Giosue Carducci

Dello svolgimento della letteratura nazionale

5 Discorsi

Edizione  elettronica di riferimento:

 Dello svolgimento della letteratura nazionale, Zanichelli Editore, Bologna 1911 - Discorsi tenuti nella Università di Bologna, negli anni 1868-71; e tutti insieme stampati negli Studi letterari, Livorno, Vigo, 1874, pagg. 3-137, II ediz. 1889; nelle Opere, I, pagg. 27-187, e nelle Prose scelte, pagg. 265-410.

 

Sommario:  Discorso Primo

 Discorso Secondo

 Discorso Terzo

 Discorso Quarto

 Discorso Quinto

Nelle edizioni livornesi essi erano seguiti da questa nota dell’autore:

«Nel levare per l’ultima volta la mano da questi Discorsi, mi fo lecito di avvertire, che, sebbene finiti soltanto oggi, furono da assai tempo incominciati e maturati, e scritti anche e pubblicati in parte. Qualche germe o idea ne gittai già nel discorso Di un migliore avviamento delle lettere italiane moderne al proprio loro fine, che servì d’introduzione al Poliziano, specie di periodico letterario fiorentino nato e morto nel 1859. Di non poche osservazioni e giudizii intorno al secolo decimoquinto, che sono nel discorso quarto, mi giovai per il saggio Delle poesie toscane di messer Angelo Poliziano, messo innanzi alla edizione delle Stanze, Orfeo e Rime di quel poeta curata da me e pubblicata da G. Barbèra, Firenze, 1863. Un breve compendio di tutti cinque lessi all’Ateneo italiano in un’adunanza tenuta per le feste del centenario di Dante; e fu pubblicato quasi per intiero dalla Rivista italiana di scienze lettere ed arti stampata allora in Firenze (anno VI, n. 248, 16 ottobre 1865). Molta parte del discorso secondo uscì nel vol. XIII, fasc. IV, della Nuova Antologia (aprile 1870) con questa intitolazione, Dello Svolgimento letterario in Italia nel sec. XIII; e quasi tutto il terzo uscì, intitolato Firenze e il triumvirato letterario del sec. XIV, nel vol. XIX, fasc. I (1 gennaio 1872) dello stesso periodico. Ora io non dico già di rifiutare (che sarebbe troppo superbo e troppo umil vocabolo) coteste pubblicazioni oramai vecchie e fatte a pezzi e brani e con errori non imputabili a me, ma prego, ove fosse il caso, di esser letto e giudicato nella presente, sola compiuta.»

(30 maggio 1873).

DISCORSO PRIMO

Dei tre elementi formatori della letteratura italiana:

l’elemento ecclesiastico, il cavalleresco, il nazionale.

I.

V’imaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? Il termine delle profezie etrusche segnato all’esser di Roma; la venuta del Signore a rapir seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che aggroppandosi fan temporale, confluirono su ’l finire del millennio cristiano in una sola e immane paura. – Mille, e non più mille – aveva, secondo la tradizione, detto Gesù: dopo mille anni, leggevasi nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto. Di fatto nelle nefandezze del secolo decimo, in quello sfracellarsi della monarchia e della società dei conquistatori nelle infinite unità feudali, in quell’abiettarsi ineffabile del ponteficato cristiano, in quelle scorrerie procellose di barbari nuovi ed orribili, non era egli lecito riconoscere i segni descritti dal veggente di Patmo? E già voci correvano tra la gente di nascite mostruose, di grandi battaglie combattute nel cielo da guerrieri ignoti a cavalcione di draghi. Per ciò tutto niun secolo al mondo fu torpido, sciaurato, codardo, siccome il decimo. Che doveva importare della patria e della società umana ai morituri, aspettanti d’ora in ora la presenza di Cristo giudicatore? E poi, piuttosto che ricomperarsi una misera vita coll’argento rifrugato tra le ceneri della patria messa in fiamme dagli Ungari, come avean fatto i duecento sopravvissuti di Pavia, non era meglio dormire tutti insieme sepolti sotto la ruina delle Alpi e degli Appennini? Battezzarsi e prepararsi alla morte, era tutta la vita. Alcuni, a dir vero, moveansi: cercavano peregrini la valle di Josafat, per ivi aspettar più da presso il primo squillo della tromba suprema.

Fu cotesto l’ultimo grado della fievolezza e dell’avvilimento a cui le idee degli ascetici e la violenza dei barbari avevano condotta l’Italia romana. E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille! Folgoravano ancora sotto i suoi raggi le nevi delle Alpi, ancora tremolavano commosse le onde del Tirreno e dell’Adriatico, superbi correvano dalle rocce alpestri per le pingui pianure i fiumi patrii, si tingevan di rosa al raggio mattutino così i ruderi neri del Campidoglio e del Fòro come le cupole azzurre delle basiliche di Maria. Il sole! Il sole! V’è dunque ancora una patria? v’è il mondo? E l’Italia distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte, e toglieasi d’intorno al capo il velo dell’ascetismo per guardare all’oriente.

II.

Di fatti sin nei primi anni del secolo undecimo sentesi come un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi scoppierà in lampi e tuoni di pensieri e di opere: di qui veramente incomincia la storia del popolo italiano.

Gl’imperatori sassoni, intendendo a frenare l’anarchia ribelle dei grandi feudatari, ne avevano spezzato i possedimenti, e, confinando essi nelle contee della campagna, avevan trasmesso ai vescovi la signoria delle città. Vero è che la corruzione già grande della chiesa spirituale ne divenne maggiore; ma ne crebbe anche, anzi ne rinacque, la virtù dell’elemento romano; poiché i vescovi, o per essersi il clero mescolato ai nazionali conquistati e per essere in parte nazionale esso stesso, o per tener fronte ai feudatari della campagna, si aiutarono del popolo e soffiarono nelle ceneri ancor calde del municipio. Cresciuta intanto la corruzione ecclesiastica, i primi imperatori salici vollero aver la funesta gloria di purificare e riformare la chiesa. Ora la chiesa purificata, vale a dire, risanata e rinsanguata, con quel suo romano organamento rafforzatosi nei secoli, era naturale che non volesse sopra di sé padroni. Non era ella successa nelle tradizioni unitarie all’antico impero, avendo suoi prefetti i vescovi per tutto l’occidente? non era ella che avea creato l’impero nuovo? Quindi la ruina della casa salica e del dominio tedesco. Gregorio VII, toscano e di popolo, apparisce nella istoria come un muro ciclopico delle città etrusche presso cui era nato: nell’urto contro di lui, le labarde tedesche volano in ischegge; e come ai promontorii della sua nativa maremma l’onda del Mediterraneo, schiuma impotente a’ suoi piedi la rabbia dell’imperator salico. Noi né compiangeremo quell’imperatore né oltraggeremo quel papa: lasciamo certi sfoghi all’arcadia ghibellina di coloro che odian Pietro per amore di Cesare, e ammiriamo il popolo; il popolo italiano che, in mezzo a quel fracasso di tutta Europa, fattosi avanti senza rumore, nelle città riprende ai vescovi diritti e regalie, nelle campagne batte i feudatari, e un bel giorno piantatosi in mezzo tra i due contendenti li squadra in aria di dire: Ci sono anch’io. I due contendenti allora si porsero in fretta la mano, perocché intesero troppo bene che cosa quel terzo venuto volesse. E indi a pochi anni Arnaldo da Brescia lo gridò alto – Né papa né imperatore. Risaliamo il Campidoglio, e ristoriam la repubblica –. L’Italia s’era rilevata appoggiandosi d’una mano alla croce di Cristo, ma ben presto aveva disteso l’altra a ricercare tra le rovine di Roma i fasci consolari.

Il moto politico necessariamente commosse gl’ingegni e le facoltà artistiche, indirizzando queste nel campo della vita effettiva, quelli alla coltura specialmente civile. E già sull’aprire del secolo decimoprimo il tedesco Vippone proponeva ad Arrigo II l’esempio degl’italiani, che tutti facevano ai figliuoli sin dai primi anni imparare, non che lettere, la propria legge; e, su ’l fine del decimosecondo, Corrado abate urspergense gli ammirava « agguerriti, discreti, sobrii, parchi nelle spese non necessarie, e soli tra tutt’i popoli che reggansi a leggi scritte »: stoffa repubblicana in somma d’uomini pratici, dalla quale non v’è speranza di tagliare trovatori e menestrelli e perdigiorni poetici. E le città, ferventi di popolo nuovo, s’arricchivano d’officine e si munivano di costruzioni da guerra contro gl’imperatori ed i nobili del contado; poi, vinti questi e costrettili a farsi cittadini, elle spingevano al cielo altrettante torri quante eran le case, arnesi di battaglia sociale, necessaria e feconda, tra due ordini della nazione; poi, impetrando da Dio la confermazione della libertà che si andava conquistando, gl’inalzavano tempii eguali nella grandezza all’animo d’un popolo che solo nel cielo poteva accettare un re. Su ’l finire del secolo decimosecondo fu anche in Italia un gran fabbricare di basiliche e domi: era un festeggiare il risorgimento, un attestar la fidanza; « era, scrive con grottesca evidenza un cronista alemanno, come se il mondo, scossa da sé la vecchiezza, si rivestisse per tutto d’una candida veste di chiese ». Né gli scrittori mancarono; latini, s’intende: incomincia allora ne’ due primi campi d’azione della penisola, il settentrione e il mezzogiorno, la storia secolare, comunale o monarchica; e compariscono alfine gli storici cittadini. E rilevanti sono le attinenze tra gli scrittori latini di questi due secoli e gli scrittori volgari dei susseguenti, e notevolissima ed evidente l’aria di famiglia. I cronisti democratici milanesi arieggiano assai i guelfi Villani, come il monarchista siciliano Falcando può in qualche parte esser paragonato al cittadino di parte bianca Compagni. Certamente Gherardo da Cremona, che per amore della scienza si esiglia e muore tra gli arabi di Spagna, è anticipata imagine degli eruditi del secolo decimoquinto. E gli Accursi e Cino da Pistola e Bartolo non fanno che seguitare a svolgere l’opera d’Irnerio; e Tommaso d’Aquino riassume e compie Anselmo d’Aosta e Pietro Lombardo, i due institutori della scolastica nel secolo decimoprimo e decimosecondo, della scolastica che empie della sua prevalenza o della resistenza tutti i tre secoli della letteratura originale. In somma, uno è il fondo; la diversità è della lingua.

Ma con tutto questo non prima del trecento poté l’Italia comparir degnamente nel campo dell’arte. Chi ripensi la storia politica nostra dei secoli duodecimo e decimoterzo e riguardi poi alla letteratura di essi secoli, quegli anche crederà di leggero che a tanta mole di fatti non si agguagliasse di certo la gloria degli scritti. E già la lingua nuova più tardi che altrove fu qui levata all’uso letterario: poi la nostra prosa e poesia per tutto quasi il duecento fu in gran parte eco di letterature straniere. Come? La Spagna ha già tessuto la leggenda del Cid campeggiatore, la Francia settentrionale ripete da molti anni le sue canzoni di gesta e svolge quasi a trastullo i lunghi cicli delle sue cento epopee, esulta in mille forme la lirica su la mandola del trovatore di Provenza e sul liuto del minnesinghero nei castelli della verde Soavia e della Turingia, la Germania ha già fermato in un’ultima composizione il suo poema nazionale; e l’Italia non fa che ricantare o rinarrare balbettando quel che fu già cantato in lingua d’oc e in lingua d’oïl? Si, ma intanto ella ha constituito a repubblica i suoi comuni; ella ha fiaccato l’impero e fa già paura al papato. Non vale tutto ciò una epopea a stanze monoritme? Ella ha ristaurato il diritto romano, ed instaura i codici di commercio nell’Europa feudale; ella pe ’l commercio dominatrice d’Europa cuopre di legni il Mediterraneo, dispensiera delle ricchezze d’oriente spinge le sue peregrinazioni fino alla Cina ed al Malabar: ciò le scusa il difetto di canzoni originali. L’italiano non è popolo nuovo: altrove dalla mistura dei galloromani e degl’iberi coi burgundi coi vandali coi franchi coi goti escono i provenzali i francesi i catalani i castigliani: qui permane l’Italia, qui l’Italia delle confederazioni umbre latine samnitiche liguri etrusche, l’Italia della guerra sociale, risorge dalle ruine di Roma. L’Italia ha dunque un principio di civiltà proprio ed antico; e, quando sarà tempo che questo sormonti agli altri principii i quali dettero una prima e nuova civiltà al resto d’Europa, allora anche l’Italia avrà una letteratura.

Come due astri, riprendendo la solenne metafora, guidavano la società umana per la età di mezzo, il papa cioè e l’imperatore; così due erano i principii più generali di quella civiltà letteraria comune a tutta l’Europa, l’ecclesiastico e il cavalleresco. L’Italia ebbe di proprio i comuni e l’elemento romano e popolare.

III.

Discorrere del principio ecclesiastico, e pur della parte che egli ebbe nel soggetto dell’arte e della letteratura, è cosa difficile e non senza odio; né io vorrei disconoscere quel bene che la morale evangelica penetrata nelle instituzioni e nei costumi possa avere operato. Se non che, la morale evangelica quando mai regnò ella, sola e pura, su la società del medio evo? e l’età dell’oro del cristianesimo non la vediamo noi, a mano a mano che risalgasi la storia, allontanarsi più sempre e dileguarsi nel buio delle catacombe? e la comunione di Gesù dove fu ella, dopo la morte degli apostoli? La idea religiosa dunque, la chiamerò così però che nei tempi di mezzo religione e cristianesimo fu tutt’uno, la idea religiosa, chi la riguardi nel movimento letterario, si porge molto complessa; ma più specialmente si manifesta per due guise d’azione e con due forme: ascetica ed ecclesiastica. Nella sua parte ascetica, il cristianesimo rimane orientale, e ritiene la immobilità, e impone l’annegamento del finito nell’infinito e dell’uomo in Dio: nella parte ecclesiastica, si fa romano, ed appropriandosi quale retaggio le tendenze universali e le tradizioni eclettiche dell’impero trasforma a sua foggia il paganesimo sensuale delle genti latine e il paganesimo naturale delle germaniche per servirsi dell’uno contro l’altro e vicendevolmente modificarli.

Tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra cielo e terra non v’è mezzo: lo spirito l’anima il cielo è Gesù; la materia il corpo la terra, Satana. La natura il mondo la società è Satana; il vuoto il deserto la solitudine, Gesù. Felicità, dignità, libertà, è Satana; servitù, mortificazione, dolore, Gesù. E questo Gesù è soave tanto da scendere co ’l perdono e con l’amore fin tra i dannati; ma a patto che prima sia l’inferno nell’universo. Questa l’idea della perfezione cristiana, la cui più alta astrazione non manifestasi già nei martiri e nei controversisti, nei quali il fervor della lotta manteneva ancora l’agitazione del sangue; ma il suo fior più puro, le cui acute fragranze inebrian di morte, è l’asceticismo monastico. La stoltezza della croce, l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la rinnegazione della vita, questo è la legge e la filosofia: i Santi Padri del deserto sono la storia eroica plutarchiana. Nei funerali pagani le fiamme de’ roghi accompagnavano splendidamente l’ultimo addio dell’anima al corpo, e le belle urne cinerarie o negli atrii delle case e nelle vie popolose rammemoravano le virtù civili degli estinti o commovevano pietosamente gli affetti dei vivi: i miasmi della putrefazione nel santuario cristiano ammoniscono di continuo l’uomo della viltà sua, e gl’ispirano a un tempo il disgusto dell’essere e l’orrore del nonessere. Tutto rappresenta la morte; e il dio crocefisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione su gli altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi, giovenili forme divine, dal marmo pario negli spazi della vita. E pure, no ’l negherò già io, quelle idee e quelle rappresentazioni furono storicamente necessarie ad abbattere pur una volta la sozza materialità dell’impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana, tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità selvaggia de’ barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo: con tanta carne e tanto sangue un po’ d’astinenza ci voleva. E Gesù consolò molte anime d’oppressi, asciugò molte lacrime di schiavi: nella servitù generale la chiesa del figliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero della libertà e dell’eguaglianza. Ma con idee e con rappresentazioni sì fatte non vi può essere arte umana; anzi non vi può essere arte del tutto: non è ella in vero anche l’arte vanità terrena, distrazione dell’anima, peccato? L’anima cristiana può bene dinanzi a’ suoi fantasmi prorompere in un grido di terrore, di pietà, di adorazione; può co’ suoi fantasmi profondarsi in sé stessa e sublimarsi negli spazi dell’infinito; può col pensiero sfrenato dalla solitudine nel vuoto rigirarsi sopra sé quasi con tanti molinelli fino alla vertigine: ecco il cantico, la visione, la meditazione; ecco la Dies irae di Tommaso da Celano, lo Stabat mater di Jacopo da Todi, il Pange lingua di Tommaso d’Aquino, le tre più grandi odi cristiane; ecco la Imitazione di Cristo, il più sublime libro religioso del medio evo e un de’ più dannosi libri del mondo; ecco le mille visioni stupende e stupide. Ma tutto questo è arte? No. Tanto è vero, che, se i critici e i retori del rinascimento han disdegnato coteste scritture come monumenti letterari, i dogmatici e i fedeli si scandalizzano quando i critici e gli estetici odierni le discutono e le trattano come monumenti letterari. Tra l’aspirazione cristiana e l’arte v’è odio. Tuttavia quelle idee e quelle rappresentazioni, né pur questo io negherò, non furono senza utili effetti su l’arte moderna. Sembra, per esempio, che quel senso profondo della così detta letteratura interiore, da Dante e dal Petrarca al Rousseau e allo Chateaubriand e a’ più recenti, siasi per grandissima parte educato nel raccoglimento cui il cristianesimo avvezzò le anime, nell’analisi della lotta de’ due Adami entro l’uomo, tanto paventata ed esecrata, ma pur riconosciuta e studiata dagli osservatori cristiani. Non che il sentimento del mondo interno mancasse agli antichi; ma per essi avea sempre del naturale, del materiato, carne e colore. La poesia intima cristiana invece sente l’estenuamento e ha dell’infermo: icorda il febbricitante che si tócca il polso e guardasi l’unghie, e l’etico che si mira allo specchio e si palpa le braccia smunte e si tenta il petto. Sarà la malattia della conchiglia che produce la perla, ma è malattia.

Questo, l’ascetismo puro: veniamo ora al principio ecclesiastico misto. Perocché durar sempre così non potevasi: e la chiesa fattasi, dopo la distruzione dell’antico impero, romana ella, pur serbando fede teoricamente al suo ideale, riconobbe quel non so che di pagano, che, a confessione di Agostino, è pur sempre insito nell’uomo; e seppe giovarsene. Così, passati i primi furori, santificò il colosseo piantandovi la croce; raccolse nel panteon le ossa dei martiri; dedicò a Maria i tempii di Vesta; dei numi agresti e dei semòni delle campagne italiche, che si ostinavano a rimanere in vita, fe’ santi; di quelli delle selve germaniche, demoni e mostri; e così contentando l’un popolo e l’altro preparò materia al lavoro fantastico. Ancora: anatemizzò i mimi su le piazze, ma gli ribenedisse nei vestiboli delle chiese e gli accolse a mezzo la celebrazione della messa; proscrisse i poeti gentili, ma vestì delle loro spoglie i suoi santi. Quasi allo stesso modo si comportò con la scienza. Distruggere tutta la civiltà passata non era né possibile né utile: onde cominciò dal cercare un accordo tra la filosofia pagana e i suoi dogmi, traviando in principio nelle scuole alessandrine: sopravvenute poi l’età grosse della barbarie, come avea imposto il nome di Maria al tempio e al culto di Vesta, così indossò alla scienza la tonaca della teologia: indi all’ombra dei chiostri, con lento processo, nel quale alla larghezza dei primi filosofi preferì l’angusto metodo dei compilatori del decadimento e dei commentatori, ella pervenne a cristallizzare il sistema aristotelico nella scolastica.

Quanto alle forme, avversata in principio la chiesa dall’aristocrazia politica e letteraria di Roma e ogni forza riconoscendo dalla plebe, il suo processo, anche in letteratura, cominciò popolare. Dello scadere la lingua e letteratura romana non fu la chiesa cagione primissima, ma certo vi conferì potentemente aiutando co’ suoi scrittori lo scompaginarsi della sintesi grammaticale e della metrica, nobilitando nelle predicazioni e ne’ libri il sermone rustico e la locuzione volgare e il ritmo negl’inni. Per tanto ella fu da prima instrumento efficacissimo alla formazione delle lingue e letterature nuove, alle quali partecipò dell’ispirazione e dell’afflato orientale: ma, come ogni forza, giunta che sia a condizione di potenza, diviene di natura sua conservatrice, così la chiesa, dinanzi ai barbari e anche dinanzi al prorompere d’un’altra forza, la popolare, nella manifestazione delle lingue nuove, si atteggiò a conservatrice, e gelosa, della lingua latina: con che, tenendo ella dello stile viziato dei tempi del decadimento romano, fu cagione principalissima di quel fare concettoso, artifizioso, scolastico, di quella servilità precoce, che regna nell’opera letteraria del medio evo. Del resto, conservando la lingua latina e spingendola anche oltre il termine delle antiche colonie romane, facendone per questa guisa il veicolo onde tutte le tradizioni e le cognizioni dell’Europa s’incontrarono e mescolarono tra loro, la chiesa compieva un alto officio: succedendo nell’opera dell’unificazione civile all’antico impero, ella manteneva a suo modo la romanità dell’occidente; romanità, glorioso vocabolo, trovato da uno de’ suoi, da Tertulliano.

Ma ciò tutto in fondo è poco artistico, bisogna pur confessarlo. O sia che il tipo letterario ecclesiastico è troppo complesso e resulta d’elementi troppo eterogenei, o sia che esso il cristianesimo puro è troppo fuor della natura, cotesta religione non ha inspirato che la lirica e la meditazione: un’epopea evangelica, un dramma cristiano, per intiero, non è mai riuscito. Ma parzialmente il principio religioso penetrò tutte quasi le forme artistiche: ma nel medio evo la chiesa cristiana, conservatrice unica d’una gran lingua, d’una letteratura e d’una scienza, si mescolò a tutto; a tutto attaccò quella febbre, quel mal essere, quella nervosa tensione di idee ascetiche e incivili ed egoistiche, che han fatto del mondo, del sano e luminoso mondo dei Greci, un ospitale, dalla cui mefite non riesce né pure oggi a noi di trarci fuora, o ce ne leviamo indolenziti. O come avrebber potuto trarsene gli uomini del medio evo? Perocché dove non è la chiesa nel medio evo? Ella restituisce l’impero, o lo combatte; ella benedice la cavalleria, o la scomunica; ella favoreggia i comuni, o gl’invade; ella canonizza i dotti, o gli brucia. Tanto meno poteva a questo predominio sottrarsi la letteratura in Italia; ove la chiesa aveva accettato e nobilitato la sensualità pagana; ove, mescolando i suoi spiriti invasori e ambiziosi negli odii nazionali contro lo straniero ed i nobili, erasi insinuata in tutte quasi le nuove instituzioni; ove asseriva a sé il vanto della conservata civiltà antica.

IV.

Di faccia alla chiesa sorge la barbarie, o, diciam meglio, la società di conquista, rappresentata nella civiltà e nella letteratura cavalleresca. Ma dell’elemento cavalleresco, per quanto diversamente si modificasse nelle sue molteplici congiunzioni al genio paesano, non dubitiamo asserire che fu straniero fra noi e importato. È esso l’espressione artistica di quella generazione che le conquiste longobarde franche sassoni alemanne lasciarono su ’l nostro suolo, di quella generazione che, per le origini sue germaniche tenendo all’individualismo, si ordinò nella feudalità, fiorì vigorosa da Carlomagno al Barbarossa, e prima ribellante si legò poi per la maggior parte agl’imperatori nelle guerre d’investitura e contro i comuni, sin che vinta da questi si assembrò entro un cerchio di mura coi vincitori, durando tuttavia la primitiva e necessaria discordia nelle parti e nei nomi di ghibellini o di grandi, di guelfi o di popolo. Ella ebbe le ispirazioni e le forme dell’arte fuori d’Italia: di qual maniera, vediamo. Fermatisi gl’invasori con obblighi da prima reciproci su le terre conquistate, da poi col mutar delle signorie e col mancar d’una supremazia legislativa certa raggiunsero quella indipendenza individuale, che è un istinto speciale delle razze germaniche. Ne vennero quelle forze personali dominanti la scomposta società del medio evo, rappresentate nei tipi dell’epopea romanzesca; la quale, vero mito della società feudale, ha tanti protagonisti quanti attori, tanti episodi quanti i fatti dei singoli eroi. Allora accadde che la società barbarica si scompose in mille piccole unità; e un sol diritto parea presso ad emergere dall’anarchia europea, quel della forza. La chiesa accorse al riparo tentando di collegare e disciplinare sotto un vincolo religioso tanta baldanza di personalità vigorose. A tutelare la società dalla forza brutale con la forza disciplinata ne risultò la cavalleria: della quale non può negarsi essere stati ecclesiastici i cominciamenti, chi pensi alle forme religiose che ne consacravano i diversi gradi e al mito del santo graal, che altro non è se non simbolo dell’eucaristia. Cotesti uomini, o raccolti nella vita dei castelli solitari o agitati nei contrasti di quella cupa lor società, nutriron forti gli affetti, il culto delle tradizioni della famiglia e dell’ordine loro, il sentimento dell’onore, l’amore dagl’instituti germanici e dalle dottrine cristiane fatto più severo e ideale. Ma i sentimenti, per forti che siano, hanno, a tradursi nell’arte, bisogno d’un attrito col mondo esteriore; e i baroni, sol quando riuniti su ’l campo delle crociate, trovarono al principio cavalleresco la forma estetica. Allora le tradizioni delle varie genti si fermarono in un’epopea nuova; e la chiesa, che prima le aveva riprovate e tentato distruggerle nella forma dei canti nazionali, le consacrò col suggello della religione; e religione, amore, onore, individuità, avventure informarono quelle mille epopee che non hanno né oggetto né termine. Il sentimento delle nuove razze del medio evo, così intenso per lo innanzi nella solitudine, evaporò a poco a poco in una folla di parvenze bizzarre, che si accavallavano le une alle altre tumultuando e sfumavano a un tratto. Termini di tempi, di luoghi, di genti scomparvero; e una metafora originava gli eroi e le geste. Ora tutto ciò non potea convenire con gli spiriti romanamente pratici e sociali del popolo italiano: di più l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava la poesia cavalleresca, rimanendo tra noi senza un centro monarchico nazionale, fu ben presto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino con cui per gran parte si fuse: il perché non ebbe mai l’Italia né cavalleria vera né vera poesia cavalleresca, della quale attinse le materie e le forme al di fuori, per trasmutarle e rimaneggiarle.

V.

Il principio ecclesiastico dunque era comune a tutta la cristianità, comune a tutta la feudalità europea il principio cavalleresco; né abbiamo ancora trovato un che di speciale all’Italia. In fatti, fino a un certo punto dei nostri annali, del solo elemento straniero e della razza dominatrice è l’istoria; e che osi affrontarla con ardimento che talvolta veste sembianze di opposizione nazionale e democratica non v’è che il chiericato. Ma intanto, all’ombra della chiesa, un terzo elemento dalle gilde commerciali e dalle maestranze delle arti avanzava a poco a poco alla massa alla credenza al comune, e nelle contese tra pontefici e imperatori sorse, terzo e più vero potere, fin allora sconosciuto ed oppresso; ma con lui e per lui stava il diritto e la forza e l’avvenire; e chiamavasi, con nome nella storia d’Italia eternamente memorando, il popolo. Quel popolo, che altrove rimaso terzo stato aiutò i monarchi a snervare ed abbattere il clero e la nobiltà, qui all’ardita opera procede primo e solo. E, come egli era in effetto il risvegliato elemento romano, così l’opera sua di civiltà è essenzialmente pratica, e il movimento ideale è di restaurazione e continuazione delle tradizioni antiche. Né queste son fantasie indettate da un postumo classicismo. Interrogate le vecchie cronache delle nostre città; e udite come tutte amino fidare le loro origini alla protezione del gran nome di Roma, quali germogli novelli sotto la materna ombra dell’albero antico. Udite, nella canzone delle scólte [1] modenesi che guardano la città dagli Unni, la ricordanza del vegliare di Ettore sopra Troia: udite il favoleggiare delle donne fiorentine su Fiesole e Roma, e i nomi di Catilina e di Cesare innestati alle origini della città guelfa: udite il rapsodo latino della vittoria pisana su i saracini affermare ch’ei rinnova la memoria degli antichi romani e della guerra cartaginese. Vedete Firenze serbare con gelosa cura il tronco del suo Marte, opporsi Milano che non si abbatta il suo Ercole, Padova mostrar la tomba di Antenore, Mantova stampar nel conio delle monete l’imagine di Virgilio e cantarne il nome nei sacri ufficii, i pescatori di Messina rinnovare a ogni anno la processione di Saturno e di Rea. Volevasi dimenticare la barbarie impiantatasi su le rovine italiche: in certi giorni, a certe rimembranze, torcevasi quasi la faccia dalla croce di Cristo per salutare ancora una volta gl’iddii dell’Italia vittoriosa: il paganesimo perdurava. Della qual devozione alle tradizioni antiche, come, per ciò che spetta a reggimento, fu insigne testimone nel secolo duodecimo Arnaldo, così fu nelle lettere il grammatico Vilgardo, che teneva scuola a Ravenna, nel secolo undecimo. Il quale di tanto amore s’era preso pei solenni scrittori dell’antichità, che insegnava doversi a tutti i loro dettati ed in tutto prestare credenza, ed altre cose molte contrarie alla fede; e credea vedere nella notte le ombre gloriose di Virgilio di Orazio e di Giovenale, che, ringraziatolo del culto onde in secolo infelice ei proseguiva le sacre e diredate lettere, gli promettevano di metterlo a parte della lor gloria. Delirii innocenti dell’infelice grammatico, se il chiericato desto sempre contro le lettere profane, che gli erano sospette quando non coltivate da lui, non avesse sentenziato le ombre degli antichi poeti esser demonii, lui eretico e condannabile, perocché troppi, aggiungea notabilmente la sentenza, erano in Italia gl’ingegni macchiati dalla stessa labe. Se non che, questa forza vitale che fermentò lunghi secoli occulta ne’ residui dell’antica Italia, che fu come il glutine della nuova Italia, che per ciò può dirittamente considerarsi come l’elemento nazionale, non è del resto un proprio e puro elemento. Ma è anzi una forza complessa, che si spiega per due maniere di azione in effetti, se non opposti, diversi. Per una parte, in quanto ella mira alla ristorazione alla conservazione alla unità nelle forme delle instituzioni e dell’arte, in quanto ella torna a un ideale di nazione di letteratura di stile, il suo elemento è romano, e l’azione sua è dotta e aulica: per un’altra parte, in quanto ella tende al rinnovamento e alla varietà, e si produce nelle mille forme dialettali rapsodiche tradizionali della regione e del comune, il suo elemento è l’italico della guerra sociale, e l’azione sua è popolare o plebea.

VI.

Ora la storia di queste tre varie o forze o elementi, l’ecclesiastico, il cavalleresco, il nazionale, e dell’accordo e della discordia tra il misto elemento ecclesiastico e l’elemento nazionale complesso i quali a diversi fini incontraronsi in un’azione medesima, e dell’opera loro di modificazione su l’elemento cavalleresco il quale in Italia fu soltanto e sempre soggetto e materia, e dell’ultimo e final dissidio, dopo un momento di armonia, tra que’ due primi elementi, e della scissione dell’elemento nazionale vittorioso ne’ suoi due principii, il romano e l’italico, il dotto e il popolare, e dell’ultima armonia di essi due principii signoreggianti oramai nell’ideal della forma tutta la materia soggetta del medio evo; questa storia, dico, è la storia della letteratura italiana. Da Arnaldo al Savonarola, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri, da’ due Landolfi e da Falcando al Machiavelli e al Guicciardini, dalla traduzione della Tavola rotonda e dal Febusso e Breusso all’Ariosto, da Dante o meglio da Giacomino di Verona al Tasso, dal Novellino al Bandello e al Giraldi, da Folgore di San Gemignano al Berni, da Albertano al Castiglione, da Lorenzo veronese e da Arrigo settimellese al Fracastoro al Vida al Flaminio, da Nicolò pisano e da Cimabue a Michelangelo e a Tiziano, è perennità, è continuità, è processo e progresso di svolgimento e di moto.

DISCORSO SECONDO

Dei quattro periodi di contrasto e di formazione:

periodo latino, lombardo, siculo, bolognese.

Quando, come, tra quali circostanze e su quali soggetti

cominci l’opera della letteratura nazionale.

I.

Quando contro la potenza di Federico II, che dal mezzogiorno riallargavasi ingrossando verso il settentrione solo a tempo abbandonato dal padre suo, si stringeva la seconda lega delle città lombarde, Tirteo della libera gesta fu Pier della Caravana, piemontese. Egli cantava: «Ecco il nostro imperadore che raccoglie gran gente. Lombardi, guardatevi bene, che non siate ridotti peggio che schiavi comprati, se non durate fermi.... Sovvengavi dei valenti baroni di Puglia, i quali nelle loro case non hanno oramai che dolore: guardate non avvenga altrettanto di voi. Non vogliate amare la gente di Lamagna, non vi piaccia usare la sua compagnia: lungi, lungi da voi questi cani arrabbiati. Dio salvi Lombardia, Bologna e Milano e loro consorti, e Brescia e ’l mantovano, e i buoni marchigiani, sì che niuno di loro sia servo». Così il nobile Piemonte dava all’Italia il primo poeta di libertà. Ma egli poetava in provenzale: oh perché non suonò nella lingua della patria la fierezza di quei sensi, l’ardenza di quei versi, e il martellar feroce del ritornello finale,

Lombart, beus gardaz,

Qe ja non siaz

Pejer qe compraz,

Si ferm non estaz!

E già prima, circa il 1195, quando Lombardia erasi anche levata contro Arrigo VI, all’espressione dell’odio popolare contro il tedesco avea dato violenti forme in provenzale Pier Vidal. All’incontro, la vittoria parmense del 1248 che dette il colpo mortale a Federico II, quando il plebeo Gambacorta predò la corona imperiale mostruosa di ricchezza e di peso, fu cantata in latino: in latino l’epinicio guelfo annunziava alle città confederate di Milano, di Bologna, di Venezia, d’Ancona, che « il Signore levossi a tutela della nostra libertà e già apparve alla città sua di Parma ».

Ora questo fatto delle battaglie nazionali d’un popolo nuovo cantate in lingua straniera o antica a troppi altri consimili fatti succede, sì che non se ne vogliano sottilmente ricercare e discorrere le ragioni. Con che ci verrà fatto di rinvenire il perché s’indugiasse di tanto il volgare italiano a manifestarsi nell’opera letteraria, e di segnare i termini de’ periodi che a quella manifestazione furono innanzi e le ragioni varie dei fenomeni che vi si svolser per entro.

II.

Della vitalità tra noi del latino dobbiamo certo in gran parte riferir la cagione al principio religioso, il quale rappresentando allora una specie di gerarchica civiltà avea consacrato l’idioma dell’antico impero come lingua cattolica sì della chiesa sì della scienza d’occidente. E ciò poté più efficacemente volere e più largamente conseguire in Italia, dove la chiesa era in questo suo intendimento aiutata dallo stesso principio popolare. Il quale e nella scuola conservava la tradizione classica, e con le leggi e con le forme del reggimento mirava tuttavia a Roma; la cui grande imagine stié sempre dinanzi agli occhi degl’italiani, gli confortò schiavi, gli inanimò ribelli, liberi gl’illustrò della sua gloria radiante di tra le ruine, come la fiammella della lampade mortuaria la quale raccontasi si serbasse viva a traverso i secoli nella tomba della fanciulla romana figliuola del grande oratore. Anche per gli altri popoli d’occidente era il latino la lingua officiale della chiesa e della scuola, dell’impero e delle leggi: ma fuor di chiesa e del chiostro, al di qua dei cancelli della corte di giustizia, essi sbrigliavano il volo delle fantasie e l’impeto degli affetti nei volgari nuovi. Per gl’italiani il latino era la lingua dei padri loro, con la quale avevano imperato al mondo; la intendevano e la parlavano più comunemente; la reputavano sola degna a cui commettere i pensamenti dei savi, le gesta delle città, il lavorìo dell’arte; speravano per avventura di restituirle l’antico uso di dignità. Per ciò, mentre gli altri popoli cominciarono ben presto a intessere il racconto epico o a svolgere il sentimento lirico nei nuovi idiomi, i nostri l’una cosa e l’altra fecero latinamente. Ebbero anch’essi le loro leggende su le barbariche signorie, su le dinastie che li opprimevano; ma gli avanzi informi d’una leggenda italica primitiva di Valtario d’Aquitania e di Carlo Magno e Adelchi giacciono trasfigurati nella cronaca del monastero della Novalesa. Tentarono di raccogliere le fila dei miti antichi ondeggianti ancora per l’aere di primavera nei crepuscoli tinti in rosa dagli ultimi raggi del sole su le vette favolose dei colli etruschi e latini; ma dei canti misteriosi, che le ninfe o le fate lasciavan sentire dagli spechi di Fiesole di Chiusi di Volterra, un’eco a pena è ripercossa nel Ninfale fiesolano e nell’Ameto del Boccaccio e nel Novelliere di Domenico da Prato. Di quel che le donne fiorentine nelle veglie severe favoleggiavano « de’ troiani, di Fiesole e di Roma », una traccia rimane, leggera e interrotta, nelle croniche del Malespini e del Villani; si leggono nelle croniche del Cobelli le vicende dei discendenti da’ fondatori romani di Forlì mescolate alle gesta dei signori nuovi goti e longobardi: ma il Malespini attesta di aver còlto il leggiadro racconto da certe antiche scritture ch’ei vide in casa d’un gentiluomo vecchio romano, e il Cobelli da altri libri pur latini d’un cronicatore antico di Ravenna; Roma e Ravenna, le due città classiche ed imperiali. E da croniche latine antiche delle due città romane d’Aquileia e Concordia provenne il poema di Attila e de’ suoi italici antagonisti Giano e Foresto, romanzato poi nel secolo decimoquarto in versi francesi dal bolognese Nicolò Càsola e nel secolo decimoquinto in prosa popolare veneziana e nel decimosesto in elegante prosa italiana da Gian Maria Barbieri e da altri in ottave: documento non unico di tutte le trasformazioni per cui passò la materia primitiva della nazional letteratura nei primi quattro secoli originali. Cotesti libri latini del resto, che certamente esisterono e che potevano dimostrarci l’azione prossima esercitata dalle tradizioni della patria antichità su le fantasie degl’italiani del medio evo e darne a divedere l’opera loro di rifusione dell’ideale antico col nuovo soprannaturale e con la storia di tutti i giorni; cotesti libri, dico, dopo il fiorir vigoroso della letteratura nazionale e il rifiorire del classicismo, andarono spregiati e perduti. A ogni modo; e i vestigi sparsi che avanzano di così fatte leggende paesane nelle croniche latine e volgari fino al secolo decimoquinto; e i lineamenti che un po’ svaniti o ver caricati pur emergono di quei miti nelle imitazioni letterarie, nelle rapsodie e nelle fiorite dello stesso tempo; e i pochi canti lirici latini che sopravvivono interi, ultimo de’ quali l’epinicio parmense pur ora ricordato; tutto ciò dà fede d’un periodo fossile, per così dire, e preistorico della letteratura nazionale: periodo che da’ Carolingi, se non da innanzi, estendesi a mezzo il secolo decimoterzo, e nel quale il principio popolare ebbe in lingua latina una letteratura sua, ma che pur sentì l’influsso degli altri due principii, l’ecclesiastico e il cavalleresco. E cotesta letteratura fu certamente il substrato della posteriore in lingua volgare. Così nulla va perduto nel mondo: non l’orma de’ misteriosi augelli primitivi su l’arena di tanti secoli che s’è fatta pietra, e né pure, quel ch’è più mirabile, lo sfiorar dell’ala della fantasia umana su le brume del passato sfumanti in vetta alla montagna dei secoli. Ma l’uomo non bada.

III.

Se non che, quando il settentrione della penisola diventò primo campo alle battaglie del risvegliato elemento romano, o perché il movimento letterario della nuova lingua non si accompagnò alla vitale contesa dei comuni lombardi coll’impero e alla vittoria che la coronò? Perché non si manifestò egli da prima nella valle del Po e dell’Adige, tutta ancora fremente dell’ardore della riscossa? perché, in quella vece, i monumenti letterari di cotesta gloriosa regione in cotesta età gloriosissima sono eglino, tutti da prima, e quasi tutti anche di poi, in lingua provenzale?

Probabilmente anche tra noi il primo impulso a una poesia artifiziosa in lingua nuova mosse dal principio cavalleresco, che aggiunse il sommo dell’esser suo prima che fosse maturo il nazionale. Ora il principio cavalleresco si manifestò colle imitazioni delle corti di Provenza e colla importazione della poesia provenzale in Lombardia, o più largamente nella Italia superiore, da mezzo l’imperare del Barbarossa a tutto il regno di Federico II. Perocché i trovadori provenzali, gente di corte attratta dal barbaglio dell’acciaio e dell’oro, cominciarono a passare in Italia all’occasione delle varie calate del Barbarossa, e, seguitando il campo o la corte di lui e alle varie corti feudali accogliendosi che allora in Italia fiorivano, vi portarono colle più belle costumanze e co’ più fini riti di cavalleria tutto il corpo della poesia loro, la lirica meglio loro propria e i romanzi che per lo più imitarono dalla Francia settentrionale. A questa prima immigrazione una più stabile ne seguitò nei primi trent’anni del secolo decimoterzo, massimamente quando la spada di Simone di Montfort ebbe reciso nel proprio terreno quel lieto e gentil fiore della coltura occitanica. Allora i trovadori, e altri che della gaia scienza si facevano un mestiero per vivere, ripararono in Italia, quando a punto la potenza ghibellina e con essa il principio cavalleresco pareva raffermarsi tra noi mediante il naturalizzarsi dell’impero con Federico II. A questo tempo la imitazione delle cortesie e delle fantasie cavalleresche risplende nelle feste, nelle costumanze, nei nomi; e non fu solamente dei signori e feudatarii, ma e dei cittadini de’ nuovi comuni che pure in ciò vollero venire in gara con quelli. Ne seguì la coltura anche tra noi della gaia scienza, la quale aveva raggiunto la perfezione artistica nella poesia provenzale. Ma questa poesia era tale un sistema artificioso d’idee complicate e riflesse, di sentimenti squisiti e affettati, di convenute sottigliezze e di forme consacrate e immutabili, che ricercava una lingua, se non doviziosa, raffinatissima e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui doveva adattarsi. Ora i dialetti dell’Italia superiore, ispidi di per sé né politi dall’uso o al più adoperati in un’arte di popolo semplicissima e primordiale, erano tutt’altro che acconci a ricevere la studiatissima forma trovadorica e a rendere le sottigliezze dell’amore cavalleresco. Il perché parve ai nostri più agevol cosa l’usare a ciò la lingua stessa provenzale, che del resto era anche la lingua di moda, come più tardi fu la francese, del più bel fiore della cavalleria europea. Così pigliando le mosse da Nizza e giù per la riviera toccando Genova e spingendoci alle foci della Magra, risalendo poi Monferrato sino a Torino, sostando oltre Po a Pavia e a Milano e su ’l Mincio a Mantova, montando per il Friuli e discendendo a Venezia e ripassando in fine il Po da Ferrara a Bologna, in poco più di mezzo secolo, da Alberto Malaspina marchese di Lunigiana che rimava circa il 1204 fino a mastro Ferrari che visse alla corte di Azzo VII estense, possiamo contare un venticinque italiani i quali cantarono in provenzale: due soli, tra essi, toscani; feudatarii quasi tutti, e, salvo pochissimi, di parte imperiale, od uomini di corte. E tutt’insieme questi rimatori, provenzali nativi e italiani che provenzalmente componevano, agitarono la vita e le passioni entro la valle del Po nelle guerre de’ comuni con l’impero o de’ comuni co’ grandi feudatarii o de’ feudatarii tra loro, constituendo un secondo periodo letterario, il periodo lombardo, che s’incastra in parte nel primo periodo latino e precede in parte e in parte accompagna lo svolgimento del volgare italiano. Certo, in niuna altra regione d’Italia fiorì la coltura cavalleresca meglio che in Lombardia e nella Marca trivigiana, ma fu coltura straniera; tanto che, mentre in Lombardia poetavasi in provenzale, alle corti del Friuli si parlava francese, e francese si scrisse anche più tardi in Venezia e in Bologna da’ poeti cortigiani della cavalleresca casa d’Este. Onde ciò? Troppo era per avventura mista di sangui diversi la generazione lombarda, e troppo il sangue predominante era affine al celtico d’oltr’alpe, onde quella nuova letteratura procedeva. Che se cotesta mescolanza di sangui fu e allora e di poi argomento di vigore e cagione di lunga vitalità a quel forte popolo, le impedì anche di dare su quel súbito la propria impronta all’opera artistica. O forse anche il principio cavalleresco era tra noi troppo debole, sì che potesse domare e fecondare un dialetto ancor vergine. Su ’l finire del periodo, circa il 1250, l’ombra di un nuovo idioma italiano sembrò voler sorgere nelle parti settentrionali d’Italia e distinguersi dall’italiano del centro, parve prossima a farsi un’idealizzazione letteraria de’ dialetti circumpadani; e tentativi di poesia religiosa ci furono nelle cantilene di fra’ Giacomino da Verona e nelle altre d’ignoti, di poesia borghese in quelle di fra’ Bonvicino da Riva, e, un po’ più dopo, d’imitazione delle rapsodie francesi nel Renardo. Ma era troppo tardi, rispetto alle condizioni politiche della Italia settentrionale; e quei dialetti troppo riuscivano all’opera poveri e rozzi, e troppo erano anche sottomesse le menti agl’influssi d’oltr’alpe, sì che la nazione se ne potesse giovare. Da altri anni adunque e da altri paesi dové l’Italia aspettarsi i primi e vigorosi esperimenti d’una propria letteratura in lingua sua.

IV.

Del resto, che del mancato svolgimento d’una letteratura nazionale in Lombardia non debba recarsi la cagione a solo il dialetto, ma sì più tosto al principio cavalleresco che informò quel periodo, anche da questo apparisce: quasi allo stesso tempo che in Lombardia, al mezzogiorno, secondo centro d’attrazione alla vita nuova d’Italia, si può determinare un terzo periodo letterario, che pur s’incastra per il tempo nel periodo lombardo, ed è il siculo; e questo in un dialetto che fu veramente idealizzato a idioma letterario, o che almeno molto influì e contribuì nella lingua letteraria, tanto che da Dante e dal Petrarca si dà a’ siciliani l’onor del primato di tempo, che par difficile contrastare, nella volgar poesia: e tuttavia anche il periodo siculo è nazionale solo nelle forme esterne, e non in tutte. E pure se il principio cavalleresco avesse mai potuto esser cagione efficace da per sé solo di propria e nazionale letteratura, qual migliore occasione, qual miglior tempo, qual miglior luogo di quello!

L’ideale cavalleresco, che oltre alpe cominciava già a illanguidire, pareva allora raccogliere i raggi più puri intorno al biondo capo del giovine imperador di Soavia: con lui era da principio la chiesa, ed egli conducea le crociate; e quando la chiesa l’abbandonò, gli vennero fedeli a’ due lati la scienza e la forza: ricco e bello ed ameno il paese, se altro mai, e lungo i fiorenti e odorati seni del Ionio sonante ancora delle sacre armonie della musa greca: molle, colorito, profondamente soave l’accento su le rosee labbra delle donne di Sicilia; potente e altamente intonato su la bocca della viril gioventù. Con tutto ciò quella misera poesia siciliana e pugliese fu tutt’altro, ripetiamolo, che nazionale.

Allor che il regno di Sicilia e Puglia passò per eredità negli svevi, spostatosi il centro della politica ghibellina, la coltura cavalleresca, aulica di sua natura e feudale non ostante qualche accenno in contrario, seguì dall’alta Italia a Palermo, ove i normanni le avean preparato la stanza, la corte degli imperatori. Ma le contrade meridionali trasformano e fanno simili a sé così gli uomini come le piante: bisogna o morirvi o prender l’abito del paese. A quel modo che gli svevi nel mezzogiorno divennero principi italiani, la poesia provenzale si fe’ siciliana. Ma, come sotto la simulazione italiana trasparisce più d’una volta in Federico II la bestialità tedesca, così nella poesia siciliana, sol che guardiate oltre la prima pelle, vedrete scorrere, languido omai e scolorato, il sangue provenzale. Ragion vuole che si distinguano alcuni versi da cui spira fresco e odorato un alito di sensibile voluttà o da cui rompe alcun grido di passione degno d’un popolo misto di sangue greco e di arabo, che si avverta ad alcuni echi dell’idillio di Teocrito, ad alcune melodie che prenunziano il Mèli. E cotesta, qualunque siasi, è poesia che esce dall’ordine delle ispirazioni e forme cavalleresche: son frammenti di un’arte paesana e di popolo, anteriore alle imitazioni occitaniche: son faville di quella letteratura sensuale e ardente che si addimostrerà poi nelle novelle del Boccaccio, nelle ballate del Poliziano, nelle pastorali del Tasso e del Guarino. Ma quelle rime auliche, quelle rime della così detta academia fondata da Federico II, quelle rime oh che misera cosa son esse! Né la miseria loro procede già dai difetti che son quasi necessari in arte nascente. Che anzi la pretensione v’è troppa: v’è arguzia, v’è sforzo, v’è erudizione accattata; v’è, innanzi alle academie propriamente dette, il colore academico: è il balbettare infantile della decrepitezza. E di fatti la poesia cavalleresca fu, dopo pochi anni di esistenza, ridotta al verde: lasciate pure che sotto il patrocinio di Manfredi la sua fiammolina si allarghi ancora tra i ghibellini di Toscana; lasciate queste illusioni di vitalità alla povera moribonda. Ella trascinerà la sua poca vita fino al 1266, poi cadrà anch’ella su ’l campo di Benevento; e il compianto che un trovator provenzale scioglierà su la morte del re tedesco nato in Italia sarà ad un tempo il canto di requie a una generazione di poeti defunti.

Mentre i cavalieri angioini si spartivano co’ piedi i tesori di casa sveva, e un ribaldo dell’esercito di Carlo gittava il corpo del re di Sicilia, del re dei poeti e delle belle, ignudo e sozzo di polvere e sangue, a traverso un asino, gridando pe ’l campo – Chi compra Manfredi? –; mentre de’ suoi baroni un solo, il prigioniere conte Giordano Lancia, osava riconoscere il suo re e lacrimando e piangendo abbracciarne il cadavere; mentre niuno dei rimatori cortigiani di Sicilia e di Puglia aveva un accento di dolore per il nipote di tanti imperatori caduto con la sua casa e co ’l suo regno in battaglia; un povero trovatore straniero, Americo di Peguilhan, si ricordò di lui, di lui che ne’ bei dì della gloria avrà a pena fatto un cenno di grazia al poeta. E – “Tutti gli onori”, cantava, “tutte le azioni gloriose furono guaste e messe in fondo il giorno che morte uccise colui che meglio le pregiava, il più piacente che nascesse mai di madre umana, il valente re Manfredi che fu capitano di valore e di ogni virtù. Ora l’onore se ne va solo e piangendo, ché non è uomo né cosa che a sé lo chiami, non è conte né marchese né re che si faccia innanzi e lo inviti. Ora il disonore fa tutto ciò che mai volle fare. Per tutto il mondo e per tutt’i mari voglio che vada questo mio sirventese, se potesse trovar uomo che gli sapesse dir nuove del re Artù e quando dee rivenire.” – Re Arturo, o poeta, dorme ben forte nelle grotte armoricane di sua sorella Morgana, e non torna più: i cavalieri e i trovatori della dolce Provenza giacciono per sempre schiacciati sotto le ruine dei loro castelli messi a fuoco dai gentiluomini francesi e dai frati spagnuoli: il re Manfredi non ode, sotto la « grave mora » degli Angioini, il tuo compianto. I re se ne vanno, o poeta, ma l’onore rimane, e la poesia alla loro morte rinasce. La cavalleria è morta, ben veramente morta; ma le succede il popolo. Firenze, ove e già nato Dante, ove stan per nascere il Petrarca e il Boccaccio, non ha per suo grido di guerra nome alcuno d’imperatore o di re o di barone; ella « in poca piazza fa mirabil cose » con due parole plebee, Popolo e Libertà.

V.

La poesia cavalleresca finisce dunque in Lombardia e in Sicilia senza eredi. Quelle piante esotiche menavano frutti, perché il favore principesco le annaffiava: tolto cotesto, appassiscono e in terreno non suo vengono meno. Ma in lor vece è ella fiorita per avventura la letteratura nazionale?

Dante nasce poco men d’un anno prima che si combatta a Benevento. Intanto tra la vecchia poesia che rappresentava il principio caduto in Benevento e la poesia nuova che sgorgherà gloriosa dal petto di questo fanciullo intercede un momento d’inerzia e incertezza. Col sormontare di parte guelfa conseguente a quella battaglia, spostato una terza volta il centro politico dell’Italia, il primato civile che non poteva esser più ripreso dalle città lombarde rifinite omai di forze dalla difesa lunga contro l’impero e già sottomesse a tiranni domestici o vicine ad essere, il primato civile, dico, passa alle città del mezzo, che se lo contendon tra loro fin che lo prende tutto Firenze. Allora quasi ognuna di quelle città e di quelle terre ebbe poeti e scrittori; ma l’arte non si levò súbito a nuove altezze. Tra due età che differiscono di spiriti e forme havvi sempre, chi sappia scorgerlo, un limite nel quale vengono a combaciarsi, trasmutandosi a grado a grado il vecchio nel nuovo. Ma degli autori che segnano nell’età letterarie questo passaggio è destino esser poi sopraffatti dai successori, e obliati, quando non disprezzati; se pure alcuno dei più grandi che mosse i primi passi sotto la loro scorta non gli salvi con un benigno riguardo di gratitudine. L’oblio e lo spregio toccò per gran parte a Guittone d’Arezzo, che pur s’ingegnò primo di far passare la poesia dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle latine; a Guittone, che aspirò a quella poesia politica concionatrice levata di poi sì alto dal Petrarca; a Guittone, che diede il primo esempio della prosa dotta italiana. Lo sguardo benigno d’un gran poeta toccò a Guido Guinicelli e alla scuola bolognese. Bologna, posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradizioni delle due più gloriose popolazioni italiane; gloriosa la prima nel cominciare, gloriosa la seconda nel continuare il movimento nazionale. E non poteva non essere che l’arte della parola, tócco a pena il suolo santificato dalla libertà, non ne attignesse forze nuove e altra vita. In Bologna, Guidotto, accomodando primo tra i nostri i precetti dell’antica eloquenza alla lingua nuova, trovava modo, pur dedicando il suo libro a Manfredi re, trovava modo a designare l’officio di parlator cittadino in comune libero. E nella canzone del Guinicelli la fredda affettazione dei siculi cede luogo all’imaginoso sentimento lirico, la dovizia misera del ritmo provenzale all’ondeggiamento armonioso e solenne della stanza italica, le forme convenute agl’intelletti della scienza. Per amore del Guinicelli, riconosciuto novatore solenne fin da’ coetanei e salutato padre da Dante, a questo quarto periodo della nascente letteratura, che è periodo di passaggio e che si estese ad altre regioni dell’Italia mediana, rimane e rimarrà l’aggiunto di bolognese. Bologna, la madre degli studi, prima sentì l’arte e prima all’arte sposò la scienza, divinando gli spiriti e le forme della grande letteratura che era per venire.

VI.

Dalle prime croniche del mille, ove l’elemento nazionale incomincia a dare indizio di vitalità, fino alla morte del Guinicelli avvenuta nel 1276, è tutto dunque un contrasto fra i diversi elementi o principi che informar dovevano la letteratura novella. Come i quattro periodi letterari finora segnati s’incrociano e incastrano l’uno nell’altro; così i principii moventi s’intrecciano ed avviluppano nell’azion letteraria, e la materia soggetta si agita e si rimesce senza posarsi in una forma determinata. Nel periodo latino l’elemento nazionale apparisce in potenza, ma sotto l’azione prevalente del principio ecclesiastico e cavalleresco: nel periodo lombardo l’elemento cavalleresco si mescola al nazionale, e questo per la parte sua più popolana al religioso: nel periodo siculo il principio cavalleresco informa un’arte puramente feudale e di corte: il periodo bolognese in fine, serbando del contenuto e delle forme anteriori, discuopre gl’intendimenti e i lineamenti primi di un’arte nazionale e dotta.

E quando in Italia sta per sorgere questa letteratura, nazionale ad un tempo ed europea; quando cominciano ad apparire nella penisola i pensatori, gli scrittori, gli artisti, per i quali la patria nostra esercitò il glorioso officio di conciliatrice tra l’antichità e l’età di mezzo, tra l’età di mezzo e la moderna; quando si determina tra noi il proprio e vero rinascimento letterario, considerato come ideale ed artistica manifestazione del risvegliato e ritemperato elemento romano; in quel tempo, dico, la nativa e legittima arte del medio evo va scadendo così nella feudale Germania come nella Francia cavalleresca.

In Germania, il decadimento ha principio col finire della imperial casa sveva; con quella stessa ruina che segnò un mutamento essenziale e un rinnovamento letterario per l’Italia. Sotto gli Absburghi le grandi epopee intisichiscono, svaporano le sottili fantasie e i tenui sentimenti dei minnesingheri; e invano Ulrico di Lichtenstein tenta di ravvivare con l’esagerazione, come in simili casi suol farsi, la tradizione dell’amore cavalleresco, ché Hadlaub di Zurigo volta in parodia i canti dei trovatori. Succede il poema didattico prosaico e pedantesco; e la poesia piattamente borghese dei maestri artigiani tiene il campo per lunghi anni.

Anche in Francia la gloriosa età letteraria del medio evo finisce press’a poco in quel medesimo tempo, col regno di Luigi IX: nata con le crociate, quell’arte non sopravvive al santo re che muore in potere degli infedeli. Suo fido vassallo e storico, il signor di Joinville, della partenza per oltremare scrive con la solita potente semplicità: « Io non volli rivolger mai gli occhi verso Joinville, perché il cuore non mi s’intenerisse del bel castello che io lasciava e de’ miei due fanciulli ». Questo sentimento così umano di rincrescimento pe’ i beni terreni che si lasciano alle spalle, quando s’ha dinanzi alla vista dell’anima Terra Santa, è già ben lontano dal furor sacro che spingeva le turbe della prima crociata, guerrieri e vecchi, donne e fanciulli, a gridare: Dio lo vuole! Il succhio di quella superba vegetazione di cento e cento epopee, la fede e l’entusiasmo, s’è dunque esaurito: anche qui è la volta dei poemi d’imitazione, e, peggio, delle contraffazioni e delle parodie. Perocché con Filippo il bello, col re odiato da Dante, in Francia, nella terra dei cavalieri, comincia una letteratura borghese. Di tal mutamento la prova più parlante è nelle due parti, distinte così per l’autore come per gli spiriti, del Romanzo della Rosa. Nella prima parte, composta sotto il regno di Luigi IX da Guglielmo di Lorris, spira l’ultimo anelito dell’amore cavalleresco: ella è una mummia che mostra i lineamenti disfatti dell’Arte d’amare di Ovidio, raffazzonata con gli stracci a più colori delle allegorie monacali, e suvvi tra le rappezzature qualche fiorellino vizzo dell’arte trovadorica; cammina in punta di piedi e barcollando su le sottigliezze della scolastica. La seconda parte, composta da Giovanni di Meung sotto Filippo il Bello, è un lungo, troppo lungo e troppo grossolano, scoppio di risa plebee contro tutto ciò che pochi anni innanzi era stato grande, gentile, ideale; contro l’amore e contro le donne, contro la cavalleria e contro la religione.

Né basta. Così in Francia come in Germania la bella poesia della prima età del medio evo divenne ben presto antica, tanto antica, che, dimenticata per più secoli come cosa morta, ella fu solo a questi ultimi tempi dissotterrata dai dotti e rimessa su gli altari, nazionale reliquia. E non pur essa era morta, ma anche la lingua che le servì d’instrumento. La Canzone di Rolando in Francia e i Nibelunghi in Germania, perché sieno intesi dai francesi e dai tedeschi d’oggigiorno, convien tradurli nel francese e nel tedesco d’oggigiorno. Quelle lingue, germanica e francese d’allora, soggette a mutazioni continue, parevano non poter uscire dalla condizione tumultuosa di dialetti. E già in Alemagna il dialetto meridionale dei minnesingheri era succeduto a più altri più antichi, per cedere poi il luogo alla lingua di Lutero, che fu, solo fa ora a pena cent’anni, classicamente fermata dal Klopstock e dal Goethe. In Francia alla lingua cavalleresca dei secoli decimosecondo e decimoterzo si frappose un’anarchica invasione di dialetti, s’impose il pedantismo dei dotti di Carlo V e VI, e su questo il grecismo e latinismo della pleiade in lotta coll’imitazione italiana e con lo spirito gallese puro al tempo di Francesco I, e di poi la dittatura grammaticale del Malherbe sotto Enrico IV, e in fine il purismo academico del decimoquarto Luigi. Così cinque strati diversi di lingua s’accumularono aggravando su la primitiva letteratura francese.

Tutto al contrario in Italia. Qui la lingua nuova ascese tardi al ministero delle lettere: ma a pena si mostra, ed è già fermata, determinata: e con essa, le forme dell’arte nazionale. Che cosa v’è da aggiungere di essenziale, che cosa è stato mai aggiunto di veramente nuovo e bello e grande, che cosa d’inevitabilmente necessario, all’arte di Dante, del Petrarca, del Boccaccio? O abbiam noi per avventura bisogno di tradurre, perché sia inteso dalla maggior parte della nazione, il canto di Ugolino?

Le letterature medievali di Francia e Germania, e come nazionali e come europee, furono per grandissima parte, lo abbiam detto più volte, la espressione di una civiltà di convenzione di un ordine privilegiato. Ora, quando su lo scorcio del secolo decimoterzo la grande unità cristiana s’interruppe nell’occidente, causa in parte il venir meno delle crociate e in parte l’indebolimento dell’impero; quando le grandi guerre si ruppero tra francesi e fiamminghi, tra francesi e inglesi; quando cominciarono in Germania le rivolte dei borghesi, e in Francia il sollevamento del terzo stato; quelle letterature e divennero straniere l’una all’altra, e perdettero la continuità e il filo della tradizione, e furono sopraffatte dall’elemento plebeo, che le ammaccò e infranse come il godendac dei fiamminghi fiaccò la cavalleria francese a Coltrai. Vero è che né in Germania né in Francia l’elemento popolare era constituito politicamente o constituibile; onde là la lotta sociale non fu che una delle conseguenze anarchiche dello sfacimento dell’impero, e qua il terzo stato non fe’ che servire, credendosele collegato, alla monarchia, la quale, adoperato che l’ebbe a recidere i nervi del feudalismo e del clero, pose d’un sol cenno silenzio al canto fescennino, e ridusse l’ilota all’usata catena. Ma ad ogni modo, tra lo smembramento dell’unità cristiana del medio evo su ’l finire del secolo decimoterzo e il ricostruirsi delle unità monarchiche nel decimosesto, una gran lacuna per l’Europa ci fu: lacuna che è segnata dalle orme gravi della barbarie. In questo mezzo sta l’Italia, che di tra la luce crepuscolare del medio evo ha ripreso la fiaccola della civiltà nelle tombe del passato, ne ha illuminato un gran tratto di cielo, e la distende benigna e incurante ad accendere le lampadi delle sorelle che la percuotono.

Perocché in Italia il principio popolare era la forza dell’elemento romano connaturato al terreno e ritemperatosi alla vita novella. Educato nelle tradizioni della civiltà antica, raffermatosi nell’uso dei reggimenti e delle leggi, con gli attriti con le industrie co’ viaggi e i commerci s’era fatto pratico di tutta l’Europa. Scelse il tempo e il luogo opportuno, e poi guidato dal genio antico, e conscio dei nuovi fati, procedé grave, severo, all’opera letteraria. Già lo dissi: l’Italia avrà letteratura nuova e sua, quando il principio popolare, più veramente qui nazionale, potrà equilibrarsi o sormontare agli altri, l’ecclesiastico e il cavalleresco. Ora siamo al punto.

VII.

Il termine della potenza imperiale tra noi fu segnato, lo ripeto, dalla battaglia di Benevento. In Benevento di fatti, meglio che l’infelice e valoroso Manfredi, cadeva ferita al cuore la parte imperiale con le sue tradizioni necessariamente germaniche e feudali. La battaglia di Benevento compiva quella di Legnano; e le spade dei guelfi fiorentini che seguivano, o, meglio, precedevano Carlo d’Angiò, rescindevan di fatto i vincoli onde i mal destri guelfi lombardi si erano volontariamente impedite le mani a Costanza. Che importa se un papa bandisce cotesta guerra, se la conduce un francese? Lasciate passare qualche anno; e se il papa, libero al fine dalla téma dell’imperatore presente, vorrà allungare li ugnòli, i comuni e i signori italiani non son più ormai bestiuole da prendersi a inganno e farne strazio: parte guelfa si rinnoverà per modo da far rientrare pietosamente quelle granfie. Lasciate passare qualche anno; e la concordia tra i reali di Francia e la chiesa finirà con lo schiaffo di cui Filippo il Bello, mediante la mano inguantata di ferro di Sciarra Colonna, lasciò l’impronta su la faccia senile di Bonifazio VIII. Conseguitata allora all’abbiettazione del principio d’autorità feudale quella dell’ecclesiastico, e trasferita la sede alla così detta cattività babilonica d’Avignone, nell’ecclisse dei due luminari del medio evo, la luce della civiltà italiana empirà mirabilmente tutto il cielo d’Europa. La battaglia di Benevento [1266], e la caduta della repubblica di Firenze [1530], la nascita di Dante e la morte dell’Ariosto, sono dunque come l’oriente e l’occidente di questo glorioso giorno d’Italia; o, se volete comprendervi i crepuscoli dell’aurora e quelli del vespero, la pace di Costanza [1183] e il trattato di Castel Cambresis [1559] che sottometteva del tutto l’Italia alla casa austriaca di Spagna. Così, quando gli astri del ponteficato e dell’impero tramontano, nasce quello d’Italia: a pena i primi si rincrociano su l’orizzonte come sinistre comete, quel d’Italia ricade.

VIII.

Ma quando il principio popolare e nazionale si mise all’opera letteraria, quali monumenti trovò egli per la sua via, quali avanzi, quali parti incompiute o lasciate a mezzo o a pena delineate, del gran lavoro che avean fatto per addietro o stavan facendo i due principii emuli? Badò egli o disprezzò? Riformò o distrusse? Distruggere è dei barbari; e l’elemento italiano troppo è di natura sua assimilatore. E di più l’opera di quei due principii tanto era stata prossima e tanto influsso aveva esercitato su le idee, che sottrarsele ed evitarla diveniva, per allora almeno, impossibile.

Cominciamo dal principio cavalleresco, la cui arte si spande per due rivi: soggettiva, nella lirica amorosa dei trovadori e minnesingheri; oggettiva, nelle epopee romanzesche normanne bretoni e alemanne. Ma l’epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per la intromissione e la mezzanità del principio religioso. Ora nel primo ciclo di quelle epopee, intieramente germanico, anzi della Germania pagana, nel ciclo dei Nibelunghi e della Kudrun e del Libro degli eroi, la chiesa non ebbe che fare; né il cristianesimo era ancor giunto a incivilire con la cavalleria quegli eroi, che son veri germani della migrazione e si scannano ferocemente tra loro da veri burgundi e franchi veri. Questo ciclo adunque rimase interamente germanico, e non poteva entrare a parte della letteratura cavalleresca europea, e tanto meno della italiana. Delle quali in vece è universal vanto il ciclo carolingio, probabilmente normannico, santificato dalla chiesa colla introduzione delle crociate e delle guerre per la fede, e per ciò, e per la memoria del ristorato impero, coltivato con amore speciale dai popoli di Europa. Romanzesco più veramente nel senso moderno, pieno cioè di avventure ardite e di tenere elegie d’amore, era il terzo ciclo, celtica invenzione dei bretoni, più intimo, più moderno, più veramente francese: e anche di quello s’impossessò la chiesa, e lo affidò a’ pii tedeschi che lo idealizzassero fino a simboleggiarvi il mistero dell’eucaristia. Tale era la materia epica, germanica e celtica, che l’Italia ebbe innanzi. Ma l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava la poesia cavalleresca, in Italia, senza centro suo d’unità, fu bentosto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino con cui si fuse: onde ispirazione d’arte puramente cavalleresca l’Italia non ebbe mai. Ebbe una materia cavalleresca, che fu spasso al popolo e soggetto di esperienze artistiche ai poeti. Le canzoni di gesta e i romanzi avevano da un pezzo passate le Alpi, e seguitavano probabilmente a passarle dopo l’avvenimento degli angioini. Ma gente che finiva allora d’avere messo insieme il corpo del diritto romano, gente che aveva da affrontare la realtà della vita negl’interessi dei comuni, nelle lotte dei partiti, negli ardimenti dell’industria, potevano per allora pensare a rifar su ’l serio quegl’intrecci di eroi dai lievi contorni che vanno sfumando in un turbine di avventure mal comprese? potevano pensarvi essi che ammiravano Virgilio ed Ovidio? Cavalieri e dame leggevano di Lancillotto e Ginevra in francese: il popolo ascoltava con diletto nelle piazze i cantastorie di Orlando e Carlo Magno, che potevano essere anche francesi o che cantavano un francese fatto a pena italiano nelle desinenze, come è quello del Renart veneto; ascoltava, e, dov’ei vedesse un masso di meravigliosa mole, diceva esser quello stesso che fu spezzato in due dalla spada del paladino d’Anglante; affermava rialzate o edificate dal santo imperatore quelle mura e quella basilica; poneva nell’Etna il fatale nascondiglio di Artù o nelle buche delle fate di Fiesole il misterioso sacrario dell’incantagione d’Orlando. Ma intanto il comune di Bologna, a cui certi oziosi circoli non garbavano, vietava con decreto del 1288, che i cantores francigenorum si fermassero su le piazze. E i cavalieri attendevano alle loro possessioni allodiali, o con lor masnade andavano di terra in terra per capitani e podestà; e il popolo badava a snidar dai castelli quel che avanzava di feudatarii e a costringerli a città e poi cacciarli anche di città come grandi. I romanzi d’avventura furon dunque riserbati per il rifacimento, pe ’l ricreamento, dirò anzi, artistico, a secoli più oziosi o più aristocraticamente foggiati, il decimoquinto e il decimosesto; per allora si tradussero alla meglio, tanto per servire alla richiesta dei disoccupati e delle donne, alla meglio, come sono stati tradotti a’ nostri tempi i romanzi del Dumas da mestieranti. Ci fu per avventura qualche tentativo poetico, ma di poco nome o di niuno: tutto finisce qui. Per adesso della poesia cavalleresca maggior vestigi lasciò e più si apprese alle menti quella parte che di natura sua è più universale e comune; la lirica individuale. E due effetti operò; buono l’uno, e pessimo l’altro: inculcò, almeno per moda, quello speciale rispetto alla donna, considerata come sorgente di virtù e perfezione, che mantenne certa gentilezza nel costume e nelle idee de’ nostri popoli di un po’ rude naturalezza: esercitò con le sue forme una ben triste influenza su la lirica italiana, impigliandone più d’una volta e costringendone il proprio e libero procedere, e avvezzandola talvolta, e assai di buon’ora, a un che di arguto e manierato.

Più efficace opera, e di più durevole impressione, almeno in parte, aveva fatto il principio ecclesiastico. Lasciamo stare i suoi cicli leggendarii accumulati nelle età grosse del medio evo e tramandati di secolo in secolo; i cicli orientali e bizantini dei martiri, dei solitari e dei contemplanti; i cicli latini cominciati da Gregorio Magno col Dialogo e chiusi coll’Aurea leggenda del Da Varagine; lasciamoli stare, sebbene e’ sien qui tutti pronti su le soglie dell’età nuova a fornire materia ed argomento ai raccontatori ed ai mistici del secolo decimoquarto, alla poesia drammatica del secolo decimoquinto, alla pittura dal duecento a tutto quasi il cinquecento. La chiesa avea fatto assai di più. Su ’l principio del secolo decimoterzo, contro le eresie della ragione e del sentimento d’ogni dove irrompenti e favoreggiate più o meno apertamente, secondo le occasioni, da Federico II e dalla parte imperiale, la chiesa avea commesso il suo verbo a due potenti milizie; e queste si erano sparse tra le genti rinnovando su ’l mondo il suggello della fede. Intorno al capo di san Francesco, frate innamorato di tutte le creature, socialista cristiano, volano le colombe, e i lupi gli lambiscon la mano; e il popolo gl’intesse una ghirlanda lucida e serena che si riflette su l’arte della parola e del disegno. Intorno al capo di san Domenico rugghiano le fiamme dei roghi e sibila come fionda di piombo il sillogismo del definitore teologo: egli brandisce una facella, che vorrebbe esser di luce, ma che vapora d’inferno per la via dei secoli. E due famiglie, due eserciti, seguitano quei padri e quei duci. In mezzo all’una procede contemplando e inneggiando il serafico autore dell’Itinerario della mente verso Dio, in mezzo all’altra, tutto chiuso e concludendo in forma, l’«Angelo delle scuole». Gli uni si rivolgono al sentimento col misticismo, gli altri all’intelletto colla scolastica. Letterati e artisti, gli uni fanno miglior prova nella leggenda nella lirica nell’architettura, gli altri nel trattato e nella pittura. Ribelli all’autorità, gli uni si chiameranno fraticelli della povera vita, specie di quaqueri, e daranno, vittima ignota, un fra’ Michele; gli altri produranno fra’ Girolamo Savonarola e i piagnoni, tendenti a una democrazia monastica. Per intanto due forme d’arte mistica rifioriscono intorno a loro, la visione e la meditazione. E in cima alla Somma di Tommaso d’Aquino la teologia s’abbraccia con la scienza; e in cima alla ontologia di Bonaventura la fede s’abbraccia con l’arte; e tutte quattro paion d’alto irraggiare le belle cattedrali sorgenti nell’Italia di mezzo e i timidi colori dell’arte che aspetta Giotto. Dante sta ritto in piedi tra i colonnati solenni e leggiadri, e guarda, rapito in contemplazione.

DISCORSO TERZO

Del periodo toscano:

affermarsi della letteratura nazionale:

Firenze e il gran triumvirato.

I.

Diamo ora uno sguardo a tutto insieme il fluire maestoso di questo fiume divino, come avrebbe detto Omero, della letteratura italiana nel secolo decimoterzo e nel decimoquarto. Incominciata dalla poesia individuale, seguitò, come letteratura di popolo libero, segnando la superbia del nome latino rivendicato e i fasti della nuova libertà nelle croniche, descrivendo le tradizioni e i costumi nelle leggende e novelle; abbracciò, come ne’ suoi principii ogni letteratura non primitiva, tutta la scienza e del passato e del presente nelle enciclopedie; attestò nei volgarizzamenti la conservazione dell’arte e della scienza antica. Altrove si scherzò con versi leggeri, ma nell’Italia del mezzo e tra la cittadinanza fiorentina nacque la prosa del Trecento, gentile ed elevata, forte ed elegante, come poi l’architettura di Santo Spirito; qui prese moto e colore quella poesia che nelle luminose visioni della Vita nuova sembra tendere al cielo come i due angeli dipinti da Giotto nella cattedrale d’Assisi, o che sorge come Santa Maria del Fiore gigantesca e solitaria nella Divina Commedia. Sublime spettacolo, il popolo italiano, raffermo e assodato, porre il fondamento e dare proprissime alla sua civiltà la forza e l’azione, le figure e le sembianze, con un acconcio temperamento dell’antico e del nuovo, del cristiano e dell’etnico, del latino e del medievale, tanto ne’ reggimenti e negl’instituti, quanto nella scienza e nell’arte; certo per quella facoltà di sapiente eclettismo e di artistica assimilazione che fu della gente nostra, degli elleni e latini. Ma il popolo d’Italia, più simiglievole in ciò a’ greci che non a’ romani, questi mezzi di ravvicinamento gli ebbe in sé stesso; come quello che si aveva connaturato, pur riadattandolo estrinsecamente a sé, il cristianesimo, e che ne’ forzati mescolamenti delle genti settentrionali qualche cosa aveva attinto di loro. E come il popolo d’Italia, a quella guisa che i romani con le armi e i greci con le colonie e le dinastie, si stese con i commerci per tutto il levante e a settentrione; così le lettere ed arti sue, a guisa di chi sentesi ricco di dottrina ed esperienza propria e pur gli giova guardare all’altrui e profittarne, attinse largamente non che dal francese e dal germanico, ma e dal bizantino e dall’orientale. E come la nuova plebe latina aveva co ’l lavoro di secoli contemperato a sé artisticamente il cristianesimo anzi che essersi lasciata ritemprare da quello; e come ella, più presto che non distrusse, assorbì in sé molta parte di feudalismo e d’aristocrazia, facendo cittadini e artigiani i suoi antichi signori; e come lasciò poi sorgere di sé il popolo grasso e la nobiltà popolana, non restando ella veramente in soggezione de’ nuovi ordini, ma piuttosto partecipando con quelli il reggimento; così la primitiva letteratura italiana, incominciata dal popolo e promossa e aiutata dal sentimento religioso e dal principio ecclesiastico, prese poi della feudale ed ecclesiastica quello che le conveniva, rinnovandola per altro a maggior durata col tempararne l’essenza e le forme; quindi lasciò sviluppare di sé una letteratura più dotta, alla quale seguitò ella a porger del suo, perché riuscisse più che altro una sua necessaria prosecuzione e un perfezionamento.

Adunque, ricollegare pazientemente l’antico col nuovo, la imitazione allargare, accomodare la scienza a tale arte che pur rimanesse popolana e sopra tutto guardar sempre al popolo e alla nazione; furono i caratteri della prima letteratura d’Italia. Quindi volgarizzamenti di scrittori greci e latini, sacri e profani; vite di santi e leggende bizantine e orientali, e trattati e poemi di origine provenzale ed arabica; quindi il re Artù e Tristano ed Isotta la bionda per una parte, e Alessandro e Cesare e Catilina per un’altra; e novelle che la materia pigliano da ogni paese; e nella poesia la canzon filosofica accanto al sirventese politico e alla gaia ballata, e le ire di municipio con la carità di cristiano, e l’erudizione classica col genio paesano d’Italia e con gli spiriti cavallereschi di Provenza; e l’elegia che fiorisce d’onde spunta la satira, e l’entusiasmo lirico col sillogismo delle scuole; e negli spazi della visione popolati di mille fantasie le arduità matematiche: il che tutto raccoglie in sé, rappresentatore supremo di questa universalità della prima arte italiana, Orfeo, Omero ed Esiodo a un tempo, Dante Alighieri. E in questa varietà è tuttavia da notare la potenza, che quei nostri vecchi ebbero mirabile, di dare l’aria del paese e l’atteggiamento di famiglia così alle erudizioni diverse e alle difficili astrazioni della scienza come alle fantasie che pigliavano di lontano. I romanzatori de’ Reali di Francia attinsero certo d’oltre monte la materia e parte anche delle forme; ma quei romanzi divennero accettissimi alla nazione, e tuttora rimangono lettura tradizionale di questo popolo, che dei moderni imitatori di Francia e di Germania non sa pure il nome. Ritraggono dall’oriente le leggende cristiane; ma sono ad un’ora di quelle cose dove più cara fiorisce la favella toscana e dove il sentimento popolano fiammeggia più limpido. Il Cavalcanti poeteggia sottili filosofemi nelle gravi stanze della canzone; ma le sue ballate furono certo intese e cantate dalle donne e dai giovani. E non erano elleno popolari le fantasie della Divina Commedia? e anche l’allegoria che la domina non era il popolo d’allora avvezzo a contemplarla e meditarla nelle leggende nelle pitture e fin negli ornamenti architettonici delle chiese? in fin, non era egli tutto avvivato dalle ricordanze del popolo italiano il poema dell’aristocratico fiorentino? Onde il popolo e lo cantò, come poi udì cantare nelle piazze versi del Petrarca, e volle che glie ne fosse dichiarata nelle chiese ai dì di festa la parte scientifica. E dal popolo desunse il Boccaccio non poco della materia al suo Decameron, e delle forme le più belle e durature. Allora Dante, il Petrarca, il Boccaccio, ingegni sovrani, parlavano al popolo d’alte cose e di leggiadre con alti ed ornati sensi e parole; e n’erano compresi ed ammirati. Oggi ingegni mezzanissimi fanno prova d’imitare il popolo; e le sono smorfie; e il popolo non bada a loro. Degnamente. Il popolo vuolsi rialzare; non rimpiccolir noi né bamboleggiare senilmente, per mantenerlo sempre in condizion di minore.

II.

Del resto, la letteratura del Trecento è toscana quasi tutta, sì per gli scrittori e la lingua, come per le esterne cagioni che la informarono e condizionarono via via. Dei volgarizzamenti, che tanto conferirono a scozzonare la favella e scaltrirla agli stili diversi, i più e i maggiori, in tutte le direzioni dello spirito e in tutte le colture, la religiosa, la classica, la cavalleresca, sono opera di toscani: toscani i predicatori e gli autori spirituali, tanta parte allora della educazione e lettura popolare: toscani i meglio dei cronisti e i novellatori: toscani poi tutti gli scrittori che più fedelmente e largamente comprendono e rendono nelle opere loro il movimento il sentimento il colorito del tempo: Brunetto Latini, il Giamboni, Giordano da Rivalta, il Cavalcanti, Dante, Dino, il Cavalca, Bartolommeo da San Concordio, il Villani, il Petrarca, Fazio degli Uberti, il Passavanti, il Boccaccio, Caterina da Siena, Giovanni dalle Celle, Franco Sacchetti. Dinanzi a tali nomi ed opere perdono ogni importanza quegli alcuni o rimatori o volgarizzatori o cronisti di altre regioni italiane, i quali, del resto, se scrivono con intenzione di arte, seguono con più o meno d’incertezza i toscani, o vero nella rozzezza loro tradiscono la niuna cultura del dialetto nativo; quando invece dal volgare delle domestiche e private scrittture fiorentine pisane e senesi al volgare del Villlani del Cavalca di Caterina non corre divario, o ben poco. Insomma, nella prima età della letteratura italiana, il suggello è nazionale e toscana l’impronta. Toscana ho detto e doveva dir fiorentina. Perocché Arezzo Pistoia Lucca tacciono ben presto; un poco più tardi, e onoratamente, ma pur anche Siena e Pisa cedon del campo; che Firenze occupa e tiene, sempre, sola, gloriosa.

III.

Per quel che concerne la materia e l’instrumento letterario; più puro, più elegante, più regolare degli altri italici apparisce dalle scritture private che di quei tempi ci avanzano il dialetto che si parlava in Firenze. Non che si voglia o debbasi con ciò dare il vanto della lingua a lei tutta sola; ché italiano erasi già scritto a Palermo, erasi scritto a Bologna. E fu notato che i primi tentativi per sollevare a dignità letteraria i varii dialetti riuscivano come al ritrovamento di una lingua comune. Il che non parrà strano, quando si ripensi che quei dialetti, reliquie dei vecchi linguaggi italici passati per il crogiuolo del latino, erano allora per la più parte men lontani tra loro e men diversi che oggi non siano; e la prova veniva sempre facendosi allo specchio del latino da uomini ingegnosi, nelle città più cólte d’Italia. Con tali condizioni e con sì fatta norma era naturale che ad una lingua comune, stabile e regolare, si arrivasse ben presto, quando la letteratura da benigna necessità storica fu condotta a fiorire nel bel mezzo dell’Italia centrale, nel bel mezzo della famiglia de’ dialetti più veramente latini, dove più omogeneamente tenevasi raccolto l’elemento antico e men turbato da misture straniere.

Ma veramente per solo il dialetto non avrebbe Firenze potuto esercitare quella gran parte che ebbe nello svolgimento della letteratura nazionale e della coltura moderna. Altre e più forti ragioni vi sono per le quali il Comune che occupava poche miglia d’un territorio non fertile dovesse occupare del suo nome l’Europa. Nello scorcio del secolo decimoterzo gli angioini di Napoli, non avendo piè fermo né diritti sovrani su le parti più vitali della penisola, non ebbero più dopo Carlo I vera potenza, e l’opera loro non fu che d’intrighi più o meno avveduti e ambiziosi: al settentrione, i signori pullulavano da per tutto, rappresentanti, è vero, del popolo contro i nobili e i grandi, ma non amici di libertà, e i comuni, esauste le forze, si accasciavano omai sotto il giogo civile di uno più volontieri che non combattessero contro cento: le repubbliche marittime attendevano a’ lor commerci e conquisti e a contenderseli fra loro: nel centro, Roma, dopo l’esilio de’ papi e negli scismi che lo accompagnarono e nella debolezza che da quelli conseguitò al ponteficato, travagliava nell’anarchia sé e le province che le erano addette di diritto o di fatto. Ecco, parmi, le cagioni più apparenti per che focolare proprio alla nuova civiltà fu per gran parte Toscana, e per grandissima parte Firenze.

Quando le altre repubbliche allentavano il corso e sostavano in una quiete che era stanchezza, ella, l’ultima nata delle grandi sorelle, aveva a pena preso le mosse: con lei era la gioventù e la freschezza delle forze, e per lei l’avvenire. In Firenze, il Comune, o meglio, la cittadinanza popolaresca che fu il nocciolo vero del Comune, di mezzo alle schiatte di nobili, tedesche e feudali, partite in guelfe e ghibelline, aveva con rigoroso ordinamento civile e militare saputo e potuto constituirsi in modo da acquistare un’azione propria e indipendente, da infrenare le due parti, o, all’occasione, abbatter l’una collegandosi all’altra. Guelfo il Comune di Firenze fu, come in fondo ogni comune italiano, per rispetto a quel certo favoreggiamento che le libertà civili ebbero, nel loro primo contendere ad affermarsi, dalla politica dei papi improvvida delle conseguenze; fu guelfo in opposizione al ghibellinismo cesareo di casa sveva, al ghibellinismo tirannico e aristocratico degli aderenti suoi feudatari e nobili; ma gl’interessi dell’esistenza libera, i diritti allo svolgimento infinito della vita democratica, gli manteneva e proseguiva contro guelfi e ghibellini del pari. La cittadinanza guelfa di Firenze, o, a dir più chiaro, la borghesia, nel contrasto dei due poteri e delle parti, fu neutrale ad un’ora ed attiva: ella era anzi tutto fiorentina; e con questa politica venne a stabilirsi nella constituzione del 1282.

Allora, posta tra l’alta e la mediana Italia, con in mano le chiavi dell’Appennino, con un’indomita forza di espansione, con una operosità infaticabile, Firenze divenne ben presto potentato italiano, leva al movimento politico, economico, artistico della penisola. E ben presto, per ricchezza di commercio, per esuberanza di produzione materiale e intellettuale, per prosperità e civiltà interna, per influenza tutta popolare e industriale al di fuori, non ebbe pari, su ’l finire del secolo decimoterzo e nel decimoquarto; più tardi, ebbe pari soltanto le città di Olanda. Ella era la prima potenza denaresca d’Europa; le sue banche fiorivano ad Augusta a Marsiglia a Parigi a Londra, negli scali d’Oriente: il pontefice chiamavala fonte dell’oro, il soldano ammirava i suoi fiorini, i re d’Europa ricorrevano a’ suoi banchieri o li rubavano.

Ma i fiorentini non erano solamente e grossolanamente banchieri e mercanti. Come le corporazioni delle arti venivano ad essere, più utilmente forse che non le società politiche della rivoluzione francese, altrettante repubbliche nella repubblica, così ogni mercante, ogni artigiano, anche prima di prender parte al governo, anche senza prendervi parte, si addestrava nella discussione, nella conoscenza degli statuti e del reggimento, nell’amministrazione degl’interessi pubblici, non che dei grandi interessi della sua corporazione sparsi per tutta la terra civile. E per tutta la terra civile cotesti mercanti e artigiani portavano il fino ingegno, lo scòrto maneggio, l’acuta osservazione, il sentimento nobile della patria repubblicana: per essi Firenze si rispecchiava nell’Europa e nell’Asia, e l’Asia e l’Europa in Firenze: onde il detto di Bonifazio VIII, quando nel ricevere ambasciatori di varie e strane nazioni li sentì tutti fiorentini, essere i fiorentini il quinto elemento del mondo. E certo furono nel medio evo e nel Rinascimento l’elemento essenziale della civiltà moderna. Né il commercio ammolliva loro il braccio o ne rimpiccioliva l’animo o ne fiaccava gli spiriti. Fuori, i negozi e le banche spargevano le fiorentine manifatture, moltiplicavano l’oro fiorentino: dentro, gli opificii delle sete e delle lane risuonavano del lieto strepito del lavoro: ma a un bisogno, sol che la nota insegna sventolasse dalla casa del gonfalonier di quartiere, le spole e i naspi tacevano, e quattordicimila lavoranti e capi di bottega erano in armi a difendere da ogni attentato la constituzione del popolo, a rivendicar tutti l’oltraggio fatto ad un solo. E quando l’imperatore o alcun de’ tiranni ghibellini minacciasse il comune, venticinquemila uomini portanti l’armi rassegnava la città, settantamila si raccoglievano nel contado: onde alle minacce di Arrigo VII potevasi rispondere senza iattanza, Firenze non aver mai per niun signore abbassate le corna.

E intanto in quel reggimento che passava per tutte le fasi di uno stato a popolo, con la partizione e lo sminuzzamento all’infinito del potere e degli offici voluto dalla gelosia democratica, non che per le vive emulazioni delle parti, le forze individuali dovevano manifestarsi, esplicarsi, incontrarsi per tutti i versi. Aggiungete il sentimento generale che in paese piccolo e raccolto più facilmente viene educato dai personaggi gloriosi per poi alla sua volta educarli. Aggiungete l’occasione, gli stimoli, l’insegnamento, che lo Stato porgeva, risvegliava, forniva. Nel popolo di Firenze l’istruzione più che elementare era diffusa come oggi nelle principali città di Germania: molti libri di compilazioni e di versioni, oggi testi di lingua, eran composti per il popolo; e il bottegaio teneva sotto il banco Livio e Sallustio, l’Eneide e la Tavola rotonda, ultimamente tradotti; leggeva e giudicava il Villani e anche Dante, e ne trascriveva ne’ suoi quaderni le cose notevoli o che più lo toccassero. Le scuole di grammatica e di logica erano frequentate da seicento studenti, e dal fiore della gioventù popolana le prime università d’Italia e d’Europa.

Intendesi così come le cure del guadagno e degli utili e materiali godimenti non ottundessero il senso de’ bisogni morali, non ghiacciassero l’alito delle pure e sublimi aspirazioni, non intralciassero e impedissero lo svolgimento intimo e intellettivo: intendesi come quella libera larghezza di vivere non respingesse troppo presto le nobili usanze antiche, non rompesse così subito i confini dell’antica disciplina. Onde quella varietà, quella molteplicità, quel contrasto di colori nella superficie della società fiorentina: qui le feste magnifiche ed eleganti, i lieti ritrovi dei giovani con giuochi d’armi e di cavalleria, e il culto gentile della donna: là le famiglie attinenti ed avverse ragunate al corrotto de’ morti, e quindi d’intorno alla bara e dalla chiesa saltare all’armi in su la piazza: e le confraternite dalle lugubri fogge e dai lugubri canti nelle cappelle sotterranee, e le rappresentazioni dei misteri della vita oltremondana su i ponti e le piazze; e in mezzo a tutto questo i tentativi severi nel campo della verità e della bellezza, della scienza e dell’arte, salutati come una gioia e come una gloria del comune: la tradizione della Madonna dipinta da Cimabue e del popolo che trae raggiante di letizia a vederla, onde il nome di Borgo Allegri, quante mai cose dimostra, quanti secreti rivela!

Tutti i diversi elementi della vita nuova italiana; la fantasia religiosa etrusca, l’intelletto sociale romano, il sentimento individuale germanico, lo spirito leggiadro provenzale e francese, l’istinto pratico e progressivo dei comuni lombardi; tutto ciò ne si presenta in Firenze in meravigliosa varietà di fenomeni; in Firenze che vede presso su ’l monte le ruine etrusche di Fiesole, in Firenze colonia romana e di romane memorie superba, in Firenze ove i tedeschi venuti con Ottone constituiscono la nobiltà più armigera e irrequieta, in Firenze il cui giglio ama fiorire co ’l giglio di Francia e che sormonta coll’avvenimento degli angioini. Ma tutto ciò Firenze lo trasforma a nuova e originale unità. Arnolfo e Giotto dalla durezza dalla rigidità dall’inceppamento dell’arte bizantina e tedesca passano alle serene e liete forme italiane: il Cavalcanti e Dante appianano e arrotondano le asperità e la rozzezza della scolastica in quello stesso che sollevano nel dotto edificio della strofe la leggera canzone provenzale. Lo slancio degli uomini e degli ingegni, in così breve spazio, entro sì angusti termini, fu miracoloso, e non ha pari nella storia che quel d’Atene dopo Maratona; col quale ha pur questa essenzial somiglianza, che in tanto ardimento, in tanta realtà di vita, non fu deposto quel quasi senso fanciullesco, nel significato migliore della parola, d’un’arte nuova, il tremore l’orrore l’amore dinanzi al soprannaturale all’infinito al divino; orrore e tremore che è lo stesso in Eschilo e in Dante, amore che è in Sofocle e nel Petrarca.

IV.

Per le quali cose tutte, Firenze su ’l finire del medio evo fu all’Europa dal lato della coltura e della civiltà secolare quel che era Roma per la religione, Parigi per la scolastica. Per la letteratura nazionale poi, i termini del primo originale periodo si riscontrano agevolmente e naturalmente nella storia fiorentina; dal 1282, quando il reggimento si rinnovò con la instituzione de’ priori delle arti e di libertà, nel quale anno o nell’appresso Dante scrisse il primo sonetto della Vita nuova, al 1378, quando la democrazia fiorentina passata per tutte le rivoluzioni precipitò nel tumulto sociale dei Ciompi: quattro anni avanti erano morti il Petrarca e il Boccaccio.

L’anno 1282 fu, nelle debite proporzioni, per il popolo di Firenze quel che il 1789 per la borghesia di Francia: sterpate già al di fuori le più prossime piante dell’aristocrazia feudale, fu in cotesto anno con la instituzione de’ priori estirpato anche ogni germe interno dell’aristocrazia di nascita, e assicurato il governo nelle mani del popolo grasso. L’anno 1293 fu per Firenze quel che il 1793 per la Francia: allargò i termini del governo popolare, lo corroborò con la instituzione dei gonfalonieri capi della milizia civica, e con gli ordinamenti di giustizia che furono, senza sangue, la legge dei sospetti contro le famiglie grandi. La rivoluzione del 1301, a cui seguitò la cacciata dei Bianchi, non fu che un colpo di stato di Corso Donati e di alcuni oligarchi borghesi, non contro la constituzione, ma contro parte Bianca, che aveva allora il potere e lo esercitava con molto rispetto alla legge, se bene non con efficacia democratica. Da quell’avvenimento alla cacciata del duca d’Atene, dal 1301 al 1343, in un continuo alternare di oligarchie sofferte o rovesciate, di signorie invocate o cacciate, di guerre grosse vigorosamente sostenute dalla borghesia, il governo e la città sono dal più al meno in mano di essa, che dilaga e compenetra di sé tutte le instituzioni, tutti i fatti e le idee. Dal 1343 al 1378 la borghesia, pur seguitando a battere i grandi dentro la città e fuori per tutta la Toscana e a contrabilanciare minacciosa le signorie crescenti nella penisola, si divide sempre più tra sé, e così porge il fianco al popolo minuto; il quale fin dalla cacciata del duca d’Atene aveva cominciato a numerarsi e a paragonarsi, e che in fine piglia lo stato ed irrompe nel tumulto sociale, succeduto alla rivoluzione del 18 luglio 1376 fatta da Salvestro de’ Medici contro la borghesia, come le giornate del giugno 1848 successero alla rivoluzione di febbraio.

Così tre generazioni diverse, tre diversi popoli, con origini con sentimenti con intendimenti diversi, passano su la scena del comune: il popolo vecchio, dei cittadini e grandi antichi, i quali avevano stabilita o accettata la constituzione dell’82: il popolo nuovo, la borghesia più piccola e l’avventizia del contado, che tiene il campo dopo il ’93 e specialmente dopo il 1301: il popolo minuto, o la plebe, che si fa avanti dal 1343 al ’78. Ora Dante, il Petrarca, il Boccaccio, per una ventura che non è tutta caso, ne si prestano a darne la storia dello svolgersi l’ideale artistico e civile nelle diverse fasi, negli strati, per così dire, diversi del comune fiorentino, che del resto raccoglie e riflette in sé la vita degli altri comuni italiani che non ebbero letteratura.

V.

Dante rappresenta il popolo vecchio. Gli Elisei, ceppo di sua gente, vantavano sangue romano, un cavaliere di Carlomagno, un gentiluomo di compagnia d’Arrigo II, un crociato cavaliere di Corrado III e martire della fede; tennero parte ghibellina, e aveano castella in contado e torri in città. Gli Alighieri, diramatine al tempo dei consoli, seguitarono in vece parte guelfa, e furono della nobiltà del primo popolo: Brunetto, zio di Dante, era guardia al carroccio nella battaglia di Montaperto contro i ghibellini cesarei, come Dante combatté a Campaldino contro i ghibellini feudali. Cresciuto così tra memorie gentilizie e tradizioni guelfe, egli difese con le armi il governo del 1882 e l’ornò con gli studii.

In quella primavera della storia fiorentina che durò dall'82 al ’93 e anche al 1300, quando tra il popolo nuovo e le vecchie famiglie che avevano accettato la constituzione borghese era tregua che pareva pace, era accordo che pareva fusione; quando la vita repubblicana abbellivasi ancora di fogge cavalleresche per le fósche vie non più asserragliate passava la «festa del dio d’amore», Dante prese dalla parte più severa dell’anterior generazione la poesia lirica, quella poesia che, provenuta dall’elemento cavalleresco, cantava già civilmente l’amore come principio di gentilezza e salute, come instrumento e forma in somma di perfezionamento morale; la prese e compenetrò di dottrine scolastiche per sollevarla a un ideale immateriato di meditazione e contemplazione mistica. Egli « trasse fuori le nuove rime » contro gli antichi trovatori: cioè l’opera sua giovanile, che consiste nel recare l’astrazione e la spiritualità dell’amore e della poesia al più alto punto che mai toccassero, fu anch’ella un’opera di reazione intellettuale e morale del nuovo comune contro la corruzione monarchica e aristocratica dell’impero di Federico II, contro l’averroismo della corte sveva, l’epicureismo di Farinata e dei ghibellini toscani, la sensualità della poesia siciliana e di parte imperiale: Dante scriveva le rime della Vita nuova in quegli anni stessi che l’una dopo l’altra, e l’una a canto all’altra, quasi per incanto, sorgevano le chiese bellissime di Firenze, Santa Maria Novella, Santa Croce, Santa Maria del fiore.

Ma a rompere quella processione di visioni ove tutto è sovrumano, a fugare quelle forme angeliche ondeggianti nell’azzurro infinito, a richiudere il cielo, sopravvenne non tanto la morte di Beatrice quanto Giano della Bella con gli Ordinamenti di giustizia, i quali escludevano dallo stato tutte le antiche famiglie che non lavorassero o non inscrivessero i loro nomi alle arti. Dante si segnò speziale, e diedesi a studi più gravi di filosofia e di arte civile sempre negl’intendimenti, di ristaurazione e progresso a un tempo, del Comune. Così il Convito è la prima opera italiana, ove l’elemento nazionale si manifesti con un ben determinato concetto sì della scienza sì delle forme antiche, e con la trattazione per volgare delle materie scolastiche segna a un’ora il primo passo alla secolarizzazione della scienza e alla confermazione classica dell’arte nuova. E il poeta aveva dalla parte sua fatto di tutto per seguitare il rapido corso della democrazia, si era adoperato del suo meglio per entrare come nella civiltà del comune così nella vita pratica del popolo nuovo: egli ambasciatore, egli priore, egli fin sindaco sulle strade: quando venne d’un tratto il colpo di stato di Corso Donati e degli oligarchi alleati di parte guelfa a spazzar via il partito bianco, che fu come la Gironda della repubblica fiorentina.

Dante esule sentì finalmente che ogni rivendicazione pacifica e legale tornava oramai impossibile, che il popolo vecchio aveva finito, che le antiche famiglie, le quali obliando tutto il glorioso passato non iscendessero a patti prima co’ tiranni del momento poi col nuovo ordine di cose, erano destinate inesorabilmente a consumarsi rabbiose nell’esilio o a languire innominate in domestiche relegazioni entro quella patria che più non le conosceva. Le memorie soavi della giovinezza, le nobili ambizioni della virilità, le speranze di un bello e riposato vivere tra le vecchie tradizioni e le glorie nuove nella patria felice: tutto era perduto. E in lui risorse l’antico aristocratico: dimenticò suo zio Brunetto e il carroccio, dimenticò Campaldino e il priorato, per ricordare soltanto gli avi suoi romani, gli avi suoi crociati, gli avi suoi cavalieri di Carlomagno, di Arrigo II, di Corrado III. Nella espansione vertiginosa del comune non vide che anarchia; nella esuberanza della vita economica e commerciale non vide che corruzione; nell’affollarsi della plebe al conquisto dei diritti politici non vide che villani puzzolenti d’Aguglione e di Signa, che villan rifatti figliuoli di padri accattoni, i quali andavano già alla cerca in Semifonte e ora chiudevano le porte della patria su ’l petto a lui, sangue romano, che per amor della patria si era fatto speziale. E al comune toscano incanagliato preferì le corti dell’alta Italia: « S’io son fatto romano e tu lombardo », rinfacciavagli sin da quei giorni l’Angiolieri senese, e Giuseppe Ferrari ben qualificò da questo lato la Divina Commedia per il poema della tirannia italiana. Perocché Dante per dispetto del presente ritornò non tanto al tempo di Federico II, da cui, pur ammirando egli quel diffuso splendore di civiltà profana, le credenze sue religiose e le opinioni filosofiche e l’indirizzo de’ suoi studii e i ricordi de’ suoi giovenili sentimenti aborrivano, ma al tempo del buon Federico I, sotto il cui imperial protettorato il popolo vecchio delle città italiane avrebbe dopo la pace di Costanza con miglior senno potuto ordinarsi a regolata aristocrazia; tornò anche più a dietro, e invidiò i tempi beati di Cacciaguida, quando Firenze aveva confine il Galluzzo. Da ciò all’unità d’Italia ci corre.

E pure come smisuratamente, nel rimpicciolimento de’ concetti politici e delle passioni di parte, come smisuratamente si svolse e crebbe oltre i termini nostri quell’animo e quell’ingegno! Quanto mai devono l’Italia e l’arte e il mondo a quell’esilio, che d’un priore fiorentino, d’un poeta elegiaco, d’un trattatista scolastico, fece l’uomo fatale, il cui severo profilo, nel quale disegnasi tutta un’epoca della storia umana, domina i secoli, ne fece, dico, il profeta non nazionale, ma europeo, ma cristiano, dell’evo medio! Profeta, ho detto; e Dante in vero, come i profeti del popolo ebreo, ebbe un ideale del passato: quanti passi innanzi aveva fatti l’Italia comunale nelle idee politiche e sociali, tanti egli ne fece per indietro: la sua Roma, « che il buon tempo feo » con i suoi due soli (perocché è un degli ardimenti di Dante di aver sollevato l’imperatore dal grado di luna, a cui il medio evo l’avea confinato, a quel di sole, per agguagliarlo al pontefice), la sua Roma è la Roma di Costantino e di Giustiniano: quel paradiso, che con i suoi nove cieli concentrici quasi con altrettanti cerchi di adamante racchiude e sòffoca la terra, ha la sembianza d’una cupola bizantina, sotto la cui stretta volta smaltata ad oro e azzurro il poeta contempli, figurato in rigido musaico, lo aggreggiarsi pacifico, uniforme, monotono, dei regni e dei popoli, dei signori e dei Comuni, nella monarchia di Dio, sotto lo scettro dell’imperatore, sotto il pastorale del papa. E ciò quando i mercanti fiorentini segnavano schernevolmente nei loro libri di banco le partite inesigibili a conto d’Arrigo di Lucimburgo imperator di Lamagna, quando del papa il re di Francia aveva fatto un suo cappellano, quando l’uman pensiero cominciava già ad irrompere nel sacrario della teologia e della scolastica dietro la scienza e la libertà, a quel modo onde un de’ contemporanei antisegnani di quelle, Raimondo Lullo, aveva, essendo ancor cavaliere, seguìto galoppando a cavallo la dama de’ suoi pensieri entro la chiesa di Maiorca.

E all’idea sociale e politica risponde nella maggiore opera di Dante il concepimento estetico. Egli giunse a tempo a raccogliere in sé i riverberi delle mille visioni del medio evo e a rispecchiarli potentemente uniti su ’l mondo; giunse a tempo a chiudere con un monumento gigantesco l’età dell’allegoria. Egli, in quel secolo stesso che le cattedrali di Germania e d’Italia rimanevano interrotte per non essere riprese più mai; egli, come per uno di quegl’incanti o di quei miracoli de’ quali intorno alla fabbrica di quelle cattedrali favoleggiavasi; egli, nella solitudine dell’esilio, in una notte di dolore, imaginò, disegnò, distribuì, adornò, dipinse, finì in tutti i minimi particolari, il suo monumento gigantesco, il domo e la tomba del medio evo. Havvi momenti storici in che le nazioni, dopo lente e lunghe modificazioni che per una parte hanno operato su la religione e per l’altra hanno dalla religione ricevuto, giungono quasi a identificarsi con essa religione nei sentimenti e nelle idee, nei costumi e nelle instituzioni: allora la religione prende quasi il carattere della nazione, e la nazione quel della religione alla sua volta: in cotesti momenti solo è possibile la epopea religiosa a un tempo e politica. Ciò dopo Pier Damiano, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnorea, dopo Gregorio VII ed Innocenzo III, vivente Bonifazio VIII, in quegli ultimi dieci anni del secolo XIII che furono la primavera della democrazia e dell’arte toscana e dell’anima di Dante, era avvenuto del cattolicismo rispetto all’Italia. Ora Dante, com’è natura de’ poeti veramente grandi di rappresentare e conchiudere un grande passato, Dante fu l’Omero di cotesto momento di civiltà. Ma son momenti che presto passano; e i diversi elementi, dopo incontratisi nelle loro correnti, riprendono ognun la sua via. Per ciò avvenne che della Divina Commedia, rimanendo vivo tutto che è concezione e rappresentazione individuale, fosse già antica fin nel Trecento la forma primigenia, la visione teologica: per ciò Dante non ebbe successori in integro. Egli discese di paradiso portando seco le chiavi dell’altro mondo, e le gettò nell’abisso del passato: niuno le ha più ritrovate.

VI.

Il Petrarca, figliuolo d’un notaio venuto dall’Incisa, rappresenta quella parte più eletta del popolo nuovo che sorse intorno a Giano della Bella o poco dopo lui; ritrae moralmente dai Bianchi, dei quali il padre suo partecipò gli affetti politici e la sorte, meglio di Dante, che tratto fra loro dal corso degli avvenimenti se ne distaccò poi bruscamente; e ciò tutto rappresenta e ritrae con tanto più nobile e più pura astrazione, quanto egli visse lontano da Firenze e dagli affari e dai turbamenti delle parti. E come quegli che vide sol da lontano e senza passioni la vita dei comuni d’Italia, allargò il nome e l’affetto di patria: per lui l’Italia non è il giardino dell’impero né la polledra indomita che il Cesare tedesco ha da inforcare, ella è la gloriosa nazione romana che si stende dall’Alpi al mare e che dee sterminare da sé ogni straniero, ogni barbaro: egli creò il concetto o l’ideale letterario d’un’Italia. Ancora: come quegli che secondo gl’instinti suoi nobili rappresentò l’elemento italico del popolo nuovo, specialmente nella tendenza alla ristorazione delle instituzioni e della civiltà antica, così egli sollevò l’idea del comune fino alla repubblica degli Scipioni. Per l’impero fu freddissimo, senza amore e senza odio; sebbene qualche volta sentì e confessò riciso esser nome vano senza soggetto; sebbene altra volta, dopo la mala prova della repubblica di Cola, alle lusinghe di Carlo di Lussemburgo rispose con un omaggio da antiquario inviandogli certe monete romane (il povero imperatore avrebbe tolto invece fiorini) e molti conforti a venir in Italia e ricalcar le orme degli Augusti e de’ Traiani, non senza rampogne d’inerzia e d’inettitudine. Odiò la corte romana e assalse la chiesa corrotta con tanta ira che parve poi ribellione; sebbene egli rimanesse intimamente devoto, ma non, come Dante, religioso essenzialmente. Con queste affezioni e con questi istinti affrettò l’uscita dal medio evo.

Come il popolo, di cui era nato, invocava di quando in quando la balía di un re o di un signore, così egli non rigettò le grazie de’ príncipi, alla cui protezione del resto anche Dante erasi male affidato; e, se vi lasciaste ingannare alle brutte forme della sua retorica latina, parrebbe che gli adulasse. Non è vero: niuno sentì così fieramente l’eguaglianza democratica e la dignità umana in conspetto agli ordini privilegiati e prepossenti. Il Petrarca nella vita letteraria prosegue a modo suo l’opera di Giano della Bella: che anzi nella esortatoria a Cola di Rienzo l’odio suo contro i grandi oltrepassa gli ordinamenti di giustizia, e in quel bando di persecuzione e di sterminio diresti che il « dolce testor degli amorosi detti » rasentasse alcuna volta la feroce eloquenza dell’« Amico del Popolo ». Letterato, si lasciò richiedere e desiderare ai principi, li trattò graziosamente da pari a pari, fe’ sentire ai tiranni guelfi e ghibellini, ai re di Napoli e d’Ungheria, all’imperatore e al papa esservi al mondo oramai un’altra potenza, crescente ogni di più e tendente a cacciar di luogo quella della nascita e della spada, la potenza del pensiero. Niuno onorò in sé e fece onorata da popoli e principi l’arte e la dottrina meglio e più del Petrarca: niuno fece rispettare e ammirare il popolo d’Italia, che dalle sue città piene di gloria e lavoro chiedeva i titoli di nobiltà non ai secoli passati ma agli avvenire, non all’imperatore ma al mondo, niuno, dico, fece riverire e ammirare all’Europa feudale cotesto popolo di borghesi ribelli meglio e più del Petrarca, di questo figliuolo d’un notaio fiorentino, al quale i re s’inchinavano. La incoronazione di lui in Campidoglio, tra il popolo plaudente, con la fortunata assenza del papa e dell’imperatore, fu come la sacra del Rinascimento in mezzo all’Europa nel medio evo: su la quale, a grande augumento della civiltà, egli esercitò nel tempo suo quella medesima dittatura, anzi legislazione dell’ingegno e dell’arte, che esercitarono poi su ’l secolo XVI Erasmo di Rotterdam e sul XVIII il Voltaire.

Come artista, egli, uscito di un popolo che faceva constituzioni e commerci, non comprese il mondo fantastico e avventuriere del medio evo, e sentì che era finito co’ poemi francesi; sentì che anche il mondo soprannaturale cristiano erasi chiuso con Dante, e non avea certo l’intuizione universale di lui; del mondo antico non sentì che le forme, e non le migliori. Ma sentì in sé l’uomo; e mentre gl’infiniti lirici del medio evo, francesi, tedeschi, italiani, dei quali è mal vezzo di critici superficiali e ripetitori l’accusarlo imitatore, lui originalissimo e che deve agli antecessori suoi solo qualche frase di cattivo gusto, mentre quei lirici cantarono o il senso ben limitato o l’idea molto indeterminata, egli scoprì in sé e rivelò l’uomo; l’uomo del medio evo, a cui la natura ha cominciato a rifavellare da’ libri de’ poeti antichi, l’uomo del medio evo in contrasto tra la materia e la forma, tra il senso e lo spirito, tra il cristiano e il pagano. E questo contrasto ei lo prese ad analizzare e a svolgere sottilmente, finamente, profondamente, per ogni verso, con tutta leggerezza di tócco, con tutta delicatezza di ombreggiamento, con tutta misura, senza lasciarsi vincer la mano alla passione inestetica. Riprese l’opera giovanile di Dante, movendo anch’egli dall’antecedente lirica cavalleresca: ma Dante risalì o si smarrì nel misticismo, il Petrarca ritornò al naturalismo ideale, e anche per questa parte apre l’età del Rinascimento.

VII.

Dante e il Petrarca avean mosso ambedue dal medio evo e dal principio cavalleresco: Dante poi erasi fermato al principio ecclesiastico e alle sue forme, la visione e l’allegoria. Contro l’uno e l’altro di questi principii insorge ora il più fervido ammiratore di Dante, l’amico più affettuoso del Petrarca, Giovanni Boccaccio, cittadin fiorentino. Il Boccaccio era nipote a un Chellino venuto a città dal contado di Val d’Elsa, da Certaldo che allora aveva nome soltanto dalle cipolle che produce in copia; apparteneva dunque a quella cittadinanza che Dante spregiava di cuore, « la cittadinanza, ch’è or mista Di Campi, di Certaldo e di Figghine »; e la nobil donna, de’ cui fastidi il certaldese si vendicò nel Corbaccio, poteva bene mandargli a dire « Torni a sarchiar le cipolle e lasci star le gentildonne ». Più: egli era nato a Parigi dagli amori non consecrati di suo padre mercante con una donna francese. Plebeo, bastardo, e con sangue parigino dentro le vene, il gran distruttore dell’amore cavalleresco e dell’ideale monastico è il più sicuro rappresentante di quel popolo grasso del secolo XIV, che finì di ricoprire con la sua alluvione il popolo vecchio e l’Italia del secolo XIII. Egli è il vero borghese italiano del Trecento; se non quanto, non ostante la pompa delle sue allusioni, delle sue erudizioni, del suo stile, non ostante l’ammirazione e devozione sua all’aristocrazia dell’ingegno, egli piega inconsciamente verso i Ciompi; però che anch’egli intende a distruggere ciò ch’era stato venerato fin allora.

Come uomo e cittadino, è repubblicano più francamente del Petrarca; più francamente e finamente di lui deride l’imperatore e l’impero: anche, rimprovera l’amico del frequentare ch’ei fa i tiranni lombardi: non fioretta panegirici ai re, e poco usa a corte, se non da giovane e per amoreggiarne le figliuole: al suo comune e ai cittadini dice aspre verità, ma quello serve e con questi si trova a suo agio; non gli odia come Dante, non gli sfugge come il Petrarca, ne studia il ridicolo. Una sola grandezza v’è, della quale egli si fa volentieri cortigiano, che egli ama di amor più tenero che non le donne: la grandezza dell’ingegno. L’ideale suo è tutto soggettivo: l’arte. E per ciò, riproduttore largo e indifferente, diresti ch’e’ cercasse di fondare come il Goethe una letteratura eclettica: certo, fece anche egli le sue prove in tutt’i generi, nella visione allegorica di Dante, nella lirica amorosa del Petrarca, nella epopea antica, nella epopea cavalleresca, nel romanzo d’avventura, nel racconto mitologico, nella leggenda, nella satira, nell’orazione, nell’ecloga e nell’idillio, nella geografia, nella mitologia, nella filologia e nella erudizione; e riesce solo quando scende al reale, quando rappresenta il sensuale, il sensuale, dico, nel migliore e peggior significato: del reale è veramente pittore, anzi scultore, miracoloso.

Ma, se pone l’arte in cima d’ogni idea, non per ciò egli è scrittore ozioso, non per ciò egli sbizzarrisce soltanto. Il Decameron non fu scritto, come una ignorante e parzial critica afferma, per trarre l’Italia al bordello: il Decameron fu opera d’opposizione contro il principio cavalleresco ed ecclesiastico. Ricordiamo che le cento novelle s’incoronano con la «Griselda», stupenda rappresentazione della donna del dovere, glorioso trionfo della donna moglie e madre, come cavalieri e frati non volevano che la donna fosse. Contro cavalieri e frati, e contro i borghesi in parte, il ridicolo, il grottesco, il triviale e il sublime, sì, anche il sublime, sono in cotesta grande commedia umana del plebeo certaldese adoperati come niuno gli adoperò dopo Aristofane e avanti il Molière. Il Decameron, la commedia umana di Giovanni Boccaccio, è la sola opera comparabile per universalità alla Commedia divina di Dante. Due grandi artisti, con intendimenti diversi, da opposti lati, sorpresero e abbracciarono tutt’insieme con un olimpico sguardo due mondi antipodi, e gl’improntarono vivi e spiranti in tale una materia e forma, che è marmo per lo splendore e la durata, cristallo per la trasparenza.

VIII.

Così in Dante nel Petrarca nel Boccaccio si raccoglie la somma della letteratura del secolo decimoquarto, del periodo del comune; nel quale il principio nazionale con i suoi due elementi romano e italico s’equilibrò da prima e poi prevalse agli altri principii: s’equilibrò nell’opera di Dante al principio ecclesiastico, trasformò in quella del Petrarca il principio cavalleresco, e all’uno e all’altro prevalse in quella del Boccaccio. Così Dante, il Petrarca, il Boccaccio, accogliendo in sé il secolo XIV, quel secolo, cioè, nel quale il movimento democratico dei comuni attinse l’ultima velocità e pienezza, diedero ancora alla letteratura nazionale la materia e gl’instrumenti e le forme che meglio fiorirono nell’età migliori e che durano ancora: Dante, la lingua lo stile e gli animi a tutta la poesia; il Petrarca, i metri e le forme alla lirica; il Boccaccio, l’ottava e il periodo alla epopea e alla prosa del Rinascimento. E come il Rinascimento muove da essi, così nelle opere loro è in germe il fiore lussureggiante dell’arte del Cinquecento: v’è quel carattere speciale che fu proprio della nostra letteratura e pe ’l quale ella è quasi mezzo tra l’arte antica e l’arte del medio evo, tra la Grecia e la Germania; quel, come uno scrittor tedesco lo chiama, non pure presentimento, nato da affinità, del bello classico, ma vera affinità elettiva con quello spirito d’intelligente e discreta proporzione in tutte cose che è l’essenza fondamentale di esso bello, con quella sofrosine in opposizione alla stravaganza senza forma e senza misura che domina le rappresentazioni medioevali.

Se non che, mentre il Petrarca e il Boccaccio furono subito fatti famigliari alla lontana Inghilterra dallo Chaucer, ed ebbero poco di poi la cittadinanza in tutte le nuove letterature; mentre il Petrarca restò lungamente modello alla lirica non pure italiana, ma francese e spagnola, ma tedesca e inglese; mentre non pur le forme del Boccaccio si perennarono nei novellatori italiani e francesi del secolo XV e XVI ma ne rivissero gli spiriti nel Machiavelli e nell’Ariosto comici, nel Rabelais, nel Molière, nel Voltaire, nel Lessing; scarso per contro e debole fu l’influsso di Dante, sebbene la singolar grandezza sua fosse, massime in Italia, riconosciuta sempre. Anche il suo metro, la mistica terzina, ch’egli creò veramente quasi risonante segno della sua venerazione al cabalistico tre continuamente rintrecciantesi nel nove, non ebbe quella splendida posterità che la ottava limitata del novellatore: non ebbe la Divina Commedia tra noi altro che pallide imitazioni nella parte dottrinale e allegorica, il Dittamondo e il Quadriregio; al di fuori, appena una traduzione francese di quel secolo stesso, che, per trovarsi in solo un codice, è da credere fosse più che altro uno studio individuale; ebbe invece ben presto, e in poco più che cent’anni, tre versioni nella cattolica Spagna e imitatore valente un baron castigliano. Or vengano i soliti critici a rimproverare all’Italia l’abbandono delle tradizioni dantesche. E già, se non intendano delle tradizioni di stile e di forma e di pura poesia, che non sarebbe vero; se per avventura non pretendono che tutta la nostra letteratura fosse una continua e fedel ripetizione della Commedia; che cosa sono allora coteste tradizioni dantesche? la filosofia di san Tommaso? la mistica di Dionigi Areopagita e d’Ugo o di Riccardo da San Vittore? la visione teologica? l’allegoria? l’impero del buon Barbarossa o di Giustiniano santo? l’età dell’oro di Cacciaguida? il concerto di maledizioni a tutt’i comuni d’Italia? Dante stesso ci narra come egli dopo la morte di Beatrice si lasciasse movere ai segni di pietà che scòrse in viso di una donna gentile, e tanto se ne lasciasse poi attrarre da darsi per qualche tempo in signoria di lei, dimenticando la gentilissima Beatrice passata al reame ove gli angeli hanno pace. Quella nuova donna gentile era, com’egli stesso ci afferma, la filosofia, e gli toccò poi smarrirsi nella selva a ruinare in basso loco, e gli bisognò attraversare il centro della terra, per ritornare alla sua Beatrice beata, alla Beatrice trasfigurata, alla Beatrice teologale. Egli dunque, l’uomo del medio evo, ritornò a Beatrice; ma l’Italia non più mai.

IX.

Un’ultima osservazione resta a fare. La poesia delle altre genti d’Europa, divenute nazioni molto prima della italiana, ebbe anche oltre le forme un contenuto nazionale: i Nibelunghi rappresentano i Germani delle migrazioni, i romanzi francesi cantano le glorie dell’impero di Carlomagno e la lotta della feudalità co’ discendenti di lui, quelli spagnoli la guerra continuata con gli invasori. La poesia italiana, tardiva come la nazione, non ha un fondo nazionale: la Commedia, il Canzoniere, il Decameron sono per il contenuto più presto europei, cristiani o umani, che non italiani.

Ricordiamo che l’elemento popolare risorse nella penisola come romano, e che l’Italia appariva a Dante come il giardino dell’impero, al Petrarca come la sede della repubblica degli Scipioni. Di qui avvenne che i nostri cercassero le loro tradizioni nazionali nell’antichità, e la parte epica della storia italiana consista nelle origini troiane o romane delle città e nella derivazione delle famiglie nobili dagli ultimi romani che contrastarono ai barbari: Virgilio, Lucano, Claudiano erano sempre i poeti di nostra gente; Cesare, Livio, Sallustio, gli storici. E l’Italia, in quello stesso che non aveva la conscienza di nazione moderna, sentivasi, nella sua continuazione romana, la capitale d’Europa. I nostri poeti quindi vennero a compiere e a nobilitare il medio evo con le forme antiche, come poeti dell’Europa cristiana, dell’occidente latino. Ecco: Dante dà la consecrazione cattolica e classsica a tutte le visioni dell’oltremondo smarrite per le isole brittaniche, per la Germania e la Francia: il Petrarca chiude il ciclo dei poeti d’amore provenzali, francesi, tedeschi, nel suo virgiliano « bosco degli ombrosi mirti »: il Boccaccio raccoglie le pietruzze dai conti dai favolelli dalle leggende di tutti i giullari e menestrelli per istoriarne il suo musaico romano. Quel che le altre nazioni produssero singolo, staccato, informe, in Italia è uno, armonico, vivo. La terra dei comuni non può restringersi troppo tosto nella esclusività di nazione: come i suoi padri con le armi, ella conquista con l’arte tutti i paesi: come l’impero e la chiesa cattolica, onde ella eredita, diedero la cittadinanza romana a tutti i corpi e a tutte le anime, così ella la dà a tutte le tradizioni, a tutte le idee: dà alla turbolenta rappresentanza del medio evo germanico la forma artistica antica e lo spirito nuovo sociale, creando la letteratura universale del Rinascimento.

E tutto ciò fu fatto nello spazio di tre generazioni da tre uomini di Firenze: così il comune specchia l’umanità.

DISCORSO QUARTO

Del Quattrocento: il rinascimento e la federazione;

la letteratura dotta e la popolare.

I.

Nominanza non buona ha tra i secoli della coltura italiana il decimoquinto; e gli nuoce forse più ch’altro la gloria grande della età che gli fu innanzi e di quella che dopo. Gli storici della nostra letteratura, attratti agli splendori del Trecento e del Cinquecento, cercano solo in que’ due secoli le manifestazioni della vita italiana nell’arte, e, pur trovandole tanto diverse tra loro, di quella diversità non curano indagar le ragioni o ne recano di tali che potrebbero al più valer per le forme: nel Quattrocento poi non veggono che densa barbarie e ricrudescenza di vecchiume e brulicame di pedanteria, dove galleggia, non si sa come, il Boiardo e il Poliziano, e onde emergono il Bembo e il Sannazzaro, il Machiavello e l’Ariosto, così la storia della letteratura, la storia cioè de’ mutamenti e degli avvenimenti de arte, mutamenti e avvenimenti che procedendo dalle facoltà intellettuali e morali dell’uomo hanno uno svolgimento tutto graduale e coordinato, si cambia per molti in una storia di miracoli. O, meglio, così certi geografi, conosciuti da Plutarco, i paesi a loro ignoti sopprimevano nelle estremità di lor tavole, notando ne’ margini che al di là erano secche arene e torbida palude o freddo scitico o mare agghiacciato.

Ma perché la produzione letteraria del Cinquecento è tanto ricca e svariata e lieta in confronto a quella del Trecento che per parte sua è più profonda più comprensiva più vera? Perché tanta differenza tra la poesia di Dante e quella dell’Ariosto? E quale delle due risponde meglio al genio del popolo italiano? quale ne rende meglio gli spiriti? e come si trasmutò o come si fermò questo genio, che dall’una si potesse passare all’altra? Dalla risposta a tali dimande si avrà la piena intelligenza del generale svolgimento della letteratura nazionale; e quella risposta non saprei richiederla che allo studio su le mutazioni della vita intellettuale italiana nel secolo XV, il quale non fu né di sosta né di scadimento, ma di fermentazione e di maggior dichiarazione del carattere e del sentimento italiano. Né altrimenti poteva essere il secolo, nel quale l’Europa vide fermarsi le diverse nazionalità e gli ordini politici tuttora esistenti, e, nel cominciato dissidio tra il ragionamento e la fede, il pensiero umano in faccia alle presentite battaglie armarsi di nuovi e stupendi trovati; il secolo nel quale non fu speranza agl’italiani dolorosa e scherno agli estranei miserabile la indipendenza d’Italia, e Italia vide lo scoprimento del nuovo e il ritrovamento dell’antico mondo compiuto da soli quasi italiani, e fiorire nelle lettere insieme il Belcari ed il Poggio, il Pulci e il Ficino, il Boiardo e il Pontano, e Lorenzo de’ Medici e il Savonarola.

II.

Le novissime parole su la grande letteratura del secolo XIV, con la espressione del presentimento, radamente vano, che ha della debolezza de’ suoi successori ogni generazione vigorosa, furono dette da Franco Sacchetti nella canzone per la morte del Boccaccio:

Sonati sono i corni

D’ogni parte a ricolta:

La stagione è rivolta:

Se tornerà non so, ma credo tardi.

E in vero come disco su la fine del corso segna ancora per la forza del primo impulso alcuni giri nella rena, poi vacilla, poi cade; così, su ’l declinare del Trecento e ’l cominciare del secolo di poi, la letteratura toscana divenuta per virtù del triumvirato italiana. Ora di quello scoramento e di quella diminuzione di pensieri e di produzioni debbonsi cercare più sottilmente le cause.

Unico Dante aveva potuto rivolgere laicamente il principio religioso ad una sua grande concezione artistica, del resto più tosto cristiana che nazionale, più tosto europea che italiana. Del principio cavalleresco il Petrarca aveva saputo trasformare classicamente l’elemento soggettivo lirico: l’elemento oggettivo ed epico era stato incominciato a lavorare con sola intenzione e a solo fine di arte dal Boccaccio ne’ suoi poemi. Quanto al principio nazionale, la restaurazione della tradizion romana nell’idea di stato e di patria e nelle forme civili, e con ciò della tradizion virgiliana e tulliana nell’arte e nello stile, la restaurazione in somma della tradizione solenne aristocratica unitaria, era stata in gran parte operata per intiero e in altre parti tentata felicemente da tutti tre insieme quei grandi scrittori: ma il Boccaccio poi rappresentava meglio nell’opera sua maggiore la tradizione italica di varietà, di libertà, di resistenza, la tradizione democratica e federale di Nevio, di Lucilio, di Plauto.

La Divina Commedia, ammirata, venerata, ma solitaria, rimaneva quasi monumento di un favoloso gigante, che gli uomini contemplano stupiti, ma che non lascia addentellato alle costruzioni di una generazione minore, che niuno osa abitare, niuno edificarvi appresso, e sorge come avvolto nell’ombra di una sacra paura: la luce della visione allegorica già abbuiatasi nel Quadriregio finisce spegnendosi in alcuni poemi inferiori nominati appena dai dotti. È pur forza persuadersene: Dante nella vita del popolo italiano è una apparizion singolare: più che romano o italico, lo direste etrusco: vissuto un po’ prima, nel secolo duodecimo, egli avrebbe forse suscitato una letteratura religiosa e ideale, ma più civile che non fosse poi quella della Spagna cattolica, ma più pratica che non quella della panteistica Germania: fiorito nel Trecento, di vivo ed effettuale non lasciò che il movimento impresso alla lingua, il lavoro poetico, la passione sua, e non è poco; ma l’essersi vent’anni dopo la Commedia potuto comporre e universalmente ammirare il Decameron, prova che l’idea fondamentale, l’anima di quella era sparita, era fuggita dalla nazione. Tanto ciò è vero, che la forma dell’epopea dantesca servì nel Quattrocento al Medici per la satira comica de’ Beoni, e la solenne terzina andò a finire ne’ capitoli berneschi; mentre l’ottava del novellatore, del Filocopo, della Teseide, del Ninfale, divenne di più in più popolare, visse di florida vita, maestrevolmente coltivata dal Poliziano, dall’Ariosto, dal Tasso.

Della poesia del Petrarca il contenuto era molto inferiore al dantesco e più limitato il campo, ma quello più comprensibile e a più, più accessibile questo: onde gli effetti furono più larghi e più duraturi. Se non che, anche del Petrarca le forme anzi che altro rimasero: le forme che eccitavano il vagheggiamento lo studio la imitazione, perché meglio mostravano il lavorio, a dir vero finissimo e meraviglioso: onde tutt’insieme esercitarono non inutilmente le facoltà artistiche dei successori. Ma l’intima poesia del canzoniere non poteva, come s’intende facilmente, essere riprodotta: ci voleva quell’anima e quella vita: onde che la elegia psicologica del Petrarca, già svaporata nelle eleganti fantasiucce del Montemagno, inacidì ben presto tra le frasi contorte o pedantesche di Cino Rinuccini e coetanei, e svanì del tutto nelle lievi imitazioni di Giusto de’ Conti. Rimaneva il Boccaccio; il cui ingegno eclettico, oggettivo, sensuale, meglio accordavasi al genio del popolo italiano; la cui opera molteplice, con la rappresentazione della vita reale nelle novelle, col rimaneggiamento non epico ma romanzesco della materia cavalleresca ne’ poemi d’argomento medioevale, colla riproduzione del fantastico dell’arte antica innovellato ne’ poemi d’argomento classico, fornì gli esempi e le norme al lavoro delle generazioni posteriori, che meno distratte dalla agitazione politica e nulla preoccupate dal sentimento religioso dovevano essere più artistiche se meno poetiche.

Ma e il Boccaccio e gli altri maggiori del Trecento, quantunque traessero intenzioni e modi dall’età loro, tuttavia nei concepimenti dell’arte e nell’uso della dottrina di troppo avanzarono i contemporanei e i prossimi successori, i quali non avevano più né forze né mezzi ad aiutare e continuare adeguatamente il rinnovamento da quelli promosso. Anche: è vero che i tre grandi scrittori del Trecento improntarono saldamente e immutabilmente alla nuova produzione letteraria un suggello nazionale; ma l’opera fu, più che altro, individuale, e toscano l’instrumento e la materia. Occorreva adunque esercitar le forze e mettere in comune i mezzi del lavoro artistico, per aggiungere quel grado di perfezione, per serbare quell’ideale di bellezza che il gran triumvirato del Trecento avea tócco. Occorreva che l’opera stessa da individuale divenisse comparativamente sociale, e l’impronta di toscana si facesse italiana. Il movimento letterario nel Trecento fu parziale, generale nel Cinquecento: il processo fu nel Trecento toscano, italiano nel Cinquecento. Il Quattrocento fu secolo di passaggio; un po’ staccato, un po’ anarchico, ma tutto fermentante e fecondo di trasformazioni e fenomeni nuovi. Sotto questo aspetto vuolsi studiare il Quattrocento, o, meglio, quella età critica della nostra letteratura che corre dal tumulto de’ Ciompi alla seconda cacciata dei Medici, dal ristabilimento dei papi in Italia e dal primo affermarsi delle signorie in principati regionali fino alla calata di Carlo VIII, dal 1378 al 1494, dalla morte del Petrarca e del Boccaccio a quella del Boiardo e del Poliziano, dalla morte di Caterina da Siena a Girolamo Savonarola. Ora questa età presenta così negli avvenimenti storici come in quelli della coltura e degli spiriti due periodi nettamente distinti: il primo, nella storia politica, è dello scisma e dei condottieri; nella letteraria, è del dissidio tra l’italiano e il latino e della poesia popolare: il secondo, nella storia politica, è della confederazione ordinata e dell’equilibrio, nella letteraria, è il rinascimento della vita italiana nella forma classica.

III.

La letteratura dell’età anteriore, come scintilla dall’attrito di due massi, come fulmine dallo scontro di due nubi, proruppe dai contrasti della chiesa con l’impero, e poi del popolo con l’impero e la chiesa: l’elemento romano contro il germanico, la borghesia contro la feudalità, la plebe contro la borghesia, il laicismo contro il chiericato, ecco i moventi, o almeno le circostanze di quella letteratura. Ma il papato, conteso per settanta interi anni tra due o tre pretendenti, schiaffeggiato da tutti i principi e dai preti stessi nei concilii di Costanza e Basilea, mentre un soldato di ventura assidevasi nella Marca funesta agli imperatori del secolo XIII segnando le lettere Ex Girifalco nostro firmiano invito Petro et Paulo; il papato, non che delle ire di Dante e del Petrarca, era indegno oramai degli sghignazzamenti del Boccaccio e del Sacchetti: «Papa Martino non vale un quattrino», questo distico intonato dietro il successore di Gregorio VII d’Innocenzo III di Bonifazio VIII dai ragazzi della guelfa Firenze, ecco i paralipomeni dell’invettiva di san Pietro nel ventisettesimo del Paradiso, ecco la sola poesia degna del papato nel secolo XV. E l’impero? A chi importava più dell’impero in Italia? L’ultimo dei lussemburghesi, di quella famiglia che tanti amori e odi di sé aveva eccitati nel secolo prima, Sigismondo, mercanteggi pure a sua posta le alleanze, ingrossi gli stati ereditari, faccia il gendarme ai preti di Costanza; l’Italia sa a pena che egli esista. E in Italia intanto la democrazia avea da per tutto ceduto o cedeva il luogo ai tiranni mutantisi in príncipi, e la borghesia con le invidie e paure sue avea sollevato i signori. Chi ricorda come finisse Michele di Lando, il Cavaignac dei Ciompi, dai borghesi, per merito di averli sottratti alla vendetta plebea, cacciato in esilio? La stessa oscurità che è su la fine dell’eroe popolare involge il lento venir meno della democrazia fiorentina. Spaventata co’ supplizi, dispersa per gli esili, lusingata, domata forse con la miseria e con la corruzione ad un’ora, la plebe tace, s’allontana, sparisce, se non quanto si mostra a bestemmiare i vinti ad applaudire i vincitori padroni. Le grandi casate del popolo grasso costituiscono a poco a poco un’aristocrazia dell’oro, avida, inetta, brigante, senza né onore né valore; e come già ai comuni del Duecento e del Trecento si sovrappose a poco alla volta l’oligarchia della capital regionale, così tra le famiglie borghesi insorge e soverchia, quasi da parte della plebe e rappresentante e vindice de’ suoi diritti, prima un uomo, poi una famiglia; e ne riesce il più corruttor de’ governi, il principato civile in uno stato a forme repubblicane. Né i príncipi sentirono più le grandi ambizioni, onde dai popoli troppo spesso si fan perdonare la tirannia: niuno di essi dopo Giovan Galeazzo Visconti ordinò al suo gioielliere la corona d’Italia. Battaglie ingloriose degli angioini tra loro nel mezzogiorno e nel centro, poi d’angioini e d’aragonesi; schermaglie tra il senato veneto la cui cupidigia non può chiamarsi ambizione, la debolezza di Filippo Maria Visconti e l’astuzia di Cosimo dei Medici; e scorrazzare delle masnade di ventura da una parte ad un’altra, e sorgerne un prode o fortunato od accorto e giungere al regno: ecco i fatti della metà prima del secolo. L’oscurarsi delle idee, il mancare de’ principii, la incertezza degli stessi avvenimenti avean tolto via quei contrasti fecondi delle passioni e dei pensieri onde risulta la letteratura viva. In verità la sola letteratura a cotesti anni possibile fu quella degli antiquari, che nel fervore dei ritrovamenti e nella adorazione del passato non avean agio da riguardare al presente o non se ne accorgevano, o solo ne coglievano le apparenze mobili e false.

In fatti súbito dopo la morte del Boccaccio l’elemento nazionale cominciò a manifestare nello svolgimento letterario due tendenze diverse: l’armonia, che nelle opere del triumvirato era stata meravigliosa, tra la ristorazione e l’innovazione, tra le memorie dell’antichità e le instituzioni nuove e il sentimento del presente, tra l’ideale e il reale, tra la nobiltà dei concetti e la popolarità delle forme, si rompe; e, per l’una parte, la forza viva popolare, sopraffatta nel Trecento dallo splendore del triumvirato, si risente ora e sbizzarrisce a baldanza in una quasi anarchica foggia di produzione, e il tumulto de’ Ciompi passa dalla piazza nell’arte, ove par che vada perdendosi ogni decoro, ogni norma, ogni ordine; per l’altra la letteratura dotta crede che la tradizione classica basti a sé sola, e tesaurizzando l’antichità riprende l’opera della ristorazione romana dai tre grandi fiorentini con devoto ardore incominciata, ma rimasta ben di qua dal termine di perfezione a cui aveano condotto il rinnovamento italiano; la riprende con intendimenti esclusivi e come fine a sé stessa.

Ed ecco: per un Petrarca che andava frugando le città dei barbari in cerca di qualche opera obliata di Cicerone; per un Boccaccio che saliva trepidante di gioia nella biblioteca di Montecassino tra l’erba cresciuta grande su ’l pavimento, mentre il vento soffiava libero per le finestre scassinate e le porte lasciate senza serrami scotendo la polvere da lunghi anni ammontata su’ volumi immortali, e sdegnavasi a vederli mancanti de’ quadernetti onde la stupida ignoranza dei monaci avea fatto brevi da vendere alle donne; per uno, dico, ecco sorgere le diecine di questi devoti dell’antichità, affrontando pericoli di lunghi viaggi, passando monti e mari, peregrinando poveri e soli per contrade inospitali, tra popoli o avversi o sopettosi, de’ quali non sapevan la lingua, tra tedeschi, tra turchi. Andavano, dicean essi, a liberare i gloriosi padri «dagli ergastoli dei germani e dei galli». E i baroni dai torrazzi del castello e i servi dalla gleba per avventura ridevano al veder passare quegl’italiani magri, sparuti, con lo sguardo fisso, con l’aria trasognata, e salire affannosi le scale ruinate di qualche abbazia gotica, e scenderne raggianti con un codice sotto il braccio: ridevano, e non sapevano che da quel codice era per uscire la parola e la libertà, che dovea radere al suolo quelle torri e spezzare quelle catene; non sapevano che quei poveri stranieri erano i vati d’un dio ancora ignoto ma prossimo successore al dio medioevale, immane dio medioevale con la cui sanzione non solo i servi esistevano, ma erano dati cibo ai mastini del barone, e le loro donne arse per istreghe dai monaci. Fino a questi ultimi tempi usò in Italia ridere del fanatismo erudito del Quattrocento; e più ne ridevano e declamavano i più ignoranti, ai quali è permesso godere i frutti della coltura laica moderna e schernirne i primi operai, perché non ebbero propriamente l’aria di giardinieri eleganti. Ma è forza ai discreti ammirare la fede e la religione che ebbe per la scienza e per l’arte il secolo XV, riconoscere il progredimento della società italiana ne’ suoi amori nelle sue passioni intellettive, quando leggesi (e sia pur un mito) come il Guarino veronese, perdute per naufragio due casse di libri che trasportava da Costantinopoli, incanutì dal cordoglio, come il Panormita per comperare un Tito Livio vendé un podere, come gli antichi manoscritti rubavansi con lo stesso furore di devozione che secoli innanzi le reliquie dei santi. E a quella guisa che alcuni secoli innanzi l’un re mandava all’altro per dono preziosissimo qualche frammento di un legno della croce, così ora la repubblica di Lucca attestava la sua gratitudine al duca Filippo Maria di Milano col presente di due codici; e Cosimo de’ Medici inviava per tessera di pace ad Alfonso di Napoli un Tito Livio, aperto súbito con avidità grande dal re contro l’avviso dei cortigiani e dei fisici, i quali coi sospetti d’allora ammonivano, badasse bene, in quel libro, dono di nemico, potersi ascondere un veleno che solo aspirato uccidesse l’uomo; e quel re stesso a udirsi leggere un capitolo di Quinto Curzio guaría dalla febbre. Secolo strano cotesto, in cui i re ed i potenti facevano da cortigiani a poveri grammatici. Cotanto amore sfrenato per la ritrovata antichità prese veramente la forma di superstizione: il furore dei crociati parve rinascere negli eruditi viaggianti in cerca di codici, ma fu una crociata della civiltà: come quella fratellanza degli studi umani per mezzo della lingua latina fu quasi un cattolicismo letterario contro la barbarie e la tirannia spirituale. E testimonianza onesta rendevane Poggio Bracciolini, quando in mezzo a’ chierici del concilio di Costanza e a’ masnadieri di Sigismondo imperatore osava, solo forse in Europa, venerare la gran figura di Girolamo da Praga e accoglier nel cuore gli ultimi accenti dell’inno che tra il vortice delle fiamme attizzate dallo scettro e dal pastorale quel martire del libero esame cristiano innalzava al trono del suo dio.

Ora questo ritorno all’antichità, il quale contribuì più d’ogni altra cosa a liberar l’Europa dai lacci della scolastica e dal carcere tenebroso del medio evo, è senza dubbio il fatto del secolo XV più notato e più notevole: del quale alcuni vorrebbero dar l’onore ai greci sfuggenti dinanzi alla ruina ottomana, e nel quale altri veggono un furore intempestivo che venne a interrompere il filo delle tradizioni nazionali nell’arte e impedì lo svolgimento ulteriore dell’original medio evo. Per noi è la continuazione e l’esplicazione necessaria del moto di restaurazione del risvegliato elemento romano. Come? pochi greci passando in Italia avranno informato un secolo intiero e fatto rinascere la letteratura classica qui, dove, pur tacendo del Petrarca e del Boccaccio, fin Tommaso d’Aquino fu ricercatore avidissimo degli autori antichi? ove la Divina Commedia fu cominciata in versi latini, ove in latino fu scritta la più antica forse delle tragedie europee, certo la prima d’argomento moderno, da Albertino Mussato? La caduta dell’impero orientale recò nuovi aiuti al classico rinascimento: ma la cagione intrinseca era, lo ripeto, nel genio paesano, allettato anche da quel bisogno di riposo in un ideale artistico determinato, che ogni nazione sente dopo le grandi creazioni prime. L’idea di ristorazione, e l’ho avvertito già più d’una volta in questi discorsi, ebbe gran parte nelle rivoluzioni italiane del medio evo; o almeno il movimento fu sentito e operato come restaurazione dai nostri. Dante credeva nell’impero romano, reduce con Cesare, quando che fosse, in Campidoglio, e scriveva latino; come latino scriveva il Petrarca, aspettando ch’e’ ritornasse lingua civile dell’Italia innovata e affrettando co’ voti la repubblica degli Scipioni. E se i cronisti del secolo XIII chiamavano figliuola di Roma Firenze e la dicevano fabbricata da Cesare a imagine di Roma, se i nobili del primo cerchio vantavano sé di puro sangue romano; potea bene il Poliziano chiamarla anch’egli città meonia, potea ben dire, come avrebbe detto Catullo della Roma dei tempi suoi, essere in essa trasportato con tutto il suo suolo e con ogni suppellettile Atene. E se i pavesi celebravano offici di santo a Boezio, se Dante d’accordo col tempo suo metteva in paradiso Traiano e custode al purgatorio Catone, qual meraviglia che il Ficino tentasse d’intramettere all’ufficiatura ecclesiastica qualche sentenza di Platone? E quando Pomponio Leto, per l’amore dell’antichità romana a cui aveva consacrato il suo libero e alto animo e la vita innocente, mutava in gentili i nomi cristiani degli ascritti alla sua academia, quando partiva il tempo per calende, quando nell’annuale dell’edificazione di Roma si prostrava co’ suoi dinanzi alla statua di Romolo Quirino; non era ciò una conseguenza, fantastica se volete, ma pur conseguenza, dell’essere stato il rinascimento italiano inauspicato nel nome di Roma antica e delle antiche instituzioni da Arnaldo? E osservate: per una parte Paolo II scomunica l’academia romana e imprigiona gli academici, a quel modo stesso e per quella stessa ragione che l’arcivescovo di Ravenna aveva nel secolo XI scomunicato il grammatico Vilgardo: per l’altra Lorenzo Valla, lo scrittore delle eleganze latine, combatte non pure gli aristotelici e gli scolastici in nome della natura e della voluttà, ma la donazione di Constantino e il dominio temporale dei papi in nome della critica storica.

IV.

Il che tutto se è vero, pur da questo apparrà vana l’accusa che altri fanno al culto delle risorte lettere latine e greche: cioè dello avere l’arte italiana per esse smarrito il sentimento e il concetto religioso, abbandonato le tradizioni nazionali, alterato le forme, impoverito la lingua. È vero che il secolo XV non ebbe nei primi cinquanta o sessanta anni scrittori italiani degni di nota: ché tali non sono certamente i poveri imitatori del Petrarca o di Dante, né i continuatori delle leggende ascetiche, e né pure Leon Battista Alberti e quei pochi i quali del Boccaccio ripresero più o meno felicemente lo stile non i modi larghi e vivi della rappresentazione. Ma in quella metà prima del Quattrocento séguita da canto alla corrente un po’ mista e non troppo abondevole della letteratura dotta, séguita dalle sorgive del Duecento e Trecento a devolversi il bel fiume della popolar letteratura, e par che acquisti in cammino maggior copia di acque, e a certi luoghi anche rompendo dilaga per nuove campagne con avviamenti nuovi. Vi sarebbe da mettere insieme una rara e non breve biblioteca di cotesta letteratura popolare, e per ciò quasi tutta anonima, del secolo XV: la quale, in disparte dalle tre grandi opere classiche del Trecento, onde solo accettò certe forme e colori di stile, ebbe largamente coltivati, oltre le novelle e leggende in prosa, i tre generi della poesia, la lirica, la epica, la drammatica.

Della lirica popolare del Quattrocento, che trae la vita dal secolo innanzi benché allora fosse più regolata su gli esempi de’ poeti letterati, e che su quelli esempi improntò o modificò le forme retoriche e metriche, poco v’è a dire, non potendosi né dovendosi qui far dimostrazioni od analisi. Vi scarseggia, se non manca del tutto, l’elemento epico: nulla che pur da lontano assomigli alla ballata scozzese, alla romanza spagnuola: v’è in quella vece l’elemento della novella borghese, satirica e cinica, con le smorfie della farsa. Del resto, la maggior sua materia sono le laudi religiose, le canzoni a ballo, le canzonette e frottole, gli strambotti o rispetti d’amore: né tra il canto religioso e l’amoroso v’è differenza altro che dell’oggetto; la intonazione, la espressione, la versificazione è la stessa ne’ due diversi indirizzi: si cantavano i medesimi strambotti alla Vergine e alla donna del cuore, alla rosa di Gerico e alla rosa rossa del balcone: le antiche stampe delle laudi avvertono che «Crocifisso a capo chino» si canta su l’aria di una delle più sconce ballate. Non è lirica di riflessione come quella de’ migliori poeti de’ due secoli anteriori, e né pur di forma, di pura forma classica, come quella de’ secoli di poi. È lirica di sentimento, e, più che di sentimento, di senso, con tutti i rapimenti e le delicature, ma anche con le volgarità e i traviamenti, del senso: esclamazione enfatica, più che espressione; improvvisazione abondante in cui il sospiro si smarrisce tra le parole, l’affetto tra i colori. E con tutto ciò v’è passione, la passione degli elegiaci latini che fu sublimata e diversamente atteggiata dall’Ariosto e dal Tasso in Olimpia e in Fiordiligi, in Armida e in Erminia. Del resto, quella lirica vive tutt’ora, a punto perché è la natural rappresentazione della vita affettiva del popolo nostro, vive materiata nei canti popolari che si van raccogliendo per le diverse regioni d’Italia, vive idealizzata nella nostra opera in musica dal Cimarosa al Rossini.

Più notevoli, per la opposizione tra la materia e il lavoro, per la complicazione dei soggetti con l’opera, sono la epica e la drammatica popolare del Quattrocento. Il popolo italiano era risorto pagano e classico, e ciò non per tanto nel secolo XV lavora e rilavora la materia cavalleresca e cristiana. Né poteva altrimenti avvenire. Antico, e molto meno misto di nuovi elementi che non fossero al paragone gli altri popoli neo-latini, come quello che con la sua potente vitalità romana aveasi assorbito e assimilato il germanesimo, egli non aveva né materia né idea epica sua: imperocché la epopea, quando è indigena, necessaria, primitiva, sia quasi l’ardore e la luce che manda una nazione ancor rovente nella fusione de’ suoi vari elementi. Per la drammatica poi, almeno in quanto la drammatica non è intieramente comica né recente, doveva anch’esso partire dalla religione: nella razza nostra le origini del dramma sono religiose, il primo teatro è il tempio. Così, nell’Italia del Quattrocento, l’epopea, o, a dir meglio, il racconto poetico fu cavalleresco, biblico od evangelico il dramma.

Ho detto che il nostro racconto poetico fu cavalleresco; e avrei dovuto dire che i nostri lavorarono la materia epica francese importata in Italia con le idee cavalleresche fin dal primo Duecento. La quale, fatta ormai volgare nel Trecento dai cantastorie specialmente lombardi e veneti che la riproducevano in un francese italianizzato o in un italiano francesizzato, avea già preso nella prosa de’ Reali di Francia le forme classiche nostre, con un’ampiezza di riposata narrazione quasi liviana, con una macchina ideale quasi virgiliana, con un accendimento nella rappresentazione delle passioni d’amore quasi ovidiano, con un apparente intendimento di cristianesimo, ma di cristianesimo tutto politico, tutto romano. I Reali di Francia sono ancora oggi lettura del popolo, e specialmente dei campagnoli; e ciò dimostra che quella ricomposizione romanzesca rispondea veramente al sentimento epico fantastico del popolo italiano preso in generale. Ma per il popolo delle città italiane del secolo XV, ove le cattedrali rimanevano interrotte, ove le logge d’ordine misto s’eran fatte largo tra le torri feudali smozzate o atterrate, ove su le pareti a bozze che rammentavano i castelli feudali cominciava a ridere la finestra del rinascimento co ’l suo colonnato ad arco rotondo e, dentro, l’atrio ad ordine dorico, ciò era già troppo: in quella prosa quasi aristocratica soverchia l’idealismo del Trecento. Ignoti raspodi ripresero adunque quella materia: la rimaneggiarono e la rimpastarono in forma più moderna, più ciompa: la volgarizzarono con un senso di crudo realismo. I paladini ne divennero un po’ bèceri e lazzaroni; ma ne acquistarono un tanto di vita, in paragone almeno non degli originali francesi, ma delle misere traduzioni e imitazioni italiane del Duecento e dei rifacimenti del Trecento.

Con le sacre rappresentanze il popolo italiano arrivò da sé, senza o prima che gli scrittori propriamente detti se ne accorgessero o lo tentassero essi, a quello che è il terzo stadio d’una civiltà letteraria, il passaggio dal racconto all’imitazione del fatto, dall’epopea o dalla leggenda al dramma. E questo procedimento lo fece su la materia greggia ch’egli aveva presente, il mito religioso, la leggenda cristiana. Ma al modo onde il popolo italiano maneggia cotesta materia, alla trasformazione ch’ei fa de’ tipi mitici, è facile avvedersi come a perdere il sentimento intimamente religioso non gli occorressero motivi od esempi esterni; ei di per sé non lo aveva. Nelle sacre rappresentanze del secolo XV ricerchereste in vano l’ideale e la fede; in vano guardate intorno al capo dei personaggi del vecchio e nuovo Testamento, intorno al capo dei martiri o dei padri del deserto, per l’aureola d’oro e d’azzurro: i santi han messo il cappuccio e portano la barbetta aguzza ed arguta del cittadin fiorentino. Nelle città di Palestina o d’Egitto, nel tempio ebraico, nel pretorio o nell’anfiteatro romano, nelle catacombe voi rivedete la piazza di Firenze, il palazzo dei Signori, Mercato vecchio, San Marco e Santa Maria Novella, con le loro anguste superstizioni, coll’ipocrisia loro, co ’l loro formalismo, con la commedia, che non avendo ancora un campo proprio e una forma sua, sbizzarrisce ad arbitrio nella leggenda del martirologio e sotto i veli della religione. Nella poesia sacra è avvenuto ben presto, troppo presto forse, lo stesso che nella pittura religiosa: le figure bizantine hanno disciolto quelle loro avviluppate e indistinte gambe, e movon quegl’informi piedi danzando: le teste estatiche, ove Giotto raccogliea tutta la vita della figura, hanno scosso il lor duro incordamento, e si volgono meravigliate e ridenti su ’l corpo di carne novellamente acquistato, tutte liete che siasi rotto lo incanto che le condannava all’immobilità ascetica. Masaccio e il naturalismo fioriscono e regnano: frate Angelico, che dipinge in ginocchio, è solitario nel suo chiostro di San Marco: Lippo Lippi disegna le vergini facendo all’amore con le monache, e rapisce dal convento i modelli.

Quindi è facile presentire che, quando l’antichità con le sue forme e co ’l senso del naturale idealizzato si rivelerà a questo popolo, questo popolo sarà ben preparato ad accoglierla e ad abbracciarla.

V.

Ma ciò non poteva essere nei primi cinquanta anni del secolo XV; quando, tra perché la poesia popolare o borghese trasse a sé le moltitudini al cui intendimento agguagliavasi senza sollevarlo, e perché i dotti non curarono d’indirizzarsi al popolo reputando la erudizione sola degna a cui si attendesse, avvenne che letteratura propriamente nazionale in lingua italiana non esistesse; quella letteratura, cioè, che al di sopra delle partizioni di scuole e di classi si fa specchio a tutto il pensiero e il sentimento della nazione, ne séguita i movimenti, ne è come l’irradiazione spirituale. In questi anni preparavansi soltanto gli elementi di una nuova assimilazione.

Ma il necessario procedere degli avvenimenti cagionava circa la metà del secolo un mutamento notevolissimo nelle condizioni così civili come letterarie d’Italia. E prima di tutto per la occupazione di Costantinopoli (1453) la patria nostra divenne sola erede e conservatrice della civiltà antica, come già era la ordinatrice della nuova. Quindi lo stimolo a una letteratura più operosa, fatto poi maggiore dalla invenzione della stampa che ben presto di Germania passò tra di noi (1465). Aggiungasi che il fine dello scisma occidentale (1438) rese stabile a Roma il papato e una successione per alcuni anni di pontefici men tristi; che l’impiantamento definitivo degli aragonesi in Napoli (1441) e degli Sforza in Lombardia (1447) e la nuova dignità degli estensi (1450) e l’affermarsi dei Medici in Firenze (1434-1480) determinarono meglio le relazioni dei maggiori stati d’Italia: onde si condusse questa a più pacifico e ordinato vivere, e nella confederazione mantenuta coll’equilibrio si aprirono quei quarant’anni di florida se non gloriosa indipendenza tanto ricordati poi e rimpianti dal Machiavelli e dal Guicciardini. In quella quiete confortata dalla prosperità materiale, rallegrata dai sollazzi, dalle feste, dalle magnificenze civili e principesche, la poesia italiana risalì di per le strade e le piazze, nei palagi e nelle regge: dove strinse e riaffermò un’alleanza talvolta un po’ servile, come avviene ai potentati freschi, con la classica letteratura.

Lo studio dei grandi modelli dell’antichità, lo addestramento e il disciplinamento degli ingegni e delle facoltà in quelle forme organiche e sintetiche, doveva essere il mezzo onde gli scrittori delle varie regioni italiche riuscissero a fare italiana la toscanità nazionale di Dante del Petrarca del Boccaccio. Ciò si preparava, ciò cominciava a scorgersi: ma la fusione, la trasformazione, non era ancora avvenuta. La nuova letteratura del Quattrocento rimase letteratura della confederazione. E come la confederazione ebbe specialmente tre centri intorno a cui si raccolsero le forze minori, Napoli pe ’l mezzogiorno, Milano pe’ l settentrione, Firenze pe ’l mezzo; così tre scuole o tre capitali ebbe la letteratura della confederazione; Napoli con isfoggio di erudizione e lussuria di forma monarchica; non Milano che troppo poco aveva nel Bellincioni e nel Visconti ed era riserbata centro a un posteriore rinnovamento, ma Ferrara coi suoi duchi già ospiti dei trovatori, con le sue tradizioni signorili e l’aria magnifica e cavalleresca; e Firenze in ultimo, sempre democratica per una parte, per l’altra contemperatrice dei diversi elementi nell’arte a quel modo che nell’ordine politico era co ’l Medici conservatrice dell’equilibrio.

VI.

A Napoli avvenne ciò che a Roma: erano ambedue quelle città troppo rimaste fuori dal movimento dei comuni, e per ciò tardi entrarono al lavoro letterario, e vi entrarono con il latino. Napoli nel Quattrocento con la sua academia pontaniana promuove e coopera anche più che essa Roma al movimento di restaurazione dell’arte classica e della poesia latina.

All’ultima perfezione dell’arte classica, quale dimostravasi nella poesia latina rinnovellata allora genialmente in Italia, toccò, in mezzo la erudizione del secolo XV, Gioviano Pontano. Da quella folla di grammatici e retori, di filologi ed eruditi, che empierono di lor fatiche la maggior parte del secolo, più lavoranti che artisti, più zappatori che costruttori, egli uscì fuori poeta; egli, e il Poliziano: ma il Pontano rende ancora più spiccata imagine che non il Poliziano di ciò che fu il pensiero e l’opera di tutto insieme il secolo, la reazione estetica e dotta contro il misticismo e l’idealismo cristiano dell’età anteriore. I libri suoi degli amori e li endecasillabi baiani sono proprio il contrario dei canzonieri di Dante e del Petrarca, e Fannia e Focilla il contrapposto di Beatrice e di Laura: queste non hanno mai velo che basti, quelle si affrettano ridenti a denudare ogni loro bellezza in conspetto al sole e all’amore: quelli adorarono, inginocchiati o con gli occhi levati; il Pontano abbraccia con un rapimento di voluttà non meno lirico di quell’estasi. Tutto ciò che la fantasia riflessa dell’antichità poteva operare su ’l sentimento assai superficiale d’un borghese italiano del Quattrocento, il Pontano lo provò e lo rese. E, con quel suo riposato senso di voluttà e di sincero godimento della vita, egli, in latino, è il poeta più moderno e più vero del suo tempo e del suo paese. Perocché Napoli, la sensuale e imaginosa Napoli, non ha poeti ed artisti nel più severo significato della parola: quel popolo, così potente nell’astrazione, non ha vigore alla concezione feconda e all’espressione vitale del fantasma: un’onda colorata e sonante, senza armonia nel suo monotono flusso e riflusso; un vortice di forme e d’imagini lussureggianti che s’incalzano e si confondono tra loro sino al delirio della tarantella; ecco la poesia napolitana o meridionale. E così la rappresenta nel secolo XV il Pontano fattosi napolitano d’imaginazione, di studi, di affetti, il Pontano che è per avventura il maggiore dei napolitani poeti, che ricorda Ovidio e che accenna un po’ a quel che sarà nelle parti più elette il Marini.

Ma il Pontano non presenta che una sembianza del Rinascimento: questo nel concetto suo più nobile, come risorgimento del naturalismo ideale, doveva nell’accordo dell’antichità e del cristianesimo e nell’accordo esteticamente migliore delle belle forme greche alle belle forme toscane, di Omero a Dante, di Virgilio al Petrarca, doveva, dico, essere inteso e tentato in Firenze. Nel palazzo di Via Larga, monumento magnifico dell’arte toscana adorno delle più rare e pregiate reliquie di Grecia, Lorenzo de’ Medici dà l’una mano al Poliziano, l’altra al Pulci. Ei per sé non fu artista o inventore eccellentissimo, ma operò efficacemente su i circostanti e i contemporanei, risollevando a più razionalità col platonismo l’ideale dantesco e petrarchesco, e con ciò ritornando egli e richiamando l’arte e lo stile alle nobili tradizioni del Trecento per quanto, e non era poco, rimaneva in esse di vivo, e in quelle chiare fresche e dolci acque riforbendo la poesia popolare dall’attrito plebeo: nella quale ultima opera gli fu compagno il Poliziano. E tutti due presero a rifare un po’ più letterariamente il dramma popolare, senza che riuscissero a dargli novità alcuna o movimento di vita e di composizione; ripresero, e con incomparabile felicità, la lirica popolare: le canzoni a ballo e certe ottave sì dell’uno sì dell’altro sono delle cose più spontanee e più schiette di tutta la nostra poesia, ridono d’una rosea morbidezza che è pur gran pregio dell’arte e non fu raggiunta più mai. Ma il sommo di quell’arte assimilatrice in originale imitazione, che uscir dovea dagli antichi monumenti e da quei del Trecento studiati con ingegno e con animo desto al senso del presente, il sommo di quella bella e breve arte fu toccato dal Poliziano. Scrittore greco e latino a quattordici anni, traduttore di Omero a quindici, padre della filologia, revisore del testo delle Pandette, poeta di mitologia viva e di classicismo elegante e fervido nelle Stanze e nell’ Orfeo, e insieme improvvisator fiorentino; egli, accoppiando la dottrina alla popolarità, la riflessione alla spontaneità, è il tipo, se non più grande, certo più universale e più vero, del miglior Quattrocento. E, non ostante alcune macchie della sua vita e alcune brutture de’ suoi carmi latini, anche il più gentile. Il Pontano è troppo materialmente sensuale e stanca: il Poliziano ama con sentimento di greco la natura bella e serena, e ne rispecchia la imagine nella quiete dell’idillio, ch’egli insegnò o lasciò in retaggio con l’armonia dell’ottava all’Ariosto ed al Tasso.

Il Medici e il Poliziano detersero quella parte di poesia popolana ch’e’ tolsero a maneggiare; il Pulci nella massa informe dell’epopea di popolare sollazzo, della quale abbozzai più sopra l’imagine, impresse il suo individuale suggello. Egli sentendosi, come ogni poeta vero, tratto ad espandere la disposizione dell’animo suo nel suo tempo, le cui tempre e condizioni partecipava e sperimentava tutte, non andò cercando materie e forme strane; ma ad infondervi l’anima sua tolse la materia che più aveva alla mano, le rapsodie cavalleresche e avventuriere delle piazze e delle strade; e anche serbò il colorito e le formole dei rapsodi che le componevano o le cantavano. Ma non si lasciò assorbire com’essi dall’argomento: egli intervenne co’ sentimenti suoi all’opera epica, vi mescolò i suoi intendimenti, che erano a punto i sentimenti e gl’intendimenti della borghesia italiana del tempo. Il Pulci non è ateo: egli, come il popolo italiano, ondeggia tra lo scetticismo a cui la educazione delle circostanze lo portarono, e le memorie affettive, più che credenze, della religione a cui il sentimento della prima educazione lo richiama: quindi una professione di fede epicurea a canto d’una invocazione a Maria. Il Pulci in fondo non crede a quelli imperatori e re, a quelli eroi, a que’ giganti, e più d’una volta dà loro repubblicanamente e filosoficamente la baia; ma curioso, e, come il popolo italiano, avido del mirabile, del fantastico, del soprannaturale ben trovato e bene adobbato, cupido d’impressioni e di sensazioni tuttor rinnovantisi, si lascia trasportare dal suo racconto; e a certi punti grida, strepita, benedice, prega e piange, per poi tornare a scherzare e sorridere quando il nodo dell’avventura è sciolto. Tale è Luigi Pulci: non credente ma né pure ateo, non certo caldo di spiriti cavallereschi ma né pure intenzionato di parodiarli, non romanzesco ma né pure burlesco: tutto insieme, il poeta più indipendente del Rinascimento, il più popolare forse della nostra letteratura o quello almeno che più si lascia andare alla natura sua; e per ciò forse il più maltrattato dai cultori della poesia fatturata.

Il Pulci, in Firenze democratica, infondeva i suoi spiriti e la vita del suo ingegno nella materia epica cavalleresca, pur serbandole la trasformazione che il popolo le aveva dato: Matteo Boiardo, nell’aristocratica Ferrara, prendeva a rinnovarla signorilmente con l’intenzione a un ideale artistico. Ciò che dell’elemento feudale e delle tradizioni cavalleresche poté salvarsi e soprannuotare alla invasione borghese e plebea erasi raccolto nelle corti lombarde, e le popolazioni lombarde, forse per una segreta affinità elettiva a quelle tradizioni, le conservarono più volentieri e più lungamente; e da codeste tradizioni fu ben presto attratto il conte di Scandiano, gentiluomo e feudatario. Egli sarebbe, senza Torquato Tasso, il primo e l’ultimo vero cavaliere della poesia italiana: certo, è il solo cavaliere della prima età del Rinascimento, e pure non ha nulla del don Chisciotte: è cavaliere e dotto e cittadino italiano insigne. Studia i poeti francesi, e traduce Erodoto e Senofonte; compone rime colle più squisite forme dantesche e petrarchiane ammollite e rifiorenti alla tepid’aura dell’antica poesia, e traduce lo Anfitrione e l’ Asino d’oro; ricerca memorie storiche pe’ suoi castelli e contraffà i cronisti del medio evo, e scrive ecloghe latine; serve i duchi come governatore militare, e si fa rimproverare da un solenne giurista l’avversione alla pena di morte; conversa con i contadini del suo feudo, e fa suonare le campane a doppio quando ha trovato un bel nome per un bell’episodio. Così fatto il Boiardo, un de’ più vari e larghi e amabili esemplari dell’ingegno italiano, imprese la più varia e larga e genial rinnovazione della materia cavalleresca a racconto romanzesco che abbiano le letterature del Rinascimento, fondendo insieme per una parte i poemi del ciclo carolingio e quelli del ciclo bretone, l’eroismo e l’avventura, l’ideale epico e l’intreccio amoroso, e in quella fusione mescolando per l’altra parte l’epopea antica, gli episodi omerici e virgiliani. E tutto questo fece su ’l serio, imperocché egli credeva a’ suoi cavalieri e gli amava: quanto studio di verità, quanto fervore di artista nei caratteri che egli primo in questa terza lavorazione dell’antica materia determinò, e fissò! quanta gentilezza in quelle donne, ch’egli creò, naturali e tenere e nobili insieme! Il Boiardo è senza dubbio un de’ più grandi poeti italiani: con tutto ciò a quella prolissità, a quel suo manco, alle volte, di forza risentita nel colorire, mentre ha pur così larga facoltà di comprendere e rappresentare, voi v’accorgete che egli, il cavaliere, è vecchio di qualche secolo. Che aveva a fare con la età dei condottieri e degli avvelenatori il principio cavalleresco?

E, poi che la Divina Commedia non aveva lasciato effetti, che cosa poteva ormai operare in Italia il principio religioso? Dal lavoro letterario troppo è evidente la sua assenza. E pure, mentre per un lato l’elemento ecclesiastico seguitava esagerando la sua trasformazione romana sino a far pagana la corte dei papi, il principio religioso, per l’altro lato, contro il sensualismo classico del Pontano, contro lo scetticismo popolaresco del Pulci, contro il paganesimo artistico del Poliziano, contro l’idealismo romanzesco del Boiardo, contro la corruzione dei Medici, di Firenze, d’Italia e della Chiesa, contro il Rinascimento in somma insorgeva con un ultimo tentativo di ascetica reazione in persona di Girolamo Savonarola. Non tutto il clero, a dir vero, avea seguitato il pontificato nella sua abiettazione, e nella sua degenerazione la Chiesa: che anzi, quanto più quello e questa avanzavano, tanto più, in quegli ordini specialmente che parteciparono con maggior ardenza al rinnovamento cattolico dei secoli XII e XIII, andavano crescendo gli spiriti dell’opposizione: la quale negli scrittori ascetici del Trecento e del Quattrocento va sempre più maturando un cotal concetto di riformazione, tanto più chiaramente accennato quanto quegli scrittori sentivano la necessità di raffermare, purificando la Chiesa, il sentimento cristiano e il dogma cattolico contro la civiltà profana che d’ogni parte dilagava e premeva. E il movimento di opposizione cristiana mise capo in Girolamo Savonarola. Nel quale, posto, per un’incidenza che non è tutta caso, tra il chiudere del medio evo e l’aprirsi della modernità, quasi a raccogliere e benedire gli ultimi aneliti della libertà popolana già sórta nel nome del cristianesimo e a mandare l’ultima vampa di fede verso i tempi nuovi, voi vedete convergere le aspirazioni più pure, voi vedete rinascere le figure più ardite del monachismo democratico. In lui lo sdegno su la corruzione della chiesa che traeva alla solitudine i contemplanti, in lui l’amore alle plebi fraterne che richiamava su le piazze e tra le armi dei cittadini contendenti ad uccidersi i frati paceri, in lui la scienza teologica e civile di Tommaso, in lui il repubblicanismo di Arnaldo, in lui finalmente anche le fantasie e le fantasticherie di Iacopone da Todi. E di quel pensiero italiano che intorno alla religione andavasi da secoli svolgendo nell’arte nella scienza nella politica, di quel pensiero che è lo stesso così in Arnaldo repubblicano all’antica come in Dante ghibellino o nel Petrarca letterato, così in fra’ Iacopone maniaco religioso come nel Sacchetti novelliere profano, il Savonarola pronunziò la formola: Rinnovamento della Chiesa. Era troppo tardi. Quel che nella mente italiana del Savonarola era avanzato di intendimento civile tra le ebrietà mistiche del chiostro, ei lo depose grandiosamente nella instituzione del Consiglio grande: del resto, come martire religioso, salva la reverenza debita sempre a cui nobilita il genere umano attestando col sangue suo la sua fede, come novatore mistico, egli (perché no ’l diremo?) egli è misero. Rivocare il medio evo su la fine del secolo XV; far da profeta alla generazione tra cui cresceva il Guicciardini; ridurre tutta a un monastero la città ove il Boccaccio avea novellato di ser Ciappelletto e dell’agnolo Gabriele, la città ove di poco era morto il Pulci; respingere le fantasie dalla natura, novamente rivelatasi, alla visione, le menti dalla libertà e dagli strumenti suoi, novamente conquistati, alla scolastica: fu concetto quanto superbo altr’e tanto importuno e vano. Il Rinascimento sfolgorava da tutte le parti; da tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri stampati in Firenze e in Italia irrompeva la ribellione della carne contro lo spirito, della ragione contro il misticismo; ed egli, povero frate, rizzando suoi roghi innocenti contro l’arte e la natura, parodiava gli argomenti di discussione di Roma; egli ribelle, egli scomunicato, egli in nome del principio d’autorità destinato a ben altri roghi. E non sentiva che la riforma d’Italia era il Rinascimento pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani; e tra le ridde de’ suoi piagnoni non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere pietosamente il pallido viso di Nicolò Machiavelli.

DISCORSO QUINTO

Del Cinquecento: l’unità classica, l’idealismo e lo scadimento.

I.

 L’ultimo canto dell’Orlando innamorato, breve contro il consueto degli altri, termina abbandonando i lettori a mezzo un racconto d’amore. Però che il poeta vede la Italia tutta a fiamma e foco per i Galli che vengono e non può più cantare; racconterà, egli promette, un’altra volta: ma non raccontò, perché mori poco dopo, in quel funesto 1494 venuto a chiudere i quaranta anni di pace e prosperità dell’Italia equilibrata nella federazione.

La quinta età della letteratura nazionale, l’età del perfezionamento nella copia ordinata, nella ricca e baliosa eleganza, nell’armonica varietà, nell’unità concettuale delle forme, si svolge a punto dal 1494, l’anno della prima invasione straniera, con l’uscire del Sannazaro e del Bembo a dittatori del nuovo gusto e riformatori della lingua nelle regioni del mezzogiorno e del settentrione, co ’l crescere del maggior poeta, l’Ariosto, e del maggior prosatore, il Machiavelli. La maturità è circa il 1530, l’anno della caduta di Firenze, nel quale morirono il Sannazaro e Andrea del Sarto: il Machiavelli era morto nel ’27 e il Castiglione nel ’29; Leonardo da Vinci nel ’19 e Raffaello nel ’20: l’Ariosto morrà nel ’33 e il Correggio nel ’34. Il movimento fecondo séguita fino al 1559, l’anno della pace di Castel Cambrésis che affermò il dominio e il predominio della casa austriaca di Spagna sopra l’Italia e aprì nella penisola l’età delle signorie straniere avvalorate dal diritto europeo; e si può tenere che venisse mancando circa il 1565, un anno dopo la chiusura del concilio tridentino, che compì il rinnovamento cattolico e soffocò la libertà del pensiero e della parola, fino allora, di fatto se non di diritto, lasciata alle lettere, o, salvo qualche resipiscenza furiosa, almen tollerata. Questi ultimi anni nell’arte son pieni della vecchiezza di Michelangelo e di Tiziano; nella letteratura, del fiore dei minori prosatori: il Guicciardini morì nel ’40 e il Bembo nel ’47, il Fracastoro nel ’53 e il Vida nel ’66: Torquato Tasso era nato nel ’44.

II.

Ora, enumerando pur questi nomi e ricorrendo con la memoria quelle tante opere a cui vanno congiunti, avviene di dubitare se parecchi storici delle cose e delle lettere italiane non abbiano per avventura fatto del piagnone a gridare la morte dell’Italia, quando ella più fervidamente addimostrava la sua vitalità in così frequenti e così nobili produzioni di pensiero e di arte. E come per fermo creder morto o malato a morte un popolo, dal cui mezzo esce il Colombo a trovare fra gli errori paurosi della tradizione un nuovo mondo? dal cui mezzo esce il Machiavello a liberare d’ogni ombra mitica, d’ogni apparenza fantastica, il campo della storia e riporvi la verità del fatto umano? dal cui mezzo uscirà il Galileo a cacciare dai pianeti, loro ultimo nido, l’autorità e la fizione scolastica, a rifare co ’l cannocchiale i cieli, co ’l metodo sperimentale le menti? Morto questo popolo, che in nome della ragione e da parte della libertà prende possesso del mare, del cielo, della terra e dell’uomo? E che morti sono questi a cui canta le esequie l’Ariosto, Michelangelo edifica il cimitero e scolpisce i sepolcri, i quali a gara dipingono Leonardo e Raffaello e Tiziano? Sono dunque testamenti le filosofie del Telesio e del Bruno? Potrà bene quel filosofo della storia con molta accensione d’ingegno provarci che il movimento dell’Italia nel secolo XVI altro non fu che oblio spensierato della realità e un prepararsi a ben morire, che l’Italia doveva morire perché non si era fatta nazione e non aveva la conscienza di nazione: potrà questo storico della letteratura con isquisite sottigliezze mostrarci che tutta l’arte del secolo XVI è dissoluzione, e che l’Italia doveva dissolversi perché non credeva, perché non aveva operato la riforma della religione. Ma la storia è quel che è: volerla rifare noi a nostro senno, voler riveder noi come un tema scolastico il gran libro dei secoli e inscrivervi sopra con cipiglio di maestri le correzioni, e, peggio, cancellar d’un frego di penna le pagine che non ci gustano, e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica nostra o della nostra declamazione un popolo come uno scolare, o anche tagliargli il capo di netto quando è tutto vivo, perché non ha fatto a punto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo voluto che facesse; tutto ciò è arbitrio o ginnastica d’ingegno, ma non è il vero, anzi è il contrario. La storia è quel che è: certi spostamenti, certi oscuramenti, certe, direi, sincopi, nella ragione dell’universal movimento, nel rifrangersi della luce da uno ad altro lato, nell’affluire del sangue più tosto a quella che a questa parte del corpo sociale, sono necessarie; né avvengon già sempre per colpa del popolo che pure ha più da soffrirne, né si potevano per altre disposizioni evitare, né era bene che si evitassero.

Il Cinquecento apre in Europa un’età nuova: alla quale dié principio la Francia, rafforzatasi nell’unità sotto l’undecimo Luigi e compiutasi per l’aggiunta del gran feudo di Borgogna sotto l’ottavo Carlo, col manifestare la sua forza d’espansione, e la Spagna, uscendo dalle lunghissime guerre co’ Mori vittoriosa, compatta, irritata al combattimento, con la conquista; e con la rivoluzione religiosa la Germania, covante nell’inerzia feudale ardori di battaglia e lusingante gli odii antichi di razza con novelli ardiri di ragionamento; la Germania a cui anche l’impero, incominciando e fermarsi nella casa d’Austria forte di stati ereditari, dava, se non la compattezza di quelle altre due nazioni, il peso d’una gran mole; la Germania cui anche la irrequietezza del nuovo imperatore Massimiliano conferiva a riportare nell’azione europea. A cotesta età dunque la Francia e la Spagna impartirono il movimento storico, che fu quello degl’interessi dinastici, al cui servigio i monarchi adoperarono le nazioni novellamente formatesi intorno a loro; la Germania impartì un po’ più tardi l’ardore della controversia e della discussione, che non doveva né restringersi nei limiti della conscienza religiosa né finire con i soli effetti estrinseci della riforma. Ora, dinanzi alla foga della Francia e della Spagna traboccanti dall’alveo loro, da poi che ivi il popolo nell’urto contro gli stranieri si era agglomerato con le feudalità attorno il re a forma di nazione, l’Italia non aveva che le sue tradizioni e gli ordinamenti suoi federali: il turbine poi delle passioni religiose che ventava dalle alpi germaniche non la distrasse dalla quiete solenne nella quale ella svolgeva l’elaborazione ultima del suo organamento nazionale e politico, della sua conscienza di popolo, nel pensiero e nell’arte. Imperocché nazione ella sentivasi ed era nelle tradizioni, nella lingua, nella gloria: ma, scossa che ebbe la soma dell’impero tedesco, non aveva voluto sacrificare la libertà alla forza, la varietà all’unità. E perché avrebbe dovuto farlo, ella, che dalle ruine di Roma era risorta col senso dell’Italia sociale, dell’Italia delle confederazioni sannitiche ed etrusche? E se lo avesse fatto, se fossesi lasciata maneggiare da uno svevo o da un angioino o da un Visconti che, domata, spremuta, battuta, l’avesse poi spinta come caval di battaglia alle conquiste, avrebbe ella operato quel che operò nello svolgimento libero di tutti gli elementi suoi, di tutte le sue genti? avrebbe ella avuto i suoi commerci unificatori d’Europa, l’arte sua conciliatrice dell’antichità e del medio evo, il suo rinascimento? o avrebbe ella potuto produrlo con tale una rifioritura universale, con tale un’efficacia feconda, da inocularne lo spirito vivificatore alle altre nazioni? o non più tosto lo avrebbe prodotto manco e superficiale come la Francia, parziale come la Germania? La riforma religiosa come avrebbe dovuto o potuto promuoverla o accettarla l’Italia, ella che aveva fatto ad imagine sua pagano il cristianesimo? Come avrebbe dovuto accettar da Lutero l’autorità della bibbia ella che nella politica poneva co ’l Machiavelli fattore e signore del tutto il pensiero umano, ella che nella scienza era co ’l Galileo per dare il primo crollo alla Genesi, ella che nell’arte fastidiva co ’l Bembo lo stile di san Paolo? Ma è egli possibile a imaginare il rinascimento in Italia luterano? e un Ariosto zuingliano? un Machiavelli puritano? un Raffaello calvinista? un Michelangelo quaquero? No, veramente: la vita e l’anima dell’Italia fu la federazione nell’ordinamento politico, il razionalismo in filosofia e in religione, il naturalismo in arte. Ella nel secolo XVI finiva di compiere, per quel che spetta ad arte e pensiero, l’opera che aveva cominciato fino dal mille, con la rivoluzione sociale dei Comuni, il rinascimento: il rinascimento che fu motivo alla riforma religiosa di Germania, la quale alla sua volta trasportatasi e trasformatasi tra gli olandesi e gl’inglesi fu nutrimento e incentivo alla rivoluzione politica maturata dalla Francia nell’ottantanove. A ciascuna nazione l’età sua, a ciascuna età il suo officio.

Che colpa, del resto, aveva la nostra patria, se ella era a quel tempo la più libera, la più bella, la più ricca, la più civile e comparativamente la più felice tra le nazioni d’Europa? Ella compiva serenamente disinteressata l’officio suo, quando Spagna Francia e Germania nel lor bisogno di gittarsi fuora a pascolare e a sbizzarrire secondarono gli avidi e avventurieri istinti dei re condottieri intorno ai quali eransi aggreggiate, e presero questa bella musa che cantava la libertà la natura la ragione, e la gittarono con le mani e i piedi legati e co ’l bavaglio alla bocca in balia dei due ciclopi del medio evo. Certo, che, quando papa ed imperatore fossero per necessità di cose tornati concordi all’azione loro in Europa, la vita dell’Italia liberamente federale e produttiva, che era un ribellamento a quell’azione ed avea vigoreggiato negl’intervalli o nella sòsta di essa, dovea finire e languire. E così la ruina ultima dell’Italia provenne da ciò che era stato oggetto alle utopie idealistiche de’ suoi grandi uomini. Cesare tornò pur troppo, e questa volta pose da vero mano alla predella e inforcò la polledra selvaggia: Dante poteva esser contento, l’idea ghibellina aveva trionfato. Pietro si era riconciliato con Cesare, e in una città del retaggio di Matilde gli avea dato il bacio di pace in bocca e la corona dell’impero in capo, e ne avea ricevuto il donativo dell’altare: il Petrarca e Caterina da Siena potevano ringraziare Dio, i vóti dei guelfi eran pieni. Firenze e Siena lo seppero, ed esperimentò ben Milano per oltre tre secoli gli effetti pratici del trattato di monarchia. Ma dire che ciò avvenisse non curante e non resistente l’Italia, non resistente per la debolezza e la opposizione d’interessi cagionata dall’ordinamento federale, non curante per la dissoluzione in cui lo scetticismo e il materialismo pratico l’avevano precipitata, non è né vero né giusto né generoso. E, anzi tutto, onde partirono le provocazioni all’invasione straniera? da’ due stati monarchici, da Milano e da Napoli; e la causa più vera o il pretesto più prossimo ne fu una ragione di succession dinastica a Napoli, al regno da antico accentratore. E dove la resistenza agli oppressori stranieri e indigeni fu nobile, eroica, senza concessioni, fino agli estremi, con aureola di sacrificio? nelle repubbliche democratiche di Firenze e di Siena. E quali furono gli stati che la piena barbarica non ricoprì o che si tennero diritti in mezzo al temporale? Ancora le repubbliche, Venezia e Genova. Io non dico se quelle repubbliche sarebbero desiderabili oggi: elle erano quel che dovevano e potevano essere secondo le rivoluzioni loro e rispetto alle condizioni italiane e europee: io rilevo un fatto. E tanto aveva l’Italia poca voglia di morire, che il sacro romano impero dové adoperarsi con tutte le sue forze, con tutti gli argomenti anche co ’l tradimento, per istrangolare due città come Firenze e Siena; e pur tra le branche del ciclope le due viragini belle si divincolavano fieramente, ed empievano della meraviglia dei loro ultimi sforzi e della pietà di lor grida Europa: soccomberono, ma non furono violate. E tanta era la vitalità del popolo italiano, e tanto era egli poco rassegnato a morire, che, mancato all’operosità sua il campo domestico, ei ne si ripresenta meditante e operante in tutta la storia d’Europa. Questa Europa, che ci voleva morti, i nostri scrittori la illuminano, i nostri artisti l’adornano, i nostri uomini di stato l’agitano o la infrenano, i nostri guerrieri la insanguinano. Chi ornò Versaglia ed il Louvre? chi l’Escuriale? E onde vennero all’impero i Farnesi, i Piccolomini, i Montecuccoli, gli Eugenio di Savoia? E non pare una vendetta del fato che il Mazzarino governasse la Francia e l’Alberoni la Spagna?

III.

Il sin qui detto mi esenterà da altre apologie e da parziali difese, e servirà pure a determinar meglio l’essere e i modi della letteratura italiana nel secolo XVI. Il cui svolgimento procedé poi così largo e magnifico, che le ragioni di tutte le sue varietà non possono restar contenute nei limiti di un discorso: del resto, chi non sa esser quella, almeno per gli effetti largamente ed efficacemente prodotti su la nuova coltura europea, l’età più gloriosa delle lettere italiane? E io credo che nulla di propriamente nuovo avanzi a dire, per esempio, su ’l Machiavelli o su l’Ariosto: essi, rispetto a Dante e agli altri scrittori del Trecento e del Quattrocento, sono moderni, o sì veramente principiasi con essi quella età che fu moderna fino all’ottantanove, che sussiste ancora per poco: tutti noi gli comprendiamo a un modo, e l’Europa li ha giudicati con la sicurtà del senso recente. Per ciò, a non voler ripetere cose già dette, mi contenterò di rilevare più netto ch’io possa le linee del movimento e i contorni del confine di quella letteratura.

Della quale se il decimosesto secolo vide il frutto, il germe fu nel decimoquinto. Nel secolo XV eran nati a poca distanza tra loro il Machiavelli, il Buonarroti, il Guicciardini che in sé accolsero gli ultimi spiriti dei Comuni e la somma dell’esperienza e le virtù estreme del reggimento libero, e il Sannazaro il Bembo il Castiglione, rappresentanti della più eletta coltura aulica secondo l’intendimento di Dante, che sórsero dittatori del bel costume alle nuove generazioni e del linguaggio regolare e dello stile elegante. Nel secolo XV era cresciuto l’Ariosto, che nella maggiore opera sua procede senza dubbio dal Boiardo: come il Machiavelli procede per una piccola parte dalla erudizione e dalla critica degli umanisti, per esempio, del Valla, e indubbiamente poi ritrae la materia e il meccanismo di storico più dagli storiografi latini del Quattrocento che dai cronisti del Trecento.

Anzi che concepimenti e produzioni nuove, vide adunque il secolo XVI compiersi e fermarsi, nell’accordo delle attività diverse e nell’armonia delle forme, l’ultimo perfezionamento di tutta la produzione anteriore ancor viva o vitale. La letteratura del Trecento nella espressione artistica era stata individuale e d’impronta toscana: quella del Quattrocento, parziale e federale: quella del Cinquecento fu una, classica, italiana.

Sì, il carattere più rilevatamente storico ed estetico della letteratura del Cinquecento è l’unità nel classicismo della forma e nella italianità della lingua. L’unità italica non risultò mai così evidente nell’arte come in quel secolo: parve che la patria nostra nell’imminenza del suo sfacelo politico intendesse con ogni vigor che le avanzava a chiarirsi ed affermarsi nazione. E tuttavia non vi fu sfórzo: era l’ultima conseguente modificazione dello svolgimento. Cessato l’urto tra i diversi elementi a mano a mano con l’estinguersi sin dalla fine del secolo XIII dell’elemento feudale, co ’l languire del religioso e co ’l sormontare necessario dell’elemento nazionale; cessò nel secolo XVI anche il dissidio tra le due forze o tendenze differenti di quest’ultimo elemento, l’aristocratica e la democratica, la unitaria e la federale, la romana e l’italica: forze e tendenze che Dante aveva già riconosciute e contrassegnate, quando distingueva l’idioma illustre, cardinale, aulico, curiale, e la poesia che in quello componevasi, dal volgare plebeo e paesano. Il contrasto e il distacco tra Dante e l’Angiolieri, tra Battista Alberti e il Burchiello, tra il Boiardo e Sostegno di Zanobi, non fu più possibile nel Cinquecento come fatto letterario notevole e notato. Il processo di assimilazione era compíto, dell’assimilazione della materia indigena e medievale co ’l classicismo rinato; e le idee e le forme ne avean preso un atteggiamento nuovo. L’assimilazione, se vuolsi, non fu tutta omogenea, e l’atteggiamento non senza sforzo: ma la mutazione o, meglio, la trasformazione era avvenuta. Di che deesi per gran parte recar la cagione all’avere la coltura classica acquistato sempre più del terreno: ma è anche vero che il popolo nel secolo XVI si ritrasse quasi volontario dell’intervenir più come autore nel lavoro letterario. E di codesto ritrarsi altri potrebbe, con apparenza e forse con parte di verità, trovar la ragione nella caduta d’ogni reggimento democratico, nel forzato spegnersi della vita pubblica e nella società artifiziata delle corti e delle academie da per tutto prevalsa. Sebbene è forse più vero che quello che nel nostro popolo, non nuovo e per ciò non intimamente poeta, vigeva d’impulso creatore o modificatore, erasi omai rilassato. E di fatti pare che l’avvenimento dell’ottava, metro popolare e per ciò passato in silenzio dall’autore del Vulgare Eloquio e dagli altri trattatisti del Trecento, al regno dell’epopea classica segni l’ultimo grado dell’ascensione poetica del popolo italiano: come il suo sentimento soggettivo era evaporato compenetrando la parte più viva e calda della lirica del Duecento e del Quattrocento, del Cavalcanti e del Poliziano, così il sentimento oggettivo si era idealizzato, o stava idealizzandosi, ne’ poemi dell’Ariosto e del Tasso: dopo di che, pago a contemplare e ad ammirare in quei poemi la sua trasformazione ideale, il popolo italiano non dié veramente più opera, né con inspirare le forme né con provvedere gli argomenti, al lavoro letterario nazionale. Nella lingua avvenne quasi lo stesso. Il primato della Toscana, la quale co ’l suo dialetto foggiato a idioma letterario rappresentava la tendenza popolare, scadde un tal poco nel Cinquecento; ma le successe l’Italia, e piemontesi e istriani e marchigiani e lombardi scrissero regolarmente e quasi ad un tipo solo. E primo introduttore del regolare italiano nel mezzogiorno fu un solenne poeta latino, il Sannazaro: e primo a fermare in regole pratiche la grammatica e a restituire il bell’uso del Petrarca e del Boccaccio fu il Bembo, la cui maggiore opera è di prosa latina: tanto è vero che in questo fatto della unificazione e fermazion della lingua e della prosa è più veramente e specialmente da riconoscere il lavorío lungo lento instancabile della tradizione aulica e dotta. Già da principio Guittone nelle Lettere, Dante nel Convito, e in tutte le prose il Boccaccio, avevano inteso a cotesto, con l’esempio del latino essi toscani; e solo il molto uso del latino nel secolo XV riuscì a disciplinare le impazienze anarchiche delle regioni italiane: allo specchio del latino gli altri dialetti si raffrontarono col toscano, e il toscano si rassettò; e in quel rassettamento, che fu concessione, venne accolto. Così nel secolo XVI il concetto del Vulgare Eloquio e di tutta la teorica di Dante era effettuato, e assommato l’edifizio della letteratura nazionale. E pure cotesta classica unità letteraria, fatta bene ma con un po’ di sopraffazione e di frode, come del resto tutte le unità, lasciò in fine solo e malcontento il popolo. E questo, per quel tanto che gli era rimasto di vita, fece la secessione nel campo de’ dialetti. In fatti, la letteratura dei dialetti, ricchissima negli ultimi tre secoli e più originale, in molte parti, che non la nazionale, incomincia dal Cinquecento; e in essa sopravvive l’autonomia fantastica e artistica delle regioni.

IV.

Dopo ciò, chi si rechi a mente la contenenza della letteratura italiana nel Cinquecento, dovrà, se abbia osservato largamente e con quiete, ammirare tanta ricchezza e orginalità di prosa, tanta squisita eleganza di poesia. Prima del Cinquecento, per quanto grandi o felici esempi individuali possano arrecarsi e contrapporsi da’ due secoli anteriori, prima del Cinquecento resta pur sempre vero che l’Italia non ebbe prosa stabile e formata; e nel Cinquecento questo, per così dire, tipo nazionale di prosa lo ebbe. Non sarà quello che possa piacere a noi, non risponderà ai nostri gusti e bisogni; ma allora fu vivo e vero e bello, fu quel che occorreva alla coltura e civiltà d’allora: tanto è vero che francesi e spagnoli lo presero ad imitare. Né quella prosa era certamente, nella sua idealità tipica, tutta uniforme o improntata a uno stampo: quanta varietà più tosto e che diversità dal Machiavelli al Caro, dal Sannazaro al Firenzuola, dal Castiglione al Davanzati, dal Tasso al Cellini! Minore per contrario nella moltitudine delle rime la varietà: ma negare la bontà estetica di non poche tra quelle poesie italiane e latine non potrebbe senza ingiustizia chi abbia conoscenza adeguata dell’arte: per esempio, le Api del Rucellai e la Ninfa tiberina del Molza hanno la stessa ragion d’essere che certi lavori d’oreficeria del Cellini. Se non che tra tanta prosa e sì grave come mai tante rime e sì leggere? Se il determinarsi della storia a genere letterario e la classificazione della prosa sono i segni più certi che l’intendimento e il lavoro sociale dell’epopea e della poesia universalmente sono finiti, come mai il Cinquecento, non pur ricchissimo di storie e quali storie!, ma che tutti produsse e perfezionò i generi della prosa, come poté essere secolo poetico? Poetico veramente non fu, fu artistico. Dante e il Boccaccio, il Boiardo e il Pulci, il Petrarca e il Poliziano erano passati; e il popolo italiano era giunto alla maturità per mezzo ogni maniera di esperimenti, eravi giunto un po’ lasso e disilluso e tra tali circostanze che gli toglievano luogo e agio a rifarsi. Per ciò la maturità sua non fu consolata di memorie o speranze liete, non ebbe né Erodoto, né Platone né Demostene: ebbe la intuizione del reale nell’universo e l’idealismo dell’arte nella vita. Tali furono le condizioni morali e le manifestazioni spirituali dell’Italia al secolo XVI; e in questa ella cercava riposo da quella, e ambedue erano il portato necessario dello svolgimento anteriore: e si addimostrarono più che altrove insigni nelle opere di Nicolò Machiavelli e di Ludovico Ariosto, nei quali pare che si raccolga e rifletta tutto ciò che sparsamente fu il pensiero e l’arte italiana in quella età grande e triste.

Negli scritti del Machiavelli risorge, senza pompa di toga e spacciatamente succinto, il genio romano, pratico, ordinatore, imperatorio, accresciuto della energia tumultuosa e della forte pazienza dei Comuni, avvalorato alla freddezza della contemplazione senza visioni dall’accoramento del cittadino che vede fuor di speranza cadersi sotto gli occhi la patria e la repubblica. A misurar giusto l’altezza del Principe, dei Discorsi su le Deche, dell’ Arte della guerra, delle Storie fiorentine, servono mirabilmente le tante commissioni e provvisioni e le legazioni e relazioni del gran segretario, dietro la cui scorta possiamo seguitarne i passi nella conoscenza dei fatti e delle persone dell’Italia, dell’Europa, del mondo. E l’uom si spaventa a considerare come non v’è cosa per piccola la quale non si faccia immensa sotto la osservazione di lui, che l’abbraccia la compenetra la riempie di luce per ogni minutissima fibra: come non v’è personaggio o avvenimento grande che sotto lo sguardo acuto freddo fisso di quell’occhio nero e e duro non rimpiccolisca. Come diventan meschini Massimiliano imperatore e Luigi re di Francia, e che importanza acquistano la guerra di Pisa e la ribellione d’Arezzo! E qual sublime e doloroso spettacolo quella grandezza inaudita d’ingegno costretto a dibattersi impotente nell’angustia dal difetto dei tempi! Egli, con in sé la forza di un fatale institutore e legislator di repubbliche, dover vedere nel 1512 la ruina miserabile dell’onesto governo di Pier Soderini, dover sentirsi interdetto il palazzo della Signoria dal misero governo del cardinal Giulio: egli, con in mente tutta la futura rivoluzione del pensiero europeo, andare commissario di questo governo al capitolo dei frati minori in Carpi, e riconoscere il sommo non della gratitudine o della stima ma dei favori della sua patria e del secolo nella provvisione con cui gli officiali dello Studio fiorentino, per volere del cardinale dei Medici, lo stipendiano, pe ’l termine di due anni e a cento fiorini di lire quattro per anno, a far più cose in loro servigio, e, tra le altre, gli annali e le cronache fiorentine! E pure né lagni né dispetti, e né meno l’ombra di di una preoccupazione privata, risalivano a turbare l’asciutta serenità di quell’alta mente virile, quando, nei tristi ozii della villa di San Casciano, dopo ingaglioffatosi tutto il giorno giocando a tric trac e contendendo per un quattrino con beccai mugnai e fornaciai, il segretario rientrava la sera nel suo studio, e, spogliatasi quella vesta contadina tutta piena di fango e rivestitosi condecentemente di panni reali e curiali, ritornava a parlare con gli antichi uomini e a intrattenersi con loro da pari a pari, pascendosi di quel cibo che solo era suo e per il quale era nato. Ora in questo sentimento artistico di trattare e considerare la politica in sé e per sé senza riguardo a un fine immediato, in questo astrarre dalle apparenze parziali del presente transitorio per meglio impossessarsi del reale eterno e imminente e assoggettarselo, in questo a punto è la singolarità dell’ingegno di Nicolò Machiavelli, ed in questo egli prende e rende gli spiriti e gl’intendimenti tutti dell’Italia del Cinquecento. Chi potrebbe senza ingiustizia negare al Commines e al De Thou qualità e virtù di osservatori e storici non comuni? ma essi rimangono sempre incatenati al fatto presente; l’avvenimento giorno per giorno impaccia loro il passo e ne occupa e ritiene troppo gli sguardi, che non si stendono mai riposati su larga distesa. Nicolò Machiavelli in vece non è propriamente il politico del tempo suo: forse nel giudizio dei fatti e degli uomini di quel tempo, e certo nella larga rappresentazione della storia contemporanea e nel sapiente svolger dei fili che gli avvenimenti d’Italia collegavano a quelli d’Europa, gli va innanzi d’assai Francesco Guicciardini, il più poderoso storico del rinascimento. Ancora: il Machiavelli non ebbe forse l’attitudine e l’abitudine storica; e le sue Storie fiorentine sono per avventura più tosto un gran libro di dimostrazione e un’eloquente opera politica, che non una storia vera, esatta, fedele, ordinata della città di Firenze; che anzi, e per la scelta critica e per la intierezza della esposizione, lasciano a desiderare, e appariscono più che altro come la improvvisazione di un grand’ingegno. Cha importa cotesto? Il Machiavelli ha tre fasi e tre stili. Negli scritti d’officio, il segretario fiorentino osserva, pensa e scrive, avvisato e arguto, spigliato e serrato, in farsetto; è in somma fiorentino, come altri molti, salvo la maggior prestanza dell’ingegno suo: nei lavori letterarii, eccetto la Mandragora e la Commedia in versi, è anch’egli rotondo e ridondante e profuso e incerto, e somiglia un po’ troppo agli altri cinquecentisti della metà prima del secolo che avevano il gusto non ancora formato: nelle Storie tiene molto delle virtù fiorentine e qualcosa dei vizi retorici, e non poco de’ pregi e delle qualità sue proprie uniche e sole: pregi e qualità che risplendono nell’ Arte della guerra e specialmente nel Principe e nei Discorsi. In coteste opere lo stile è combattimento, combattimento a corpo a corpo della parola lucidissima col profondissimo pensiero; e l’alitare del combattente rileva a pena il tessuto sopraffino delle maglie sottilissime del periodo: e i colpi sono freddi, spessi, sicuri, e dati co ’l riposo solenne e leggiadro di schermidore maestro. Imperocché non bisogna credere che la conversazione serale del villeggiante di San Casciano fosse così idilliaca com’egli ce la descrive nella mirabile lettera del 10 decembre 1513, onde la ho riferita più sopra: non gli credete ch’ei si rivestisse di panni reali e tanto men di curiali. Egli con la vesta contadina spogliavasi ogni vezzo, ogni affezione nazionale e cittadina, e nell’atletica nudità muscolosa del suo pensiero lottava con tutte le apparizioni monumentali e gigantesche e mostruose del tempo antico e del nuovo, e se le abbatteva a’ piedi, e le cacciava dal campo della storia, per poi su quello disgombrato continuare la sua lotta fredda, accanita, anelante, col fenomeno informe del fatto politico. Da alcuni luoghi dei Discorsi su le Deche e dalle Storie apparrebbe che egli intendesse a dar documenti e instituzioni di repubblica; dalla conchiusione del Principe, ch’egli pensasse alla unificazione d’Italia: e all’Italia gitta qualche volta un grido di fiero amore, e volge gli occhi quasi in cerca di qualcheduno, sia un Borgia sia un Medici, che metta le mani nelle trecce alla sciagurata e la strappi alle voglie dei forestieri e dei preti, dell’imperatore e del papa. Ma non lasciate illudervi al movimento passionato dell’istante. Egli torna súbito e tutto freddo a studiare così la patria sua come la patria degli svizzeri e le altre patrie antiche e moderne, a dissolvere e ricomporre così monarchie come repubbliche, a discutere dittatori e profeti, re e numi. E stritolando sotto i suoi colpi il mondo eroico e il mondo sacro, e soffiando via con un alito il mondo artisticamente fattizio del rinascimento, prepara la rivoluzione e la informa alla pura energia del pensiero umano.

Di Ludovico Ariosto non si può dire che preparasse o incominciasse un rivolgimento nella poesia; perocché, mentre le opere del Machiavelli segnano il passaggio della conscienza e del pensiero della nazione italiana dalla concezione e produzione fantastica alla osservazione sperimentale e reale, la maggior poesia dell’Ariosto è l’ultimo fenomeno di quel primo stato, il frutto maturo di quella fervida estate: ma del resto, come per il Machiavelli la meditazione politica è fine a sé stessa, così per l’Ariosto la poesia: egli è tra i poeti italiani quello che più veramente fece ciò che i moderni dicono l’arte per l’arte. Non che l’Ariosto non sentisse i mali della patria e le brutture di quel mondo tra cui era sortito a vivere; che anzi se ne compianse e se ne sdegnò più d’una volta, e dié anche qualche crollo per iscuoter via dalle sue belle ali di fenice la polvere e il fango della corte e del secolo. Ma poi egli cercava e trovava per sé e apriva altrui un refugio nell’arte. E l’arte ei non trattò né come un simbolo né come un apologo né come la dimostrazione di una tesi: egli inventò per amore dell’invenzione, tutto inteso a svolgere dilettosamente la sua facoltà creativa e a riprodurre moltiplicata la sua lieta e serena fantasia per mille aspetti e in mille forme, che empiessero a lui di sorrisi gl’intervalli della vita, e di luce e di canto all’Italia gl’intermezzi del triste dramma storico che precipitava alla catastrofe. Egli fece quel che desiderava, quel che voleva e ispirava l’Italia d’allora: un’opera da esser letta nelle sale del ducal palazzo d’Urbino immenso e leggiadro, posto che avesse termine il Castiglione ai discorsi di gentilezza e d’amore, tra i cerchi delle gentildonne presiedute dalla elegante e pensosa Elisabetta Gonzaga: un’opera da esser letta nelle sale del castello di Ferrara o del palazzo di Belfiore, dopo alcuno dei pranzi inauditamente sfarzosi d’Alfonso I, tra i cavalieri italiani e francesi concorsi ai tornei ed alle feste, arridente Lucrezia Borgia che sapea di latino e ammirante la giovinetta Renata di Francia: un’opera da poter esser letta nelle sale di Roma o di Venezia, alle cui pareti ridesse o una Galatea affrescata da Raffaello o una Venere colorita da Tiziano, nel cui mezzo risplendesse un candelabro di Benvenuto e si contorcesse in un angolo un satiro di bronzo di Michelangelo; sale che la sera potessero essere preparate per la recitazione della Calandra o della Mandragora o della Cassaria: un’opera in fine da potere esser letta e cantata per le vie di Ferrara, su le piazze e i ponti di Roma e di Firenze, ne’ canali di Venezia, su ’l porto di Napoli, da un popolo abituato a spettacoli e pompe di cui eran parte imperatori e re e principi e cavalieri e soldati di tutte le lingue d’Europa, francesi, spagnoli, tedeschi, fiamminghi; da un popolo abituato a vedersi da un giorno all’altro sorgere sotto gli occhi quei palazzi quelle chiese quelle piazze e fontane di stile e di ornato così originalmente classico così bizzaramente puro, a contemplare in quelle chiese in quei palazzi in quelle piazze tanta copia di statue e di bassorilievi e di quadri e di cose belle, che a ripensarci in questa gretta e gelida vita odierna, nella quale per riscaldarci leggiamo o inventiamo ciascuno a nostra posta un sistema estetico al giorno, paiono un giuoco di ridenti e prodighe fate: e tutto ciò in mezzo a rumore di guerre grosse e spicciolate, lente e furiose, lunghe, rinnovate, continue, che desolavano regioni intiere per lunghi anni, e oggi levavano di mezzo uno stato, domani un altro. Cotali circostanze, tra le quali fu maturato e compito l’Orlando furioso, aiutano a intendere e a mostrare ciò che l’opera sia. È la riproduzione della vista esterna, estetica e morale, d’allora: è uno specchio in cui apparenze straordinarie, mobili, instabili, abbaglianti, ma senza fisionomia, s’affacciano, s’intrecciano, s’inseguono, spariscono, rapide, improvvise, inconsulte: all’Orlando furioso manca il nodo epico, come alla storia italiana del Cinquecento una ragione intima sua. Ma non perciò l’opera è meno meravigliosa. L’Ariosto, pur lavorandovi intorno con quella serietà che gli artisti grandi portano nelle cose dell’arte, non ebbe l’intendimento di fare un poema, un di quei poemi di composizione riflessa che pur tengono sì alto luogo nelle età secondarie di una letteratura: senza rendersene forse ragione, egli sentiva che la cavalleria, cosa rimorta, non poteva dar vita a un poema. Ma anche sottilizzò, e con poco adeguata conoscenza dell’uomo e del tempo, chi sostenne ch’e’ mirasse a una parodia de’ poemi cavallereschi, ch’e’ fosse come il precursore del Cervantes. L’Ariosto non ebbe secondi fini: egli intese di fare un romanzo da dilettare e meravigliare la generazione tra cui viveva. L’epopea francese, che dovrebbe essere la materia sua, non gli è che mezzo: il Boiardo aveva empito della sua fama e dell’infinito poema gli ultimi anni del secolo XV e abituato specialmente la corte e la città di Ferrara a quel genere: l’Ariosto, che l’aveva fin da giovinetto ammirato, maturo lo continuò: era il più comodo: Ferrara con i suoi antichissimi estensi non era omai la città epica e romanzesca? Ma della leggenda epica francese il fondo è storico; l’anima, nazionale e cristiana; la forma, popolare e primitiva come poteva nel medio evo: dalla parte loro gl’italiani, che prima dell’Ariosto avean preso a rifare tutto cotesto, avevan pure, secondo che eran borghesi o cavalieri, dato a quei loro poemi, di genere, per così dire, composito, le sembianze nazionali del tempo loro e del loro ordine. L’Ariosto no; egli, intimamente italiano nella pienezza armonica delle sue facoltà e nella determinatezza smagliante del colorito, nel soggetto e nei caratteri non è poi né italiano né francese: di storico non ha che le appendici estensi, di nazionale che qualche grido di dolore mandato quasi tra parentesi. L’Italia si presentava per l’ultima volta nella sua sembianza cosmopolitica e romana di capitale dell’Europa; e come avea dato al medio evo il maggior poeta cristiano in Dante, così diede al rinascimento il maggiore artista pagano nell’Ariosto. Ed egli, come Michelangelo le statue bibliche, come Raffaello le Vergini, moltiplicava le sue fantasie di dame e cavalieri e amori per versar loro attorno tutti i tesori della divina arte plastica greca e romana. Direste che egli si compiacesse di veder tumultuare nel mondo fantastico da sé creato un popolo d’imperatori e di re e di guerrieri e di donne e di giganti e di nani e di mostri e di spiriti e di maghi e di fate, per poi trarseli dietro ammaliati al suono dell’orfica lira e attelati al suo carro infrenarli con le redini d’oro dell’Apollo ellenico.

V.

Così, mentre l’apparizione del Machiavelli, e con lui dell’osservazione esperimentale su ’l fatto umano, annunzia finita l’età della poesia, come causa a un tempo ed effetto di una data civiltà, come lavoro a cui la nazione tutta coopera; il poema dell’Ariosto, nel quale la fantasia individuale licenziasi a un viaggio senza termine ed oggetto, viene a dire lo stesso. L’arte per l’arte è la fine della poesia popolare e nazionale o sociale che voglia dirsi: l’arte per l’arte gira e rigira sopra sé stessa, e anche nega e rinnega e oltraggia e distrugge, non sé veramente e il sentimento o lavoro individuale, ma il termine oggettivo della poesia. Ed ecco: al poema romanzesco prima assai che la dolorosa e alta satira del Cervantes e il lepido travestimento del Tassoni, tocca la parodia grossolana del Folengo e dell’Aretino: le maccaronee sbizzarriscono a canto alle eleganze latine del Fracastoro e del Vida; e un nuovo genere, il bernesco, si contrappone alla lirica. L’Italia nel secolo XVI levò la poesia a idealismo artistico, e insieme, che è effetto assai comune dell’idealizzare, la fissò, la cristallizzò. Pure le rimaneva ancora del movimento e dell’azione: il Machiavelli e l’Ariosto da due parti opposte venivano a riscontrarsi e toccarsi nella commedia; e il fatto di uno storico e di un epico commediografi dà ragione, più assai che ogni lungo discorrere, di quel secolo e di quella letteratura.

Ma in vece di buone commedie l’Italia ebbe un altro poema, un poema eroico e religioso, la Gerusalemme liberata. L’Europa latina pareva su quelle prime accettar con fervore il rinnovamento cattolico che la chiesa tentò opporre nel concilio tridentino alla riforma protestante; tutta l’Europa cristiana sentiva minacciata la sua civiltà dall’impero ottomano: suonava ancora dai mari il fragore della battaglia di Lepanto, l’ultima grande battaglia cristiana della quale tanta parte furono gl’italiani, l’ultimo còzzo glorioso tra l’occidente e l’oriente. Il tempo era opportuno, e il Tasso tale da poter sorgere poeta e del rinnovamento cattolico e della civiltà cristiana. Nessuna figura in fatti ha il Cinquecento così seria e gentile come quella di Torquato Tasso. Egli è l’erede legittimo di Dante Alighieri: crede, e ragiona la sua fede per filosofia: ama, e comenta gli amori dottrinalmente: è artista, e scrive dialoghi di speculazioni scolastiche che vorrebbon essere platonici: innova, e teorizza. E, come Dante, ha sempre qualcosa da rimproverarsi nella conscienza sua di cattolico: al suo poema, pur essenzialmente religioso e cavalleresco, sovraintesse un’allegoria spirituale e morale: a ogni modo teme sempre di averlo fatto soverchiamente profano, e lo rifà purificato: né anche del rifacimento si contenta, e finisce co ’l poema della creazione. Egli è il solo cristiano del nostro rinascimento: del quale per altro partecipa tanto, che il sensualismo nell’opera sua si mescola al misticismo; ed egli se ne addolora e pente, mentre il popolo se ne piace. Ma di questa duplicità dell’essere suo ondeggiante tra il sensualismo e l’idealismo tra il misticismo e l’arte; ma di questa discordia della vita a cui è condannato egli, cavaliere del medio evo, scolastico del secolo XIII, erede di Dante, smarrito in mezzo al rinascimento, tra l’Ariosto e il Machiavelli, tra il Rabelais e il Cervantes; di questa duplicità, di questa discordia egli porta innocente la pena, e se ne accora tanto che ne impazza. Il grido molle e straziante della elegia che pur tra gli accordi della tromba epica gli prorompe dal cuore mesto e voluttuoso lo annunzia il primo in tempo dei poeti moderni: il Tasso ha la malattia delle età di passaggio, dello Chateaubriand, del Byron, del Leopardi.

E così in disaccordo com’egli era co ’l tempo suo, poté raccogliere in sé gli estremi spiriti della cavalleria e della religione. E fu l’ultima prova. Dopo lui, né la raffermatasi autorità ecclesiastica né la tradizione monarchica cominciata coll’impianto di una gran dinastia straniera al mezzogiorno e al settentrione poterono o eccitare o ravvivare più oltre fra noi il movimento cavalleresco e il religioso. E quello andava oscuramente a finire nei cavalieri serventi; e questo, aduggiato dalla triste ombra del gesuitismo, degenerò dai santi popolari, la cui serie si chiude con Filippo Neri, nell’egoismo ascetico di Luigi Gonzaga, e dalle grandi leggende del medio evo nell’eroicomica scimunitaggine del padre Ceva De puero Jesu. Del resto, terminata l’età del sentimento e della fantasia ed esaurito anche l’idealismo artistico, con quale azione e a qual punto l’Italia libera del suo svolgimento avrebbe potuto seguitare ad espandersi nella riflessione nell’osservazione nell’indagine del pensiero, e a quali effetti avrebbe portato il suo lavoro di trecento anni, e come ne fosse impedita, lo dicano il Telesio, il Bruno, il Vanini. Ma oramai dopo la pace di Castel Cambrésis e il concilio di Trento al Machiavelli non poteva succedere altri che il Galileo. Il cielo rimaneva libero, e non senza pericolo: con men di pericolo i sepolcri. Notevole in fatti su lo scorcio del secolo XVI apparisce la trasformazione della storia; la quale di particolare tende a farsi generale, di politica o patriottica diviene erudita e critica. L’Italia, non potendo altro, sfoga il bisogno del dubbio, dell’investigazione e della disamina intorno la materia dei fatti; e dopo i Discorsi su le Deche e le Istorie fiorentine produce i Trattati su ’l diritto romano e la Storia del regno d’Italia di Carlo Sigonio, che aprono insignemente all’Europa l’età critica degli studi su l’antichità e su ’l medio evo. Nulla doveva mancare a quella nostra universal letteratura del Cinquecento. Ma intanto la poesia e l’arte emigravano alle altre genti latine, alle giovini e vittoriose nazioni di Spagna e di Francia: nella prima delle quali il principio religioso e nella seconda il cavalleresco o feudale doveano fare la miglior prova d’una letteratura cattolica e monarchica.

E così in Spagna e in Francia, come in Inghilterra che a punto allora presentava i primi frutti dell’ingegno germanico maturatosi nella riforma, la gloria maggiore della nuova letteratura fu il dramma. L’Europa in fatti era giunta a quel secondo stadio storico, nel quale il dramma è la vera estrinsecazione artistica di un popolo, che, passato per una gran prova, si sente essere nel rigoglio delle sue forze e nella pienezza della vita, ha in fine la conscienza di nazione co ’l sentimento o il presentimento della civiltà che gli conviene, non importa poi sotto qual reggimento o con quali forme politiche. Ora l’Italia, non per colpa sua, ma per la necessità storica dello svolgersi di altre genti con idee di stato altre da quelle tra le quali ella aveva esercitato la sua operosità civile, l’Italia sopraffatta e spostata non aveva più né quel senso del presente né quel presentimento fiducioso. E però non ebbe un teatro, quale i primi esperimenti e massime quel del Machiavelli parevano imprometterle. Ebbe per altro due opere drammatiche originali e sue, che dopo la Gerusalemme furono anche le due opere più insigni dello scorcio del secolo; l’ Aminta e il Pastor fido: originali e sue veramente, come quelle che sono la miglior dimostrazione estetica dell’idealismo artistino italiano del Cinquecento applicato al dramma; e l’ Aminta per la finitezza determinata pare far riscontro alla Gerusalemme e il Pastor fido per la florida e bizzarra varietà all’Orlando. E voglionsi ricordare, non tanto perché al meno nelle forme offersero quelle opere il passaggio dall’idealismo del Cinquecento alla maniera dell’Arcadia, quanto perché il dramma pastorale e mitologico fu la materia propria della musica. La poesia italiana nel suo progressivo idealizzarsi andò sempre più estenuandosi: a poco a poco non più invenzione né movimento né azione, non più caratteri né passioni, non più stile né forme: ma colori e parole e suoni che simulavano lusinghieramente la vita; sin che la poesia evaporò, e fu la musica: la musica, sola arte che all’Italia rimanesse dopo il secolo XVI, e sola sua gloria per troppo tempo di poi. La sua grande letteratura, la letteratura viva, nazionale a un tempo ed umana, con la quale ella conciliò l’antichità e il medio evo e rappresentò romanamente l’Europa innovata, finì co ’l Tasso.

VI.

Spettacolo che altri potrà dir vergognoso e che a me apparisce pieno di sacra pietà, cotesto di un popolo di filosofi di poeti di artisti, che in mezzo ai soldati stranieri d’ogni parte irrompenti séguita accorato e sicuro l’opera sua di civiltà. Crosciano sotto le artiglierie di tutte le genti le mura che pur videro tante fughe di barbari: guizza la fiamma intorno ai monumenti dell’antichità, e son messe a ruba le case paterne: la solitudine delle guaste campagne è piena di cadaveri: e pure le tele e le pareti non risero mai di più allegri colori, non mai lo scalpello disascose dal marmo più terribili fantasie e forme più pure, non mai più allegre selve di colonne sorsero a proteggere ozii e sollazzi e pensamenti che oramai venivano meno; e il canto de’ poeti supera il triste squillo delle trombe, straniere, e i torchi di Venezia di Firenze di Roma stridono all’opera d’illuminare il mondo. Non è codardia: perocché, dove fu popolo, ivi fu ancora resistenza e pugna gloriosa. E né pure è spensieratezza. Oh quanta mestizia nel dolce viso di Raffaello, che cipiglio corruccioso in quel del Buonarroti e quanta pena nelle figure del Machiavelli e del Guicciardini! l’Ariosto sorride, ma come triste! fino il Berni si adira. Perché oltraggiare quei grandi intelletti del Cinquecento? non vediamo noi l’arcano dolore, il fastidio fatale che da ogni parte gl’investe? Sempre grande il sacrifizio; ma, quando sia una nazione che si sacrifichi, è cosa divina: e l’Italia sacrificò sé all’avvenire degli altri popoli. Cara e santa patria! ella ricreò il mondo intellettuale degli antichi, ella diè la forma dell’arte al mondo tumultuante e selvaggio del medio evo, ella aprì alle menti un mondo superiore di libertà e di ragione; e di tutto fe’ dono all’Europa: poi avvolta nel suo manto sopportò con la decenza d’Ifigenia i colpi dell’Europa. Così finiva l’Italia.

Note

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[1] scólte: sentinelle (ndr)

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Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011