Giuseppe Chiarini

Giosuè Carducci

(Impressioni)

Edizione di riferimento:

Giuseppe Chiarini, Impressioni e ricordi di Giosuè Carducci, ditta Nicola Zanichelli Bologna 1901.

Fu pubblicato nella Nuova Antologia (fasc. 16 luglio 1899). È una specie di ritratto letterario, o, come dicono, un medaglione. Scrivendolo io non ebbi la pretesa di comporre una biografia, per quanto minuscola, del poeta. Volli soltanto, frugando nella mia memoria e nelle mie carte, mettere assieme qualche ricordo e richiamare qualche impressione intorno alla vita letteraria del Carducci, che mi paressero non privi d’interesse per gli studiosi delle opere di lui. (G. Chiarini)

GIOSUÈ CARDUCCI

(1899)

I

La generazione alla quale appartiene il Carducci e appartengo, fu fortunata, poiché vide in breve volgere di tempo compiersi avvenimenti che parevano fuori d’ogni speranza. Da giovani noi sognavamo ogni giorno la rivoluzione e la repubblica, ma erano sogni. Chi, presago del futuro, nel 1856 ci avesse detto che fra quattordici anni l’Italia sarebbe costituita a nazione con Roma capitale, e spiegandoci il succedersi degli avvenimenti, e le loro cause, quali realmente furono, ci avesse data la dimostrazione, a dir così, matematica del fatto, non gli avremmo prestato fede.

Nel 1856 il Carducci aveva ventun anni, e apostrofava gl’Italiani così:

O di cuor peregrina e di favella

E di vesti e di vizi, o in odio a’ Numi

E agli avi ed a la patria, or che presumi

Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra; o in fondo

Putrida giaci dal tuo morbo sfatta;

E i vanti posa e la superbia matta

Favola al mondo.

Oh, poi ch’avverso è il fato, ed a noi giova

L’oblio perenne e i gravi pesi e l’onte;

Rompa su d’oltre mare e d’oltre monte

Barbarie nova;

Frughin de gli avi ne le tombe sante

Con le spade ne’ figli insanguinate,

E calpestin le sacre al vanto date

Ossa di Dante.

Questi versi, nei quali oggi è facile scoprire parecchie mende e sentire un po’ di enfasi e di parentela con alcuni luoghi delle canzoni patriotiche del Leopardi, a me e ai pochi altri amici del poeta facevano grande impressione; ma nessuno di noi allora avrebbe sognato che quei versi potessero preludere al canto dell’Italia che va in Campidoglio.

Gli avvenimenti degli anni 1848 e ’49 erano stati per noi, ragazzi fra i tredici e i quindici anni, un corso pratico d’amor di patria e d’odio degli stranieri. C’era rimasto vivo nella memoria e nel cuore il passaggio di quei baldi giovani che andavano volontari a combattere per la indipendenza d’Italia; c’era rimasto negli orecchi il rombo delle battaglie di Milano e di Brescia, di Venezia e di Roma; e poi il suono degli squadroni degli ufficiali austriaci sulle lastre di piazza della Signoria: ma le speranze di una riscossa, allora come allora, apparivano così vaghe e lontane, che il nostro patriotismo si rifugiava nella letteratura. Dante, il Petrarca, l’Alfieri, il Foscolo, il Leopardi erano i nostri Santi Padri. Nei loro scritti adoravamo, nel loro nome invocavamo la grande patria futura, un’Italia forte e gloriosa che avesse dell’antica le virtù senza i vizi. Avevamo letto e ammirato da ragazzi, e seguitavamo ad ammirare, il romanzo e le altre opere del Manzoni, ma l’autore non era nel calendario del nostro cuore: troppa religione, troppa rassegnazione, troppo prete; e il prete era per noi, come il tiranno e lo straniero, nemico nato della libertà e della patria; con le debite eccezioni quanto agli individui, s’intende.

Il nostro patriotismo era così esclusivo, e così poco illuminato, che l’odio per gli stranieri si estendeva anche alle loro letterature. L’amore della lingua si compenetrava per noi nell’amore della patria: chi scriveva barbaro e sciatto non poteva essere un buon Italiano. E siccome il romanticismo era una teorica forestiera, manifestatasi fra noi con giudizi che ci pareano irriverenti ai nostri scrittori classici, noi condannavamo a priori tutto il romanticismo come una servitù intellettuale; e per amore di semplicità chiamavamo romantici tutti gli scrittori che non ci piacevano.

C’era uno fra noi (oggi ahi! morto), il Nencioni, che faceva parte da sé, che più degli scrittori nostri amava e leggeva gli stranieri, più dei classici i romantici; che preferiva i drammi dello Schiller e del Goethe alle tragedie d’Alfieri; che ammirava lo Shakespeare al pari di Dante, il Lamartine e l’Hugo al pari del Foscolo e del Leopardi, e ch’era, s’ intende, manzoniano. Quando egli ci spifferava i suoi giudizi e ci manifestava i suoi gusti, apriti cielo: erano lunghe e feroci dispute, che non finivano mai, che ricominciavano ogni giorno; e se non turbavano l’amicizia, lasciavano ciascuno nella sua opinione; ma produssero i loro effetti più tardi, temperando gli eccessi dall’una parte e dall’ altra.

Da tali dispute ebbe origine nel 1856 un libretto scritto da Torquato Gargani, quello de’ nostri ch’era letterariamente il tipo più opposto al Nencioni, cioè il classicista più intransigente e più intollerante. Era stato anche lui, come il Nencioni, compagno del Carducci alla scuola di rettorica; e fu il primo a disertare la nostra compagnia: morì a ventotto anni nel 1862, in Faenza, d’amore e d’idealismo, scrisse il Carducci, che nella breve e fiera malattia lo assistè fraternamente. Povero Gargani, così buono e così bravo! Mi par di vederlo ancora, camminante per le vie di Firenze col suo grosso e inquieto cane levriere in guinzaglio; “pareva”, dice il Carducci, “una figura etrusca scappata via da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco”. Povero e buon Gargani! Ci rivedremo noi xax’ χατ’ἀσϕοδελὸν λειμῶνα?

Il libretto, intitolato Diceria su i poeti odiernissimi, era una satira senza pietà, e senza discrezione, della letteratura romantica come la intendevamo noi: era opera del Gargani, ma n’eravamo egualmente responsabili tutti, perché non c’era quasi pagina che non fosse stata discussa e approvata nei nostri ritrovi al parterre fuori di Porta San Gallo a Firenze: tutti, escluso il Nencioni.

Il Carducci, allora a Pisa alla scuola normale, era con noi in ispirito; e se, letta la Diceria, non approvò interamente, fu tutto con noi quando si trattò di difenderla. Invitarlo a battagliare era invitarlo a nozze, diciamo meglio, a un simposio, a uno di quei dolci simposii che in quei dolci anni erano la letizia più grande della nostra giovinezza. Quante idee generose, quanti nobili entusiasmi, quante ardite aspirazioni salivano su dalle anime nostre in quei giocondi e romorosi, e talora tumultuosi, conversari fra i bicchieri pieni di vino! Quale differenza fra quei ritrovi e le veglie sommarughiane negli uffici della Cronaca bizantina a Roma fra il ’70 e l’80! E come diversi gli effetti!

La Dicerìa era stata lanciata in segno di sfida a spese degli amici pedanti: dovea fare, e fece scandalo, anche più che non credevamo. Tutti i giornali letterari, teatrali, umoristici, di Firenze, lo Spettatore, il Passatempo, la Lanterna di Diogene, l’Avvisatore, il Buongusto, lo Scaramuccia, la Lente, l’Eco dei teatri, rovesciarono, ciascuno per conto suo, con un accordo mirabile, un mucchio di scherni e di contumelie sopra la testa del povero Gargani. (Ferdinando Martini, ora governatore dell’Eritrea, che aveva allora 15 anni e faceva le sue prime armi nel giornalismo, gittò anche lui qualche frizzo contro il Gargani e la Su’ diceria: questo fra gli altri). Di quei giornali i due che andavano per la maggiore erano lo Spettatore, periodico che voleva essere serio, diretto da Celestino Bianchi, e il Passatempo, giornaletto settimanale umoristico, con caricature, fabbricato quasi clandestinamente in Palazzo Vecchio, fra i Ministeri della istruzione e dell’interno, da Pietro Fanfani ed alcuni accoliti suoi, da quel Fanfani che avea saputo conservare sotto la restaurazione granducale appuntellata dalle baionette austriache l’impiego ottenuto dal Governo democratico del Guerrazzi.

Il Passatempo avea nel suo programma lo scrivere corretto, anzi toscano, anzi fiorentino; e prima che uscisse la Diceria, avea fatto l’occhio dolce ad alcuni di noi e qualche grazioso invito a collaborare; ma il nostro amore della lingua era d’altra natura: per essere buoni italiani non bastava, secondo noi, scrivere in buona lingua e secondo grammatica; bisognava anche, e sopra tutto, essere galantuomini. Noi eravamo allora, e ci siamo conservati, e ci conserveremo fino all’ultimo, a Dio piacendo, idealisti. Fummo perciò molto contenti quando, schieratici in linea di battaglia, trovammo in prima riga fra i nostri avversari il Passatempo.

Il Gargani aveva oramai dato alla nostra comitiva il battesimo di amici pedanti: la comitiva accettò in segno d’onore il battesimo: e messasi all’opera con grande ardore, fra l’ottobre e il novembre di quello stesso anno 1856 lanciò contro gli avversari del Gargani un volume di 160 pagine, con questo titolo: Giunta alla derrata: Ai poeti odiernissimi e lor difensori gli amici pedanti. C’era un preambolo, con una lettera in nome del Berni, il quale mandava dagli Elisi ad uno dei nostri, Positivo degli opponenti, tre sonetti caudati; Alla musa odiernissima, in persona di Salvator Rosa; Ai poeti nostri odiernissimi, e Ai filologi fiorentini odiernissimi, in persona di Benedetto Menzini, affinché li pubblicasse e illustrasse: seguivano, per illustrazione al sonetto secondo, due discorsi: Della moralità e della italianità dei poeti nostri odiernissimi; poi la Risposta di G. T. Gargani ai giornalisti fiorentini, commentata dagli amici pedanti : chiudeva il volume un sonetto: Ai grandi italiani sepolti in Santa Croce, che finiva così:

.     .     .     .     .     .    In questi avelli or vive,

Qui solo, e in van, la patria nostra antiqua;

Ai quali io siedo e fremo, a le mal vive

Genti imprecando, de l’etade obliqua

Dispregiatori ch’altro non posso, eterno.

Positivo era il Carducci, autore dei quattro sonetti, che sono ristampati nei Juvenilia, ed estensore dei due discorsi, la materia dei quali era stata raccolta un po’ da tutti, ma sopra tutti da lui.

Naturalmente il Passatempo, che avea fatto la caricatura del Gargani, la fece poi degli amici pedanti, e seguitò a gratificarci d’ogni sorta di vituperi. Ciò ci metteva di buon umore e stimolava la vena satirica del Carducci, che in quel tempo scrisse la maggior parte dei suoi sonetti berneschi. Ad un giornalista teatrale, ignorante e cattivo soggetto, che volle dar la baia anche lui agli amici pedanti, il Carducci consigliava:

Quand’ esci a ragionar con le persone.

Prima alla fronte mettiti un crocione,

Che non ci venga la gente a pisciare.

All’editore del Passatempo, che dicea di voler pagare dei monelli perché a suon di fischi ci facessero scappare da Firenze, rispondeva:

Gli scudi che vuoi dare

Per far dietro ai pedanti il buggerio,

Se fussin soldi loderesti Dio.

A queste uscite noi significavamo la nostra approvazione con grandi scoppi di risa.

II.

Torniamo un po’ addietro. Il Carducci, raccontando in una prosa che tutti conoscono come avvenisse ch’egli, nato di padre manzoniano, non fosse manzoniano, dice che fino ai quattordici anni non ebbe altro maestro che il padre suo, il quale niente altro gl’insegnò che latino.

La famiglia Carducci viveva allora in un piccolo paese della maremma toscana, dove esso il padre era medico condotto. Uomo libero e franco, pieno di cuore e d’ingegno, conservando nell’età già matura l’ardore e gl’impeti della prima gioventù, il Carducci padre si sentiva, credo, a disagio in quella esistenza monotona di medico d’un villaggio, e aspettava con desiderio che le procelle politiche venissero a rompere quell’atmosfera stagnante e a rinfrescargli lo spirito. Egli era nato per combattere, ed avea pei fatti del 1831 sofferto relegazioni e prigionia come carbonaro. La rivoluzione del 1848 lo trovò quindi al suo posto fra i liberali più accesi e più attivi. Andata male la guerra, e venuta la reazione, perdè la condotta e si ridusse in Firenze ad aspettare di trovarne un’altra.

A Firenze Giosuè, ch’era il maggiore dei tre figliuoli, fu messo a studio dagli Scolopi. Se il padre manzoniano, dandogli a leggere per castigo (e il figliuolo non potè mai capirne il perché) la Morale cattolica del Manzoni, era riuscito a fargli prendere in uggia il cattolicismo e il Manzoni; la madre, più conseguente ai sentimenti liberali e rivoluzionari del marito, gli aveva fatto leggere l’Alfieri ed imparare a memoria le poesie del Berchet. Con questi insegnamenti ed esempi, ed avendo nel sangue l’indole irrequieta a battagliera del padre, si capisce che il giovane Carducci non dovette essere il più docile alunno degli Scolopi.

Ma fra quei Padri (diciamolo subito) ce n’era qualcuno abbastanza tollerante, ed a cui l’ingegno e il carattere comandavano rispetto, e anche affetto. Il Carducci si fece subito notare dai maestri e dai condiscepoli; e, nonostante certa sua naturale selvatichezza e scontrosità, fu subito amato e stimato. Mi raccontò il Nencioni che, una volta portò alla scuola di rettorica un Persio di vecchia stampa, senza una nota; e lo stava leggendo con grande interesse, senza badare alla lezione. Accortosene il maestro, gli chiese che libro fosse; e saputolo, lo invitò a leggere e tradurre; ed egli, senza peritarsi, lesse e tradusse speditamente, con grande ammirazione di tutta la scuola.

Coi compagni era buono, se lo pigliavano pel suo verso; li aiutava, faceva loro la lezione; ma guai se lo contrariavano o lo infastidivano quando voleva essere lasciato in pace! Un giorno un tale, di capelli rossi e ricciuti, lo importunava perché gli facesse il componimento: lui gli aveva detto: ‒ Chetati, se no, ti brucio il pennecchio ‒ ; quegli insiste, e lui, acceso un fiammifero, mise ad effetto la minaccia. Chi volea renderlo felice, dovea regalargli un libro. L’amore pei libri era in lui passione, e si mantenne; tanto più forte allora, quanto più difficile il soddisfarla. L’acquisto di un libro lungamente desiderato lo faceva dare in pazzie. Il giorno che tornò a casa con le poesie del Foscolo, non so se comperate o donategli, salì ginocchioni le scale, e giunto nella stanza dov’era sua madre, presentandole il libro, volle che s’inginocchiasse a baciarlo. La mattina dipoi, quando il Gargani andò a prenderlo, lo trovò, non ancora finito di vestire, con in mano il volume, che leggeva declamando; e dovè, lì ritto su l’uscio, ammirare finché piacque all’amico la poesia dei Sepolcri. ‒ Perché ho raccontato questo aneddoto, oggi che non sono più qui a leggermi il Gargani e il Nencioni? ‒ So bene che, per capire certi entusiasmi, bisogna averli provati. Ma io non voglio fare a tutta la gioventù nostra il torto di credere ch’essa a venti anni sia più vecchia di noi che abbiamo passato i sessanta.

Nel 1853, finiti gli studi, che allora si dicevano di filosofia, il Carducci entrò alla scuola normale superiore di Pisa, di dove uscì nel 1856 per andare maestro di rettorica nel Ginnasio di San Miniato al tedesco. Nel frattempo il padre, tornato all’ufficio suo di medico condotto, s’era da Firenze trasferito con la famiglia, prima a Celle, poi a Pian Castagnaio sul monte Amiata, e verso la metà del 1856 a S.a Maria a monte. A Pian Castagnaio nell’agosto del 1855 scoppiò il colèra. Fu uno spavento e una desolazione. Giosuè, ch’era là in vacanze, mise da parte i suoi libri, e per tutto il tempo che durò l’epidemia, fin oltre la metà di settembre, si diede anima e corpo alla cura dei malati. A me che gli avevo scritto domandandogli de’ suoi lavori letterari rispondeva ai 4 di settembre: “Per quello che spetta ai nostri studii de’ quali tu mi scrivi parole gentili, da due settimane li ho abbandonati; occupato come sono nell’assistere ai malati di colèra che abondano pur in questo paese. In mancanza di persone che assistessero, poiché tutti o per poco animo o per inettitudine si ricusarono, io, mio fratello e due giovani senesi prestammo volontaria l’opera nostra ne’ primi casi. Dietro la qual cosa il Municipio ha creduto bene di fare di noi e di tre altri una Commissione gratuita di assistenza, incaricando me della direzione e della compilazione di un regolamento sanitario per altre Commissioni di vigilanza su’ commestibili, nettezza esterna, soccorso agl’indigenti, disinfettazione e inumazione etc. E io, come è dovere di buon cittadino, misi da una parte la vita meditativa per la attiva, la quale, come c’insegna il nostro gran Leopardi, è più degna e più naturale all’uomo che non sia l’altra. E così farò in ogni circostanza in che il bisogno pubblico lo richieda, avendo io dato studio alla vita meditativa a punto perché l’attiva ci era vietata dalle condizioni del paese nostro infelicissimo.”

Chi avrebbe sospettato il Carducci a 22 anni Presidente di una Commissione di sanità e di assistenza pubblica, se io non avessi scavato questa notizia di fra i ricordi della nostra giovinezza? E quei bravi giovinotti, compiuto bravamente il dover loro, non chiesero nulla, non vollero nulla, neppure il romore.

Ma non è interamente vero che Giosuè durante il colèra avesse del tutto abbandonato gli studi, poiché appunto in quei giorni scrisse la canzone per il busto dell’Alfieri, che mi mandò poi il 13 dicembre da Pisa, tornato alla scuola normale.

Che cosa fossero pel Carducci gli studi e la vita della normale in quelli anni, eccolo qui da una lettera ch’egli scriveva nel 1856 ad un amico, dissuadendolo dall’entrarvi. “Se tu vieni qua, dalla parte dell’insegnamento, avrai, 1° un professore ciarlone, che ti stancherà a forza di citazioni e di date quando fa bene, quando cioè copia da tutti i libri che può aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dirà con aria cattedratica quelle cosette che sanno anche i bambini della seconda, senza un’ombra mai di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici, da tutti gli scrittori di rettorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi: e così correranno i tuoi tre anni di studi sulla letteratura latina, sulla quale perderai molti giorni senza imparare altro che date. Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno sentirai che dissertazioni calorose, infiammate vulcaniche sulla funzione degli aoristi; sentirai declamata con l’enfasi epica la genealogia de’ tempi de’ verbi, come se fosse la genealogia degli Eacidi ma della filosofia di cotesta divina letteratura greca, de’ bei tempi d’Atene, delle cause che ispirarono coteste opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia, del confronto con la latina e con l’italiana, nulla, nulla, nulla: che coteste menti son nate per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella scuola normale a colui che pensa! Della filosofia razionale e morale non ti parlo; ti avviso però che della razionale avrai a ripetitore un collegiale, avvezzo a giurare sulle parole del maestro, il quale senza aver mai visto in viso una traduzione dal greco, ti comincierà a dir male delle arti e lettere greche e ti leverà alle stelle i Goti; e tu freddamente l’ammazzerai, e allora ti metteranno in galera.... Bandita la letteratura italiana: già saprai da te come giovani usciti fin ora dalla scuola normale adulterano laidamente la lingua toscana: imparerai il gergo convenzionale, grammatico, rettorico, filosofico la lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili: chi studi da vero cotesta lingua bisogna che studi gli scrittori repubblicani del Trecento, nazionalissimi del Cinquecento e pensatori tremendi del secolo nostro bisogna che studiando cotesta lingua studi la nazione, e imprima come suggello, nell’animo, il carattere italiano puro. E nella scuola normale, guai, guai, tre volte guai a costui!”

Questo feroce giudizio sulla scuola normale pisana di quarantatre anni fa, giusto nel fondo, eccessivo nel colorito, mostra a nudo un lato del Carducci scolare (nello scolare c’era già l’uomo e il poeta): un altro frammento di lettera di quel medesimo anno al medesimo amico servirà mostrandone un altro lato, a delinearne meglio la figura.

Per gli esami di laurea gli allievi della scuola normale doveano allora fare due lezioni in pubblico. Il 2 luglio il Carducci fece la lezione sul tema di letteratura italiana da lui scelto, ch’era Della poesia cavalleresca o trovadorica; e il giorno di poi ne dava così notizia per lettera all’amico: “Ieri ebbi l’esame, o meglio feci la lezioncetta, e l’esito ne fu per me più che gradevolissimo. A pena cominciai, ebbi l’uditorio dei chiarissimi in capelli bianchi e in toga, e dei chiarissimi in erba, e degli oscurissimi ancora, contro il costume attentissimo e silenzioso per un’ora (e dovevo parlare mezz’ora): e io lo padroneggiai col portamento e con la voce. Vi fu chi disse ch’era rimasto spaventato dalle mie citazioni fatte a memoria. Non potei finire del tutto il mio ragionamento, perché il Provveditore mi disse da ultimo, vedendo che non la finivo più: Debbo annunziare al D.re Carducci, con mio dispiacere, che il tempo assegnatogli dalla legge è di già scorso da due quarti d’ora. E sonò il campanellino. E allora io birichinescamente feci un salto col quale dalla cattedra fui in terra tutto d’un pezzo. E l’uditorio rimase meravigliato anche della mia agilità nel far salti. Poi vennero i mirallegro, gli abbracciamenti, i baci dei chiarissimi e dei non chiarissimi, e tutte le persone della sala mi si raccolsero intorno. Poi andò a finire in un gran simposio: dopo il quale la sera, lung’Arno, accompagnato dagli amici, io declamava una epopea improvvisa sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera, il quale non volea riconoscere i lumi a gaz né il vapore: e v’entravano di mezzo l’arconte, Porsena, la vergine Camilla e Turno, i quali andavano a spegnere i lumi a gaz, e portavano fuori le vecchie lucerne sepolcrali di Tarquinia e dei sepolcreti di Ceri. Eroe dell’epopea, ch’ io un po’ cantavo e un po’ declamavo, era un vaso etrusco personificato, il quale entrava nell’Ussero e spaccava le tazze i gotti e simili buggeratelle moderne. E i compagni ridevano tremendamente, e la gente passava di lontano intimorita: e tutto questo lo facevo in abito nero, e con grandissima cravatta bianca e i solinoni bianchi fuori, secondo il costume del Tasso”.

Presa la laurea, il Carducci passò i mesi delle vacanze parte a Firenze in compagnia degli amici pedanti, parte a Santa Maria a Monte in famiglia, occupato a lavorare per la Giunta alla derrata, ch’era appunto sul venir fuori; ma lavorò e studiò, specialmente in campagna, anche per conto suo. Riprese l’ode Agli italiani, che avea cominciata nel 1853, la rimpastò e la finì; e fra il settembre e l’ottobre, essendo la stagione bellissima, ed egli contento e lieto, si sprofondò per alcuni giorni tutto negli studi; lesse quattro volte attentissimamente, capitolo per capitolo, tre libri del Guicciardini e uno del Machiavelli, tre volte la Congiura de baroni, e prese da tutti estratti di fatti e parole; studiò la filippica seconda, e il primo delle Georgiche, e tutto Fedro; rilesse Orazio; e mise insieme da appunti e dalla memoria 256 osservazioni di lingua e di stile. “Seguitare a studiare come ho studiato in questi giorni”, mi scriveva, “e poi diverrei erudito”.

Nell’Ottobre ammalò di febbri; e quando sulla fine del mese lo andai a trovare, come avevo promesso, a Santa Maria, non era ancora guarito. I primi giorni, restando egli in casa, uscii a passeggiare col padre suo, che conobbi allora la prima volta. I nostri discorsi, passeggiando, andavano spesso a cadere sul figliuolo, sopra l’ingegno e gli studi di lui, sopra l’ufficio che al cominciare del nuovo anno scolastico avrebbe avuto nel ginnasio di S. Miniato, sopra la sua malattia. Il padre, si sentiva, si vedeva che in fondo al cuore andava orgoglioso del fìgliuol suo; ma non una parola gli sfuggiva onde ciò trasparisse; anzi parlava di lui con perfetta serenità, quasi indifferenza. Una cosa mi disse allora, che basta a mostrare come certi presentimenti siano falsi. “Giosuè”, mi disse, “avrà corta vita”; e me ne disse le ragioni, che ora non ricordo. Invece, pover’uomo, l’anno appresso gli morì tragicamente, florido di salute e di giovinezza, il secondo figliuolo, Dante; e quel tragico caso gli ferì talmente la vita, che dieci mesi dopo era morto anche lui: e non avea ancora cinquant’anni.

III.

Chi non ha letto nel volume IV delle opere del Carducci (Confessioni e battaglie) gli scritti intitolati Le risorse di San Miniato al Tedesco e Juvenilia? Io non ho dunque bisogno di dire come il Carducci stesse appena un anno a San Miniato, e perché se ne andasse; né come, per le insistenze di un suo collega del ginnasio, col quale faceva vita comune, pubblicasse in quell’anno il primo saggio delle sue poesie, un volumetto di Rime, che comprendeva venticinque Sonetti, dodici Canti e tre frammenti in isciolti di un Canto alle Muse, con l’unico intendimento di pagare i debiti, ch’egli e l’amico avevano con l’oste e col caffettiere. “Ma i debiti”, scrive il Carducci, “anzi che estinguere, dilagarono”; tanto che dovettero intervenire i babbi e le mamme a pagarli. E le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Einiliani Giudici, agl’insulti di Pietro Fanfani.

Lasciando San Miniato, il Carducci avea ottenuta per concorso una cattedra nel ginnasio municipale d’Arezzo, ma il Governo granducale non approvò la nomina, sia per le accuse di empietà fatte al giovine insegnante dalle autorità politiche di San Miniato, sia perché al Ministero della istruzione c’era il Fanfani.

Tutto ciò, salvo forse quest’ultima circostanza, è noto ai lettori; ma ciò che essi non sanno sono i sentimenti diversi che agitavano l’animo dell’autore, mentre egli attendeva alla pubblicazione delle Rime. Talvolta, preso da scoraggiamento, faceva fra sé riflessioni come queste: “Che pro’ vedere il mio nome stampato in cima a una ventina di componimenti, che pochissimi intenderanno, due o tre leggeranno sbadigliando senza intendere, tutti disprezzeranno, e più quelli che meno li avranno intesi? Ahi, stoltezza lo studiare e il credere alla fama e il desiderarla, e più grande stoltezza il credere e pretendere di pensar bene soli fra milioni che ridono o compatiscono, e dirlo in faccia a cotesti milioni, e pigliarci il maledetto sdegno! Presunzione da ragazzi. Per dire a un secolo intero, tu fai male, tu pensi male, tu dici male, altre faccie ci vogliono che la mia, altri studi. Or sia così! e gl’italiani mi deridano e mi piglino a scappellotti; ben mi sta; né io fiaterò. Orgoglio! come se gl’Italiani volessero curarsi del librettuccio mio”. Altre volte, pieno d’entusiamo per le sue idee, e di disprezzo per il volgo profano, gridava fra gli amici plaudenti: “O belve di trecentomila capi, Giosuè Carducci non vi presenterà il libretto suo perché gli diciate che è un giovane di belle speranze, se si converte alla buona filosofia. No, bestioni, io sputerò in faccia alla vostra filosofia: e vo’ credere nelle Muse e in Apollo sempre: e, quando sarò per morire, mi farò leggere Omero: e non sia vero che intorno a me siano preti. Mi farò bruciare sopra un rogo di legna di pino a cui sottostaranno tutti i miei libri. Sì, sì, viva Apollo Febo lungioprante, Patareo, Delio, Cinzio; e moia chi dice di no”.

Passata una parte dell’autunno del 1857 in famiglia a Santa Maria a Monte, il Carducci andò a stabilirsi a Firenze proprio nel tempo che, per la pubblicazione delle Rime, scrosciava più forte sopra il suo capo il diluvio di mele marcie della critica concittadina. Non gli mancava dunque cagione a ridere cogli amici e ad esercitarsi nella poesia satirica. Ma arrivato a Firenze, venne a coglierlo, indi a pochi giorni, la notizia della morte improvvisa del fratello Dante. Ne fu profondamente colpito; e tornò subito a casa, dove trovò il padre affranto dal duro caso e già tócco dal male che dovea l’anno appresso condurlo al sepolcro. Era la rovina della famiglia: pure il Carducci, nel dolore grande, non si smarrì: gli restavano la madre e un fratello, ai quali rimaneva sostegno unico: e una giovine donna attendeva... attendeva ch’ei potesse sciogliere l’antica promessa di farla sua. Ragioni queste più che sufficienti da agguerrire un animo forte alla lotta della vita.

Ripensando trent’anni dopo a quel tempo il Carducci scriveva: “Se dovessi dire oggi come vivessi, mi troverei imbrogliato: delle volte, pare, non più d’una volta forse, a certe età, si vive anche di nulla”. È vero; ed è anche vero che quei due anni 1858-59 furono de’ migliori per lui; ciò che prova anche una volta che il meglio della vita non sono i beni materiali. In quei due anni egli visse studiando, lavorando, porgendo gli orecchi e il cuore a tutte le voci che parean dare speranza della prossima liberazione d’Italia, e facendo bastare ai bisogni suoi e de’ suoi il magro guadagno che gli veniva dal lavoro. Nel 1858 abitò per qualche tempo una camera mobiliata in via Romana; nel 1859, quando raccolse con sé la famiglia e prese moglie, poche stanze ad un ultimissimo piano in via Borgognissanti: e in casa e nelle biblioteche passava tutto il suo tempo a dare lezioni, a preparare per il Barbèra dei volumetti della biblioteca diamante, e a scrivere versi ed altro per soddisfazione sua. Unico divagamento, trovarsi la sera con gli amici a conversare, a discutere d’arte, di letteratura, di politica. Per ciascuno di quei volumetti del Barbèra, del quale avrebbe potuto sbrigarsi con due paginette di prefazione, egli scriveva uno studio Storico critico, frutto di lunghe e pazienti ricerche e di meditato lavoro; ciò che commercialmente rappresentava per lui una pura perdita, giacché il libro non gli era pagato niente di più. Ma per quanto lo urgesse il bisogno di guadagnare, egli con l’opera sua di scrittore doveva allora e sempre contentare per prima cosa sé stesso. Così nacquero gli scritti sul Tassoni, su l’Alfieri, su Lorenzo de’ Medici, sul Giusti e gli altri che col titolo di Primi saggi sono raccolti nel secondo volume delle opere, e che iniziarono nella nostra letteratura il metodo della critica storica.

Nel 1858 la questione della indipendenza italiana era il discorso di tutti i giorni: ogni mattina, aprendo gli occhi, ci domandavamo se e quando scoppierebbe la guerra coll’Austria; e tutti guardavamo al Piemonte. Ma quando nel gennaio del 1859 echeggiarono per le contrade e i borghi d’Italia le famose parole pronunziate da Vittorio Emanuele nel Parlamento di Torino, inaugurando la nuova legislatura, tutti si disse: oh la guerra ci sarà! Il Carducci, col quale ci vedevamo ogni giorno, cominciò subito a scrivere la canzone a Vittorio Emanuele, e ne parlava pieno di entusiasmo con gli amici, e ce ne veniva recitando qualche strofa. Scoppiò la guerra; il Granduca, più benemerito allora dell’Italia e più onesto che non i moderati toscani, i quali volevano cedesse la corona al figliuolo, fuggì; vennero le vittorie di Montebello, di Palestro, di Magenta, di San Martino, la rivoluzione di Modena e di Bologna: il sentimento popolare, mirabile di concordia e di slancio, era vivamente eccitato; parevano oramai prossimi a compiersi i destini d’Italia; e il Carducci, che vivea di quel sentimento, consegnava la memoria di quei fatti nei versi. Non era giovanile ambizione di scrittore che andasse in cerca di argomenti poetici; era la poesia dei fatti che andava a cercare lo scrittore. E non era colpa di lui se gli mancavano ancora otto o dieci anni a divenire veramente poeta. Poi venne lo sgomento terribile di Villafranca. A chi, come il Carducci, non avea mai avuto fiducia di Napoleone, il disinganno giunse meno imprevisto, ma non meno doloroso. Fortunatamente l’attitudine della Toscana e dell’Emilia rialzò gli animi; e il poeta, che avea invitato Vittorio Emanuele a scagliare il serto oltre Po, cantò la Croce di Savoia e l’Annessione, cioè il procedere dell’Italia al compimento dei suoi destini; e dopo l’Annessione, la spedizione di Garibaldi in Sicilia.

Rileggendo oggi dopo quarant’anni quei versi che nell’edizione delle opere formano il libro vi dei Juvenilia, io mi sento rivivere nella memoria quei giorni di gioia, di trepidazione, di speranza; e mi rammento come fosse oggi l’entusiamo del Carducci e mio all’entrata di Vittorio Emanuele in Firenze; e mi rammento i gridi frenetici coi quali qualche tempo dopo, in casa del dottore Luigi Billi, io e gli altri amici interrompemmo quasi a ogni strofa la lettura dell’ode Sicilia e la rivoluzione, che il Carducci era venuto a farci sentire da Pistoia.

Il Governo liberale toscano lo avea mandato là fino dall’aprile 1860 a insegnare lettere nel Liceo; ed egli c’era andato volentieri, e nel maggio avea cominciato le sue lezioni, meravigliando di avere scoperto in sé una grande facilità di parola, qualità che non credeva di possedere; ma il suo cuore sospirava a Firenze, dove erano gli amici, dov’erano le edizioni antiche e i codici della Riccardiana e della Magliabechiana, dov’erano i barroccini di sotto gli Uffizi, ch’egli soleva visitare ogni giorno in cerca di libri vecchi da pochi centesimi; e già nell’ agosto faceva pratiche per tornare alla città prediletta, quando il Mamiani, ministro della istruzione del nuovo Regno d’Italia, con una lettera squisitamente gentile gli offrì la cattedra d’italiano nella Università di Bologna.

IV.

Sin da quando il Carducci giudicava severamente come s’è visto i suoi professori di Pisa, sentiva in sé che ben altro doveva essere l’ufficio dell’insegnante: e come lo sentiva, così l’adempì, portando nell’esercizio di esso tutto l’ardore dell’anima sua. Talora gli scappava detto con gli amici ch’egli non era buono se non a stare nelle biblioteche a fare suoi lunghi colloqui coi codici e con le edizioni antiche; ma poi bastava la lettura di una strofa d’Orazio ad accenderlo di entusiasmo; bastava un fatto che vivamente colpisse la sua immaginazione o il suo cuore, a fargli prendere la penna e scrivere un’ode. E com’era contento quando, leggendo e illustrando dalla cattedra un gran poeta, e commovendosi nella lettura, sorprendeva poi negli scolari un fremito di piacere e di assenso! Allora non si ricordava più delle biblioteche e dei codici, e diceva di essere veramente nato per far lezione di letteratura italiana.

Salito dal Liceo all’Università, il Carducci non mutò tenore di vita. A Bologna andò ad abitare in via Broccaindosso, una delle più povere della città, dove rimase fino al 1874. Nel 1874 si trasferì in via Mazzini ad un ultimo piano del palazzo Rizzoli, ove stette per quindici anni, finché nel 1889 tornò presso le mura di porta Mazzini in un quartiere di un villino, che abita ancora, e la cui maggiore e miglior parte è occupata dai suoi libri.

Nei primi tempi visse molto a sé, non praticando quasi nessuno, non andando neppure al caffè; di che talora dolevasi, parendogli che ciò gli togliesse quel calore e quel vigore che procede dall’attrito delle conoscenze e dalle dispute nei ritrovi amichevoli. Tutto ristretto nello studio e nella meditazione, andava mulinando poesie senza scriverle, per timore, diceva, che il fatto non rispondesse all’idea. Nel giugno del 1861 meditava un canto su la plebe, un canto in versi sciolti su i martiri, una marsigliese italiana per le future battaglie, una canzone su la poesia. Di ciò e d’una scelta delle cose già composte pensava fare un libretto che raccogliesse tutte le poesie del periodo giovanile. E poi voleva mettersi a scrivere dei poemi filosofici, uno de’ quali Prometeo. L’anno di poi allargando il disegno immaginava, per finire la serie dei canti politici, tre poesie liriche. Alla guerra, Gli Slavi, La Polonia, il carme secolare Alla libertà e un epodo satirico L’Arcadia nuova; poi una serie di canti con intenzione più larga e universale, contro la società com’è costituita ora; poi una serie d’idilli storici, Il campo di Vercelli e di Aix (rotta dei Cimbri), La sepoltura di Alarico, Gli ultimi pagani e i primi cristiani, Carlo Magno e i Paladini, il calen di Maggio del 1290, ed altri; finalmente un dramma, Giano della Bella, in cui la catastrofe sarebbe stata “non la morte, ma l’esilio che cotesto re de’ galantuomini che compaian mai nella storia impone a sé stesso”. L’epodo doveva essere a ecloga: “interlocutori Titiro, Melibeo, Coridone, vestiti da guardie nazionali, da segretari, da giornalisti, che intuonano i loro couplets in occasione delle feste dello Statuto o d’altro, al pranzo officiale del prefetto, alle feste di ballo, etc. etc, sempre cantando l’Italia e il Re. Poi ad ogni canto certe risposte di cori misteriosi, come Voci d’oltre Mincio, Voci da Laterano, Voci da Pontelandolfo, etc.”.

Di tutte queste poesie, che nella sua mente erano già composte e, salvo il dramma, distribuite nelle loro parti e in istrofe, né per allora né poi non ne fece niente, o quasi niente: ma è facile scorgere in alcune di esse il germe di poesie posteriori. Per allora egli compose invece la canzone in morte di Pietro Thouar, cominciò quella in morte del Niccolini (che rimase imcompiuta, e doveva seguitare coi grandi nomi del concetto romano, terminando con la caduta della chiesa cattolica e il trionfo di Roma), e scrisse l’ode Ne’ primi giorni del 1862. Nelle poche poesie fatte, e più nelle molte pensate e non fatte, appare chiara la tendenza del poeta: in arte, benché egli rimanga puramente classico, si sente che la natura dell’ingegno lo spinge a liberarsi ed osare; in politica prosegue rivoluzionario, e poiché la monarchia si stacca paurosamente dalla rivoluzione, egli comincia a staccarsi dalla monarchia.

Il canto col quale accompagnò l’impresa garibaldina in Sicilia era stato in parte profetico.

Sbarcato a Marsala l’11 maggio 1860, entrato dopo 16 giorni a Palermo, e dopo poco più di tre mesi a Napoli, Garibaldi il dì 8 novembre presentava a Vittorio Emanuele i plebisciti delle Provincie napoletane e siciliane, e si ritirava a Caprera.

Il 18 febbraio 1861 si apriva a Torino il primo Parlamento italiano, il 14 marzo Vittorio Emanuele era proclamato Re d’Italia, e pochi giorni appresso un voto del Parlamento affermava Roma capitale del nuovo regno.

L’Italia dunque, o bene o male, era fatta. Ma quale differenza fra l’opera dei diplomatici nella faticosa e incompiuta unificazione della parte settentrionale, e quella di Garibaldi nella liberazione della meridionale! L’Italia, o bene o male, era fatta, ma col sacrifizio di due nobili Provincie; e senza Venezia e Roma. Garibaldi licenziando i suoi volontari, aveva detto loro di tenersi pronti per le future battaglie. Chi poteva non desiderare che il voto del Parlamento diventasse un fatto? Chi poteva non desiderare che l’acquisto di Venezia e Roma fosse opera del valore italiano? La politica ha le sue esigenze, ma anche il culto ideale di una patria virtuosa e grande ha le sue, molto più nobili. Perciò si capisce l’indignazione del Carducci alla notizia delle dimostrazioni toscane, sobbillate dal Ministero Ricasoli nei primi mesi del 1862 al grido di Viva il papa non re. “Ah vergognosa Italia ricasoliana! ah brutta plebaglia rinfantocciata diplomaticamente! Viva il papa, nel ’62! ‒ Viva il papa non re. ‒ Ma anzi come papa, come prete, è più detestabile. Cotesto grido in bocca de’ figli e de’ nepoti delle vittime del grande assassino cattolico è osceno. E credi tu che si andrà a Roma? Le son baie. A Roma non si va che con la rivoluzione”.  ‒ Pur troppo no.

E l’indignazione del Carducci non ebbe più limiti quando nell’agosto di quell’anno i soldati italiani arrestarono ad Aspromonte Garibaldi, lo ferirono e lo fecero prigioniero.

Oh dell’eroe, del povero

Ferito al carcer muto

Portate, o venti italici,

Il mio primier saluto.

Evviva a te, magnanimo

Ribelle! A la tua fronte

Più sacri lauri crebbero

Le selve d’Aspromonte.

Evviva a te, magnanimo

Ribelle e precursore!

Il culto a te dei posteri.

Con te d’Italia è il cuore.

Quest’ode è importante politicamente e letterariamente; politicamente perché segna il primo inizio della separazione del pensiero di lui dalla maggioranza monarchica degli Italiani; letterariamente perché, insieme col Carnevale e l’Inno a Satana, che le tennero dietro a breve distanza di tempo (febbraio e ottobre 1863), è un passo innanzi molto notevole nell’arte dello scrittore.

Il maggior merito di Garibaldi, compiuta la liberazione della Sicilia e del Napoletano, fu di avere, contro le idee sue proprie, contro l’opinione e i consigli de’ più tra i suoi cooperatori ed amici, mantenuto fede al motto Italia e Vittorio Emanuele, col quale aveva iniziato la impresa. Senza di ciò avremmo forse avuto la guerra civile, e forse l’Italia non si sarebbe fatta. Ma né Garibaldi stesso, né il Mazzini, né il Crispi, né il Mario, né il Bertani, né gli altri, non rinunziarono per questo alle loro idee di repubblica, le quali se non avevano, e non ebbero mai, gran seguito nel popolo, acquistavano forza e valore dalla intrinseca bontà loro, dall’autorità degli uomini che le professavano, e dagli errori dei governanti. Il Carducci, inclinato di natura sua all’opposizione, si ascrisse al partito repubblicano, e ne fu per un decennio il poeta. Guardando gli avvenimenti e gli uomini dall’alto del suo pensiero, dinanzi al quale brillava l’ideale di una patria grande, libera, virtuosa, celebrò ciò che parevagli rispondere a quell’ideale, stigmatizzò ciò ch’era in contrasto con esso.

Nell’ode Dopo Aspromonte, nel Carnevale e nel Satana, sentì l’autore medesimo che c’era un progresso nel modo di concepire; ma anche gli parve ci fosse un peggioramento nella espressione. Il vero è che in quelle poesie egli si lasciò trasportare dal suo pensiero, senza che la cura della espressione gli fosse d’impaccio; disse ciò che voleva dire nel modo che prima gli si presentò, e che se a lui parve, e talvolta era meno eletto, anche era più spontaneo e più semplice.

Mentre seguiva col pensiero gli avvenimenti politici e meditava poesie, i suoi studi erano sopra tutto vòlti a preparare le lezioni. Nei primi tre anni si occupò quasi esclusivamente del Petrarca e di Dante; e nel 1863 fece una ventina di lezioni su le origini, raccogliendo con gran fatica una quantità straordinaria di materiali proprio di su le fonti. A sollevarsi dal grave lavoro, illustrava di quando in quando, in comparazione alla Vita nuova di Dante, quelle fra le poesie del Petrarca nelle quali è rappresentata la contemplazione della bellezza. E pur ammirando lo splendido misticismo dell’Alighieri, preferiva alla poesia amatoria di lui quella del Petrarca, che parevagli il vero analizzatore dell’anima ed appassionato umanamente.

Attendeva nel tempo stesso a letture d’ogni maniera, le quali giovavano non pure ad accrescere la sua erudizione, ma ad allargare le sue idee e a piegare il suo stile ai più svariati argomenti, alle più ardite manifestazioni del pensiero e del sentimento. Tra molti altri libri di prosa italiana lesse con grande compiacimento la Storia dell’Asia del Bartoli, Le vite dei Santi Padri del Cavalca, Le lettere ed altri scritti del Giordani, fra i quali il Peccato impossibile, che gli parve una meraviglia di stupenda scrittura, a cui solo poche pagine del Voltaire fossero degne di stare a fronte; lesse anche molto di stranieri, specialmente francesi, lesse i Misérables, gli Châtiments ed altre poesie di Victor Hugo e d’altri.

A chi ammira la varietà, la freschezza e l’efficacia della prosa del Carducci non dispiacerà e non sarà inutile sentire quale impressione facesse in lui la prosa del Bartoli, che oggi nessuno più legge, e tutti affettano di spregiare. “Che ricchezza spropositata di lingua, di modi, di colori! che padronanza superba di stile in cotesto magnifico scrittore! E’ ti passa per tutti i tuoni dal più umile al più alto, senza che tu te ne accorga. E come narra! come descrive! come leva la sua grande voce nell’alta eloquenza! Di così grandi maestri di stile l’Italia ne ha pochi: di così vari, forse niuno oltre lui. E’ mi fa il medesimo effetto di Livio: parmi di andare con gran pace con animo sereno e sollevato ad alti pensieri per un vasto, per un immenso mare tranquillo sotto cielo tranquillo, seminato d’isole verdissime amenissime, rasentando anche sublimi e selvose scogliere, e di quando in quando vedere il turbine affoltarsi lontano. E questo grande effetto tutto di scrittore antico, me lo fa sebbene le cose da lui trattate sieno vili, sciocche, risibili, quando non sono abominabili. Tremendo uomo che fa leggere con ammirazione le imprese de’ Gesuiti!”[1]

In mezzo a siffatti studi e al tormentoso pensiero degli avvenimenti politici avea nell’ottobre del 1863 condotto a termine l’edizione delle poesie italiane di Angelo Poliziano. Andato a Firenze a passarvi le vacanze, attendeva fino dai primi del mese a correggere l’ultimo capitolo della introduzione, quando una notte, in una casa di Porta Rossa, dove alloggiava, gli balzò dalla testa l’Inno a Satana, che lesse il giorno di poi in un pranzo d’amici a Monte Sinario. Io era allora a Torino; e ai 10 d’ottobre il Carducci mi dava notizia dell’inno con queste parole: “Se non avessi grandissima fretta, ti copierei un brindisi scandaloso, Satana; ma sarà per quest’altra volta.” E cinque giorni dopo mi mandava difatti l’inno, avvertendo; “Inutile che io segni al tuo giudizio, molte strofe tirate giù alla meglio per finire;  nelle quali è il concetto dilavato, ma non la forma. Bisogna tornarci su su questa poesia, e con molta attenzione. Nonostante mi pare che pel concetto e pel movimento lirico io possa contentarmene.”

V.

Quanto più pareva al Carducci che le faccende politiche, per opera del Governo, procedessero male, tanto s’infervorava più delle sue idee repubblicane e si stringeva ai seguaci di esse. Benché seguitasse a fare vita ritirata, era venuto, dopo il primo anno, facendo qualche conoscenza, specie fra i colleghi. E la gioventù romagnola cominciava ad affollarsi alle sue lezioni e ad affezionarsi al poeta e al maestro. E il poeta e il maestro cominciava ad affezionarsi alla gioventù romagnola e a Bologna, che nel 1866 lo elesse consigliere comunale.

Uno dei primi che prese a benvolere il Carducci appena arrivato a Bologna fu l’archeologo Francesco Rocchi, decano della Facoltà di filologia, già discepolo di Bartolomeo Borghesi ed amico di Vincenzo Monti: anche ebbero consuetudine d’amicizia con lui Emilio Teza, in compagnia del quale lesse in quelli anni i tragici greci, Pietro Ellero ed Enrico Panzacchi. Il Teza fu compare del suo bambino nato nel giugno del 1867, al quale impose i nomi di Dante, Bruto, Augusto.

Più tardi, fra il 1867 e il 1873, ebbe il Carducci particolare dimestichezza coi professori dell’Università in voce di repubblicani, Giuseppe Ceneri, Quirico Filopanti, Costanzo Giani, Pietro Piazza, e diede suoi scritti ai giornali democratici della città, L’amico del popolo diretto da Francesco Pais, La voce del popolo, e il Popolo diretto da un giovine avvocato Bordoni grande ammiratore del poeta.

Aspromonte avea lasciato nell’animo del Carducci una grande amarezza, e i tentativi d’accordi col Papa un grande disgusto; amarezza e disgusto che i dolorosi avvenimenti accaduti dipoi trasformarono in odio feroce contro il dominante partito monarchico costituzionale moderato.

La convenzione del settembre 1864 e il conseguente trasferimento della capitale a Firenze parvero a molti una tacita rinunzia a Roma. “Questo, diceva il Carducci, vuol essere il principio della fine”.

Spuntò un barlume nella primavera del 1866: l’alleanza con la Prussia e la guerra davano speranza che al fine l’Italia si affermerebbe, e che sarebbe per cominciare un’età nuova. Invece, mentre i Prussiani trionfavano a Sadowa, noi avemmo le vergognose disfatte di Custoza e di Lissa, e ci chinammo poi a raccattare, come un tozzo gittato ad un cane buono ad abbaiare ma non a mordere, la Venezia. Era naturale il desiderio di rialzarci con qualche impresa virile: i garibaldini e i mazziniani fremevano; fremevano con loro quanti sentivano la dignità della patria.

‒ E allora? ‒ Allora, grazie a Napoleone III e alle incertezze e alle paure del Governo italiano, avemmo, nel novembre del 1867, Mentana. L’anno dipoi Pio IX gettò, come sfida, in faccia all’Italia le teste di Monti e Tognetti. E finalmente il 20 settembre del 1870 s’andò a Roma. Ma come? S’aspettò che i Francesi fossero ben lontani, che la Francia fosse disfatta a Sédan; e ci volle ancora del bello e del buono prima che l’Italia officiale si risolvesse a muoversi. " Oh l’entrata a Roma!” scrive il Carducci. “Il Governo d’Italia salì per la via trionfale come fosse la scala santa, ginocchioni, con la fune al collo, facendo delle braccia croce a destra e sinistra, e gridando mercé ‒ Non posso fare a meno, non posso fare a meno: mi ci hanno spinto a calci di dietro”. Non certo così i nobili cuori d’Italia sognavano si compisse l’opera del nostro risorgimento.

Sotto l’impressione di questi fatti furono composte le poesie politiche del Carducci nel decennio dinanzi al 1870. Gli ultimi quattro anni furono il periodo più triste di quel decennio; e furono anche i più tristi al Carducci.

Nel 1867 egli avea fatto parte di un Comitato direttivo di un’Associazione democratica bolognese ed avea cooperato alla spedizione garibaldina nell’Agro romano; nel 1868 avea scritto e firmato con alcuni de’ suoi colleghi un indirizzo a Mazzini; e per ciò in quei due anni gli capitò fra capo e collo, prima un trasferimento alla Università di Napoli, poi una sospensione.

Non accettò il trasferimento, che il ministro dovè revocare: della sospensione non si dolse più che tanto; seguitò a lavorare ad un commento sul Petrarca, cominciato fino dal 1860, finì due volumetti della biblioteca diamante del Barbèra, Gli Erotici e i Lirici del secolo XVIII; pubblicò un volume di poesie (Levia gravia di Enotrio Romano; Pistoia, 1868); faceva lezione di storia a tre ufficiali dell’esercito; leggeva Giovenale e le Georgiche; compiacevasi di avere un orto, di averci sopra lo studio, di vederci ruzzare i suoi bambini.

Era in quell’orto l’albero a cui stendeva la pargoletta mano il suo Dante.

Le poesie politiche dal 1861 al 1867 sono ora raccolte nel secondo libro dei Levia gravia (edizione definitiva, diversa dai Levia gravia del 1868); e il libro si chiude coll’Inno a Satana, che fa parte da sé.

Come pensiero politico, quei componimenti sono il passaggio naturale dalle poesie patriotiche del 1859-60 ai Giambi ed epodi. Non c’è soluzione di continuità; non ci sono nemmeno bruschi trapassi. Nel 1861 il poeta inneggia alla proclamazione del Regno d’Italia; nel 1862 alla liberazione di tutti i popoli cui la tirannide opprime; poi impreca alla spedizione del Messico, maledice agli autori dell’agguato d’Aspromonte, si duole che la Grecia, cacciato un Re barbaro, ne accetti un altro; e quando nel 1865, celebrandosi a Firenze il sesto centenario di Dante, vi si trasportava la capitale, mette in bocca del poeta questa apostrofe all’Italia:

Mal rechi a l’Arno la mal carca soma:

Non questo è il nido del latino augello:

Su, ribelli e spergiuri, a Roma, a Roma.

I Giambi ed epodi si riferiscono tutti agli anni dal 1867 al ’70; cominciano con Mentana e terminano con l’Italia che va in Campidoglio, anzi pur con Mentana, la cui triste memoria riappare di quando in quando come un funebre ritornello fra i terribili componimenti.

Se è vero che chi non sa odiare non sa amare, i Giambi ed epodi mostrano che si può sentire l’amore di patria come lo sentì allora il Carducci, ma non più; perché io non conosco un’altra raccolta di poesie dalla quale l’odio ai traditori della patria (o veri, o immaginati) trabocchi violento e feroce come da quella: cioè ne conosco un’altra sola, gli Châtiments di Victor Hugo. L’indignazione che agitava il petto del poeta francese contro l’uomo del 2 dicembre e i suoi complici, era trapassata tutta intera nell’animo del poeta italiano contro gli uomini che a lui parea facessero strazio della patria. E c’era un punto di contatto fra i due poeti, l’odio contro Napoleone III, in cui il Carducci vedeva l’oppressore di due repubbliche, il protettore del Papa, l’ispiratore di Aspromonte e Mentana. Data questa somiglianza di situazione e di sentimenti, era naturale che il poeta italiano, se nel calore del comporre gli s’offriva spontanea una espressione un’immagine del poeta francese, la quale rispondesse al sentimento e al pensiero suo, la lasciasse entrare liberamente. Egli sapeva bene che ciò non diminuiva l’originalità, come non basta a darla il non prendere niente da nessuno, ciò che è possibile soltanto agli ingegni mediocri.

I primi due epodi, Per Edoardo Corazzini e Per Giuseppe Monti e Gaetano Taglietti, composti ambedue nel 1868, parvero ed erano veramente qualche cosa di nuovo nella lirica italiana; parvero qualche cosa di nuovo, di vero, di ardente, al Carducci stesso. Gli scapigliati ne dissero mirabilia; qualche moderato li lodò moderatamente, qualche altro avrebbe voluta meno violenta la bile. Il Panzacchi chiamò il primo epodo uno dei più insigni monumenti della poesia moderna, soggiungendo che si lasciava di lunghissimo intervallo a dietro tutta la effeminata poesia contemporanea; il Mamiani trovò la parola giusta; disse che col primo epodo il Carducci “avea cominciato un genere nuovo, ch’era presso alla vera musa del secolo decimono, che certe cose Orazio non le avrebbe dette meglio”; e notò alcuni difetti di stile e qualcosa che sentiva il fare gonfio e scapigliato di Victor Hugo; di che il Carducci allora gli diede ragione. Ma a quelli che volevano meno violenta la bile rispose:

Or dite a Giovenal che si dibatte

Sotto la Dea, ch’egli lo spasmo in riso

Muti e in gliconio l’esametro ansante;

E quando avventa i suoi folgori Dante

Su da l’Inferno e giù dal Paradiso,

Addolciteli voi nel caff’e latte.

E seguitò peggio di prima. Così fu veramente ciò che il Mamiani avea intraveduto, il poeta del tempo suo.

Il progresso ch’era nell’ode Per Aspromonte rispetto alle poesie giovanili, è nei Giambi ed epodi rispetto all’ode, progresso che va crescendo dai primi ai successivi, i quali si avvicinano sempre più alla perfezione, che può dirsi raggiunta dagli ultimi. In questi il poeta, liberatosi affatto dalla preoccupazione della forma, si abbandona interamente alla ispirazione. I grandi classici, seguitando a studiarli, gli hanno insegnato che la espressione bisogna chiederla a sé, non agli altri; diciamo meglio, ch’essa deve scaturire dalla mente insieme col concetto, con la immagine; che lo studio della espressione non può e non deve essere altro che lo sforzo per riconoscere e determinare esattamente nelle parole il concetto e la immagine, determinarli con la maggiore semplicità. Esempi di questa semplicità ce ne sono anche nei due primi Epodi, e sono le parti di essi più belle; gli ultimi sono quasi tutti e in tutto un esempio di efficace semplicità, e mostrano che l’autore aveva ormai raggiunto la piena maturità dell’ingegno, e possedeva intera la padronanza dell’arte sua. La personalità dello scrittore, che balenava, fre le reminiscenze classiche, nelle poesie giovanili, che avea cominciato a dimostrarsi più largamente, sebbene con qualche incertezza, nel secondo libro dei Levia gravia, si era nei Giambi ed epodi affermata piena ed intera. Ed, oltre che negli Epodi, nelle rime composte in quei medesimi anni, e stampate per la prima volta insieme ai secondi Epodi nel 1873 in Imola dal Galeati sotto il titolo di Nuove poesie.

VI.

Due anni innanzi il Barbèra avea pubblicato un volume di Poesie di Giosuè Carducci, dove pur erano Aspromonte, il Carnevale, Satana e quasi tutti gli Epodi del primo libro. Eccettuata la Romagna, dove quelle poesie erano, si può dire, cresciute nutrendosi della simpatia che ivi godeva il poeta, il volume nel rimanente d’Italia passò quasi inosservato. Anche ai più intelligenti, che pur riconoscevano l’ingegno dell’autore, la poesia di lui era antipatica; gli è che seccava ai moderati (e chi non era allora moderato, specie in Toscana?) quel sentirsi spiattellare in versi la verità nuda e cruda. ‒ I versi non erano stati trovati per nascondere, o almeno inorpellare, la verità? ‒ Avrebbero mandato volentieri al diavolo il poeta importuno, anzi in cuor loro, si può giurare, ce lo mandavano: ma l’andarci toccava a lui, e lui, pare, non ne avea voglia: e tanto è vero il proverbio “chi dura vince”, che le Nuove poesie si affermarono e furono discusse; e, dalla discussione, nonostante le molte amenità della critica moderata-manzoniana, risultò che quel volumetto di poco più di cento pagine conteneva quanto di meglio in fatto di lirica avea prodotto l’Italia di questa seconda metà di secolo.

Le poesie: A certi censori, A un heiniano, Canto dell’ Italia che va in Campidoglio, Idillio maremmano, Classicismo e romanticismo, Versaglia, Su’ campi di Marengo, Colloqui con gli alberi. Il bove e le Primavere elleniche erano altrettanti piccoli capolavori che rivelavano una potenza ed agilità di sentimento e di fantasia veramente meravigliose. Non s’era mai veduta in così piccolo spazio di pagine tanta varietà d’argomenti, tanto vigore e tanta delicatezza d’immagini e di espressioni, tanta ricchezza e vaghezza di colori, e di suoni. E, a differenza di certa poesia che parla soltanto agli orecchi, ciascuno di quei brevi componimenti faceva sentire e pensare.

Alle Nuove poesie successero, in tre periodi (1877, 1882, 1889), le Odi barbare, che furono poi raccolte in un volume, e ordinate in due libri, nel 1893.

Non è il caso di accennare qui alle lunghe e non inutili discussioni che suscitarono, né alle prime opposizioni di una critica ignorante, le quali a poco a poco dovettero, vergognando, cedere il luogo alla generale ammirazione. Pareva che con le Nuove poesie il poeta avesse toccato il sommo dell’arte sua, che la sua musa avesse detto l’ultima parola; e le prime Odi barbare mostrarono che le facoltà poetiche di lui erano ancora capaci di nuove e più mirabili concezioni. Ma dopo le prime, ciascuna delle quali è un quadro pieno di vita, di sentimento, di pensiero, disegnato con grande semplicità di linee e forte sobrietà di colorito, dopo le odi Alla stazione, Alle fonti del Clitumno, Dinanzi alle terme di Caracalla, chi avrebbe creduto che il poeta potesse levarsi ancora più in alto? Ed eccoti nelle seconde la Morte di Eugenio Napoleone, che ti fa dimenticare tutte le precedenti, e nella quale non sai se più ammirare la terribile grandiosità del disegno (sono quattordici strofe nel girar delle quali si svolge tutta un’epopea tragica) o la perfetta semplicità della forma. Alle seconde odi barbare seguono le terze, nelle quali sono Miramar, Presso l’urna di P. B. Shelley, e Scoglio di Quarto.

Dopo il 1870 le opere del Carducci, così di poesia come di prosa, sono una ascensione, della quale i titoli di ciascun componimento segnano i gradi.

Alle poesie già accennate sono da aggiungere l’Intermezzo, i sonetti Ça ira, il Congedo, e le ultimissime (Rime e ritmi), fra le quali primeggiano Piemonte, Alla città di Ferrara, Esequie della guida, La chiesa di Polenta. In tutti questi componimenti l’autore, pur toccando nuove corde della sua lira, si mantiene all’altezza raggiunta con le seconde e le terze Odi barbare.

Il valore del Carducci scrittor di prosa, annunziato dai Primi saggi, apparve intero nei due volumi pubblicati in Livorno dal Vigo (Scritti letterari, 1874; Bozzetti critici e discorsi letterari, 1876), i quali per questo rispetto fanno esatto riscontro al volume delle Nuove poesie. E gli Scritti letterari dimostrarono insieme il valore dell’insegnante.

Pochi, io credo, ebbero dell’ufficio di insegnante e di scrittore un alto concetto, com’ebbe il Carducci; alto nel senso del dovere; e nessuno portò nell’esercizio della letteratura idee di rettitudine e di moralità più rigide e scrupolose di lui. Perciò fu inesorabile coi ciarlatani e con gl’impostori. L’insegnante e lo scrittore, diceva, hanno il dovere di conoscere perfettamente la materia della quale vogliono parlare o scrivere. Il letterato è un lavoratore come un altro, come un muratore, come un legnaiuolo, come un artigiano qualunque. Se un artigiano cerca d’ingannare l’altrui buonafede con un lavoro scadente, è tenuto per uomo disonesto e perde ogni credito. Perché non sarà tenuto egualmente disonesto un professore che pretende insegnare ciò che non sa, uno scrittore che, fidando sull’ignoranza dei lettori, vende per sua un’abilità e una dottrina che non gli appartengono? E si sdegnava che gli editori, anche onesti, pretendessero per ragioni esterne pagare meno del giusto il lavoro letterario onestamente fatto. “Sono”, diceva, “le solite stupide idee italiane; che il lavoro letterario non sia lavoro: sia contemplazione, visione, gingilleria ideale; e lo scrittore non un operaio, ma un missionario, un prete, un tribuno, o un giocattolo, o il diavolo che si porti l’arcadia, la letteratura civile e la civiltà italiana”.

Con queste idee per il capo, non gli pareva di saperne mai abbastanza sopra gli argomenti che voleva trattare in iscuola: il prepararsi alle lezioni fu sempre per lui un affar grave, che considerò come il primo suo dovere. Anche oggi, dopo quasi cinquant’anni ch’egli studia la letteratura italiana, non sale la cattedra senza prima essersi preparato.

Qualcuno potrebbe credere che nel tempo dei Giambi ed epodi, distratto dagli avvenimenti politici, avesse rallentato il lavoro per la scuola e gli studi d’erudizione che doveano esserne il substrato. Al contrario. A me che nel 1865 lo consigliavo di scrivere altre poesie d’argomento sociale sul genere del Carnevale, rispondeva: “Da un pezzo in qua io non respiro più che critica ed erudizione letteraria: sono un fossile anche più che un arnese da biblioteca. Non mi sento capace d’altro”. Ciò non era vero, perché appunto in quei giorni aveva fatto due discorsi, uno a Bologna, l’altro a Faenza, sulla pena di morte, senza nessuna preparazione scritta; e perché specie in quelli anni non aveva mai intralasciato le letture, che faceva ordinatissime, di cose moderne, per avere un concetto fermo del movimento intellettuale e politico.

Dal 1864, dopo la pubblicazione del Poliziano, al 1870, i suoi studi e lavori d’erudizione crebbero di mole e d’intensità. Seguitò gli studi su Dante e sul Petrarca, aggiungendovi il Boccaccio; finì nel 1865 lo scritto su le rime di Dante; preparò materiali per una nuova edizione della Vita nuova, che andava commentando all’Università, e scriveva il commento e le lezioni; mise insieme, con lungo e paziente lavoro di riscontri e raffronti sulle antiche stampe e su i codici, una raccolta di Cantilene e canzoni a ballo; lavorò ad una raccolta di Canti carnascialeschi e ad una edizione delle Caccie del secolo XIV, e pubblicò alcuni nuovi volumetti della biblioteca diamante del Barbèra. Ma il lavoro che in quelli anni lo occupò più d’ogni altro, fu il commento del Petrarca, al quale, come già accennai, attendeva fino dal 1860; lavoro da tedesco, com’egli stesso lo chiamò. “Vieni”, mi scriveva nell’agosto del 1868, “e vedrai il commento balena, che al fine m’ingoierà tutto vivo”. Ne pubblicò un saggio pei tipi del Vigo, nel 1876: lo ha compiuto e pubblicato quest’anno, in collaborazione con Severino Ferrari, nella biblioteca scolastica del Sansoni.

Primo frutto dei suoi studi sui grandi trecentisti furono, oltre le lezioni, gli Studi letterari editi dal Vigo, nei quali videro la luce per la prima volta i cinque discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale, che assegnarono all’autore il primo posto fra gli scrittori di critica storica della letteratura italiana. Altre più vive e brillanti qualità di lui prosatore apparvero nel volume dei Bozzetti critici, ove, per tacer d’altro, erano gli scritti sul secondo centenario del Muratori, su certi giudizi intorno al Manzoni, e Critica ed arte.

VII.

Fino dagli ultimi del 1871, dopo il Canto dell’Italia che va in Campidoglio, il Carducci avea fatto proposito di non scriver più Giambi ed epodi.

“Ora”, diceva, “voglio da vero farla finita con cotesta poesia, se non vengono cagioni esterne; voglio tornare all’arte pura, che di per sé stessa è più morale d’ogni altra”. Le cagioni esterne non mancarono, ed egli scrisse ancora, oltre due sonetti, altre quattro poesie di quel genere, ultima delle quali A proposito del processo Fadda, nel 1879. Però le Primavere elleniche, alcune delle Nuove rime e il Canto dell’amore mostrarono che il poeta era sulla via di mantenere il proposito fatto, e le Odi barbare che lo mantenne realmente. A ciò contribuirono, si capisce, i casi della vita, gli avvenimenti pubblici, e gli stessi studi.

Ma naturam expellas furca, tamen usque recurret. Il Carducci, nato battagliero, poteva in mezzo al tumulto e al rumore della vita rimanersi quieto e tranquillo? Dite alle onde del mare che si mettano calme quando sopra di esse infuriano i venti. È vero ch’egli talvolta fantasticava di andare a chiudersi in un convento, o in un castello sperduto negli Apennini; ma erano e rimanevano fantasie. Egli sapeva e sentiva che il suo destino era di combattente.

E su ’l ginocchio, come

Il gladiator tirreno,

Poggiato, io, fra le chiome

E nel riarso seno

La fresc’aura sentendo.

Morirò combattendo.

Cessando di battagliare coi giambi, cominciò a battagliare con la prosa. “Risolleviamoci”, mi scriveva nel luglio 1874, “nella divina arte, sola cosa bella, alta, nobile, consolatrice che rimanga a questi anni della vita inclinante. Non confondiamoci coi meschini e coi tristi: amiamo e adoriamo i grandi e i buoni: qualche cosa di alto è pur nell’uomo. A proposito: stimi e ammiri tu a bastanza l’ Ermanno e Dorotea di Goethe? Sai ch’è una cosa divina?”. Fino dal 1868 avea ripreso di gran lena lo studio della lingua e letteratura tedesca, cominciato un po’ alla stracca nel 1862; e si sentiva vivamente attratto dalla grande poesia dello Schiller e del Goethe, specialmente del Goethe, ch’ebbe non poca influenza nel richiamarlo al culto dell’arte pura; ma anche lesse e studiò gli altri poeti e prosatori tedeschi; e fu investito in pieno anche lui da un raggio dell’umorismo heiniano. Perciò, mentre attendeva alle Odi barbare, sfogava di tratto in tratto le sue malinconie e le sue bizze nell’Intermezzo, e combatteva le sue grandi battaglie nel grande campo della prosa italiana, che non aveva segreti per lui.

Le critiche all’Inno a Satana, alle Nuove poesie, alle prime Odi barbare, al Ça ira, certi giudizi sul Manzoni e su Tibullo, le accuse alle sue opinioni politiche, furono i venti che via via si levarono ad agitare lo spirito del poeta, distogliendolo dalla serena contemplazione de’ grandi fantasmi, dalla meditazione degli alti misteri della vita, nei quali la sua mente si compiaceva.

La letturatura italiana non manca, anzi abbonda, di polemiche violente, le quali non cantano davvero la bontà e gentilezza dei nostri letterati. Dopo l’animale politico, che io definisco un malfattore senza scrupoli vestito da galantuomo, il letterato è il più tristo accozzatore di parole da farne arma per piantare, intinta nel veleno della calunnia, dietro la schiena dell’avversario. Ma l’animale politico, capace di questo e d’altro, vuole atterrare il suo nemico, o l’amico d’ieri, e rubargli il portafoglio: il letterato vuol semplicemente dimostrare che l’asino non è lui, ma quell’altro; e spesso e volentieri riesce al contrario. Non è dunque un’asinità anche la sua ferocia?

Un tale stampò una volta che il Carducci le sue migliori poesie le scriveva la mattina ubriaco. I pochi che conoscono le abitudini di vita del poeta, sanno ch’egli attende appunto ai suoi lavori di composizione originale la mattina, da quando si leva fino alle tre, e al levarsi prende una tazza di caffè nero, e a colazione mangia pochissimo e non beve vino. Ma non c’era bisogno di saper ciò per giudicare che le poesie del Carducci non sono il prodotto di un’ubriacatura: bastava saperle leggere e capire.

Certo nemmeno le polemiche del Carducci non sono all’acqua di rose: ma si leggono con gran piacere e lasciano l’animo soddisfatto, per una, per due, per più ragioni. Prima, perché la polemica non è mai solamente personale; lo scrittore, pigliando le mosse dalla sua persona, combatte per l’ arte, per la verità, per la moralità. Seconda, perché, anche dove è più violento, serba quasi sempre la calma dell’uomo superiore, che ha per sé la forza e sembra aver per sé la ragione. Terza, perché ti fa l’effetto di un atleta alle prese con dei nanerottoli, i quali si precipitano furiosi contro di lui, ed egli senza scomporsi li prende a uno a uno gentilmente con due dita, li colloca sul palmo della mano sinistra, li mostra al pubblico, fa far loro due pirolette, e poi con un biscottino li scaraventa lontano a fare una gran filza di capriole sulla polvere. Quarta, quinta, sesta, perch’egli è un forte e geniale scrittore di prosa, che sa tutte le malizie dell’arte, che, sia per le cose che dice, sia pel modo come le dice, eccita sempre vivo interesse, e se talvolta si lascia prender la mano dal linguaggio figurato e carica un poco le tinte, riesce tuttavia a tener desta l’attenzione del lettore, e magari lo affatica, ma non lo annoia.

Nel 1874. dopo la celebrità venuta all’autore dalle Nuove poesie, le sue lezioni all’Università cominciarono ad essere più largamente frequentate, tanto che dovette essergli assegnata l’aula più vasta. Il numero degli scolari veri era naturalmente ingrossato dai dilettanti, ciò che spesso metteva il Carducci di cattivo umore. Per inaugurazione al corso di quell’anno lesse il discorso Del rinnovamento letterario in Italia, ch’ebbe un successo entusiastico; e da quell’anno cominciò a fare più larga parte nei suoi corsi alla letteratura moderna. Le lezioni sul Parini, sul Monti, sul Foscolo, sul Manzoni si alternavano a quelle di letteratura antica e provenzale, ed erano naturalmente le più frequentate e ammirate.

Nel 1887 fu istituita a Roma la cattedra dantesca, e fu offerta al Carducci. Tutta Bologna si commosse per timore di perdere l’illustre uomo, che oramai considerava come gloria sua. Per oltre un quarto di secolo egli aveva fatto lezione in quell’Ateneo; aveva di là mandato alle scuole del regno una valorosa turba di giovani professori a rinnovarvi l’insegnamento della letteratura italiana; aveva dalle officine dello Zanichelli lanciato nel mondo i suoi volumi di poesie e di prose: e dopo ciò poteva egli abbandonare la città che lo aveva nutrito e onorato, che lo aveva fatto ciò che era? Municipio e provincia si unirono a scongiurare il pericolo; e il Carducci, ch’era veramente affezionato a Bologna, e che anche per altre ragioni stava titubante dall’accettare la cattedra dantesca, disse risolutamente di no, e soltanto consentì di venire l’anno di poi a tenere una conferenza su Dante all’Università di Roma.

In quell’anno stesso Bologna nelle elezioni comunali dava al Carducci il maggior numero di voti, ed egli presiede come funzionante da sindaco le prime adunanze del Consiglio. Dopo le varie e ripetute edizioni che delle prose e poesie del nostro autore fecero nel corso di circa trent’anni, il Barbèra, il Calcati, il Sommaruga, lo Zanichelli ed altri, l’autore stesso cominciò a pubblicare nel 1889, pei tipi Zanichelli, la raccolta delle sue opere complete. Ne mandò fuori in quell’anno tre volumi;

I. Discorsi letterari e storici;

II. Primi saggi;

III. Bozzetti e scherme.

A questi tennero dietro;

nel 1890 il IV volume, Confessioni e battaglie;

dal 1891 al ’94 due volumi di scritti minori (vol. V e VII), Ceneri e faville, due volumi di poesie,

VI Juvenilia e levia gravia,

IX Giambi ed epodi e rime nuove, e un volume (VIII) di Studi letterari; finalmente nel 1898, il vol. X, Studi, saggi e discorsi.

Alla raccolta, per essere compiuta, mancano ancora le Odi barbare, le ultime poesie Rime e ritmi, e parecchi scritti di prosa, da formare non meno di quattro o cinque volumi[2]. Auguriamo all’Italia che l’autore possa presto condurre a termine l’importante pubblicazione.

VIII.

Con questo augurio io dovrei lasciare in pace il poeta, il critico, il professore, e congedarmi dai miei cortesi lettori; ma un dubbio mi punge; che qualche maligno (anche fra i lettori cortesi ce ne può essere) possa sospettare: ‒ Gua’, l’amico, per cavarsi d’impaccio, ha saltato a piè pari il passo scabroso. ‒ Soffermiamoci dunque al passo scabroso.

L’autore dei Giambi ed epodi, il professore sospeso nel 1868 per mazziniano, il candidato alla deputazione di Lugo che nel 1876 dichiarava al suoi elettori: “io sono repubblicano”, scrisse nel 1878 l’ode Alla regina d’Italia, è oggi senatore del regno, e potrebbe domani essere ministro della monarchia. ‒ Già.

Alcuni de’ suoi ammiratori hanno scritto molte pagine per illustrare le sue poesie politiche e spiegare la così detta evoluzione del poeta: io non ho mai sentito il bisogno di altre spiegazioni dopo quelle date da lui stesso. Anzi nemmeno di quelle sentivo, a dir vero, il bisogno. Solamente gli spiriti gretti possono sentirsi offesi dalle apparenti contradizioni politiche della vita dello scrittore: chi ha seguito quella vita in tutte le sue fasi, e l’ha considerata attentamente in relazione con gli avvenimenti contemporanei, come non si meraviglia che il democratico monarchico del 1860 fosse nel 1867 divenuto repubblicano, neppure si meraviglia che il repubblicano del 1876 paresse dopo il 1878 riavvicinarsi alla monarchia.

Il Carducci, pure essendo una forte e mirabile tempra di pensatore e d’erudito, è sopra tutto poeta, poeta nel senso più alto della parola. Il motto del suo cuore è Odi profanum vulgus et arceo. Ammiratore delle virtù repubblicane nel tempo antico, ammiratore della rivoluzione francese nell’età moderna, democratico per sentimento e per principii, egli ha tutte le aristocrazie dell’uomo veramente superiore, l’aristocrazia dell’ingegno, della virtù, dell’eroismo, della bellezza, dell’arte, cioè un’attrazione istintiva verso tutte le cose e le azioni belle, grandi, forti, generose, e un abborrimento egualmente istintivo di tutte le loro contrarie, un odio feroce di ogni ingiustizia, di ogni oppressione, di ogni falsità, di ogni volgarità: la falsità e la volgarità sopra tutto lo rivoltano, siano pure poste in alto, anzi quanto più sono in alto. Se talvolta, uomo come gli altri, potè errare, fu effetto di momentanea debolezza non di animo mutato. Un alto e fiero sentimento umano gli dettò il Carnevale, la Consulta araldica e Versaglia; un sentimento alto e gentile, egualmente umano, gl’ispirò l’ode Alla regina d’Italia e il Piemonte. La ragione stessa che gli fece amare l’idea repubblicana nel Mazzini e nel Garibaldi, gli fece non amarla in certi loro seguaci. Il suo riavvicinarsi, se s’ha a chiamare così, alla monarchia, fu conseguenza delle mutazioni avvenute fuori di lui.

Dopo l’avvento della Sinistra al potere, e le riforme democratiche, cominciò ad assottigliarsi, e poi a poco a poco a sparire, quella pleiade di valorosi che rappresentavano in Italia l’eroismo e la poesia dell’idea repubblicana. Era morto fino dal 1872 il Mazzini: il Cairoli e il Crispi erano diventati ministri della monarchia; scomparvero dalla scena del mondo il Garibaldi, il Cattaneo, il Mario, il Saffi, il Bertani; e nessuno successe a riempire i vuoti lasciati da loro. La poesia della repubblica si era, ahimè, rifugiata nelle tombe. L’entusiasmo popolare onde erano stati accolti nel 1878 i Reali a Bologna aveva persuaso al Carducci che l’ideale del popolo italiano era per allora la monarchia; ed egli cercò e trovò le ragioni di ciò nella Storia. Ad un vecchio signore che in quella occasione domandava nel negozio Zanichelli: ‒ Ebbene, dove sono i repubblicani in Italia? ‒ il Carducci rispose: ‒ Ecco, io son uno. ‒ Ma se quel signore avesse insistito: ‒ Scusi, lei due anni or sono disse agli elettori di Lugo che il Governo repubblicano lo aspettava dai voti della maggioranza, e sperava non s’avesse a dir col poeta,

Qual di te lungo qui aspettar s’è fatto?

Crede anche oggi che l’avvenimento di quel Governo non sia molto lontano? ‒ Se quel signore, dico, avesse insistito, probabilmente il Carducci avrebbe risposto: ‒ Io sono e resto repubblicano, ma veramente oggi come oggi non credo molto vicino l’avvenimento della repubblica: benché Parlamento e Governo facciano il meglio che possono per disamorare il popolo da quelle che chiamano le istituzioni. ‒

Ammetto che il Carducci con l’ode Alla Regina volle mostrare “come uno può essere cavaliere senza aver mai a’ suoi giorni portato una croce”, e come l’essere repubblicano non dispensa un poeta dall’essere cortese verso una signora perché cotesta signora è la Regina; ma è pur vero che l’ode rispecchia fedelmente i fantasmi che la visione della regal donna suscitò nella mente del poeta repubblicano; ed è pur vero che l’idea repubblicana del poeta, quando non trovò, per le ragioni dette di sopra, più corrispondenza nel mondo esteriore, cominciò a restringersi tutta in sé stessa, e più non parve di fuori.

Chiedere ad un poeta che in politica sia rigido come un teorema di Euclide, che non si lasci modificare dagli avvenimenti che si svolgono intorno a lui, è semplicemente assurdo, quando il poeta appunto perché poeta è più sensibile d’ogni altro a tutte le mutazioni dell’ambiente. Ciò che importa è che i sentimenti del poeta, da qualunque parte lo investa l’ispirazione, siano sempre nobili ed alti. E la poesia del Carducci, o canti Vittorio Emanuele o Mazzini; o la Croce di Savoia o la rivoluzione di Sicilia; o maledica l’assassino di Monti e Tognetti, o glorifichi il vinto di Aspromonte; o condanni il fosco figlio d’Ortensia, o scorga a Dio l’anima di Carlo Alberto; è sempre altamente morale e patriotica. L’accostarsi ad essa solleva lo spirito, lo ritempra, gli dà la fiducia del bene. Per questo ho detto che il Carducci è poeta nel senso più alto della parola. Io non so se possa darsi poesia vera senza un contenuto morale: non credo; ad ogni modo non auguro siffatta poesia alla mia patria, la quale, avendo già avuto un’Arcadia, non ha bisogno di averne un’altra peggiore.

Certo, a volgersi intorno e porgere gli orecchi e gli occhi a ciò che si agita e ribolle alla superficie di questa nostra vita italiana; a seguire le varie manifestazioni di essa nel Parlamento, nei giornali, nelle società eleganti, nei clubs, nel teatro; a vedere quali persone vi primeggiano, e con quali mezzi, quali opere vi sono ammirate, pregiate, lodate; certo non mancano ragioni, e gravi, di sgomento. Anzi, chi si fermi alla prima apparenza, verrebbe fatto di domandarsi: ‒ Ma dunque non c’è più nessuno in Italia che ami l’Italia? Ma dunque l’audacia, la sfacciataggine, la ciarlataneria, l’intrigo, la falsità, la viltà sono le sole virtù degli Italiani?

Ebbene, no; non dobbiamo disperare della patria: ciò, che si agita e ribolle alla superficie è soltanto la schiuma; e sotto la schiuma negli strati più umili della società c’è ancora un avanzo di popolo sano, che lavora e ama e crede; ama il bene, e crede che di là dal bene, così in politica, come in arte, come in tutto, non c’è altro che il male.

Note

________________________

[1] Il Leopardi scrive nei Pensieri, IV, 215: “Il P. Dan. Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua è tutto a risalti e rilievi.”

[2] Due sono già sotto i torchi, un volume di Studi pariniani, d’imminente pubblicazione, e un volume di scritti minori, che l’editore spera di mandar fuori entro l’anno.

Indice Biblioteca Progrtto Carducci

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2010