LUIGI DA PORTO

DI VICENZA

GIULIETTA E ROMEO

Edizione di riferimento:

Giulietta e Romeo, novella storica di Luigi Da Porto di Vicenza.

Edizione XVII., colle varianti fra le due primitive stampe venete aggiuntati la novella di Matteo Bandello su lo stesso argomento, il Poemetto di Clizia veronese, ed altre antiche poesie; col corredo d'illustrazioni storiche e bibliografiche per cura di Alessandro Torri; e con sei tavole in rame. PISA. Coi tipi dei fratelli Nistri e cc. M. DCCC. XXXI.

Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti.

Dante, Purg. C.VI.

Notizie intorno alla vita e agli

scritti

di Luigi da Porto

Bellissimo è lo scrivere della vita di alcuno, quando, esaminate le azioni di lui, scoprasi ad ogni tratto come ai pregi della mente vi andassero congiunti quelli dell'animo. La quale unione, assai difficile a vedersi, allegra lo scrittore e agevolmente gli acquista grazia se, per difetto di stupende notizie, pur non aggiunga all'aspettazione dei leggitori. Che dove le virtù dell'intelletto piacciono, quelle del cuore innamorano: sicchè al trovarle accolte in un sol uomo, oltre all'utilità che ne viene, entra per esso in chi legge una secreta compiacenza, e come un subito, affetto, forse più potente della maraviglia. Onde non opera al tutto vana sarà questa di notare alquante cose intorno a Luigi da Porto: spirito non unico nè sommo, ma leggiadro e vigoroso; ricco di eletti studj; uomo infine a cui l'indole sincerissima e il provato amore alla patria, siccome gli valsero la lode de' suoi contemporanei, debbono ancor meritare l'estimazione dei presenti. Senza che l'essere stato egli il primo che scrivesse di Giulietta e Romeo ( storia, o finzione già molto conosciuta ), può forse invogliare alcuno a dover sapere di quali tempre fosse colui che nel pietoso racconto mise quella tanta verità di passione [1].

A Bernardino da Porto e Lisabetta Savorgnan, gentil donna veneziana, nacque egli in Vicenza il dì 10 agosto 1485. Rimaso orfano, che non anche era uscito della prima infanzia, fu coi minori fratelli nella custodia di Gabriello avolo suo paterno: morto poi questo nel 1493, restò in guardia di Lucia Del Sesso, avola e tutrice dei fanciulli. Di lui ebbe però special cura un conte Francesco figlio di Gabriello, cavaliere d'alti spiriti e molta dottrina; il quale procacciò che il nipote fosse cresciuto nell'amore delle [2] scienze e delle belle arti. Dove studiasse e chi ne fossero i precettori, non è detto da nessuno. Certo è che l'accorto zio volle che, ad apprendere più fina civiltà di lettere e di costumi nella consuetudine di grandi uomini, andasse ancor giovinetto in Urbino a quella gentilissima delle corti italiane; ed ivi, per l'indole graziosa, fu poi tenuto in buon conto e assai carezzato, non pure da quella nobile madonna Emilia de' Pii, ma da essi i principi stessi, Guidubaldo da Monte Feltro e Lisabetta Gonzaga. E perchè la condizione politica di que' tempi, portava che la gioventù italiana s'addestrasse assai di buon'ora all'esercizio dell'armi, fu in vero gran ventura di lui l'esser giunto a corte di principe, non meno avuto per abile maestro di guerra, che lodato e riverito dal mondo per eccellenza di civili virtù. Alla guida dunque del Feltrio si volse primamente alle cose della milizia; se non che in Urbino dovè tenersi pochi mesi; da che, ne fosse cagione alcuna occorrenza domestica od altro, egli era in Vicenza l'anno 1505, donde mandava al Bembo per averne gli Asolani [3]. Ma quegli studj che gli furono poi compagni in tutta la vita ( letteratura e filosofia, conforme all'uso di quell'età), gli apersero campo ad illustri amicizie: e sopra l'altre assai costante gli fu quella di esso Bembo e di Veronica Gambara; coi quali, siccome appare da molti scritti, ebbe dimestichezza poco men che fraterna.

Di tali studj e dell'affetto di tanti ingegni godevasi appunto, allorchè nel 1509, perdutasi da' Veneziani la battaglia di Ghiaradadda, secondo i patti già prima fermatisi nella lega di Cambrai, venne Vicenza in potestà di Massimiliano imperatore: il quale (da poi che un Leonardo Trissino vicentino, calato dall'Alpi con piccola mano di gente, ne avea presa possessione in nome di lui ) vi fece sfarzosa entrata la mattina del 21 ottobre. E perciocchè alle mutazioni di stato forse più che i timori s'accompagnano le speranze di molti, avvenne che questa Vicenza, già centocinque anni stata al tranquillo governo de' signori Veneziani, potente di ricchezza e di florido commercio, più potente ancora di popolo animosissimo, in tanto travolgimento di cose si facesse più pronta ad ubbidire, che a contrastare alle forze dell'impero. Ma partitone il monarca, e cessata in parte l'inquieta smania di novità, s'avvidde ben tosto quanto diversi alle concette speranze ne fossero gli effetti. Però che giuntovi il principe d'Anhalt con cinquemila fanti e buon numero di cavalli, fu cominciato vessar la terra d'ogni più tristo ingegno di militare licenza. Di che fu grande l'inasprimento degli animi. Ora accadde che un Simeone da Porto, uomo di gran voce e osservassimo nella patria, fosse accusato al detto principe di così parteggiare pe' Veneziani, che, con niente di mutar lo stato, occultasse non poche lance e targoni coll'impresa di san Marco: per che raccolta di subito grossa banda di armati, gli fu mandato cercar la casa. Nè in tutto falsa la dinunzia; che quell'armi si guardavano veramente, non già per trattato alcuno, ma lasciatevi a serbo da Domenico Contarini provveditore in Verona, allora che togliendosi di là all'appressare degli Imperiali, passò per Vicenza. Nondimanco, avvertito il da Porto di ciò che doveva essere, pose l'armi in altro luogo, e ne fu vano l'attento frugare dei soldati; nei quali tanto potè lo sdegno della fallita impresa, che dai sospetti passarono alle minacce, avvisando forse l'opera dello spavento potesse quello a che non era bastata la sorpresa. Tutta la famiglia poi Marchesca, ma Luigi singolarmente gridavano tentatore di novità, lui rivoltoso, lui chiamavano impaziente dell'impero: a lui, per fine, rinfacciavano l'esser congiunto de' Savorgnani; i quali, contra l'arme di Cesare, mantenevano alla Repubblica la provincia del Friuli. Con tutto ciò parve in quel giorno calmarsi alquanto quel sospettoso furiare: ma bene si ridestò vivissimo, e come principio a maggiori fatti, quando il giovine da Porto, per ingiusta querela mossagli da un soldato imperiale, venuto con esso lui alla prova dell'armi, l'ebbe ferito in più luoghi della persona. Per la qual cosa entrati i suoi in gran timore di se stessi, e in parte ancora sospinti da gagliarda affezione al loro antico Signore, si disposero senza più a veder modo di tornare a' Veneziani la perduta città. A tale effetto, per via di lettere e messaggi apertasi la pratica, non mancarono di far molte esebizioni e mandare secreti avvisi a' Provveditori di quell'esercito; dai quali, avuta per carissima l'offerta, tanto bene si maturò la cosa, che il giorno decimo di novembre, usciti i Veneziani assai per tempo di Padova con novemila fanti, seicento uomini d'arme, e duemila cinquecento cavalli, furono avanti notte ad un luogo non più che a tre miglia dalla città; ed ivi attendarono. Giunta poi la mattina, accostatisi alle mura e battutele a colpi di numerosa artiglieria, tolsero presto a quelli dentro ogni fiducia di possibile difesa; intantochè lo stesso principe d'Anhalt, considerata la perigliosa sua condizione, e timoroso di una vicina rivolta dei terrazzani che d'ogni parte alzavano grida col nome di san Marco ( adunati prima a consiglio i principali del Comune ) chiamò a sè il già detto Simeone, pregandolo forte a voler trattare cogli oppugnatori che, salve le persone e le robe, si pigliassero la terra. E così fu incontanente. Ma in tutta quell'occorrenza, non potè il giovinetto tenersi inoperoso: che anzi, non soddisfatto all'offerire e trattar per lettera, volle essere egli stesso alcuna volta co' Veneziani e con essi tornava chetamente del campo la sera che fu innanzi all'assalto della città; alla quale poi per quella porta che mette a Verona, simulando venirne da tutt'altro luogo che da quello ond'era partito, si ricondusse la mattina del giorno appresso [4].

Piacque a' Provveditori l'animo di lui, e volendo pur dargli alcuna dimostrazione di gradimento, dissero, che s'egli ne fosse disposto, ed essi il terrebbero assai volentieri a loro soldato. La qual proferta partitagli, com'era veramente, accettabile e decorosa, andò subito a Venezia, e fra le lodi e le benigne accoglienze di quella Signoria vi ebbe grado di capitano ne' cavalli leggieri. Sua prima milizia fu in Lonigo, dove a que' giorni ( sul cominciar del gennajo 1510 ) teneasi il maggior nerbo dell'esercito veneziano; finchè, passati intanto da circa due mesi, e addoppiatagli la compagnia, gli fu imposto di condurla nel Friuli: comando che gli venne gravissimo, come a colui che, togliendosi dal forte della guerra, vedea pure allontanarsi la speranza di poter combattere in ordinata battaglia.

Nè di vero grandi cose si fecero poi nel Friuli: brevi correrie, scaramucce quasi ogni giorno; quando dai Tedeschi, e quando volute dai Veneziani. Tuttavia, venutosi due volte a mezzana battaglia, v'operò egli atti degni d'essere consegnati all'eterno onore delle storie. Perciocchè nei combattimenti di Gormons e di Gorizia, in gran parte sua fu la gloria di avervisi battuta e dissipata l'oste nemica: di che, se ancor non bastassero alcune lettere di lui, sicuro testimonio ne danno il Bembo e il Mocenigo, scrittori d'intera fede [5]. E bellissime prove fece altresì in altri piccoli scontri: dei quali anche più che soverchio, sarebbe forse nojoso tener discorso. Ben mi pare da non tacersi ( questa pure è virtù, e mi consola notarla ), che fra gli eccessi di crudele intemperanza che furono in quelle guerre, si adoperò egli sempre, per quanto era da lui, a salvare dalla libidine e avarizia dei soldati l'innocenza e le robe di que' poveri abitatori; pietà squisita, da invidiarsi anche più di qualsivoglia gran ventura nell'armi [6].

Frequentissimo intanto tra' Veneti e Imperiali manteneasi il guerreggiare spicciolati; allorchè ai 10 luglio 1511 fatti accorti Giovanni Vitturio e Baldassare Scipione ( l' uno Provveditore, l'altro Capitano a tutte le genti del Friuli ) di qual maniera fossero i nemici per trapassare i confini, deliberarono di andar tosto ad incontrarli. Usciti perciò di Gradisca, benissimo in punto d'uomini risoluti, li cercarono tutta notte e buona pezza del giorno appresso; ma così indarno che, perduta ogni speranza, stavan già sul tornarsene a' quartieri. Quando, improvvisamente, ecco alcuni soldati che, posti a vedetta sul monte, di Manzano, abbassano un ramo d'albero alla banda di mezzogiorno, come per accennare che a quella volta s'erano condotti i nemici; del qual segnale avvedutosi prima d'ogn'altro il da Porto, e additatolo ai compagni, corsero tutti all'indicato luogo; dove giunti fu subito gran zuffa, e in poco d'ora compiuta la vittoria dei Veneziani. Ma egli che ne' passati incontri non dissimile al volere avea sperimentata la fortuna, ed erasi cotanto dimesticato coi rischi della guerra, che non curavali per troppa fidanza, o tentavali per impeto non domabile, cacciatosi repente nel più folto della mischia, e già fatti per lui tutti gli sforzi di un disperato coraggio, da un uomo d'arme tedesco fu colpito di spada tra il finir della gola e il cominciare del mento. Fugati intanto i nemici, e visto andar per lo campo a sella vota un cavallo che si conobbe esser quello di lui, non fu difficile argomentare ciò ch'era intravenuto al buon cavaliere; onde uscitine in traccia alcuni de' suoi, non tardò molto che il trovarono messo a terra per morto. Levatolo perciò alla meglio, il tradussero a una chiesa non ivi lontana; donde, rimondato del molto sangue che pioveva dalla ferita, e per acconcio ministero di un valente medico Marco di Lazzara tornatigli gli spiriti, sotto la guardia dello stesso Provveditore fu portato in Udine. Di là poi trasferitosi a Venezia, vi stette intorno a due anni, vanamente aspettando quella sanità che non era mai più a venire; per che veggendosi ridotto a tale da essergli interdetto per sempre l'uso dell'armi, si ricondusse a Vicenza. Così, trascorsi a pena diciannove mesi da che v'erasi dato, ebbe fine la milizia di lui: troppo infelice evento a chi per età non maggiore di ventisei anni e per cuore fortissimo prometteva più gran cose di sè: dove massimamente alla conturbata repubblica, a tutta anzi la sconvolta Italia restavano molti pericoli a vincere, e infiniti danni a riparare. Pur se a lui fu sì dura la sorte, che gli togliesse campo a nuove imprese; ben gli diedero le virtù il supremo compenso di un pubblico dolore a privato infortunio. Che del costui fierissimo caso, come si raccoglie da parecchi che ne scrissero, fu vivo il compianto, non solamente tra' suoi, ma tra' lontani; e pietoso esempio volle darne il medesimo Provveditore, protestando = odiosa dover farsigli una vittoria che gli costava sì caro prezzo = [7]. Concetto nobilissimo, e da mostrare senz'altro chi era colui del quale ho preso a discorrere; e se di mente sinistra, come già il dipinse il Palladio, o speglio d'incolpabile ed alta doveva essere un uomo, che cadendo coll'armi in mano, trovò nella compassione di un tal testimonio del suo valore così piena e magnifica lode a tutta la vita passata.

Ma forse più che altri ne piangeva allora la cara donna del cuor suo: ella che, ne' tardi giorni della lor divisione, non tanto s'acchetava nel pensarlo invidiabile per felici ardimenti, che ancor più non bramasse di saperlo non rischioso agl' incontri; e di questo il pregava, di questo ammonivalo a parole di caldissimo affetto [8]. Era il buon giovine assai inclinato agli amori; propensione pur solita a trovarsi in coloro che da natura son portati all'assiduità degli ameni studi; quasi che, o derivando le inclinazioni da una stessa fonte, o ammollito l'animo dal continuo volgersi al piacevole e al bello, sia come fatale l'amare in chi professa alcuna sorte di gentilezza. Non per questo ne fu egli costantemente avventuroso; che anzi (una sola o più donne avesse desiderato), benchè niente gli mancasse di ciò che può meglio o toccare il cuore, o soddisfare all'orgoglio feminile; bellissimo di corpo, ricco d'ingegno, di bontà e d'illustre nome; fu talvolta mal corrisposto o abbandonato. Amò una bella Ginevra [9]: e fu in quel fervido sentimento ch' ebbe materia alcuna parte degli scritti suoi.

Dei quali soltanto or mi avanza di parlare; poichè di questa come seconda metà della sua vita, a pena ci fu lasciato che, tornatosi egli a Vicenza, vi sostenesse ragguardevoli uffici [10]. Sopra ogni cosa vi fe' professione di lettere: amò la quieta solitudine, che spesso trovava nel suo Montorso, villetta distante poche miglia della città; e quivi forse die' mano a parecchi de' suoi dettati. I quali, oltre che gentili, è anche certissimo che non furono pochi: dove fino a'tempi di Giacomo Marzari duravano di Luigi opere sì latine, che volgari; poesie, novelle, altre prose di vario genere [11]: e indubitabile avviso può darne altresì una lettera di Pietro Bembo, che nel 1531 chiedeva a Bernardino da Porto, non già alcune scritture, ma i libri del perduto fratello. Assai dunque è a dolere, che di tutte quelle opere non ci rimangano più che una sola novella, un bel volume di lettere storiche, e alcuni versi; non pochi de' quali, scoprendolo certe allusioni, eran nati prima ch'egli si desse al mestiere dell'armi: tutti poi nel 1539, unitamente alla novella, furono stampati la prima volta in Venezia da Francesco Marcolini; intitolandone il libricciuolo allo stesso Bembo, già divenuto cardinale. Sono in tutti cinquantanove sonetti e quindici ma drigali, in cui, fuori alcuni, si ragiona d'amore; perchè, oltre l'animo perennemente innamorato del giovine, a ciò consigliava il genio del secolo: quando il molto affetto che i verseggiatori di quel beato cinquecento portavano al Petrarca, facea quasi che niun'altra maniera di poetare fosse leggibile e tollerabile. E queste rime, ricevute con molto onore da tutti i dotti di quell'età, piacquero tanto negli anni appresso, che in alcune raccolte delle più elette poesie che avesse l'Italia, ne fu dato una parte [12]. Di fatti chi voglia raffrontarle con quelle di qualunque godesse a que' giorni plauso di buon poeta, vedrà che forse a niune restano addietro di castigata e lucidissima dizione. Io non tengo però che fatte a' dì nostri, avessero a dilettare universalmente, perchè il gusto è cangiato, nè facilmente più si perdona a certe sottigliezze che, graditissime allora, parrebbero in vece a noi più tenère del gretto, che del nuovo e del bello: ben mi sembra che leggendo que' versi sarà debito il far giusta ragione de' tempi in che furono scritti; ricordare che la poesia italiana, già dimessa o assai trascurata oltre a cent'anni, cominciando appunto allora a ravvivarsi, era di necessità bambina una seconda volta, cui non si dava l'andare a liberi e franchi passi, nè farsi renditrice disinvolta d'ogni sentimento dell'anima. Si pensi in somma, che il da Porto scriveva sul primo nascere del secolo decimo sesto. Ma se a' versi di lui, contaminati sovente, come vedemmo, dai vizj o dall'insufficienza dell'età, mancheranno per avventura assai lettori che sen piacciano, ben altra fortuna troveranno sempre ne' cuori gentili que' suoi mestissimi casi di Giulietta e Romeo; la qual novella, per quanto ci fa conoscere una lettera del Bembo [13], compose egli nel 1524, e con amabile sceltezza di frasi offerse in dono alla sua parente ed amica Lucina de' Savorgnani. Primo a stamparla (non dettovi l'anno) fu il Bendoni di Venezia, che poi la riprodusse nel 1535; alle quali stampe, in diversi tempi e varj luoghi, tennero dietro alcune altre: fra tutte riccamente splendida la milanese, che in sole sei copie, in pergamena, ornate di finissime miniature di Giambattista Gigola, apparve nel 1819; monumento non dubbio di quel che possa ancora in Italia e la facoltà delle buone arti, e la gratitudine a quegli insigni che ajutarono a levarla in fama di gran lume delle nazioni [14].

È lungamente disputato se il caso degli amanti sia da tenersi in conto di vera storia, o riputarsi invenzione del Da Porto; e quanto a me, veduta ancora la molta difficoltà della controversia, più vicina ad essere parlata con sottili speculazioni, che non chiarita per autentiche prove, mi asterrò volentieri dal tentare il giudizio. Questo ad ogni modo è patentissimo, che dove pure qualche fondamento di verità rendesse credibile quel fatto, resterà sempre al da Porto l'averne immaginate le circostanze e le drammatiche situazioni: perciocchè se da un lato è fuor d'ogni dubbio che innanzi a lui non fu nessuno che ne facesse pur motto, è impossibile dall'altro che la volgar tradizione, se vi fu mai, potesse serbarne così mirabile e netta la tessitura.

Nè questa lode può essergli disputata per niente dal suo contemporaneo Matteo Bande!lo, perchè, fra le tante e per poco innumerabili novelle onde lasciò famoso il suo nome, siagli piaciuto dar luogo a quell'unico amore della Giulietta. Veramente i critici che trattarono questo argomento, ebbero già per sì decisa la lite, che forse vano è il suscitarla di nuovo: nulladimeno, poichè da essi fu accennata di volo, e uno scritto medesimo del Bandello mi si offre a finirla del tutto, voglio coglierne l'occasione. Confessa egli in una lettera a Girolamo Fracastoro, cui mandava la novella, d'essersi indotto a comporta, avendo udito raccontarne il soggetto ai bagni di Caldiero; allorchè, lodatissimo di cortesie, vi stette alcuni giorni Cesare Fregoso. La lettera, per verità, come tutte le altre di lui frammesse al novelliere, manca di data: schiettamente però vi s' intende ch'egli era a que' bagni nella compagnia del gentiluomo, ch'ei già nomina suo signore. Or Giambattista Corniani ci dà per fermo, non aver lui conosciuto il Fregoso, o non essergli venuto in grazia che dopo l'anno 1525 [15]: e, cosa più osservabile, il conte Galeani Napione ( narratore sì diligente di frate Matteo, da seguirne i menomi passi ), dice, che non se dopo il sacco di Roma, o meglio anzi non prima che il 1528, doveva egli essere entrato a' servigi del magnifico cavaliere [16]. Laonde mi par legittimo il dedurne, che se il Bandello fece la storia essendo già familiare di lui, noi potè almeno avanti quell'anno, cioè ben quattro dappoi che il da Porto avea compiuta la novella. Aggiugnerò, per ultimo, prova più forte. Sul finir della lettera è parlato di un epigramma, che il celebre autore della Sifilide avea indiritto al Bandello, congratulandosi di quella poesia che, fatta in occasione del nascere di Giano Fregoso primogenito di Cesare, fu da lui intitolata le tre parche. E l'epigramma fu scritto il 15 Gennajo 1531 [17]. È a cercarsi pià là? non è egli dunque evidente, che ben più tardi di quel tempo s'ebbe il domenicano a metter fuori il suo racconto? Gran maraviglia perciò di costui, che anzichè starsi cheto di un'opera nella quale, per giunta, è troppo palese il continuo furto, non solo del disegno, ma dei concetti, e non di rado delle altrui parole, avesse faccia di farsene innanzi a un Girolamo Fracastoro, a un fior di letterati, al maggior filosofo e poeta latino che fosse allora in Italia. Tanto è malvagia instigatrice la presunzione umana! Che se, per quanto si è detto fin qui, non sia a dubitare, essere stato il Vicentino il padre o primo spositore di quella storia, gliene saran dovute tante maggiori grazie, quanto è più probabile che nessun altri ce ne avesse poi tramandata la memoria: onde, a tacere delle molte imitazioni, tragedie, e poesie d'ogni modo che intorno a ciò vennero date a larga mano, specialmente a questi ultimi tempi, non ne avrebbe il Shakspeare donato alla sua Inghilterra quell'insigne tragedia; o ne apprendesse egli l'argomento dalla stampa del Bandello, per avventura più divulgata, o da una poetica versione di certa Clizia gentildonna veronese [18]. Al qual merito del Porto sarà parimente da aggiunger questo: aveqe egli dato alla sua novella quel tesoro di caste immagini, e quella ricchezza, quasi direi sovrabbondanza, di perfetta lingua che ognun sa: cosicchè fra le altre che di quegli anni comparvero in Italia, non è forse nessuna che pur da questo lato possa starsele a paragone. E fu certo grandissima l'attitudine ch'egli ebbe allo scriver bene; di cui ultimo e non piccolo segno abbiamo un volume di lettere, che intorno alle guerre d'Italia dal 1509 al 1513 ci resta di lui non dato alle stampe: nel qual libro, sempre che l'incivile ignoranza dei copisti non ne abbia svisato le sembianze, (l'originale più non esiste), è scelta la lingua, dignitoso, evidentissimo lo stile [19]. Ben altro intanto è il valor principale di esse lettere: che in primo luogo, anche pieno di utilità è questo genere di narrativa. Imperciocchè un'ordinata storia che per via di successivo racconto ti metta innanzi le vicende di un popolo, può bensì addottrinarti di ciò che più valse a gittarlo al fondo delle miserie, od alzarlo a immense fortune; può dartene in somma, come in gran quadro un'idea generale: ma la serie dei piccoli casi che uniti insieme bastano talvolta a generarne di grandi, ma le qualità o i costumi privati di que' personaggi che n'ebbero parte, non può al tutto mostrarti. Non così del contare in forma di lettere, alla qual foggia è libero il poter razzolare awwenimenti e nozioni d'ogni specie. Di che importantissime mi paiono queste del Porto; in cui, notatosi accuratamente ciò che di nobile per virtù o spaventoso per colpe, anzi tatto che accadeva quasi di giorno in giorno, e lineatosi con assai di vivezza l'indole di coloro che si meschiarono a' pubblici negozj, viensi a dare compiuta immagine sì degli uomini e sì delle cose. E in queste lettere che, indiritte da prima ad alcuni amici dell'autore, furono poi da lui medesimo raccolte e raffazzonate, sono ancora due bellissimi pregi: stupenda libertà, onde in aperte parole ti si danno cose non più che toccate leggermente o taciute dagli storici; e grande amore al temuto vero: talmentechè non è rado che gli stessi Veneziani, que' terribili signori, così diletti allo scrittore che per essi avea stremata la propria salute, vi sian ripresi di viltà e di poco senno nelle pratiche del governo. Vi s'incontrano inoltre bei documenti di guerra; e van sì ricche di curiosi accidenti, di sermoni avuti da capitani di esercito, da rettori di città, e di tanta copia d'altre note, che se non lieve diletto debbon recare a chi le legga, di pronta comodità potrebbero anche farsi a chi, studiatele più addentro, imprendesse a cercarvi o supplemento o correzione alle storie di que' tempi. Non sono più che sessantanove, partite in due libri, il primo de' quali diviso in tre parti ; e a ciascun libro è mandato innanzi un discorso, in cui si dà ragione del quando e del perchè si fossero scritte e raccolte quelle lettere. Nel proemio del primo è poi manifesto, che il da Porto aveva in animo di condurre la storia fino al 1525; ma poichè non ebbe a compiere il concetto disegno, null'altro si potrebbe cagionarne che la stessa fine di quel bravo e infelicissimo signore. Il quale sopraggiunto da poche febbri di maligna qualità che imperversavano allora, con nuovo dolore di tutti, ma specialmente del Bembo che in un sonetto e in parecchie lettere ne pianse la perdita, di soli quarantatre anni e nove mesi morì ai dieci di maggio del 1529. Trovo ch'ei fu seppellito in san Lorenzo; nella qual chiesa veggonsi tuttora le arche de' suoi maggiori. Quanta pietà di quel tempio che, assai notabile per ampiezza e affatto singolare in Vicenza per una tale sua maestosa semplicità di vecchio stile, fosse, non sono più che trentadue anni, chiuso forse per sempre! Ivi con istupendi dipinti che ne illustravano le interne pareti erano bellissimi sepolcri, uno de' quali, come si crede, disegnato dal Palladio: ivi iscrizioni carissime alla patria; in che parendo i nomi di un Trissino, di un Leonardo da Porto, di un Ferretto, di uno Scamozzi e di altri, imparavano i leggenti che noi fummo pure qualche cosa, e si specchiavano i cittadini nelle glorie de' tempi andati; alle quali (così non fosse!) molto possiamo agognare, non so come saremo per giungere sì presto [20]. Non perciò una sola nota al buon guerriero e letterato. Se non che ci conforti che a sì ingrata dimenticanza commosso un savio discendente di lui, stia preparandovi nobile emenda: tutto disposto ad alzare una pietra ivi medesimo dove poco lungi dal suo palagio in Montorso salutava egli stesso la casa del glorioso antenato. E questo esempio di pietosa devozione è pur da sperare voglia imitarsi di buon grado dagli Urbani Magistrati, dai quali già si ordinò che fra gli archi del pubblico cimitero si desse luogo a segnarvi il nome e le azioni di coloro che più meritarono della patria. Nè perchè al Porto passato, qual si vide in ancor giovine età, non sia rimaso spazio bastante a far ciò che di piò bello ne permetteva aspettare il forte ingegno, non credo sia da negargli quell'onore: che egli nondimeno amò di tanto la sua terra, che a lei precipuamente volse l'animo, per lei non si tenne di spendere la vita; e lei per fine onorò di tali scritti, che pochi di numero, ma preziosi di gentilezza, gioveranno pur essi a testimoniare come interamente si ebbe chi per bontà di purgato stile e per altezza di squisito sentire fosse degno del caro nome di vero italiano.

ISTORIA

novellamente ritrovata

DI DUE NOBILI AMANTI

con la pietosa loro morte intervenuta già

nella città di Verona

nel tempo del sig.

Bartolommeo della Scala

Alla

BELLISSIMA E LEGGIADRA MADONNA

LUCINA SAVORGNANA

Poscia che io, già assai giorni con voi parlando, dissi di voler una compassionevole novella da me già più volte udita, ed in Verona intervenuta, iscrivere, m'è paruto essere il debito in queste poche carte distenderla, sì perchè le mie parole appo voi non paressero vane, sì anco perchè a me, che misero sono, de'casi de' miseri amanti, di ch'ella è piena, si appartiene; ed appresso al vostro valore indrizzarla, acciocchè, quantunque tra le belle donne a voi simiglianti prudentissima vi conosca, possiate, leggendola, più chiaramente vedere a quai rischi, a quai trabocchevoli passi, a che crudelissime morti gli miseri e cattivelli amanti sieno il più delle volte d'Amore condotti. Ed anco volentieri alla vostra bellezza la mando, perchè avendo io fra me diliberato, ch'ella siasi l'ultimo mio lavorìo in guest'arte, già stanco e sazio di essere più favola del volgo, in voi il mio sciocco poetare finisca; e che come sete porto di valore, di bellezza e di leggiadria, così della picciola barchetta del mio ingegno siate; la quale, carca di molta ignoranza, d'Amore sospinta per li men profondi pelaghi della poesia ha molto solcato, e ch'ella a voi giugnendo, del suo grand'errore accorta, possa ad altri, che con più scienza e miglior stella nel già detto mare navigano, e temone e remi e vela donando, disarmata sicuramente alle vostre rive legarsi. Prendetela adunque, Madonna, nell'abito a lei convenevole, e leggetela volentieri, sì pel soggetto ch' è bellissimo, e pieno di pietate mi pare che sia , come anco per lo stretto vincolo di consanguinitade e dolce amistà, che tra la persona vostra e chi la descrive si ritrova: il qual sempre con ogni riverenza vi si raccomanda.

Siccome voi stessa vedeste, mentre il cielo verso me in tutto ogni suo sdegno rivolto non ebbe, nel bel principio di mia giovanezza al mestier dell'armi mi diedi, ed in quello molti grandi e valorosi uomini seguendo, nella dilettevole vostra patria del Friuli alcun anno mi esercitai, per la quale secondo i casi, quando privatamente or quinci or quindi servendo, mi era bisogno d'andare. Aveva io per continuo uso cavalcando di menar meco un mio arciero, uomo di forse cinquantanni, pratico nell'arte e piacevolissimo; e, come quasi tutti que' di Verona (ove egli nacque) sono, parlante molto, e chiamato Peregrino. Questi, oltrechè animoso ed esperto soldato fusse, leggiadro e, forse più di quello che agli anni suoi si saria convenuto, innamorato sempre si ritrovava; il che al suo valore doppio valore aggiugneva: onde le più belle novelle e con miglior ordine e grazia si dilettava di raccontare, e massimamente quelle che d'amore parlavano, che alcun altro ch'io udissi giammai. Per la qual cosa partendo io da Gradisca, ove in alloggiamenti stava, e con costui e due altri miei, forse d'Amore sospinto, verso Udine venendo; la quale strada molto solinga, e tutta per la guerra arsa è distrutta in quel tempo era; e molto dal pensiero soppresso, lontano dagli altri venendomi, accostatomisi il detto Peregrino, come quello che i miei pensieri indovinava, così mi disse: Volete voi sempre in trista vita vivere, perchè una bella crudele, altramente mostrando, poco v'ami? E benchè contro a me spesso dica; pure, perchè meglio si danno, che non si ritengono i consigli, vi dirò, Patron mio, che oltre che a voi nell'esercizio che siete, lo star molto nella prigion d'Amore si disdica, sì tristi son quasi tutti i fini, ai quali egli ci conduce, ch'è un pericolo il seguirlo. Ed in testimonianza di ciò, quando a voi piacesse, potre' io una novella nella mia città avvenuta, che la strada men solitaria e men rincrescevole ci faria, raccontarvi; nella quale sentireste, come due nobili Amanti a misera e pietosa morte guidati fossero. E già avendo io fatto segno di udirlo volentieri, egli così cominciò.

Nel tempo che Bartolomeo dalla Scala, Signore cortese e umanissimo, il freno alla mia bella patria a sua posta e strignea e rallentava, furono in lei, secondo che mio padre dicea aver udito, due nobilissime famiglie, per contraria fazione ovvero particolar odio nemiche; l'una i Cappelletti, l'altra i Montecchi nominata. Di una delle quali si stima certo esser questi, che in Udine dimorano; cioè messer Niccolò e messer Giovanni, ora detti Monticoli di Verona, per strano caso quinci venuti ad abitare; benchè poco altro di quel degli antichi seco abbiano in questo loco recato, fuori che la lor cortese gentilezza: ed avvegnachè io, alcune vecchie croniche leggendo, abbia queste due famiglie trovato, che unite una stessa parte sosteneano; nondimeno come io la udii, senza altrimenti mutarla, a voi la sporrò.

Furono adunque, come dico, in Verona sotto il già detto Signore le sopraddette nobilissime famiglie, di valorosi uomini e di ricchezza ugualmente dal cielo, dalla natura e dalla fortuna dotate. Tra le quali, come il più delle volte tra le gran case si vede, checchè la cagion si fosse, crudelissima nimistà regnava; per la qual già più uomini erano così dall'una come dall'altra parte morti, in guisa che sì per stanchezza, conforme spesso per questi casi addiviene, come anco per le minacce del Signore che con spiacere grandissimo le vedea nemiche, s'eran ritratte di più farsi dispiacere e senza altra pace col tempo in modo dimesticate, che gran parte degli loro uomini insieme parlavano. Essendo così costoro pacificati, addivenne un carnevale, che in casa di messer Antonio Cappelletti, uomo festoso e giocondissimo, il qual primo della famiglia era, molte feste si fecero e di giorno e di notte, ove quasi tutta la città concorreva: ad una delle quali una notte (come è degli amanti costume, che le lor donne, siccome col cuore, così anco col corpo, purchè possano, ovunque vanno, seguono) uno giovane delli Montecchi, la sua donna seguendo, si condusse. Era costui giovane molto, bellissimo, grande della persona, leggiadro e accostumato assai: perchè, trattasi la maschera come ogni altro facea, e in abito di ninfa trovandosi, non fu occhio che a rimirarlo non volgesse, sì per la sua bellezza che quella di ogni donna avanzava, che ivi fosse, come per maraviglia che in quella casa (massimamente la notte) fosse venuto. Ma con più efficacia, che ad alcun altro, ad una figliuola del detto messer Antonio venne veduto, ch'egli sola avea, la quale di soprannaturale bellezza, e baldanzosa e leggiadrissima era. Questa, veduto il giovane, con tanta forza nell'animo la sua bellezza ricevette, che al primo incontro de' loro occhi di più non esser di lei stessa le parve. Stavasi costui in riposta parte della festa con poca baldanza tutto solo, e rade volte in ballo o in parlamento alcuno si tramettea; come quegli che, d'Amore ivi guidato, con molto sospetto vi stava: il che alla giovane forte dolea, perciocchè piacevolissimo udiva ch'egli era e giocoso. E passando la mezza notte, e il fine del festeggiare venendo, il ballo del torchio o del cappello, come dire lo vogliamo, e che ancora nel fine delle feste veggiamo usarsi, s'incominciò; nel quale in cerchio standosi, l'uomo la donna, e la donna l'uomo a sua voglia permutandosi, piglia. In questa danza da alcuna donna fu il giovane levato, ed a caso appresso la già innamorata fanciulla posto. Era dall'altro canto di lei un nobile giovane, Marcuccio Guertio nominato; il quale per natura, così il luglio come il gennajo, le mani sempre freddissime avea. Perchè, giunto Romeo Montecchi (che così era il giovane chiamato) al manco lato della donna, e, come in tal ballo si usa, la bella sua mano in mano presa, disse a lui quasi subito la giovane, forse vaga di udirlo favellare: benedetta sia la vostra venuta qui presso me, messer Romeo. Alla quale il giovane, che già del suo mirare accorto si era, maravigliato del parlar di costei, disse: come! benedetta la mia venuta? Ed ella rispose: sì, benedetto il vostro venire qui appo me perciocchè voi almanco questa stanca mano calda mi terrete, onde Marcuccio la destra mi agghiaccia. Costui, preso alquanto di ardire, seguì: se io a voi con la mia mano la vostra riscaldo, voi co' begli occhi il mio core accendete. La donna dopo un breve sorriso, schifando d'esser con lui veduta o udita ragionare, ancora gli disse: io vi giuro, Romeo, per mia fè che non è qui donna, la quale, come voi siete, agli occhi miei bella paja. Alla quale il giovane già tutto di lei acceso rispose: qual io mi sia, sarò alla vostra beltade ( se a quella non spiacerà ) fedel servo. Lassato poco dopo il festeggiare, e tornato Romeo alla sua casa, considerata la crudeltà della prima sua donna, che di molto languire poca mercede gli dava, diliberò, quando a lei fosse a grado, a costei, quantunque de' suoi nemici fosse, tutto donarsi. Dall'altro canto la giovane, poco ad altro che a lui solo pensando, dopo molti sospiri tra se stimò lei dovere sempre felice essere, se costui per isposo avere potesse; ma, per la nimistà che tra l'una e l'altra casa era, con molto timore poca speme di giugnere a sì lieto grado tenea. Onde, fra due pensieri di continuo vivendo, a se stessa più volte disse: oh sciocca me! a qual vaghezza mi lascio io in così strano labirinto guidare? ove senza scorta restando, uscire a mia posta non ne potrò, già che Romeo Montecchi non m'ama; perciò che, per la nimistà che ha co' miei, altro che la mia vergogna non può cercare: e posto che per sposa egli mi volesse, il padre mio di darmegli non consentirebbe giammai. Dappoi, nell'altro pensiero venendo dicea: chi sa forse, che, permeglio pacificarsi insieme queste due case, che già stanche e sazie sono di far tra lor guerra, mi potria ancor venir fatto di averlo in quella guisa ch'io lo disio! Ed in questo fermatasi, cominciò esserli di alcun sguardo cortese. Accesi dunque gli due amanti di ugual fuoco, l'uno dell'altro il bel nome e la effigie nel petto scolpita portando, dier principio quando in chiesa, quando a qualche finestra a vagheggiarsi; in tanto che mai bene nè l'uno, nè l'altro avea, se non quando si vedeano. Ed egli massimamente sì de' vaghi costumi di lei acceso si trovava, che quasi tutta la notte, con grandissimo periculo della sua vita, dinanzi alla casa dell'amata donna solo si stava; ed ora sopra la finestra della sua camera per forza tiratosi, ivi, senza ch'ella o altri il sapesse, ad udire il suo bel parlare si sedea, ed ora sopra la strada giacea. Avvenne una notte, come Amor volse, la luna più del solito rilucendo, che mentre Romeo era per salire sopra il detto balcone, la giovane, o che ciò a caso fosse, o che l'altre sere udito l'avesse, ad aprire quella finestra venne, e fattasi fuori lo vide. Il quale, credendo che non ella, ma qualche altro il balcone aprisse, nell'ombra di alcun muro fuggire volea: onde conosciutolo, e per nome chiamatolo, gli disse: che fate qui a quest'otta così solo? Ed egli già conosciutala rispose: quello che Amor vuole. E se voi vi foste colto, disse la donna, non potreste voi morirci di leggiero? Madonna, rispose Romeo, sì ben che io vi potrei agevolmente morire; e morrovvici di certo una notte, se non mi ajutate. Ma, perchè son anco in ogni altro luogo così presso alla morte come qui, procaccio di morire più vicino alla persona vostra che io mi possa; con la qual di vivere sempre bramerei, quando al cielo ed a voi sola piacesse. Alle quali parole la giovane rispose: da me non rimarrà mai, che voi meco onestamente non viviate: non restasse più da voi, o dalla nimistà che tra la vostra e la mia casa veggio! A cui il giovane disse: voi potete credere, che più non si possa bramar cosa, di quel ch'io voi di continuo bramo; e perciò, quando a voi sola piaccia di essere così mia, come io di essere vostro disio, lo farò volentieri; nè temo che alcuno mi vi tolga giammai. E detto questo, messo ordine di parlarsi un'altra notte con più riposo, ciascun dal loco ov'era si dipartì.

Dappoi andato il giovane più volte per parlarle, una sera, che molta neve cadea, al disiato loco la ritrovò, e dissele: deh! perchè mi fate così languire? non vi strigne pietà di me, che tutte le notti in così fatti tempi sopra questa strada vi aspetto? Al quale la donna disse: certo sì che mi fate pietà; ma che vorreste che facessi? se non pregar che voi ve ne andaste. Alla quale fu dal giovane risposto: che voi mi lassaste nella camera vostra entrare, ove potremo insieme più agiatamente parlare. Allora la bella giovane, quasi sdegnando, disse: Romeo, io tanto v'amo, quanto si possa persona lecitamente amare, e più vi concedo di quello che alla mia onestà sia conveniente; e ciò faccio d'amore col valor vostro vinta. Ma, se voi pensaste o per lungo vagheggiarmi, o per altro modo più oltra come innamorato dell'amor mio godere, questo pensier lasciate da parte, che alla fine in tutto vano lo troverete. E, per non tenervi più ne' pericoli, ne' quali veggio essere la vita vostra, venendo ogni notte per queste contrade, vi dico, che quando a voi piaccia di accettarmi per vostra donna, io son pronta a darmivi tutta, e con voi in ogni luogo, che vi sia in piacere, senza'alcun rispetto venire. Questo solo bramo io, disse il giovane: facciasi ora. Facciasi, rispose la donna ma reintegrisi poi nella presenza di frate Lorenzo da san Francesco, mio confessore, se volete che io in tutto e contenta mi vi dia. Oh! disse a lei Romeo, dunque frate Lorenzo da Reggio è quello che ogni segreto del cuor vostro sa? Sì, diss'ella; e serbisi per mia soddisfazione a fare ogni nostra cosa dinanzi a lui. E qui posto discreto modo alle loro cose, l'uno dall'altra si partì. Era questo frate dell'ordine minore di osservanza, filosofo grande e sperimentatore di molte cose, così naturali come magiche; ed in tanta stretta amistà con Romeo si trovava, che la più forse in que' tempi tra due in molti lochi non si saria trovata. Perciocchè, volendo il frate ad un tratto ed in buona opinione del suo volgo restare, e di qualche suo diletto godere, gli era convenuto per forza d'alcun gentiluomo della città fidarsi; tra' quali questo Romeo, giovine temuto, animoso e prudente avea eletto; ed a lui il suo cuore, che a tutti gli altri fingendo tenea celato, nudo avea scoperto. Perchè, trovato da Romeo, liberamente gli fu detto, come disiava di avere l'amata giovane per donna, e che insieme avevano constituito lui solo dover essere secreto testimonio del loro sponsalizio, e poscia mezzano a dover fare, che il padre di lei a questo accordo consentisse. Il frate di ciò contento fu, sì perchè a Romeo niuna cosa avrìa senza suo gran danno potuta negare, sì anco perchè pensava che forse ancora per mezzo suo saria questa cosa succeduta in bene: il che di molto onore gli saría stato presso il Signore ed ogni altro, che avesse disiato queste due case veder in pace. Ed essendo la quadragesima, la giovane un giorno fingendo di volersi confessare, al monasterio di santo Francesco andata, e in uno di que' confessori, che tali frati usano, entrata, fece frate Lorenzo dimandare. Il quale ivi sentendola, per di dentro al convento insieme con Romeo nel medesimo confessoro entrato, e serrato l'uscio, una lama di ferro tutta forata, che tra la giovane ed essi era, levata via, disse a lei: io vi soglio sempre vedere volentieri, ma ora più che mai qui cara mi siete, se è così, che il mio messer Romeo per vostro marito vogliate. Al quale ella rispose: niuna altra cosa maggiormente disio, che di essere legittimamente sua: e perciò sono io qui dinanzi al cospetto vostro venuta, del quale molto mi fido, acciocchè voi insieme con Iddio a quello, che d'amore astretta vengo a fare, testimonio siate. Allora in presenza del frate, che 'l tutto in confessione diceva accettare, per parole di presente Romeo la bella giovane sposò; e dato tra loro ordine di essere la seguente notte insieme, baciatisi una sola volta, dal frate si dipartirono: il quale rimessa nel muro la sua grada, si restò ad altre donne confessare.

Divenuti gli due amanti, nella guisa che udito avete, segretamente marito e moglie, più notti del loro amore felicemente goderono, aspettando col tempo di trovar modo,

per lo quale il padre della donna, che agli loro desìi essere contrario sapeano, si potesse placare. E così stando, intervenne che la fortuna, d'ogni mondan diletto nemica, non so qual malvagio seme spargendo, fece tra le loro case la già quasi morta nimistà riverdire, in modo che le cose sottosopra andando, nè Montecchi a' Cappelletti, nè Cappelletti a' Montecchi ceder volendo, nella via del corso si attaccarono una volta insieme; ove combattendo Romeo, ed alla sua donna rispetto avendo, di percuotere alcuno della sua casa si guardava; pur alla fine sendo molti de' suoi feriti, e quasi tutti della strada cacciati, vinto dall'ira, sopra Tebaldo Cappelletti corso, che il più fiero de' suoi nemici parea, di un sol colpo in terra morto lo distese; e gli altri, che già per la morte di costui erano smarriti, in grandissima fuga rivolse. Era già stato Romeo veduto ferire Tebaldo, in modo che l'omicidio celare non si potea: onde, data la querela dinanzi al Signore, ciascuno de' Cappelletti solamente sopra Romeo gridava; perchè dalla giustizia in perpetuo di Verona bandito fu.

Or di qual core, queste cose vedendo, la misera giovane divenisse, ciascuna che bene ami, nel suo caso ponendosi, il può di leggieri considerare. Ella di continuo sì forte piagnea, che niuno la potea racconsolare; e tanto era più acerbo il suo dolore, quanto meno con persona alcuna il suo male scoprire osava. Dall'altra parte al giovane, per lei sola abbandonare, il partirsi dalla sua patria dolea; nè volendosene per cosa alcuna partire, senza torre da lei lagrimevole comiato, ed in casa sua andare non potendo, al frate ricorse. Al quale, che ella venire dovesse, per uno servo del suo padre, molto amico di Romeo, fu fatto assapere: ed ella vi si ridusse. Ed andati amendue nel confessoro, assai la loro sciagura insieme piansero. Pure alla fine diss'ella a lui: che farò io senza di voi? di più vivere non mi dà il cuore, meglio fora ch'io con voi, ovunque ve ne andaste, mi venissi. Io m'accorcierò queste chiome, e come servo vi verrò dietro, nè d'altri meglio, o più fedelmente che da me, non potrete esser servito. Non piaccia a Dio, anima mia cara, che quando meco venire doveste, in altra guisa che in luogo di mia signora vi menassi, disse a lei Romeo. Ma, perciò che son certo che le cose non possono lungamente in questo modo stare, e che la pace tra' nostri abbia a seguire, onde ancora io la grazia del Signore di leggieri impetrerei; intendo che voi senza il mio corpo per alcun giorno vi restiate, che l'anima mia con voi dimora sempre. E posto che le cose, secondo che io diviso, non succedano, altro partlito al viver nostro si prenderà. E questo diliberato tra loro, abbracciatisi mille volte, ciascun di loro piagnendo si dipartì; la donna pregandolo assai che più vicino, ch'egli potesse, le volesse stare, e non a Roma o a Firenze, come detto avea, andarsene. Indi a pochi giorni Romeo, che nel monasterio di frate Lorenzo era fino allora stato nascosto, si partì, ed a Mantova come morto si ridusse; avendo prima detto al servo della donna, che ciò che di lui dintorno al fatto di lei in casa udisse, al frate facesse di subito intendere; ed ogni cosa operasse, di quello che la giovane gli comandava, fedelmente, se il rimanente del guiderdone promessogli disiava d'avere.

Partito di molti giorni Romeo, e la giovane sempre lagrimosa mostrandosi, il che la sua gran bellezza faceva mancare, fu più fiate dalla madre, che teneramente l'amava, con lusinghevoli parole addimandata, onde questo suo pianto derivasse, dicendo: o figliuola mia, da me al pari della mia vita amata, qual doglia da poco in qua ti tormenta? ond'è che tu un breve spazio senza pianto non stai? se forse alcuna cosa brami, falla a me sola nota; che di tutto, che lecito sia, ti farò consolata. Nondimeno sempre deboli ragioni di tal pianto dalla giovane rendute le furono. Onde, pensando la madre che in lei vivesse disio di aver marito, il quale, per vergogna o per tema tenuto celato, il pianto generasse; un giorno, credendo la salute della figliuola cercare, e la morte procacciandole, col marito disse: messer Antonio, io veggio già molti giorni questa nostra fanciulla sempre piagnere, in modo ch' ella, come voi potete vedere, quella ch'esser suole più non pare. Ed avvegna ch'io molto l'abbia della cagione del suo pianto esaminata, ond'egli venga da lei perciò ritrarre non posso; nè da che proceda sapre' io stessa dire, se forse per voglia di maritarsi, la quale, come saggia fanciulla, non osasse far palese, ciò avvenisse. Onde, prima che più si consumi, diría, che fusse buono di darle marito; che ogni modo ella diciotto anni questa santa Eufemia fornì; e le donne, come questi di molto trapassano, perdono più tosto che avanzino della loro bellezza. Oltra ch' elle non sono mercatanzia da tenere molto in casa; quantunque io la nostra in verun atto veramente non conoscessi mai altro che onestissima. La dote so che avete già più dì preparata: veggiamo dunque di darle condecevole marito. Messer Antonio rispose, che saria bene il maritarla; e commendò molto la figliuola, che, avendo questo disio, volesse prima tra se stessa affliggersene, che a lui o alla madre richiesta farne; e fra pochi dì cominciò con uno de' conti di Lodrone trattare le nozze. E già quasi per conchiuderle essendo, la madre credendo alla figliuola grandissimo piacer fare, le disse: rallegrati oggimai, figliuola mia, che fra pochi giorni sarai ad un gran gentiluomo degnamente maritata, e cesserà la cagione del tuo gran pianto; la quale, avvegna che tu non mi abbia voluto dire, pur per grazia di Dio io l'ho compresa; e sì col tuo padre ho io operato, che sarai compiaciuta. Alle quali parole la bella giovane non potè ritenere il pianto. Onde la madre a lei disse: credi che io ti dica bugìa? non passeranno otto giorni, che tu sarai di un bel donzello della casa di Lodrone moglie. La giovane a queste parole più forte raddoppiava il pianto. Per lo che la madre lusingandola disse: dunque, figliuola mia, non ne sarai contenta? Alla quale ella rispose: mai no, madre, che io non ne sarò contenta. A questo, soggionse la madre: che vorresti adunque? dillo a me, che ad ogni cosa per te disposta sono. Disse allora la giovane: morir vorrei; non altro.

In questo madonna Giovanna (che tal nome avea la madre), la qual savia donna era, comprese la figliuola d'amore essere accesa; e rispostole non so che, da lei si separò. E la sera, venuto il marito, gli narrò ciò che la figliuola piangendo risposto le avea. Il che molto gli spiacque; e pensò che fosse ben fatto, prima che più innanzi le nozze di lei si trattassero, acciocchè in qualche vergogna non si cadesse, d'intendere d'intorno a questo qual fosse la opinione sua. E fattalasi un giorno venire innanzi, le disse: Giulietta (che così era della giovane il nome), io sono per nobilmente maritarti: non ne sarai contenta, figliuola? Al quale la giovane, alquanto dopo il dire di lui taciutasi, rispose: padre mio, no, che io non sarò contenta. Come! vuoi dunque nelle monache entrare? disse il padre. Ed ella: messere, non so; e con le parole le lacrime ad un tempo mandò fuori. Alla quale il padre disse: questo so, che non vuoi. Donati dunque pace, ch'io intendo di averti in un de' conti di Lo drone maritata. Al quale la giovane, forte piangendo, rispose: questo non fie mai. Allora messer Antonio molto turbato, sopra la persona assai la minacciò, se al suo volere ardisse mai più di contraddire; ed oltra questo, se la cagione del suo pianto non facea manifesta. E non potendo da lei altro che lacrime ritrarre, oltra modo scontento, con madonna Giovanna la lasciò ; nè dove la figliuola l'animo avesse, accorger si poteo.

Avea la giovane al servo, che col suo padre stava, il quale del suo amore consapevole era, e Pietro avea nome, ciò che la madre le disse, tutto ridetto e in presenza di lui giurato, ch'ella anzi il veleno voluntariamente beveria, che prender mai, ancor ch'ella potesse, altri che Romeo per marito. (178) Di che Pietro particolarmente, secondo l'ordine, per via del frate n'avea Romeo avvisato, ed egli alla Giulietta scritto, che per cosa niuna al suo maritare non consentisse, e meno il loro amore facesse aperto; che senza alcun dubbio fra otto o dieci giorni egli prenderla modo di levarla di casa del padre. Ma non potendo messer Antonio e madonna Giovanna insieme nè per lusinghe, nè per minacce dalla loro figliuola la cagione, perchè non si volesse maritare, intendere; nò per altro sentiero trovando di cui ella innamorata fosse; e avendole più fiate madonna Giovanna detto: vedi, figliuola mia dolcissima, non piagnere oramai più; chè marito a tua posta ti si darà, se quasi uno de' Montecchi volessi, il che sono certa che non vorrai; e la Giulietta mai altro che sospiri e pianto non le rispondendo, in maggiore sospetto entrati, diliberarono di conchiudere, più tosto che si potesse, le nozze che tra lei ed il conte di Lodrone trattate aveano. Il che intendendo la giovane, dolorosissima soprammodo ne divenne; nè sapendo che si fare, la morte mille volte al giorno disiava. Pur di far intendere il dolor suo a frate Lorenzo fra se stessa diliberò, come a persona nella quale, dopo Romeo, più che in altra sperava, e che dal suo amante avea udito che molte gran cose sapea fare. Onde a madonna Giovanna un giorno disse: mia madre, non voglio che voi maraviglia prendiate, se io la cagione del mio pianto non vi dico; perciocchè io stessa non la so: ma solamente di continuo in me sento una sì fatta maninconia, che, non che l'altrui, ma la propria vita nojosa mi rende; nè onde ciò m'avvenga so tra me pensare, non che a voi o al padre mio dirlo; se da qualche peccato commesso, che io non mi ricordassi, questo non m'avvenisse. E perchè la passata confessione molto mi giovò, io vorrei, piacendo a voi, racconfessarmi; acciocchè questa Pasqua di maggio, ch'è vicina, potessi in rimedio de' miei dolori ricever la suave medicina del sacrato corpo del nostro Signore. A cui madonna Giovanna disse, ch'era contenta. Ed indi in due giorni menatala in san Francesco, dinanzi a frate Lorenzo la pose; il quale prima molto pregato avea, che la cagione del suo pianto nella confessione cercasse d'intendere. La giovane, come la madre da sè allargata vide, così di subito con mesta voce al frate tutto il suo affanno raccontò; e, per lo amore e carissima amistà che tra lui e Romeo ella sapea ch'era, lo pregò, che a questo suo maggior bisogno aita porgere le volesse. Alla quale il frate disse: che posso io fare, figliuola mia, in questo calò, tanta nimistà tra la tua casa e quella del tuo marito essendo? Disse a lui la mesta giovane: padre, io so che sapete assai cose rare, ed a mille guise me potete aitare, se vi piace; ma, se altro bene fare non mi volete, concedetemi almeno questo.

Io sento preparare le mie nozze ad un palagio di mio padre, il quale fuori di questa terra da due miglia verso Mantova è, ove menare mi debbono, acciocchè io men baldezza di rifiutare il nuovo marito abbia; e là dove non prima sarò, che colui, che sposare mi deve, giugnerà: datemi tanto veleno, che in un punto possa me da tal doglia, e Romeo da tanta vergogna liberare; se no, con maggior mio incarico e suo dolore, un coltello in me stessa sanguinerò.

Frate Lorenzo, udendo l'animo di costei tale essere, e pensando egli quanto nelle mani di Romeo ancor fosse, il qual senza dubbio nimico gli diverrìa, se a questo caso non provvedesse, alla giovane così disse: vedi, Giulietta, io confesso, come sai, la metà di questa terra, ed in buon nome sono appo ciascuno; nè testamento o pace veruna si fa, ch'io non e' intravvenga; per la qual cosa non vorrei in qualche scandalo incorrere, o che s'intendesse ch'io fossi intervenuto in questa cosa giammai per tutto l'oro del mondo. Pure, perchè io amo te e Romeo insieme, mi disporrò a far cosa, che mai per alcun altro non feci; sì veramente, che tu mi prometta di tenirmene sempre celato. Al quale la giovane rispose: padre, datemi pure questo veleno sicuramente, che mai alcun altro che io lo saperà. Ed egli a lei: veleno non ti darò io, figliuola; che troppo gran peccato saria, che tu così giovanetta e bella morissi: ma quando ti dia il cuore di fare una cosa, che io ti dirò, io mi vanto di guidarti sicuramente dinanzi al tuo Romeo. Tu sai, che l'arca de' tuoi Cappelletti fuori di questa chiesa nel nostro cimiterio è posta. Io ti darò una polvere, la quale tu bevendola, per quarantotto ore, ovver poco più o meno ti farà in guisa dormire, che ogni uomo, per gran medico ch'egli sia, non ti giudicherà mai altro che morta. Tu sarai senza alcun dubbio, come fosti di questa vita passata, nella detta arca seppellita; ed io, quando tempo fia, ti verrò a cavar fuori, e terrotti nella mia cella, fin che al capitolo, che noi facciamo in Mantova, io vada, che fie tosto, ove travestita nel nostro abito al tuo marito ti menerò. Ma, dimmi, non temerai del corpo di Tebaldo tuo cugino, che poco è ch'ivi entro fu seppellito? La giovane già tutta lieta disse: padre, se per tal via pervenir dovessi a Romeo, senza tema ardirei di passare per l'Inferno. Orsù dunque, diss'egli, poichè così sei disposta, son contento d'aitarti; ma prima che cosa alcuna si facesse, mi parrìa che di tua mano a Romeo la cosa tutta intera tu scrivesti; acciò ch' egli, morta credendoti, in qualche strano caso per disperazione non incorresse, perchè io so, ch' egli sopra modo t'ama. Io ho sempre frati che vanno a Mantova, ov'egli, come sai, si ritrova. Fa ch'io aggia la lettera, che per fidato messo a lui la manderò. E, detto questo, il buon frate ( senza il mezzo de' quali niuna gran cosa a perfetto fine conducersi veggiamo), la giovane nel confessoro lasciata, alla sua cella ricorse, e subito a lei con un picciolo vasetto di polvere ritornò, e disse: togli questa polvere, e, quando ti parrà, nelle tre o nelle quattr' ore * di notte insieme con acqua cruda senza tema la beverai; che dintorno le sei comincierà operare, e senza fallo il nostro disegno ci riuscirà. Ma non scordare perciò di mandarmi la lettera, che a Romeo dei scrivere; che importa assai. La Giulietta, presa la polvere, alla madre tutta lieta ritornò, e dissele: veramente, madonna, frate Lorenzo, è il miglior confessore del mondo. Egli m'ha sì racconfortata, che la passata tristizia più non mi ricordo. Madonna Giovanna, per l'allegrezza della figliuola men trista divenuta, rispose: in buona ora, figliuola mia, farai che ancora racconsoli lui alle volte con la nostra elimosina; che poveri frati sono. E così parlando, se ne vennero a casa loro.

Già era dopo questa confessione fatta tutta allegra la Giulietta, in modo che messer Antonio e madonna Giovanna ogni sospetto, ch'ella fusse innamorata, aveano lassato; e credevano ch'ella per istrano e maninconioso accidente avesse gli pianti fatti; e volentieri l'ariano lassata così stare per allora, senza più dire di darle marito. Ma tanto dentro in questo fatto erano andati, che più tornare addietro senza incarico non se ne potevano. Onde, volendo il conte di Lodrone che alcun suo la donna vedesse, sendo madonna Giovanna alquanto cagionevole della persona, fu ordinato che la giovane accompagnata da due zie di lei, a quel loco del padre, che avemo nominato, poco fuori della città andar dovesse; al che ella niuna resistenza fece, ed andovvi. Ove, credendo che il padre così all'improvviso l'avesse fatta andare, per darla di subito in mano al secondo sposo; ed avendo seco portata la polvere, che 'l frate le diede, la notte vicina alle quattro ore chiamata una sua fante, che seco allevata s'era, e che quasi come sorella tenea, fattasi dare una coppa d'acqua fredda, dicendo che per gli cibi della sera avanti sete sostenea, e postole dentro la virtuosissima polvere, tutta la si bebbe. E dappoi in presenza della fante, e di una sua zia che con esso lei svegliata s'era, disse: mio padre per certo contro mio volere non mi darà marito, s'io potrò. Le donne che di grossa pasta erano, ancorachè veduta l'avessero bere la polvere, la quale per rifrescarsi ella dicea porre nell'acqua, ed udite queste parole, non perciò le intesero, o sospicarono alcuna cosa, e tornarono a dormire. La Giulietta spento il lume, e partita la fante, fingendo alcuna opportunità naturale, del letto si levò, e tutta de' suoi panni si rivestì; e tornata nel letto, come se avesse creduto morire, così compose sopra quello il corpo suo meglio ch'ella seppe, e le mani sopra il suo bel petto poste in croce, aspettava che il beveraggio operasse; il quale poco oltra a due ore stette a renderla come morta.

Venuta la mattina, e il sole gran pezza salito essendo, fu la giovane, nella guisa che detto v'ho, sopra il suo letto ritrovata; ed essendo voluta svegliare, ma non si potendo, e già quasi tutta fredda trovatala, ricordandosi la zia e la fante dell'acqua e della polvere che la notte bevuta avea, e delle parole da lei ragionate; e più vedendola essersi vestita e da se stessa sopra il letto a quel modo racconcia, la polvere veleno e lei morta senza alcun dubbio giudicarono. Il rumore tra le donne si levò grandissimo ed il pianto, massimamente per la sua fante, la quale spesso per nome chiamandola dicea : o madonna, questo è quello che dicevate: mio padre contro mia voglia non mi mariterà! Voi mi dimandaste con inganno la fredda acqua, la quale la vostra dura morte a me trista apparecchiava. O misera me! di cui prima mi dolerò? della morte, o di me stessa? Deh! perchè sprezzaste morendo la compagnia d'una vostra serva, la quale vivendo così cara mostraste d'avere; che così com'io sempre con voi volentieri vivuta sono, così anco volentieri con voi morta sarei. O madonna! io con le mie mani l'acqua vi portai, acciocchè io, misera me! fossi in questa guisa da voi abbandonata? Io sola e voi e me, il vostro padre e la vostra madre ad un tratto averò morto. E così dicendo, salita sopra il letto, la come morta giovane stretta abbracciava.

Messer Antonio, il quale non lontano il rumore udito avea, tutto tremante nella camera della figliuola corse, e vedutala sopra il letto stare, ed inteso ciò cle la notte bevuto e detto avea, quantunque morta la stimasse, pure a sua satisfazione prestamente per un suo medico, che mollo dotto e pratico reputava, a Verona mandò. Il quale venuto, e veduta e alquanto tocca la giovane, disse lei essere già sei ore, per lo bevuto veleno, di questa vita passata; il che vedendo il tristo padre in dirottissimo pianto entrò. La mesta novella all'infelice madre in poco spazio di bocca in bocca pervenne; la quale, da ogni calore abbandonata, come morta cadde. E risentita con un femminile grido, quasi fuori del senno divenuta, tutta percotendosi, chiamando per nome l'amata figliuola, empiea di lamenti il cielo, dicendo: io ti veggio morta, o mia figliuola, sola requie della mia vecchiezza! e come me hai sì crudele potuto lasciare, senza dar modo alla tua misera madre di udire le ultime tue parole? Almen fuss'io stata a serrare i tuoi begli occhi, e lavare il prezioso tuo corpo! Come puoi farmi intendere questo di te? O carissime donne, che a me presenti sete, aitatemi morire, e se in voi alcuna pietà vive, le vostre mani (se tal officio vi si conviene), prima che il mio dolore, mi spegnano. E tu, gran Padre del cielo, poichè sì tosto, come vorrei, non posso morire, con la tua saetta togli me a me stessa odiosa. Così essendo da alcuna donna sollevata e sopra il suo letto posta, e da altre con assai parole confortata, non restava di piangere e dolersi. Dappoi, tolta la giovane dal loco ov' ella era, ed a Verona portata, con esequie grandi e orrevolissime da tutti i suoi parenti ed amici pianta, nella detta arca nel cimiterio di santo Francesco per morta fu sepolta.

Avea frate Lorenzo, il quale per alcuna bisogna del monasterio poco fuori della città era andato, la lettera della Giulietta, che a Romeo dovea mandare, data ad un frate che a Mantova andava; il quale giunto nella città, ed essendo due o tre volte alla casa di Romeo stato, nè per sua gran sciagura trovatolo mai in casa, e non volendo la lettera ad altri che a lui proprio dare, ancora in mano l'aveva; quando Pietro, credendo morta la sua madonna, quasi disperato, non trovando frate Lorenzo in Verona, diliberò di portare egli stesso a Romeo così fatta novella, quanto la morte della sua donna pensava ch'esser gli dovesse. Perchè, tornato la sera fuori della terra al loco del suo padrone, la notte seguente sì verso Mantova camminò, che la mattina per tempo vi giunse. E trovato Romeo, che ancora dal frate la lettera della donna ricevuta non avea, piangendo gli raccontò come la Giulietta morta avea veduto seppellire; e ciò che per lo addietro ella avea e fatto e detto, tutto gli espose. Il quale, questo udendo, pallido e come morto divenuto, tirata fuori la spada, si volse ferire per uccidersi. Pure da molti ritenuto, disse: la vita mia in ogni modo più molto lunga essere non puote, poscia che la propria vita è morta. O Giulietta mia! io solo sono stato della tua morte cagione, perchè, come scrissi, a levarti dal padre non venni: tu, per non abbandonarmi, morire volesti, ed io per tema della morte viverò solo? Questo non fie mai. Ed a Pietro rivolto, donatogli un bruno vestimento ch'egli indosso avea, disse: vattene, Pietro mio. Quindi partito, e Romeo solo serratosi, ogni altra cosa men trista che la vita parendogli, quello che di lui stesso fare dovesse molto pensò: ed alla fine come contadino vestitosi, ed una guastadetta di acqua di serpe, che di buon tempo in una sua cassa per qualche suo bisogno serbato avea, tolta e nella manica messalasi, a venir verso Verona si mise; tra sè pensando, ovver per mano della giustizia, se trovato fusse, rimaner della vita privato, ovvero nell'arca, la quale molto ben sapea dov'era, con la sua donna rinchiudersi, ed ivi morire.

A questo ultimo pensiero sì gli fu la fortuna favorevole, che la sera del dì seguente, che la donna era stata seppellita, in Verona senza esser da persona conosciuto entrò; ed aspettata la notte, e già sentendo ogni parte di silenzio piena, verso il luogo de' frati minori, ove l'area era, si ridusse. Era questa chiesa nella Cittadella, ove questi frati in quel tempo stavano; e avvegnachè dappoi, non so come lasciandola, venissero a stare nel borgo di san Zeno, nel luogo che ora santo Bernardino si noma, pure fu ella dal proprio santo Francesco già abitata: presso le mura della quale, dal canto di fuori, erano allora appoggiati certi avelli di pietra, come in molti luoghi fuori delle chiese veggiamo; uno de' quali antica sepoltura di tutti i Cappelletti era, e nel quale la bella giovane si stava. A questo accostatosi Romeo (che forse verso le quattr'ore potea essere), e come uomo di gran nerbo ch' egli era, per forza il coperchio levatogli, e con certi legni, che seco portati avea, in modo puntellato avendolo, che contra sua voglia chiuder non si potea, dentro vi entrò, e lo rinchiuse. Avea seco lo sventurato giovine recata una lume orba, per la sua donna alquanto vedere; la quale, rinchiuso nell'arca, di subito tirò fuori ed aperse. Ed ivi la sua bella Giulietta, tra ossa e stracci di molti morti, come morta vide giacere; onde immantinente, forte piagnendo, così cominciò: occhi, che agli occhi miei foste, mentre che piacque al cielo, chiare luci! o bocca, da me mille volte sì dolcemente baciata! o bel petto, che il mio cuore in tanta letizia albergasti! Ove ciechi, muti e freddi vi ritrovo? Come senza di voi veggo, parlo, e vivo? O misera mia donna, ove sei d'Amore condotta, il quale vuole che poco spazio due tristi amanti e spinga e alberghi! Oimè! questo non mi promise la speranza, e quel disio che del tuo amore prima mi accesero. O sventurata mia vita, a che più ti reggi? E, così dicendo, gli occhi, la bocca e 'l petto le baciava, ognora in maggior pianto abbondando; nel qual dicea: o mura che sopra me state, perchè, addosso di me cadendo, non fate ancor più breve la mia vita? Ma, perciò che la morte in libertate d'ognuno si vede, vilissima cosa per certo è disiarla e non prenderla. E così, l'ampolla, che con l'acqua velenosissima nella manica avea, tirata fuori, parlando seguì: io non so qual destino sopra i miei nemici e da me morti nel lor sepulcro a morire mi conduca. Ma posciachè, o anima mia, presso alla donna nostra così giova il morire, ora moriamo. E postasi a bocca la cruda acqua, nel suo ventre tutta la ricevette. Dappoi presa l'amata giovane nelle braccia, forte stringendola, dicea: o bel corpo, ultimo termine di ogni mio desio! se alcun sentimento dopo il partir dell'anima ti è restato, o se ella il mio crudo morire vede, prego che non le dispiaccia, che non avendo io teco potuto lieto e palese vivere, almen secreto e mesto io mora. E molto stretta tenendola, la morte aspettava.

Già era giunta l'ora, che il calor della giovane la fredda e potente virtù della polvere dovesse aver estinta, ed ella svegliarsi. Perchè, stretta e dimenata da Romeo, nelle sue braccia si destò; e risentita, dopo un gran sospiro, disse: oimè, ove sono? chi me strigne? misera me! chi mi bacia? E, credendo che questo frate Lorenzo fusse, gridò: a questo modo, frate, serbate la fede a Romeo? a questo modo mi condurrete sicura? Romeo, la donna viva sentendo, si maravigliò forte; e, forse di Pigmalione ricordandosi, disse: non mi conoscete, o dolce donna mia? non vedete, che io il tristo vostro sposo sono, per morire appo voi da Mantova qui solo e secreto venuto? La Giulietta, nel monumento vedendosi, e in braccio ad uno che dicea essere Romeo sentendosi, quasi fuori di se stessa era, e da sè alquanto sospintolo, e nel viso guatatolo, mille baci gli donò, e disse: qual sciocchezza vi fece qua entro, e con tanto pericolo, entrare? Non vi bastava per le mie lettere avere inteso, com'io con lo ajuto di frate Lorenzo fingere morta mi dovea, e che di breve sarei stata con voi? Allora il tristo giovane, accorto del suo gran fallo, incominciò: o miserissima mia sorte! o sfortunato Romeo! o viapiù di tutti gli altri amanti dolorosissimo! Io di ciò vostre lettere non ebbi. E qui le raccontò, come Pietro la sua non vera morte per vera gli disse: onde, credendola morta, avea, per farle compagnia, ivi presso lei tolto il veleno; il quale, come acutissimo sentìa che per tutte le membra la morte gli cominciava mandare. La sventurata fanciulla questo udendo, sì dal dolore vinta restò, che altro che le belle sue chiome e l'innocente petto battersi e stracciarsi fare non sapea; ed a Romeo, che già resupino giacea, baciandolo spesso, un mare delle sue lacrime gli spargea sopra ed essendo più pallida che la cenere divenuta, tutta tremante disse: dunque nella mia presenza e per mia cagione dovete, signor mio, morire? ed il cielo concederà, che dopo voi, benchè poco, io viva? Misera me! almeno a voi la mia vita potessi donare, e sola morire! Alla quale il giovine con voce languida rispose: se la mia fede e il mio amore mai caro vi fu, viva speme mia, per quello vi prego, che dopo me non vi spiaccia la vita, se non per altra cagione, almen per poter pensare di lui che, della vostra bellezza tutto ardente, dinanzi a' bei vostri occhi si more. A questo rispose la donna: se voi per la mia finta morte morite, che debbo io per la vostra non finta fare? Dogliomi solo, che dinanzi a voi non abbia il modo di morire; ed a me stessa, perciocchè tanto vivo, odio porto. Ma io spero bene, che non passerà molto, che come sono stata cagione, così sarò della vostra morte compagna. E con gran fatica queste parole finite, tramortita cadde: e risentitasi, andava dappoi miseramente con la bella bocca gli estremi spirti del suo caro amante raccogliendo, il quale verso il suo fine a gran passo camminava.

In questo tempo frate Lorenzo, inteso come e quando la giovane la polvere bevuta avesse, e che per morta era stata seppellita; e sapendo il termine esser giunto, nel quale la detta polvere la sua virtù finìa, preso uno suo fidato compagno, forse un'ora innanti il giorno all'arca venne. Alla quale giungendo, ed ella piagnere e dolersi udendo, per la fessa del coperchio mirando, ed un lume dentro vedendovi, maravigliatosi forte, pensò che la giovane a qualche guisa la lucerna con esso lei ivi entro portata avesse, e che svegliata, per tema di alcun morto, o forse di non star sempre in quel loco rinchiusa, si rammaricasse e piangesse in tal modo. E, con l'aita del compagno prestamente aperta la sepoltura, vide la Giulietta, la quale tutta scapigliata e dolente s'era in sedere levata, e il quasi morto amante nel suo grembo recato s'avea. Alla quale egli disse: dunque temevi, figliuola mia, che io qui dentro ti lasciassi morire? Ed ella, il frate udendo e il pianto raddoppiando, rispose: anzi temo io, che voi con la mia vita me ne traggiate. Deh! per la pietà di Dio, riserrate il sepolcro, ed andatevene, in guisa ch'io mora; ovver porgetemi un coltello, ch'io nel mio petto ferendo di doglia mi tragga. O padre mio! o padre mio! ben mandaste la lettera! ben sarò io maritata! ben mi guiderete a Romeo! Vedetelo qui nel mio grembo già morto. E raccontandogli tutto il fatto, a lui il mostrò. Frate Lorenzo, queste cose sentendo, come insensato si stava; e mirando il giovane, il quale per passare da questa all'altra vita era, così disse: o Romeo! qual sciagura mi t'ha tolto? parlami alquanto; drizza a me un poco gli occhi tuoi: o Romeo! vedi la tua carissima Giulietta, che ti prega che la miri! perchè non rispondi almeno a lei, nel cui grembo ti giaci? Romeo, al caro nome della sua donna, alzò alquanto gli languidi occhi dalla vicina morte gravati, e vedutala gli richiuse; e poco dappoi, per le sue membra la morte discorrendo, tutto torcendosi, fatto un breve sospiro, si morì.

Morto nella guisa, che divisato vi ho, il misero amante, dopo molto pianto, già avvicinandosi il giorno, disse il frate alla giovane: e tu, Giulietta, che farai? La qual tostamente rispose: morrommi qui entro. Come? figlia mia, diss'egli, non dire questo; esci pur fuori, che quantunque io non sappia che farmi o dire, pur non ti mancherà il rinchiuderti in qualche santo monasterio, ed ivi pregar sempre Dio per te e per lo morto tuo sposo, se bisogno ne ha. Al qual disse la donna: padre, altro non vi dimando che questa grazia, la quale, per lo amore che voi alla felice memoria di costui portaste (e mostrògli Romeo), mi farete volentieri; e questo fia, di non far mai palese la nostra morte, acciò che gli nostri corpi possano insieme sempre in questo sepolcro stare; e se per caso il morir nostro si risapesse, per lo già detto amore vi prego, che gli nostri miseri padri in nome di ambo noi vogliate pregare, che quelli, i quali Amore in uno stesso fuoco e ad una stessa morte arse e guidò, non sia loro grave in uno stesso sepolcro lasciare. E voltatasi al giacente corpo di Romeo, il cui capo sopra uno origliere, che con lei nell'arca era stato lasciato, posto avea, gli occhi meglio rinchiusi avendogli, e di lacrime il freddo volto bagnandogli, disse: che debbo io senza te in vita più fare, signor mio? e che altro mi resta verso te, se non con la mia morte seguirti? niente altro certo; acciocchè da te, dal qual solo la morte mi potea separare, essa morte separare non mi possa. E detto questo, la sua gran sciagura nell'animo recatasi, e la perdita del caro amante ricordandosi, diliberando di più non vivere, raccolto a sè il fiato, ed alquanto tenutolo, e poscia con un gran grido fuori mandandolo, sopra il morto corpo morta si rese.

Frate Lorenzo, dappoi che la giovane morta conobbe, per molta pietà tutto stordito, non sapea egli stesso consigliarsi; ed insieme col compagno, dal dolore sino nel cuore passato, sopra i morti amanti piangea. Quando ecco la famiglia del Podestà, che dietro alcun ladro correa, vi sopragiunse; e trovatigli piangere sopra questo avello, nel quale una lucerna vedeano, quasi tutti là corsono; e, tolti fra lor gli frati, dissero: che fate qui, domini, a quest'ora? fareste forse qualche malìa sopra questo sepolcro? Frate Lorenzo, veduti gli ufficiali ed uditigli e riconosciutigli, avrìa voluto essere stato morto. Pur disse loro: nessuno di voi mi s' accosti, perciocchè io vostro uomo non sono; e se alcuna cosa volete, chiedetela di lontano. Allora disse il loro capo: noi vogliamo sapere, perchè così la sepoltura de' Cappelletti aperta abbiate, ove pur l'altro jeri si seppellì una giovane loro; e se non che io conosco voi, frate Lorenzo, uomo di buona condizione, io direi che a spogliare gli morti foste qui venuti. Gli frati, spento il lume, risposero: quel che noi facciamo non saperai, che a te di saperlo non appartiene. Rispose colui: vero è; ma dirollo al Signore. Al quale frate Lorenzo, per disperazione fatto sicuro, soggiunse: di' a tua posta; e, serrata la sepoltura, col compagno entrò nella chiesa.

Il giorno quasi chiaro si mostrava, quando i frati dalla sbirraglia si sbrigarono; onde di loro fu chi subito ad alcun de' Cappelletti la novella di questi frati rapportò. I quali sapendo forse anco frate Lorenzo amico di Romeo, furon presto innanzi al Signore, pregandolo che per forza, se non altrimente, volesse dal frate sapere quello che nella loro sepoltura cercava. Il Signore, poste le guardie che il frate partire non si potesse, mandò per lui. Il quale per forza venutogli dinanzi, disse il Signore: che cercavate istamane nella sepoltura de' Cappelletti? diteloci, che noi in ogni guisa lo vogliamo sapere. Al quale rispose il frate: Signor mio, io il dirò a vostra signoria molto volentieri. Io confessai già vivendo la figliuola di messer Antonio Cappelleti, che l'altro giorno così stranamente morì; e, perciocchè molto come figliuola di spirito l'amai, non alle sue esequie essendomi potuto ritrovare, era andato a dirle sopra certe sorte di orazioni, le quali, nove volte sopra il morto corpo dette, liberano l'anima dalle pene del Purgatorio; e perciò che pochi le sanno, o queste cose non intendono dicono i sciocchi che io per spogliar morti era ivi andato. Non so se io sia qualche masnadiero da far queste cose: a me basta questa poca di cappa e questo cordone; nè darei di quanto tesoro hanno i vivi un niente, non che de' panni di due morti: e male fanno chi mi biasmano in questa guisa.

Il Signore arìa per poco questo creduto; se non che molti frati, i quali male gli volevano, intendendo come frate Lorenzo era stato trovato sopra quella sepoltura, la volsero aprire; ed apertala, e il corpo del morto amante dentro trovatole, di subito con grandissimo rumore al Signore, che ancora col frate parlava, fu detto, come nella sepoltura de' Cappelletti, sopra la quale il frate la notte fu colto, giacea morto Romeo Montecchi. Questo parve a ciascuno quasi impossibile, e somma maraviglia a tutti apportò. Il che vedendo frate Lorenzo, e conoscendo non poter nascondere quello che disiava di celare, inginocchioni dinanzi al Signore postosi, disse: perdonatemi, Signor mio, se a vostra signoria la bugia di quello, ch'ella m'ha richiesto, dissi; che ciò non fu per malizia, nè per guadagno alcuno, ma per servare la promessa fede a due miseri e morti amanti. E così tutta la passata istoria fu astretto, presenti molti, raccontargli.

Bartolommeo dalla Scala questo udendo, da gran pietà quasi mosso a piagnere, volse gli morti corpi egli stesso vedere, e con grandissima quantità di popolo al sepolcro se n'andò; e tratto gli due amanti, nella chiesa di santo Francesco sopra due tapeti gli fe' porre. In questo tempo i padri loro nella detta Chiesa vennero, e sopra i loro morti figliuoli piagnendo, da doppia pietà vinti (avvegnachè inimici fussero) s'abbracciorono, in modo che la lunga nimistà tra essi e tra le loro case stata, e che nè prieghi di amici, nè minaccie del Signore, nè danni ricevuti, nè tempo avea potuto estinguere, per la misera e pietosa morte di questi amanti ebbe fine. Ed ordinato un bel monimento, sopra il quale la cagione della lor morte in pochi giorni scolpita era, gli due amanti con pompa grandissima e solenne, dal Signore e parenti, e da tutta la città pianti e accompagnali, sepolti furono.

Tal misero fine ebbe l'amore di Romeo e di Giulietta, come udito avete, e come a me Peregrino da Verona raccontò.

O fedel pietà, che nelle donne amicamente regnavi, ove ora se' ita? In qual petto oggi t'alberghi? Qual donna sarebbe al presente, come la fedel Giulietta fece, sopra il suo amante morta? Quando fie mai, che di questa il bel nome dalle più pronte lingue celebrato non sia? Quante ne sariano ora, che non prima l'amante morto veduto arebbono, che trovarne un altro si ariano pensato, non che elle gli fossero morte allato? Che s'io veggio contr'ogni debito di ragione, ogni fede e ogni ben servire obbliando, alcune donne quegli amanti che già più cari ebbono, non morti, ma alquanto dalla fortuna percossi, abbandonare; che si dee credere ch'esse facessero dopo la loro morte? Miseri gli amanti di questa età, gli quali non possono sperare nè per lunga prova di fedel servire, nè la morte per le loro donne acquistando, ch'elle con esso loro muojano giammai; anzi certi sono di più ultra a quelle non essere cari, se non quanto alle loro bisogne gli possono gagliardamente operare.

Qui finisce lo infelice innamoramento

di Romeo Montecchi e di Giulietta Cappelletti.

 

Note

__________________________

 

[1] Il poco che andrò parlando del da Porto, ho cavato, parte dagli scritti suoi, spezialmente da un codice di lettere storiche, parte in altri, e per ultimo da una viterella di lui, in forma di di lettera, e a petizione del cavaliere Michelangelo Zorzi, fatta da un conte Girolamo della stessa sua casa. Questa viterella, manchevole di alcune notizie registrate nel presente discorso, fu anche da esso Zorzi pubblicata in Vicenza nel 1731 per le stampe del Lavezzari.

[2] Così il citato biografo.

[3] Lettere del Bembo al da Porto: di Venezia il 16 ottobre 1505.

[4] Lettera di lui ad Antonio Savorgnano. Questi maneggi dei Porto non li trovo negli storici; i quali anzi non sono d'accordo circa alle persone che patteggiarono quella resa.

[5] P. Bembo, Storia veneta lib. Xl; And. Mocenigo . . . De bello Cameracensi.

[6] Entra qui l'egregio Scrittore di queste notizie in una digressione diretta a ribattere alcune asserzioni di due Storici delle cose friulane, Stando alle quali ne verrebbe grave nota all'onore del Porto, massime nella sua qualità di condottiero d'armi: ma sono dli tal forza ed evidenza le ragioni addotte a provare la falsitàà delle appostagli accuse, ed è così palese la nemica prevenzione di uno de' predetti Storici (Gregorio Amaseo), come il poco giudizio dell'altro (Palladio degli Olivi) nel seguire il primo ciecamente, che anzi più bella ne risponde da questa difesa la fama del Porto; la cui condotta rome pubblico funzionario fu sempre consona ai principj di pura morale che risultano anche da' suoi scritti e che gli conciliarono la stima generale de' suoi contemporanei, e la benevolenza degli uomini più illustri in potere ed in letteratura. Per sola vista di brevità abbiamo omessa la parte polemica di sì bello scritto ed i combattuti passi delle storie riportativi in fine, non aggiungendo essa ulteriori particolarità da sapersi sulla vita del Porlo, (l'Editore)

[7] P. Bembo, Storia Veneta lib. XI.

[8] Queste paure e desiderj non ho già cavati dalla mia testa; sarebbe stata fantasia meschina; ma sì da una lettera di Luigi (settembre 1510), direttamente meno che alla — degnissima sua nemica e donna —. Eccone in brevi cenni la sostanza: Poiché gl'Imperiali, Uscendo ogni notte del castello di Cormons. poneano a sacco molte ville de' Veneziani, pensò il da Porto di dar loro la caccia; e una notte, fra le altre, che la luna splendeva chiarissima, veduto a due miglia di là rosseggiar l'aria, e udito un suonar di campana che parea battere a stormo, si drizzò a quella volta, supponendo che vi fossero i Tedeschi. Di fatti, giunto al sito, ne trovò le pedate che davano indizio di molta gente: per la qual cosa — raccordandomi delle vostre sagge ed amorevoli ammonizioni e dei dolcissimi vostri prieghi, con più riguardo mi posi a seguirli —. Del resto veramente curiosa è questa lettera, in cui si seguita raccontando com'era venuto prigione di lui un certo Giorgin Tedesco, benemerito — del caro bene per sua via dall'alta vostra umanità ricevuto —. E vi si dicono altre saporitissime cose: cagione, forse, onde il nome della donna è taciuto.

[9] Ciò imparo da' suoi versi, ne' quali fa gran carezze a un vago Ginepro, nato e cresciuto nei giardini del Petrarca. Io non so se questa Ginevra fosse per l'appunto quella sua degnissima donna e nemica, della quale ho parlato qui innanzi: certo fu tale da non lasciargli aver pace: ora dandogli giusta cagione a temer di rivali, ora a intere ma brevi consolazioni mescendo sdegni e freddezza. Nè so parimenti se gli altri versi, ove il Ginepro non è cantato, risguardino lei. Vi dice però il Poeta ch'egli amava da ben quindici e più anni: che un giorno era stato in un luogo dov'erano bagni caldi (Abano): che là avea sospirato d'amore: ci dà anche qualche indizio di aver seguito, o voler seguire l'amica, che, partitasi di Venezia, era andata a Roma: e finalmente in parecchi versi piange la morte di lei. Le quali circostanze unite a quel nome, chi volesse impiegarvi tempo e pazienza, potrebbero forse ajutare lo stesso scoprimento del casato della donna. A me sembra che il fatto nostro non domandi tante ricerche; piacevoli o perdonabili solamente dove spettino a que' grandi, le cui gesta meritarono che un'età avesse nome da essi. Tuttavolta, come trando a indovinare, non terrei molta inverisimile, che la donna cantata dal Porto fosse Ginevra Rangona di Gonzaga, figlia di Bianca Bentivoglio. Era Ginevra coetanea di Luigi; e, ciò ch'è più, le famiglie loro in qualche modo parenti, e amicissime; perciocché un Alessandro da Porto avea condotto in moglie Camilla Gonzaga. Io l'ho detta; ognun poi ne faccia quel conto che più gli piace: questa non è altro che semplice congettura.

[10] Girolamo da Porto, nella vita di Luigi.

[11] Libro II, pag. 149.

[12] Dodici sonetti nel secondo volume di rime scelte di diversi autori, stampate dal Giolito, Venezia 1587; e due nella raccolta del Gobbi. Il Crescimbeni (vol. IV. Lib. II. de' commentari ec.) dice, aver veduto manoscritta nella Chisiana di Roma qualche poesia di Luigi.

[13] Di Padova, 9 Giugno 1524. È scritta al da Porto medesimo.

[14] Vedi la Biblioteca Italiana, fasc. XLI del maggio 1819.

[15] Secoli della letteratura italiana . Vol. V.

[16] Elogio del Bandello, fac. 179-182.

[17] Il Napione nell'elogio citato, e Giammaria Mazzuchelli nella vita del Bandello.

[18] L'infelice amore dei due fedelissimi amanti Giulietta e Romeo, scritto in ottava rima da Clitia nobile Veronese ad Ardeo suo. Con privilegio In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli 1553 in 8. Quattro canti che comprendono 217 stanze.

(Qui seguita una lunga nota del ch. Autore sulla recente versione francese della Giulietta del Porto fatta dal sig Delecluze; della qual nota ci gioviamo in altra parte di questo volume, ove fa meglio al caso nostro. (l'Editore)

[19] Ventiquattro di queste lettere, ridotte a miglior lezione, mette ora alla luce il chiar. Francesco Testa. Due al Savorgnano, furono stampate fra quelle di Principi, ec. ( Venezia per Francesco Ziletti 1581.); e qualche brano di lettere del da Porto vedesi pubblicato da L. Bossi ( note addizionali alla vita di Leone X. ), e da Carlo Rosmini tra i documenti storici aggiunti alla vita del Magno Trivulzio. Dei codici mss. uno ne possedè la libreria di san Marco; uno l'Ambrosiana; uno gli eredi dell'abate De Luca veneziano, ed uno finalmente il coltissimo amico mio conte Leonardo Trissino; alla cui gentilezza debbo in parte l'aver potuto raccogliere queste notizie.

[20] Il Trissino morì a Roma; lo Scamosci a Venezia. Le lapidi in san Lorenzo erano dunque puramente onorarie. Leonardo da Porto scrisse un trattato rinomatissimo dei pesi, delle misure e delle monete romane. E celebre per le sue guerre col Budeo, che avendo in quel medesimo tempo pubblicata un'opera intorno all'Asse dei Romani, contrastava a Leonardo l'anzianità del trovato. Alla qual contesa presero parte i più dotti uomini di tutta Europa.

Indice Biblioteca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 14 luglio 2007