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Edizione di riferimento:
Primavere Elleniche di Enotrio Romano, Firenze, Tipografia di G. Barbèra, 1872.
Lina, brumaio torbido melma.
Nell'aer gelido monta la sera:
E a me nell'anima fiorisce, o Lina,
La primavera.
In lume roseo, vedi, il nivale
Fedriade vertice sorge e sfavilla,
E di Castalia l'onda vocale
Mormora e brilla.
Delfo a' suoi tripodi chiarosonanti
Rivoca Apolline co' nuovi soli.
Con i virginei peana e i canti
De' rusignoli.
Da gli iperborei lidi al pio suolo
Ei riede, a' lauri dal pigro gelo:
Due cigni il traggono candidi a volo:
Sorride il cielo.
Cinge al crin l'aurea benda di Giove.
Ma nel crin florido l'aura sospira
E con un tremito d' amoi' gli move
In man la lira.
D'intorno girano come in leggera
Danza le Cicladi patria del nume.
Da lungi plaudono Cipro e Citera
Con bianche spume.
E un lieve il seguita pe 'l grande Egeo
Legno, a purpuree vele, canoro:
Armato reggelo per l'onde Alceo
Dal plettro d' oro.
Saffo, dal candido petto anelante
A l'aura ambrosia che dal dio vola.
Dal riso morbido, da l'ondeggiante
Crin di vïola.
In mezzo assidesi. Lina, quieti
I remi pendono: sali il naviglio.
Io, degli eolii sacri poeti
Ultimo figlio,
lo meco traggoti per l'aure achive.
Odi le cetere tinnir: montiamo:
Fuggiam le occidue macchiate rive :
Dimentichiamo.
Novembre 1872.
Sai tu l'isola bella, a le cui rive
Manda l'Ionio i fragranti ultimi baci,
Nel cui sereno mar Galatea vive
E ne' monti Aci?
Dell'ombroso pelasgo Erice in vetta
Eterna ride ivi Afrodite e impera,
E freme tutta amor la benedetta
Da lei costiera.
Amor fremono, amore, e colli e prati.
Quando la Ennea da' raddolciti inferni
Torna co 'l fior dei solchi a' lacrimati
Occhi materni.
Amore, amor, sussurran l'acque; e Alfeo
Chiama ne' verdi talami Aretusa
A i noti amplessi ed al concento acheo
L'itala Musa.
Amore, amore, de' poeti a' canti
Ricantan le cittadi, e via pe' fòri
Doriesi prorompono baccanti
Con cetre e fiori.
Ma non di Siracusa o d'Agrigento
Chied'io le torri: quivi immenso ondeggia
L'inno tebano ed ombrano ben cento
Palme la reggia.
La valle ov'è che i bei Nebrodi monti
Solitaria coronano di pini.
Ove Dafni pastor dicea tra i fonti
Carmi divini?
‒ Oh di Pelope re tenere il suolo
Oh non m'avvenga, o d'aurei talenti
Gran copia, e non dell'agil piede a volo
Vincere i venti!
Io vo' da questa rupe erma cantare
Te fra le braccia avendo e via lontano
Calar vedendo l'agne bianche al mare
Sicilïano. —
Cantava il dono giovine felice.
E tacean li usignoli. A quella riva.
chiusa in un bel vel di Beatrice
Anima argiva.
Ti rapirò nel verso: e fra i sereni
Ozi delle campagne a mezzo il giorno.
Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
Ciel, mare, intorno.
Io per te sveglierò da i colli aprichi
Le Driadi bionde sovra il piè leggiero
E ammiranti a le tue forme gli antichi
Numi d'Omero.
Muoiono gli altri dèi; di Grecia i numi
Non sanno occaso: ei dormon ne' materni
Tronchi e nei fiori, sopra i monti, i fiumi,
i mari eterni.
A Cristo in faccia irrigidì nei marmi
Il puro fior di lor bellezze ignude:
Nei carmi, o Lina, spira sol nei carmi
Lor gioventude:
E se gli evoca d'una bella il viso
Innamorato o d'un poeta il core,
Da la santa Natura ei con un riso
Lampeggian fuore.
Ecco, danzan le Driadi, e ‒ Qual etade ‒
Chieggon le Oreadi ‒ ti portò sì bella?
Da quali vieni ignote a noi contrade,
Dolce sorella?
Mesta cura a te siede in fra le stelle
Degli occhi. Forse ti ferì Ciprigna?
Crudel nume è Afrodite ed a le belle
Forme maligna.
Sola fra voi mortali Elena argèa
Di nepente a gli eroi le tazze infuse .
Ma noi sappiam quanti misteri Gea
Nel sen racchiuse.
Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimar le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.
Noi coglierem per te fiori animati
Esperti della gioia e dell'affanno:
Ei le storie d'amor de' tempi andati
Ti ridiranno;
Ti ridiranno il gemer della rosa
Che di desio su 'l tuo bel petto manca.
E gl'inni, nel tuo crin, della fastosa
Sorella bianca.
Poi nosco ti adduirem nelle fulgenti
Dell'ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
Mescono un ballo.
T’immergerem nei fiumi ove il concento
De' cigni i cori delle Naidi aduna:
Su l'acque i fianchi tremolan d'argento
Come la luna.
Ti leverem su i gioghi al ciel vicini
Che Zeus, il padre, più benigno mira.
Ove d'Apollo freme entro i divini
Templi la lira.
Ivi raccolta nelle aulenti sale
Nostre, al bell'Ila ti farem consorte.
Ila che noi rapimmo a la brumale
Ombra di morte. ‒
Ahi, da che tramontò la vostra etate
Vola il dolor su le terrene culle!
Questo raggio d'amor no 'l m' invidiate,
Greche fanciulle.
La cura ignota che il bel sen le morde
Io tergerò co 'l puro mele ascreo.
L'addormirò co' le tebane corde.
Se fossi Alceo,
La persona gentil nello spirtale
Fulgor degl'inni irradïar vorrei.
Cingerle il molle crin co' l'immortale
Fior degli dèi:
E mentre nel giacinto il braccio folce
E del mio lauro la protegge un ramo,
Chino su 'l cuore mormorarle ‒ dolce
Signora, io v' amo.
Aprile 1875.
Gelido il canto pe' lunghi e candidi
interrolonnii feria: fra i tumoli
Di garzonetti e spose
Rabbrividian le rose
Sotto la pioggia che, lenta, assidua,
Sottil, da un grigio cielo di maggio
Battea con faticoso
Metro il piano fangoso:
Quando, percossa d'un lieve tremito.
Ella il bel velo d'intorno a gli omeri
Raccolto al seno avvinse
E tutta a me si strinse;
Voluttuosa nell'atto languido
Tra i gotici archi, qual tra le larici
Gentil palma volgente
Al nativo orïente.
Guardò serena per entro i lugubri
Luoghi di morte: levò la tenue
Fronte, pallida e bella,
Tra le floride anella
Che a l'agil collo scendendo incaute
Tutta di molle fulgor la irradiano;
E piovvemi nel core
Sguardi e accenti d'amore
Lunghi, soavi, profondi: eolia
Cetra non rese più dolci gemiti
Mai né si molli spirti
Di Lesbo un dì tra i mirti.
Su i muti intanto marmi la serica
Vesta strisciava con legger sibilo,
Spargeanmi al viso i venti
Le sue chiome fluenti.
Non mai le tombe sì belle apparvero
A me nei primi sogni di gloria:
Oh amor, solenne e forte
Come il suggel di morte!
Oh delibato fra i sospir trepidi
Su i cari labri fiore dell'anima
E intraviste ne' baci
Interminate paci!
Oh favolosi prati d'Elisio,
Pieni di cetre, di ludi eroici
E del porpureo raggio
Di non fallace maggio,
Ove in disparte bisbigliando errano
(Né patto umano né destin ferreo
L'un da l'altra divelle
I poeti e le belle!
Maggio 186...
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011 |