Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

XXI.

Allor il signor Ottaviano, - Contra la opinione vostra, messer Metro, - disse, - voglio solamente addurre una ragione; la quale è che dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l'una è il regno; l'altra il governo dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati; l'altra l'amministrazione populare; e la transgressione e vicio contrario, per dir cosí, dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e corrumpendosi, è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta in quello di pochi potenti e non boni, e quando l'amministrazion populare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre boni il regno sia l'ottimo, perché è contrario al pessimo; ché, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancor tra sé contrari. Ora, circa quello che avete detto della libertà, rispondo che la vera libertà non si deve dire che sia il vivere come l'omo vole, ma il vivere secondo le bone leggi; né meno naturale ed utile e necessario è l'obedire, che si sia il commandare; ed alcune cose sono nate, e cosí distinte ed ordinate da natura al commandare, come alcune altre all'obedire. Vero è che sono due modi di signoreggiare: l'uno imperioso e violento, come quello dei patroni ai schiavi, e di questo commanda l'anima al corpo; l'altro piú mite e placido, come quello dei boni príncipi per via delle leggi ai cittadini, e di questo commanda la ragione allo appetito; e l'uno e l'altro di questi due modi è utile, perché il corpo è nato da natura atto ad obedire all'anima, e cosí l'appetito alla ragione. Sono ancora molti omini, l'operazion de' quali versano solamente circa l'uso del corpo; e questi tali tanto son differenti dai virtuosi, quanto l'anima dal corpo e pur, per essere animali razionali, tanto participano della ragione, quanto che solamente la conoscono, ma non la posseggono né fruiscono. Questi adunque sono naturalmente servi e meglio è ad essi e piú utile l'obedire che 'l commandare -.

XXII.

Disse allor il signor Gaspar: - Ai discreti e virtuosi e che non sono da natura servi, di che modo si ha adunque a commandare? - Rispose il signor Ottaviano: - Di quel placido commandamento regio e civile; ed a tali è ben fatto dar talor l'amministrazione di que' magistrati di che sono capaci, acciò che possano essi ancora commandare e governare i men savi di sé, di modo però che 'l principal governo dependa tutto dal supremo principe. E perché avete detto che piú facil cosa è che la mente d'un solo si corrompa che quella di molti, dico che è ancora piú facil cosa trovar un bono e savio che molti; e bono e savio si deve estimare che possa esser un re di nobil stirpe, inclinato alle virtú dal suo natural instinto e dalla famosa memoria dei suoi antecessori ed instituito di boni costumi; e se non sarà d'un'altra specie piú che umana, come voi avete detto di quello delle api, essendo aiutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte del cortegiano, formato da questi signori tanto prudente e bono, sarà giustissimo, continentissimo, temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalità, magnificenzia, religione e clemenzia; in somma sarà gloriosissimo e carissimo agli omini ed a Dio, per la cui grazia acquisterà quella virtú eroica, che lo farà eccedere i termini della umanità e dir si potrà piú presto semideo che uoni mortale; perché Dio si diletta ed è protettor di que' príncipi che vogliono imitarlo non col mostrare gran potenzia e farsi adorare dagli omini, ma di quelli che oltre alla potenzia per la quale possono, si sforzano di farsigli simili ancora con la bontà e sapienzia, per la quale vogliano e sappiano far bene ed esser suoi ministri, distribuendo a salute dei mortali i beni e i doni che essi da lui riceveno. Però, cosí come nel cielo il sole e la luna e le altre stelle mostrano al mondo, quasi come in specchio, una certa similitudine di Dio, cosí in terra molto piú simile imagine di Dio son que' bon príncipi che l'amano e reveriscono, e mostrano ai populi la splendida luce della sua giustizia, accompagnata da una ombra di quella ragione ed intelletto divino; e Dio con questi tali participa della onestà, equità, giustizia e bontà sua, e di quegli altri felici beni ch'io nominar non so, li quali rappresentano al mondo molto piú chiaro testimonio di divinità che la luce del sole, o il continuo volger del cielo col vario corso delle stelle.

XXIII.

Son adunque li populi da Dio commessi sotto la custodia de' príncipi, li quali per questo debbono averne diligente cura, per rendergline ragione come boni vicari al suo signore, ed amargli ed estimar lor proprio ogni bene e male che gli intervenga, e procurar sopra ogni altra cosa la felicità loro. Però deve il principe non solamente esser bono, ma ancora far boni gli altri; come quel squadro che adoprano gli architetti, che non solamente in sé è dritto e giusto, ma ancor indrizza e fa giuste tutte le cose a che viene accostato. E grandissimo argumento è che 'l principe sia bono quando i populi son boni perché la vita del principe è legge e maestra dei cittadini, e forza è che dai costumi di quello dipendan tutti gli altri; né si conviene a chi è ignorante insegnare, né a chi è inordinato ordinare, né a chi cade rilevare altrui. Però se 'l principe ha da far ben questi offici, bisogna ch'egli ponga ogni studio e diligenzia per sapere; poi formi dentro a se stesso ed osservi immutabilmente in ogni cosa la legge della ragione, non scritta in carte o in metallo, ma sculpita nell'animo suo proprio; acciò che gli sia sempre non che familiare ma intrinsica, e con esso viva come parte di lui; perché giorno e notte in ogni loco e tempo lo ammonisca e gli parli dentro al core, levandogli quelle perturbazioni che sentono gli animi intemperati li quali per esser oppressi da un canto quasi dal profundissimo sonno della ignoranzia, e dall'altro dal travaglio che riceveno dei loro perversi e ciechi desidèri, sono agitati da furore inquieto, come talor chi dorme da strane ed orribili visioni.

XXIV.

Aggiungendosi poi maggior potenzia al mal volere, se v'aggiunge ancora maggior molestia; e quando il principe po ciò che vole, allor è gran pericolo che non voglia quello che non deve. Però ben disse Biante che i magistrati dimostrano quali sian gli omini; ché come i vasi mentre son vòti, benché abbiano qualche fissura, mal si possono conoscere, ma se liquore dentro vi si mette, súbito mostrano da qual banda sia il vicio; cosí gli animi corrotti e guasti rare volte scoprono i loro diffetti, se non quando s'empiono d'autorità; perché allor non bastano per supportare il grave peso della potenzia, e perciò s'abbandonano e versano da ogni canto le cupidità, la superbia, la iracundia, la insolenzia e quei costumi tirannici che hanno dentro; onde senza risguardo persegueno i boni e i savi ed esaltano i mali, né comportano che nelle città siano amicizie, compagnie, né intelligenzie fra i cittadini, ma nutriscono gli esploratori, accusatori, omicidiali, acciò che spaventino e facciano divenir gli omini pusillanimi e spargano discordie per tenergli disgiunti e debili; e da questi modi procedeno poi infiniti danni e ruine ai miseri populi, e spesso crudel morte o almen timor continuo ai medesimi tiranni; perché i boni príncipi temono non per sé, ma per quelli a' quali comandano, e li tiranni temeno quelli medesimi a' quali commandano; però, quanto a maggior numero di gente commandano e son piú potenti, tanto piú temono ed hanno piú nemici. Come credete voi che si spaventasse e stesse con l'animo sospeso quel Clearco, tiranno di Ponto, ogni volta che andava nella piazza o nel teatro, o a qualche convito o altro loco publico, ché, come si scrive, dormiva chiuso in una cassa? o vero quell'altro Aristodemo Argivo, il qual a se stesso del letto avea fatta quasi una prigione, che nel palazzo suo tenea una piccola stanza sospesa in aria ed alta tanto che con scala andar vi bisognava, e quivi con una sua femina dormiva, la madre della quale la notte ne levava la scala, la mattina ve la rimetteva? Contraria vita in tutto a questa deve adunque esser quella del bon principe, libera e sicura, e tanto cara ai cittadini quanto la lor propria, ed ordinata di modo che participi della attiva e della contemplativa, quanto si conviene per beneficio dei populi -.

XXV.

Allor il signor Gaspar, - E qual, - disse, - di queste due vite, signor Ottaviano, parvi che piú s'appartenga al principe? - Rispose il signor Ottaviano ridendo: - Voi forse pensate ch'io mi persuada esser quello eccellente cortegiano che deve saper tante cose e servirsene a quel bon fine ch'io ho detto; ma ricordatevi che questi signori l'hanno formato con molte condicioni che non sono in me: però procuriamo prima di trovarlo, ché io a lui mi rimetto e di questo e di tutte l'altre cose che s'appartengono a bon principe -. Allor il signor Gaspar, - Penso, - disse, - che se delle condicioni attribuite al cortegiano alcune a voi mancano, sia piú presto la musica e 'l danzar e l'altre di poca importanzia, che quelle che appertengono alla instituzione del principe ed a questo fine della cortegiania -. Rispose il signor Ottaviano: - Non sono di poca importanzia tutte quelle che giovano al guadagnar la grazia del principe, il che è necessario, come avemo detto, prima che 'l cortegiano se avventuri a volergli insegnar la virtú; la quale stimo avervi mostrato che imparar si po e che tanto giova, quanto nòce la ignoranzia, dalla quale nascono tutti i peccati, e massimamente quella falsa persuasion che l'uom piglia di se stesso; però parmi d'aver detto a bastanza e forse piú che io non aveva promesso -. Allora la signora Duchessa, - Noi saremo, - disse, tanto piú tenuti alla cortesia vostra, quanto la satisfazione avanzerà la promessa; però non v'incresca dir quello che vi pare sopra la dimanda del signor Gaspar; e per vostra fé diteci ancora tutto quello che voi insegnareste al vostro principe, se egli avesse bisogno d'ammaestramenti, e presupponetevi d'avervi acquistato compitamente la grazia sua, tanto che vi sia licito dirgli liberamente ciò che vi viene in animo -.

XXVI.

Rise il signor Ottaviano e disse: - S'io avessi la grazia di qualche principe ch'io conosco e gli dicessi liberamente il parer mio, dubito che presto la perderei; oltra che per insegnarli bisogneria ch'io prima imparassi. Pur, poiché a voi piace ch'io risponda ancora circa questo al signor Gaspar, dico che a me pare che i príncipi debbano attendere all'una e l'altra delle due vite, ma piú però alla contemplativa, perché questa in essi è divisa in due parti: delle quali l'una consiste nel conoscer bene e giudicare; l'altra nel commandare drittamente e con quei modi che si convengono, e cose ragionevoli, e quelle di che hanno autorità, e commandarle a chi ragionevolmente ha da obedire, e nei lochi e tempi appartenenti; e di questo parlava il duca Federico quando diceva che chi sa commandare è sempre obedito; e 'l commandar è sempre il principal officio de' príncipi, li quali debbono però ancor spesso veder con gli occhi ed esser presenti alle esecuzioni, e secondo i tempi e i bisogni ancora talor operar essi stessi; e tutto questo pur participa della azione; ma il fine della vita attiva deve esser la contemplativa, come della guerra la pace, il riposo delle fatiche.

XXVII.

Però è ancor officio del bon principe instituire talmente i populi suoi, e con tai leggi ed ordini, che possano vivere nell'ccio e nella pace senza periculo e con dignità e godere laudevolmente questo fine delle sue azioni che deve esser la quiete; perché sonosi trovate spesso molte republiche e príncipi, li quali nella guerra sempre sono stati fiorentissimi e grandi, e súbito che hanno aúta la pace sono iti in ruina e hanno perduto la grandezza e 'l splendore, come il ferro non esercitato. E questo non per altro è intervenuto, che per non aver bona instituzion di vivere nella pace, né saper fruire il bene dell'ocio; e lo star sempre in guerra, senza cercar di pervenire al fine della pace, non è licito, benché estimano alcuni príncipi il loro intento dover esser principalmente il dominare ai suoi vicini, e però nutriscono i populi in una bellicosa ferità di rapine, d'omicidi e tai cose e lor dànno premi per provocarla e la chiamano virtú. Onde fu già costume fra i Sciti che chi non avesse morto un suo nemico non potesse bere nei conviti solenni alla tazza che si portava intorno alli compagni. In altri lochi s'usava indrizzare intorno il sepulcro tanti obelisci, quanti nemici avea morti quello che era sepulto; e tutte queste cose ed altre simili si faceano per far gli omini bellicosi, solamente per dominare alli altri; il che era quasi impossibile, per esser impresa infinita, insino a tanto che non s'avesse subiugato tutto 'l mondo; e poco ragionevole, secondo la legge della natura, la qual non vole che negli altri a noi piaccia quello che in noi stessi ci dispiace. Però debbono i príncipi far i populi bellicosi non per cupidità di dominare, ma per poter diffendere se stessi e li medesimi populi da chi volesse ridurgli in servitú, o ver fargli ingiuria in parte alcuna; o vero per discacciar i tiranni e governar bene quei populi che fossero mal trattati, o vero per ridurre in servitú quelli che fossero tali da natura, che meritassero esser fatti servi, con intenzione di governargli bene e dar loro l'ocio e 'l riposo e la pace; ed a questo fine ancora deveno essere indrizzate le leggi e tutti gli ordini della giustizia, col punir i mali, non per odio, ma perché non siano mali ed acciò che non impediscano la tranquillità dei boni; perché in vero è cosa enorme e degna di biasimo, nella guerra, che in sé è mala, mostrarsi gli omini valorosi e savi; e nella pace e quete, che è bona, mostrarsi ignoranti e tanto da poco, che non sappiano godere il bene. Come adunque nella guerra debbono intender i populi nelle virtú utili e necessarie per conseguirne il fine, che è la pace, cosí nella pace, per conseguirne ancor il suo fine, che è la tranquillità, debbono intendere nelle oneste, le quali sono il fine delle utili; ed in tal modo li sudditi saranno boni, e 'l principe arà molto piú da laudare e premiare che da castigare; e 'l dominio per li sudditi e per lo principe sarà felicissimo, non imperioso, come di patrone al servo, ma dolce e placido, come di bon padre a bon figliolo -.

XXVIII.

Allor il signor Gaspar, - Volentieri, - disse, - saprei quali sono queste virtú utili e necessarie nella guerra; e quali le oneste nella pace -. Rispose il signor Ottaviano: - Tutte son bone e giovevoli, perché tendono a bon fine; pur nella guerra precipuamente val quella vera fortezza, che fa l'animo esento dalle passioni, talmente che non solo non teme li pericoli, ma pur non li cura; medesimamente la constanzia e quella pazienzia tollerante, con l'animo saldo ed imperturbato a tutte le percosse di fortuna. Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtú che tendono all'onesto, come la giustizia, la continenzia, la temperanzia; ma molto piú nella pace e nell'ocio, perché spesso gli omini posti nella prosperità e nell'ocio, quando la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperati e lassansi corrumpere dai piaceri; però quelli che sono in tale stato hanno grandissimo bisogno di queste virtú, perché l'ccio troppo facilmente induce mali costumi negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbio che ai servi non si debbe dar ocio; e credesi che le piramide d'Egitto fossero fatte per tenere i populi in esercizio, perché ad ognuno lo essere assueto a tollerar fatiche è utilissimo. Sono ancor molte altre virtú tutte giovevoli, ma basti per or l'aver detto insin qui; ché s'io sapessi insegnar al mio principe ed instituirlo di tale e cosí virtuosa educazione come avemo disegnata, facendolo, senza piú mi crederei assai bene aver conseguito il fine del bon cortegiano -.

XXIX.

Allor il signor Gaspar, - Signor Ottaviano, - disse, - perché molto avete laudato la bona educazione e mostrato quasi di credere che questa sia principal causa di far l'omo virtuoso e bono, vorrei sapere se quella instituzione che ha da far il cortegiano nel suo principe deve esser cominciata dalla consuetudine e quasi dai costumi cottidiani, li quali, senza che esso se ne avvegga, lo assuefacciano al ben fare, o se pur se gli deve dar principio col mostrargli con ragione la qualità del bene e del male e con fargli conoscere prima che si metta in camino qual sia la bona via e da seguitare, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell'animo si deve prima introdurre e fondar le virtú con la ragione ed intelligenzia, o vero con la consuetudine -. Disse il signor Ottaviano: - Voi mi mettete in troppo lungo ragionamento; pur, acciò che non vi paia ch'io manchi per non voler rispondere alle dimande vostre, dico che secondo che l'anima e 'l corpo in noi sono due cose, cosí ancora l'anima è divisa in due parti, delle quali l'una ha in sé la ragione, l'altra l'appetito. Come adunque nella generazione il corpo precede l'anima, cosí la parte irrazionale dell'anima precede la razionale; il che si comprende chiaramente nei fanciulli, ne' quali quasi súbito che son nati si vedeno l'ira e la concupiscenzia, ma poi con spacio di tempo appare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpo che dell'anima, poi prima dell'appefito che della ragione; ma la cura del corpo per rispetto dell'anima, e dell'appetito per rispetto della ragione; ché secondo che la virtú intellettiva si fa perfetta con la dottrina, cosí la morale si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con la consuetudine, la qual po governare gli appetiti non ancora capaci di ragione e con quel bon uso indrizzargli al bene; poi stabilirli con la intelligenzia, la quale, benché piú tardi mostri il suo lume, pur dà modo di fruir piú perfettamente le virtú a chi ha bene instituito l'animo dai costumi, nei quali, al parer mio, consiste il tutto -.

XXX.

Disse il signor Gaspar: - Prima che passiate piú avanti vorrei saper che cura si deve aver del corpo, perché avete detto che prima devemo averla di quello, che dell'anima. - Dimandatene, - rispose il signor Ottaviano ridendo, - a questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che 'l mio, come vedete, non è troppo ben curato. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del tempo conveniente del maritarsi, acciò che i figlioli non fossero troppo vicini né troppo lontani alla età paterna; degli esercizi e della educazione súbito che sono nati e nel resto della età, per fargli ben disposti, prosperosi e gagliardi -. Rispose il signor Gaspar: - Quello che piú piaceria alle donne per far i figlioli ben disposti e belli, secondo me, saria quella comunità che d'esse vol Platone nella sua Republica e di quel modo -. Allor la signora Emilia ridendo, Non è ne' patti, - disse, - che ritorniate a dir mal delle donne. - Io, - rispose il signor Gaspar, - mi presumo dar lor gran laude, dicendo che desidrano che si introduca un costume approvato da un tanto omo -. Disse ridendo messer Cesare Gonzaga: - Veggiamo se tra li documenti del signor Ottaviano, che non so se per ancora gli abbia detti tutti, questo potesse aver loco e se ben fosse che 'l principe ne facesse una legge. - Quelli pochi ch'io ho detti, - rispose il signor Ottaviano, - forse porian bastare per far un principe bono, come possono esser quelli che si usano oggidí; benché chi volesse veder la cosa piú minutamente, averia ancora molto piú che dire -. Suggiunse la signora Duchessa: - Poiché non ci costa altro che parole, dichiarateci per vostra fé tutto quello che v'occorreria in animo da insegnare al vostro principe -.

XXXI.

Rispose il signor Ottaviano: - Molte altre cose, Signora, gli insegnarei, pur ch'io le sapessi; e tra l'altre, che dei suoi sudditi eleggesse un numero di gentilomini e dei piú nobili e savi, con i quali consultasse ogni cosa e loro desse autorità e libera licenzia, che del tutto senza risguardo dir gli potessero il parer loro; e con essi tenesse tal manera, che tutti s'accorgessero che d'ogni cosa saper volesse la verità ed avesse in odio ogni bugia; ed oltre a questo consiglio de' nobili, ricordarei che fossero eletti tra 'l populo altri di minor grado, dei quali si facesse un consiglio populare, che communicasse col consiglio de' nobili le occorrenzie della città appertinenti al publico ed al privato; ed in tal modo si facesse del principe, come di capo, e dei nobili e dei populari, come de' membri, un corpo solo unito insieme, il governo del quale nascesse principalmente dal principe, nientedimeno participasse ancora degli altri; e cosí aría questo stato forma dei tre governi boni, che è il regno, gli ottimati e 'l populo.

XXXII.

Appresso gli mostrarei che delle cure che al principe s'appartengono la piú importante è quella della giustizia; per la conservazion della quale si debbono eleggere nei magistrati i savi e gli approvati' omini, la prudenzia de' quali sia vera prudenzia accompagnata dalla bontà, perché altrimenti non è prudenzia ma astuzia; e quando questa bontà manca, sempre l'arte e suttilità dei causidici non è altro che ruina e calamità delle leggi e dei iudici, e la colpa d'ogni loro errore si ha da dare a chi gli ha posti in officio. Direi come dalla giustizia ancora depende quella pietà verso Idio, che è debita a tutti, e massimamente ai príncipi, li quali debbon amarlo sopra ogn'altra cosa ed a lui come al vero fine indrizzar tutte le sue azioni; e, come dicea Senofonte, onorarlo ed amarlo sempre, ma molto piú quando sono in prosperità, per aver poi piú ragionevolmente confidenzia di dimandargli grazia quando sono in qualche avversità; perché impossibile è governar bene né se stesso né altrui senza aiuto di Dio, il quale ai boni alcuna volta manda la seconda fortuna per ministra sua, che gli rilievi da' gravi pericoli; talor la avversa, per non gli lassar addormentare nelle prosperità tanto che si scordino di lui, o della prudenzia umana, la quale corregge spesso la mala fortuna, come bon giocatore i tratti mali de' dadi col menar ben le tavole. Non lassarei ancora di ricordare al principe che fosse veramente religioso, non superstizioso, né dato alle vanità d'incanti e vaticini; perché, aggiungendo alla prudenzia umana la pietà divina e la vera religione, avrebbe ancor la bona fortuna e Dio protettore, il qual sempre gli accrescerebbe prosperità in pace ed in guerra.

XXXIII.

Appresso li direi come dovesse amar la patria e i populi suoi, tenendogli non in troppo servitú, per non si far loro odioso; dalla qual cosa nascono le sedizioni, le congiure e mille altri mali; né meno in troppo libertà, per non esser vilipeso; da che procede la vita licenziosa e dissoluta dei populi, le rapine, i furti, gli omicidii, senza timor alcuno delle leggi; spesso la ruina ed esizio totale delle città e dei regni. Appresso, come dovesse amare i propinqui di grado in grado, servando tra tutti in certe cose una pare equalità, come nella giustizia e nella libertà; ed in alcune altre una ragionevole inequalità, come nell'esser liberale, nel remunerare, nel distribuir gli onori e dignità secondo la inequalità dei meriti, li quali sempre debbono non avanzare, ma esser avanzati dalle remunerazioni; e che in tal modo sarebbe non ché amato ma quasi adorato dai sudditi; né bisogneria che esso per custodia della vita sua si commettesse a forestieri, ché i suoi per utilità di se stessi con la propria la custodiriano, ed ognun voluntieri obediria alle leggi, quando vedessero che esso medesimo obedisse e fosse quasi custode ed esecutore incorruttibile di quelle; ed in tal modo, circa questo, darebbe cosí ferma impression di sé, che se ben talor occorresse contrafarle in qualche cosa, ognun conosceria che si facesse a bon fine e 'l medesimo rispetto e riverenzia s'aría al voler suo, che alle proprie leggi; e cosí sarian gli animi dei cittadini talmente temperati, che i boni non cercariano aver piú del bisogno e i mali non poriano; perché molte volte le eccessive ricchezze son causa di gran ruina; come nella povera Italia, la quale è stata e tuttavia è preda esposta a genti strane, sí per lo mal governo, come per le molte ricchezze di che è piena. Però ben saria che la maggior parte dei cittadini fossero né molto ricchi né molto poveri, perché i troppo ricchi spesso divengon superbi e temerari; i poveri, vili e fraudolenti; ma li mediocri non fanno insidie agli altri e vivono securi di non essere insidiati; ed essendo questi mediocri maggior numero, sono ancora piú potenti; e però né i poveri né i ricchi possono conspirar contro il principe, o vero contra gli altri, né far sedizioni; onde per schifar questo male è saluberrima cosa mantenere universalmente la mediocrità.

XXXIV.

Direi adunque che usar dovesse questi e molti altri rimedi opportuni, perché nella mente dei sudditi non nascesse desiderio di cose nove e di mutazione di stato; il che per il piú delle volte fanno, o per guadagno, o veramente per onore che sperano, o per danno, o veramente per vergogna che temano; e questi movimenti negli animi loro son generati talor dall'odio e sdegno che gli dispera, per le ingiurie e contumelie che son lor fatte per avarizia, superbia e crudeltà o libidine dei superiori; talor dal vilipendio che vi nasce per la negligenzia e viltà e dapocagine de' príncipi; ed a questi dui errori devesi occorrere con l'acquistar dai populi l'amore e l'autorità; il che si fa col beneficare ed onorare i boni e rimediare prudentemente, e talor con severità, che i mali e sediciosi non diventino potenti; la qual cosa è piú facile da vietar prima che siano divenuti, che levar loro le forze poi che le hanno acquistate; e direi che per vietar che i populi non incorrano in questi errori, non è miglior via che guardargli dalle male consuetudini, e massimamente da quelle che si mettono in uso a poco a poco; perché sono pestilenzie secrete, che corrompono le città prima che altri non che rimediare, ma pur accorger se ne possa. Con tai modi ricorderei che 'l principe procurasse di conservare i suoi sudditi in stato tranquillo e dar loro i beni dell'animo e del corpo e della fortuna; ma quelli del corpo e della fortuna per poter esercitar quelli dell'animo, i quali quanto son maggiori e piú eccessivi, tanto son piú utili; il che non interviene di quelli del corpo né della fortuna. Se adunque i sudditi fossero boni e valorosi e ben indrizzati al fin della felicità, saria quel principe grandissimo signore; perché quello è vero e gran dominio, sotto 'l quale i sudditi son boni e ben governati e ben comandati -.

XXXV.

Allor il signor Gaspar, - Penso io, - disse, - che piccol signor saria quello sotto 'l quale tutti i sudditi fossero boni, perché in ogni loco son pochi li boni -. Rispose il signor Ottaviano: - Se una qualche Circe mutasse in fiere tutti i sudditi del re di Francia, non vi parrebbe che piccol signor fosse, se ben signoreggiasse tante migliaia d'animali? e per contrario, se gli armenti che vanno pascendo solamente su per questi nostri monti divenissero omini savi e valorosi cavalieri, non estimareste voi che quei pastori che gli governassero e da essi fossero obediti, fossero de' pastori divenuti gran signori? Vedete adunque che non la moltitudine dei sudditi, ma il valor fa grandi li príncipi -.

XXXVI.

Erano stati per bon spacio attentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la signora Emilia e tutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d'aver dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesare Gonzaga: - Veramente, signor Ottaviano, non si po dire che i documenti vostri non sian boni ed utili; nientedimeno io crederei, che se voi formaste con quelli il vostro principe, piú presto meritareste nome di bon maestro di scola che di bon cortegiano, ed esso piú presto di bon governatore che di gran principe. Non dico già che cura dei signori non debba essere che i populi siano ben retti con giustizia e bone consuetudini; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere boni ministri per esequir queste tai cose e che 'l vero officio loro sia poi molto maggiore. Però s'io mi sentissi esser quell'eccellente cortegiano che hanno formato questi signori ed aver la grazia del mio principe, certo è ch'io non lo indurrei mai a cosa alcuna viciosa; ma, per conseguir quel bon fine che voi dite ed io confermo dover esser il frutto delle fatiche ed azioni del cortegiano, cercherei d'imprimergli nell'animo una certa grandezza, con quel splendor regale e con una prontezza d'animo e valore invitto nell'arme, che lo facesse amare e reverir da ognuno di tal sorte, che per questo principalmente fusse famoso e chiaro al mondo. Direi ancor che compagnar dovesse con la grandezza una domestica mansuetudine, con quella umanità dolce ed amabile e bona maniera d'accarezzare e i sudditi e i stranieri discretamente, piú e meno, secondo i meriti, servando però sempre la maestà conveniente al grado suo, che non gli lassasse in parte alcuna diminuire l'autorità per troppo bassezza, né meno gli concitasse odio per troppo austera severità; dovesse essere liberalissimo e splendido e donar ad ognuno senza riservo, perché Dio, come si dice, è tesauriero dei príncipi liberali; far conviti magnifici, feste, giochi, spettacoli publici; aver gran numero di cavalli eccellenti, per utilità nella guerra e per diletto nella pace; falconi, cani e tutte l'altre cose che s'appartengono ai piaceri de' gran signori e dei populi; come a' nostri dí avemo veduto fare il signor Francesco Gonzaga marchese di Mantua, il quale a queste cose par piú presto re d'Italia che signor d'una città. Cercherei ancor d'indurlo a far magni edifici, e per onor vivendo e per dar di sé memoria ai posteri; come fece il duca Federico in questo nobil palazzo, ed or fa papa Iulio nel tempio di san Pietro, e quella strada che va da Palazzo al diporto di Belvedere e molti altri edifici, come faceano ancora gli antichi Romani; di che si vedeno tante reliquie a Roma, a Napoli, a Pozzolo, a Baie, a Cività Vecchia, a Porto ed ancor fuor d'Italia, e tanti altri lochi che son gran testimonio del valor di quegli animi divini. Cosí ancor fece Alessandro Magno, il qual, non contento della fama che per aver domato il mondo con l'arme avea meritamente acquistata, edificò Alessandria in Egitto, in India Bucefalia ed altre città in altri paesi; e pensò di ridurre in forma d'omo il monte Athos, e nella man sinistra edificargli una amplissima città e nella destra una gran coppa, nella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quello derivano e di quindi traboccassero nel mare: pensier veramente grande e degno d'Alessandro Magno! Queste cose estimo io, signor Ottaviano, che si convengano ad un nobile e vero principe e lo facciano nella pace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avvertire a tante minuzie e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare e vincer quei che meritano esser dominati, o per far utilità ai sudditi, o per levare il governo a quelli che governan male; ché se i Romani, Alessandro, Annibale e gli altri avessero avuto questi risguardi, non sarebbon stati nel colmo di quella gloria che furono

XXXVII.

Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: - Quelli che non ebbero questi risguardi, arebbono fatto meglio avendogli, benché, se considerate, trovarete che molti gli ebbero, e massimamente que' primi antichi, come Teseo ed Ercule: né crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione, che tiranni crudeli ed impii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra questi magnanimi eroi; e però per aver liberato il mondo da cosí intollerabili mostri (ché altramente non si debbon nominare i tiranni), ad Ercule furon fatti i tempii e i sacrifici e dati gli onori divini; perché il beneficio di estirpare i tiranni è tanto giovevole al mondo, che chi lo fa merita molto maggior premio, che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo instituite di tanti boni costumi quelle barbare genti che superò, che di fiere gli fece omini? edificò tante belle città in paesi mal abitati, introducendovi il viver morale; e quasi congiungendo l'Asia e l'Europa col vinculo dell'amicizia e delle sante leggi, di modo che piú felici furno i vinti da lui, che gli altri; perché ad alcuni mostrò i matrimoni, ad altri l'agricoltura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere, ma il nutrir i padri già vecchi, ad altri lo astenersi dal congiungersi con le madri e mille altre cose che si porian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie.

XXXVIII.

Ma lassando gli antichi, qual piú nobile e gloriosa impresa e piú giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltasser le forze loro a subiugare gli infideli? non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verità cristiana tante migliaia di omini, fosse per giovare cosí ai vinti come ai vincitori? E veramente, come già Temistocle' essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e ricchissimi doni, ai suoi disse: "Amici, ruinati eravamo noi, se non ruinavamo"; cosí bene poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perché nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicità adunque spero che ancor vedremo, se da Dio ne fia conceduto il viver tanto, che alla corona di Francia pervenga Monsignore d'Angolem, il quale tanta speranza mostra di sé, quanta mo quarta sera disse il signor Magnifico; ed a quella d'Inghilterra il signor don Enrico, principe di Vuaglia, che or cresce sotto il magno padre in ogni sorte di virtú, come tenero rampollo sotto l'ombra d'arbore eccellente e carico di frutti, per rinovarlo molto piú bello e piú fecundo quando fia tempo; ché, come di là scrive il nostro Castiglione e piú largamente promette di dire al suo ritorno, pare che la natura in questo signore abbia voluto far prova di se stessa, collocando in un corpo solo tante eccellenzie, quante basteriano per adornarne infiniti -. Disse allora messer Bernardo Bibiena: - Grandissima speranza ancor di sé promette don Carlo, principe di Spagna, il quale, non essendo ancor giunto al decimo anno della sua età, dimostra già tanto ingegno e cosí certi indici di bontà, di prudenzia, di modestia, di magnanimità e d'ogni virtú, che se l'imperio di Cristianità sarà, come s'estima, nelle sue mani, creder si po che debba oscurare il nome di molti imperatori antichi ed agguagliarsi di fama ai piú famosi che mai siano stati al mondo.

XXXIX.

Suggiunse il signor Ottaviano: - Credo adunque che tali e cosí divini príncipi siano da Dio mandati in terra e da lui fatti simili della età giovenile, della potenzia dell'arme, del stato, della bellezza e disposizion del corpo, affin che siano ancor a questo bon voler concordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi, sia solamente in voler ciascuno esser il primo e piú fervente ed animato a cosí gloriosa impresa. Ma lassiamo questo ragionamento e torniamo al nostro. Dico adunque, messer Cesare, che le cose che voi volete che faccia il principe son grandissime e degne di molta laude; ma dovete intendere, che se esso non sa quello ch'io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l'animo di quel modo ed indrizzato al camino della virtú, difficilmente saprà esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualità di quelle che se gli aspettano; né per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni; ché sí come quegli che edificano non son tutti boni architetti, cosí quegli che donano non son tutti liberali; perché la virtú non nòce mai ad alcuno e molti sono che robbano per donare e cosí son liberali della robba d'altri; alcuni dànno a cui non debbono e lassano in calamità e miseria quegli a' quali sono obligati; altri dànno con una certa mala grazia e quasi dispetto, tal che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimonii e quasi fanno bandire le sue liberalità; altri pazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si po usar piú.

XL.

Però in questo, come nell'altre cose, bisogna sapere e governarsi con quella prudenzia, che è necessaria compagna a tutte le virtú; le quali, per esser mediocrità, sono vicine alli cui estremi, che sono vicii; onde chi non sa facilmente incorre in essi; perché cosí come è difficile nel circulo trovare il punto del centro, che è il mezzo, cosí è difficile trovare il punto della virtú posta nel mezzo delli cui estremi, viciosi l'uno per lo troppo, l'altro per lo poco, ed a questi siamo or all'uno or all'altro inclinati; e ciò si conosce per lo piacere e per lo dispiacere che in noi si sente; ché per l'uno facciamo quello che non devemo, per l'altro lasciamo di far quello che deveremmo; benché il piacere è molto piú pericoloso, perché facilmente il giudicio nostro da quello si lascia corrompere. Ma perché il conoscere quanto sia l'uom lontano dal centro della virtú è cosa difficile, devemo ritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quello estremo al quale ne conoscemo esser inclinati, come fan quelli che indrizzano i legni distorti; ché in tal modo s'accostaremo alla virtú, la quale, come ho detto, consiste in quel punto della mediocrità; onde interviene che noi per molti modi erriamo e per un solo facciamo l'officio e debito nostro; cosí come gli arcieri, che per una via sola dànno nella brocca e per molte fallano il segno. Però spesso un principe, per voler esser umano ed affabile, fa infinite cose fuor del decoro e si avvilisce tanto che è disprezzato; alcun altro, per servar quella maestà grave con autorità conveniente, diviene austero ed intollerabile; alcun, per esser tenuto eloquente, entra in mille strane maniere e lunghi circuiti di parole affettate, ascoltando se stesso, tanto che gli altri per fastidio ascoltar non lo possono.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008