Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

I.

Pensando io di scrivere i ragionamenti che la quarta sera dopo le narrate nei precedenti libri s'ebbero, sento tra varii discorsi uno amaro pensiero che nell'animo mi percuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevole mi fa; e come spesso la fortuna a mezzo il corso, talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor li summerga prima che pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoria che non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono privò morte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilomini, quando di prospera età e speranza d'onore piú fiorivano. E di questi il primo fu il signor Gaspar Pallavicino, il quale, essendo stato da una acuta infirmità combattuto e piú che una volta ridutto all'estremo, benché l'animo fosse di tanto vigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispetto di morte, pur in età molto immatura forní il suo natural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra ed agli amici e parenti suoi, ma alla patria ed a tutta la Lombardia. Non molto appresso morí messer Cesare Gonzaga il quale a tutti coloro che aveano di lui notizia lasciò acerba e dolorosa memoria della sua morte; perché, producendo la natura cosí rare volte, come fa, tali omini, pareva pur conveniente che di questo cosí tosto non ci privasse; ché certo dir si po che messer Cesare ci fosse a punto ritolto quando cominciava a mostrar di sé piú che la speranza, ed esser estimato quanto meritavano le sue ottime qualità; perché già con molte virtuose fatiche avea fatto bon testimonio del suo valore, il quale risplendeva, oltre alla nobilità del sangue, dell'ornamento ancora delle lettere e d'arme e d'ogni laudabil costume; tal che, per la bontà, per l'ingegno, per l'animo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui aspettar non si potesse. Non passò molto che messer Roberto da Bari esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perché ragionevole pareva che ognun si dolesse della morte d'un giovane di boni costumi, piacevole, e di bellezza d'aspetto e disposizion della persona rarissimo, in complession tanto prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse.

II.

Questi adunque se vivuti fossero, penso che sariano giunti a grado, che ariano ad ognuno che conosciuti gli avesse potuto dimostrar chiaro argumento, quanto la corte d'Urbino fosse degna di laude e come di nobili cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati si sono; ché veramente del caval troiano non uscirono tanti signori e capitani, quanti di questa casa usciti sono omini per virtú singulari e da ognuno sommamente pregiati. Ché, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo di Salerno; il conte Ludovico, vescovo di Baious; il signor Ottaviano, duce di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo, secretario di papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Ruvere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d'Urbino; benché molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito cosí raro ed eccellente signore in ogni qualità di virtú, come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d'Urbino; né credo che di ciò piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha cosí lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri e produca i medesimi effetti; e però sperar si po che ancor la bona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma piú presto di giorno in giorno per accrescersi; e già se ne conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l'esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com'è la signora Eleonora Gonzaga, Duchessa nova; ché se mai furono in un corpo solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, manere accorte, umanità ed ogni altro gentil costume, in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati esempi di virtú dalla corte presente d'Urbino, cosí come or noi facciamo dalla passata.

III.

Parve adunque, secondo che 'l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che 'l seguente giorno, dopo i ragionamenti contenuti nel precedente libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto; per che molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse. Però, essendo all'ora consueta ridottasi la compagnia alla signora Duchessa, bisognò con diligenzia far cercar il signor Ottaviano, il quale non comparse per bon spacio; di modo che molti cavalieri e damigelle della corte cominciarono a danzare ed attendere ad altri piaceri, con opinion che per quella sera piú non s'avesse a ragionar del cortegiano. E già tutti erano occupati chi in una cosa chi in un'altra, quando il signor Ottaviano giunse quasi piú non aspettato; e vedendo che messer Cesare Gonzaga e 'l signor Gaspar danzavano, avendo fatto riverenzia verso la signora Duchessa, disse ridendo: - Io aspettava pur d'udir ancor questa sera il signor Gaspar dir qualche mal delle donne; ma vedendolo danzar con una, penso ch'egli abbia fatto la pace con tutte; e piacemi che la lite o, per dir meglio, il ragionamento del cortegiano sia terminato cosí. - Terminato non è già, - rispose la signora Duchessa; - perch'io non son cosí nemica degli omini, come voi siete delle donne; e perciò non voglio che 'l cortegiano sia defraudato del suo debito onore, e di quelli ornamenti che voi , stesso iersera gli prometteste; - e cosí parlando ordinò che tutti, finita quella danza, si mettessero a sedere al modo usato: il che fu fatto; e stando ognuno con molta attenzione, disse il signor Ottaviano: - Signora, poiché l'aver io desiderato molt'altre bone qualità nel cortegiano si batteggia per promessa ch'io le abbia a dire, son contento parlarne, non già con opinion di dir tutto quello che dir vi si poria, ma solamente tanto che basti per levar dell'animo vostro quello che ierisera opposto mi fu, cioè ch'io abbia cosí detto piú tosto per detraere alle laudi della donna di palazzo, con far credere falsamente che altre eccellenzie si possano attribuire al cortegiano, e con tal arte fargliele superiore, che perché cosí sia; però, per accommodarmi ancor all'ora, che è piú tarda che non sòle quando si dà principio al ragionare, sarò breve.

IV.

Cosí, continuando il ragionamento di questi signori, il quale in tutto approvo e confermo, dico che delle cose che noi chiamiamo bone sono alcune che simplicemente e per se stesse sempre son bone, come la temperanzia, la fortezza, la sanità e tutte le virtú che partoriscono tranquillità agli animi; altre, che per diversi rispetti e per lo fine al quale s'indrizzano son bone, come le leggi, la liberalità, le ricchezze ed altre simili. Estimo io adunque che 'l cortegiano perfetto, di quel modo che descritto l'hanno il conte Ludovico e messer Federico, possa esser veramente bona cosa e degna di laude; non però simplicemente né per sé, ma per rispetto del fine al quale po essere indrizzato; ché in vero se con l'esser nobile, aggraziato e piacevole ed esperto in tanti esercizi il cortegiano non producesse altro frutto che l'esser tale per se stesso, non estimarei che per conseguir questa perfezion di cortegiania dovesse l'omo ragionevolmente mettervi tanto studio e fatica, quanto è necessario a chi la vole acquistare; anzi direi che molte di quelle condicioni che se gli sono attribuite, come il danzar, festeggiar, cantar e giocare, fossero leggerezze e vanità, ed in un omo di grado piú tosto degne di biasimo che di laude; perché queste attillature, imprese, motti ed altre tai cose che appartengono ad intertenimenti di donne e d'amori, ancora che forse a molti altri paia il contrario, spesso non fanno altro che effeminar gli animi, corrumper la gioventú e ridurla a vita lascivissima; onde nascono poi questi effetti che 'l nome italiano è ridutto in obbrobrio, né si ritrovano se non pochi che osino non dirò morire, ma pur entrare in uno pericolo. E certo infinite altre cose sono le quali, mettendovisi industria e studio, partuririano molto maggior utilità e nella pace e nella guerra, che questa tal cortegiania per sé sola; ma se le operazioni del cortegiano sono indrizzate a quel bon fine che debbono e ch'io intendo, parmi ben che non solamente non siano dannose o vane, ma utilissime e degne d'infinita laude.

V.

Il fin adunque del perfetto cortegiano, del quale insino a qui non s'è parlato, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benivolenzia e l'animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verità d'ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o periculo di despiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di contradirgli, e con gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue bone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della virtú; e cosí avendo il cortegiano in sé la bontà, come gli hanno attribuita questi signori, accompagnata con la prontezza d'ingegno e piacevolezza e con la prudenzia e notizia di lettere e di tante altre cose, saprà in ogni proposito destramente far vedere al suo principe quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla giustizia, dalla liberalità, dalla magnanimità, dalla mansuetudine e dall'altre virtú che si convengono a bon principe; e, per contrario, quanta infamia e danno proceda dai vicii oppositi a queste. Però io estimo che come la musica, le feste, i giochi e l'altre condicioni piacevoli son quasi il fiore, cosí lo indurre o aiutare il suo principe al bene e spaventarlo dal male, sia il vero frutto della cortegiania. E perché la laude del ben far consiste precipuamente in due cose, delle quai l'una è lo eleggersi un fine dove tenda la intenzion nostra, che sia veramente bono, l'altra il saper ritrovar mezzi opportuni ed atti per condursi a questo bon fine desegnato, certo è che l'animo di colui, che pensa di far che 'l suo principe non sia d'alcuno ingannato, né ascolti gli adulatori, né i malèdici e bugiardi, e conosca il bene e 'l male ed all'uno porti amore, all'altro odio, tende ad ottimo fine.

VI.

Parmi ancora che le condicioni attribuite al cortegiano da questi signori possano esser bon mezzo da pervenirvi; e questo perché dei molti errori ch'oggidí veggiamo in molti dei nostri príncipi, i maggiori sono la ignoranzia e la persuasion di se stessi; e la radice di questi dui mali non è altro che la bugia; il qual vicio meritamente è odioso a Dio ed agli omini e piú nocivo ai principi che ad alcun altro; perché essi piú che d'ogni altra cosa hanno carestia di quello di che piú che d'ogni altracosa saria bisogno che avessero abundanzia, cioè di chi dica loro il vero e ricordi il bene; perché gli inimici non son stimulati dall'amore a far questi offici, anzi han piacere che vivano sceleratamente né mai si correggano; dall'altro canto, non osano calunniargli publicamente per timor d'esser castigati; degli amici poi, pochi sono che abbiano libero adito ad essi, e quelli pochi han riguardo a riprendergli dei loro errori cosí liberamente come riprendono i privati, e spesso, per guadagnar grazia e favore, non attendono ad altro che a propor cose che dilettino e dian piacere all'animo loro, ancora che siano male e disoneste; di modo che d'amici divengono adulatori e, per trarre utilità da quel stretto commercio, parlano ed oprano sempre a complacenzia e per lo piú fannosi la strada con le bugie, le quali nell'animo del principe partoriscono la ignoranzia non solamente delle cose estrinseche, ma ancor di se stesso; e questa dir si po la maggior e la piú enorme bugia di tutte l'altre, perché l'animo ignorante inganna se stesso e mentisce dentro a se medesimo.

VII.

Da questo interviene che i signori, oltre al non intendere mai il vero di cosa alcuna, inebbriati da quella licenziosa libertà che porta seco il dominio e dalla abundanzia delle delizie, sommersi nei piaceri, tanto s'ingannano e tanto hanno l'animo corrotto, veggendosi sempre obediti e quasi adorati con tanta riverenzia e laude, senza mai non che riprensione ma pur contradizione, che da questa ignoranzia passano ad una estrema persuasion di se stessi, talmente che poi non ammettono consiglio né parer d'altri; e perché credono che 'l saper regnare sia facilissima cosa e per conseguirla non bisogni altr'arte o disciplina che la sola forza, voltan l'animo e tutti i suoi pensieri a mantener quella potenzia che hanno, estimando che la vera felicità sia il poter ciò che si vole. Però alcuni hanno in odio la ragione e la giustizia, parendo loro che ella sia un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre in servitú e diminuir loro quel bene e satisfazione che hanno di regnare, se volessero servarla; e che il loro dominio non fosse perfetto né integro, se essi fossero constretti ad obedire al debito ed all'onesto, perché pensano che chi obedisce non sia veramente signore. Però andando drieto a questi princípi e lassandosi trapportar dalla persuasione di se stessi divengon superbi, e col volto imperioso e costumi austeri, con veste pompose, oro e gemme, e col non lassarsi quasi mai vedere in publico, credono acquistar autorità tra gli omini ed esser quasi tenuti dèi; e questi sono, al parer mio, come i colossi che l'anno passato fur fatti a Roma il dí della festa in piazza d'Agone, che di fori mostravano similitudine di grandi omini e cavalli triunfanti e dentro erano pieni di stoppa e di strazzi. Ma i príncipi di questa sorte sono tanto peggiori, quanto che i colossi per la loro medesima gravità ponderosa si sostengon ritti; ed essi, perché dentro sono mal contrapesati, e senza misura posti sopra basi inequali, per la propria gravità ruinano da se stessi e da un errore incorrono in infiniti; perché la ignoranzia loro accompagnata da quella falsa opinion di non poter errare, e che la potenzia che hanno proceda dal lor sapere, induce loro per ogni via, giusta o ingiusta, ad occupar stati audacemente, pur che possano.

VIII.

Ma se deliberassero di sapere e di far quello che debbono, cosí contrastariano per non regnare, come contrastano per regnare; perché conosceriano quanto enorme e perniciosa cosa sia che i sudditi, che ban da esser governati, siano piú savi che i príncipi, che hanno da governare. Eccovi che la ignoranzia della musica, del danzare, del cavalcare non nòce ad alcuno; nientedimeno, chi non è musico si vergogna né osa cantare in presenzia d'altrui, o danzar chi non sa, e chi non si tien ben a cavallo, di cavalcare; ma dal non sapere governare i populi nascon tanti mali, morti, destruzioni, incendi, ruine, che si po dir la piú mortal peste che si trovi sopra la terra; e pur alcuni príncipi ignorantissimi dei governi non si vergognano di mettersi a governar, non dirò in presenzia di quattro o di sei omini, ma al conspetto di tutto 'l mondo; perché il grado loro è posto tanto in alto, che tutti gli occhi ad essi mirano, e però non che i grandi ma i piccolissimi lor diffetti sempre sono notati; come si scrive che Cimone era calunniato che amava il vino, Scipione il sonno, Lucullo i convivii. Ma piacesse a Dio che i príncipi de questi nostri tempi accompagnassero i peccati loro con tante virtú, con quante accompagnavano quegli antichi; i quali, se ben in qualche cosa erravano, non fugivano però i ricordi e documenti di chi loro parea bastante a correggere quegli errori, anzi cercavano con ogni instanzia di componer la vita sua sotto la norma d'omini singulari; come Epaminunda di Lisia Pitagorico, Agesilao di Senofonte, Scipione di Panezio, ed infiniti altri. Ma se ad alcuni de' nostri príncipi venisse innanti un severo filosofo, o chi si sia, il qual apertamente e senza arte alcuna volesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virtú ed insegnar loro i boni costumi e qual vita debba esser quella d'un bon principe, son certo che al primo aspetto lo aborririano come un aspide, o veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima.

IX.

Dico adunque che, poiché oggidí i príncipi son tanto corrotti dalle male consuetudini e dalla ignoranzia e falsa persuasione di se stessi, e che tanto è difficile il dar loro notizia della verità ed indurgli alla virtú, e che gli omini con le bugie ed adulazioni e con cosí viciosi modi cercano d'entrar loro in grazia, il cortegiano, per mezzo di quelle gentil qualità che date gli hanno il conte Ludovico e messer Federico, po facilmente e deve procurar d'acquistarsi la benivolenzia ed adescar tanto l'animo del suo principe, che si faccia adito libero e sicuro di parlargli d'ogni cosa senza esser molesto; e se egli sarà tale come s'è detto, con poca fatica gli verrà fatto, e cosí potrà aprirgli sempre la verità di tutte le cose con destrezza; oltra di questo, a poco a poco infundergli nell'animo la bontà ed insegnarli la continenzia, la fortezza, la giustizia, la temperanzia, facendogli gustar quanta dolcezza sia coperta da quella poca amaritudine, che al primo aspetto s'offerisce a chi contrasta ai vicii; li quali sempre sono dannosi, dispiacevoli ed accompagnati dalla infamia e biasimo, cosí come le virtú sono utili, giocunde e piene di laude; ed a queste eccitarlo con l'esempio dei celebrati capitani e d'altri omini eccellenti, ai quali gli antichi usavano di far statue di bronzo e di marmo e talor d'oro; e collocarle ne' lochi publici, cosí per onor di quegli, come per lo stimulo degli altri, che per una onesta invidia avessero da sforzarsi di giungere essi ancor a quella gloria.

X.

In questo modo per la austera strada della virtú potrà condurlo, quasi adornandola di frondi ombrose e spargendola di vaghi fiori, per temperar la noia del faticoso camino a chi è di forze debile; ed or con musica, or con arme e cavalli, or con versi, or con ragionamenti d'amore e con tutti que' modi che hanno detti questi signori, tener continuamente quell'animo occupato in piacere onesto, imprimendogli però ancora sempre, come ho detto, in compagnia di queste illecebre, qualche costume virtuoso ed ingannandolo con inganno salutifero; come i cauti medici, li quali spesso, volendo dar a' fanciulli infermi e troppo delicati medicina di sapore amaro, circondano l'orificio del vaso di qualche dolce liquore. Adoperando adunque a tal effetto il cortegiano questo velo di piacere, in ogni tempo, in ogni loco ed in ogni esercizio conseguirà il suo fine, e meriterà molto maggior laude e premio che per qualsivoglia altra bona opera che far potesse al mondo; perché non è bene alcuno che cosí universalmente giovi come il bon principe, né male che cosí universalmente noccia come al mal principe; però non è ancora pena tanto atroce e crudele, che fosse bastante castigo a quei scelerati cortegiani, che dei modi gentili e piacevoli e delle bone condicioni si vagliono a mal fine, e per mezzo di quelle cercan la grazia dei loro príncipi per corrumpergli e disviarli dalla via della virtú ed indurgli al vicio; ché questi tali dir si po che non un vaso dove un solo abbia a bere, ma il fonte publico del quale usi tutto 'l populo, infettano di mortal veneno -.

XI.

Taceasi il signor Ottaviano, come se piú avanti parlar non avesse voluto; ma il signor Gasparo, - A me non par, signor Ottaviano, - disse, - che questa bontà d'animo e la continenzia e l'altre virtú, che voi volete che 'l cortegiano mostri al suo signore, imparar se possano; ma penso che agli omini che l'hanno siano date dalla natura e da Dio. E che cosí sia, vedete che non è alcun tanto scelerato e di mala sorte al mondo, né cosí intemperante ed ingiusto, che essendone dimandato confessi d'esser tale; anzi ognuno, per malvagio che sia, ha piacer d'esser tenuto giusto, continente e bono; il che non interverrebbe, se queste virtú imparar si potessero, perché non è vergogna il non saper quello in che non s'ha posto studio, ma bene par biasimo non aver quello di che da natura devemo esser ornati. Però ognuno si sforza di nascondere i deffetti naturali, cosí dell'animo come ancora del corpo; il che si vede dei ciechi, zoppi, torti ed altri stroppiati o brutti; ché, benché questi mancamenti si possano imputare alla natura, pur ad ognuno dispiace sentirgli in se stesso, perché pare che per testimonio della medesima natura l'uomo abbia quel diffetto, quasi per un sigillo e segno della sua malicia. Conferma ancor la mia opinion quella fabula che si dice d'Epimeteo, il qual seppe cosí mal distribuir le doti della natura agli omini, che gli lassò molto piú bisognosi d'ogni cosa che tutti gli altri animali; onde Prometeo rubò quella artificiosa sapienzia da Minerva e da Vulcano, per la quale gli omini trovavano il vivere; ma non aveano però la sapienzia civile di congregarsi insieme nelle città e saper vivere moralmente, per esser questa nella ròcca di Iove guardata da custodi sagacissimi, i quali tanto spaventavano Prometeo, che non osava loro accostarsi; onde Iove, avendo compassione alla miseria degli omini, i quali, non potendo star uniti per mancamento della virtú civile, erano lacerati dalle fiere, mandò Mercurio in terra a portar la giustizia e la vergogna, acciò che queste due cose ornassero le città e colligassero insieme e cittadini; e volse che a quegli fosser date non come l'altre arti, nelle quali un perito basta per molti ignoranti, come è la medicina, ma che in ciascun fossero impresse; e ordinò una legge che tutti quelli, che erano senza giustizia e vergogna, fossero, come pestiferi alle città, esterminati e morti. Eccovi adunque, signor Ottaviano, che queste virtú sono da Dio concesse agli omini e non s'imparano, ma sono naturali-.

XII.

Allor il signor Ottaviano, quasi ridendo, - Voi adunque, signor Gasparo, - disse, - volete che gli omini sian cosí infelici e di cosí perverso giudicio, che abbiano con la industria trovato arte per far mansueti gli ingegni delle fiere, orsi, lupi, leoni, e possano con quella insegnare ad un vago augeflo volar ad arbitrio dell'omo e tornar dalle selve e dalla sua natural libertà voluntariamente ai lacci ed alla servitú, e con la medesima industria non possano o non vogliano trovar arti, con le quai giovino a se stessi e con diligenzia e studio facciano l'animo suo megliore? Questo, al parer mio, sarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenzia d'avere solamente l'arte da sanare il mal dell'unghie e lo lattume dei fanciulli e lassassero la cura delle febri, della pleuresia e dell'altre infirmità gravi: il che quanto fosse for di ragione, ognun po considerare. Estimo io adunque che le virtú morali in noi non siano totalmente da natura, perché niuna cosa si po mai assuefare a quello che le è naturalmente contrario, come si vede d'un sasso, il qual se ben diecemilia volte fosse gittato all'insú, mai non s'assuefaria andarvi da sé; però se a noi le virtú fossero cosí naturali come la gravità al sasso, non ci assuefaremmo mai al vicio. Né meno sono i vicii naturali di questo modo, perché non potremmo esser mai virtuosi; e troppo iniquità e sciocchezza saria castigar gli omini di que' diffetti, che procedessero da natura senza nostra colpa; e questo error commetteriano le leggi, le quali non dànno supplicio ai malfattori per lo error passato, perché non si può far che quello, che è fatto, non sia fatto, ma hanno rispetto allo avvenire, acciò che chi ha errato non erri piú, o vero col mal esempio non dia causa ad altrui d'errare; e cosí pur estimano che le virtú imparar si possano; il che è verissimo, perché noi siamo nati atti a riceverle, e medesimamente i vicii; e però dell'uno e l'altro in noi si fa l'abito con la consuetudine, di modo che prima operiamo le virtú o i vicii, poi siam virtuosi o viciosi. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dalla natura, ché prima avemo la potenzia d'operare, poi operiamo; come è nei sensi, ché prima potemo vedere, udire, toccare, poi vedemo, udiamo e tocchiamo; benché però ancora molte di queste operazioni s'adornan con la disciplina. Onde i boni pedagoghi non solamente insegnano lettere ai fanciulli, ma ancora boni modi ed onesti nel mangiare, bere, parlare, andare con certi gesti accommodati.

XIII.

Però, come nell'altre arti, cosí ancora nelle virtú è necessario aver maestro, il qual con dottrina e boni ricordi susciti e risvegli in noi quelle virtú morali, delle quai avemo il seme incluso e sepulto nell'anima, e come bono agricultore le cultivi e loro apra la via, levandoci d'intorno le spine e 'l loglio degli appetiti, i quali spesso tanto adombrano e suffocan gli animi nostri, che fiorir non gli lassano, né produr quei felici frutti, che soli si dovriano desiderar che nascessero nei cori umani. Di questo modo adunque è natural in ciascun di noi la giustizia e la vergogna, la qual voi dite che Iove mandò in terra a tutti gli omini; ma sí come un corpo senza occhi, per robusto che sia, se si move ad un qualche termine spesso falla, cosí la radice di queste virtú potenzialmente ingenite negli animi nostri, se non è aiutata dalla disciplina, spesso si risolve in nulla; perché se si deve ridurre in atto ed all'abito suo perfetto, non si contenta, come s'è detto, della natura sola, ma ha bisogno della artificiosa consuetudine e della ragione, la quale purifichi e dilucidi quell'anima, levandole il tenebroso velo della ignoranzia, dalla qual quasi tutti gli errori degli omini procedono; ché se il bene e 'l male fossero ben conosciuti ed intesi, ognuno sempre eleggeria il bene e fuggiria il male. Però la virtú si po quasi dir una prudenzia ed un sapere eleggere il bene, e 'l vicio una imprudenzia ed ignoranzia che induce a giudicar falsamente; perché non eleggono mai gli omini il male con opinion che sia male, ma s'ingannano per una certa similitudine di bene -.

XIV.

Rispose allor il signor Gasparo: - Son però molti, i quali conoscono chiaramente che fanno male e pur lo fanno; e questo perché estimano piú il piacer presente che sentono, che 'l castigo che dubitan che gli ne abbia da venire; come i ladri, gli omicidi ed altri tali -. Disse il signor Ottaviano: - Il vero piacere è sempre bono e 'l vero dolor malo; però questi s'ingannano togliendo il piacer falso per lo vero e 'l vero dolor per lo falso; onde spesso per i falsi piaceri incorrono nei veri dispiaceri. Quell'arte adunque che insegna a discerner questa verità dal falso, pur si po imparare; e la virtú, per la quale elegemo quello che è veramente bene, non quello che falsamente esser appare, si po chiamar vera scienzia e piú giovevole alla vita umana che alcun'altra, perché leva la ignoranzia, dalla quale, come ho detto, nascono tutti i mali -.

XV.

Allora messer Pietro Bembo, - Non so, - disse, - signor Ottaviano, come consentir vi debba il signor Gasparo, che dalla ignoranzia nascano tutti i mali; e che non siano molti, i quali peccando sanno veramente che peccano, né se ingannano punto nel vero piacere, né ancor nel vero dolore; perché certo è che quei che sono incontinenti giudican con ragione e drittamente, e sanno che quello a che dalle cupidità sono stimulati contra il dovere è male, e però resistono ed oppongon la ragione all'appetito, onde ne nasce la battaglia del piacere e del dolore contra il giudicio; in ultimo la ragion, vinta dall'appetito troppo possente, s'abbandona, come nave che per un spacio di tempo si diffende dalle procelle di mare, al fin, percossa da troppo furioso impeto de' venti, spezzate l'ancore e sarte, si lassa trasportar ad arbitrio di fortuna, senza operar timone o magisterio alcuno di calamita per salvarsi. L'incontinenti adunque commetton gli errori con un certo ambiguo rimorso e quasi a lor dispetto; il che non fariano, se non sapessero che quel che fanno è male, ma senza contrasto di ragione andariano totalmente profusi drieto all'appetito ed allor non incontinenti, ma intemperati sariano; il che è molto peggio; però la incontinenzia si dice esser vicio diminuto perché ha in sé parte di ragione; e medesimamente la continenzia, virtú imperfetta, perché ha in sé parte d'affetto; perciò in questo parmi che non si possa dir che gli errori degli incontinenti procedano da ignoranzia, o che essi s'ingannino e che non pecchino, sapendo che veramente peccano -.

XVI.

Rispose il signor Ottaviano: - In vero, messer Pietro, l'argumento vostro è bono; nientedimeno, secondo me, è piú apparente che vero perché, benché gli incontinenti pecchino con quella ambiguità, e che la ragione nell'animo loro contrasti con l'appetito e lor paia che quel che è male sia male, pur non ne hanno perfetta cognizione, né lo sanno cosí intieramente come saria bisogno; però in essi di questo è piú presto una debile opinione che certa scienzia, onde consentono che la ragion sia vinta dallo affetto; ma se ne avessero vera scienzia, non è dubbio che non errariano; perché sempre quella cosa per la quale l'appetito vince la ragione è ignoranzia, né po mai la vera scienzia esser superata dallo affetto, il quale dal corpo e non dall'animo deriva; e se dalla ragione è ben retto e governato, diventa virtú, e se altrimenti diventa vicio; ma tanta forza ha la ragione, che sempre si fa obedire al senso, e con maravigliosi modi e vie penetra, pur che la ignoranzia non occupi quello che essa aver dovria; di modo che, benché i spiriti e i nervi e l'ossa non abbiano ragione in sé, pur quando nasce in noi quel movimento dell'animo, quasi che 'l pensiero sproni e scuota la briglia ai spiriti, tutte le membra s'apparecchiano, i piedi al corso, le mani a pigliare o a fare ciò che l'animo pensa; e questo ancora si conosce manifestamente in molti li quali, non sapendo, talora mangiano qualche cibo stomacoso e schifo, ma cosí ben acconcio, che al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell'animo, ma 'l corpo, accordandosi col giudicio della mente, per forza vomita quel cibo -.

XVII.

Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo, - Signor Ottaviano, - disse, - se bene ho inteso, voi avete detto che la continenzia è virtú imperfetta, perché ha in sé parte d'affetto; ed a me pare che quella virtú la quale, essendo nell'animo nostro discordia tra la ragione e l'appetito, combatte e dà la vittoria alla ragione, si debba estimar piú perfetta che quella che vince non avendo cupidità né affetto alcuno che le contrasti; perché pare che quell'animo non si astenga dal male per virtú, ma resti di farlo perché non ne abbia voluntà -. Allor il signor Ottaviano, Qual, - disse, - estimareste voi capitano di piú valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gli nemici, o quello che per virtú e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possano combattere, e cosí senza battaglia o pericolo alcuno gli vince? - Quello, - disse il Magnifico Iuliano, - che piú sicuramente vince, senza dubbio è piú da lodare, pur che questa vittoria cosí certa non proceda dalla dapocagine degl'inimici -. Rispose il signor Ottaviano: - Ben avete giudicato; e però dicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano che combatte virilmente e, benché gli nimici sian forti e potenti, pur gli vince, non però senza gran difficultà e pericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell'animo dove si ritrova non solamente sedato, ma in tutto estinto il foco della cupidità, come bon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Cosí questa virtú non sforzando l'animo, ma infundendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto equale e ben misurato, e da ogni canto composto d'una certa concordia con se stesso, che lo adorna di cosí serena tranquillità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanzia alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre e solamente secondo quella si move. Questa virtú adunque è perfettissima e conviensi massimamente ai príncipi, perché da lei ne nascono molte altre -.

XVIII.

Allora messer Cesare Gonzaga, - Non so, - disse, - quai virtú convenienti a signore possano nascere da questa temperanzia, essendo quella che leva gli affetti dell'animo, come voi dite: il che forse si converria a qualche monaco o eremita; ma non so già come ad un principe magnanimo, liberale e valente nell'arme si convenisse il non aver mai, per cosa che se gli facesse, né ira né odio né benivolenzia né sdegno né cupidità né affetto alcuno, e come senza questo aver potesse autorità tra' populi o tra' soldati -. Rispose il signor Ottaviano: - Io non ho detto che la temperanzia levi totalmente e svella degli animi umani gli affetti, né ben saria il farlo, perché negli affetti ancora sono alcune parti bone; ma quello che negli affetti è perverso e renitente allo onesto riduce ad obedire alla ragione. Però non è conveniente, per levar le perturbazioni, estirpar gli affetti in tutto; ché questo saria come se per fuggir la ebrietà si facesse un editto che niuno bevesse vino, o perché talor correndo l'omo cade, se interdicesse ad ognuno il correre. Eccovi che quelli che domano i cavalli non gli vietano il correre e saltare, ma voglion che lo facciano a tempo e ad obedienzia del cavaliero. Gli affetti adunque, modificati dalla temperanzia, sono favorevoli alla virtú, come l'ira che aiuta la fortezza, l'odio contra i scelerati aiuta la giustizia, e medesimamente l'altre virtú son aiutate dagli affetti; li quali se fossero in tutto levati, lassariano la ragione debilissima e languida, di modo che poco operar potrebbe, come governator di nave abbandonato da' venti in gran calma. Non vi maravigliate adunque, messer Cesare, s'io ho detto che dalla temperanzia nascono molte altre virtú; ché quando un animo è concorde di questa armonia, per mezzo della ragione poi facilmente riceve la vera fortezza, la quale lo fa intrepido e sicuro da ogni pericolo e quasi sopra le passioni umane; non meno la giustizia, vergine incorrotta, amica della modestia e del bene, regina di tutte l'altre virtú, perché insegna a far quello che si dee fare e fuggir quello che si dee fuggire; e però è perfettissima, perché per essa si fan l'opere dell'altre virtú, ed è giovevole a chi la possede e per se stesso e per gli altri; senza la quale, come si dice, Iove istesso non poria ben governare il regno suo. La magnanimità ancora succede a queste e tutte le fa maggiori; ma essa sola star non po, perché chi non ha altra virtú non po esser magnanimo. Di queste è poi guida la prudenzia, la qual consiste in un certo giudicio d'elegger bene. Ed in tal felice catena ancora sono colligate la liberalità, la magnificenzia, la cupidità d'onore, la mansuetudine, la piacevolezza, la affabilità e molte altre che or non è tempo di dire. Ma se 'l nostro cortegiano farà quello che avemo detto, tutte le ritroverà nell'animo del suo principe, ed ogni dí ne vedrà nascer tanti vaghi fiori e frutti, quanti non hanno tutti i deliciosi giardini del mondo; e tra se stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n'ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abundanzia, ma quella virtú che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la piú rara, cioè la manera e 'l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un'altra volta al mondo quella età d'oro, che si scrive esser stata quando già Saturno regnava -.

XIX.

Quivi avendo fatto il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor Gaspare: - Qual estimate voi, signor Ottaviano, piú felice dominio e piú bastante a ridur al mondo quella età d'oro di che avete fatto menzione, o 'l regno d'un cosí bon principe, o 'l governo d'una bona republica? - Rispose il signor Ottaviano: - lo preporrei sempre il regno del bon principe, perché è dominio piú secondo la natura e, se è licito comparar le cose piccole alle infinite, piú simile a quello di Dio, il qual uno e solo governa l'universo. Ma lassando questo, vedete che in ciò che si fa con arte umana, come gli eserciti, i gran navigi, gli edifici ed altre cose simili, il tutto si referisce ad un solo, che a modo suo governa; medesimamente nel corpo nostro tutte le membra s'affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Oltre di questo, par conveniente che i populi siano cosí governati da un principe, come ancora molti animali, ai quali la natura insegna questa obedienzia come cosa saluberrima. Eccovi che i cervi, le grue e molti altri uccelli, quando fanno passaggio, sempre si prepongono un principe, il qual segueno ed obediscono, e le api quasi con discorso di ragione e con tanta riverenzia osservano il loro re, con quanta i piú osservanti populi del mondo; e però tutto questo è grandissimo argumento che 'l dominio dei príncipi sia piú secondo la natura che quello delle republiche -.

XX.

Allora messer Pietro Bembo, - Ed a me par, - disse, - che essendoci la libertà data da Dio per supremo dono, non sia ragionevole che ella ci sia levata, né che un omo piú dell'altro ne sia participe; il che interviene sotto il dominio de' príncipi, li quali tengono per il piú li sudditi in strettissima servitú. Ma nelle republiche bene instituite si serva pur questa libertà; oltra che e nei giudici e nelle deliberazioni piú spesso interviene che 'l parer d'un solo sia falso, che quel di molti; perché le perturbazione, o per ira o per sdegno o per cupidità, piú facilmente entra nell'animo d'un solo che della moltitudine, la quale, quasi come una gran quantità d'acqua, meno è subietta alla corruzione che la piccola. Dico ancora che lo esempio degli animali non mi par che si confaccia; perché e li cervi e le grue e gli altri non sempre si prepongono a seguitare ed obidir un medesimo, anzi mutano e variano, dando questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser piú presto forma di republica che di regno; e questa si po chiamare vera ed equale libertà, quando quelli che talor comandano, obediscono poi ancora. L'esempio medesimamente delle api non mi par simile, perché quel loro re non è della loro medesima specie; e però chi volesse dar agli omini un veramente degno signore, bisognaria trovarlo d'un'altra specie e di piú eccellente natura che umana, se gli omini ragionevolmente l'avessero da obedire, come gli armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad un pastore, il quale è omo e d'una specie piú degna che la loro. Per queste cose estimo io, signor Ottaviano, che 'l governo della republica sia piú desiderabile che quello del re -.

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Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008