qualche cosa! Guardami un poco, vedi che io non son partita niente da piè della tua croce, nè mi partirò mai finchè non mi parli! Oh figliolo, tu t’arricordi de’ peccatori che ti cavano il sangue del corpo, tu esaudisci eziamdio li ladroni, e a me poverella tua madre non parli! Che cosa ti ho fatto figliol mio che tu mi abbandoni e lasci così disconsolata! E se pure tu non mi vuoi udire come madre, odimi almanco come tu hai fatto il ladrone! A che mi lassi tu in tante pene? come rimarrò io misera senza te? io non avrò mai più ardimento con alcuno; e però, figliol mio, tirami in croce con teco, e stando io crocifissa con te quello sarà il mio paradiso; avere te in braccio e baciarti è tutto ’l mio piacere! Amor mio, non mi lasciar sola!

Allora [c. 3d] Cristo Jesu cogli occhi lacrimosi risguardando la madre si li mostrò Giovanni, e disse: o donna, ecco il tuo figliolo. Oh quanto dolce questa parola alla madre di Dio, oh quanto li fu dura! E poi ella disse al figliolo: questo è uno brutto e pessimo cambio: questo non voglio, diletto mio, imperò che questo non è a me refrigerio, ma grandissima pena. Io ti domando ajuto e conforto, e tu mi dai continua pena, imperò che sempre mai quando vederò Giovanni, io mi ricorderò delle tue pene: io domando a te, speranza mia, e non Giovanni: pur te, dolcissimo amor mio, voglio e non altri. Oh popolo crudelissimo rendimi il mio Jesu. Oh mansuetissimo Jesu, tu che solevi essere più lucido che il sole, più dolce che il mele, agnello umilissimo, cortese, piacevole e grazioso! Oimè madre di Jesu, guai a me dolente madre di Jesu, oimè dolcissimo Jesu, figliol mio io non posso più suffrire di guardarti; ritorna a me, o sapientissimo Jesu, o figliuol mio, io per te ardo, tutta dentro mi consumo, renditi a me, dismonta e vieni a me, dolce Jesu caro, ancora sarà assai per tempo!

Ma Cristo Jesu vedendo che si approssimava alle morte disse: io ho grande sete. E Maria che teneva l’orecchie tese aspettando per qualche conforto, come udì che disse: io ho grande sete, cominciò a piangere amaramente, e disse: o misera me, o disventurata me, oimè trista me, o poverella me troppo, a che sono io venuta, poverissima madre, che io non ho pure un poco d’acqua da potere rinfrescare il mio figliolo! Oh anima mia, o cuor mio, hai tu sete? Jesu mio, io non ho vino nè acqua, ma io ho un fiume d’ acqua di lacrime: di queste ti posso io ben dare. Oh fonte d’acqua viva, tesoro mio, come dicesti alla Samaritana che avevi gran sete, e anche mo’ dì che tu mori di sete! Oh figliol mio, mo’ gridavi nel tempio: chi ha sete vegna da me e beva. Oh fiume dolcissimo, come se’ tu sì tosto secco che tu dì: i’ ho sete? Oh Giovanni mio, oh Maddalena mia fidelissima, credereste voi mai questo? Oh Giudei sovvenite almeno al mio figliolo d’un poco d’acqua! E stando così un poco, corse uno con una spugna in capo di una canna piena di fiele e di aceto mischiato, e come l’ebbe gustato non ne volse più. Oh punture crudelissime che doveano essere a quello cuore tenerissimo e passionato; ben le venia l’una dopo l’altra! Oimè disse allora quella Vergine, chi si può chiamare più misera di me! vedermi uno così fatto figliolo unico in croce, e domandare da bere e [c. 4a] non poterlo sovvenire! Oh quanto ne sono saziati per te, diletto mio! Oh abisso largo quanti che ardevano di sete e furno partiti da te inebriati! e mo’ tu hai sete? Oh peccatori comperati per tanti dolori e per tante pene e per tante vergogne e derisioni e per tanto e cotal sangue! E qual è quello di voi che pagherà mai cotanto debito? Oh compassione grandissima, a che estremitade hai tu condotto il mio prezioso figliolo! Oh quanto son grandi quelle piaghe che hanno bisogno di così maravigliosa medicina! Ben è misero chi non si arricorda di tanto beneficio!

In questo mezzo venendo a mancare Jesu Cristo gridò e disse: Dio mio, Dio mio, perchè m’hai tu abbandonato? Al quale grido la nostra Donna tutta affannata disse: oh figliol mio, chi da mo’ innanzi mi aiterà a piangere tanto compassionevole e miserabile e vituperosa morte? Solo sei lassato stare in tanta pena e tanta miseria della quale tu ne hai cavati tanti! Li tuoi discepoli sono fuggiti, li Giudei ti hanno perseguitato, li gentili ti hanno messo in croce! Che più? il tuo Padre ti ha abbandonato: giustamente ti lamenti, figliol mio, tu n’ ha’ ben cagione! Ma me poverella, non grido altro se non figliol mio dolce, perchè m’abbandoni tu! perchè non guardi tu il dolore che io ho grandissimo, perchè non guardi le pene di questa misera madre tua! Certo, figliol mio; il tuo corpo non è più tormentato che l’anima mia: vengnati almanco compassione vedendomi in tanta pena tormentata, deh perchè m’ hai tu abbandonata! Se ti pare degna cosa d’essere esaudito dal tuo Padre, mo’, figliol mio dolcissimo, perchè ne esaudi tu la tua madre?

E dicendo ella queste o simili parole, come persona che bolliva di dolore, disse Cristo: Padre, in le tue mani raccomando el spirito mio. Onde per questa parola la beata Vergine molto s’ infievolì, e appoggiandosi in sulle braccia della Maddalena, disse: oimè diletto amor mio che mi consumi! E questo lo refrigerio che io domandava? Disse uno ribaldo: che grida qua questa buona donna? Rispose ella: io non grido altro se non che mi sia lassato vivo il mio figliolo! Figliol mio, oimè pur mo’ lamentavi del tuo Padre che ti aveva abbandonato, e mo’ vuoi andare da lui? E io costretta da ogni parte voglio dire con te: oh figliol mio, coltello del cuore mio: in ne le tue mani raccomando lo spirito mio; andiamo di compagnia e abbi compassione di me misera! Io non so che fare se tu mi lassi: tu m’ eri figliolo obedientissimo, tu mi scusavi per padre, per madre e per fratello; tu m’eri marito, tu compagno, e tu m’eri conforto, mio consiglio [c. 4b] e ogni cosa. Ma pensa un poco, figliol mio dolce, se tu mi lassi, dopo te dove debbo io stare: non ho casa, nè coverto, non ho tanto che io mi possa pure apposare, non ho ricchezze, nè parenti e non bene alcuno. Oh vita mia, perduto te, tutto io ho perduto; nelle tue mani, figliol mio, raccomando questo poveretto spirito: porgimi mano, speranza mia, abbassa un poco le braccia e tirami appresso di te: moro e moro, figliol mio, non andare senza di me, deh non mi abbandonare.

E ditte queste e assai parole compassionevoli già era ora di nona, in la quale ora Cristo Jesu con altissima voce gridò, e disse: consumatum est, cioè a dire tutto è consumato, e inclinato il capo quell’anima divina si partì dal corpo, e andò vittoriosamente al limbo. A questa voce miserabile Maria pallida e smorta con grande pianto disse: oimè figliol mio, cuor mio, in tutto mi vedo abbandonata e privata d’ogni speranza! Ora è adempiuta la rabbiosa fame di questi dispietati Giudei. E anche disse: e tu pur consumato figliol mio! può essere, vita mia, amor mio, può essere che tu sii morto! Oimè, trista me, piangete tutti per me però che io non posso più: io moro, io moro, figliol mio, tu te ne se pur andato, dolce vita mia, oimè; e dicendo così questa nostra pietosa madre cadette in angoscia come morta. Oh miseri, tristi, e ingrati peccatori, mo’ che pietade fu questa, pensate che pietade dovea esser lì: piangiamo sempre che ben n’avemo grande cagione che per nostro amore sono fatte tante crudeltadi e sparse tante lacrime, e questa pena gravissima avè la nostra avvocata piissima Madonna santa Maria.

Maddalena amorosa, piena di dolore, vedendo questo, più dell’usato si commosse, e mo’ guardava il pietoso Jesu suo maestro, mo’ quella buona e graziosa Madonna santa Maria così afflitta! Or pensa che pianto dovea ella fare vedendosi tra tanti dolori, e poi ella era una grande maestra di piangere. Comincia questa abbracciare la Madonna, e con grande pianto gridava dicendo: Madonna dolcissima, mo’ tu se’ in croce con Jesu, adesso hai quello che tu desideravi, beata te; ma io misera sono pur abbandonata! e pur stava a braccio, al collo con quella santissima, e diceva: Oh beata donna tu hai pur trovato quello che cercavi, tu se’ pur mo’ crucifissa col tuo preziosissimo figliolo! A te non manca mo’ niente, ma io trista sono rimasa in le pene! Oh Madonna mia dolce, oh dolce madre se’ tu venuta anche tu ad essere crucifissa per me! Ben poteva bastare la morte del mio maestro, e non essere morta te Madonna mia! Oh cuore amoroso di tale e tanta Madre involto in tante piaghe! tutte le pene, li chiodi, li sputacchi, li disprezzi, [c. 4c] ogni vergogna, ogni ingiuria, t’ è intorno! Oh vasello di santitade se’ tu fatto fonte di tanti pianti e dolori! Pur io sono disventurata! Oimè colonne mie, che voi mi eri! onde voi non mi mancavi mai, colli quali trovava ogni mio conforto. Che sto io a fare? Oimè, io piango la Madre che è andata dietro al figliolo: oh come siete voi beata che voi siete morta col buon Jesu: guai a me, guai a me che son rimasa sola! Oimè, amabile Maestro, perchè m’hai tu lassata così sola in tante pene! Voglio anch’io abbracciare la tua croce, e montare suso, e morir lì; anzi viverò però che io troverò quello che è la vita mia. E così dicendo si levò suso ......   [il resto manca].

 

Del codice 1302 (Lucchesini, 32) diedi già un’ampia descrizione in una recente mia memoria, nonché, insieme con altri componimenti, la salutazione, che in taluni mss. forma il primo capitolo del “Pianto della B. Vergine” [10]. Qui è mio proposito dare in luce (attenendo così la promessa fatta in quella occasione) l’intero sacro poemetto, che occupa del codice lucchese le cc. 1r— 32v. Vero è che di quest’ ultimo furono già dal Bini nella sua edizione del “Lamento” [11] date le varianti, ma non tutte, nè le più importanti, cosicché l’ opportunità di una edizione del “Pianto” giusta la predetta lezione mi pare manifesta.

Al testo Lucchesiniano, del quale ho riprodotto fedelmente anche gli errori più evidenti, pure avendo cura di riunire o di separare, a seconda dei casi, le sillabe e le parole, perché la lettura ne riuscisse più agevole, gioverà premettere alcune considerazioni. In esso, come nella maggior parte dei codici, il poemetto si offre adespoto, e però non si giudicherà, io spero, fuor di proposito, il ricercarne anzitutto l’autore.

Discordi assai sono le opinioni a questo riguardo, nè la questione tanto dibattuta si può dire abbia avuto ancora una soluzione. Non sarà, perciò inopportuno riprendere in esame gli argomenti principali addotti sì da coloro che ne vorrebbero autore frate Enselmino da Treviso, come dai sostenitori della tesi che ne sia autore il Petrarca, nonché da quelli che credono il poemetto opera di Maestro Antonio da Ferrara o di Leonardo Giustiniani.

Che non sia del Petrarca nessuno potrà revocare in dubbio dopo quanto ne hanno detto specialmente il Serena [12] e il Morsolin[13], poiché l’argomento addotto a sostegno di questa tesi si fonda sulla attestazione del Möucke dell’esistenza di un ms. Albizziano “nel quale vi sono i capitoli sopra il Pietoso Lamento di M. Vergine attribuiti al Petrarca”, e copiato dallo stesso Möucke che lasciò questa nota: “venduto dal Libri in Inghilterra" [14], e fu già dimostrato insostenibile.

Che non possa parimenti considerarsi autore del poemetto Leonardo Giustiniani è stato oggimai dimostrato, oltre che da altri, dai predetti scrittori con prove incontrovertibili, e massime perchè a siffatta attribuzione osterebbe il fatto che “messer Leonardo nasceva nel 1388 o in quel torno, e non cominciava a poetare che nel sec. XV: mentre del Pietoso Lamento abbiam codici anteriori a quel tempo” [15].

Anche a Frate Enselmino da Montebelluna degli Eremitani di S. Agostino di Treviso fu, come è noto, attribuito il predetto poemetto, ma alle conclusioni, a cui nella citata sua memoria giunge il Serena in favore di questa tesi, si può opporre anzitutto, che senza tener conto della più antica edizione, cioè di quella veneziana del 1481, nella quale il poema è attribuito a fra’ Enselmino [16] (chè ciò nulla proverebbe potendo essere codesta attribuzione un’arbitraria aggiunta dell’editore) si hanno bensì sei codici integri, che assegnano l’intero poemetto al frate agostiniano [17], ma vuolsi osservare anzitutto che il codice trevigiano 22 (di pag. 41, membranaceo, cent. 17 X 13) è giudicato dal Bailo, contro l’opinione del Serena, del sec. XV [18]. Riguardo ai due codici Marciani CLXXXII, cl. IX, cart. in fol., sec. XV (S. Mattia di Murano, N°. 40) e XXVIII, cl. V, cart. in fol. (Farsettiano CLXVII) pure del sec. XV (a giudizio dello stesso Serena [19]) ed al codice Bailo, giudicato dal Bailo stesso (e l’opinione non è dal Serena contestata) del secolo XV, parmi si abbiano così altre prove a conforto della tesi, che il poemetto non sia di Fra’ Enselmino. Quanto al codice degli Eremitani di Padova, che si custodisce nella Comunale di Vicenza, vuolsi ricordare col Morsolin “che ben altro è il giudizio de’ moderni dal pronunciato dallo Zeno [che, cioè, il cod. sia del sec. XIV]. Il Capparozzo potè definire per mezzo di raffronti con altri codici e con l’autorità del padre Francesco de Fanna, ch’esso non risale più in su del principio del secolo XV” [20].

Per ciò che concerne infine il codice Biancani, non sarà inopportuno riferire qui anzitutto ciò che ne dice il Tiraboschi nella sua “Storia della letteratura italiana” (lib. III, cap. 54 n.): “A questi poeti sacri [Jacopo Gradenigo, Neri di Landocio, Luca Manzuoli ecc.] un altro ne aggiugnerò che da niuno, ch’io sappia, è stato finor conosciuto, benché, a dir vero, non abbia gran diritto, ad esser recato alla luce. Egli è il frate Enselmino da Montebelluna degli Eremitani di Sant’Agostino, di cui presso il ch. sig. Giacomo Biancani, professore di antichità nell’Istituto di Bologna [21], conservasi un codice cartaceo in fol., scritto, come mi sembra, nel XIV secolo. Esso comincia: ncipit Oratio sive obsecratio ad postulandam lamentacionem Beatae Virginis Mariae compilatam vulgariter a fratre Enselmino de Monte Belluna Ordini: Fratrum heremitarum santi Augustini. L’ introduzione è in terza rima. Vien poscia il lamento della B. V. nello stesso metro, diviso in più capi; e per ultimo la passione di Cristo in ottava rima" [22].

Del resto, ove si consideri: l°: che lo stesso Apostolo Zeno nella sua nota lettera al Marmi[23] confessa “di non aver trovata memoria negli Annali dei PP. Romitani di Padova di Fra’ Enselmino”; 2°: che degli scrittori, i quali dello stesso frate ebbero a far menzione, lo Zambrini (per citarne solo alcuni) lo dice vissuto “sul terminar del secolo XIV” [24], ed il Quadrio nel secolo XV [25], pare a me doversi concludere essere per lo meno dubbio, che del “Pietoso Lamento della B. Vergine” sia autore il poeta trevigiano.

Buone ragioni pare a me vi abbiano invece per assegnare il poemetto a Maestro Antonio da Ferrara. Senza considerare che nel cod. vaticano 3213  p.  39 1v , trascritto dal Möucke [26] , l’ultimo capitolo del ms. Lucchesiniano è attribuito al poeta ferrarese, col titolo di capitolo  “in lande di nostra Donna”,  sembrami che nell’attribuirlo a lui non contraddica: nè l’essere il Beccari mancato ai vivi al più tardi nell’a. 136  [27], poichè il più antico codice, finora conosciuto, del poemetto, fu trascritto sei anni dopo la morte del poeta [28] ; nè il dirsi egli vecchio nel Pietoso Lamento a cap.  II  terz. 3, colle parole: “Misericordia di mia senettute”, conciossiachè — ripeterò col Bini [29]  — a quarantadue anni già diceva di se (cap. 4, terz. 41): “Io mi riveggo ormai vecchio e canuto" [30] .

Nessun codice attribuisce, per verità, l’intero poemetto a Maestro Antonio, ma non è lecito argomentarne che a lui perciò non possa appartenere. In ogni caso, la lezione del cod. vaticano [31] esclude che il cap. “in laude di nostra Donna” sia di fra’ Enselmino, o di qualche altro poeta veneto, poichè esso non reca traccia alcuna di venetismi.

Si hanno del resto di ciò due prove indirette, ma, a mio parere, non meno eloquenti di quelle finora addotte, la prima delle quali io desumo dal fatto incontestabile dell’esistenza di due codici, uno dei quali integro, in cui il poemetto è attribuito al cantore di Madonna Laura; poichè ne potrei argomentare che nei due mss. non dovesse avervi alcuna traccia di venetismi. Non insisterò neppure sulla circostanza, che sono numerosi i codici e le stampe, ne’ quali il predetto capitolo si trova staccato come una poesia compiuta, oppure manca affatto, poichè mi tarda di ricordare, a mo’ di conclusione, come in una rarissima stampa dei primi anni del secolo XVI esso sia assegnato ad Antonio Tebaldeo [32].

Non è d’ uopo ch’ io dimostri che al Tebaldeo (n. l’a. 1456 — † il 4 nove. 1537) [33] non può essere attribuito il sacro poemetto: piuttosto è a ricercare donde il fatto può aver tratto origine.

Ove non si voglia accusare di fraude l’autore o l’editore (siffatta accusa avrebbe, in ogni caso, d’uopo di essere confortata da qualche prova) è ragionevole piuttosto il pensare che l’editore dell’opera del Fregoso, non ignaro che il capitolo “in laude di nostra Donna” in un cod. Vaticano è attribuito a Maestro Antonio da Ferrara, tratto in inganno dallo avere i due poeti comune la patria e il nome, abbia scambiato il Beccari col Tebaldeo. S’avrebbe così un nuovo argomento per dimostrare che nel secolo XVI, e (ove si ponga mente a ciò che ne dice l’Allacci) anche in appresso, l’opinione che l’accennato capitolo fosse di Antonio Beccari era assai diffusa.

Ciò premesso, ecco il testo del “Pietoso Lamento” giusta la lezione del cod. lucchese, al quale farò seguire, siccome già dichiarai piìr sopra, il “capitolo in laude di nostra Donna” nella duplice sua redazione, l’ una, cioè, del cod. Vaticano, copiato dal Möucke, laltra della rarissima edizione veneta dell’ „Opera noua” di Antonio Fregoso.

 

Note

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[1] Se male non mi appongo, il codice originale doveva far parte della “sceltissima libreria” (Bini , Rime e prose del buon secolo della lingua tratte da manoscritti e in parte inedite, Lucca, Giusti, 1852, Dedicatoria III) del comm. Francesco De Rossi, dal quale egli avea avuto a prestito altri codici, non escluso quello da lui posto a fondamento della sua edizione del “Pietoso Lamento” (op. cit., p. 3-21), siccome dirò più ampiamente a suo luogo. Infatti sul foglio di guardia del codice si trova segnato a lapis, di mano, a quanto credo, del Bini (chè l’annotazione è alquanto evanida, e a mala pena leggibile) oltre al nome “Francesco De Rossi” quello del luogo di dimora del medesimo. Checché sia di ciò, non potendo affermare con sicurezza a chi il ms. originale appartenesse, aggiungerò solo che il testo ne diversifica assai dai molti in prosa, che si hanno a stampa, e lo giudico per ciò, e per l’importanza sua, non indegno di essere dato in luce, e di essere segnalato così all’attenzione di quanti sono studiosi degli antichi testi volgari.

[2] Piangitore, scrive a questo luogo il Bini, ha un solo esempio di Frà Jacopone. — Ecco il passo del Todino al quale qui si accenna: “Fatto son piangitore Del ben, ch’ io ebbi, e poi l’abbandonai”. Oltre questo esempio, riferito nel “Vocabolario degli Accademici della Crusca” (s. v.), altri recano Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini nel loro “Dizionario della lingua italiana” ecc. (III, 985, Torino, 1871).

[3] Rosata per rugiada (Bini, s. v.). Il Gherardini (Lessigrafia italiana, Milano, 1843, s. v. “rogiada”) nota: Santa Caterina e Jacopo da Lentino, invece di rogiada o rugiada, scrissero più volte rosata. Ne’ più dei dialetti italiani rosata o rosada sono le voci comunemente ricevute.

[4] abbiamo eliminato la seguente frase, che riteniamo errore del copista o del proto ... fare segni di grandissimi dolori, ed eziandio udire gli angeli.

[5] Il Bini ha scritto: “perdonati"; ma verosimilmente la lezione del codice sarà quella da me seguita.

[6] Il Bini scrive inesattamente: “le tranie” [= l estranie].

[7] Scrive a questo luogo il Bini: “Ambascioso ha un solo esempio”. Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca (s. v.) leggesi infatti il passo seguente, tratto dalle “Vite degli uomini famosi, scritte in latino da Francesco Petrarca, e volgarizzate da Donato degli Albanzani” (Polliano, per Felice Antiquario e Innocente Zileto, 1476, P. 475): “Una vedova per la morte di un suo giovanetto figliuolo, ... ambasciosa e con pietosi prieghi e lacrime, ritenne quello pieno di pensieri ....

[8]Rabbiare manca [alla Crusca]. Era anche nel «Pianto in terza rima».” Così il Bini nota a questo proposito; ma nel glossario, onde corredò la sua edizione del “Pietoso Lamento” (op. cit., p. 175) esplicando meglio il suo concetto avverte: “Rabbiare verbo; forse quel movimento che fa persona in convulsione coi piedi e colle mani, per similitudine di chi sia preso da eccesso di rabbia (Pianto, cap. X, terz. 44 “Ch’ io rabbiava có piedi e colle mani")”. — Ne darò integralmente il testo a suo luogo.

[9] Il ms. : “operarando”.

[10] Alcuni componimenti tratti dal codice lucchese, 1302 (Propugnatore, N. S., vol. VI, fasc. 34 – 35, luglio–ottobre 1893).

[11] Bini, op. cit., p. 153 e segg.

[12] Serena, Augusto, L’ autore del “Pietoso Lamento” (Propugnatore, N. S., v. VI, fasc. 34-35, Luglio—ottobre 1893, p. 14-15).

[13] Morsolin, Bernardo, I presunti autori del Lamentum Virginis poema del secolo XIV (Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti (T. 38) Serie VII, t. II, disp. VI, Venezia, Antonelli, 1890–91). Scrive infatti a questo proposito il Morsolin: “Il tipografo Francesco Möucke, vissuto in Firenze nella prima metà del sec. XIV  non lasciò d’ avvertire che nella copia, da lui fatta, nel 1740, d’un codice di casa Albizzi, si contenevano i Capitoli sul “Lamento” della Vergine, attribuiti, com’egli aggiungeva, al Petrarca. Quel codice, trafugato e venduto in Inghilterra dal Libri, fu cercato indarno dal Bini, che deluso nelle sue indagini, ebbe a dolersi gli fosse tolto modo “di vedere (Bini, op. cit., prefazione) come e da chi e con quali ragioni si attribuissero quei capitoli al Cantor di Madonna Laura” (op. cit., p.2)." Non è inopportuno ricordare qui, che di un codice integro del poemetto, attribuito al Petrarca, così dà pure notizia il Tiraboschi (Storia della letteratura italiana, lib. 30, cap. 35 n.): “Presso il Sigr. Ab. Domenico Ongaro conservasi un codice cartaceo scritto verso la metà del secolo XV, in cui oltre più altre cose contiensi una nuova Opera poetica, che vorrebbe attribuirsi al Petrarca, e innanzi alla quale perciò vedesi scritto: D. Franciscus Petrarcha. E più chiaramente al fine: Finita est passio et Oratio Beate Virginis Marie, quam fecit et compilavit Domnus Franciscus Petrarcha Doctor et Poeta Florentinus, cujus anima requiescat in pace. Sono undici Capitoli in terza rima, ne’ quali ragionasi del dolore della Vergine a piè della Croce; ma lo stile è si lontano da quel del Petrarca, che anche un mediocre conoscitore non se ne lascerebbe ingannare.” Ove pertanto si ponga mente al giudizio espresso in proposito dall’esimio storico della nostra letteratura, ove si consideri che il code. Ongaro (ignoro dove attualmente esso si trovi) fu scritto verso la metà del sec. XV, è chiaro non potersi accogliere la tesi che il poemetto sia fattura del Petrarca.

[14] Serena, op. cit., p. 25 [cfr. Bini, op. cit. (Dedicatoria)].

[15] Serena, op. cit., p. 15 (cfr. anche: Morsolin, op. cit., p. 5).

[16] L’ edizione veneziana del 1481 è descritta minutamente dal Bini nel cit. foglio di guardia del cod. lucchese 744 da un esemplare trovato — egli dice — “a Firenze dal Piatti il 20 gennaio 1853 e dato al Comm. De Rossi.” “Essa è — aggiunge il B. — in cinque fogli di stampa in forma di 4° col registro delle lettere a. b. c. d. e.: il primo ha 16 pag., il 2° otto, il 3° e 4° sedici, il 5° poi ne ha dodici. È intero. Ha 10 terzine per pagina. Alla fine del decimo dei canti o capitoli non numerati nè istoriati, nè con titolo nè argomento, ha questa fine: Explicit uirginis beate lamentatio et intacte uulgariter compillata cum ritmis prolata ore fratris Enselmini de triuisio ordinis fratrum heremitarum sancti augustini. Incipit oratio siue gratiarum actio supradicti compillatoris. Di poi in fine alla penultima pag., restata in bianco l’ultima, leggesi così: Finisce il devotissimo pianto de la gloriosa Virgine Maria cum summa diligentia impresso per maestro Luca uenitiano in Venezia adi XVII marzo MCCCCLXXXI. Comincia ex abrupto: Aue regina uirgo gloriosa.”

[17] Se ne può vedere un’ampia descrizione nella cit. opera del Serena (p. 25-27), ed un cenno ne dà pure il Morsolin (op. cit., p. 7—9).

[18] A proposito del cit. cod. Trevigiano non sarà inopportuno riferire ciò che scrive il Morsolin: ,,Nè più antichi voglionsi riputare [non risalgono, cioè, più in su del principio del sec. XV], secondo l’opinione del Bailo e del Castellani, prefetto della Marciana, i codici di Treviso e di Venezia” (op. cit., p. 13—14). Se la mia ipotesi non fosse ardita, non sarei alieno dal credere, che sul cod. Trevigiano 22 fosse esemplata la cit. edizione del 1481, come sembrami si possa dedurre da un confronto fra la descrizione che del ms. trevigiano ci offre il Serena (op. cit., p. 25) e quella che della sopra indicata stampa ci dà il Bini, e da me più sopra riferita. Per verità, lo stesso raffronto fu già istituito prima di me dal Morsolin (op. cit., p. 11 e n.), il quale però non ne trae alcuna illazione.

[19] Cfr. anche Morsolin, op. cit., p. 11 e 13.

[20] Op. cit., p. 13 (cfr. Serena, op. cit., p. 27).

[21] A quanto ne dice il Fantuzzi (Notizie degli scrittori bolognesi, VIII, 103—105) Giacomo Tazzi Biancani, nato a Bologna il 27 ottobre 1729, fu il 26 agosto dell’anno 1766 fatto coadiutore del Priore Gio. Battista Bianconi nella custodia, ed ostensione della Camera delle antichità nell’Istituto. Stabilitosi in appresso da’ Senatori Presidenti al detto Instituto ed approvato dal Senato, che vi fosse chi facesse lezione di antiquaria nella citata Camera, il 7 maggio 1779 dal Senato fu destinato a quest’effetto per lettore il Biancani, che fece la sua prima lezione di antiquaria l’8 gennaio 1781, resa poi pubblica per le stampe. Assalito alli 7 di novembre dell’anno 1789 da un colpo d’apoplessia, sull’imbrunir della sera delli 9 cessò di vivere. Tenne carteggio con molti letterati d’Italia, e di là da’ monti, particolarmente col cav. Annibale Olivieri di Pesaro, col P. Corsini, con l’ab. Gaetano Marini, coll’ab. Tiraboschi ecc. Del Biancani fa pure menzione il Mazzetti, Repertorio di tutti i professori antichi e moderni della famosa Università, e del celebre Istituto delle Scienze di Bologna, Bologna, tip. di S. Tommaso d’Aquino, 1847, p. 299–302.

[22] Il passo è riportato anche dal Serena (op. cit., p. 26). Il Morsolin (op. cit., p. 13) pur confessando di non sapere “dir nulla del codice posseduto dal Biancani, e veduto dal Tiraboschi, all’infuori del cenno, che si legge nella “Storia della letteratura italiana” (loc. cit.), dice che, se per lo studio della paleografia, progredito di molto dai tempi dello Zeno in poi, si sono modificati di alquanto i giudizi espressi da quest’ ultimo, così “è a credere si riformerebbe oggidì il giudizio del Tiraboschi.” — Alle osservazioni e ai dubbi espressi dal Morsolin nella cit. sua opera, e da me già esposti, è da aggiungere che, se pure si voglia avere piena fede in una opinione manifestata dal Tiraboschi in forma alquanto dubitativa, ci manca il modo di controllarla con sicurezza. Basti il ricordare che nel “catalogo della Biblioteca Biancani”, dato in luce in Bologna nel 1790 (stamp. del Sassi) a cura delle eredi dell’insigne antiquario bolognese, ben pochi dei mss. formanti parte di quella copiosa libreria, vi sono notati, e fra questi non è compreso il codice dal Tiraboschi veduto e descritto nella sua Storia letteraria. Come desumesi del resto dall’„Avviso” posto a tergo del frontespizio, codesto catalogo fu pubblicato a scopo venale, e però, anche ammettendo si tratti di una omissione, il ricercare dove per avventura il ms. oggidì si trovi riuscirà a chi vi si accinga malagevole impresa.

[23] La lettera è datata da Venezia, 5 luglio 1704 (cfr. Zeno, Lettere2, I, 28o) (cfr. anche Morsolin, op. cit., p. 12, e Serena, op. cit., p.18 e 36).

[24] Zambrini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV indicate e descritte (Bologna, Zanichelli, 1878, coll. 386—387) (Veggansi anche gli autori dallo Zambrini ivi ricordati).

[25] Quadrio, Storia e ragione di ogni poesia, II, 198. L’Ossinger (Bibliotheca Augustiniana, Ingolstadii et Augustae Vindelicorum, impensis J. F. X. Craetz, 1768, p. 59) giunge perfino ad affermare che fra’ Enselmino sia fiorito nel sec. XVI; ma per verità l’opinione dell’O. fondasi sovra un equivoco. Scrive infatti l’Ossinger (e il passo è riportato anche dal Bini nel cit. fol. di guardia del cod. 744): “Anselmini vel Eselmini, natione italus, patria Tarvisinus, alumnus provinciae Marchiae Tarvisinae vixit saeculo XVI. Vir in amoenioribus studiis, praecipue in ligata versione egregie versatus, nulli poetae cessit. In versibus italicis ex optimo ingenii sui thesauro depromptis notitiae posterorum transmisit: Infanzia del Salvatore, sua vita, miracoli, e passione con lamento de Maria Vergine. In Roma 1541 per Valerio e Luigi Dorici, in 8° — Giammaria Mazzuchelli ne’ Scrittori d’ Italia, vol. I, pe. II, p. 826 —. ” Ma l’argomentazione dell’Ossinger, il quale dalla affermazione del Mazzuchelli conclude, essere Enselmino vissuto nel sec. XVI, è evidentemente erronea, poichè fu già dimostrato dal Serena nella cit. sua memoria: 1°. che del “Lamento” vi hanno codici e stampe, recanti il nome di fra’ Enselmino, anteriori al secolo XVI; 2°. che dell’“Infanzia” mancano assolutamente codici che l’attribuiscano al frate agostiniano (Serena, op. cit., p. 33).

[26] La copia fatta dal Möucke occupa le cc. 48v—51v. del codice lucchese 1491 (dei mss. Möuck. 6). Di altre rime di Maestro Antonio, contenute nel cod. stesso, darò l’indice a luogo opportuno.

[27] Gaspary, Geschichte der italienischen Literatur, Berlin, 1888, II, 79.

[28] Tralascio, per brevità, dal citare qui tutti gli scritti che sull’argomento uscirono in luce, poichè agli studiosi non possono essere ignoti.

[29] Op. cit., p. XIII.

[30] Veggasene il testo nella cit. op. del Bini (p. 33, col. 2a). Non vuolsi obliare del resto ciò che in proposito scrive l’Allacci (Poeti antichi raccolti da codici mss. della Biblioteca Vaticana, e Barberina, Napoli, Sebastiano d’Alecci, 1661, p. 3—4): “Maestro Antonio da Ferrara oltre la Canzone fatta a Dio, essendo nello stremo di sua vita dolendosi de’ suoi peccati, espose l’Ave Maria, e ’l Pater noster, e la Salve Regina ... Di questo istesso leggasi un Capitolo, che incomincia “Scrissi già più volte versi in Rima” et altre Rime ne’ manuscritti antichi, e Ternali in lode della Vergine Maria “Salve Regina Salve Salve tanto” e "Nelle tue braccia o Vergine Maria".”

[31] Ne darò il testo in appendice, traendolo dalla cita. copia Möuckiana. Del cod. stesso il Bini (op. cit.) diede già le varianti, ma in modo incompiuto; donde si parrà opportuna una edizione del medesimo.

[32] Eccone il titolo: “Opera Noua del Magnifico Caualiero Miser | Antonio Phileremo Fregoso la qle tratta de doi Philosophi: zoe Democrito cħ rideua de le pa | cie di sto mondo & Heraclyto che piāgeua de le i miserie hūane diuisa I. XV. capituli. cosa bellissima.” (E in fine:) Stampata in Venetia per Zeorgio di | Rusconi Milanese Del M.CCCCC.XIII. Adi. | primo de seitēbrio. L’edizione predetta, non mentovata dai bibliografi, se ne togli il cenno da-tone da C. e L. Frati nel loro “Indice delle carte di Pietro Bilancioni” (Pe, Ia, p. 78—79, Bologna, Fava e Garagnani, 1893), nè dai biografi del Tebaldeo e del Fregoso, consta di 28 carte in-8°. n. n., con segn. A—G, nelle tre ultime delle quali leggesi il “Capitulo De la Gloria Vergine Maria | Cōposta p Misser Antonio Thibaldeo” (cfr. appendice).

[33] Cfr. D’Ancona, Del secentismo nella poesia cortigiana del secolo XV (Nuova Antologia, 2a. Serie, vol. II, p. 698 sgg., vol. III, p. 5 sgg.), e i varii autori da lui citati, come il Barotti, il Coddè ecc. (Veggasi pure: Torraca, Manuale della letteratura italiana, 2a. ediz., Firenze, Sansoni, 1889, I, 483). — Qui non è il luogo di accennare alle varie opinioni che intorno alla data della nascita e della morte del Tebaldeo si manifestarono; tuttavia parrebbe a me che si debbano accogliere le conclusioni, a cui nella magistrale sua opera sopra riferita giunge in proposito il prof. D’ Ancona.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 24 ottobre 2006