Giovanni Battista Porta

[1535  - 1615]

 

LA TRAPPOLARIA

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento:

Comedie del s. Gio. Battista Della Porta napolitano. Cioè, La trappolaria. L’Olimpia. Et La fantesca. Novamente poste in luce, & con diligenza corrette.

In Vinegia: presso Gio. Battista, & Gio. Bernardo Sessa, 1597.

 

 

Trascrizione, introduzione e note

di

Cono A. Mangieri

 

 

INTRODUZIONE

ALL’AUTORE

Giambattista Porta (più spesso detto ‘Della Porta’, forma con cui si tradusse il genitivo ‘Portae’ figurante nei titoli delle antiche pubblicazioni latine) fu matematico, architetto, medico empirico, filosofo, botanico, biologo, meteorologo, ottico, crittografo, astrologo, alchimista, chiromante, inventore e drammaturgo di grande fama ai suoi tempi (la fama perdura in parte ancor oggi). Egli nacque come terzo e penultimo figlio di Leonardo Antonio Porta intorno al principio di novembre 1535 a Vico Equense (il giorno e il mese sono ancora discussi), pochi chilometri lontano dalla Sorrento in cui più tardi nacque Torquato Tasso (1544-1495), e trascorse, pur tra gli agi economici, una vita dedicata interamente all’attività intellettuale. Membro di una famiglia seminobiliare, benestante per imprese navali, terreni e palazzi posseduti tra Salerno e Napoli, effettuò viaggi attraverso l’Italia, la Francia e la Spagna, stando ufficialmente — come il padre, ch’era stato Segretario Regio (impiego poi ereditato dal figlio maggiore, Gianvincenzo) — prima al servizio di Carlo V d’Asburgo (1500-1558), l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico che fungeva pure come re di Spagna e di Napoli, e poi dei viceré spagnoli delle Due Sicilie.

Cresciuto tra i libri (lo zio materno, Adriano Spadafora, era Archiviario e Bibliotecario Regio) e gli intellettuali (le case paterne erano visitate da studiosi come Giannantonio Pisano e Girolamo Cardano), appassionato di esperimenti in svariati campi dello scibile e geniale studioso di scienze naturali, egli scrisse giovanissimo (vi aveva dato inizio da quindicenne, secondo la sua testimonianza) un trattato sulle meraviglie della natura (Magiae Naturalis, sive de miraculis rerum naturalium, libri IIII ), che egli pubblicò a Napoli nel 1558 e ripubblicò nel 1589, perfezionato ed ampliato fino a venti libri. Il lavoro gli procurò celebrità internazionale già nella prima redazione latina; ma la fama crebbe quando venne tradotto entro un decennio in molte lingue europee, tra cui l’italiano, il francese, lo spagnolo e perfino l’arabo, come l’autore stesso informa nella Prefazione dell’ultima redazione latina. Messosi a studiare crittografia, nel 1563 pubblicò a Napoli un vasto trattato di crittografia (De Furtivis literarum notis), col quale diede a questa scienza un contributo fondamentale tuttora parzialmente valido. Non molto tempo dopo, scoprì il segreto della camera oscura e ne perfezionò la costruzione. In questi anni dovrebbe aver preso moglie (di cui non si sa nulla), divenendo padre di una bambina, Cinzia, della quale è noto che poi si maritò con un certo Alfonso Di Costanzo da Pozzuoli ed ebbe quattro figli. Intanto Giambattista aveva creato nella sua casa di Vico Equense  una cosiddetta “Accademia dei Segreti” (Academia Secretorum Naturae), che si riuniva talvolta nella sua casa di Vico Equense (la ‘villa de le Pratelle, o Pradelle’, tuttora esistente nell’odierno casale di Pacognano), tal altra volta nella villa paterna di Napoli, nei pressi dell’odierno Rione Santacroce. In seno a questo circolo intellettualistico si effettuavano esperimenti chimico-biologici e si discutevano problemi di natura scientifico-esoterico-filosofica, giungendo spesso a conclusioni non del tutto in linea con la dottrina ecclesiastica, tanto che venne tacciato popolarmente di professare la magia bianca, come il Vergilio Marone di tanti secoli prima. Per tal ragione, nel 1578 l’Inquisizione di papa Paolo III gli intimò di chiudere il circolo e gli consigliò sarcasticamente di spendere più tosto l’ingegno nella composizione di qualche lavoro teatrale, ad esempio una commedia… E’ plausibile credere che egli sia stato protetto da altolocate amicizie familiari od extra familiari, non impossibilmente dal cardinale Luigi d’Este, perché infatti pare che sia comunque sfuggito al carcere. Pure rimarchevole è il fatto che subito dopo (1579) il Cardinale, non proprio fautore dei metodi dell’Inquisizione, lo abbia invitato a trasferirsi a Roma per entrare nel suo servizio con qualche ufficio adatto al suo genio, ad esempio quello di Ingegnere, giacché Porta era esperto anche di architettura, specie quella della fortificazione (anni più tardi, nel 1606, pubblicò un trattato intorno a tale arte: il De munitione ). Questo impiego retribuito gli ha permesso di frequentare la corte ferrarese del duca Alfonso II d’Este, fratello del Cardinale, e forse di conoscere Torquato Tasso (1544-1595), che giusto negli anni 1579-1586 veniva curato per la sua insania nell’Ospedale di Sant’Anna. Sempre al servizio del Cardinale, egli soggiornò per la prima volta (dicembre 1580) anche a Venezia, dove fece la conoscenza con l’altro ‘cattolico liberale’, Paolo Sarpi (1552-1623), ed eseguì lavori inventorii circa la manifattura di strumenti d’ingrandimento ottico. Anni dopo, egli pubblicò su questo argomento un trattato scientifico, De refractione, optices parte (1593); anzi, sembra che in quegli stessi anni abbia teorizzato pure la costruzione di un telescopio. Infatti, senza aver mai visto lo strumento di Galilei, egli ne parla e ne disegna uno schizzo in una lettera dell’agosto 1609 all’amico Federigo Cesi, nobile fondatore dell’Accademia dei Lincei, il quale gli aveva comunicato l’avvenuta invenzione – onde davvero non va escluso che il grande Pisano abbia costruito il telescopio aiutandosi col lavoro sperimentale fatto dal Porta nel campo dell’ottica d’ingrandimento, e che al geniale sperimentatore napoletano debba andare il merito di aver scoperto il ‘segreto’ della telescopìa.

Schizzo del telescopio di G.B. Porta (1609)

Anche per l’agricoltura ebbe egli interesse, e negli anni successivi all’avventura veneziana, tornato nella sua residenza di Vico Equense, condusse esperimenti sulla crescita e manutenzione delle piante fruttifere che gli ispirarono la composizione di due ammirevoli trattati di: Pomarium (1583) ed Olivetum (1584), poi perfezionati ed inclusi nel volume di botanica Villae (1592).

Il 1586 va considerato un anno memorabile, perché il geniale esploratore dello scibile fece stampare a Napoli non solo la prima commedia, L’Olimpia, ma pure (dopo che il manoscritto era stato trattenuto per ben tre anni dagli inquisitori ecclesiastici) il libro che va ritenuto il suo più famoso ed eccentrico: De humana physiognomonia libri IIII. A similitudine del Magiae Naturalis, il trattato costituiva una vera enciclopedia di tutto ciò che nel Cinquecento si sapeva o si fantasticava circa la natura, la fisionomia e l’indole degli esseri animali: solo che Porta avanzava l’ipotesi ch’essi non sarebbero stati influenzati dall’influsso astrale bensì dalla loro costituzione fisica, ragion per cui attraverso la fisionomia esteriore sarebbe possibile spiegare le loro azioni e perfino indovinarle (la tesi ha tenuto il campo fino all’ottocentesco Cesare Lombroso). Sfortunatamente, la fama del libro causò tanto sconcerto teologico che la Chiesa cominciò a contrastare tutte quelle opere basate sopra ‘arti illecite’ come la chiromanzia e la fisiognomica, appunto. L’Inquisizione si pentì di aver lasciato passare il libro e nel 1292, trovandosi Porta di nuovo a Venezia ed essendo già morto il protettivo Cardinal d’Este (1587), mise al bando le sue opere ‘scientifiche’ e gli impose un divieto di pubblicazione che operò fino al 1598, non ostante ch’egli si fosse affiliato all’Ordine dei Gesuiti già nel 1585, sempre sperando di ricevere maggior libertà di studio e di esperimento. La condanna accrebbe la fama di Porta specialmente in quelle Nazioni che si erano da poco messe nelle orme del ‘cattolico ribelle’ Lutero. Troppa grazia, Sant’Antonio! — avrà indubbiamente pensato Giambattista Porta, da bravo commediografo: infatti, egli stesso si considerava buon cattolico e in fondo al cuore lo era pure, anche se la propria physiognomonia lo portava a scrivere ed a fare cose condannate dalla stressata Inquisizione del suo tempo. Effettivamente nel 1601, pentito o più probabilmente atterrito dalle pene comminate dalla Chiesa ai ‘ribelli’ meridionali (l’amico calabrese Tommaso Campanella era stato gettato in un carcere napoletano nel 1599; l’amico nolano Giordano Bruno era stato bruciato su un rogo romano nel 1600…), diede alle stampe il trattato Coelestis Physiognomoniae, nel quale ritrattava molte teorie espresse nel De humana physiognomonia. Negli ultimi anni di vita, Porta tornò ad uno dei suoi argomenti preferiti, la chimica ovvero la misteriosa alchimia, sulla quale scrisse il trattato De distillatione (1608). Ancora dispiaciuto che gli si fosse ‘rubato’ il merito di aver scoperto per primo il segreto del telescopio, ma non volendo derubare a sua volta coram populo l’amico Galilei del merito di averlo puntato verso il cielo, scrisse sull’argomento il trattatello De telescopio e lo nascose tanto bene che lo si è scoperto soltanto nel 1940. Tuttavia credo che il dispiacere forse più grande della sua operosa vecchiaia sia stato quello di non essere riuscito a ottenere il permesso per pubblicare un trattato di taumatologia e uno di chiromanzia, per i quali tanto si diede da fare in Italia e all’Estero: il manoscritto del primo andò infine perduto, quello del secondo venne rilasciato appena sessant’anni dopo la sua morte. La quale lo trovò a Napoli, il 4 febbraio 1615, ottantenne e probabilmente non ancora soddisfatto, ma comunque degno di essere seppellito con grande pompa nella Chiesa di San Lorenzo.

ALLA COMMEDIA

Non si sa con precisione quante commedie abbia composto Giambattista Porta giacché egli, considerandole niente più che “scherzi”, ha trascurato fino a tarda età la loro pubblicazione ed è perciò probabile che ne abbia distrutto alcune giovanili, perché più tardi ritenute suscettibili di punizione ecclesiastica (egli ha vissuto gli ultimi trent’anni della sua vita nel continuo terrore di provocare l’ira dell’Inquisizione). Si sa con certezza, invece, che egli usasse far rappresentare privatamente le sue commedie, sebbene forse non tutte, dinanzi ad amici fidati e dotti che talvolta fungevano pure da attori. I commediografi latini, anzitutto Terenzio e Plauto, sono stati i modelli a cui egli ha spesso guardato — come del resto hanno fatto quasi tutti gli altri commediografi europei di quei secoli. Durante il corso della sua vita ed a partire dal 1586, Porta ha pubblicato in varie città italiane 2 tragedie e 13 commedie prosastiche: L’Olimpia (1586), La Penelope (1591), La Fantesca (1592), La Trappolaria (1596), La Cintia (1601), I due fratelli rivali (1601), La sorella (1604), L’Astrologo (1606), La Carbonaria (1606), La Turca (1607), Il Moro (1607), La Furiosa (1609), La Chiappinaria (1609), Georgio (tragedia sacrale, 1611) e Ulisse (tragedia classicistica, 1614) . Va ritenuto incerto se una quattordicesima commedia, che presenta parti in dialetto napoletano e gli viene attribuita come ultima (1612), La Tabernaria, sia stata scritta veramente da lui (c’è stato qualche critico, come Benedetto Croce, propenso a credere che gli sia stata attribuita falsamente o che ne sia stato alterato post mortem il contenuto). E’ probabile che Porta abbia scritto la moraleggiante commedia Cintia come avvertimento alla figlia Cinzia, la quale probabilmente si comportava in maniera fin troppo eroticamente sfacciata nei riguardi dei maschi. Ed è altressì possibile che Porta abbia composto la tragicommedia Penelope in onore oppure in memoria di sua moglie: infatti, il nome ‘Penelope’ era per antonomasia noto anche grazie alla moglie dell’omerico Ulisse, il cui nome viene utilizzato a sua volta come titolo dell’ultima opera teatrale pubblicata in vita da Porta. Onde non sembra assurdo opinare che Giambattista, così come ad esempio con l’Astrologo aveva inteso caricaturizzare se stesso, similmente con l’Ulisse abbia voluto lasciare ai posteri un ultimo messaggio metaforico-autobiografico, col quale ha inteso dichiararsi ammiratore o addirittura emulo dell’eroe immortalato da Dante come uomo rivolto ad esplorare con la sua piccola ciurma il mondo che lo circondava con mille segreti, superando anche i limiti permessi dalla religione:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza 

(If. XXVI, 118-20).

 

La Trappolaria fu la quarta commedia ad essere pubblicata; essa venne scritta nel periodo in cui l’Inquisizione aveva interdetto a Porta la pubblicazione di lavori scientifici e lo aveva invece consigliato di dedicarsi al teatro, probabilmente sperando che questo genere di lavoro intellettuale gli togliesse l’attenzione internazionale. Se questa speranza ci fu davvero, essa si rivelò comunque falsa, perché Porta divenne pure il più famoso ed influente commediografo del Cinquecento… La Trappolaria si ispira principalmente alla commedia plautina Pseudolus, ovviamente con luogo d’azione condotto al tempo dell’autore (Napoli, seconda metà del ‘500, epoca di dominazione spagnuola) e con svariate innovazioni scenico-testuali capaci di diversificarla: per esempio, i gustosi equivoci costruiti grazie a due coppie gemellari  – delle quali compare in scena soltanto la metà  – sono immissioni originali del Porta, il quale probabilmente per questo dettaglio ha avuto sotto gli occhi la Menaechmi plautina raddoppiandone virtualmente il contenuto gemellare. La portata in scena di fratelli (gemellari o no) è un tema tornante nel teatro di Porta (si ritrova, per esempio, anche nei Due fratelli rivali, commedia che indubbiamente ispirò a Goldoni la composizione dei Due gemelli veneziani). Taluni critici moderni hanno visto nella Trappolaria anche elementi scenici della Persa (onde cfr. D.Elm, Plautus’ “Persa” und Della Porta’s “Trappolaria”,  in ScriptOralia CXXI: Studien zu Plautus’ “Persa”, cur. S.Faller, Tübingen, Narr, 2001); però, andando di questo passo, vi si potrebbero rinvenire anche reminiscenze di altre commedie plautine: per esempio, della Miles Gloriosus (per la figura del capitano Dragoleone). Quante volte sia stata rappresentata La Trappolaria non è ben noto, ma si sa che venne stampata per la prima volta a Bergamo nel 1596, non necessariamente dopo o durante una visita dell’autore a quella città; ed in seguito a Venezia (1597), a Napoli (1613), a Ferrara (1615); quindi nuovamente a Venezia, dopo la morte dell’autore (1626, 1628). Una successiva ed ultima edizione antica avvenne a Napoli, nel 1726, conglobata in una raccolta di Gennaro Muzio, Delle commedie di Giovanbattista de la Porta Napolitano. Porta ha scritto moltissimo in svariati campi dello scibile, e non tutti i suoi lavori ci sono rimasti conservati; in ogni modo, parecchi suoi scritti minori sono rimasti inediti per secoli (onde cfr. G.Ernst, Gli inediti di Giovan Battista della Porta, in AA.VV., Le edizioni dei testi filosofici e scientifici del '500 e del '600. Problemi di metodo e prospettive di ricerca, curr. G.Canziani e G.Paganini, Atti del Seminario di studio di Gargano [1-3 aprile 1985], Milano, Franco Angeli Editore, 1986). Nell’ultimo decennio del Novecento, ha preso finalmente il via una poderosa Edizione Nazionale delle opere di G. B. Porta per lodevole iniziativa delle Edizioni Scientifiche Italiane (Napoli), nella cui serie le commedie occupano il Volume IV (a cura di R.Sirri, 2003). A tale lavoro rimando per l’ulteriore bibliografia e per una lezione più scientificamente ‘critica’. Infatti, la presente trascrizione digitale non vuol essere un’edizione critica valida per gli studi sul Porta: pur basandosi sulla prima edizione veneziana del 1597, essa non la segue pedissequamente in quanto ne elimina alcuni errori di stampa ivi presenti a dispetto della garanzia offerta in frontespizio dall’editore e nonostante il fatto che fosse ancora in vita l’autore. Per offrire agli internettisti una lettura più agevole, nel testo sono state ammodernate l’ortografia e l’interpunzione, che nel Cinquecento seguivano regole incisivamente diverse dalle attuali. Di tanto in tanto, si è immessa finanche qualche nota delucidativa laddove si incontra un vocabolo o un modo di dire divenuto poco comprensibile per noi moderni. Si è lasciato pressoché intatto il testo spagnolo, invece, perché rispecchiante una lingua parlata nel corso di una commedia farsesca da parte di cittadini napoletani cinquecenteschi, i quali logicamente si sono espressi in maniera non sempre esatta nella pronuncia o nella grammatica (sebbene l’autore lasci dire dai personaggi che si tratta di spagnolo corretto — cfr. Atto Secondo, Scena 2; Atto Quarto, Scena 3). Per questo motivo, la traduzione in calce è stata fatta di necessità a senso e non alla lettera. Anche se qualche commedia di Porta viene eccezionalmente tuttora rappresentata (sarebbe il caso, per esempio, con La Fantesca e La Tabernaria, messe in scena anche recentemente), della Trappolaria non mi risulta che si siano interessate le Compagnie teatrali posteriori al Seicento. E ciò mi sembra un po’ strano, in verità, perché il lavoro presenta uno testo fresco ed estemporaneo, ricco di umorismo e di vivacità meridionale o tipicamente napoletana, che non annoia ma invita a leggere oltre, grazie a spunti comici ed equivoci fisionomici tenuti poi d’occhio anche da Moliére e da Goldoni, così com’erano stati tenuti d’occhio da commediografi inglesi cinquecenteschi come Ruggle e … Shakespeare.

La menzione di Shakespeare si basa sulla constatazione che nel Cinquecento fosse l’intellettualismo italiano ad influenzare quello inglese, e non viceversa. Principalmente grazie a Dante, a Petrarca ed a Boccaccio, ma anche grazie alla storica rivalità con gli altezzosi Francesi, gli intellettuali inglesi avevano riversato il loro interesse sull’umile Italia, dalla quale importavano idee di stile, di inventività letteraria e perfino di lingua, giacché il latino era in Inghilterra ancora la lingua dotta, come in Italia. Ce lo fa capire il docente universitario di Cambridge George Ruggle (1575-1622), scrivendo una sola commedia di successo, Ignoramus (1615), la quale si ispira appunto alla Trappolaria, con la differenza che al posto delle frasi in spagnolo vi si rinvengono frasi in latino (cfr. in Internet: http://eee.uci.edu/~7Epapyri/ignoramus) . Ma ancor più chiaramente ce lo fa capire proprio William Shakespeare (1564-1616), immettendo in molti suoi lavori teatrali una nutrita serie di nomi e di luoghi d’azione italiani, che gli giungevano attraverso lavori letterari o teatrali provenienti dall’Italia: ed uno dei lavori teatrali italiani che, secondo me, non ha mancato di influenzare almeno il periodo iniziale comico del drammaturgo inglese va visto ancora una volta nella Trappolaria.

Con ‘periodo iniziale comico di Shakespeare’ io mi riferisco in special modo alla Commedia degli equivoci (The comedy of errors), che i critici inglesi considerano come il suo primo lavoro comico e collocano nel 1594, addirittura dopo l’Enrico VI, il Riccardo III e I due gentiluomini di Verona… A mio avviso, esso  andrebbe datato invece posteriormente al 1596, vale a dire appunto posteriormente alla prima stampa della Trappolaria, perché ritengo che sia stata l’opera italiana ad ispirare quella inglese. Parecchi sono, infatti, i punti di adesione scenica tra le due commedie: adesione che quasi impossibilmente potrebbe essere ascritta a una coincidenza creativa dovuta alla comune fonte di ispirazione originaria costituita da Plauto, anzitutto il Plauto della Menaechmi. La principale ragione che costringe a tale conclusione è il fatto storico che la Menaechmi abbia ricevuto una prima traduzione inglese soltanto nel 1595; onde, poiché Shakespeare non poteva conoscere bene il latino (egli aveva solo bassi studi di grammatica, interrotti a diciassette-diciotto anni per il matrimonio e la paternità, ma di certo prolungati autodidatticamente), risulta molto improbabile che anteriormente a questa data abbia potuto leggere e comprendere la commedia plautina nell’originale latino. In effetti, finora i critici inglesi non sono stati in grado di spiegarsi la conoscenza della Menaechmi da parte del poeta di Stratford qualora la sua Commedia degli equivoci fosse stata scritta davvero nel 1594. La seconda ragione è il fatto che la stessa immissione di due coppie gemellari, sia nella commedia di Shakespeare che in quella di Porta (sebbene in quest’ultima ne compaia sulla scena soltanto una), non possa esser vista come una miracolosa coincidenza creativa estesa addirittura alla cronologia di composizione. Effettivamente, della commedia di Porta si conosce l’anno esatto della prima pubblicazione (1596), mentre invece la commedia di Shakespeare è stata pubblicata soltanto sette anni dopo la morte del poeta, nel cosiddetto First Folio (1623) compilato dai colleghi attori John Hemminges ed Henry Condell, contenente trentasei lavori teatrali, sedici dei quali non erano stati pubblicati né in volume né in dispensa (in-quarto) fino a quel tempo: Tutto è bene ciò che finisce bene; Come vi piace; Antonio e Cleopatra; La commedia degli equivoci; Cimbelino; Coriolano; Enrico VI (prima parte); Enrico VIII; Timone d’Atene; Giulio Cesare; Macbeth; Misura per misura; La tempesta; La dodicesima notte; I due gentiluomini di Verona e Il racconto d’inverno.

Pertanto non esiste prova scritta od orale, né prova storica o stilistica che Shakespeare abbia scritto o fatto rappresentare la Commedia degli equivoci prima del 1596. Infatti, la data del 1594 avanzata dai suoi critici viene estratta forzatamente da un documento amministrativo del marzo 1595, nel quale si registra il versamento di 50 sterline fatto dall’amministrazione reale alla Compagnia teatrale dei ‘Chamberlain Men”, in cui aveva impiego anche Shakespeare, quale pagamento di due rappresentazioni effettuate nell’ultima settimana del passato dicembre 1594, la seconda delle quali (28 dicembre) sarebbe avvenuta nell’università londinese di Gray’s Inn, come intermezzo di una festa studentesca definita “la notte degli equivoci” (“the night of errors”). Secondo i critici, quest’espressione alluderebbe al titolo della commedia shakespeariana rappresentata quella notte: ma è veramente così? Io considero improbabile che nel documento ufficiale in questione il contabile reale abbia usato quell’espressione di sonito goliardico intendendo alludere alla commedia messa in scena, ed abbia invece tralasciato di metter giù il titolo similarissimo, come sarebbe stato altrettanto facile o addirittura più logico in uno scritto rivolto a documentare la causale del pagamento. Per i critici sarebbe molto più coerente cogliere nell’espressione un’allusione delimitata alla qualità della festa studentesca notturna, la quale si è svolta sicuramente mascherata e perciò in grado di creare equivoci tra i partecipanti. Da ciò mi appare palese che la data di composizione fissata sul 1594 possa e debba essere considerata fasulla, perché basata su illazioni speciose, e che più plausibile sia una data posteriore al 1596 (forse il 1597 ?), la quale spiega e giustifica parecchie cose: prima di tutto, l’idea relativa a due coppie di gemelli direttamente o indirettamente causatrici di equivoci, come vediamo accadere nella Trappolaria.

Pertanto io credo che Plauto (anzitutto quello della Menaechmi) non sia stato l’ispiratore diretto della commedia shakespeariana, ma ben l’ispiratore (con la Pseudolus e la Menaechmi e fors’anche la Persa) della commedia portiana; la quale, a sua volta, avrebbe fatto da modello ispiratore per la commedia shakespeariana. Vista l’usuale corrente di esportazione letteraria, che durante il Rinascimento andava dall’Italia all’Inghilterra e non viceversa, io giudico sensato credere che una copia dell’edizione bergamasca sia capitata assai per tempo negli ambienti teatrali londinesi (Londra era metropoli portuale visitata da marinai napoletani, genovesi e veneziani), quindi sotto gli occhi di Shakespeare, che se l’è fatta tradurre e ne ha tratto l’ispirazione per la sua prima vera commedia comica. La quale, pur essendo la sua più breve, conta tuttavia cinque atti e  presenta – dato eccezionale nel teatro di Shakespeare – unità di luogo d’azione ed unità di tempo d’azione: tutto come nella Trappolaria. Oltre a questi punti di adesione, nei due testi si riscontrano parecchi spunti scenici similari, uno dei quali sarebbe l’idea del ‘riscatto’ pecuniario (per Filesia in Porta, per Egeone in Shakespeare), che rappresenta il principale motivo conduttore di entrambe le commedie. Ad abundantiam va rilevato che Shakespeare fa svolgere l’azione della sua commedia nella città di Efeso, nota attraverso tutto l’alto e basso Medioevo come sede di riti magici, di arti esoteriche e di avvenimenti sia naturali che sovrannaturali: questi erano appunto gli argomenti, grazie ai quali Porta era divenuto famoso già fin dal 1558 ! In fin dei conti, che proprio La Trappolaria abbia circolato negli ambienti letterario-teatrali londinesi di quell’epoca viene ulteriormente dimostrato dal fatto che anche il summenzionato Ruggle ne abbia riadattato la trama nella sua Ignoramus, sia pure solo nel tardo 1615 e come omaggio alla memoria di Porta deceduto nel febbraio di quell’anno.

A questo punto, va tenuto conto di un supporto molto importante per la mia tesi: il fatto che proprio nel 1596 sia morto Hamnet, l’unico figlio maschio di Shakespeare (nato nel 1585 quale gemello di Judith) rende plausibile l’idea che l’addoloratissimo padre, per curiosità consolatoria, abbia ricercato qualche scritto in cui fosse questione di gemelli. Ora si può certamente pensare – come infatti s’è pensato – che la Menaechmi di Plauto (sempre nella traduzione inglese del 1595) possa essergli capitata tra le mani ed averlo ispirato: ma poi bisogna necessariamente chiedersi se sia stato un caso di sovrannaturale ispirazione a far sì che Shakespeare portasse sulla scena due coppie gemellari causatrici di equivoci, amplificando sulla scena il contenuto gemellare presente nella commedia di Porta. E’ da ritenersi impensabile che i due abbiano potuto concepire indipendentemente l’identica idea teatrale nello stesso scorcio di tempo e con tale distanza sia geografica sia intellettuale tra l’uno e l’altro, così com’è impensabile che sia stato l’Italiano a rubare l’idea all’Inglese. A tal proposito va ricordato che Shakespeare, in quell’epoca, aveva probabilmente già composto un paio di drammi rimasti inediti anche se rappresentati su un palcoscenico londinese, sicché erano rimasti noti soltanto ai pochi frequentatori di teatro come l’allor famoso drammaturgo e scrittore Robert Greene (1558-1592); Shakespeare aveva certamente pubblicato i poemetti Venere e Adone (1592) e Il ratto di Lucrezia (1594) durante gli anni della peste; però egli veniva considerato nella stessa Londra uno scrittore di teatro affatto inesperto ed esageratamente arrivista. Per tal motivo, anzi, egli era già stato umiliato addirittura pubblicamente con l’accusa (comparsa, verso la fine del 1592, in un celebre articolo attribuito post mortem a R. Greene deceduto in settembre: Greene’s Groats-worth of Wit), di non possedere sufficiente educazione scolastica e di esser uso a ‘prendere in prestito’ idee di drammaturghi migliori di lui (per l’articolo originale cfr. in Internet: http://darkwing.uoregon.edu/~7Erbear/greene1.html).

Erano gli anni immediatamente posteriori alla peste londinese, la quale per il biennio 1592-94 aveva causato la chiusura forzata dei teatri e reso il poeta privo di introiti sufficienti: i due poemetti composti in questo periodo non gli hanno portato buon guadagno, ragion per cui egli dev’essere andato alla ricerca di una soluzione finanziaria per la sua famigliola (moglie priva di studi e tre bambini in tenera età). Poiché le Compagnie teatrali di Londra erano influenzate negativamente nei suoi riguardi dall’articolo postumo di Greene (genuino oppure contraffatto che fosse), è ragionevole credere che il poeta abbia pensato di tentare un genere di composizione agli impresari abbastanza ben accetto da apportargli miglioria economica: questo genere era la commedia farsesca, perché attirava anche il pubblico meno istruito. Proprio in quello stesso torno di tempo, Giambattista Porta era invece già celebre in tutta l’Europa grazie ai suoi scritti scientifici, e nella protestante Inghilterra anche grazie alla condanna inflittagli a Venezia dall’Inquisizione papale, ragion per cui sembra logico credere che lo scrittore campano non si sarebbe neanche sognato di rovinarsi la fama rubacchiando le idee teatrali altrui (eccettuati i magistri latini), meno che mai quelle di un playwright inglese che, del resto, era sconosciuto a lui e agli altri sul Continente (in Italia, Shakespeare divenne noto soltanto verso la metà del Settecento). Diventa ora plausibile l’idea che il giovane William, non essendosi ancora cimentato col teatro comico-farsesco, e seppure parzialmente al corrente del teatro plautino attraverso traduzioni inglesi, riflettendo sull’intreccio della Trappolaria fresca di stampa abbia deciso di non rendersi più ridicolo col ‘prendere in prestito’ le idee teatrali di scrittori connazionali, bensì quelle dello scrittore straniero famoso come scienziato, ma pressoché ignoto – perlomeno sull’Isola – come commediografo. Effettivamente pare che il grande drammaturgo di Stratford si sia rivolto agli scritti teatrali di Porta anche in epoca subito posteriore, per esempio con la sua commedia Molto rumore per nulla, la quale in parecchi luoghi sembra ispirarsi ai Due fratelli rivali. Pertanto si può dire che Greene avesse davvero ragione accusando Shakespeare di ‘beccucchiare’ come un corvo nel lavoro di drammaturghi più in gamba (almeno a quell’epoca); e si può infine opinare che anche Ruggle, componendo Ignoramus (titolo molto significativo!), abbia avuto la riposta intenzione di far notare ai propri connazionali il ‘prestito’ operato dall’oramai affermato (e regalmente protetto) Shakespeare nei riguardi della Trappolaria. Ruggle aveva veramente un buon motivo per farlo: egli era stato amico e discepolo di Greene all’Università di Cambridge…

La trama della Trappolaria, come di tutte le commedie portiane, è in fondo semplice, ma vien resa complicata da un geniale intreccio di avvenimenti gustosissimi. Il gentiluomo Callifrone è padre di una coppia di gemelli maschi somigliantissimi, uno dei quali (Arsenio) vive con lui a Napoli da quindici anni, l’altro (Lelio) vive con la madre a Barcellona (Spagna) da altrettanti anni. Non v’è stato divorzio tra Callifrone e la moglie Elionora, ma soltanto separazione per causa di forza maggiore: infatti, prima di sposare Callifrone, la donna era vedova di un signorotto spagnolo, il quale da una precedente moglie aveva già avuto una coppia di figlie gemelle pure somigliantissime (Elvira ed Eufragia), e per accudire a queste come matrigna aveva deciso di restare in Spagna, tenendo con sé anche Lelio, che per malattia non aveva potuto seguire il padre Callifrone in Italia. Quand’erano entrambi in Spagna, i due coniugi avevano desiderato e in certo senso concertato che i loro due figli maschi sposassero in età matura le due figliastre; cosa che nel frattempo è già accaduta tra Lelio ed Eufragia, però la separazione ha impedito che lo stesso accadesse tra Arsenio ed Elvira. Crescendosi a Napoli, invece, Arsenio si è perdutamente innamorato di Filesia, una schiava di origine spagnola che un ruffiano, Lucrino, ha riscattato tempo addietro presso una regina musulmana allo scopo di venderla in Italia con guadagno. Arsenio vorrebbe comperarla a sua volta, ma non solo non possiede personalmente i trecento scudi richiesti, quant’anche vien prevenuto da un certo capitano Dragoleone. Perciò si dispera, finché Trappola, astuto servo di famiglia, gli propone un piano grazie al quale Filesia potrebbe essere ‘rubata’ sia a Lucrino sia al Capitano. Prima che il piano possa essere messo in atto, Callifrone ordina ad Arsenio di recarsi a Barcellona per andare a prendere in consegna la madre Elionora e il fratello Lelio con la moglie Eufragia, i quali vogliono venirsene a Napoli. Arsenio è costretto dal padre a prender la nave, ma Trappola lo fa scendere poco dopo ad insaputa di Callifrone, il quale crede dunque che il figlio sia in viaggio per la Spagna. Messi in gran fretta dal fatto che quello stesso giorno Filesia sarebbe stata consegnata a un servo del Capitano, detto Dentifrangolo, Arsenio e Trappola accelerano i tempi del loro piano, il quale in grandi linee sarebbe questo: due nullatenenti napoletani (il parassita Fagone e sua moglie Gabrina) debbono fingere di essere rispettivamente Lucrino e Filesia, ambedue sconosciuti di viso a Dentifrangolo, di modo che, quando questi verrà a prelevare Filesia, gli sia invece consegnata Gabrina. Riuscito lo scambio e il pagamento, il parassita Fagone viene travestito con abiti presi in prestito presso il mercante ebreo Poleone, al quale Arsenio ha dato in pegno un anello dichiarato di gran valore, ma in realtà d’ottone e vetro rosso. Travestito come Dentifrangolo, Fagone va coi soldi ricevuti per Gabrina a riscattare Filesia presso Lucrino. Anche questa truffa riesce a meraviglia, e Filesia vien portata in casa di Fagone per attendere la venuta di Arsenio. Intanto Gabrina viene smascherata dal Capitano e rimandata a casa, dove trova Filesia e la crede una puttana invitata da Fagone per un pranzetto, approfittando della sua assenza. Succede un finimondo, e Filesia viene messa in strada a vagabondare in cerca di Arsenio. Arsenio sente dell’accaduto e si mette a cercare Filesia. Finalmente i due innamorati si ritrovano, ma proprio allora vedono sopraggiungere Callifrone, il quale è tuttora convinto che Arsenio sia in viaggio per la Spagna. Per sfuggire alla sua rabbia e alla punizione, Arsenio finge che egli sia Lelio e Filesia sia Eufragia, che sono appena sbarcati venendo dalla Spagna. Parlando entrambi solamente spagnolo, i due riescono a imbrogliare facilmente Callifrone, perché questi non vede Lelio da quindici anni e sa della grandissima somiglianza esistente tra lui ed Arsenio. Lietissimo di rivederli in età matura, Callifrone se li porta a casa. Poleone viene a lamentarsi della truffa con l’anello falso datogli da Arsenio poche ore prima, e Callifrone gli dice che non può essere stato Arsenio, essendo questi in viaggio verso la Spagna; alle sue insistenze, esce Arsenio/Lelio e lo bastona, sicché Poleone va a denunciarlo. Il Capitano va da Lucrino a chieder ragione dello scambio di persona, e discutendo si scopre la truffa operata da Trappola e compagni: si decide di andare a casa di Arsenio, ch’è pure la casa di Callifrone. Colà giunti, il Capitano esige che gli venga consegnata la vera Filesia. Callifrone è all’oscuro di tutto e perciò nega di averla in casa; fa scendere Filesia/Eufragia che, parlando spagnolo, tenta di imbrogliare anche Dragoleone. Il Capitano non molla e diventa minaccioso, finché accorre Arsenio/Lelio e mette tutti in fuga. Trappola cerca Arsenio per avvertirlo che Poleone sta giungendo con gli sbirri, i quali davvero entrano in scena per arrestarlo; Arsenio si rifugia nel suo ruolo spagnolo e riesce ad evitare l’arresto. Il quinto atto comincia allorché dinanzi alla casa di Callifrone giunge Elionora, la quale ha lasciato Lelio ed Eufragia sulla nave ancorata nel porto, volendo essa prima cercare la casa del marito. La sua venuta tradisce a Callifrone la presenza di un imbroglio con Filesia come protagonista: la interroga dinanzi ad Elionora e riesce a smascherarla, quindi minaccia di cacciarla di casa. E ciò sarebbe accaduto, se Elionora, indottavi da un occulto presentimento materno, non la interrogasse a sua volta e scoprisse infine che Filesia è in realtà Elvira, la figliastra rapita dai pirati musulmani tanti anni addietro. La gioia del ritrovamento viene annullata dalla notizia, offerta dalla stessa Elionora, di aver visto colare a picco la nave sulla quale viaggiava Arsenio. Il dolore si tramuta però in gioia, allorché Trappola informa il padrone di aver fatto scender giù da quella nave Arsenio, dopo essere stato ammaestrato da un amico astrologo che aveva profetizzato la disgrazia marina. In chiusura di commedia, Arsenio risolve soddisfacentemente la questione con Poleone, dopo di che Trappola licenzia il riverito pubblico e il sipario cala sulla scena.

LA TRAPPOLARIA

INTERLOCUTORI

CALLIFRONE, vecchio

ARSENIO, suo figlio

FILESIA , spagnuola giovane

TRAPPOLA , servo

LUCRINO, ruffiano

FAGONE, parassito

GABRINA, sua moglie

POLEONE, venditore

DENTIFRANGOLO, servo del capitano

DRAGOLEONE, capitano

CUOCO

LEONELLO, servo del capitano

ELIONORA, vecchia, moglie di Callifrone

La scena, dove si rappresenta la favola, è Napoli.

ATTO PRIMO

 SCENA 1

CALLIFRONE, vecchio, ed ARSENIO

CALLIFRONE - Se mai l’obbedienza fece un figlio al suo padre ben caro ed amorevole, ora, Arsenio, figliuol mio, l’importanza e la necessità del fatto ti porgono assai largo campo di mostrar l’osservanza e l’amore che tu mi porti: poichè l’empito dell’una e dell’altra mi sforza a valermi della tua obbedienza.

ARSENIO - Callifrone, mio caro padre, se in tutto il corso della mia vita avete ricevuto da me tutti quegli uffici di servitù e di obbedienza, che da figlio amorevole si possono desiderare, né apersi le labbra mai in contraddir al vostro imperio, perchè ora, diffidandovi di comandarmi, usate con me sì lungo prologo?

CALLIFRONE - Ascolta prima l’importanza del negozio e poi quello che da te ricerco. Penso che avrai più volte inteso da me come per molte sicurtà, [1] che feci qui in Napoli a diversi miei amici, fui forzato partirmene ed andar in Barcelona. Quivi presi stretta amistà con una donna napoletana, chiamata Elionora, d’incorrotta onestà e di bontà incomparabile, la quale era vedova d’uno Don Giovanni di Moncada, cavaliere spagnuolo, che se l’avea tolta in Napoli per moglie e se l’avea condotta seco in Barcelona, dove erano i suoi poderi e le sue entrate. Avea egli d’un’altra moglie due bellissime figliuole, la prima era detta Donna Eufragia, la seconda Donna Elvira. Venne costui a morte e la lasciò erede di ventimila ducati, acciocché quando le figlie fossero di età, l’avesse maritate secondo il suo parere. Accadde che, per li molti miei travagli e di corpo e di animo, infermai in Barcelona: ella mi raccolse in sua casa e mi governò con tanta carità, che conobbi certissimo aver ricevuto la sanità da Dio per mezzo delle sue orazioni e diligenze nel governo. Restandole così obbligato, ed innamorato  delle sue maniere, la chiesi per moglie: ella gradì la richiesta; e così ci sposammo insieme, e nel primo anno la feci madre di due maschi in un parto, l’uno de’ quali se’ tu, l’altro è Lelio. E volendo tornamene in Napoli, ché tuttavia s’andavano rassettando le cose mie, condussi te, ch’eri più robusto, meco e lasciai Lelio con lei, ch’era più delicato. Ma però eravate tanto simili che né io, né elle vi potevamo distinguere. Quando eravamo in Barcelona, consertammo più volte insieme dar le due sorelle a voi dui fratelli, perchè essendo bambini v’amavate con tanto ardore, ch’era una cosa mirabile, oltre che né io, né tua madre, né tutto il mondo insieme, v’avrebbe potuto elegger mogli come quelle, nobili, belle, ricche ed onestissime. Donna Eufragia è già maritata con Lelio, e se tu fossi stato in Barcelona, forse non sarebbe stata rubata e saresti marito di Donna Elvira.

ARSENIO - V’ho inteso dir questo almeno cinquanta volte.

CALLIFRONE - Or avendo già districate le mie facultà da’ creditori, sebben più tardi assai che non istimava, non son ito a torla io, né ho mandato altri per lei: sperando, oggi mi parto io, domani mando per lei, son già passati quindeci anni. Or la età mi dà molta incomodità, ed innanzi tempo mi dà i difetti del tempo: onde la promessa mi obbliga che mandi te in Barcelona, a condurla in Napoli, ché molto desidera ripatriare; e son tanti anni che mi sollecita che, se non mando tosto a torla, se ne verrà sola con Lelio. Conosco aver tanto torto che la memoria ancor se ne vergogna, e non voglio più trattenerla. Onde tutte queste cose insieme, e ciascuna per sé, mi sforzano a comandarti che subito subito ti parti da Napoli per Barcelona a farle compagnia.

ARSENIO - Padre, se ben le ragioni che vi muovono a mandarmi sono importanti, tuttavolta [2] mi pare strana cosa ch’essendo tardato quindeci anni a non far così fatto viaggio, or vogliate ch’io vada così subito; e senza averne fatto mai alcuno, volete ch’ora ne facci un così lungo. Io non vo’ in conto alcuno lasciar d’obbedirvi, ma vi chiedo un poco di tempo a pensarvi ed a prepararmi prima le cose necessarie.

CALLIFRONE - Io ben sapevo che saresti stato prontissimo al viaggio, ma il lungo esordio, che ho teco fatto, è stato acchiocché tu dovessi partir subito. L’amor e l’osservanza d’un buon figlio comanda che mai non debba replicare al padre, ma rimettere il tutto in suo potere, perché sa più che egli non sa; né da veruno è amato, come dal padre, perché il padre amò prima lui ch’egli cominciasse ad amar se stesso; e che sempre vegghia, acciocché il figlio dorma; s’affatica, acciocché riposi; e risparmia, acciocché rimanga ricco. Si parte una nave per Barcelona di Triffon Damiano, mio amico; più giorni sono t’ho provveduto d’ogni commodità: onde non hai a far altro che imbarcarti. Or m’ha fatto intendere che ha il vento in poppa, ha salpate l’ancore, è uscita dal porto ed ha spiegate le vele.

ARSENIO - Non bisogna almeno una settimana, per licenziarmi da’ parenti e dagli amici?

CALLIFRONE - Co’ parenti e con gli amici farò io l’ufficio da tua parte, gli esporrò la necessità e la fretta della partita.

ARSENIO - Non vedete che spira un Levante gagliardo, che è contrario al mio navigare?

CALLIFRONE - Concosco le scuse, ché non sai quello che dici. Se Barcelona sta in ponente, vi bisogna Levante per andarvi; anzi, questo Levante che spira mi dà tanta fretta.

ARSENIO - Datemi almeno quattro giorni di tempo, e se non vagliono le mie ragioni appresso voi, almeno ci vagliano i preghi.

CALLIFRONE - Io sono stato quello che ho pregato prima te;  e fa’ conto, se non vagliano teco i miei preghi, che né i tuoi valeranno meco. Io cerco il giusto, e però voglio che vogli ubbidirmi. Il figlio che vuol essere il vero erede del padre, bisogna essergli obbediente; ed io mi vergognerei d’esser padre di un figlio che non volesse obbedirmi. Tu non hai qui uffici, né moglie, né figliuoli, che non sia sempre apparecchiato a partirti. Non volendo ora partire, mi dài a credere che sei qui trattenuto da qualche vano e disonesto pensiero. Vergògnati dunque di far quello che riprenderesti in un altro.

ARSENIO - Io vi giuro, padre, per quella riverenza che vi porto, che non mento. Certi amici mi han dato catene d’oro, gioje e danari a servare; onde è forza che mi diate un poco di tempo, acciocchè gli restituisca; altrimenti stimerebbono che me ne fusse fuggito, per rubargliele.

CALLIFRONE - Questo poco di tempo quante ore sono?

ARSENIO - Tre o quattr’ore.

CALLIFRONE - In tre o quattr’ore la nave potrà giongere a Gaeta, e non ti potrai più imbarcare.

ARSENIO - Almeno due ore.

CALLIFRONE - Così sia. Io andrò a scrivere una lettera a tua madre, poi me n’andrò al molo a far trattenere un poco la nave. Tu non far che t’abbia ad aspettar molto.

SCENA 2

ARSENIO, solo

Or quando mai ad un misero innamorato potè accadere così improvisa e sventurata disavventura? Che, avendo faticato tre anni per liberar l’amata mia Filesia dalle mani d’un crudelissimo ruffiano, e già essendo sul maneggio per farmi il più miserabil uomo che viva, spinge mio padre a mandarmene in Ispagna? Non han valuto con lui le scuse, non i preghi, non gli scongiuri, per impetrarmi non dico qualche giorno, per avvezzarmi a vivere senza la miglior parte dell’anima mia, ma un’ora da potermi licenziare dal mio bene. Ahi, padri! Questi sono i dolci ed amorevol imperii, co’ quali avete a reggere i figli vostri? Questo è l’amor paterno? Voi padri? Padri no, ma crudeli avversari de’ nostri desideri, manigoldi empi delle nostre gioje. O più tosto, in quel giorno che mi ponesti nella cuna, m’avessi posto nella bara. O più tosto che ponermi nel bagno, m’avessi bagnato nel proprio sangue. Questo è il premio della riverenza che v’ho avuta sì lungo tempo? Veramente, come andate inanzi d’età, tornate a dietro di cervello. Ma io sto consumando il giorno in lamenti; e il tempo se ne va, quando un’ora sola la comprerei con un anno della mia vita. Andrò a chieder licenza… Ma  con che faccia le comparirò dinanzi? Ho promesso riscattarla dal ruffiano e torlami per moglie, ed or l’abbandono? Amante io? Anzi, crudel nemico. La fiamma d’amor verso me diverrà fiamma di sdegno. Come soffrirò veder que’ lumi turbati, da’ quali la mia vita prende il maggior sostegno? Vo’ andarmene in Ispagna; vo’ annegarmi, per non star con un padre così crudele; vo’ morire, acciocché mai più mi veda: ed è ben ragione che, lasciando qui in Napoli la mia vita, non viva in altra parte: e così né anco comparirò dov’ella sia. Ahi, che non mi comporta il cuore partirmi senza vederla: il gelo della morte mi fa sudar la fronte. O amore, come sei amaro. Ma pur vo’ battere. Tic-toc. [3]

SCENA 3

FILESIA, innamorata, ed ARSENIO

FILESIA - Arsenio, somma d’ogni mia gioja e fin d’ogni mia speranza, che nuova mi apportate?

ARSENIO - Oimé, anima mia!

FILESIA - Perchè date principio alle vostre parole con augurio così cattivo?

ARSENIO - Oimè, cor mio, ché non so dove incominciare.

FILESIA - Vita mia, come state così travagliato? Or non son io la vostra Filesia? Quante volte m’avete detto che, veggendomi, vi si tranquillava il cuore e vi si raddolcivano gli affanni?

ARSENIO - Chi crederebbe, anima mia, che dove prima nella vista de’ vostri begli occhi trovavan requie tutte le mie passioni, or veggendoli m’accorano maggiormente? Con quanta gioja veniva l’altre volte a vedervi, con tanto or amarisssimo tormento son venuto a visitarvi. Insomma, moriva non veggendovi; or moro, perché vi veggio.

FILESIA - Ben mio, se m’amate, non fate ch’io stia più sospesa; parlate presto: uccidetemi in un tratto.

ARSENIO - Il crudelissimo mio padre vuol che ora mi parta per Ispagna, a far compagnia a mia madre che vuol venirsene in Napoli. Non han bastato le scuse, non i preghi, non le ragioni ad impetrarmi tanto tempo appo lui di ridurlo a mutare il suo volere.

FILESIA - Ahi, traditora fortuna, con qual più acerbo colpo potevi or uccidere tutte le mie speranze? O padre, che in un tempo, in un colpo uccidi due amanti insieme. Arsenio mio, che dolorosa nuova è quella che voi mi date? O, quanto contraria a quella che sperava da voi udire. O, quanto avreste fatto meglio passarmi il cuore con un pugnale, che trafigermi con queste parole. Vi perdo a tempo quando aveva di voi maggior bisogno. Ecco una lettera che manda il capitan Dragoleone, avvisando il ruffiano, che mi tiene per ischiava, come oggi manda il suo servo con cento scudi, per saldo di trecento c’ha ricevuti per lo mio prezzo, e con un segnale che mi consegni a lui, acciocché mi meni al capitano. Spiègaltela, [4] ch’ivi vedrete spiegato quanto io vi dico.

ARSENIO - Non posso leggere, ho perduta la luce degli occhi: veggio il mondo in tenebre per me, mi gira la testa.

FILESIA - Mi prometteste in paga dell’amor mio donarmi in dono voi medesimo; né io, pensando che voleste prendervi giuoco di me, mi lasciai persuadere dalle lusinghe d’un gentiluomo di qualità, come voi sète; e smenticando [5]  il misero stato dove viveva, m’era sollevata così in alto che già mi stimava vostra sposa: onde, rotto ogni freno al mio desiderio, è devenuto l’amor così furioso e violento che non posso più ritrarmene. Ecco, mi abbandonate e mi lasciate cader dal cielo in un precipizio, dove ho il condegno gastigo della mia leggerezza, e resto condennata per vil mercantanza d’un ruffiano, e questo corpo negletta preda d’un vilipeso soldato. Ecco il premio del mio saldo amore e della mia inviolabil fede! Come, avendo perduta l’onestà, sarò più degna di vita? O mie vane speranze, o vostre fallaci promesse, quanto tempo m’avete ingannata! Deh liberatemi, vi prego, da questo ruffiano, acciocché la mia onestà non patisca alcun danno, ed io poi sia forzata ad uccidermi con le mie mani; e se i meriti dell’amor mio non son tali che sia vostra sposa, almeno tenetemi per ischiava in casa vostra fin tanto che s’avvisi mia madre per lo riscatto, cui rimborsiate il prezzo, ché facendomi questo favore mi parrà d’aver ricevuto il guiderdone del mio amore. Overo ponetemi in un monistero, acciocché io serva a Dio, ché forse questi sono i suoi profondi misteri: che non abbia a locar tutto il mio amore e le mie speranze in un uomo, e spenda gli anni che mi avanzano nel servizio di colui che m’ha salvata da tanti pericoli. E vi farò conoscere, al fine, che non avrete fatto favore ad una misera schiava, come vedete, o puttana vile, come credete, ma ad una onoratissima gentildonna.

ARSENIO - Vita mia, non voglio altro testimonio che voi siate altamente nata, che i vostri nobilissimi costumi e le vostre lodevoli maniere.  E come può esser che questo vostro  sangue, spirito e sembianza non abbiano gran nobiltà congiunta seco? E che voi siate onestissima, non altro che gli assalti che ho continuamente dato con doni, preghi, lusinghe e minacce all’inespugnabil rocca della vostra onestà, che voi con tanta ostinata resistenza e constantissimo animo avete valorosamente difesa. Queste due cose fur quelle che con tanta violenza fer preda e rapina del mio cuore. Né bisogna rimproverarmi che in tre anni non abbia voluto riscattarvi dal ruffiano: ché vi giuro per quelli vostri occhi, riveriti da me più di qualunque altro nume qui in terra, che ho patiti i maggior travagli d’animo e di corpo che possa sofferir uomo del mondo, per trovar i danari: così è malagevole ad un figlio di padre avaro trovar tre carlini, non che trecento scudi; e mi sarei venduto mille volte in galea o in man di Turchi per avergli. Per non mi trafiggere più con queste parole — ché moro doppiamente: e da voi, e dalla importunità di mio padre — mi bastino le pene e i dolori che mi dànno le vostre bellezze.

FILESIA - Chi può forzar la vostra volontà a partirvi?

ARSENIO - Mio padre, a cui è forza obbedire.

FILESIA - Siategli obbediente in ogni cosa, eccetto in questa.

ARSENIO - Mi sforzo. E sebben egli, mentre che fu giovane, fu innamoratissimo, or che è decrepito, non ricordandosi del tempo passato, è così rigido meco.

FILESIA - Voi vi partite, né saprò mai più novella di voi, né voi di me. Io me ne vo in Levante, voi in Ponente. Io, perdendo voi, perdo me ancora insieme con voi; e restando sola, non ho né voi, né me stessa, né so se più mai impetrerò dalla mia ventura di rivedervi: questa è dunque l’ultima volta che ci veggiamo. Orsù, andate ed imbarcatevi tosto, e passate il mare, che lo passerete molto agevolmente, poiché con tanta agevolezza passate il mare delle lagrime mie. Non troverete pesce, mostro o balena in esso, che non sia più pietoso di voi; non troverete scoglio, che non l’avanziate di rigidezza; non sarà mai tempesta così crudele ed aspra, che voi non siate più crudele di lei, né vedrete onde così mobili, che non avanzino di stabilità la vostra fede. E veramente amore è privo di amore verso voi. Perdonatemi, cor mio, se pur v’offendo, ch’io assalita da soverchia passione non so quel che mi dica.

ARSENIO - Vita mia, ho l’animo tanto travagliato e così sepolto nell’abisso delle miserie, che non so che rispondervi: pregovi lo crediate; e se pur non volete crederlo a me, leggetelo negli occhi miei, o dimandatelo al cuor mio, che vive con voi e rimarrà con voi. Io mi parto, e vo col corpo dove mio padre comanda, perché egli me lo diede: l’anima, che è mia, resta con voi, né si partirà da voi mai per un sol punto. Onde io partendomi mi sparto in due parti: l’una farà un cammino, e l’altra un altro assai diverso; perciocché il corpo anderà, e l’anima tornerà, e sarà tanto congionta con voi quanto il corpo sarà disgionto. Voi restate sana ed in pace; e faccia Iddio che tante restino con voi felicitadi ed allegrezze, quante meco vengono accompagnate amarissime passioni e disperati pensieri.

FILESIA - Come posso io restare in pace e sana, se voi siete la mia pace e la mia salute? E voi partendo, con voi se ne viene ogni mia pace ed ogni mia salute, e meco non resta se non una insopportabil guerra ed una incurabile infermitade? Vivan l’altre donne contente, che godono de’ loro amori, ch’io essendo priva di voi non avrò né pace, né salute giammai.

ARSENIO - Vi lascio un anello, vi prego a custodirlo nelle vostre mani, acciocché talor veggendolo vi ricordate di chi sempre si ricordò di voi, e vi ha servito ed amato col più sincero amore e colla più salda fede che sia stata amata e servita donna giammai. Vi prego, in premio di tanto amore, non per questo mora nel petto vostro la memoria dell’amor mio, ma siatemi cortese d’una lagrima o d’un sospiro. Voglio il fazzoletto vostro, perché ha tocco le vostre belle labbra; ma or cangiando fortuna, sarà solo ricetto delle mie amarissime lagrime, e nella morte si bagnerà del sangue del più disavventurato uomo che viva sopra la terra. Questa vita m’era solo cara per voi: voi mancandomi, vo’ che mi manchi anch’ella, ché troppo senza voi mi farebbe amara ed angosciosa.

FILESIA - O Dio, posso sentir questo e non morir?

ARSENIO - Io vi lascio, o mio bene, o mio male, o mia dolce pena, o mia amara vita: voi siete stata il mio primo amore, e voi l’ultimo sarete: fra l’altre cose mi parto afflitto e sconsolato che lascio voi ancora sconsolata schiava in poter d’un empio ruffiano, ché a me è salute il morir una volta, per non sentir mille volte il giorno gli estremi accidenti di morte. E se bene spero colla morte uscir d’affanni, tuttavolta dopo morte pur ho cagion di temere che, avendo il nostro amor fatto così salde radici nell’anima che è immortale, dubito che con la morte non siano ancora eterne le pene mie.

FILESIA - Poiché non ha piaciuto alla nostra sorte di farci marito e moglie, non farà ella giammai che non v’abbia a goder coll’animo e col pensiero, e che non sia moglie alla vostra memoria, mentre sarò viva.

ARSENIO - Anima mia, se prima ardevo, or avvampo; e quanto più dimoro con voi, cresce la doglia. Vo’ partirmi. O dolce bene dell’anima mia, vi domando l’ultima licenza: dammi gli ultimi baci, o more la speranza di non aver mai più a rivederci.

FILESIA - O più d’ogni dolcezza dolcissima, abbracciami: l’anima mia s’è baciata con la tua nell’estremità delle labbra.[6]

ARSENIO - Sostegno della mia vita, che cosa è questa? Risvegliatevi, oimè, o Dio!

SCENA 4

TRAPPOLA, servo, ARSENIO e FILESIA

TRAPPOLA - Padrone, che gridi, che rammaricamenti sono questi?

ARSENIO - Non vedi, o Trappola, che ho morta in braccio la vita mia, ed in me pur vive la morte mia? O morte, come puoi dar morte a chi può dar vita ad altri? Se tu sei stata pietosa a lei togliendola d’impaccio, perchè sei così crudele a me facendomi sopravivere a tanto dolore? Hai acquistato titolo di crudele, uccidendo lei: acquistalo or di pietosa, uccidendo me ancora. Oimè, ella è tutta raffreddata, e tuttavia [7]  le manca nel cuore il calore, e par che con questo suo morire m’inviti alla morte!

        TRAPPOLA - Non vi disperate, padrone, tiratele i peli, che così sogliono ravvivarsi le donne.

ARSENIO - Ma poiché la mia vita vive in te, e tu sei morta, perché non moro anch’io? Perché vivo? Che bene avrò in questa vita? Deh, perché non sono io Pelidano, che, svenandomi, per tutto spargessi il mio sangue sovra il vostro corpo, acciocché voi resuscistate ed io morto rimanessi.

TRAPPOLA - Voi sostenete la morta in braccio, ed avete più bisogno di sostegno di lei; ed io sostengo in un tempo due, l’una morta e l’altro più morto che vivo.

ARSENIO - O corpo, come hai lasciato così bell’anima partir da te? O anima, come hai lasciato così bel corpo? O sol, perchè non t’oscuri, essendo chiusi quegli occhi onde tu divenivi più lucido e più spendente? Che cosa mostrerà la tua luce più di bello al mondo, poiché in lei è spenta ogni bellezza? Oimè, tu ricevi i miei baci e non me li rendi, e pur un tempo me li raddoppiavi. Ancor morta, sono dolci i baci della sua bocca. O fiato, che odoravi dell’anima sua divina! Ahi, quanto care mi sono costate le poche dolcezze che ho avute teco! Risvègliati, anima mia!

TRAPPOLA - Già par che respira.

ARSENIO - Già par che ritornino gli spiriti vitali agli uffici loro. O sommo Dio, dàcci l’aita tua. Rispondi, cor mio!

FILESIA - Deh, lasciami morire; e lascia che con morte finiscano gli affanni miei.

ARSENIO - Vivi, vita mia, ch’assai se’ tu più degna di vivere, che non son io.

FILESIA - Mi manca la voce, che già facea la strada all’anima che volea uscire.

TRAPPOLA - O Filesia, gran cordoglio n’avete dato, n’avete mosso a compassione; ed il padrone poco mancò che non morisse per la pietà della vostra morte.

FILESIA - Crudel pietà è questa che avete avuto di me. O morte più cara e più giojosa d’ogni vita: se fossi morta così abbracciata con lui, l’avrei comprata con mille vite.

ARSENIO - Sì, se ancor io fossi morto così abbracciato con te, che avendoci abbruciato un fuoco, infiammati un amore, stretti una fede, così ancora ci avesse uccisi una medesima morte.

TRAPPOLA - Or siete vivi ambidue, di che più vi dolete?

FILESIA - Io? D’esser viva.

ARSENIO - Io? D’esser nato. Ma sei ben tu crudo, che non piangi in tal caso.

TRAPPOLA - Orsù, non più rammarichi. Comincisi a ridere.

ARSENIO - Rider io? Trappola, così t’affliggi delle miserie che m’affliggono e de’ travagli che mi travagliano?

TRAPPOLA - Io ho più bisogno di conforto che voi, ma rido per far rider voi; ché se piango ancor io, faremo un mortorio in terzo. Ma di che piangete?

ARSENIO - Mio padre vuol adesso che mi parta per Ispagna, ed oggi il capitano Dragoleone manda per la mia Filesia. Ecco la lettera che le manda.

TRAPPOLA - E di questo vi dolete?

ARSENIO - Ma di che cosa io posso più dolermi che, perdendo lei, perdo tutto il ben c’ho nel mondo? E quanto mi trovo più incatenato d’amore, tanto più provo d’ogni speranza.

TRAPPOLA - Mi avete punto il cuore di tanta compassione, che non la potrei esprimere.

ARSENIO - Se avessi pietà di me, mi daresti un poco di veleno per avvelenarmi; e d’una mortal grazia te ne avrei grazia immortale.

TRAPPOLA - State di buona voglia, ché farò che voi non anderete in Ispagna, che voi non sarete più schiava del ruffiano: oggi vi porrò l’un all’altro in braccio.

ARSENIO - E ti darebbe l’animo di ajutarci?

TRAPPOLA - E di che sorte. Par che il Cielo mi spiri che speri, ché vi torrò di travaglio tutti.

ARSENIO - O Dio, che rispondessero gli effetti alle tue parole. Trappola, tu pur sei stato bersaglio sempre delle mie speranze; e tristo me, se le ritrovasse fallite appresso te.

FILESIA - Io non crederò più mai a così liete speranze, né con volontario inganno ingannerò più me stessa. Mondo, speranze, addio: io vi dò da me perpetuo bando!

ARSENIO - Cuor mio, non vogliate avvilirvi in questa speranza: speriamo in Dio.

TRAPPOLA - Usar trappole e finzioni son opere mie usate, opere natìe; [8] e se ve l’ho promesso molte volte, è stato tiepidamente. Ma se mai fui Trappola, ci voglio esser oggi da dovèro. [9]

SCENA 5

LUCRINO, ruffiano, ARSENIO e TRAPPOLA

LUCRINO - Che fai, Filesia, in mezzo la strada con gl’innamorati, eh?

ARSENIO - Ed hai tanto ardir, furfantissimo, di batterla in mia presenza?

LUCRINO - Chi sei tu? Che hai a far con me, o con lei? Che io teco? Mi vuoi tu vietar che non batta le schiave mie?

ARSENIO - E mi condanna ch’io veda un atto così villano e discortese, e lo sopporti? E non gli passi questa spada per il cuore?

LUCRINO - Ti sei molto infratellito con costei, ed io l’ho vietata che non tratti con alcuno, né comparisca su l’uscio. Mi vien voglia di ucciderla di bastonate.

ARSENIO - O, che scortese riposta!

LUCRINO - O, che importuna proposta!

ARSENIO - Trappola, mira che alterezza.

TRAPPOLA - Degna d’esser abbassata con un buon carico di legna. [10]

LUCRINO - Ganimeduzzo, io non ho bisogno di sfaccendati che mi vengano a civettar le finestre: ci vuol altro che berrette impiumate e pavoneggiar intorno la casa. Danari, danari! Quando non hai, lascia di far l’amore.

TRAPPOLA - Sempre sitibondo di danari e di sangue umano, non conobbe né pietà, né umanità giammai: allora è più pietoso, quando è più lontano d’ogni pietade; allor gli pare di far un sacrificio a Dio, quando assassina qualche pover’uomo. La somma virtù in lui è la somma d’ogni furfanteria. [11]

ARSENIO - Non ha un pelo sul capo o nella barba, che non l’accusi per un traditore e senzafede; e non so come gli sieno restati quel naso e quelle orecchie, che non gli sieno state tagliate, e quel viso sfregiato mille volte.

TRAPPOLA - E’ stato dieci anni in galea per moneta falsa, quattro volte in berlina per ladronecci, cinque volte con la lingua inchiodata per bestemmie, e sette volte scopato per traditore.

LUCRINO - Cinque volte, non più: diciate il vero. Ma toltene queste disgrazie che mi sono accadute, non si può togliere che non sia uomo dabbene: posso andar per tutto con la fronte scoverta.

ARSENIO - E per compimento di tante virtù sei ruffiano.

LUCRINO - Io nacqui al mondo né filosofo, né medico, ma ruffiano: ma son la corona e il trionfo di tutto il mestiere.

TRAPPOLA - Quanto dice, parla, pensa e traffica, tutto è menzogna; inganna chi più si fida in lui; odia il giusto e non ha fede: queste sono l’arti sue.

LUCRINO - Son tristo, eh? Ho danari. Voi, che siete così uomini dabbene, mostratemi un cavalluccio[12]  e ficcatemelo negli occhi.

ARSENIO - Sempre ha la casa piena d’uomini tristi, e con quelli solo conversa.

LUCRINO - E’ vero, perché i buoni sono tristi per me; e i tristi son buoni, perchè mi apportano guadagno.

ARSENIO - Orsù, finiamola. Lucrino, due parole.

LUCRINO - Non presterei mezza orecchia per mezza parola.

ARSENIO - Ascolta.

LUCRINO - Son sordo.

ARSENIO - Griderò forte.

LUCRINO - Non sento il parlar forte; bisogna parlar con le mani e voce argentina.

 TRAPPOLA - Parlategli, padrone, con le mani, ché questa medicina suol far sentire i sordi.

LUCRINO - Dico, bisogna parlar con danari in mano, e voi non avete se non parole.

ARSENIO - N’avrò, e ben presto.

LUCRINO - Allor ti udirò.

ARSENIO - Credimi che sarà così.

LUCRINO - E se lo credessi, che meriterei?

ARSENIO - D’essere stimato uomo dabbene.

LUCRINO - D’esser abbruciato.

ARSENIO - Perché?

LUCRINO - Sarei come l’eretico, che crede il falso.

TRAPPOLA - Credilo a me, che sarà così.

LUCRINO - Che? Non ho voluto credere al tuo padrone, e devo credere a te?

TRAPPOLA - Per questa fede.

LUCRINO - Che fede avesti tu mai? Dove la conoscesti? Tu non hai fede alla stessa Fede.

TRAPPOLA - Credi almeno che oggi Filesia sarà la nostra.

LUCRINO - Or questo sì che non può essere, né con danari, né senza.

TRAPPOLA - Perché con danari?

LUCRINO - Perché l’ho venduta ed ho avuto i danari. Chi ha speso, ha preso.

TRAPPOLA - Fa’ quel che vuoi, che non ti vo’ credere.

LUCRINO - Fa’ quel che vuoi, che non voglio esser creduto da te.

TRAPPOLA - La tua arte è il mentire.

LUCRINO - Credimi, questa volta, che dico la verità da vero ruffiano.

TRAPPOLA - Se non sei diverso da quel che sei stato sempre. Ma noi l’avremo, e senza danari.

LUCRINO - Egli non l’avrà, solamente per non far piacere a te.

TRAPPOLA - Così sarà, e te ne avviso prima. Io mi chiamo Trappola, e farò che al nome sortirà l’effetto.

LUCRINO - Poco t’estimo: so dove si fiuta meloni.

TRAPPOLA - E te lo dico e ridico, acciocché ti guardi da me.

LUCRINO - Or questa sarebbe più bella che avanti.

TRAPPOLA - Ascolta bene, ruffiano, acciocché non dicessi che parlo in generale: ti dico che t’ingannerò, e poco ti farò valere le tue ruffianesche astuzie; anzi ti avviserò nel fatto stesso, quando ti burlerò: te l’ho detto e te lo ritorno a dir daccapo.

LUCRINO - Cacami addosso, fammi il peggio che sai. Ma se non mi farai nulla?

TRAPPOLA - Diventa boja ed appiccami.

LUCRINO - Me ne vo, ché mi rincresce intendere le tue baje.

TRAPPOLA - Dunque i fatti miei son baje?

LUCRINO - Bene, perchè tu proprio lo conosci. [13]

TRAPPOLA - Ascolta.

LUCRINO - Vatt’ inforna: ho da fare.

TRAPPOLA - Più ti daro da far io.

ARSENIO - Quando dirai a me che ascolti, dirò ancor io c’ho da fare. Mira grandezza! Non si degna di rispondere: se n’entra come se fusse qualche gran Bassà, il Sciriffo di Persia, il Vaivoda di Transilvania, il Pretejanni dell’Arabia ed il Bellerbei della Grecia.

TRAPPOLA - Mi rodo, mi struggo di voglia, immaginando con che macchine [14] possa espugnarlo ed ingannarlo: e quelle sue parole mi sono state tutte stimoli pungentissimi al petto.

ARSENIO - Abbi pietà di me, contro di cui il padre, il ruffiano e la sorte si son congiurati per distruggermi. Tu sei il mio gran maestro, tu fosti il principio di questo amore, tu il mezzano, così ancora conducilo insino al fine, ché ho fede col tuo ingegno superar ogni difficultade.

TRAPPOLA - Spera in questo busto. Farò cose dell’altro mondo. Fa conto che presto ti porrò in suo grembo.

ARSENIO - Fa conto che mi porresti nel grembo della felicitade. Ma dimmi, come rimedierai a questo ruffiano?

TRAPPOLA - Con uno impiastro.

ARSENIO - Come, impiastro? Mi dài la baja?

TRAPPOLA - Dico il vero. Prima torrò tutte le ladrerie, furberie, tradimenti che siano stati al mondo: li bollirò in una caldaia e ne caverò la schiuma; questa la mescolerò con olio d’inganni, frodi e trappole, ci aggiugnerò quintessenze di scopati, di condannati in galea e d’impiccati; poi ne farò confezione col sugo del mio cervello, e di tutte queste cose ne farò una pittima per il cor del ruffiano che gli aggirerà tanto il cervello e lo porrà in tanta confusione, che avrà a grado concederti Filesia.

ARSENIO - Ma se lo volevi ingannare, a che proposito avvisarlo prima?

TRAPPOLA - L’averlo avvisato sarà d’ajuto a doppiamente ingannarlo: perchè penserà che se voleva ingannarlo, non l’avvisava. Poi maggior sarà la gloria delle mie trappole, maggiore il suo dolore e vituperio, e sarà dolce pastura e riso della cittade.

ARSENIO - Io me ne vo al molo, dove mi aspetta mio padre. Trappola, in te spero, in te ho locato le mie speranze, nelle tue mani sta la morte e la vita mia, da te solo attendo soccorso. Caro mio Trappola, non mi mancare!

TRAPPOLA - Mancando a voi, mancherei a me stesso. Ma ecco vostro padre, fuggite, scampate, che non vi vegga meco. Egli mi sta mirando con occhi torbidi e traversi.

 SCENA 6

CALIFRONE e TRAPPOLA

CALLIFRONE - Trappola, Trappola, ti ho veduto, sì: non bisogna nascondersi, no.

TRAPPOLA - Eccomi, padrone, eccomi.

CALLIFRONE - Sien date grazie Dio che Arsenio se ne va in Ispagna, ed io uscirò di sospetto da’ tuoi ladronecci e furfanterie. Pensavi, ribaldone, ch’io fossi così trascurato? Che non mi accorgessi che, in tutti questi tre anni, mi avete dato l’assalto ordinario alla casa, impegnando e vendendo le robe ch’io ci ho introdotte con tanto sudore, per far danari e dare al ruffiano? E di tutte le ribalderie tu sei stato l’architetto, il maestro delle astuzie, delle trappole, e tu l’esecutore! E pensavi ch’io non sapessi che tramate aver trecento scudi per riscattar la puttana, che di più hai fatto promettere di torla per moglie? Partito che sarà Arsenio da Napoli, toccherà a me di rivedere i conti e saldargli insieme. E sebben tu sei un degno suggetto di corona, e di essere sollevato in alto, pur io ti farò re d’una isoletta di legno [15] che sta in mare; e ti porrò uno scettro [16]  in mano di quaranta palmi, non senza gli ornamenti delle catene al collo e di cerchi a’ piedi, e con cento nervate d’entrata il giorno, con patto che se mai te ne torrò fin che morrai, io sia posto in tuo luogo; e dopo morto, ti farò balsamar la tua pelle di paglia, come si fa a’ Satrapi ed a’ re d’India, e ti porrò sovra la stalla, acciocchè sia esemplo a tutti gli schiavi fraudolenti pari tuoi che verranno in casa a servirmi. Poichè quel povero e sconsigliato mio figlio, di cui non era il più gentil giovane in Napoli, [17] sotto la tua disciplina è divenuto il peggior puttaniero e sfacciato di questa terra, tanto che non si parla d’altro che di lui.

TRAPPOLA - Padrone, io dirò poche parole in mia difesa. Ch’io sia ladro ed assassino lo confesso, perché sono schiavo: ché se privaste uno schiavo di tutti gli assassinî e furfanterie, non saria più schiavo, ma un’altra cosa. Ma che v’abbia rubato in casa, voi stesso sète a voi stesso buon testimonio della guardia con che custodite le robe vostre, la qual’è tanta che un topo non potrebbe rodervi un acino di grano; e se lo rode, ben sapete i rumori che si fanno in casa; e ben sapete le spie che tenete alle mani di vostro figlio, come se fosse il maggior ladro del mondo. Che vostro figlio sia innamorato d’una puttana, io non gli sono né tutore, né pedante che l’abbia a consigliare ch’ami o disami; e se ben amasse una puttana, che cosa è? E’ cosa da giovane: non sapete che, togliendo la puttana dalla gioventù, tutto si risolve in zero? Ma perché il buon servire che vi ho fatto insino adesso non mi ha potuto acquistar grazia appresso voi, anzi, mi rimproverate molte cose di che io non sono consapevole; ed a questo tempo bisogna esser tristo per esser tenuto buono dal padrone, ed io in questa servitù non riconosco aver fallato mai, se non d’aver servito troppo bene, e mi ponete in disperazione; io un giorno farò … basta.

CALLIFRONE - Che farai? Vien qua: che farai, furfante?

TRAPPOLA - Farò che vostro figlio non andrà in Ispagna.

CALLIFRONE - Tu, ladro furfante?

TRAPPOLA - Io, sì. E vi ruberò trecento ducati, come dite.

CALLIFRONE - Ed hai ancor animo di dirmelo in su gli occhi?

TRAPPOLA - No, no, anzi farò che voi stesso me li diate con le mani vostre; anzi mi pregherete che li riceva, per riscattar la sua puttana.

CALLIFRONE - Ribaldo, manigoldo!

TRAPPOLA - Anzi farò di più: che la torrà per moglie, e che la vi meni a casa, e che le facciate molte carezze.

CALLIFRONE - Io torrò a casa mia una puttana, che avrà scambiato cento bordelli, per mia nuora? E che l’abbia ad accarezzare?

TRAPPOLA - E di queste buone opere non solo me ne abbiate a dar la mancia, ma la libertà; e che non abbiate più a trattarmi come un vilissimo schiavo, ma con molta riputazione, come conviene ad un par mio.

CALLIFRONE - O, iniquo e cattivissimo più di tutti gli uomini!

TRAPPOLA - E se fra tutt’oggi non farò questo effetto, allor di mia voglia me ne andrò a quella isoletta che voi dite, per colonnello e governator perpetuo. Avvertite bene a quello che vi ho detto, e che non vi esca di mente.

CALLIFRONE - Su, su, finiamola.

TRAPPOLA - E farò che voi stesso siate il giudice delle mie azioni; né mi curerò che ne siate giudice e parte.

CALLIFRONE - Sta’ sicuro che la ti farò soverchia; e vedremo se il callo della tua schiena sarà più duro dei frassini, degli olmi e de’ nervi di toro. [18]

TRAPPOLA - Io l’appello per adesso da voi, che sète in rabbia a voi medesimo, per quando starete quieto.

CALLIFRONE - Su, vattene con tosto passo alla villa, e di’ al castaldo che porti dimane i conti da rivedere, e non tornar qui fin a sera.

TRAPPOLA - Andrò volentieri, ed il vostro Trappola vi sarà così obbediente in questo  come in tutto l’altro, e mi parto or ora.

CALLIFRONE - Va’, che ti possi rompere le braccia, le gambe, il collo insino alle budella, puzza e sentina di tutte le magagne e trappolerie del mondo. Andrò al molo, farò imbarcar mio figlio; né mi partirò di là, se la nave non sarà posta in viaggio.

ATTO SECONDO

SCENA 1

CALLIFRONE, solo

Sia ringraziato Iddio, ch’Arsenio è già imbarcato e va di buona voglia: la nave ha fatto vela, e sarà lungi ormai cinque miglia. Eccomi fuor d’ogni tema e d’ogni sospetto di Trappola, che mi ha tenuto l’animo travagliato tre anni, ed oggi più che mai, poiché avvisato me l’ave, e minacciato prima. Egli è furfante ed astuto al supremo grado, e da uscir d’ogni gran mare. Or facciami il peggio che sa. Questa sera io mi riderò di lui, e sarà più vero il pronostico che ho fatto a lui, che quello ch’egli ha fatto a me.

SCENA 2

TRAPPOLA ed ARSENIO

TRAPPOLA - Che dite, padrone? Non sono io il gran Trappola? Non cominciate a veder le mie pruove? Ho adocchiato di lontano vostro padre che ritornava dall’avervi imbarcato: con una fregata vi sovraggiunsi e con una verisimil iscusa che vostra madre e fratello erano arrivati in Napoli da Barcelona, e che sarebbe stato vano il viaggio, e vostro padre vi richiamava in Napoli, vi feci sbarcare e v’ho qui condotto.

ARSENIO - Fin adesso va ben la pratica, e bisogna che la conduciamo a fine, e faccia Iddio che sortisca secondo il desio. Orsù, pensiamo come libereremo Filesia dal ruffiano. E se mio padre m’incontra, come risolverommi?

TRAPPOLA - Liberar Filesia da man di Lucrino sarà facile. Ecco la lettera, dove il capitano Dragoleone avvisa ch’oggi manderà un suo servo, detto Dentifrangolo, con cento scudi per saldo di trecento per lo prezzo, e con un segnale secreto fra loro li consegni Filesia. Io non mi partirò oggi dinanzi la casa sua, finchè non vedrò comparir il suo servo, lo condurrò ad un amico che finga il ruffiano, e recevuti i cento ducati e dato il segno, gli daremo una donna in cambio di Filesia, e subito daremo quei danari, il segnale e la lettera ad un altro amico, overo all’istesso vestito da soldato: lo manderemo con tutte queste cose al ruffiano, il qual senza dubitar subito consegnerà Filesia, e così verrà in man nostra. Che dite ora? L’inganno e la trappola non è sottilissima e verisimile?

ARSENIO - Non s’avria potuto immaginar meglio! Fai miracoli. Ma dimmi: come il capitano Dragoleone vedrà quella donna, che non è Filesia, non verrà subito al ruffiano e farà gran rumore?

TRAPPOLA - Questo non fa nulla a noi: gridi, bravi [19] e ponga sottosovra il mondo, Filesia è in poter nostro; e quanto più s’adirerà col ruffiano, noi tanto più rideremo.

ARSENIO - Non poteva inventarsi la più bella trappola dall’eccellentissimo Trappola, e da ora conosco che non saran vane le speranze concepute di te, o Trappola d’oro, o Trappola di muschio. [20]

TRAPPOLA - O, quanti titoli!

ARSENIO - Ti prometto che sarai sempre a parte di ogni mia felicità, e ti sarò sempre grato, ed avrò memoria di tanto beneficio mentre sarò vivo. Avrò più obbligo a te che a mio padre: perchè egli mi manda a morir in Ispagna, e tu mi fai vivere in Napoli; egli cerca privarmi di Filesia, che è il mio cuore e l’anima ancora, che non me la diè mio padre; egli m’espone a’ pericoli del mare, e tu mi fai star in letto con la mia donna.

TRAPPOLA - Dubito che l’avarizia, che ormai muore in vostro padre, poi non ringiovenisca in voi.

ARSENIO - Ti darò mille segni della mia liberalità, e mi riservo a dimostrarti che nacqui nobile.

TRAPPOLA - Di queste promesse me ne avete fatto le migliaja.

ARSENIO - Segui la terza. Come avrò a risolvermi se m’incontrerò con mio padre? E se per sorte andassi con Filesia?

TRAPPOLA - Or questa sì che sarà bella, sarà una commedia da dovèro… Non vi ha detto vostro padre mille volte che ave un altro figlio detto Lelio in Barcelona, che rassomiglia tutto a voi, e che a pena egli e la moglie discernevano l’un dall’altro, e che ora è maritato [21] con Donna Eufragia? Incontrandovi con lui, fate vista di non conoscerlo, parlate spagnuolo (ché so che ne parlate benissimo); e se Filesia ne parlerà due parole, non sarà male, (ché, se mal non mi ricordo, mi ha detto che vien da razza spagnola); e dite che siete Lelio, vostro fratello, e che Filesia è vostra moglie, detta Donna Eufragia, e che sète venuti da Barcelona in Napoli per veder vostro padre, e così sarete ricevuti in vostra casa con la vostra Filesia, con grandissime carezze.

ARSENIO - Ah, ah, ah, non si avria potuto immaginar meglio! E già mi par esser sul fatto, e ne sento tanta docezza che mi scorre per tutte le vene, e non capisco in me stesso. [22]  Non si potrebbe pensar cosa più a proposito, e se qualche cosa, per impensata sciagura, non succede in contrario, [23]  riuscirà bella e netta. Di grazia, non perdiam tempo. Ma chi saranno costoro, che fingeranno il ruffiano e il servo del capitano?

TRAPPOLA - Pensiamoci.

ARSENIO - Sarebbe a proposito Gismondo, quel gentiluomo mio amico…

TRAPPOLA - Non vuol esser gentiluomo: bisogna esser furbo, destro, astuto, sollecito, nato ed allevato nelle baratterie, fra marioli. Abbiamo a far con Lucrino, ch’è uno gran baro.

ARSENIO - Fa’ come vuoi: non voglio essere io contra il tuo parere.

TRAPPOLA - Stimo che Fagone parassito sia molto a proposito, anzi a propositissimo, ché, oltre che è sufficiente della sua persona, ha una moglie ch’è più furba di lui, poi la più brutta strega e contraffatta [24]  che sia nel mondo, e questa potremo consegnare al servo del capitano in cambio di Filesia. E quando il capitano penserà d’aver ad abbracciar Filesia, si troverà aver abbracciato una strega, ed il meglio è che sforzeremo costui a far quanto vogliamo con dargli ben da mangiare.

ARSENIO - Non potevi apponerti meglio.

TRAPPOLA - Ma qui bisognano almen dieci scudi alla mano, per darglieli subito.

ARSENIO - Eccoli, me l’ha dati mio padre partendosi da me, per alcuna stravagante necessità che avesse potuto occorrermi nel viaggio.

TRAPPOLA - O bene! Ch’era necessario perder tempo per ritrovargli. Bisogna or andare alla giudecca [25]  e trovar vesti per lo ruffiano e per lo soldato, e per voi da viaggio; ché se questa trama l’accampagneremo con apparenza di belle vesti, le daremo molta riputazione.

ARSENIO - Come faremo per dargli un pegno?

TRAPPOLA - Ecco qui un anello di ottone indorato, con un vetro tinto, con una doppietta [26]  tinta che pare un rubino: ha mostra di trenta scudi, e non vale un carlino. Ponetevelo nel dito mostrando di farne molta stima, forse lo riceverà per pegno.

ARSENIO - O bene!

TRAPPOLA - Or qui non bisogna altro che diligenza: perché le cose, per ben consigliate che sieno, non facendosi con diligenza non sortiscono il fine loro, né si fa nulla, perché ogni cosa riesce come la diligenza usataci. Voi frattanto nascondetevi in questi vicoli, ché non v’incontri vostro padre: io andrò per le vesti, per trovar Fagone. Ma eccolo che viene: certo il negozio sortirà lieto fine, perché veggio così buon principio. Voi andate pur là, dove abbiamo deliberato, ch’io cercherò adescarlo con un buon pasto.

SCENA 3

FAGONE, parassito, e TRAPPOLA

FAGONE - Questa notte, dormendo, mi sognava che notava in un mar di brodo grasso, e che ad ogni bracciata incontrava ravioli e maccheroni grossi e lunghi un palmo l’uno, che sdrucciolavano giù da uno scoglio di cacio parmigiano grattugiato, e di passo in passo l’onde buttavano capponi lessi, galli d’India cotti, con pezzi di vitelle che parevano di latte; ed io, come una balena che trangugia le navi, così trangugiava vitelle e galli d’India e maccheroni a quattro a quattro, come ciliege… Oimè che, come mi svegliai, mi trovai aver digesto e il ventre voto come una vescica gonfiata!

TRAPPOLA - O morto di fame!

FAGONE - O Dio, che cattivo augurio è questo? Dalla mattina son chiamato con sì odioso nome: non mi mancherà, oggi, crepar della maledetta fame. Ma perché non può chiamar se non me? [27]  Gli vo’ rispondere… Chi mi domanda?

TRAPPOLA - Fagone. Non mi vedi?

FAGONE - Se avessi un occhio dietro, t’avrei veduto.

TRAPPOLA - Così ti fosse cavato con un corno.

FAGONE - Lo teneva chiuso per la polvere, ma se m’avessi accennato col naso, t’avrei sentito.

TRAPPOLA - Come stai?

FAGONE - Come proprio m’hai chiamato: né ho un cavallo [28] addosso, né in casa, né so dove trovarlo per desinare, di che mi vengono i sudori della morte.

TRAPPOLA - Tu ci hai posto i denti col morirti di fame, e così ci porrai la barba bianca. Ma se tu canti, col trattenimento ti passerà. [29]

FAGONE - Che cercavi da me, che gridavi così forte?

TRAPPOLA - Avea fretta e voglia di ragionarti.

FAGONE - Di’ presto: che vuoi?

TRAPPOLA - Abbi un poco di pazienza.

FAGONE - La rabbia della fame mi toglie la pazienza.

TRAPPOLA - Vorrei un consiglio da te.

FAGONE - Io non sono né consigliere, né dottore.

TRAPPOLA - Di quel che cerco, tu ne sei più che dottore. Vorrei invitarti a desinare meco questa mattina, e, per riceverti a tua soddisfazione, che [30] mi  consigliassi che t’ho d’apparecchiare?

FAGONE - E che stimi, che sia alcuno di questi sparecchia-tavole? [31] No, no. Mi contento di poco: due paja di capponi lessi, due d’arrosti, un petto di vitella tenero, un par di galli d’India, due rotola di salvaggina, quattro pasticci alla francese, buon formaggio, e via, per una colazionetta presta presta.

TRAPPOLA - Ci vorrei aggiugnere un piatto di maccheroni.

FAGONE - Tu l’intendi.

TRAPPOLA - Ed un altro di lasagne.

FAGONE - Tu sai troppo.

TRAPPOLA - Due fiaschi di greco e due altri di lacrima di Somma,[32]  per darti più gusto.

FAGONE - Tu l’indovini.

TRAPPOLA - Una dodicina di polli ed una torta, per acconcia-bocca.

FAGONE - Tu par che mi sia uscito dal ventre, così sai ben quello che si fa di là, e conosci il bisogno.

TRAPPOLA - Per dirtela, io vo cercando un astuto, un furfante, un che abbia il generalato de’ mariuoli.

FAGONE - Non bisogna cercarlo, perché sei tu stesso o, mancando tu, sarò io, ché non credo al mondo siano più cattivi. Se non vuoi servirti di te, l’hai dinanzi.

TRAPPOLA - E che fosse ladro assassino.

FAGONE - Questo l’imparai con l’abbiccì.

TRAPPOLA - Che fosse spergiuro.

FAGONE - Io propongo un pasticcio a tutti gli spergiuri del mondo.

TRAPPOLA - Che sapesse fingere un tristo.

FAGONE - Non bisogna fingerlo, perché ci sono.

TRAPPOLA - Che sapesse dir una bugia.

FAGONE - Le bugie imparai in corpo di mia madre, nacquero al nascer mio, e si sono allevate meco. In mirar in terra, ne fo nascer mille colorite e dipinte; e farò che il vero resterà vinto dal falso; anzi, parranno più vere della verità. Difficil cosa mi sarebbe dir un vero. Orsù, ti servirò io.

TRAPPOLA - E ti basta l’animo?

FAGONE - Ne soverchia anco.

TRAPPOLA - Il mio padrone Arsenio s’è innamorato d’una donna che sta in poter d’un ruffiano avaro, ed egli non ha danari, e si strugge di desiderio di fargli una burla per tòrlaci, e vorrei…

FAGONE - Travestir alcuno…

TRAPPOLA - L’intendi.

FAGONE - Che andasse al ruffiano sotto nome d’alcun altro…

TRAPPOLA - Sai troppo.

FAGONE - E con qualche bugia o segnale…

TRAPPOLA - L’indovini.

FAGONE - Si facesse dar quella donna, e l’ingannasse.

TRAPPOLA - Tu par che mi sia uscito dal cuore, così ben sai quanto desidero.

FAGONE - Per dirti il vero, da una parte io non vorrei pormi a questi travagli, dall’altra parte la gola mi scanna e mi crocifigge. Ci ho una rogna, che è forza che me la gratti: l’una mi punge, l’altra mi unge.

TRAPPOLA - Vo’ che tu proprio m’ajuti in questa furberia.

FAGONE - Non sarà questa la prima, né l’ultima.

TRAPPOLA - M’hai cèra da riuscirne.

FAGONE - Ne ho l’opere, che importano più.

TRAPPOLA - Desidero opera da te com’ è la fama.

FAGONE - Anzi, opera che supererà la fama.

TRAPPOLA - Bisogna farla da uom vivo.

FAGONE - Farò il possibile e tenterò l’impossibile.

TRAPPOLA - Abbiamo bisogno ancora d’una donna astutissima; e se non erro, stimo che la tua moglie sarebbe a proposito.

FAGONE - Or questo, no. Mi vorresti far diventar Bacco, col corno in fronte e col becco dietro? Io non prestai mia moglie mai per gir a corneto.

TRAPPOLA - Non a questo effetto, in vero. Tu sai ch’è tanto vecchia che contende con l’antichità; e poi è bruttissima.

FAGONE - Narrami la burla alla distesa.

TRAPPOLA - Te la dirò in casa, e quanto hai da operare, e dove stieno i colpi maestri.

FAGONE - Questi insegnerò io a te. Mia moglie sarebbe molto a proposito, perch’è brutta e non temo che mi sia fatta vergogna, scaltrita e peggio che vogliamo. Ma sta il fatto a disporla che ne voglia servire, perch’è la più fastidiosa, sospettosa ed indiavolata femmina del mondo.

TRAPPOLA - Dammi la mano. Per questa, sì, ti prometto che, fatta l’opera, ti farò un’altra buona mancia, e ti darò un pugno sul petto, che vo’ si senta il rumor de’ scudi un mezzo miglio.

FAGONE - O santa fede! O beati pugni!

TRAPPOLA - Ma avverti che vogliam desinar teco. Va’ e disponi la tua moglie, che frattanto andrò per le vesti e te le recherò a casa.

SCENA 4

GABRINA, vecchia moglie, e FAGONE

GABRINA - Che stimi, che sia sorda, che gridi così forte? Che [33] ti piace?

FAGONE - Tu lo sai, che mi piace: capponi, galline, polli e salciccioni.

GABRINA - Questi piacciono a me ancora.

FAGONE - Moglie mia cara.

GABRINA - Qualche cosa bolle in pentola, ché tu non sei solito dirmi queste parole, se non quando mi vuoi far qualche burla.

FAGONE - Mi bisognerà contrastar buona pezza con costei. [34] Orsù, moglie, quando ti vedrò un poco allegra?

GABRINA - Chi può star allegra con te, ch’ogni giorno mi dài nuove cagioni di dolermi; che per empirti questa tua golaccia ed andar alle puttane m’hai impegnate le vesti, insino alla camicia?

FAGONE - E s’io non mi servo delle robe di casa per empirmi la gola, per chi ho da impegnarle: per lo re o per l’imperadore?

GABRINA - Oltre che sono la peggior femmina trattata del mondo.

FAGONE - Non so perchè ti lamenti di me, che ti ho trattata sempre più che madre, più che sorella.

GABRINA - Se volevo esser trattata da madre e da sorella, non bisognava partirmi da casa mia, dov’era mia madre e mia sorella; ma io mi son maritata per quello che si maritano l’altre donne.

FAGONE - Non dormo teco ogni notte?

GABRINA - E dormi davvero, dacché ti corchi insino a vespro e non ti risveglierebbono le bombarde; ed io vorrei che vegghiassi meco, e non dormissi.

FAGONE - Io son di natura così freddo.

GABRINA - Se tu eri di natura così freddo, a che proposito ammogliarti?

FAGONE-Tu perché mi volesti?

GABRINA - Perché mi dicevano ch’eri ricco e ben fornito di masserizie di casa, e dal primo giorno me l’avresti tutte poste in mano. Poi mi sono trovata ingannata. Però non si dove creder mai, se non quello che si tocca con mano prima: ne so più di fama che di frutto.

FAGONE - Non è per lo poco frutto, ma più tosto per la gran bocca che hai ed apri per inghiottirlo. [35]

GABRINA - Dio m’ha fatto così di natura.

FAGONE - Però a gran signora picciol presente: pigliane il buon amore.

GABRINA - Ma io dovrei fartene patir la penitenza.

FAGONE - Che penitenza?

GABRINA - Farti portar corna in capo per quattro cervi.

FAGONE - Dio voglia che non le porti per otto. Ma da oggi innanzi ti vo’ servir come vuoi.

GABRINA - Vorrei che avessi poche parole e più fatti.

FAGONE - Fo quanto posso.

GABRINA - Menti per la gola, ché non ci lasci bordello. E come si può mangiar minestra grassa, quando l’unto va fuori?

FAGONE - Sempre canti la medesima canzone: sei di condizione così fastidiosa e ritrosa che stai sempre incagnìta, che per non cercar un servizio a te, me lo fo con le man proprie più tosto.

GABRINA - Il mal di matrina è, che mi fa star così. Ma che ci è di nuovo?

FAGONE - Ascolta.

GABRINA - Ascolto: che tu dica.

FAGONE - Vedi questi danari?

GABRINA - Dammeli!  Perché non me li dài, ché possa dispegnar la mie robe e tormi questi stracci da dosso?

FAGONE - Sempre stai tu apparecchiata a ricevere, non ti sazierebbe un mulo carico d’oro! Se vuoi servir un amico per due ore, n’avrai la parte tua.

GABRINA - O, sfacciato furfante! Or che non hai altro che vender, vorresti vender la moglie.

FAGONE - Taci, se vuoi. [36]

GABRINA - Ti contenti delle corna d’oro, eh? Gentiluomo di corneto, bell’onore!

FAGONE - Quello è più onorato, che ha più da mangiare ed ha sempre il ventre pieno.

GABRINA - Sarai chiamato ‘presta-mogliera’.

FAGONE - Mi chiamino come si vogliano, purché non mi chiamino ‘morto di fame’. Io son nato per mangiare, e non voglio vivere se non per bevere: in questo mondo non ci ho a far altro; e se non avessi a mangiar sempre, vorrei rientrar in corpo di mio padre, che mi pisciasse in un pisciatojo. Ma io non l’ho detto che s’abbiano a servir di te disonestamente, ché già sei vecchia.

GABRINA - Vecchio sei tu, ché io non passo ancora i trent’anni.

FAGONE - Senza le notti.

GABRINA - Quando mi maritai teco non ero ancor fatta donna.

FAGONE - E che eri: maschio? Poi sei ancor brutta.

GABRINA - Mi par che abbi dell’asino.

FAGONE - Insomma, come si viene a dir ad una donna che è brutta, è il diavolo? Ed il peggio è che quanto sono più brutte, più vogliono essere stimate belle.

GABRINA - Son brutta vestita, ma in camicia son un angelo.

FAGONE - Dalle corna.

GABRINA - Ma non me lo dir più, ché mi farai adirar da dovèro.

FAGONE - O, come sei colerica!

GABRINA - Tu lo sai che son tenera di natura, e che subito mi risolvo.

FAGONE - Or sia bella e di quanti anni tu vuoi: finiamola. Vuoi tu guadagnarti questi scudi?

GABRINA - Vo’ saper prima a che ho da esser adoperata.

FAGONE - Non ad altro che a dir che ti chiami Filesia, e sarai menata ad un capitano.

GABRINA - Io, menata da un capitano? [37]

FAGONE - T’ho detto che non dubiti d’essere svergognata.

GABRINA - Più tosto bastoneggiata… Ma voi non me la fregherete, ch’io non mi porrò a far cosa che non riesca in forma.

FAGONE - Non dubitar, t’ho detto.

GABRINA - Vo’ prima la metà de’ danari: questa festa non si può far senza me; e li voglio in mano in carne ed in ossa.

FAGONE - Eccotene un pajo in persona, altrettanti n’avrai dopo fatto l’effetto.

GABRINA - E degli altri che ne farai?

FAGONE - Comprar robe da mangiare.

GABRINA - Già me lo immaginava.

FAGONE - Perché dunque dimandarmene?

GABRINA - Ma non vorrei che con questa scusa mi inviassi fuori di casa, e poi conducessi qualche puttana e le donassi il restante de’ danari.

FAGONE - Andiam dentro, che ti informerò del tutto.

GABRINA - Sì, sì, di questo saremo d’accordo.

SCENA 5

POLEONE, venditore, TRAPPOLA ed ARSENIO

POLEONE - So che non aresti potuto incontrarti con miglior uomo di me, ben fornito d’ogni sorte di vesti, e di mille altre galanterie necessarie all’uso ordinario.

TRAPPOLA - Padrone, ecco le vesti che servono a voi: un cappello, un mantello da viaggio ed un par di stivali.

ARSENIO - Togli ora quelle del parassito.

TRAPPOLA - Questo giubbone sarà a proposito, questo cappello col pennacchio, la gorgiera, le maniche di maglia, ed una spada, e coreggia per finger poi Dentifrangolo, servo di Dragoleone.

ARSENIO - Per la moglie del parassito?

TRAPPOLA - Questa roba di velluto cremesino e questo manto di seta, per potersi coprir la testa e la faccia.

ARSENIO - Già abbiamo il bisogno. Che ti daremo, che per tutt’oggi ne presti queste vesti?

POLEONE - Un par di scudi, e tra tanto mi dovete un pegno, che vaglia almen trenta scudi per le robe mie che restano in poter vostro.

ARSENIO - Che dubiti: che noi fuggiamo con le tue robe? Non conosci che son gentiluomo, e napoletano? Non è quella la casa mia?

POLEONE - Io non dubito d’un par vostro, ma l’arte nostra richiede così. Non vo’ far leggi nuovi all’arte.

ARSENIO - Vi daremo domani tre scudi.

POLEONE - Signor, non fate nulla: tornatemi le robe.

ARSENIO - Io no ho altri danari, né altro pegno che questo rubino, che val cinquanta scudi.

POLEONE - Datemelo in pegno.

ARSENIO - Ma come staremo sicuri noi, che dandoti l’anello tu non fugga via?

POLEONE - Ho moglie e figlie in Napoli, e ho casa e bottega, che voi la sapete; però ne potrete star sicurissimi.

ARSENIO - Noi abbiamo ancora in Napoli tutto quello che hai tu, e non ci hai voluto aver credito: perché vuoi che l’abbiamo a te?

POLEONE - Non so che dirvi: datemi i panni miei.

TRAPPOLA - Padrone, considerate in lui: lo conosco molto tempo in Napoli, ed è uomo da bene, se gli può confidar maggior cosa.

ARSENIO - Orsù, glielo confido sopra la tua parola.

POLEONE - A Dio.

TRAPPOLA - Già è accommodata la cosa a mio modo; e col suo debito tempo, penso che ne nascerà l’effetto suo ed un giuoco che ne avremo a rider per sempre. E se no, guai alla mia schiena. Voi andatevene a questo alloggiamento vicino e vestitevi. Io andrò a casa del parassito, a consegnargli le vesti ed a vestirlo ed informarlo meglio del negozio; e vo, ché l’uscio è aperto.

ARSENIO - Ed io andrò ancora a vestirmi.

ATTO TERZO

SCENA 1

DENTIFRANGOLO, soldato, e TRAPPOLA

DENTIFRANGOLO - Se la stanchezza del viaggio non m’ha tolto insieme con la forza la memoria, questa mi par la strada che m’ha insegnata il capitan Dragoleone, dove abita il ruffiano. Oh, come volentieri m’abbatterei ad [38]  alcuno che m’insegnasse la casa.

TRAPPOLA - Costui sarà quello che attendo: lo conosco all’abito ed al portamento.

DENTIFRANGOLO - Veggio un giovane: lo dimanderò. O uomo da bene!

 TRAPPOLA - Uomo da bene, mi chiama: o, che cèra di bufalo! [39] Conosco ch’è un ignorante. Lo vincerò al sicuro. [40] Vittoria, vittoria!… Se ben io mai fui uomo da bene, pure per non farti bugiardo vo’ risponderti.

DENTIFRANGOLO - Ribaldo più di tutti i ribaldi, Iddio ti salvi.

TRAPPOLA - Iddio ti salvi e contenti com’è il mio desiderio. Ma chi cerchi?

DENTIFRANGOLO - Fratel mio, un che non so chi sia.

TRAPPOLA - Fratellissimo mio, né voi lo troverete.

DENTIFRANGOLO - Un certo ruffiano.

TRAPPOLA - Andate al bordello, ché ivi te ne sarà data nuova.

DENTIFRANGOLO - Voglio dir: un uomo che tiene donne da vendere.

TRAPPOLA - Se tu mi avessi detto un dottore o un medico, si potrebe dubitare, in questa città, di chi dicessi; ma dicendo ‘ruffiano’ s’intende per eccellenza il mio padrone. Ma ditemi il nome.

DENTIFRANGOLO - L’ho avuto fin ora in memoria, ed or se n’è fuggito.

TRAPPOLA - Dovevi serrar la porta bene, o tenerlo legato, ché così non ti fuggiva. Ma suona a raccolta, forse ritorna.

DENTIFRANGOLO - La sua mercatanzia mi piace così poco che non è maraviglia, che mi sia fuggito: il riteneva malvolentieri.

TRAPPOLA - Si chiama forse Lucrino?

DENTIFRANGOLO - Sì, sì, Lucrino m’ha detto il capitano.

TRAPPOLA - Ma dimmi, saresti tu per avventura il servo del capitan Dragoleone?

DENTIFRANGOLO - Io son desso.

TRAPPOLA - Come ti chiami?

DENTIFRANGOLO - Dentifrangolo.

TRAPPOLA - Troppo bravo è questo nome.

DENTIFRANGOLO - Mi chiamano così alla guerra, ché, ad ogni pugno che m’esce da questo braccio, frango i denti a colui che lo riceve e ce li fo sputar fuori della bocca. Ma tu, che hai voluto saper il mio nome, come è il tuo?

TRAPPOLA - Se mi prometti fargli buone spese, che non ti fugga, lo ti dirò: il mio nome è Nullacrédimi, Tuttigàbbali, Ororùbali, Donnascàmbiali.

DENTIFRANGOLO - O, quanti nomi!

TRAPPOLA - Non è maraviglia: son di razza spagnuola ed ho un nome per quarto. Da mio padre ho il Nullacrédimi, da mia madre Tuttigàbbali, da mio avo Ororùbali, da mia ava Donnascàmbiali.

DENTIFRANGOLO - Torniamo a casa. Mi sapresti dar nova del ruffiano?

TRAPPOLA - Fa’ conto ch’io sia il sottoruffiano.

DENTIFRANGOLO - Tu il sottoruffiano?

TRAPPOLA - Il sottoruffianissimo, e stava aspettando te proprio, perché mi disse il padron, questa mattina, che oggi saresti venuto con cento ducati per saldo di trecento, che gli deve per lo prezzo di Filesia, e col segnale.

DENTIFRANGOLO - I danari, eccoli nella borsa; ecco ancora la lettera.

TRAPPOLA - Conosci tu questa, da che mano è scritta?

DENTIFRANGOLO - Conosco benissimo: del capitan Dragoleone.

TRAPPOLA - Il segnale?

DENTIFRANGOLO - Non l’ho da manifestare a te, ma solo a lui.

TRAPPOLA - Fai bene. Ma tu accostati qua, pòniti in prospettiva: vo’ veder se nel tuo volto hai certi contrassegni che ci ha lasciato il capitano Dragoleone, quando ti diede i duecento ducati.

DENTIFRANGOLO - Dimandi il giusto: mira bene.

TRAPPOLA - Ecco il naso corvino, e i diti con l’unghie arroncigliate come nibbio, che è segno che sei un solennissimo ladro; ecco l’orecchie lunghe, che dimonstrano che sei un asino. Poca barba e men colore, sotto il ciel non è peggiore. Tu sei veramente servo da soldato.

DENTIFRANGOLO - Che abbiamo ora a fare? Chiama il tuo padrone, che mi consegni la donna.

TRAPPOLA - Andrò a chiamarlo.

DENTIFRANGOLO - Felice fortuna ho per certo incontrata oggi, che mi spedirò più tosto [41]  di quel che pensava: porterò la donna desiderata al padrone, che questa notte non mi ha fatto dormir mai per mandarmi mattino; e sarà fatto il servigio con diligenza e senza niuno inganno.

SCENA 2

FAGONE, TRAPPOLA, DENTIFRANGOLO e GABRINA

FAGONE - Dov’è il servo del valoroso capitan Dragoleone, mio carissimo padrone?

DENTIFRANGOLO - Eccomi.

FAGONE - Dove sono i danari?

DENTIFRANGOLO - Nella borsa.

FAGONE - Miragli tu se son buoni, giusti e non scarsi di peso. Tra tanto dammi la lettera.

DENTIFRANGOLO - Togliétela.

FAGONE - Qual è il segnale? Qui sta in fatto…

DENTIFRANGOLO - Che ti tocchi la punta del naso.

FAGONE - Con patto, però, che non t’abbi a toccar dietro, poi.

TRAPPOLA - Padrone, i ducati sono giusti.

FAGONE - Va’, chiama tu Filesia. Giovane mio, di grazia, falle carezze, ché le merita certo. Me l’ho levata come figlia, ed or che si parte par che mi si schianti il cuore, e se non fosse la necessità de’ danari, non l’avria fatta partir da me: però ti priego che ti sia raccomandata; e prega il signor capitano, da mia parte, che le faccia carezze.

DENTIFRANGOLO - Senza che voi lo preghiate, le farà carezze; e l’avrà più cara che la vita stessa: ha speso tanti danari per questo effetto. E’ stato soverchio raccomandare a lui le cose sue.

FAGONE - Filesia mia, va’ di bona voglia, non piangere, ché verrò a vederti spesso, e domani verrò in galea a visitare il signor capitano.

GABRINA - Patron mio, io mi parto molto addogliata da voi: ché se ben vo in parte dove mi saranno fatte carezze, tuttavolta avea preso affezion con voi, come di padre. Io resto obbligatissima alla cortesia che avete usata verso me, la quale in vero è stata più che non meritava: perciocchè essendovi schiava, mi avete trattata da figlia. Pur vi cerco perdono, se non v’ho servito come meritavate.

FAGONE - Va’, figlia, in buon’ora: m’hai mosse le lacrime di tenerezza.

TRAPPOLA - Dentifrangolo, va’ con Dio.

DENTIFRANGOLO - Resta con Dio, Tuttigàbbali, Nullacrédimii, Ororùbali e Donnascàmbiali. Filesia, mia signora, non piangete, di grazia: state di buona voglia, ché v’assicuro che sarete molto ben trattata dal capitano per la grandissima affezion che vi porta.

GABRINA - Mi sforzerò di farlo.

SCENA 3

TRAPPOLA e FAGONE

TRAPPOLA - S’è fatto il più difficile, resta il più facile; e spero, se ti sei portato bene col più, ti porterai meglio con meno.

FAGONE - Anzi, avanzeremo di bene in meglio.

TRAPPOLA - Orsù, non perdiam tempo. Va’ a vestirti di soldato, e con la borsa, con la lettera chiusa e col segnale anderai al ruffiano e ti farai dar Filesia.

FAGONE - Così farò.

TRAPPOLA - Io penso che a bastanza avrai compreso l’inganno: pur, se vuoi, ti replicherò [42]  il fatto.

FAGONE - Né astuto, né forfante sarei, se non ti intendessi ad un cenno.

TRAPPOLA - Ascolta pure…

FAGONE - Conosco che non hai la pratica de’ pari miei. Bisognando, vincerò il demonio ancora, che è padre delle menzogne e degli inganni.

TRAPPOLA - Ascolta…

FAGONE - Se fosse cosa bona, n’avrei bisogno; ma essendo cosa cattiva, la so benissimo.

 TRAPPOLA - Io ora me ne vo al ruffiano e mostrerò trattar con lui alcun partito; e tu verrai sul meglio. Per farlo star più forte all’inganno, tu non lasciar di far sempre il tuo ufficio e mostra adirarti meco.

FAGONE - Come avrò Filesia, che farò?

TRAPPOLA - Portala subito a casa tua.

FAGONE - La porterò, ed ivi sarà custodita fin al tuo ritorno.

TRAPPOLA - Io non credo tanto; e se pur lo farai, farai contro la tua condizione.

FAGONE - Per che cagione?

TRAPPOLA - Perché ufficio tuo è ingannar chiunque in te confida.

FAGONE - Stimi gli altri come tu sei. Io vo a vestirmi.

TRAPPOLA - Ed io a trattar col ruffiano, e sia presto per qualche mala ventura. Tic - toc.

SCENA 4

LUCRINO, TRAPPOLA e FAGONE

LUCRINO - Non poteva esser altri che tu, che hai tanta nimicizia con queste porte.

TRAPPOLA - Ascolta, ché t’ispedirò in due parole.

LUCRINO - Con patto che non s’abbia a parlar di Filesia, e che t’ispedischi tosto: ché non ho bene quell’ora che ti veggio.

TRAPPOLA - Che danno ti feci io mai?

LUCRINO - Che utilità mi facesti tu mai?

TRAPPOLA - So che il mio padrone ti è stato d’utile.

LUCRINO - In vedermiti attorno, par che veggia la mia ruina.

TRAPPOLA - Dici bene: ché mai ti fu più presso che ora.

LUCRINO - Sarai molto lungo?

TRAPPOLA - Sì, bene.

LUCRINO - Io ho fretta, e tu sei venuto per dir bugie.

TRAPPOLA - S’io le dicessi, in aprir la bocca tu le conosceresti. Ma tu non m’hai fede.

LUCRINO - Tu proprio il dici.

TRAPPOLA - Non saresti ruffiano, se non fossi senza fede.

LUCRINO - Né tu servo, senza bugie.

TRAPPOLA - Eh, no, canchero.

LUCRINO - Eh, sì, canchero.

TRAPPOLA - Ti mangi…

LUCRINO - Ti spolpi…

TRAPPOLA - Ascolta, ho da trattar teco cosa d’importanza.

LUCRINO - Ècci oro ed argento?

TRAPPOLA - Mò si cava, e si battono li scudi.

LUCRINO - A Dio, ho da fare.

TRAPPOLA - Tu sei un fuggi-guadagno.

LUCRINO - Io non fuggo guadagno, ma fuggo te, dove non v’è guadagno alcuno.

TRAPPOLA - Il mio padrone, dopo che hai tu detto che volevi vender Filesia, è venuto in tanta smania che ha posto sossopra questa città per aver trecento scudi. Un suo amico gli ha prestato un cassettino pieno d’oro e di argento e d’altre gioje, di valor di cinquecento scudi, e vuol che lo tenghi in pegno per un mese; e se non se lo riscatta, che tu lo venda e butti, come a te piace.

LUCRINO - Non conosco perché se’ venuto.

TRAPPOLA - Per ingannarti.

LUCRINO - Lo dici prima di me, e sei venuto a trappolarmi e farmi riuscir il pronostico addosso di questa mattina. Non so io che, poi, esaminando tre testimoni che il cassettino fu rubato, me lo torresti e me faresti condannare per un ladro, e così perderei i danari e la donna? Queste furberie le so prima che nascessi: né io son così ignorante che mi lasci ingannar da te, né io ho più bisogno di vederla; ché da qui a poco comparirà il servo del capitan Dragoleone, che mi porta il resto del prezzo, ed io uscirò d’aver a far con te, che sei impestato ed impastato di bugie.

TRAPPOLA - Se mai vedrai questo servo che ti porta i danari, vo’ che mi cavi un occhio; conosco ben il capitano, ch’è un meschino.

LUCRINO - Perdi il tempo: conosco ben la furberie che si fanno in questa città.

TRAPPOLA - Giurerei che se s’avesse a trovar il più cattivo uomo del mondo, non s’eleggerebbe altro che te: così sovra tutti gl’inganni pensi a quello che non pensano i cattivissimi. Tu ladro, tu senza-fede, tu ruffiano: e se s’avessero a castigar tanti vizi in un uomo, bisognerebbe far un altro inferno per te.

LUCRINO - Perdi il tempo, per ingannarmi.

TRAPPOLA - Ti contenterai sì: sei persone ricchissime ti faranno sicurtà, che Arsenio fra un mese ti paghi trecento ducati.

LUCRINO - Io non vo’ lite, non vo’ perder la mia roba fra scrivani, procuratori ed avvocati.

TRAPPOLA - Se io fossi te, farei così.

LUCRINO - E perché io non son te, però non vo’ far così: io vo’ far come voglio io. Ma chi è costui che vien in qua da soldataccio?

TRAPPOLA - È servo, ed è forestiero.

LUCRINO - Vien verso me.

TRAPPOLA - O, canchero! Questo è il servo di Dragoleone. Olà, chi cerchi? Domanda me, che te ne darò certezza.

LUCRINO - Lassalo venir in qua.

FAGONE - Chi di voi potrà informarmi dove abiti un ruffiano.

TRAPPOLA - Te non informerò io. Non sta qui, sta lungi di qua: io te lo insegnerò.

LUCRINO - Ho inteso dir ‘ruffiano’… Costui sarà lo servo del capitano. Trappola è tutto mutato di colore. O bene, or cerca trasviarlo di qua… Olà, olà, chi cerchi?

TRAPPOLA - Cercava: or ora l’ispedisco.

FAGONE - Cerco d’un ruffiano.

LUCRINO - Dunque cerca me.

TRAPPOLA - Uomo da bene, in questa stradetta abita quel che cerchi: vieni meco, che ti condurrò in casa sua.

FAGONE - Come puoi tu indovinar quello che non t’ho detto ancora? All’aspetto mi pari un manigoldo.

LUCRINO - Olà, chi domandi?

TRAPPOLA - Un mio amico.

FAGONE - Tu respondi prima che domandi.

TRAPPOLA - E tu proponi prima che parli. Questo è un mio amico e lo conosco gran tempo.

FAGONE - Come conosci me, se or giungo in questa terra, né tu giammai mi vedesti? Cerco un ruffiano.

TRAPPOLA - Sì, sì. Cerca un ruffiano ch’abbia qualche puttana bella, ché avendo portati danari freschi dalla guerra, vuol darsi spasso con lei. Non è il servo del capitano che pensi, no.

FAGONE - Non ti ho detto questo, io. Dico che mi manda il capitan Dragoleone. Che vuoi tu da me, che mi tocchi dietro, mi calchi i piedi e mi accenni?

TRAPPOLA - Chi ti tocca? Chi ti accenna? Mi pari un asino, tu.

FAGONE - Son più astuto che non pensi, ché conosco l’astuzie tue.

LUCRINO - S’è accorto, il furfante, che questo è il servo del capitan Dragoleone, che viene a torsi Filesia, e gli dispiace che non mi può ingannare. Mira quante bugie, come si rode, come smania!

TRAPPOLA - Non sei tu il servo del capitan valoroso, il cui nome ho in bocca, ma non mi sovviene? Ajutami a dirlo…

FAGONE - La forca che ti appicchi ! In bocca hai un di quei che giacciono al mio molo, intorno la torre della lanterna. [43] Ma che vuoi tu da me, che non mi ti posso levar d’intorno e mi accenni?

TRAPPOLA - Chi t’accenna, asino?

FAGONE - Sì, che tu mi accenni.

LUCRINO - Sì, che accenni, sì, l’ho veduto io: con gli occhi, con le mani e coi piedi. O Trappola, non v’è guadagno per te, lasciami far i fatti miei.

FAGONE - Certo che voi sète quel che cerco. Vi conosco alla cèra: vi veggio nel viso i trionfi del vostro mestiere. Se così si conoscessero le monete alla stampa, come voi, quando son false, niuno si lasciarebbe ingannare.

LUCRINO - Non potrei usar l’arte mia, se non fossi tale.

TRAPPOLA - Ascolta, forestiero. . .

LUCRINO - Levati di qua col malanno.

FAGONE - A te porto un’ambasciata da parte del capitan Dragoleone.

LUCRINO - A voi due darò la risposta.

FAGONE - Prima ti manda la mala ventura.

LUCRINO - Questo presente [44]  sarà buono per voi.

FAGONE - Perché i soldati che stanno alla guerra non ponno mandar altro: ché fra loro non ci è se non morti, uccisioni, stroppi [45] e male venture.

LUCRINO - Dove sono i danari? Dove la lettera?

FAGONE - Eccoli: che vuoi più?

LUCRINO - Il segnale?

FAGONE - Eccolo.

TRAPPOLA - Non vedi, goffo, che ti dà la baja, ché prima si toccò dietro e poi t’ha tocco il naso?

LUCRINO - Tu frenetichi. Vieni dentro, e ti consegnerò la donna.

TRAPPOLA - Son morto.

LUCRINO - Non vedi che frenetichi?

TRAPPOLA - Ricordati che t’ho detto questa mattina che voleva prenderti alla trappola: ora ti prendo!

LUCRINO - Tu frenetichi.

TRAPPOLA - Tu stimi costui che sia mandato dal capitan Dragoleone, e questo è un omaccio che abbiam vestito noi da soldato, ed ordinato che venga da te con questi danari, acciocché gli consegni Filesia.

LUCRINO - Tu frenetichi.

TRAPPOLA - Questa è una trappola ordita contro te.

LUCRINO - Anzi, contro te.

TRAPPOLA - Oh, come sei goffo!

LUCRINO - Oh, come sei ignorante! Conosco te meglio di te, e quanto pesi vivo e morto. Mille di tuoi pari non ingannerebbono un mezzo me.

TRAPPOLA - Un mezzo me inganna mille di tuoi pari.

LUCRINO - Ecco i cento ducati che mancavano al prezzo: del medesimo oro, del medesimo conto e fattura; ecco la stessa borsa, quando mi sborsò i duecento; ecco la lettera che mi manda il capitano; m’ha manifestato il segnale, che noi soli sappiamo e non altri: questo non potevi saper tu, non cerco altro. Che rispondi?

TRAPPOLA - Ascolta...

LUCRINO - Non so altro.

TRAPPOLA - Ti avvisai questa mattina ch’oggi voleva ingannarti: ora  t’inganno. Avverti bene: costui è altri che tu stimi, e noi ti rubiamo Filesia. Ti consiglio a non credergli, ché tutto è falso.

LUCRINO - Ah, ah, ah, rido della tua dappocaggine.

TRAPPOLA - Ah, ah, ha, rido della tua castronaggine.

LUCRINO - Fammi il peggio che sai.

TRAPPOLA - Te l’ho fatto.

LUCRINO-To! To! Proprio per dove esce l’anima agli appiccati. [46]

TRAPPOLA - Ti ci ho tenuto gran tempo, e t’ho evacuato dove meritano i tuoi pari.

LUCRINO - Costui è stata la mia ventura.

TRAPPOLA - Costui è stata la tua sventura.

FAGONE - Capitano ha fretta, e costui non sarà per finir tutt’oggi. Di grazia, speditemi.

LUCRINO - Sei bello e spedito, vieni dentro e pigliati la tua donna. Gracchia a tuo modo e scoppia della rabbia. [47]

SCENA 5

TRAPPOLA, solo

Or chi non ridesse [48]  a crepacuore? Ché mentre egli si pensava ingannar altri, egli restava ingannato; e quanto più pensava porsi in sicuro, più si trovava tradito. Mi faceva rider quel ribaldone del parassito, che si mostrava così goffamente malizioso. Orsù, il disegno prima composto è riuscito ed ha conseguito il suo effetto: benedett’i sudori e le fatiche che si sono spese. Or sì, che mi dà animo di passar innanzi con più franchezza. Al fin dirizzeremo un trofeo alla bugia ed alla fraude. Se il parassito condurrà la donna a casa non sarà poco, ché, per esser golosissimo, se il ruffiano gli darà ben da mangiare, sarà uomo di scoprirgli la trappola e lo stravolgerà contro noi, ed avremo ordita la trappola contro noi stessi, e saremo stati ministri del nostro male: ciò mi fa star con l’animo un poco dubbioso. Bisogna partirmi, ché il ruffiano non mi veda e lo ponga in sospetto.

SCENA 6

FILESIA e FAGONE

FILESIA - Ahi, disleale ed iniqua fortuna! Pensava pur ch’avendomi tre e quattro volte calata nel più basso della tua rota, ch’or ti toccasse a sollevarmi: ma vana è stata la mia speranza, ché calando sempre di cerchio in cerchio mai non finisce il mio precipizio. Tutti ti chiamano instabile, solamente per me sei stabile e serbi meco sempre un medesimo tenore. Quanto mi sei parca di quel che desio, tanto prodiga di quel che schivo. Ma fa quanto vuoi, opera quanto puoi, ché non sarai tu così costante in offendermi, ch’io altrettanto non sia costante in soffrirti. Eccomi in poter d’un vil sodato, ecco perduta la mia onestade: ed io potrò più vivere? O cuor mio duro! Ma più tosto dirò che non ho cuore, ché scoppierei.

FAGONE - E’ più bella che non stimava, e parla per quinci e quindi. [49] Bella fanciulla, disgombra le tenebre de’ tuoi affanni e non turbar la tua bellezza con tante doglie.

FILESIA - Avverti non portarmi in luogo men ch’onesto, ché mi torrò più tosto la vita con le mie mani che soffrir che mi sia macchiata la mia onestà: me l’ho serbata da tutte l’ingiurie della fortuna per tanti luoghi insino adesso, e me la serberò fino alla morte.

FAGONE - Una donna, che si trova ne’ termini dove tu se’, bisogna fare e lasciarsi fare qualche cosa contro la sua volontà, e quando la buona sorte le corre in grembo, saperla conoscere ed afferrarla a due mani, ché non scampi.

FILESIA - Se ben mi vedi misera ed afflitta, non tengo pur sì poco conto dell’onor mio, che non patisse mille morti più tosto che patirne un minimo pericolo.

FAGONE - Costei muove riso: in ogni luogo avrà fatto mille bordelli e sta insino agli occhi nel chiasso, e predica l’onesta.

FILESIA - L’onestà è la vita della donna, e, perdendola, si dovrebbe vergognar d’esser viva.

FAGONE - Bisognerebbe vergognarsi d’esser donna, più tosto. Ma io ho burlato teco: se tu mi dài una buona mancia, ti darò una buona nuova.

FILESIA - Che mancia ti può dar la più povera donna del mondo? Nella mia onestà son raccolte tutte le mie ricchezze: dell’altre sono ignuda, come mi creò la natura.

FAGONE - A voi donne vi ajuta la natura, ché mai vi mancan danari: e quando tutte le mercatanzie falliscono, le vostre son sempre verdi. Non ponete mai mano alla borsa, che vi manchino dieci scudi.

FILESIA - Io non ebbi mai un quattrino in mia vita.

FAGONE - Devi esser troppo liberale, troppo larga.

FILESIA - Ma dimmi: che buona nuova è quella che mi volevi dare?

FAGONE - La miglior che sapresti desiderare.

FILESIA - Qual mai sarebbe tanta che bastasse a trarmi dal profondo delle miserie in che mi trovo?

FAGONE - Ti porrò in braccio al tuo disiato Arsenio.

FILESIA - Io non credo a così lieta novella. Son così usa a soffrir disagi, che se la fortuna volesse darmi qualche sorte di contento, bisognerebbe trovare un altro cuore che bastasse a capirlo. Son posta in bando dalle speranze, perché lo sperar che ho fatto insino adesso mi fa conoscere che quanto spero è tutto vano.

FAGONE - Ma dimmi: come potrà non esser disonesta questa tua onestà, che per venir in questi paesi sei passata per tanti luoghi e per tante mani, ch’è impossibile che da alcuno non ti sia stata data la stretta? [50]

FILESIA - Io fui tolta da Barcelona, essendo piccina, e fui portata in Barberia e donata alla reina di Féssa. L’ho servita molti anni. Mi riscattò poi questo ruffiano, il quale ha tenuto conto di me quanto avrebbe tenuto di sua figlia, se ben non per altro che per trarne pur guadagno.

FAGONE - A qual reina fosti donata?

FILESIA - Alla reina di Féssa. [51]

FAGONE - O, putta di mia madre, questa è una gran reina!

FILESIA - Reina di un grandissimo regno.

SCENA 7

DRAGOLEONE, capitano, e GABRINA

DRAGOLEONE - Tu dunque sei la mia vezzosa e graziosa Filesia?

GABRINA - Io son Filesia, sì.

DRAGOLEONE - Degna certo di farne una giostra sotto le finestre e romperci una dodicina di lance.

GABRINA - Io son Filesia, sì.

DRAGOLEONE - Ho disiato Filesia, perch’è bella come una Venere e giungendosi meco, che son un Marte ed ancor bello, avessimo a produr Cupidini bellissimi e valorosissimi.

GABRINA - Io son Filesia, e son ancor bella da parte mia.

DRAGOLEONE - Tu bella! Vero ritratto del fistolo, del mal di San Lazzaro e della peste, ché faresti paura alla fantasima.

GABRINA - E tu volto di stregone, che non so a chi non faresti muover lo stomaco in vederti.

DRAGOLEONE - Io ho fatto più piaghe con gli occhi, inamorando le gentildonne, che non ho fatto con la spada e col mio viso d’angiolo.

GABRINA - Di satanasso dell’inferno.

DRAGOLEONE - Mira che incontri vengono a questo cervello bizzarro mio! Tu, vecchia sozza, sappi che m’incàpitano e scàpitano come a me piace; e ti giuro a fé di cavaliere che, se non temesse oscurar i miei fatti illustri e gloriosi di aver preso tante città, soggiogàti principi e debellati re potentissimi, con imbrattarmi le mani del sangue della faccia delle donnicciuole, io ora ti taglierei il naso e me lo porrei per cimiero sopra le mie armi.

GABRINA - E tu sappi che m’infémino e sfémino come a me piace; e se mi fai salir la senape al naso, ti menerò ben la pelle.

DRAGOLEONE - Tu certo non devi saper chi son io.

GABRINA - Che so io chi sei?

DRAGOLEONE - Va’, dimandalo, che lo saprai. Non vo’ che tu l’intenda da me. Io sono lo struggimondo, e mi beverei l’inferno e tutto il mondo come un uovo fresco: e gli uomini armati tremano nel vedere il mio volto irato e minaccevole; e tu, non so come non diventi paralitica per lo tremore. Tròvati un altro alloggiamento per l’anima tua, ché ne la vo’ privar di questo.

GABRINA - Se ben costui fa certo volto da inghiottir le genti, a me par un pallon gonfio di vento ed un vilissimo coniglio. [52]

DRAGOLEONE - Son più fiero in fatti che non mostro nel volto, e son molti giorni che ho fatto dieta per saziarmi a mio modo di sangue umano. Tocca qui il core, senti come sbatte di rabbia: combatterei col diavolo, col bianco e nero; e guai a te, se te la sfogo contro.

GABRINA - Tu non mi torrai dinanzi, [53] se non ti pesto bene.

DRAGOLEONE - Armi, armi! Allacciatemi l’elmo, affibbiatemi la corazza! Olà, cingetemi la fulminea, imbracciatemi lo scudo, datemi la mia mazza ferrata: su, su, speditevi tosto. A chi dico io?

GABRINA - Con tutte queste tue armi non sarai buono ad uccidermi un pidocchio addosso.

DRAGOLEONE - Alle donne la lingua è lor arme, e dànno più stoccate ed imbroccate in un punto, che un esercito quando viene alle mani.

GABRINA - Io vo’ scalzarmi le pianelle e pestarti il volto come si pesta una salsa.

DRAGOLEONE - Ah, vecchia poltrona! Mano a spade, staffieri! Non accostarti, dico. Torrò un bastone e vedrò se hai l’ossa dure o tenere: fatti addietro, furfante, traditora: fèrmati, io dico!

GABRINA - Non vo’ fermarmi, finchè non t’abbia concio a legge d’asino.

DRAGOLEONE - Tu non vuoi fermarti, no?

GABRINA - No, no.

DRAGOLEONE - E tu dà quanto vuoi! Vo’ che tu obbedisca: son uso a farmi obbedire. Stancherai pure. [54]

GABRINA - Sono stanca, e se non lo acconciava a mio modo, non me lo toglieva da’ piedi.

DRAGOLEONE - Orsù, poiché ho fatto sempre profession di vincer altri e non altri me, io or vo’ vincer me stesso: vo’ soffrirlo. Ho fatto più che Orlando in raffrenar tanto me stesso di non por mano alla spada contra una femminuccia.  Leonello, certo costei mi deve aver fatto qualche cosa, deve portar qualche orazione [55]  addosso, poiché mi ha legate le mani in un certo modo che non ne ho fatto cento pezzi. Vedi quell’uscio? Quella è la casa del ruffiano. Accompagnami prima in galea, poi torna e digli che, se non mi porta Filesia insino alla galea, che lo farò sbalzar per aria con tutta la casa. Mi serberò questa audacia per un’altra volta.

GABRINA - Vo’ andarmene a casa. L’uscio è chiuso: feci errore a lasciargli le chiavi e non portarmele meco. Batterò, se forse vi fosse. Tic-toc.

SCENA 8

FILESIA e GABRINA

FILESIA - Chi dimandate? Chi sète voi?

GABRINA - Or questa è bella, una forestiera dimanda alla padrona della casa chi sia! Di’ tu a me: chi sei? E che fai qui? Chi ti ci ha menata?

FILESIA - Il padron della casa, che sarà qui tosto.

GABRINA - La padrona son io. Tu devi esser la galantissima puttana di mio marito: tu mi togli il mio pasto, ed io tutto il giorno a bocca aperta, digiuna?

FILESIA - Avvertite a parlar come si deve, ch’io non sono quella che pensate.

GABRINA - O, mio galante marito! Questa è la scusa che voleva compiacere ad uno amico, per inviarmi fuor di casa e trastullarsi con altra, ed io sciocca asina li credetti, e forse che non mi dava fretta. A questo modo, eh? Non è, né sarà mai la peggior femmina maritata di me, [56] ché, dopo avermi consumata la roba per empirsi quel suo ventraccio, mi porta ancora le puttane in casa. Puttana in casa mia, eh? La mia casa è fatto serraglio delle puttane di mio marito: come se fosse il gran Turco. Ma io ne farò le mie vendette.

FILESIA - Io son altra che voi non pensate, vi dico.

GABRINA - Mirate a che marito ho posto in mano tutte le mie cose! A chi ho dato cinquecento ducati di dote! Ho speso per ricevere ingiurie. Ma non la passerà alla fé, come si crede: farò correre tutte le vicine alle grida, porrò tutta questa città in romore: non vo’ avvezzarcelo, perchè ogni giorno mi farebbe peggio.

SCENA 9

FAGONE e GABRINA

FAGONE - Oimé, sento la voce di Gabrina che grida come spiritata. Pensava avermi tolta tutt’oggi da dosso questa mosca canina, ed è tornata presto: avrà trovata Filesia in casa, e non le ho detto nulla di questo, prima! Si penserà: qualche mia puttana… Son rovinato affatto.

GABRINA - Scontenta me, misera me!

FAGONE - Anzi, scontento e misero me! O Arsenio, o Trappola, in quanti travagli m’avete posto.

GABRINA - Ad altri il fiore, a me la faccia, eh? [57]

FAGONE - O, fosse appiccato l’uno e l’altro che mi ci hanno fatto incorrere. Ma vedrò se la posso acchetare con buone parole. O mia moglie, tu sia la ben venuta. Sei tornata molto presta.

GABRINA - Più assai di quello che desideravi.

FAGONE - Stai molto turbata.

GABRINA - E tu non sai di che?

FAGONE - Non certo, vengo ora di fuori.

GABRINA - Chi è quella donna ch’è in casa?

FAGONE - L’hai tu veduta?

GABRINA - E come.

FAGONE - E’ altra di quel che pensi.

GABRINA - Mi tenti che parli, eh?

FAGONE - Parla, moglie mia.

GABRINA - Qualche tua innamorata?

FAGONE - Sei molto lontana dalla verità.

GABRINA - Chi è dunque quella? Che rispondi?

SCENA 10

CUOCO, FAGONE, GABRINA e FILESIA

CUOCO - Eccoti le robe che hai comprate.

GABRINA - O, gran banchetto è questo che fai! Basterebbono a dieci persone tante robe. Non lo potevi fare a me ancora?

FAGONE - Troppo avrei che fare.

GABRINA - Dovresti levar l’amor da tutte e porlo [58]a tua moglie.

CUOCO - Ditemi, padrone: in quello banchetto mangeranno amici o nemici tuoi?

FAGONE - Perché?

CUOCO - Perché, mangiandoci nemici, condirò le vivande così saporite che mangeranno tanto che creperanno.

FAGONE - Con che le condirai?

CUOCO - Col petosìride, con l’astràlgo, con potamogètone e col clinopòdio. [59]

FAGONE - Il canchero, che mangi te e le tue erbe!

CUOCO - Perché non son io di quei cuochi che non sanno se non cuocer malve, biete, boleti e ortiche. Acconcerò i polli, i piccioni e i capponi senza ossa, che te gli porrai in gola e gl’inghiottirai senza fastidio, come fossero salsicce.

FAGONE - Orsù, vatti con Dio.

CUOCO - Né son io di quei cuochi che son tanto pigri, che più tosto ti strangola la fame che sia acceso il fuoco. Io apparecchio con tanta prestezza, che solo ponendovi le mani sovra son belle e cotte. E già vi potrete sedere a tavola, perché sono acconce già.

FAGONE - Vatti con Dio.

CUOCO - Questa è quella giovane a cui apparecchiate il banchetto? O che faccia di latte, o che labbra di rose! O che boccuccia ghiotta, da tortene un pasto e leccarsene i diti e succhiarsene la labbra; anzi, da non vedersene sazio mai!

FAGONE - Ben bene.

CUOCO - O che gentil aria! O come è manierata, rosa e vistosa, più bella assai di quella che dicevi! E tu, savio, che, avendo una moglie vecchia, fastidiosa ed indiavolata, te l’hai trovata fresca e tenerina.

FAGONE - Eh, vatti con Dio, ti dico.

GABRINA - Lascialo parlar, se vuoi.

CUOCO - Che l’avevi più in odio della morte.

FAGONE - Chi t’ha detto questo?

CUOCO - Tu stesso.

GABRINA - Non bisogna accennarlo: me n’accorgo ben io, sì.

CUOCO - E disiavi che s’avesse rotto il collo…

FAGONE - Io a te, questo?

CUOCO - Tu a me, per certo! E che l’avevi mandata fuor di casa con non so che iscusa…

FAGONE - Vattene con cento diavoli, ti dico!

CUOCO - O che buona roba!

GABRINA - Assai cattivo sei tu.

CUOCO - E disiavi che fosse uccisa o si rompesse il collo per le scale…

GABRINA - Uccisa, io?!

CUOCO - Non tu, ma sua moglie.

GABRINA - Io son sua moglie, e sia uccisa da vero, se non fo le mie vendette con un bastone.

CUOCO - Che colpa ci ho io, vecchia arrabbiata? Che ti possi fiaccare il collo!

GABRINA - Deh, se ti posso io giungere…

FILESIA - Oimé! Oimé! Dove mi cacci?

GABRINA - Da casa mia.

FILESIA - Dove vuoi che vada?

GABRINA - Al bordello, ove abitano le pari tue.

FAGONE - Oimé, non m’uccidere, ché mi parto.

FILESIA - Che hai meco, ignorantaccia?

CUOCO - Ecco il disutile, [60] nato solo per mangiare e bere.

FAGONE - O, che sia squartata! Se ti pongo le mani addosso! Quando finirai?

GABRINA - Aspetta, ché questa è l’insalata.

FAGONE - O, che maledetto pasto! Non più, son sazio, ho sconcio lo stomaco. Né ti basta che batti me, ma mi rompi il fiasco ancora del vino e calpestimi le robe? Perché non m’hai più tosto rotta la testa mia e sparsemi le cervella? Se m’avessi fatto spargere il sangue, non avresti potuto farmi maggior dispiacere. Che si spenga la razza delle tue pari! Mi sazierò almeno delle reliquie sparse…

ATTO QUARTO

SCENA 1

LEONELLO, soldato, e LUCRINO

LEONELLO - Questa è la strada, già quella è la casa di Lucrino ruffiano mostratami dal capitano.

LUCRINO - O, quante grazie ho da rendere alla fortuna, poiché ho rotta la strada al nemico, che non può più stracorrere con l’esercito. Già Filesia è partita, non mi sarà più rubata, son uscito da pericolo e da paura. Trappola non mi può più trappolare. Mi sarei contentato più tosto esser fatto in mille pezzi ch’essere stato burlato da lui. Sono stato gran pezzo fantasticando che beffa poteva egli farmi, ed ho trovato che non poteva far altro che mandarmi a casa alcun vestito da soldato a chiederlami da parte del capitano. Ma s’è ritenuto di farlo, perché non sapeva il segnale, né aveva lettere di sua mano, né danari. Ma chi è costui che va dritto in casa mia?… Chi picchia, olà?

LEONELLO - Son io.

LUCRINO - Che cosa: “Son io”? Non hai nome?

LEONELLO - Non mi conosci, o fingi non conoscermi?

LUCRINO - Son io forse obbligato a conoscer chi tu sia?

LEONELLO - Son un soldato del capitan Dragoleone. Mi conoscerai, ora?

LUCRINO - Certo costui sarà quel travestito da soldato, che manda Trappola. Vo’ tormi un poco di spasso del fatto suo: ah, ah. Bestia di signoria vostra.

LEONELLO - M’ingiurii ancora: ti ringrazio.

LUCRINO - Dico che bene stia la signoria vostra. Se non avete avuta creanza in salutar me, la voglio aver io in salutar voi.

LEONELLO - Della tua mala creanza si duole molto il capitan Dragoleone, che, avendosi comprata da te Filesia, invece di mandargli lei gli hai mandata una vecchia stregona. Così ti fai beffe di un par suo?

LUCRINO - Ah, ah, che magra invenzione! Pensavo che l’avesse inventata meglio… Dimmi, quante volte sei stato passato per punte di picche nella battaglia, e quanti anni avevi quando il capitano cominciò ad attaccarti il pugnal dietro?

LEONELLO - A tempo che appena lo potea sopportare. Ma bisogna far così, chi vuol diventare buon soldato.

LUCRINO - Dimmi: hai ancora assuefatto il corpo alle cannonate?

LEONELLO - O, goffo che sei! Come si può assuefar un corpo alle cannonate?

LUCRINO - Cominciando da che sei piccino ad assuefarti alle botte degli archibugetti, poi degli archibugi più grandi, poi degli smerigli, all’ultimo delle cannonate che, quando sarai grande, le soffrirai con minor travaglio.

LEONELLO - Penso che ti fai beffe di me. Di grazia, non mi tener più a bada: dammi la donna, ché il capitano non s’adiri teco più di quello ch’egli è.

LUCRINO - Orsù, non voglio più tenerti a bada. Di’ a Trappola che questa volta le sue trappole non gli sono riuscite.

LEONELLO - Che trappole? Che riuscite? Di grazia, non più parole.

LUCRINO - Sto immaginando che, non bastandomi l’avermi preso giuoco del fatto suo, gli vorrei far un giuoco da dovèro, di farlo andare in una galea: questo è un caso esemplare. O buon pensiero! Con una burla burleremo le sue burle: ch’egli stesso caggia nella fossa che s’ha fatta ed incappi nella trappola che ha teso. Così farò. Andrò per una guardia di birri che lo menino prigione, e poi gli farò una querela.

LEONELLO - Io non so ché tanta dimora: su, finiamola, olà.

LUCRINO - Fratel, la giovane non è in casa mia, ché, per dubbio non mi fosse tolta, l’ho riposta in una casa d’un amico: aspettami qui un poco, che la ti condurrò or ora.

LEONELLO - Spediamola tosto, perché ho fretta. Questa bestia si sta ridendo e non sa che il capitano sta adirato con lui, che par lo voglia beffare. Egli si credeva aver compra una giovane bellissima, e questo furfante gli ha mandato in iscambio una vecchia contraffatta. Non so come la salderà con lui.

LUCRINO - Caporal, prendi costui ch’è un truffatore.

LEONELLO - Questo a me, ruffiano?

LUCRINO - Questo per ora, ma verranno appresso cose maggiori, ché in premio almeno n’avrai una galea.

LEONELLO - Ad un soldato onorato un simil carico, eh? Al capitan Dragoleone questo affronto? Egli verrà qui or ora, ché sta infuriato ed imbestiato contro te più che  mai.

LUCRINO - Dirai al capitano ed a Trappola che vengano a liberarti.

LEONELLO - Fermate, fermate! Ascoltate le mie ragioni…

LUCRINO - Trascinatelo via, ché verrò con voi ad informare il reggente delle sue furberie.

SCENA 2

ARSENIO e FAGONE

ARSENIO - Già la mia disiata Filesia deve essere in casa di Fagone, e con grandissimo desiderio deve aspettarmi. Io nuoto in un golfo di dolcezza. O Amore, per lo favor ch’ora mi fai io dimentico tutti gli affanni, i pianti, i sospiri, le vigilie e tutte le noje che ho sofferte, e ti perdono tutte le ingiurie che mi hai fatte, e da oggi innanzi ti ringrazierò, ti benedirò sempre e t’innalzerò con le lodi insino al cielo. O, che abbracciamenti! Che baci sovra baci! Che strette sovra strette! Ma perché trattengo me stesso in tanto desiderio? Tic-toc.

FAGONE - Chi batte? Olà, scòstati, ché la casa cade.

ARSENIO - Dio mi aiti, la casa cade?

FAGONE - Non so che abbiano le mie gambe, che non vogliono star ritte.

ARSENIO - Fagone, che hai?

FAGONE - L’ho teco, che mi fai la sgambetta.

ARSENIO - Costui avrà fatto a pugni con qualche buon fiasco di vin greco, ed avrà levato in testa. Fratello, la sgambetta te la fa il vino.

FAGONE - Chi sei tu?

ARSENIO - Arsenio. Non mi conosci?… O, canchero ti mangi, m’hai fatto un rutto sul volto puzzolente di vino.[61]

FAGONE - Costui si pensa trovar il desinare apparecchiato e giunger sul buono, ma s’inganna, ché ogni cosa è gita via e quel poco avanza di vino me l’ho asciugato.

ARSENIO - Che è della mia innamorata?

FAGONE - Male novelle.

ARSENIO - Oimé infelice!

FAGONE - Anzi me infelice, a cui sono accadute tutte le disgrazie.

ARSENIO - Che male novelle?

FAGONE - Le peggiori che potessi intendere: abbiamo fatigato invano.

ARSENIO - Si sono forse accorti dell’inganno, e non l’hai condotta a casa?

FAGONE - Anzi l’avea condotta a casa, e poi …

ARSENIO - Che poi? Parla presto, non mi tener così sospeso, non mi far morir a poco a poco, ché m’uccidi di doppia morte.

FAGONE - Rumori, fracassi, naufragi, uccisioni.

ARSENIO - Che rumori, che fracassi, che uccisioni?

FAGONE - Me l’han tolta.

ARSENIO - Oimé, che dici?

FAGONE - Il vero. Al primo incontro levò una botta in testa e si ruppe in mille parti, e sparse tutto il sangue.

ARSENIO - Oimé! O vita mia! O morte cruda, perché non togli me dal mondo!

FAGONE - Poi, salita su co’ piedi, la calpestò tutta, che nulla ci rimase di sano o di buono.

ARSENIO - Son morto, m’hai ucciso, m’hai dato un coltello nel cuore!

FAGONE - Io? No, no: non ti ho tocco. Il coltello al cuore, io? Dio me ne guardi, non mi ci sono impacciato.

ARSENIO - Segui presto, finisci di uccidermi.

FAGONE - Io non ti vo’ uccidere. Io ti dico: se vuoi essere ucciso, va’ ad altri, va’ al boja.

ARSENIO - Come l’han morta?

FAGONE - A bastonate.

ARSENIO - Dunque ell’è morta?

FAGONE - Mortissima.

ARSENIO - A bastonate?

FAGONE - A bastonatissime.

ARSENIO - E sparso tutto il sangue?

FAGONE - Tutto il sanguissimo.

ARSENIO - O Filesia mia!

FAGONE - O cena mia.

ARSENIO - O, che mi muojo di doglia!

FAGONE - O, che mi muojo di fame.

ARSENIO - E come potrò vivere senza te?

FAGONE - E come potrò viver senza cena, come andrò digiuno a letto?

ARSENIO - E non occorse il simile a te?

FAGONE - Perché?

ARSENIO - Perché non l’ajutavi?

FAGONE - Attendeva a me.

ARSENIO - A che attendevi?

FAGONE - A ricoglier la parte mia.

ARSENIO - Di che?

FAGONE - Delle bastonate.

ARSENIO - Che t’importavano due bastonate più o meno.

FAGONE - Canchero, che mi dolevano forte.

ARSENIO - Chi dava le bastonate?

FAGONE - Mia moglie.

ARSENIO - Perché tua moglie?

FAGONE - Per rabbia, odio, furore e gelosia.

ARSENIO - O povera ed innocente! Che colpa ci aveva ella?

FAGONE - Né meno ci aveva colpa io.

ARSENIO - Dove, su questa ruina?

FAGONE - In mezzo la strada.

ARSENIO - Dov’è il sangue? Dove sono le cervella? Dove la povera morta?

FAGONE - Non vedi qua i pezzi? Non senti l’odor del vino, che farebbe risuscitar un morto.

ARSENIO - Che vino? Che pezzi?

FAGONE - Che donna? Che povera? Che innocente?

ARSENIO - Di che parli tu?

FAGONE - E tu di che parli?

ARSENIO - Di Filesia mia.

FAGONE - Ed io della mia cena e del fiasco rotto in mille parti: questo appartiene a me, di questo parlava io.

ARSENIO - Canchero mangi te, la tua cena ed il tuo fiasco.

FAGONE - Canchero mangi te, la tua Filesia e quante femmine sono al mondo.

ARSENIO - M’avevi trafitto l’anima. Insomma, che n’è di Filesia? E’ viva o morta?

FAGONE - Né morta, né viva.

ARSENIO - Così tu mi trattieni ora in vita: né morto, né vivo.

FAGONE - Io la condussi a casa, e ci è stata gran pezzo aspettando, e mia moglie, pensandosi la mia puttana, le saltò addosso il fistolo, la rabbia e la febbre quartana, e la cacciò a bastonate.

ARSENIO - Dio te ’l dica per me, che dolore mi dài!

FAGONE - Più ne diede ella a me con le bastonate. E peggio quando mi ruppe il fiasco e mi calpestò le robe.

ARSENIO - O Filesia, dolcissima anima mia, io t’ho condotta come vittima al sacrificio. Mentre eri schiava, eri salva: or fatta libera, ti ho perduta! T’ho liberata dalla casa del ruffiano tuo inimico per perderti in casa de’ miei amici! T’ho fatta franca, acciocché tu fossi battuta! E tua moglie è viva? Ha cuore? E’ cieca, che non vedeva e non riveriva cotanta bellezza?

FAGONE - Più cieca fu quando percosse quel fiasco, che stava con una cèra allegra e brillante, con un bocchin che parlava e dicea “baciami, t’invito a bere”: e me l’ha rotto in mille parti.

ARSENIO - Ti avessi rotto il collo tu ed ella in mille parti. Poi che fe’ di Filesia?

FAGONE - Mentre io attendeva a salvar la carne, ella versava il vino; quand’io correva a salvar il vino, ella calpestava i frutti. Frattanto le bastonate pioveano addosso, onde io, sbalordito dal dolor delle bastonata e della perdita delle robe, non mirava più innanzi.

ARSENIO - Misero me, ch’io sono cagion d’ogni male! Affidar cosa di tanta importanza, la vita mia! in man d’un servo balordo e d’un ubriaco furfante. Ecco beffata ogni mia speranza. Ma di chi debbo dolermi se non di me stesso, ed in me versar ogni colpa? Dolce Filesia mia, tu della mia sciocchezza ne hai portata le pena, e bevuto il calice della mia dappocaggine! O dolore che avanza ogni dolore, e pur non moro! Veramente chi non muore per amore, non è degno di vita. A te, cuor, per castigo darò perpetui sospiri; a voi, occhi, perpetui fonti di lacrime …  Ma chi sono? Che dico? Dove sono? Perché non corro per queste strade, ricercandola? No, no, andrò per quest’altra…

SCENA 3

FILESIA ed ARSENIO

FILESIA - Misera me! Qual mio grave peccato o maligno influsso di stella mi condanna ad un partito così duro? So che oggi la fortuna si prende giuoco del fatto mio. Ecco, poco anzi rubata al ruffiano, era quasi in poter del mio Arsenio: or mi trovo condotta in mille strane sciagure. O, quanto farebbe meglio per me morire una volta, e non mille. Io vo aggirandomi di qua e di là, senza saper dove mi vada o dove mi sia; né so se sia bene nascondermi o gir cercando. Se mi voglio nascondere, non so dove; né, nascosta, spero poter trovare il mio caro Arsenio. Se cammino, vo in pericolo di esser trovata e condotta di nuovo in poter del ruffiano, soffrir più gravi tormenti di quelli che ho sofferti infino ad ora. Il dubbio non mi fa gire, la paura non mi lascia fermare. Orsù, io mi risolvo di andar cercando per quella strada di là.

ARSENIO - Ho corso infino al castello e dimandato un uomo, se avesse veduto alcuna giovane bellissima sola per la strada: mi rispose averla veduta al mercato; corro al mercato e dimando, e mi fu detto esser stata veduta alla strada di Toledo: [62] son qui, e non la trovo, e mentre sto col corpo in una parte, sto con l’animo in un’altra. O Dio! Vorrei dividermi e d’un Arsenio farne mille, e per ogni cantone lasciarne uno che spiasse della mia Filesia. Chi sa se alcuno l’incontra adesso e, mirandola dal piè alla fronte, con tanto stupor degli occhi contempla d’un sì nuovo sol di bellezze gli atti, i costumi, le parole, il guardo, quel suo leggiadro portamento ed un sì ricco tesoro di tante grazie, e subito ne divien ingordo e la ruba? Ella è pur degna di rapina… O mio tesoro di tesori, t’ho perduto e pur vivo? Deh, se t’ho in queste braccia, ti stringerò così forte che non ne scapperai più mai; e chi penserà di svellertene, penserà prima di svellerne quest’alma. Dubito che farò come la simia[63] che, per troppo stringere i figli in braccio, gli uccide. Ma chi sa se, mentre parlo, alcuno la trascina a forza? Vo’ correre ad ajutarla.

FILESIA - O Dio! Mi dogliono gli occhi per aver tanto mirato se vedessi il mio Arsenio; ed ognun che vedo mi par lui, e pur lui non incontro giammai. Deh, Amore, fa che l’abbia in queste braccia, che lo stringerò con nodo così perpetuo che mai più né corsari, né ruffiano, né tema di castigo, né timor di morte sarà che più ne scampi; e bisognandomi morire, morirò seco. Non abbracciò mai uomo sommerso in alcun naufragio cassa o legno per salvarsi, come io mi abbraccerò col mio caro Arsenio, acciocché mai più lo perda in questo amoroso naufragio; e chi penserà tòrmiti dalle braccia, penserà prima tagliarmi le braccia. Io vo cercando te, e tu devi andar cercando me. O Dio, non mi abbandonare!

ARSENIO - Io dubito di perderla per troppo cercarla. Io ho trascorso con  l’animo e col corpo tutto il mondo, e non ne posso aver nuova: vorrei che Cerere mi prestasse il suo carro, col quale andò cercando la sua Proserpina, per andarla cercando a voglia mia. Andrò a tutti i trombetti [64] di Napoli, che la bandiscano, e prometterli per mancia la vita mia. O infelicissima vita di chi ama, tutta angosce, tutta tormenti! Oimé, che tutti i diletti di amore, appo un fastidio, sono nulla. Chi sa se i cieli non l’hanno destinata per me, poiché mi è stata contesa tante volte? Ma avendomi acquistata la sua grazia con tanti stenti, arso per lei in tanto fuoco, seguìta con tanta fede, rubatala a tante schiere d’innamorati con tant’arte, sofferte tante indegnità ed or fatta mia con tant’inganni e ridotta in luogo sicuro, voglio che sia preda d’altri? Dunque ho fatto un furto per altri? Sarebbe ben di ragione che fosse mia. O anima mia, qual mio e tuo fiero destino ne scompagna e fa che patiamo l’un da l’altro un esilio così disperato?

FILESIA - Parmi sentir la voce del mio Arsenio.

ARSENIO - Parmi che veggio Filesia: sogno o veglio? Io veggio folgorar e sfavillar quegli occhi suoi belli…  io la veggio venir verso me!

FILESIA - O Arsenio, vita mia! Ti sei forse nascosto da me, acciocché, ritrovandoti poi, t’avessi a ritrovar con maggior allegrezza? Il rispetto della strada pubblica mi vieta che non possa mostrarti quel segno del desiderio e della mia allegrezza, c’ho di trovarmi teco.

ARSENIO - O anima mia, che non è misura che possa misurar il contento del cuor mio! Sono attuffato in un mar d’ineffabil gioja, ma può più in me il rispetto dell’onor tuo, che mi vieta che non ti baci quegli occhi. O stelle, che sète scese dal cielo per porvi in questa fronte! Vorrei aver tanti occhi quante stelle il cielo, o vorrei esser tutt’occhi per saziarmi di mirarti.

FILESIA - Ed io vorrei esser tutta cuore per esser capace di tanto amore e poter tutta amarti: perché tanto amo te che non posso tanto amar me stessa. Ché, conoscendo che ne’ tuoi degni costumi e leggiadre fattezze consiste la mia beatitudine, da che mi ti diedi feci ferma deliberazione che l’anima mia, mentre sarà viva, abbia ad esser vostra ancella.

ARSENIO - O degnissimo paragon di bellezza, sappi ch’una stessa fiamma arde il mio cuore e il tuo; che non meno amo io te di quel che conosco esser amato da te: e da questo io fo augurio che niuno accidente contrario ne disgiungerà, e prego Iddio che niuno ci disturbi e separi fino alla morte. Ma acchiocché io oggi vi possa condurre in casa mia, bisognerà che tu finga chiamarti Donna Eufragia e che sia mia moglie, e parlar spagnuolo (ché so che ne parli benissimo), e nel rimanente ti governi secondo vedrai me fare.

FILESIA - Farò come comandi.

ARSENIO - Ecco mio padre. Troppo presto m’è sovraggiunto: disiava informarti un poco meglio.

SCENA 4

CALLIFRONE, ARSENIO e FILESIA

CALLIFRONE - Costui mi par Arsenio… no, no. Egli è Arsenio! O Arsenio, o Arsenio… Non mi risponde, non sarà lui… Ma se gli rassomiglia molto, anzi è lo stesso. O Arsenio, rispondimi!

ARSENIO - Con quién hablays, hombre de bien? [65]

CALLIFRONE - Teco parlo. Non sei tu Arsenio?

ARSENIO - Non soy Arsenio yo. [66]

CALLIFRONE - Forse ho preso errore, e non sarà Arsenio. Parla spagnuolo, certo sarà altri… Egli proprio mi par Arsenio… Io pensava che ora fossi venti miglia discosto, come or ti vedo qui?

ARSENIO - Por cierto que me haze reir. Mas quien no revela de las palabras deste hombre? Quando yo te uy? Quando me conoziste? No haveys algun deudo en esta tierra, que tenga cuidado de os? [67]

CALLIFRONE - Perché me ne domandi?

ARSENIO - Que os tenga cerrado y entertenido en casa. [68]

CALLIFRONE - Perché devo esser tenuto serrato in casa?

ARSENIO - Por qué soys loco. Vos hablays con quien no conozistes y llamays me Arsenio y quereys que os responda. [69]

CALLIFRONE - O che io son fuori di me, o tu sei Arsenio… Io l’ho imbarcato, ed ho veduto far vela alla nave, ed avrà ora fatto dieci miglia almeno: come è possibile che sia sbarcato così presto e giunto qui? Porta seco una bella giovane, ed alla cèra non mi par napoletana, ma più tosto spagnuola. Certo avrò preso errore… Gentiluomo, come vi chiamate?

ARSENIO - Lelio Afaidado.

CALLIFRONE - Di che nazione sète?

ARSENIO - Nazido en Espagna, aunque natural de Napoles. [70]

CALLIFRONE - Oimé, io mi sento da un occulto desiderio tutto acceso: forse costui è Lelio, l’altro mio figlio, che tanto io desidero di vedere? Di grazia, gentiluomo, ditemi di chi sète figliuolo?

ARSENIO - Yo de un caballero muy principal, que es el segnor Califron Afaidado, napoletano. [71]

CALLIFRONE - Vostra madre?

ARSENIO - Mi madre es Eleonora, tambien de Napoles. [72]

CALLIFRONE - Dove si trova adesso?

ARSENIO - En Barcelona. Mas porque me preguntais de estas cosas? [73]

CALLIFRONE - Tua madre avea altri figliuoli?

ARSENIO - Otro tiene aqui en Napoles, que se dize Arsenio, a quien yo deseo mucho la ver, y mucho mas mi padre. Mas por que V. M. me ha preguntado de todo y nazimiento, os ruego que me digays si conocis a este Califron

Afaidado. [74]

CALLIFRONE - Per non tenervi a dimora, io son Callifrone Afaitato, vostro padre.

ARSENIO - Vos mi padre? Andà con Dios.

CALLIFRONE - Perché dunque nol credete?

ARSENIO - Me dixo mi padre que es un cavallero muy principal, que bive aqui en Napoles. [75]

CALLIFRONE - Se ben io vivo così alla filosofica, son pur padron di quaranta mila ducati, e non son indegno di esserti padre.

ARSENIO - Supplicole por amor de Dios me perdone, y incado de rodillas le pido perdon. Pues V. M. es el segnor Califron Afaidado mi padre. [76]

CALLIFRONE - Io son Callifrone, carissimo figlio, e desiderosissimo di vedervi, ed ho preso errore stimando voi Arsenio vostro fratello, che molto vi rassomigliate. E mi ricordo che, essendo voi bambino, né io, né vostra madre vi potevamo discernere insieme.

ARSENIO - Esto mismo he oydo dezir mil vezes à mi madre, la qual besa mil vezes las manos y los pies de V. M. y  mucho se le encomienda. [77]

CALLIFRONE - Come sta?

ARSENIO - Bien està, gracias a Dios.

CALLIFRONE - Chi è questa gentildonna che vien con voi?

ARSENIO - Dogna Eufragia mi mujer, hija de aquel caballero con quien se casò mi madre, antes que con V. M. [78]

CALLIFRONE - O nuora carissima, voi siate la benvenuta per mille volte.

FILESIA - Muy bien allada per mil vezes V. M. y Dios os otorgue todo lo que descays. [79]

CALLIFRONE - Non più che vivere e morir con voi.

FILESIA - Ni menos yo lo deseo. [80]

CALLIFRONE - O, come sète fatta grande! O, quante volte vi ho avuta in braccio! Certo che non vi avrei potuto conoscer [81]  mai. Sète fatta disposta e bella.

ARSENIO - Doy muchas gratias a Dios que, sin mucho preguntar yo, ha allado mi padre. [82]

CALLIFRONE - Ed io ancora do grazie a Dio, perciocché quanto è stata l’allegrezza più all’improviso, tanto è stata più cara. Orsù, entriamo: questa è vostra casa.

SCENA 5

TRAPPOLA, CALLIFRONE e ARSENIO

TRAPPOLA - Padron, sono stato tutt’oggi alla villa: ho fatto la vostra ambasciata al castaldo, e dice che domani all’alba verrà a fare i conti.

CALLIFRONE - Bene sta.

TRAPPOLA - O signor Arsenio, voi sète stato di presto ritorno.

CALLIFRONE - Ah, ah. Chi pensi tu sia costui?

TRAPPOLA - Arsenio, vostro figlio.

CALLIFRONE - Oh, come sei goffo! Questo è Lelio, suo fratello, che lasciai bambino in Ispagna.

TRAPPOLA - Dico che mi par egli stesso; anzi, è egli stesso.

CALLIFRONE - Ti dico ch’è Lelio, ch’è tanto simile ad Arsenio che io e mia moglie non potevamo discernere l’un dall’altro.

TRAPPOLA - Io vi dico ch’è Arsenio, e voi mi volete dar la baja.

CALLIFRONE - Ora vuoi tu la baja. Taci, ché sei una bestia.

TRAPPOLA - Quella donna chi è?

CALLIFRONE - Donna Eufragia, sua consorte.

TRAPPOLA - Quella è la sua innamorata.

CALLIFRONE - Ah, ah. Come sei ignorante!

TRAPPOLA - Ah, ah. Io sono l’ignorante, sta bene. Io vi dico ch’è Arsenio; ed ha tolto in presto [83] quel mantello, quel capello e quegli stivali, e vi ha dato ad intendere ch’è Lelio, suo fratello. Non vedete che ride?

ARSENIO - Quién es este hombre tan atrevido? [84]

CALLIFRONE - E’ un nostro servo che suol burlar volentieri; è un mezzo buffone.

TRAPPOLA - Parla spagnuolo, adesso?

CALLIFRONE - O Dio, s’è nato ed allevato in Ispagna finora, come vuoi che parli? Ah, ah.

ARSENIO - Quere jugar con migo este rapaz. [85]

TRAPPOLA - Avvertite, padrone, io ve lo dico. Questo è Arsenio, e non s’è partito altrimenti da Napoli; e quella donna è la sua innamorata, ch’era in poter del ruffiano.

CALLIFRONE - Scoppio di riso, ah, ah. Chi non ridesse? [86]

TRAPPOLA - Ridete ora, piangerete poi: non dite non ve l’abbia avvisato.

ARSENIO - Que dize este truhan borracho? [87]

TRAPPOLA - Io sono stato alla villa a far il vostro servigio. Io non ci ho colpa alcuna.

ARSENIO - Pasè acà, truhan, queremos burlar un poquito juntos. [88]

TRAPPOLA - Canchero allo Spagnuolo: parla con la bocca e tacciano le mani.

CALLIFRONE - Quella signora è Donna Eufragia, figlia di quel cavaliere spagnuolo Don Giovanni, che fu primo marito di Elionora, mia moglie. Entrate, signor Lelio, figliuol caro, e voi, signora Donna Eufragia: questa è vostra casa.

ARSENIO - Pase adelante el primiero. [89]

CALLIFRONE - Entrate voi almeno, nuora carissima.

FILESIA - No me aga este tuerto, os ruego. [90]

CALLIFRONE - Questo è mio debito?

FILESIA - Por vuestra gracia. Mas lo harè, pues me comanda. [91]

TRAPPOLA - Io andrò per altri servigi.

SCENA 6

POLEONE, CALLIFRONE ed ARSENIO

POLEONE - O ventura! Eccolo dinanzi la porta sua. Gentiluomo, Dio vi guardi.

CALLIFRONE - Ecco questo altro, ah, ah.

POLEONE - Di che ridete, padrone?

CALLIFRONE - Con chi pensi parlare?

POLEONE - Con questo gentiluomo qui presente.

CALLIFRONE - Tu non lo raffiguri bene.

POLEONE - Io non lo conosco? Ho parlato più volte.

CALLIFRONE - Non lo conosci, dico.

POLEONE - Egli ha quegli occhi stessi, quel naso, quella bocca, quel viso, quei capelli e quell’aria. Lo conosco benissimo.

CALLIFRONE - Questo qui presente è il fratello di quello, col quale tu pensi parlare.

POLEONE - Egli parmi così magro, pallido, com’era poco anzi: già gli uomini non si sanno a stampa, come le monete, che possano tanto rassomigliarsi l’un l’altro.

CALLIFRONE - Ti dico che Arsenio, fratello di costui, va in Ispagna e s’è partito all’alba da Napoli, e deve esser presso a Gaeta.

POLEONE - Io vo’ veder se non vivo o morto. Io vedo, io parlo e mi muovo, e mi ricordo che gli ho parlato questa mattina: egli è desso.

CALLIFRONE - Che cercavi da lui, vo’ intender questa pratica.

POLEONE - Per certe robe, che ha voluto in presto da me, m’ha dato in pegno un anel d’oro con un rubino, qual dicea valer trenta scudi, e gli orefici m’han detto ch’è d’ottone e che il rubino è un vetro falso, che non val l’uno e l’altro un carlino: or cerco o che mi dia un pegno migliore, o mi restituisca le robe.

CALLIFRONE - Poveretto, tu sogni, tu frenetichi.

POLEONE - Come, sogno? Come, frenetico?

CALLIFRONE - Mio figlio non ebbe mai simil sorte d’anelli, ché non convenivano ad un suo pari quelle gioje false; e tu non lo devi conoscere.

POLEONE - Anzi, io vi dico che voi non lo dovete conoscere, ch’io lo conosco molto bene; e colui, col quale ho trattato, è questo qui presente.

CALLIFRONE - Questo che qui vedi è un gentiluomo spagnuolo, fratello di Arsenio, che gli rassomiglia tanto che par lo stesso; e non è stato in Napoli, se non ora che viene. Ma ché, avea bisogno delle tue gioje false?

POLEONE - Mi disse che volea far non so che burla.

ARSENIO - Con quien hablays vos? Hable con migo. [92]

POLEONE - Parla spagnuolo, adesso!

CALLIFRONE - Mira che bestia! Se è spagnuolo, come vuoi che parli: ebraico? Signor Lelio, quest’asino v’ha preso in iscambio di vostro fratello, e si pensa che voi siate lui.

POLEONE - Forse avrò fatto errore. Questi parla spagnuolo, e quelli Italiano… Forse sarà Leli, suo fratello, perchè tanto dice che se gli rassomiglia… Egli è quello stesso di poco anzi: io li veggio addosso le vesti mie! Gentiluomo, se non mi date le vesti mie, overo un pegno di maggior valuta, ve le torrò da dosso, ché queste truffe non si convengono a’ vostri pari.

CALLIFRONE - O Dio, come sei ostinato. Tu non vuoi credere, se non tocchi. Ti dico che non è Arsenio. Che diavol di bisogno aveva Arsenio delle tue robe?

POLEONE - Mi diceva che voleva fare un inganno.

ARSENIO - Si luego luego no te apartays de aqui, yo te darè de palos. Vade con todos los diablos. [93]

POLEONE - Cerco la roba mia.

ARSENIO - Toma, toma tu ropa. [94]

POLEONE - Oimé, deh, per amor di Dio! Santo Antonio, ajutami che costui non mi uccida!

CALLIFRONE - Non t’ho detto, figliuol mio, che ti fossi partito, che parlavi con altri che pensavi. Orsù, non più collera: entriamo, figlio.

POLEONE - Basta, me ne vendicherò ben io.

CALLIFRONE - E pur tenti! Non ti ricordi delle botte che hai avute: ce no sono dell’altre, se le cerchi.

ARSENIO - Entremonos.

POLEONE - Io me ne andrò alla corte, dirò le mie ragioni e cercherò vendicarmene, se posso.

SCENA 7

DRAGOLEONE e DENTIFRANGOLO

DRAGOLEONE - Mi racconti favole, bugiardaccio: tu non hai fatto quello, che ti ho comandato, poiché in iscambio di recarmi la mia Filesia, mi rechi quella vecchia contraffatta.

DENTIFRANGOLO - V’ho recata quella stessa che mi consegnò il ruffiano.

DRAGOLEONE - Certo o sei o fingi essere ubriaco.

DENTIFRANGOLO - Io sono ancora digiuno.

DRAGOLEONE - Or vai cercando che ti dia io da mangiare cinquanta punzoni per antipasto, bastonate a tutto pasto e calci a dietro pasto.

DENTIFRANGOLO - Vi ringrazio, non ho fame, son sazio ancor di jeri.

DRAGOLEONE - So che ti giuocheresti l’anima, se l’avessi in tuo potere: ti avrai giuocato i cento scudi, e poi da qualche bordello m’hai recata quella puttana vecchia.

DENTIFRANGOLO - Padrone, voi sapete che non so giuocare.

DRAGOLEONE - Però avrai perduto, perché non sapevi giuocare. Ma ti farò conoscere che importi, venirmi innanzi con queste favole.

DENTIFRANGOLO - Se troverete altrimenti di quel che vi ho detto, fate di me quel che vi piace.

DRAGOLEONE - Dimmi: a chi desti i danari? Pazzo senza cervello!

DENTIFRANGOLO - Me l’avete fatto dir cento volte. Al ruffiano.

DRAGOLEONE - Come lo conoscesti?

DENTIFRANGOLO - Giunto al luogo che voi m’insegnaste, trovai un servo che mi stava aspettando; e mi mostrò una lettera di vostra mano, che voi li mandaste il giorno innanzi, e mi dimandò se avea portato i cento scudi e il segnale: dissi di sì. Fece calar il ruffiano, gli diedi li danari e il segno, e mi consegnò Filesia, pregandomi a trattarla bene e che le facessi carezze.

DRAGOLEONE - Pur perseveri a dir ch’era Filesia? Ti caverò questa lingua, se più dice quel che non è, non fu, né può essere. Batti la porta.

DENTIFRANGOLO - La batto. Tic-toc.

SCENA 8

LUCRINO, DRAGOLEONE e DENTIFRANGOLO

LUCRINO - O signor capitano, voi siate il molto ben venuto.

DRAGOLEONE - E tu il molto mal trovato.

LUCRINO - Par che stiate in collera meco. Forse lo fate per non darmi la mancia della vostra bellissima Filesia, che vi ho mandata.

DRAGOLEONE - Ti darò un capestro per mancia, per appiccarti.

LUCRINO - Non vi conosco per boja.

DRAGOLEONE - Voglio essere peggio che boja: ché il boja si contenterebbe farti in quattro quarti, ma io ti squarterò in cento pezzi e senza adoperar la spada.

LUCRINO - Ah, ah, ah.

DRAGOLEONE - Che Diavolo hai. Putta della nostra… che non vo’ dire: tu ridi. Mi dài ancor la baja?

LUCRINO - La baja mi par che voi la volete dar a me.

DRAGOLEONE - Tròvati un altro mondo per iscampare, ché in questo dovunque tu fuggi ti giungerò, ancor che fuggissi nella China e nel Giappone; e ti farò assaggiare un pajo di artiglierie di questi pugni, ed un pajo di bombarde di questi calci.

LUCRINO - Di che dunque vi dolete di me?

DRAGOLEONE - Per chi conosci tu il capitan Dragoleone?

LUCRINO - Lo conosco per un capitan valorosissimo, e mio amico, e mio padrone.

DRAGOLEONE - Perché dunque lo tratti da nemico? Non sai tu che quando io ritraggo l’animo dalle gravissime cure degli eserciti, per alleggiar [95] e rintuzzar gli spiriti infocati e infuriati mi riduco a trastullarmi con una donna, e per questo effetto m’ho compro da te Filesia. Tu, in iscambio di lei, mi mandi una vecchia strega?…

LUCRINO - Ah, ah, or che sète sazio insino agli occhi di Filesia, ed avete pasteggiato, banchettato ed alleggiati gli spiriti, fingete il collerico meco e date la baja a me poveretto.

DRAGOLEONE - Tu, ridendo, mi fai venir in maggior furia. Io mi fo gran maraviglia di me stesso che abbia tanta pazienza, che non t’infilzi con la spada come un beccafico, cattivo furfante.

LUCRINO - In quanto al cattivo, è vero; ma il furfante, no.

DRAGOLEONE - Furfantissimo, ingannatore.

LUCRINO - Io vi dico che non inganno, né vivo d’inganno; e non ho ingannato, né non per ingannare alcuno; e son uomo da bene, come ogni par mio.

DRAGOLEONE - Come uomo da bene, se sei ruffiano?

LUCRINO - Son ruffiano, ed ho fatto questo ufficio di ruffiano quarant’anni onoratamente, ché niuno si può doler di me, né dirmi un male.

DRAGOLEONE - Come dunque ti pigli i miei trecento scudi e mi mandi una vecchia in vece di Filesia?

LUCRINO - Di grazia, vi prego, dite da burla o da senno?

DRAGOLEONE - Come, da senno? Conoscerai che allora dico da senno, quando ti darò una dodicina di bastonate a buon conto?

LUCRINO - Ma che vecchia v’ho mandata io?

DRAGOLEONE - Tu ’l sai, che me l’hai mandata.

LUCRINO - Vecchia, io? Che vecchia? E’ venuto Dentifrangolo, vostro servo, e mi diede la vostra lettera e i cento scudi e il segnale; ed io gli consegnai Filesia vostra.

DRAGOLEONE - Dentifrangolo, fatti innanzi: intendi costui che dice.

DENTIFRANGOLO - Intendo: quella donna che mi fu consegnata, quella v’ho portata.

LUCRINO - Io ho dato a te vecchia?

DENTIFRANGOLO - A chi diedi i danari, mi diede la vecchia.

LUCRINO - Io, questo? Quando io consegnai né a te, né a niuno vecchia?

DENTIFRANGOLO - Tu, sì.

DRAGOLEONE - Taci, tu. Taci, tu ancora; e non rispondete, se non a quanto vi dimando. E’ stato costui quello che ti diede la vecchia che mi recasti?

DENTIFRANGOLO - Quel ruffiano che mi diede la vecchia non stava così fatto.

DRAGOLEONE - Hai tu consegnato a costui Filesia?

LUCRINO - Quel Dentifrangolo, a cui ho consegnata Filesia, non assomigliava a costui.

DRAGOLEONE - A chi dunque la désti?

LUCRINO - Ad un altro che mi venne da vostra parte, mi diede la vostra lettera, i cento ducati di quella stessa moneta della prima, il segnale nascosto tra noi.

DRAGOLEONE - Dentifrangolo, racconta com’è passato il fatto.

DENTIFRANGOLO - Io, venendo qui, trovai un giovane con un naso aquilino, con certi occhi vivi come vipera.

LUCRINO - Oimé, m’indovino la cosa…

DENTIFRANGOLO - Bruno, basso, macro, con certe guance lunghe.

LUCRINO - Oimé, quelle guance lunghe m’han dato un guanciata. Come si chiamava?

DENTIFRANGOLO - Nullacrédimi, Tuttigàbbali, Orofùrali, Donnascàmbiali.

LUCRINO - Vorrei morire: questi è Trappola!

DRAGOLEONE - O uomo ignorantissimo sovra tutti gli ignoranti, come non ti accorgevi che ti voleva ingannare? Se fosse stato tuo padre o tuo fratello, non poteva avvertirti meglio. S’egli ti diceva che si chiamava Nullacrédimi, acciocchè tu non gli credessi, perché gli credesti? Se diceva che si chiamava Tuttigàbbali e che voleva gabbar ancor te, come ti facesti gabbare? Ti disse Orofùrali, perché ti voleva furare i cento scudi; e Donnascàmbiali, perché ti voleva scambiar la giovane per la vecchia.

DENTIFRANGOLO - Io non avea cura allora delle parole che diceva, né d’interpretar il suo nome, ma a far bene il vostro servigio.

DRAGOLEONE - Questo era mio servigio: non farti ingannare.

LUCRINO - O misero me, che debbo dunque fare?

DRAGOLEONE - Pórti [96] un capestro al collo ed appiccarti.

LUCRINO - Deh, uccidetemi, per amor di Dio.

DRAGOLEONE - Tu vuoi morir apposta per non pagarmi. Ma dammi prima i miei trecento scudi e poi fatti uccidere a tua posta da chi vuoi.

LUCRINO - Io moro.

DRAGOLEONE - Non morir prima che mi paghi.

LUCRINO - Io moro.

DRAGOLEONE - Io vo’ che tu viva a tuo dispetto.

LUCRINO - Oimé! Oimé!

DRAGOLEONE - Guai ti dia Dio.

LUCRINO - Oimé, ch’io sono stato ministro del mio danno, ché mentre pensava ingannar lui, egli ingannava me; e pensando burlar lui, burlava me stesso. Anzi me ne avvisò prima, che voleva ingannarmi ed in quel punto che m’ingannava egli proprio me ne avvertiva. Ed io, sbalordito, più stava saldo all’inganno.

DRAGOLEONE - Chi è questo che t’ha ingannato?

LUCRINO-Trappola.

DRAGOLEONE - Se sapevi che si chiamava Trappola, perché ti lasciasti trappolare? Pensi che quel nome gli fosse posto a caso?

LUCRINO - Poiché ha ingannato noi due, però ambedue diamogli il castigo.

DRAGOLEONE - Egli non ha ingannato se non te. Ma non merita castigo alcuno, se questa mattina t’avvisò che ti volea ingannare e te ne avvisò in quel punto stesso.

LUCRINO - Mi sono tutt’oggi guardato da lui con tutto il mio potere: e con tutto ciò m’ha pur gabbato. Né mi duol tanto d’aver perduti i danari, quanto d’essere stato burlato. Vi è di peggio, ché voi mi avete mandato un altro vostro servo per Filesia, ed io, pensando che lo mandasse Trappola, per burlarmi allora l’ho fatto mettere in prigion da’ birri.

DRAGOLEONE - Poter del mondo! Che cosa dici? M’hai aggiunto ingiurie ad ingiurie.

LUCRINO - Io non l’ho fatto per ingiuriarvi, ché meriterei ogni castigo; ma pensava qualche uomo finto: così il finto ho stimato per vero e il vero per finto.

DRAGOLEONE - Su, alle mani dìasi qualche rimedio: tròvinsi coloro, ché son uomo di tòrmela per forza dove la trovo, anche da man del Diavolo.

LUCRINO - Mi par che andiamo in casa di Callifrone, padre di Arsenio, perché egli ne sta innamorato ardentemente; e cerchiamo prima con cortesia se possiamo aver qualche luce del fatto e dove si ritrovi, e poi s’usi la forza.

DRAGOLEONE - Entra tu, brava e fulmina con la lingua, e sta’ sicuro che avrai sempre alla spalla Dragoleone. Io mi porrò dietro questo angolo per guardia e per riparo, e per ogni cosa che potesse succedere.

LUCRINO - Io batto. Tic-toc.

SCENA 9

CALLIFRONE, DRAGOLEONE e LUCRINO

CALLIFRONE - Che volete da me?

DRAGOLEONE - Quello che intenderai.

CALLIFRONE - Che furia è questa?

DRAGOLEONE - Tu devi esser forestiero in questa terra, poiché non mi conosci. Digli tu, Lucrino, chi sono.

LUCRINO - Avvertite, Callifrone, che costui è un valente capitano.

DRAGOLEONE - Che capitano! Capitano!… Io sono il commissario della peste, il luogotenente della morte, il colonello delle uccisioni. Per dirla in breve, io sono lo struggimondo, ed in quella casa che ardisce ingiuriarmi resta un perpetuo testimon del mio valore.

CALLIFRONE - Lunge dunque dalla mia casa, ché non ci hai a far cosa alcuna.

DRAGOLEONE - Anzi, più qui che in altro luogo. Se Arsenio, tuo figlio, non mi torna la mia schiava, darò tale scossa a questa casa che la farò volar per l’aria, come se fosse contraminata [97] con cento barili di polvere; e se m’ha rubata la donna, non m’ha rubato l’animo, il valore e la gagliardia.

CALLIFRONE - Io non so che vogliate di qua, con tante bravure e con tanta superbia: ché ho uomo in casa che ne ha per sé e per altri, ed in sua presenza vi farà aver poche parole e vi farà pentir delle già dette.

LUCRINO - Callifrone, di grazia, ascoltate il fatto, e quel che può farsi per cortesia non si faccia con isdegno. Io aveva una schiava in casa, che l’avea comperata duecento ducati in Barberia. Arsenio, vostro figlio, mi è stato gran tempo d’ intorno per averla. Il capitan qui presente se l’ha comperata da me per trecento, vostro figlio e Trappola han tanto trappolato che me l’han rubata di casa.

CALLIFRONE - Quando fu questo?

LUCRINO - Poco innanzi questa mattina.

CALLIFRONE - Or mirate se sète fuor di cervello. Trappola dall’alba del giorno è stato alla villa ed è tornato or ora. Arsenio, mio figlio, è gito a Barcelona e già deve essere a Gaeta.

LUCRINO - Ho veduto tutt’oggi Arsenio, vostro figlio, e Trappola non me l’ho potuto mai tôr da’ piedi.

CALLIFRONE - Io dico che non l’hai potuto vedere.

LUCRINO - Io dico il vero, ch’egli me l’ha tolta.

CALLIFRONE - Ed io ti dico che qui non può essere veritade alcuna.

LUCRINO - Ditemi, di grazia: ha egli condotta in vostra casa alcuna donna?

CALLIFRONE - Son quindeci anni che in mia casa non fu donna giammai, eccetto oggi che è venuto Lelio, un altro figlio che ho, da Barcelona, e menatasi seco una gentildonna principale sua moglie, chiamata Donna Eufragia.

LUCRINO - Non ci fareste tanto favore di farci vedere Donna Eufragia?

CALLIFRONE - A che proposito? Che ho a far con voi? Con che proposito dirò ad una signora nobilissima che certi uomini la vogliono vedere?

DRAGOLEONE - Avvertite ch’io sono il capitan Dragoleone, di tanta fama che bisogna allargarsi il mondo per capirla. [98] Stipendiato dal re di Spagna, da quel di Francia e da quel d’Inghilterra, infin dal Turco. Ad un mio cenno, ho cento bandiere di soldati che porranno sossopra il mondo. Or mi riduco a pregarvene per non far qualche stroppio o strage, qui innanzi, del vostro Arsenio.

CALLIFRONE - Ad Arsenio tu non farai stroppio alcuno, ché è gito in Ispagna.

DRAGOLEONE - Ho le braccia così lunghe, che giungono infino all’Inghilterra.

LUCRINO - Vi preghiamo per cortesia con alcuna scusa di farcela veder solo.

CALLIFRONE - Son contento. Vo’ soddisfarvi. O di casa, fate intendere a Donna Eufragia che, per farmi grazia, cali quaggiuso un poco. Resterete ingannati, ché Arsenio è fuor di Napoli dall’alba ed in mia casa non v’è schiava alcuna.

SCENA 10

FILESIA, CALLIFRONE, LUCRINO e DRAGOLEONE

FILESIA - Segnor padre, que manda V. M.? [99]

CALLIFRONE - Costoro hanno caro vedervi.

LUCRINO - Io trasecolo! Questa è Filesia, la mia schiava.

DRAGOLEONE - Anzi, mia signora! Conosco gli occhi, che luciono più del fanale della mia galea e che feriscono più degli archibugi.

CALLIFRONE - Signora, conoscete costoro?

FILESIA - Nunca jamas me acontecío de verlos, pues como los puedo conozer yo, si agora legamos aquí de Barcelona? [100]

LUCRINO - Conosci, Filesia, me?

FILESIA - Con quien hablays vos? [101]

LUCRINO - Con Filesia.

FILESIA - Pues no hablays co migo. [102]

LUCRINO - Voi chi sète?

FILESIA - No tengo obligación de dar cuenta a vos. [103]

LUCRINO - Ditelo per cortesia.

FILESIA - Quiero que mi cortesia venca a vostra mala crianza. Yo me llamo Dogna Eufragia. [104]

DRAGOLEONE - Conoscete me?

FILESIA - Nunca os vi. [105]

DRAGOLEONE - Il capitan Dragoleone?

FILESIA - Jamas he hoydo decir tal nombre. Que preguntas son estas? A si me hablays, como si mucho tiempo mi huierades conocida. [106]

LUCRINO - Non conosci Lucrino ruffiano?

FILESIA - Que tiengo de hazer yo con alcahuetes? Deveriedes de buscarlo en la putaria. Quando yo vì tal casta de jentes? [107]

LUCRINO - Or parla spagnuolo, i capelli non mi parevano così biondi, né ella così vermiglia... Forse avrò fatto errore…  Ma quanto più la miro, più mi par ella. Dico che è dessa!… Queste son le carezze, Filesia, che hai avute in casa mia? Questi i buoni trattamenti?

FILESIA - Estoy imaginando que erades locos, pues dizistes cosas tan estranias que nunca las oy en mi vida. [108]

DRAGOLEONE - Non conosci dunque il capitano?

FILESIA - Nunca me allé en la guerra donde haya conocido soldados. Mas porque estoy perdiendo el tiempo hablando con estos picaros que en veniendo mi marido os quebrarà las cabezas? [109]

DRAGOLEONE - Questa è mia schiava e l’ho comperata trecento scudi! E perché sei mia, non basterà tutto il mondo a vietarmi che non ti toglia.

FILESIA - Que atrevimiento es este? Y que importunidad, valgame Dios? [110]

SCENA 11

ARSENIO, DRAGOLEONE, CALLIFRONE e LUCRINO

 ARSENIO - Apartaes, rapaces, picarazos! Yo os quebrarè las cabezas, por que tanto astrevimiento haveys tenido en poner manos a una segnora!  [111]

DRAGOLEONE - Fermatevi, ascoltate la ragione… 

ARSENIO - Quero que la espada sea mi razon y el derecho! Tomà esto, que esta es mi razon! [112]

DRAGOLEONE - Non mi tener, ruffiano, che non ammazzi costui! Lascialo castigare a me.

LUCRINO - Chi ti tiene? Non ti tengo io.

DRAGOLEONE - Ruffiano, poniti dal corno destro innanzi, ch’io dal corno sinistro a guisa d’una falange macedonica gli darò dentro. Menti che io sia rapazzo. [113]

ARSENIO - Mentis vos, porque mentis lo que soys. [114]

DRAGOLEONE - Se ben la querela non ha luogo, né sono tenuto a duello, pur ti farò conoscere che la mentita è vera.

ARSENIO - Yo te harè conocer que esto es el verdadero mentir y te cortarè les orejas y narizes!  [115]

DRAGOLEONE - Più tosto morir con valore che morir con disonore.

ARSENIO - Mil palos darè en estas espaldas de picaro!  [116]

DRAGOLEONE - Il temo è padre e la tardanza è madre delle vendette: m’informerò del negozio meglio, poi ti risponderò, ché la spada vuol ragione.

ARSENIO - Vayase de aquì !  [117]

DRAGOLEONE - Me no vo, perché ho da fare, non perché lo dici tu.

LUCRINO - Perderò io dunque la schiava e i danari?

ARSENIO - Vayase de aquì, alcahuete ladron, en hora mala. [118]

LUCRINO - Io ancora me n’andrò.

ARSENIO - Vamenos, mi padre.

CALLIFRONE - Andiamo.

DRAGOLEONE - O Dio! Quando egli si tirò dietro, non poteva passar di piedi io innanzi con questa stoccata? Non poteva secondar con questo fendente? Come averebbe potuto riparar questo stramazzone? Che maglia avrebbe potuto sostener questa stoccata? Cascava in terra, l’avrei trascinato per i piedi, poi tratto in un altro mondo. Non poteva trovarmi addosso il giacco, la corazza ed i bracciali? O Dio! O Dio!

SCENA 12

TRAPPOLA, ARSENIO e POLEONE

TRAPPOLA - Ma dove troverò il padrone, per avvisarlo d’un suo fatto? Ma a  tempo vien fuori di sua casa… Padrone, il venditor Poleone è andato alla corte e gli sono stati consegnati i bracci del manigoldo, [119] >e vi vanno cercando. Dubito, se v’incontrano, che non vi portino in prigione e vostro padre si accorga di esser stato burlato.

ARSENIO - Non mi mancherebbe altro, ché è poco men che accorto dell’inganno, per esser venuto il Capitano. Se non giungeva a tempo, se la menavano con essi loro.

TRAPPOLA - Oimé! Voi che faceste?

ARSENIO - In poner mano alla spada, fuggirono.

POLEONE - State in cervello, o voi, ché veggio quei che m’han tolte le robe mie. Ma io vorrei prender quel servo, ché del padrone non son così sicuro e dubito averlo poco innanzi preso in iscambio. Questi è spagnuolo e quelli italiano. [120]

TRAPPOLA - Che volete voi? Che cercate da me?

POLEONE - Vo’ che venghi in prigione, o restituiscimi le robe.

TRAPPOLA - Ecco qui il padrone, dimandale a lui. Io sono un povero servo.

POLEONE - Signor, volete restituirmi le robe o meno costui in prigione?

ARSENIO-Vayase de aquí, vos no sabeys quien soy yo! Ahora llego en ella tierra. No teneys verguenza hablar con un caballero con tan poco rispetto? [121]

TRAPPOLA - Padron, di grazia, pagatelo o restituitegli le robe.

ARSENIO - Yo no se lo que dizes. [122]

TRAPPOLA - Or che avete ottenuto il vostro intento, non sapete quello che dica?

ARSENIO - No se quien soys. [123]

TRAPPOLA - Ora non conoscete Trappola?

ARSENIO - Que Trappola? Que Trappola?

TRAPPOLA - Così non fosse mai stato. [124] Che dite? Volete pagare, o che mi portino prigione?

ARSENIO - Que te lleven adonde quieren, que se me dà. [125]

POLEONE - Signor! Se lo porto, non uso scortesia, perché ho ragione; e se volete che la dica, dirò.

TRAPPOLA - La dirò io. Signor, il mio padron italiano mi comandò che per un suo servigio gli trovassi alcuni panni: li trovai, e li togliemmo a prestanza da questo giovane; egli gli diede in pegno un anel falso. Or che avuto ha il suo intento, viene il padron coi birri, vuol le robe sue o un pegno migliore, o ch’io vada prigione. Quel padron italiano parla spagnuolo, e dice che non è lui. Or date la sentenza, di grazia: questo padrone la fa da uomo da bene, o da ingrato e da asino?

ARSENIO - Si es verdad, razon teneys. [126]

TRAPPOLA - E che sia un asino, non voglio altro testimonio che voi medesimo: perché voi stesso sapete se sia vero.

ARSENIO - Yo me voy, que tengo que hazer. [127]

TRAPPOLA - Fratello, di grazia: ricordati ben che una metà delle robe desti a me, l’altra al padrone. Le robe che desti a me son salve in questa casa e te le ritornerò or ora.

POLEONE - Vada un compagno [128]con lui, ché noi v’aspetteremo qui. Il mondo è incattivito tanto che non si può più vivere. Doni la roba tua ad un gentiluomo, poi ti dà un pegno falso e dice che non ti conosce.

TRAPPOLA - Eccovi le robe di velluto, il robone, il manto, la spada e la gorgiera, il capello col pennacchio; gli stivali, il mantello da viaggio e il cappello li tiene egli addosso.

POLEONE - Dimmi, di grazia: quello spagnuolo di poco anzi, se è quell’Italiano di questa mattina.

TRAPPOLA - Quello stesso: o Dio! Non lo conosci? E le robe tue che tiene addosso?

POLEONE - Deh, se lo trovo, lo porterò prigione senza rispetto alcuno e farò la vendetta delle bastonate che mi diede questa mattina… Ma eccolo che torna.

ARSENIO - Veramente la bugia cammina zoppa: facciasi quel che si voglia, che è sempre sovragiunta dalla verità. Il nostro fatto va di male in peggio. Dispiacemi che Trappola sia prigione, ché senza lui sono come nave senza timone. Io non poteva altrimenti liberarmi da quelli, se non avessi finto di non conoscerlo. Dio sa, se me n’è dispiaciuto.

POLEONE - Toglietemi costui prigione: son risoluto aver la roba mia.

ARSENIO - Que quereys vos de mi? [129]

POLEONE - Non bisogna più parlare spagnuolo: o datemi le mie robe che tenete addosso, o venite prigione.

ARSENIO - Trappola haz de manera que ne vaya en prision. [130]

TRAPPOLA - Trappola io? Poco anzi dicevate che non mi conoscevate: come mi conoscete adesso? Io non vi conosco, né so con cui parliate.

ARSENIO - Por vida tuya! Hagamos de manera que estes me dicen. [131]

TRAPPOLA - Fatelo voi. Che avete a far con me? Mi raccomando.

POLEONE - Orsù, o tornatemi le robe, o andiamo in prigione.

ARSENIO - Se vo prigione, è l’ultima mia ruina e si scuopre il tutto: vo’ più tosto morire. Quitaos de hay con todos los diablos, se non que os mataré! [132]

POLEONE - Oimé, dove fuggite? O voi! O canchero!

ATTO QUINTO

SCENA 1

ELIONORA, moglie di CALLIFRONE

Sono tanti i pericoli del mondo, che non si possono dir passati i travagli del giorno, se non dopo giunta la sera; né i pericoli della vita, se non dopo la morte. Sono venuta da Barcelona infino a Napoli senza passar pericolo alcuno, anzi, senza veder mai faccia di tempesta; or giunta quasi al porto, mancò poco che non mi morissi della paura di sommergermi. Ed allora più s’accrebbe la paura a tutti, quando vedemmo una nave appresso noi miseramente sdrucita dalla furia dell’onde, inghiottita dal mare, e diede al suo naufragio miserabil spettacolo agli occhi nostri. Pure, per la Dio grazia, sono giunta alla patria e sono finiti i pericoli del mare. Ma come farò per aver nuova di Callifrone, mio marito? Ancorché l’incontrassi, non lo conoscerei, ché son quindeci anni che non ci siam veduti, e l’andar cercando un uomo per Napoli mi par vanitade. Mi scrisse che abitava alla strada Toledo, vicino alla Carità, ed io sono già in quella. Andrò a trovar un allogiamento per riposarmi e fare sbarcar mio figlio e mia nuora; e poi, domani, andrò cercando. Seguimi, Dusa.

SCENA 2

CALLIFRONE, ELIONORA e TRAPPOLA

CALLIFRONE - Veggio una matrona, e mi par forestiera, che viene in qua… e mi par altre volte d’averla veduta, né posso ricordarmi dove.

ELIONORA - Veggio un vecchio che mi sta mirando, e non mi muove gli occhi da dosso… parmi averlo veduto e conoscerlo.

TRAPPOLA - Il mio padrone sta mirando una vecchia con tanta attenzione, come se volesse far l’amore.

CALLIFRONE - E quanto più miro, più m’assicuro di averla vista e trattatto con lei.

ELIONORA - E quanto più lo miro, più mi pare d’aver avuto commercio seco.

CALLIFRONE - Se non dubitassi che il desiderio di vederla m’ingannasse, direi ch’è Elionora, mia moglie, la quale lasciai in Barcelona.

ELIONORA - E se non dubitassi che il soverchio disio che n’ho mi facesse parer uno per un altro, direi che fosse Callifrone, mio marito.

CALLIFRONE - Mi par troppo vecchia: non è mia moglie, no.

ELIONORA - Mi par troppo ricaduto di età, troppo vecchio.

CALLIFRONE - Non è dessa, certo no.

ELIONORA - No, no, non è desso, no.

CALLIFRONE - Se non fosse che mi tiene il rispetto di dimandare una donna, vorrei dimandarle chi fosse.

ELIONORA - Se la donnesca onestà non m’impedisse, vorrei dimandargli chi fosse.

CALLIFRONE - Ella è certissimo: non mi posso tener di non dimandarla.

ELIONORA - Certo è desso, e bisogna glielo dimandi.

CALLIFRONE - Ma vo’ dimandarla di modo che, non essendo chi stimo, possa ritrarmi con l’onor mio.

ELIONORA - Ma come lo dimanderò che, facendo errore, resti con l’onor mio?… Poiché mi state mirando, mi è forza voltarmi a voi e dimandarvi se conoscereste qui in Napoli, per sorte, Callifrone Afaitato.

CALLIFRONE - Non potevate abbattervi meglio che a me: ch’io son de’ maggiori amici ch’egli abbia. Ma ditemi voi, di grazia, se sète forestiera? E se forestiera, donde venite?

ELIONORA - Io son di questa città e son forestiera, e vengo di Barcelona.

CALLIFRONE - Io mi sento un occulto spirito, che mi toglie il velo dagli occhi e mi fa veramente conoscere ch’ella è mia moglie.

ELIONORA - Io sento non so che affetto intenso, che mi riempie d’occulta dolcezza, che non posso capir me stessa. Certo costui sarà mio marito.

CALLIFRONE - Chi facilmente impetra, si fa più audace nel chiedere. Poiché con tanta cortesia mi avete risposto al primo, rispondete a quest’altro. Conoscereste in Barcelona una donna chiamata Elionora?

ELIONORA - Non potevate abbattervi meglio che a me, ch’io gli sono molto amica. Ma ditemi, di grazia, dove abita Callifrone?

CALLIFRONE - Abita qui, dove son io; ed io son quel Callifrone che cercate.

ELIONORA - Ed io vi do ancor nuova che Elionora si trova qui, dove son io.

CALLIFRONE - Non debbo più dunque trattenermi a correre e porvi le braccia al collo!

ELIONORA - Né io posso star più con le mani a cintola!

TRAPPOLA - Io dubito, oimé è pur vero, che questa è la moglie di Callifrone, che giugne da Barcelona con Lelio, suo figliuolo, e Donna Eufragia, sua moglie.

CALLIFRONE - O cara moglie, per mille volte ben venuta!

ELIONORA - O caro marito, ben trovato per migliaja di volte!

CALLIFRONE - Quanto è che sète giunta in Napoli?

ELIONORA - Or ora la nave è entrata in porto, ed or siamo sbarcati.

CALLIFRONE - Come, così sola?

ELIONORA - Ho lasciato Lelio, nostro figlio, con Donna Eufragia, sua moglie, ché si giacciono un poco maltrattati del mare; ed io con questa donna me ne veniva pian piano dimandando di voi, e torre uno alloggiamento.

TRAPPOLA - Io credo, anzi vedo, e volesse Iddio che non vedessi più mai quel che vedo, che questa è sua moglie.

CALLIFRONE - Di Donna Elvira non avesti più nuova giammai?

ELIONORA - Dopo che mi fu tolta da’ Mori e condotta al servigio della reina di Féssa, fu riscattata da un mercatante cristiano per rivenderla: non n’ho più inteso nuova veritiera.

CALLIFRONE - Ma come Lelio e Donna Eufragia sono in nave, se da questa mattina son venuti in casa mia?

TRAPPOLA - O diavolo, a che punto hai condotta questa vecchia traditora, per farmi andar così presto all’isoletta di legno!

ELIONORA - Come può esser giunto questa mattina, se or ora gli ho lasciati in nave? Potrebbono venir da sé, tanto stanno di cattiva maniera? Mi bisogna mandarli un cocchio.

CALLIFRONE - Io vi dico che son in casa mia, e li potrete veder or ora. Olà, o di casa! Fate calar qui la signora Donna Eufragia.

ELIONORA - Or questa saria bella, ch’abbia voluto venir qua prima di me! Ma, di grazia, veggiamola.

CALLIFRONE - Olà, o di casa! Dite alla signora Donna Eufragia ed a Lelio che calino quaggiù, perch’è venuta la lor madre.

ELIONORA - Sarebbe davvero ciò un miracolo.

TRAPPOLA - Il fatto è spacciato per me, è venuta questa vecchia per farci tutti miseri: non poteva rompersi il collo per la via? Se incappo in mano del vecchio, avendogli di più oggi fatto tante burle, oltre il cattivo credito in che mi tiene, piglia Trappola, bastona Trappola, ingalera [133] Trappola, appicca Trappola, squarta Trappola, mi farà far mille morti per ora. Che fo, che non compero una fune e m’appicco? Già sento il rimbombo delle bastonate sulla schiena: ciàch, ciàch…

SCENA 3

FILESIA, CALLIFRONE, ELIONORA e TRAPPOLA

FILESIA - Padre mio, que me pedis? [134]

CALLIFRONE - Rallegrati, figliuola mia: ecco Elionora, tua matrigna, che viene ad abbracciarti; e tu, moglie mia cara, ecco Donna Eufragia, tua  figliastra.

ELIONORA - Dove è Donna Eufragia?

CALLIFRONE - L’hai dinanzi e men dimandi?

ELIONORA - Costei non è Donna Eufragia mia, mia figliastra.

FILESIA - Por cierto que es mi madastra. [135]

TRAPPOLA - S’è detto il dicibile, s’è immaginato l’immaginabile e s’è fatto il fattibile per condurr’oggi questa nave a salvamento, e già pensava averla in porto: ecco risorta una crudel tempesta di subito, rotto l’arbore, squarciate le vele e la nave tutta sdrucita!

CALLIFRONE - Come no? Mira bene.

ELIONORA - Che volete che miri? Costei né vidi, né conobbi mai.

CALLIFRONE - Chi è dunque?

ELIONORA - Dimandatene lei.

CALLIFRONE - Dimmi, tu: chi sei?

FILESIA - Yo no soy hyjastra, pues ella non es mi madastra. [136]

CALLIFRONE - Se non sei Donna Eufragia, chi sei? Che rispondi?

FILESIA - No se que responder. [137]

CALLIFRONE - Non m’hai detto tu ch’eri Donna Eufragia, moglie di Lelio? Ecco qui Elionora, la madre di Lelio: sei al paragone, che dici ora? Ma perché te ne dimando invano? Ché avendomi detto al principio una bugia, d’ogni cosa che ti dimanderò dirai parimente la bugia.

ELIONORA - Costei com’è qui?

CALLIFRONE - Sotto nome di vostra figliastra.

TRAPPOLA - La tempesta quanto più sta, più inaspra e minaccia naufragio. Ho persa la tramontana, la carta non mostra bene, la bussola non osserva, non serve più il compasso. Ma ché? Posso combatter io contra il destino? Quel che dee avvenire, forza è che avvenga.

CALLIFRONE - Tu non dici nulla, son uomo da esser burlato da lei? Mi parevi una agnella in vista, or mi riesci nell’opre una volpe; mostravi una fanticella, [138]  e devi esser qualche puttana diffamata.

FILESIA - Por hallarme in vuestra casa, me hazeis hablar con mas respetto que debrìa. Yo no soy puta. [139]

CALLIFRONE - E’ il vedermi beffato che mi fa venir a così sconce parole. Ma sfratta di casa mia.

FILESIA - Con mas crianza echarias a un perro. [140]

CALLIFRONE - Son risoluto che non abbi a star un sol momento in mia casa. Ma stimo che devi esser di marmo, poiché in faccia non mostri alcun segno di vergogna — la vergogna si sarebbe arrossita — e gli occhi di vetro, ché ancor ardiscono mirarmi. Taci e vattene, e non far che l’ira dalle parole mi faccia venir ai fatti.

FILESIA - Entre quanto asperos tormentos he sufrido hasta hora, ninguno me ha parezido mas aspero que allarme entre estos trabajos. Que queria maldizir la hora en que nazii. [141]

CALLIFRONE - Ancora sei osa rispondere? Non so come non ti sotterri mille braccia: abbi a ventura che non ti prenda per i capelli e non te ne cacci con un bastone.

TRAPPOLA - Ah, Trappola, non perderti d’animo, non disperarti! Sei gran maestro delle trappole, inventore ed esecutore peritissimo: studia bene, ricovera l’animo.

CALLIFRONE - Non senza cagione quel misero ruffiano diceva ch’eri sua allieva, e quel soldato la sua puttana; ed io ignorante, non sapendo quel che mi dicessi, ti difendeva.

FILESIA - Quantunque mi vedi in sì misero stato, dove sono al presente, non pensar che sia qualche misera sciagurata: ché sono gentildonna, ed in tutte le mie miserie e travagli ho tenuto sempre cura dell’onor mio; e le tue mordaci parole non m’han fatto risponder da quella che sono.

CALLIFRONE - Adesso parli italiano, non sei più spagnuola: due lingue in bocca a madonna!

ELIONORA - Marito, di grazia, abbi un poco di pazienza, mi sento correr per le vene un certo incognito amico consentimento, che mi ha tutta piena di tenerezza e di pietà di costei. Deve esser qualche giovane nobile assassinata dalla Fortuna. Mirate che pianto!

CALLIFRONE - Non vi muovano quelle lacrimucce di puttana! Non sapete che tutte le donne ne han dietro gli occhi una caraffina, e le scaturiscono ad ogni lor posta; e come non possono più ajutarsi con la parole, si ajutano con le lacrime? Mira che alterezza tiene nella fronte.

ELIONORA - Marito, la grandezza del sangue, ancorché venga trapazzata [142] dalla Fortuna, nell’opre dell’onore si fa sempre più altiera. Ma dimmi, poiché sei gentildonna così onorata, di che paese, di che città tu sei?

FILESIA - Di Spagna, di Barcelona.

ELIONORA - Di chi fosti figliuola?

FILESIA - Lo mio padre io non conobbi, ché mi lasciò piccola bambina, ma si chiamava Don Giovanni di Moncada.

ELIONORA - O Dio, che ascolto!… Il tuo nome?

FILESIA - Adesso mi chamano Filesia, il mio vero nome è Donna Elvira.

ELIONORA - O buon Iddio, favoriscimi tu!… Il nome di tua madre?

FILESIA - Mia madre morì nel partorirmi (ahi, rimembranza, quanto sei acerba a chi si vide in grandezza!). Avesse piaciuto a Dio che fosssi morta allor io, ché tanto tempo non sarei stata perpetuo bersaglio della fortuna! E dal nascer portai meco infausto presagio delle mie sciagure, ma ebbi in suo luogo una madrigna che mi amò più che se mi fosse stata madre, e chiamavasi Elionora.

ELIONORA - Non posso più tenermi...

TRAPPOLA - O Dio, fosse costei la figliastra del mio padrone, già promessa per isposa ad Arsenio, avendola predestinata i cieli, dopo tanti travagli, a congiugnersi con lui?…

ELIONORA - Mirami un poco, mi conosceresti tu per sorte?

FILESIA - Io sto così addolorata che ho perduta la vista degli occhi: mi par il mondo per me in tenebre.

ELIONORA - Come fosti separata da quella tua madrigna?

FILESIA - Andavamo un giorno a spasso a Badoina, in una nostra villa al lido del mare. Fui rubata da una fusta [143] di Mori e, per esser un poco di vista, [144]  mi donaro alla regina di Féssa. La servii molti anni; dopo, mi comperò un mercante italiano per duecento scudi, per tornarmi a vendere a’ miei parenti.

ELIONORA - O Dio, quanta allegrezza mi dài in questo giorno! Marito mio, ecco la mia figliastra molto cara che, fanciulla, mi fu rubata da’ Mori, che avea designata sposa al nostro Arsenio.

CALLIFRONE - Dite da vero?

ELIONORA - Deh, lascia che t’abbracci, o Donna Elvira carissima più che figlia! Ahi, quante lacrime ho sparse per tua cagione!

FILESIA - Di grazia, vi prego che mi rimiriate e mi conosciate bene, acciocché non, venendo alcun altro, io sia un’altra. [145] Ché tutt’oggi sono stata come quello che va ad appiccarsi, che ode gridar “grazia, grazia” e poi “impicca, impicca”.

ELIONORA - Figlia cara, tu sei dessa senza alcun dubbio, ché già ti raffiguro; e piace a Dio che ti veggia in luogo ed in tempo insperatamente, ove non sperava di rivederti.

FILESIA - La fortuna s’ha tanto preso oggi giuoco di me che, sebben pare che vi riconosca, pur non posso credere tanta allegrezza.

CALLIFRONE - Figlia cara! Confesso la mia sciocchezza, ché l’età così giovane, l’intelletto così vivace e maturo mi dovevano far accorgere che voi non foste bassamente nata. Onde, se vi piace, m’inginocchierò a’ vostri piedi a chiedervi perdono assai volentieri, se per errore mi sono crucciato con voi e trascorso in non convenevoli parole.

FILESIA - Eccomi, Callifrone caro! Ché, seppur v’ho chiamato padre, non ho mentito; e se v’era finta figliastra, or vi son vera figlia e verissima serva.

CALLIFRONE - Veramente dimostri che non sei men bella dentro che di fuori.

ELIONORA - Chiamate Arsenio, vostro figliuolo, a cui avevamo destinata costei per moglie.

CALLIFRONE - Volesse Dio che fosse in Napoli: l’ho inviato dall’alba del giorno in Ispagna, che venisse a ritrovarvi e farvi compagnia infino a Napoli, in una buona nave.

ELIONORA - Qual nave?

CALLIFRONE - In una nave nuova, che penso che già debba esser giunta a Gaeta.

ELIONORA - Che bandiera portava la nave?

CALLIFRONE - In quella di mezzo, una croce rossa.

ELIONORA - Da chi era noleggiata?

CALLIFRONE - Da un Trifon Damiano Raguseo.

ELIONORA - Quanto tempo è che si partì da Napoli?

CALLIFRONE - A buon’ora, dall’alba del giorno. Ma perché me ne dimandate così a puntino?

ELIONORA - Perché una nave qual voi proprio mi dipingete l’abbiamo veduta oggi annegarsi dalla tempesta più in là di Pozzuoli, e noi siamo stati in grandissimo periglio.

CALLIFRONE - Dite il vero?

ELIONORA - Così vero come vi veggio.

CALLIFRONE - Oimé, moglie, ché la nave che mi dici esser sommersa m’ha sommerso in un pelago di amarissimo affanno.

ELIONORA - E il peggio fu che calò a piombo, che non se ne salvò pur un uomo.

CALLIFRONE - Oimé, oimé! O figlio, o figlio mio! Veramente, nel partirti di Napoli, mi sentii partir l’anima dal corpo e lasciarmi in un certo modo afflitto ed addolorato. Sentiva non so che nel cuore, che mi rendeva tutto conturbato. O occhi miei di pietra, perché non versate voi tanto sangue, per non dir lacrime, quanto egli avrà inghiottito acqua?

TRAPPOLA - O benedetta nave sommersa, ché tu fai sorgere ed arrivare in porto la nave mia! Ecco la luce di Santo Elmo: non più temo tempesta alcuna! Senza la fortuna, non speri l’uomo osar cosa che vaglia. O fortuna, che sai più d’ogni consigliere ed ajuti e favorisci chi sa servirsi di te! Tutta la mia fortuna è stata or ora sulla punta d’un ago.

CALLIFRONE - O Dio, che doglia acerbissima!

TRAPPOLA - O Dio, che allegrezza!

CALLIFRONE - O giorno per me infelicissimo!

TRAPPOLA - O giorno per me felicissimo!

 CALLIFRONE - O fiera disgrazia!

TRAPPOLA-Quanto ti ringrazio, o disgrazia, che mi fai tanta grazia!

CALLIFRONE - Questa nuova mi toglie dal mondo.

TRAPPOLA - E me da quell’isoletta di legno…

CALLIFRONE - Quanta ho avuta allegrezza in acquistar la madre, tanto ho dolor d’aver perduto il figlio. Ho ritrovata la moglie, ho perduto il marito. [146]

ELIONORA - Non vi date, di grazia, tanto in preda al dolore, marito caro, ché avete in ciò compagnia. Dispiacemi nel core che la mia venuta vi costi così cara. Ma la medicina di mali irrimediabili è sola la pazienza: racconsolatevi.

CALLIFRONE - Non può racconsolarsi quella angoscia che non può ricever consiglio.

TRAPPOLA - Orsù, non è piu tempo di tardare, ché una bugia a tempo non può comperarsi ad oro. Acconcerò il tutto: prima gli accrescerò dolore, poi lo racconsolerò con una insperata allegrezza.

ELIONORA - Vorrei non esser venuta in Napoli, per non vedervi in questa malinconia.

CALLIFRONE - Perdonami, moglie cara, se, astretto dal dolore della morte del mio figliuolo, non posso far teco quei complimenti e quelle accoglienze che meritano l’amor che ti porto e il lungo tempo che non ci siamo veduti. Entrate in casa, ch’io vo’ andar infino al molo per informarmi del tutto, e me ne volerò ratto a ritrovarvi.

FILESIA - V’ubbidiremo.

SCENA 4

TRAPPOLA e CALLIFRONE

TRAPPOLA - Scostatevi, o uomini! Lasciatemi correre, non m’impedite la strada, acciocché trovi il mio padrone e gli narri cosa che l’importa tanto… Ma perché corro, se non vorrei giunger mai? Perché lo cerco, se non vorrei trovarlo per non dargli tanto cordoglio?

CALLIFRONE - Ecco Trappola frettoloso: par che voglia narrarmi non so che di tristo. Mi fa star sospeso… O, che faccia smarrita! Non è cosa d’allegrezza.

TRAPPOLA - Chi gli darà una nuova così crudele? E pur bisogna che gliela dia io. O servitù, quanto adesso mi sei dura, poiché  mi sforzi a questo ufficio.

CALLIFRONE - Il dubbio della sua morte, oimé, non è più dubbio. Trappola, volgiti qua! Tu non mi vedi?

TRAPPOLA - O Dio, con che proemio, con che principio comincerò per darli una nuova così dolente?

CALLIFRONE - Oimé, che il cuor presago di quello che n’ave a dire par che mi venga meno e mi abbandoni, e schivi d’intender qualche cosa orribile e nojosa. Trappola, che hai? Ché non intendi?

TRAPPOLA - Io era col pensiero così impreso e così dentro nel dolor vostro, che nulla sentiva d’altro ascoltante.

CALLIFRONE - Spìcciati tosto.

TRAPPOLA - Dubito che non moriate di doglia.

CALLIFRONE - Non dubitar che mora più: ché son già morto.

TRAPPOLA - E’ stato.

CALLIFRONE - Che cosa è stato?

TRAPPOLA - Buttato dal mare.

CALLIFRONE - Che cosa?

TRAPPOLA - Un uomo annegato.

CALLIFRONE - Dove?

TRAPPOLA - Al molo. Rotto e fracassato in mille parti.

CALLIFRONE - Conosci chi sia?

TRAPPOLA - Qui sta l’importanza, qui sta l’afflizione!.. Il vostro figlio.

CALLIFRONE - O caro figlio! O mille volte infelice vecchio, tu sei morto ed io son vivo: tu giovane e disioso di vita, ed io stracco di vivere e disioso di morire. T’ho allevato che ti avesse ad uccidere il mare, che si avessero a sommerger teco tutte le gioje e l’allegrezze mie? T’ho ucciso per mandarti in Ispagna, e hai bevuto con quelle amarissime onde quell’amaro che toccava sorbire a me. O mare, quanto saresti stato pietoso s’avessi inghiottito me, ché sarei morto una volta; ma avendo inghiottito lui, inghiotti me mille volte per ora.

TRAPPOLA - La spada, la cappa e la berretta sono state tolte via. Sta con la bocca aperta in guisa che par che dica: ‘padre, padre, mi mandasti in Ispagna per uccidermi?’

CALLIFRONE - Taci, taci, ché non posso più ascoltar le tue parole! Avesti, figlio, più a caro l’ubbidienza che la tua vita. Per non uscir dalle mie leggi, volesti più tosto uscir di vita. Misero me, che sono sforzato ad invidiare il mare, perché egli abbraccia il mio figlio e a me è vietato. Io non vo’ vivere più veramente! Menatemi al molo, ché vo’ sommergermi e vo’ morir dov’è morto il mio figliuolo.

TRAPPOLA - Voi non tanto lo mandaste in Ispagna per far compagnia alla madre, quanto per torlo alla sua innamorata.

CALLIFRONE - E’vero, lo confesso: pensava far bene, allora.

TRAPPOLA - Quanto era meglio vivo in Napoli con la sua innamorata, che averlo ucciso sì crudelmente?

CALLIFRONE - Volesse Dio che fosse vivo, ché mi contenterei che tenesse trecento puttane: e di tutto ne sono pentitissimo.

TRAPPOLA - Poco vi giova ora il pentirvi. Ma poiché col dolore non lo potete tornar vivo, perché piangete?

CALLIFRONE - Però piango, che non posso tornarlo vivo col pianto: ché, essendo stato cagione del suo morire, sopravvivo alla sua morte.

TRAPPOLA - Tutta la vostra paura non era altro che, facendo l’amore, si fosse speso qualche dodicina di scudi: per risparmiar quattro miseri scudi, avete perso un figlio che valeva tesoro.

CALLIFRONE - Deh, non accrescermi più la doglia con le tue parole.

TRAPPOLA - Or quanto paghereste che fosse vivo?

CALLIFRONE - Poco sarebbe pagar tutta la roba, ma lo riscatterei col sangue e con quel poco di vita che mi avanza.

TRAPPOLA - Dite da vero? Paghereste trecento scudi?

CALLIFRONE - Giuro per queste croci ch’io pagherei tutta la roba, ancorché per vivere bisognasse andar mendicando tutto il tempo della mia vita.

TRAPPOLA - Orsù, datemi trecento scudi ed io lo farò forse risuscitare.

CALLIFRONE - Furfante, ti par questo tempo da scherzi?

TRAPPOLA - Datemi trecento ducati, vi dico, ch’io farò che Arsenio vostro figlio risusciti qui in vostra presenza.

CALLIFRONE - Ti romperò le braccia, se perseveri.

TRAPPOLA - Rompetemi le braccia e la testa insieme, se non fia vero.

CALLIFRONE - Avverti a non farmi rallegrar in vano, ché te ne farò pentire.

TRAPPOLA - Vi dico che non vi rallegrerete in vano.

CALLIFRONE - Eccoti questa catena, che vale cinquecento ducati: tienila in pegno, ché domani ti darò quanti scudi tu vuoi.

TRAPPOLA - Orsù, vostro figlio è vivo.

CALLIFRONE - Dov’è? Lasciamelo vedere.

TRAPPOLA - L’avete avuto tutt’oggi dinanzi agli occhi.

CALLIFRONE - Non l’ho visto da questa mattina.

TRAPPOLA - Quello che stimavate Lelio, è il vostro Arsenio.

CALLIFRONE - Ma perché finger questo?

TRAPPOLA - Vi dirò il tutto. Un certo mio amico strolago [147] m’avea detto per ragion di strologia che vostra figlio si dovea annegare in quella nave: io, per fargli schivar questo influsso così cattivo, poiché voi eravate così ostinato che partisse, ho ritrovato questo modo per non farlo morire.

CALLIFRONE - Ma perché mi sei venuto innanzi con una nuova così cattiva, e fattomi affligger tanto?

TRAPPOLA - Per darvi poi tutto in un tempo questa allegrezza maggiore e che per l’avvenire l’avessi più caro, e con tanta allegrezza mi avessi poi perdonato più volentieri quello che chiamate burla.

CALLIFRONE - Io non ho mai avuta allegrezza in questa vita, quanta me n’hai data tu in un punto. Ahi, ahi!

TRAPPOLA - Di che sospirate?

CALLIFRONE - Di allegrezza io non sospiro, ma respiro dell’affano passato e del contento che mi soppravviene. Io certo non pensava amarlo tanto. Ma tu che ne vuoi far dei trecento ducati?

TRAPPOLA - Sappiate che Donna Eufragia, che vi abbiamo condotta in casa, era l’innamorata di vostro figlio, ed oggi il ruffiano l’avea venduta a quel capitano trecento scudi, ed andando in sua potere avrebbe perduto l’onestade e la verginità sua. Io, con una trappola, l’ho rubata al ruffiano, le ho salvato l’onore e, riconosciuta Donna Elvira, [148] sarà sua moglie; e vostra moglie ha ricuperata la sua figliastra.

CALLIFRONE - O Trappola mio, quanto conto farò di te da oggi innanzi!… Ma non le tue trappole sone state cagion di ciò, ma quell’ordinator di tutte le cose: Egli ha fatto condurre costei in poter del ruffiano, e che ne sia innamorato Arsenio, che fosse oggi venuta mia moglie, e riscontrare tante cose. Ma Donna Elvira, che sapea che non era morto Arsenio quando m’affligeva, perché non me n’avvisava?

TRAPPOLA - L’aveva io prima ammaestrata; ed avendo veduto i miei miracoli, tutt’oggi m’ubbidiva. Una sola parola che avesse detta allo sproposito, era rovinato il tutto.

CALLIFRONE - Ma quel che non riuscendo sarebbe stato degno di biasimo, or che è successo bene è degno di gran lode. Ma grande è stato il tuo ardire, anzi temerità, a pórti [149]  a tanto pericolo; e se la fortuna non ti ajutava, non so come andava la cosa.

TRAPPOLA - Poco importava per me: buona schiena non mi mancava. Ecco: i mari, le tempeste, le puttane, i ruffiani, i danari, i capitani son rivoltati in tranquillità, in onestà, in nozze, in allegrezze e in contento. Onde da oggi  innanzi si ponga in obblio quanto di odioso e rincrescevole è successo tra noi. E ricordatevi che, secondo vi ho detto questa mattina, che io non voleva che vostro figlio fosse andato in Ispagna: è stato vero; che avrei liberata la sua innamorata: verissimo; che voi avreste pagato i trecento ducati: verissimo; che ce l’avrei fatta tor per moglie e condotta in vostra casa: arciverissimo! Allora le mie parole vi parevano senza proposito, or sono tutte venute ad effetto. Or attendete quello che voi avete promesso da vostra parte: di farmi libero.

CALLIFRONE - Conosco la tua grandezza, dalla quale liberamente confesso essere stato vinto. Vuole la ragione che tu sia libero; anzi, più degno della libertà di qualunque servo sia stato giammai, e parmi poca ricompensa al tuo gran merito. E perciò voglio che tu sia ancor a parte della mia roba.

TRAPPOLA - Padron caro, tanto io con più ragione ed amore attenderò da oggi innanzi a servirvi quanto più conosco che mi amate e donate quello che avanza il merito mio. Ma acciocché in tanta allegrezza non resti così dispiacevole, eccovi la catena; mandate al capitano i trecento ducati per lo riscatto di Donna Elvira, e due soli scudi a colui per impresto delle vesti e per quelle bastonate che ha ricevute innocentemente, e la pena corporale cangiamola in pena pecuniaria.

CALLIFRONE - Eccoti la borsa e la catena: spendi, spandi, accomoda e fa che ogni uomo resti soddisfatto.

TRAPPOLA - O augustissimo mio padrone, la liberalità ch’usate ora vi fa più onore di quanto n’abbiate avuto in vita vostra. Andrò a trovare Arsenio, che deve andar in esilio per non comparirvi dinanzi, e lo menarò a voi lo più presto che sia possibile.

CALLIFRONE - Presto, ch’io muojo de vederlo. Vo’ a dar questa allegrezza ad Elionora, mia moglie, e a Donna Elivra, mia figliastra e mia nuora; e vo’ ch’or ora si sposino insieme. Invierò a tor Lelio, quell’altro mio benedetto figliuolo, con Donna Eufragia, sua moglie, dalla nave. Entriamo.

SCENA 5

ARSENIO e TRAPPOLA

ARSENIO - Disio di veder Trappola, e in questa tempesta, in questo nuvolo di ruine balenasse per me speranza alcuna. Ma eccolo, e dubito non sia irato meco.

TRAPPOLA - Olà, chi sei?

ARSENIO - Io non lo so, io.

TRAPPOLA - Non sète il mio padrone?

ARSENIO - Fui, non son più quello. Ma ti prego, dimmi: son morto o vivo? O almeno pascimi d’alcuna vana speranza, acciò impetri pace delle mie angosce.

TRAPPOLA - Le stelle ci sono state più assai propizie di quello che avremmo saputo desiderare. Grida “o felici ed avventurate trappole! o beati inganni! o fedelissimi tradimenti!”, e fa riverenza al riverito da tuo padre.

ARSENIO - Deh, di grazia, dimmi se dici da dovero oppur da scherzo?

TRAPPOLA - E’ venuta in Napoli tua madre Elionora, è riconosciuta la tua Filesia per Donna Elvira, che le fu tolta da’ Mori, ed è fatta tua moglie. Ecco la catena per restituire i trecento ducati al capitano; ecco la borsa per soddisfare al rivenditore; ed io son libero: non più tuo né suo schiavo d’obbligo, ma di sola volontà.

ARSENIO - O più degno di libertà d’ogni altro uomo che viva in terra! Ma dimmi solo: è fatta la pace con mio padre della burla che l’ho fatta?

TRAPPOLA - Fattissima.

ARSENIO - Ma chi avesse pensato che quella, che m’aveva designata mio padre e madre per isposa, l’avessi amata io a caso e riscattata dal ruffiano? O celeste bontade, che sempre sei più grande d’ogni mondana colpa! Chi può immaginar quello che sta rinchiuso nell’abisso de’ segreti della sapienza divina? O giorno, ch’io pensava che avessi ad essere per me di sempre funesta e calamitosa memoria, ecco che sarai da oggi innanzi celebrato più del mio giorno natale. O care pene, o miei fortunati affanni! Ecco, pur colgo il frutto del finissimo amor mio! Ma, caro mio Trappola, dell’aver finto poco anzi di non conoscerti te ne cerco perdono.

TRAPPOLA - Vo’ che la mia grandezza ed amorevolezza vinca il vostro poco amore. Ecco il venditore Poleone.

SCENA 6

POLEONE, TRAPPOLA ed ARSENIO

POLEONE - Dimmi, caro mio Trappola: costui ch’è quì presente è il tuo padrone spagnuolo o l’Italiano?

TRAPPOLA - E’ l’Italiano, e non più spagnuolo: eccoti le tue robe e i tuoi danari.

POLEONE - E mi potrò accostare a lui liberamente?

TRAPPOLA - Sì, bene. Tu fuggi?

ARSENIO - Dove fuggi, fratello? Non son più quello che pensi: accòstati, eccoti i tuoi danari.

POLEONE - Tu non m’ingannerai più! Mi ci hai colto due volte, non vo’ che questa sia la terza.

ARSENIO - Non temer da vero.

POLEONE - M’ingannasti sotto parlare spagnuolo, non vorrei m’ingannassi sotto l’italiano. Mi usi parole più cortesi del solito: certo mi ci vuoi cogliere di nuovo.

ARSENIO - Non temer sotto la fede mia.

POLEONE - E pur sotto la fede tua m’ingannasti e dell’anello e delle botte.

ARSENIO - Fratello, la necessità non ha legge alcuna e fa alcuna volta far cose non convenevoli ad un gentiluomo. Però abbimi per iscusato: eccoti la tua roba, te l’ho buttata innanzi, se dubiti d’accostarti a me. Trappola, vieni in casa, ché li darò le vesti sue.

TRAPPOLA - O aspetta qui o entra meco, ché avrai le robe tue… Spettatori, le trappole han sortito lieto fine, e già i trattamenti della Spagnuola son finiti. Andate in pace, e se la commedia è stata di vostro piacere, fate il solito segno e favoritela di quel favore che avete fatto all’altre sue compagne.

IL FINE

Note

___________________________

 

[1] “sicurtà” = garanzie, pegni.

[2] “tuttavolta” = tuttavia, nondimeno.

[3] “tic-toc” = didascalia indicante il battere sull’uscio di Filesia.

[4] “spiègaltela” = dispiègala, àprila.

[5] “smenticando” =  dimenticando.

[6] Va ricordato che, poiché mancano le didascalie, l’autore suggerisce sempre nel testo il comportamento degli attori sul palcoscenico: qui si suggerisce che vi siano stati un abbraccio ed un bacio. La successiva entrata di Arsenio suggerisce che Filesia sia caduta in svenimento.

[7] “tuttavia” = del tutto.

[8] “natìe” = usate fin dalla nascita, naturali.

[9] “da dovèro” = davvero, veramente. Il servo gioca con la semantica del proprio soprannome.

[10] “legna” = legnate.

[11] “somma … somma” = Il servo scherza sulla diversa semantica delle due parole.

[12] “cavalluccio”= diminutivo di ‘cavallo’, piccola moneta di rame dell’epoca borbonica.

[13] “lo conosci” = lo riconosci, ossia ‘lo dici tu stesso’.

[14] “macchine” = macchinazioni, stratagemmi.

[15] “isoletta di legno” = s’intende una galea.

[16] “scettro” = s’intende il remo dei galeotti.

[17] “di cui…” = più gentile del quale non si trovava giovanotto a Napoli.

[18] “frassini, olmi, nervi di toro” = (metonimici) strumenti per punire i servi sfacciati.

[19] “bravi” = faccia il bravo, il millantatore (dall’antico verbo ‘bravare’= minacciare).

[20] “muschio”= materia preziosa di cui si fanno profumi.

[21] “maritato”= funge da marito, sposato.

[22] “non capisco in me stesso” = non sto nei miei panni.

[23] “se… contrario” = se per imprevista disgrazia non accade qualcosa di avverso.

[24] “contraffatta” = falsa, mendace.

[25] “giudecca”= emporio (così detto perché era generalmente tenuto da mercanti giudei).

[26] “doppietta” = doppione, falso.

[27] “ma perché…” = perché dovrei essere proprio io e non altri ad essere così apostrofato?

[28] “cavallo”= moneta spicciola napoletana dell’epoca borbonica (1500-1800).

[29]“se tu canti… ti passerà” = se ti metti a cantare, con questo svago non sentirai la fame.

[30] “che” = che cosa.

[31] “sparecchia-tavole” = s’intendono i mangioni (usi a ‘sparecchiare’ le tavole imbandite).

[32] “lacrima di Somma (Vesuviana)”= ‘Lachrima Christi’, vino pregiato del Napoletano.

[33]“che” = che cosa (l’identico valore è nella risposta).

[34] “mi bisognerà … con costei”= parole dette al pubblico.

[35] “frutto … bocca” = si sta alludendo agli organi sessuali di entrambi.

[36]“se vuoi” = per favore.

[37] Si giuoca d’equivoco tra “menata ad…”(condotta a) e “menata da…” (percossa da).

[38] “abbatterei ad” = imbatterei in.

[39]“che cèra di bufalo” = che faccia di scemo.

[40] “al sicuro” = di sicuro.

[41]“mi spedirò più tosto” = mi sbrigherò più in fretta.

[42] “replicherò” = ripeterò.

[43] “un di quei…” = s’intende uno sterco umano.

[44] “presente” = regalo, augurio.

[45] “stroppi” = stupri.

[46] s’intende: dall’apertura anale (Lucrino sta facendo il manichetto).

[47] Si deve intendere che la prima frase è rivolta a Fagone, la seconda a Trappola.

[48] “ridesse” = riderebbe.

[49]  parole rivolte al pubblico.

[50]“data la stretta” = l’amplesso amoroso, sessuale.

[51] “Féssa” = sta sorgendo un giuoco di parole intorno a questo nome, che in linguaggio normale indicava Fès, città del Marocco e residenza reale, però nella parlata familiare campana indicava (e indica tuttora) la vagina.

[52]  parole rivolte al pubblico.

[53] “tu …” = tu non ti toglierai dai piedi.

[54] “stancherai pure” = ti stancherai soltanto.

[55]  “orazione” = incantesimo, malia. Dragoleone si sta rivolgendo a Leonello, suo servitore.

[56] “Non è, né sarà mai …” = non esiste, né esisterà mai femmina maritata peggio di me.

[57] “la faccia” = la brutta figura, la vergogna.

[58] “porlo” = porgerlo.

[59] nomi fantasiosi di spezie.

[60] “disutile” = persona inutile (sostantivo).

[61]  Riordina: “M’hai fatto sul volto un rutto puzzolente di vino”.

[62] “strada di Toledo” = via in cui si svolge l’azione. La via, situata nei dintorni di Piazza Carità, al centro della vecchia Napoli, ospitava uno dei palazzi residenziali della Famiglia Porta, che possedeva anche una villa nell’odierno Rione Santacroce, oltre alla residenza estiva di Vico Equense, nella quale nacque e di preferenza soggiornò Giambattista. 

[63] “simia” = scimmia.

[64] “trombetti” = banditori comunali muniti di tromba.

[65] “Con chi parlate, uomo dabbene?”

[66]“Io non sono Arsenio”.

[67]“Certo che mi fate ridere. Ma chi non si stupisce delle parole di quest’uomo? Quando vi ho visto? Quando mi conosceste? Non avete alcun familiare a questo mondo che faccia fede per voi?”

[68] “Che vi tenga chiuso e custodito in casa”.

[69] “Perché siete matto. Voi parlate con chi non conoscete, mi chiamate Arsenio ed esigete che io risponda”.

[70] “Nato in Spagna, sebbene originario di Napoli”.

[71]“Di un cavaliere molto ragguardevole, che è il signor Callifrone Afaitato, napoletano”. 

[72] “Mia madre è Eleonora, pure di Napoli”.

[73] “A Barcellona. Ma perché mi chiedete queste cose?”

[74] “Qui a Napoli ne ha un altro, che si chiama Arsenio e che io ben desidero vedere, ma ancor più mio padre. Ma poiché Vossignore mi ha domandato tutta la mia origine, vi prego che mi diciate se conoscete questo Callifrone Afaitato”.

[75] “Mi disse mio padre che è un cavaliere molto ragguardevole che vive qui a Napoli”.

[76] “Vi supplico di perdonarmi per amor di Dio, e piegato in ginocchio impetro perdono, poiché Vossignore è il signor Callifrone Afaitato, mio padre”.

[77] “La stessa cosa ho udito dire mille volte da mia madre, la quale bacia mille volte le mani e i piedi di Vossignore e molto si raccomanda”.

[78] “Donna Eufragia, mia moglie, figlia di quel cavaliere che sposò mia madre prima di Vossignore”.

[79]“Ben trovato mille volte Vossignore, e Dio vi conceda tutto quel che chiedete”.

[80]“Né io desidero di meno”.

[81] “conoscer” = riconoscere.

[82] “Ringrazio Iddio che, senza tante preghiere da parte mia, ho trovato mio padre”.

[83] “presto”   - prestito.

[84] “Chi è quest’uomo tanto insolente?”

[85] “Questo sfrontato cerca di prendersi giuoco di me”.

[86] “ridesse” = riderebbe.

[87] “Che dice questa trota avvinazzata?”

[88] “Vieni qua, trota, vediamo di giocare un po’ assieme”.

[89] “Andate innanzi per primo”.

[90] “Non mi fate questo torto, per favore”.

[91]“Per vostra grazia. Ma lo farò, poiché me lo comandate”.

[92] “Con chi parlate voi? Parlate con me!”.

[93]“Se non te ne vai di qui subito subito, io ti bastono. Vattene con tutti i diavoli”.

[94] “Piglia, piglia la tua roba” (s’intende che sta bastonando Poleone).

[95] “alleggiar” = alleggerire, alleviare.

[96] “pórti” = metterti (da ‘porre’).

[97] “contraminata” = minata.

[98] “per capirla” = per poterla accoglierla, farle posto.

[99] “Signor padre, che cosa comandate, Vossignore? “

[100] “Non ebbi giammai l’opportunità di vederlo; eppoi come potrei conoscerlo, visto che or ora giungiamo qui da Barcellona?”

[101] “Con chi state parlando, voi?”

[102]“Però non state parlando con me”.

[103] “Non ho l’obbligo di dar conto a voi”.

[104] “Desidero che la mia cortesia contrasti la vostra mala creanza. Io mi chiamo Donna Eufragia”.

[105] “Non vi ho mai visto”.

[106] “Non ho mai udito dire tal nome. Che domande sono queste? Voi mi parlate come se mi aveste conosciuta da lungo tempo”.

[107] “Che ho da far coi ruffiani? Dovreste cercare tra le puttane. Quando mai ho visto io tal sorta di gente?”

[108] “Sto pensando che siate pazzi, poiché dite cose così strane che mai le udii in vita mia”.

[109] “Non sono andata mai in guerra, dove abbia potuto conoscere soldati. Ma perché sto perdendo tempo parlando con questi imbroglioni ai quali, se viene mio marito, romperà la testa?”

[110] “Che insolenza è questa? E che impertinenza, m’aiuti Iddio?”

[111] “Fatevi da parte, ladroni, malandrini! Vi spaccherò la testa, giacché avete usato tanta insolenza trattando con una signora!”

[112] “Desidero che la spada sia la mia ragione e il mio diritto! To’, piglia, questa è la mia ragione!”

[113] “rapazzo” = rapace, ladrone (si italianizza l’ingiuria di “rapaces” espressa sopra da Arsenio).

[114] “Mentite voi, che negate quel che siete”.

[115] “Io ti farò riconoscere che questa è la vera menzogna, e ti taglierò le orecchie e il naso!”

[116] “Darò mille bastonate su codeste spalle di mariuolo!”

[117] “Andatevene da qui!”

[118] “Andatevene da qui, ruffiano ladrone, alla malora!”

[119] “bracci del manigoldo” = coppia di sbirri per effettuare un arresto.

[120]“State in cervello …” = Poleone parla agli sbirri che lo accompagnano sulla scena.

[121] “Andatevene da qui, voi non sapete chi sono io! Or ora metto piede su questa terra. Non vi vergognate di parlare con tanto poco rispetto ad un cavaliere?”

[122] “Io non so ciò che dice”.

[123]“Non so chi siete”.

[124] Trappola comincia a pensare che il padrone si sia fin troppo immedesimato col ruolo di Lelio.

[125] “[Voglio] che ti portino dove desiderano, piuttosto che io dia loro denari”.

[126] “Se è vero, avete ragione”.

[127]“Io me ne vado, perché ho da fare”.

[128] “compagno” = uno degli sbirri.

[129] “Che volete da me”

[130] “Trappola fa in modo che vada in prigione”.

[131] “Per la vita tua! Facciamo come mi dicono costoro”.

[132] “Toglietevi di torno, per tutti i diavoli, sennò vi ammazzerò!” (detto agli sbirri, che poi scappano).

[133]  “ingalera” = incarcera, porta in galera.

[134] “Padre mio, che cosa mi chiede?”

[135] “Certamente è la mia matrigna”.

[136] “Io non sono la figliastra, giacché essa non è la mia matrigna”.

[137] “Non so cosa rispondere”.

[138] “mostravi…” = facevi mostra di essere una signorina.

[139] “Poiché mi trovo in casa vostra, mi fate parlare con maggior rispetto che dovrei. Io non sono puttana”.

[140]“Un cane si caccerebbe con maggior creanza”.

[141]“Tra quanti aspri tormenti ho sofferto finora, nessuno mi è parso più aspro del trovarmi in questi travagli. Perché vorrei maledire l’ora in cui nacqui”.

[142] “trapazzata” = strapazzata, avversata.

[143] “fusta”   - piccola nave corsara.

[144]  “di vista” = avvenente.

[145] “Acciocché…” = affinché, all’arrivo di qualcun altro, io non risulti essere un’altra persona.

[146] “moglie … marito” = si riferisce a Filesia (alias Elvira, ritrovata come sposa predestinata) e ad Arsenio (perduto quale predestinato sposo di Elvira).

[147] “strolago” = astrologo, indovino.

[148] essendo stata riconosciuta come Donna Elvira.

[149] “pórti” = espórti.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2005