Giosuè Carducci

ODI  BARBARE

Edizioni Bietti 1968

Edizione  elettronica di riferimento:

Giosue Carducci, Tutte le poesie: 1850-1900, L'opera poetica di Giosue Carducci prodotta fra il 1850 e il 1900 e raccolta in un solo volume, curato dallo stesso autore, nel 1901. - ed. Bietti, tip.Galleani e Chignoli di Basiano 1968

PRELUDIO [1]

Odio l'usata poesia: concede

comoda al vulgo i flosci fianchi e senza

palpiti sotto i consueti amplessi

stendesi e dorme.

A me la strofe vigile, balzante

co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori:

per l'ala a volo io còlgola, si volge

 ella e repugna.

Tal fra le strette d'amator silvano

torcesi un'evia su 'l nevoso Edone:

piú belli i vezzi del fiorente petto

saltan compressi,

e baci e strilli su l'accesa bocca

mesconsi: ride la marmorea fronte

al sole, effuse in lunga onda le chiome

fremono a' venti.

LIBRO I.

Schlechten, gestümperten Versen genügt ein geringer Gehalt schon,

Während die edlere Form tiefe Gedanken bedarf:

Wollte man euer Geschwätz ausprägen zur sapphischen Ode,

Würde die Welt einsehn, dass es ein leeres Geschwätz. [2]

AUGUST V. PLATEN.

I. IDEALE [3]

Poi che un sereno vapor d’ambrosia

da la tua còppa diffuso avvolsemi,

o Ebe con passo di dea

trasvolata sorridendo via;

non piú del tempo l’ombra o de l’algide

cure su ’l capo mi sento, sentomi,

o Ebe, l’ellenica vita

tranquilla ne le vene fluire.

E i ruinati giú pe ’l declivio

de l’età mesta giorni risursero,

o Ebe, nel tuo dolce lume

agognanti di rinnovellare;

e i novelli anni da la caligine

volenterosi la fronte adergono,

o Ebe, al tuo raggio che sale

tremolando e roseo li saluta.

A gli uni e gli altri tu ridi, nitida

stella, da l’alto. Tale ne i gotici

delúbri [4], tra candide e nere

cuspidi rapide salïenti

con doppia al cielo fila marmorea,

sta su l’estremo pinnacol placida

la dolce fanciulla di Jesse [5]

tutta avvolta di faville d’oro.

Le ville e il verde piano d’argentei

fiumi rigato contempla aerea,

le messi ondeggianti ne’ campi,

le raggianti sopra l’alpe nevi:

a lei d’intorno le nubi volano;

fuor de le nubi ride ella fulgida

a l’albe di maggio fiorenti,

a gli occasi [6] di novembre mesti.

II. ALL’AURORA [7]

Tu sali e baci, o dea, co ’l roseo fiato le nubi,

baci de’ marmorëi templi le fosche cime.

Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,

spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;

mentre ne l’umida foglia pispigliano garruli i nidi,

e grigio urla il gabbiano su ’l vïolaceo mare.

Primi nel pian faticoso di te s’allegrano i fiumi

tremuli luccicando tra ’l mormorar de’ pioppi:

corre da i paschi [8] baldo vèr’ l’alte fluenti il poledro

sauro, dritto il chiomante [9] capo, nitrendo a’ venti:

vigile da i tuguri risponde la forza de i cani

e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.

Ma l’uom che tu svegli a oprar consumando la vita,

te giovinetta antica, te giovinetta eterna

ancor pensoso ammira, come già t’adoravan su ’l monte

ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.

Ancor sovra l’ali del fresco mattino rivola

l’inno che a te su l’aste [10] disser poggiati i padri.

– Pastorella del cielo, tu, frante [11] a la suora gelosa [12]

le stelle, rïadduci le rosse vacche [13] in cielo.

Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento

e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini [14].

Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo

riflettendo ne gli occhi il desïato amore,

tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri

e le virginee forme scuopri serena a i cieli.

Affocata le guance, ansante dal candido petto,

corri al sovran de i mondi, al bel fiammante Suria, [15]

e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo

collo; ma tosto fuggi di quel tremendo i rai. [16]

Allora gli Asvini gemelli, cavalieri del cielo,

rosea tremante accolgon te nel bel carro d’oro;

e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria,

stanco ti cerchi il nume ne i mister de la sera.

Deh propizia trasvola – cosí t’invocavano i padri –

nel rosseggiante carro sopra le nostre case.

Arriva da le plaghe d’orïente con la fortuna,

con le fiorenti biade, con lo spumante latte;

ed in mezzo a’ vitelli danzando con floride chiome

molta prole t’adori, pastorella del cielo. –

Cosí cantavano gli Aria. Ma piàcqueti meglio l’Imetto

fresco di vénti rivi, che al ciel di timi odora:

piàcquerti su l’Imetto [17] i lesti cacciatori mortali

prementi le rugiade co ’l coturnato piede [18].

Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio

ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.

Non tu scendesti, o dea: ma Cefalo [19] attratto al tuo bacio

salía per l’aure lieve, bello come un bel dio.

Su gli amorosi venti salía, tra soavi fragranze,

tra le nozze de i fiori, tra gl’imenei [20] de’ rivi.

La chioma d’oro lenta irriga il collo, a l’ómero bianco

con un cinto vermiglio sta la faretra d’oro.

Cadde l’arco su l’erbe; e Lèlapo [21] immobil con erto

il fido arguto muso mira salire il sire.

Oh baci d’una dea fragranti tra la rugiada!

oh ambrosia de l’amore nel giovinetto mondo!

Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco;

mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.

Languon fiochi i fanali [22]; rincasa, e né meno ti guarda,

una pallida torma che si credé gioire.

Sbatte l’operaio rabbioso le stridule impòste,

e maledice al giorno che rimena il servaggio [23].

Solo un amante forse che placida al sonno commise

la dolce donna, caldo de’ baci suoi le vene,

alacre affronta e lieto l’aure tue gelide e il viso:

– Portami – dice –, Aurora, su ’l tuo corsier [24] di fiamma!

ne i campi de le stelle mi porta, ond’io vegga la terra

tutta risorridente nel roseo lume tuo,

e vegga la mia donna davanti al sole che leva

sparsa le nere trecce giú pe ’l rorido seno. –

III. NELL’ANNUALE DELLA FONDAZIONE DI ROMA [25]

Te redimito di fior purpurei [26]

april te vide su ’l colle emergere

dal solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli

aprile irraggia, sublime, massima,

e il sole e l’Italia saluta

te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non piú la vergine

tacita sale dietro il pontefice,

né piú per Via Sacra il trionfo

piega i quattro candidi cavalli,

questa del Fòro tuo solitudine

ogni rumore vince, ogni gloria:

e tutto che al mondo è civile,

grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconósceti

cerchiato ha il senno di fredda tenebra,

e a lui nel reo cuore germoglia

torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi

del Fòro, io seguo con dolci lacrime

e adoro i tuoi sparsi vestigi,

patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,

per te poeta, madre de i popoli,

che desti il tuo spirito al mondo,

che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere

genti facesti nome uno, Italia,

ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,

affisa ne’ tuoi d’aquila [27] occhi.

E tu dal colle fatal pe ’l tacito

Fòro le braccia porgi marmoree,

a la figlia liberatrice

additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano

non piú di regi, non piú di cesari,

e non di catene attorcenti

braccia umane sugli eburnei carri; [28]

ma il tuo trionfo, popol d’Italia,

su l’età nera, su l’età barbara,

su i mostri onde tu con serena

giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido

tornerà il cielo su ’l Fòro, e cantici

di gloria, di gloria, di gloria [29]

correran per l’infinito azzurro.

IV. DINANZI ALLE TERME DI CARACALLA [30]

Corron tra ’l Celio fósche e l’Aventino

le nubi: il vento dal pian tristo move

umido: in fondo stanno i monti albani

bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo

verde, nel libro una britanna cerca

queste minacce di romane mura

al cielo e al tempo.

Continui, densi, neri, crocidanti

versansi i corvi [31] come fluttuando

contro i due muri ch’a piú ardua sfida

levansi enormi.

– Vecchi giganti, – par che insista irato

l’augure stormo [32] – a che tentate il cielo? –

Grave per l’aure vien da Laterano

suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,

grave fischiando tra la folta barba,

passa e non guarda. Febbre [33], io qui t’invoco,

nume presente.

Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti

e de le madri le protese braccia

te deprecanti, o dea, dal reclinato

capo de i figli:

se ti fu cara su ’l Palazio [34] eccelso

l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro

l’evandrio colle, e veleggiando a sera

tra ’l Campidoglio

e l’Aventino il reduce quirite

guardava in alto la città quadrata

dal sole arrisa, e mormorava un lento

saturnio carme);

Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli

quinci respingi e lor picciole cose:

religïoso è questo orror: la dea

Roma qui dorme. [35]

Poggiata il capo al Palatino augusto,

tra ’l Celio aperte e l’Aventin le braccia,

per la Capena [36] i forti omeri stende

a l’Appia via.

V. ALLA VITTORIA [37]
tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia

Scuotesti, vergin divina [38], l’auspice

ala su gli elmi chini de i pèltasti [39],

poggiati il ginocchio a lo scudo,

aspettanti con l’aste protese?

o pur volasti davanti l’aquile,

davanti i flutti [40] de’ marsi militi,

co ’l miro fulgor respingendo

gli annitrenti cavalli de i Parti?

Raccolte or l’ali, sopra la galea

del vinto insisti fiera co ’l poplite,

qual nome di vittorïoso

capitano su ’l clipeo scrivendo? [41]

È d’un arconte, che sovra i despoti

gloriò le sante leggi de’ liberi?

d’un consol, che il nome i confini

e il terror de l’impero distese?

Vorrei vederti su l’Alpi, splendida

fra le tempeste, bandir ne i secoli:

– O popoli, Italia qui giunse

vendicando il suo nome e il diritto –.

Ma Lidia in tanto de i fiori ch’èduca [42]

mesti l’ottobre da le macerie

romane t’elegge un pio serto,

e, ponendol soave al tuo piede,

– Che dunque – dice – pensasti, o vergine

cara, là sotto ne la terra umida

tanti anni? sentisti i cavalli

d’Alemagna su ’l greco tuo capo? –

– Sentii – risponde la diva, e folgora –

però ch’io sono la gloria ellenica,

io sono la forza del Lazio

traversante nel bronzo pe’ tempi.

Passâr l’etadi simili a i dodici

avvoltoi tristi che vide Romolo,

e sursi «O Italia» annunziando

«i sepolti son teco e i tuoi numi!»

Lieta del fato Brescia raccolsemi,

Brescia la forte, Brescia la ferrea,

Brescia leonessa d’Italia [43]

beverata nel sangue nemico –.

VI. ALLE FONTI DEL CLITUMNO [44]

Ancor dal monte, che di fóschi ondeggia

frassini al vento mormoranti e lunge

per l’aure odora fresco di silvestri

salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,

a te le greggi: a te l’umbro fanciullo

la riluttante pecora ne l’onda

immerge, mentre

vèr’ lui dal seno de la madre adusta [45],

che scalza siede al casolare e canta,

una poppante volgesi e dal viso

tondo sorride:

pensoso il padre [46], di caprine pelli [47]

l’anche ravvolto come i fauni [48] antichi,

regge il dipinto plaustro [49] e la forza

de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi [50] dal quadrato petto,

erti su ’l capo le lunate [51] corna,

dolci ne gli occhi, nivei, che il mite

Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi [52]

su l’Apennino: grande, austera, verde

da le montagne digradanti in cerchio

l’Umbrïa guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte

nume Clitumno! Sento in cuor l’antica

patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio

su’ rivi sacri? ti rapisca il vento

de l’Apennino, o molle pianta, amore

d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema

co ’l palpitante maggio ilice nera,

a cui d’allegra giovinezza il tronco

l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume

stieno, giganti vigili, i cipressi;

e tu fra l’ombre, tu fatali canta

carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi [53], dinne

come il grave umbro ne’ duelli atroce

cesse a l’astato vèlite e la forte

Etruria crebbe:

di’ come sovra le congiunte ville

dal superato Címino [54] a gran passi

calò Gradivo [55] poi, piantando i segni

fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune [56]

italo nume, i vincitori a i vinti,

e, quando tonò il punico furore

dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salí grido, e la torta

lo ripercosse buccina [57] da i monti:

– O tu che pasci i buoi presso Mevania [58]

caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda

del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti

sovra Spoleto verdi o ne la marzia

Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia

il torel fulvo a mezzo solco, lascia

ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia

la sposa a l’ara;

e corri, corri, corri! con la scure

corri e co’ dardi, con la clava e l’asta:

corri! minaccia gl’itali penati [59]

Annibal diro [60]. –

Deh come rise d’alma luce il sole

per questa chiostra di bei monti, quando

urlanti vide e ruinanti in fuga

l’alta Spoleto

i Mauri immani e i númidi cavalli

con mischia oscena, e, sovra loro, nembi

di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti

de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo

la tenue miro salïente vena:

trema, e d’un lieve pullular lo specchio

segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta

breve, e rameggia immobile: il diaspro [61]

par che si mischi in flessuosi amori

con l’ametista,

e di zaffiro i fior paiono, ed hanno

de l’adamante [62] rigido i riflessi,

e splendon freddi e chiamano a i silenzi

del verde fondo.

A piè de i monti e de le querce a l’ombra

co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.

Visser le ninfe, vissero: e un divino

talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli

naiadi azzurre, e per la cheta sera

chiamavan alto le sorelle brune

da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna

guidavan, liete ricantando in coro

di Giano eterno e quanto amor lo vinse

di Camesena. [63]

Egli dal cielo, autoctona virago [64]

ella: fu letto l’Apennino fumante:

velaro i nembi il grande amplesso, e nacque

l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo [65] Clitumno,

tutto: de’ vaghi tuoi delúbri [66] un solo

t’avanza, e dentro pretestato nume

tu non vi siedi.

Non piú perfusi del tuo fiume sacro

menano i tori, vittime orgogliose,

trofei romani a i templi aviti: Roma

piú non trionfa.

Piú non trionfa, poi che un galileo [67]

di rosse chiome il Campidoglio ascese,

gittolle in braccio una sua croce, e disse

– Portala, e servi –.

Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi

occulte e dentro i cortici materni,

od ululando dileguaron come

nuvole a i monti, [68]

quando una strana compagnia [69], tra i bianchi

templi spogliati [70] e i colonnati infranti,

procedé lenta, in neri sacchi avvolta,

litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano

sonanti e i clivi [71] memori d’impero

fece deserto, et il deserto disse

regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi

padri aspettanti, a le fiorenti mogli;

ovunque il divo sol benedicea,

maledicenti.

Maledicenti a l’opre de la vita

e de l’amore, ei deliraro atroci

congiugnimenti di dolor con Dio

su rupi e in grotte:

discesero ebri di dissolvimento

a le cittadi, e in ridde paurose

al crocefisso supplicarono, empi,

d’essere abietti.

Salve, o serena de l’Ilisso [72] in riva,

o intera e dritta a i lidi almi del Tebro

anima umana; i fóschi dí passaro,

risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi, invitti

a franger glebe e rintegrar maggesi,

e d’annitrenti in guerra aspri polledri

Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne

ed inclite arti a raddolcir la vita,

salve! a te i canti de l’antica lode

io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque

de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando

ed anelando nuove industrie in corsa

fischia il vapore

VII. ROMA [73]

Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante:

accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce.

Non curïoso a te de le cose piccole io vengo:

chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?

Che importa a me se l’irto spettral vinattier [74] di Stradella

mesce in Montecitorio celie [75] allobroghe e ambagi?

e se il lungi operoso tessitor [76] di Biella s’impiglia,

ragno attirante in vano, dentro le reti sue?

Cingimi, o Roma, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma:

raggia divino il sole pe’ larghi azzurri tuoi.

Ei benedice al fósco [77] Vaticano, al bel Quirinale,

al vecchio Capitolio santo fra le ruine;

e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia

a l’amor che diffuso splende per l’aure chete.

Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!

e tu Soratte grigio, testimone in eterno!

Monti d’Alba, cantate sorridenti l’epitalamio;

Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;

mentr’io dal Gianicolo ammiro l’imagin de l’urbe,

nave immensa lanciata vèr’ l’impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l’alto infinito

varca a’ misterïosi lidi l’anima mia.

Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti

tranquillamente lunghi su la Flaminia via,

l’ora suprema calando con tacita ala mi sfiori

la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;

passi a i concilii de l’ombre, rivegga li spiriti magni

de i padri conversanti lungh’esso il fiume sacro.

VIII. ALESSANDRIA
A Giuseppe Regaldi quando pubblicò l’«Egitto» [78]

Ne l’aula immensa di Lussor [79], su ’l capo

roggio di Ramse il mistico serpente [80]

sibilò ritto e ’l vulture a sinistra

volò stridendo,

e da l’immenso serapeo [81] di Memf [82]i,

cui stanno a guardia sotto il sol candente

seicento sfingi nel granito argute,

Api muggío,

quando da i verdi immobili papiri

di Mareoti [83] al livido deserto

sonò, tacendo l’aure intorno, questo

greco peana.

– Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,

noi figli d’Elle [84], con le cetre e l’aste.

Tebe, dischiudi le tue cento porte

ad Alessandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone [85] un figlio

ch’ei riconosca; questo caro alunno

de la Tessaglia, questa bella e fiera

stirpe d’Achille.

Come odoroso laüreto ondeggia

a lui la chioma: la sua rosea guancia

par Tempe [86] in fiore: ha ne’ grand’occhi il sole

ch’a Olimpia ride:

ha de l’Egeo la radïante in viso

pace diffusa; se non quanto, bianche

nuvole, i sogni passanvi di gloria

e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza

leon da l’aspra tessala falange,

sgomina carri ed elefanti, abbatte

satrapi e regi.

Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!

A te la cetra fra le eburnee dita,

a te d’argento il fulgid’arco in pugno,

presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci

a te co’ serti de le ionie donne,

a te la coppa di Lieo [87] spumante,

a te l’Olimpo.

Lisippo in bronzo ed in colori Apelle

ti tragga eterno; ti sollevi Atene,

chete de’ torvi demagoghi l’ire,

al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta

i dogmi e il capo a la possanza nostra:

noi farem pace qui tra i numi e al mondo

luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,

Bacco novello, noi verrem cantando,

te duce, in riva al sacro Gange i sacri

canti d’Omero –.

Tale il peana [88] de gli achei sonava

E il giovin duce, liberato il biondo

capo da l’elmo, in fronte a la falange

guardava il mare.

Guardava il mare e l’isola di Faro

innanzi, a torno il libico deserto

interminato: dal sudato petto

l’aurea corazza

sciolse, e gittolla splendida nel piano:

– Come la mia macedone corazza

stia nel deserto e a’ barbari ed a gli anni

regga Alessandria –.

Disse; ed i solchi a le nascenti mura

ei disegnava per ottanta stadi, [89]

bianco spargendo su le flave [90] arene

fior di farina [91].

Tale il nipote del Pelíde [92] estrusse

la sua cittade; e Faro, inclito nome

di luce al mondo, illuminò le vie

d’Africa e d’Asia.

E non il flutto [93] del deserto urtante

e non la fuga de i barbarici anni

valse a domare quella balda figlia

del greco eroe.

Alacre, industre, a la sua terza vita

ella sorgea, sollecitando i fati,

qual la vedesti, o pellegrin poeta,

ammiratore,

quando fuggendo la incombente notte

di tirannia, pien d’inni il caldo ingegno

ivi chiedendo libertade e luce

a l’orïente,

e su le tombe di turbanti insculte

star la colonna di Pompeo vedesti

come la forza del pensier latino

su ’l torbid’evo.

Deh, le speranze de l’Egitto e i vanti

nel tuo volume vivano, o poeta!

Oggi Tifone [94] l’ire del deserto

agita e spira.

Sepolto Osiri [95], il latratore Anubi

morde a i calcagni la fuggente Europa,

e avanti chiama i bestïali numi

a le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su ’l mondo spargi

l’irrequïeta debolezza tua,

come la triste fisa a l’orïente

sfinge sorride!

IX. IN UNA CHIESA GOTICA [96]

Sorgono e in agili file dilungano

gl’immani ed ardui steli marmorei,

e ne la tenebra sacra somigliano

di giganti un esercito

che guerra mediti con l’invisibile:

le arcate salgono chete, si slanciano

quindi a vol rapide, poi si riabbracciano

prone per l’alto e pendule.

Ne la discordia cosí de gli uomini

di fra i barbarici tumulti salgono

a Dio gli aneliti di solinghe anime

che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei [97],

arcate aeree: tremo, ma vigile

al suon d’un cognito [98] passo che piccolo

i solenni echi suscita.

È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi

le chiome lucide mi si disegnano,

e amore e il pallido viso fuggevoli

tra il nero velo arridono.

Anch’ei, tra ’l dubbio giorno [99] d’un gotico

tempio avvolgendosi, l’Alighier, trepido

cercò l’imagine di Dio nel gemmeo

pallore d’una femina.

Sott’esso il candido vel, de la vergine [100]

la fronte limpida fulgea ne l’estasi,

mentre fra nuvoli d’incenso fervide

le litanie salíano;

salían co’ murmuri molli, co’ fremiti

lieti salíano d’un vol di tortore,

e poi con l’ululo di turbe misere

che al ciel le braccia tendono. [101]

Mandava l’organo pe’ cupi spazii

sospiri e strepiti: da l’arche candide

parea che l’anime de’ consanguinei

sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole

tra le pie storie pe’ vetri roseo

guardava Apolline [102]: su l’altar massimo

impallidíano i cerei.

E Dante ascendere tra inni d’angeli

la tósca vergine transfigurantesi [103]

vedea, sentíasi sotto i piè ruggere

rossi d’inferno i baratri [104].

Non io le angeliche glorie né i dèmoni,

io veggo un fievole baglior che tremola

per l’umid’aere: freddo crepuscolo

fascia di tedio l’anima.

Addio, semitico nume! Continua

ne’ tuoi misterii la morte domina.

O inaccessibile re de gli spiriti,

tuoi templi il sole escludono.

Cruciato màrtire [105] tu cruci gli uomini,

tu di tristizia l’aër contamini:

ma i cieli splendono, ma i campi ridono,

ma d’amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,

vorrei tra un candido coro di vergini

danzando cingere l’ara d’Apolline

alta ne’ rosei vesperi

raggiante in pario marmo tra i lauri,

versare anemoni da le man, gioia

da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico

un inno di Bacchilide. [106]

X - NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO [107]

Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,

e il colle sopra bianco di neve ride.

È l’ora soave che il sol morituro saluta [108]

le torri e ’l tempio [109], divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,

e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;

e l’aër come velo d’argento giace

su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli

che levò cupe il braccio clipeato [110] de gli avi.

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando

con un sorriso languido di viola [111],

che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone

par che risvegli l’anima de i secoli,

e un desio mesto pe ’l rigido aëre sveglia

di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza

e co’ i re vinti i consoli tornavano. [112]

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica.

XI - LE DUE TORRI [113]

ASINELLA

Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni [114] balzai

quando l’Alpi di barbari snebbiarono

e su ’l populeo [115] Po pe ’l verde paese i carrocci

tutte le trombe reduci suonavano.

GARISENDA

Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai

su le ruine e su le tombe. Irnerio [116]

curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande

lento parlava al palvesato [117] popolo.

ASINELLA

Bello di maggio il dí ch’io vidi su ’l ponte di Reno [118]

passar la gloria libera del popolo,

sangue di Svevia [119], e te chinare la bionda cervice

a l’ondeggiante rossa croce italica [120].

GARISENDA

Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda

cozzâr le spade de i fratelli e corsero

lunghi quaranta giorni le furie civili crollando

tra ’l vasto sangue l’ardue torri in polvere. [121]

ASINELLA

Dante vid’io levar la giovine fronte a guardarci,

e, come su noi passano le nuvole,

vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno

premergli tutti i secoli d’Italia.

GARISENDA

Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore

l’un a l’altro impalmati [122]; ed oh me misera,

in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi

su Carlo quinto e su Clemente settimo!

XII - FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA [123]

Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case

de i morti il sole! Giunge come il bacio d’un dio [124]:

bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso

cantano le cicale l’inno di messidoro [125].

Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d’onde:

ville, città, castelli emergono com’isole.

Slanciansi lunghe tra ’l verde polveroso e i pioppi le strade:

varcano i ponti snelli con fughe d’archi il fiume.

E tutto è fiamma ed azzurro. Da l’alpe là giú di Verona

guardano solitarie due nuvolette bianche.

Delia, a voi zefiro spira dal colle pio de la Guardia

che incoronato scende da l’Apennino al piano,

v’agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti

giú con le nere anella per la superba fronte.

Mentre domate i ribelli [126], gentil, con la mano, chinando

gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,

udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),

udite giú sotterra ciò che dicono i morti.

Dormono a’ piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi

a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:

dormon gli etruschi discesi co ’l lituo [127] con l’asta con fermi

gli occhi ne l’alto a’ verdi misterïosi clivi [128],

e i grandi celti rossastri [129] correnti a lavarsi la strage

ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,

e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo

ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.

Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ’l colle:

udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.

Dicono i morti – Beati, o voi passeggeri del colle

circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole.

Fresche a voi mormoran l’acque pe ’l florido clivo scendenti,

cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.

A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:

a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. –

Dicono i morti – Cogliete i fiori che passano [130] anch’essi,

adorate le stelle che non passano mai.

Putridi squagliansi i serti [131] d’intorno i nostri umidi teschi:

ponete rose a torno le chiome bionde e nere.

Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda

su la vita che passa l’eternità d’amore. –

XIII - SU L’ADDA [132]

Corri, tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume, e il tenero amore, [133]

al sole occiduo naviga.

Ecco, ed il memore ponte dilungasi:

cede l’aereo de gli archi slancio, [134]

e al liquido s’agguaglia

pian che allargasi e mormora.

Le mura dirute [135] di Lodi fuggono

arrampicandosi nere al declivio

verde e al docile colle.

Addio, storia de gli uomini.

Quando il romuleo marte ed il barbaro [136]

ruggîr ne’ ferrei cozzi, e qui vindice

la rabbia di Milano

arse in itali incendii,

tu ancor dal Lario [137] verso l’Erídano [138]

scendevi, o Addua, con desio placido,

con murmure solenne,

giú pe’ taciti pascoli.

Quando su ’l dubbio ponte [139] tra i folgori

passava il pallido còrso [140], recandosi

di due secoli il fato

ne l’esile man giovine [141],

tu il molto celtico sangue ed il teutono

lavavi, o Addua, via: su le tremule

acque il nitrico fumo [142]

putrido disperdeasi.

Moríano gli ultimi tuon de la folgore [143]

franca ne i concavi seni [144]: volgeasi

da i limpidi lavacri

il bue candido, attonito.

Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila

ov’è de l’ispido sir di Soavia [145]

e del pallido còrso?

Tu corri, o Addua cerulo.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume, e il tenero amore,

al sole occiduo [146] naviga.

Sotto l’olimpico riso de l’aere

la terra palpita: ogni onda accendesi

e trepida risalta

di fulgidi amor turgida.

Molle de’ giovani prati l’effluvio

va sopra l’umido pian: l’acque a’ margini

di gemiti e sorrisi

un suon morbido frangono.

E il legno scivola lieve: tra le uberi

sponde lo splendido fiume devolvesi:

trascorrono de’ campi

i grandi alberi, e accennano,

e giú da gli alberi, su da le floride

siepi, per l’auree strisce e le rosee,

s’inseguono gli augelli

e amore ilari mescono.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume naviga, e amore

d’ambrosia irriga l’aure.

Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo

tu con l’Eridano scendi a confonderti:

precipita a l’occaso [147]

il sole infaticabile.

O sole, o Addua corrente, l’anima

per un elisio dietro voi naviga:

ove ella e il mutuo amore,

o Lidia, perderannosi?

Non so; ma perdermi lungi da gli uomini

amo or di Lidia nel guardo languido,

ove nuotano ignoti

desiderii e misterii.

IV - DA DESENZANO [148]
A  G.R.

Gino, che fai sotto i felsinei [149] portici?

mediti come il gentil fiore de l’Ellade

d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia

lieto sorgesse nel mattin de i popoli?

Da l’Asinella gufi e nibbi stridono

invidïando e i cari studi rompono.

Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre

e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.

Vienne qui dove l’onda ampia del lidio

lago [150] tra i monti azzurreggiando palpita:

vieni: con voce di faleuci chiàmati

Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.

Vuole Manerba [151] a te rasene [152] istorie,

vuole Muníga attiche fole [153] intessere,

mentre sui i merli barbari fantasimi

armi ed amori con il vento parlano.

Ascoltiam sotto anacreòntea [154] pergola

o a la platonia verde ombra de’ platani [155],

freschi votando gl’innovati calici

che la Riviera del suo vino imporpora.

Dolce tra i vini udir lontane istorie

d’atavi [156], mentre il divo sol precipita

e le pie stelle sopra noi vïaggiano

e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.

Essi che queste amene rive tennero [157]

te, come noi, bel sole, un dí goderono,

o ti gittasser belve umane un fremito

da le lacustri palafitte, o agili

Veneti a l’onda le cavalle dessero

trepida e fredda nel mattino roseo,

o co ’l terreno lituo segnassero

nel mezzogiorno le pietrose acropoli.

Gino, ove inteso a le vittorie retiche

o da le dacie glorïoso il milite

in vigil ozio l’aquile romulee

su ’l lago affisse ricantando Cesare,

ivi in fremente selva Desiderio

agitò a caccia poi cignali e daini,

fermo il pensiero a la corona ferrea

fulgida in Roma per la via de’ Cesari.

Gino, ove il giambo di Catullo rapido

l’ala aprí sovra la distesa cerula,

Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri

con un saliente gemito per l’aere,

ivi il compianto di lombarde monache

salmodïando ascese vèr’ la candida

luna e la requie mormorò su i giovani

pallidi stesi sotto l’asta francica.

E calerem noi pur giú tra i fantasimi

cui né il sole veste di fulgor purpureo

né le pie stelle sovra il capo ridono

né de la vite il frutto i cuor letifica.

Duci e poeti allor, fronti sideree,

ne moveranno incontro, e – Di qual secolo

– dimanderanno – di qual triste secolo

a noi venite, pallida progenie?

A voi tra’ cigli torva cura infóscasi

e da l’angusto petto il cuore fumiga.

Noi ne la vita esercitammo il muscolo,

e discendemmo grandi ombre tra gl’inferi. –

Gino, qui sotto anacreòntea pergola

o a la platonia verde ombra de’ platani,

qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,

degna risposta meditiamo. Versasi

cerula notte sovra il piano argenteo,

move da Sirmio una canora imagine [158]

giú via per l’onda che soave mormora

riscintillando e al curvo lido infrangesi.

XV - SIRMIONE [159]

Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,

fiore de le penisole.

Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d’intorno il Benaco

una gran tazza argentea,

cui placido olivo per gli orli nitidi corre

misto a l’eterno lauro.

Questa raggiante coppa Italia madre protende,

alte le braccia, a i superi;

ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,

gemma de le penisole.

Baldo, paterno monte, protegge la bella da l’alto

co ’l sopracciglio torbido:

il Gu [160] sembra un titano per lei caduto in battaglia,

supino e minaccevole.

Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra

Salò le braccia candide,

lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona

le chiome e il velo a l’aure,

e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori

le esulta il capo giovine.

Garda là in fondo solleva la ròcca sua fósca

sovra lo specchio liquido,

cantando una saga d’antiche cittadi sepolte

e di regine barbare.

Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d’azzurro

tu mandi il guardo e l’anima,

qui Valerio Catullo, legato giú a’ nitidi sassi

il fasèlo bitinico,

sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l’onda

fosforescente e tremula,

e ’l perfido [161] riso di Lesbia e i multivoli ardori

vedea ne l’onda vitrea,

mentr’ella stancava pe’ neri angiporti le reni

a i nepoti di Romolo.

A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava:

– Vieni, o Quinto Valerio.

Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco

e mite come Cintia. [162]

Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano

d’api susurro paiono,

e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure

in lento oblio si sciolgono.

Qui ’l fresco, qui ’l sonno, qui musiche leni ed i cori

de le cerule vergini,

mentr’Espero allunga la rosea face su l’acque

e i flutti al lido gemono. –

Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti

frange o li spegne tragico.

Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,

chi ne assicura, o Lalage?

Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto [163],

e al Sole eterno li agita.

Non da Peschiera vedi natanti le schiere de’ cigni

giú per il Mincio argenteo?

da’ verdi paschi dove Bianore [164] dorme non odi

la voce di Virgilio?

Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo [165] s’affaccia

a la torre scaligera.

– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda

l’acqua la terra e l’aere.

XVI - DAVANTI IL CASTEL VECCHIO DI VERONA [166]

Tal mormoravi possente e rapido

sotto i romani ponti, o verde Adige,

brillando dal limpido gorgo,

la tua scorrente canzone al sole,

quando Odoacre dinanzi a l’impeto

di Teodorico cesse [167], e tra l’èrulo

eccidio passavan su i carri

diritte e bionde le donne amàle [168]

entro la bella Verona, odinici [169]

carmi intonando: raccolta al vescovo

intorno, l’italica plebe

sporgea la croce supplice a’ Goti.

Tale da i monti di neve rigidi,

ne la diffusa letizia argentea

del placido verno, o fuggente

infaticato, mormori e vai

sotto il merlato ponte scaligero,

tra nere moli, tra squallidi alberi,

a i colli sereni, a le torri,

onde abbrunate piangon le insegne

il ritornante giorno funereo [170]

del primo eletto re da l’Italia

francata: tu, Adige, canti

la tua scorrente canzone al sole.

Anch’io, bel fiume, canto: e il mio cantico

nel picciol verso raccoglie i secoli,

e il cuore al pensiero balzando

segue la strofe che sorge e trema.

Ma la mia strofe vanirà torbida

ne gli anni: eterno poeta, o Adige,

tu ancor tra le sparse macerie

di questi colli turriti, quando

su le rovine de la basilica

di Zeno al sole sibili il còlubro,

ancor canterai nel deserto

i tedi insonni de l’infinito.

XVII - PER LA MORTE  DI NAPOLEONE EUGENIO [171]

Questo [172] la inconscia zagaglia [173] barbara

prostrò, spegnendo li occhi di fulgida

vita sorrisi da i fantasmi

fluttuanti ne l’azzurro immenso.

L’altro [174], di baci sazio in austriache

piume e sognante su l’albe gelide

le dïane e il rullo pugnace,

piegò come pallido giacinto. [175]

Ambo a le madri lungi; e le morbide

chiome fiorenti di puerizia

pareano aspettare anche il solco

de la materna carezza. In vece

balzâr nel buio, giovinette anime,

senza conforti; né de la patria

l’eloquio seguivali al passo

co’ i suon de l’amore e de la gloria.

Non questo, o fósco figlio d’Ortensia, [176]

non questo avevi promesso al parvolo:

gli pregasti in faccia a Parigi

lontani i fati del re di Roma.

Vittoria e pace da Sebastopoli

sopían co ’l rombo de l’ali candide

il piccolo: Europa ammirava:

la Colonna splendea come un faro.

Ma di decembre, ma di brumaio

cruento è il fango, la nebbia è perfida:

non crescono arbusti a quell’aure,

o dan frutti di cenere e tòsco.

Oh solitaria casa d’Aiaccio,

cui verdi e grandi le querce ombreggiano

e i poggi coronan sereni

e davanti le risuona il mare!

Ivi Letizia [177], bel nome italico

che omai sventura suona ne i secoli,

fu sposa, fu madre felice,

ahi troppo breve stagione! ed ivi,

lanciata a i troni l’ultima folgore,

date concordi leggi tra i popoli,

dovevi, o consol, ritrarti

fra il mare e Dio cui tu credevi.

Domestica ombra Letizia or abita

la vuota casa; non lei di Cesare

il raggio precinse: la còrsa

madre visse fra le tombe e l’are.

Il suo fatale da gli occhi d’aquila,

le figlie come l’aurora splendide,

frementi speranze i nepoti,

tutti giacquer, tutti a lei lontano.

Sta ne la notte la còrsa Niobe.

sta su la porta donde al battesimo

le uscíano i figli, e le braccia

fiera tende su ’l selvaggio mare:

e chiama, chiama, se da l’Americhe,

se di Britannia, se da l’arsa Africa

alcun di sua tragica prole

spinto da morte le approdi in seno.

XVIII - A GIUSEPPE GARIBALDI [178]
III NOVEMBRE MDCCCLXXX

Il dittatore [179], solo, a la lugubre

schiera d’avanti, ravvolto e tacito

cavalca: la terra ed il cielo

squallidi, plumbei, freddi intorno.

Del suo cavallo la pésta udivasi

guazzar nel fango: dietro s’udivano

passi in cadenza, ed i sospiri

de’ petti eroici ne la notte.

Ma da le zolle di strage livide,

ma da i cespugli di sangue roridi,

dovunque era un povero brano,

o madri italiche, de i cuor vostri,

salíano fiamme ch’astri parevano,

sorgeano voci ch’inni suonavano:

splendea Roma olimpica in fondo,

correa per l’aëre un peana [180].

– Surse in Mentana l’onta de i secoli

dal triste amplesso di Pietro e Cesare [181]:

tu hai, Garibaldi, in Mentana

su Pietro e Cesare posto il piede.

O d’Aspromonte ribelle splendido,

o di Mentana superbo vindice,

vieni e narra Palermo e Roma

in Capitolïo a Camillo. –

Tale un’arcana [182] voce di spiriti

correa solenne pe ’l ciel d’Italia

quel dí che guairono i vili,

botoli [183] timidi de la verga.

Oggi l’Italia t’adora. Invòcati

la nuova Roma novello Romolo: [184]

tu ascendi, o divino: di morte

lunge i silenzii dal tuo capo.

Sopra il comune gorgo de l’anime

te rifulgente chiamano i secoli

a le altezze, al puro concilio

de i numi indigeti su la patria [185].

Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio

– Mai non pensammo forma piú nobile

d’eroe –. Dice Livio, e sorride,

– È de la storïa, o poeti.

De la civile storia d’Italia

è quest’audacia tenace ligure,

che posa nel giusto, ed a l’alto

mira, e s’irradia ne l’ideale –.

Gloria a te, padre. Nel torvo fremito

spira de l’Etna, spira ne’ turbini

de l’alpe il tuo cor di leone

incontro a’ barbari ed a’ tiranni.

Splende il soave tuo cor nel cerulo

riso del mare del ciel de i floridi

maggi diffuso su le tombe

su’ marmi memori de gli eroi.

XIX - SCOGLIO DI QUARTO [186]

Breve ne l’onda placida avanzasi

striscia di sassi. Boschi di lauro

frondeggiano dietro spirando

effluvi e murmuri ne la sera.

Davanti, larga, nitida, candida

splende la luna: l’astro di Venere

sorridele presso e del suo

palpito lucido tinge il cielo.

Par che da questo nido pacifico [187]

in picciol legno l’uom debba movere

secreto a colloqui d’amore

leni su i zefiri, la sua donna

fisa guatando l’astro di Venere.

Italia, Italia, donna de i secoli,

de’ vati e de’ martiri donna,

inclita vedova dolorosa,

quindi il tuo fido mosse cercandoti

pe’ mari. Al collo leonino avvoltosi

il puncio [188], la spada di Roma

alta su l’omero bilanciando,

stiè Garibaldi. Cheti venivano

a cinque a dieci, poi dileguavano,

drappelli oscuri, ne l’ombra,

i mille vindici [189] del destino,

come pirati che a preda gissero [190];

ed a te occulti givano, Italia,

per te mendicando la morte

al cielo, al pelago, a i fratelli.

Superba ardeva di lumi e cantici

nel mar morenti lontano Genova

al vespro lunare dal suo

arco marmoreo di palagi.

Oh casa [191] dove presago genio

a Pisacane segnava il transito

fatale, oh dimora onde Aroldo

sití l’eroico Missolungi! [192]

Una corona di luce olimpica

cinse i fastigi bianchi in quel vespero

del cinque di maggio. Vittoria

fu il sacrificio, o poesia.

E tu ridevi, stella di Venere,

stella d’Italia, stella di Cesare:

non mai primavera piú sacra

d’animi italici illuminasti,

da quando ascese tacita il Tevere

d’Enea la prora d’avvenir gravida

e cadde Pallante [193] appo i clivi

che sorger videro l’alta Roma.

XX - SALUTO ITALICO [194]

Molosso [195] ringhia, o antichi versi italici,

ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco

suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile

giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.

Volate, e ansiosi interrogate il murmure

che giú per l’alpi giulie, che giú per l’alpi retiche

da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,

grave d’epici sdegni, fiero di canti eroici.

Passa come un sospir su ’l Garda argenteo,

è pianto d’Aquileia su per le solitudini.

Odono i morti di Bezzecca [196], e attendono:

– Quando? – grida Bronzetti, fantasmi erto fra i nuvoli.

– Quando? – i vecchi fra sé mesti ripetono,

che un dí con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.

– Quando? – fremono i giovani che videro

pur ieri da San Giusto ridere glauco l’Adria.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi

volate co ’l nuovo anno, antichi versi italici:

ne’ rai del sol che San Petronio imporpora

volate di San Giusto sovra i romani ruderi!

Salutate nel golfo Giustinopoli, [197]

gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;

salutate il divin riso de l’Adria

fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!

Poi presso l’urna, ove ancor tra’ due popoli

Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,

in faccia a lo stranier, che armato accampasi

su ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!

XXI - A UNA BOTTIGLIA DI VALTELLINA DEL 1848 [198]

E tu [199] pendevi tralcio da i retici

balzi odorando florido al murmure

de’ fiumi da l’alpe volgenti

ceruli in fuga spume d’argento,

quando l’aprile d’itala gloria

dal Po rideva fino a lo Stelvio

e il popol latino si cinse

su l’Austria cingol di cavaliere. [200]

E tu nel tino bollivi torbido

prigione, quando d’italo spasimo

ottobre fremeva e Chiavenna,

oh Rezia forte!, schierò a Vercea

sessanta ancora di morte libera

petti assetati: Hainau gli aspri animi

contenne e i cavalli de l’Istro [201]

ispidi in vista de i tre colori.

Rezia, salute! di padri liberi

figlia ed a nuove glorie piú libera!

È bello al bel sole de l’alpi

mescere il nobil tuo vin cantando:

cantando i canti de i giorni italici,

quando a’ tuoi passi correano i popoli,

splendea tra le nevi la nostra

bandiera sopra l’austriaca fuga.

A i noti canti lievi ombre sorgono

quei che anelando vittoria caddero?

Sia gloria, o fratelli! Non anche,

l’opra del secol non anche è piena.

Ma ne i vegliardi vige il vostro animo.

il sangue vostro ferve ne i giovani:

o Italia, daremo in altre alpi

inclita a i venti la tua bandiera.

MIRAMAR

O Miramare, a le tue bianche torri

attediate per lo ciel piovorno [202]

fósche con volo di sinistri augelli

vengon le nubi.

O Miramare, contro i tuoi graniti

grige dal torvo pelago salendo

con un rimbrotto d’anime crucciose

battono l’onde.

Meste ne l’ombra de le nubi a’ golfi

stanno guardando le città turrite,

Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo, [203]

gemme del mare;

e tutte il mare spinge le mugghianti

collere a questo bastion di scogli

onde t’affacci a le due viste d’Adria,

rocca d’Absburgo;

e tona il cielo a Nabresina [204] lungo

la ferrugigna costa, e di baleni

Trieste in fondo coronata il capo

leva tra’ nembi.

Deh come tutto sorridea quel dolce

mattin d’aprile, quando usciva il biondo

imperatore, con la bella donna,

a navigare!

A lui dal volto placida raggiava

la maschia possa de l’impero: l’occhio

de la sua donna cerulo e superbo

iva su ’l mare.

Addio, castello pe’ felici giorni

nido d’amore costruito in vano!

Altra su gli ermi oceani rapisce

aura gli sposi.

Lascian le sale con accesa speme

istoriate di trionfi e incise

di sapïenza. Dante e Goethe al sire

parlano in vano

da le animose tavole: una sfinge

l’attrae con vista mobile su l’onde:

ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro

del romanziero.

Oh non d’amore e d’avventura il canto

fia che l’accolga e suono di chitarre

là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale

lunga su l’aure

vien da la trista punta di Salvore

nenia tra ’l roco piangere de’ flutti?

Cantano i morti veneti o le vecchie

fate istrïane?

– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,

figlio d’Absburgo, la fatal Novara. [205]

Teco l’Erinni sale oscura e al vento

apre la vela.

Vedi la sfinge tramutar sembiante

a te d’avanti perfida arretrando!

È il viso bianco di Giovanna pazza

contro tua moglie.

È il teschio mózzo contro te ghignante

d’Antonïetta. Con i putridi occhi

in te fermati è l’irta faccia gialla

di Montezuma.

Tra i boschi immani d’agavi non mai

mobili ad aura di benigno vento,

sta ne la sua piramide, vampante

livide fiamme

per la tenèbra tropicale, il dio

Huitzilopotli [206], che il tuo sangue fiuta,

e navigando il pelago co ’l guardo

ulula – Vieni.

Quant’è che aspetto! La ferocia bianca

strussemi il regno ed i miei templi infranse:

vieni, devota vittima, o nepote

di Carlo quinto.

Non io gl’infami avoli tuoi di tabe

marcenti o arsi di regal furore;

te io voleva, io colgo te, rinato

fiore d’Absburgo;

e a la grand’alma di Guatimozino [207]

regnante sotto il padiglion del sole

ti mando inferia, o puro, o forte, o bello

Massimiliano. –

XXIII - ALLA REGINA D’ITALIA [208]
xx nov. mdccclxxviii

Onde venisti? quali a noi secoli

sí mite e bella ti tramandarono?

fra i canti de’ sacri poeti

dove un giorno, o regina, ti vidi?

Ne le ardue ròcche, quando tingeasi

a i latin soli la fulva e cerula

Germania, e cozzavan nel verso

nuovo l’armi tra lampi d’amore?

Seguíano il cupo ritmo monotono

trascolorando le bionde vergini,

e al ciel co’ neri umidi occhi

impetravan mercé per la forza.

O ver ne i brevi dí che l’Italia

fu tutta un maggio, che tutto il popolo

era cavaliere? Il trionfo

d’Amor gía tra le case merlate [209]

in su le piazze liete di candidi

marmi, di fiori, di sole; e – O nuvola

che in ombra d’amore trapassi, –

l’Alighieri cantava – sorridi! –

Come la bianca stella di Venere

ne l’april novo surge da’ vertici

de l’alpi, ed il placido raggio

su le nevi dorate frangendo

ride a la sola capanna povera,

ride a le valli d’ubertà floride,

e a l’ombra de’ pioppi risveglia

li usignoli e i colloqui d’amore:

fulgida e bionda ne l’adamàntina

luce del serto [210] tu passi, e il popolo

superbo di te si compiace

qual di figlia che vada a l’altare;

con un sorriso misto di lacrime

la verginetta ti guarda, e trepida

le braccia porgendo ti dice

come a suora maggior: – Margherita! –.

E a te volando la strofe alcaica,

nata ne’ fieri tumulti libera,

tre volte ti gira la chioma

con la penna che sa le tempeste:

e, Salve, dice cantando, o inclita

a cui le Grazie corona cinsero,

a cui sí soave favella

la pietà ne la voce gentile!

Salve, o tu buona, sin che i fantasimi

di Raffaello ne’ puri vesperi

trasvolin d’Italia e tra’ lauri

la canzon del Petrarca sospiri!

XXIV - COURMAYEUR [211]

Conca in vivo smeraldo tra fóschi passaggi dischiusa,

o pia Courmayeur, ti saluto.

Te da la gran Giurassa da l’ardüa Grivola bella

il sole piú amabile arride.

Blandi misteri a te su’ boschi d’abeti imminente

la gelida luna diffonde,

mentre co ’l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia

fantasime ed ombre moventi.

Te la vergine Dora [212], che sa le sorgive de’ fonti

e sa de le genti le cune

cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi,

e i carmi de’ popoli e l’armi.

De la valanga il tuon da l’orrida Brenva rintrona

e rotola giú per neri antri:

sta su ’l verone in fior la vergine e tende lo sguardo,

e i verni passati ripensa.

Ma da’ pendenti prati di rosso papavero allegri

tra gli orzi e le segali bionde

spicca l’alauda il volo trillando l’aerea canzone:

io medito i carmi sereni.

Salve, o pia Courmayeur, che l’ultimo riso d’Italia

al piè del gigante de l’Alpi

rechi soave! te, datrice di posa e di canti,

io reco nel verso d’Italia.

Va su’ tuoi verdi prati l’ombría de le nubi fuggenti

e va su’ miei spirti la musa.

Amo al lucido e freddo mattin da’ tuoi sparsi casali

il fumo che ascende e s’avvolge

bigio al bianco vapor da l’are de’ monti smarrito

nel cielo divino. Si perde

l’anima in lento error: vien da le compiante memorie

e attinge l’eterne speranze.

XXV - IL LIUTO E LA LIRA [213]
A MARGHERITA REGINA D’ITALIA

Quando la Donna Sabauda il fulgido

sguardo al lïuto reca e su ’l memore

ministro d’eroici lai

la mano e l’inclita fronte piega,

commove un conscio spirito l’agili

corde e dal seno concavo mistico

la musa de’ tempi che furo

sale aspersa di faville d’oro;

e un coro e un canto di forme aeree,

quali già vide l’Alighier movere

ne’ giri d’armonica stanza, [214]

cinge l’italica Margherita.

«Io – dice l’una, cui la cesarie

inonda bionda gli omeri nivei

e gli occhi natanti nel lume

de l’estasi chiedono le sfere –

io son, regina, – dice – la nobile

Canzone; e a’ cieli volai da l’anima

di Dante, quand’egli nel maggio

angeli e spiriti lineava.

Io del Petrarca sovra le lacrime

passai tingendo d’azzurro l’aere

e accesi corone di stelle

in su l’aurea treccia d’Avignone.

Non mai piú alto sospiro d’anime

surse dal canto. Di te le laudi

a’ due leverò che l’Italia

poeti massimi rivelaro.»

«A me la terra piace – nel cantico

una seconda balzando applaude

con l’asta e lo scudo, e da l’elmo

fósca fugge a’ venti la criniera –.

Piace, se lampi d’acciaio solcano,

se ferrei nembi rompono l’aere

e cadon le insegne davanti

al flutto e a l’impeto de’ cavalli.

A cui la morte teme non ridono

le muse in cielo, quaggiú le vergini.

Avanti, Savoia! non anche

tutta désti la bandiera al vento.

La Sirventese sono. A me l’aquila

che da Superga rivola al Tevere

e i folgori stringe severa

dritta ne l’iride tricolore.»

«Ed io – la terza dice, di mammole

vïole un cerchio tessendo, e semplice

di rose e ligustri il sembiante

ombra sotto la castanea chioma –

la Pastorella sono. Di facili

amori e sdegni, danze e tripudii,

non piú rendo gli echi: una nube

va di tristizïa su la terra.

A te da’ verdi mugghianti pascoli,

da’ biondi campi, da le pomifere

colline, da’ boschi sonanti

di scuri e dal fumo de’ tuguri,

io reco il blando riso de’ parvoli,

di spose e figlie reco le lacrime

e i cenni de’ capi canuti

che ti salutano pïa madre».

Tali, o Signora, forme e fantasimi

a voi d’intorno cantando volano

dal vago liuto: a la lira

io li do di Roma imperïante,

qui dove l’Alpi de le virginee

cime piú al sole diffusa raggiano

la bianca letizia da immenso

circolo, e cerula tra l’argento

per i tonanti varchi precipita

la Dora a valle cercando Italia,

e sceser vostri avi ferrati

con la spada e con la bianca croce.

Dal grande altare nival gli spiriti

del Montebianco sorgono attoniti,

a udire l’eloquio di Dante,

ne’ ritmi fulgidi di Venosa,

dopo cotanto strazio barbarico

ponendo verde sempre di gloria

il lauro di Livia a la fronte

de la Sabauda Margherita,

a voi, traverso l’onde de i secoli,

di due forti evi ricantar l’anima,

o figlia e regina del sacro

rinnovato popolo latino.

LIBRO II

Musa latina, vieni meco a canzone novella:

Può nuova progenie il canto novello fare.

T. CAMPANELLA

XXVI - CÈRILO [215]

Non sotto ferrea punta [216] che strida solcando maligna

dietro un pensier di noia l’aride carte bianche;

sotto l’adulto sole, nel palpito mosso da’ venti

pe’ larghi campi aprici, lungo un bel correr d’acque,

nasce il sospir de’ cuori che perdesi ne l’infinito,

nasce il dolce e pensoso fior de la melodia.

Qui brilla il maggio effuso ne l’aere odorato di rose,

brillano gli occhi vani, dormon ne’ petti i cuori:

dormono i cuor si drizzan le orecchie facili quando

la variopinta strilla nota de la Gioconda [217].

Oh de le Muse l’ara dal verde vertice bianco

su ’l mare! Alcmane [218] guida i virginei cori:

– Voglio con voi, fanciulle, volare, volare a la danza,

come il cèrilo vola tratto da le alcïoni:

vola con le alcïoni tra l’onde schiumanti in tempesta,

cèrilo purpureo nunzio di primavera –. [219]

XXVII - FANTASIA [220]

Tu parli; e, de la voce a la molle aura

lenta cedendo, si abbandona l’anima

del tuo parlar su l’onde carezzevoli,

e a strane plaghe naviga.

Naviga in un tepor di sole occiduo

ridente a le cerulee solitudini:

tra cielo e mar candidi augelli volano,

isole verdi passano,

e i templi su le cime ardui lampeggiano

di candor pario ne l’occaso roseo,

ed i cipressi de la riva fremono,

e i mirti densi odorano.

Erra lungi l’odor su le salse aure

e si mesce al cantar lento de’ nauti,

mentre una nave in vista al porto ammaina

le rosse vele placida.

Veggo fanciulle scender da l’acropoli

in ordin lungo; ed han bei pepli candidi,

serti hanno al capo, in man rami di lauro,

tendon le braccia e cantano.

Piantata l’asta in su l’arena patria,

a terra salta un uom ne l’armi splendido:

è forse Alceo [221] da le battaglie reduce

a le vergini lesbie?

RUIT HORA [222]

O desïata verde solitudine

lungi al rumor de gli uomini!

qui due con noi divini amici vengono,

vino ed amore, o Lidia.

Deh come ride nel cristallo nitido

Lieo [223], l’eterno giovine!

come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

trionfa amore e sbendasi! [224]

Il sol traguarda basso ne la pergola,

e si rifrange roseo

nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremola

fra le tue chiome, o Lidia.

Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,

langue una rosa pallida;

e una dolce a me in cuor tristezza súbita

tempra d’amor gl’incendii.

Dimmi: perché sotto il fiammante vespero

misterïosi gemiti

manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,

tra lor quei pini cantano?

Vedi con che desio quei colli tendono

le braccia al sole occiduo:

cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano

il bacio ultimo, o Lidia.

Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,

Lieo, dator di gioia:

io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

se Iperïon precipita.

E precipita l’ora. O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici:

o care braccia, apritevi.

ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D’AUTUNNO [225]

Oh quei fanali come s’inseguono

accïdiosi [226] là dietro gli alberi,

tra i rami stillanti di pioggia

sbadigliando la luce su ’l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia

la vaporiera da presso. Plumbeo

il cielo e il mattino d’autunno

come un grande fantasma n’è intorno.

Dove e a che move questa, che affrettasi

a’ carri foschi, ravvolta e tacita

gente? a che ignoti dolori

o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera

al secco taglio dài de la guardia,

e al tempo incalzante i begli anni

dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono

incappucciati di nero i vigili [227],

com’ombre; una fioca lanterna

hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre

rintócco lungo: di fondo a l’anima

un’eco di tedio risponde

doloroso, che spasimo pare.

E gli sportelli sbattuti al chiudere

paion oltraggi: scherno par l’ultimo

appello [228] che rapido suona:

grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica

anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei [229]

occhi sbarra; immane pe ’l buio

gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile

sbattendo l’ale gli amor miei portasi.

Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo

salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,

o stellanti occhi di pace, o candida

tra’ floridi ricci inchinata

pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,

fremea l’estate quando mi arrisero;

e il giovine sole di giugno

si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei

la molle guancia: come un’aureola

piú belli del sole i miei sogni

ricingean la persona gentile.

Sotto la pioggia, tra la caligine

torno ora, e ad esse vorrei confondermi;

barcollo com’ebro, e mi tócco,

non anch’io fossi dunque un fantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,

continua, muta, greve, su l’anima!

io credo che solo, che eterno,

che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ’l senso smarrí de l’essere,

meglio quest’ombra, questa caligine:

io voglio io voglio adagiarmi

in un tedio che duri infinito.

XXX - MORS NELL’EPIDEMIA DIFTERICA [230]

Quando a le nostre case la diva severa [231] discende,

da lungi il rombo de la volante s’ode,

e l’ombra de l’ala che gelida gelida avanza

diffonde intorno lugubre silenzio.

Sotto la venïente ripiegano gli uomini il capo,

ma i sen feminei rompono in aneliti.

Tale de gli alti boschi, se luglio il turbine addensa,

non corre un fremito per le virenti cime:

immobili quasi per brivido gli alberi stanno,

e solo il rivo roco s’ode gemere.

Entra ella, e passa, e tócca; e senza pur volgersi atterra

gli arbusti lieti di lor rame giovani;

miete le bionde spiche, strappa anche i grappoli verdi,

coglie le spose pie, le verginette vaghe

ed i fanciulli: rosei tra l’ala nera ei le braccia

al sole a i giuochi tendono e sorridono.

Ahi tristi case dove tu innanzi a’ vólti de’ padri,

pallida muta diva, spegni le vite nuove!

Ivi non piú le stanze sonanti di risi e di festa

o di bisbigli, come nidi d’augelli a maggio:

ivi non piú il rumore de gli anni lieti crescenti,

non de gli amor le cure, non d’imeneo [232] le danze:

invecchian ivi ne l’ombra i superstiti, al rombo

del tuo ritorno teso l’orecchio, o dea.

XXXI - UNA SERA DI SAN PIETRO [233]

Ricordo. Fulvo il sole tra i rossi vapori e le nubi

calde al mare scendeva, come un grande clipeo di rame

che in barbariche pugne corrusca ondeggiando poi cade.

Castiglioncello [234] in alto fra mucchi di querce ridea

da le vetrate un folle vermiglio sogghigno di fata.

Ma io languido e triste (da poco avea scosso la febbre

maremmana, ed i nervi pesavanmi come di piombo)

guardava a la finestra. Le rondini rapide i voli

sgembi tessevan e ritessevano intorno le gronde,

e le passere brune strepíano [235] al vespro maligno [236].

Brevi d’entro la macchia svariavano il piano ed i colli,

rasi a metà da la falce, in parte ancor mobili e biondi.

Via per i solchi grigi le stoppie fumavano accese:

or sí or no veniva su per le aure umide il canto

de’ mietitori, lungo, lontano, piangevole, stanco:

grave l’afa stringeva l’aër, la marina, le piante.

Io levai gli occhi al sole – O lume superbo del mondo,

tu su la vita guardi com’ebro ciclope [237] da l’alto! –

Gracchiarono i pavoni schernendomi tra i melograni,

e un vipistrello sperso passommi radendo su ’l capo.

PE ’L CHIARONE DA CIVITAVECCHIA [238]
LEGGENDO IL MARLOWE

Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa

stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.

Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema

sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole

piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.

I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,

l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.

Scattan su da un cespuglio co ’l guizzo di frecce mancate

due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.

Corrono, mentr’io leggo Marlowe, le smunte cavalle

de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,

la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,

dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,

dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna [239].

Io leggo ancora Marlowe. Del reo verso bieco [240], simíle

a sogno d’uomo cui molta birra gravi,

d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose

esala un vapor acre d’orrida tristizia,

che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda

di mostri intorno le pendenti nuvole,

crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,

filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.

Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni

paiono traer guai [241] contro di me: – Che importa

– dicon – tendere a l’alto? che vale combatter? Che giova

amare? Il fato passa ed abbassa. – Ma tu,

tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi

il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,

perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?

che colpa ho io ne ’l fato che ti danna?

E voi, lunghe nel mezzo del tetro recinto alberelle,

co’ rami spioventi, quasi canute chiome,

siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle [242]

che aspettâr Macbeth su la fatale via?

Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,

di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.

Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,

perché mi mandi lugubri messaggi?

Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:

non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblio.

Oblio? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri

che tutti una ferita mostrate aperta e tutti

a tradimento, su! su da ’l cimitero del petto,

su date a’ venti i vostri veli funebri.

Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,

a l’ombre ignave, su le mortifere acque.

Qui gonfia di serpi tra ’l fior bianco e giallo la terra,

pregna di veleni qui primavera ride.

Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,

strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.

Volate, volate, canzoni vampire [243], cercando

i cuor che amammo: sangue per sangue sia.

Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro [244]

lento scendendo nel Tirreno cerulo.

Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli [245],

con la serena vista, con le memorie pie.

Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.

Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.

XXXIII - ALLA MENSA DELL’AMICO [246]

Non mai dal ciel ch’io spirai parvolo

ridesti, o Sole, bel nume, splendido

a me, sí come oggi ch’effuso

t’amo per l’ampie vie di Livorno.

Non mai fervesti, Bromio [247], ne i calici

consolatore saggio e benevolo,

com’oggi ch’io libo [248] a l’amico

pensando i varchi de l’Apennino.

O Sole, o Bromio, date che integri,

non senza amore, non senza cetera,

scendiamo a le placide ombre

– là dov’è Orazio – l’amico ed io.

Ma sorridete gli augurî a i parvoli

che, dolci fiori, la mensa adornano,

la pace a le madri, gli amori

a i baldi giovani e le glorie.

XXXIV - RAGIONI METRICHE [249]

Rompeste voi ’l Tevere a nuoto, Clelïa, come

l’antica vostra, o a noi nuova Rea Silvia uscite?

Scarso, o nipote di Rea, l’endecasillabo ha il passo

a misurare i clivi de le bellezze vostre:

solo co ’l piè trïonfale l’eroico esametro puote

scander la vïa sacra de le lunate spalle.

Da l’arce capitolina del collo fidiaco molle

il pentametro pender, ghirlanda albana, deve.

Batta ne ’l raggio de gli occhi, che fiero corusca sí come

tra i colli prenestrini dietro l’aurora il sole,

batta l’alcaica strofe trepidando l’ali, e si scaldi

a i forti amori: indietro, tu settenario vile.

Oh, su la chioma ondosa che simile a notte discende

pe ’l crepuscolo pario de le doriche forme

(lasciate a le serve, nipote di Rea, gli ottonari)

corona aurea di stelle fulga l’asclepiadea.

XXXV - FIGURINE VECCHIE [250]

Qual da la madre battuto pargolo

od in proterva rissa mal domito

stanco s’addorme con le pugna

serrate e i cigli rannuvolati,

tal nel mio petto l’amore, o candida

Lalage, dorme: non sogna o invidia,

s’al roseo maggio erran giocando

gli altri felici pargoli al sole.

Oh no ’l destare! l’udresti, o Lalage,

di torbid’ire fiedere [251] l’aere

rompendo [252] i giuochi a’ lieti eguali,

dio di battaglia per me l’amore.

XXXVI - SOLE D’INVERNO [253]

Nel solitario verno de l’anima

spunta la dolce imagine, [254]

e tócche frangonsi tosto le nuvole

de la tristezza e sfumano.

Già di cerulea gioia rinnovasi

ogni pensiero: fremere

sentomi d’intima vita gli spiriti:

il gelo inerte fendesi.

Già de’ fantasimi dal mobil vertice

spiccian gli affetti memori,

scendon con rivoli freschi di lacrime

giú per l’ombra del tedio.

Scendon con murmuri che a gli antri chiamano

echi d’amor superstiti

e con letizia d’acque che a’ margini

sonni di fiori svegliano.

Scendono, e in limpido fiume dilagano,

ove le rive e gli alberi

e i colli e il tremulo riso de l’aere

specchiasi vasto e placido.

Tu su la nubila cima de l’essere,

tu sali, o dolce imagine;

e sotto il candido raggio devolvere

miri il fiume de l’anima.

XXXVII - EGLE [255]

Stanno nel grigio verno pur d’edra e di lauro vestite

ne l’Appia [256] trista le ruïnose tombe.

Passan pe ’l ciel turchino che stilla ancor da la pioggia

avanti al sole lucide nubi bianche.

Egle, levato il capo vèr’ quella serena promessa

di primavera, guarda le nubi e il sole.

Guarda; e innanzi a la bella sua fronte piú ancora che al sole

ridon le nubi sopra le tombe antiche.

XXXVIII - “PRIMO VERE” [257]

Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi

ed ancor trema nuda al rigid’aere

la primavera: il sol tra le sue lacrime

limpido brilla, o Lalage.

Da lor culle di neve i fior si svegliano

e curïosi al ciel gli occhietti levano:

in quelli sguardi vagola una tremula

ombra di sogno, o Lalage.

Nel sonno de l’inverno sotto il candido

lenzuolo de la neve i fior sognarono;

sognaron l’albe roride ed i tepidi

soli e il tuo viso, o Lalage.

Ne l’addormito spirito che sognano

i miei pensieri? A tua bellezza candida

perché mesta sorride tra le lacrime

la primavera, o Lalage?

XXXIX - “VERE NOVO” [258]

Rompendo il sole tra i nuvoli bianchi a l’azzurro

sorride e chiama – O primavera, vieni! –

Tra i verzicanti poggi con mormorii placidi il fiume

ricanta a l’aura – O primavera, vieni! –

– O primavera, vieni! – ridice il poeta al suo cuore

e guarda gli occhi, Lalage pura, tuoi.

XL - CANTO DI MARZO [259]

Quale una incinta, su cui scende languida

languida l’ombra del sopore e l’occupa,

disciolta giace e palpita su ’l talamo,

sospiri al labbro e rotti accenti vengono

e súbiti rossor la faccia corrono;

tale è la terra: l’ombra de le nuvole

passa a sprazzi su ’l verde tra il sol pallido:

umido vento scuote i pèschi e i mandorli

bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:

spira da i pori de le glebe un cantico.

– O salïenti da’ marini pascoli

vacche del cielo, grige e bianche nuvole,

versate il latte da le mamme tumide [260]

al piano e al colle che sorride e verzica,

a la selva che mette i primi palpiti –.

Cosí cantano i fior che si risvegliano:

cosí cantano i germi che si movono

e le radici che bramose stendonsi:

cosí da l’ossa de i sepolti cantano

i germi de la vita e de gli spiriti.

Ecco l’acqua che scroscia e il tuon che brontola:

porge il capo il vitel da la stalla umida,

la gallina scotendo l’ali strepita,

profondo nel verzier sospira il cúculo

ed i bambini sopra l’aia saltano.

Chinatevi al lavoro, o validi omeri;

schiudetevi a gli amori, o cuori giovani;

impennatevi a i sogni, ali de l’anime;

irrompete a la guerra, o desii torbidi:

ciò che fu torna e tornerà ne i secoli.

XLI - SALUTO D’AUTUNNO [261]

Pe’ verdi colli [262], da’ cieli splendidi,

e ne’ fiorenti campi de l’anima,

Delia [263], a voi tutto è una festa

di primavera: lungi le tombe!

Voi dolce madre chiaman due parvole,

voi dolce suora le rose chiamano,

e il sol vi corona di lume,

divino amico, la bruna chioma.

Lungi le tombe! Lontana favola

per voi la morte! Salite il tramite

de gli anni, e con citara d’oro

Ebe [264] serena v’accenna a l’alto.

Giú ne la valle, freddi dal turbine,

noi vi miriamo ridente ascendere;

e un raggio del vostro sorriso

frange le nebbie pigre a l’autunno.

XLII - SU MONTE MARIO [265]

Solenni in vetta a Monte Mario stanno

nel luminoso cheto aere i cipressi,

e scorrer muto per i grigi campi

mirano il Tebro [266],

mirano al basso nel silenzio Roma

stendersi, e, in atto di pastor gigante

su grande armento vigile, davanti

sorger San Pietro.

Mescete in vetta al luminoso colle,

mescete, amici, il biondo vino, e il sole

vi si rinfranga: sorridete, o belle:

diman morremo.

Lalage, intatto a l’odorato bosco

lascia l’alloro [267] che si gloria eterno,

o a te passando per la bruna chioma

splenda minore.

A me tra ’l verso che pensoso vola

venga l’allegra coppa ed il soave

fior de la rosa che fugace il verno

consola e muore.

Diman morremo [268], come ier moriro

quelli che amammo: via da le memorie,

via da gli affetti, tenui ombre lievi

dilegueremo.

Morremo; e sempre faticosa intorno

de l’almo sole volgerà la terra,

mille sprizzando ad ogni istante vite

come scintille;

vite in cui nuovi fremeranno amori,

vite che a pugna nuove fremeranno,

e a nuovi numi canteranno gl’inni

de l’avvenire.

E voi non nati, a le cui man’ la face

verrà che scórse da le nostre, e voi

disparirete, radïose schiere,

ne l’infinito.

Addio, tu madre del pensier mio breve,

terra, e de l’alma fuggitiva! quanta

d’intorno al sole aggirerai perenne

gloria e dolore!

fin che ristretta sotto l’equatore

dietro i richiami del calor fuggente

l’estenuata prole abbia una sola

femina, un uomo,

che ritti in mezzo a’ ruderi de’ monti,

tra i morti boschi, lividi, con gli occhi

vitrei te veggan su l’immane ghiaccia,

sole, calare.

XLIII - LA MADRE [269]
(GRUPPO DI ADRIANO CECIONI)

Lei [270] certo l’alba che affretta rosea

al campo ancora grigio gli agricoli

mirava scalza co ’l piè ratto

passar tra i roridi odor’ del fieno.

Curva su i biondi solchi i larghi omeri

udivan gli olmi bianchi di polvere

lei stornellante su ’l meriggio

sfidar le rauche cicale a i poggi.

E quando alzava da l’opra il turgido

petto e la bruna faccia ed i riccioli

fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,

coloraro ignei le balde forme.

Or forte madre palleggia [271] il pargolo

forte; da i nudi seni già sazio

palleggialo alto, e ciancia dolce

con lui che a’ lucidi occhi materni

intende gli occhi fissi ed il piccolo

corpo tremante d’inquïetudine

e le cercanti dita: ride

la madre e slanciasi tutta amore.

A lei d’intorno ride il domestico

lavor, le biade tremule accennano

dal colle verde, il büe mugghia,

su l’aia il florido gallo canta.

Natura a i forti che per lei spregiano

le care a i vulghi, larve di gloria

cosí di sante visïoni

conforta l’anime, o Adrïano:

onde tu al marmo, severo artefice,

consegni un’alta speme de i secoli.

Quando il lavoro sarà lieto?

quando securo sarà l’amore? [272]

quando una forte plebe di liberi

dirà guardando nel sole – Illumina

non ozi e guerre a i tiranni,

ma la giustizia pia del lavoro – ?

XLIV - PER UN INSTITUTO DI CIECHI [273]

Quando mirava Omero le fulgide a’ dardani campi

pugne, con gli occhi spenti ed immoti al cielo;

quando, levata in fredda caligin la fronte, vedeva

Milton [274] passare su’ mondi vinti Dio;

l’alma del tutto in essi rompeva la inerte de’ sensi

bruma, e ne’ grandi spiriti il sole ardea.

Quando Tobia meschino del can riconobbe il latrato

e brancolando porse le bianche mani,

messa dal ciel sovvenne la santa pietà: Rafaele

biondo a’ lassi occhi rese il bel figlio e il lume.

Stanno ne l’ampia terra gli eroi del pensiero in disparte:

a Rafaele tende le braccia il mondo.

XLV - SOGNO D’ESTATE [275]

Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti

la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ’l sonno

in riva di Scamandro [276], ma il cor mi fuggí su ’l Tirreno.

Sognai, placide cose de’ miei novelli anni sognai.

Non piú libri: la stanza dal sole di luglio affocata,

rintronata da i carri rotolanti su ’l ciottolato

de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,

cari selvaggi colli che il giovane april rifioría.

Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo

pur divenendo rio: su ’l rio passeggiava mia madre

florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano

cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d’oro.

Andava il fanciulletto con piccolo passo di gloria,

superbo de l’amore materno, percosso nel core

da quella festa immensa che l’alma natura intonava.

Però che le campane sonavano su dal castello

annunzïando Cristo tornante dimane a’ suoi cieli;

e su le cime e al piano, per l’aure, pe’ rami, per l’acque,

correa la melodia spiritale di primavera;

ed i pèschi ed i méli tutti eran fior bianchi e vermigli,

e fior’ gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,

ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de’ prati,

e molli d’auree ginestre si paravano i colli,

e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori

veniva giú dal mare; nel mar quattro candide vele

andavano andavano cullandosi lente nel sole,

che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.

La giovine madre guardava beata nel sole.

Io guardavo la madre, guardava pensoso il fratello [277],

questo che or giace lungi su ’l poggio d’Arno fiorito

quella che dorme presso ne l’erma solenne Certosa;

pensoso e dubitoso s’ancora ei spirassero l’aure

o ritornasser pii del dolor mio da una plaga

ove tra note forme rivivono gli anni felici.

Passâr le care imagini, disparvero lievi co ’l sonno.

Lauretta [278] empieva intanto di gioia canora le stanze,

Bice china al telaio seguía cheta l’opra de l’ago.

XLVI - COLLI TOSCANI [279]

Colli toscani e voi pacifiche selve d’olivi

a le cui ombre chete stetti in pensier d’amore,

tósca vendemmia e tu da’ grappi vermigli spumanti

in faccia al sole tra giocondi strepiti,

sole de’ giovini anni; ridete a la dolce fanciulla

che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;

voi le ridete, e quella che sempre negaronmi i fati

pace d’affetti datele ne l’anima.

Colli, tacete, e voi non susurratele, olivi,

non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,

ch’oltre quel monte giaccion lei forse aspettando, que’ miei

che visser tristi, che in dolor morirono.

Ella ammirando guarda la cima, tremarsi nel cuore

sente la vita e un lieve spirto sfiorar le chiome,

mentre l’aura montana, calando già il sole, d’intorno

al giovin capo le agita il vel candido.

XLVII - PER LE NOZZE DI MIA FIGLIA [280]

O nata quando su la mia povera

casa passava come uccel profugo

la speranza, e io disdegnoso

battea le porte de l’avvenire;

or che il piè saldo fermai su ’l termine

cui combattendo valsi raggiungere

e rauchi squittiscon da torno

i pappagalli lusingatori;

tu mia colomba t’involi, trepida

il nuovo nido voli a contessere

oltre Apennino, nel nativo

aëre dolce de’ colli tóschi.

Va’ con l’amore, va’ con la gioia,

va’ con la fede candida. L’umide

pupille fise a vel fuggente,

la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola

coglievi fiori sotto le acacie,

ed ella reggendoti a mano

fantasmi e forme spïava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida

tua chioma intorno rogge strisciavano

le strofe contro a gli oligarchi

librate e al vulgo vile d’Italia.

E tu crescevi pensosa vergine,

quand’ella prese d’assalto intrepida

i clivi de l’arte e piantovvi

la sua bandiera garibaldina.

Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite

teco fia dolce forse ritessere,

e risognare i cari sogni

nel blando riso de’ figli tuoi?

O forse meglio giova combattere

fino a che l’ora sacra richiamine?

Allora, o mia figlia, – nessuna

me Beatrice ne’ cieli attende –

allora al passo che Omero ellenico

e il cristïano Dante passarono

mi scorga il tuo sguardo soave,

la nota voce tua m’accompagni.

XLVIII - PRESSO L’URNA DI PERCY BYSSHE SHELLEY [281]

Lalage, io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo,

so quai perduti beni l’occhio tuo vago segue.

L’ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge;

sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.

Pone l’ardente Clio su ’l monte de’ secoli il piede

agile, e canta, ed apre l’ali superbe al cielo.

Sotto di lei volante si scuopre ed illumina l’ampio

cimitero del mondo, ridele in faccia il sole

de l’età nova. O strofe, pensier de’ miei giovini anni,

volate omai secure verso gli antichi amori;

volate pe’ cieli, pe’ cieli sereni, a la bella

isola risplendente di fantasia ne’ mari.

Ivi poggiati a l’aste Sigfrido ed Achille alti e biondi

erran cantando lungo il risonante mare:

dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,

dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.

Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla,

sfolgora Durendala d’oro e di gemme al sole:

mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio,

Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.

Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,

con gli occhi incerti Edippo cerca la sfinge ancora:

la pia Cordelia chiama – Deh, candida Antigone, vieni!

vieni, o greca sorella! Cantiam la pace a i padri. –

Elena e Isotta vanno pensose per l’ombra de i mirti,

il vermiglio tramonto ride a le chiome d’oro:

Elena guarda l’onde: re Marco ad Isotta le braccia

apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.

Con la regina scota su ’l lido nel lume di luna

sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,

e il mar rifugge gonfio di sangue fervido: il pianto

de le misere echeggia per lo scoglioso lido.

Oh lontana a le vie de i duri mortali travagli

isola de le belle, isola de gli eroi,

isola de’ poeti! Biancheggia l’oceano d’intorno,

volano uccelli strani per il purpureo cielo.

Passa crollando i lauri l’immensa sonante epopea

come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;

o come quando Wagner possente mille anime intona

a i cantanti metalli; trema a gli umani il core.

Ah, ma non ivi alcuno de’ novi poeti mai surse,

se non tu forse, Shelley, spirito di titano

entro virginee forme: dal vivo complesso di Teti

Sofocle a volo tolse te fra gli eroici cori.

O cuor de’ cuori, sopra quest’urna che freddo ti chiude

adora e tepe [282] e brilla la primavera in fiore.

O cuor de’ cuori, il sole divino padre ti avvolge

de’ suoi raggianti amori, povero muto cuore.

Fremono freschi i pini per l’aura grande di Roma:

tu dove sei, poeta del liberato mondo?

Tu dove sei? m’ascolti? Lo sguardo mio umido [283] fugge

oltre l’aurelïana cerchia su ’l mesto piano.

XLIX - AVE [284]
IN MORTE DI G.P.

Or che le nevi premono,

lenzuol funereo, le terre e gli animi,

e de la vita il fremito

fioco per l’aura vernal disperdersi,

tu passi, o dolce spirito:

forse la nuvola ti accoglie pallida

là per le solitudini

del vespro e tenue teco dileguasi.

Noi, quando a’ soli tepidi

un desio languido ricerca l’anime

e co’ fiori che sbocciano

torna Persefone [285] da gli occhi ceruli,

noi penseremo, o tenero,

a te non reduce [286]. Sotto la candida

luna d’april trascorrere

vedrem la imagine cara accennandone [287].

L - NEVICATA [288]

Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo [289]: gridi,

suoni di vita piú non salgono da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,

non d’amor la canzone ilare e di gioventú.

Da la torre di piazza [290] roche per l’aere le ore

gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dí [291].

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici

spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –

giú al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

CONGEDO [292]

A’ lor cantori [293] diano i re fulgente

collana d’oro lungo il petto, i volghi

a’ lor giullari dian con roche strida

suono di mani [294].

Premio del verso che animoso vola

da le memorie [295] a l’avvenire, io chiedo

colma una coppa a l’amicizia e il riso

de la bellezza [296].

Come ricordo d’un mattin d’aprile

puro è il sorriso de le belle, quando

l’età fugace chiudere s’affretta

il nono lustro;

e tra i bicchier che l’amistade infiora

vola serena imagine la morte,

come a te sotto i platani d’Ilisso [297],

divo Platone.

VERSIONI

I - TOMBE PRECOCI  
DA FR. G. KLOPSTOCK [298]

Ben vieni, o bell’astro d’argento,

compagno tacente a la notte.

Tu fuggi? oh rimanti, splendore pensoso!

Vedete? ei rimane: la nuvola va.

Piú bel d’una notte d’estate

è solo il mattino di maggio:

a lui la rugiada gocciando da i ricci

riluce, e vermiglio pe ’l colle va su.

O cari, già il musco severo

a voi sopra i tumuli crebbe:

deh come felice vedeva io con voi

le notti d’argento, vermigli i bei dí!

II - NOTTE D’ESTATE [299]
DA FR. G. KLOPSTOCK

Quando il tremulo splendore de la luna

si diffonde giú pe’ boschi, quando i fiori

e i molli aliti de i tigli

via pe ’l fresco esalano,

il pensiero de le tombe come un’ombra

in me scende; né piú i fiori né piú i tigli

danno odore; tutto il bosco

è per me crepuscolo.

Queste gioie con voi, morti, m’ebbi un tempo;

come il fresco era e il profumo dolce intorno!

come bella eri, o natura,

in quell’albor tremulo!

III - LA TORRE DI NERONE [300]
DA A. PLATEN

Narra la fama, e ancor n’ha orrore il popolo:

Nerone, indétto a la città l’incendio,

salí su quella torre a lo spettacolo

del rogo, allegro ed avido.

Correano al cenno suo gl’incendiarii,

baccanti in festa, e roteavan picei

serti di fiamma. Dritto su’ merli aurei

Neron tócca la cetera.

– Gloria – egli canta – al fuoco: a l’oro ei simile,

ei degno del Titan che al cielo tolselo:

l’augel di Giove il porta; ed il primo alito

egli accolse di Bromio.

Vieni, splendido nume: al crine i pampini,

molle danza su ’l mondo anzi che in polvere

torni: di Roma qui raccogli il cenere

e nel tuo vino mescilo. –

IV - ERO E LEANDRO [301]  
DA A. VON PLATEN

Ero l’amata muore, ne i flutti cercando la morte;

Saffo l’amante muore, morte chiedendo a i flutti.

Amore, iddio crudele, a te cadon vittime entrambe:

scorgile tu nel cheto reame di Persefone.

Ma di Leandro al petto conduci la vergin di Sesto,

guida al fiume di Lete la deserta di Lesbo.

LA LIRICA [302]
DA A. VON PLATEN

A la materia l’anima s’appiglia,

polso del mondo è l’azïone; e a sorde

orecchie spesso versa i canti l’alta

lirica musa.

A tutti Omero s’apre e svarïati

gli arazzi de la favola dispiega,

l’autor del dramma trascinando i volghi

le scene eleva.

Ma il vol del sacro Pindaro, di Flacco

l’arte e, o Petrarca, il tuo librato verso,

lento ne i cuori imprimesi, e a la plebe

ardüo sfugge.

Grazia che pensa, non agevol ritmo

di canzoncine intorno la teletta:

non lieve sguardo penetra le loro

alme possenti.

Eterno vaga per le genti il nome,

ma raro ad essi spirito s’aggiunge

amico e pio che onori le gagliarde

menti profonde.

Note

________________________

[1] Lirica composta tra il 5 e il 7 novembre 1875; sintetizza la posizione spirituale del poeta in quel momento rispetto a quanto aveva scritto di poesia in precedenza, e quanto, sotto il criterio della novità formale, intendeva scrivere dopo. Non è però  la prima “ode barbara” del Carducci (prima, in ordine di tempo è Su l'Adda del dicembre 1873).

[2]  Brutti malvagi versi sono sufficienti a un povero contenuto

      ma pensieri profondi hanno bisogno di nobile forma:

Se volete forzare la vostra chiacchiera in un'ode saffica,

      il mondo si accorgerà che è una vuota chiacchiera.

[3] Composta a metà giugno del 1874, rivista e corretta a fine ottobre 1876 e poi ancora a metà maggio 1877. Deciso a mutare i caratteri della sua poesia, riaccostandosi nella forma e nell'ispirazione a quella che era stata la lirica dei greci e dei latini il poeta si sente ringiovanire anche nel fisico, e rende grazie ad Ebe, la mitica dea della giovinezza eterna

[4] gotici delubri: cattedrali di stile gotico (pensa al Duomo di Milano, dove vive la donna amata).

[5] Jesse, padre del re Davide, da cui discende Maria madre di Gesù.

[6] occasi: tramonti.

[7] L'Aurora è rivista e celebrata come in antico nel mito vedico e in quello greco,: quale dea che precede il giorno e riporta sul mondo luce e gioioso lavoro. Pensato già nel dic. 1876, fu terminato nel dic. 1880 e pubblicato nel gennaio 1881.

[8] paschi: pascoli

[9] chiomante: la criniera del puledro

[10] aste: lance.

[11] frante: spezzate.

[12] suora gelosa: la notte, vista come entità divina.

[13] rosse vacche: le nuvole che pascolano nel cielo, come le vacche sulla terra, rosse perché di questo colore le fa apparire la prima luce dell'Aurora che subentra alla Notte.

[14] Asvini: coppia di dei immaginari che girano per il cielo su carro tirato da cavalli rapidissimi che corrispondono alla coppia greca dei Dioscuri Càstore e Polluce figli di Zeus.

[15] Suria: dio corrispondente ad Elios.

[16] tosto ... rai: l'Aurore corre incontro a Sole, distendendo appassionata le braccia, ma ben presto fugge via per l'eccessivo calore emanato da questi.

[17] Imetto: catena montagnosa dell'Attica.

[18] coturnato piede: il piede è vestito dal coturno, sandalo dalla suola molto spessa.

[19] Cefalo: giovane attico amato dalla Dea Aurora.

[20] imenei: canti nuziali.

[21] Lèlapo: il cane di Cefalo.

[22] fanali: i lampioni che di notte illuminavano la strada e che al mattino diventano sempre più fiochi di luce man mano che la luce del giorno che diventa sempre più forte.

[23] servaggio: il lavoro, presentato come elemento di schiavitù e pena.

[24] corsier: cavallo da corsa.

[25] scritta nel 1877, quando per la prima volta Carducci si reca a Roma in aprile per motivi politici come deputato eletto nel collegio di Lugo. La passione per la romanità esplode in modo totale e polemico.

[26] Te ...  emergere: Aprile, incoronato di rossi fiori, vide Roma, venir su dal solco tracciato da Romolo.

[27] aquila: simbolo della potenza imperiale romana.

[28] eburnei carri: carri di legno ricoperti d'avorio.

[29] di gloria: ripetuto tre volte secondo il numero magico proprio dell'augurio favorevole.

[30] Caracalla: figlio di Settimio Severo, nato nel 188, fu imperatore dal 211 al 217 quando fu assassinato da  Marziale, ufficiale della guardia imperiale, probabilmente per vendicare la morte del fratello fatto giustiziare dall'imperatore.

[31] corvi: che in gran numero nidificavano fra le rovine di Roma.

[32] dal volo degli stormi di corvi gli antichi traevano presagi, secondo che venissero da destra o da sinistra.

[33] Febbre: deificazione della febbre malarica che era il male maggiore che affliggeva i Romani soprattutto durante l'estate.

[34] Palazio: il Palatino, chiamato anche evandrio colle.

[35] Fu chi intese che questi versi augurassero la malaria ai buzzurri. Ohimè! Io intendevo imprecare alla speculazione edilizia che già minacciava i monumenti, accarezzata da quella trista amministrazione la quale educò il marciume che serpeggia a questi giorni nella capitale (4 febb. 1893).

[36] la porta Capena nelle vicinanze delle Terme di Caracalla da cui cominciava la via Appia che conduce a Brindisi toccando Terracina, Capua, Benevento.

[37] Sul Capitolio di Brescia, negli anni 73-74 Vespasiano fece erigere un tempio, sul cui frontone in origine pare fosse una statua bronzea della dea Vittoria, di derivazione prassitelica, variante romana di un esemplare greco del V-IV sec., rappresentante Afrodite col piede su un elmo. Il Carducci visitò il museo che contiene la statua l'8 ottobre 1876 in compagnia della donna amata, Carolina Piva, cantata col nome di Lidia nelle Odi Barbare e di Lina nelle Primavere elleniche. L'ode fu scritta nella primavera seguente fra il 14 e il 16 naggio 1877.

[38] Vergin divina: La dea Vittoria

[39] pèltasti (con l'accento sulla e per licenza poetica): peltàsti erano fanti alla leggera armati d'arco o fionda, d'un giavellotto e d'uno scudo poco pesante, tondo o lunato, detto pelta.

[40] davanti i flutti de’ marsi militi: i militi persiani avanzano e retrocedono come la risacca dei flutti.

[41] La dea Vittoria è rappresentata con le ali non dispiegate mentre calca un elmo (galea) col piede sinistro (poplite) e scrive un nome nella parte interna dello scudo.

[42] ch'educa: che fa crescere.

[43] espressione con cui viene indicata Brescia già da Aleardo Aleardi

.... Poscia di sotto a un padiglion di foco

Tremolando la spera

Calava a poco a poco;

Calar pareva dietro a la pendice

D'un de' tuoi monti fertili di spade,

Niobe guerriera de le mie contrade,

Leonessa d'Italia,

Brescia grande e infelice. ....

                       (Le tre fanciulle)

[44] Il Clitumno, piccolo fiume dell'Umbria, nasce poco distante da Campello. Là, proprio sotto la strada che porta da Perugia a Spoleto, alcune polle di acqua limpida formano un laghetto poco profondo. Sulle rive del laghetto vi sono pioppi, salici e frassini. Parecchi scrittori latini (Virgilio, Silio Italico, Properzio, Stazio, Giovenale lo hanno cantato e si rifanno alla leggenda che i bovi immersi in quelle acque divenissero bianchi. Il Carducci nel giugno del 1876, inviato dal Ministero della P.I. a Spoleto ad ispezionare le scuole, ebbe modo di vedere quei luoghi famosi.

[45] adusta: dalla pelle scura per il sole

[46] pensoso: avvezzo più al silenzio che alla parola.

[47] di caprine pelli: vestito con pelli di capra

[48] fauni: divinità minori colla parte superiore del corpo in forma umana e inferiore in forma caprina

[49] regge il dipinto plaustro: guida il dipinto carretto (dalle ruote alte e dal cassone dipinto)

[50] giovenco è deto il toro che ha appena compiuto un anno.

[51] lunate: arcuate a forma di luna.

[52] fumano le nubi: nello spostarsi verso l'alto le nubi si sfaldano e sembrano trasformarsi in fumo.

[53] tre imperi: etrusco, umbro, romano

[54] impresa del console Fabio Rulliano (seconda guerra sannitica , 308 a.c.: che costrinse gli etruschi alla resa, dopo essere piombato alle loro spalle attraversanto la selva dei Címini ritenuta invalicabile..

[55] Gradivo: Giove romano.

[56] indigete comune: dio comune all'uno e all'altro popolo di un medesimo territorio.

[57] buccina: tromba.

[58] Mevania, Bevagna in prov. di Perugia.

[59] Penati: gli dei romani della famiglia, simbolo della stessa civiltà italica.

[60] diro: feroce e crudele.

[61] diaspro: pietra dura per lo più di color rosso cupo; l'ametista è di color violetto.

[62] adamante: diamante.

[63] Camesana, per Camena, la dea latina del canto.

[64] autoctona virago: vergine nata dalla terra,

[65] vedovo: privato dei riti della terra che un tempo gli erano resi.

[66] delubri: tempietti; nel tempietto maggiore vi era la statua del dio rappresentato vestito con la pretesta, veste schettamente italica.

[67] Cristo, nativo della Galilea.

[68] “fuggirono le ninfe, che cantavano le nozze di Giano e Camesena, a piangere nascoste nei fiumi (= Naiadi), o nei tronchi degli alberi che animavano (= driadi), o s'involano disperdendosi verso i monti (= Oreadi) - cortice: corteccia.

[69] strana compagnia: i monaci dei vari conventi che allora sorgevano.

[70] templi spogliati: dei marmi per adornare le chiese.

[71] clivi: i colli di Roma

[72] Ilisso: fiumiciattolo dell'Attica che scorre presso Atene.: qui indica l'Ellade.

[73] Composta a Roma nell'ottobre del 1881.

[74] Agostino Depretis che prende il potere nel 1876.

[75] celie allobroghe: barzellette piemontesi. - ambagi: andirivieni, labirinti: allusione al cosiddetto trasformismo politico di Depretis

[76] Quintino Sella, restauratore delle finanze italiane con tasse odiose e antipopolari, come la famigerata tassa sul macinato, contro la quale si arrivò a vere e proprie rivolte.

[77] Notare la contrapposizione tra il fosco Vaticano e il bel Quirinale e il santo Campidoglio.

[78] Fu composta negli ultimi giorni di luglio del 1882 (il tempo della composizione dà ragione del finale) per la pubblicazione del volume di Giuseppe Regaldi [Firenze, Le Monnier], dove le antichità e le novità dell’Egitto sono discorse con faconda copia di notizie.

[79] Lussor: il complesso di templi a circa 450 Km a sud del Cairo. L'aula di Luxor è una selva di colonne con capitello a fiore di loto.

[80] mistico serpente: il faraone, il re d'Egitto una doppia corona, simbolo dell'alto e del Basso Egitto, cinte dall'ureo (una specie di vipera d'oro, che sollevava la testa ritta al di sopra degli occhi del monarca.

[81] Serapeo: tempio di Serapide

[82] Menfi fu la prima capitale del regno unito del basso e dell'alto Egitto.

[83] Mareoti: palude del Delta del Nilo

[84] Elle: figlia di Atamante e Nefele, caduta e annegata nello stretto  che congiunge il Mar Nero al Mediterraneo e che per questo si chiama Ellesponto (Stretto dei Dardanelli).

[85] Giove Ammone: Divinità egizia

[86] Tempe: valle della Tessaglia formata dal fiume Penéo, famosa per la sua bellezza.

[87] Lieo: Uno dei nomi di Dioniso

[88] peana: canto corale in onore dell'impresa degli Achei.

[89] ottanta stadi: a dirigere i lavori della costruzione di Alessandria fu chiamato Dinocrate di Messene che segnò un perimetro di ottanta stadi (14.420 Km)

[90] flave: gialle (color del miele)

[91] fior di farina: poiché non aveva gesso a sufficienza usò la farina.

[92] Alessandro discendente di Achille figlio di Peleo.

[93] flutto: la sabbia del deserto si muove come i flutti del mare

[94] Tifone, o Tifeo, mitico gigante che lottò contro Zeus; vinto, restò sepolto nella terra disteso tra l'Etna e il monte Epomeo (nell'isola d'Ischia)

[95] Osiride, del quale ogni anno si celebrava la morte e la resurrezione, era simbolo del progresso civile.

[96] A Milano, nel Duomo, per un appuntamento con Lidia (Carolina Piva, mantovana). L'ode fu composta nella seconda decade di marzo del 1876.

[97] steli marmorei: le colonne.

[98] un cognito passo: un passo conosciuto

[99] Anch'ei ... femina: anch'egli, l'Alighieri, passando il tempo nella penombra d'un tempio gotico per amore cercò l'immagine di Dio nel gemmeo volto di una donna.

[100] vergine: Beatrice.

[101] salian ... tendono: salivano colle tenere modulazioni,  col sormontare della voce del solista verso toni alti fino all'esplosione (ululo) dell'intervento del canto del coro e di tutti i presenti.

[102] Apolline: Apollo, cioè il sole, penetrava nella chiesa attraverso le vetrate istoriate della chiesa (solito contrasto fra paganesimo e cristianesimo.

[103] tosca vergine trasfigurantesi: Beatrice che si trasfigurava in creatura angelica

[104] baratri: immaginava già il baratro dell'Inferno nella Divina Commedia.

[105] Cruciato màrtire: Gesù Cristo.

[106] Bacchilide: poeta lirico greco vissuta tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C.

[107] Composta nella prima decade di febbraio 1877.

[108] sol morituro: l'ora del tramonto

[109] tempio: la Chiesa di san Petronio che si trova nella Piazza Maggiore della città (non va confuso col Duomo, dedicato a san Pietro.

[110] braccio clipeato: protetto da scudo.

[111] con un sorriso languido di viola: Sulla parte alta del tempio il sole indugiare al tramonto

[112] Accenno alla vittoria della Fossalta del 1249 contro i modenesi, nella quale fu fatto prigioniero re Enzo, figlio di Federico II.

[113] Le due torri di piazza Ravegnana a Bologna, così vicine che paiono conversare tra loro. I ricordi dell'Asinella (torre degli Asinelli) sono grandiosi, quelli della Garisenda sono tristi. L'ode, pensata nel 1872, fu scritta in realtà nel giugno 1889

[114] impeti d’inni: inni di gioia della città che aveva recuperato la libertà.

[115] populeo Po: le rive del Po erano ricche di pioppi. (populus = pioppo)

[116] Irnerio: celebre giurista vissuto fra il 1065 3 il 1129.

[117] palvesato: che portava lo scudo, detto palvese o pavese, grosso scudo ligneo, rettangolare, che copriva quasi tutta la persona.

[118] ponte di Reno: sulla via Emilia poco a nord di Bologna.

[119] Re Enzo, re di Sardegna, figlio di Federico II.

[120] rossa croce Italia: è il simbolo segnato sullo stendardo di Bologna.

[121] sono le tristi vicende della lotta fra Lambertazzi ghibellini e Geremei guelfi: Bonifacio dei Geremei amava Imelda dei Lambertazzi (la vicenda è narrata nella novella X delle Porretane.) Una notte i fratelli d'Imelda sorpresero in casa loro Bonifazio e l'uccisero, ed Imelda si uccise succhiando il sangue avvelenato della ferita inferta all'amato. Arse la lotta fa le due famiglie e relative consorterie tra stragi e incendi per quaranta giorni fino a che i Lambertazzi furono cacciati dalla città.

[122] l’un a l’altro impalmati: tenendosi mano nella mano, in segno di accordo

[123] L'ode fu composta tra l'agosto e il settembre del 1879. A Bologna alla Certosa è allogato il cimitero. Carducci descrive le impressioni provate durante la visita al cimitero accompagnandovi la poetessa Adele Bergamini, chiamata Delia in poesia, una signora romana.

[124] Giunge come il bacio d’un dio: apportatore di una grande gioia.

[125] messidoro nel calendario repubblicano francese del 1791, è il mese che va dal 18 giugno al 17 luglio. Qui è sinonimo di estate.

[126] ribelli: riccioli scompigliati dal vento.

[127] lituo: è tanto un bastone, ricurvo a un'estremità, usato dai sacerdoti etruschi nei riti augurali, quanto una tromba diritta leggermente ricurva in basso; qui il poeta intende riferirsi sia  a guerrieri che a sacerdoti.

[128] misteriosi clivi: quelli ove costruivano città e necropoli.

[129] celti rossastri: Galli dai capelli biondo-rossicci che nel quinto secolo respinsero gli Etruschi oltre l'appennino tosco-emiliano occupando buona parte della pianura padana fino a Felsina ribattezzata Boionia dai Galli Boi

[130] passano: hanno breve vita perché presto appassiscono.

[131] serti: corone mortuarie.

[132] Composta nel dicembre 1873 è la prima delle odi barbare, pensata nell'estate. In luglio Carducci si trova a Lodi con Lidia, colla quale fece anche una gita sull'Adda.

[133] tenero amore: Lidia, teneramente amorosa.

[134] cede l’aereo de gli archi slancio: Man mano che se ne allontana al poeta sembra che le arcate del ponte perdano slancio.

[135] dirute: diroccate.

[136] lo scontro fra il romuleo marte dei Romani di Romolo Augustolo e il barbaro  ruggire dei ferri di Odoacre.

[137] Lario: il lago di Como.

[138] Eridano: Il Po.

[139] dubbio ponte: in dubbi era ancora la sua conquista da parte dei due eserciti avversari.

[140] il pallido còrso: Napoleone.

[141] recandosi...giovine: recando nella giovani mani il destino di due secoli (Settecento e Ottocento): reminiscenza manzoniana.

[142] nitrico fumo: il fumo e l'odore delle armi da fuoco.

[143] gli ultimi tuon de la folgore: gli ultimi spari dell'esercito francese di Napoleone (la folgore).

[144] concavi seni: la sinuosità del fiume.

[145] l'ispido sir di Soavia: federico Barbarossa, barbuto imperatore di Svevia.

[146] sole occiduo: sole che tramonta.

[147] occaso: occidente.

[148] Composta nel 1883 l'ode è dedicata a Gino Rocchi invitandolo a lasciare Bologna e a raggiungerlo sul Garda ove l'aria estiva era più gradevole.

[149] felsinei: bolognesi.

[150] lago: Lago di Garda.

[151] Manerba (di origine longobarda), come Munìga: località che si affacciano sul lago sulla sponda bresciana.

[152] rasene: etrusche.

[153] fole: racconti.

[154] anacreòntea: di Anacreonte, poeta di Tiro, vissuto nel VI secolo a.C.

[155] a la platonia verde ombra de’ platani: all'ombra di platani come quelli che ombreggiavano l'Accademia platonica in Atene.

[156] atavi: bisnonni, antenati lontani

[157] tennero: abitarono

[158] canora imagine: l'eco.

[159] Rievocazione incentrata su due poli: Catullo e la moderna Lalage, che non è altra che Lidia: composta per i primi 5 distici nel novembre 1876 in ricordo di una gita estiva sul lago, terminata nel 1881 anno nel cui febbraio Lidia era morta: pare che il poeta non abbia avuto la forza di riusare quel nome.

[160] Gu: monte ad ovest di Salò

[161] perfido: sleale e menzognero, in quanto Lesbia non gli era stata fedele con i suoi innamoramenti vari e sibitanei.

[162] Cintia è soprannome della dea Diana, di cui si diceva fosse nata nel'isola di Delo ai piedi del monte Cinto.

[163] lauro ... mirto: piante rispettivamente sacre  ai poeti e a Venere.

[164] Bianore: figlio della poetessa Manto, fondatore di Mantova e ivi sepolto.

[165] Un grande severo: Si riferisce a Dante, che fu ospite degli Scaligeri a Verona e a Sirmione.

[166] Composta nel gennaio 1884. - Riorganizzazione poetica delle memorie storiche che il liogo suggerisce, dalla battaglia fra Eruli e Goti sulla linea dell'Adige alla morte di Vittorio Emanuele II. Tutto scorre e passa, solo l'Adige resta intatto e perenne.

[167] cesse: cedette.

[168] amàle: della famiglia degli Àmali, cui apparteneva Teodorico, contro il quale Odoacre tentò la difesa su tre linee fluviali: Isonzo, Adige e Adda, restandone sempre sconfitto.

[169] odinici: inni che celebrano Odino, il dio germanico del cielo tempestoso, affine allo Zeus greco e al Giove romano, ma più violento e selvaggio.

[170] funereo: per l'anniversario della morte di Vittorio Emanuele II, primo re dell'Italia riunificata, avvenuta il 9 gennaio 1878.

[171] composta tra il 23 e 24 giugno 1879.

[172] Questo: Napoleone Eugenio, figlio di Napoleone III e di Eugenia di Montijo.

[173] zagaglia: giavellotto barbarico, degli zulù del Sudafrica contro i quali combatteva Napoleone Eugenio che s'era unito a una spedizione inglese.

[174] L'altro: Francesco Napoleone, alla nascita nominato dal padre re di Roma.

[175] piegò come pallido giacinto: Dopo la caduta di Napoleone I, Metternich, temendo la possibilità di moti politici favorevoli ai napoleonidi, tenne Francesco Napoleone a Vienna, quasi in prigionia; ma ne favorì, come oggi diremmo, una dolce vita che stroncò il ragazzo (morì a ventun anni a Schönbrunn).

[176] fósco figlio d’Ortensia: Napoleone III, figlio di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone I e re d'Olanda e di Ortensia Beauharnais, figlia a sua volta di primo letto di Giuseppina, che sarà la prima moglie di Napoleone.

[177] Ivi Letizia: Letizia Ramolino, madre di Napoleone, l'unica della famiglia che mai si montò la testa per la sorte del suo secondogenito.

[178] Composta tra il 4 e il 5 novembre 1880 per il 13° anniversario dello scontro di Mentana, ove Garibaldi e i suoi, che avrebbero voluto muovere su Roma, furono rivacciati a Nord dal battaglioni francesi inviati da Napoleone III, armati di chassepots, fucili a retrocarica che permettevano un tiro molto più rapido.

[179] Il dittatore: Giuseppe Garibaldi, dittatore del regno delle due Sicilie per conto di Vittorio Emanuele II.

[180] peana: inno per la celebrazione di una vittoria

[181] Pietro e Cesare: Pio IX e Napoleone III.

[182] arcana: misteriosa.

[183] botoli: specie di cani, che guaiscono e non mordono, non assaltano.

[184] la nuova Roma, capitale effettiva d'Italia, t'invoca come un novello Romolo.

[185] numi indigeti su la patria: divinità che proteggono la patria.

[186] Scritta nel luglio 1889, dopo una visita a Quarto, località a sud di Genova ove dalla spiaggia si protende il piccolo quarto promontorio dopo il lido di San Francesco d'Albaro e dove attualmente si trova un locale che si chiama “il Monumento” che si trova nell'esatto punto da dove partì l'avventura dei Mille la sera del 5 maggio 1860.

[187] nido pacifico: Villa Spinola, ov'era il quartier generale e dove si radunarono i volontari.

[188] puncio: il mantello di tipo sudamericano che Garibaldi soleva portare.

[189] vindici: coloro che lottano per il riscatto ormai scritto nel destino.

[190] gissero: cone pirati che andavano silenziosamente, senza farsi troppo notare, verso la preda.

[191] casa: la casa di Genova da cui era partito Carlo Pisacane cher andare incontro al suo tragico destino lottando per l'unità italiana.

[192] Missolungi, località della Grecia ove morì Byron combattendo per la libertà greca, che aveva scritto un poemetto sull'Italia, intitolato: Il pellegrinaggio del giovane Aroldo.

[193] Pallante: giovane figlio del re Evandro, caduto combattendo per Enea contro Turno.

[194] composta nel luglio 1878. Rievocazione delle terre che l'Italia bramava venissero a far parte della nazione unita: Venezia Giulia e Trentino.

[195] Molosso: pseudonimo del giornalista Paolo Fambri che aveva scritto molto male sulle Odi barbare al loro apparire.

[196] Bezzecca: si trova nella val di Ledro in Trentino e fu teatro della battaglia tra le truppe garibaldine e gli austriaci il 21 luglio 1866, in cui combattè il trentino Narciso Bronzetti che comandava il primo reggimento dei Cacciatori delle Alpi e vi morì per le ferite riportate.

[197] Giustinopoli: sui suoi resti fu costruita Capodistria da Giustiniano.

[198] Scritta nell'agosto del 1888 e terminata nel gennaio 1889.

[199] E tu: il poeta si rivolge a una bottiglia di Sassella, che gli era stata offerta da amici nel giorno del suo compleanno, ed è un pregiato vino della Valtellina, come l'Inferno e il Grumello.

[200] Molti del “popolo latino” si arruolò per combattere come volontari il popolo tedesco in quel 1848 così pieno di fervore per l'Italia che rinasceva

[201] Istro: il Danubio, il fiume di Vienna, residenza dell'imperatore austro-ungarico in questa disperata guerra di indipendenza italiana.

[202] Mi tengo di aver rinnovato un bell’aggettivo dantesco dal verso 91 del XXV Purgatorio, se non che io invece di piorno vorrei poter leggere e senza esitazione scrivo piovorno che è la forma integra, come leggono il codice Poggiali e uno dell’Archiginnasio di Bologna, e come parmi d’aver sentito dire alcuna volta in contado non so piú se di Toscana o di Romagna. Aer piovorno vale, nell’interpretazione del Buti, pieno di nuvoli acquosi: altro, in somma, da piovoso.

[203] Per i luoghi dell’ Istria ricordati in questo verso e per la punta di Salvore [v. 45], son certo di far cosa grata ai lettori italiani rimandandoli a un libro molto buono, con rappresentazioni fotografiche ammirevoli, di Giuseppe Caprin, stampato in Trieste nel 1889, Marine istriane: libro che mi fa spesso tornare il pensiero, con desiderio sempre piú acceso, a quella bellissima e nobilissima regione, tutta romana e veneta, della gran patria italiana.

[204] Nabresina: località dell'altipiano carsico.

[205] la fatal Novara: Alcuni ricordi del castello di Miramar in questi versi han forse bisogno di schiarimento. Nella stanza di studio di Massimiliano, costruita in guisa che rassomigliasse la cabina della contrammiraglia Novara che lo trasportò al Messico, sono i ritratti di Dante e di Goethe presso il luogo ove l’arciduca sedeva a studiare; sta tutt’ ora aperta su’ l tavolino un’antica edizione, che parmi di ricordare assai rara e stampata ne’ Paesi bassi, di romanze castigliane. Nella sala maggiore sono incise piú sentenze latine: memorevoli, per il luogo e per l’uomo, queste: Si fortuna iuvat caveto tolli – Saepe sub dulci melle venena latent – Non ad astra mollis e terris via – Vivitur ingenio, caetera mortis erunt.

[206] Huitzilopotli: Dio Azteco della guerra e del sole. Come Atena nacque armato di tutto punto. A questo dio venivano fatti sacrifici umani con l'intento di nutrire il Sole, del quale era il custode eletto dagli dèi.

[207] Guatimozino, re infigeno del Messico, sopportò con coraggio la ferocia con la quale gli spagnoli cercavano di costringerlo a rivelare il nascondiglio dei suoi tesori, senza riuscirvi.

[208] Ode scritta tra il 16 e il 17 novembre 1878, in occasione della visita della Regina Margherita e di Umberto I.

[209] case merlate: castelli e residenze fortificate.

[210] serto: il diadema di brillanti che orna il capo della regina.

[211] Ode composta tra l'agosto e l'ottobre 1889. L'emozione suscitata dal paesaggio fu sempre preminente nella poetica e nella poesia del Carducci. Nelle odi maggiori la rievocazione storica quasi sempre è richiamata da una contemplazione paesistica: qui invece la contemplazione del paesaggio è sufficiente a creare la lirica che affonda le sue immagini nel sentimento.

[212] la vergine Dora: La Dora Baltea, il fiume che nasce dal massiccio che domina l'inizio della val d'Aosta toccando come primo paese proprio Courmayeur

[213] Ode, composta nell'agosto 1889. Nel maggio di quell'anno per desiderio della Regina Margherita, da uno studioso di allora, il Chilesotti, furono tenute delle conferenze sulla musica italiana del quattrocento e del cinquecento, accompagnate, tra l'altro, dall'esecuzione di brani musicali per liuto, (strumento a corde dell'età trobadorica ed oltre, una specie di grosso mandolino). Tra gli invitati presenti alla conferenza dell'8 maggio, vi fu il Carducci, al quale la Regina chiese di comporre una poesia sul liuto, simbolo della poesia romanza, e delle forme liriche (canzone, serventese e pastorella).

[214] Quest’ode, composta in Courmayeur, fu pensata in Roma, nell’occasione che il prof. Chilesotti l’8 maggio del 1889 nella sala Palestrina parlò della musica dei secoli XV e XVI, presente la Regina Margherita. Ivi, tra gli altri strumenti musicali, erano due liuti della Regina: la quale ebbe allora la gentile curiosità di conoscere l’arte del liuto e l’uso d’esso nella poesia italiana e provenzale.

[215] L'ode fu composta nell'aprile del 1889 ed esprime un momento fantastico sgorgato dalla lettura di un frammento di Alcmane, poeta lirico greco vissuto verso il VII sec. a.C. Il cèrilo è il maschio dell'alcione, l'uccello marino che nidifica tra scogliere e spiagge. Si diceva che quando, vecchio, fosse divenuto incapace al volo, le femmine lo portassero in giro sul mare, reggendolo sulle loro ali.

[216] ferrea punta: il pennino.

[217] variopinta strilla: accenna alla «danza delle ore» nella Gioconda melodramma con musica di Ponchielli e versi di Arrigo Boito

[218] Alcmane: scrisse soprattutto partenî, canti per cori di vergini.

[219] Il frammento d’Alcmane, a cui fu inspirata la invocazione contenuta in questi versi, è benissimo illustrato dal prof. L. A. Michelangeli nella dotta raccolta ch’egli ha pubblicato (Bologna, Zanichelli, 1889) dei Frammenti della melica greca.

[220] Composta per Lidia, verso la metà d'aprile 1873. La donna parla, e all'onda di quella voce carezzevole, il poeta non segue più il senso; si vede in un paesaggio irreale, in una visione tutta ellenica.

[221] Alceo: poeta greco, nativo dell'isola di Lesbo, vissuto fra il VII e il VI sec. a.C.

[222] Ruit hora: Cioè «l'ora precipita», «il tempo passa».

[223] Lieo: Il nome del dio indica il vino: Dioniso, detto grecamente Lieo perché discioglie, dissipa le preoccupazioni.

[224] sbendasi: Amore è spesso rappresentato con una benda sugli occhi: qui è senza benda perché conscio dell'amore che vuole ispirare.

[225] Poesia d'amore delle più belle del Carducci. In una giornata fredda e nebbiosa d'autunno il poeta accompagna Lidia alla stazione perché lei parte per Milano. Fusione tra stato d'animo del poeta, paesaggio e clima del momento. L'ode è stata scritta nel dic. 1876.

[226] i Fanali (a gas illuminante) sono accidiosi per la poca luce che emanano.

[227] incappucciati di nero i vigili: i controllori e il personale addetto al treno nel loro tipico abbigliamento

[228] appello: l'ultimo avviso che il capotreno soleva rivolgere: “In carrozza!!!”

[229] fiammei occhi: i fanali della locomotiva.

[230] Ispirata dal dolore provato per la morte di due bambini, figli del collega di latino dell'Università morti di difterite. - Scritta nel giugno del 1877.

[231] diva severa: la morte, che mai si piega, nemmeno alle preghiere e ai sacrifizi che gli uomini le fanno, che quando si avvicina fa già sentire la sua presenza come un rombo che giunge da lontano ed è il rombo della ineluttabilità del destino che diffonde intorno un lugubre silenzio.

[232] d'imeneo: del matrimonio. Imene è il dio dei matrimoni.

[233] Composta nel luglio 1880.

[234] Castiglioncello: Si tratta del paese vecchio sito a 400 m. s.l.m. non della stazione balneare.

[235] strepíano: strepitavano col loro forte e continuo squittire.

[236] vespro maligno: la febbre malarica talvolta non è continua, ma ricompare manifestandosi per lo più al venir della sera.

[237] ebro ciclope: i ciclopi erano mostri giganteschi con un solo occhio in mezzo alla fronte; il disco rosso del sole cadente è assomigliato all'occhio del ciclope, ebro per il vino bevuto.

[238] Composta nel 1879. Il Carducci da Roma in treno s'era recato a Civitavecchia per un appuntamento con Lidia, ma l'incontro non fu possibile perché Lidia temette improvvisi sospetti del marito. Il Carducci seguitò in carrozza per riprendere il treno alla stazione di Chiarone e fermarsi quindi a Castagneto, ove era atteso. Parte del tragitto in carrozza fu lungo il Chiarone, fiumicello scarso d'acque. In quel mentre il Carducci leggeva un dramma di Cristoforo Marlowe, poeta drammatico inglese del periodo elisabettiano (nato nel 1564, morto in una rissa nel 1593). Paesaggio e lettura danno lo spunto per questa elegia, che si risolve in un confronto tra la solarità della poesia greca antica e la truculenta fantasia della tragedia inglese. In realtà il cupo della rappresentazione trovò la sua origine in un moto di gelosia del poeta, che credette Lidia gi fosse infedele.

[239] Pier de la Vigna: Cancelliere di Federico II sospettato di tradimento fu abbacinato e rinchiuso nella rocca di S. Michele al Tedesco ove si uccise

[240] Del reo verso bieco: che narra truci vicende con dure espressioni.

[241] traer guai: emettere lamenti

[242] tre ... sorelle: le streghe che vaticinarono a Macbeth, protagonista dell'omonima tragedia di Shakespeare, la sorte che l'attende.

[243] canzoni vampire: canti che volete sangue, come molti drammi del teatro elisabettiano.

[244] Giungendo vicino alla stazione di Chiarone, si vede in lontananza il monte Argentaro

[245] i miei colli: i colli di Castagneto, dove Carducci visse da bambino.

[246] Composta ai primi di dicembre del 1880 dopo essere stato ospite a Livorno dell'amico Giuseppe Chiarini.

[247] Bromio: Uno dei nomi di Dioniso, o Bacco, dio dei vini

[248] libo: faccio un brindisi.

[249] In lode di Adele Bergamini (v. Fuori della Certosa di Bologna) poetessa romana che era alta e bella e formosa.

[250] Lidia, dopo sofferenze atroci, era morta; a chi, forse, offre nuovo amore, il poeta risponde d'essere cauta. Destare amore significherebbe riportarlo a nuove battaglie. Nell'espressione, qualcosa di figurine di album; ma anche molto sapore di poesia ellenistica, attraverso il tramite oraziano. Qualcuno ha creduto di vedere in Lalage la signora Dafne Gargiolli, nella cui vitta, sul colle di San Leonardo, presso Verona, il Carducci talvolta fu ospite. L'odicina è stata scritta nell'aprile del 1881.

[251] fiedere: ferire, lacerare l'aria con le grida.

[252] rompendo: turbando.

[253] È tra le liriche migliori del Carducci, ed il poeta la tenne a lungo per sè solo, perché, composta nel luglio del 1882, non fu edita che nel 1889. Basta talvolta un'immagine che ci sorga innanzi egli dice, perché la tristezza si dissipi e la gioia sormonti.

[254] Secondo alcuni la Musa o la Poesia; secondo altri la sig.ra Dafne Gargiolli, in casa della quale la poesia sarebbe stata scritta; secondo altri Lidia. Alla prima può far pensare la seconda strofa («il gelo inerte fendesi»: quindi un nuovo amore; alla seconda, la terza e la quarta strofa («gli affetti memori»; «echi d'amor superstiti») Però tutto si presenta sotto il segno dell'indistinto, quasi il poeta abbia pudore e timore di rivelare l'oggetto del suo sentimento.

[255] Un epigramma di tipo ellenistico, preciso e compiuto. In Egle pare vada individuata la signora Dafne Gargiolli. Il poeta si trova con la dona amata per una passeggiata sull'Appia antica.

[256] L'Appia antica, quella che portava da Roma a Brindisi. I Romani costruivano le tombe oltre il pomerio, lungo le strade. Sull'Appia se ne trovano ancora in gran numero e la maggior parte sono in rovina.

[257] Altra ode per Dafne Gargiolli. Composta nel settembre 1889.

[258] La poesia precedente si richiama all'inizio primo della primavera; questa al momento che la primavera già si è presentata. Anche questo componimento è per Dafne Gargiolli. Fu scritto nel marzo 1884.

[259] Un cantico tutto natura. La terra ha come un languore di donna incinta, che, nell'attesa della maternità, è stesa sul talamo ove è stata fecondata. Probabilmente composta nel marzo del 1885.

[260] mamme tumide: mammelle gonfie.

[261] Scritta nel giugno del 1881 nella villa dei Gargiolli e dedicata alla signora Dafne. Con questa odicina il poeta risponde ai versi composti da Dafne, di tenore funereo e col motto iniziale, che sembra quasi un'etichetta: quia pulvis es.

[262] verdi colli: Quelli nei dintorni di Verona

[263] Delia: nome da poesia classica con cui Carducci chiamava Dafne Gargiolli.

[264] Ebe, dea della giovinezza, per richiamare la stessa giovinezza di Dafne per la quale la morte è ancora una favola lontana, quasi una credenza mitica e il suo sorriso è come un raggio che ha il dono di dissipare le pigre nebbie dell'autunno.

[265] Bella e triste poesia che presto si incanala in una meditazione sulla necessaria fine di tutte le cose. La prima ispirazione viene da una passeggiata che il poeta fa con la poetessa Adele Bergamini a Monte Mario, colle a nord di Roma dal quale quale, allora, era possibile scorgere la città adagiata sulla pianura. Oggi il panorama è inevitabilmente diverso.

[266] Il Tebro è ovviamente il Tevere.

[267] alloro: simboleggia la poesia: il poeta invita Lalage-Dafne a lasciare l'alloro (la poesia) nel bosco pieno degli odori della poesia, evitando che messo sui suoi bruni capelli splenda in tono minore offuscato dalla sua bellezza.

[268] Diman morremo: il pensiero della morte e dell'avvicendarsi degli uomini sulla terra si affaccia e diventa predominante. Tutto tende a finire, anche la terra, che sembra immortale, e quamdo il sole si raffredderà non resterà che un solo uomo e una sola donna.

[269] Lirica descrizione d'un'opera scultorea di Adriano Cecioni; in realtà Carducci la compose per aiutare l'amico perché venisse apprezzato. È stata composta nell'aprile 1880.

[270] Il gruppo del Cecioni rappresenta una giovane contadina, solida e robusta, nel momento che, allattato un suo bimbo, reggendolo per le ascelle lo solleva in alto. L'ode si chiude con un sogno: l'arte che illumina non ozi e guerre di tiranni ma la giustizia del pio lavoro.

[271] palleggia: alza in alto il bimbo saziato dai nudi seni e tremante d'inquietudine mentre la mamma ciancia con lui e ride tutta d'amore.

[272] ecco due interrogstivi che presentano i due grandi e fondamentali valori del'umanità: l'amore e il lavoro.

[273] Poesia scritta nel dicembre 1891 per una strenna di beneficenza a favore dell'istituto per i ciechi venuto su a Bologna per volontà ed azione del conte Francesco Cavazza.

[274] Milton: Uno dei maggiori poeti inglesi, autore di un poema epico, Il Paradiso perduto scritto dopo ch'era divenuto cieco.

[275] Un sogno. Mentre legge l'Iliade il poeta si addormenta. Il sogno gli dà la visione di quando bambino nella Maremma passeggiava accanto alla madre; data di composizione: luglio 1880.

[276] Scamandro: Il fiume sacro di Troia

[277] il fratello: Dante, sepolto nel cimitero di Santa Maria al Monte, piccolo paese del Valdarno inferiore ove era morto suicida il 4 novembre 1857.

[278] Lauretta, e Bice nominata più avanti; sono le prime figlie del poeta.

[279] Per la figlia Bice che andava sposa, settembre 1880, e avrebbe lasciato Bologna per andare a vivere in Toscana

[280] Per il medesimo evento - Settembre 1880

[281] Lo Shelley poeta lirico inglese nato nel 1792, morì in mare l'8 luglio 1822. Mosso da La Spezia con uno yacht a vela per recarsi a Livorno, naufragò per un improvviso fortunale. Dopo dieci giorni le onde ne rigettarono il cadavere sulla spiaggia di Viareggio. Gli amici George Byron e Leigh Hunt bruciarono il corpo e seppellirono le ceneri nel cimitero protestante di Roma. Sulla tomba un'iscrizione semplice: cor cordium. Il Carducci trasse l'ispirazione dell'ode, scritta nel dicembre 1884 da una visita a quel cimitero accompagnato dalla signora Adele Bergamini.

[282] tepe: si intiepidisce, diventa tiepida: dà un po' di calore.

[283] umido: di pianto.

[284] Odicina composta nell'aprile 1880 per Guido Piva, figlio di Carolina Piva, celebrata nelle sue odi come Lidia, morto quindicenne

[285] Persefone: Figlia di di Demetra e di Zeus, era stata rapita e sposata dallo zio Ade (il Plutone dei Romani) signore degli Inferi. Zeus, dietro le rimostranze di Demetra, stabilì che Persefone per sei mesi ogni anno stesse con la madre sulla terra e per gli altri sei mesi col marito nel sottoterra. Il ritorno di Persefone sul mondo corrispondeva alla venuta della primavera.

[286] a te non reduce: a te che non tornerai mai.

[287] accennandone: facendo un cenno di saluto.

[288] Scritta nel gennaio 1881. Vi ritorna come in altre, insistente il pensiero della morte.

[289] cinerëo: così è il colore del cielo quando nevica

[290] la torre di piazza: quella di Palazzo D'Accursio sede del Comune

[291] lungi dal dí: senza tempo

[292] Classicamente la raccolta delle odi barbare è chiusa da un Congedo. Il poeta espone quanto desideri a premio dell'opera sua. Data di composizione o di revisione ultima: agosto 1889.

[293] a’ lor giullari: ai menestrelli di corte.

[294] suono di mani: applausi

[295] da le memorie: dagli eventi del passato, sia come ricordi personali, che come ricordi storici.

[296] il riso / de la bellezza: l'amor delle donne belle.

[297] Ilisso: fiumicello che scorre presso Atene.

[298] Klopstock: il poeta tedesco autore della Messiade e di molte liriche. Poesia tradotta nel luglio 1881.

[299] Tradotta a fine luglio 1881.

[300] da August von Platen, poeta tedesco d'ispirazione classicistica della prima metà dell'Ottocento, avversario dei romantici Goethe e Heine. Traduzione e composizione del maggio 1875.

[301] La breve odicina  accomuna e al tempo stesso distingue il destino di Ero e Saffo. Saffo, secondo una tradizione tarda, amando Faone senza speranza, si buttò giù dalla rupe di Leucade. Chi nel balzo non moriva otteneva di essere ricambiata in ogni amore; ma Saffo vi morì. Ero, sacerdotessa di Afrodite nel tempio di Sesto sulla riva europea dell'Ellesponto (oggi Dardanelli) ogni notte era visitata dall'amante Leandro, che veniva da Abido sulla costa asiatica, varcando a nuoto lo stretto. Una notte di tempesta Leandro morì; ed Ero si uccise gettandosi in mare. Data di composizione: novembre 1882.

[302] traduzione lavorata nel giugno 1881. Il poeta vorrebbe significare in che la poesia lirica si differenzia dall'epica e dalla drammatica.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011