Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

LXI.

Allora la signora Emilia, - Or di questo adunque ragionate, - disse, - signor Unico -. Rispose l'Unico: - Parmi che la ragion vorrebbe che col servire e compiacer le donne s'acquistasse la lor grazia; ma quello di che esse si tengon servite e compiacciute, credo che bisogni impararlo dalle medesime donne, le quali spesso desideran cose tanto strane, che non è omo che le imaginasse, e talor esse medesime non sanno ciò che si desiderino; perciò è bene che voi, Signora, che sète donna e ragionevolmente dovete sapere quello che piace alle donne, pigliate questa fatica per far al mondo una tanta utilità -. Allor disse la signora Emilia: - Lo esser voi gratissimo universalmente alle donne è bono argumento che sappiate tutti e modi per li quali s'acquista la lor grazia; però è pur conveniente che voi l'insegnate. - Signora, - rispose l'Unico, io non saprei dar ricordo piú utile ad uno amante che 'l procurar che voi non aveste autorità con quella donna, la grazia della quale esso cercasse; perché qualche bona condicione, che pur è paruto al mondo talor che in me sia, col piú sincero amore che fosse mai, non hanno avuto tanta forza di far ch'io fussi amato, quanta voi di far che fussi odiato -.

LXII.

Rispose allor la signora Emilia: - Signor Unico, guardimi Dio pur di pensar, non che operar mai cosa perché foste odiato; ché oltre ch'io farei quello che non debbo, sarei estimata di poco giudicio, tentando lo impossibile; ma io, poiché voi mi stimulate con questo modo a parlare di quello che piace alle donne, parlerò; e se vi dispiacerà, datene la colpa a voi stesso. Estimo io adunque che chi ha da esser amato debba amare ed esser amabile e che queste due cose bastino per acquistar la grazia delle donne. Ora, per rispondere a quello di che voi m'accusate, dico che ognun sa e vede che voi siete amabilissimo; ma che amiate cosí sinceramente come dite sto io assai dubbiosa, e forse ancora gli altri; perché l'esser voi troppo amabile ha causato che siete stato amato da molte donne, ed i gran fiumi divisi in piú parti divengono piccoli rivi; cosí ancora l'amor diviso in piú che in un obietto, ha poca forza; ma questi vostri continui lamenti ed accusare in quelle donne che avete servite la ingratitudine, la qual non è verisimile, atteso tanti vostri meriti, è una certa sorte di secretezza per nasconder le grazie, i contenti e i piaceri da voi conseguiti in amore, ed assicurar quelle donne che v'amano e che vi si son date in preda, che non le publichiate; e però esse ancora si contentano che voi cosí apertamente con altre mostriate amori falsi per coprire i lor veri; onde se quelle donne, che voi ora mostrate d'amare, non son cosí facili a crederlo come vorreste, interviene perché questa vostra arte in amore comincia ad esser conosciuta, non perch'io vi faccia odiare -.

LXIII.

Allor il signor Unico, - Io, - disse, - non voglio altrimenti tentar di confutar le parole vostre, perché ormai parmi cosí fatale il non esser creduto a me la verità, come l'esser creduto a voi la bugia. - Dite pur, signor Unico, - rispose la signora Emilia, - che voi non amate cosí come vorreste che fosse creduto; ché se amaste, tutti i desidèri vostri sariano di compiacer la donna amata e voler quel medesimo che essa vole, ché questa è la legge d'amore; ma il vostro tanto dolervi di lei denota qualche inganno, come ho detto, o veramente fa testimonio che voi volete quello che essa non vole. - Anzi, disse il signor Unico, - voglio io ben quello che essa vole, che è argumento ch'io l'amo; ma dolgomi perché essa non vol quello che voglio io, che è segno che non mi ama, secondo la medesima legge che voi avete allegata -. Rispose la signora Emilia: - Quello che comincia ad amare deve ancora cominciare a compiacere ed accommodarsi totalmente alle voglie della cosa amata e con quelle governar le sue; e far che i proprii desidèri siano servi e che l'anima sua istessa sia come obediente ancella, né pensi mai ad altro che a transformarsi, se possibil fosse, in quella della cosa amata, e questo reputar per sua somma felicità; perché cosí fan quelli che amano veramente. - A punto la mia somma felicità, - disse il signor Unico, sarebbe se una voglia sola governasse la sua e la mia anima. - A voi sta di farlo, - rispose la signora Emilia.

LXIV.

Allora messer Bernardo, interrompendo, - Certo è, - disse, - che chi ama veramente, tutti i suoi pensieri, senza che d'altri gli sia mostrato, indrizza a servire e compiacere la donna amata; ma perché talor queste amorevoli servitú non son ben conosciute, credo che oltre allo amare e servire sia necessario fare ancor qualche altra dimostrazione di questo amore tanto chiara, che la donna non possa dissimular di conoscere d'essere amata; ma con tanta modestia però, che non paia che se le abbia poca riverenzia. E perciò voi, Signora, che avete cominciato a dir come l'anima dello amante dee essere obediente ancella alla amata, insegnate ancor, di grazia, questo secreto, il quale mi pare importantissimo -. Rise messer Cesare e disse: - Se lo amante è tanto modesto che abbia vergogna di dirgliene, scrivaglielo -. Suggiunse la signora Emilia: - Anzi, se è tanto discreto come conviene, prima che lo faccia intendere alla donna devesi assecurar di non offenderla -. Disse allor il signor Gasparo: - A tutte le donne piace l'esser pregate d'amore, ancor che avessero intenzione di negar quello che loro si domanda -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi v'ingannate molto; né io consigliarei il cortegiano che usasse mai questo termine, se non fusse ben certo di non aver repulsa

LXV.

- E che cosa deve egli adunque fare? - disse il signor Gasparo. Suggiunse il Magnifico: - Se pur vole scrivere o parlare, farlo con tanta modestia e cosí cautamente, che le parole prime tentino l'animo e tocchino tanto ambiguamente la Voluntà di lei, che le lassino modo ed uno certo esito di poter simulare di non conoscere, che que' ragionamenti importino amore, acciò che se trova difficultà, possa ritrarse, e mostrar d'aver parlato o scritto ad altro fine, per goder quelle domestiche carezze ed accoglienzie con sicurtà, che spesso le donne concedono a chi par loro che le pigli per amicizia; poi le negano, súbito che s'accorgono che siano ricevute per dimostrazion d'amore. Onde quelli che son troppo precipiti e si avventurano cosí prosuntuosamente con certe furie ed ostinazioni, spesso le pèrdono, e meritamente; perché ad ogni nobil donna pare sempre di essere poco estimata da chi senza rispetto la ricerca d'amore prima che l'abbia servita.

LXVI.

Però, secondo me, quella via che deve pigliar il cortegiano per far noto l'amor suo alla donna parmi che sia il mostrargliele coi modi piú presto che con le parole; ché veramente talor piú affetto d'amor si conosce in un suspiro, in un rispetto, in un timore, che in mille parole; poi far che gli occhi siano que' fidi messaggeri, che portino l'ambasciate del core; perché spesso con maggior efficacia mostran quello che dentro vi è di passione, che la lingua propria o lettere o altri messi, di modo che non solamente scoprono i pensieri, ma spesso accendono amore nel cor della persona amata; perché que' vivi spirti che escono per gli occhi, per esser generati presso al core, entrando ancor negli occhi, dove sono indrizzati come saetta al segno, naturalmente penetrano al core come a sua stanza ed ivi si confondono con quegli altri spirti e, con quella sottilissima natura di sangue che hanno seco, infettano il sangue vicino al core, dove son pervenuti, e lo riscaldano e fannolo a sé simile ed atto a ricevere la impression di quella imagine che seco hanno portata; onde a poco a poco andando e ritornando questi messaggeri la via per gli occhi al core e riportando l'esca e 'l focile di bellezza e di grazia, accendono col vento del desiderio quel foco che tanto arde e mai non finisce di consumare, perché sempre gli apportano materia di speranza per nutrirlo. Però ben dir si po che gli occhi siano guida in amore, massimamente se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara e dolce negrezza, o vero azzurri; allegri e ridenti e cosí grati e penetranti nel mirar, come alcuni, nei quali par che quelle vie che dànno esito ai spiriti siano tanto profonde, che per esse si vegga insino al core. Gli occhi adunque stanno nascosi come alla guerra soldati insidiatori in agguato; e se la forma di tutto 'l corpo è bella e ben composta, tira a sé ed alletta chi da lontan la mira, fin a tanto che s'accosti; e súbito che è vicino, gli occhi saettano ed affaturano come venefíci; e massimamente quando per dritta linea mandano i raggi suoi negli occhi della cosa amata in tempo che essi facciano il medesimo; perché i spiriti s'incontrano ed in quel dolce intoppo l'un piglia la qualità dell'altro, come si vede d'un occhio infermo, che guardando fisamente in un sano gli dà la sua infirmità; sí che a me pare che 'l nostro cortegiano possa di questo modo manifestare in gran parte l'amor alla sua donna. Vero è che gli occhi, se non son governati con arte, molte volte scoprono piú gli amorosi desidèri a cui l'om men vorria, perché fuor per essi quasi visibilmente traluceno quelle ardenti passioni, le quali volendo l'amante palesar solamente alla cosa amata, spesso palesa ancor a cui piú desiderarebbe nasconderle. Però chi non ha perduto il fren della ragione si governa cautamente ed osserva i tempi, i lochi e quando bisogna s'astien da quel cosí intento mirare, ancora che sia dolcissimo cibo; perché troppo dura cosa è un amor publico -.

LXVII.

Rispose il conte Ludovico: - Talor ancora l'essere publico non nòce perché in tal caso gli omini spesso estimano che quegli amori non tendano al fine che ogni amante desidera, vedendo che poca cura si ponga per coprirli, né si faccia caso che si sappiano o no; e però col non negar si vendica l'om una certa libertà di poter publicamente parlare e star senza suspetto con la cosa amata; il che non avviene a quelli che cercano d'esser secreti, perché pare che sperino e siano vicini a qualche gran premio, il quale non voriano che altri risapesse. Ho io ancor veduto nascere ardentissimo amore nel core d'una donna verso uno, a cui per prima non avea pur una minima affezione, solamente per intendere che opinione di molti fusse che s'amassero insieme; e la causa di questo credo io che fosse, che quel giudicio cosí universale le parea bastante testimonio per farle credere che colui fosse degno dell'amor suo, e parea quasi che la fama le portasse l'ambasciate per parte dell'amante molto piú vere e piú degne d'esser credute, che non aría potuto far esso medesimo con lettere o con parole, o vero altra persona per lui. Però questa voce publica non solamente talor non nòce, ma giova -. Rispose il Magnifico: - Gli amori de' quali la fama è ministra, son assai pericolosi di far che l'omo sia mostrato a dito; e però chi ha da caminar per questa strada cautamente, bisogna che dimostri aver nell'animo molto minor foco che non ha, e contentarsi di quello che gli par poco e dissimular i desidèri, le gelosie, gli affanni e i piacer suoi e rider spesso con la bocca quando il cor piange, e mostrar d'esser prodigo di quello di che è avarissimo; e queste cose son tanto difficili da fare, che quasi sono impossibili. Però se 'l nostro cortegian volesse usar del mio consiglio, io lo confortarei a tener secreti gli amori suoi -.

LXVIII.

Allora messer Bernardo, - Bisogna, - disse, - adunque che voi questo gli insegnate, e parmi che non sia di piccola importanzia; perché oltre ai cenni, che talor alcuni cosí copertamente fanno, che quasi senza movimento alcuno quella persona che essi desidrano nel volto e negli occhi lor legge ciò che hanno nel core, ho io talor udito tra dui innamorati un lungo e libero ragionamento d'amore del quale non poteano però i circonstanti intender chiaramente particularitate alcuna, né certificarsi che fosse d'amore; e questo per la discrezione ed avvertenzia di chi ragionava; perché, senza far dimostrazione alcuna d'aver dispiacere d'essere ascoltati, dicevano secretamente quelle sole parole che importavano ed altamente tutte l'altre, che si poteano accommodare a diversi propositi -. Allor messer Federico, - Il parlar, - disse, - cosí minutamente di queste avvertenzie di secretezza, sarebbe uno andar drieto all'infinito; però io vorrei più tosto che si ragionasse un poco come debba lo amante mantenersi la grazia della sua donna, il che mi par molto piú necessario -.

LXIX.

Rispose il Magnifico: - Credo che que' mezzi che vagliono per acquistarla, vagliano ancor per mantenerla; e tutto questo consiste in compiacer la donna amata senza offenderla mai; però saria difficile darne regula ferma; perché per infiniti modi chi non è ben discreto fa errori talora che paion piccoli, nientedimeno offendeno gravemente l'animo della donna; e questo intervien piú che agli altri a quei che sono astretti dalla passione, come alcuni, che sempre che hanno modo di parlare a quella donna che amano, si lamentano e dolgono cosí acerbamente e voglion spesso cose tanto impossibili, che per quella importunità vengon a fastidio. Altri, se son punti da qualche gelosia, si lassan di tal modo trasportar dal dolore, che senza risguardo scorrono in dir mal di quello di chi hanno suspetto, e talor senza colpa di colui ed ancor della donna, e non vogliono ch'ella gli parli, o pur volga gli occhi a quella parte ove egli è; e spesso con questi modi non solamente offendon quella donna, ma son causa ch'ella s'induca ad amarlo; perché 'l timore che mostra talor d'avere uno amante che la sua donna non lassi lui per quell'altro, dimostra che esso si conosce inferior di meriti e di valor a colui, e con questa opinione la donna si move ad amarlo, ed accorgendosi che per mettergliele in disgrazia se ne dica male, ancor che sia vero non lo crede, e tuttavia l'ama piú -.

LXX.

Allora messer Cesare ridendo, - lo, - disse, - confesso non esser tanto savio, che potessi astenermi di dir male d'un mio rivale, salvo se voi non m'insegnaste qualche altro miglior modo da ruinarlo -. Rispose ridendo il signor Magnifico: Dicesi in proverbio che quando il nemico è nell'acqua insino alla cintura, se gli deve porger la mano e levarlo del pericolo; ma quando v'è insino al mento, mettergli il piede in sul capo e summergerlo tosto. Però sono alcuni che questo fanno co' suoi rivali, e fin che non hanno modo ben sicuro di ruinargli, van dissimulando e piú tosto si mostran loro amici che altrimenti; poi, se la occasion s'offerisce lor tale, che conoscan poter precipitargli con certa ruína, dicendone tutti i mali, o veri o falsi che siano, lo fanno senza riservo, con arte, inganni e con tutte le vie che sanno imaginare. Ma perché a me non piaceria mai che 'l nostro cortegiano usasse inganno alcuno, vorrei che levasse la grazia dell'amica al suo rivale non con altra arte che con l'amare, col servire e con l'essere virtuoso, valente, discreto e modesto; in somma col meritar piú di lui e con l'esser in ogni cosa avvertito e prudente, guardandosi da alcune sciocchezze inette nelle quali spesso incorrono molti ignoranti, e per diverse vie; ché già ho io conosciuti alcuni che, scrivendo e parlando a donne, usan sempre parole di Polifilo e tanto stanno in su la sottilità della retorica, che quelle si diffidano di se stesse e si tengon per ignorantissime, e par loro un'ora mill'anni finir quel ragionamento e levarsegli davanti; altri si vantano senza modo; altri dicono spesso cose che tornano a biasimo e danno di se stessi, come alcuni, dei quali io soglio ridermi, che fan profession di innamorati e talor dicono in presenzia di donne: "Io non trovai mai donna che m'amasse"; e non s'accorgono che quelle che gli odono súbito fan giudicio che questo non possa nascere d'altra causa, se non perché non meritino né esser amati, né pur l'acqua che bevono, e gli tengon per omini da poco, né gli amerebbono per tutto l'oro del mondo; parendo loro che se gli amassero, sarebbono da meno che tutte l'altre che non gli hanno amati. Altri, per concitar odio a qualche suo rivale, son tanto sciocchi, che pur in presenzia di donne dicono: "Il tale è il piú fortunato om del mondo; che già non è bello, né discreto, né valente, né sa fare o dire piú che gli altri, e pur tutte le donne l'amano e gli corron drieto"; e cosí mostrando avergli invidia di questa felicità, ancora che colui né in aspetto né in opere si mostri essere amabile, fanno credere che egli abbia in sé qualche cosa secreta, per la quale meriti l'amor di tante donne; onde quelle che di lui senton ragionare di tal modo, esse ancora per questa credenza si movono molto piú ad amarlo -.

LXXI.

Rise allor il conte Ludovico e disse: - Io vi prometto che queste grosserie non userà mai il cortegiano discreto per acquistar grazia con donne -. Rispose messer Cesare Gonzaga: Né men quell'altra che a' mei dí usò un gentilomo di molta estimazione, il qual io non voglio nominare per onore degli omini -. Rispose la signora Duchessa: - Dite almen ciò che egli fece -. Suggiunse messer Cesare: - Costui, essendo amato da una gran signora, richiesto da lei venne secretamente in quella terra ove essa era; e poi che la ebbe veduta e fu stato seco a ragionare quanto essa e 'l tempo comportarono, partendosi con molte amare lacrime e sospiri, per testimonio dell'estremo dolor ch'egli sentiva di tal partita, le supplicò ch'ella tenesse continua memoria di lui; e poi suggiunse che gli facesse pagar l'osteria perché, essendo stato richiesto da lei, gli parea ragione che della sua venuta non vi sentisse spesa alcuna -. Allora tutte le donne cominciarono a ridere e dir che costui era indignissimo d'esser chiamato gentilomo; e molti si vergognavano per quella vergogna che esso meritamente aría sentita, se mai per tempo alcuno avesse preso tanto d'intelletto, che avesse potuto conoscere un suo cosí vituperoso fallo. Voltossi allor il signor Gaspar a messer Cesare e disse: - Era meglio restar di narrar questa cosa per onor delle donne che di nominar colui per onor degli omini; che ben potete imaginare che bon giudicio avea quella gran signora, amando un animale cosí irrazionale, e forse ancora che di molti che la servivano aveva eletto questo per lo piú discreto, lassando adrieto e dando disfavore a chi costui non saria stato degno famiglio -. Rise il conte Ludovico e disse: - Chi sa che questo non fusse discreto nell'altre cose e peccasse solamente in osterie? Ma molte volte per soverchio amore gli omini fanno gran sciocchezze; e se volete dir il vero, forse che a voi talor è occorso farne piú d'una -.

LXXII.

Rispose ridendo messer Cesare: - Per vostra fé, non scopriamo i nostri errori. - Pur bisogna scoprirli, - rispose il signor Gasparo, - per sapergli correggere; - poi suggiunse: - Voi, signor Magnifico, or che 'l cortegian si sa guadagnare e mantener la grazia della sua signora e tórla al suo rivale, sète debitor de insegnarli a tener secreti gli amori suoi -. Rispose il Magnifico: - A me par d'aver detto assai: però fate mo che un altro parli di questa secretezza -. Allora messer Bernardo e tutti gli altri cominciarono di novo a fargli instanzia; e 'l Magnifico ridendo, - Voi, - disse, - volete tentarmi; troppo sète tutti ammaestrati in amore; pur, se desiderate saperne piú, andate e sí vi leggete Ovidio. - E come, - disse messer Bernardo, - debb'io sperare che e suoi precetti vagliano in amore? poiché conforta e dice esser bonissimo che l'uom in presenzia della innamorata finga d'essere imbriaco (vedete che bella manera d'acquistar grazia), ed allega per un bel modo di far intendere, stando a convito, ad una donna d'esserne innamorato, lo intingere un dito nel vino e scriverlo in su la tavola -. Rispose il Magnifico ridendo: - In que' tempi non era vicio. - E però, - disse messer Bernardo, - non dispiacendo agli omini di que' tempi questa cosa tanto sordida, è da credere che non avessero cosí gentil maniera di servir donne in amore come abbiam noi; ma non lassiamo il proposito nostro primo d'insegnar a tenere l'amor secreto -.

LXXIII.

Allor il Magnifico, - Secondo me, - disse, - per tener l'amor secreto bisogna fuggir le cause che lo publicano, le quali sono molte, ma una principale, che è il voler esser troppo secreto e non fidarsi di persona alcuna, perché ogni amante desidera far conoscer le sue passioni alla amata, ed essendo solo è sforzato a far molte piú dimostrazioni e piú efficaci, che se da qualche amorevole e fidele amico fosse aiutato; perché le dimostrazioni che lo amante istesso fa dànno molto maggior suspetto, che quelle che fa per internunci; e perché gli animi umani sono naturalmente curiosi di sapere, súbito che uno alieno comincia a sospettare, mette tanta diligenzia, che conosce il vero, e conosciutolo non ha rispetto di publicarlo, anzi talor gli piace; il che non interviene dell'amico il qual, oltre che aiuti di favore e di consiglio, spesso rimedia a quegli errori che fa il cieco innamorato, e sempre procura la secretezza e provede a molte cose alle quali esso proveder non po; oltre che grandissimo refrigerio si sente dicendo le passioni e sfocandole con amico cordiale, e medesimamente accresce molto i piaceri il poter comunicargli.

LXXIV.

Disse allor il signor Gasparo: - Un'altra causa publica molto piú di amori che questa. - E quale? - rispose il Magnifico. Suggiunse il signor Gaspar: - La vana ambizione congiunta con pazzia e crudeltà delle donne, le quali come voi stesso avete detto, procurano quanto piú possono d'aver gran numero d'innamorati e tutti, se possibil fosse, vorriano che ardessero e, fatti cenere, dopo morte tornassero vivi per morir un'altra volta; e benché esse ancor amino, pur godeno del tormento degli amanti, perché estimano che 'l dolore, le afflizioni e 'l chiamar ognor la morte, sia il vero testimonio che esse siano amate, e possano con la loro bellezza far gli omini miseri e beati e dargli morte e vita come lor piace; onde di questo solo cibo se pascono e tanto avide ne sono, che acciò che non manchi loro, non contentano né disperano mai gli amanti del tutto; ma per mantenergli continuamente nelli affanni e nel desiderio usano una certa imperiosa austerità di minacce mescolate con speranza, e vogliono che una loro parola, uno sguardo, un cenno sia da essi riputato per somma felicità; e per farsi tener pudiche e caste non solamente dagli amanti, ma ancor da tutti gli altri, procurano che questi loro modi asperi e discortesi siano publichi acciò che ognun pensi che, poiché cosí maltrattano quelli che son degni d'essere amati, molto peggio debbano trattar gl'indegni; e spesso sotto questa credenza pensandosi essere sicure con tal arte dall'infamia, si giaceno tutte le notti con omini vilissimi e da esse a pena conosciuti, di modo che per godere delle calamità e continui lamenti di qualche nobil cavaliero e da esse amato, negano a se stesse que' piaceri che forse con qualche escusazione potrebbono conseguire; e sono causa che 'l povero amante per vera disperazion è sforzato usar modi donde si publica quello, che con ogni industria s'averia a tener secretissimo. Alcun'altre sono le quali, se con inganni possono indurre molti a credere d'essere da loro amati, nutriscono tra essi le gelosie col far carezze e favore all'uno in presenzia dell'altro; e quando veggon che quello ancor che esse piú amano già si confida d'esser amato per le demostrazioni fattegli, spesso con parole ambigue e sdegni simulati lo suspendeno e gli trafiggono il core, mostrando non curarlo e volersi in tutto donare all'altro; onde nascon odii, inimicizie ed infiniti scandali e ruine manifeste, perché forza è mostrar l'estrema passion che in tal caso l'uom sente, ancor che alla donna ne resulti biasimo ed infamia. Altre non contente di questo solo tormento della gelosia, dopo che l'amante ha fatto tutti i testimonii d'amore e di fidel servitú, ed esse ricevuti l'hanno con qualche segno di correspondere in benivolenzia, senza proposito e quando men s'aspetta cominciano a star sopra di sé' e mostrano di credere che egli sia intepidito, e fingendo novi suspetti di non essere amate accennano volersi in ogni modo alienar da lui; onde per questi inconvenienti il meschino per vera forza è necessitato a ritornare da capo e far le demostrazioni, come se allora cominciasse a servire; e tutto dí passeggiar per la contrada, e quando la donna si parte di casa accompagnarla alla chiesa ed in ogni loco ove ella vada, non voltar mai gli occhi in altra parte; e quivi si ritorna ai pianti, ai suspiri, allo star di mala voglia; e quando se le po parlare, ai scongiuri, alle biasteme, alle disperazioni ed a tutti quei furori, a che gli infelici innamorati son condotti da queste fiere, che hanno piú sete di sangue che le tigri.

LXXV.

Queste tai dolorose dimostrazioni son troppo vedute e conosciute, e spesso piú dagli altri che da chi le causa; ed in tal modo in pochi dí son tanto publiche, che non si po far un passo né un minimo segno, che non sia da mille occhi notato. Intervien poi che molto prima che siano tra essi i piaceri d'amore, sono creduti e giudicati da tutto 'l mondo, perché esse, quando pur veggono che l'amante già vicino alla morte, vinto dalla crudeltà e dai strazi usatigli, delibera determinatamente e da dovero di ritirarsi, allora cominciano a dimostrar d'amarlo di core e fargli tutti i piaceri e donarsegli, acciò che, essendogli mancato quell'ardente desiderio, il frutto d'amor gli sia ancor men grato e ad esse abbia minor obligazione, per far ben ogni cosa al contrario. Ed essendo già tal amore notissimo, sono ancor in que' tempi poi notissimi tutti gli effetti che da quel procedono; cosí restano esse disonorate, e lo amante si trova aver perduto il tempo e le fatiche ed abbreviatosi la vita negli affanni senza frutto o piacere alcuno, per aver conseguito i suoi desidèri, non quando gli seriano stati tanto grati che l'arian fatto felicissimo, ma quando poco o niente gli apprezzava, per esser il cor già tanto da quelle amare passioni mortificato, che non tenea sentimento piú per gustar diletto o contentezza che se gli offerisse -.

LXXVI.

Allor il signor Ottaviano ridendo, - Voi, - disse, - siete stato cheto un pezzo e retirato dal dir mal delle donne; poi le avete cosí ben tocche, che par che abbiate aspettato per ripigliar forza, come quei che si tirano a drieto per dar maggior incontro; e veramente avete torto ed oramai dovreste esser mitigato -. Rise la signora Emilia e rivolta alla signora Duchessa, - Eccovi, - disse, - Signora, che i nostri avversari cominciano a rompersi e dissentir l'un dall'altro. - Non mi date questo nome, - rispose il signor Ottaviano, - perch'io non son vostro avversario; èmmi ben dispiaciuta questa contenzione, non perché m'increscesse vederne la vittoria in favor delle donne, ma perché ha indutto il signor Gasparo a calunniarle piú che non dovea, e 'l signor Magnifico e messer Cesare a laudarle forse un poco piú che 'l debito; oltre che per la lunghezza del ragionamento avemo perduto d'intender molt'altre belle cose, che restavano a dirsi del cortegiano. - Eccovi, disse la signora Emilia, - che pur siete nostro avversario; e perciò vi dispiace il ragionamento passato, né vorreste che si fosse formato questa cosí eccellente donna di palazzo; non perché vi fosse altro che dire sopra il cortegiano, perché già questi signori han detto quanto sapeano, né voi, credo, né altri potrebbe aggiungervi piú cosa alcuna; ma per la invidia che avete all'onor delle donne -.

LXXVII.

- Certo è, - rispose il signor Ottaviano, - che oltre alle cose dette sopra il cortegiano io ne desiderarei molte altre; pur, poiché ognun si contenta ch'ei sia tale, io ancora me ne contento, né in altra cosa lo mutarei, se non in farlo un poco piú amico delle donne che non è il signor Gaspar, ma forse non tanto quanto è alcuno di questi altri signori -. Allora la signora Duchessa, - Bisogna, - disse, - in ogni modo che noi veggiamo se l'ingegno vostro è tanto che basti a dar maggior perfezione al cortegiano, che non han dato questi signori. Però siate contento di dir ciò che n'avete in animo; altrimenti noi pensaremo che né voi ancora sappiate aggiungergli piú di quello che s'è detto, ma che abbiate voluto detraere alle laudi della donna di palazzo, parendovi ch'ella sia eguale al cortegiano, il quale perciò voi vorreste che si credesse che potesse esser molto piú perfetto, che quello che hanno formato questi signori -. Rise il signor Ottaviano e disse: - Le laudi e biasimi dati alle donne piú del debito hanno tanto piene l'orecchie e l'animo di chi ode, che non han lassato loco che altra cosa star vi possa; oltra di questo, secondo me, l'ora è molto tarda. Adunque, - disse la signora Duchessa, - aspettando insino a domani aremo piú tempo; e quelle laudi e biasimi che voi dite esser stati dati alle donne dall'una parte e l'altra troppo eccessivamente, fra tanto usciranno dell'animo di questi signori, di modo che pur saranno capaci di quella verità che voi direte -. Cosí parlando la signora Duchessa levossi in piedi, e cortesemente donando licenzia a tutti si ritrasse nella stanza sua più secreta; e ognuno si fu a dormire.

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Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008