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Edizione di riferimento:
Opere vol. XIV. Giosuè Carducci studi su Giuseppe Parini, il Parini maggiore con un’appendice inedita Bologna Nicola Zanichelli MCMVII
Questa ode fu composta nel decembre del 1785, e non, come unanimi affermano i cinque commentatori recenti [1] , stampata sùbito a parte in Milano, ma pubblicata in Roma nel gennaio del 1786 in un fascicolo delle Memorie per le belle arti, dopo un sonetto del Sacchetti, con tale avvertenza:
In compenso di un sonetto nato nei primi secoli della poesia diamo una recentissima ode scritta nell’occasione delle dirotte pioggie che hanno più dell’usato reso incomodo il corrente inverno. Un nostro associato di Lombardia che ce la manda non ne assegna l’autore; ma nel leggere l’ode medesima quando vediamo che da lui s’aspetta che ponga fine al Giorno riconosciamo il leggiadrissimo scrittore del Mattino. I torti che ricevono dalla fortuna nemica sono antichissimo argomento de’ lamenti de’ poeti. Il nostro autore però, nell’atto che vuol far comparire quanto a lui sia ingrata la sorte, si allontana dalla querula schiera poetica, e ponendo in bocca altrui simili lagnanze, e sdegnando i consigli di chi lo vorrebbe avvilito a mendicare ricchezze ed onori, confida nella propria costanza e prende a scherno i favori della fortuna. Ci sembra che uno dei maggiori pregi di questo componimento sia il tono vibrato ed impetuoso in cui è scritto, il quale dando una somma forza all’espressione nobilita anche alcuni pensieri ed alcune parole che per loro stesse non sarebbero le più elevate. Si conosce che l’autore è pieno del gusto oraziano e che i suoi versi sono dettati veramente dal furore poetico e non dallo stento e dalla fatica. La medesima facilità con cui gli si presentano gli oggetti egli adopera nel descriverli: quindi accenna rapidamente alcune immagini grandi, alle quali egli dona un sol verso, quando altri di lui men fecondo ne avrebbe formato un lungo componimento. Tale è quella dei bassi genii che si nascondono dietro al fasto. Noi vediamo in questo componimento molte bellezze e molte originalità, e, se più frequenti ce ne capitassero di tal valore, più di rado avremmo ricorso alle poesie inedite degli antichi rimatori [2].
In una lettera che l’abate Martino Guidoni Bianconi scriveva da Roma il 21 gennaio 1786 al duca Gian Galeazzo Serbelloni già discepolo del Parini a Milano si discorre di questa ode, l’ode superba dell’abate Parini, e si aggiunge: “Quest’ode fa molto onore al suo autore. Ma non ha egli bisogno di questa. Il suo nome si è reso celebre per tutto il mondo culto per le belle produzioni del suo spirito. Se egli, come il Metastasio, avesse abbandonato la sua patria nell’età sua ridente, non avrebbe avuto bisogno di vedersi negare perfin le miche di Milano„ [3]. Con le miche di Milano negate al Parini l’oscuro epistolografo pare accenni al benefizio ecclesiastico che, come poi vedremo, chiesto dal poco fortunato poeta e conferito ad altri fu la ispirazione prossima della Caduta. Ma non il Guidoni, a creder mio, procurò la stampa dell’ode nel periodico romano. Il cenno, in fine dell’avvertenza, alle poesie antiche pubblicate o da pubblicare nelle Memorie, mette i conoscitori della minuta letteratura del Settecento sulle traccie di chi fu il pubblicatore della poesia moderna. Egli fu per avventura l’abate Pier Antonio Serassi bergamasco, cresciuto in Milano alle buone tradizioni del classicismo lombardo come il Parini e d’una età con lui; il quale fino dal 1754 viveva in Roma ben visto nella società prelatizia e accademica e avea serbato le relazioni milanesi e le amicizie de’ Trasformati, e ora presentava il Parini a’ lettori svogliati della capitale del cattolicismo e dell’ arcadismo con una prosa che per certa pulitezza del dire come per l’accorgimento degli avvertimenti critici non era allora comune. Cinque anni addietro il tomo XIII delle Rime degli Arcadi aveva accolto quattordici sonetti e un’ode (La vita rustica) di Giuseppe Parini (Darisbo Elidonio): a proposito di che ricordo d’avere scritto che il Parini in Arcadia il tacco almeno del pie’ sinistro ce l’ebbe sempre [4]: le mandolinate di certi versucci mi avean mal disposto e dimenticai la Caduta: con questa l’abate aveva certamente sollevato il tacco del pie’ sinistro e menava risolutamente un calcio ne’ cancelli d’Arcadia.
Per allora e per molti anni di poi l’ode passò senza che la gente desse pur un segno di accorgersi dei pregi che il pubblicatore delle Memorie per le belle arti aveva mostrato di ravvisarci. Non era anche il tempo suo. Troppo era quella gente avvezza a riporre la poesia fuori della verità e fuor del mondo di tutti i giorni. Uno che inciampa e stramazza per istrada, che argomento di poesia può essere e che motivo di poesia può dare? Le nocquero forse anche quelli alcuni pensieri e quelle alcune parole che anche al pubblicatore parve per loro stesse non fossero le più elevate, e vuol dire che nel concetto degli arcadi frugoniani erano basse e triviali. Le nocque anche la fama della ruvidità confermata al poeta fra il -volgo dei giudicanti dalla sentenza di un sopracciò del tempo morbido, il Bettinelli : « Un gran poeta..., ma latino dietro Orazio vuol dirsi per l’asperità e lo sforzo della lingua e più pel fiero animo catoniano [5] ».
Nel 1817 un condiscepolo e amico di lord Byron, Giovanni Hobhouse, pubblicò come illustrazione al canto quarto dello Childe-Harold un « Saggio sullo stato della letteratura italiana nel primo ventennio del secolo xix », Di quel saggio, per quel che ne dice l’Hobhouse in una sua lettera, l’autor principale sarebbe Ugo Foscolo; e di Ugo Foscolo può esser benissimo, salvo lo stile, il giudizio che vi si legge della Caduta: « Quantunque questo componimento non meriti il primo luogo fra le poesie del Parini, pure il profondo patetico, la moderata stima di sé stesso e la sana filosofia che vi campeggiano arrecano allo studioso lettore diletto ed ammirazione [6] ».
Nel 1819 Pietro Giordani, a proposito di certe polemiche su la Proposta, scriveva al Monti : « Oh se a tanto ingegno e a tanta fama tu aggiungessi un poco di quell’indole robusta, severa, quadrata, immobile, che fece sì rispettato e temuto il Parini! [7] ». Opportuno l’ammonimento al buon Vincenzo, ma bellisssima poi la figurazione del Parini, còlta e resa con pochi tratti energici, come il Giordani sapeva, di fra i tempi sbiaditi, non mai altrove tanto vera e riconoscibile a primo aspetto quanto nella Caduta. Della quale il Giordani mostra altrove tenere il primo conto fra le odi pariniane; come, riparando a una tacita omissione del Leopardi [8], aggiungeva: « Per me abbia suo seggio tra Torquato e Vittorio il Parini [9] » .
Giacomo Leopardi faceva ammenda ammettendo la Caduta nella sua Crestomazia poetica (1828) [10], e così designandola al plauso della nuova generazione. E un de’ nuovi maestri, benemerito declamatore in letteratura [11], che scrivendo mostrava ignorare le relazioni tra meno e più e quanta e quale sia la differenza tra maestoso e filosofo, domandava: « Quale soggetto parrebbe meno suscettivo di poesia quanto quello dell’ode ch’egli intitola La Caduta? Non di meno mi si trovi fra le centinaia di liriche scritte dal Petrarca sino a noi un componimento più maestoso, più maschio e più filosofico di questo!» È un po’ d’enfasi anche in queste parole del Cantù [12], ma furono scritte nel 1843, e l’enfasi era allora dappertutto e fece anche del bene. « Stramazza. Quanto piccolo caso per una mente volgare! Ma per lui è fonte di bellissima ode... Insigne ode, anzi tipo dell’ode italiana, la quale torna spesso al labbro o nel vedere i disordini morali o nel patire persecuzioni per la giustizia : ode che più d’altra mostra come il Parini sia veramente un poeta cittadino, anzi un eroe ».
Non declamazioni né enfasi di certo nelle parole di Alessandro Manzoni, ma di più cordiale ammirazione non ne furono mai dette su le odi del Parini e particolarmente su la Caduta: « Quelle odi sue - ragionava tra gli amici don Alessandro - mi paiono le migliori che abbiamo noi italiani e delle più belle che si siano scritte mai. Quelle A Silvia e La Caduta... ma non so che cosa abbia la letteratura italiana da mettere non dirò al di sopra ma al paragone [13] ».
Della Caduta questo è il contenuto e lo spirito. Il poeta, trascinandosi infermo de’ piedi per le vie di Milano, sente quanto gli pesa il mancargli, non ostante le sue fatiche e i suoi meriti, di che pigliarsi una cittadina quando fa cattivo tempo. Sente che se sapeva o sapesse anche oggi andare a’ versi ai potenti, se avesse fatto o facesse, diciamolo pure, il vigliacco, potrebbe avere cotesto e altro, ma non vorrebbe e non vuole. I potenti chiuderanno gli orecchi alle oneste sue domande? Come la povertà non gli fece e non gli farà abbassare la fronte, così anche la coscienza del suo merito non glie la farà orgogliosamente levare. Questa la sostanza dell’ode; ma perchè sia mancata la dovuta mercede al suo lavoro il poeta lo mette in bocca con accese parole a un tale, che vedendolo cadere è corso a rialzarlo, gli ha raccattato cappello e bastone, gli ha dato il braccio per accompagnarlo a casa, entrando a parlare de’ fatti suoi. E qui bisogna avvertire di non pigliare per un buon ambrosiano in carne e in ossa il soccorritore sollecito. Un buon ambrosiano, che avesse soccorso un uomo illustre della sua città stramazzato, non si sarebbe permesso dargli così a faccia franca certi consigli; o, se que’ consigli possono fino a un certo punto passare per sopportabili a un galantuomo, se si può concedere che un uomo di quel secolo e del popolo li desse anche a un Parini; quando arriva a suggerirgli di fare il buffone, l’imbroglione, il lenone, oh passa la parte! Verrebbe voglia di dar ragione a Ottaviano Targioni-Tozzetti già preside del liceo di Livorno, uomo di molte e buone lettere, cresciuto nell’adorazione de’ poeti del risorgimento, il quale un bel giorno finì coll’accorgersi e lo venne a dire in pubblico, che la Caduta del Parini non è poi quella perfetta cosa che tutti credono ma che anzi nella maggior parte è difettosissima e falsa [14]. E come no? Il poeta, dopo lasciatosi fare dei rimpianti sulla sua sorte, che suonano assai bassi, si lascia anche gridare in fine sul viso un consiglio che suona ingiuria atroce:
Ma chi giammai potria
Guarir tua mente illusa,
trar per altra via
Te ostinato amator de la tua Musa?
Lasciala: o, pari a vile
Mima, il pudore insulti,
Dilettando scurrile
I bassi genj dietro al fasto occulti.
E la bile che alfine getta impetuosa gli argini non gli getta che per dire al confortatore abbietto e villano: Umano sei, non giusto.
Ebbe un bell’adoperarsi Francesco De Sanctis per farci simpatico l’intromettente soccorritore:
Colui che lo leva di terra, non è uno sfacciato demone tentatore, non è il vigliacco idealizzato, per fare antitesi; anzi è lui pure un uomo virtuoso, compassionevole alla sventura, riverente, estimatore dell’ingegno e della virtù, spregiatore di mondane pompe. Sei così grande, egli dice, e non hai ancora un vil cocchio, che ti salvi a traverso de’ trivii.
Ed ecco il debil fianco
Per anni o per natura
Vai nel suolo pur anco
Fra il danno strascicando e la paura;
Né il si lodato verso
Vile cocchio ti appresta.
Che te salvi a traverso
De’ trivii dal furor della tempesta.
Sdegnosa anima! prendi.
Prendi novo consiglio.
Se il già canuto intendi
Capo sottrarre a più fatal periglio.
Questo consigliere gratuito non é cinico e non ironico, non ha nulla di straordinariamente cattivo, anzi è della stoffa degli uomini virtuosi, ma stoffa ordinaria, è il virtuoso fino a un certo punto, di quella virtù relativa e non difficile a’ compromessi, che è la virtù del maggior numero. Ammira l’anima sdegnosa del Parini, celebra il suo verso, pur lo esorta che per fuggir povertà faccia come gli altri, si rassegni alla temperatura comune. Dignità sì, ha l’aria di dire, ma quando puoi con una caduta fiaccarti il capo canuto, un cocchio non fa male e un cocchio vale la tua dignità. Questo è il succo del suo discorso. E non crede punto d’insultare il Parini, lo misura alla sua stregua [15].
Ahimè quale stregua! metti metti, leva leva, la figura accarezzata dell’uomo virtuoso da quanto il Parini (è lui pure un uomo virtuoso), è ridotta a somigliar molto da vicino un cialtroncello. E il Parini resta nella brutta posizione di ricevere tali consigli da tal uomo. Meglio vide Guido Mazzoni:
Ma che il soccorritore, riconosciuto il poeta, potesse dargli davvero i consigli che questi gli attribuì, nessuno vorrà ammettere: a un uomo di tale età, di tanta autorità, sarebbe stato da pazzo parlare a quel modo. È dunque nel falso una parte dell’ode? no, è soltanto fuori della realtà storica, non già della verità umana. Il soccorritore, che ci è presentato come persona cólta, avrà ben accompagnato l’atto pietoso di qualche compassionevole parola; ed era naturale che gli sfuggisse qualche esclamazione di rimpianto perchè quel povero sciancato, di cui tutta Milano si vantava come di gloria propria, dovesse arrischiarsi a piedi, d’inverno, tra la furia delle carrozze: - Non l’andrebbe così, abate Parini, se voi foste o un intrigante parassita de’ ricchi o un ingordo arruffone delle finanze nostre, o almeno un poeta d’altro stampo! un poeta, per esempio, come è quell’altro abate, il Casti, che sa così bene con le sue sudicerie addentrarsi nelle grazie de’ potenti! Ma voi, invece di adularli, perchè vi rivestano, vi vantate di voler morir nudo! Invece di divertirli con le novelle oscene, voi li mettete in caricatura nel Giorno! Sfido, allora, a far fortuna, a questi tempi, povero abate Parini! – Tali, se mai, doverono essere il rimpianto e le esclamazioni del soccorritore; tali, certamente, furono le amare riflessioni che il Parini fece tra sé: e il poeta incarnò allora, quasi sdoppiandosi, quelle amare sue riflessioni nel cittadino, e rappresentò sè medesimo quale era, ben lontano dal convertire in suggerimenti a sè e ad altri quelle riflessioni [16].
Proprio così! In tale sdoppiamento del poeta e succrescimento del consigliere soccorritore consiste la virtù dell’ode.
Non vuolsi negare il motivo prossimo onde l’ode acquista tanta verità e movimento di vita, dell’essere il poeta caduto sulla strada un brutto giorno d’inverno; ma l’anima di quel motivo è da cercare nella indignazione sua, che non fosse fatta ragione alle sue oneste domande. Egli era sui cinquantacinque anni, malfermo di salute, vedevasi con l’età mano a mano più grave andare incontro a malanni ed acciacchi (e lo stipendio della cattedra rimaneva pure lo stesso, duemila trecento lire milanesi), né certo erano un rinfranco le 160 lire di un beneficiuolo di Veprio, né c’era da fare assegno su la pensione pontificia di 60 scudi all’anno che l’abbazia di Chiaravalle pagava sì e no. Venne nel 1783 a vacare un benefizio nell’oratorio di Santa Maria in Lentate. Il prete professore fece ben cinque istanze all’arciduca Ferdinando governatore: osava richiamare alla benigna considerazione del real governo le sue circostanze di pubblicazioni, di fortuna, d’età. Il benefizio fu conferito il 28 aprile del 1785 a don Carlo Melzi, il quale di casa sua era conte e di gerarchia proposto. Il fiero risentimento che ne ebbe il Parini si ricordava anche dopo la sua morte [17]: “L’essere indegnamente posposto nella collazione d’un benefizio cui aspirava gli mosse tale dispetto ed amarezza che non seppe giammai spogliarsene interamente„ [18].
Aggiungi che proprio in quegli anni Giambattista Casti facea furore nelle corti del settentrione ed era particolarmente venuto nelle delizie di Giuseppe II. Già: mentre egli, l’autore del Giorno, cadeva sotto i rovesci di neve per le vie di Milano, Giuseppe II, il figlio di Maria Teresa, l’imperatore romano, ammetteva nelle sue conversazioni Giambattista Casti, canticchiava l’arietta del melodramma Il Re Teodoro che egli aveva suggerito:
Che ne dici tu, Taddeo?
È un birbante? è un conte? è un re?
Qual Berlich, qual Asmodeo
Mi dirà che diavol è? [19]
e dicevasi che fosse per nominarlo con uno stipendio di tremila fiorini nel posto di poeta cesareo lasciato vuoto dal Metastasio [20]. Di questi anni è l’accenno sdegnoso nella Recita de’ versi al solenne incontro che facea il Casti ne’ crocchi eleganti recitando le sue novelle:
O gran silenzio intorno
A sé vanti compor Fauno procace,
Se del pudore a scorno
Annunzia carme onde ai profani piace;
Da la cui lubric’ arte
Saggia matrona vergognando parte.
Di quest’anno è l’etopeia fulminante del sonetto:
Un prete vecchio brutto e puzzolente,
Dal mal franzese tutto quanto guasto,
E che per bizzaria dell’ accidente
Dal nome del casato è detto casto:
Che scrive dei racconti in cui si sente
Dell’ infame Aretin tutto l’ impasto,
Ed un poema sporco e impertinente
Contro la donna dell’ impero vasto :
Che se bene senz’ ugola è rimaso
Attorno va recitator molesto
Oscenamente parlando col naso :
Che da gli occhi dal volto e fin dal gesto
Spira l’empia lussuria ond’egli è invaso
Qual satiro procace e disonesto:
Si questo mostro, questo,
È la delizia de’ terrestri numi.
Oh che razza di tempi e di costumi! [21].
Il penultimo verso va diritto a Casa d’Austria: tutto insieme il sonetto è una nobile rivendicazione dell’ arte e di esso il poeta, che respinge co ’l gesto dell’indignazione e della nausea ciò che il volgo piccolo e grande seguita a levargli alto sul viso fra nuvoli d’incenso. Perché si ha un bel proclamare,
Un’alma grande
È teatro a sé stessa,
pure anche agli uomini forti onesti e modesti, alle conscienze quadrate, quando sentono le ingiustizie seguitar pure a fiottar loro addosso, quando veggono le grazie e i favori concorrere arridenti dove meno dovrebbero, dee venir fatto di pensare e dire fra sé e sé: Eppure, se io fossi stato un vigliacco come il tale e il tale, non sarebbe andata così: avrei avuto il tale officio, il tal posto, il tal onore. Ma che! è un momento: i due Adami possono essere in contrasto fra loro a rimbrottarsi il passato nel pensiero dell’uomo buono e forte: è un momento, e subito la vittoria è del miglior Adamo. Codesto contrasto fra gl’instinti latranti all’oscuro in basso e gli ideali aspiranti alla luce nell’alto, il Parini ce lo mostra dibattuto e risoluto nel cuor suo sul passo sdrucciolevole e fangoso di una via di Milano:
E ciò dicendo, solo
Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.
Così, grato a i soccorsi,
Ho il consiglio a dispetto;
E privo di rimorsi
Col dubitante piè torno al mio tetto.
E dal dibattimento prorompe questa poesia che è nel secolo decimottavo veramente un frutto immaturo, o meglio fuor di stagione; che ha i brividi dell’età nuova, che fra i cosidetti, con termine scolastico, componimenti del tempo se ne sta salvaticamente da sé. Non sembra un’ode, perché troppo narra e dialogizza, e nel suo svolgimento troppo aderisce al reale: non è una satira, perché sotto la lirica realtà troppo svela l’ideale. Che che siasi, è cosa nuova nella poesia italiana d’allora e d’altri tempi: mai conscienza di poeta da Dante in poi non si era rivelata così nettamente intiera, così superbamente dignitosa.
Tale esaltazione della sensibilità, tanta eccitabilità dell’io, scattanti tutto ad un tratto dall’anima italiana, risorta dopo due secoli e più di pressura ecclesiastica feudale academica, per concorso quasi fatale di temperamenti di caratteri di circostanze, per una cospirante energia in certe correnti del tempo e in certe condizioni degl’ingegni, furono tra noi i primi fenomeni del lirismo moderno, e primi a sentire l’effetto e darne l’esempio furono il Parini, l’Alfieri, il Foscolo. Non che un’apparenza o una degenerazione di cotesti fenomeni ne’ poeti dell’Arcadia non ci fosse; che anzi in quella loro schiumosa maniera abbondava l’egotismo nella esteriorità delle forme, nelle vanterie rombanti delle frasi, nelle fogge del parlar figurato, nelle mascherature mitologiche. E da che il capofila della banda, il Pindaro Guidi, ebbe detto :
Io, mercé delle figlie alme di Giove,
Non d’armento e di gregge
Son ne’ campi d’Arcadia umil custode :
Cultor son io dell’altrui bella lode
Cui levo in alto co’ sonori versi;
Ed ho cento, destrieri
Su la riva d’ Alfeo,
Tutti d’eterne penne armati il dorso,
Che certo varcherian l’immenso corso
Che fan per l’alta mole
I cavalli del sole [22];
ben presto nella carriera lirica ogni poeta di stocco prese a giurare
E per la sua foresta e per li cento
Destrier focosi che in Arcadia pasce [23]
le più balorde cose ch’uom possa imaginare. E il Frugoni quanti incarichi e quanti messaggi d’Apollo avesse o facesse e quanta immortalità distribuisse sarebbe lungo a ridire. La personalità arcadica stava nel farsi valere per l’apparenza e nel rumore delle frasi, sotto il quale, primi a convenirne i poeti, non c’era nulla. Che verità straziante invece in questa Caduta. Il poeta che ci si presenta non è un godente, non è un gloriaccino [24]: egli è sofferente, zoppica, comincia con lo stramazzare su la strada, oggetto di riso ai monelli: è accompagnato barcollante a casa, oggetto alla commiserazione dell’accompagnatore: contro il cui insistere negli abbietti consigli alfine si rileva in tutta l’altezza della sua persona; e par di sentire nella sua voce sonora e gagliarda l’accento energico e risoluto [25] che gli era proprio.
Chi sei tu, che sostenti
A me questo vetusto
Pondo, e l’animo tenti
Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.
Buon cittadino, al segno
Dove natura e i primi
Casi ordinâr, l’ ingegno
Guida così, che lui la patria estimi.
Quando poi d’ età carco
Il bisogno lo stringe.
Chiede opportuno e parco
Con fronte liberal che l’alma pinge;
E se i duri mortali
A lui voltano il tergo,
Ei si fa, contro ai mali.
De la costanza sua scudo ed usbergo.
Quanta, in questo sùbito sorgere e cambiare dell’atteggiamento, quanta altierezza unita a quanta modestia! Quanta costanza coerente nel poeta che giovine aveva cantato:
No, ricchezza né onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Marcar non mi vedrà.
Quanta rassegnazione nella solitudine di questa povertà eroica!
Paragoniamo tale atletica nudità con una immascheratura (la necessità del vero mi riconduce sotto la penna il vocabolo) del Frugoni: mi veniva detto del gloriaccino Frugoni. Si tratta d’uno dei soliti argomenti: d’una laurea conferita in medicina dal professore Gaspero Malpeli che aveva assistito e curato di recente il Frugoni. Che imagina il poeta? Il poeta va difilato su la riva di Stige a gridar l'alto là a Caronte:
O del tragitto estremo
Custode inesorabile,
Ferma l'avaro remo
Che il pigro irremeabile
Stagno rompendo va.
Ferma e guardami bene chi sono: vedi questa gran corona; vedi questo gran plettro:
Ravvisami all’alloro
Che il crine mi circonda,
Al sacro plettro d’oro,
Che dalla livid’onda
D’oblio timor non ha.
Sono un poeta genovese famoso; e però Cerbero mi ha lasciato scender vivo nell’Inferno:
Son delle Muse amico.
Ligure illustre ingegno;
Il trifauce nemico
Me dell’ombre nel regno
Vivo scender mirò.
Sono sceso vivo all’Inferno, come già dietro la guida della Sibilla di Cuma vi scese Enea:
Vivo cosí qui venne
Enea, prole di Venere,
Che con fuggenti antenne
Troia caduta in cenere
Altrove trasferí.
Te ripugnante invano,
L’indovina Cumea
Con l'aureo ramo in mano
Al padre il conducea
Pe’ campi ignoti al dí.
Ma non temere. Io non voglio valicare sulla tua barca lo Stige, vo’ fare con te due chiacchiere di poesia:
Non io, salma ancor viva,
Fra la turba che varca.
Dell’almo lume priva,
Vo’ su la bruna barca
Oltre Stige passar.
Su queste inferne arene.
Che lutto eterno spirano,
La lingua d’Ippocrene
Che i muti regni ammirano
Vo’ teco favellar.
Sai che notizie ho a darti? Tu non avrai più a traghettare morti:
Sai, dall’ aèr superno
Che rosea luce irradia,
Torvo nume d’ Averne,
Io famoso in Arcadia
Qual nunzio vengo a te?
A questo margo intorno
Non vedrai più frequenti.
Sciolte avanti il lor giorno.
Sdegnose ombre dolenti
Girar col mesto piè.
A Parma c’ è il professor Malpeli, e non si muore più:
Parma è cara a quel Dio,
Che tarda a morte l’ali.
Là scendere il vid’io;
Là dell’arti vitali
Il magistero aprir.
Dai patrii rostri intento
Leggi certe a prescrivere,
Riparator di cento
Mali, insidie del vivere,
Malpeli è colassù.
Egli, il Malpeli, mi ha guarito dalla febbre; e tu vorrai aspettarmi un bel pezzo, o nero barcaiuolo!
Egli lontana torse
Da me la Febbre pallida:
E me dovrai tu forse
Su la tua prora squallida
Aspettar lunga età.
Però chiaro e felice,
Dovunque tiensi in pregio
La cetra eternatrice,
Vivrà il suo nome egregio.
Se il canto mio vivrà.
E qui presentazione del giovine laureato [26]. Mi sono un po’ dilungato: ma bisognava pure dar un’ idea dello stacco da poesia a poesia. Oggi non si trattengono le risa a una trovata sì comica; e ci domandiamo come un uomo potesse sul serio pensar tali cose e metterle anche in versi non brutti, o almeno ben torniti. Eppure due anni prima che fosse scritta la Caduta nel bel mezzo di Lombardia, si diceva dell’ode frugoniana: “Questo è uno di que’ pezzi singolari che al nostro Comante meritarono il nome di Pindaro italiano... Mostra a qual segno sappia elevarsi il fervido entusiasmo d’un ingegno veramente poetico ed inventore... Di nulla manca che influir possa a renderla ammirabile„ [27]. Dal trovar mirabile codesta ode ad ammirar la Caduta dovea correre del tempo: ci bisognava un temporale a sgombrar lo scirocco che portava tanti nuvoli di falso, perché fosse respirata l’aria pura e frizzante della verità. Mi giova riattaccare con una citazione del Manzoni che ho lasciato qui addietro interrotta:
" ... La Caduta. Ma non so che cosa abbia la letteratura italiana da mettere non dirò di sopra ma al paragone. Il Parini (seguita il Manzoni) aveva uggia di quella tanta riputazione che godeva il Casti e della gran festa che faceano a lui. Un segno anche questo del poco buon gusto che Milano aveva allora. Infatti il Parini non pigliò più autorità e nome se non quando per i casi d’Italia, vennero tanti italiani nella sua patria [28]„. Vero, se ciò s’intenda specialmente delle Odi che ebbero un de’ primi banditori, e l’abbiamo veduto, nel Foscolo. E bisognò che s’ affermasse la generazione del nuovo regno d’ Italia, perché non si seguitasse d’anteporre al Parini di gran lunga il Frugoni e un po’ anche il Fantoni. È del 1817 un Compendio della storia della bella letteratura che fu ristampato più volte, in cui delle Odi del Parini è detto: “Sebbene innalzate da alcuni fino alle stelle, conviene nondimeno confessare non contenere poi que’ tanti pregi che hanno preteso di ravvisarvi... Ci sembra non ritrovarvisi in generale ecc. ecc. [29]„. Vero è che per compenso l’autore, un canonico del duomo di Pisa, G. M. Cardella, professore di eloquenza nel seminario arcivescovile, trovava poi del caso di commendare e raccomandare ai seminaristi le grazie incantatrici, l'ingenua semplicità, la lindura purità ed eleganza delle novelle galanti di G. B. Casti.
Posto nella verità il fondamento di quest’ode, proseguitone nella realtà lo svolgimento e l’atteggiamento, niente doveva offendere in lei la purità la sobrietà l'austerità che le erano essenziali, niente in lei apparire dei falsi brillanti che allora costellavano lo stile classico, non sentore, nella elocuzione, dei fiori degli odori dei profumi peregrini e preziosi che turbassero i sensi e dessero alla testa. Solo un immune cigno da tempo che il tuo nome roda accuserebbe un resto dell’abitudine ai tropi umanistici, se posto in bocca al maldestro consigliere non fosse uno sfoggio di eloquenza lusinghiera; ma i cupi sentieri e il muto aere ove si cova il destino dei popoli vengono presto ad ammonirci che la corrente dello stile è derivata da sorgenti più prossime, più profonde, più vive. Segue in altra strofe un gruppo di frasi svolte da un detto proverbiale, pescar nel torbido, che è ardimento del tutto nuovo al linguaggio figurato del Settecento. Come nuova e tratta dal vero più bello ed umano e significata con rapida espressione è l'osservazione del passaggio dal riso al pianto nel fanciullo, che vede il vecchio cadere e farsi del male: come particolarità di termini, che la simile non entrò mai in altra ode italiana, è il cappel lordo ed il vano bastone dispersi ne la via, dopo la caduta. E con tutto ciò domina in tutta l’ode un fare rigido, riservato, contegnoso, che pare non ammetta confidenza, che non permette in nessuna guisa il soverchio famigliare, il lasciarsi andare: il fare, insomma, latino. Rigidezza e contegnosità che si propaga al metro, unico nelle odi pariniane unico nelle odi italiane, e che pur proviene, chi lo crederebbe?, dalla poesia semipopolare delle laudi sacre, e in essa era derivato da quel vivaio e serbatoio di forme e permutazioni che furono per la lirica italiana le canzonette musicali andate fra il popolo sul finire del Cinquecento e il cominciare del Seicento. Il primo esempio musicale conosciuto di questo metro il Parini non potè aver veduto, che è in un manoscritto riccardiano del secolo xvi e xvii [30]; ben potè vederlo ripetuto sei volte nelle sei laudi spirituali modellatevi sopra e pubblicate nelle quattro o cinque Corone di sacre laudi che furono nello spazio di cento anni stampate in Firenze dal 1610 al 1710, e divulgate per tutta l’Italia devota:
Chi vuol seguir la guerra
Per far del cielo acquisto,
Su, levisi da terra
E venga a farsi cavalier di Cristo.
Chi non ha cor non vada;
Chi teme d’arco o fromba
Ritornisi per strada,
Che poi non fugga a primo suon di tromba [31].
Paragonate in prova:
Altri accorre; e: oh infelice
E di men crudo fato
Degno vate! mi dice;
E seguendo il parlar cinge il mio lato
Con la pietosa mano,
E di terra mi toglie,
E il cappel lordo e il vano
Baston dispersi ne la via raccoglie:
Te ricca di comune
Censo la patria loda;
Te sublime, te immune
Cigno da tempo che il tuo nome roda.
Chi riconoscerebbe lo stesso metro in queste strofe che cominciano nervose e tempestate per iscender poi e devolversi ad arrotondare nel passo dell’endecasillabo la smilza tenuità dei settenari? Non è il primo e il solo caso nel Parini questo dell’essere ritornato per il metro allo specchio della laude e del canto semipopolare. Era fatale che la poesia italiana dovesse, per ripigliare forza ed energia, ritornare, temperata e temperando, alle scaturigini prime.
Conchiudendo. Il Parini fece egli bene a dire in versi buoni belli e forti come egli un brutto giorno stramazzasse a terra e come sdegnando il sostegno di un mal consigliere se ne tornasse zoppicando a casa? Fece egli bene a spiegare così a chi doveva intendere, com’egli non avesse tanto da pagarsi il nolo d’una carrozza, a cui i servigi resi alla patria e l'onore co ’l chiaro ingegno acquistatole parea pure gli facessero un qualche diritto? Un poeta può servirsi dell’arte sua per recare in pubblico le sue miserie, i suoi malcontenti e richiami e forse le sue pretese? Tanti poeti, bisognosi o no, impronti certo, avevano pitoccato e pitoccavano svergognatamente la limosina del governo o del sovrano; era lecito a lui dignitosamente avvertire che aveva bisogno?
Pietro Leopoldo pare credesse che sì, stando a quello che Francesco Reina racconta nella vita del Parini:
Succeduto nell'austriaca eredità e nell’imperio germanico, Leopoldo II recossi a Milano; e si avvenne in Parini. L’imperadore osservò fisso questo sciancato che maestosamente zoppicava, e per maraviglia ne domandò ad uno del corteggio, che dissegli quello esser Parini. Stupì l’imperadore, che un uomo sì celebre e venerando si trascinasse pedestre, e comandò che gli si desse stipendio maggiore. Gli fu allora, per la sollecitudine di Emanuele Kevenhüller, conferita la prefettura degli studi di Brera con migliori condizioni ; e se non era un potentissimo nimico suo, lo stipendio gli si accresceva in guisa di ripararlo, giusta la mente dell’imperadore, dalle ingiurie degli anni e della cagionevolezza [32].
Certo questo cordiale intervento della volontà imperatoria nei bisogni d’un poeta dovè esser caduto in mente a Pietro Leopoldo nel giugno 1791, quando, reduce da Firenze e dall’aver insediato granduca il figlio Ferdinando III, si fermò un mese in Milano e mescolatosi a quella cittadinanza potè aver veduto e provveduto il caso del Parini. Allora il poeta implorò con supplica dall’imperatore e re qualche modica pensione ecclesiastica o qualche discreto aumento, attesa l'avanzata età d’anni 61, la cagionevole salute ed il ritrovarsi abitualmente mal affetto per debolezza alle gambe: e la supplica fu rimessa alla Conferenza governativa, specie di Giunta che proponeva e riferiva a Vienna su cose e persone di Lombardia ed era presieduta dall’arciduca governatore Ferdinando. La Commissione si ricordò in buon punto che proprio in que’ giorni, 16 giugno, l’ imperatore le avea dato carico anche di proporre un soprintendente alle scuole e pensò bene di congiungere nella persona del Parini la soprintendenza all’insegnamento che già teneva, con che “si riporterebbe il doppio vantaggio e di provvedere al troppo tenue stipendio che ora trovasi assegnato a questo degno professore, e di fare un risparmio al fondo letterario che con un tenue aumento di soldo potrebbe ottenere l’intento di vedere coperto il ginnasio di un sopraintendente che forse non avrebbe chi lo eguagli. Il soldo che presentemente percepisce il Parini si è di lire 2300; portandolo alle 4000, può ragionevolmente supporsi dalla moderazione del ricorrente, che non ne sarebbe discontento, ed il fondo letterario, per la nuova carica che andrebbe a istituirsi, non rileverebbe che l’annuale peso di lire 1700” [33]. Questo maneggio fu egli una tirchieria burocratica o non piuttosto un effetto di quel malvolere potentissimo che freddò e stornò la intenzione più benigna della mente imperiale a favore del poeta? A ogni modo i versi della Caduta, addolciti, è vero, dalla prosa della supplica, avean conseguito un poco del loro intento, e alla debolezza di gambe del poeta si era benignamente guardato dal’alto.
La Conferenza governativa spedí a Vienna la supplica bene informata e la relativa proposta di un miglioramento d’impiego al Parini il 6 ottobre 1791; e proprio nell’anniversario, quando il vecchio poeta godeva di quel miglioramento e poteva forse pensare di quando in quando al lusso di una carrozza, c’era chi del suo desiderio d’una carrozza si ricordava con memoria lunga, tenace maligna: “Fra i nostri giacobini più arrabbiati contasi l’abate Parini, ed è nel suo carattere, non avendo egli mai potuto perdonare all’attuale ordine di cose che vi siano delle carrozze e che egli non abbia ad averne una„ [34]. Cosí scriveva il 6 ottobre 1792, non so a chi, il conte Pietro Secchi Comneno, consigliere aulico in riposo, di cui nessuno oggi sa dirmi chi fosse, ma che dovè essere allora uno de’ pezzi grossi dell’ aristocrazia milanese. Di fatti nel 1776 d’ordine di Maria Teresa aveva disteso le Constituzioni fondamentali della Società patriottica [35] , a cui “unico oggetto„ doveva essere “avanzamento dell’agricoltura nella nazion milanese„. Giovine, nel 1766 era stato co' i Verri e con la Società de' pugni uno dei redattori del Caffè [36] dove aveva proposto la coltura del tabacco nel Milanese con l’opera dei condannati; e in un altro articolo aveva discorso del teatro italiano sostenendo la tragedia borghese e citando allora il Parini con l'appellativo onorifico di nostro Orazio [37]. Amo finire anch’io con una citazione: “Al prete sciancato divenne tormento dell’onorata vecchiezza il non potere andare in carrozza; come se la carrozza fosse diritto naturale di chi scrive versi, come se l’Arcadia nutrisse cavalli, come se tutti i galantuomini e gli sciancati dovessero avere carrozze „ [38]. Così Niccolò Tommaseo, e nel sarcasmo ironico di lui c’è press’a poco il ragionamento dell’aristocratico ambrosiano del ’92 contro il giacobino del Giorno.
Note
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[1] F. Salveraglio (Bologna, 1881), A. D’Ancona (Firenze, 1884), A. Bertoldi (Firenze, 1890), G. Mazzoni (Firenze, 1897), Scherillo (Milano, 1900).
[2] Memorie per le belle arti (Roma, Pagliarini, 1786), tomo II, pag. xx.
[3] F. Salveraglio. Note alla Caduta, pag. 244.
[4] Pariniana, pag. 132 del vol. XIII Opere di G. Carducci.
[5] S. Bettinelli, Dialoghi d’amore [Opere, Venezia, 1799), VI, 75.]
[6] Saggio su lo stato della letteratura italiana, ecc., trad. M. Pegna, pag. 230 del vol. XI Opere di Ugo Foscolo (Firenze, 1862).
[7] P. Giordani, Opere, vol. III (Milano, 1856), pag. 374.
[8] G. Leopardi, Canzone ad Angelo Mai, in Opere (Firenze, 1845), vol. I;
Da te fino a quest’ora uom non è sorto,
O sventurato ingegno.
Pari all’italo nome, altro che un solo,
Solo di sua codarda etade indegno
Allobrogo feroce...
[9] P. Giordani, Opere, voi. IV (Milano, 1857), pag. 131.
[10] Stamp. in Milano, F. Stella, parte II, pag. 328.
[11] P. Giuliani Giudici, Storia della letteratura italiana (Firenze, 1847), lezione XIX.
[12] Poeti italiani contemporanei (Parigi, Baudry, 1843), pag, xix: ristampato poi ne L’Abate Parini e la Lombardia (Milano, 1854, pag. 86.
[13] F. D’Ovidio, Da un manoscritto del Bonghi (Napoli, 1896).
[14] O. Targioni-Tozzetti, La Caduta, ode di G. P. (Livorno, Vigo, 1881).
[15] F. De Sanctis, Nuovi saggi critici (Napoli, 1879), pag. 189.
[16] G. Mazzoni. Le odi ecc. di G. Parini annotate (Firenze, Barbèra, 1897), pag. 69.
[17] V. Bortolotti, Vita di G. Parini (Milano, 1900), pag. 112 e segg., e Documenti n. 8.
[18] Della vita e degli scritti di G. P., lettere di due amici (Milano, Mainardi, 1802), pag. 20.
[19] G. B. Casti, Poesie drammatiche (Avignone, 1842), pag. 104.
[20] Il che fece poi Francesco I.
[21] G. Parini, Opere (Reina), vol. iii, pag. 57.
[22] A. Guidi, Rime (Roma, 1704), pag. 43.
[23] G. Parisi, Il Mezzogiorno, in Opere (Reina), I, pag. 141.
[24] Questo, che è un nome proprio inventato da Vittorio Alfieri per un personaggio della sua commedia I troppi, mi pare suoni benissimo come aggettivo in certi casi di vanesia presunzione.
[25] Reina, Vita del Parini; in Parini, Opere (Milano Reina), I, viii.
[26] C. I. Frugoni, Opere poetiche (Parma, Stamp. Reale, 1779)» vol. V, pag. 164.
[27] Poesie scelte di C. I. Frugoni (Brescia, Berlendis, 1782), tomo III, pag. 3 e 61.
[28] F. D’Ovidio, Da un manoscritto del Bonghi. (Napoli, 1896).
[29] G. M. Cardella, Compendio della storia della letteratura, ecc. ( Pisa, Nistri, 1817), tomo III, pag. 348.
[30] S. Ferrari, Biblioteca di letteratura popolare italiana (Firenze, tip. del Vocabolario, 1882), pag. 173.
[31] Corona di sacre Canzoni o Laude spirituali di più divoti autori (Firenze, Stella, 1675), pagg. 74-76.
[32] F. Reina, Opere di G. P. ( Milano, 1801 ), vol. I, pag. xxv.
[33] V. Bortolotti, Vita, opere e tempi di G. P., (Milano, Verri, 1900); Documenti n. 11-14, pagg. 247-254.
[34] M. Scherillo, nella nota alla Caduta, in Poesie di G. P. (Milano, Hoepli, 1900) pag. 57.
[35] L. Ferrari, Del Caffé., (Pisa, 1899), pagg. 22-45; Raccolta di operette filosofiche e filogiche (Milano, Classici, 1822), vol. i, pagg. VII e 351.
[36] I. Bianchi, Elogio storico di P. Verri (Cremona, Manin!, 1803), pag. 181.
[37] Il Caffé (Venezia, 1768), vol. I, pag. 57; II, pagg. 69 e 268.
[38] N. Tommaseo, Dizionario estetico (Firenze, Le Monnier. 1867), pag. 302.
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