Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

LXXXI.

Spesso si dice ancor una parola, nella quale è una nascosta significazione lontana da quello che par che dir si voglia. Come il signor Prefetto qui, sentendo ragionare d'un capitano, il quale in vero a' suoi dí il piú delle volte ha perduto, e allor pur per avventura avea vinto; e dicendo colui che ragionava, che nella entrata che egli avea fatta in quella terra s'era vestito un bellissimo saio di velluto cremosí il qual portava sempre dopo le vittorie, disse il signor Prefetto: "Dee esser novo". Non meno induce il riso, quando talor si risponde a quello che non ha detto colui con cui si parla, o ver si mostra creder che abbia fatto quello che non ha fatto, e dovea fare. Come Andrea Coscia, essendo andato a visitare un gentilomo, il quale discortesemente lo lasciava stare in piedi, ed esso sedea, disse: "Poiché vostra Signoria me lo commanda, per obedire io sederò"; e cosí si pose a sedere.

LXXXII.

Ridesi ancor quando l'omo con bona grazia accusa se stesso di qualche errore; come l'altro giorno, dicendo io al capellan del signor Duca, che Monsignor mio avea un capellano che dicea messa piú presto di lui, mi rispose: "Non è possibile"; ed accostatomisi all'orecchio, disse: "Sapiate ch'io non dico un terzo delle secrete". Biagin Crivello ancor, essendo stato morto un prete a Milano, domandò il beneficio al Duca, il qual pur stava in opinion di darlo ad un altro. Biagin in ultimo, vedendo che altra ragione non gli valea, "E come?" disse; "s'io ho fatto ammazzar il prete, perché non mi volete voi dar il beneficio?" Ha grazia ancor spesso desiderare quelle cose che non possono essere; come l'altro giorno un de' nostri, vedendo questi signori che tutti giocavano d'arme ed esso stava colcato sopra un letto, disse: "Oh come mi piaceria, che ancor questo fosse esercizio da valente omo e bon soldato!" È ancor bel modo e salso di parlare, e massimamente in persone gravi e d'autorità, rispondere al contrario di quello che vorria colui con chi si parla, ma lentamente, e quasi con una certa considerazione dubbiosa e suspesa. Come già il re Alfonso primo d'Aragona, avendo donato ad un suo servitore arme, cavalli e vestimenti, perché gli avea detto che la notte avanti sognava che sua Altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poi dicendogli pur il medesimo servitore, che ancor quella notte avea sognato che gli dava una bona quantità di fiorin d'oro, gli rispose: "Non crediate da mo inanzi ai sogni, ché non sono veritevoli". Di questa sorte rispose ancor il Papa al Vescovo di Cervia, il qual, per tentar la voluntà sua, gli disse: "Padre Santo, per tutta Roma e per lo palazzo ancora si dice che vostra Santità mi fa governatore". Allor il Papa, "Lasciategli dire", rispose, "ché son ribaldi; non dubitate, che non è vero niente".

LXXXIII.

Potrei forsi ancor, signori, raccórre molti altri lochi, donde si cavano motti ridiculi; come le cose dette con timidità, con maraviglia, con minacce for d'ordine, con troppo collera; oltra di questo, certi casi novi, che intervenuti inducono il riso; talor la taciturnità, con una certa maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a me pare ormai aver detto a bastanza, perché le facezie che consistono nelle parole credo che non escano di que' termini di che noi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell'effetto, avvenga che abbian infinite parti, pur si riducono a pochi capi; ma nell'una e nell'altra sorte la principal cosa è lo ingannar la opinione e rispondere altramente che quello che aspetta l'auditore; ed è forza, se la facezia ha d'aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l'omo. E benché le facezie inducano tutte a ridere, fanno però ancor in questo ridere diversi effetti; perché alcune hanno in sé una certa eleganzia e piacevolezza modesta, altre pungono talor copertamente, talor publico, altre hanno del lascivetto, altre fanno ridere súbito che s'odono, altre quanto piú vi si pensa, altre col riso fanno ancor arrossire, altre inducono un poco d'ira; ma in tutti i modi s'ha da considerar la disposizion degli animi degli auditori, perché agli afflitti spesso i giochi dànno maggior afflizione; e sono alcune infirmità che, quanto piú vi si adopra medicina, tanto piú si incrudiscono. Avendo adunque il cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempo, alle persone, al grado suo e di non esser in ciò troppo frequente (ché in vero dà fastidio, tutto il giorno, in tutti i ragionamenti e senza proposito, star sempre su questo), potrà esser chiamato faceto; guardando ancor di non esser tanto acerbo e mordace, che si faccia conoscer per maligno, pungendo senza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potenti, che è imprudenzia; o ver troppo misere, che è crudeltà; o ver troppo scelerate, che è vanità; o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorria offendere, che è ignoranzia; perché si trovano alcuni che si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ogni volta che possono, vada pur poi la cosa come vole. E tra questi tali son quelli, che per dire una parola argutamente, non guardan di macular l'onor d'una nobil donna; il che è malissima cosa e degna di gravissimo castigo, perché in questo caso le donne sono nel numero dei miseri, e però non meritano in ciò essere mordute, ché non hanno arme da diffendersi. Ma, oltre a questi rispetti, bisogna che colui che ha da esser piacevole e faceto, sia formato d'una certa natura atta a tutte le sorti di piacevolezze ed a quelle accommodi li costumi, i gesti e 'l volto; il quale quant'è piú grave e severo e saldo, tanto piú fa le cose che son dette parer salse ed argute.

LXXXIV.

Ma voi, messer Federico, che pensaste di riposarvi sotto questo sfogliato albero e nei mei secchi ragionamenti, credo che ne siate pentito e vi paia esser entrato nell'ostaria di Montefiore; però ben sarà che, a guisa di pratico corrieri, per fuggir un tristo albergo, vi leviate un poco piú per tempo che l'ordinario e seguitiate il camin vostro. - Anzi, - rispose messer Federico, - a cosí bon albergo sono io venuto, che penso di starvi piú che prima non aveva deliberato; però riposerommi pur ancor fin a tanto che voi diate fine a tutto 'l ragionamento proposto, del quale avete lasciato una parte che al principio nominaste, che son le "burle"; e di ciò non è bono che questa compagnia sia defraudata da voi. Ma sí come circa le facezie ci avete insegnato molte belle cose e fattoci audaci nello usarle, per esempio di tanti singulari ingegni e grandi omini, e príncipi e re e papi, credo medesimamente che nelle burle ci darete tanto ardimento, che pigliaremo segurtà di metterne in opera qualcuna ancor contra di voi -. Allor messer Bernardo ridendo, - Voi non sarete, - disse, i primi; ma forse non vi verrà fatto, perché ormai tante n'ho ricevute, che mi guardo da ogni cosa, come i cani che, scottati dall'acqua calda, hanno paura della fredda. Pur, poiché di questo ancor volete ch'io dica, penso potermene espedir con poche parole.

LXXXV.

E' parmi che la burla non sia altro che un inganno amichevole di cose che non offendano, o almen poco; e sí come nelle facezie il dir contra l'aspettazione, cosí nelle burle il far contra l'aspettazione induce il riso. E queste tanto piú piacciono e sono laudate quanto piú hanno dello ingenioso e modesto; perché chi vol burlar senza rispetto spesso offende e poi ne nascono disordini e gravi inimicizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle son quasi i medesimi delle facezie. Però, per non replicargli, dico solamente che di due sorti burle si trovano, ciascuna delle quali in piú parti poi divider si poria. L'una è, quando s'inganna ingeniosamente con bel modo e piacevolezza chi si sia; l'altra, quando si tende quasi una rete e mostra un poco d'esca, talché l'omo corre ad ingannarsi da se stesso. Il primo modo è tale, quale fu la burla che a questi dí due gran signore, ch'io non voglio nominare, ebbero per mezzo d'un Spagnolo chiamato Castiglio -. Allora la signora Duchessa, - E perché, - disse, - non le volete voi nominare? - Rispose messer Bernardo: - Non vorrei che lo avessero a male -. Replicò la signora Duchessa ridendo: - Non si disconvien talor usare le burle ancor coi gran signori; ed io già ho udito molte esserne state fatte al duca Federico, al re Alfonso d'Aragona, alla reina donna Isabella di Spagna ed a molti altri gran príncipi; ed essi non solamente non lo aver avuto a male, ma aver premiato largamente i burlatori -. Rispose messer Bernardo: - Né ancor con questa speranza le nominarò io. - Dite come vi piace, - suggiunse la signora Duchessa. Allor seguitò messer Bernardo e disse: - Pochi dí sono che nella corte di chi io intendo capitò un contadin bergamasco per servizio di un gentilom cortegiano, il qual fu tanto ben divisato di panni ed acconcio cosí attillatamente che, avvenga che fosse usato solamente a guardar buoi, né sapesse far altro mestiero, da chi non l'avesse sentito ragionare saria stato tenuto per un galante cavaliero; e cosí essendo detto a quelle due signore che quivi era capitato un Spagnolo servitore del cardinale Borgia che si chiamava Castiglio, ingeniosissimo, musico, danzatore, ballatore e piú accorto cortegiano che fosse in tutta Spagna, vennero in estremo desiderio di parlargli, e súbito mandarono per esso; e dopo le onorevoli accoglienze, lo fecero sedere e cominciarono a parlargli con grandissimo riguardo in presenzia d'ognuno; e pochi eran di quelli che si trovavano presenti, che non sapessero che costui era un vaccaro bergamasco. Però, vedendosi che quelle signore l'intertenevano con tanto rispetto e tanto l'onoravano, furono le risa grandissime; tanto piú che 'l bon omo sempre parlava del suo nativo parlare zaffi bergamasco. Ma quei gentilomini che faceano la burla aveano prima detto a queste signore che costui, tra l'altre cose, era gran burlatore, e parlava eccellentemente tutte le lingue, e massimamente lombardo contadino; di sorte che sempre estimarono che fingesse; e spesso si voltavano l'una all'altra con certe maraviglie e diceano: "Udite gran cosa, come contrafà questa lingua!" In somma, tanto durò questo ragionamento, che ad ognuno doleano gli fianchi per le risa; e fu forza che esso medesimo desse tanti contrasegni della sua nobilità, che pur in ultimo queste signore, ma con gran fatica, credettero che 'l fusse quello che egli era.

LXXXVI.

Di questa sorte burle ogni dí veggiamo; ma tra l'altre quelle son piacevoli, che al principio spaventano e poi riescono in cosa sicura, perché il medesimo burlato si ride di se stesso, vedendosi aver avuto paura di niente. Come essendo io una notte alloggiato in Paglia, intervenne che nella medesima ostaria ov'ero io erano ancor tre altri compagni, dui da Pistoia, l'altro da Prato, i quali dopo cena si misero, come spesso si fa, a giocare: cosí non v'andò molto che uno dei dui Pistolesi, perdendo il resto, restò senza un quattrino, di modo che cominciò a desperarsi e maledire e biastemare fieramente; e cosí rinegando se n'andò a dormire. Gli altri dui, avendo alquanto giocato, deliberarono fare una burla a questo che era ito a letto. Onde, sentendo che esso già dormiva, spensero tutti i lumi e velarono il foco; poi si misero a parlar alto e far i maggiori romori del mondo, mostrando venire a contenzione del gioco, dicendo uno: "Tu hai tolto la carta di sotto"; l'altro negandolo, con dire: "E tu hai invitato sopra flusso; il gioco vadi a monte"; e cotai cose, con tanto strepito, che colui che dormiva si risvegliò; e sentendo che costoro giocavano e parlavano cosí come se vedessero le carte, un poco aperse gli occhi, e non vedendo lume alcuno in camera, disse: "E che diavol farete voi tutta notte di cridare?" Poi súbito se rimise giú, come per dormire. I dui compagni non li diedero altrimenti risposta, ma seguitarono l'ordine suo; di modo che costui, meglio risvegliato, cominciò a maravigliarsi, e vedendo certo che ivi non era né foco né splendor alcuno e che pur costoro giocavano e contendevano, disse: "E come potete voi veder le carte senza lume?" Rispose uno delli dui: "Tu dèi aver perduto la vista insieme con li danari; non vedi tu, se qui abbiam due candele?" Levossi quello che era in letto su le braccia e quasi adirato disse: "O ch'io sono ebriaco o cieco, o voi dite le bugie". Li due levaronsi ed andarono a letto tentoni, ridendo e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro; ed esso pur replicava: "Io dico che non vi veggo". In ultimo li dui cominciarono a mostrare di maravigliarsi forte e l'uno disse all'altro: "Oimè, parmi che 'l dica da dovero; da' qua quella candela, e veggiamo se forse gli si fosse inturbidata la vista". Allor quel meschino tenne per fermo d'esser diventato cieco, e piangendo dirottamente disse: "O fratelli mei, io son cieco"; e súbito cominciò a chiamar la Nostra Donna di Loreto e pregarla che gli perdonasse le biastemme e le maledizioni che gli avea date per aver perduto i denari. I dui compagni pur lo confortavano e dicevano: "E' non è possibile che tu non ci vegghi; egli è una fantasia che tu t'hai posta in capo". "Oimè", replicava l'altro, "che questa non è fantasia, né vi veggo io altrimenti che se non avessi mai avuti occhi in testa". "Tu hai pur la vista chiara", rispondeano li dui e diceano l'un altro: "Guarda come egli apre ben gli occhi e come gli ha belli! e chi poria creder ch'ei non vedesse?" Il poveretto tuttavia piangea piú forte e dimandava misericordia a Dio. In ultimo costoro gli dissero: "Fa' voto d'andare alla Nostra Donna di Loreto devotamente scalzo ed ignudo, ché questo è il miglior rimedio che si possa avere; e noi fra tanto andaremo ad Acqua Pendente e quest'altre terre vicine per veder di qualche medico, e non ti mancaremo di cosa alcuna possibile". Allora quel meschino súbito s'inginocchiò nel letto, e con infinite lacrime ed amarissima penitenzia dello aver biastemato fece voto solenne d'andar ignudo a Nostra Signora di Loreto ed offerirgli un paio d'occhi d'argento e non mangiar carne il mercore, né ova il venere, e digiunar pane ed acqua ogni sabbato ad onore di Nostra Signora, se gli concedeva grazia di ricuperar la vista. I dui compagni, entrati in un'altra camera, accesero un lume e se ne vennero con le maggior risa del mondo davanti a questo poveretto; il quale, benché fosse libero di cosí grande affanno, come potete pensare, pur era tanto attonito della passata paura, che non solamente non potea ridere, ma né pur parlare; e li dui compagni non faceano altro che stimularlo, dicendo che era obligato a pagar tutti questi voti, perché avea ottenuta la grazia domandata.

LXXXVII.

Dell'altra sorte di burle, quando l'omo inganna se stesso, non darò io altro esempio, se non quello che a me intervenne, non è gran tempo: perché a questo carneval passato Monsignor mio di San Pietro ad Vincula, il qual sa come io mi piglio piacer, quando son maschera, di burlar frati, avendo prima ben ordinato ciò che fare intendeva, venne insieme un dí con Monsignor d'Aragona ed alcuni altri cardinali a certe finestre in Banchi, mostrando voler star quivi a veder passar le maschere, come è usanza di Roma. Io, essendo maschera, passai, e vedendo un frate cosí da un canto che stava un poco suspeso, giudicai aver trovata la mia ventura e súbito gli corsi come un famelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli era, ed esso rispostomi, mostrai di conoscerlo e con molte parole cominciai ad indurlo a credere che 'l barigello l'andava cercando per alcune male informazioni che di lui s'erano avute, e confortarlo che venisse meco insino alla cancelleria, ché io quivi lo salvarei. Il frate, pauroso e tutto tremante, parea che non sapesse che si fare e dicea dubitar, se si dilungava da San Celso, d'esser preso. Io pur facendogli bon animo, gli dissi tanto, che mi montò di groppa, ed allor a me parve d'aver a pien compíto il mio disegno; cosí súbito cominciai a rimettere il cavallo per Banchi, il qual andava saltellando e traendo calci. Imaginate or voi che bella vista facea un frate in groppa di una maschera, col volare del mantello e scuotere il capo innanzi e 'ndietro, che sempre parea che andasse per cadere. Con questo bel spettaculo cominciarono que' signori a tirarci ova dalle finestre, poi tutti i banchieri e quante persone v'erano; di modo che non con maggior impeto cadde dal cielo mai la grandine, come da quelle finestre cadeano l'ova, le quali per la maggior parte sopra di me venivano; ed io per esser maschera non mi curava, e pareami che quelle risa fossero tutte per lo frate e non per me; e per questo piú volte tornai innanzi e 'ndietro per Banchi, sempre con quella furia alle spalle; benché il frate quasi piangendo mi pregava ch'io lo lassassi scendere, e non facessi questa vergogna all'abito; poi, di nascosto, il ribaldo si facea dar ova ad alcuni staffieri posti quivi per questo effetto, e mostrando tenermi stretto per non cadere me le schiacciava nel petto, spesso in sul capo, e talor in su la fronte medesima; tanto ch'io era tutto consumato. In ultimo, quando ognuno era stanco e di ridere e di tirar ova, mi saltò di groppa, e callatosi indrieto lo scapularo mostrò una gran zazzera e disse: "Messer Bernardo, io son un famiglio di stalla di San Pietro ad Vincula e son quello che governa il vostro muletto". Allor io non so qual maggiore avessi o dolore o ira o vergogna; pur, per men male, mi posi a fuggire verso casa e la mattina seguente non osava comparere; ma le risa di questa burla non solamente il dí seguente, ma quasi insino adesso son durate -.

LXXXVIII.

E cosí essendosi per lo raccontarla alquanto rinovato il ridere, suggiunse messer Bernardo: - È ancor un modo di burlare assai piacevole, onde medesimamente si cavano facezie, quando si mostra credere che l'omo voglia fare una cosa, che in vero non vol fare. Come essendo io in sul ponte di Leone una sera dopo cena, e andando insieme con Cesare Beccadello scherzando, cominciammo l'un l'altro a pigliarsi alle braccia, come se lottare volessimo; e questo perché allor per sorte parca che in su quel ponte non fusse persona; e stando cosí, sopragiunsero dui Franzesi i quali, vedendo questo nostro debatto, dimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartire, con opinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto, "Aiutatemi", dissi, "signori, ché questo povero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento di cervello; ed ecco che adesso si vorria pur gittar dal ponte nel fiume". Allora quei dui corsero, e meco presero Cesare e tenevanlo strettissimo; ed esso, sempre dicendomi ch'io era pazzo, mettea piú forza per svilupparsi loro dalle mani e costoro tanto piú lo stringevano; di sorte che la brigata cominciò a vedere questo tumulto ed ognun corse; e quanto piú il bon Cesare battea delle mani e piedi, ché già cominciava entrare in collera, tanto piú gente sopragiungeva; e per la forza grande che esso metteva, estimavano fermamente che volesse saltar nel fiume, e per questo lo stringevan piú; di modo che una gran brigata d'omini lo portarono di peso all'osteria, tutto scarmigliato e senza berretta, pallido dalla collera e dalla vergogna; ché non gli valse mai cosa che dicesse, tra perché quei Franzesi non lo intendevano, tra perché io ancor conducendogli all'osteria sempre andava dolendomi della disavventura del poveretto, che fosse cosí impazzito.

LXXXIX.

Or, come avemo detto, delle burle si poria parlar largamente; ma basti il replicare che i lochi onde si cavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n'avemo infiniti, ché ogni dí ne veggiamo; e tra gli altri, molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle. Molti omini piacevoli di questa sorte ricordomi ancor aver conosciuti a' mei dí, e tra gli altri in Padoa uno scolar siciliano, chiamato Ponzio; il qual vedendo una volta un contadino che aveva un paro di grossi caponi, fingendo volergli comperare fece mercato con esso e disse che andasse a casa seco, ché, oltre al prezzo, gli darebbe da far colazione; e cosí lo condusse in parte dove era un campanile, il quale è diviso dalla chiesa, tanto che andar vi si po d'intorno; e proprio ad una delle quattro facce del campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzio, avendo prima pensato ciò che far intendeva, disse al contadino: "Io ho giocato questi caponi con un mio compagno, il qual dice che questa torre circunda ben quaranta piedi, ed io dico di no; e a punto allora quand'io ti trovai aveva comperato questo spago per misurarla; però, prima che andiamo a casa, voglio chiarirmi chi di noi abbia vinto"; e cosí dicendo trassesi dalla manica quel spago e diello da un capo in mano al contadino e disse: "Da' qua"; e tolse i caponi e prese il spago dall'altro capo; e, come misurar volesse, cominciò a circundar la torre avendo prima fatto affermar il contadino, e tener il spago dalla parte che era opposta a quella faccia che rispondeva nella stradetta; alla quale come esso fu giunto, cosí ficcò un chiodo nel muro, a cui annodò il spago; e lasciatolo in tal modo, cheto cheto se n'andò per quella stradetta coi caponi. Il contadino per bon spazio stette fermo, aspettando pur che colui finisse di misurare; in ultimo, poi che piú volte ebbe detto: "Che fate voi tanto?", volse vedere, e trovò che quello che tenea lo spago non era Ponzio, ma era un chiodo fitto nel muro, il qual solo gli restò per pagamento dei caponi. Di questa sorte fece Ponzio infinite burle. Molti altri sono ancora stati omini piacevoli di tal manera, come il Gonella, il Meliolo in que' tempi, ed ora il nostro frate Mariano e frate Serafino qui, e molti che tutti conoscete. Ed in vero questo modo è lodevole in omini che non facciano altra professione; ma le burle del cortegiano par che si debbano allontanar un poco piú dalla scurilità. Deesi ancora guardar che le burle non passino alla barraria come vedemo molti mali omini che vanno per lo mondo con diverse astuzie per guadagnar denari, fingendo or una cosa ed or un'altra; e che non siano anco troppo acerbe, e sopra tutto aver rispetto e riverenzia, cosí in questo come in tutte l'altre cose, alle donne, e massimamente dove intervenga offesa della onestà -.

XC.

Allora il signor Gasparo, - Per certo, - disse, - messer Bernardo, voi sète pur troppo parziale a queste donne. E per ché volete voi che piú rispetto abbiano gli omini alle donne, che le donne agli omini? Non dee a noi forse esser tanto caro l'onor nostro, quanto ad esse il loro? A voi pare adunque che le donne debban pungere e con parole e con beffe gli omini in ogni cosa senza riservo alcuno, e gli omini se ne stiano muti e le ringrazino da vantaggio? - Rispose allor messer Bernardo: - Non dico io che le donne non debbano aver nelle facezie e nelle burle quei respetti agli omini che avemo già detti; dico ben che esse possono con piú licenzia morder gli omini di poca onestà, che non possono gli omini mordere esse; e questo perché noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vicio né mancamento né infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donne sia tanto estremo obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera che sia la calunnia che se le dà, sia per sempre vituperata. Però essendo il parlar dell'onestà delle donne tanto pericolosa cosa d'offenderle gravemente, dico che dovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perché pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che già avemo detto convenirsi a gentilomo -.

XCI.

Quivi, facendo un poco di pausa messer Bernardo, disse il signor Ottavian Fregoso ridendo: - Il signor Gaspar potrebbe rispondervi che questa legge, che voi allegate che noi stessi avemo fatta, non è forse cosí fuor di ragione come a voi pare; perché essendo le donne animali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini, bisognava, poiché da sé non erano capaci di far atto alcun virtuoso, che con la vergogna e timor d'infamia si ponesse loro un freno, che quasi per forza in esse introducesse qualche bona qualità; e parve che piú necessaria loro fosse la continenzia che alcuna altra, per aver certezza dei figlioli; onde è stato forza con tutti gl'ingegni ed arti e vie possibili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte l'altre cose siano di poco valore, e che sempre facdano il contrario di ciò che devriano. Però essendo lor licito far tutti gli altri errori senza biasimo, se noi le vorremo mordere di quei diffetti i quali, come avemo detto, tutti ad esse sono conceduti e però a loro non sono disconvenienti, né esse se ne curano, non moveremo mai il riso; perché già voi avete detto che 'l riso si move con alcune cose che son disconvenienti -.

XCII.

Allor la signora Duchessa, - In questo modo, - disse, signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi vi dolete che esse non v'amino? - Di questo non mi dolgo io, - rispose il signor Ottaviano, - anzi le ringrazio, poiché con lo amarmi non m'obligano ad amar loro; né parlo di mia opinione, ma dico che 'l signor Gasparo potrebbe allegar queste ragioni -. Disse messer Bernardo: - Gran guadagno in vero fariano le donne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemici, quanto siete voi e 'l signor Gasparo. - Io non son lor nemico, - rispose il signor Gasparo, - ma voi sète ben nemico degli omini; ché se pur volete che le donne non siano mordute circa questa onestà, dovreste mettere una legge ad esse ancor, che non mordessero gli omini in quello che a noi cosi è vergogna, come alle donne la incontinenzia. E perché non fu cosí conveniente ad Alonso Cariglio la risposta che diede alla signora Boadiglia della speranza che avea di campar la vita, perché essa lo pigliasse per marito, come a lei la proposta che ognun che lo conoscea pensava che 'l Re lo avesse da far impiccare? E perché non fu cosí licito a Riciardo Minutoli gabbar la moglie di Filippello e farla venir a quel bagno, come a Beatrice far uscire del letto Egano suo marito e fargli dare delle bastonate da Anichino, poi che un gran pezzo con lui giacciuta si fu? E quell'altra che si legò lo spago al dito del piede e fece credere al marito proprio non esser dessa? Poiché voi dite che quelle burle di donne nel Giovan Boccaccio son cosí ingeniose e belle -.

XCIII.

Allora messer Bernardo ridendo, - Signori, - disse, essendo stato la parte mia solamente disputar delle facezie, io non intendo passar quel termine; e già penso aver detto perché a me non paia conveniente morder le donne né in detti né in fatti circa l'onestà, e ancor ad esse aver posto regula, che non pungan gli omini dove lor dole. Dico ben che delle burle e motti che voi, signor Gasparo, allegate, quello che disse Alonso alla signora Boadiglia, avvegna che tocchi un poco la onestà, non mi dispiace, perché è tirato assai da lontano ed è tanto occulto che si po intendere simplicemente, di modo che esso potea dissimularlo ed affermare non l'aver detto a quel fine. Un altro ne disse al parer mio disconveniente molto; e questo fu, che passando la Regina davanti la casa pur della signora Boadiglia, vide Alonso la porta tutta dipinta con carboni di quegli animali disonesti che si dipingono per l'osterie in tante forme; ed accostatosi alla Contessa di Castagneto, disse: "Eccovi, Signora, le teste delle fiere che ogni giorno ammazza la signora Boadiglia alla caccia". Vedete che questo, avvegna che sia ingeniosa metafora, e ben tolta dai cacciatori, che hanno per gloria aver attaccate alle lor porte molte teste di fiere, pur è scurile e vergognoso; oltra che non fu risposta, ché il rispondere ha molto piú del cortese, perché par che l'omo sia provocato; e forza è che sia all'improviso. Ma tornando a proposito delle burle delle donne, non dico io che faccian bene ad ingannare i mariti, ma dico che alcuni di quegli inganni che recita Giovan Boccaccio delle donne son belli ed ingeniosi assai, e massimamente quelli che voi proprio avete detti. Ma, secondo me, la burla di Riciardo Minutoli passa il termine ed è piú acerba assai che quella di Beatrice, ché molto piú tolse Riciardo Minutoli alla moglie di Filippello, che non tolse Beatrice ad Egano suo marito; perché Riciardo con quello inganno sforzò colei e fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suo marito per far essa di se stessa quello che le piaceva -.

XCIV.

Allor il signor Gasparo, - Per niuna altra causa, - disse, si po escusar Beatrice eccetto che per amore; il che si deve cosí ammettere negli omini, come nelle donne -. Allora messer Bernardo, - In vero, - rispose, - grande escusazione d'ogni fallo portan seco le passioni d'amore; nientedimeno io per me giudico che un gentilomo di valore il quale ami, debba, cosí in questo come in tutte l'altre cose, esser sincero e veridico; e se è vero che sia viltà e mancamento tanto abominevole l'esser traditore ancora contra un nemico, considerate quanto piú si deve estimar grave tal errore contra persona che s'ami; ed io credo che ogni gentil innamorato tolleri tante fatiche, tante vigilie, si sottoponga a tanti pericoli, sparga tante lacrime, usi tanti modi e vie di compiacere l'amata donna, non per acquistarne principalmente il corpo, ma per vincer la ròcca di quell'animo, spezzare quei durissimi diamanti, scaldar que' freddi ghiacci, che spesso ne' delicati petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero e sodo piacere e 'l fine dove tende la intenzione d'un nobil core; e certo io per me amerei meglio, essendo innamorato, conoscer chiaramente che quella a cui io servissi mi redamasse di core e m'avesse donato l'animo, senza averne mai altra satisfazione, che goderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ché in tal caso a me pareria esser patrone d'un corpo morto. Però quelli che consegueno e suoi desidèri per mezzo di queste burle, che forse piú tosto tradimenti che burle chiamar si poriano, fanno ingiuria ad altri; né con tutto ciò han quella satisfazione che in amor desiderar si deve, possedendo il corpo senza la voluntà. Il medesimo dico d'alcun'altri, che in amore usano incantesini, malie e talor forza, talor sonniferi e simili cose; e sappiate che li doni ancora molto diminuiscono i piaceri d'amore, perché l'omo po star in dubbio di non essere amato, ma che quella donna faccia dimostrazion d'amarlo per trarne utilità. Però vedete gli amori di gran donne essere estimati, perché par che non possano proceder d'altra causa che da proprio e vero amore, né si dee credere che una gran signora mai dimostri amare un suo minore, se non l'ama veramente -.

XCV.

Allor il signor Gaspar, - Io non nego, - rispose, - che la intenzione, le fatiche e i periculi degli innamorati non debbano aver principalmente il fin suo indrizzato alla vittoria dell'animo piú che del corpo della donna amata; ma dico che questi inganni, che voi negli omini chiamate tradimenti e nelle donne burle, son ottimi mezzi per giungere a questo fine, perché sempre chi possede il corpo delle donne è ancora signor dell'animo; e se ben vi ricorda, la moglie di Filippello, dopo tanto ramarico per lo inganno fattoli da Riciardo, conoscendo quanto piú saporiti fossero i basci dell'amante che que' del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Riciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò. Eccovi che quello che non avea potuto far il sollicito frequentare, i doni e tant'altri segni cosí lungamente dimostrati, in poco d'ora fece lo star con lei. Or vedete che pur questa burla, o tradimento, come vogliate dire, fu bona via per acquistar la ròcca di quell'animo -. Allora messer Bernardo, - Voi, - disse, - fate un presuposto falsissimo, ché se le donne dessero sempre l'animo a chi lor tiene il corpo, non se ne trovaria alcuna che non amasse il marito piú che altra persona del mondo; il che si vede in contrario. Ma Giovan Boccaccio era, come sète ancor voi, a gran torto nemico delle donne -.

XCVI.

Rispose il signor Gaspar: - Io non son già lor nemico; ma ben pochi omini di valor si trovano, che generalmente tengan conto alcuno di donne, se ben talor per qualche suo disegno mostrano il contrario -. Rispose allora messer Bernardo: - Voi non solamente fate ingiuria alle donne, ma ancor a tutti gli omini che l'hanno in riverenzia; nientedimeno io, come ho detto, non voglio per ora uscir del mio primo proposito delle burle ed entrar in impresa cosí difficile, come sarebbe il diffender le donne contra voi, che sète grandissimo guerriero; però darò fine a questo mio ragionamento, il qual forse è stato molto piú lungo che non bisognava, ma certo men piacevole che voi non aspettavate. E poich'io veggio le donne starsi cosí chete e supportar le ingiurie da voi cosí pazientemente come fanno, estimarò da mo innanzi esser vera una parte di quello che ha detto el signor Ottaviano, cioè che esse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosa, pur che non siano mordute di poca onestà -. Allora una gran parte di quelle donne, ben per averle la signora Duchessa fatto cosí cenno, si levarono in piedi e ridendo tutte corsero verso il signor Gasparo, come per dargli delle busse, e farne come le Baccanti d'Orfeo, tuttavia dicendo: - Ora vedrete, se ci curiamo che di noi si dica male -.

XCVII.

Cosí, tra per le risa, tra per lo levarsi ognun in piedi, parve che 'l sonno, il quale omai occupava gli occhi e l'animo d'alcuni, si partisse; ma il signor Gasparo cominciò a dire: - Eccovi che per non aver ragione voglion valersi della forza ed a questo modo finire il ragionamento, dandoci, come si sòl dire, una licenzia braccesca -. Allor, - Non vi verrà fatto, - rispose la signora Emilia; - ché, poiché avete veduto messer Bernardo stanco del lungo ragionare, avete cominciato a dir tanto mal delle donne, con opinione di non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un cavalier piú fresco, che combatterà con voi, acciò che l'error vostro non sia cosí lungamente impunito -. Cosí rivoltandosi al Magnifico Iuliano, il qual fin allora poco parlato avea, disse: - Voi sète estimato protettor dell'onor delle donne; però adesso è tempo che dimostriate non aver acquistato questo nome falsamente; e se per lo addietro di tal professione avete mai avuto remunerazione alcuna, ora pensar dovete, reprimendo cosí acerbo nemico nostro, d'obligarvi molto piú tutte le donne, e tanto che, avvegna che mai non si faccia altro che pagarvi, pur l'obligo debba sempre restar vivo, né mai si possa finir di pagare -.

XCVIII.

Allora il Magnifico Iuliano, - Signora mia, - rispose, parmi che voi facciate molto onore al vostro nemico e pochissimo al vostro diffensore; perché certo insin a qui niuna cosa ha detta il signor Gasparo contra le donne, che messer Bernardo non gli abbia ottimamente risposto; e credo che ognun di noi conosca che al cortegiano si convien aver grandissima riverenzia alle donne, e che chi è discreto e cortese non deve mai pungerle di poca onestà, né scherzando né da dovero; però il disputar questa cosí palese verità è quasi un metter dubbio nelle cose chiare. Parmi ben che 'l signor Ottaviano sia un poco uscito de' termini, dicendo che le donne sono animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcuno virtuoso e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini; e perché spesso si dà fede a coloro che hanno molta autorità se ben non dicono cosí compitamente il vero, ed ancor quando parlano da beffe, hassi il signor Gaspar lassato indur dalle parole del signor Ottaviano a dire che gli omini savi d'esse non tengon conto alcuno; il che è falsissimo; anzi, pochi omini di valore ho io mai conosciuti, che non amino ed osservino le donne; la virtú delle quali, e conseguentemente la dignità, estimo io che non sia punto inferior a quella degli omini. Nientedimeno, se si avesse da venire a questa contenzione, la causa delle donne averebbe grandissimo disfavore; perché questi signori hanno formato un cortegiano tanto eccellente e con tante divine condizioni, che chi averà il pensiero a considerarlo tale, imaginerà i meriti delle donne non poter aggiungere a quel termine. Ma, se la cosa avesse da esser pari, bisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquente quanto sono il conte Ludovico e messer Federico, formasse una donna di palazzo con tutte le perfezioni appartenenti a donna, cosí come essi hanno formato il cortegiano con le perfezioni appartenenti ad omo; ed allor se quel che diffendesse la lor causa fosse d'ingegno e d'eloquenzia mediocre, penso che, per esser aiutato dalla verità, dimostraria chiaramente che le donne son cosí virtuose come gli omini -. Rispose la signora Emilia: - Anzi molto piú; e che cosí sia, vedete che la virtú è femina e 'l vicio maschio -.

XCIX.

Rise allor il signor Gasparo, e voltatosi a messer Nicolò Frigio, - Che ne credete voi, Frigio? - disse. Rispose il Frigio: - Io ho compassione al signor Magnifico, il quale, ingannato dalle promesse e lusinghe della signora Emilia, è incorso in errore di dir quello di che io in suo servizio mi vergogno -. Rispose la signora Emilia pur ridendo: - Ben vi vergognarete voi di voi stesso quando vedrete il signor Gasparo, convinto, confessar il suo e 'l vostro errore e domandar quel perdono, che noi non gli vorremo concedere -. Allora la signora Duchessa: - Per esser l'ora molto tarda voglio, - disse, - che differiamo il tutto a domani; tanto piú perché mi par ben fatto pigliar il consiglio del signor Magnifico: cioè che, prima che si venga a questa disputa, cosí si formi una donna di palazzo con tutte le perfezioni, come hanno formato questi signori il perfetto cortegiano. - Signora, - disse allor la signora Emilia, - Dio voglia che noi non ci abbattiamo a dar questa impresa a qualche congiurato col signor Gasparo, che ci formi una cortegiana che non sappia far altro che la cucina e filare -. Disse il Frigio: - Ben è questo il suo proprio officio -. Allor la signora Duchessa, - Io voglio, - disse, - confidarmi del signor Magnifico, il qual, per esser di quello ingegno e giudicio che è, son certa che imaginerà quella perfezion maggiore che desiderar si po in donna ed esprimeralla ancor ben con le parole; e cosí averemo che opporre alle false calunnie del signor Gasparo -.

C.

- Signora mia, - rispose il Magnifico, - io non so come bon consiglio sia il vostro impormi impresa di tanta importanzia, ch'io in vero non mi vi sento sufficiente; né sono io come il Conte e messer Federico, i quali con la eloquenzia sua hanno formato un cortegiano che mai non fu né forse po essere. Pur, se a voi piace ch'io abbia questo carico, sia almen con quei patti che hanno avuti quest'altri signori: cioè che ognun possa dove gli parerà contradirmi, ch'io questo estimarò non contradizione, ma aiuto; e forse col correggere gli errori mei, scoprirassi quella perfezion della donna di palazzo, che si cerca. - Io spero, - rispose la signora Duchessa, - che 'l vostro ragionamento sarà tale, che poco vi si potrà contradire. Sí che mettete Pur l'animo a questo sol pensiero e formateci una tal donna, che questi nostri avversari si vergognino a dir ch'ella non sia pari di virtú al cortegiano; del quale ben sarà che messer Federico non ragioni piú, ché pur troppo l'ha adornato, avendogli massimamente da esser dato paragone d'una donna. - A me, Signora, - disse allor messer Federico, - ormai poco o niente avanza che dir sopra il cortegiano; e quello che pensato aveva, per le facezie di messer Bernardo m'è uscito di mente. - Se cosí è, - disse la signora Duchessa, - dimani riducendoci insieme a bon'ora, aremo tempo di satisfar all'una cosa e l'altra -. E cosí detto si levarono tutti in piedi; e presa riverentemente licenzia dalla signora Duchessa, ciascun si fu alla stanzia sua.

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Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008