Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL TERZO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

XXI.

Son contento - disse il Magnifico Iuliano, - non parlar piú di questo; ma tornando alle laudi delle donne, dico che 'l signor Gasparo non mi troverà omo alcun singulare, ch'io non vi trovi la moglie, o figliola, o sorella di merito eguale e talor superiore; oltra che molte son state causa d'infiniti beni ai loro omini e talor hanno corretto di molti loro errori. Però essendo, come avemo dimostrato, le donne naturalmente capaci di quelle medesime virtú che son gli omini, ed essendosene piú volte veduto gli effetti, non so perché, dando loro io quello che è possibile che abbiano e spesso hanno aúto e tuttavia hanno, debba esser estimato dir miracoli, come m'ha apposto il signor Gasparo; atteso che sempre sono state al mondo, ed ora ancor sono, donne cosí vicine alla donna di palazzo che ho formata io, come omini vicini all'omo che hanno formato questi signori -. Disse allora il signor Gasparo: - Quelle ragioni che hanno la esperienzia in contrario non mi paion bone; e certo s'io vi addimandassi quali siano, o siano state queste gran donne tanto degne di laude, quanto gli omini grandi ai quali son state moglie, sorelle o figliole, o che siano loro state causa di bene alcuno, o quelle che abbiano corretto i loro errori, penso che restareste impedito -.

XXII.

- Veramente, - rispose il Magnifico Iuliano, - niuna altra cosa poria farmi restar impedito, eccetto la moltitudine; e se 'l tempo mi bastasse, vi contarei a questo proposito la istoria d'Ottavia, moglie di Marc'Antonio e sorella d'Augusto; quella di Porcia, figliola di Catone e moglie di Bruto; quella di Gaia Cecilia, moglie di Tarquino Prisco; quella di Cornelia, figliola di Scipione; e d'infinite altre che sono notissime; e non solamente delle nostre, ma ancor delle barbare: come di quella Alessandra, moglie pur d'Alessandro re de' Giudei, la quale dopo la morte del marito, vedendo i populi accesi di furore e già corsi all'arme per ammazzare doi figlioli che di lui le erano restati, per vendetta della crudele e dura servitú nella quale il padre sempre gli avea tenuti, fu tale, che súbito mitigò quel giusto sdegno e con prudenzia in un punto fece benivoli ai figlioli quegli animi, che 'l padre con infinite ingiurie in molti anni avea fatti loro inimicissimi. - Dite almen, - rispose la signora Emilia, - come ella fece -. Disse il Magnifico: - Questa, vedendo i figlioli in tanto pericolo, incontinente fece gittare il corpo d'Alessandro in mezzo della piazza; poi, chiamatisi i cittadini, disse che sapea gli animi loro esser accesi di giustissimo sdegno contra suo marito, perché le crudeli ingiurie che esso iniquamente gli avea fatte lo meritavano; e che come mentre era vivo avrebbe sempre voluto poterlo far rimanere da tal scelerata vita, cosí adesso era apparecchiata a farne fede, e loro aiutar a castigarnelo cosí morto, per quanto si potea; e però si pigliassero quel corpo e lo facessino mangiar ai cani e lo straziassero con que' modi piú crudeli che imaginar sapeano; ma ben gli pregava che avessero compassione a quegli innocenti fanciulli, i quali non potevano non che aver colpa, ma pur esser consapevoli delle male opere del padre. Di tanta efficacia furono queste parole, che 'l fiero sdegno già conceputo negli animi di tutto quel populo súbito fu mitigato, e converso in cosí piatoso affetto, che non solamente di concordia elessero quei figlioli per loro signori, ma ancor al corpo del morto diedero onoratissima sepoltura -. Quivi fece il Magnifico un poco di pausa; poi suggiunse: - Non sapete voi che la moglie e le sorelle di Mitridate mostrarono molto minor paura della morte che Mitridate? e la moglie d'Asdrubale che Asdrubale? Non sapete ch'Armonia, figliola di leron siracusano, volse morire nell'incendio della patria sua? - Allor il Frigio, - Dove vada ostinazione certo è, - disse, - che talor si trovano alcune donne che mai non mutariano proposito; come quella che non potendo piú dir al marito "forbeci", con le mani gli ne facea segno -.

XXIII.

Rise il Magnifico Iuliano e disse: - La ostinazione che tende a fine virtuoso si dee chiamar constanzia; come fu di quella Epicari, libertina romana, che essendo consapevole d'una gran congiura contra di Nerone, fu di tanta constanzia che, straziata con tutti i piú asperi tormenti che imaginar si possano, mai non palesò alcuno delli complici; e nel medesimo pericolo molti nobili cavalieri e senatori timidamente accusarono fratelli, amici e le piú care ed intime persone che avessero al mondo. Che direte voi di quell'altra che si chiamava Leona? in onor della quale gli Ateniesi dedicorono innanzi alla porta della ròcca una leona di bronzo senza lingua, per dimostrar in lei la constante virtú della taciturnità; perché essendo essa medesimamente consapevole d'una congiura contra i tiranni, non si spaventò per la morte di dui grandi omini suoi amici, e benché con infiniti e crudelissimi tormenti fusse lacerata, mai non palesò alcuno dei congiurati -. Disse allor madonna Margherita Gonzaga: - Parmi che voi narriate troppo brevemente queste opere virtuose fatte da donne; ché se ben questi nostri nemici l'hanno udite e lette, mostrano non saperle e vorriano che se ne perdesse la memoria: ma se fate che noi altre le intendiamo, almen ce ne faremo onore -.

XXIV.

Allor il Magnifico Iuliano, - Piacemi, - rispose. - Or io voglio dirvi d'una, la qual fece quello che io credo che 'l signor Gasparo medesimo confessarà che fanno pochissimi omini; - e cominciò: - In Massilia fu già una consuetudine, la quale s'estima che di Grecia fusse traportata, la quale era che publicamente si servava veneno temperato con cicuta e concedevasi il pigliarlo a chi approvava al senato doversi levar la vita, per qualche incommodo che in essa sentisse, o ver per altra giusta causa, acciò che chi troppo avversa fortuna patito avea o troppo prospera gustato, in quella non perseverasse o questa non mutasse. Ritrovandosi adunque Sesto Pompeo... - Quivi il Frigio, non aspettando che 'l Magnifico Iuliano passasse piú avanti, Questo mi par, - disse, - il principio d'una qualche lunga fabula -. Allora il Magnifico Iuliano, voltatosi ridendo a madonna Margherita, - Eccovi, - disse, - che 'l Frigio non mi lascia parlare. Io voleva or contarvi d'una donna, la quale, avendo dimostrato al senato che ragionevolmente dovea morire, allegra e senza timor alcuno tolse in presenzia di Sesto Pompeo il veneno, con tanta constanzia d'animo e cosí prudenti ed amorevoli ricordi ai suoi, che Pompeo e tutti gli altri che videro in una donna tanto sapere e sicurezza nel tremendo passo della morte, restarono non senza lacrime confusi di molta maraviglia -.

XXV.

Allora il signor Gasparo ridendo, - Io ancora mi ricordo, - disse, - aver letto una orazione, nella quale un infelice marito dimanda licenzia al senato di morire ed approva averne giusta cagione, per non poter tollerare il continuo fastidio del cianciare di sua moglie e piú presto vol bere quel veneno, che voi dite che si servava publicamente per tali effetti, che le parole della moglie -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Quante meschine donne aríano giusta causa di dimandar licenzia di morir, per non poter tollerare, non dirò le male parole, ma i malissimi fatti dei mariti! ch'io alcune ne conosco, che in questo mondo patiscono le pene che si dicono esser nell'inferno. - Non credete voi, - rispose il signor Gasparo, - che molti mariti ancor siano che dalle mogli hanno tal tormento, che ogni ora desiderino la morte? - E che dispiacere, - disse il Magnifico, - possono far le mogli ai mariti, che sia cosí senza rimedio come son quelli che fanno i mariti alle mogli? le quali, se non per amore, almen per timor sono ossequenti ai mariti. - Certo è, - disse il signor Gaspar, - che quel poco che talor fanno di bene procede da timore, perché poche ne sono al mondo che nel secreto dell'animo suo non abbiano in odio il marito. - Anzi in contrario, - rispose il Magnifico; - e se ben vi ricorda quanto avete letto, in tutte le istorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i mariti piú che essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la moglie un tal segno d'amore, quale fece quella Camma verso suo marito? - Io non so, - rispose il signor Gaspar, - chi si fosse costei, né che segno la si facesse. - Né io, - disse il Frigio. Rispose il Magnifico: - Uditelo; e voi, madonna Margherita, mettete cura di tenerlo a memoria.

XXVI.

Questa Camma fu una bellissima giovane, ornata di tanta modestia e gentil costumi, che non men per questo che per la bellezza era maravigliosa; e sopra l'altre cose con tutto il core amava suo marito, il quale si chiamava Sinatto. Intervenne che un altro gentilomo, il quale era di molto maggior stato che Sinatto e quasi tiranno di quella città dove abitavano, s'innamorò di questa giovane; e dopo l'aver lungamente tentato per ogni via e modo d'acquistarla, e tutto in vano, persuadendosi che lo amor che essa portava al marito fosse la sola cagione che ostasse a' suoi desidèri, fece ammazzar questo Sinatto. Cosí poi sollicitando continuamente, non ne poté mai trar altro frutto che quello che prima avea fatto; onde, crescendo ogni dí piú questo amore, deliberò tôrla per moglie, benché essa di stato gli fosse molto inferiore. Cosí richiesti li parenti di lei da Sinorige (ché cosí si chiamava lo innamorato), cominciarono a persuaderla a contentarsi di questo, mostrandole il consentir essere utile assai e 'l negarlo pericoloso per lei e per tutti loro. Essa, poi che loro ebbe alquanto contradetto, rispose in ultimo esser contenta. I parenti fecero intendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procurò che súbito si celebrassero le nozze. Venuto adunque l'uno e l'altro a questo effetto solennemente nel tempio di Diana, Camma fece portar una certa bevanda dolce, la quale essa avea composta; e cosí davanti al simulacro di Diana in presenzia di Sinorige ne bevé la metà; poi di sua mano, perché questo nelle nozze s'usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il qual tutto lo bevé. Camma, come vide il disegno suo riuscito, tutta lieta a piè della imagine di Diana s'inginochiò, e disse: "O Dea, tu che conosci lo intrinseco del cor mio, siami bon testimonio, come difficilmente dopo che 'l mio caro consorte morí, contenuta mi sia di non mi dar la morte e con quanta fatica abbia sofferto il dolore di star in questa amara vita, nella quale non ho sentito alcuno altro bene o piacere, fuor che la speranza di quella vendetta che or mi trovo aver conseguita; però allegra e contenta vado a trovar la dolce compagnia di quella anima, che in vita ed in morte piú che me stessa ho sempre amata. E tu, scelerato, che pensasti esser mio marito, in iscambio del letto nuziale dà ordine che apparecchiato ti sia il sepulcro, ch'io di te fo sacrificio all'ombra di Sinatto". Sbigottito Sinorige di queste parole e già sentendo la virtú de veneno che lo perturbava, cercò molti rimedi; ma non valsero; ed ebbe Camma di tanto la fortuna favorevole, o altro che si fosse, che innanzi che essa morisse seppe che Sinorige era morto. La qual cosa intendendo, contentissima si pose a letto con gli occhi al cielo, chiamando sempre il nome di Sinatto e dicendo: "O dolcissimo consorte, or ch'io ho dato per gli ultimi doni alla tua morte e lacrime e vendetta, né veggio che piú altra cosa qui a far per te mi resti, fuggo il mondo e questa senza te crudel vita, la quale per te solo già mi fu cara. Viemmi adunque incontra, signor mio, ed accogli cosí voluntieri questa anima, come essa voluntieri a te ne viene": e di questo modo parlando, e con le braccia aperte, quasi che in quel punto abbracciar lo volesse, se ne morí. Or dite, Frigio, che vi par di questa? - Rispose il Frigio: - Parmi che voi vorreste far piangere queste donne. Ma poniamo che questo ancor fosse vero, io vi dico che tai donne non si trovano piú al mondo -.

XXVII.

Disse il Magnifico: - Si trovan sí; e che sia vero, udite. A' dí mei fu in Pisa un gentilomo, il cui nome era messer Tomaso; non mi ricordo di qual famiglia, ancora che da mio padre, che fu suo gran amico, sentissi piú volte ricordarla. Questo messer Tomaso adunque, passando un dí sopra un piccolo legnetto da Pisa in Sicilia per sue bisogne, fu soprapreso d'alcune fuste de' Mori, che gli furono addosso cosí all'improviso, che quelli che governavano il legnetto non se n'accorsero; e benché gli omini che dentro v'erano si diffendessino assai, pur, per esser essi pochi, e i nimici molti, il legnetto con quanti v'eran sopra rimase nel poter dei Mori, chi ferito e chi sano, secondo la sorte, e con essi messer Tomaso, il qual s'era portato valorosamente ed avea morto di sua mano un fratello d'un dei capitani di quelle fuste. Della qual cosa il capitano sdegnato, come possete pensare, della perdita del fratello, volse costui per suo prigioniero; e battendolo e straziandolo ogni giorno, lo condusse in Barbaria, dove in gran miseria aveva deliberato tenerlo in vita sua cattivo e con gran pena. Gli altri tutti, chi per una e chi per un'altra via, furono in capo d'un tempo liberi e ritornarono a casa; e riportarono alla moglie, che madonna Argentina avea nome, ed ai figlioli la dura vita e 'l gran affanno in che messer Tomaso viveva ed era continuamente per vivere senza speranza, se Dio miraculosamente non l'aiutava. Della qual cosa poi che essa e loro furono chiariti, tentati alcun altri modi di liberarlo, e dove esso medesimo già s'era acquetato di morire, intervenne che una solerte pietà svegliò tanto l'ingegno e l'ardir d'un suo figliolo, che si chiamava Paulo, che non ebbe riguardo a niuna sorte di pericolo e deliberò o morir o liberar il padre; la qual cosa gli venne fatta, di modo che lo condusse cosí cautamente, che prima fu in Ligorno, che si risapesse in Barberia ch'e' fusse di là partito. Di quivi messer Tomaso sicuro scrisse alla moglie e le fece intendere la liberazion sua, e dove era, e come il dí seguente sperava di vederla. La bona e gentil donna, sopragiunta da tanta e non pensata allegrezza di dover cosí presto, e per pietà e per virtú del figliolo, vedere il marito, il quale amava tanto e già credea fermamente non dover mai piú vedere, letta la lettera, alzò gli occhi al cielo e, chiamato il nome del marito, cadde morta in terra; né mai con rimedi che se le facessero, la fuggita anima piú ritornò nel corpo. Crudel spettaculo, e bastante a temperar le voluntà umane e ritrarle dal desiderar troppo efficacemente le soverchie allegrezze!

XXVIII.

Disse allora ridendo il Frigio: - Che sapete voi ch'ella non morisse di dispiacere, intendendo che 'l marito tornava a casa? - Rispose il Magnifico: - Perché il resto della vita sua non si accordava con questo; anzi penso che quell'anima, non potendo tollerare lo indugio di vederlo con gli occhi del corpo, quello abbandonasse, e tratta dal desiderio volasse súbito dove, leggendo quella lettera, era volato il pensiero -. Disse il signor Gasparo: - Po esser che questa donna fosse troppo amorevole, perché le donne in ogni cosa sempre s'attaccano allo estremo, che è male; e vedete che per essere troppo amorevole fece male a se stessa ed al marito ed ai figlioli, ai quali converse in amaritudine il piacere di quella pericolosa e desiderata liberazione. Però non dovete già allegar questa per una di quelle donne, che sono state causa di tanti beni -. Rispose il Magnifico: - Io la allego per una di quelle che fanno testimonio che si trovino mogli che amino i mariti; ché di quelle che siano state causa de molti beni al mondo potrei dirvi un numero infinito, e narrarvi delle tanto antiche che quasi paion fabule; e di quelle che appresso agli omini sono state inventrici di tai cose, che hanno meritato esser estimate dee, come Pallade, Cerere; e delle Sibille, per bocca delle quali Dio tante volte ha parlato e rivelato al mondo le cose che aveano a venire; e di quelle che hanno insegnato a grandissimi omini, come Aspasia e Diotima, la quale ancora con sacrifici prolungò dieci anni il tempo d'una peste che aveva da venire in Atene. Potrei dirvi di Nicostrata, madre d'Evandro, la quale mostrò le lettere ai Latini; e d'un'altra donna ancor che fu maestra di Pindaro lirico; e di Corinna e di Saffo, che furono eccellentissime in poesia: ma io non voglio cercar le cose tanto lontane. Dicovi ben, lassando il resto, che della grandezza di Roma furono forse non minor causa le donne che gli omini. - Questo, - disse il signor Gasparo, - sarebbe bello da intendere -.

XXIX.

Rispose il Magnifico: - Or uditelo. Dopo la espugnazion di Troia molti Troiani, che a tanta ruina avanzarono, fuggirono chi ad una via, chi ad un'altra; dei quali una parte, che da molte procelle forno battuti, vennero in Italia, nella contrata ove il Tevere entra in mare. Cosí discesi in terra per cercar de' bisogni loro, cominciarono a scorrere il paese; le donne, che erano restate nelle navi, pensarono tra sé un utile consiglio, il qual ponesse fine al periculoso e lungo error maritimo ed in loco della perduta patria una nova loro ne recuperasse; e, consultate insieme, essendo assenti gli omini, abbrusciarono le navi; e la prima che tal opera cominciò si chiamava Roma. Pur, temendo la iracundia degli omini i quali ritornavano, andarono contra essi; ed alcune i mariti, alcune i soi congiunti di sangue abbracciando e basciando con segno di benivolenzia, mitigarono quel primo impeto; poi manifestarono loro quietamente la causa del lor prudente pensiero. Onde i Troiani, si per la necessità, sí per esser benignamente accettati dai paesani, furono contentissimi di ciò che le donne aveano fatto e quivi abitarono con i Latini, nel loco dove poi fu Roma; e da questo processe il costume antico appresso i Romani, che le donne incontrando basciavano i parenti. Or vedete quanto queste donne giovassero a dar principio a Roma.

XXX.

Né meno giovarono allo augumento di quella le donne sabine, che si facessero le troiane al principio; ché avendosi Romulo concitato generale inimicizia de tutti i suoi vicini per la rapina che fece delle lor donne, fu travagliato di guerre da ogni banda; delle quali, per esser omo valoroso, tosto si espedí con vittoria, eccetto di quella de' Sabini, che fu grandissima, perché Tito Tacio, re de' Sabini, era valentissimo e savio; onde, essendo stato fatto uno acerbo fatto d'arme tra Romani e Sabini con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, ed apparecchiandosi nova e crudel battaglia, le donne sabine, vestite di nero, co' capelli sparsi e lacerati, piangendo, meste, senza timore dell'arme che già erano per ferir mosse, vennero nel mezzo tra i padri e i mariti, pregandogli che non volessero macchiarsi le mani del sangue de' soceri e dei generi; e se pur erano mal contenti di tal parentato, voltassero l'arme contra esse, ché molto meglio loro era il morire che vivere vedove, o senza padri e fratelli, e ricordarsi che i suoi figlioli fossero nati di chi loro avesse morti i lor padri, o che esse fossero nate de chi lor avesse morti i lor mariti. Con questi gemiti piangendo, molte di loro nelle braccia portavano i suoi piccoli figliolini, de' quali già alcuni cominciavano a snodar la lingua e parea che chiamar volessero e far festa agli avoli loro; ai quali le donne mostrando i nepoti e piangendo, "Ecco", diceano, "il sangue vostro, il quale voi con tanto impeto e furor cercate di sparger con le vostre mani". Tanta forza ebbe in questo caso la pietà e la prudenzia delle donne, che non solamente tra li dui re nemici fu fatta indissolubile amicizia e confederazione, ma, che piú maravigliosa cosa fu, vennero i Sabini ad abitare in Roma, e dei dui popoli fu fatto un solo; e cosí molto accrebbe questa concordia le forze di Roma, mercè delle sagge e magnanime donne; le quali in tanto da Romulo furono remunerate che, dividendo il populo in trenta curie, a quelle pose i nomi delle donne sabine -.

XXXI.

Quivi essendosi un poco il Magnifico Iuliano fermato vedendo che 'l signor Gasparo non parlava, - Non vi par, disse, - che queste donne fussero causa di bene agli loro omini e giovassero alla grandezza di Roma? - Rispose il signor Gasparo: - In vero queste furono degne di molta laude; ma se voi cosí voleste dir gli errori delle donne come le bone opere, non areste tacciuto che in questa guerra di Tito Tacio una donna tradì Roma ed insegnò la strada ai nemici d'occupar il Capitolio, onde poco mancò che i Romani tutti non fussero destrutti -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi mi fate menzion d'una sola donna mala ed io a voi d'infinite bone; ed oltre le già dette io potrei addurvi al mio proposito mille altri esempi delle utilità fatte a Roma dalle donne e dirvi perché già fusse edificato un tempio a Venere Armata ed un altro a Venere Calva, e come ordinata la festa delle Ancille a Iunone, perché le ancille già liberarono Roma dalle insidie de' nemici. Ma lassando tutte queste cose, quel magnanimo fatto d'aver scoperto la congiurazion di Catilina, di che tanto si lauda Cicerone, non ebbe egli principalmente origine da una vil femina? la quale per questo si poria dir che fosse stata causa di tutto 'l bene che si vanta Cicerone aver fatto alla republica romana. E se 'l tempo mi bastasse, vi mostrarei forse ancor le donne spesso aver corretto di molti errori degli omini; ma temo che questo mio ragionamento ormai sia troppo lungo e fastidioso; perché avendo, secondo il poter mio, satisfatto al carico datomi da queste signore, penso di dar loco a chi dica cose piú degne d'esser udite, che non posso dir io -.

XXXII.

Allor la signora Emilia, - Non defraudate, - disse, - le donne di quelle vere laudi che loro sono debite; e ricordatevi che se 'l signor Gasparo ed ancor forse il signor Ottaviano vi odono con fastidio, noi e tutti quest'altri signori ve udiamo con piacere -. Il Magnifico pur volea por fine, ma tutte le donne cominciarono a pregarlo che dicesse; onde egli ridendo, - Per non mi provocar, - disse, - per nemico il signor Gaspar piú di quello che egli si sia, dirò brevemente d'alcune che mi occorreno alla memoria, lassandone molte ch'io potrei dire; - poi suggiunse: - Essendo Filippo di Demetrio intorno alla città di Chio ed avendola assediata, mandò un bando, che a tutti i servi che della città fuggivano ed a sé venissero prometteva la libertà e le mogli dei lor patroni. Fu tanto lo sdegno delle donne per cosí ignominioso bando, che con l'arme vennero alle mura e tanto ferocemente combatterono, che in poco tempo scacciarono Filippo con vergogna e danno; il che non aveano potuto far gli omini. Queste medesime donne, essendo coi lor mariti, padri e fratelli, che andavano in esilio, pervenute in Leuconia, fecero un atto non men glorioso di questo; ché gli Eritrei, che ivi erano co' suoi confederati, mossero guerra a questi Chii; li quali non potendo contrastare, tolsero patto col giuppon solo e la camiscia uscir della città. Intendendo le donne cosí vituperoso accordo, si dolsero, rimproverandogli che, lassando l'arme, uscissero come ignudi tra' nemici; e rispondendo essi già aver stabilito il patto, dissero che portassero lo scudo e la lanza e lassassero i panni, e rispondessero ai nemici questo essere il loro abito. E cosí facendo essi per consiglio delle lor donne ricopersero in gran parte la vergogna, che in tutto fuggir non poteano. Avendo ancor Ciro in un fatto d'arme rotto un esercito di Persiani, essi in fuga, correndo verso la città incontrarono le lor donne fuor della porta, le quali fattosi loro incontra dissero: "Dove fuggite voi, vili omini? volete voi forsi nascondervi in noi, onde sète usciti?" Queste ed altre tai parole udendo gli omini e conoscendo quanto d'animo erano inferiori alle lor donne, si vergognarono di se stessi, e ritornando verso i nemici, di novo con essi combatterono e gli ruppero -.

XXXIII.

Avendo insin qui detto, il Magnifico Iuliano fermossi e rivolto alla signora Duchessa disse: - Or, Signora, mi darete licenzia di tacere -. Rispose il signor Gasparo: - Bisogneravi pur tacere, poiché non sapete piú che vi dire -. Disse il Magnifico ridendo: - Voi mi stimulate di modo che vi mettete a pericolo di bisognar tutta notte udir laudi di donne; ed intendere di molte spartane, che hanno avuta cara la morte gloriosa dei figlioli; e di quelle che gli hanno rifutati, o morti esse medesime, quando gli hanno veduti usar viltà. Poi, come le donne saguntine nella ruina della patria loro prendessero l'arme contra le genti d'Annibale; e come essendo lo esercito de' Tedeschi superato da Mario, le lor donne, non potendo ottener grazia di viver libere in Roma al servizio delle vergini vestali, tutte s'ammazzassero insieme coi lor piccoli figliolini; e di mille altre, delle quali tutte le istorie antiche son piene -. Allor il signor Gasparo, - Deh, signor Magnifico, - disse, - Dio sa come passarono quelle cose; perché que' secoli son tanto da noi lontani, che molte bugie si posson dire e non v'è chi le riprovi -.

XXXIV.

Disse il Magnifico: - Se in ogni tempo vorrete misurare il valor delle donne con quel degli omini, trovarete che elle non son mai state né ancor sono adesso de virtú punto inferiori agli omini; ché, lassando quei tanto antichi, se venite al tempo che i Goti regnarono in Italia, trovarete tra loro essere stata una regina Amalasunta, che governò lungamente con maravigliosa prudenzia; poi Teodelinda, regina de' Longobardi, di singular virtú; Teodora, greca imperatrice; ed in Italia fra molte altre fu singularissima signora la contessa Matilda, delle laudi della quale lasserò parlare al conte Ludovico, perché fu della casa sua. - Anzi, - disse il Conte, - a voi tocca, perché sapete ben che non conviene che l'omo laudi le cose sue proprie -. Suggiunse il Magnifico: - E quante donne famose ne' tempi passati trovate voi di questa nobilissima casa di Montefeltro! quante della casa da Gonzaga, da Este, de' Pii! Se de' tempi presenti poi parlare vorremo, non ci bisogna cercar esempi troppo di lontano, ché gli avemo in casa. Ma io non voglio aiutarmi di quelli che in presenzia vedemo, acciò che voi non mostriate consentirmi per cortesia quello che in alcun modo negar non mi potete. E per uscir di Italia, ricordatevi che a' dí nostri avemo veduto Anna regina di Franza, grandissima signora non meno di virtú che di stato; ché se di giustizia e clemenzia, liberalità e santità di vita, comparare la vorrete alli re Carlo e Ludovico, dell'uno e dell'altro de' quali fu moglie, non la trovarete punto inferiore d'essi. Vedete madonna Margherita, figliola di Massimiliano imperatore, la quale con somma prudenzia e giustizia insino a qui ha governato e tuttora governa il stato suo.

XXXV.

- Ma lassando a parte tutte l'altre ditemi, signor Gaspar, qual re o qual principe è stato a' nostri dí ed ancor molt'anni prima in Cristianità, che meriti esser comparato alla regina Isabella di Spagna? - Rispose il signor Gasparo: - Il re Ferrando suo marito -. Suggiunse il Magnifico: - Questo non negherò io; ché, poiché la Regina lo giudicò degno d'esser suo marito e tanto lo amò ed osservò, non si po dire che 'l non meritasse d'esserle comparato: ben credo che la riputazion ch'egli ebbe da lei fusse dote non minor che 'l regno di Castiglia. - Anzi, rispose il signor Gaspar, - penso io che di molte opere del re Ferrando fusse laudata la regina Isabella -. Allor il Magnifico, - Se i populi di Spagna, - disse, - i signori, i privati, gli omini e le donne, poveri e ricchi, non si son tutti accordati a voler mentire in laude di lei, non è stato a' tempi nostri al mondo piú chiaro esempio di vera bontà, di grandezza d'animo, di prudenzia, di religione, d'onestà, di cortesia, di liberalità, in somma d'ogni virtú, che la regina Isabella; e benché la fama di quella signora in ogni loco e presso ad ogni nazione sia grandissima, quelli che con lei vissero e furono presenti alle sue azioni tutti affermano questa fama esser nata dalla virtú e meriti di lei. E chi vorrà considerare l'opere sue, facilmente conoscerà esser cosí il vero; ché, lassando infinite cose che fanno fede di questo e potrebbonsi dire, se fusse nostro proposito, ognun sa che quando essa venne a regnare trovò la maggior parte di Castiglia occupata dai grandi; nientedimeno il tutto ricuperò cosí giustificatamente e con tal modo, che i medesimi che ne furono privati le restarono affezionatissimi, e contenti di lassar quello che possedevano. Notissima cosa è ancora con quanto animo e prudenzia sempre diffendesse i regni suoi da potentissimi inimici; e medesimamente a lei sola si po dar l'onore del glorioso acquisto del regno di Granata; ché in cosí lunga e difficil guerra contra nimici ostinati, che combattevano per le facultà, per la vita, per la legge sua e, al parer loro, per Dio, mostrò sempre col consiglio e con la persona propria tanta virtú, che forse a' tempi nostri pochi príncipi hanno avuto ardire non che di imitarla, ma pur d'averle invidia. Oltre a ciò, affermano tutti quegli che la conobbero, esser stato in lei tanto divina maniera di governare, che parea quasi che solamente la voluntà sua bastasse, perché senza altro strepito ognuno facesse quello che doveva; tal che a pena osavano gli omini in casa sua propria e secretamente far cosa che pensassino che a lei avesse da dispiacere; e di questo in gran parte fu causa il maraviglioso giudicio ch'ella ebbe in conoscere ed elegere i ministri atti a quelli offici nei quali intendeva d'adoperargli; e cosí ben seppe congiungere il rigor della giustizia con la mansuetudine della clemenzia e la liberalità, che alcun bono a' suoi dí non fu che si dolesse d'esser poco remunerato, né alcun malo d'esser troppo castigato. Onde nei populi verso di lei nacque una somma riverenzia, composta d'amore e timore; la quale negli animi di tutti ancor sta cosí stabilita, che par quasi che aspettino che essa dal cielo i miri e di là su debba dargli laude o biasmo; e perciò col nome suo e con i modi da lei ordinati si governano ancor que' regni, di maniera che, benché la vita sia mancata, vive l'autorità, come rota che, lungamente con impeto voltata, gira ancor per bon spacio da sé, benché altri piú non la mova. Considerate oltre di questo, signor Gasparo, che a' nostri tempi quasi tutti gli omini grandi di Spagna e famosi in qualsivoglia cosa, sono stati creati dalla regina Isabella; e Gonsalvo Ferrando, Gran Capitano, molto piú di questo si preziava, che di tutte le sue famose vittorie, e di quelle egregie e virtuose opere, che in pace ed in guerra fatto l'hanno cosí chiaro ed illustre, che se la fama non è ingratissima, sempre al mondo publicherà le immortali sue lode, e farà fede che alla età nostra pochi re o gran príncipi avemo aúti, i quali stati non siano da lui di magnanimità, sapere e d'ogni virtú superati.

XXXVI.

Ritornando adunque in Italia, dico che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoli avemo due singular regine; e poco fa pur in Napoli morí l'altra regina d'Ongaría, tanto eccellente signora quanto voi sapete e bastante di far paragone allo invitto e glorioso re Matia Corvino suo marito. Medesimamente la duchessa Isabella d'Aragona, degna sorella del re Ferrando di Napoli; la quale, come oro nel foco, cosí nelle procelle di fortuna ha mostrata la virtú e 'l valor suo. Se nella Lombardia verrete, v'occorrerà la signora Isabella marchesa di Mantua; alle eccellentissime virtú della quale ingiuria si faria parlando cosí sobriamente, come saria forza in questo loco a chi pur volesse parlarne. Pesami ancora che tutti non abbiate conosciuta la duchessa Beatrice di Milano sua sorella, per non aver mai piú a maravigliarvi di ingegno di donna. E la duchessa Eleonora d'Aragona, duchessa di Ferrara e madre dell'una e l'altra di queste due signore ch'io v'ho nominate, fu tale che le eccellentissime sue virtú faceano bon testimonio a tutto 'l mondo, che essa non solamente era degna figliola di Re, ma che meritava esser regina di molto maggior stato che non aveano posseduto tutti i suoi antecessori. E per dirvi d'un'altra, quanti omini conoscete voi al mondo, che avessero tollerato gli acerbi colpi della fortuna cosí moderatamente, come ha fatto la regina Isabella di Napoli? la quale, dopo la perdita del regno, lo esilio e morte del re Federico suo marito e di duo figlioli e la pregionia del Duca di Calabria suo primogenito, pur ancor si dimostra esser regina e di tal modo supporta i calamitosi incommodi della misera povertà, che ad ognuno fa fede che, ancor che ella abbia mutato fortuna, non ha mutato condizione. Lasso di nominar infinite altre signore, ed ancor donne di basso grado; come molte pisane, che alla diffesa della lor patria contra' Fiorentini hanno mostrato quell'ardire generoso, senza timore alcuno di morte, che mostrar potessero i piú invitti animi che mai fossero al mondo; onde da molti nobili poeti sono state alcune di lor celebrate. Potrei dirvi d'alcune eccellentissime in lettere, in musica, in pittura, in scultura; ma non voglio andarmi piú rivolgendo tra questi esempi, che a voi tutti sono notissimi. Basta che, se nell'animo vostro pensate alle donne che voi stesso conoscete, non vi fia difficile comprendere che esse per il piú non sono di valore o meriti inferiori ai padri, fratelli e mariti loro; e che molte sono state causa di bene agli omini e spesso hanno corretto di molti loro errori; e se adesso non si trovano al mondo quelle gran regine, che vadano a subiugare paesi lontani e facciano magni edifici, piramidi e città, come quella Tomiris, regina di Scizia, Artemisia, Zenobia, Semiramìs, o Cleopatra, non ci son ancor omini come Cesare, Alessandro, Scipione, Lucullo e quegli altri imperatori romani

XXXVII.

- Non dite cosí, - rispose allora ridendo il Frigio, - ché adesso piú che mai si trovan donne come Cleopatra o Semiramis; e se già non hanno tanti stati, forze e ricchezze, loro non manca però la bona voluntà di imitarle almen nel darsi piacere e satisfare piú che possano a tutti i suoi appetiti -. Disse il Magnifico Iuliano: - Voi volete pur, Frigio, uscire de' termini: ma se si trovano alcune Cleopatre, non mancano infiniti Sardanapali; che è assai peggio. - Non fate, - disse allor il signor Gasparo, - queste comparazioni, né crediate già che gli omini siano piú incontinenti che le donne; e quando ancor fossero, non sarebbe peggio, perché dalla incontinenzia delle donne nascono infiniti mali, che non nascono da quella degli omini; e però, come ieri fu detto, èssi prudentemente ordinato che ad esse sia licito senza biasimo mancar in tutte l'altre cose, acciò che possano metter ogni lor forza per mantenerse in questa sola virtú della castità, senza la quale i figlioli sariano incerti, e quello legame che stringe tutto 'l mondo per lo sangue, e per amar naturalmente ciascun quello che ha produtto, si discioglieria: però alle donne piú si disdice la vita dissoluta che agli omini, i quali non portano nove mesi ì figlioli in corpo -.

XXXVIII.

Allora il Magnifico, - Questi, - rispose, - veramente sono belli argumenti che voi fate e non so Perché non gli mettiate in scritto. Ma ditemi per qual causa non s'è ordinato che negli omini cosí sia vituperosa cosa la vita dissoluta come nelle donne, atteso che se essi sono da natura piú virtuosi e di maggior valore, piú facilmente ancora poriano mantenersi in questa virtú della continenzia e i figlioli né piú né meno saríano certi; ché se ben le donne fossero lascive, purché gli omini fossero continenti e non consentissero alla lascivia delle donne, esse da sé a sé e senza altro aiuto già non porian generare. Ma se volete dir il vero, voi ancor conoscete che noi di nostra autorità ci avemo vendicato una licenzia, per la quale volemo che i medesimi peccati in noi siano leggerissimi e talor meritino laude, e nelle donne non possano a bastanza esser castigati se non con una vituperosa morte, o almen perpetua infamia. Però, poiché questa opinion è invalsa, parmi che conveniente cosa sia castigar ancor acerbamente quelli che con bugie dànno infamia alle donne; ed estimo ch'ogni nobil cavaliero sia obligato a diffender sempre con l'arme, dove bisogna, la verità, e massimamente quando conosce qualche donna esser falsamente calunniata di poca onestà -.

XXXIX.

- Ed io, - rispose ridendo il signor Gasparo, - non solamente affermo esser debito d'ogni nobil cavaliero quello che voi dite, ma estimo gran cortesia e gentilezza coprir qualche errore, ove per disgrazia, o troppo amore, una donna sia incorsa; e cosí veder potete ch'io tengo piú alla parte delle donne, dove la ragion me lo comporta, che non fate voi. Non nego già che gli omini non si abbiano preso un poco di libertà; e questo perché sanno che per la opinion universale ad essi la vita dissoluta non porta cosí infamia come alle donne; le quali, per la imbecillità del sesso, sono molto piú inclinate agli appetiti che gli omini, e se talor si astengono dal satisfare ai suoi desidèri, lo fanno per vergogna, non perché la voluntà non sia loro prontissima; e però gli omini hanno posto loro il timor d'infamia per un freno che le tenga quasi per forza in questa virtú, senza la quale, per dir il vero, sariano poco d'apprezzare; perché il mondo non ha utilità dalle donne, se non per lo generare dei figlioli. Ma ciò non intervien degli omini, i quali governano le città, gli eserciti e fanno tante altre cose d'importanzia: il che, poiché voi volete cosí, non voglio disputar come sapessero far le donne; basta che non lo fanno; e quando è occorso agli omini far paragon della continenzia, cosí hanno superato le donne in questa virtú come ancora nell'altre, benché voi non lo consentiate. Ed io circa questo non voglio recitarvi tante istorie o fabule quante avete fatto voi, e rimettovi alla continenzia solamente di dui grandissimi signori giovani, e su la vittoria, la quale suol far insolenti ancora gli omini bassissimi; e dell'uno è quella d'Alessandro Magno verso le donne bellissime di Dario, nemico e vinto; l'altra di Scipione, a cui, essendo di ventiquattro anni ed avendo in Ispagna vinto per forza una città, fu condutta una bellissima e nobilissima giovane, presa tra molt'altre; e intendendo Scipione questa esser sposa d'un signor del paese, non solamente s'astenne da ogni atto disonesto verso di lei, ma immaculata la rese al marito, facendole di sopra un ricco dono. Potrei dirvi di Senocrate, il quale fu tanto continente, che una bellissima donna, essendosegli colcata accanto ignuda e facendogli tutte le carezze ed usando tutti i modi che sapea, delle quai cose era bonissima maestra, non ebbe forza mai di far che mostrasse pur un minimo segno d'impudicizia, avvenga che ella in questo dispensasse tutta una notte; e di Pericle, che udendo solamente uno che laudava con troppo efficacia la bellezza d'un fanciullo, lo riprese agramente; e di molt'altri continentissimi di lor propria voluntà, e non per vergogna o paura di castigo, da che sono indutte la maggior parte di quelle donne che in tal virtú si mantengono; le quali però ancor con tutto questo meritano esser laudate assai, e chi falsamente dà loro infamia d'impudicizia è degno, come avete detto, di gravissima punizione -.

XL.

Allora messer Cesare, il qual per bon spacio tacciuto avea, - Pensate, - disse, - di che modo parla il signor Gasparo a biasimo delle donne, quando queste son quelle cose ch'ei dice in laude loro. Ma se 'l signor Magnifico mi concede ch'io possa in loco suo respondergli alcune poche cose circa quanto egli, al parer mio, falsamente ha detto contra le donne, sarà bene per l'uno e per l'altro: perché esso si riposerà un poco e meglio poi potrà seguitare in dir qualche altra eccellenzia della donna di palazzo; ed io mi terrò per molta grazia l'aver occasione di far insieme con lui questo officio di bon cavaliero, cioè diffender la verità. - Anzi ve ne priego, - rispose il signor Magnifico; - ché già a me parea aver satisfatto, secondo le forze mie, a quanto io doveva e che questo ragionamento fosse ormai fuor del proposito mio -. Suggiunse messer Cesare: - Non voglio già parlare della utilità che ha il mondo dalle donne, oltre al generar i figlioli, perché a bastanza s'è dimostrato quanto esse siano necessarie non solamente all'esser ma ancor al ben esser nostro; ma dico, signor Gaspar, che se esse sono, come voi dite, piú inclinate agli appetiti che gli omini, e con tutto questo se ne astengano piú che gli omini, il che voi stesso consentite, sono tanto piú degne di laude, quanto il sesso loro è men forte per resistere agli appetiti naturali; e se dite che lo fanno per vergogna, parmi che in loco d'una virtú sola ne diate lor due; ché se in esse piú po la vergogna che l'appetito e perciò i astengono dalle cose mal fatte, estimo che questa vergogna, che in fine non è altro che timor d'infamia, sia una rarissima virtú e da pochissimi omini posseduta. E s'io potessi senza infinito vituperio degli omini dire come molti d'essi siano immersi nella impudenzia, che è il vicio contrario a questa virtú, contaminarei queste sante orecchie che m'ascoltano: e per il piú questi tali ingiuriosi a Dio ed alla natura sono omini già vecchi, i quali fan professione chi di sacerdozio, chi di filosofia, chi delle sante leggi; e governano le republiche con quella severità catoniana nel viso, che promette tutta la integrità del mondo; e sempre allegano il sesso feminile esser incontinentissimo; né mai essi d'altro si dolgon piú, che del mancar loro il vigor naturale per poter satisfare ai loro abominevoli desidèri, i quali restano ancor nell'animo, quando già la natura li nega al corpo; e però spesso trovano modi dove le forze non sono necessarie.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008