Giosuè Carducci

TERZE ODI BARBARE

1889

Edizione  elettronica di riferimento:

Terze odi barbare di Giosuè Carducci Bologna, Ditta Nicola Zanichelli (Cesare e Giacomo Zanichelli) MDCCCLXXXIX

TERZE ODI BARBARE

SOLE D’INVERNO

Nel solitario verno de l’anima

Spunta la dolce imagine,

E tócche frangonsi tosto le nuvole

De la tristezza e sfumano.

Già di cerulea gioia rinnovasi

Ogni pensiero: fremere

Sentomi d’intima vita gli spiriti:

Il gelo inerte fendesi.

Già de’ fantasimi dal mobil vertice

Spiccian gli affetti memori,

Scendon con rivoli freschi di lacrime

Giù per l’ombra del tedio.

Scendon con murmuri che a gli antri chiamano

Echi d’amor superstiti

E con letizia d’acque che a’ margini

Sonni di fiori svegliano.

Scendono, e in limpido fiume dilagano,

Ove le rive e gli alberi

E i colti e il tremulo riso de l’aëre

Specchiasi vasto e placido.

Tu su la nubila cima de l’essere,

Tu sali, dolce imagine;

E sotto il candido raggio devolvere

Miri il fiume de l’anima.

PRIMO VERE

Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi

Ed ancor trema nuda al rigid’aere

La primavera: il sol tra le sue lacrime

Limpido brilla, o Lalage.

Da lor culle di neve i fior si svegliano

E curiosi al ciel gli occhietti levano.

E ne’ lor guardi vagola una tremula

Ombra di sogno, o Lalage.

Nel sonno de l’inverno sotto il candido

Lenzuolo de la neve i fior sognarono,

Sognaron l’albe roride e gli splendidi

Soli e il tuo viso, Lalage.

Ne l’addormito spirito che sognano

I miei pensieri? A tua bellezza candida

Perché mesta sorride tra le lacrime

La primavera, o Lalage?

EGLE

Stanno nel grigio verno pur d’edra e di lauro vestite

Ne l’Appia trista le ruïnose tombe.

Passan pe ’l ciel turchino che stilla ancor da la pioggia

Avanti al sole lucide nubi bianche.

Egle levato il capo vèr’ quella serena promessa

Di primavera, guarda le nubi e il sole.

Guarda; e innanzi a la bella sua fronte più ancora che al sole

Ridon le nubi sopra le tombe antiche.

CANTO DI MARZO

Quale una incinta, su cui scende languida

Languida l’ombra del sopore e l’occupa,

Disciolta giace e palpita su ’l talamo,

Sospiri al labbro e rotti accenti vengono

E sùbiti rossor la faccia corrono;

Tale è la terra: l’ombra de le nuvole

Passa a sprazzi su ’l verde tra il sol pallido:

Umido vento scuote i pèschi e i mandorli

Bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:

Spira da i pori de le glebe un cantico.

— O salïenti da’ marini pascoli

Vacche del cielo, grige e bianche nuvole,

Versate il latte da le mamme tumide

Al piano e al colle che sorride e verzica,

A la selva che mette i primi palpiti – .

Cosí cantano i fior che si risvegliano:

Cosí cantano i germi che si movono

E le radici che bramose stendonsi:

Cosí da l’ossa dei sepolti cantano

I germi de la vita e de gli spiriti.

Ecco l’acqua che scroscia e il tuon che brontola;

Porge il capo il vitel da la stalla umida,

La gallina scotendo l’ali strepita,

Profondo nel verzier sospira il cùculo,

Ed i bambini sopra l’aia saltano.

Chinatevi al lavoro, o validi omeri;

Schiudetevi a gli amori, o cuori giovani;

Impennatevi a i sogni, ali de l’anime;

Irrompete a la guerra, o desti torbidi:

Ciò che fu torna e tornerà ne i secoli.

CÈRILO

Non sotto ferrea punta che strida solcando maligna

Dietro un pensier di noia l’aride carte bianche;

Sotto l’adulto sole, nel palpito mosso da’ venti

Pe’ larghi campi aprici, lungo un bel correr d’acque

Nasce il sospir de’ cuori che perdesi ne l’infinito,

Nasce il dolce e pensoso fior de la melodia.

Qui brilla il maggio effuso ne l’aëre odorato di rose,

Brillano gli occhi vani, dormon ne’ petti i cuori:

Dormono i cuor, si drizzan le orecchie facili quando

Strilla la variopinta nota de la Gioconda.

Oh de le Muse l’ara dal verde vertice bianca

Su ’l mare! Alcmane guida i virginei cori:

« Voglio con voi, fanciulle, volare, volare a la danza,

Come il cèrile vola tratto da le alcïoni:

Vola con le alcïoni tra l’onde schiumanti in tempesta,

Cèrilo purpureo nunzio di primavera ». [1]

SALUTO D'AUTUNNO

Pe’ verdi colli, da’ cieli splendidi,

E ne’ fiorenti campi de l’anima.

Delia, a voi tutto è una festa

Di primavera: lungi le tombe!

Voi dolce madre chiaman due parvole,

Voi dolce suora le rose chiamano,

E il sol vi corona di lume,

Divino amico, la bruna chioma.

Lungi le tombe! Lontana favola

Per voi la morte! Salite il tramite

De gli anni, e con citara d’oro

Ebe serena v’accenna a l’alto.

Giù ne la valle, freddi dal turbine,

Noi vi miriamo ridente ascendere;

E un raggio del vostro sorriso

Frange le nebbie pigre a l’autunno.

LE DUE TORRI

ASINELLA.

Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni balzai

Quando l’Alpi di barbari snebbiarono

E su ’l populeo Po pe ’l verde paese i carrocci

Tutte le trombe reduci suonavano.

GARISENDA.

Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai

Su le ruine e su le tombe. Irnerio

Curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande

Lento parlava al palvesato popolo.

ASINELLA.

Bello di maggio il dí ch’io vidi su ’l ponte di Reno

Passar la gloria libera del popolo,

Sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice

A l’ondeggiante rossa croce italica.

GARISENDA.

Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda

Cozzâr le spade de i fratelli e corsero

Lunghi quaranta giorni le furie civili crollando

Tra ’l vasto sangue l’ardue torri in polvere.

ASINELLA.

Dante vid’io levar la giovine fronte a guardarci,

E, come su noi passano le nuvole.

Vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno

Premergli tutti i secoli d’Italia.

GARISENDA.

Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore

L’un a l’altro impalmati; ed oh me misera,

In suo giudicio Dio non volle che io ruinassi

Su Carlo quinto e su Clemente settimo!

MIRAMAR

O Miramare. a le tue bianche torri

Attedïate per lo ciel piovorno [2]

Fosche con volo di sinistri augelli

Vengon le nubi.

O Miramare, contro i tuoi graniti

Grige dal torvo pelago salendo

Con un rimbrotto d’anime crucciose

Battono l’onde.

Meste ne l’ombra de le nubi a’ golfi

Stanno guardando le città turrite,

Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo, [3]

Gemme del mare.

E tutte il mare spinge le mugghianti

Collere a questo bastïon di scogli

Onde t’affacci a le due viste d’Adria,

Rocca d’Absburgo.

E tona il cielo a Nabresina lungo

La ferrugigna costa, e di baleni

Trieste in fondo coronata il capo

Leva tra il nembo.

Deh come tutto sorridea quel dolce

Mattin d’aprile, quando usciva il biondo

Imperatore, con la bella donna,

A navigare!

A lui dal volto placida raggiava

La maschia possa de l’impero: l’occhio

De la sua donna cerulo e superbo

Iva su ’l mare.

Addio, castello pe’ felici giorni

Nido d’amore costruito in vano!

Altra su gli ermi oceani rapisce

Aura gli sposi.

Lascian le sale con accesa speme

Istorïate di trionfi e incise

Di sapïenza. Dante e Goethe al sire

Parlano in vano.

De le animose tavole una sfinge

L’attrae con vista nobile su l’onde

Ei cede e lascia aperto a mezzo il libro

Del romanziero.

Oh non d’amore e d’avventura il canto

Fia che l’accolga e suono di chitarre

Là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale

Lunga su l’aure

Vien da la trista punta di Salvore

Nenia tra ’l roco piangere de’ flutti?

Cantano i morti veneti o le vecchie

Fate istriane?

– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,

Figlio d’Absburgo, la fatal Novara. [4]

Teco l’Erinni sale oscura e al vento

Apre la vela.

Vedi la sfinge tramutar sembiante

A te d’avanti perfida arretrando!

È il viso bianco di Giovanna pazza

Contro tua moglie.

È il teschio mozzo contro te ghignante

D’Antonïetta. Con i putridi occhi

In te fermati è l’irta faccia gialla

Di Montezuma.

Tra boschi immani d’agavi non mai

Mobili ad aura di benigno vento,

Sta ne la sua piramide, vampante

Livide fiamme.

Per la tenèbra tropicale, il dio

Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,

E navigando il pelago co ’l guardo

Ulula – Vieni.

Quant’è che aspetto! La ferocia bianca

Strussemi il regno ed i miei templi infranse:

Vieni, devota vittima, o nepote

Di Carlo quinto.

Non io gl’infami avoli tuoi di tabe

Marcenti o arsi di regal furore;

Te io voleva, io colgo te, rinato

Fiore d’Absburgo;

E a la grand’alma di Guatimozino

Regnante sotto il padiglion del sole

Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello

Massimiliano.

ROMA

Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante:

Accogli, Roma, e avvolgi l’anima mia di luce.

Non curioso a te de le cose piccole io vengo:

Chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?

Che importa a me se l’irto spettral vinattier di Stradella

Mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?

E se il lungi operoso tessitore di Biella s’impiglia,

Ragno attirante in vano, dentro le reti sue?

Cingimi, o Roma, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma;

Raggia divino il sole pe’ larghi azzurri tuoi.

Ei benedice al fosco Vaticano, al bel Quirinale,

Al vecchio Capitolio santo tra le ruine;

E tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia

A l’amor che diffuso splende per l’aure chete.

Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!

E tu Soratte grigio testimone in eterno!

Monti d’Alba, cantate sorridenti l’epitalamio;

Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;

Mentr’io da’l Gianicolo ammiro l’ imagin de l’urbe,

Nave immensa lanciata vèr’ l’impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l’alto infinito,

Varca a’ misteriosi lidi l’anima mia.

Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti

Tranquillamente lunghi su la Flaminia via,

L’ora suprema calando con tacita ala mi sfiori

La fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;

Passi a i concini de l’ombre, rivegga li spiriti magni

De i padri conversanti lungh’esso il fiume sacro.

SU MONTE MARIO

Solenni in vetta a Monte Mario stanno

Nel luminoso cheto aere i cipressi,

E scorrer muto per i grigi campi

Mirano il Tebro,

Mirano al basso nel silenzio Roma

Stendersi, e, in atto di pastor gigante

Su grande armento vigile, davanti

Sorger San Pietro.

Mescete in vetta al luminoso colle,

Mescete, amici, il biondo vino, e il sole

Vi si rifranga: sorridete, o belle:

Diman morremo.

Lalage, intatto a l’odorato bosco

Lascia l’alloro che si gloria eterno,

a te passando per la bruna chioma

Splenda minore.

A me tra ’l verso che pensoso vola

Venga l’allegra coppa ed il soave

Fior de la rosa che fugace il verno

Consola e muore.

Diman morremo, come ier moriro

Quelli che amammo; via da le memorie,

Via da gli affetti, tenui ombre lievi

Dilegueremo;

Morremo; e sempre faticosa intorno

De l’almo sole volgerà la terra,

Mille sprizzando ad ogni istante vite

come scintille.

Vite in cui nuovi fremeranno amori

Vite che a pugne fremeranno nuove,

E a nuovi numi canteranno gl’inni

De l’avvenire.

E voi non nati, a le cui man la face

Verrà che scórse da le nostre, e voi

Disparirete, radïose schiere,

Ne l’ infinito.

Addio, tu madre del pensier mio breve,

Terra, e de l’alma fuggitiva! quanta

Dintorno al sole aggirerai perenne

Gloria e dolore!

Fin che ristretta sotto l’equatore

Dietro i richiami del calor fuggente

L’estenuata prole abbia una sola

Femina, un uomo,

Che ritti in mezzo a’ ruderi de’ monti,

Tra i morti boschi, lividi, con gli occhi

Vitrei te veggan su l’immane ghiaccia,

Sole, calare.

DAVANTI IL CASTEL VECCHIO DI VERONA

Tal al mormoravi possente e rapido

Sotto i romani ponti, o verde Adige,

Brillando dal limpido gorgo,

La tua scorrente canzone al sole,

Quando Odoacre dinanzi a l’impeto

Di Teodorico cesse, e tra l’erulo

Eccidio passavan su i carri

Diritte e bionde le donne amàle [5]

Entro la bella Verona, odinici [6]

Carmi intonando; raccolta al vescovo

Intorno l’italica plebe

Sporgea la croce supplice a’ Goti.

Tale da i monti di neve rigidi,

Ne la diffusa letizia argentea

Del placido verno, o fuggente

Infaticato, mormori e vai

Sotto il merlato ponte scaligero.

Tra nere moli, tra squallidi alberi,

A i colli sereni, a le torri,

Onde abbrunate piangon le insegne

Il ritornante giorno funereo

Del primo eletto re da l’Italia

Francata: tu, Adige, canti

La tua scorrente canzone al sole.

Anch’ io, bel fiume, canto; e il mio cantico

Nel picciol verso raccoglie i secoli,

E il cuore al pensiero balzando

Segue la strofe che sorge e trema.

Ma la mia strofe vanirà torbida

Ne gli anni: eterno poeta, o Adige,

Tu ancor tra le sparse macerie

Di questi colli turriti, quando

Su le rovine de la basilica

Di Zeno al sole sibili il colubro,

Ancor canterai nel deserto

I tedi insonni de l’infinito.

DA DESENZANO
A GINO ROCCHI

Gino, che fai sotto i felsinei portici?

Mediti come il gentil fior de l’Eliade

D’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia

Lieto sorgesse nel mattin de i popoli?

Da l’Asinella gufi e nibbi stridono

Invidïando e i cari studi rompono.

Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre

E al tuo poeta, o dolce amico, vientene.

Vienne qui dove l’onda ampia del lidio

Lago tra i monti azzurreggiando palpita:

Vieni: con voce di faleuci chiamati

Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.

Vuole Manerba a te rasene istorie,

Vuole Muníga attiche fole intessere,

Mentre su i merli barbari fantasimi

Armi ed amori con il vento parlano,

Ascoltiam sotto anacreontea pergola

O a la platonia verde ombra de’ platani,

Fréschi votando gl’innovati calici.

Che la Riviera del suo vino imporpora.

Dolce tra i vini udir lontane istorie

D’atavi, mentre il divo sol precipita

E le pie stelle sopra noi viaggiano

E tra l’onde e le fronde l’aura mormora.

Essi che queste amene rive tennero

Te, come noi, bel sole, un dì goderono,

O ti gittasser belve umane un fremito

Da le lacustri palafitte, o agili

Veneti a l’onda le cavalle dessero

Trepida e fredda nel mattino roseo,

O co ’l tirreno lituo segnassero

Nel mezzogiorno le pietrose acropoli.

Gino, ove inteso a le vitorie retiche

O da le dacie glorïoso il milite

In vigil ozio l’aquile romulee

Su ’l lago adisse ricantando Cesare,

Ivi in fremente selva Desiderio

Agitò a caccia poi cignali e daini.

Fermo il pensiero a la rorona ferrea

Fulgida in Roma per la via de’ Cesari.

Gino, ove il giambo di Catullo rapido

L’ala apri sovra la distesa cernia,

Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri

Con un saliente gemito per l’acre,

Ivi il compianto di lombarde monache

Salmodïando ascese vèr’ la candida

Luna e la requie mormorò su i giovani

Pallidi stesi sotto l’asta francica.

E calerem noi pur giù tra i fantasimi

Cui né il sol veste di fulgor purpureo

Né le pie stelle sovra il capo ridono

Né de la vite il frutto i cuor letifica.

Duci e poeti allor, fronti sideree,

Ne moveranno incontro, e – Di qual secolo

– Dimanderanno – di qual triste secolo

A noi venite, pallida progenie?

A voi tra’ cigli torva cura infoscasi

E da l’angusto petto il cuore fumiga.

Noi ne la vita esercitammo il muscolo,

E discendemmo grandi ombre tra gl’inferi.

Gino, qui sotto anacreontea pergola

O a la platonia verde ombra de’ platani,

Qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,

Degna risposta meditiamo. Versasi

Cerula notte sovra il piano argenteo,

Move da Sirmio una canora imagine

Giù via per l’onda che soave mormora

Riscintillando e al curvo lido infrangesi.

ALESSANDRIA [7]
a Giuseppe Regaldi
quando pubblicò l’Egitto

Ne l’aula immensa di Lussor, su ’l capo

Roggio di Ramse il mistico serpente

Sibilò ritto e il vulture a sinistra

Volò stridendo,

E da l’immenso serapeo di Memfi,

Cui stanno a guardia sotto il sol candente

Seicento sfingi nel granito argute,

Api muggío,

Quando da i verdi immobili papiri

Di Mareoti al livido deserto

Sonò, tacendo l’aure intorno, questo

Greco peana.

– Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,

Noi figli d’Elle, con le cetre e l’aste.

Tebe, dischiudi le tue cento porte

Ad Alessandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio

Ch’ei riconosca; questo caro alunno

De la Tessaglia, questa bella e fiera

Stirpe d’ Achille.

Come odoroso laureto ondeggia

A lui la chioma: la sua rosea guancia

Par Tempe in fiore: ha ne’ grand’occhi

Ch’a Olimpia ride:

Ha de l’Egeo la radïante in viso

Pace diffusa; se non quanto, bianche

Nuvole, i sogni passanvi di gloria

e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza

Leon da l’aspra tessala falange,

Sgomina carri ed elefanti, abbatte

Satrapi e regi.

Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!

A te la cetra fra le eburnee dita,

A te d’argento il fulgid’arco in pugno,

Presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci

A te conserti de le ionie donne,

A te la coppa di Lieo spumante,

A te l’Olimpo.

Lisippo in bronzo ed in colori Apelle

Ti tragga eterno: ti sollevi Atene,

Quete de’ torvi demagoghi l’ire,

Al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta

I dogmi e il capo a la possanza nostra:

Noi farem pace qui tra i numi e al mondo

Luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,

Bacco novello, noi verrem cantando,

Te duce, in riva al sacro Gange i sacri

Canti d’Omero. –

Tale il peana de gli achei sonava;

E il giovin duce, liberato il biondo

Capo da l’elmo, in fronte a la falange

Guardava il mare.

Guardava il mare, e l’isola di Faro

Innanzi, a torno il libico deserto

Interminato: dal sudato petto

L’ aurea corazza

Sciolse, e gettolla splendida nel piano:

– Come la mia macedone corazza

Stia nel deserto e a’ barbari ed a gli anni

Regga Alessandria –.

Disse; ed i solchi a le nascenti mura

Ei disegnava per ottanta stadi,

Bianco spargendo su le flave arene

Fior di farina.

Tale il nipote del Pelíde estrusse

La sua cittade; e Faro, inclito nome

Di luce al mondo, illuminò le vie

D’Africa e d’Asia.

E non il flutto del deserto urtante

E non la fuga dei barbarici anni

Valse a domare quella balda figlia

Del greco eroe,

Alacre, industre, a la sua terza vita

Ella sorgea, sollecitando i fati,

Qual la vedesti, o pellegrin poeta,

Ammiratore,

Quando fuggendo la incombente notte

Di tirannia, pien d’inni il caldo ingegno,

Ivi chiedendo libertade e luce

A l’orïente,

E su le tombe di turbanti insculte

Star la colonna di Pompeo vedesti

Come la forza del pensier latino

Su ’l torbid’evo.

Oh de l’Egitto le speranze e i vanti

Nel tuo volume vivano, o poeta!

Oggi Tifone l’ire del deserto

Agita e spira!

Sepolto Osiri, il latratore Anubi

Morde ai calcagni la fuggente Europa,

E chiama avanti i bestïali numi

A le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su ’l mondo spargi

L’ irrequieta debolezza tua,

Come la triste fisa a l’orïente

Sfinge sorride!

A una bottiglia di Valtellina
del 1848

E tu pendevi tralcio da i retici

Balzi odorando florido al murmure

De’ fiumi da l’alpe volgenti

Ceruli in fuga spume d’argento,

Quando l’aprile d’itala gloria

Da ’l Po rideva fino a lo Stelvio

E il popol latino si cinse

Su l’Austria cingol di cavaliere.

E tu nel tino bollivi torbido

Prigione, quando d’italo spasimo

Ottobre fremeva e Chiavenna,

Oh Rezia forte!, schierò a Vercea

Sessanta ancora di morte libera

Petti assetati: Hainau gli aspri animi

Contenne e i cavalli de l’Istro

Ispidi in vista dei tre colori.

Rezia, salute! di padri liberi

Figlia ed a nuove glorie più libera!

È bello al bel sole de l’alpi

Mescere il nobil tuo vin cantando,

Cantando i canti dei giorni italici,

Quando a’ tuoi passi correano i popoli.

Splendea tra le nevi la nostra

Bandiera sopra l’austriaca fuga.

A i noti canti lievi ombre sorgono

Quei che anelando vittoria caddero?

Sia gloria, o fratelli! Non anche,

L’opra del secol non anche è piena.

Ma nei vegliardi vige il vostro animo,

Il sangue vostro ferve ne i giovani:

O Italia, daremo in altre alpi

Inclita ai venti la tua bandiera:

Presso l’urna
di Percy Bysshe Shelley

Lalage, io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo,

So quai perduti beni l’occhio tuo vago segue.

L’ ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge

Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.

Pone l'ardente Clio su ’l monte de’ secoli il piede

Robusto, e canta, ed apre l’ali superbe al cielo.

Sotto di lei volante si scuopre ed illumina l’ampio

Cimitero del mondo, ridele in faccia il sole

De l’età nuova, strofe, pensier de’ miei giovini anni,

Volate omai secure verso gli antichi amori;

Volate pe’ cieli, pe’ cieli sereni, a la bella

Isola risplendente di fantasia ne’ mari.

Ivi poggiati a l’aste Sigfrido ed Achille alti e biondi

Erran cantando lungo il risonante mare:

Dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,

Dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.

Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla.

Sfolgora Durendala d’oro e di gemme al sole:

Mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio,

Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.

Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,

Con gli occhi incerti Edippo cerca la Sfinge ancora:

La pia Cordelia chiama – Deh, o bianca Antigone, vieni

Vieni, greca sorella! Cantiam la pace a i padri. –

Elena e Isotta vanno pensose per l’ombra de i mirti.

Il vermiglio tramonto ride a le chiome d’oro:

Elena guarda l’onde: re Marco ad Isotta le braccia

Apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.

Con la regina scota su ’l lido nel lume di luna

Sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,

E il mar rifugge gonfio di sangue fervido: il pianto

De le misere echeggia per lo scoglioso lido.

lontana a le vie dei duri mortali travagli

Isola de le belle, isola de gli eroi,

Isola de’ poeti! Biancheggia l’oceano d’intorno,

Volano uccelli strani per il purpureo cielo.

Passa crollando i lauri l’immensa sonante epopea

Come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;

O come quando Wagner possente mille anime intuona

A i cantanti metalli; trema agli umani il cuore.

Ah, ma non ivi alcuno de’ nuovi poeti mai surse,

Se non tu forse, Shelley, spirito di titano

Entro virginee forme: dal divo complesso di Teti

Sofocle a volo tolse te fra gli eroici cori.

O cuor de’ cuori, sopra quest’urna che freddo ti chiude

Odora e tepe e brilla la primavera in fiore.

O cuor de’ cuori, il sole divino padre ti avvolge

De’ suoi raggianti amori, povero muto cuore.

Fremono freschi i pini per l’aura grande di Roma:

Tu dove sei, poeta del liberato mondo?

Tu dove sei? m’ ascolti? Lo sguardo mio umido fugge

Oltre l’aurelïana cerchia su ’l mesto piano.

SCOGLIO DI QUARTO

Breve ne l’onda placida avanzasi

Striscia di sassi. Boschi di lauro

Frondeggiano dietro spirando

Effluvi e murmuri ne la sera.

Davanti, larga, nitida, candida

Splende la luna: l’astro di Venere

Sorridele presso e del suo

Palpito lucido tinge il cielo.

Par che da questo nido pacifico

In picciol legno l’uom debba movere

Secreto a colloqui d’amore

Leni su i zefiri, la sua donna

Fisa guatando l’astro di Venere.

Italia, Italia, donna de i secoli,

De’ vati e de’ martiri donna.

Inclita vedova dolorosa,

Quindi il tuo fido mosse cercandoti

Pe’ mari. Al collo leonino avvoltosi

Il puncio, la spada di Roma

Alta su l’omero bilanciando.

Stiè Garibaldi. Cheti venivano

A cinque a dieci, poi dileguavano,

Drappelli oscuri, ne l’ombra,

I mille vindici del destino,

Come pirati che a preda gissero;

Ed a te occulti givano, Italia,

Per te mendicando la morte

Al cielo, al pelago, a i fratelli.

Superba ardeva di lumi e cantici

Nel mar morenti lontano Genova

Al vespro lunare dal suo

Arco marmoreo di palagi.

Oh casa dove presago genio

A Pisacane segnava il transito

Fatale, oh dimora onde Aroldo

Sitì l’eroico Missolungi!

Una corona di luce olimpica

Cinse i fastigi bianchi in quel vespero

Del cinque di maggio. Vittoria

Fu il sacrificio, o poesia.

E tu ridevi, stella di Venere,

Stella d’Italia, stella di Cesare:

Non mai primavera più sacra

D’animi italici illuminasti,

Da quando ascese tacita il Tevere

D’Enea la prora d’avvenir gravida

E cadde Pallante appo i clivi

Che sorger videro l’alta Roma.

COURMAYEUR

Conca in vivo smeraldo tra foschi passaggi dischiusa

pia Courmayeur, ti saluto.

Te da la gran Giurassa da l'ardüa Grivola bella

Il sole più amabile arride.

Blandi misteri a te su’ boschi d’abeti imminente

La gelida luna diffonde,

Mentre co’l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia

Fantasime ed ombre moventi.

Te la vergine Dora, che sa le sorgive de’ fonti

E sa de le genti le cune,

Cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi

E i carmi de’ popoli e l’ armi.

De la valanga il tuon da l’orrida Brenva rintrona

E rotola giù per neri antri:

Sta su ’l verone in fior la vergine, e tende lo sguardo,

E i verni passati ripensa.

Ma da’ pendenti prati di rosso papavero allegri

Tra gli orzi e le segali bionde

Spicca l’alauda il volo trillando l’aerea canzone:

Io medito i carmi sereni.

Salve, pia Courmayeur, che l’ultimo riso d’Italia

Al piè del gigante de l’Alpi

Rechi soave! te, datrice di posa e di canti,

Io reco nel verso d’Italia.

Va su’ tuoi verdi prati l’ombria de le nubi fuggenti,

E va su’ miei spirti la musa.

Amo al lucido e freddo mattin da’ tuoi sparsi casali

Il fumo che ascende e s’avvolge

Bigio al bianco vapor da l’are de’ monti fumante

Nel cielo divino. Si perde

L’anima in lento error: vien da le compiante memorie

E attinge l’eterne speranze.

A Margherita Regina d’Italia
Il liuto e la lira

Quando la Donna Sabauda il fulgido

Sguardo al liuto reca e su ’l memore

Ministro d’eroici lai

La mano e l’inclita fronte piega,

Commove un conscio spirito l’agili

Corde, e dal seno concavo mistico

La musa de’ tempi che furo

Sale aspersa di faville d’oro;

E un coro e un canto di forme aeree,

Quali già vide l’Allighier movere

Ne’ giri d’armonica stanza,

Cinge l’italica Margherita.

– Io – dice l’una, cui la cesarie

Inonda bionda gli omeri nivei

E gli occhi natanti nel lume

De l’estasi chiedono le sfere –

Io son, regina, – dice – la nobile

Canzone; e a’ cieli volai da l’anima

Di Dante, quand’egli nel maggio

Angeli e spiriti lineava.

Io del Petrarca sovra le lacrime

Passai tingendo d’azzurro l’aere

E accesi corone di stelle

In su l’aurea treccia d’Avignone.

Non mai più alto sospiro d’anime

Surse dal canto. Di te le laudi

A’ due leverò che l’Italia

Poeti massimi rivelare – .

– A me la terra piace – nel cantico

Una seconda balzando applaude

Con l’asta e lo scudo, e da l’elmo

Fosca fugge a’ venti la criniera –,

Piace, se lampi d’acciaio solcano

Se ferrei nembi rompono l’acre

E cadon le insegne davanti

Al flutto e a l’ impeto de’ cavalli.

A cui la morte teme non ridono

Le muse in cielo, quaggiù le vergini.

Avanti, Savoia! non anche

Tutta désti la bandiera al vento.

La Sirventese sono. A me l’aquila

Che da Superga rivola al Tevere

E i folgori stringe severa

Dritta ne l’iride tricolore – .

– Ed io – la terza dice, di mammole

Viole un cerchio tessendo, e semplice

Di rose e ligustri il sembiante

Ombra sotto la castanea chioma

La Pastorella sono. Di facili

Amori e sdegni, danze e tripudii,

Non più rendo gli echi: una nube

Va di tristizïa su la terra.

A te da’ verdi mugghiantj pascoli,

Da’ biondi campi, da le pomifere

Colline, da’ boschi sonanti

Di scuri e dal fumo de’ tuguri,

Io reco il blando riso de’ parvoli,

Di spose e figlie reco le lacrime

E i cenni de’ capi canuti

Che ti salutano pïa madre – .

Tali, o Signora, forme e fantasimi

A voi d’intorno cantando volano

Dal vago liuto: a la lira

Io li do di Roma imperïante,

Qui dove l’Alpi [8] de le virginee

Cime più al sole diffusa raggiano

La bianca letizia da immenso

Circolo, e cerula tra l’argento

Per i tonanti varchi precipita

La Dora a valle cercando Italia,

E sceser vostri avi ferrati

Con la spada e con la bianca croce.

Dal grande altare nival gli spiriti

Del Montebianco sorgono attoniti,

A udire l’eloquio di Dante,

Ne’ ritmi fulgidi di Venosa,

Dopo cotanto strazio barbarico

Ponendo verde sempre di gloria

Il lauro di Livia a la fronte

De la Sabauda Margherita,

A voi, traverso l’onde dei secoli,

Di due forti evi ricantar l’anima,

O figlia e regina del sacro

Rinnovato popolo latino.

COLLI  TOSCANI

Colli toscani e voi pacifiche selve d’olivi

A le cui ombre chete stetti in pensier d’amore,

Tosca vendemmia e tu da’ grappi vermigli spumanti

In faccia al sole tra giocondi strepiti,

Sole de’ giovini anni; ridete a la dolce fanciulla

Che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;

Voi le ridete; e quella che sempre negaronmi i fati

Pace d’affetti datele ne l’anima.

Colli, tacete, e voi non susurratele, olivi,

Non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,

Ch’oltre quel monte giaccion, lei forse aspettando, que’ miei

Che visser tristi, che in dolor morirono.

Ella ammirando guarda la cima, tremarsi nel core

Sente la vita e un lieve spirto sfiorar le chiome,

Mentre l’aura montana, calando già il sole, d’intorno

Al giovin capo le agita il vel candido.

CONVIVALE

A’ lor cantori diano i re fulgente

Collana d’oro lungo il petto, i volghi

A’ lor giullari dian con roche strida

Suono di mani.

Premio del verso che animoso vola

Da le memorie a l' avvenire, io chiedo

Colma una coppa a l' amicizia e il riso

De la bellezza.

Come ricordo d’ un mattin d’aprile

Puro è il sorriso de le belle, quando

L’età fugace chiudere s’affretta

Il nono lustro;

E tra i bicchier che l’amistade infiora

Vola serena imagine la morte,

Come a te sotto i platani d’Ilisso,

Divo Platone.

INDICE

Sole d’ inverno

Primo vere

Canto di marzo

Cerilo

Saluto d’ autunno

Le due torri

Miramar

Roma

Su Monte Mario

Davanti il Castel vecchio di Verona.

Da Desenzano (a Gino Rocchi)

Alessandria (a Giuseppe Regaldi)

A una bottiglia di Valtellina del 1848

Presso l’urna di P. B. Shelley

Scoglio di Quarto

Courmayeur

A Margherita regina d’Italia

Colli toscani

Convivale

Finito di stampare

il dí 31 ottobre MDCCCLXXXIX

nella tipografia di Nicola Zanichelli

in Bologna

Note

________________________

[1]] Il frammento d’Alcmane, a cui fu inspirata la invocazione contenuta in questi versi, è benissimo illustrato dal prof. L. A. Michelangeli nella dotta raccolta ch’ egli sta pubblicando (Bologna, Zanichelli, 1889) dei Frammenti della Melica greca.

[2] Mi tengo di aver rinnovato un bell’aggettivo dantesco dal verso 91 del canto xxv del Purgatorio, se non che io in vece di piorno vorrei poter leggere e senza esitazione scrivo piovorno, che è la forma integra, come leggono il codice Poggiali e uno dell’Archiginnasio di Bologna, e come parmi d’aver sentito dire alcuna volta in contado non so più se di Toscana o di Romagna. Aer piovorno vale, nell’ interpretazione del Buti, pieno di nuvoli acquosi: altro, in somma, da piovoso.

[3] Per i luoghi dell’Istria ricordati in questo verso e per la punta di Salvore, pag. 41 V. 1, son certo di far cosa grata ai lettori italiani rimandandoli a un libro molto buono, con rappresentazioni fotografiche ammirevoli, di Giuseppe Caprin, stampato in Trieste quest’ anno, Marine istriane: libro che mi fa spesso tornare il pensiero, con desiderio sempre più acceso, a quella bellissima e nobilissima regione, tutta romana e veneta, della gran patria italiana.

[4] Alcuni ricordi del castello di Miramar in questi versi han forse bisogno di schiarimento. Nella stanza di studio di Massimiliano, costruita in guisa che rassomigliasse la cabina della contrammiraglia Novara che lo trasportò al Messico, sono i ritratti di Dante e del Goethe presso il luogo ove l’arciduca sedeva a studiare; sta tutt’ora aperta su ’l tavolino un’ antica edizione, che parmi di ricordare assai rara e stampata ne’ Paesi bassi, di romanze castigliane. Nella sala maggiore sono incise più sentenze latine: memorevoli, per il luogo e per l’uomo, queste:

Si fortuna iuvat caveto tolli

 Si fortuna tonat caveto mergi

Saepe sub dulci melle venena latent

Non ad astra mollis e terris via

Vivitur ingenio, caetera mortis erunt,

[5] amàle: appartenenti alla famiglia degli Àmali, quella di Teodorico, di cui faceva parte il re Odoacre che tentò la difesa del regno attestandosi sui tre fiumi Isonzo, Adige e Adda, restando sempre sconfitto.

[6] inni in onore del dio germanico Odino, rappresentato come dio del cielo tempestoso, un dio selvaggio e violento più di Zeus e Giove.

[7] Fu composta negli ultimi giorni di luglio del 1882 (il tempo della composizione dà ragion del finale) per la pubblicazione del volume di Giuseppe Regaldi [Firenze, Le Monnier], dove le antichità e le novità dell’Egitto sono discorse con faconda copia di notizie.

[8] Quest’ode, composta in Courmayeur, fu pensata in Roma, nell’occasione che il prof. Chilesotti l’8 maggio di quest’anno nella sala Palestrina parlò della musica dei secoli xv e xvi, presente la Regina Margherita. Ivi, tra gli altri strumenti musicali, erano due liuti della Regina: la quale ebbe allora la gentile curiosità di conoscere l’arte del liuto e l’uso d’esso nella poesia italiana e provenzale.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011