Giulio (detto Delminio) Camillo

 

Dell'imitazione

 

 

 

Edizione di riferimento

Trattati di poetica e retorica del Cinquecento, Weinberg, Bernard (a c. di), Laterza, Roma [etc.], 1970-1974

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Dell'imitazione

 

Ma che dirò di te, Erasmo, uomo di tanta scienzia e di tanta virtù? che per un tuo libretto intitolato Il Ciceroniano, messo nel pubblico, tutti quei che di Cicerone si dilettano ti vorrebbon levar del numero non pur degli eloquenti, ma de' giudiciosi? Fortissima difesa convien che tu ti apparecchi, se per aventura tal openion della imitazion porti qual ne' tuoi scritti fai al mondo sentire, o se gli uomini vorran che sia tenuto per cosa da dovero ciò che tu forse per ischerzo scrivesti. Io, per me, son certo che nel Ciceroniano tuo più tosto hai essercitato le divine forze del tuo ingegno, che detto apertamente il vero parer tuo. Volgi, o singulare ingegno, volgi lo stilo tuo, e tu medesimo sii contento dir in contrario di quello che scritto hai, sì come penso che 'l contrario senti. Te stesso vinci, ché nessuno vincer ti potrebbe. Or pensa che obligazion ti averà la eloquenzia quando tu medesimo, che le hai mostro quanto le puoi nocer con la tua auttorità, le mostrerai quanto ancor con la istessa le potrai giovar, solamente scrivendo quel che nell'animo senti. Ecco che la eloquenzia tutta lagrimosa ti si gitta davanti e vuol esser tua, sì come sempre fu. Essa per la tua pietà ti prega, e per il nome tuo, per i sacri nutrimenti che bevesti dal petto suo, e per gli ornamenti che essa per te ha acquistato, e tu per lei, non le voler esser ingiurioso. Né ti scusar di non saper o di non poter far altramente; ché a me, il qual son un minimo e venuto nuovo considerator delle sue bellezze, tirato dal zelo ch'io porto alla verità et all'onor tuo, dà il cuor di scriver alquante parole, le quai (s'io non m'inganno) il vero in alcun modo adombreranno. Queste, ancor che non potran giugner all'altezza dell'ingegno tuo, prego vogli esser contento che come tue vadan per le mani di coloro che ti biasimano, perfin che le vere tue da più larga e più eloquente vena nel cospetto del mondo usciranno.

Posso pensar, adunque, che quando tu vorrai ripigliar la vera persona tua, dirai, e molto meglio di me, che la lingua latina, sì come tutte le altre cose del mondo, ha avuto il suo oriente, il suo mezzodì et il suo occaso. E sì come non si può negar che 'l sol non abbia maggior virtù e più aperta bellezza a mezzogiorno che quando leva o quando cade, così ci convien per fermo tener che tutte le cose che ad esser cominciano, e dopo alcun tempo vengono al loro colmo e finalmente cadono, sian più perfette nel colmo che nel cominciamento o nella declinazione. Et essendo stata la lingua latina una di queste, siamo astretti a confessar che se noi vogliamo trovar la sua perfezione non fa bisogno che ce la poniam davanti quale ella nacque o quale morì, ma qual era nella più forte e gagliarda età sua. E conciò sia cosa che, se alle istorie et alla verità creder vorremo, il colmo della lingua latina nel secolo di Cicerone e di Cesare stato sia, quel solo secolo debbiam come perfetto tenere, e color che andaron molto avanti o vennero dopo, come fanciulli non bene avezzi al parlare o come vecchi già balbettanti. È il vero che quelli che vicini furono, avanti o da poi, più s'accostarono a quel che tanto lodiamo.

Piacque a Cicerone di lasciare scritto che la eloquenzia latina fusse al suo tempo giunta alla sua maturità; e quel colmo, sopra il quale non poteva ella più andare, di necessità le minacciava di vicino la declinazione. Et alcuni auttori, che scrissero nella lingua che verso il suo occaso chinava, ne' loro libri han fatto scusa di non poter scriver in quel perfetto latino perciò che la lingua al loro tempo era già caduta; e nondimeno molti si trovan di sì perduto gusto che più tosto piace lor rappresentar insieme non pur la bamba ma la rimbambita lingua, che quella la qual nella sua più forte età parole piene di maturità e di consiglio e di bellezza usava. Venne adunque nell'aureo secol di Cicerone la lingua latina a quella eccellenzia e sommità che potè. Il perché tutte le altre età, e precedenti e seguenti, ebbero dell'imperfetto; e, per meglio dir, la lingua di tempo in tempo andò facendosi più bella sì che perfin che venne al mezzo cerchio suo ciascuna succedente età usò la lingua della precedente con alcuna correzione. Per la qual cosa si può comprendere come siano mal consigliati color che di tutti gli auttori voglion levar la lingua confusamente; perciò che potrebbono appunto pigliar quelle parole che dalla perfetta età furon come vecchie [abbandonate], o quelle che, declinando la lingua, da radice già priva di buon vigor senza molta bellezza sottonacquero. Perfin che il gentil secolo fu nello stato suo, la lingua era come una ghirlanda tessuta da bellissima vergine, nella qual ghirlanda erano alcuni fiori che sempre si mantennero, altri per la lor debolezza non poteron viver al pari con i più forti; il perché la vergine, con giudiciosa mano, andò buon tempo, secondo il bisogno, levando i languidi et in lor loco riponendo de' freschi, senza guastar gli ordini della ghirlanda. Ma poco dopo la morte di Cicerone morì la vergine che avea in governo la ghirlanda; né ad altrui è dato far il medesimo, perché anco da radice è del tutto secco il prato latino, nel qual più non nascono i fiori di che la rinfrescata ghirlanda tutto dì più vezzosa si vedea. E se vogliamo godere di que' fiori, poiché non possono esser più colti nel prato, convien che ci rivolgiamo alla ghirlanda qual rimase, morta la vergine.

Le mie parole suonano che la lingua latina non si parla più come la nostra popolare o la gallica, et è già fermata ne' libri; e noi, che non siamo nati in lei, se la vogliamo avere, convien che la cogliamo dai libri dove si è fermata; non dico da quei che ci danno a veder che un'altra ghirlanda per loro sperar si possa, fatta di fiori senza soavità, falsa imitatrice della prima, nella qual né luce di parole né bellezza d'ordine né gentilezza di testura si vede, ma da quei solamente dai quali tanto ornamento possiamo avere. Essendo adunque i libri distinti in mediocri, buoni, e perfetti, e dechinati secondo la mediocrità, bontà, perfezione e dechinazione de' secoli, et essendo noi astretti di coglier la lingua non dalle bocche degli uomini ma dai libri, perché non più tosto dai perfetti che dai men buoni? E perché se io che sono straniero posso dal perfetto secolo levar quasi il tutto, debbo nell'altrui lingua mescolar vocaboli o modi di parlar che non piacquero al gravissimo giudicio di quelli che nel più felice secolo in quella lingua parlarono, scrissero e giudicar seppero, sì come quelli che col latte bevuta l'aveano e che dottissimi insieme nel Senato, nel foro, nel popolo con gravissimo giudicio la trattarono, castigarono, illustrarono?

Né voglio per tutto ciò che noi tanto usiamo le loro elette parole che di usufruttuarii ci facciamo manifesti ladri; ma riduciamo prima la lingua a quell'esser nel qual possiamo pensar che fusse mentre Virgilio o Cicerone la componeano, e di quella securamente ci serviamo sì come esso Virgilio o Ciceron fece. Ma quando alcuna cosa nata dalla mente propria dell'auttor ci si parasse davanti, il mio consiglio più tosto sarebbe con un simil modo fabricarne una di egual bellezza che nostra fusse per artificio ma per lingua degli approvati auttori che usar la medesima, se non ci desse il cuor di trasformarla talmente nella composizion nostra, qual fa l'ape, la qual, benché faccia il suo mèle della virtù de' fiori, che non è cosa sua, nondimeno essa la trasforma sì che noi non possiamo nella opera sua riconoscer qual fior in questa o in quella parte del mèle sua virtù mettesse; anzi, sì come tutto il mèle venisse dalla virtù dell'ape, essa ce lo apparecchia e chiamasi mèle e non più fiori.

Et acciò che io sia meglio inteso, tre principali ordini possono esser della lingua accommodati a vestir ciascun nostro concetto: il proprio, lo traslato e quello a cui perfino a qui (forse per non essere stato così bene inteso né conosciuto) non è caduto nome e che noi in tutta l'impresa nostra primi chiamiamo e chiameremo sempre «topico»; da ciascuno de' quali la eloquenzia, secondo la natura della materia, vestita si vede. Imperò che sono alcune materie che della pura proprietà si contentano, altre vogliono esser dette da traslati, o vero perché lo traslato in quel loco averebbe maggior forza, o vero perché le apportarebbe ornamento; altre vogliono per locuzioni topiche esser quasi messe davanti agli occhi de' lettori, pigliando le pitture or dalla proprietà, or dalla traslazione. E benché questo terzo ordine sia talmente del poeta che senza lui nessuna maraviglia possa nell'animo del lettor mettere, pur ancor l'oratore in alcun loco se lo fa commune con quella destrezza che gli si conviene, quale è questo «tirar l'anima dal cielo» in luogo di «spirar» appresso Cicerone. Ma per mio aviso, mentre useremo la proprietà o la traslazione frequentata fuori del modo topico, più ragionevolmente potremo dir che abbiamo usato il medesimo che usò l'auttore, che dir che abbiamo imitato lui; conciò sia cosa che la imitazione è mentre facciamo non quello istesso, ma un simile; il perché, secondo il creder mio, la imitazione è tutta del modello, sì che le parole o proprie o traslate che sono in uso di lei son libere. E se pur talor è stato chiamato imitar il dir quel medesimo, fu presa la imitazione nella sua larghissima significazione.

Volendo adunque adoperar le parole latine, ciò non possiamo far se non pigliando quelle medesime che gli auttori dette hanno, o senza biasimo o con pericolo di biasimo: senza biasimo mentre, come io dissi, useremo o le proprie o le traslate, le quai sono state da più auttori usate in quel modo, e così l'uso le ha fatte divenir come proprie; ché ancor Cicerone e Virgilio tali le levarono dagli auttori che andarono avanti a loro. I quai volendo scriver latino con proprietà, come potevano più propriamente nominar l'amore che «amor» ? E quando pure alcun di loro disse «ardor», quantunque sia traslato, nondimeno non fu così detto da alcun come suo trovato, ché molti altri avanti a lui così dissero; il perché lo possiamo ancor noi senza sospetto di ladroneccio usare, et usandolo non possiamo dir che «imitiamo», ma che noi «diciamo il medesimo», se la significazion della imitazione si rivolgesse all'auttore, non alle parole. Ma quando fussemo arditi di usar traslati che quel solo auttor fatto avesse con suo artificio o quel modo topico solamente da lui detto, giudico che potressimo cadere in pericolo di esser chiamati o usurpatori o ladri, se non sapessimo quelli trasformar nella composizion nostra sì come l'ape nell'opera del mèle i fiori trasforma. E per parlar di quel topico, ove anco il traslato si vede, se dirò al «nascer» «nasci», non meriterò biasimo volendo scriver latino, ché non un solo ma tutti i Latini così hanno avuto in costume di dire, ove la proprietà avea loco. Ma se io dicessi «uscir ne' paesi della luce», sì come disse Lucrezio, per mio aviso porterei pericolo di esser notato, massimamente facendo ciò nella lingua medesima; ché per aventura in un'altra sarei da laudar per la contenzion ch'io potrei mostrar di fare. Ma la gran laude ch'io posso meritar, in questo terzo ordine topico è posta, ché, scoperto l'artificio di Lucrezio, con quel medesimo posso fabricar un'altra figura, non di minor bellezza, senza rubare. Perché, conosciuta l'arte di Lucrezio, che fu di levar la figura dal loco de' conseguenti, potrò io dal medesimo loco formar un'altra di eguale e tallor di maggior bellezza, che del tutto mia sarà, fuori che per le parole le quai la esprimeranno.

E per dar assaggio di questa arte, che per me viene a luce, dico che da quei medesimi lochi possono esser formate le figure che «topiche» chiamiamo da quali gli argomenti. È il vero che talor sarà un loco che farà fortissimo l'argomento e debolissima la figura; e per contrario sarà un altro dal quale se tireremo l'argomento, sarà di picciola forza, ma se formeremo la figura, sarà gagliarda sì come sono i lochi degli antecedenti e de' conseguenti e degli aggiunti. Il perché gli antecedenti e conseguenti portan necessità con esso loro, ma gli aggiunti non la portano; e per tal cagione gli argomenti che vengono dai conseguenti e dagli antecedenti sono vigorosi, e quei che nascono dagli aggiunti sono privi di gran forza. E per grazia di essempio, questo argomento è necessario dai conseguenti e dagli antecedenti: se il sole è levato, che sia giorno; perché cade nella considerazion nostra che, essendo il sol cagion del giorno, vada avanti il levar del sole, che 'l giorno. Quello adunque è antecedente e questo conseguente di necessità. Ma questo tirato dagli aggiunti non ha necessità: se fa strepito co' piedi, adunque camina; perché ancor sedendo possiamo menar i piedi in modo che facciamo strepito. Per i quali essempi si vede l'argomento che porta necessità esser più forte, e quello che non la porta esser debole. E nondimeno, sì come io dissi, talor la figura che sarà stata tratta da loco che non averà necessità, cioè dal loco degli aggiunti, il qual ministra cose che di necessità non sono ma aggiugner si possono, averà più gagliardezza che quella che sarà mossa da loco necessario. L'essempio daremo intorno al sospiro. Quando adunque dirò «sospirar», piglierò il proprio; e queste parole accompagnate diranno il medesimo ma averanno traslazione quasi pura: «mandar sospiri, gittar sospiri». Ma se io dicessi «romper l'aere da presso coi sospiri», questa sarebbe figura topica tirata da loco necessario, cioè da conseguenti; imperò che di necessità consegue al sospirar che l'aere, che è davanti alla bocca di colui che sospira, sia percosso e rotto dal sospiro. Nondimeno, se io volessi trar la figura dal loco degli aggiunti, dove non è necessità, e dicessi «far coi sospiri tremar le cose opposte, far mover le frondi, crollare i boschi», essa averebbe maggior gagliardezza; e pur non è necessario che al sospirar tremino le cose opposte se non fussero molto deboli e vicine.

Ma per mio aviso il poeta in questa natural filosofia del figurar topicamente dee esser molto savio nell'abbandonar le cose che fussero troppo sopra la verità, qual sarebbe quella «far tremar le frondi», e maggiormente quella «che i sospiri crollino i boschi». Parimente, questa che figura il lagrimar, «portar gli occhi molli» o «aver gli occhi umidi», nasce da conseguenti necessarii; imperò che non si può lagrimar che non si facciano gli occhi et umidi e molli. Ma se si dicesse che alcun «bagnasse con gli occhi l'erba et il petto», questa figura averà più vigor, e nondimeno non nascerebbe da conseguenti necessarii ma dagli aggiunti; perché può ben pianger alcuno senza bagnar il petto o l'erba. Adunque, questa figura amplifica e quella solamente può dir il vero. Ecco Virgilio, volendo vestir l'«inserir» di figura topica, non pur prese il loco necessario de' conseguenti, ma poco appresso quello degli aggiunti. Imperò che volendo dir che nell'órno poteva esser inserito il pero, riguardò a quel che poteva conseguir. Pensò adunque che di necessità il pero inserito nell'órno, se avea a viver, faceva bisogno che avesse a fiorir; il perché disse che «spesso l'órno diventeria bianco per i fiori del pero». Ma avendo a dire che nell'olmo poteva esser inserita la quercia, mirò non al necessario ma all'aggiunto; disse adunque che «li porci spesso vanno a franger le ghiande sotto gli olmi» ; e nondimeno non segue di necessità quello che dice, perciò che potrebbe esser la quercia inserita in olmo che fusse in loco dove mai non andassero i porci.

E per ritornare alla figura di Lucrezio, la qual egli fece del nascer, formandola dai conseguenti (perché necessaria cosa è che al nascer di ognuno seguiti ch'egli dalle tenebre del materno ventre esca nei paesi della luce), ad imitazion sua io potrò formar un'altra figura dal medesimo loco, senza usurpar la sua. Imperò che se io, considerando che al nascer del fanciullo seguiti ch'egli, che nel ventre della madre non era avezzo a sentir se non un caldo continovamente piacevole, e poi nato incomincia a sentir la varietà delle qualità del nostro aere, dicessi colui esser venuto a provar caldo e gelo, non sarebbe men bella figura che quella di Lucrezio. E se io mi rivolgessi a quelle cose che vanno avanti al nascer, formerei la figura dagli antecedenti, lochi necessarii; come se, seguitando i Platonici, io dicessi «colui è disceso dalle sfere» (o «dall'immobile cielo per le sfere») «e vestito delle terrene membra» (o «d'umanità») «[a] mostrarsi al mondo»; o, se la materia lo comportasse, facessi alcun gentile accennamento per la via della mistica teologia alla favola di Pasifae congiunta col tauro. Che sì come nel libro della simbolica filosofia, dove mi darò fatica di aprir con sensi mistici non pur le dottissime favole de' poeti, ma conseguentemente le imagini che adornino i lochi del mio Teatro, dimostrerò il congiungimento di Pasifae col tauro non significar isfrenata libidine, come crede e scrive Palefato , ma il descender dell'anima nel corpo.

E chi volesse formar una figura pur del «nascimento» dagli aggiunti, potrebbe pigliar tutte quelle cose che potessero senza necessità seguire, quale è questa: incominciar ad aprir gli occhi nelle cose del mondo, o gli altrui occhi sentir del mortale. È ancora da considerare che degli aggiunti alcuni sono veri, alcuni finti; i veri sono tutti quelli de' quali perfin a questo loco abbiamo dato gli essempi et i quali possono esser all'orator et al poeta communi, quantunque l'orator gli adoperi temperatamente; i finti sono del poeta solamente, quali sono quelli che finge Virgilio scrivendo a Pollione: che al nascer del fanciullo le culle mettessero i fiori e, renovato, il secolo avesse a ritornare aureo. I quali aggiunti sono fondati su la similitudine, su la cagione e su l'effetto. E così non sono aggiunti puri, imperò che assimigliando il nascer del fanciullo al nascer del sole nella primavera, quelle cose che poteano conseguire al sol levato aggiunse al fanciul nato; il perché aviene che, accompagnate al sole, alcune di loro potessero in alcun modo esser necessarie; ma accompagnate al nascer del fanciullo, siano non solamente aggiunte, ma aggiunte fintamente. Dissi esser fondati anco su la cagione e su l'effetto, imperò che il sole è cagion che la terra mandi i fiori, che egli con fizione accommoda alle culle, et i fiori sono come effetti. Dal movimento ancor solare, dopo lo spazio di molti anni, si possono mutar i secoli dal ferro nell'oro; il quale effetto Virgilio poeticamente aggiunse al nascer del fanciullo, il quale è come un sol mosso.

Quelli aggiunti finti sono ancor bellissimi quando sono posti accompagnati sì che l'uno dall'altro proceda, quali sono quelli nell' Argonautica di Catullo, dove il poeta, volendo figurar la prima navigazion degli Argonauti, pensò a quel che fintamente si poteva aggiungere a quella; il perché disse che le nimfe del mare messero fuori il capo piene di maraviglia, veggendo sì gran machina nel regno loro . E poi subito aggiugne ancor questo: che gli occhi di color che erano nella nave ebber grazia quel giorno e l'altro di guardar le dèe marine. Adunque, perché non segue di necessità che ad una prima navigazione le Nereidi mettano il capo fuor del mare e che gli occhi mortali potessero goder della vista delle dèe, e l'una e l'altra figura nasce dagli aggiunti. E perché non è certo testimonio che così fatte dèe veramente siano, diciamo detti aggiunti esser finti. E se in alcun modo la imitazion si può trovar nelle parole, certo sarà in queste dell'ordine topico, nel quale potremo imitar l'auttor nell'artificio solamente; e per poterlo bene imitar, debbiamo sempre le dette figure tener avanti senza guastarle e senza richiamarle a' loro semplici, che così facendo ci potremo sempre render simili o vero in alcun gentil modo farle divenir nostre.

Sia, per grazia di essempio, smarrita l'arte di far mattoni, i quali non si potessero aver se non negli edifici antichi, ne' quali l'arte de' mattoni fermata si fusse; e venga in desiderio ad un architetto de' nostri tempi di fare un bello edificio di mattoni secondo il disegno che avesse fabricato nella mente. Certo, sarebbe astretto di abbatter a terra alcuno edificio antico e con quelle pietre cotte far il lavoro; e se fusse architetto nobile, non doverebbe già levar i pezzi di muro della fabrica antica per metter quelli nella sua, che sarebbono conosciuti per non suoi; ma ridur tutto il muro a quel cumulo di pietre dove l'una fusse dall'altra divisa sì come furon mentre il primo fabricator in opera le messe. È il vero che quando venisse alle cornici, alle colonne, o ad altra figura di marmore che fusse in alcun nicchio, esso la doverebbe conservar così intiera, o per farne alcuna simile ad essempio di quella, o per farla in alcun prudente modo diventar come sua. E benché le parole tutte che debbiamo cogliere dagli auttori, non debbiamo ordinar dissipate per semplici, che alcune ancor delle proprie nonché delle traslate vanno accompagnate, e così deono esser conservate et usate, nondimeno tutte queste che non sono da esser disgiunte sono come fusser ridotte ai loro principii, mentre vanno secondo l'uso degli auttori con le loro compagnie.

O cristianissimo, o felicissimo Re Francesco, questi sono li tesori e le ricchezze della eloquenzia che 'l servo di tua maestà, Iulio Camillo, ti apparecchia. Queste son le vie per le quali ascenderai alla immortalità. Per queste non solamente nell'impresa latina salir potrai a tanta altezza che gli altri re del mondo perderanno la vista se ti vorranno in su guardare, ma ancor le muse francesche potranno per questi ornamenti andare al pari delle romane e delle greche. Viva pur felice la grandezza tua, ché se alcuna cosa mancava ai molti ornamenti dell'altissimo ingegno tuo, la gran fabrica che io gli apparecchio certamente gliela apporterà.

Ma per far ritorno a quei che la imitazion negano, considerino per Dio a quanta bruttezza vengono li scritti che dalla lor torta openion nascono, et alla gran discordia che tra loro è, et ancor a questo: che per le loro composizioni di qui ad alcun tempo non potranno esser riconosciuti come uomini di alcun secolo, ma come scrittori bizzarri, e di suo capo non abbiano voluto convenir con la openion de' prudenti, né con la ragion, né con la natura, né con l'arte. E pur, se leggono i perfetti troveranno scritto da Cicerone nel secondo del suo Oratore che tutti i buoni secoli, quelli eccellenti scrittori che hanno avuti, tutti sempre son convenuti in imitar un perfetto. Né sarebbe nei loro scritti confacevolezza di stilo se non avessero, tutti quelli che insieme di openion s'accordarono, imitato uno; il perché mentre sono letti i loro libri, della forma universal nella qual s'accordarono, possono esser giudicati quali fussero d'un secolo e quai d'un altro. Ma se tutti li scritti di questi, che senza norma scrivono, saranno messi insieme, di qui a pochi anni non si potrà dar giudicio che in un medesimo secolo si siano trovati né che in diversi. In un medesimo no: perché né anco questi hanno alcun indirizzo al qual tutti mirino, anzi nella lor discorde via, da' buoni sono tra lor discordi, e par che ciascuno abbia giurato di fare al peggio che può. Non potranno ancor esser giudicati per iscrittori di diversi secoli, perché non si potrà trovar secolo al qual per similitudine di openione potessero esser assimigliati, conciò sia cosa che nessun di lor si vuol dedicar a lingua che si potesse referir ad un secolo. È il vero che si potrebbe portar forse speranza, se fusse vera la openion del ritorno nostro in questo mondo, che quando essi ritornassero, essi soli la potessero riconoscere, se la memoria di sì cieca openione e se così dura ostinazione non fusse ancor partita da loro.

E che più dirò? Essi, quantunque non sian nati nella lingua latina, ardiscono introdur non dico figure topiche, non dico lodevoli traslati, ma nuova proprietà di vocaboli; perché Cicerone o altri di quel secolo e di quella lingua furon osi di far così e di persuader che così si facesse, mentre essa lingua era in uso e ancor si andava facendo. Non ridereste voi, Galli, se io straniero volessi aggiunger vocaboli alla vostra lingua? Certo sì. E pur venendo io a voi et avendo ad abitar con voi, potrei apprender la lingua vostra, ma non forse aggiungerle sì fedelmente vocaboli come farebbe un di voi. E se voi fareste le risa mentre io volessi esser così audace nella vostra lingua, che tuttavia fiorisce nella bocca e nelle mani del gran Re e di tanti altri che l'aumentano, più riderebbe Cesare e Ciceron di là se veder potessero questi nuovi mostri. Minor error certo farebbon questi se imitassero un Plinio o un men buono, perché potrebbono sperar che fussero da alcun secolo stati intesi come se di quel secolo stati fossero.

E perché molti mi si oppongono, dicendo che né a Cesare né a Cicerone è venuto detto tutto quello che si potrebbe dire — il perché affermano che, se ci vogliamo stringere ad uno di questi perfetti, farà bisogno che lasciamo di dir tutto quello che non è venuto detto all'auttore, e così diveniamo poveri e non accommodati a dir il tutto — a questi rispondo che perfin che io posso aver oro non voglio né argento né ferro; né, perché in alcun loco mi potesse mancar l'oro, io lo voglio abbandonar, vedendo che l'argento o 'l ferro mi potesse esser copioso per tutto. Ma quando avrò messo in opera tutto l'oro, e che alcuna parte dell'opera mia dimandasse alcuna giunta, io mi volgerò all'argento, ma al ferro non mai. Il perché è da sapere che nella gran fabrica del Teatro mio son per lochi e per imagini disposti tutti quei lochi che posson bastar a tener collocati et a ministrar tutti gli umani concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo, non pur quelle che si appartengono alle scienzie tutte et alle arti nobili e mecaniche. So ben che queste mie parole partoriranno maraviglia, e faranno gli uomini increduli perfin che l'effetto non venga al senso; pur, prego quei che questa parte leggeranno, vogliano esser contenti ad un essempio ch'io darò tanto chiaro che ben potrà dar indicio di verità. Avertiscan, prego. Prima che fussero trovate le ventidue lettere del nostro alfabeto, se alcun si fusse offerto di dar ventidue caratteri con li quali potessero esser notati tutti i pensier nostri, co' quali tutte le cose delle quai parliamo potessero esser scritte, non sarebbe stato beffato? E pur veggiamo che queste poche lettere che sono nell'alfabeto sono bastanti a esprimere il tutto. E la prova che è tutto dì nelle mani di color che scrivono ne fa manifesta fede. Appresso, se da poi che si trovarono i libri già scritti fusse smarrito il numero delle lettere dell'alfabeto, e che alcuno volesse prometter di condurle tutte fuor dei libri a certo e picciol numero, sarebbe egli uccellato da quelli che meriterebbono maggiore uccellamento? i quali veggendo i libri pieni di lettere si darebbono a credere che tutte fussero diverse e che scrivendo non si facesse spesso ritorno alle medesime. So ben io che mi beffano al presente, prima che non veggano altro che parole, tutti quelli a orecchie de' quali è venuto questo trovato mio; e pur è vero. Appresso, prima che fussero stati veduti i predicamenti d'Aristotile, chi avrebbe mai creduto che a dieci principii tutte le cose che sono in cielo, in terra e nell'abisso si potessino ridurre? E pur sono in luce, e tutto dì si veggono, leggono e si conosce che sono bastanti soli dieci. Adunque, parrà a questi miei calunniatori tanto da nuovo s'io mi offerisco dar tutti i concetti umani e tutte le cose delle quai si può parlar in tanto numero che bastante sia? I quai, quantunque ascendano per loro sopra il numero di diecimila, pur di loro ne son più di trecentoquarantatre Governatori, e di questi Governatori, quarantanove Capitani, e de' Capitani sette solamente Prìncipi. Taccio de' maggiori secreti riposti nel maggior numero, acconci a far quelle maraviglie, ché 'l rossor e la modestia al presente scoprir non mi lasciano.

Adunque, poiché noi abbiamo tanti lochi con tante imagini, che possono ministrar non solamente materie di erudizion piene et artificii con nuovi modi condotti al senso, ma ancora le parole e tutte le dette cose distinte ai loro ordini che possono esser bastanti a tutti gli umani concetti, è stato mio consiglio di far di perfettissimi auttori sì minuta anatomia, che tutti que' lochi che han potuto esser fatti ricchi della lingua de' nobilissimi scrittori non sono stati contaminati della lingua de' non perfetti. Imperò che, sì come ho detto, dove ho avuto modo di metter in opera l'oro, non ho voluto né l'argento né il ferro né il piombo. Ma perché alcun loco non era stato adoperato da que' felici auttori, acciò che noi avessimo tutti i concetti nostri che parlassero e non fussero mutoli, mi son dato a servirmi dell'argento.

E per dir apertamente, una di tre vie mi par che abbia ad esser osservata in così fatti mancamenti. La prima è, che noi più tosto, potendo, debbiamo levar il vocabolo che manca ne' perfetti auttori da alcuno scrittore a lor vicino, che dalla propria licenzia nostra; benché nel più que' vocaboli che non sono stati usati da Cesare, da Cicerone e da simili sono vocaboli pertinenti a qualche arte, e gli auttori delle arti, come della medicina, dell'agricoltura, della milizia e delle altre, di tutte le loro spoglie i lochi miei adorneranno. Questa adunque di satisfar ai mancamenti è la prima via. La seconda è, tenuta ancor da Cicerone e da altri buoni, di metter il greco in loco di quello che dovrebbe esser latino. La terza via giudico essere la circonlocuzione, la qual ancor sarà accommodata ad esprimer tutte quelle cose che per non essere state in uso appresso gli antichi non hanno né anco avuto vocabolo, come la bombarda, la staffa e quel che nella commune lingua d'Italia chiamamo «capiton di fuoco» e simili. O circonlocuzione, aureo soccorso in così fatti mancamenti! Tu sei una di quelle vie che di tanto impaccio liberar ci puoi, e di poveri farci parer ricchi. Tu quella sola per cui ancor nelle cose che, o perché non caddero in proposito o perché non furon dalla natura delle cose o dall'arte ancor messe in luce, non furon mai dette dai Latini, ci puoi far parer Latini.

Queste tre vie adunque han fornito di bastanti parole tutti i nostri concetti, i quali son giunti a quel numero che a dir tutte le cose che per lingua o per calamo si possono esprimere, satisfanno. Imperò che sì come se mancassero all'alfabeto queste lettere F, R, esse sarebbono manco, conciò sia cosa che quantunque per l'altre lettere potesser essere scritti questi nomi «Dio, Angelo» e tutti gli altri dove non avessero loco F, R, nondimeno se 'l bisogno fusse di scrivere «Francesco Re» l'alfabeto darebbe chiaro segno di non esser perfetto, così mostrerebbe imperfezione il teatro mio quando si potesse trovar e pensar concetto il cui loco non vi fusse, alla quale abbiamo riccamente proveduto. E sì come apprese le lettere dell'alfabeto, ma non ancor esercitate, scriveressimo con alcuno indugio questeparole «FrancescoRe», e pochi giorni dopo senza pensarvi su, dal calamo subito sopra la carta pioverebbono per l'abito fatto, così imparato l'ordine dei lochi miei, per alcun giorno l'animo non ancor essercitato penerà un pochetto, ma poi, per l'uso che in picciol tempo acquisterà senza fatica veruna a quella composizion, per la nobilità conseguita per la imitazione potrà meritar laude.

Ma per volger a buon camino quei che abbandonato l'hanno sol per fuggir la imitazione di alcun perfetto, ricordomi aver letto in un libretto di Dionisio Alicarnasseo, scritto (come credo) a Ruffo Melitio , che colui non potrà mai sperar eternità agli scritti suoi, il qual non averà avuto riguardo a tre maniere di secoli: a' passati, a' presenti, et a' futuri. A' passati, perché debbiamo metterci davanti il più perfetto de' passati secoli; e la elezion d'un così fatto, sì come dice Cicerone, dee essere fatta con lunga considerazione e con buon consiglio; a' presenti ancora debbiamo aver riguardo, a quelli, dico, che nel nostro secolo ci paresse esser dotati di prudenzia e di giudicio; imperò che con esso loro ci debbiamo consigliare, sol che privi fussero di ogni passione e pieni di buon discorso, e veder se la composizion nostra si avicina a quella perfetta idea dell'eloquenzia che essi nella mente avessero collocata. Il perché Marco Tullio nell' Orator suo dice che sempre la prudenzia degli auditori fu quella che diede norma all'eloquenzia di altrui. E per vero dir, quando Cicerone avea ad orare, a quanta perfezion di consigli credete voi lo conducesse il saper che da un Cesare, da un Pompeo, da un Bruto dovea esser ascoltato? Non pensate voi che egli mettesse tutte le sue forze dell'ingegno per piacere a quelli uomini, che per aventura nella medesima eloquenzia il primo loco tenevano o lo vicino al primo volevano? A' futuri secoli debbiamo ancor riguardar, pensando a tutte quelle cose che potessero dispiacer a tutti quelli che dopo noi verranno. Dirà alcun ciò esser impossibil di sapere; confesso io che ciò del tutto non possiamo sapere; ma ben dico che a ciò possiamo proveder, imperò che se averemo imitato bene il perfetto antico in tutto quel che imitar si può e si dee, non potremo noi esser biasimati senza biasimo del perfetto auttore imitato. Per le qual ragioni di Dionisio non so come conseguiranno perpetuità gli scritti di coloro che da questo proposito d'imitar un perfetto sono lontani; perciò che a nessun dei tre secoli col pensier si volgono: a' passati no, ché de' passati nessun nobile e certo si propongono del quale esser simili vogliano; anco al giudicio de' presenti non si sottomettono, i quali tutti, sol che la dolcezza della eloquenzia gustato abbiano, in questo almeno convengono che più possono aver veduto mille che un solo.

E come credete voi che 'l perfetto auttor, che ci debbiamo proporre, sia giunto alla perfezione? Certo del suo non vi ha posto se non la natura e quel poco di bene che da un solo aspettar si può e la fatica delle cose osservate e gentilmente insieme tessute nella composizione. Adunque, le cose che per il detto auttor furono osservate erano di altrui; ché quel di buono, che venne a caso detto da que' primi, fu osservato da chi ebbe giudicio; né avanti che tanti bei modi detti a caso fussero osservati, si trovarono tutti in un solo. Ma da poi, quelli che si dilettarono dell'artificio andarono di secolo in secolo osservando, sì che, trovandosi in mille rozzi antichi mille bellezze, disperse in modo che per aventura una sola in ciascun solamente fra molte tenebre risplendea, quella età finalmente venne nella quale, con l'aiuto di coloro che osservato aveano, si poterono veder infinite osservazioni, cioè infinite perfezioni, insieme; le quai ad alcun perfetto ingegno furon norme tali che le perfezioni che prima erano disperse in molti auttori furon vedute tutte rilucer in un solo. Adunque, colui che imita un perfetto imita la perfezion di mille raunata in uno, e tanto meglio quanto in quell'uno essa perfezione appar continuata, non in una sola parte della composizion composta, sì come in alcun di que' primi auttori veder si potea.

Debbiamo ancor pensar che non imitando noi alcun perfetto ma noi medesimi, in noi medesimi non possa esser se non quel poco di bello che la natura e 'l caso può dar ad uno. Et in questa buona openion ci dee confermar la nobilissima arte del disegno, sotto la qual cade la pittura e la scoltura; imperò che nissuna di queste giunse alla sua sommità perché alcun pittore o scultore del solo suo ingegno si contentasse o perché, volendo lasciar alcuna opera perfetta, esso pigliasse la similitudine solamente di alcuna particolar persona: perché i cieli non diedero mai ad alcuno individuo tutte le perfezioni. Anzi il giudicio di Zeusi fu di più vergini coglier le parti più belle; e quelle accompagnò alla bellezza che egli si aveva formato nella mente, perfettissima disegnatrice di quei secreti a' quali né la natura né l'arte può pervenire. Né dal giudicio di Zeusi debbiamo noi divenir presontuosi nel levar da molti le parti più belle, sì come fece Cicerone o alcuno altro perfetto. Perché questa fatica in tutte le generazioni dello stilo, esso di avercela adombrata promette che Zeusi non fece se non in quella che una bellissima giovane rappresentar potea.

Et al presente io non intendo che i dati essempi si distendano sopra tutte le parti dell'eloquenzia, ma solamente sopra le parole. Debbiamo ancor pensar che Ciceron, sì per esser nato nella lingua latina e per aver fatto fiorir la sua età, la quale ancor per molti altri ingegni fioriva, come per aver letto con grande elezione gli auttori che erano andati avanti e per aver conversato sempre con uomini pieni di scienzia, di buona lingua e di giudicio, ad alcuno dei quali aveva ancor fatica di satisfare, che egli abbia saputo con maggior prudenzia coglier le bellezze della lingua latina e levar via le parole troppo popolaresche o comiche o dure o già antichette, che non farebbe uno di noi non nato in quella lingua, non di tanto giudicio, non uso con uomini di tanto senno. E se li scoltori e pittori del presente secolo avessero non pur l'imagine di Zeusi, ne la quale si vedeva quel che conveniva ad una giovane, ma tutte le perfezioni de' simulacri, da' quali potessero coglier tutte quelle parti le qual convenissero a finger non pur l'uomo ma tutti gli altri animali, sì come abbiamo noi tutte le parole accommodate come mollissima cera a cader sotto qualunche sigillo de tre maniere di dir divinamente trattate da Cicerone e da ciascun altro perfetto, sarebbono di quella fatica liberi della qual siamo noi. E se questi medesimi scoltori e pittori, mentre voglion far una figura, più tosto si contentano di pigliar la imitazion da una statua antica fatta da alcuno grande artefice, che da molti individui fatti dalla natura, ne' quai le bellezze non sono unite, e non è poco quando in ciascun se ne ritrovi una perciò che nella figura antica del perito artefice si veggon già tutte le belle cose unite — perché debbiamo noi, potendo levar la imitazion da un perfetto in tutto quel che l'uomo far può, o di nostro capo voler ritornar a que' principii ne' quali ha fatta già la fatica quel perfetto auttore, o levar ancor le parole di coloro che nell'imperfetto secolo scrissero, o solamente rappresentar quella picciola bellezza che la particular nostra natura avesse avuta dal cielo?

Certo, in tanto error non può cader se non colui che non ha giudicio di bellezza né di bontà, e piglia confusamente ogni cosa per bella e buona. Questo tale, così come non vuole il giudicio de' presenti né de' passati, così ancor poco pensa a quelli che seguiranno, i quali saranno forse più fastidiosi nel volersi contentar che non sono i presenti. Né tanto ho detto perché io mi tenga eloquente, imperò che, che può di sé prometter un'uomo di sì picciolo ingegno com'io et occupato tanti anni intorno a questa impresa, per disoccupar altrui e per far isparmiar tutta quella età che sogliono spender gli uomini nell'acquisto delle dotte lingue, acciò che la possano collocar nel vestir le scienzie, che ancora ignude sono, e principalmente le sacre scritture? E per vero dir, io tengo e certo son di saper meno di ciascuno che di lettere si diletti; ma ben posso prometter al mio Re che, di quel poco ch'io so, in poco tempo si farà partecipe e servirassene com'io, e tanto meglio quanto è dotato di più alto ingegno. Né al presente scrivo per insegnarvi, ma per dir il parer mio; il qual, se vi parrà che giovar vi possa, ne renderete onor a Dio, dal quale ogni ben procede. Se anco lo trovarete vano, pigliate il mio buon voler et alla mia debilità piacciavi aver compassione.

Credo a bastanza aver dimostrato l'imitazion d'un perfetto dover esser tenuta, e la openione di quelli esser vana che la negano; imperò che non posson metter parole insieme del tutto equabili né del tutto belle, e perché in questo negozio dell'imitar costor si vanno implicando, or dicendo esser cosa impossibile, or non esser fatica da prendere, ma che da tutti si dee pigliar quel che ci si mette davanti, e alcune altre vanità nelle quai confondono le parti della eloquenzia. Le quai cose mi fanno credere che siano state da loro inviluppatamente dette, perché non hanno voluto filosofar intorno a questo fatto, né cercar diligentemente qual cosa negli altrui scritti imitar non si possa e perché, e di quelle che possiamo imitar, quali si deono da un solo e perfetto auttor ricercare, e quali da più ancor di diversi secoli e di diverse lingue ricercar e imitar si potrebbono. Il perché io, non come ardito o perché io mi stimi sofficiente, ma come desideroso che questa verità si trovasse, con l'aiuto d'Iddio mi darò fatica di aprir, secondo l'aviso mio, quali e quante siano le parti della eloquenzia, e di queste qual sia quella di cui solamente l'effetto e non la cagione imitar possiamo, e perché, e quali e quante siano quelle che ci possiamo nell'altrui scritti proporre, e come.

E per incominciar, dico quel che un'altra fiata in questa orazione dissi, che io non credo che la natura dell'autore possa esser imitata già mai, ma solamente que' consigli che da lei procedono. E per grazia di essempio, un nuovo architetto non potrà mai rappresentar la natura d'un antico che avesse fatto un tempio ad Ercole o a Diana sì che quella istessa potesse esser giudicata; ma quel consiglio che l'antico ebbe di far al tempio di Ercole le colonne robuste, a quel di Diana le sottili, e di volger la porta del tempio o verso il fiume, perché fusse rivolta al dio che l'antichità credea fusse nel fiume, o verso la strada, perché fusse accommodata alle salutazioni de' viandanti. Et invero questi consigli sono di tanta virtù, perché soli danno la strada e lo indrizzo a tutti i sensi li quali potessero esser trattati dalla eloquenzia, che di loro in loco della natura a bastanza contentar ci possiamo. Ma perché i consigli d'inviar l'eloquenzia a quel camino, nel qual era al più felice secolo, sono stati tanto lontani dalla cognizion di questi che hanno sì strana openione nella composizione della lingua quanto essa lingua è stata lontana da loro, mi sforzerò con alcuno essempio di far quelli non pur vicini all'intelletto, ma ancora al senso.

Ma non vi posso dar lo essempio ch'egli non sia sì grande che abbracci il tutto. Et essendo diviso in sette parti, la sesta solamente sarà accommodata a quel ch'io prometto. Poniamo che la nobilissima arte del disegno fusse per esser insegnata dai più periti scoltori e pittori, talmente che nessuna parte dell'opera che volessero comporre avesse difetto alcuno, anzi comprendesse tutto quel che potesse mai far uno scoltore o un pittore nell'opera delle figure; siate contenti, eccellenti scoltori e pittori, di porgere un poco l'orecchio ad uno che né scolpir né dipinger sa; e se vi parrà che nella maravigliosa arte vostra sappia disporre i vostri secreti a perfetto numero, sopra il qual non si può ascender e sotto il qual scender non si dee, potrete pigliar indicio che io meglio sapessi o potessi far ciò in quella facultà, negli ordini della quale ho collocato già tanti anni. Certo, per quel che io mi creda, dovreste far sette gradi principali, per i quali salendo potreste giugnere per virtù della imitazione alla eccellenzia degli antichi vostri. Adunque, nel primo grado devreste aver ordinati tanti lochi che potessero alloggiar non solamente l'uomo, ma tutti gli altri animali che sotto il disegno potessero cadere, acciò che colui che volesse pigliar le norme di disegnare alcuno sapesse andar là dove a man salva trovar lo potesse. Nel secondo, per mio aviso, devrebbe esser collocata la differenzia di essi animali per il sesso, perché altra considerazion si dee aver volendo disegnar un maschio, altra volendo fingere une femina. Nel terzo la differenzia per l'età, perché altrimenti si finge un uomo maschio e fanciullo, altrimenti un giovane, altrimenti un vecchio; e perché le infermità o le stanchezze le sanità o le robustezze hanno gran somiglianza con l'età, tutte potrebbono in questo terzo ordine capere. Nel quarto devrebbono esser riposti gli offici degli animali, perciò che altrimenti sarebbe da esser finto un uomo religioso, altramente un soldato, quello umile, questo altero; così in altra vivacità un cavallo indomito, in altra uno avezzo alla guerra, altrimenti un dato alle vil fatiche. Nel quinto sarebbon da esser richiamati non pur li scorticamenti di tutti gli animali, le sozzezze perfino ai nervi, e le magrezze vicine a quelle, e poi le quantità e le qualità delle carni che in quelle entrar potessero, per dar cognizione di poter far di così fatte vòte o empiute di carne; e per la pittura potrebbono essere aggiunti i colori e le loro misture, e anco l'uso di quelli, e finalmente i lumi e l'ombre, et appresso tutte le cose che potessero andar sopra la carne ignuda, che alli scoltori e pittori sono communi, cioè tutti gli abiti e gli ornamenti che agli animali spettano. Imperò che le pieghe de' panni vogliono esser nei luoghi vòti della figura, ma i luoghi dove sono i rilevi del corpo apparenti, come le spalle, il petto, le ginocchia, i bracci, deono esser netti di pieghe, acciò che quella parte del corpo che spunta si vegga dar la sua forma al panno. E poche pieghe deono esser date intorno alla figura per non cader in confusione, e quelle pur che deono esser mostrate, vogliono porger ornamento et esser in buon luogo. Nel sesto deono esser ordinate tutte le posizioni, o movimenti del corpo che dir vogliamo. Questo sarebbe per aventura quello nel qual l'artefice potrebbe mostrare più che in altro lo stile suo. E benché paiono infinite così fatte posizioni, imperò che ciascuna con una picciola alterazione potrebbe esser divisa in molte, nondimeno poche sarebbono le principali; e pur quando ancor sotto le principali volesse ordinar le sottodivise, verrebbon senza dubbio a numero che averebbe certo fine. Questo ordine adunque mostrerebbe non solamentete quante posizioni possa far un corpo umano, o di altro animale, ma la mesura di ciascuna. Perciò che, ripigliando tutti gli ordini di sopra, un medesimo corpo maschio, giovane, soldato, vestito, potrà esser collocato in molte posizioni, e mentre avrà composte le membre in una, darà una misura da un lato in un modo, ché in un'altra la variarebbe per cagion di qualche scemo che fusse fatto da alcuna contrazione, o di qualche aumento prodotto da alcuna cosa che facesse stender quella parte. Nel settimo, senza il qual tutti gli altri sarebbon vani, avrebbe loco il giudicio di elegger più tosto di finger in quel nicchio un uomo che un leone, più tosto un maschio che una femina, più tosto un giovane robusto che un fanciullo tenero, più tosto un soldato che un religioso, più tosto un vestito che uno ignudo, e più tosto questo uomo maschio, giovane, soldato e vestito in tal posizione, che avesse il destro piede, che è il più forte, avanti che 'l sinistro, in atto di andante non di uno che si riposi, avendo riguardo alla natura dell'animale e del loco, alla vicinità et alla lontananza.

E se per i sette ordini vi par uno scoltor o pittore potesse venire alla imitazion di ciascuna figura fatta dai perfettissimi antichi vostri, viviate sicuri che per il medesimo settenario numero di gradi, quando fusse ripieno di tutte quelle cose che degno d'imitazione alcun eloquente antico facessero, a quella istessa eccellenzia che giunse l'antico potrebbe colui che imitasse in alcun modo pervenire. Et il primo grado che avesse a corrispondere al vostro, il quale è di tutti gli animali ornato, sarebbe con un dottissimo ordine di tutte le materie che potessero esser trattate da un eloquente. E gran bellezza sarebbe di veder una dopo l'altra tutte l'openioni di Aristotile, di Platone e degli altri filosofi perfino a' nostri cristiani teologi, et appresso tutte le istorie che a così fatta materia appartenessero. Né così fatte materie doverebbono, sì come al suo loco ho mostro, esser senza le sue passioni né senza i lochi dai quali le dette passioni tirar si possono. In questo finalmente tutte, non pur le liberali arti ma ancor le altre e degne e men degne, devrebbono tutte le lor pompe spiegare. Il secondo grado nostro da esser adeguato al vostro, dei sessi degli animali, devrebbe mostrarci le differenzie delle trattazioni per il verso e per le prose; perché una medesima materia può esser trattata dal poeta e dall'oratore, ma altrimenti dall'uno et altrimenti dall'altro. Il terzo grado ci farebbe ascender alla età, per così dire, delle materie; imperò che sì come nei vostri animali considerate la fanciullezza piena di semplicità, la giovanezza tutta dilettevole, la virilità grave, la vecchiezza severa, così abbiamo noi nelle materie l'ordine de' sensi, de' quali alcuni sono semplici, alcuni dilettevoli, alcuni gravi, altri severi, perfino al numero di nove mostrati di sopra. Il quarto tien gli offici delle materie, perciò che, quantunque e semplicità e dilettazione e gravità e severità aver possano, nondimeno sì come nel vostro si devrebbe veder altra semplicità in un fanciullo, altra in un uomo rozzo, altra forza in un soldato, altra in un che porta a prezzo, così il nostro ordine ci mette avanti altrimenti la semplicità d'una materia che parla d'un fanciullo, altrimenti di quella che tratta d'un pastore o d'un rustico, altrimenti la gravità di quella materia che tratta dell'anima, altrimenti quella che parla del cielo, degli elementi o della republica, ancor che tutte quelle caggiano sotto la semplicità e queste sotto la gravità. Il quinto grado comprende le locuzioni proprie, traslate, topiche. E le proprie sono quelle che a guisa di carne deono esser messe ai luoghi che la natura dimanda pel corpo dell'eloquenzia, il qual [nasce] senza le parole, ma già apparecchiato a ricever quelle non altrimenti che la materia già fatta vicina alla eloquenzia, e che già fosse dall'artificio acconcia e disposta, e la qual sì come un corpo organizzato ma secco desiderasse la carne che lo vestisse e tutte le sue parti vòte riempiesse, e spesso ancor volesse mostrar non la carne ma i vestimenti. E questi sono li traslati, de' quali traslati quelli che son sì adoperati da tutti gli auttori che non fanno vista di esser traslati, ma sotto la penna di tutti i buoni corsero a guisa di quella parte de' vestimenti che assetta bene ai pieni del corpo, e paiono esser nati con esso loro, ove senza vaghezza di falde si uniscono coi rilevi. Ma dove per le parti che scaggiono non può andar così fatto assettamento, han loco le falde delle parole, cioè lo traslato dell'artificio dell'auttor solo. E perché il vostro sesto grado insegnava quante positure potessero esser collocate in un corpo, il nostro, che gli corrisponde, parimente potrebbe dimostrar in quante posizioni sia stato collocato il senso d'una materia dal perfetto antico, con le misure sue. Perciò che un medesimo senso d'una istessa materia è stato posto or in posizion diritta, or in obliqua, or in quella che porta ammirazione, or in quella che dimanda; le quai posizioni, benché molte siano, pur hanno il numero finito. Il settimo mio et ultimo grado, per il qual possiamo finalmente giunger a quello che si può et al qual asceso possiamo dir di aver nel tutto imitato, è il dar giudicio della elezione, il qual dee correr per tutti gli altri sei ordini; conciò sia cosa che, avuto riguardo a chi si scrive et alla facultà nella qual si scrive et alla cosa di che si scrive, per il giudicio di colui che vorremo imitar, potremo saper pigliar più tosto delle materie quella che ministrerà Platone che quella che darà Aristotile, più tosto quella che sarà tratta da Basilio o da Crisostomo che quella di Tomaso o di Scoto; e più tosto la grave che la severa; e più tosto la grave della materia dell'anima che la grave della republica; più tosto la locuzion propria che la traslata, più tosto la posizione ammirativa che la diritta.

E tanto di questi sette gradi voglio aver detto, acciò che io vi abbia solamente aperto quanti e quali al parer mio siano quelli per i quali alla imitazione ascender possiamo. Non è adunque la eloquenzia da esser solamente considerata nelle parole, sì come né anche un edificio nelle pietre sole. E non altrimenti che le pietre fan sensibile quel modello che prima stava occulto nella mente dell'architetto, così le parole fan sentir la forma dell'eloquenzia, la qual prima senza cadere sotto l'altrui senso, nell'animo dell'eloquente stava riposta. E di novo, sì come quel medesimo modello potrebbe esser fatto sensibile da pietre cotte, da marmo bianco o da porfido, così un medesimo modello di eloquenzia può esser vestito di parole galliche, romane o greche. Adunque, è da considerare che prima che 'l modello venga alla cognizion del senso per mezzo delle parole, sia dall'intelletto alla imitazion di alcun perfetto ben formato, introdotto e disposto. Perciò che non altrimenti che molti edifici si veggon fabricati di marmi nobilissimi senza disegno alcuno, così ho veduto spesso molte composizioni di bellissime parole senza alcuna forma laudabile; e, per contrario, molti bei modelli d'indegnissime pietre fatti. Ricordami già in Bologna che uno eccellente anatomista chiuse un corpo umano in una cassa tutta pertugiata e poi la espose ad un corrente d'un fiume, il qual per que' pertugi nello spazio di pochi giorni consumò e portò via tutta la carne di quel corpo, che poi di sé mostrava meravigliosi secreti della natura negli ossi soli e nei nervi rimasi. Così fatto corpo, dalle ossa sostenuto, io assomiglio al modello della eloquenzia, dalla materia e dal disegno solo sostenuto. E così come quel corpo potrebbe essere stato ripieno di carne d'un giovane o d'un vecchio, così il modello della eloquenzia può esser vestito di parole che nel buon secolo fiorirono o che già nel caduto languide erano. E così come all'occhio dispiacerebbe veder che 'l capo d'un tal corpo fusse vestito di carne e di pelle di giovane, ma il collo di carne e di pelle di vecchio tutta piena di rughe, e più ancor se in una parte fusse di carne e di pelle di maschio tutta virile, in un'altra di femina tutta molle, e maggiormente se avesse il braccio di carne pertinente all'uomo et il petto di quella che si richiede al bue o vero al leone, e non fusse tutta equabile e qual doverebbe esser nella sua più fiorita età, così sarebbe ingrato all'orecchio et all'intelletto l'udir e l'intender una orazion che non avesse tutte le parti vestite d'una lingua, e non fusse tutta a se medesima conforme, e che non potesse esser richiamata ad un secolo. E quando sarà richiamata a quello nel qual ella più che in altro avesse mostro il valor, il vigor e la bellezza sua, tanto più sarà degna di laude; e quanto meno in lei si vedrà lingua di altra generazione, tanto meno dispiacerà. E nel vero, se la favola di Pelope fusse istoria, credo che strana cosa sarebbe stata a veder la spalla sua di avorio et il resto del corpo altrimenti; tal vista farebbe per aventura e più spiacevole un satiro, un centauro, un mostro.

Per le quai ragioni si conclude nella perfetta composizion tre cose principalissime esser da osservare: l'età perfetta, quello che è quasi sesso e la specie. La eloquenzia adunque ha due facce, l'una che riguarda il modello, l'altra le parole. Et il modello dalla sua parte ha molte cose, come i consigli, le materie, le passioni, le vie da introdur le materie, i trovati, gli assonti, gli argomenti. Ma le parole, oltre che vanno in tre parti divise, tirano alcune figure di collocazione, i membri, le legature, la testura, l'estremità, i numeri e l'armonia; le quai tutte cose con alcune altre, che di dir mi riservo perfino che alla Regia Maestà piacerà — e non sono di minor peso che quelle che io ho narrate o quelle che nel corso dell'orazione presente ho proposto di narrare — ci daran mano, spero, di giugner in alcun modo a quella sommità dalla qual potremo guardar in giù tutti coloro che senza la imitazion d'un perfetto alla composizione vengono.

Duolmi che non mi sia lecito dimostrarvi di tutte le dette cose la facilità e la prestezza, ma perfino a qui vi basti aver inteso che io abbia l'arma cinta, con la qual se mi fusse lecito, con piacer del Re e che la legge di Cristo me lo permettesse, mi potrei difender contra quei che a torto mi vanno lacerando. Questa arma, Erasmo mio, in difesa mia e della tua mente, la qual so ben che dalli scritti tuoi discorda, quando non mi sarà vietato metterla a mano, non già per offender altrui ma perché io non mi lassi offendere, spero contra gli altrui morsi mostrar, col favor di tutti i buoni, ignuda.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 15 ottobre 2005