Sciarra Fiorentino

[Piero Strozzi]

STANZE SOPRA LA RABBIA DI MACONE

Testo di lingua recato a buona lezione

DALL’ AB. IACOPO MORELLI.

B A S S A N O

DALLA TIPOGRAFIA REMONDINIANA

M.DCCC.VI.

Edizione di riferimento:

[Sciarra Fiorentino] - Piero Strozzi, Stanze sopra la rabbia di Macone, Testo di lingua recato a buona lezione dall’abate Jacopo Morelli, dalla tipografia Remondiniana, Bassano 1806

PREFAZIONE

Dell’Abate Iacopo Morelli.

Io loso bene che volendosi riprodurre le Stanze del Poeta Sciarra sopra la Rabbia di Macone, quantunque poche e d’argomento giocoso che siano; se ciò a qualche letterato d’ingegno fantastico e di penna feconda toccasse di mandare ad effetto grande libro uscirne certamente potrebbe.

Egli è però da sapersi, con altro affatto disegno, che con quello di ergere alla mole sopra poco terreno questa ristampa essere stata ideata. Manifesto si vede, che al presente di avere li testi di nostra lingua, più per possederli soltanto, sia in oltre per istudiarneli, sollecitudine grandissima regna; e che sovra le altre edizioni di quelle che gli Accademici della Crusca del Vocabolario loro hanno usate, senza risparmiare nè a industria, nè a spesa, si fa provvisione.

Quindi addiviene, che in quello trovandosi le voci Altalena, Asciolvere, Baruffa, Gallinelle, Incancherato, con queste medesime Stanze espressamente autorizzate; di tenere luogo fra que’ testi esse abbiano giusto diritto, e appunto per la scarsezza loro, il desiderio d’averle ne’ raccoglitori maggiormente aguzzino. Che i Vocabolaristi sopra un esemplare stampato ne allegassero gli esempi, chiaro lo dicono, ma dell’impressione motto veruno non fanno; talché essendo le medesime state aggiunte alli Capitoli della Compagnia della Lesina, quel sciocco libro co’ migliori della lingua raccogliere e allogare sconvenevolmente si suole. E sebbene di esso molte stampe fatte ne fossero; come in Vicenza nel 1589; in Ferrara nel 1590; senza data, ma forse in Fiorenza nel torno medesimo; in Orvieto nel 1598; in Trevigi nel 1601; in Venezia nel 1619 e 1664 , e in altri tempi altrove; tuttavia le Stanze in nessuna per avventura, da gravi errori andarono immuni. Chiunque fosse d’avviso, come altra volta accadde, che l’edizione originale siasi presentata in un libricciuolo stampato in Fiorenza nel 1597, col titolo di Valorose Prove degli arcibravi Paladini ec., questi al certo sarebbe in errore; perciocché le tre prime stanze e l’ottava soltanto vi si trovano, e il restante di quello, ch’è di quattro carte, un poemetto sopra imprese di Carlo Magno contiene alla qual edizione sembra che debba essere conforme un’altra di Fiorenza, per Domenico Giraffi, senza nota di anno, ma con lo stesso titolo, dal Quadrio indicata (Storia della Poesia T. VII p. 285 ). Gradita cosa fia dunque a coloro che adunano simili testi l’avere in quest’impressione la composizioncella con esatto confronto a buona lezione ridotta, e poter agevolmente e in acconcia maniera darvi luogo nella collezione: ciò che nel riprodurnela s’è avuto in animo di conseguire.

Quanto all’autore appartiene,non si creda che oscuro soggetto egli stato sia, nè che la letteratura sua alla poesia burlesca di cui bizzarro saggio questi versi ci porgono, fosse limitata. Fu egli Pietro Strozzi Fiorentino, il quale nel duro mestiere delle armi la vita condusse, servendo a’ Re di Francia Francesco I. e Arrigo II, condro Carlo V. Imperatore; adoperatovisi sempre in grand’imprese, o con valore bensì ma con più avversa, che prospera fortuna. Nell’anno 1543 avventurosamente trovossi alla presa di Lucemburgo: ma nell’anno appresso a Serravalle nel Genovesato venne battuto. Nel 1645 si portò con bravura sulle coste dell’Inghilterra, poi nella Scozia, in aiuto della Regina Maria Stuarda; e sett’anni dopo col Duca di Guisa sostenne l’assedio di Metz: ma nel 1554 avendo il comando dell’armata di soccorso a’ Sanesi, contro l’Imperatore e il Duca di Fiorenza, sì male ne capitò, che a Marciano fu sconfitto compiutamente e ferito. Nientedimeno l’anno stesso con raro esempio pervenne ad essere Maresciallo di Francia: e Papa Paolo IV avendolo fatto Luogotenente generale di sua armata, nel 1557, per sua prodezza, il porto di Ostia e alcune piazze a Roma vicine riebbe. Finalmente passato all’assedio di Tionville, nell’anno 1558, cinquantesimo di sua vita, vi restò ucciso. Il Giovio, il Varchi, il Segni, il Nerli, l’Ammirato, il Tuano, e altri storici di quel tempo de’ fatti di lui c’informano copiosamente; e con essi ancora Giovambattista Adriani, il quale con accuratezza singolare ne scrive, e ce lo rappresenta come uomo stato di tal virtù e valore nelle armi e nel governo, che se tu gli levassi l’essere stato ribello della sua patria, e perciò lo essersi indotto a prendere alcun partito, con non intera ragione, da non trovare in questo secolo agevolmente pari; avendosi congiunto insieme grandezza d’animo, antivedere, forza, ardire, pratica delle cose moderne, scienza delle antiche, eloquenza, e liberalità, e quello che molto giova, lo aver saputo accomodarsi così in guerra, come in pace, a’ costumi e modi Francesi (Istoria de’ suoi tempi Lib. XV p. 601 ed. Fior. 1583.

Ma per conoscere quanto lo Strozzi valesse pelle lettere, è da attendersi al Varchi, il quale scrive ch’egli intendeva comodalmente la lingua Latina, e faticava, più che non sogliono fare i suoi pari, sotto Ser Francesco Zeffi suo precettore nella Greca; ma disprezzava, come facevano in quel tempo i più de’ Fiorentini, la Toscana (Storia Fiorentina. XXII p. 405 ed. Colon. 1721). Accredita questa testimonianza il vedersi, oltre qualche pistola, soltanto alcune di lui Rime sparse con altre di varii autori e queste poche Stanze, che, a detta dei Vocabolaristi, gli si attribuivano comunemente. E così pure merita credenza Pietro di Brantome, quando afferma di avere veduti ed esaminati li Commentarii di Cesare da esso in Greco tradotti, e con esposizione e istruzioni militari latinamente illustrati; aggiungendo, che la traduzione, per giudicio d’uomini molto intendenti, era cotanto elegante, che all’originale non cedeva: e che bella e ricca biblioteca e armeria stupenda egli ancor aveva messe insieme; e una e l’altra da sè con ammirazione singolare parimente vedute (Vies des Hommes illustres et grands Capitaines ètrangers, Discours LII). Altre molte cose intorno allo Strozzi devono essere state dette da Antonio degli Albizzi nella Vita di lui, che pienamente ne scrisse, e nelle biblioteche Magliabechiana e Marucelliana di Fiorenza viene serbata (Moreni Bibliografia Storica della Toscana T.I p.20).

E tanto basti di avere detto intorno alle Stanze sulla Rabbia di Macone, e intorno all’autore di esse; affinchè lunga dicerìa facendosi, non ne segua che la giunta più sia della derrata.

STANZE DEL POETA SCIARRA FIORENTINO

SOPRA LA RABBIA DI MACONE.

I.

Io canterò la rabbia di Macone,

Amor, doglie, e sospiri incancherati,

Stati nel tempo, che Marte poltrone

Ebbe paura degli uomin fatati,

Ch’alloggiavano senza discrezione

Per tutto il mondo, come fanno i fati:

Non cantò mai sì brave cose Orfeo,

Che fur al tempo di Bartolommeo.

II.

Parnasamente in Bergamasco io canto,

E sgocciolo un catin di lavatura,

Come Narciso e Ganimede intanto,

Che più belli non fe’ l’ alma natura,

Fecer che Giove si converse in punto,

Perchè gli avevan tutti oltr’a misura

Superbi archi, colossi trionfali;

Perchè a quel tempo si facean co’ pali.

III.

Giove s’era appoggiato in su le Boote,

Guardando fiso il centro di Plutone,

Che scontrando nel carro di Boote ,

Fu morsicato in ciel dallo Scorpione:

Le Gallinelle stavan a man vote,

Mentre che l’Orsa andava a processione:

Febo tanto dormì con la puttana,

Che si levava innanzi a lui Diana.

IV.

Marte tenendo la sua tromba in mano,

Con che insegnato avea ballare agli orsi,

Rincontrossi con Venere a Foiano,

E l’uno e l’altro facevano a’ morsi,

Per raddoppiar le corna di Vulcano:

Ma Briareo, per farne duo torsi,

Gli portò giù per Arno infino a Pisa,

Cosa da smascellarsi della risa.

V.

Mandricardo verbuto e ’l fier Galasso,

Ercole, e Cacco, e lo scoppiato Anteo

Dietro a costui venian più che di passo,

Trottando tutti a guisa d’un corteo:

E se non vi correva Satanasso,

Che tosto fe’ far vela al Culiseo,

Eran tutti trattati come cani,

Da punture di vespe e di tafani.

VI

Ei con la forte man l’ardente sole

Prese pe’ raggi per tirarlo in terra:

Allor tremò questa terrestre mole,

E Giove si pensò d’ andar in terra:

Disse a Mercurio: Sta su, ch’e’ si vuole

Opporsi a questa gente iniqua e sgherra:

Mercurio allora, in men che non balena,

Ne venne giù per via dell’altalena:

VII.

E cominciò con loro una gran zuffa,

Con quella verga avvolta di serpenti,

A tal ch’Anteo scoppiò nella baruffa,

E Mandricardo vi lasciò duo denti:

Ercole era affogato nella muffa,

E gridava pur forte: te ne menti:

Allora allora in manco d’ un asciolvere

In nebbia se converse, e gli altri in polvere.

VIII.

Teste di morti, e braccia disarmate,

Stomachi fracassati, e gambe rotte.

Cervelli a monti, e pance sbudellate

Correvan per le strade e per le grotte;

Perchè le stelle s’eran congiurate,

Congiunte nella torre di Nembrotte,

Piovendo in terra quarti d’uomin vivi:

Oh che gran crudeltà si vidde quivi!

IX.

Ma se la trionfante e porca Venere,

Che fu d’ambizione e boria piena,

Non prometteva a Paris quelle tenere

E fresche membra della vaga Elena;

Già Troia non saria conversa in cenere,

Come si vede, e non si crede a pena.

O tenace memoria, o fiero ardore!

Perchè non son io fatto Imperadore?

X.

Era nel tempo del mese di Maggio,

Quando fu fatta un’altra scaramuccia:

L’uccel grifone andando a suo viaggio,

Fu preso al visco da una bertuccia,

Che voleva da lui per beveraggio

Portarlo sempre mai sovr’una gruccia,

Per far cader gli uccelli a mille a mille,

Più ch’in Tessaglia non fe’ mai Achille.

XI.

Questo sentendo in cima al monte Tauro,

Una cornacchia sonava a martello,

Facendosi sentir dall’Indo al Mauro,

Che tutti gu altri venghino in drappello:

Una corona si darà di lauro

Al vincitor, e ’l vinto andrà in bordello;

E chi vorrà salir porti le scale:

Deh restate a veder qual è ’l mio male.

XII.

O Catoni, o Marcelli, o Ponte Sisto,

O anime ben nate in quella etade ,

Vedeste voi al tempo d’Anticristo

Andar mai tanta gente a fil di spade?

Andate pur leggendo il Paralisto,

E troverete, come spesso accade,

Che ’l pesce grosso il picciolo divora,

e non trova del pan chi non lavora.

XIII.

Antra desertum teneri sub ANI

Civium turma strophium ridente,

La generosa prole de’ Tebani

Unquam fuit cotanto diligente:

Amor succinctis, animi profani,

In illum statum quam benignamente:

Strophium quoque Caesari cum frangere:

La dolcezza d’ amor m’induce a pungere.

XIV.

Miserere di me, cari compagni:

Anime nostre dove son condotte!

Andiam per sassi, monti, laghi, e stagni:

Chi è spedato, chi ha le calze rotte

Chi ha del mal Francese, e chi degli agni,

Chi mangia cacio fresco, e chi ricotte;

Talchè l’antica età rassomigliano,

Bevendo l’acqua in cambio di trebbiano.

XV.

La somma sapienza delle fate

Di pensier in pensier, di mont’in monte,

M’ha qui condotto fra tante brigate

A raccontar le forze d’Aspramonte :

Orsù venite via, non v’indugiate,

Facciasi innanzi ogn’uom con le man pronte;

Ch’io son disposto in questo carnevale

Far alle vostre borse un serviziale.

XVI.

O biondo Satanasso, o nero Apollo,

O lussuria di Giove mal patita,

Aiutami, se vuoi ch’io rompa il collo:

La mente mia fra nugoli e smarrita:

Ciascun che qui m’ascolta è pur satollo,

E costui non può più menar le dita:

Ond’io non posso aver più pazienza,

S’ io non le vendo qui, ne vo a Fiorenza.

XVII.

L’ ardente voglia e la spacciata mente

M’ ha condotto a narrar sì duri casi:

Ma voi ben nata e mal vissuta gente,

Di voi non resterà vivo alcun quasi;

Che ’l mondo fu creato di niente:

E questi pochi, che ci son rimasi,

Son gente che non san or come, or quando:

Nell’altro Canto io mi vi raccomando.

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Ultimo aggiornamento: 27 maggio 2008