Giosuè Carducci

Eterno femminino regale

da “Confessioni e battaglie” 1884

Edizione di riferimento:

Cronaca Bizantina del 1° gennaio 1882: nell’opuscolo Eterno Femminino regale di G. C. Roma, Sommaruga, 1882;

- Confessioni e Battaglie di G. C. ser. 3. Roma, Sommaruga, 1884.

- Confessioni e Battaglie di G. C. ser. 3. Zanichelli, Bologna 1890.

Era un venerdì sera; e per il deserto scenario dei portici di Strada Maggiore frizzava acuto il presentimento della neve che le nuvole con immensa malinconia andavano meditando nel cielo.

Tornavo a casa in compagnia di Luigi Lodi, e si discorreva dell’entusiasmo lasciato nella popolazione di Bologna dalla visita del Re e della Regina. Questa popolazione che fece così fiera solitudine per la città e in Italia con lo sciopero del marzo 1868; che fu così ostentatamente fredda al passaggio, pochi mesi dopo, de’ due novelli sposi di casa Savoia, con quanta espansione cordiale e con quale rumorosa famigliarità non si era ella accalcata intorno al passo dei novelli Reali! Inutile negare il fatto o girarvi intorno con arzigogoli miseri e con isbocconcellamenti dispettosi: così fu. Né le ragioni mancavano: splendida tra le prime l’eterno femminino, la maestà della Regina: tra le seconde, la ministerialità di Benedetto Cairoli.

E passammo a discorrere della risposta che il Fanfulla del giorno (15 novembre 1878) aveva fatto a una mia lettera.

Questa la lettera.

Bologna 10 novembre.

Onorevole signor direttore della Patria,

Il Fanfulla d’oggi, riportando, dal giornale che V. S. dirige, alcuni particolari del mio incontro con le Maestà del Re e della Regina, aggiunge commenti che può parere opportuno rettificare.

Il Fanfulla scrive: “Il professore Carducci avrà veduto che il soldato di Villafranca può essere giudicato in un modo un po’ più benevolo di quello che ha usato qualche volta una musa imbizzita”.

Se la “musa imbizzita” volesse retoricamente significar me, io pregherei il Fanfulla a ricercare, non pur ne’ miei versi, ma nelle prose, un periodo qualunque, nel quale sia espresso un giudizio qualunque su Umberto principe o su Umberto re.

Ancora: il Fanfulla accenna all’ “onore della patria e a quello della croce di Savoia, che brilla sul petto di qualche grande poeta lealmente accolto”.

Ecco: se quel grande poeta fossi io (me ne saprebbe male per il qualificativo di “grande”), nessuno ha veduto mai brillare su ’l mio petto nessuna cosa. Io non potei, con mio dispiacere, accettare l’insigne onorificenza della croce del merito civile, per ragioni che possono essere valutate da chi mi conosce. La mia rispettosa rinunzia fu mandata all’onorevole Ministro dell’interno nel luglio passato.

Sono dolente di intrattenere il pubblico con queste che possono anche parere dichiarazioni o vanterie volgari. Ma la colpa non è mia. E se Vostra Signoria vorrà pubblicarle come rettificazioni, le ne sarò molto grato; come le sono, con vera stima, ecc. ecc.

Il Fanfulla aveva risposto: “Confesso la mia ignoranza: non sapevo che il prof. Giosuè Carducci avesse ricusato la onorificenza della croce di Savoia al merito civile, perché non s’è letto su nessun giornale: sapevo che la croce di Savoia egli l’ha cantata; e non mi pareva che l’averla cantata fosse una ragione per rifiutarla. È vero che al mondo si può perdonare tutto, meno il proprio torto”. E alludendo a una mia frase un po’ brusca. Né aspetto né vorrei cortesie dai nemici, conchiudeva “Io amo di essere diverso da lui; e di fargli ciò che in linguaggio giornalistico si chiama appunto la cortesia di accogliere e di stampare la sua rettificazione. Sono realista, non sono repubblicano, e imito, dove si può, il mio re che è stato cortese di una croce a un nemico che non la vuole”.

Ora di tutto ciò che di me può parere mi addolora solo e anzi tutto l’apparire ingrato e disobbligante a chi m’ abbia fatto segno di benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se io non fossi io, cioè il poeta (come mi chiamano) della democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi monarchici borghesi come uno può esser cavaliere senza aver mai a’ suoi giorni portato una croce.

‒ Faccia un’ ode alla Regina ‒ dice Luigi Lodi.

‒ Chi sa? ‒ rispondo io.

La mattina dopo gittai giù le prime strofe dell’ ode alla Regina d’Italia.

II.

E ora un passo a dietro, a Ravenna.

A Ravenna, dove io era il 6 giugno, per l’inaugurazione del monumento al Farini, rappresentando la Deputazione storica romagnola instituita già dal dittatore, rividi, per la prima volta da che ministro, Benedetto Cairoli. O, a dir meglio, egli primo vide me; e per la sala affollata di deputati, di senatori, di generali, mi corse incontro con quella sua bella faccia serena com’un maggio di Lombardia, e mi abbracciò; e mi strinse forte le mani guardandomi in viso, e mi batté su le spalle; e trattomi in disparte, e chiamati a sé gli onorevoli Baccarini e Zanardelli, tutti tre mi furono a dosso a mezza spada perché mi rendessi alla croce del merito civile di Savoia.

Io risposi: ci pensassero su dell’altro, e vedrebbero che sì per me sì per loro il meglio sarebbe non ne far nulla.

La sera al tardi rividi gli onorevoli Baccarini e Zanardelli in un ritrovo di progressisti a cena Con i progressisti di Ravenna si può anche andare a cena, senza pericolo che vi appioppino su le spalle un macigno di discorso politico o vi facciano scattare in faccia qualche macchinetta elettorale. E lì in mezzo a tutti quei progressisti, di colore anzi che no acceso, e taluno anche, se volete, repubblicano largo a cintura, il Zanardelli, con quel suo fare tra dinoccolato e nervoso, cominciò a movere il discorso su la grande penetrazione d’ingegno e la squisita coltura di S. M. la Regina. E poi, con un atto di testuggine ritraendo il collo per entro le spalle quasi per non parere d’esser lui, seguitò della molta stima in che ella aveva i versi del Carducci e specialmente le odi barbare. A questo, riallungando il collo e volgendo in qua e in là la testa fine e la fronte irrequieta, come un baco da seta che vada al bosco (chiedo perdóno all’autore della riforma elettorale, a cui sono con molta stima affezionato; ma per la fedeltà della descrizione mi abbisognano questi paragoni), prese a raccontare come la Regina ricevendolo a udienza lo salutasse coi versi;

Lieta del fato Brescia raccolsemi,

Brescia la forte, Brescia la ferrea,

Brescia leonessa d’ Italia, ecc.

e poi rifacendosi da capo gli dicesse a mente tutta l’ode. E qui mi guardava con que’ suoi occhi sbadatamente interrogatori.

Io sorridevo. E il ministro seguitava come la Regina conchiudesse ‒ Ah sì, il.... è da vero il primo dei nostri poeti viventi ‒ (qui il ministro è proprio mallevadore lui di tutto). Al che egli rispose con democratica cortigianeria ‒ Non so se a tal giudizio rimarrebbero contenti altri, ma non io oserò contraddire alla Maestà Vostra ‒ .

Poi si passò ad altro; ma su l’uscire egli mi disse cosi sottovoce ‒ In somma la Regina vorrebbe che voi aveste la croce del merito civile.

La mattina di poi, avviandomi con alcuni amici alla Pineta, ci scontrammo nelle carrozze che traevano i ministri alla stazione. E Benedetto Cairoli allungando e agitando le braccia tra i molti saluti mi gridò ‒ Dunque è fatto ‒ ; e il rumore delle ruote trascorrenti si portò il resto e mi tolse il rispondere.

Io non ci pensava già più, quando di lì a un mese mi venne il decreto di nomina con gli statuti dell’ordine, ove è fermato l’obbligo di giurare fedeltà al re e ai successori, ponendo, inginocchiato, la mano destra su gli evangeli, tra due testimoni, dinanzi al ministro dell’interno, che ha da firmare il verbale del giuramento.

Rinunziai; dico vero, con dispiacere; con dispiacere di dover apparire, non essendo, sconoscente a chi mi tenne non indegno d’una nobile onorificenza, fatta più insigne dall’assentimento, che richiedesi a conferirla, degl’illustri signori sedenti nel consiglio dell’Ordine.

III.

Si che, quando il rettore dell’Università, un giorno prima che i Reali d’Italia arrivassero a Bologna, chiamatomi a sé, cominciò a sollecitarmi che andassi anch’io alla visita di ossequio, tanto più che la Regina aveva mostrato desiderio di vedermi, ecc. ecc., l’egregio rettore e amico senator Magni non ebbe a spendere parole molte.

Che la Regina volesse proprio veder me, mi parve un tiro degli amici ministeriali per battermi nel debole ed espugnarmi. Ma io, che tante regine aveva cercate e osservate e studiate nella storia nell’epopea e nel dramma, era ben io curioso di vedere una regina viva e vera e compiacentesi della poesia e delle arti.

Intanto i Reali vennero. Erano di quelle giornate quali il novembre non ne dà, credo, che a Bologna. Fango in terra e fango in cielo: stillanti, grondanti, chiazzati in tetra umidità i tetti, le case, i muri: cinereo e grigio tutto: e dalla monotona deformità delle nubi filtrava un’acquerugiola lenta, fredda, ostinata, che non si vedeva e immollava l’anima, che non si sentiva ed empieva le contrade di una poltiglia mobile e appiaccicaticcia, lubrica e attaccaticcia e impacciante, come eloquenza parlamentare: erano di quelle giornate che vien voglia di dar delle pedate alla gente in cui uno si abbatte, pensando ‒ Guarda quest’altro fango che anche si move ‒ . In quel brutto vespero dunque del 4 novembre la confusione dell’ingresso per via Galliera fu strana. Il popolo avea rotte e turbate le file e mescolati i colori officiali: erano aiuole di bianco e di turchino, di rosso e di nero, e sprazzi e barbagli d’oro e d’argento dagli elmi dai galloni dalle decorazioni dai gioielli per mezzo una gran massa oscura, una materia uniforme, che moveva moveva mugghiando e trasportando con sé cavalli e carrozze, e ufficiali e signore, e, al di sopra, le selve delle bandiere crollantisi e barcollanti quasi a un vento invisibile. Io era tra la folla che si pigiava innanzi dai portici; e in quella confusione la figura della Regina mi passò avanti come un che bianco e biondo, come una imagine romantica in mezzo una descrizione verista, potente se volete, ma che non finisce mai ed annoia.

La sera, nella piazza di San Petronio e nella attigua del Nettuno, lo spazio era, al paragone, più libero e l’uomo poteva girare. E quando, ondeggiante per la fosca storica piazza la variazione dei bengala, uno dei finestroni di quel palazzo di mattone s’aprì, e chiamati dagli applausi il Re e la Regina comparvero al verone, e dietro loro lo splendore della sala impallidiva in faccia alla gran tenebra e al fantastico alternare e mescolare dei tre colori, verde, candido, rosso; quei due giovani, allora, risalutanti con effusione di gentilezza il popolo salutante, da quel luogo ove i legati pontificii s’affacciavano a spargere le benedizioni per la morte e le maledizioni e le impiccagioni e le taglie e tutti i danni e i disonori della servitù e della viltà su la vita e su l’Italia, doverono, io lo sento, toccare il cuore ai credenti di fede nelle sorti della monarchia unite alle sorti della patria.

Io guardai la Regina, spiccante mite in bianco, bionda e gemmata, tra quel buio rotto ma non vinto da quelli strani bagliori e da quel rumore fluttuante. E una fantasia mi assalì, non ella fosse per avventura una delle Ore che attorniano il carro di Febo trionfante per l’erte del cielo, e che attratta da un mago nordico nella notte del medio evo e imprigionata in quel castello di preti si affacciasse a vedere se anche venisse il momento di slanciarsi a volo dietro il carro del dio risalente. Ma la torre intanto del Potestà in quell’emisfero di tenebre superiore si coronava di luce; e io che ho pratica grande con quei monumenti, e ne so, massime di notte, tutti i segreti, vidi Enzo [1] re di Sardegna ritto in piedi tra’ merli, senza spada e senz’elmo, appoggiata la sinistra su lo scudo con l’aquila nera dell’impero e la destra su ’l petto; e salutava e sorrideva, biondo anch’egli e mestamente sereno. San Petronio taceva; se non che quando un insolente riflesso di bengala osava spingersi a quell’ardua sua fronte ciclopica, cui questa grande intelligenza borghese vorrebbe appiccicare la maschera bianca d’una facciata, pareva corrugarsi di dispetto: il vecchio gigante ingrugnato pensava ancora al suo piccolo comune trionfatore di re e di duchi, e non conosceva o non volea riconoscere.

Gli entusiasmi andarono crescendo e vampeggiando più accesi il giorno appresso. Ai fuochi d’artifizio e di frasi della gente per bene e sennata io non credo e non bado o rispondo con motti. Ma l’entusiasmo degli artieri, dei lavoranti, dei facchini, l’entusiasmo delle donne e dei ragazzi, mi trascina, mi eleva, m’inumidisce qualche volta gli occhi. Ecco, io dico, questa parte men ragionevole e men culta, affermano, della razza umana, della razza in cui il primo e naturale reciproco saluto tra due individui che si riscontrino nella selva primitiva o nella selva civile è Io ti voglio mangiare o Io ti voglio ingannare) questa parte men ragionevole e men culta di un popolo il quale da molti e molti secoli crede (le eccezioni confermano) e crede che oltre e sopra la fisica tutto al mondo è impostura e ciarlataneria, che bisogna per altro mantenere pur con la forza per amore delle armonie sociali; ecco, questa parte della razza feroce, questa classe del popolo scettico, si espande ancora spontanea ad amare e credere e godere qualche cosa fuori di sé, che a lei non giova; l’ideale. Perché, non mi si esca fuori con la servilità, con la viltà, con l’ignoranza e con simili frasi fatte. Quei facchini, quei ragazzi, quelle donne, che sperano o che si ripromettono da que’ due giovani per sé? D’esser fatti ministri, come voi, repubblicani e papalini e borbonici dell’altr’ieri? Di avere una prefettura o un posto di canattiere [2], uno spaccio di tabacco ouna cattedra d’economia? No. La monarchia fu ed è un gran fatto storico, e rimane per molta gente una idealità realizzata: e il popolo acclama in que’ due giovani a punto una idealità realizzata.

Di due sorte re ha la gente ariana: il conning germanico, quello che è forte; il rex latino, quello che regge: nel primo, che vien da Dio, il popolo adora chi l’ha fatto forte, Dio: nel secondo, che procede dall’elezione, il popolo vede e riconosce la forma e il fine del reggimento, la legge e la patria. Ecco tutto. Altre idealità dovranno realizzarsi: va bene. O, più tosto, altre realità avverranno, che idealizzarsi non devono: va benissimo; e vedremo.

Queste cose io filosofo peripatetico andavo rimuginando sotto i portici del Pavaglione tra la folla. E mi fermai al negozio Zanichelli. Dove indi a poco entrò un signore, vecchio oltre gli ottanta, e dimandò volgendosi attorno ‒ Ma dove sono i repubblicani? In Italia repubblicani non ce ne può essere; o, se ce n’è, non sono italiani ‒ .

Io guardai quel vecchio signore; poi volgendomi a un giovine dissi: Ecco, io son uno; e al di là delle Alpi credono che io sia italiano.

IV.

E la mattina di poi andai ad ossequiare i Reali d’Italia. La mia bambina piccola mi disse ‒ Saiutami la Regina ‒ . Ella ha nome Libertà; e l’augurio fu buono.

Aspettando nell’anticamera la nostra volta (l’anticamera era divisa in due spartimenti, in uno gli ufficiali, nell’altro gli abiti neri) io pensava meco stesso come io sapessi benissimo che fosse un re. Il re è un uomo allevato, vestito, decorato, stipendiato, nominato e salutato in una maniera convenuta, al quale anche si presta da alcuni o da molti leale e onorata obbedienza come da altri si fanno vili e perfide adulazioni. Ma in fondo il re è un essere governato, il quale dee moversi a posta di questo e di quello e cedere a esigenze e imperii anche impersonali. Sua Maestà è il più governato dei sudditi di Sua Maestà. Io per me non vorrei esser re, né meno per proclamar la repubblica. Ma il mondo quale ce lo siamo fatti o lo concepiamo e lo percepiamo noi è tutto fittizio: il discendente di Prometeo, animale plastico e artistico per eccellenza, fa suoi idoli diversi, e li vagheggia e adora o li vitupera e batte, perché rapito all’ammirazione o all’odio della sua idea nella imagine figurata dimentica che è opera sua, o perché l’ha fatta a posta per isfogarci sopra i suoi capricci.

E seguitavo discorrendo tra me e me. ‒ Io non ho per casa Savoia le antipatie, per esempio, della democrazia lombarda, suggellate in pagine di fuoco da Carlo Cattaneo. Degli Estensi non ce ne sono più, e furon tutti mediocri: i Medici anche finirono come doveva finire una famiglia di banchieri illustrata dalla porpora e non dalla corazza: né la corazza deterse i Farnesi dalla macchia originale d’esser figli di preti. Dunque, se il popolo italiano, persuaso non si potesse unificare la patria senza la monarchia, chiamò i Savoia, che colpa ne hanno essi, amico Alberto Mario? L’ambizione storica e politica della dinastia sarebbesi probabilmente limitata all’Italia superiore: noi, noi stessi, Giuseppe Mazzini a capo, la tirammo nell’Italia centrale: il generale Garibaldi le conquistò il mezzogiorno e la conquistò al mezzogiorno.

Ora, grazie a quella tendenza plastica dell’animale umano a realizzare personalmente le sue idealità per poterle efficacemente adorare o vitupenare a sua posta, il capo della famiglia di Savoia rappresenta l’Italia e lo stato. Dunque viva l’Italia! Valletti; alzate la portiera, e passiamo a inchinare il Re.

E la Regina ancora, l’eterno femminino.

Ella stava diritta e ferma in mezzo la sala; e il Re, da parte, verso una finestra, passava, parlando accalorato e con forti strette di mano a tutti, di cerchio in cerchio. Benedetto Cairoli, raccolto nel suo giubbone di ministro, s’era riparato in un canto; e di lì, tal volta passando la mano destra sui mustacchi memori di una castanea sincerità e su la bocca sorridente, come per accarezzarsi, tale altra appoggiando il gomito sinistro a una colonna, mandava intorno intorno lo sguardo scintillante di contentezza.

Diffuso era per gli occhi e per le gene

Di benigna letizia, in atto pio,

Quale a tenero padre si conviene.

E avea ragione. Cotesto superstite d’una famiglia di cittadini morti tutti per la patria; cotesto cittadino che aveva il solo, assai curioso per un soldato, titolo di dottore; cotesto uomo che camminando zoppica un po’ sempre e si appoggia volentieri al braccio di chi lo avvicina; Benedetto, in fine, come noi lo chiamiamo; in quei giorni sorreggeva egli e portava e presentava agli entusiasmi del popolo d’Italia la più antica famiglia reale d’ Europa, due giovani, cui la morte improvvisa del padre, forte ed esperto nocchiero, avea slanciato d’un tratto nel difficile mareggio del regno e della popolarità.

La Regina intanto, senza darsene l’aria e non essendo nella sala né men l’apparenza del trono, troneggiava ella da vero in mezzo la sala. Tra quelli abiti neri a coda, come si dice, di rondine, e quelle cravatte bianche, ridicole insegne d’eguaglianza sotto cui l’invidia cinica del terzo stato accomunò l’ eroe al cameriere, ella sorgeva con una rara purezza di linee e di pòse nell’atteggiamento e con una eleganza semplice e veramente superiore sì dell’adornamento gemmato sì del vestito (color tortora, parmi) largamente cadente. In tutti gli atti, e nei cenni, e nel mover raro dei passi e della persona, e nel piegar della testa, e nelle inflessioni della voce e nelle parole, mostrava una bontà dignitosa; ma non rideva né sorrideva mai. Riguardava a lungo, con gli occhi modestamente quieti, ma fissi; e la bionda dolcezza del sangue sassone pareva temperare non so che, non dirò rigido, e non vorrei dire imperioso, che domina alla radice della fronte; e tra ciglio e ciglio un corusco fulgore di aquiletta balenava su quella pietà di colomba. Delle soavità di colomba, de’ sorrisi più rosei, ella, la discendente degli Amidei e di Vitichindo, è cortese al popolo: in palazzo è regina. E se io le dissi Signora, non è vero che mi correggessi ‒ Volevo dire Maestà, non sono avvezzo a parlare con le regine ‒ . Cotesto è un madrigale ignorante. Come al Re nel vocativo si dice Sire, così alla Maestà della Regina d’Italia si dice Signora, come Señora a quella di Spagna e Madame a quella di Francia quando ce n’era. Cortigiani delle gazzette, imparate almeno le prime creanze del servaggio.

V.

Tali le impressioni e le ricordanze che di Sua Maestà la Regina d’Italia io riportai e conservai da palazzo. Dove gentiluomini tutti croci e colonnelli tutti oro mi furono d’intorno con grandi carezze, e mi lisciavano il pelo come a una belva oramai addomesticata. Alcune signore di Bologna indi a pochi giorni mi mandarono gentilmente chiedendo volessi scrivere certo indirizzo alla Regina: dovei rispondere che sentivo mancarmi ogni abilità per tali componimenti.

L’ode l’avevo fatta di pensieri e di sentimenti raccolti in piazza e per istrada.

Levavo la mano dall’ultimo verso, quando la mia figlia maggiore m’entrò nello studio, annunziando tutta spaventata ‒ A Napoli hanno tirato al Re ‒ . Ecco un de’ danni ‒ pensai tra me ‒ delle idealità realizzate.

Quando l’ode, non a pena pubblicata, si vendea per le strade, incontrai sotto il Pavaglione Aurelio Saffi, e mi disse ‒ Avete fatto cosa degna in tutto della gentilezza italiana ‒ . Ma un repubblicano, che per la repubblica ha commesso molta prosa lombarda e molti spropositi di storia, mandavami in vece a scuola di dignità dal Foscolo, il quale pur trovò modo a cantare “Madre del popol suo” la principessa straniera moglie al visconte viceré francese, che diceva degli italiani non temere né meno le pugnalate alle spalle, e che egli, il greco-italico, paragonava ad Ajace. Qualche onorevole in una memorabile tornata della Camera riferì quell’ode a merito politico di Benedetto Cairoli, che avesse ammansato e conciliato la democrazia nel suo torbido poeta. Il corrispondente della Perseveranza in vece affermava che “al suono delle odi alcaiche gli evoluzionisti volevano seppellire la monarchia”.

Io credo avesse ragione un signore che mi scriveva da Conegliano per cartolina postale “Il sottoscritto, avendo letto la di Lei ode alla Regina e non avendola capita, ne desidererebbe la traduzione in prosa. Anticipa i ringraziamenti”. I più, in fatti, dal repubblicano fra’ Ghisleri al gesuita padre Zocchi, “per la penna che sa le tempeste” intesero la penna d’oca o vero questa povera cannella con la punta d’acciaio che finisce di vergare queste pagine tristi. Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale, e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t’appestino e muoian con te. Ma strofe a te, mai. Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d’ aquila o d’ usignolo, cantando Odi profanum vulgus et arceo.

Appendice inserita nel fascicolo Eterno femminino regale

estratto dalla Cronaca bizantina.

Essendo nella pubblicazione che di questo scritto fu fatta la prima volta nella Cronaca Bizantina del 1° gennaio 1882 (anno 2.°, numero i) occorsi alcuni piccoli errori di stampa, l’autore mandò al direttore di quel periodico la lettera seguente:

Sig. Dr. Pertica.

Tant’è. Un’ altra volta mi mandi a rivedere le prove di stampa. Ella e Papiliunculus sono i più sicuri correttori di stampe (perdóno, oltre gli altri loro meriti grandi ) che io mi abbia conosciuti. Ma io amo vedere il mio pensiero rispecchiato ferocemente e volgarmente nelle bozze. Allora co ’l freno della memoria ragionante fermo gli errori della penna, che sa, se non le tempeste, le scórse.

Il re che è stato cortese di una croce a un nemico “che la vuole„ (pag. i, colonna 4). Così, secondo la stampa o la mia cattiva copia, direbbe il Fanfulla. Ma Fanfulla non fu tanto spiritosamente maligno. “Che non la vuole”, disse Fanfulla.

“Di due sorte ne ha la gente ariana” (pag. 2, col. 3). Di che? “Idealità realizzate” sarebbero troppo poche da vero. Re, re, o monarchi. Sono troppo pochi, forse?

“O piuttosto altre realità avverranno che realizzarsi non devono” ( pag. 2, col. 3 ). Come poco furono svegli i giornali cortigiani, Corriere della sera ecc., a non capire quanto profitto potevano trarre da questa contraddizione tautologica! “Idealizzarsi”, caro dottor Pertica, “idealizzarsi”. Noi (io m’intendo, e quelli che pensano come me) non abbiamo né avremo bisogno di realizzare il vero e il giusto.

“Io per me non vorrei essere re” (pag. 2, col. 3). Va bene, anche perché non potrei. Ma aggiunga “né meno per proclamar la repubblica”.

Questo pensavo, e questo la mia penna omise.

“Proclamar la repubblica” io a fra’ Ghisleri e compagni? Li mando in seminario.

P. S. Tra i compagni di fra’ Ghisleri, intendiamoci, non metto già lo scrittor del Dovere.

Nobile animo, a cui, pur non convenendo in tutte le conseguenze con lui, è onorevole e caro ricordarsi amicamente.

La Lega della Democrazia nel numero 34 del 3 febbraio 1882 pubblicò parte di una lettera indirizzata dal Carducci ad Achille Bizzoni a proposito di un articolo che questi inserì nel numero 6-7 gennaio del giornale La Provincia Pavese.

Possiamo, per consentimento dell’illustre autore, dare intiera quella lettera.

 

Bologna, 26 gennaio 1879.

Caro amico,

Ieri l’altro a notte tornai da Roma, ieri trovai tra altri giornali La Provincia Pavese, oggi ti scrivo»

Tu avevi il diritto di giudicare, secondo ti dettavano l’anima e la ragione tua, l’ultimo mio scritto; non avevi il diritto, permettimi, di reputarmi leggero e bugiardo e ingiusto e cattivo tanto quanto mostri avermi reputato pigliando per allusivo a te un periodo di quello scritto.

Non ne avevi il diritto. Quando mai io ho trattato male, pur leggermente, alcuno che mi abbia voluto del bene, e che io pochi mesi prima abbia abbracciato e con effusione d’animo salutato amico?

Hai avuto anche il torto. Come potevi riconoscerti in quel “repubblicano che per la repubblica ha fatto molta prosa lombarda”? Tu per la repubblica hai fatto, o parmi, qualche cosa di più e di meglio.

Arcangelo Ghisleri, sùbito dopo l’ode alla Regina, scrisse nella Rivista repubblicana ‒ tra altre molte contro di me ‒ queste parole: Che direbbe lo sdegnoso cantore delle Grazie nel vederle oggi buttate in pascolo alla folla come un istrumentum regni?

Nella ristampa, che a questi ultimi giorni fece di quell’articolo nel Preludio di Milano, il Ghisleri ‒ furbo ‒ omise quel periodo.

Lo riconosci ora il “repubblicano che per la repubblica ha fatto molta prosa lombarda e molti spropositi di storia” e che mi mandava a scuola di dignità dal Foscolo?

Non d’altro mi lagno o mi giustifico. Non ho tanto orgoglio da appellarmi al tempo, ma ho dalla forte anima il coraggio di esser sicuro del fatto mio.

Addio dal cuore.

E già che il signor Bizzoni ristampò nella Provincia Pavese altra lettera che il Carducci ebbe a mandargli a proposito di un giudizio su l’ode alla Regina inserito nel numero 2 del periodico La Bandiera (gennaio 1879), così la ristamperemo anche noi, assensiente l’autore.

Il quale, per altro, avverte che quella lettera era tutta confidenziale, né destinata pur con lontana intenzione alla pubblicità (lo attestò anco il Bizzoni). Ciò a scusa della intonazione ‒ che può parer leggera ‒ onde sono dette certe cose.

Bologna, 19 gennaio 1879.

Caro Achille,

Tu farai benissimo a non rinnegare lo sciolto del Foscolo, per tante ragioni che tu sai da te, e per una anche che piace ed è utile a me, che il verso sciolto fu il primo de’ metri barbari. Che cosa aveva da fare nel ’500, quando da prima apparve, lo sciolto con le ottave, con le terzine, con le canzoni, coi sonetti?

A te, perché sei tu, perché cioè, sei Achille Bizzoni, cavaliere, benché tu non abbi o disdegni le croci, e poeta, benché io non conosca dei tuoi peccati in verso, e, forse a punto per codesto, poeta, che che tu ne dica, per quanto tu perseguiti, o Saulo, i poveri metri barbari; a te dunque Achille Bizzoni, cavaliere e poeta, io dirò le ragioni, che a nessun altro ho voluto dire, dell’avere inviato la strofe alcaica a far tre giri augurali intorno a una bionda testa incoronata.

Prima di tutto, la Regina amava e sapeva a mente le odi barbare: si compiaceva di ripetere all’on. Zanardelli l’ode alla Vittoria di Brescia. Ora, per un poeta, che una gentile e culta signora lo approvi è delle massime soddisfazioni. Se questa signora non fosse stata la Regina d’Italia, nessuno mi avrebbe recato a colpa di dimostrarle la mia gratitudine. Ora, perché ella è regina e io sono repubblicano, mi sarà proibito d’essere gentile, anzi dovrò essere villano?

In secondo luogo, fu la regina che persuase il ministro dell’interno a darmi l’onorificenza del merito civile di Savoia. Io rinunziai a quella onorificenza e all’annessa pensione. Dopo ciò mi pareva di poter essere libero di mostrare alla Regina che io le ero riconoscente anche di quella che per lei era la somma dimostrazione di stima.

In terzo luogo, la Regina è una bella e gentilissima signora, che parla molto bene, che veste stupendamente: ora non sarà mai detto che un poeta greco e girondino passi innanzi alla bellezza e alla grazia senza salutare.

Addio, caro Bizzoni. Ti ringrazio e ti stringo la mano

Note

________________________

[1] Re Enzo, figlio dell'imperatore Federico II di Svevia, catturato durante la battaglia di Fossalta nei pressi di Modena, avvenuta nel 1249, tra le truppe imperiali guidate da re Enzo e l'esercito del Comune di Bologna. Re Enzo fu tenuto per alcuni giorni nel castello di Anzola dell'Emilia, e successivamente trasferito a Bologna, nel Palazzo detto appunto di Re Enzo, dove rimase sino alla sua morte nel 1272.

[2] custode di cani.

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Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011