Baldesar Castiglione

Il Libro del Cortegiano

Edizione di riferimento:

Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Luigi Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965

Edizione telematica, revisione e impaginazione a cura di Giuseppe Bonghi, 1999

IL SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

XLI.

È adunque securissima cosa nel modo del vivere e nel conversare governarsi sempre con una certa onesta mediocrità, che nel vero è grandissimo e fermissimo scudo contra la invidia, la qual si dee fuggir quanto piú si po. Voglio ancor che 'l nostro cortegiano si guardi di non acquistar nome di bugiardo, né di vano; il che talor interviene a quegli ancora che nol meritano; però ne' suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della verisimilitudine e di non dir ancor troppo spesso quelle verità che hanno faccia di menzogna, come molti che non parlan mai se non di miracoli e voglion esser di tanta autorità, che ogni incredibil cosa a loro sia creduta. Altri nel principio d'una amicizia, per acquistar grazia col novo amico, il primo dí che gli parlano giurano non aver persona al mondo che piú amino che lui, e che vorrebben voluntier morir per fargli servizio e tai cose for di ragione; e quando da lui si partono, fanno le viste di piangere e di non poter dir parola per dolore; cosí, per volere esser tenuti troppo amorevoli, si fanno estimar bugiardi e sciocchi adulatori. Ma troppo lungo e faticoso saria voler discorrer tutti i vicii che possono occorrere nel modo del conversare; però per quello ch'io desidero nel cortegiano basti dire, oltre alle cose già dette, che 'l sia tale, che mai non gli manchin ragionamenti boni e commodati a quelli co' quali parla, e sappia con una certa dolcezza recrear gli animi degli auditori e con motti piacevoli e facezie discretamente indurgli a festa e riso, di sorte che, senza venir mai a fastidio o pur a saziare, continuamente diletti.

XLII.

Io penso che ormai la signora Emilia mi darà licenzia di tacere; la qual cosa s'ella mi negarà, io per le parole mie medesime sarò convinto non esser quel bon cortegiano di cui ho parlato; ché non solamente i boni ragionamenti, i quali né mo né forsi mai da me avete uditi, ma ancor questi mei, come voglia che si siano, in tutto mi mancono -. Allor disse ridendo il signor Prefetto: - Io non voglio che questa falsa opinion resti nell'animo d'alcun di noi, che voi non siate bonissimo cortegiano; ché certo il desiderio vostro di tacere più presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Però, acciò che non paia che in compagnia cosí degna, come è questa, e ragionamento tanto eccellente, si sia lassato a drieto parte alcuna, siate contento d'insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l'arte che s'appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo, perché in vero a me pare che importi assai e molto si convenga al cortegiano. - Signor mio, - rispose allor messer Federico, - le facezie e i motti sono più presto dono e grazia di natura che d'arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte piú l'una che l'altra come i Toscani, che in vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprio il motteggiare. Trovansi ben però molti, e di queste e d'ogni altra nazione, i quali per troppo loquacità passan talor i termini e diventano insulsi ed inetti, perché non han rispetto alla sorte delle persono con le quai parlano, al loco ove si trovano, al tempo, alla gravità ed alla modestia, che essi proprii mantenere devriano -.

XLIII.

Allor il signor Prefetto rispose: - Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna; e pur, dicendo mal di que' che non servano in esse la modestia e gravità e non hanno rispetto al tempo ed alle persone con le quai parlano, parmi che dimostriate che ancor questo insegnar si possa ed abbia in sé qualche disciplina. - Queste regule, Signor mio, - rispose messer Federico, - son tanto universali, che ad ogni cosa si confanno e giovano. Ma io ho detto nelle facezie non esser arte, perché di due sorti solamente parmi che se ne trovino: delle quai l'una s'estende nel ragionar lungo e continuato; come si vede di alcun'omini, che con tanto bona grazia e cosí piacevolmente narrano ed esprimono una cosa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l'abbiano, che coi gesti e con le parole la mettono inanzi agli occhi e quasi la fan toccar con mano; e questa forse, per non ci aver altro vocabulo, si poria chiamar "festività", o vero "urbanità". L'altra sorte di facezie è brevissima e consiste solamente nei detti pronti ed acuti, come spesso tra noi se n'odono, e de' mordaci; né senza quel poco di puntura par che abbian grazia; e questi presso gli antichi ancor si nominavano "detti"; adesso alcuni le chiamano "arguzie". Dico adunque che nel primo modo, che è quella festiva narrazione, non è bisogno arte alcuna perché la natura medesima crea e forma gli omini atti a narrare piacevolmente; e dà loro il volto, i gesti, la voce e le parole appropriate ad imitar ciò che vogliono. Nell'altro, delle arguzie, che po far l'arte? con ciò sia cosa che quel salso detto dee esser uscito ed aver dato in brocca, prima che paia che colui che lo dice v'abbia potuto pensare; altramente è freddo e non ha del bono. Però estimo che 'l tutto sia opera dell'ingegno e della natura -. Riprese allor le parole messer Pietro Bembo e disse: - Il signor Prefetto non vi nega quello che voi dite, cioè che la natura e lo ingegno non abbiano le prime parti, massimamente circa la invenzione; ma certo è che nell'animo di ciascuno, sia pur l'omo di quanto bono ingegno po essere, nascono dei concetti boni e mali, e piú e meno; ma il giudicio poi e l'arte i lima e corregge, e fa elezione dei boni e rifiuta i mali. Però, lasciando quello che s'appartiene allo ingegno, dechiarateci quello che consiste nell'arte; cioè delle facezie e dei motti che inducono a ridere, quai son convenienti al cortegiano e quai no, ed in qual tempo e modo si debbano usare; ché questo è quello che 'l signor Prefetto v'addimanda -.

XLIV.

Allor messer Federico, pur ridendo, disse: - Non è alcun qui di noi al qual io non ceda in ogni cosa, e massimamente nell'esser faceto; eccetto se forse le sciocchezze, che spesso fanno rider altrui piú che i bei detti, non fossero esse ancora accettate per facezie -. E cosí, voltandosi al conte Ludovico ed a messer Bernardo Bibiena, disse: - Eccovi i maestri di questo, dai quali, s'io ho da parlare de' detti giocosi, bisogna che prima impari ciò che m'abbia a dire -. Rispose il conte Ludovico: - A me pare che già cominciate ad usar quello di che dite non saper niente, cioè di voler far ridere questi signori, burlando messer Bernardo e me; perché ognun di lor sa che quello di che ci laudate, in voi è molto piú eccellentemente. Però se siete faticato, meglio è dimandar grazia alla signora Duchessa, che faccia differire il resto del ragionamento a domani, che voler con inganni subterfugger la fatica -. Cominciava messer Federico a rispondere, ma la signora Emilia súbito l'interruppe e disse: - Non è l'ordine che la disputa se ne vada in laude vostra; basta che tutti siete molto ben conosciuti. Ma perché ancor mi ricordo che voi, Conte, iersera mi deste imputazione ch'io non partiva egualmente le fatiche, sarà bene che messer Federico si riposi un poco; e 'l carico del parlar delle facezie daremo a messer Bernardo Bibiena, perché non solamente nel ragionar continuo lo conoscemo facetissimo, ma avemo a memoria che di questa materia piú volte ci ha promesso voler scrivere, e però possiam creder che già molto ben vi abbia pensato e per questo debba compiutamente satisfarci. Poi, parlato che si sia delle facezie, messer Federico seguirà in quello che dir gli avanza del cortegiano -. Allor messer Federico disse: - Signora, non so ciò che più mi avanzi; ma io, a guisa di viandante già stanco dalla fatica del lungo caminare a mezzo giorno, riposerommi nel ragionar di messer Bernardo al suon delle sue parole, come sotto qualche amenissimo ed ombroso albero al mormorar suave d'un vivo fonte; poi forse, un poco ristorato, potrò dir qualche altra cosa -. Rispose ridendo messer Bernardo: - S'io vi mostro il capo, vederete che ombra si po aspettar dalle foglie del mio albero. Di sentire il mormorio di quel fonte vivo forse vi verrà fatto, perch'io fui già converso in un fonte, non d'alcuno degli antichi dèi, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m'è mancata l'acqua -, Allor ognun cominciò a ridere, perché questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenzia di Galeotto cardinale di San Pietro ad Vincula, a tutti era notissima.

XLV.

Cessato il riso, disse la signora Emilia: - Lasciate voi adesso il farci ridere con l'operar le facezie ed a noi insegnate come l'abbiamo ad usare e donde si cavino, e tutto quello che sopra questa materia voi conoscete. E per non perder piú tempo cominciate omai. - Dubito, - disse messer Bernardo, - che l'ora sia tarda; ed acciò che 'l mio parlar di facezie non sia infaceto e fastidioso, forse bon sarà differirlo insino a dimani -. Quivi súbito risposero molti non essere ancor, né a gran pezza, l'ora consueta di dar fine al ragionare. Allora rivoltandosi messer Bernardo alla signora Duchessa ed alla signora Emilia, - Io non voglio fuggir, - disse, - questa fatica; bench'io, come soglio maravigliarmi dell'audacia di color che osano cantar alla viola in presenzia del nostro Iacomo Sansecondo, cosí non devrei in presenzia d'auditori che molto meglio intendon quello che io ho a dire che io stesso, ragionar delle facezie. Pur, per non dar causa ad alcuno di questi signori di ricusar cosa che imposta loro sia, dirò quanto piú brevemente mi sarà possibile ciò che mi occorre circa le cose che movono il riso; il qual tanto a noi è proprio, che per descriver l'omo si suol dire che egli è un animal risibile; perché questo riso solamente negli omini si vede ed è quasi sempre testimonio d'una certa ilarità che dentro si sente nell'animo, il qual da natura è tirato al piacere ed appetisce il riposo e 'l recrearsi; onde veggiamo molte cose dagli omini ritrovate per questo effetto, come le feste e tante varie sorti di spettaculi. E perché noi amiamo que' che son causa di tal nostra recreazione, usavano i re antichi, i Romani, gli Ateniesi e molt'altri, per acquistar la benivolenzia dei populi e pascer gli occhi e gli animi della moltitudine, far magni teatri ed altri publici edifizi; ed ivi mostrar novi giochi, corsi di cavalli e di carrette, combattimenti, strani animali, comedie, tragedie e moresche; né da tal vista erano alieni i severi filosofi, che spesso e coi spettaculi di tal sorte e conviti rilassavano gli animi affaticati in quegli alti lor discorsi e divini pensieri; la qual cosa volentier fanno ancor tutte le qualità d'omini; ché non solamente i lavoratori de' campi, i marinari e tutti quelli che hanno duri ed asperi esercizi alle mani, ma i santi religiosi, i prigionieri che d'ora in ora aspettano la morte, pur vanno cercando qualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso esilara l'animo e dà piacere, né lascia che in quel punto l'omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra è piena. Però a tutti, come vedete, il riso è gratissimo, ed è molto da laudare chi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo riso, e dove stia, ed in che modo talor occupi le vene, gli occhi, la bocca e i fianchi, che par che ci voglia far scoppiare, tanto che, per forza che vi mettiamo, non è possibile tenerlo, lasciarò disputare a Democrito; il quale, se forse ancora lo promettesse, non lo saprebbe dire.

XLVI.

Il loco adunque e quasi il fonte onde nascono i ridiculi consiste in una certa deformità; perché solamente si ride di quelle cose che hanno in sé disconvenienza e par che stian male, senza però star male. Io non so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensate, vederete che quasi sempre quel di che si ride è una cosa che non si conviene, e pur non sta male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il cortegiano per mover il riso e fin a che termine, sforzerommi di dirvi, per quanto mi mostrerà il mio giudicio; perché il far rider sempre non si convien al cortegiano, né ancor di quel modo che fanno i pazzi e gli imbriachi e i sciocchi ed inetti, e medesimamente i buffoni; e benché nelle corti queste sorti d'omini par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortegiani, ma ciascun per lo nome suo ed estimati tali quai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quello che si morde; perché non s'induce riso col dileggiar un misero e calamitoso, né ancora un ribaldo e scelerato publico, perché questi par che meritino maggior castigo che l'esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffare i miseri, eccetto se quei tali nella sua infelicità non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perché talor col dileggiar questi poria l'uom acquistarsi inimicizie pericolose. Però conveniente cosa è beffare e ridersi dei vizi collocati in persone né misere tanto che movano compassione, né tanto scelerate che paia che meritino esser condennate a pena capitale, né tanto grandi che un loro piccol sdegno possa far gran danno.

XLVII.

Avete ancor a sapere che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenzie gravi per laudare e per biasimare, e talor con le medesime parole; come, per laudar un om liberale, che metta la robba sua in commune con gli amici, suolsi dire che ciò ch'egli ha non è suo; il medesimo si po dir per biasimo d'uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: "Colei è una donna d'assai", volendola laudar di prudenzia e bontà; il medesimo poria dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti. Ma piú spesso occorre servirsi dei medesimi lochi a questo proposito, che delle medesime parole; come a questi dí, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla quale serviva d'amore uno dei tre, comparve un povero mendico, e postosi avanti alla signora, cominciolle a dimandare elemosina; e cosí con molta importunità e voce lamentevole gemendo replicò piú volte la sua domanda: pur, con tutto questo essa non gli diede mai elimosina, né ancor gliela negò con fargli segno che s'andasse con Dio, ma stette sempre sopra di sé, come se pensasse in altro. Disse allor il cavalier inamorato ai dui compagni: "Vedete ciò ch'io posso sperare dalla mia signora, che è tanto crudele, che non solamente non dà elemosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta passion e tante volte a lei la domanda, ma non gli dà pur licenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca in miseria e in van le domandi mercede". Rispose un dei dui: "Questa non è crudeltà, ma un tacito ammaestramento di questa signora a voi, per farvi conoscere che essa non compiace mai a chi le dimanda con molta importunità". Rispose l'altro: "Anzi è un avvertirlo che, ancor ch'ella non dia quello che se gli domanda, pur le piace d'esserne pregata". Eccovi, dal non aver quella signora dato licenzia al povero, nacque un detto di severo biasmo, uno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.

XLVIII.

Tornando adunque a dechiarir le sorti delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre maniere se ne trovano, avvenga che messer Federico solamente di due abbia fatto menzione; cioè di quella urbana e piacevole narrazion continuata, che consiste nell'effetto d'una cosa; e della súbita ed arguta prontezza, che consiste in un detto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamano "burle"; nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle prime adunque, che consistono nel parlar continuato, son di manera tale, quasi che l'omo racconti una novella. E per darvi uno esempio: "In quei proprii giorni che morí papa Alessandro Sesto e fu creato Pio Terzo, essendo in Roma e nel Palazzo messer Antonio Agnello, vostro mantuano, signora Duchessa, e ragionando a punto della morte dell'uno e creazion dell'altro, e di ciò facendo varii giudici con certi suoi amici, disse: "Signori, fin al tempo di Catullo cominciarono le porte a parlare senza lingua ed udir senza orecchie ed in tal modo scoprir gli adultèri; ora, se ben gli omini non sono di tanto valor com'erano in que' tempi, forse che le porte, delle quai molte, almen qui in Roma, si fanno de' marmi antichi, hanno la medesima virtú che aveano allora; ed io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostri dubbi, se noi da loro i volessimo sapere". Allor quei gentilomini stettero assai sospesi ed aspettavano dove la cosa avesse a riuscire; quando messer Antonio, seguitando pur l'andar inanzi e 'ndietro, alzò gli occhi, come all'improviso, ad una delle due porte della sala nella qual passeggiavano, e fermatosi un poco mostrò col dito a' compagni la inscrizion di quella, che era il nome di papa Alessandro, nel fin del quale era un V ed un I, perché significasse, come sapete, Sesto; e disse: "Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che è stato papa per la forza che egli ha usata e piú di quella si è valuto che della ragione. Or veggiamo se da quest'altra potemo intender qualche cosa del novo pontefice"; e voltatosi, come per ventura, a quell'altra porta, mostrò la inscrizione d'un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e súbito disse: "Oimè, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet ".

XLIX.

Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del bono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perché in tal caso è licito fingere quanto all'uom piace, senza colpa; e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo 'l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtú di questo è il dimostrar tanto bene e senza fatica, cosí coi gesti come con le parole, quello che l'omo vole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo cosí espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in se stessa non sarà molto faceta né ingeniosa. E benché a queste narrazioni si ricerchino i gesti e quella efficacia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virtú. Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di Varlungo quando sentía la Belcolore in chiesa? Piacevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino ed in molte altre. Della medesima sorte pare che sia il far ridere contrafacendo o imitando, come noi vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno piú eccellente di messer Roberto nostro da Bari -.

L.

- Questa non saria poca laude, - disse messer Roberto, se fosse vera, perch'io certo m'ingegnerei d'imitare piú presto il ben che 'l male, e s'io potessi assimigliarmi ad alcuni ch'io conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vicio -. Rispose messer Bernardo: - In vicio sí, ma che non sta male. E saper dovete che questa imitazione di che noi parliamo non po essere senza ingegno; perché, oltre alla manera d'accommodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente ed aver molto rispetto al loco, al tempo ed alle persone con le quai si parla e non descendere alla buffoneria, né uscire de' termini; le quai cose voi mirabilmente osservate, e però estimo che tutte le conosciate. Ché in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d'ognuno, come Strascino; e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professione. Ma a noi bisogna per transito e nascostamente rubar questa imitazione, servando sempre la dignità del gentilomo, senza dir parole sporche o far atti men che onesti, senza distorgersi il viso o la persona cosí senza ritegno; ma far i movimenti d'un certo modo, che chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini molto piú di quello che vede ed ode, e perciò s'induca a ridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d'esser troppo mordace nel riprendere, massimamente le deformità del volto o della persona; ché sí come i vicii del corpo dànno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, cosí l'usar questo modo troppo acerbamente è cosa non sol da buffone, ma ancor da inimico. Però bisogna, benché difficil sia, circa questo tener, come ho detto, la manera del nostro messer Roberto, che ognun contrafà, e non senza pungerl'in quelle cose dove hanno diffetti, ed in presenzia d'essi medesimi; e pur niuno se ne turba né par che possa averlo per male; e di questo non ne darò esempio alcuno, perché ogni dí in esso tutti ne vedemo infiniti.

LI.

Induce ancor molto a ridere, che pur si contiene sotto la narrazione, il recitar con bona grazia alcuni diffetti d'altri, mediocri però e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze talor simplici, talor accompagnate da un poco di pazzia pronta e mordace; medesimamente certe affettazioni estreme; talor una grande e ben composta bugia. Come narrò pochi dí sono messer Cesare nostro una bella sciocchezza, che fu, che ritrovandosi alla presenzia del podestà di questa terra, vide venire un contadino a dolersi che gli era stato rubato un asino; il qual, poi che ebbe detto della povertà sua e dell'inganno fattogli da quel ladro, per far piú grave la perdita sua, disse: "Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor piú conoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ché quando aveva il suo basto addosso, parea propriamente un Tullio". Ed un de' nostri, incontrandosi in una mattà di capre, innanzi alle quali era un gran becco, si fermò e con un volto maraviglioso disse: "Guardate bel becco! pare un san Paulo". Un altro dice il signor Gasparo aver conosciuto, il qual, per essere antico servitore del duca Ercole di Ferrara, gli avea offerto dui suoi piccoli figlioli per paggi; e questi, prima che potessero venirlo a servire, erano tutti dui morti; la qual cosa intendendo il signore, amorevolmente si dolse col padre, dicendo che gli pesava molto perché in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discreti figlioli. E padre gli rispose: "Signor mio, voi non avete veduto nulla; ché da pochi giorni in qua erano riusciti molto piú belli e virtuosi ch'io non arei mai potuto credere e già cantavano insieme come dui sparvieri". E stando a questi dí un dottor de' nostri a vedere uno, che per giustizia era frustato intorno alla piazza, ed avendone compassione, perché 'l meschino, benché le spalle fieramente gli sanguinassero, andava cosí lentamente come se avesse passeggiato a piacere per passar tempo, gli disse: "Camina, poveretto, ed esci presto di questo affanno". Allor il bon omo rivolto, guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse: "Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo; ch'io adesso voglio andar al mio". Dovete ancora ricordarvi quella sciocchezza, che poco fa raccontò il signor Duca di quell'abbate; il quale, essendo presente un dí che 'l duca Federico ragionava di ciò che si dovesse far di cosí gran quantità di terreno, come s'era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava, disse: "Signor mio, io ho pensato benissimo dove e' s'abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potrà, senza altro impedimento". Rispose il duca Federico, non senza risa: "E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?" Suggiunse l'abbate: "Fatela far tanto grande, che l'uno e l'altro vi stia". Cosí, benché il Duca piú volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto piú terren si cavava, mai non gli poté caper nel cervello ch'ella non si potesse far tanto grande, che l'uno e l'altro metter non vi si potesse, né mai rispose altro se non: "Fatela tanto maggiore". Or vedete che bona estimativa avea questo abbate -.

LII.

Disse allora messer Pietro Bembo: - E perché non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavria, e dentro essendosi trovato un giorno certi passatori avvelenati, che erano stati tirati dal campo, scrisse al Duca che, se la guerra s'aveva da far cosí crudele, esso ancor farebbe porre il medicame in su le pallotte dell'artiglieria e poi chi n'avesse il peggio, suo danno -. Rise messer Bernardo e disse: - Messer Pietro, se voi non state cheto, io dirò tutte quelle che io stesso ho vedute e udite de' vostri Veneziani che non son poche, e massimamente quando voglion fare il cavalcatore. - Non dite, di grazia, - rispose messer Pietro, - che io ne tacerò due altre bellissime che so de' Fiorentini -. Disse messer Bernardo: - Deono esser piú presto Sanesi, che spesso vi cadeno. Come a questi dí uno, sentendo leggere in consiglio certe lettere, nelle quali, per non dir tante volte il nome di colui di chi si parlava, era replicato questo termine "il prelibato", disse a colui che leggeva: "Fermatevi un poco qui, e ditemi: cotesto Prelibato, è egli amico del nostro commune?" - Rise messer Pietro, poi disse: - Io parlo de' Fiorentini e non de' Sanesi. - Dite adunque liberamente, - suggiunse la signora Emilia, - e non abbiate tanti rispetti -. Seguitò messer Pietro: - Quando i signori Fiorentini faceano la guerra contra' Pisani, trovaronsi talor per le molte spese esausti di denari; e parlandosi un giorno in consiglio del modo di trovarne per i bisogni che occorreano, dopo l'essersi proposto molti partiti, disse un cittadino de' piú antichi: "Io ho pensato dui modi, per li quali senza molto impazzo presto potrem trovar bona somma di denari; e di questi l'uno è che noi, perché non avemo le piú vive intrate che le gabelle delle porte di Firenze, secondo che v'abbiam undeci porte, súbito ve ne facciam far undeci altre, e cosí radoppiaremo quella entrata. L'altro modo è, che si dia ordine che súbito in Pistoia e Prato s'aprino le zecche, né piú né meno come in Firenze, e quivi non si faccia altro, giorno e notte, che batter denari e tutti siano ducati d'oro; e questo partito, secondo me, è piú breve e ancor de minor spesa" -.

LIII.

Risesi molto del sottil avvedimento di questo cittadino; e, racchetato il riso, disse la signora Emilia: - Comportarete voi, messer Bernardo, che messer Pietro burli cosí i Fiorentini senza farne vendetta? - Rispose, pur ridendo, messer Bernardo: Io gli perdono questa ingiuria, perché s'egli m'ha fatto dispiacere in burlar i Fiorentini, hammi compiacciuto in obedir voi, il che io ancor farei sempre -. Disse allor messer Cesare: Bella grosseria udi' dir io da un bresciano, il quale, essendo stato quest'anno a Venezia alla festa dell'Ascensione, in presenza mia narrava a certi suoi compagni le belle cose che v'avea vedute; e quante mercanzie e quanti argenti, speziarie, panni e drappi v'erano; poi la Signoria con gran pompa esser uscita a sposar il mare in Bucentoro, sopra il quale erano tanti gentilomini ben vestiti, tanti suoni e canti, che parea un paradiso; e dimandandogli un di que' suoi compagni, che sorte di musica piú gli era piaciuta di quelle che avea udite, disse: "Tutte eran bone; pur tra l'altre io vidi uno sonar con certa tromba strana, che ad ogni tratto se ne ficcava in gola piú di dui palmi e poi súbito la cavava e di novo la reficcava; che non vedeste mai la piú gran maraviglia" -. Risero allora tutti, conoscendo il pazzo pensier di colui, che s'avea imaginato che quel sonatore si ficcasse nella gola quella parte del trombone, che rientrando si nasconde.

LIV.

Suggiunse allor messer Bernardo: - Le affettazioni poi mediocri fanno fastidio, ma quando son fuor di misura inducono da ridere assai; come talor se ne sentono di bocca d'alcuni circa la grandezza, circa l'esser valente, circa la nobilità; talor di donne circa la bellezza, circa la delicatura. Come a questi giorni fece una gentildonna, la qual stando in una gran festa di mala voglia e sopra di sé, le fu domandato a che pensava che star la facesse cosí mal contenta; ed essa rispose: "Io pensava ad una cosa, che sempre che mi si ricorda mi dà grandissima noia, né levar me la posso del core; e questo è, che avendo il dí del giudicio universale tutti i corpi a resuscitare e comparir ignudi innanzi al tribunal di Cristo, io non posso tollerar l'affanno che sento, pensando che il mio ancor abbia ad esser veduto ignudo". Queste tali affettazioni, perché passano il grado, inducono piú riso che fastidio. Quelle belle bugie mo, cosí ben assettate, come movano a ridere, tutti sapete. E quell'amico nostro, che non ce ne lassa mancare, a questi dí me ne raccontò una molto eccellente -.

LV.

Disse allora il Magnifico Iuliano: - Sia come si vole, né piú eccellente né piú sottile non po ella esser di quella che l'altro giorno per cosa certissima affermava un nostro toscano, mercatante luchese. - Ditela, - suggiunse la signora Duchessa -. Rispose il Magnifico Iuliano, ridendo: - Questo mercatante, sí come egli dice, ritrovandosi una volta in Polonia deliberò di comprare una quantità di zibellini, con opinion di portargli in Italia e farne un gran guadagno; e dopo molte pratiche, non potendo egli stesso in persona andar in Moscovia per la guerra che era tra 'l re di Polonia e 'l duca di Moscovia, per mezzo d'alcuni del paese ordinò che un giorno determinato certi mercatanti moscoviti coi lor zibellini venissero ai confini di Polonia e promise esso ancor di trovarvisi, per praticar la cosa. Andando adunque il luchese coi suoi compagni verso Moscovia, giunse al Boristene, il quale trovò tutto duro di ghiaccio come un marmo, e vide che i Moscoviti, li quali per lo suspetto della guerra dubitavano essi ancor de' Poloni, erano già sull'altra riva, ma non s'accostavano, se non quanto era largo il fiume. Cosí conosciutisi l'un l'altro dopo alcuni cenni, li Moscoviti cominciarono a parlar alto e domandare il prezzo che volevano de' loro zibellini, ma tanto era estremo il freddo, che non erano intesi; perché le parole, prima che giungessero all'altra riva, dove era questo luchese e i suoi interpreti, si gelavano in aria e vi restavano ghiacciate e prese di modo, che quei Poloni che sapeano il costume, presero per partito di far un gran foco proprio al mezzo del fiume, perché a lor parere quello era il termine dove giungeva la voce ancor calda prima che ella fosse dal ghiaccio intercetta; ed ancora il fiume era tanto sodo, che ben poteva sostenere il foco. Onde, fatto questo, le parole, che per spacio d'un'ora erano state ghiacciate, cominciarono a liquefarsi e descender giú mormorando, come la neve dai monti il maggio; e cosí súbito furono intese benissimo, benché già gli omini di là fossero partiti; ma perché a lui parve che quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i zibellini, non volle accettar il mercato e cosí se ne ritornò senza -.

LVI.

Risero allora tutti; e messer Bernardo, - In vero, - disse, quella ch'io voglio raccontarvi non è tanto sottile; pur è bella, ed è questa. Parlandosi pochi dí sono del paese o mondo novamente trovato dai marinari portoghesi, e dei varii animali e d'altre cose che essi di colà in Portogallo riportano, quello amico del qual v'ho detto affermò aver veduto una simia di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, la quale giocava a scacchi eccellentissimamente; e, tra l'altre volte, un dí essendo innanzi al re di Portogallo il gentilom che portata l'avea e giocando con lei a scacchi, la simia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto; in ultimo gli diede scaccomatto; per che il gentilomo turbato, come soglion esser tutti quelli che perdono a quel gioco, prese in mano il re, che era assai grande, come usano i Portoghesi, e diede in su la testa alla simia una gran scaccata; la qual súbito saltò da banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvitò a giocare; essa avendo alquanto ricusato con cenni, pur si pose a giocar di novo e, come l'altra volta avea fatto, cosí questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo, vedendo la simia poter dar scaccomatto al gentilom, con una nova malizia volse assicurarsi di non esser piú battuta; e chetamente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man destra sotto 'l cubito sinistro del gentilomo, il quale esso per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffetà, e prestamente levatoglielo, in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto inanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era savia, avveduta e prudente -. Allora messer Cesare Gonzaga, - Questa è forza, - disse, - che tra l'altre simie fosse dottore, e di molta autorità; e penso che la Republica delle simie indiane la mandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito -. Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli per messer Cesare.

LVII.

Cosí, seguitando il ragionamento, disse messer Bernardo: - Avete adunque inteso delle facezie che sono nell'effetto e parlar continuato, ciò che m'occorre; perciò ora è ben dire di quelle che consistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenzia o nella parola; e sí come in quella prima sorte di parlar festivo s'ha da fuggir, narrando ed imitando, di rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli che inducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; cosí in questo breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e dar nel core; perché tali omini spesso per diffetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto 'l corpo.

LVIII.

Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono acutissime, che nascono dalla ambiguità, benché non sempre inducano a ridere, perché piú presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: come pochi dí sono disse il nostro messer Annibal Paleotto ad uno che gli proponea un maestro per insegnar grammatica a' suoi figlioli, e poi che gliel'ebbe laudato per molto dotto, venendo al salario disse che oltre ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal súbito rispose: "E come po egli esser dotto, se non ha letto?" Eccovi come ben si valse del vario significato di quello "non aver letto". Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell'acuto, per pigliar l'omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che piú presto movano maraviglia che riso, eccetto quando sono congiunti con altra manera di detti. Quella sorte adunque di motti che piú s'usa per far ridere è quando noi aspettiamo d'udir una cosa, e colui che risponde ne dice un'altra e chiamasi "fuor d'opinione". E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l'altr'ieri, disputandosi di fare un bel "mattonato" nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: "Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il piú bel "matto nato" ch'io vedessi mai". Ognun rise molto, perché dividendo quella parola "mattonato" faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d'un camerino, fu for di opinione di chi ascoltava; cosí riuscí il motto argutissimo e risibile.

LIX.

Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d'un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: "Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno"; e cosí col dito mostrò quella cassa d'occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: "E dove appicchi tu gli occhiali?" o: "Con che fiuti tu l'anno le rose?"

LX.

Ma tra gli altri motti, quegli hanno bonissima grazia, che nascono quando dal ragionar mordace del compagno l'omo piglia le medesime parole nel medesimo senso e contra di lui le rivolge, pungendolo con le sue proprie arme; come un litigante, a cui in presenzia del giudice dal suo avversario fu detto: "Che bai tu?", súbito rispose: "Perché veggo un ladro". E di questa sorte fu ancor, quando Galeotto da Narni, passando per Siena, si fermò in una strada a domandar dell'osteria; vedendolo un Sanese cosí corpulento come era, disse ridendo: "Gli altri portano le bolge dietro, e costui le porta davanti". Galeotto súbito rispose: "Cosí si fa in terra de' ladri".

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2008