Giosuè Carducci

PARINIANA

Pubblicate a parti sparse in Fanfulla della domenica, 25 dec. 1881

  Domenica letteraria, 24 e 31 dec. 1882, 7 genn. 1883

Nuova Antologia, 1° genn. 1883

raccolte ora, emendate, ordinate con aggiunta di parti inedite.

Edizione di riferimento:

G. Carducci, Conversazioni critiche, 4° Migliaio, Casa editrice a. Sommaruga e C. Roma, Via dell’Umiltà. ‒ Palazzo Sciarra, 1884. Roma ‒ Tipografia dell’Ospizio di S. Michele in esercizio di Carlo Verdesi e C.  

I. PRELIMINARE.

È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una tesi? e non per isfoggio d'abilità ne' salti mortali dei paradossi? e né meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti, giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico, proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre, senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere, scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi che dissi, di quattro odi del Parini.

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Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il secolo decimoquinto.

Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo, vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico, dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.

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Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio Bettinelli, che nella dedicatoria delle Lodi del Petrarca (1787) avea concesso a Milano il vanto di possedere un vero Orazio, introdusse poi in certi Dialoghi d'Amore [1] esso il nume, nume allora comune dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801 pubblicarono dieci lettere Della vita e degli scritti di Giuseppe Parini, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare nel 1805 una edizione critica del Giorno secondo l'ultime intenzioni del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate Il brindisi, Il piacere e la virtú, Le nozze, non era egli padrone, se ben gli piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore... [2]»

Il Bramieri ha ragione. Lasciando Il piacere e la virtú all'efimero onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente canzonette, Le nozze e Il brindisi, e le due altre piú tecnicamente odi ma di natura musicali, La vita rustica e L'impostura, meritano di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a' suoi contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.

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Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con sonetti e componimenti pastorali, «in tempo ‒ scriveva egli stesso nella prefazione ‒ che era ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta. [3]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle Rime degli arcadi, ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale, quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode Su la libertà campestre, che poi egli od altri rititolò La vita rustica [4]. Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.

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Il primo gruppo è a punto delle odi, La vita rustica, La impostura, Le nozze, Il Brindisi. Queste per il motivo idillico e famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto, alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole poesie degli attribuite ad Anacreonte; non è la chanson francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella, di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio; che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse, e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai cantate, e sono odi.

II.

LA VITA RUSTICA.

La Vita Rustica, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia in tutte le sue composizioni» [5]. Certo l'illustre critico ebbe il pensiero alla strofe meritamente famosa, Me non nato a percotere; per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria. La strofe settenaria doppia della Vita rustica è come la prenunzia dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel 1747 [6] ma non divenuto ancora popolare negli Amori del Savioli, un secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che forse il riscontro vicino troppo de' due ossitoni finali, massime quando sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali, offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle strofe; la prima,

Per che turbarmi l'anima,

O d'oro e d'onor brame,

Se del mio viver Atropo

Presso è a troncar lo stame?

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun

Colà donde si niega

Che piú ritorni alcun?

e la piú celebre,

Me non nato a percotere

Le dure illustri porte

Nudo accorrà ma libero

Il regno de la morte.

No, ricchezza né onore

Con frode o con viltà

Il secol venditore

Mercar non mi vedrà!

Questa va d'incanto. Quell'accento largo di vocale come rialza l'armonia e come afferma il sentimento! Men bene la prima: non avete che dire, ma sentite che, se quegli ossitoni nasali seguiteranno nella strofe appresso e poi in altre, finiranno con farvi l'effetto di quei dannati di Dante, che d'una parte e d'altra con grand'urli, Voltando pesi per forza di poppa, Percotevansi incontro e poscia pur lì si rivolgea ciascun. Il Manzoni infatti, a cui piaceva il Metastasio, non accolse quella combinazione nelle strofe sue settenarie: ma essa a ogni modo fu il primo passo verso l'armonia che dirò manzoniana. Il primo passo, ho detto, verso l'armonia: ché gli schemi tecnici delle future strofe manzoniane erano stati già trovati dal Frugoni. La strofe del Cinque maggio fu da prima introdotta nella lirica moderna dal buon Comante eginetico per il primo incruento sacrifizio celebrato nella cattedrale di Parma l'anno 1741 dal signor conte canonico Girolamo Baiardi.

Ecco fuor d'uso Fosforo

Apre lucente il giorno:

Tutto di fior cospargasi

Questo sentiero intorno,

Questo sentier che scorgerti

Al maggior tempio dê.

Vieni, immortal Girolamo

Che di pietà tutt'ardi,

Gentil sangue degl'incliti

Magnanimi Baiardi,

Vieni e volgi al gran tempio

Il consacrato piè [7].

Per certa novità melodica dunque, prenunzia di armonie piú moderne, la Vita rustica piacque, o meglio, piace a giudici recenti anche severi. E mentre i coetanei del Parini e quelli che lo seguirono da presso, uomini di fino giudizio, non la annoverarono mai fra le odi migliori o fra le buone, il Cantú l'allogò, in compagnia della Caduta, fra gli Esempi della letteratura italiana [8] d'ogni secolo, e il prof. Giuseppe Puccianti la elevò ai primi onori nell'Antologia della poesia moderna [9]. O, forse meglio, il Cantù e il mio egregio amico furono persuasi a quella scelta da ragioni morali e storiche. Per la concezione ed esecuzione artistica, quell'ode a me non pare che vada tra le belle del Parini.

E s'intende. O composta su la fine del '58, come affermava il primo raccoglitore delle odi pariniane Agostino Gambarelli [10], o a mezzo il '57, come piú tosto vorrebbe Filippo Salveraglio nelle note ricche di notizie ond'egli illustrò la nuova edizione data dal Zanichelli [11], cotesta è la prima ode che il Parini scrivesse; e come nel metro cosí nei pensieri presenta a pena i primi segni d'una lenta e variegata trasformazione del materiale idillico dell'Arcadia. L'antico e immortale idillio, l'ideale della pace e del lavoro alla campagna, cantato fra le guerre civili da Virgilio da Orazio e da Tibullo, riecheggiato fra le guerre e le corti del Cinquecento dal Sannazzaro dall'Alamanni da Bernardo Tasso dal Tansillo, finí a essere strapazzato su le zampogne dei pastori del Settecento. Il Parini avrebbe voluto rialzarlo, ma non riuscí. Né pur l'ombra qui del rapimento estatico e della malinconia potente del gran poeta Virgilio, né della finitezza e determinatezza ne' particolari del paesaggio del grande artista Orazio, né il sentimento religioso della campagna del grande elegiaco Tibullo. Ci sono invece la filosofia, la filantropia, la georgofilia: tutte astrazioni rispettabili, qualcosa di meglio, se volete, delle vanità d'Arcadia; ma non ancora la poesia.

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La contenenza dell'ode è questa. ‒ (str. 1a) Il poeta non vuol sapere d'avarizia o d'ambizione, tanto si vive cosí poco! ‒ (str. 2a) Meglio godersi la libertà in campagna. ‒ (str. 3a) Non invidia i ricchi, condannati a viver sempre in sospetto. ‒ (str. 4a) Si contenta di morir povero, ma libero e onesto. ‒ (str. 5a) Dunque se ne torna ai colli che circondano il suo lago di Pusiano. ‒ (str. 6a) Ivi troverà la quiete, la quiete che i monarchi non hanno e che (str. 7a) devono invidiare a lui, tranquillo poeta tra i contadini di Brianza. ‒ (str. 8a) Ivi egli pregherà Dio che tenga lontana la guerra; (str. 9a‒ 10a) immortalerà in versi l'agricoltore che sappia uscire dalla carreggiata del cosí faceva mio padre; e (str. 11a) morirà quieto e compianto come quell'agricoltore.

Contenenza onesta ma povera, e tutt'altro che nuova.

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L'entrata è viva: della troppo nota figura di Caronte è ritoccato con qualche virtú plastica l'atteggiamento,

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun:

è rinnovato bene, perché applicato meglio che nel caso del passero di Lesbia, il catulliano per iter tenebricosum Illuc unde negant redire quemquam,

Colà donde si niega

Che piú ritorni alcun.

Ma la seconda strofe con le sue ore fugaci e meste che belle ne rende e amabili la libertade agreste, con Bacco che manda il vin e con la bella Innocenza che s'inghirlanda il crin, non esce punto dai cerchiolini dell'Arcadia. Della terza strofe qualche arcade allora vivo avrebbe per avventura rigirato un po' meglio i versi, segnatamente gli ultimi, dove quella man del gelato timor è fredda da vero, e quel sovente subito dopo la mano (sotto la man sovente) ci si trova a disagio per amore, o per isdegno, della rima. La quarta (Me non nato a percotere, ecc.) è bella in tutto e per tutto, per la verità del sentimento e per la rispondenza dell'espressione: dopo i poeti del Trecento e dopo l'Ariosto nelle satire, nulla di altrettanto nobile era uscito dal petto di poeta italiano. Per vero il buon Passeroni aveva già scritto:

Cerchin cantando d'acquistar denari

E facciano de' versi mercanzia

Poeti adulatori e mercenari,

E facciansi pagare ogni bugía.

Io pensieri non ho sí vili e avari,

E non contratto l'alma poesia:

Me stesso e gli altri divertire io cerco,

Canto a Milano, e non vi cambio o merco [12].

Due anni, si può dire, prima del Parini: ma quel suo poema è tanto lungo che a pena lascia ricordare ciò che v'è di buono.

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Seguitando:

Colli beati e placidi

Che il vago Èupili mio

Cingete con dolcissimo

Insensibil pendío,

sono versi che i nostri padri dicevano a mente con tanta dolcezza di enfasi; e non ho voglia di sofisticare su que' due aggiunti di pendío, uno dei quali, probabilmente insensibile, a Orazio sarebbe parso di piú. Ma credo che il Parini dopo scritto il Giorno dovè sentire egli stesso tutta la vacuità, la improprietà, la indeterminatezza, la nullaggine melodrammatica de' due versi seguenti,

Dal bel rapirmi sento

Che natura vi diè.

E dire che il piú della lingua poetica degli ultimi centosettant'anni, della lingua, dico, di quelle poesie che il volgo dilettante capisce súbito e ammira di schianto, appunto perché non sono poesia, è cosí!

Ed esule contento

A voi rivolgo il piè:

ecco un altro fiorellino di quel pattume, volevo dire di quella lingua poetica. Volgere i passi dissero Dante, il Boccaccio e l'Ariosto; anche volgere il piede disse Dante, ma da man destra a sinistra. Volgere il piede, senz'altro, lo fa dire il Fagiuoli in una commedia a uno di que' suoi personaggi civili che parlano tanto male a punto perché egli vuole che parlino bene: Non so da questa contrada volgere il piede [13]. Ma rivolgere il piede come l'usa il Parini per avviarsi, oltre che ampolloso, è anchesí improprio. ‒ È piú nobile di quel prosaico avviar ‒ Oh nobiltà dell'imaginarsi le punte delle scarpe del Parini sollevate e in moto verso la Brianza! E se andava, come si può tenere per certo, in calesse o in carrozza?

Nella quinta strofe la quiete è cantata piú che sentita. E i versi

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .    in seno

De le vostr'ombre apprestami

Caro albergo sereno

avran dato a qualche arcade il mal di mare con quel loro fiotteggiare di suoni cupi, rotti, rugginosi: ma niun arcade certo avrebbe saputo verseggiare con tanta varia gravità di accenti e di spezzature armoniche e concettose la rimembranza oraziana degli ultimi quattro:

E le cure e gli affanni

Quindi lunge volar

Scorgo, e gire i tiranni

Superbi ad agitar.

Del resto, il tomo delle Rime degli Arcadi che séguita a quello ove fu pubblicata l'ode del Parini porta d'un altro Decilio License, cioè Girolamo Pompei, traduttore di Plutarco e di Teocrito, una canzone, anch'essa su La vita rustica: eccone qui una stanza e mezzo, forse il meglio: raffronti chi vuole e come vuole.

Con un garrir gentile

I poggi intorno mólce

Lo spirar de le fresche aure soavi;

E, come è loro stile,

Ronzan le pecchie, e il dolce

Tolgono a i fior per arricchirne i favi.

Dal sen de gli antri cavi

Alterna eco gli accenti,

E a l'usignol risponde.

Che su romite sponde

Tempra in musiche note i suoi lamenti

Per dar qualche conforto

Al grave antico torto.

Sotto le verdi foglie

La tortora coperta

Geme ferita d'amoroso strale:

La lodoletta scioglie

Suoi trilli, e a l'aria aperta

Tremolando si libra alto su l'ale [14].

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La sesta strofe respira la più beata ingenuità arcadica, ingenuità di gente che sapeva bene di dire cose impossibili, inverisimili e un tantino anche, buttiamo la parola, ridicole, e pur se le spacciava come nulla fosse. Che i re abbiano piú d'una volta ragione d'invidiare le condizioni di tanti loro soggetti oscuri e pacifici, fu detto e ridetto e si dice e ridice. Ma che il Parini specifichi il caso in persona sua, che egli venga proprio a contarci che Federico II, Maria Teresa, Caterina di Russia, Luigi XV o il sultano avevano da invidiar lui, proprio in quella posizione nella quale si è messo da sé, questo passa la parte.

Qual porteranno invidia

A me, che di fior cinto

Tra la famiglia rustica

A nessun giogo avvinto,

Come solea in Anfriso

Febo pastor, vivrò,

E sempre con un viso

La cetra sonerò!

Cantabitis, Arcades, inquit, montibus haec vestris. E non voglion finire di ronzarmi nel pensiero due versi del Porta:

Gh'aveven tucc on liri e on ghitarrin,

Né se sentiva olter che frin frin [15].

Fortuna che l'abate, mobile e impaziente come era, non durò molto a sonar la cetra con quel viso lí, e scrisse poco di poi La salubrità dell'aria.

La strofe seguente, dopo i quattro primi cosí cosí, ha quattro versi notevoli, se non per novità d'imagini, pe 'l numero variato e sostenuto:

E da noi lunge avvampi

L'aspro sdegno guerrier,

Né ci calpesti i campi

L'inimico destrier.

Nulla, del resto, fuor dell'ordinario.

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Ma brutte fuor dell'ordinario sono le strofe interposte in certe edizioni a questa parte dell'ode. Prima le portò la raccolta delle Odi del Parini data in Milano nel 1791 da Agostino Gambarelli, al quale, già suo discepolo, il Parini aveva accordato la facoltà di pubblicare quelle odi, e non piú; e le odi, avverte l'editore, passavano da una mano all'altra e da questa a quella città tanto infedeli e scorrette e mutile e svisate da non potersi talvolta piú riconoscere per fattura dello ingegno che le aveva prodotte [16].

Per la Vita rustica, il Gambarelli dovè essersi abbattuto in taluna di cosí fatte copie, o almeno conobbe soltanto la lezione corrente prima che il poeta avesse, stralciando, ridotta l'ode a piú unità e mandatala cosí corretta a stampare fra le Rime degli Arcadi. In fatti il Reina, discepolo e radunatore della sparsa eredità del poeta, che pe 'l testo delle odi, nel volume secondo delle Opere da lui pubblicate, si valse di un volume ove l'autore aveva raccolte quelle che disegnava egli di stampare, il Reina, dico, sotto la Vita rustica annota: «Il testo si dà quale fu pubblicato dall'autore nel volume XIII dell'Arcadia di Roma, se tolgansi alcune correzioni che vi fece dappoi. Le strofe che trovansi nelle posteriori edizioni [quella del Gambarelli, e, derivate da essa, una piacentina e una bodoniana] erano state da lui precedentemente rifiutate [17].» Avviso a cui volesse dare all'edizione del Gambarelli troppa piú autorità che ella non meriti. E troppa glie ne diede Giuseppe Giusti, quando gli fu messo in testa di curare l'edizione del Parini per il Le Monnier: se non la dottrina e l'ingegno di critico, l'orecchio e il gusto di poeta avrebbero dovuto avvertirlo a non raccattare ciò che il Parini aveva buttato [18]. Come potè il Giusti tenere non indegna del Parini una tale strofe?

In van con cerchio orribile,

Quasi campo di biade,

I lor palagi attorniano

Temute lance e spade;

Però ch'entro al lor petto

Penetra non di men

Il trepido sospetto

Armato di velen.

Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli questi nell'altra Vita rustica del Pompei:

Cosí mai sempre liete

Ei va passando l'ore

In mezzo a solitudini remote.

Spegne nel rio la séte,

E l'acqua è a lui migliore.

De le bevande a i nostri climi ignote.

I sonni a lui non scuote

Il timido sospetto,

Che s'ange e s'addolora

Di mal non giunto ancora;

Ma sicuro è dormir sott'umil tetto

Di povera capanna

Fatta di felce e canna.

Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che séguita veramente nelle due edizioni:

Non fila d'oro nobili

D'illustre fabbro cura

Io scoterò, ma semplici

E care a la natura.

Quelle abbia il vate esperto

Nell'adulazïon:

Che la virtude e il merto

Daran legge al mio suon.

E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro versi? Quelle fila d'oro, che sono anche nobili; e non basta, sono anche cura d'illustre fabbro (un fabbro per le corde del chitarrino! ma le son d'oro!); e quelle altre che sono semplici; e non basta, sono anche care a la natura (dove si va a cacciar la natura!); quelle fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe; e i due versi Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon con quel tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela cascar di mano? Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'inimico destriero non calpesti i campi di Brianza, viene nelle due ricordate edizioni questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:

E, perché a i numi il fulmine

Di man piú facil cada,

Pingerò lor la misera

Sassonica contrada,

Che vide arse sue spiche

In un momento sol;

E gir mille fatiche

Col tetro fumo a vol.

Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel mille determinante di fatiche), dover sorbirsi il momento sol e portare in pace la scioperataggine di quel Pingerò! Vi pingete voi, o lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive, anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il momento del pathos per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella sua Antologia fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori, che saranno le ortiche?

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Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:

E te villan sollecito,

Che per nov'orme il tralcio

Saprai guidar frenandolo

Col pieghevole salcio;

E te che steril parte

Del tuo terren di piú

Render farai con arte

Che ignota al padre fu:

Te co' miei carmi a i posteri

Farò passar felice:

Di te parlar piú secoli

S'udirà la pendice.

Sotto le meste piante

Vedransi a riverir

Le quete ossa compiante

I posteri venir.

Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:

Chi vedrà mai nel mondo

Pastor tanto giocondo,

Che cantando fra noi sí dolci rime

Sparga il bosco di fronde

E di bei rami induca ombre su l'onde?...

Dunque fresche corone

Alla tua sacra tomba

E vóti di bifolchi ognor vedrai,

Tal che in ogni stagione,

Quasi nova colomba,

Per bocche de' pastor volando andrai:

Né verrá tempo mai

Che 'l tuo bel nome estingua,

Mentre serpenti in dumi

Saranno e pesci in fiumi:

Né sol vivrai nella mia stanca lingua,

Ma per pastor diversi

In mille altre sampogne e mille versi [19].

Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora, nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il villan sollecito. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi Scritti nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati. Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?

Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno, quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste fresche ombre ospitali [20].

L'Hölty (1748‒1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura, finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (il cittadino in villa) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte, tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la croce con la funebre corona agitata dal vento [21]

Del resto, fuor della storia dell'arte, il villan sollecito fatto passare felice ai posteri non ci fa né caldo né freddo, né più né meno dei pastorelli savi, discreti, intelligenti, di Salomone Gessner, che giurereste pigliasser tabacco. Vien voglia di dirgli: Mascherina, ti conosco: scuoti la cipria, tu se' Androgeo.

L'ultima strofe (Tale a me pur concedasi) apparisce proprio fatta per finire; e già l'analisi fu lunga anche troppo.

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E ora, facciamoci a parlar chiaro; in questi ottanta o novanta versi del Parini dov'è la freschezza e il selvatico della Vita rustica, come il poeta gli volle da ultimo intitolati? dov'è il respiro largo della Libertà campestre, come gli aveva intitolati da prima? Non io li raffronterò alla meditazione alata di Lamartine:

O vallons paternels, doux champs, humble chaumière

Au bord penchant des bois suspendue aux coteaux,

Dont l'humble toit, caché sous des touffes de lierre,

Ressemble au nid sous les rameaux;

Gazons entrecoupés de ruisseaux et d'ombrages,

Senil antique où mon père, adoré comme un roi,

Comptait ses gras troupeaux rentrant des pâturages,

Ouvrez‒vous, ouvrez‒vous! c'est moi!.....

Beaux lieux, recevez‒moi sous vos sacrés ombrages!

Vous qui couvrez le seuil de rameaux éplorés,

Saules contemporains, courbez vos longs feuillages

Sur le frère que vous pleurez.....

Voir de vos doux vergers sur vos fronts les fruits pendre,

Les fruits d'un chaste amour dans vos bras accourir,

Et, sur eux appuyé, doucement redescendre:

C'est assez pour qui doit mourir [22].

Sarebbe un disintendere affatto la critica, e, anche piú, un'ingiustizia. Sessantacinque anni corsero fra le due poesie; e in quel mezzo una rivoluzione avea scosse le basi dell'ordinamento sociale, e nelle malinconie e negli strazi delle conscienze che ne seguirono, un nuovo modo si rivelò di sentire la natura e di pensare la vita. E poi il Lamartine era l'unico maschio d'una famiglia di gentiluomini campagnoli, tirato su nel ritiro, con tutte le finezze d'un'educazione modestamente aristocratica, all'amore e alla gloria; e il povero abatino, figliuolo d'un setaiuolo di Bosisio, faceva il maestro per le case dei signori: tali differenze, in certe maniere di poesia, importano molto.

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Né meno vorrei raffrontare le stanze del Parini alle descrizioni campestri condotte su l'esemplare di Virgilio e d'Orazio da poeti nostri del Cinquecento, dall'Alamanni, per esempio, e dal Tansillo. Gli artisti di quel gran secolo rimanevano, pur imitando, originali nella espressione; e in mezzo alle abitudini artificiose dell'imitazione si trovavano spesso, per una felice distrazione dell'educazion loro, il vero fra le mani, e lo rendevano con immediata purezza. Meno educati, certo sono sempre piú schietti e piú vivi dei settecentisti: ancor freschi della libertà, immuni dallo spagnolismo e dal gesuitismo, scrivevano una lingua non impoverita né guasta dal decoro accademico. Come i giocatori di pallone, per dar forte e alto, pigliavano la rincorsa dal trappolino dell'imitazione; ma picchiavan bene.

Il Tansillo comincia dunque imitando:

Oh troppo fortunati, se i lor beni

Conoscesser, color che si stan fôra

Tra colti poggi e valli e campi ameni!

Cui dà benigna terra d'ora in ora

Quel che altrui fa bisogno, agevolmente;

Né suon di tromba i volti ivi scolora.

E, se non han gl'inchini della gente,

Né meno han chi li turba e chi gli scuote

Dal riposo del corpo e della mente.

Oh felice colui che intender puote

Le cagion delle cose di natura

Che al piú di que' che vivon sono ignote,

E sotto il piè si mette ogni paura

De' fati e della morte ch'è sí trista,

Né di volgo gli cal né d'altro ha cura!

Fin qui è Virgilio reso con ariostesca scioltezza. Ma ecco l'uomo vero del Cinquecento, con la sua coscienza d'italiano e di galantuomo:

Ma piú felice chi, del mondo vista

La parte sua, non vi s'appoggia sovra,

Aitato dal saper ch'indi s'acquista,

Ma in villa ch'è sua tutta si ricovra,

E degli anni e dei dí c'ha speso indarno

A sé stesso ed a Dio parte ricovra!

Cosí potess'io tra Sebeto e Sarno

Menare ormai la vita che m'avanza

Con le ninfe del Tevere e dell'Arno

Dalle quai fei sí lunga lontananza,

E de' signor sgannato di qua giuso

Fondar nel re del cielo ogni speranza!

Preso l'abbrivio, séguita piano e soave:

Deh sarà mai, pria che giú cada il fuso

Degli anni miei, che a piè d'una montagna

Mi stia tra cólti ed arbori rinchiuso,

E con la mia dolcissima compagna,

Qual Adamo al buon tempo in paradiso,

Mi goda l'umil tetto e la campagna,

Or seco all'ombra or sovra il prato assiso,

Or a diporto in questa e in quella parte,

Temprando ogni mia cura col suo viso?

E ponga in opra quel c'han posto in carte

Cato e Virgilio e Plinio e Columella

E gli altri che insegnâr sí nobil arte,

E di mia mano innesti e pianti e svella

La spessa de' rampolli inutil prole

Che fan la madre lor venir men bella,

E con le care figlie e, se 'l ciel vuole,

Spero co' figli, a tavola m'assida

La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...

Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si risente:

Bocche mi paion di balene e d'orche

Le porte de' palagi e le colonne....

I pavimenti miei sien fiori ed erbe,

Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,

E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:

Né curi ire a palazzo o stare a' banchi

E domandar che faccian Turchi o Galli,

S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.

Non sia obbligato a suono di metalli

Giorno e notte seguir piccol zendado,

Forbir arme e nutrir servi e cavalli.

E, qual si sia, contento del mio grado,

Non cerchi di chi scende o di chi poggia,

O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.

E quando i dí son freddi o versan pioggia,

Con la penna io, le femmine con l'ago,

Passiam quelle ore in cameretta o in loggia [23].

Tali cose i settecentisti, con quella loro viterella e con quella linguetta, non potevano scriverle.

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Ma sarà permesso raffrontare l'ode italiana del Settecento alle stanze d'un poeta francese del secolo innanzi, d'un poeta della scuola di Malherbe: siamo in famiglia, siamo alla lirica classica che ha la religione di Orazio.

Racan (1589‒1670) di latino veramente non sapeva né men quello del credo, ma fu un valoroso luogotenente nella campagna dei gerundivi e dei particípi sotto il comando generale di Malherbe. Lafontaine lo salutava emulo d'Orazio ed erede della sua lira. Orazio il Racan lo leggeva e imitava tradotto, e per ciò forse rimaneva originale e francese. Felice ‒ poetava ‒ chi rinunziando alle lusinghe dell'ambizione, se ne vive su 'l suo, misurando i desidéri alle forze.

Il laboure le champ que labourait son père,

Il ne s'informe pas de ce qu'on délibère

Dans ces graves conseils d'affaires accablés:

Il voit sans intérêt la mer grosse d'orages,

Et n'observe des vents les sinistres présages

Que pour le soin qu'il a du salut de ses blés.

Roi de ses passions, il a ce qu'il désire.

Son fertile domaine est son petit empire,

Sa cabane est son Louvre et son Fontainebleau;

Ses champs et ses jardins sont autant de provinces;

Et sans porter envie à la pompe des princes

Se contente chez lui de les voir en tableau,

Il voit de toutes partes combler d'heur sa famille.

La javelle à plein poing tomber sous la faucille,

Le vendangeur ployer sous le faix des paniers;

Et semble qu'à l'envi les fertiles montagnes,

Les humides vallons et les grasses campagnes

S'efforcent à remplir sa cuve et ses greniers.

Il suit, aucune fois, le cerf par les foulées,

Dans ces vieilles forêts du peuple reculées,

Et qui même du jour ignorent le flambeau:

Aucune fois des chiens il suit les voix confuses,

Et voit enfin le lièvre, après toutes ses ruses,

Du lieu de sa naissance en faire le tombeau....

Il soupire en repos l'ennui de sa vieillesse

Dans ce même foyer où sa tendre jeunesse

A vu dans le berceau ses bras emmaillottés;

Il tient par les moissons registre des années,

Et voit de temps en temps leurs courses enchaînées

Vieillir avecque lui les bois qu'il a plantés [24].

In queste stanze ‒ osserva il Sainte‒Beuve ‒ dispiegantisi con tanta ampiezza e mollezza d'abbandono in uno stile un po' invecchiato, e che perciò tanto meglio rassomiglia ai grandi boschi paterni e alle alte selve presso il maniero, regna e respira la pace dei campi, la distesa, il silenzio. Io ne paragonerei l'effetto a quello che producono, piú che l'ode d'Orazio, certe elegie rurali di Tibullo. Ci si sente un riposato amore dei campi, non tanto per il piacere di cantarli quanto per la dolcezza e la consuetudine di viverci... Siamo veramente nella Touraine, in buono e dolce paese, dove non tutto risplende, dove non ogni collina ha i suoi marmi scintillanti e il suo bosco sacro. Non cerchiamo altro che il sentimento sincero e pieno, la calma, la stabile tranquillità d'una vita felice, l'ideale d'una mediocrità domestica frugale e abbondante: tutto ciò esala da questi versi [25].

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E tutto ciò manca nell'ode del Parini; e con ciò le manca la vita e il colorito; e per ciò ella è inferiore anche a una prosa mezzana dove ci sia almeno un po' di verità; a questo pezzo di lettera, per esempio, di Giuseppe Baretti.

Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia che la freschezza dell'atmosfera mi fece scendere dal calesse, invitandomi a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che avevo, andando cosí passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada maestra. Queste basse collinette dell'Astigiana non la cedono in bellezza alle piú belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano sognato. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane, siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta, e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno, lungo quella via che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai sensi d'un viaggiatore. E non voglio lasciare nella penna certi visi semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte, che, con canestri al braccio o in capo, se ne venivano verso questo Moncalvo al mercato, e che, a misura che andavo incontrandole, piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho sull'abito. Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando, sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua monferrina [26].

Vien voglia di dare una stretta di mano a questo bravo vetturino, che ci ha liberati alla fine dall'ombra uggiosa di quel villan sollecito. Come quel paesaggio astigiano è dipinto netto ed allegro! come è veramente popolato di gente che si muove e non di marionette! quelle villanelle che accennano l'inchino del ginocchio sono proprio del Settecento e piemontesi: non c'è da sbagliare.

Il Baretti mi riporta a Gaspare Gozzi, che nel 1741, poco dopo o poco prima di quella lettera, lo descriveva così: «quel giovane di Torino, che aveva quel viso di pedale e veniva a visitarci, e cantò una sera all'improvviso con voce infernale... [27]» Il Gozzi ha pur egli una gemma di lettera, salvo alcune affettazioncelle toscanamente accademiche e alcune morbidezze venezievoli. Era a Vicinale nel Friuli, ancor giovine, ancora innamorato della moglie, padre novello, non frusto dal lavoro per la miseria di tutti i giorni, traduceva Plauto e Molière, e scriveva al compare Seghezzi, bembeggiante per le callette di Venezia:

 Questa villetta si terrebbe da qualche cosa se un dí la voleste onorare con la presenza vostra; e se il mio piccioletto ospizio vi potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia! Oh che canzonette profumate vorrei che noi andassimo alternativamente recitando a mezza voce sulla riva di questa Metuna! Sappiate che per li poeti queste sono arie benedette, e che un miglio lontano da casa mia v'è quel Noncello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero. Non v'accerto che vi sieno piú dentro le ninfe, come a quei dí; ma vi sono però trote e temoli che vagliono una ninfa l'uno. Orsú via, una barchetta fino alla Fossetta; e poi mettetevi, al nome del Signore, nelle mani d'un vetturale, il quale, quando sarete giunti alla Motta, vi consegnerá a un altro suo collega; e di là a due ore poco piú ritroverete questa villetta di ch'io vi parlo. È vero che la strada è alquanto fastidiosa, perché a voi che siete accostumato alla gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete un palagio, parrá facilmente strano il vedere ora casacce diroccate [28], ora una fila d'alberi lunga lunga, e terra e terra senza un cristiano; ma fra il dormire un pochetto, la scuriada e forse i campanelli [29] al collo de' cavalli potete passare il tempo. Quando poi sarete giunto qui, dieci o dodici rossignuoli nascosti in una siepe vi faranno la prima accoglienza, che mai non avrete udite gole piú soavi. Io sarò all'uscio, e vi correrò incontro a braccia aperte cantando un alleluia. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da pollastri e da polli d'India, che vi faranno la ruota intorno come i pavoni. Forse questo vi darà noia, ma bisognerà aver pazienza, perché sarebbe impossibile che queste bestie non volessero venire a dirvi che vi saranno ubbidienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita per voi, che si lasceranno bollire, infilzare e tagliare a quarti e a squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina villanella, che mai non vedeste la miglior pasta, perch'ella ama cosí di cuore questi suoi allievi, che ad ogni tirar di collo s'intenerisce, e accompagna la morte de' suoi pollastri figliuoli con qualche lagrimetta. Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini, che va in un momento.... Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi allora; ma sopra tutto un'allegrezza di cuore, che non si canta sempre, perché la voce manca piú presto della contentezza [30].

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Ha ragione il Gozzi: certe cose non si cantano; e la falsità della poesia italiana degli ultimi secoli ogni qualvolta s'impicciasse della natura, come, imitando i Francesi, cominciavano a dire anche gli arcadi, tanto piú si sente disgustosa e sciapita quando la si paragoni a una prosa, ripeto, anche mezzana. Volete, nel caso stesso della ode pariniana, un paesaggio nell'aerosa larghezza chiaro determinato vivente, un paesaggio visto respirato goduto da un uomo sincero? Coraggio: risaliamo ancora al Cinquecento.

Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522‒1600), non era già un letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi; e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.

. . .   Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi; qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto; qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio, l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo esultante ed allegro in suo decoro ‒ Signor, voglio che prendiamo de' tordi e gli godiamo insieme ‒ : quell'altro mi dice voler ch'io vada con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono essere.

. . . . Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta maninconia mi sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro, ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro, e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga, che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!... Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia, si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto piacevole e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno, cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia. Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti, che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana, ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve, dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro, ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli, partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille colori, simili a tappeti50 finissimi che vengono di Levante. A queste cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro, le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco, dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia [31].

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Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa? Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del Giorno, provano il contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni, e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi bene della vita rustica o della libertà campestre; che la natura l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi della poesia italiana moderna.

III. IL BRINDISI.

Fu composto, secondo rilevò dai manoscritti il Salveraglio, nel 1778 [32], che il poeta aveva quarantanove anni.

È l'addio alla gioventú e all'amore: ha solo qualche somiglianza di occasione e di circostanze con qualche scolio anacreontico, ma l'intonazione è oraziana,

Eheu fugaces, Postume, Postume,

Labuntur anni...

oraziano il motivo

Intermissa, Venus, diu

Rursus bella moves? Parce, precor, precor.

Non sum qualis eram bonae

Sub regno Cinarae. Desine, dulcium

Mater saeva Cupidinum,

Circa lustra decem flectere mollibus

Jam durum imperiis: abi

Quo blandae invenum te revocant preces [33].

(Venere, tu ripigli dunque le guerre giá da tempo dismesse? Risparmiami, prego, risparmiami. Non sono quale io era sotto il regno di Cinara bella. Lascia, o fiera madre de' soavi amori, di volermi, già indurito dal decimo lustro, piegare ai morbidi imperii: va dove carezzevoli t'invocano le preghiere de' giovini).

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Le strofe del Brindisi ‒ doppie, cioè a due periodi, ciascuno di quattro settenari ‒ sono dello stesso metro già aggraziato per la musica dal Rolli e trattato insuperabilmente dal Metastasio nella canzonetta Grazie agl'inganni tuoi. Sono dello stesso metro, se non in quanto il Frugoni, materialissimo ma pur tecnico rinnovatore di colori e di suoni, lo modificò rendendo sdrucciolo il primo verso d'ogni periodo tetrastico e aggiungendogli cosí pe 'l concitamento dell'ode quell'agilità e sveltezza di mosse che nell'ondeggiamento melodico della canzonetta non potea avere. Il Frugoni, rinnovatolo in questa guisa, ne abusò per tutti gli argomenti, di nozze, di monacazioni e di lauree; un po' meglio lo usò nella ninna nanna alla culla del real principe di Parma don Ferdinando.

Venite, o sonni placidi,

Venite al canto mio;

Addormentar vogl'io

Il pargoletto amor.

È desso a quelle rosee

Labbra, a quel vago riso,

Al leggiadretto viso,

Al guardo feritor.

Di questa sorta di dolcezze e di vezzi si usava allora co' principini. Chi avesse detto al Frugoni che quel bamberottolo cosí carino sarebbe cresciuto uomo molto gaglioffo, per quanto bonaccione! Per il poeta sarebbe stato lo stesso: a ogni modo dovea fare la canzonetta. E séguita verseggiando alle care pupille:

Adesso deh chiudetevi

In placido riposo:

In voi bello e vezzoso

Il sonno ancor sarà.

Sparso di fresca ambrosia

All'aurea culla intorno

Vago sonnino adorno

L'ali scotendo va.

Cento sognetti il seguono

Figli dell'alma Aurora,

A cui le penne indora

A pena nato il dí.

Ciascun di lieto augurio

Fedele apportatore

Vorrebbe dirgli al core:

Le cose andran cosí.

Chi regni e chi vittorie,

L'un pace e l'altro guerra.

Or questa or quella terra

Sembrano disegnar.

Sí proprio: tutta la faccenda di quel povero Borboncello fu di essere ballottato da prima fra la moglie Maria Amalia, e il Du Tillot nella lotta co' preti ch'egli non voleva fare, ballottato in fine tra la Spagna e la Francia repubblicana per un mutamento e allargamento di dominio che egli non volea avere, preferendo a tutto lo starsene in Colorno a cantare in coro co' frati.

Ma cedon tutti e sgombrano

A un gentil sogno vago,

Che la materna immago

Studiato ha di formar.

Questo piú dolce rendere

Sa al pargoletto il sonno:

Gli altri turbar lo ponno,

Questo il piú accorto fu.

Tacete, o versi garruli,

Ché delle amate forme

Sogna il fanciullo e dorme:

Voi non cantate piú [34].

Cotesto metro il Parini elesse con ottimo accorgimento a rappresentare il moto rapido d'un sentimento improvviso e la concitazione bacchica; nessuno prima di lui lo aveva trattato sí bene, nessuno dopo lo maneggiò meglio. Il povero Leopardi, forse per mostrare al volgo de' leggiucchiatori, che si dichiarava annoiato delle sue lungaggini, come sapesse al caso fare anche strofette, verseggiò cosí il Risorgimento; ma ahi, in quei versi né l'anima ferita del Leopardi né l'allegro metro del secolo decimottavo risorsero.

¯

Del Brindisi i due momenti propriamente lirici sono la protasi o proposta (1‒16) e l'apodosi o conchiusione (41‒56), fra i quali è un intermezzo (16‒40) un po' discorsivo. Conciso, animato, rapido il primo momento:

Volano i giorni rapidi

Del caro viver mio,

E giunta in sul pendío

Precipita l'etá.                                         4

Le belle oimé che al fingere

Han lingua cosí presta

Sol mi ripeton questa

Ingrata verità.                                         8

Con quelle occhiate mutole,

Con quel contegno avaro

Mi dicono assai chiaro:

Noi non siam piú per te.                        12

E fuggono e folleggiano

Tra gioventú vivace,

E rendonvi loquace

L'occhio, la mano e il piè.                      16

Versi di squisita fattura, eccetto forse il quindicesimo, ove il rendonvi è per lo meno inelegante nel senso di fanno e la particella vi apposta non parrebbe usata rettamente e correttamente a determinare una specie di stato in luogo di gioventù vivace: tant'è vero che il poeta da prima aveva scritto E rendono loquace, ma è anche vero che quel rendono cosí solo sembrava sospeso in aria o smarrito. Le varianti, del resto, e le prime lezioni in questi versi sono poche o di poco momento: segno che vennero di gétto.

Eccoci all'intermezzo.

Che far? degg'io di lacrime

Bagnar per questo il ciglio?

Ah, no; miglior consiglio

È di godere ancor.                                  20

E il consiglio di Anacreonte: «Mi dicono le femmine ‒ Anacreonte, se' vecchio: prendi lo specchio, mira, non ci son piú capelli, la fronte è pelata. ‒ Per i capelli, se ci sono o se ne andarono, io non lo so: questo ben so, che a un vecchio tanto piú sta bene lo scherzar co' piaceri quanto piú gli è presso la Parca» [35].

Se giá di mirti teneri

Colsi mia parte in Gnido,

Lasciamo che a quel lido

Vada con altri Amor.                             24

È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico dell'Arcadia.

Dove il mar bagna e circonda

Cipro cara a Citerea,

Lungo il margin della sponda

Bella nave io star vedea.

Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:

La bella nave é pronta;

Ecco le sponde e il lido

Dove nocchier Cupido,

Belle v'invita al mare...

Al mare, ei grida, al mare,

Belle che mi seguite:

Meco a imparar venite

L'arte che detta Amor [36].

Nei versi del Parini stan male quei mirti teneri, per un difetto anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del suono dentale: ed è, che l'aggiunta di teneri, conveniente al termine reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al termine figurato sensibile (mirti). E un cotal poco strascicate nel manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove con elle è una peregrinità pesante, ed è lungo Or di cantar dilettami Tra' miei giocondi amici; ma non mancano i versi belli, che lascerò ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del diavolo.

Volgan le spalle candide

Volgano a me le belle:

Ogni piacer con elle

Non se ne parte al fin.                         28

A Bacco, all'Amicizia

Sacro i venturi giorni.

Cadano i mirti, e s'orni

D'ellera il misto crin.                           32

Che fai su questa cetera,

Corda che amor sonasti?

Male al tenor contrasti

Del novo mio piacer.                           36

Or di cantar dilettami

Tra' miei giocondi amici,

Augúri a lor felici

Versando dal bicchier                         40

Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.

Fugge la instabil Venere

Con la stagion de' fiori:

Ma tu Lieo ristori

Quando il dicembre uscì.                    44

Amor con l'età fervida

Convien che si dilegue;

Ma l'amistà ne segue

Fino a l'estremo dí.                              48

Il poeta aveva da principio scritto, Ma tu Lieo dimori Quando il dicembre uscí; e il dimorar di Lieo rispondeva meglio, a dir vero, al fuggire di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col quando e il dicembre parevan tutt'insieme battere i denti.

Le belle, ch'or s'involano

Schife da noi lontano,

Verranci allor pian piano

Lor brindisi ad offrir.                          52

E noi, compagni amabili,

Che far con esse allora?

Seco un bicchiere ancora

Bevere, e poi morir.                             56

¯

Bevere e poi morir!

E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno» [37]. E che versi quelli di Orazio!

Quo pinus ingens albaque populus

Umbram hospitalem consociare amant

Ramis, quo et obliquo laborat

Lympha fugax trepidare rivo,

Huc vina et unguenta et nimium breves

Flores amoenae ferre iube rosae...

E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto, o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido! Bevere e poi morir! L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire, senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore del Giorno e delle Odi civili, il credo, l'atto di fede, il testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de' piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna, confessava, Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò, trovò dunque pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel Brindisi la vera e genuina espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per legittimo re Luigi XV e per vangelo il suo Après moi le deluge, di quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida, minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe II, occupando la Boemia e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa, e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla cesarea, la rivoluzione; Luigi XVI sottoscriveva il trattato d'alleanza offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di Francia.

Morire. Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi, poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione. Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento della crescente tristezza:

Fior di mia gioventute,

Tu se' morto, né magico

Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile [38].

E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male e del dolore.

Dal Brindisi al Tramonto della luna, qual passo! Si sente bene che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura. Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni, quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai fiori. Questo non per il Leopardi ‒ intendon bene i discreti ‒ il quale fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda, bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa di lavoro. Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia. Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet, delle piú ammirabili fra le mirabili pièces fugitives di quel vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'os magna sonaturum concesse il tenuem spiritum come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che, senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.

Si vous voulez que j'aime encore,

Rendez‒moi l'âge des amours;

Au crépuscule de mes jours

Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.

La mossa è anche qui oraziana,

Quod si me noles usquam discedere, reddes

Forte latus, nigros angusta fronte capillos,

Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et

Inter vina fugam Cinarae moerere protervae [39].

(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri della fuga di Cinara capricciosa). Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e smussata nella causerie dello spirito francese.

Des beaux lieux où le dieu du vin

Avec l'Amour tient son empire,

Le Temps, qui me prend par la main,

M'avertit que je me retire.

De son inflexible rigueur

Tirons au moins quelque avantage:

Qui n'a pas l'esprit de son âge,

De son âge a tout le malheur.

Laissons à la belle jeunesse

Ses folâtres emportemens.

Nous ne vivons que deux moments:

Qu'il en soit un pour la sagesse.

Quoi! pour toujours vous me fuyez.

Tendresse, illusion, folie,

Dons du ciel qui me consoliez

Des amertumes de la vie!

On meurt deux fois, je le vois bien:

Cesser d'aimer et d'être aimable,

C'est une mort insupportable;

Cesser de vivre, ce n'est rien.

Certi pesanti illustratori delle poesie leggiere di Voltaire, il Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.

Ainsi je déplorais la perte

Des erreurs de mes premiers ans;

Et mon âme, aux désirs ouverte,

Regrettait ses égarements.

Du ciel alors daignant descendre,

L'Amitié vint à mon secours:

Elle était peut-être aussi tendre,

Mais moins vive que les Amours.

Touché de sa beauté nouvelle,

Et de sa lumière éclairé,

Je la suivis; mais je pleurai

De ne pouvoir plus suivre qu'elle [40].

La signora di Staël nell'Allemagna volle contrapporre per certo modo alle stanze del Voltaire Gl'Ideali di Federico Schiller, non tanto insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese ‒ scrive la Staël ‒ è la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú, e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima. I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire, ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le bellezze dell'universo [41]

Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale dello Schiller e che Gli Ideali particolarmente, composti nell'estate del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale, molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della composizione tedesca.

Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto, inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al mare dell'eternità.

Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí bello, cosí divino.

Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare, a riscaldarsi sul mio petto di poeta,

e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore: allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.

Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e scarso!

Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí lontano che l'ale no 'l vi portassero.

E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia! l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro, con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del sole!

Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono. Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine solare della Verità.

Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari. Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora un pallido raggio su la tenebra del cammino.

Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso? Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia, che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai e trovai.

E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del tempo minuti, ore, anni [42].

Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste Gli Ideali in ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi, sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida, senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie ne rimanevano di vita» [43].

Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in voi, dire ‒ Io non farò mai di cosí bei versi: ‒ letta la terza, voi potete pensare ‒ Questo è un alto documento della dignità e serietà della vita, che posso anche io seguire.

¯

Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.

L'Italia, Oenotria, la terra del vino, non ha la poesia del vino; come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché in vino veritas. Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo mai, brindisi‒discorsi, politici, scientifici, artistici, economici, industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei toreadores della menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali, non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo, cordiale.

Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la galante spigliatezza delle chansons à boire francesi, fu il Rolli, nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come nelle francesi, e piú che negli scolii greci, il vino s'accorda all'amore e la nota epicurea prevale.

Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno

Presto è al ritorno, presto al partir:

Di giovinezza godiamo il fiore,

Sian l'ultim'ore tarde a venir...

Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,

Quella bottiglia di vin clarè:

Duchi e regnanti or non vogl'io,

Ma sol, ben mio, brindisi a te....

Oh come, o bella, l'ardor dei vini

Piú corallini tuoi labbri fa!

Bacco vi stilla soave umore

Di un tal sapore che Amor non ha...

Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:

Compagni, Amor lasciate:

Sofferto io l'ho abbastanza:

È pien di stravaganza

E di difficoltà.

Troppo il suo ben si stenta;

E quando poi s'ottiene,

In un momento viene

E in un momento va.

In buona compagnia

Un fiasco di sciampagna,

Che i labbri e il cor vi bagna

Col vivo suo liquor,

Smorzata pria la fiamma

D'ogni penoso affetto,

Pone la gioia in petto

E l'allegria nel cor.

Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come il buon vino, queste altre:

Un vaso cristallin

Ripieno di buon vin,

Numi immortali!,

È don celeste in ver,

Se apporta col piacer

L'oblio dei mali.

Nel compiacermi in te

Son come il tuo gran re,

Vin di Borgogna.

Ripien del tuo vigor

D'aver quant'ama il cor

La notte sogna.

Oh come è bel mirar

La spuma che in versar

Gorgoglia fuora,

E in un istante ancor

Lo spirto del liquor

Che la divora [44]!

Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704 prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore della Merope e della Verona illustrata scrisse canzonette da tavola adattate a certe arie. Eccone una:

Amici, amici, è in tavola;

Lasciate tante chiacchiere;

Tutti i pensier se 'n vadano,

Se 'n vadan via di qua.

Che il cielo sia sereno,

Che sia di nubi pieno.

Buon tempo qui sarà.

Quand'io mi trovo a tavola,

Non cedo al re del Messico,

Né mai pensier di debiti

Allor mi viene in cor.

Segghiamo allegramente,

Godiam tranquillamente,

Ci pensi il creditor.

Ch'arrabbin questi economi

C'han sempre il viso torbido!

Per gli anni c'hanno a nascere

Tesoro io non farò.

Ch'io serbi per dimani?

Follia! che san gl'insani

Diman s'io vi sarò!

Ma se a noi fan rimprovero

Che siamo a mangiar dediti.

Non mangiam senza bevere,

Ché non è sanità.

Qua coppe, qua bicchieri,

Vin bianchi, vini neri:

Quest'è felicità.

Un tempo era il mio genio

Languir per un bel ciglio:

Error degli anni teneri,

Pazzia di gioventú!

Quant'è miglior diletto!

Versar dentro il suo petto

Due fiaschi e forse più.

L'amore ci fa piangere

E 'l vino ci fa ridere:

Cui piace Amor lo séguiti.

Ché il vino io seguirò.

La dama, con sua pace,

Allora sol mi piace.

Che brindisi le fo [45].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella pittura, sí nella poesia.

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Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del Rolli, di piú nuovo che non il Brindisi del Parini, bisogna pur troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana, ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica, le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia imperiale et iuvenum curas et libera vina referre. Orazio, poeta di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete, còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto, e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

‒ Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci: via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore. ‒ Ah sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore. ‒ L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa. Séguito traducendo:

‒ Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno? Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio fedele.

Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro episodio, d'una scena animata, colta lí per lí e tradotta in una breve odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è, ‒ per vero, ‒ un frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma (vediamolo in una recente e accurata traduzione,

Via, non piú di questa guisa

con fracasso ed ululato

a la scitica maniera

non si bea, ma centellando

fra soavi inni d'amore [46]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

‒ Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a strapparti dai lacci di questa triforme chimera [47].

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato la lirica!

IV.

L'IMPOSTURA.

Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei Trasformati circa un trent'anni fa [48]»: dunque nel 1761, tre anni dopo la Vita rustica e due avanti la pubblicazione del Mattino. Il poeta a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là nei passaggi.

¯

L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara, di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico. In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica; ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori [49]

Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'Indifferenza [50], il Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori dell'Euridice dal Rinuccini:

Cruda morte, ahi pur potesti

Oscurar sí dolci lampi.

Sospirate, aure celesti;

Lagrimate, o selve, o campi...

Fiammeggiar di negre ciglia

Ch'ogni stella oscuri in prova,

Chioma d'òr, guancia vermiglia,

Contr'a morte ohimè che giova?

L'Appennin nevoso il tergo

Spira gel che l'onde affrena,

Lieto foco in chiuso albergo

Dolce april per noi rimena.

Quand'a' rai del sol cocente

Par che il ciel s'infiammi e'l mondo,

Fresco rio d'onde lucenti

Torna il dí lieto e giocondo.

Ben nocchier costante e forte

Sa schermir marino sdegno...

Ahi fuggir colpo di morte

Già non val mortal ingegno [51].

E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e caratteristica, anche per il costume, questa:

Monicella mi farei,

S'io pensassi esser accetta:

Et il nome ch'io vorrei

Saria Suor Bell'Angioletta.

Vorre' aver le tonicelle

Di saietta milanese

E le bende bianche e belle

Co i soggòli alla franzese,

Il bavaglio largo e fine,

La cintura lunga e stretta,

Con le belle forbicine

Il coltello e la forchetta.

Quando poi fossi chiamata

Da parenti o da stranieri,

Verrei presto a quella grata

Dove io stéssi volentieri;

E con dolci paroline,

Col tener la bocca stretta,

Direi mille coselline

Da fermar chi avessi fretta [52].

Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione nelle poesie degli Arcadi.

Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:

Ve' che spiaggia, ve' che sponda,

Dove pace signoreggia!

Che bell'aer la circonda!

Che bel mare al piè le ondeggia!

Là son antri ove tra i vivi

Sassi l'edere tenaci

Van serpendo, e qui son rivi

D'acque gelide fugaci.

 Là di cento alberi folte

Son lietissime selvette,

Qui son piani, e là son cólte

Rilevate collinette [53].

Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da ballata romantica:

Ne le fasce ancor lattante

Le sdentate donnicciuole

L'alma debole incostante

Mi nudrîr d'assurde fole.

Io da lor narrar m'udía

Come spesso a par del vento

Van le streghe in compagnia

De' demòni a Benevento,

Come i lepidi folletti

Di noi fanno e gioco e scherno

E gli spirti maledetti

A noi tornan dall'inferno.

Con la bocca aperta e gli occhi

E gli orecchi intento io stava,

Mi tremavano i ginocchi,

Dentro il cor mi palpitava.

Al venir de le tenébre

M'ascondea fra le lenzuola;

Quindi un sogno atro e funébre

Mi troncava la parola.

Non di meno al novo giorno

Obliavo i pomi e il pane,

A le vecchie io fea ritorno

E chiedea nuove panzane [54].

Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi, che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú larga, ricorda un po' l'antica ballata.

Maggio, onor di primavera,

Oggi nasce in grembo a' fiori:

Spira l'aura lusinghiera,

Scherzan lieti i nudi amori:

Con dolcissimo diletto

Ride e canta ogni augelletto

è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare [55]. Tale strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra descrittive e narrative.

Vieni almen per trarre un'ora

Tutta lieta e dilettosa

Qui vermiglia esce l'aurora,

Qui la terra è rugiadosa,

Qui trascorre onda d'argento,

Qui d'amor mormora il vento.

Mirerai rive selvagge,

Chiusi boschi, aperti prati,

Spechi ombrosi, apriche piagge,

Valli incólte e colli arati:

Che dirò di tanti fiori?

Fior che dan cotanti odori?

I nevosi gelsomini,

Le vïole impallidite,

Gli amaranti porporini

Di beltà movono lite;

Ma la rosa in su la spina

Sta fra lor quasi regina [56].

Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da essi la liberò il Parini; e la racconciò nel Parafoco [57], la rialzò nell'Impostura imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e imperiali la fece squillare a battaglia [58]. Il Manzoni la fece parere un'altra, aggiungendole un tronco, nella Resurrezione, che è delle sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente liriche.

Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri, troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica, poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio lasciar morire.

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Tornando al Parini e all'Impostura, comincia con un'entrata molto franca in mezzo alle cose [1‒6].

Venerabile Impostura,

Io nel tempio almo a te sacro

Vo tenton per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,

Cui gran folla urta di gente,

Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi intonazioni diverse: la prima [7‒38] è dell'ipocrisia in universale, la seconda [49‒84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa [85‒96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

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Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima del mondo.

Tu degli uomini maestra

Sola sei. Qualor tu dètti

Ne la comoda palestra

I dolcissimi precetti,

Tu il discorso volgi amico

Al monarca ed al mendíco.

Che disinvoltura!

E, pur conservando il solenne movimento trocaico e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette! Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.

L'un per via piagato reggi,

E fai sí che in gridi strani

Sua miseria giganteggi;

Onde poi non culti pani

A lui frutti la semenza

De la flebile eloquenza.

Tu dell'altro a lato al trono

Con la Iperbole ti posi;

E fra i turbini e fra il tuono

De' gran titoli fastosi

Le vergogne a lui celate

De la nuda umanitate.

Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa, a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi, par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero caliginose per l'aria la salutata apparizione.

L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi all'altare dell'Uomo‒Dio il mistero della transustanziazione (Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò), procede e passa all'impostura religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la cristiana:

Già con Numa in sul Tarpeo

Désti al Tebro i riti santi,

Onde l'augure poteo

Co' suoi voli e co' suoi canti

Soggiogar le altere menti

Domatrici delle genti.

Del macedone a te piacque

Fare un dio, dinanzi a cui

Paventando l'orbe tacque.

A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso delle scuole [59], cita quelli del Guidi nella canzone La Fortuna:

Allor dinanzi a lui tacque la terra;

E fe' l'alto monarca

Fede agli uomini allor d'esser celeste,

E con eccelse ed ammirabil prove

S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:

dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.

La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:

E nell'Asia i doni tui

Fûr che l'arabo profeta

Sollevaro a sí gran meta.

Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro: la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca trivialmente scorretta: i doni tui fûr che è costrutto francese: a una mèta si arriva di per sé, si scorge si guida si conduce altrui, non si solleva.

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Le due strofe, che seguitando incontriamo [37‒48], sono come il passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare. Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché trovi il ponte.

Qui aveva cominciato bene:

Ave, dea. Tu come il sole

Giri e scaldi l'universo.

Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza; ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non si potere far peggio volendo, i seguenti:

Te suo nume onora e còle

Oggi il popolo diverso:

E fortuna a te devota

Diede a volger la sua ruota.

I suoi dritti il merto cede

A la tua divinitade,

E virtú la sua mercede.

Or, se tanta potestade

Hai qua giú, col tuo favore

Che non fai pur me impostore?

E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini, che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla lirica, incomincia con l'inno all'Impostura, e finisce o tócca il piú alto punto con gl'Inni sacri. Tanta è la logica nelle parabole dello spirito umano.

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Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali. Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:

Temerario menzognero

Già su l'Istro non vogl'io

Al geografo Buffiero

Tôrre un verso e farlo mio,

E buscar gemme e fischiate,

Falso conte e falso vate.

Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla. Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza. Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo, e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle anzi che no.

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Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma... c'è un ma, che gli fa molto onore.

Mente pronta e ognor ferace

D'opportune utili fole

Have il tuo degno seguace,

Ha pieghevoli parole;

Ma tenace e quasi monte

Incrollabile la fronte.

Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti

.      .      .      .      .      .      .   marches,

Marchesazz, marcheson, marchesonon,

questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per il dio della musica. La figliuola del San Martino voleva tornarsene in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire ‒ scriveva poi la duchessa al figliuolo ‒ de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une tracasserie bien grande» [60]. Il terzo stato s'annunziava non soltanto in poesia.

Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.

Sopra tutto ei non oblia

Che sí fermo il tuo colosso

Nel gran tempio non staría,

Se, qual base, ognor col dosso

Non reggessegli il costante

Verosimile le piante.

«Altri vegga ‒ dice il D'Ancona ‒ se è bello e perspicuo il Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso dell'impostura [61].» Bello no; è una rappresentazione barbara e barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo, a parer mio, nel culto dell'Impostura.

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Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto, facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.

Con quest'arte Cluvïeno,

Che al bel sesso ora è il piú caro

Fra i seguaci di Galeno,

Si fa ricco e si fa chiaro;

Ed amar fa, tanto ei vale,

A le belle egre il lor male.

Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po' di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:

.    .    .    .    .    .    .    .   facit indignatio versum

Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus [62].

Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del '91 le due strofe che seguono nei manoscritti:

Ei non come i pari suoi Pompa

fa di lingua argiva,

Ma vezzoso i mali tuoi

Chiama un'aura convulsiva,

E la febbre ch'ei nutrica

Chiama dolce e chiama amica.

Ei primiero il varco aperse

A un ristoro confidente,

Egli a' medici scoperse

Come l'utero si pente:

Dea, ben dritto è se n'hai scólto

Nel tuo tempio il nome e il volto.

Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio prezioso. Perché Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti, tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano, di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa Impostura il San Giovanni di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.

Sarà meglio tornare al Parini.

¯

Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete. Farà dunque il Tartufo.

Ma Cluvien dal mio destino

D'imitar non m'è concesso.

Dell'ipocrita Crispino

Vo' seguir l'orme da presso.

Tu mi guida, o dea cortese,

Per lo incognito paese.

Di tua man tu il collo alquanto

Sul manc'omero mi premi:

Tu una stilla ognor di pianto

Da mie luci aride spremi:

E mi faccia casto ombrello

Sopra il viso ampio cappello.

È il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.

Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita! Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come è drammatico!

Qual fia allor sí intatto giglio

Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,

Dalle forche e dall'esiglio

 Sempre salvo? A me fecondi

Di quant'oro fien gli strilli

De' clienti e de' pupilli!

¯

Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'amabil lume e il fervido pensiere, ci sono i rai della verità e le zanne fiere del mostro orrendo dell'Impostura, c'è un E me nudo nuda accogli che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que' due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.

V.

LE NOZZE.

Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre: l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito; onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando... » La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e d'apologhi del buon nizzardo: incomincia

Fu a color la sorte amica

Che spirarono di vita

La primiera aura gradita

In città nobile antica,

Per pietà per saver chiara;

Quanto mai da lei s'impara!

e séguita

Quanto celebre è Verona!

Cosí ognun di lei favella,

Ed il titolo di bella

E di dotta ognun le dona:

Voi la cuna a lei dovete:

Quanto mai felice siete!

Quanto mai siete un buon uomo, dové pensare il dottor Patuzzi; e non pubblicò la canzonetta dell'autore del Cicerone, sí quella del Parini, nella raccolta intitolata Per nozze de' nobili signori marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari, stampata in Verona dal Moroni nel 1777 [63].

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Dunque l'ode Le Nozze fu composta per una raccolta e stampata in una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su le raccolte o contro le raccolte [64]; sí che potrebbe parere che il Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio, se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle insieme. Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia. Il Cinquecento incomincia con le Collettanee grece latine e vulgari in morte de l'ardente Serafino Aquilano [1504], e ne conta poi delle celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo [1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575 nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di Torquato Tasso.

Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze principalmente al Marini, che, egli scrive, divulgò, senza tener conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi di tali argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.

Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:

Dite un poco a quel vostro pretacchione

Che, quando vuole far versi per nozze,

Non istomachi tanto le persone.

Non dico che non usi frasi sozze:

Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse

Certe rubriche imagini mal mozze.

Vorrei che con ritegno egli parlasse,

Vorrei che il molle seno e il casto letto

E i casti baci da un canto lasciasse.

Cosí procaccerebbe piú rispetto

Alla sua toga, e un certo soprannome

Non gli saría cosí sovente detto.

Faccia pure scherzar le bionde chiome

Sulle guance vermiglie e sulle bianche

Spalle soavemente, io non so come;

E batta pure a suo piacer le franche

Ali, e se 'n vada a ragionar col fato

E parlare per forza lo faccia anche...

Ma da' pudichi talami si stia

Alquanto lunge e da' lor puri lini

La sua poco pretesca poesia [65].

E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le adulazioni cosí [66]:

Se prende moglie un ricco cavaliere,

Un Orlando, un Achille, un novo Aiace

Fan nascere i poeti; e aste e bandiere

Vedono tolte al già tremante Trace;

Additan di nepoti immense schiere,

L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace,

E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra  

Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,

E fioriranno in te virtú novelle,

Gridano i vati, e vendono dell'orso,

Prima che preso l'abbiano, la pelle,

E portano, di penne armati il dorso,

I nascituri eroi fino alle stelle;

E spesso accade poi, come Dio vuole,

Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avete ancor coraggio

Di dir che penetrate entro il futuro?

Di dir che in voi scende un celeste raggio

Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro?

Che parlate in profetico linguaggio

E che un Dio rende il vostro dir securo?

Affé, se debbo anch'io far da indovino,

Credo che questo Dio sia il Dio del vino...

Dovreste essere ormai disingannati,

E non dovreste dir piú tante insanie;

Lasciar dovreste ormai l'orror de' fati,

Le vie de' venti e altre parole estranie,

E il pegaseo cavallo e i cento alati

Destrier, su cui fate cotante smanie;

Ma chi d'altro caval non si provvede,

Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Anche il Bettinelli con quel suo stile franco‒gesuita e con que' suoi versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte; ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si direbbe con francesismo democratico, volgarizzate:

È la raccolta un traditore ordigno,

Vago in vista, piacevole, pudico;

Sembra un cortese libricciuol benigno,

Ma in volto onesto asconde un cor nemico.

Sparge un succo sonnifero maligno,

A l'oro insidia, a la menzogna è amico;

Di monache fa strazio e di dottori,

E le nozze avvelena e i casti amori.

Tempo già fu che d'onorato sprone,

Servir poteva a l'anime gentili,

Or destando a cantar dotte persone,

Or lodando atti onesti e signorili:

Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone

Cangiò col tempo in giovinette vili,

Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei,

E fu veduto a nozze con gli ebrei [67].

Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori, una raccolta di rime Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana; ebrei, come sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, D'un pastor arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido. Entrano in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:

Onor di Carra e la piú illustre e bella

Delle sirie fanciulle era Rachele;

Ma tre lustri servir, soffrir per quella

Del suocero gl'inganni e le querele,

Ma unirsi a forza alla maggior sorella

E l'assenzio gustar prima del mèle,

Tal la nemica fu sorte rubella

Dell'amoroso suo sposo fedele.

Tu che senza sí gravi affanni e rei

Questa accogli gentil vergine al seno,

Ben di Giacobbe or piú felice sei;

Che se al placido volto ed al sereno

Volger degli occhi lusinghieri e bei

Non è Rachel, la rassomiglia almeno.

In un de' rari esemplari di cotesta raccolta presso di me è manoscritta una nota che dice: 31 marzo. Per mano del Boia [lettera maiuscola] avanti le prigioni fu abbruciata d'ordine di Roma. Uscirono molte satire manoscritte contro questi sonetti. D'alcuna delle quali satire, e proprio di una intitolata con accesa pietà cristiana Pentapoli arrostita, era autore il Baruffaldi seniore, autore anche del Canapaio; che per essere arciprete di Cento nel ferrarese e per avere scritto non bene qualcosetta intorno all'Orlando si credea avere un ramo dell'Ariosto, e dovea tenersi certamente piú poeta del Redi per avere scritto molti ditirambi, ch'egli denominava Baccanali, a ogni proposito, per esempio, su 'l Museo volpiano e su San Filippo Neri, su 'l libro d'oro della repubblica di Venezia e sul tabacco, e anche su le nozze saccheggiate.

Una sola città, racconta il Bettinelli, delle men popolate, Ravenna, ebbe una raccolta pubblicata del 1739 con rime di centotrentasei poeti suoi. E a mettere insieme tutte le raccolte stampate per quei cento anni in Imola, Faenza, Forlí, Cesena, Rimini, Ravenna (oltre che in Bologna e Ferrara), ci sarebbe da trovarsi a dosso una biblioteca altro che ordinaria. In quel secolo i romagnoli correvano a far rime come oggi a far comizi.

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La satira del Bettinelli valse non a scemare in Italia il numero delle raccolte, ma a cambiarne un poco le intitolazioni, il metodo, la contenenza, direi quasi la indole.

Così nel '53 ne uscí in Ferrara una intitolata Gli augurii delle nove muse per le nozze del marchese Francesco Calcagnini colla marchesa donna Alessandra Scotti. In una lettera preliminare si riprendeva l'indocile stemperato appetito di raccolte; si affermava che i poeti se ne dicono stanchi, stanchi fino allo stomaco i lettori; con tutto ciò si trovava ottimo il pensamento di far raccolte di autori eletti, di argomenti obbligati e di stabilita maniera di versi. Alla lettera seguono gli augurii delle fatidiche sorelle: fra le altre, Talia, nella persona del conte Camillo Zampieri, autore d'un poema su Tobia, d'una infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi, augura agli sposi copia di beni e buona economia: Euterpe, per bocca dell'ab. Girolamo Ferri, latinista, quel tanto di sapere che può loro convenire, con molte raccomandazioni d'avere nella debita stima gli uomini dotti ecc. ecc.

Imitazione della raccolta ferrarese paiono I fasti d'Imeneo nelle nozze degli dèi stampati in Bologna dalla tipografia del Sant'Ufficio (chi l'avrebbe detto a San Domenico?) il 28 aprile del '62. Imeneo reca nel consiglio dei numi notizie del gran fatto: degli sponsali cioè del conte Giov. Francesco Aldrovandi Mariscotti senatore bolognese con la marchesa Lucrezia Fontanelli di Reggio. Alla novella balena un degnevol sorriso su 'l terribile sopracciglio di Barba Giove. Gli dèi applaudono e attaccano discorso su le brave persone che uscirono dalle due casate: Minerva parla degli scienziati e de' letterati, Marte de' guerrieri, Febo de' poeti. Le Muse si preparano anch'esse a cogliere e mettere in mostra i piú bei frutti delle due piante amiche al cielo. Quando Giove, stendendo la destra, ‒ Zitti là ‒ dice ‒ meno schiamazzo; ‒ e fa lui una chiacchierata lunghissima, conchiudendo che, per meglio onorare le nozze Aldrovandi e Fontanelli, alle beate e immortali nozze si paragonino degli dèi e queste in commendazione e quasi in concorrenza di quello si cantino. E qui sette canti. Ricordo Proteo che nelle strofe di Ludovico Savioli celebra le nozze di Nettuno e Anfitrite, Erato che per bocca di Agostino Paradisi canta quelle di Apollo e di Calliope. Infine Vincenzo Corazza, per Bacco e Arianna, pensò meglio di tradurre un epitalamio dal secondo libro, Le nozze della Filologia e di Mercurio, dell'opera su le Arti liberali di Marziano Capella. Cotesto bolognese nella seconda metà del secolo decimottavo propugnò validamente la imitazione dei metri classici nella poesia italiana, e in questa raccolta imitava i versi di Marziano con tali senza rima:

Non cosí tosto l'aurea

Nel scintillante ciel luna fia apparsa,

Accoppierò le rose a un laccio e i gigli.

Per entro i sacri talami

S'aggiungeranno la fanciulla e il dio:

Odorate di cinnami le sponde.

Esper la vegga vergine

Per poco ancora e intatta: alla prim'alba

Fosfor dall'alto ciel vedralla sposa.

Splendidi per opera tipografica e pregevoli per testimonianza d'erudizione, lo stesso anno che I fasti d'Imeneo, uscirono in Bologna dai tipi della Volpe I riti nuziali degli antichi romani a festeggiare le nozze di don Giovanni Lambertini e donna Lucrezia Savorgnan: sono dieci capitoli in terza rima ‒ ce ne ha di Vincenzo Corazza, di Camillo Zampieri, di Agostino Paradisi ‒ che percorrono l'argomento per tutte le sue parti, con innanzi una dotta memoria di mons. Floriano Malvezzi (Diomede Egeriaco) e con incisioni e vignette di marmi e oggetti antichi bellissime. Piú tardi (1771) e piú modesto non ostante la superbia del titolo, esce pure in Bologna e dalla oramai profanata stamperia del Sant'Uffizio, Il coro delle Muse a celebrare le nozze del conte e senatore Gius. Dalla Serra Malvasia Gabrielli e della marchesa Eleonora Zambeccari. Le nove sorelle cantano in tutti i metri: Apollo esordisce con endecasillabi sciolti per bocca, meno male, di Ludovico Savioli, e chiude ahimè con un sonetto, per bocca, ahimè ahimè ahimè, del padre Bovi. Molto piú ancora modesti, almen nella forma tipografica del Riccomini, ne si presentano del '72 in Lucca, per nozze Lucchesini e Orsini, gli Imenei festeggiati in Citera; e Pindaro canta in sestine ed è.... è un padre Romualdo Baystrocchi Accademico Ricovrato e Dissonante, Tibullo in terzine non mica male è il Cerretti, il Petrarca è Giuliano Cassiani, l'Ariosto è niente meno Cristoforo Boccella.

Piccolina, presuntuosetta, battendo il tacco come un petit‒maître, esce, un anno innanzi la rivoluzione in Bologna, per le nozze del sen. Giacomo Ottavio Beccadelli con la marchesa Violante Bovio, La toilette; e il cavalierino Clementino Vannetti canta in strofette settenarie Il déshabillé, e il marchesino Ippolito Pindemonte in strofette savioliane Lo specchio, e il poetino Giacomo Vittorelli in strofette pur settenarie Le forcelle, e l'abatone Lorenzi in strofette savioliane La polvere di Cipro, e la futura professoressa greca Clotilde Tambroni, in strofe idem, La cuffia e i veli: meno male!

Ultimi, tra gli splendori del classicismo napoleonico, nel 1812, i Pemeni Filopatridi coi tipi bodoniani di Parma invocavano in terzine magnificamente elaborate gli Dei Consonti a sorridere benefici su le nozze di Alceo Compitano dodecandro con Telesilla Meonia, figliuola di Acrone Meonio poeta massimo: avete capito, credo, che erano le nozze di Giulio Perticari con la Costanza figliuola di Vincenzo Monti.

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Qualche poeta trattò da sé solo argomenti nuziali in una serie di piú composizioni, per lo piú sonetti, che continuando svolgessero per ordine un concetto o una rappresentazione unica.

L'ab. Pellegrino Salandri, quel delle Litanie della Madonna in sonetti, anche ne scrisse cinquanta, per le nozze di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana con Luisa Borbone di Spagna; nei quali descrisse e narrò il viaggio della sposa per le diverse città con fermata in Mantova fino ad Innsbruck, e i divertimenti, e il ritorno degli sposi in Italia per Mantova a Firenze, e le glorie e le speranze ecc. ecc. Meglio, per nozze in Mantova della marchesa Teresa Castiglioni, espose in dodici sonetti una Galleria di donne illustri; nella quale a una greca o romana fa regolarmente riscontro una barbara, Maria d'Austria a Cornelia madre dei Gracchi, Cristina regina di Svezia (non senza meraviglia, penso, di tutt'e due) a Veturia. Meglio ancora, per le stesse nozze, verseggiò in trentacinque sonetti, prima e con piú spirito che i poeti della raccolta bolognese per il Lambertini, Le nozze secondo i riti degli antichi: de' quali sonetti alcuni sono, per raffigurazione plastica, belli. Ai nostri vecchi piaceva piú di tutti quello che descrive il sacrifizio:

Questo bosco e quest'ara a te consacro,

Santa madre d'Amor, Venere bella:

Ecco intorno al pietoso simulacro

L'amaraco, la persa e la mortella:

Ecco il sal puro, ecco il lustral lavacro,

La candida odorifera facella,

E il coltel che, compiuto il rito sacro,

La bianca sveni ed innocente agnella.

Or cinta il crine dell'idalie rose

Vieni, e del nume tuo spargi l'altare.

Bella unitrice de le belle cose;

Ché coppia non vedrai d'alme piú chiare,

Se non riede il garzon che in duol ti pose,

Se non torni tu stessa a uscir del mare.

Ma per graziosa agilità nelle mosse forse che non gli cede questo, che è la presentazione e la preghiera della sposa al tempio di Giunone:

Cinge il ceruleo manto, il capo infiora,

Riveste il breve piè, vela le ciglia

Licori; e il piede e il velo a lei colora

La diletta a Giunon vaga giunchiglia;

E al tempio della dea, cui Giove onora,

Pensosa e taciturna il cammin piglia;

E ovunque move, la ridente aurora,

Ch'esca dal balzo orïental, somiglia.

Al sacro limitar ferma le piante,

E il pio ministro, che per man la prende,

La riconforta e guida all'ara avante.

Là le supplici palme al cielo tende,

E mostra agli atti e alle parole sante

Che di là solo ogni soccorso attende.

E per animata verità storica può anche piacere quest'altro che rappresenta l'entrar della sposa nella casa del marito secondo la costumanza romana:

Chi sei? ‒ Caia son io. ‒ Vieni, e seguace

Gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno ‒ :

Dice il custode, ella risponde, e pace

Spira dagli occhi e dal bel viso adorno.

Fregia l'uscio di bende, e con sagace

Man l'olio versa a' cardini d'intorno:

Pronto è il fanciullo per ghermir la face,

Che non rapita le saría di scorno:

Entra, donna immortal, ma deh! che il saggio

Virginal piede il limitar non tócchi:

Sai qual alto n'avresti un giorno oltraggio.

Ma già in meno che stral d'arco si scocchi

Lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio

I cardini si alzâr, benché non tocchi [68].

Sonetti nuziali parecchi scrisse il Cesarotti, con la solita pretensione filosofica, e nel fatto declamando con molto barocchismo di lingua e di stile. E pure il Leopardi li ricettò in quella sua Crestomazia, che pare un ospitale di storpi o una sala di pezzi anatomici della poesia italiana. Che sugo c'è, si domanda, a mettere fra le cose utili ad apprendere de' versacci di questo conio?

Era un bosco la terra: ivano a squadre

Gli uomini errando e si mescean quai fere:

Sceso Imeneo da le celesti sfere

La sua possanza ah di qual ben fu madre!

Sacri nomi s'udir di sposo e padre;

Ministro di virtú fèssi il piacere;

Saggio divenne amor, dolce dovere;

Nacquer leggi, cittadi, arti leggiadre.

Fu di famiglia pria quel che fu poi

Amor di patria; ché ad amar s'apprese

Ne' suoi sé stesso e ne la patria i suoi.

S'eternâr chiari nomi, avite imprese;

Virtú scambiârsi, e s'innestaro eroi.

Sposa, Imene a tal fin sue faci accese [69].

Anche l'ex‒gesuita Clemente Bondi, quando la rivoluzione ebbe reso alla vita un po' piú di serietà, cantò, diciamo oramai cosí anche noi per tacita convenzione, il matrimonio in dodici sonetti, se non cristiani, come a lui prete saría stato bene, almeno morali. Ecco un saggio: Coppia gentil, che ai pronubi misteri T'accosti a piè degli invocati altari, Dal sacro laccio a cui la man prepari Sai cosa il cielo e la tua patria speri? Sposa, da te sensi d'onor severi E custodia ed amor dei casti lari: Da te, signor, che a sostenere impari Di padre e cittadin cure e pensieri: E d'ambedue, di gentilezza avita E di pietà religïosi esempi, E prole poi, che di virtú nutrita Del moribondo secolo ristori Gli acerbi danni, e de' futuri tempi I rei costumi ed il destin migliori [70]. Ah sí, padre Clemente? Bisognava pensarci un po' prima, in scambio di scriver tanti sonetti su la cagnolina d'Amarilli, su Nice salassata, su Nice elettrizzata, su Nice che tira a' pipistrelli, e anacreontiche su la... giacché non siamo gesuiti, diciamo diarrea.

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Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora,

Quando fu sposa del marito annoso.

Ahi sventurata! che non disse allora

Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

Pianse, e di sua crudel lunga dimora

Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso;

E al par del giorno sonnacchiosa ancora

Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

Forse ancor tu di questo orror notturno,

Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai?

Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

Tirsi non è Titon: piú bella assai

Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno

Amor sa quando abbandonar potrai [71].

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Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de' due lirici estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo, per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia di poeti moderni i Fasti d'Imeneo. E di fatti le prime strofe, compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.

Bella in siepe frondosa

È la fiorita spina

Allor che rugiadosa

Fuor de l'eoa marina

L'alba novella uscí:

Ma, se gentile innesto

Non cangia il tronco duro,

Cadon le foglie, e presto

Rozzo virgulto oscuro

Torna qual era un dí.

Bella in piagge fiorite

Di pampinosi colli

È la nascente vite.

Cura de l'aure molli,

Primo de' campi onor:

Ma, se a l'olmo il bifolco

In accoppiarla è lento,

Lei su 'l negletto solco

Calca co 'l piè l'armento,

L'insulta ogni pastor.

Bella è in chiuso soggiorno

Vergin pudica anch'ella;

Tutto le ride intorno,

Tutto la fa piú bella

Ne la sua fresca età:

Ma, se Imeneo con presta

Man non ne unisce il core,

Oltre che inutil resta,

Illanguidisce il fiore

Di sua gentil beltà [72].

Migliori sarebbero quelle che seguono discorrendo i civili effetti del matrimonio, se troppo non sottostessero al paragone col carme catulliano dal quale derivano.

Con piú novità il Paradisi introdusse Urania a cantare Imeneo principio della società umana:

Ruotino gli astri, il sole

Dispensi il giorno da l'eterna sfera.

Rinovelli sua prole

Ogni germe di fiori in primavera,

Rompa fulmineo telo

Il ciel di nubi carco,

Su 'l tranquillato cielo

Iri dipinga l'arco;

L'uomo ognor di natura

Fia la maggior, la piú ammirabil opra,

L'uom fia la miglior cura

Del mio pensier che in meditar s'adopra,

L'uom che ne' sensi frali

Simile ai bruti ha vita,

L'uom che i numi immortali

Per la ragione imita.

Io lui nel mondo antico

(Memoria orrenda) già selvaggio vidi.

Ora il deserto aprico

Or le selve assordar d'incólti gridi,

Ora i destrieri al corso

Vincer co i piè non pigri,

Or con l'ugne e co 'l morso

Sfidar lioni e tigri.

A i natii boschi tolto

Necessitate entro i tuguri il chiuse,

Poi crebbe in popol folto

E bisogni e voleri insiem confuse.

Allor le ghiande e l'erbe

Fûr mensa de le fere,

Allor città superbe

Erser le torri altere.

Conobbe ognun suo gregge,

Pose ciascun suoi limiti al terreno;

Sentí de l'util legge

La indomita licenza il primo freno.

La nuzïal facella

Piacque a l'amante ardito,

E rise la donzella

A l'unico marito [73].

Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle visioni dei poeti del secolo:

Vago per selve inospite

L'uom primo alpestre e duro

Non conoscea ricovero

Di tetto e d'abituro,

Né spoglia difendevalo

Dal vicin sole o da l'acuto gel.

Fra i perigli e il disordine

Terribili a mirarsi

I crin si rabbuffavano

Sovra le ciglia sparsi;

Gli occhi di furor lividi

Rado trovar sapean la via del ciel.

Quando le stelle inducono

Il sonno ai membri lassi,

Sotto chiomata rovere

Giacea tra fronde e sassi,

E nel feral silenzio

Ministro de' suoi sogni era il terror.

Se foglia in ramo tremula

Mormorava per vento.

Còlto da pavor gelido

Premea nel petto il mento:

Scosso raccapricciavasi,

E stringea freddo sangue il tardo cor.

Per l'atra solitudine

Tal di sé stesso incerto

Se 'n gía con orme pavide

Misurando il deserto

L'uomo, a le belve símile,

Sconoscente a natura, ignoto a sé.

Salve, o fanciullo idalio,

Spirator di leggiadre

Cure ne l'uomo indocile;

Salve, de l'uomo padre.

In società raccoglierlo,

Se non Amor, qual altro dio poté [74]?

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Anche il Parini, per tornare pur una volta a lui, disseminò per le raccolte nuziali, oltre la canzonetta, altre rime parecchie. Un sonetto meritò di essere tradotto in leggiadro disegno da Andrea Appiani:

Fingi un'ara, o pittor. Viva e festosa

Fiamma sopra di lei s'innalzi e strida:

E l'un dell'altro degni e sposo e sposa

Qui congiungan le palme: e il Genio arrida.

Sorga Imeneo tra loro; e giglio e rosa

Cinga loro a le chiome. Amor si assida

Su la faretra dove l'arco ei posa;

E i bei nomi col dardo all'ara incida.

Due belle madri al fin, colme di pura

Gioia, stringansi a gara il petto anelo,

Benedicendo lor passata cura.

E non venal cantor sciolga suo zelo

A lieti annunci per l'età ventura;

E tuoni a manca in testimonio il cielo [75].

È una fantasia archeologica, vaga come un bassorilievo antico; e mostra il gusto plastico del poeta. Tutto nella vita, ma in quella vita senza cuore e senza testa, che finí con la società del Settecento, è invece quest'altro, che pare il séguito di quel del Frugoni:

O tardi alzata dal tuo novo letto

Lieta sposa, a lo speglio in van ritorni,

E di fiori e di gemme in vano adorni

E di candida polve il crin negletto.

La diva che al tuo sposo accende in petto

Fervide brame onde bear suoi giorni

Vuol che piú volte oggi lo speglio torni

A rinnovare il tuo cambiato aspetto.

Ecco a la bella madre Amore addita

L'ombra che ad or ad or sul crin ti viene

La dissipata polvere seguendo;

E pur contando su le bianche dita

E fiso nelle tue luci serene

Guarda vezzosamente sorridendo [76].

Graziosissimo, del resto, salvo il sesto verso, strascinato con quell'onde bear suoi giorni.

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Ma nell'ode nuziale del '77 la prima novità che il Parini trovò fu del metro: fra tante migliaia d'impolverati sonetti e di canzoni strascicate e di compassate odi e di ecloghe e di capitoli e di ottave e di sciolti, venir fuori con delle strofette ottonarie andanti, sonanti, inebrianti di famigliare letizia:

È pur dolce in su i begli anni

De la calda età novella

Lo sposar vaga donzella

Che d'amor già ne ferí.

In quel giorno i primi affanni

Ci ritornano al pensiero

E maggior nasce il piacere

Da la pena che fuggí.

Pare il còro della Sonnambula.

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La strofe di quattro ottonari a rime barítone e ossítone (piane e tronche), usata prima, credo, dal Rinuccini, risponde meglio alla concitazione patetica ed entusiastica; cosí nell'elegia del Rolli, prima poesia imparata a mente da Goethe fanciullo,

Solitario bosco ombroso,

A te viene afflitto cor,

Per trovar qualche riposo

Fra i silenzi in questo orror [77],

come nell'epinicio del Monti, tanto caro ai nostri padri,

Bella Italia, amate sponde.

Pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

L'alma oppressa dal piacer [78].

La strofe doppia o geminata, composta cioè di due strofe di quattro versi collegate fra loro per una rima barítona e una ossítona (piana e tronca) combacianti nel principio e nella fine, si presta meglio al periodo poetico e al periodo armonico, allo svolgimento lirico e al coro. Questa elesse il Parini per la sua ode nuziale, e primo l'aveva usato il Rolli.

Nel partir dal patrio suolo

Con amor pur meco viene

La memoria del mio bene

Che m'è forza abbandonar.

A Partenope me 'n volo,

Indi solco il mar tirreno;

E afferrando il tosco seno

Rendo grazie a' dèi del mar [79].

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E al movimento franco rapido allegro del metro risponde nelle Nozze del Parini la cordiale movenza interna dell'ode e la intonazione spontanea, quasi direi popolare. Non miti né simboli, non archeologia né filosofemi, non allegorie non mitologie non pastorellerie; ma in quattro versi la sera delle nozze, e súbito appresso, con un bell'accorgimento di passaggio, lo svegliarsi degli sposi la dimane della notte nuziale.

«Quante cose e tutte belle ‒ nota a questo punto un degli amici biografi, il Bramieri ‒ potuto avrebbe [80] il poeta collocare fra la terza strofe e la quarta! E al suo pennello delicato e sicuro non sarebbe mancata l'arte del velo modesto; ma la casta sua musa, schiva di quelle dipinture che sono sempre pericolose, si slancia pudicamente d'un facil salto dal cominciar della sera allo spuntar del mattino. Che se vi piaccia di riconoscere in quel salto anche un altro intendimento, quello cioè che corrisponde alla nota apposta dall'autore della Nuova Elvisa alla sua lettera LV della parte I, verrete cosí a confermare vie maggiormente che egli è poeta del cuore per eccellenza [81].» «O amore, ‒ annotava il Rousseau ‒ s'io rimpiango l'età in cui l'uom ti gusta, non è per l'ora del godimento, è per l'ora che lo segue.»

Quando il sole in mar declina

Palpitare il cor si sente:

Gran tumulto è ne la mente:

Gran desio ne gli occhi appar.

Quando sorge la mattina

A destar l'aura amorosa

Il bel volto de la sposa

Si comincia a vagheggiar.

Bel vederla in su le piume

Riposarsi al nostro fianco,

L'un de' bracci nudo e bianco

Distendendo in sul guancial:

E il bel crine oltra il costume

Scorrer libero e negletto,

E velarle il giovin petto

Che' va e viene all'onda egual.

Bel veder de le due gote

Sul vivissimo colore

Splender limpido madore

Onde il sonno le spruzzò;

Come rose ancora ignote

Sovra cui minuta cada

La freschissima rugiada

Che l'aurora distillò.

Bel vederla all'improvviso

I bei lumi aprire al giorno;

E cercar lo sposo intorno,

Di trovarlo incerta ancor:

E poi schiudere il sorriso

E le molli parolette

Fra le grazie ingenue e schiette

De la brama e del pudor.

Dal Poliziano in poi la lirica media non avea prodotto in Italia altro di sí fresco e sí vivo. Incredibile, ma in cotesti versi fin la donna pupattola di Arcadia diventa alla fine sopportabile; nei quali, del resto, anche i piú rigidi settatori della purezza e proprietà del linguaggio poetico de' due grandi secoli poco avrebbero, credo, da apporre e poco da desiderare.

Desiderare forse potrebbero che il poeta avesse lasciato ai soliti cantori di Filli le grazie ingenue e schiette, che assomigliano tanto tanto all'umilissimo devotissimo servitore del formulario epistolare. Anche il giovin petto che va e viene all'onda egual, potrebbe per avventura osservare alcuno di quei rigidi antiquari, non è mica bello né vero: altra cosa è egual all'onda cosí in generale, e altra cosa è l'ariostesco,

Due poma acerbe e pur d'avorio fatte

Vengono e van com'onda al primo margo.

Capisco, era peggio come il poeta aveva scritto da prima.

Ch'or discende or alto sal.

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Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera: la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il Passeroni ‒ nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa notizia ‒ accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu publicata da esso Salveraglio [82]. È pur sempre curioso per gli uomini di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia ‒ s'intende, d'arte individuale ‒ , dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'ispirazione è una delle tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per abitudine.

La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:

È pur dolce in su i prim'anni

De la calda giovinezza

Lo sposare una bellezza,

Onde Amor già ne ferí.

In quel dí gli antichi affanni

Ci ritornano al pensiere:

Ed accrescesi il godere

Da la doglia che finí.

Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due versi: doglia in quella posizione e con quell'accompagnamento era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini accrescesi il godere da la doglia: increscioso per lo meno l'aggiunto di antichi agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e terzo quella giovinezza e quella bellezza erano coi loro doppi zeta due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato, da arcade di terzo o quarto grado, lo sposare una bellezza onde amor già ne ferí.

Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti: s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano da prima cosí:

Quando riede a la mattina

Con la luce avventurosa;

Il bel volto de la sposa

Si comincia a contemplar.

Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del sole che riede a la mattina con la luce avventurosa, ma quel contemplar!

Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,

E, contrario al suo costume,

Il bel crine andar negletto

A velarle il giovin petto

Ch'or discende or alto sal.

Inutile notare la pesantezza, la sgarbatezza, forse la scorrettezza di quel contrario al suo costume: inutile notare quanto di verità e determinatezza abbia acquistato la rappresentazione dallo scorrer libero e negletto: ma forse che a velarle per la unità dell'impressione era meglio che e velarle.

Nella quarta un limpido madore era sparso, assai men bene dello splender. Ma il verso quinto e il sesto dicevano,

Come rose al guardo ignote,

Ove appar minuta e rada

La freschissima rugiada, ecc.

dove io, passando sopra quell'al guardo ignote, mi fermerei volentieri a vagheggiare Ore appar minuta e rada: mi sembra piú vera la raffigurazione, piú logica la correlazione di tempo, che fu guasta dalla correzione; nella quale il cada e il distillò si urtano fra loro, o, meglio, si allontanano troppo l'uno dall'altro.

La prima lezione della quinta offre un Riaprire i rai lucenti e un restar pochi momenti, dei quali non mette conto né anche dir male.

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A ogni modo, questa prima parte dell'ode è delle migliori rappresentazioni plastiche dal vero che sia dato ammirare nella lirica pariniana e in generale nella lirica del secolo passato. Ma vien pur fatto di domandarci: una cosí viva e commossa descrizione delle gioie matrimoniali sta ella bene in bocca di un prete, che pur dicea messa, almeno quando n'avea bisogno?

Il Frugoni certa volta, dopo descritti con tante mitologie e sudicerie metaforiche tanti talami, scappò a fare l'ipocrita:

Perché di nozze pingermi

Lieta pompa festevole?

Non sai che vita celibe

Trarre promisi al ciel?

Tu schifosetta e rigida

Ma desiosa vergine

Mi fai veder, che vassene

Sposa a garzon fedel.

Sguardi furtivi e cupidi

E sospir caldi narrimi,

Ch'esser potrebbon mantice

Al sopito desir.

Abbiansi moglie e talamo

Que' ch'altra vita seguono;

Io di cose a me indebite

Non vo' novella udir [83].

Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad accogliere nella sua scelta pariniana Le nozze; e certa gente a ogni passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza, sareste pure di gran begli impostori!

¯

Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle, l'adulazione in civile moralità.

All'ode Le Nozze dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o, meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa:

Ma oimè come fugace

Se ne va l'età piú fresca,

E con lei quel che ne adesca

Fior sí tenero e gentil!

Come presto a quel che piace

L'uso toglie il pregio e il vanto,

E dileguasi l'incanto

De la voglia giovanil!

Se bene non a tutti gli orecchi arriverà proprissimo quell'incanto della voglia giovanil; che anche peggio sonava nella prima lezione, E dilegua con l'incanto De la voglia giovanil! Cotesto ammonimento, del resto, cotesto alto là alla gioventú, a me pare un contrasto non pur morale, ma poetico, di assai effetto. Altro ne pareva a un de' due autori delle Lettere su la vita e gli scritti del Parini, all'avv. Bramieri; delle cui parole mi piace riferire, per una mostra di quanto sia antica abitudine ai critici italiani, o che lodino uno di scriver bene, o che biasimino un'altro di scriver male, lo scrivere sempre pessimamente loro. «Era egli codesto il momento di turbare le delizie dello sposo, di ammorzare il sí dolce entusiasmo e il senso della somma sua felicità, con una riflessione crudele sulla caducità della bellezza, sulla brevità della gioventú e sui tristi effetti della abitudine? Sia pur vero che il poeta non debba giammai perdere di vista l'utile morale, e certo il rimprovero di averlo obbliato non si potrà mai fare al nostro: ma assai di morale istruzione e piú propria all'istante poteva egli dal suo soggetto ricavare, parlando della sobrietà necessaria e vantaggiosa ne' piaceri, del bisogno, che questi hanno, del magico velo del pudore ecc., senza avvelenare le gioie d'un giovine innamorato, che sta per fruirne legittimamente, coll'intonargli all'orecchio e in aria di lamento quelle dure verità. Che s'egli ha poi cercato di consolarnelo coll'idea della virtú, onde, come della bellezza, era fregiata senza pari la sposa, ognuno ben vede che sterile consolazione sia codesta, massime per quel tempo in cui l'uomo è tutto dei sensi ed ascolta una sentenza lor sí funesta. O i sensi parlano allora in lui un linguaggio imperiosamente esclusivo, ed è perduta presso di lui la fatica di moralizzare; o non parlan sí forte, e dalla importuna morale gli è avvelenata la fonte dei piaceri che gli amanti illusi credono inesauribile, immanchevole. Oltre di che madonna la virtú, di sembianze sempre poco grate alla giovinezza, arriva cosí inaspettata, che il venir suo non lascia neppur sentire da lei quella consolazione che meglio preparata poteva arrecare..... [84]»

Quanto a questo il Bramieri ha ragione: la Virtú arriva proprio inaspettata: pare che il poeta se la cacci innanzi spingendola per le spalle: Oh va un po' là e prèdica tu, per finirla; ché io dopo la contemplazione di quel che va e viene non so come cavarmela. ‒ Nella prima lezione la prèdica era anche piú predicozzo: diceva,

Giovinetto fortunato,

Che vedrai fra i lieti bari

Ne la bella Montanari

Un tesoro di virtú!

La virtú non cangia stato,

Ma risplende ognor piú chiara;

Senza lei saría discara

La piú bella gioventú.

Oh Piccolo Lemmi, indimenticabile lettura morale de' miei teneri anni! Il poeta corresse,

Te beato in fra gli amanti

Che vedrai fra i lieti lari

Un tesor che non ha pari

Di bellezza e di virtú!

La virtú guida costanti

A la tomba i casti amori.

Poi che il tempo invola i fiori

De la cara gioventú.

E i versi sono di certo e senza paragone migliori: ma, mutati i sonatori o i suoni, l'antifona è la stessa. E quando non ce n'è, Quare conturbas me? E quando non c'è la poesia, cioè l'invenzione il fantasma la passione e il volo il colore e il canto, quando non c'è tutto insieme l'impasto di tutte queste attività e qualità, metteteci quanta morale volete, e la religione per giunta, metteteci la monarchia la democrazia l'anarchia, Dio o il diavolo, l'arcangelo San Michele o Satanasso, quando la poesia non c'è, non c'è materia o contenenza, non ci sono intenzioni o tendenze che la sostituiscano o la scusino o la compensino. Ciò che in questa occasione e in questo argomento il poeta aveva sentito, e col desiderio o il rimpianto d'un celibe cinquantenne aveva idealizzato, erano i godimenti della luna di miele: di cotesto fece vivo e vero ritratto; tutto il resto non è sentito, è accattato, è impiallacciato per mettere una cornice al quadro.

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Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione; confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti, perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati rimbalza.

Virginia, a te la molle...... ecc. ecc.;

perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria quelle due stanze.

Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di ritrovarsi con un gruppo di carbonari come va. Che grandi bianche cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam ecc.) e di Anacreonte (al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro e il foco Domar fu dato), tra i fremiti convulsi del dialogismo alfieriano (o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc.), tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:

.     .     .     .     .     .    D'amor digiuna

Siede l'alma di quello a cui nel petto

Non si rallegra il cor quando a tenzone

Scendono i venti, e quando nembi aduna

L'olimpo, e fiede le montagne il rombo

Della procella.

Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale, bisogna far giuramento di salvare la patria, e, ‒ pst, pst, chiudete bene le porte ‒ di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io, nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di Donna Caritea? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!

Ma, tornando anche una volta alla canzone del Leopardi, tutto cotesto era vero? ‒ È storico. ‒ È bello? ‒ Era utile, opportuno, civile.

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La lirica nuziale, ripetizione oggimai vieta di luoghi comuni piú o meno affettuosi od occasionali, è non per tanto delle piú antiche tradizioni del canto popolare della nostra razza; e in Grecia e in Roma, quando la poesia accompagnavasi veramente, ideale emanazione, a tutti quasi gli atti della vita sociale, fu altamente civile e religiosa, senza per questo rimanere obbligata a forme fisse liturgiche o rituali.

I greci ebbero di piú maniere poesie nuziali: epitalamii, cantati da cori di fanciulli e fanciulle davanti la camera degli sposi, o la sera al colcarsi o la mattina al levare: scolii, canzonette intonate in mezzo al convito da alcuno dei commensali: imenei, canti morali di ammonimenti e documenti intorno al matrimonio; e altri, descrittivi della pompa delle nozze; e inni a onore degli sposi.

Di scolii uno ce ne avanza, male attribuito ad Anacreonte, tutto ancor fresco e brioso:

O regina de le dive, Cipride; o Amore, forza de gli uomini; o Imene, custode della vita; voi chiamo con la parola, voi ne' canti onoro, Amore, Imeneo, Cipride. Guarda, o giovine, guarda la novizza: sta' su, ché non ti sfugga la caccia della pernice.

Stratocle diletto di Citerea, Stratocle marito di Mirilla, mira la cara moglie, adorna, fiorente, splendida. La rosa è regina dei fiori, rosa tra le fanciulle Mirilla. Il sole t'illumini il talamo: ti cresca nel giardino un cipresso [85].

Degli epitalamii propriamente cantati non ne avanza. Teocrito, o chi altri nell'età alessandrina, rifece l'epitalamio di Elena; e, o che parte lo deducesse dalle antiche epopee o che parte vi raccogliesse degli spiriti dalla vita ancor poetica del popolo, fe' cosa, pur negli atteggiamenti studiati dall'arte, graziosamente ingenua. Sono dodici fanciulle di Sparta, che, col giacinto alle chiome, in casa il biondo Menelao, intrecciano carole cantando Imeneo dinanzi al talamo di fresco dipinto della Tindaride e del piú giovine Atride. Le fanciulle cominciano giovanilmente scherzose. (Riferisco dalla versione del Salvini, che, dove non falla per difetto del testo seguíto, è delle men peggio). ‒ Dovevi ‒ dicono allo sposo ‒

.     .     .     .     .   dovevi tu per tempo.

Tu che mestier n'avevi, andare a letto,

E lasciar poi che colle sue compagne

Presso alla cara madre in festa e in giuoco

Si stèsse la figliuola infino a giorno;

Poi che ce n'era ancor per la dimane

Della tua sposa, e ancor per anni ed anni.

Noi siamo ‒ seguitano, cambiando tono, le figlie di Sparta ‒ noi siamo, tutte compagne di età, duecentoquaranta fanciulle, femminil gioventú usa a correre, unte la persona a mo' de' maschi, lungo i lavacri del nostro Eurota; ma niuna di noi è, comparata ad Elena, senza taccia. Quale la veneranda aurora spuntando, mostra la bella faccia, o quale la serena primavera allo sparire del verno, tale anche Elena mostrasi aurea fra noi, ben vegnente come biada che sorge ornamento del solco o cipresso nel giardino o cavallo tessalo al cocchio. ‒ E poi ancora, con desioso e casto intrecciamento delle memorie virginee alle condizioni e agli offici di sposa:

Vaga fanciulla, omai tu donna sei,

Ed a guardar la casa omai ti tócca.

Noi la mattina al corso ed ai giardini

Andremo a coglier fiori e a far ghirlande,

Molto, o Elena, te membrando; quali

Pecorelle di latte, che son prive

Della materna desiata poppa....

Godi, sposa, e tu godi, o nobil sposo....

Doni Latona a voi leggiadra prole,

Latona di bei figli alma nutrice;

Venere a voi, Venere dea conceda

Un eguale d'entrambi amor perfetto....

Dormite, l'un nell'altro, o cari sposi,

Amore ed amistà spirando in seno.

Destatevi al mattin, non ve 'l scordate.

Torneremo ancor noi qui domattina,

Tosto che sorto il buon cantor del giorno

Strepitando alzerà il piumoso collo [86].

Ma questa riproduzione artistica dell'età epica non può compensare la perdita degli epitalamii di Stesicoro o dei piú molti composti da Saffo, quando nella lirica eolia batteva giovine il cuore ed esultava la fantasia del popolo greco.

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Può essere che da alcuno o da piú degli epitalamii di Saffo ritragga il carme di Catullo per le nozze di Tito Manlio Torquato con Vinia Aurunculeia di nobilissime famiglie romane negli ultimi tempi della repubblica. Imitazioni dal greco certe, almeno di luoghi conosciuti, non pare vi sieno; se bene è vero che abonda di imagini e memorie e forme greche, massime nella prima parte, e greca è la invocazione a Imeneo, dove i romani chiamavan Talassio; ma tutto il carme è anche una perfetta rappresentazione di tutti quasi i riti delle nozze romane. A ogni modo le forme della religione greca sono cosí amicamente conciliate alle romane costumanze, e la vita del momento è còlta cosí in accordo alle relazioni eterne della famiglia e della patria, che quel carme resta ammirabile non solo tra le fantasie pittrici piú graziose e pure che la poesia latina lasciasse, ma fra i piú bei monumenti della classica antichità.

Il rito delle nozze romane, né anche ai dí nostri sparito affatto dagli usi delle popolazioni italiche particolarmente montigiane e isolane, era una poesia per sé stesso, rinnovando in una quasi drammatica raffigurazione le origini e tradizioni epiche della famiglia e del giure gentilizio. Tale rappresentazione Catullo descrive tra da poeta e da sacerdote, ancora vate; la descrive in un carme a strofe brevi e animate, di semplice e abile disegno, che è pur esso un piccolo dramma svolgentesi insieme col maggiore in un monologo variato d'inni e di cori.

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La sposa, pettinata fin dal mattino alla foggia delle Vestali con la punta dell'asta celibare, ferro già tinto nel sangue, che segnò il solco alla raccolta capigliatura; coronata di maggiorana o di verbene o di altre erbe raccolte di sua mano; velata il capo, la chioma, tutto il viso, nel roseo flammeo; fatta la confarreazione, nella quale, alla presenza del pontefice del flamine e di dieci testimoni, dopo il sacrificio, partí con lo sposo il pane del farro sacro; aspetta la sera. Imbrunisce. È l'ora che la sposa deve esser rapita a forza, come già furono le Sabine, dal grembo della madre o della congiunta piú prossima. Le fanciulle consanguinee, compagne, clienti, aspettano nell'atrio, con quella affettuosa e quasi religiosa trepidanza che è delle donne in quei casi.

Il poeta, dinanzi alla casa, circondato dalle persone e dalle decorazioni della festa, invoca il giovine dio greco delle nozze; e chiama il drappello delle fanciulle a ripetere in coro l'inno dell'imeneo, ché il dio del piacere legittimo si renda piú facile alle preghiere di voci pure e di bocche innocenti. Ecco l'invocazione, illuminata dalla imagine della verginale bellezza di Vinia, uscente nel carme come Vespero che sale dai colli romani ad affrettare il momento della partita di lei dalla casa paterna [87].

O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede nell'aureo socco;

e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda di pino.

Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,

ridente come su l'Asio mortella da' ramicelli fioriti, che le Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.

Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente Aganippe:

vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua, allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si aggrappa all'albero con erranti viluppi.

E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi, cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.

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L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e alla virtù.

Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido orecchio lo sposo novello.

Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:

Voi donzellette amabili,

A cui trilustre palpita

Nel colmo petto il core,

E spesso il volto mostra

Un mal celato amore;

Perché discenda facile

Il dio, sciogliete un cantico;

‒ Dal sacro orror pimpleo,

Dalle materne selve

Scendi, Imene‒Imeneo.

Te d'ogni stirpe chiamano

Speme le madri e i tremuli

Vecchi con voce fioca,

Te il garzoncello imberbe,

Te ogni donzella invoca.

O di costumi agli uomini

Dolce maestro ed arbitro,

Dal sacro orror pimpleo

Dalle materne selve

Scendi, Imene‒Imeneo.

Tu a re sdegnati e ai popoli

Pace ridoni e candida

Fe' di pensier concordi,

Tu in amistade unisci

Le famiglie discordi.

E tu soave imperio

Stendi dall'austro a borea

Dal sacro orror pimpleo,

Dalle materne selve

Scendi, Imene‒Imeneo.

Per te la zona timide

L'intatte spose sciolgono

A lusinghiero invito,

E cedon lagrimando

Al cupido marito

Per te fama non temono

Casti Cupido e Venere.

Dal sacro orror pimpleo,

Dalle materne selve

Scendi, Imene‒Imeneo.

Scendi, dator benefico

Di gioia e di dovizia,

Protettore fecondo

Delle città, dei campi,

Animator del mondo [88].

E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia italiana ce n'è di peggio.

¯

Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito, è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene: le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che l'attende sicura.

Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene... E pure ubbidendo piange che le bisogni andare.

Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.

Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa novella.

Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi? le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.

Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere mammelle;

chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o sposa novella.

Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.

Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire. Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere, il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone Domiduca va la processione nuziale alla casa del marito. E i fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.

I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti, le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro patrizio Ricimero. E il poeta della Gerusalemme e quel dell'Adone dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo. Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.

Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre...

Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a tutti di sí...

Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra per la nitida porta.

O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

¯

Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.

Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di porpora tende a te le braccia impaziente.

A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di corniolo: un altro 187 tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza di quelle due giovinezze e della prossima maternità.

Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si appressi ella oramai al letto del marito........

E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.

Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno, né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non t'indugiare.

Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.

... E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.

Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.

Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....

Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi, vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.

Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel quale ‒ traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il Naudet ‒ quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa! E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo animato [89]. E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode dall'autore del Giorno e le moralità verseggiate nella sua canzone dal poeta di Bruto minore! E vien fatto di pensare: Come dové esser meschina la età che ispirò le Nozze del Parini! e come infelice la generazione che produsse la canzone del Leopardi!

Note

________________________

[1] Bettinelli, Opere: Venezia, Cesare, 1799: VI 75 e 193.

[2] Della vita e degli scritti di G. Parini, seconda edizione: Milano, Mainardi, 1802: pag. 121

[3] Alcune poesie di Ripano Eupilino, Londra, 1752, presso Giacomo Tomson (Milano, Bianchi).

[4] Rime degli Arcadi, t. XIII, Roma, Giunchi, 1780: pag. 139‒119. 95 eroti

[5] Nuovi saggi critici: Napoli, Morano, 1879: pag. 183.

[6] Cfr. Poeti erotici del sec. XVIII: Firenze, Barbèra, 1868: prefaz., pag. XLIX e L.

[7] Frugoni, Op. poet., Parma, 1789, v 35.

[8] Pag. 529: Torino, Unione tipogr. editr., 1860.

[9] Firenze, Le Monnier, 1883: pag. 1‒4.

[10] Odi dell'ab. Gius. Parini: Milano, Marelli, 1791: pag. 162.

[11] Le Odi dell'ab. G. Parini, riscontrate su mss. e st. con pref. e note di F. Salveraglio: Bologna, Zanichelli, 1882: pag. 191.

[12] Cicerone, cant. XII, st. 17.

[13] G. B. Fagiuoli, Commedie: Firenze, 1734‒52: VI 220.

[14] Rime degli Arcadi, t. XIV, Roma, Giunchi, 1781: pag. 168.

[15] Nelle sestine per il matrimonio di don Gabriele Verri.

[16] Odi dell'ab. G. PARINI già divulgate: Milano, Marelli, 1791, prefaz. e pagg. 23 e segg.

[17] Opere di G. PARINI pubbl. e illustr. da Franc. Reina: Milano, 1802: II 47.

[18] Vedi Versi e prose di G. PARINI, con discorso di G. GIUSTI: Firenze, Le‒Monnier, 1850; pag. 110 e 111.

[19] I. Sannazzaro, Opere volgari: Padova, Comin, 1723: pagina 37.

[20] U. Foscolo, Opere: vol. I, Firenze, Le Monnier, 1850: pag. 14.

[21] Hölty, Gedichte: Bonn, 1805: I 169 (Das Landleben).

[22] A. de Lamartine, Nouvelles Méditations poétiques: Paris, Hachette, 1880; pag. 104 e segg.

[23] L. Tansillo, Il Podere, canto III: in Poesie di L. T., Londra (Livorno), Masi, 1782, pagg. 317 e seguenti.

[24] Les poètes français: Paris, Gide, 1861: II, 428 e segg.

[25] Sainte‒Beuve: Causeries du lundi: VIII (Paris, Garnier, 1855) par. 63.

[26] G. Baretti, Opere: Milano, Soc. tipogr. class, ital., 1839: IV, 362.

[27] G. Gozzi, Scritti scelti e ord. da N. Tommaseo: Firenze, Le Monnier, 1818‒49: III 515, lettera del 5 gennaio 1741 ad A. F. Seghezzi. [1818 è evidentemente un refuso, da leggersi 1848]

[28] Nell’originale "diroccati". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]

[29] Nell’originale "campanello". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]

[30] G. Gozzi, Lettere diverse, Venezia, Pasquali, 1750, pagg. 100‒1

[31] Lettere di diversi eccellentiss. uomini, racc. da L. DOLCE: Venezia, Giolito de' Ferrari, 1559: pagg. 435‒440. Queste due del Gradenigo furono riprodotte, ma sciupacchiate, in Lettere descrittive di celebri italiani raccolte da B. Gamba, ediz. seconda, Venezia, tipogr. d'Alvisopoli, 1819: pagg. 50‒58.

[32] Nella già cit. ediz. del Zanichelli, pag. 131.

[33] Horatii Carm. II XIV, IV I: ed. Fr. Ritter: Lipsia, Engelmann, 1856.

[34] Frugoni, Opere poetiche, Parma, stamp. reale, 1779: v. 122

[35] Anacreontea, 6, in Anthol. lyrica ed. TH. Bergk, Lipsia, Reichenbach, 1854, pag. 308.

[36] Frugoni,, Poesie: Lucca, Bonsignori, 1779: III, 275 e 350. ‒ Poeti erotici del sec. XVIII, Firenze, Barbèra, 1866: 197 e 203.

[37] Horatii Carmina II III e XIV: nella cit. ediz. del Ritter.

[38] V. Monti, Poesie liriche, Firenze, Barbèra, 1862, pag. 331.

[39] Horatii Epistolae 1 VII: ediz. già cit. del Ritter.

[40] Voltaire, Oeuvres compl., ediz. 1785, De l'Imprim. de la soc. littér. typogr., t. XV, pag. 195 (lettre à m. de Cideville. 11 juillet 1741).

[41] Staël, De l'Allemagne, Paris, Mame, 1814: I 309.

[42] Schiller, Gedichte der dritten periode.

[43] A. Bellati, Saggio di poesie alemanne recate in versi italiani, Milano, Fontana, 1832: pag. 73 e 134.

[44] P. Rolli, Rime, Verona, Tumermani, 1733: pagg. 146, 164 e 167. ‒ Poeti erotici del sec. XVII. Firenze, Barbèra, 1868: pagine 91, 93, 96.

[45] SC. Maffei, Poesie volgari e latine, Verona, Andreoni, 1752: I 138.

[46] Anacreonte, ediz. critica di Luigi A. Michelangeli, Bologna, Zanichelli, 1882: pag. 290.

[47] Horatii, Carmina, I XXVII: nella già cit. ediz. del Ritter.

[48] Odi ecc., pag. 162.

[49] Quadrio, Storia e ragione d'ogni poesia: 1712.

[50] Parini, Opere: Milano, Genio tipografico, 1802: II 225.

[51] Ott. Rinuccini, Poesie: Firenze, Giunti, 1622: pagg. 24‒25.

[52] In Bibliot. di letter. popol. ital. pubbl. da Severino Ferrari, Firenze, 1882: pagg. 186‒7.

[53] Frugoni, Poesie: Lucca, Bonsignori, 1779: III 285. ‒ Poeti erotici del sec. XVIII, Firenze, Barbèra, 1868: pag. 218.

[54] Parini, Opere: ediz. già cit. III 25.

[55] In Bibliot. di letter. pop. ital. già citata: pag. 216.

[56] Chiabrera, Rime varie, parte seconda, Venezia, Combi, 1605, pag. 34; e Rime, Roma, Salvioni, 1718, II 102.

[57] Parini, Opere, ediz. già cit., II 229.

[58] Nella rassegna di 60 usseri cisalpini, in Poesie liriche di V. Monti, Barbèra, 1862, pag. 311; e nel Bardo della Selva nera, canto I.

[59] Firenze, Succ. Le Monnier, 1884, pag. 21.

[60] Vedi la prefazione di F. Salveraglio alla utilissima edizione de Le Odi dell'ab. G. Parini, data dal Zanichelli, pagg. XI e XII.

[61] Nella già cit. ediz. del Le Monnier, pag. 22.

[62] Juvenalis Satyrae, I 80.

[63] Cfr. F. Salveraglio nelle note (pag. 228‒229) alla già cit. ediz. delle Odi di G. Parini per il Zanichelli 1882.

[64] Ripubblicato poi con aggiunte nelle Opere edite e inedite dell'ab. S. Bettinelli, Venezia, Cesare, 1800: XVII 2 e seg.

[65] La Frusta letteraria, n° XXIII, Roveredo 1 sett. 1764.

[66] Cicerone, c. IV st. 17 e segg.

[67] Le Raccolte, c. I st. 9 e 10.

[68] Pellegr. Salandri, Poesie, Reggio, Torregiani, 1824; qua e là nel tomo II.

[69] Cesarotti, Opere vol. XXXI, Firenze, Molini, 1809, pag. 192. Cfr. G. Leopardi, Crestomazia italiana poetica, Milano, Stella, 1827 pag. 423.

[70] Clem. Bondi, Poesie, Vienna, Degen, 1808: III 35.

[71] Rime per nozze Corona Terzi di Sissa e Rangone, Parma, Rosati, 1741, pag. LXXXVII. Vedi anche Poeti erotici del sec. XVIII, Firenze, Barbèra. 1869: pag. 280.

[72] Puccianti, Antologia della poesia moderna, Firenze Le Monnier, 1883: pag. 87. E prima in Lirici del sec. XVIII, Firenze, Barbèra, 1871: pag. 128.

[73] Fu pubblicata in non so piú quale raccolta lucchese: ristampata in Prose e poesie scelte di AG. Paradisi, Reggio, Fiaccadori, 1827, l. 10; e in Lirici del sec. XVIII, Firenze, Barbèra, 1871: pag. 64.

[74] AG. PARADISI, Prose e poesie scelte, già cit. edizione, I 81; e in Lirici del sec. XVIII. già cit. ediz., pag. 70 e segg.

[75] Parini, Opere, Milano, 1802: II, 12.

[76] Parini, Opere, ed. cit. II. 22.

[77] P. Rolli, Rime, Verona, Tumermanni, 1738: pag. 140. Anche in Poeti erotici del sec. XVIII. Firenze, Barbèri, 1869: pag. 78.

[78] Monti, Poesie liriche, Firenze, Barbèra, 1862: pag. 318.

[79] P. Rolli, Rime, ediz. già cit., pag. 190; e in Poeti erotici, ed. già cit., pag. 43.

[80] avebbe, nella edizione di riferimento: correggiamo come da originale della lettera di Luigi Bramieri, pubblicata in Della vita e degli scritti di Giuseppe Parini, lettere di due amici, prima ed. 1801, pag. 105, lettera dell'avvocato Luigi Bramieri alla poetessa Egeria Caritea (colta Ninfa della Trebbia). (Bonghi)

[81] Della vita e degli scritti di G. Parini, lettere di due amici: sec. ediz. Milano, Majnardi, 1802: pag. 132

[82] Nella piú volte cit. ediz. delle Odi del Parini fatta dallo Zanichelli, pagg. 73‒5.

[83] Frugoni, Poesie, Lucca, Bonsignori, 1779: IX 73.

[84] Della vita e degli scritti di G. Parini, lettere di due amici: ediz. già cit. pag. 167.

[85] Tradussi dalla lezione, che mi parve bene eletta, dell'Anacreonte, ediz. critica di Luigi A. Michelangeli: Bologna, Zanichelli, 1883; pag. 314 e segg.

[86] Teocrito volgarizz. da A. M. Salvini, Arezzo, Bellotti, 1751, pag. 100 e segg. ‒ Theocriti Idyllia, ed. Ad. Th. Fritzsche, Lipsia, Pernitzsch, 1869: II 92 e segg.

[87] Ho seguito la lezione di Luciano Müller (Lipsia, Teubner, 1870) non senza concedermi di accettare in qualche luogo varianti da altri testi.

[88] Giov. Fantoni, Poesie, Italia, 1823: III 11 e segg.

[89] C. Valerius Catullus, Parigi, 1826, della collez. Lemaire, pagg. 585 e segg.

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Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011