Giosuè Carducci

LE RISORSE  DI SAN MINIATO AL TEDESCO

E LA PRIMA EDIZIONE DELLE MIE RIME

In Confessioni e battaglie di G. C. 2a serie, Roma, Sommaruga, 1883.

Edizione di riferimento:

Confessioni e battaglie di Giosuè Carducci, Ditta Nicola Zanichelli, ( Cesare e Giacomo Zanichelli ) Bologna MDCCCXC

COME strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857!

Veramente per significare lo strepito delle cicale il Gherardini e il Fanfani scavarono dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno il verbo frinire. E per una cicala sola, che canti, amatrice solinga, sta. Ma, quando le son tante a cantar tutte insieme, altro che frinire, filologi cari! Come, dunque, strillavano le cicale, etc. etc. !

Intorno intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva più sempre al giallo biondo, al giallo cenerino, al polveroso della grande estate; di faccia, l'ondoleggiante leggiadria dei colli di Valdarno somiglianti a una fila di ragazze che prèsesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, ‒ tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente. Spiccava tra il piano e i colli non interrotta una fuga di pioppi, e tra il frondente colonnato degli agili tronchi scoprivano e con la folta canizie delle mobili cime ombreggiavano il greto del fiume, luccicante, sotto lo stellone del mezzogiorno, di ciottoli bianchi. Come strillavano le cicale in quella estate della dolce Toscana!

Io non ho mai capito perché i poeti di razza latina odiino e oltraggino tanto le cicale. Le han dette roche, ed aspro e discorde il loro canto. Fin Virgilio con loro non è più gentile.

Et cantu querulae rumpunt arbusta cicadae:

e l'Ariosto perde, per un momento, della sua grandezza,

Sol la cicala col noioso metro

Le valli e i monti assorda e il mare e il cielo.

I greci le salutavano figlie della Terra, e le onoravano emblema della nobiltà autòctona. Demos, il popolo, comparisce, se mal non ricordo, nelle commedie di Aristofane, coronato il capo di cicale d'oro. Gli ateniesi anche ne mangiavano: io mi contento di ammirarle.

Oh tra il grigio polveroso dei rami, e nei crepacci gialli delle colline cretacee, e nelle fenditure ferrugigne de' riarsi maggesi, oh care bestioline brune co' due grossi occhi fissi e co' tre occhi piccolini vivi su 'l dosso cartilaginoso! Esse cantano quanto dura la perfezione del loro essere, cioè fin che amano: cantano i maschi, le femmine no: le donne sono sempre senza poesia. Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide mattinate, quando la clemenza del sole nel suo primo salire sorride ancora agli odoranti vezzi della giovine estate, cominciano ad accordare in lirica monotonia le voci argute e squillanti. Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi; poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove, pazze di sole, come le sentì il greco poeta; poi tutto un gran coro che aumenta d'intonazione e d'intensità co 'l calore e co 'l luglio, e canta, canta, canta, su' capi, d'attorno, a' piedi de' mietitori. Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere solitudini del solleone, pare che tutta la pianura canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino: pare che essa la terra dalla perenne gioventù del suo seno espanda in un inno immenso il giubilo de' suoi sempre nuovi amori co 'l sole. A me in quel nirvana di splendori e di suoni avviene e piace di annegare la conscienza di uomo, e confondermi alla gioia della mia madre Terra: mi pare che tutte le mie fibre e tutti i miei sensi fremano, esultino, cantino in amoroso tumulto, come altrettante cicale. Non è vero che io sia serbato ai freddi silenzi del sepolcro! io vivrò e canterò, atomo e parte della mia madre immortale.

Oh felice Titone, uscito cicala dagli amplessi dell'Aurora! e felicissimi voi, uomini antichi, i quali, come la Grecia imaginò e raccontò il senno divino di Platone, tutte le vostre vite spendeste dietro la voce delle Muse, e per la voce delle Muse tutto obliaste, anche l'alimento e l'amore, sin che gli dèi impietositi vi trasformarono in brune cicale. In Toscana e ih Romagna le cicale durano a cantare, più sempre rade, è vero, e via via più discordi, fino in settembre; e a me è avvenuto di sentirne qualcuna a punto dopo le prime piogge settembrine. Come si affaticava, quasi per un senso di dovere, la figlia della Terra a pur cantare ! ma come era triste quello stridore di cicala unica tra il ridesto sussurrio de' venti freschi e la dolcezza del verde rintenerito! E anch'io sono oramai una cicala di settembre: non rimpiango né richiamo né invidio; soltanto tra le brezze d'autunno ricordo gli ardori del luglio 1857 e le estati della dolce Toscana.

II.

Veramente nel luglio del '57 io non strillavo su' rami degli alberi, ma insegnavo retorica in una stanza di un grand'edifizio monacale, a un primo piano, scialba e disadorna, le cui finestre spalancate (è meglio sempre godersi il sole fin che ce n' è; ci sarà da star poi tanto al buio ed al freddo) guardavano allegramente una parte del Valdarno inferiore. Eravamo a insegnar qualche cosa nel ginnasio di San Miniato, detto pomposamente liceo, tre compagni usciti allora allora da Pisa. Pietro, filosofo giobertiano, forte a disputare dell'ente e a rompere con un colpo della testa le impòste d'un uscio, insegnava umanità (terza ginnasiale), ed era il più anziano dei tre e il più positivo: profilo di Don Chisciotte e buon senso di Sancio Panza: rifaceva stupendamente i gatti innamorati e miaulava le arie del Trovatore. Ferdinando, più largamente noto co 'l nome di Trombino, per avere in una ripetizione di letteratura latina trasformato allegramente così il severo Frontino compendiatore delle Historiae philippicae, insegnava grammatica (seconda e terza), non senza molta e sospettosa meraviglia del vecchio professore di grammatichina (prima), un vero maestro con cravattona e pancia, con mazza e scatola di tabacco: egli era in fondo il più goliardo della compagnia, ma eseguiva le sue maggiori scapataggini serio serio e in grande quiete; aveva de' rosei rossori di fanciulla, e avrebbe potuto cantare come un pavone. Io, conosciuto anche per Pinini, causa un raddoppiamento spostato nella coniugazione del verbo πίνειν, insegnavo retorica (quarta e quinta), cioè facevo tradurre e spiegare a due ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero; e buttavo fuor di finestra gl'Inni Sacri del Manzoni.

Il sotto-prefetto, del quale non ricordo il nome ma veggo ancora l'ombra del lunghissimo naso, nella visita che arrivati dovemmo fargli ci aveva con tono di pietoso rimpianto avvertiti, che San Miniato era luogo di poche risorse. Dei molti significati di cotesto francesismo Pietro colse il men proprio e più utilitario, e faceva boccucce: Trombino e io ci ammiccammo di sottecchi; ridendo e pensando ‒ Le risorse le troveremo noi.

E le trovammo. Innanzi tutto ci accontammo presto con una brigata di giovanotti (come troppe di simili ce n'era e ce n'è forse ancora per le città minori e le grosse terre di Toscana); piccoli possidenti e dottori novelli, che, vivendo del loro poco e nella speranza dello studio e dell'impiego futuro, passavano tutte le sante giornate a non far nulla, o meglio a far di quelle cose che forse sono le più degne e più proprie dell'homo sapiens (almeno gli animali non le fanno), come sarebbe mangiare e bere il meno male e il più spesso possibile, giocare, amare, dir male del prossimo e del governo. Noi tre abitavamo, subito fuori Porta fiorentina, tutta noi, una casetta nuova, che un oste tassoniano, ma non bolognese, detto, credo per eufemia, Afrodisio, ci aveva appigionato; e ci passava anche da mangiare a bonissimi patti. Io me la veggo ancora dinanzi co 'l poetico nome postole da noi di Torre bianca, ma il vicinato la conosceva per la casa de' maestri. E cominciava ad aver mala voce all'intorno, per i molti strepiti. Ci si sentiva, pur troppo, di notte e dì giorno, ogni qual volta, ed era spesso, l'allegra compagnia la invadesse.

Ave color vitii clari.

Ave sapor sinc pari!

Tuas nos inebriari

Digneris potentia !

Tali erano, se non le parole, il senso e il significato di quelli strepiti, e le invocazioni e le antifone di quei misteri; che non di rado erano pure celebrati in pubblico nel caffè Micheletti o in una osteriuccia a piè del colle su la strada provinciale.

Qualche volta anche andavamo alla méssa, in domo; e una di quelle mésse m'è ancora in memoria per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava, menandomi in giro per le navate, in istil bergamasco, contraffacendo il parlare d'una venditrice di castagne compatriotta del poeta Bernardino Zendrini, e con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di San Giuseppe e quella del sotto-prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca.

Hinc mihi prima mali labes. Da cotesta bergamascata e dalle mie smargiasserie di antimanzonismo mi si levarono intorno i fumacchi, e ben presto mi avvolsero e tinsero tutto, d'una leggenda d'empietà e di feroce misocristismo. Assai prima che l'imperatrice Eugenia avesse a inorridire su i grassi venerdì santi del principe Girolamo Napoleone e dell' accademico Sainte-Beuve, corse per Valdarno una spaventosa voce, che io il venerdì santo del '57' fossi sceso da San Miniato alla taverna del piano, e all'oste sbigottito avessi fieramente intimato: Portami una costola

di quel p.... di Gesù Cristo. È vero che in quell'anno io andavo pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante,

Io non so chi tu sie né per che modo

Venuto se' quaggiù;

ma è anche vero che quel venerdì santo io era a Firenze, e quei mesi studiavo appassionatamente Iacopone da Todi e annunziavo a tutti la sua gran superiorità su 'l Manzoni e lo salutavo Pindaro cristiano, e composi una lauda al Corpo del Signore. Il che tutto non impedì che non mi fosse avviato un processo; e un processo di tal materia a quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del '57 anche c' era, in Toscana, pur all'ombra della cappamagna di Santo Stefano, del buon senso parecchio e dell' onestà. Dieci anni dipoi un giornalucolo fiorentino di parte moderata, che forse forse a' tempi di Gian Gastone avrebbe potuto correre il rischio di passare per arditello e spiritosetto, affermava che da giovine io era stato anche clericale.

III.

Una seconda risorsa tra gli officii magistrali di San Miniato erano gli amici, che nelle belle domeniche d'aprile, di maggio e di giugno ci venivano a trovare da Firenze: il Nencioni, il Chiarini, il Gargani. In quei giorni la Torre bianca spargeva intorno strepiti più gloriosi: un romantico di buone intenzioni avrebbe potuto dire che “fervea di canti, fervea di suoni”, e che una fantastica aureola di luce, elettrica emanazione degli spiriti di tutte le nostre giovinezze, nelle ore del queto e melodioso vespero la irradiava: io, per quello me ne ricordo, direi semplicemente che facevamo un casa del diavolo. Del resto io non ho mai sonato o giocato a' miei giorni, né cantato o ballato mai, se non per burla; ma mi sentiva così bene del mandare a spasso per que' brusii e per que' trepestìi le mie tristezze selvatiche e di cacciarle dalla rocca del cuore (barocco misto, di Dante e del seicento ) bombardandole a scariche di tappi saltanti! Il Chiarini e il Nencioni, non troppo avvezzi a cotesti fuochi di fila, se ne tornavano la dimane a Firenze, con uno sbalordimento ammirativo, che durava più giorni, della ospitalità di San Miniato. Io, la sera a una cert'ora, cantavo a loro due, come l'Aleardi a Maria, la mia canzone più bella, l'ultima fatta, per addormentarli; poi, accomodatili a letto, uscivo co 'l Gargani tacitae per amica silentia lunae.

Giuseppe Torquato Gargani (del Chiarini e del Nencioni non ho a dire altro qui: tutti gl'intelligenti li conoscono, e tutti i buoni li amano) morí d'amore e d' idealismo in Faenza il 29 marzo 1862. Era un fiorentino puro; e pareva una figura etrusca scappata via da un'urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco: io lo aveva conosciuto a scuola di retorica, ridondante ed esondante di guerrazziana fierezza. Poi, andato per raccomandazioni di Pietro Thouar in Romagna e proprio in Faenza maestro nella famiglia di certi signori, vi si era convertito a un classicismo rigidamente strocchiano; che, di ritorno dopo tre anni in Firenze e praticando il Chiarini e Ottaviano Targioni Tozzetti, aveva fortificato con una cresima leopardiana e giordaniana. Ma un classico, come s' intendeva allora, doveva essere anche moderato, molto moderato, in politica; e in questa, almeno quei primi anni, il Gargani aveva serbato le memorie e le tradizioni del '49; era un romantico-guerrazziano-mazziniano, arrabbiato, intransigente, antropofago. E, tale pur essendo, aveva l'anno innanzi scagliato, scandalo a tutta Firenze, una diceria su i poeti odiernissimi, e traduceva nel più bello stile i sermoni di non so quale abbate francese, li traduceva, con diligenza squisita anche di scrittura, in servigio d'un prete amico suo che li predicasse; metteva insieme, con la stessa diligenza di giudizio e di studio, e sempre trascrivendo tutto nettamente co 'l suo bel caratterino di erudito del settecento, una scelta di lettere per un editore che né gliela stampò né gliela pagò; componeva a cinquantine sonetti amorosi in stile tra petrarchesco e foscolo-leopardiano; e lavorava co 'l Targioni all'edizione del Volgarizzamento d'Esopo per uno da Siena, del quale scoprirono essi primi un più bel testo nella Mediceo-laurenziana. A quegli anni s'era cominciato in Toscana a dar fuori i testi classici con miglior metodo critico che non usassero i vecchi accademici e i nuovi mestieranti empirici; e di tale miglioramento resta saggio pregevolissimo l'Esopo senese curato dal Targioni e dal Gargani, pur cosi incompiuto come nel 1864 fu pubblicato dal Le Monnier. Io era qualche volta testimone dei dotti e amorosi studi onde quei cari e rari amici proseguivano il lavoro pe' sollioni fiorentini concentrati nella Laurenziana e per le notti gelide e serene vegliate nella casa del Targioni, in via san Sebastiano, non lungi al cenacolo guelfo del buon marchese Gino. Né si limitavano quegli studi a Firenze: non s'era, sto per dire, più sicuri di movere un passo per un cantuccio di Toscana, senza il pericolo di trovarsi davanti il Gargani e il Targioni in caccia del gobbo frigio. Non posso contare qui le mille bizzarrie delle quali intramezzavano e rallegravano la loro esopiana filologia. Basti dire che avevano mandati a memoria tutti i testi diversi, e il Gargani s'era incaponito a parlare da mattina a sera, a qualunque proposito e in qualunque occorrenza, credo anche di notte sognando, la lingua esopiana. E non basta. Bisognava vederlo e udirlo, Giuseppe Torquato, il quale nel suo catoniano classicismo aveva ore d'irrefrenabile e sfrenata mattia, a far la mimica della rana quando “si spogliò il sottano, e tràssesi i calzari; e fermò i piedi in terra, e pòsesi le mani alle ginocchia; e istrinse i denti; e levò il capo al cielo e gonfiò con tanta iniquità alla terza volta; che le budella sue vanno per terra et è crepata”. Cotale mimica egli eseguiva, parlando e atteggiando la sua etrusca figura in tutti i modi più icastici e realistici; nella grande aula michelangiolesca della Laurenziana; dopo che il prefetto Crisostomo Ferrucci si fosse ritirato nelle stanze di dietro. Che cosa di quelle scene pensassero gli spiriti degli umanisti del quattrocento e dei filologi del cinquecento imprigionati ne' vecchi codici; io non so: ma; sentendo il dirugginio delle catene tra i plutei medicei, imaginavo e credo fossero essi che digrignassero i denti per dispetto e invidia di quella allegrezza onde noi giovani celebravamo la filologia. Qualche tedesco, che stava in disparte raffrontando testi d' Aristofane; guardava e ammirava stupito e sospettoso, non fosse un qualche fantasma del commediografo antico che gli si oggettivasse in una capricciosità grottesca del rinascimento toscano.

Con tutto questo il Gargani era, ripeto, un repubblicano di rigida osservanza; un puritano feroce: il Nencioni lo disegnò più tardi per il Marat degli Amici pedanti. Io, allora nell'apogeo del classicismo greco-romano, non ammiravo gran fatto la eloquenza politica moderna e ammiravo anche meno la poesia della rivoluzione. Onde, una di quelle notti che, dormenti già gli amici nella Torre bianca, io e il Gargani passavamo alla campagna tacitae per amica silentia lunae, seduto in riva a uno stagno da cui saliva qualche borbottio

di ranocchi alla luna serena, inspirato dalla circostanza e dai discorsi dell'amico, mi feci un tratto a improvvisargli la epopea delle ranocchie, bestiole, del resto, che per amore d' Esopo gli doveano esser care. L' improvvisazione durò due ore almeno: l'amico, appoggiato a un pioppo, ascoltava, ridendo d' un suo cotal riso un po' stenterellesco. C era nella epopea un'allocuzione tribunizia del Gargani, stanco dell'aspettare e disperato del veder mai una rivoluzione in Firenze, ai ranocchi dell'Arno: decasillabi. C' era la repubblica delle ranocchie, capitano del popolo Torquato Gargani: versi sciolti. C'era la ribellione delle cittadine gracidanti contro il Gargani fattosi tiranno: marsigliese delle ranocchie: cominciava,

O figlie del pantan,

Marciam marciam marciam

Contro il tiranno uman,

Il capitan Gargan!

Le ranocchie pigliavano il Gargani, lo consegnavano mani e piedi legato ai poeti odiernissimi loro nuovi alleati. Non ricordo poi come finisse.

Qualche sera riaccompagnavo io il Gargani a Firenze. Arrivati, passeggiavamo tutta notte discutendo e questionando di edizioni critiche, del Poliziano e di Esopo, e della monarchia e della repubblica nella prossima rivoluzione. Così facevamo giorno. Quando il sole avea ridestato i colori i rumori e gli odori della vita in Mercato vecchio, il Gargani sentenziava serio serio: A chi vegliò tutta notte in solenni meditazioni conferisce alla mattina un galletto arrosto E così s'entrava da Gigi. Come si soprannominasse Gigi non lo dirò io: certa volta non so se un burlone o l'ordinanza d'un ufficial piemontese s'affacciò alla sua inclita cucina, dimandando: Sta qui Gigi Porco? ‒ E l'oste fiorentino, che non intendeva partecipare, né men per procuratore, la gentilizia genealogia di Guccio Imbratta ‒ Gigi son io, e il porco sarà lei. ‒ A noi Gigi si faceva innanzi con la sua faccia di ciompo da bene e co 'l grembialone, e ‒ Che desiderano questi signori? ‒ Un galletto arrosto. ‒ Segni di meraviglia, con sùbita cortesia repressi. ‒ Per l'appunto èccone qui uno fresco fresco e di primo canto, come un abatino del domo. ‒ E la bianca tovaglia era distesa su 'l desco nero, e sopra vi troneggiava l'amabile sovranità del fiasco, e il nidore dell'arrosto salia riempiendo di promesse la stanza e confortando a noi i muscoli un po' rilassati dall'umidor della notte. E mangiavamo il galletto, e bevevamo del fiasco; e dopo le otto ci lasciavamo, il Gargani avviandosi, con un inquieto can levriere in guinzaglio, per l'Esopo, e io alla stazione per a San Miniato.

Domani è il giorno de' morti. O amico che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace che io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre belle estati fiorentine.

IV.

Un'altra risorsa, e questa un po' più pericolosa: m'innamorai.

Non si spaventino i lettori e non protendano le braccia per deprecare dalle loro teste i nembi di fiori o la grandinata di frasi o la pioggia lapidea di concetti che sogliono portare con sé le meteore dell'amore ogni qual volta movano dalla plaga della poesia.

Io, quando m' innamorai a San Miniato, gustai la prima volta e sentii profondamente, e sento ancora nel cuore, la segreta dolcezza e la soave infinita malinconia del canto del cuculo.

Salute, o prediletto

Figlio di primavera! al mio pensiero

Augel non già, ma obietto

Invisibile, e suon vago, e mistero.

(Wordsworth, trad. di G. Chiarini).

Ohimè quanto chiasso e quanti sdilinquimenti di tutti i poeti, fin turchi, per quel frinfrino di scambietti vocali, per quel tenorino virtuoso de' boschi; per quel flautetto e organetto pennuto; che è l'usignolo. E invece si vuol dare mala voce al cuculo, perché la sua femmina depone e abbandona le uova nel nido degli altri uccelli. Poveretta! e se ella fosse conformata a generare soltanto e non a covare? A ogni modo non è lei che canta, è il maschio. Egli viene alle nostre terre nei novelli giorni d'aprile, e annunzia primo ai campi ed agli alberi il rinascimento dei fiori e l'arrivo degli altri uccelli canterini, annunzia ai giovani e alle fanciulle le belle sere della gioia, dei balli e degli amori. Egli per sé non ne gode; e, quando gli altri uccelli accorrono cinguettando cianciando schiamazzando, si ritira in un albero fosco o tra le ruine fiorite d'un vecchio edifizio, e di là manda al sole e alle stelle i suoi sospiri e i singhiozzi.

Il mio cucùlo cantava dalla ròcca che Federigo II inalzò in vetta al colle di San Miniato, e par che ancora minacci come labarda levata il guelfo Valdarno. E forse a' bei giorni di casa sveva i re Arrigo ed Enzo cantavano lassù in giovini rime i loro amori:

Salutami Toscana,

Quella ched è sovrana,

In cui regna tutta cortesìa.

E lassù dicono finisse, battendo della testa nei macigni della prigione, “ingiusto contro sé giusto”, il cancelliere imperiale Pier della Vigna, primo poeta d'arte nella lirica nuova italiana. E di lassù cantava a me, anzi al cielo e alle stelle, nelle sere di maggio; il cucùlo; e il mio cuore o da una pagina di Virgilio o da un sentierello fiorito e illuminato dalla luna batteva e diffondeva e sprigionava, negli intervalli tra un sospiro e l'altro dello strano uccello, un palpito, un pensiero ed un lampo. ‒ Cu ‒ Sei tu la voce dell'amore onde natura risponde consentendo ai sensi delle sue emanazioni? ‒ Cu ‒ O sei la voce della ironia che ella manda su 'l mistero dell'essere nunzia della distruzione? ‒Cu ‒ Che cosa è l'amore, o savio uccello? Bene o male? Sale egli dalla terra a farsi stella, o cala dal cielo a farsi verme? ‒ Cu ‒ Quanto dura la fede e la gioia dell'amore, profeta uccello? Dura ella la fede quanto il fiorir della rosa e quanto lo schianto del fulmine la gioia? ‒ Cu ‒ E quanto durerà l'amor mio, o uccello indovino? ‒ Cu, cu, cu, cu, cu....

Io a questo punto non ricordai che le fanciulle svedesi, dimandando al cuculo quanti anni ancora han da passare prima ch'elle si maritino, se l' uccello nella risposta ripete un dopo l'altro troppo spesso i suoi versi, si danno a credere sveltamente che allora egli posi sur un albero magico e non dica più il vero, ma faccia la burletta. E anche non m'accorsi che quel cucùlo (or ora quasi mi pento del bene che gli ho voluto e gli voglio) mi mandava il suo verso dalla parte di tramontana; che, secondo il popolo svedese, è fatale annunzio di tristezza e dolore per tutta la vita. E anche non pensai che mentre il cuculo cantava io non avevo in tasca né meno un soldo, e quando ciò avviene, egli è segno, sempre secondo la saviezza svedese, che quel pover uomo a cui tócca si troverà per tutta la vita ad averne in tasca pochi o punti. Pare impossibile! ma quanto è savio e come ben s'appone cotesto popolo che seguì quel matto di Carlo XII nelle sue corse a rotta di collo!

Cu, cu, cu, cu, cu. Io credeva dunque il cucùlo mi avesse annunziato che l'amor mio durerebbe cinque anni. Mi parevano pochi, sciaurato ch'io era! E non durò cinque giorni. ‒ Tornavo canterellando dentro l'anima innamorata due bellissimi versi del cancelliere imperiale, che la voce del cucùlo sonante in una odorosa sera di maggio dalla torre della di lui morte mi aveva risuscitato nella memoria,

Oh potess' io venire a vo', amorosa,

Come il ladrone ascoso, e non paresse!

quando, rimesso il piede in città, mi abbattei nel giovine marito ‒ pancia precoce ‒ della sorella dell'amor mio. Mi entrò a parlare di molte cose, e, tra le molte, anche della famiglia di.... Non sarà mai che abbandoni alla stretta villana del torchio il caro nome:

Ogni donna

Così nomata mi parea gentile:

mi pareva e mi pare. ‒ Di' ‒ interpellò la giovine pancia ‒ non ti sembra che la.... abbia il collo un po' lungo? Dubito ch'ell'abbia a vivere poco. ‒ Oh ‒ feci io, e non seppi dire altro; tanto quelle villane parole scesero a ferirmi come un pugno su l'epigastro. La dimane ricevei una lettera secca secca: era la madre della.... che m'invitava a interrompere le visite alla casa. E seppi come le avessero dato a credere che io aspirassi alla dote della figliuola con espressa speranza della vicina morte di lei. Ah! ‒ La giovine pancia indi a un anno morì; e al solito fui pregato di fargli l'epitafio. Della mia bruna ebbi notizia, or fa tre o quattr'anni, che ella viveva moglie di un procuratore del re o d' un sostituto. O bruna dai lunghi sguardi vellutati (o mi pareva)!

Oh se nel grembo a un'isola

O in un remoto speco

Chi diè la vita agli angeli

Ti facea nascer meco!

Mi ricordo che ella diceva assai graziosamente cotesti versi del Prati, i quali in altra, bocca mi sarebbero di certo parsi detestabili. E la figura di lei mi rifiorisce in mente quando leggo il principio dell'Annunziazione di Olindo Guerrini; se non che, ricordo bene, non ci era gran materia ai paragoni co 'l “grano su i colli di Samaria”.

Ma la storia del mio amore vuole anche un'appendice. Due o tre giorni dopo il congedo mi si fa innanzi uno dell'allegra brigata, e ‒ Pinini, ‒ mi dice ‒ so che hai rotto con.... Vuoi tu sposare....? ‒ E qui il nome d'una sua sorella; e poi una minuta esposizione dei pregi, dei meriti, dei titoli e degli appannaggi di quella signorina.

E mi ci volle del buono e del bello per rimandarlo, non dico persuaso, ma addolorato, stupito e stizzito che non avessi né voglia né bisogno di mogli o di doti.

D'allora in poi l'amore mi fu infausto. Le donne per bene che si frapposero alla mia vita mi recarono sempre disgrazia; quando non sanno che altro dolore darmi o che altro dispetto farmi, muoiono.

Oh cucùlo di San Miniato, chi mi avesse detto che tu cantavi da tramontana!

V.

Le risorse un po' per volta erano cresciute al punto che Trombino e io non sapevamo più (Pietro faceva cassa da sé) come riparare alla abondanza. I mesi passavano arrecando dalla parte di Dio foglie fiori e frutti alle colline ed ai piani, ma non dalla parte nostra quattrini alle tasche di Afrodisio: le liste del Micheletti crescevano alte come i gigli nella convalle di Gerico, ma non parimente candide. E con novanta maledette lire codine al mese come seminare quella rabbiosa aridità e come falciare questa lussuriosa vegetazione?

Una mattina Trombino mi entra tutto serio in camera; e, senza preamboli, ‒ Stampiamo le tue poesie. ‒

Restai male. Dare qualche sonetto o canzonetta a un giornale o ad un almanacco di città che nella sua modestia mi assicurasse con lo spettacolo dell'io tipografato la discrezione del segreto, dare un' ode o una laude spirituale in fogli volanti per una festa di campagnoli che non ne capissero sillaba, passi. Ma raccogliere ed esporre io le mie poesie in un libretto a prezzo come in un bordello, e abbandonarle ai contatti del pubblico che le mantrugiasse e stazzonasse come ragazze a cinque o a tre paoli, ohimè! Le poesie, massime allora, io le faceva proprio per me: per me era de' rarissimi piaceri della mia gioventù gittare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo e poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima o della stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto in bricioli: tanto meglio. Qualche volta resisteva; e io vi tornavo intorno a sbalzi, come un orsacchio rabbonito; e mi v'indugiavo sopra brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione di godimento, e, come avevo pur bisogno di godere un poco anch' io, così non finivo mai nulla.

Dunque a Trombino aspettante, e che pur tacendo parlava, dissi di no. Egli se ne andò, scrollando la testa.

Ma Afrodisio, con la sua ruvida cera d'oste tassoniano, fiottava da settentrione; il Micheletti, con la ben rasa pulitezza di un caffettiere goldoniano, poggiava da mezzogiorno; il Ristori tipografo piccoletto, bruno e vivo come un bel topolino, messo su da Trombino, offeriva un'edizione economica e trattamento d'amico. Trombino la vinse.

Così avvenne che ai 23 luglio del 1857 le mie rime uscissero alla luce del pubblico in San Miniato al Tedesco pe' i tipi del Ristori, veterani gloriosi dell'impressione, tanti anni a dietro compiuta, del Cadmo, poema di Pietro Bagnoli. E ora resta in sodo che io le diedi a stampare non co 'l superbo intendimento di aprire una via nuova o di riaprire una via vecchia e né meno con la modesta speranza d'incoraggiamenti da parte del pubblico italiano, ma coll'intendimento onesto e l'ardita speranza di pagare i miei debiti.

Altro che ardita! sfacciata dovevo dire. Ma, da poi che l'amico fu sergente a San Martino e al Volturno, e ora che è preside d'un liceo con un barbone di quasi mosaica rispettabilità, posso anche dire e giurare che la colpa fu tutta di Trombino. La espiammo. I debiti, anzi che estinguere, dilagarono. Una mattina d'agosto dovemmo fuggire di celato dalla Torre bianca. Afrodisio c'inseguì in carrettella, il Micheletti per la posta. Trombino tornò, io non tornai: ambedue; grazie ai babbi e alle mamme, pagammo fino a un soldo. E le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl'insulti di Pietro Fanfani.

Ma oh come strillavano le cicale su la collina di San Miniato nel luglio del 1857!

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011