Edizione elettronica di riferimento:
Giosue Carducci, Tutte le poesie: 1850-1900, L'opera poetica di Giosue Carducci prodotta fra il 1850 e il 1900 e raccolta in un solo volume, curato dallo stesso autore, nel 1901. - ed. Bietti, tip.Galleani e Chignoli di Basiano 1968
Odio l'usata poesia: concede
comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
palpiti sotto i consueti amplessi
stendesi e dorme.
A me la strofe vigile, balzante
co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori:
per l'ala a volo io còlgola, si volge
ella e repugna.
Tal fra le strette d'amator silvano
torcesi un'evia su 'l nevoso Edone:
piú belli i vezzi del fiorente petto
saltan compressi,
e baci e strilli su l'accesa bocca
mesconsi: ride la marmorea fronte
al sole, effuse in lunga onda le chiome
fremono a' venti.
Schlechten, gestümperten Versen genügt ein geringer Gehalt schon,
Während die edlere Form tiefe Gedanken bedarf:
Wollte man euer Geschwätz ausprägen zur sapphischen Ode,
Würde die Welt einsehn, dass es ein leeres Geschwätz. [2]
AUGUST V. PLATEN.
Poi che un sereno vapor d’ambrosia
da la tua còppa diffuso avvolsemi,
o Ebe con passo di dea
trasvolata sorridendo via;
non piú del tempo l’ombra o de l’algide
cure su ’l capo mi sento, sentomi,
o Ebe, l’ellenica vita
tranquilla ne le vene fluire.
E i ruinati giú pe ’l declivio
de l’età mesta giorni risursero,
o Ebe, nel tuo dolce lume
agognanti di rinnovellare;
e i novelli anni da la caligine
volenterosi la fronte adergono,
o Ebe, al tuo raggio che sale
tremolando e roseo li saluta.
A gli uni e gli altri tu ridi, nitida
stella, da l’alto. Tale ne i gotici
delúbri [4], tra candide e nere
cuspidi rapide salïenti
con doppia al cielo fila marmorea,
sta su l’estremo pinnacol placida
la dolce fanciulla di Jesse [5]
tutta avvolta di faville d’oro.
Le ville e il verde piano d’argentei
fiumi rigato contempla aerea,
le messi ondeggianti ne’ campi,
le raggianti sopra l’alpe nevi:
a lei d’intorno le nubi volano;
fuor de le nubi ride ella fulgida
a l’albe di maggio fiorenti,
a gli occasi [6] di novembre mesti.
Tu sali e baci, o dea, co ’l roseo fiato le nubi,
baci de’ marmorëi templi le fosche cime.
Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,
spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;
mentre ne l’umida foglia pispigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su ’l vïolaceo mare.
Primi nel pian faticoso di te s’allegrano i fiumi
tremuli luccicando tra ’l mormorar de’ pioppi:
corre da i paschi [8] baldo vèr’ l’alte fluenti il poledro
sauro, dritto il chiomante [9] capo, nitrendo a’ venti:
vigile da i tuguri risponde la forza de i cani
e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.
Ma l’uom che tu svegli a oprar consumando la vita,
te giovinetta antica, te giovinetta eterna
ancor pensoso ammira, come già t’adoravan su ’l monte
ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.
Ancor sovra l’ali del fresco mattino rivola
l’inno che a te su l’aste [10] disser poggiati i padri.
– Pastorella del cielo, tu, frante [11] a la suora gelosa [12]
le stelle, rïadduci le rosse vacche [13] in cielo.
Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento
e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini [14].
Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo
riflettendo ne gli occhi il desïato amore,
tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri
e le virginee forme scuopri serena a i cieli.
Affocata le guance, ansante dal candido petto,
corri al sovran de i mondi, al bel fiammante Suria, [15]
e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo
collo; ma tosto fuggi di quel tremendo i rai. [16]
Allora gli Asvini gemelli, cavalieri del cielo,
rosea tremante accolgon te nel bel carro d’oro;
e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria,
stanco ti cerchi il nume ne i mister de la sera.
Deh propizia trasvola – cosí t’invocavano i padri –
nel rosseggiante carro sopra le nostre case.
Arriva da le plaghe d’orïente con la fortuna,
con le fiorenti biade, con lo spumante latte;
ed in mezzo a’ vitelli danzando con floride chiome
molta prole t’adori, pastorella del cielo. –
Cosí cantavano gli Aria. Ma piàcqueti meglio l’Imetto
fresco di vénti rivi, che al ciel di timi odora:
piàcquerti su l’Imetto [17] i lesti cacciatori mortali
prementi le rugiade co ’l coturnato piede [18].
Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio
ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.
Non tu scendesti, o dea: ma Cefalo [19] attratto al tuo bacio
salía per l’aure lieve, bello come un bel dio.
Su gli amorosi venti salía, tra soavi fragranze,
tra le nozze de i fiori, tra gl’imenei [20] de’ rivi.
La chioma d’oro lenta irriga il collo, a l’ómero bianco
con un cinto vermiglio sta la faretra d’oro.
Cadde l’arco su l’erbe; e Lèlapo [21] immobil con erto
il fido arguto muso mira salire il sire.
Oh baci d’una dea fragranti tra la rugiada!
oh ambrosia de l’amore nel giovinetto mondo!
Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco;
mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.
Languon fiochi i fanali [22]; rincasa, e né meno ti guarda,
una pallida torma che si credé gioire.
Sbatte l’operaio rabbioso le stridule impòste,
e maledice al giorno che rimena il servaggio [23].
Solo un amante forse che placida al sonno commise
la dolce donna, caldo de’ baci suoi le vene,
alacre affronta e lieto l’aure tue gelide e il viso:
– Portami – dice –, Aurora, su ’l tuo corsier [24] di fiamma!
ne i campi de le stelle mi porta, ond’io vegga la terra
tutta risorridente nel roseo lume tuo,
e vegga la mia donna davanti al sole che leva
sparsa le nere trecce giú pe ’l rorido seno. –
Te redimito di fior purpurei [26]
april te vide su ’l colle emergere
dal solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:
te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l’Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.
Se al Campidoglio non piú la vergine
tacita sale dietro il pontefice,
né piú per Via Sacra il trionfo
piega i quattro candidi cavalli,
questa del Fòro tuo solitudine
ogni rumore vince, ogni gloria:
e tutto che al mondo è civile,
grande, augusto, egli è romano ancora.
Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.
Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fòro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi sparsi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.
Son cittadino per te d’Italia,
per te poeta, madre de i popoli,
che desti il tuo spirito al mondo,
che Italia improntasti di tua gloria.
Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,
affisa ne’ tuoi d’aquila [27] occhi.
E tu dal colle fatal pe ’l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:
gli archi che nuovi trionfi aspettano
non piú di regi, non piú di cesari,
e non di catene attorcenti
braccia umane sugli eburnei carri; [28]
ma il tuo trionfo, popol d’Italia,
su l’età nera, su l’età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.
O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tornerà il cielo su ’l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria [29]
correran per l’infinito azzurro.
Corron tra ’l Celio fósche e l’Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di neve.
A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.
Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi [31] come fluttuando
contro i due muri ch’a piú ardua sfida
levansi enormi.
– Vecchi giganti, – par che insista irato
l’augure stormo [32] – a che tentate il cielo? –
Grave per l’aure vien da Laterano
suon di campane.
Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre [33], io qui t’invoco,
nume presente.
Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, dal reclinato
capo de i figli:
se ti fu cara su ’l Palazio [34] eccelso
l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l’evandrio colle, e veleggiando a sera
tra ’l Campidoglio
e l’Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);
Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
religïoso è questo orror: la dea
Roma qui dorme. [35]
Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra ’l Celio aperte e l’Aventin le braccia,
per la Capena [36] i forti omeri stende
a l’Appia via.
Scuotesti, vergin divina [38], l’auspice
ala su gli elmi chini de i pèltasti [39],
poggiati il ginocchio a lo scudo,
aspettanti con l’aste protese?
o pur volasti davanti l’aquile,
davanti i flutti [40] de’ marsi militi,
co ’l miro fulgor respingendo
gli annitrenti cavalli de i Parti?
Raccolte or l’ali, sopra la galea
del vinto insisti fiera co ’l poplite,
qual nome di vittorïoso
capitano su ’l clipeo scrivendo? [41]
È d’un arconte, che sovra i despoti
gloriò le sante leggi de’ liberi?
d’un consol, che il nome i confini
e il terror de l’impero distese?
Vorrei vederti su l’Alpi, splendida
fra le tempeste, bandir ne i secoli:
– O popoli, Italia qui giunse
vendicando il suo nome e il diritto –.
Ma Lidia in tanto de i fiori ch’èduca [42]
mesti l’ottobre da le macerie
romane t’elegge un pio serto,
e, ponendol soave al tuo piede,
– Che dunque – dice – pensasti, o vergine
cara, là sotto ne la terra umida
tanti anni? sentisti i cavalli
d’Alemagna su ’l greco tuo capo? –
– Sentii – risponde la diva, e folgora –
però ch’io sono la gloria ellenica,
io sono la forza del Lazio
traversante nel bronzo pe’ tempi.
Passâr l’etadi simili a i dodici
avvoltoi tristi che vide Romolo,
e sursi «O Italia» annunziando
«i sepolti son teco e i tuoi numi!»
Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d’Italia [43]
beverata nel sangue nemico –.
Ancor dal monte, che di fóschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,
scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre
vèr’ lui dal seno de la madre adusta [45],
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:
pensoso il padre [46], di caprine pelli [47]
l’anche ravvolto come i fauni [48] antichi,
regge il dipinto plaustro [49] e la forza
de’ bei giovenchi,
de’ bei giovenchi [50] dal quadrato petto,
erti su ’l capo le lunate [51] corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Oscure intanto fumano le nubi [52]
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l’Umbrïa guarda.
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.
Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Apennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!
Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ’l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:
qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.
O testimone di tre imperi [53], dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato vèlite e la forte
Etruria crebbe:
di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Címino [54] a gran passi
calò Gradivo [55] poi, piantando i segni
fieri di Roma.
Ma tu placavi, indigete comune [56]
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,
per gli antri tuoi salí grido, e la torta
lo ripercosse buccina [57] da i monti:
– O tu che pasci i buoi presso Mevania [58]
caliginosa,
e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;
e corri, corri, corri! con la scure
corri e co’ dardi, con la clava e l’asta:
corri! minaccia gl’itali penati [59]
Annibal diro [60]. –
Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto
i Mauri immani e i númidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.
Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro [61]
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista,
e di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante [62] rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
A piè de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,
e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena. [63]
Egli dal cielo, autoctona virago [64]
ella: fu letto l’Apennino fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.
Tutto ora tace, o vedovo [65] Clitumno,
tutto: de’ vaghi tuoi delúbri [66] un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.
Non piú perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
piú non trionfa.
Piú non trionfa, poi che un galileo [67]
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
– Portala, e servi –.
Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a i monti, [68]
quando una strana compagnia [69], tra i bianchi
templi spogliati [70] e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,
e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi [71] memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.
Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.
Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte:
discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.
Salve, o serena de l’Ilisso [72] in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana; i fóschi dí passaro,
risorgi e regna.
E tu, pia madre di giovenchi, invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi,
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,
madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l’antica lode
io rinnovello.
Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore
Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante:
accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce.
Non curïoso a te de le cose piccole io vengo:
chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?
Che importa a me se l’irto spettral vinattier [74] di Stradella
mesce in Montecitorio celie [75] allobroghe e ambagi?
e se il lungi operoso tessitor [76] di Biella s’impiglia,
ragno attirante in vano, dentro le reti sue?
Cingimi, o Roma, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma:
raggia divino il sole pe’ larghi azzurri tuoi.
Ei benedice al fósco [77] Vaticano, al bel Quirinale,
al vecchio Capitolio santo fra le ruine;
e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia
a l’amor che diffuso splende per l’aure chete.
Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!
e tu Soratte grigio, testimone in eterno!
Monti d’Alba, cantate sorridenti l’epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;
mentr’io dal Gianicolo ammiro l’imagin de l’urbe,
nave immensa lanciata vèr’ l’impero del mondo.
O nave che attingi con la poppa l’alto infinito
varca a’ misterïosi lidi l’anima mia.
Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
tranquillamente lunghi su la Flaminia via,
l’ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
passi a i concilii de l’ombre, rivegga li spiriti magni
de i padri conversanti lungh’esso il fiume sacro.
Ne l’aula immensa di Lussor [79], su ’l capo
roggio di Ramse il mistico serpente [80]
sibilò ritto e ’l vulture a sinistra
volò stridendo,
e da l’immenso serapeo [81] di Memf [82]i,
cui stanno a guardia sotto il sol candente
seicento sfingi nel granito argute,
Api muggío,
quando da i verdi immobili papiri
di Mareoti [83] al livido deserto
sonò, tacendo l’aure intorno, questo
greco peana.
– Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,
noi figli d’Elle [84], con le cetre e l’aste.
Tebe, dischiudi le tue cento porte
ad Alessandro.
Noi radduciamo a Giove Ammone [85] un figlio
ch’ei riconosca; questo caro alunno
de la Tessaglia, questa bella e fiera
stirpe d’Achille.
Come odoroso laüreto ondeggia
a lui la chioma: la sua rosea guancia
par Tempe [86] in fiore: ha ne’ grand’occhi il sole
ch’a Olimpia ride:
ha de l’Egeo la radïante in viso
pace diffusa; se non quanto, bianche
nuvole, i sogni passanvi di gloria
e poesia.
Ei de la Grecia a la vendetta balza
leon da l’aspra tessala falange,
sgomina carri ed elefanti, abbatte
satrapi e regi.
Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!
A te la cetra fra le eburnee dita,
a te d’argento il fulgid’arco in pugno,
presente Apollo!
A te i colloqui di Stagira, i baci
a te co’ serti de le ionie donne,
a te la coppa di Lieo [87] spumante,
a te l’Olimpo.
Lisippo in bronzo ed in colori Apelle
ti tragga eterno; ti sollevi Atene,
chete de’ torvi demagoghi l’ire,
al Partenone.
Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta
i dogmi e il capo a la possanza nostra:
noi farem pace qui tra i numi e al mondo
luce comune.
E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,
Bacco novello, noi verrem cantando,
te duce, in riva al sacro Gange i sacri
canti d’Omero –.
Tale il peana [88] de gli achei sonava
E il giovin duce, liberato il biondo
capo da l’elmo, in fronte a la falange
guardava il mare.
Guardava il mare e l’isola di Faro
innanzi, a torno il libico deserto
interminato: dal sudato petto
l’aurea corazza
sciolse, e gittolla splendida nel piano:
– Come la mia macedone corazza
stia nel deserto e a’ barbari ed a gli anni
regga Alessandria –.
Disse; ed i solchi a le nascenti mura
ei disegnava per ottanta stadi, [89]
bianco spargendo su le flave [90] arene
fior di farina [91].
Tale il nipote del Pelíde [92] estrusse
la sua cittade; e Faro, inclito nome
di luce al mondo, illuminò le vie
d’Africa e d’Asia.
E non il flutto [93] del deserto urtante
e non la fuga de i barbarici anni
valse a domare quella balda figlia
del greco eroe.
Alacre, industre, a la sua terza vita
ella sorgea, sollecitando i fati,
qual la vedesti, o pellegrin poeta,
ammiratore,
quando fuggendo la incombente notte
di tirannia, pien d’inni il caldo ingegno
ivi chiedendo libertade e luce
a l’orïente,
e su le tombe di turbanti insculte
star la colonna di Pompeo vedesti
come la forza del pensier latino
su ’l torbid’evo.
Deh, le speranze de l’Egitto e i vanti
nel tuo volume vivano, o poeta!
Oggi Tifone [94] l’ire del deserto
agita e spira.
Sepolto Osiri [95], il latratore Anubi
morde a i calcagni la fuggente Europa,
e avanti chiama i bestïali numi
a le vendette.
Ahi vecchia Europa, che su ’l mondo spargi
l’irrequïeta debolezza tua,
come la triste fisa a l’orïente
sfinge sorride!
Sorgono e in agili file dilungano
gl’immani ed ardui steli marmorei,
e ne la tenebra sacra somigliano
di giganti un esercito
che guerra mediti con l’invisibile:
le arcate salgono chete, si slanciano
quindi a vol rapide, poi si riabbracciano
prone per l’alto e pendule.
Ne la discordia cosí de gli uomini
di fra i barbarici tumulti salgono
a Dio gli aneliti di solinghe anime
che in lui si ricongiungono.
Io non Dio chieggovi, steli marmorei [97],
arcate aeree: tremo, ma vigile
al suon d’un cognito [98] passo che piccolo
i solenni echi suscita.
È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi
le chiome lucide mi si disegnano,
e amore e il pallido viso fuggevoli
tra il nero velo arridono.
Anch’ei, tra ’l dubbio giorno [99] d’un gotico
tempio avvolgendosi, l’Alighier, trepido
cercò l’imagine di Dio nel gemmeo
pallore d’una femina.
Sott’esso il candido vel, de la vergine [100]
la fronte limpida fulgea ne l’estasi,
mentre fra nuvoli d’incenso fervide
le litanie salíano;
salían co’ murmuri molli, co’ fremiti
lieti salíano d’un vol di tortore,
e poi con l’ululo di turbe misere
che al ciel le braccia tendono. [101]
Mandava l’organo pe’ cupi spazii
sospiri e strepiti: da l’arche candide
parea che l’anime de’ consanguinei
sotterra rispondessero.
Ma da le mitiche vette di Fiesole
tra le pie storie pe’ vetri roseo
guardava Apolline [102]: su l’altar massimo
impallidíano i cerei.
E Dante ascendere tra inni d’angeli
la tósca vergine transfigurantesi [103]
vedea, sentíasi sotto i piè ruggere
rossi d’inferno i baratri [104].
Non io le angeliche glorie né i dèmoni,
io veggo un fievole baglior che tremola
per l’umid’aere: freddo crepuscolo
fascia di tedio l’anima.
Addio, semitico nume! Continua
ne’ tuoi misterii la morte domina.
O inaccessibile re de gli spiriti,
tuoi templi il sole escludono.
Cruciato màrtire [105] tu cruci gli uomini,
tu di tristizia l’aër contamini:
ma i cieli splendono, ma i campi ridono,
ma d’amore lampeggiano
gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,
vorrei tra un candido coro di vergini
danzando cingere l’ara d’Apolline
alta ne’ rosei vesperi
raggiante in pario marmo tra i lauri,
versare anemoni da le man, gioia
da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico
un inno di Bacchilide. [106]
Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.
È l’ora soave che il sol morituro saluta [108]
le torri e ’l tempio [109], divo Petronio, tuo;
le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.
Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l’aër come velo d’argento giace
su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato [110] de gli avi.
Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola [111],
che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone
par che risvegli l’anima de i secoli,
e un desio mesto pe ’l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co’ i re vinti i consoli tornavano. [112]
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.
ASINELLA
Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni [114] balzai
quando l’Alpi di barbari snebbiarono
e su ’l populeo [115] Po pe ’l verde paese i carrocci
tutte le trombe reduci suonavano.
GARISENDA
Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai
su le ruine e su le tombe. Irnerio [116]
curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande
lento parlava al palvesato [117] popolo.
ASINELLA
Bello di maggio il dí ch’io vidi su ’l ponte di Reno [118]
passar la gloria libera del popolo,
sangue di Svevia [119], e te chinare la bionda cervice
a l’ondeggiante rossa croce italica [120].
GARISENDA
Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda
cozzâr le spade de i fratelli e corsero
lunghi quaranta giorni le furie civili crollando
tra ’l vasto sangue l’ardue torri in polvere. [121]
ASINELLA
Dante vid’io levar la giovine fronte a guardarci,
e, come su noi passano le nuvole,
vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
premergli tutti i secoli d’Italia.
GARISENDA
Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore
l’un a l’altro impalmati [122]; ed oh me misera,
in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
su Carlo quinto e su Clemente settimo!
Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d’un dio [124]:
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l’inno di messidoro [125].
Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d’onde:
ville, città, castelli emergono com’isole.
Slanciansi lunghe tra ’l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d’archi il fiume.
E tutto è fiamma ed azzurro. Da l’alpe là giú di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.
Delia, a voi zefiro spira dal colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l’Apennino al piano,
v’agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giú con le nere anella per la superba fronte.
Mentre domate i ribelli [126], gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,
udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giú sotterra ciò che dicono i morti.
Dormono a’ piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:
dormon gli etruschi discesi co ’l lituo [127] con l’asta con fermi
gli occhi ne l’alto a’ verdi misterïosi clivi [128],
e i grandi celti rossastri [129] correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,
e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.
Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ’l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.
Dicono i morti – Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole.
Fresche a voi mormoran l’acque pe ’l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.
A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. –
Dicono i morti – Cogliete i fiori che passano [130] anch’essi,
adorate le stelle che non passano mai.
Putridi squagliansi i serti [131] d’intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.
Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l’eternità d’amore. –
Corri, tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido
fiume, e il tenero amore, [133]
al sole occiduo naviga.
Ecco, ed il memore ponte dilungasi:
cede l’aereo de gli archi slancio, [134]
e al liquido s’agguaglia
pian che allargasi e mormora.
Le mura dirute [135] di Lodi fuggono
arrampicandosi nere al declivio
verde e al docile colle.
Addio, storia de gli uomini.
Quando il romuleo marte ed il barbaro [136]
ruggîr ne’ ferrei cozzi, e qui vindice
la rabbia di Milano
arse in itali incendii,
tu ancor dal Lario [137] verso l’Erídano [138]
scendevi, o Addua, con desio placido,
con murmure solenne,
giú pe’ taciti pascoli.
Quando su ’l dubbio ponte [139] tra i folgori
passava il pallido còrso [140], recandosi
di due secoli il fato
ne l’esile man giovine [141],
tu il molto celtico sangue ed il teutono
lavavi, o Addua, via: su le tremule
acque il nitrico fumo [142]
putrido disperdeasi.
Moríano gli ultimi tuon de la folgore [143]
franca ne i concavi seni [144]: volgeasi
da i limpidi lavacri
il bue candido, attonito.
Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila
ov’è de l’ispido sir di Soavia [145]
e del pallido còrso?
Tu corri, o Addua cerulo.
Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo [146] naviga.
Sotto l’olimpico riso de l’aere
la terra palpita: ogni onda accendesi
e trepida risalta
di fulgidi amor turgida.
Molle de’ giovani prati l’effluvio
va sopra l’umido pian: l’acque a’ margini
di gemiti e sorrisi
un suon morbido frangono.
E il legno scivola lieve: tra le uberi
sponde lo splendido fiume devolvesi:
trascorrono de’ campi
i grandi alberi, e accennano,
e giú da gli alberi, su da le floride
siepi, per l’auree strisce e le rosee,
s’inseguono gli augelli
e amore ilari mescono.
Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido
fiume naviga, e amore
d’ambrosia irriga l’aure.
Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo
tu con l’Eridano scendi a confonderti:
precipita a l’occaso [147]
il sole infaticabile.
O sole, o Addua corrente, l’anima
per un elisio dietro voi naviga:
ove ella e il mutuo amore,
o Lidia, perderannosi?
Non so; ma perdermi lungi da gli uomini
amo or di Lidia nel guardo languido,
ove nuotano ignoti
desiderii e misterii.
Gino, che fai sotto i felsinei [149] portici?
mediti come il gentil fiore de l’Ellade
d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia
lieto sorgesse nel mattin de i popoli?
Da l’Asinella gufi e nibbi stridono
invidïando e i cari studi rompono.
Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre
e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.
Vienne qui dove l’onda ampia del lidio
lago [150] tra i monti azzurreggiando palpita:
vieni: con voce di faleuci chiàmati
Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.
Vuole Manerba [151] a te rasene [152] istorie,
vuole Muníga attiche fole [153] intessere,
mentre sui i merli barbari fantasimi
armi ed amori con il vento parlano.
Ascoltiam sotto anacreòntea [154] pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani [155],
freschi votando gl’innovati calici
che la Riviera del suo vino imporpora.
Dolce tra i vini udir lontane istorie
d’atavi [156], mentre il divo sol precipita
e le pie stelle sopra noi vïaggiano
e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.
Essi che queste amene rive tennero [157]
te, come noi, bel sole, un dí goderono,
o ti gittasser belve umane un fremito
da le lacustri palafitte, o agili
Veneti a l’onda le cavalle dessero
trepida e fredda nel mattino roseo,
o co ’l terreno lituo segnassero
nel mezzogiorno le pietrose acropoli.
Gino, ove inteso a le vittorie retiche
o da le dacie glorïoso il milite
in vigil ozio l’aquile romulee
su ’l lago affisse ricantando Cesare,
ivi in fremente selva Desiderio
agitò a caccia poi cignali e daini,
fermo il pensiero a la corona ferrea
fulgida in Roma per la via de’ Cesari.
Gino, ove il giambo di Catullo rapido
l’ala aprí sovra la distesa cerula,
Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri
con un saliente gemito per l’aere,
ivi il compianto di lombarde monache
salmodïando ascese vèr’ la candida
luna e la requie mormorò su i giovani
pallidi stesi sotto l’asta francica.
E calerem noi pur giú tra i fantasimi
cui né il sole veste di fulgor purpureo
né le pie stelle sovra il capo ridono
né de la vite il frutto i cuor letifica.
Duci e poeti allor, fronti sideree,
ne moveranno incontro, e – Di qual secolo
– dimanderanno – di qual triste secolo
a noi venite, pallida progenie?
A voi tra’ cigli torva cura infóscasi
e da l’angusto petto il cuore fumiga.
Noi ne la vita esercitammo il muscolo,
e discendemmo grandi ombre tra gl’inferi. –
Gino, qui sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,
degna risposta meditiamo. Versasi
cerula notte sovra il piano argenteo,
move da Sirmio una canora imagine [158]
giú via per l’onda che soave mormora
riscintillando e al curvo lido infrangesi.
Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.
Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d’intorno il Benaco
una gran tazza argentea,
cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.
Questa raggiante coppa Italia madre protende,
alte le braccia, a i superi;
ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole.
Baldo, paterno monte, protegge la bella da l’alto
co ’l sopracciglio torbido:
il Gu [160] sembra un titano per lei caduto in battaglia,
supino e minaccevole.
Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra
Salò le braccia candide,
lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l’aure,
e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori
le esulta il capo giovine.
Garda là in fondo solleva la ròcca sua fósca
sovra lo specchio liquido,
cantando una saga d’antiche cittadi sepolte
e di regine barbare.
Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d’azzurro
tu mandi il guardo e l’anima,
qui Valerio Catullo, legato giú a’ nitidi sassi
il fasèlo bitinico,
sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l’onda
fosforescente e tremula,
e ’l perfido [161] riso di Lesbia e i multivoli ardori
vedea ne l’onda vitrea,
mentr’ella stancava pe’ neri angiporti le reni
a i nepoti di Romolo.
A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava:
– Vieni, o Quinto Valerio.
Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco
e mite come Cintia. [162]
Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano
d’api susurro paiono,
e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure
in lento oblio si sciolgono.
Qui ’l fresco, qui ’l sonno, qui musiche leni ed i cori
de le cerule vergini,
mentr’Espero allunga la rosea face su l’acque
e i flutti al lido gemono. –
Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti
frange o li spegne tragico.
Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,
chi ne assicura, o Lalage?
Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto [163],
e al Sole eterno li agita.
Non da Peschiera vedi natanti le schiere de’ cigni
giú per il Mincio argenteo?
da’ verdi paschi dove Bianore [164] dorme non odi
la voce di Virgilio?
Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo [165] s’affaccia
a la torre scaligera.
– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda
l’acqua la terra e l’aere.
Tal mormoravi possente e rapido
sotto i romani ponti, o verde Adige,
brillando dal limpido gorgo,
la tua scorrente canzone al sole,
quando Odoacre dinanzi a l’impeto
di Teodorico cesse [167], e tra l’èrulo
eccidio passavan su i carri
diritte e bionde le donne amàle [168]
entro la bella Verona, odinici [169]
carmi intonando: raccolta al vescovo
intorno, l’italica plebe
sporgea la croce supplice a’ Goti.
Tale da i monti di neve rigidi,
ne la diffusa letizia argentea
del placido verno, o fuggente
infaticato, mormori e vai
sotto il merlato ponte scaligero,
tra nere moli, tra squallidi alberi,
a i colli sereni, a le torri,
onde abbrunate piangon le insegne
il ritornante giorno funereo [170]
del primo eletto re da l’Italia
francata: tu, Adige, canti
la tua scorrente canzone al sole.
Anch’io, bel fiume, canto: e il mio cantico
nel picciol verso raccoglie i secoli,
e il cuore al pensiero balzando
segue la strofe che sorge e trema.
Ma la mia strofe vanirà torbida
ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
tu ancor tra le sparse macerie
di questi colli turriti, quando
su le rovine de la basilica
di Zeno al sole sibili il còlubro,
ancor canterai nel deserto
i tedi insonni de l’infinito.
Questo [172] la inconscia zagaglia [173] barbara
prostrò, spegnendo li occhi di fulgida
vita sorrisi da i fantasmi
fluttuanti ne l’azzurro immenso.
L’altro [174], di baci sazio in austriache
piume e sognante su l’albe gelide
le dïane e il rullo pugnace,
piegò come pallido giacinto. [175]
Ambo a le madri lungi; e le morbide
chiome fiorenti di puerizia
pareano aspettare anche il solco
de la materna carezza. In vece
balzâr nel buio, giovinette anime,
senza conforti; né de la patria
l’eloquio seguivali al passo
co’ i suon de l’amore e de la gloria.
Non questo, o fósco figlio d’Ortensia, [176]
non questo avevi promesso al parvolo:
gli pregasti in faccia a Parigi
lontani i fati del re di Roma.
Vittoria e pace da Sebastopoli
sopían co ’l rombo de l’ali candide
il piccolo: Europa ammirava:
la Colonna splendea come un faro.
Ma di decembre, ma di brumaio
cruento è il fango, la nebbia è perfida:
non crescono arbusti a quell’aure,
o dan frutti di cenere e tòsco.
Oh solitaria casa d’Aiaccio,
cui verdi e grandi le querce ombreggiano
e i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!
Ivi Letizia [177], bel nome italico
che omai sventura suona ne i secoli,
fu sposa, fu madre felice,
ahi troppo breve stagione! ed ivi,
lanciata a i troni l’ultima folgore,
date concordi leggi tra i popoli,
dovevi, o consol, ritrarti
fra il mare e Dio cui tu credevi.
Domestica ombra Letizia or abita
la vuota casa; non lei di Cesare
il raggio precinse: la còrsa
madre visse fra le tombe e l’are.
Il suo fatale da gli occhi d’aquila,
le figlie come l’aurora splendide,
frementi speranze i nepoti,
tutti giacquer, tutti a lei lontano.
Sta ne la notte la còrsa Niobe.
sta su la porta donde al battesimo
le uscíano i figli, e le braccia
fiera tende su ’l selvaggio mare:
e chiama, chiama, se da l’Americhe,
se di Britannia, se da l’arsa Africa
alcun di sua tragica prole
spinto da morte le approdi in seno.
Il dittatore [179], solo, a la lugubre
schiera d’avanti, ravvolto e tacito
cavalca: la terra ed il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.
Del suo cavallo la pésta udivasi
guazzar nel fango: dietro s’udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de’ petti eroici ne la notte.
Ma da le zolle di strage livide,
ma da i cespugli di sangue roridi,
dovunque era un povero brano,
o madri italiche, de i cuor vostri,
salíano fiamme ch’astri parevano,
sorgeano voci ch’inni suonavano:
splendea Roma olimpica in fondo,
correa per l’aëre un peana [180].
– Surse in Mentana l’onta de i secoli
dal triste amplesso di Pietro e Cesare [181]:
tu hai, Garibaldi, in Mentana
su Pietro e Cesare posto il piede.
O d’Aspromonte ribelle splendido,
o di Mentana superbo vindice,
vieni e narra Palermo e Roma
in Capitolïo a Camillo. –
Tale un’arcana [182] voce di spiriti
correa solenne pe ’l ciel d’Italia
quel dí che guairono i vili,
botoli [183] timidi de la verga.
Oggi l’Italia t’adora. Invòcati
la nuova Roma novello Romolo: [184]
tu ascendi, o divino: di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.
Sopra il comune gorgo de l’anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria [185].
Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio
– Mai non pensammo forma piú nobile
d’eroe –. Dice Livio, e sorride,
– È de la storïa, o poeti.
De la civile storia d’Italia
è quest’audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l’alto
mira, e s’irradia ne l’ideale –.
Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l’Etna, spira ne’ turbini
de l’alpe il tuo cor di leone
incontro a’ barbari ed a’ tiranni.
Splende il soave tuo cor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
su’ marmi memori de gli eroi.
Breve ne l’onda placida avanzasi
striscia di sassi. Boschi di lauro
frondeggiano dietro spirando
effluvi e murmuri ne la sera.
Davanti, larga, nitida, candida
splende la luna: l’astro di Venere
sorridele presso e del suo
palpito lucido tinge il cielo.
Par che da questo nido pacifico [187]
in picciol legno l’uom debba movere
secreto a colloqui d’amore
leni su i zefiri, la sua donna
fisa guatando l’astro di Venere.
Italia, Italia, donna de i secoli,
de’ vati e de’ martiri donna,
inclita vedova dolorosa,
quindi il tuo fido mosse cercandoti
pe’ mari. Al collo leonino avvoltosi
il puncio [188], la spada di Roma
alta su l’omero bilanciando,
stiè Garibaldi. Cheti venivano
a cinque a dieci, poi dileguavano,
drappelli oscuri, ne l’ombra,
i mille vindici [189] del destino,
come pirati che a preda gissero [190];
ed a te occulti givano, Italia,
per te mendicando la morte
al cielo, al pelago, a i fratelli.
Superba ardeva di lumi e cantici
nel mar morenti lontano Genova
al vespro lunare dal suo
arco marmoreo di palagi.
Oh casa [191] dove presago genio
a Pisacane segnava il transito
fatale, oh dimora onde Aroldo
sití l’eroico Missolungi! [192]
Una corona di luce olimpica
cinse i fastigi bianchi in quel vespero
del cinque di maggio. Vittoria
fu il sacrificio, o poesia.
E tu ridevi, stella di Venere,
stella d’Italia, stella di Cesare:
non mai primavera piú sacra
d’animi italici illuminasti,
da quando ascese tacita il Tevere
d’Enea la prora d’avvenir gravida
e cadde Pallante [193] appo i clivi
che sorger videro l’alta Roma.
Molosso [195] ringhia, o antichi versi italici,
ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri
vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.
Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.
Volate, e ansiosi interrogate il murmure
che giú per l’alpi giulie, che giú per l’alpi retiche
da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
grave d’epici sdegni, fiero di canti eroici.
Passa come un sospir su ’l Garda argenteo,
è pianto d’Aquileia su per le solitudini.
Odono i morti di Bezzecca [196], e attendono:
– Quando? – grida Bronzetti, fantasmi erto fra i nuvoli.
– Quando? – i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dí con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.
– Quando? – fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere glauco l’Adria.
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co ’l nuovo anno, antichi versi italici:
ne’ rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!
Salutate nel golfo Giustinopoli, [197]
gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;
salutate il divin riso de l’Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!
Poi presso l’urna, ove ancor tra’ due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,
in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
E tu [199] pendevi tralcio da i retici
balzi odorando florido al murmure
de’ fiumi da l’alpe volgenti
ceruli in fuga spume d’argento,
quando l’aprile d’itala gloria
dal Po rideva fino a lo Stelvio
e il popol latino si cinse
su l’Austria cingol di cavaliere. [200]
E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d’italo spasimo
ottobre fremeva e Chiavenna,
oh Rezia forte!, schierò a Vercea
sessanta ancora di morte libera
petti assetati: Hainau gli aspri animi
contenne e i cavalli de l’Istro [201]
ispidi in vista de i tre colori.
Rezia, salute! di padri liberi
figlia ed a nuove glorie piú libera!
È bello al bel sole de l’alpi
mescere il nobil tuo vin cantando:
cantando i canti de i giorni italici,
quando a’ tuoi passi correano i popoli,
splendea tra le nevi la nostra
bandiera sopra l’austriaca fuga.
A i noti canti lievi ombre sorgono
quei che anelando vittoria caddero?
Sia gloria, o fratelli! Non anche,
l’opra del secol non anche è piena.
Ma ne i vegliardi vige il vostro animo.
il sangue vostro ferve ne i giovani:
o Italia, daremo in altre alpi
inclita a i venti la tua bandiera.
O Miramare, a le tue bianche torri
attediate per lo ciel piovorno [202]
fósche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.
O Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d’anime crucciose
battono l’onde.
Meste ne l’ombra de le nubi a’ golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo, [203]
gemme del mare;
e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastion di scogli
onde t’affacci a le due viste d’Adria,
rocca d’Absburgo;
e tona il cielo a Nabresina [204] lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
leva tra’ nembi.
Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d’aprile, quando usciva il biondo
imperatore, con la bella donna,
a navigare!
A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l’impero: l’occhio
de la sua donna cerulo e superbo
iva su ’l mare.
Addio, castello pe’ felici giorni
nido d’amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi.
Lascian le sale con accesa speme
istoriate di trionfi e incise
di sapïenza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano
da le animose tavole: una sfinge
l’attrae con vista mobile su l’onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro
del romanziero.
Oh non d’amore e d’avventura il canto
fia che l’accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l’aure
vien da la trista punta di Salvore
nenia tra ’l roco piangere de’ flutti?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istrïane?
– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,
figlio d’Absburgo, la fatal Novara. [205]
Teco l’Erinni sale oscura e al vento
apre la vela.
Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d’avanti perfida arretrando!
È il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie.
È il teschio mózzo contro te ghignante
d’Antonïetta. Con i putridi occhi
in te fermati è l’irta faccia gialla
di Montezuma.
Tra i boschi immani d’agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme
per la tenèbra tropicale, il dio
Huitzilopotli [206], che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co ’l guardo
ulula – Vieni.
Quant’è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse:
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.
Non io gl’infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore;
te io voleva, io colgo te, rinato
fiore d’Absburgo;
e a la grand’alma di Guatimozino [207]
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano. –
Onde venisti? quali a noi secoli
sí mite e bella ti tramandarono?
fra i canti de’ sacri poeti
dove un giorno, o regina, ti vidi?
Ne le ardue ròcche, quando tingeasi
a i latin soli la fulva e cerula
Germania, e cozzavan nel verso
nuovo l’armi tra lampi d’amore?
Seguíano il cupo ritmo monotono
trascolorando le bionde vergini,
e al ciel co’ neri umidi occhi
impetravan mercé per la forza.
O ver ne i brevi dí che l’Italia
fu tutta un maggio, che tutto il popolo
era cavaliere? Il trionfo
d’Amor gía tra le case merlate [209]
in su le piazze liete di candidi
marmi, di fiori, di sole; e – O nuvola
che in ombra d’amore trapassi, –
l’Alighieri cantava – sorridi! –
Come la bianca stella di Venere
ne l’april novo surge da’ vertici
de l’alpi, ed il placido raggio
su le nevi dorate frangendo
ride a la sola capanna povera,
ride a le valli d’ubertà floride,
e a l’ombra de’ pioppi risveglia
li usignoli e i colloqui d’amore:
fulgida e bionda ne l’adamàntina
luce del serto [210] tu passi, e il popolo
superbo di te si compiace
qual di figlia che vada a l’altare;
con un sorriso misto di lacrime
la verginetta ti guarda, e trepida
le braccia porgendo ti dice
come a suora maggior: – Margherita! –.
E a te volando la strofe alcaica,
nata ne’ fieri tumulti libera,
tre volte ti gira la chioma
con la penna che sa le tempeste:
e, Salve, dice cantando, o inclita
a cui le Grazie corona cinsero,
a cui sí soave favella
la pietà ne la voce gentile!
Salve, o tu buona, sin che i fantasimi
di Raffaello ne’ puri vesperi
trasvolin d’Italia e tra’ lauri
la canzon del Petrarca sospiri!
Conca in vivo smeraldo tra fóschi passaggi dischiusa,
o pia Courmayeur, ti saluto.
Te da la gran Giurassa da l’ardüa Grivola bella
il sole piú amabile arride.
Blandi misteri a te su’ boschi d’abeti imminente
la gelida luna diffonde,
mentre co ’l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia
fantasime ed ombre moventi.
Te la vergine Dora [212], che sa le sorgive de’ fonti
e sa de le genti le cune
cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi,
e i carmi de’ popoli e l’armi.
De la valanga il tuon da l’orrida Brenva rintrona
e rotola giú per neri antri:
sta su ’l verone in fior la vergine e tende lo sguardo,
e i verni passati ripensa.
Ma da’ pendenti prati di rosso papavero allegri
tra gli orzi e le segali bionde
spicca l’alauda il volo trillando l’aerea canzone:
io medito i carmi sereni.
Salve, o pia Courmayeur, che l’ultimo riso d’Italia
al piè del gigante de l’Alpi
rechi soave! te, datrice di posa e di canti,
io reco nel verso d’Italia.
Va su’ tuoi verdi prati l’ombría de le nubi fuggenti
e va su’ miei spirti la musa.
Amo al lucido e freddo mattin da’ tuoi sparsi casali
il fumo che ascende e s’avvolge
bigio al bianco vapor da l’are de’ monti smarrito
nel cielo divino. Si perde
l’anima in lento error: vien da le compiante memorie
e attinge l’eterne speranze.
Quando la Donna Sabauda il fulgido
sguardo al lïuto reca e su ’l memore
ministro d’eroici lai
la mano e l’inclita fronte piega,
commove un conscio spirito l’agili
corde e dal seno concavo mistico
la musa de’ tempi che furo
sale aspersa di faville d’oro;
e un coro e un canto di forme aeree,
quali già vide l’Alighier movere
ne’ giri d’armonica stanza, [214]
cinge l’italica Margherita.
«Io – dice l’una, cui la cesarie
inonda bionda gli omeri nivei
e gli occhi natanti nel lume
de l’estasi chiedono le sfere –
io son, regina, – dice – la nobile
Canzone; e a’ cieli volai da l’anima
di Dante, quand’egli nel maggio
angeli e spiriti lineava.
Io del Petrarca sovra le lacrime
passai tingendo d’azzurro l’aere
e accesi corone di stelle
in su l’aurea treccia d’Avignone.
Non mai piú alto sospiro d’anime
surse dal canto. Di te le laudi
a’ due leverò che l’Italia
poeti massimi rivelaro.»
«A me la terra piace – nel cantico
una seconda balzando applaude
con l’asta e lo scudo, e da l’elmo
fósca fugge a’ venti la criniera –.
Piace, se lampi d’acciaio solcano,
se ferrei nembi rompono l’aere
e cadon le insegne davanti
al flutto e a l’impeto de’ cavalli.
A cui la morte teme non ridono
le muse in cielo, quaggiú le vergini.
Avanti, Savoia! non anche
tutta désti la bandiera al vento.
La Sirventese sono. A me l’aquila
che da Superga rivola al Tevere
e i folgori stringe severa
dritta ne l’iride tricolore.»
«Ed io – la terza dice, di mammole
vïole un cerchio tessendo, e semplice
di rose e ligustri il sembiante
ombra sotto la castanea chioma –
la Pastorella sono. Di facili
amori e sdegni, danze e tripudii,
non piú rendo gli echi: una nube
va di tristizïa su la terra.
A te da’ verdi mugghianti pascoli,
da’ biondi campi, da le pomifere
colline, da’ boschi sonanti
di scuri e dal fumo de’ tuguri,
io reco il blando riso de’ parvoli,
di spose e figlie reco le lacrime
e i cenni de’ capi canuti
che ti salutano pïa madre».
Tali, o Signora, forme e fantasimi
a voi d’intorno cantando volano
dal vago liuto: a la lira
io li do di Roma imperïante,
qui dove l’Alpi de le virginee
cime piú al sole diffusa raggiano
la bianca letizia da immenso
circolo, e cerula tra l’argento
per i tonanti varchi precipita
la Dora a valle cercando Italia,
e sceser vostri avi ferrati
con la spada e con la bianca croce.
Dal grande altare nival gli spiriti
del Montebianco sorgono attoniti,
a udire l’eloquio di Dante,
ne’ ritmi fulgidi di Venosa,
dopo cotanto strazio barbarico
ponendo verde sempre di gloria
il lauro di Livia a la fronte
de la Sabauda Margherita,
a voi, traverso l’onde de i secoli,
di due forti evi ricantar l’anima,
o figlia e regina del sacro
rinnovato popolo latino.
Musa latina, vieni meco a canzone novella:
Può nuova progenie il canto novello fare.
T. CAMPANELLA
Non sotto ferrea punta [216] che strida solcando maligna
dietro un pensier di noia l’aride carte bianche;
sotto l’adulto sole, nel palpito mosso da’ venti
pe’ larghi campi aprici, lungo un bel correr d’acque,
nasce il sospir de’ cuori che perdesi ne l’infinito,
nasce il dolce e pensoso fior de la melodia.
Qui brilla il maggio effuso ne l’aere odorato di rose,
brillano gli occhi vani, dormon ne’ petti i cuori:
dormono i cuor si drizzan le orecchie facili quando
la variopinta strilla nota de la Gioconda [217].
Oh de le Muse l’ara dal verde vertice bianco
su ’l mare! Alcmane [218] guida i virginei cori:
– Voglio con voi, fanciulle, volare, volare a la danza,
come il cèrilo vola tratto da le alcïoni:
vola con le alcïoni tra l’onde schiumanti in tempesta,
cèrilo purpureo nunzio di primavera –. [219]
Tu parli; e, de la voce a la molle aura
lenta cedendo, si abbandona l’anima
del tuo parlar su l’onde carezzevoli,
e a strane plaghe naviga.
Naviga in un tepor di sole occiduo
ridente a le cerulee solitudini:
tra cielo e mar candidi augelli volano,
isole verdi passano,
e i templi su le cime ardui lampeggiano
di candor pario ne l’occaso roseo,
ed i cipressi de la riva fremono,
e i mirti densi odorano.
Erra lungi l’odor su le salse aure
e si mesce al cantar lento de’ nauti,
mentre una nave in vista al porto ammaina
le rosse vele placida.
Veggo fanciulle scender da l’acropoli
in ordin lungo; ed han bei pepli candidi,
serti hanno al capo, in man rami di lauro,
tendon le braccia e cantano.
Piantata l’asta in su l’arena patria,
a terra salta un uom ne l’armi splendido:
è forse Alceo [221] da le battaglie reduce
a le vergini lesbie?
O desïata verde solitudine
lungi al rumor de gli uomini!
qui due con noi divini amici vengono,
vino ed amore, o Lidia.
Deh come ride nel cristallo nitido
Lieo [223], l’eterno giovine!
come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,
trionfa amore e sbendasi! [224]
Il sol traguarda basso ne la pergola,
e si rifrange roseo
nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremola
fra le tue chiome, o Lidia.
Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,
langue una rosa pallida;
e una dolce a me in cuor tristezza súbita
tempra d’amor gl’incendii.
Dimmi: perché sotto il fiammante vespero
misterïosi gemiti
manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,
tra lor quei pini cantano?
Vedi con che desio quei colli tendono
le braccia al sole occiduo:
cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano
il bacio ultimo, o Lidia.
Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,
Lieo, dator di gioia:
io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,
se Iperïon precipita.
E precipita l’ora. O bocca rosea,
schiuditi: o fior de l’anima,
o fior del desiderio, apri i tuoi calici:
o care braccia, apritevi.
Oh quei fanali come s’inseguono
accïdiosi [226] là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ’l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili [227],
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello [228] che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei [229]
occhi sbarra; immane pe ’l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi ’l senso smarrí de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.
Quando a le nostre case la diva severa [231] discende,
da lungi il rombo de la volante s’ode,
e l’ombra de l’ala che gelida gelida avanza
diffonde intorno lugubre silenzio.
Sotto la venïente ripiegano gli uomini il capo,
ma i sen feminei rompono in aneliti.
Tale de gli alti boschi, se luglio il turbine addensa,
non corre un fremito per le virenti cime:
immobili quasi per brivido gli alberi stanno,
e solo il rivo roco s’ode gemere.
Entra ella, e passa, e tócca; e senza pur volgersi atterra
gli arbusti lieti di lor rame giovani;
miete le bionde spiche, strappa anche i grappoli verdi,
coglie le spose pie, le verginette vaghe
ed i fanciulli: rosei tra l’ala nera ei le braccia
al sole a i giuochi tendono e sorridono.
Ahi tristi case dove tu innanzi a’ vólti de’ padri,
pallida muta diva, spegni le vite nuove!
Ivi non piú le stanze sonanti di risi e di festa
o di bisbigli, come nidi d’augelli a maggio:
ivi non piú il rumore de gli anni lieti crescenti,
non de gli amor le cure, non d’imeneo [232] le danze:
invecchian ivi ne l’ombra i superstiti, al rombo
del tuo ritorno teso l’orecchio, o dea.
Ricordo. Fulvo il sole tra i rossi vapori e le nubi
calde al mare scendeva, come un grande clipeo di rame
che in barbariche pugne corrusca ondeggiando poi cade.
Castiglioncello [234] in alto fra mucchi di querce ridea
da le vetrate un folle vermiglio sogghigno di fata.
Ma io languido e triste (da poco avea scosso la febbre
maremmana, ed i nervi pesavanmi come di piombo)
guardava a la finestra. Le rondini rapide i voli
sgembi tessevan e ritessevano intorno le gronde,
e le passere brune strepíano [235] al vespro maligno [236].
Brevi d’entro la macchia svariavano il piano ed i colli,
rasi a metà da la falce, in parte ancor mobili e biondi.
Via per i solchi grigi le stoppie fumavano accese:
or sí or no veniva su per le aure umide il canto
de’ mietitori, lungo, lontano, piangevole, stanco:
grave l’afa stringeva l’aër, la marina, le piante.
Io levai gli occhi al sole – O lume superbo del mondo,
tu su la vita guardi com’ebro ciclope [237] da l’alto! –
Gracchiarono i pavoni schernendomi tra i melograni,
e un vipistrello sperso passommi radendo su ’l capo.
Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.
Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.
Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.
I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,
l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.
Scattan su da un cespuglio co ’l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.
Corrono, mentr’io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.
Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,
dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna [239].
Io leggo ancora Marlowe. Del reo verso bieco [240], simíle
a sogno d’uomo cui molta birra gravi,
d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d’orrida tristizia,
che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,
crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.
Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai [241] contro di me: – Che importa
– dicon – tendere a l’alto? che vale combatter? Che giova
amare? Il fato passa ed abbassa. – Ma tu,
tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,
perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne ’l fato che ti danna?
E voi, lunghe nel mezzo del tetro recinto alberelle,
co’ rami spioventi, quasi canute chiome,
siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle [242]
che aspettâr Macbeth su la fatale via?
Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.
Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?
Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblio.
Oblio? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti
a tradimento, su! su da ’l cimitero del petto,
su date a’ venti i vostri veli funebri.
Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,
a l’ombre ignave, su le mortifere acque.
Qui gonfia di serpi tra ’l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.
Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.
Volate, volate, canzoni vampire [243], cercando
i cuor che amammo: sangue per sangue sia.
Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro [244]
lento scendendo nel Tirreno cerulo.
Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli [245],
con la serena vista, con le memorie pie.
Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.
Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.
Non mai dal ciel ch’io spirai parvolo
ridesti, o Sole, bel nume, splendido
a me, sí come oggi ch’effuso
t’amo per l’ampie vie di Livorno.
Non mai fervesti, Bromio [247], ne i calici
consolatore saggio e benevolo,
com’oggi ch’io libo [248] a l’amico
pensando i varchi de l’Apennino.
O Sole, o Bromio, date che integri,
non senza amore, non senza cetera,
scendiamo a le placide ombre
– là dov’è Orazio – l’amico ed io.
Ma sorridete gli augurî a i parvoli
che, dolci fiori, la mensa adornano,
la pace a le madri, gli amori
a i baldi giovani e le glorie.
Rompeste voi ’l Tevere a nuoto, Clelïa, come
l’antica vostra, o a noi nuova Rea Silvia uscite?
Scarso, o nipote di Rea, l’endecasillabo ha il passo
a misurare i clivi de le bellezze vostre:
solo co ’l piè trïonfale l’eroico esametro puote
scander la vïa sacra de le lunate spalle.
Da l’arce capitolina del collo fidiaco molle
il pentametro pender, ghirlanda albana, deve.
Batta ne ’l raggio de gli occhi, che fiero corusca sí come
tra i colli prenestrini dietro l’aurora il sole,
batta l’alcaica strofe trepidando l’ali, e si scaldi
a i forti amori: indietro, tu settenario vile.
Oh, su la chioma ondosa che simile a notte discende
pe ’l crepuscolo pario de le doriche forme
(lasciate a le serve, nipote di Rea, gli ottonari)
corona aurea di stelle fulga l’asclepiadea.
Qual da la madre battuto pargolo
od in proterva rissa mal domito
stanco s’addorme con le pugna
serrate e i cigli rannuvolati,
tal nel mio petto l’amore, o candida
Lalage, dorme: non sogna o invidia,
s’al roseo maggio erran giocando
gli altri felici pargoli al sole.
Oh no ’l destare! l’udresti, o Lalage,
di torbid’ire fiedere [251] l’aere
rompendo [252] i giuochi a’ lieti eguali,
dio di battaglia per me l’amore.
Nel solitario verno de l’anima
spunta la dolce imagine, [254]
e tócche frangonsi tosto le nuvole
de la tristezza e sfumano.
Già di cerulea gioia rinnovasi
ogni pensiero: fremere
sentomi d’intima vita gli spiriti:
il gelo inerte fendesi.
Già de’ fantasimi dal mobil vertice
spiccian gli affetti memori,
scendon con rivoli freschi di lacrime
giú per l’ombra del tedio.
Scendon con murmuri che a gli antri chiamano
echi d’amor superstiti
e con letizia d’acque che a’ margini
sonni di fiori svegliano.
Scendono, e in limpido fiume dilagano,
ove le rive e gli alberi
e i colli e il tremulo riso de l’aere
specchiasi vasto e placido.
Tu su la nubila cima de l’essere,
tu sali, o dolce imagine;
e sotto il candido raggio devolvere
miri il fiume de l’anima.
Stanno nel grigio verno pur d’edra e di lauro vestite
ne l’Appia [256] trista le ruïnose tombe.
Passan pe ’l ciel turchino che stilla ancor da la pioggia
avanti al sole lucide nubi bianche.
Egle, levato il capo vèr’ quella serena promessa
di primavera, guarda le nubi e il sole.
Guarda; e innanzi a la bella sua fronte piú ancora che al sole
ridon le nubi sopra le tombe antiche.
Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi
ed ancor trema nuda al rigid’aere
la primavera: il sol tra le sue lacrime
limpido brilla, o Lalage.
Da lor culle di neve i fior si svegliano
e curïosi al ciel gli occhietti levano:
in quelli sguardi vagola una tremula
ombra di sogno, o Lalage.
Nel sonno de l’inverno sotto il candido
lenzuolo de la neve i fior sognarono;
sognaron l’albe roride ed i tepidi
soli e il tuo viso, o Lalage.
Ne l’addormito spirito che sognano
i miei pensieri? A tua bellezza candida
perché mesta sorride tra le lacrime
la primavera, o Lalage?
Rompendo il sole tra i nuvoli bianchi a l’azzurro
sorride e chiama – O primavera, vieni! –
Tra i verzicanti poggi con mormorii placidi il fiume
ricanta a l’aura – O primavera, vieni! –
– O primavera, vieni! – ridice il poeta al suo cuore
e guarda gli occhi, Lalage pura, tuoi.
Quale una incinta, su cui scende languida
languida l’ombra del sopore e l’occupa,
disciolta giace e palpita su ’l talamo,
sospiri al labbro e rotti accenti vengono
e súbiti rossor la faccia corrono;
tale è la terra: l’ombra de le nuvole
passa a sprazzi su ’l verde tra il sol pallido:
umido vento scuote i pèschi e i mandorli
bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:
spira da i pori de le glebe un cantico.
– O salïenti da’ marini pascoli
vacche del cielo, grige e bianche nuvole,
versate il latte da le mamme tumide [260]
al piano e al colle che sorride e verzica,
a la selva che mette i primi palpiti –.
Cosí cantano i fior che si risvegliano:
cosí cantano i germi che si movono
e le radici che bramose stendonsi:
cosí da l’ossa de i sepolti cantano
i germi de la vita e de gli spiriti.
Ecco l’acqua che scroscia e il tuon che brontola:
porge il capo il vitel da la stalla umida,
la gallina scotendo l’ali strepita,
profondo nel verzier sospira il cúculo
ed i bambini sopra l’aia saltano.
Chinatevi al lavoro, o validi omeri;
schiudetevi a gli amori, o cuori giovani;
impennatevi a i sogni, ali de l’anime;
irrompete a la guerra, o desii torbidi:
ciò che fu torna e tornerà ne i secoli.
Pe’ verdi colli [262], da’ cieli splendidi,
e ne’ fiorenti campi de l’anima,
Delia [263], a voi tutto è una festa
di primavera: lungi le tombe!
Voi dolce madre chiaman due parvole,
voi dolce suora le rose chiamano,
e il sol vi corona di lume,
divino amico, la bruna chioma.
Lungi le tombe! Lontana favola
per voi la morte! Salite il tramite
de gli anni, e con citara d’oro
Ebe [264] serena v’accenna a l’alto.
Giú ne la valle, freddi dal turbine,
noi vi miriamo ridente ascendere;
e un raggio del vostro sorriso
frange le nebbie pigre a l’autunno.
Solenni in vetta a Monte Mario stanno
nel luminoso cheto aere i cipressi,
e scorrer muto per i grigi campi
mirano il Tebro [266],
mirano al basso nel silenzio Roma
stendersi, e, in atto di pastor gigante
su grande armento vigile, davanti
sorger San Pietro.
Mescete in vetta al luminoso colle,
mescete, amici, il biondo vino, e il sole
vi si rinfranga: sorridete, o belle:
diman morremo.
Lalage, intatto a l’odorato bosco
lascia l’alloro [267] che si gloria eterno,
o a te passando per la bruna chioma
splenda minore.
A me tra ’l verso che pensoso vola
venga l’allegra coppa ed il soave
fior de la rosa che fugace il verno
consola e muore.
Diman morremo [268], come ier moriro
quelli che amammo: via da le memorie,
via da gli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo.
Morremo; e sempre faticosa intorno
de l’almo sole volgerà la terra,
mille sprizzando ad ogni istante vite
come scintille;
vite in cui nuovi fremeranno amori,
vite che a pugna nuove fremeranno,
e a nuovi numi canteranno gl’inni
de l’avvenire.
E voi non nati, a le cui man’ la face
verrà che scórse da le nostre, e voi
disparirete, radïose schiere,
ne l’infinito.
Addio, tu madre del pensier mio breve,
terra, e de l’alma fuggitiva! quanta
d’intorno al sole aggirerai perenne
gloria e dolore!
fin che ristretta sotto l’equatore
dietro i richiami del calor fuggente
l’estenuata prole abbia una sola
femina, un uomo,
che ritti in mezzo a’ ruderi de’ monti,
tra i morti boschi, lividi, con gli occhi
vitrei te veggan su l’immane ghiaccia,
sole, calare.
Lei [270] certo l’alba che affretta rosea
al campo ancora grigio gli agricoli
mirava scalza co ’l piè ratto
passar tra i roridi odor’ del fieno.
Curva su i biondi solchi i larghi omeri
udivan gli olmi bianchi di polvere
lei stornellante su ’l meriggio
sfidar le rauche cicale a i poggi.
E quando alzava da l’opra il turgido
petto e la bruna faccia ed i riccioli
fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,
coloraro ignei le balde forme.
Or forte madre palleggia [271] il pargolo
forte; da i nudi seni già sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che a’ lucidi occhi materni
intende gli occhi fissi ed il piccolo
corpo tremante d’inquïetudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.
A lei d’intorno ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il büe mugghia,
su l’aia il florido gallo canta.
Natura a i forti che per lei spregiano
le care a i vulghi, larve di gloria
cosí di sante visïoni
conforta l’anime, o Adrïano:
onde tu al marmo, severo artefice,
consegni un’alta speme de i secoli.
Quando il lavoro sarà lieto?
quando securo sarà l’amore? [272]
quando una forte plebe di liberi
dirà guardando nel sole – Illumina
non ozi e guerre a i tiranni,
ma la giustizia pia del lavoro – ?
Quando mirava Omero le fulgide a’ dardani campi
pugne, con gli occhi spenti ed immoti al cielo;
quando, levata in fredda caligin la fronte, vedeva
Milton [274] passare su’ mondi vinti Dio;
l’alma del tutto in essi rompeva la inerte de’ sensi
bruma, e ne’ grandi spiriti il sole ardea.
Quando Tobia meschino del can riconobbe il latrato
e brancolando porse le bianche mani,
messa dal ciel sovvenne la santa pietà: Rafaele
biondo a’ lassi occhi rese il bel figlio e il lume.
Stanno ne l’ampia terra gli eroi del pensiero in disparte:
a Rafaele tende le braccia il mondo.
Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ’l sonno
in riva di Scamandro [276], ma il cor mi fuggí su ’l Tirreno.
Sognai, placide cose de’ miei novelli anni sognai.
Non piú libri: la stanza dal sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su ’l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovane april rifioría.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su ’l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d’oro.
Andava il fanciulletto con piccolo passo di gloria,
superbo de l’amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l’alma natura intonava.
Però che le campane sonavano su dal castello
annunzïando Cristo tornante dimane a’ suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l’aure, pe’ rami, per l’acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i pèschi ed i méli tutti eran fior bianchi e vermigli,
e fior’ gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de’ prati,
e molli d’auree ginestre si paravano i colli,
e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giú dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardavo la madre, guardava pensoso il fratello [277],
questo che or giace lungi su ’l poggio d’Arno fiorito
quella che dorme presso ne l’erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s’ancora ei spirassero l’aure
o ritornasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passâr le care imagini, disparvero lievi co ’l sonno.
Lauretta [278] empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguía cheta l’opra de l’ago.
Colli toscani e voi pacifiche selve d’olivi
a le cui ombre chete stetti in pensier d’amore,
tósca vendemmia e tu da’ grappi vermigli spumanti
in faccia al sole tra giocondi strepiti,
sole de’ giovini anni; ridete a la dolce fanciulla
che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;
voi le ridete, e quella che sempre negaronmi i fati
pace d’affetti datele ne l’anima.
Colli, tacete, e voi non susurratele, olivi,
non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,
ch’oltre quel monte giaccion lei forse aspettando, que’ miei
che visser tristi, che in dolor morirono.
Ella ammirando guarda la cima, tremarsi nel cuore
sente la vita e un lieve spirto sfiorar le chiome,
mentre l’aura montana, calando già il sole, d’intorno
al giovin capo le agita il vel candido.
O nata quando su la mia povera
casa passava come uccel profugo
la speranza, e io disdegnoso
battea le porte de l’avvenire;
or che il piè saldo fermai su ’l termine
cui combattendo valsi raggiungere
e rauchi squittiscon da torno
i pappagalli lusingatori;
tu mia colomba t’involi, trepida
il nuovo nido voli a contessere
oltre Apennino, nel nativo
aëre dolce de’ colli tóschi.
Va’ con l’amore, va’ con la gioia,
va’ con la fede candida. L’umide
pupille fise a vel fuggente,
la mia Camena tace e ripensa.
Ripensa i giorni quando tu parvola
coglievi fiori sotto le acacie,
ed ella reggendoti a mano
fantasmi e forme spïava in cielo.
Ripensa i giorni quando a la morbida
tua chioma intorno rogge strisciavano
le strofe contro a gli oligarchi
librate e al vulgo vile d’Italia.
E tu crescevi pensosa vergine,
quand’ella prese d’assalto intrepida
i clivi de l’arte e piantovvi
la sua bandiera garibaldina.
Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite
teco fia dolce forse ritessere,
e risognare i cari sogni
nel blando riso de’ figli tuoi?
O forse meglio giova combattere
fino a che l’ora sacra richiamine?
Allora, o mia figlia, – nessuna
me Beatrice ne’ cieli attende –
allora al passo che Omero ellenico
e il cristïano Dante passarono
mi scorga il tuo sguardo soave,
la nota voce tua m’accompagni.
Lalage, io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo,
so quai perduti beni l’occhio tuo vago segue.
L’ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge;
sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
Pone l’ardente Clio su ’l monte de’ secoli il piede
agile, e canta, ed apre l’ali superbe al cielo.
Sotto di lei volante si scuopre ed illumina l’ampio
cimitero del mondo, ridele in faccia il sole
de l’età nova. O strofe, pensier de’ miei giovini anni,
volate omai secure verso gli antichi amori;
volate pe’ cieli, pe’ cieli sereni, a la bella
isola risplendente di fantasia ne’ mari.
Ivi poggiati a l’aste Sigfrido ed Achille alti e biondi
erran cantando lungo il risonante mare:
dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,
dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.
Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla,
sfolgora Durendala d’oro e di gemme al sole:
mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio,
Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.
Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,
con gli occhi incerti Edippo cerca la sfinge ancora:
la pia Cordelia chiama – Deh, candida Antigone, vieni!
vieni, o greca sorella! Cantiam la pace a i padri. –
Elena e Isotta vanno pensose per l’ombra de i mirti,
il vermiglio tramonto ride a le chiome d’oro:
Elena guarda l’onde: re Marco ad Isotta le braccia
apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.
Con la regina scota su ’l lido nel lume di luna
sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,
e il mar rifugge gonfio di sangue fervido: il pianto
de le misere echeggia per lo scoglioso lido.
Oh lontana a le vie de i duri mortali travagli
isola de le belle, isola de gli eroi,
isola de’ poeti! Biancheggia l’oceano d’intorno,
volano uccelli strani per il purpureo cielo.
Passa crollando i lauri l’immensa sonante epopea
come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;
o come quando Wagner possente mille anime intona
a i cantanti metalli; trema a gli umani il core.
Ah, ma non ivi alcuno de’ novi poeti mai surse,
se non tu forse, Shelley, spirito di titano
entro virginee forme: dal vivo complesso di Teti
Sofocle a volo tolse te fra gli eroici cori.
O cuor de’ cuori, sopra quest’urna che freddo ti chiude
adora e tepe [282] e brilla la primavera in fiore.
O cuor de’ cuori, il sole divino padre ti avvolge
de’ suoi raggianti amori, povero muto cuore.
Fremono freschi i pini per l’aura grande di Roma:
tu dove sei, poeta del liberato mondo?
Tu dove sei? m’ascolti? Lo sguardo mio umido [283] fugge
oltre l’aurelïana cerchia su ’l mesto piano.
Or che le nevi premono,
lenzuol funereo, le terre e gli animi,
e de la vita il fremito
fioco per l’aura vernal disperdersi,
tu passi, o dolce spirito:
forse la nuvola ti accoglie pallida
là per le solitudini
del vespro e tenue teco dileguasi.
Noi, quando a’ soli tepidi
un desio languido ricerca l’anime
e co’ fiori che sbocciano
torna Persefone [285] da gli occhi ceruli,
noi penseremo, o tenero,
a te non reduce [286]. Sotto la candida
luna d’april trascorrere
vedrem la imagine cara accennandone [287].
Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo [289]: gridi,
suoni di vita piú non salgono da la città,
non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d’amor la canzone ilare e di gioventú.
Da la torre di piazza [290] roche per l’aere le ore
gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dí [291].
Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –
giú al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.
A’ lor cantori [293] diano i re fulgente
collana d’oro lungo il petto, i volghi
a’ lor giullari dian con roche strida
suono di mani [294].
Premio del verso che animoso vola
da le memorie [295] a l’avvenire, io chiedo
colma una coppa a l’amicizia e il riso
de la bellezza [296].
Come ricordo d’un mattin d’aprile
puro è il sorriso de le belle, quando
l’età fugace chiudere s’affretta
il nono lustro;
e tra i bicchier che l’amistade infiora
vola serena imagine la morte,
come a te sotto i platani d’Ilisso [297],
divo Platone.
Ben vieni, o bell’astro d’argento,
compagno tacente a la notte.
Tu fuggi? oh rimanti, splendore pensoso!
Vedete? ei rimane: la nuvola va.
Piú bel d’una notte d’estate
è solo il mattino di maggio:
a lui la rugiada gocciando da i ricci
riluce, e vermiglio pe ’l colle va su.
O cari, già il musco severo
a voi sopra i tumuli crebbe:
deh come felice vedeva io con voi
le notti d’argento, vermigli i bei dí!
Quando il tremulo splendore de la luna
si diffonde giú pe’ boschi, quando i fiori
e i molli aliti de i tigli
via pe ’l fresco esalano,
il pensiero de le tombe come un’ombra
in me scende; né piú i fiori né piú i tigli
danno odore; tutto il bosco
è per me crepuscolo.
Queste gioie con voi, morti, m’ebbi un tempo;
come il fresco era e il profumo dolce intorno!
come bella eri, o natura,
in quell’albor tremulo!
Narra la fama, e ancor n’ha orrore il popolo:
Nerone, indétto a la città l’incendio,
salí su quella torre a lo spettacolo
del rogo, allegro ed avido.
Correano al cenno suo gl’incendiarii,
baccanti in festa, e roteavan picei
serti di fiamma. Dritto su’ merli aurei
Neron tócca la cetera.
– Gloria – egli canta – al fuoco: a l’oro ei simile,
ei degno del Titan che al cielo tolselo:
l’augel di Giove il porta; ed il primo alito
egli accolse di Bromio.
Vieni, splendido nume: al crine i pampini,
molle danza su ’l mondo anzi che in polvere
torni: di Roma qui raccogli il cenere
e nel tuo vino mescilo. –
Ero l’amata muore, ne i flutti cercando la morte;
Saffo l’amante muore, morte chiedendo a i flutti.
Amore, iddio crudele, a te cadon vittime entrambe:
scorgile tu nel cheto reame di Persefone.
Ma di Leandro al petto conduci la vergin di Sesto,
guida al fiume di Lete la deserta di Lesbo.
A la materia l’anima s’appiglia,
polso del mondo è l’azïone; e a sorde
orecchie spesso versa i canti l’alta
lirica musa.
A tutti Omero s’apre e svarïati
gli arazzi de la favola dispiega,
l’autor del dramma trascinando i volghi
le scene eleva.
Ma il vol del sacro Pindaro, di Flacco
l’arte e, o Petrarca, il tuo librato verso,
lento ne i cuori imprimesi, e a la plebe
ardüo sfugge.
Grazia che pensa, non agevol ritmo
di canzoncine intorno la teletta:
non lieve sguardo penetra le loro
alme possenti.
Eterno vaga per le genti il nome,
ma raro ad essi spirito s’aggiunge
amico e pio che onori le gagliarde
menti profonde.
Note
________________________
[1] Lirica composta tra il 5 e il 7 novembre 1875; sintetizza la posizione spirituale del poeta in quel momento rispetto a quanto aveva scritto di poesia in precedenza, e quanto, sotto il criterio della novità formale, intendeva scrivere dopo. Non è però la prima “ode barbara” del Carducci (prima, in ordine di tempo è Su l'Adda del dicembre 1873).
[2] Brutti malvagi versi sono sufficienti a un povero contenuto
ma pensieri profondi hanno bisogno di nobile forma:
Se volete forzare la vostra chiacchiera in un'ode saffica,
il mondo si accorgerà che è una vuota chiacchiera.
[3] Composta a metà giugno del 1874, rivista e corretta a fine ottobre 1876 e poi ancora a metà maggio 1877. Deciso a mutare i caratteri della sua poesia, riaccostandosi nella forma e nell'ispirazione a quella che era stata la lirica dei greci e dei latini il poeta si sente ringiovanire anche nel fisico, e rende grazie ad Ebe, la mitica dea della giovinezza eterna
[4] gotici delubri: cattedrali di stile gotico (pensa al Duomo di Milano, dove vive la donna amata).
[5] Jesse, padre del re Davide, da cui discende Maria madre di Gesù.
[6] occasi: tramonti.
[7] L'Aurora è rivista e celebrata come in antico nel mito vedico e in quello greco,: quale dea che precede il giorno e riporta sul mondo luce e gioioso lavoro. Pensato già nel dic. 1876, fu terminato nel dic. 1880 e pubblicato nel gennaio 1881.
[8] paschi: pascoli
[9] chiomante: la criniera del puledro
[10] aste: lance.
[11] frante: spezzate.
[12] suora gelosa: la notte, vista come entità divina.
[13] rosse vacche: le nuvole che pascolano nel cielo, come le vacche sulla terra, rosse perché di questo colore le fa apparire la prima luce dell'Aurora che subentra alla Notte.
[14] Asvini: coppia di dei immaginari che girano per il cielo su carro tirato da cavalli rapidissimi che corrispondono alla coppia greca dei Dioscuri Càstore e Polluce figli di Zeus.
[15] Suria: dio corrispondente ad Elios.
[16] tosto ... rai: l'Aurore corre incontro a Sole, distendendo appassionata le braccia, ma ben presto fugge via per l'eccessivo calore emanato da questi.
[17] Imetto: catena montagnosa dell'Attica.
[18] coturnato piede: il piede è vestito dal coturno, sandalo dalla suola molto spessa.
[19] Cefalo: giovane attico amato dalla Dea Aurora.
[20] imenei: canti nuziali.
[21] Lèlapo: il cane di Cefalo.
[22] fanali: i lampioni che di notte illuminavano la strada e che al mattino diventano sempre più fiochi di luce man mano che la luce del giorno che diventa sempre più forte.
[23] servaggio: il lavoro, presentato come elemento di schiavitù e pena.
[24] corsier: cavallo da corsa.
[25] scritta nel 1877, quando per la prima volta Carducci si reca a Roma in aprile per motivi politici come deputato eletto nel collegio di Lugo. La passione per la romanità esplode in modo totale e polemico.
[26] Te ... emergere: Aprile, incoronato di rossi fiori, vide Roma, venir su dal solco tracciato da Romolo.
[27] aquila: simbolo della potenza imperiale romana.
[28] eburnei carri: carri di legno ricoperti d'avorio.
[29] di gloria: ripetuto tre volte secondo il numero magico proprio dell'augurio favorevole.
[30] Caracalla: figlio di Settimio Severo, nato nel 188, fu imperatore dal 211 al 217 quando fu assassinato da Marziale, ufficiale della guardia imperiale, probabilmente per vendicare la morte del fratello fatto giustiziare dall'imperatore.
[31] corvi: che in gran numero nidificavano fra le rovine di Roma.
[32] dal volo degli stormi di corvi gli antichi traevano presagi, secondo che venissero da destra o da sinistra.
[33] Febbre: deificazione della febbre malarica che era il male maggiore che affliggeva i Romani soprattutto durante l'estate.
[34] Palazio: il Palatino, chiamato anche evandrio colle.
[35] Fu chi intese che questi versi augurassero la malaria ai buzzurri. Ohimè! Io intendevo imprecare alla speculazione edilizia che già minacciava i monumenti, accarezzata da quella trista amministrazione la quale educò il marciume che serpeggia a questi giorni nella capitale (4 febb. 1893).
[36] la porta Capena nelle vicinanze delle Terme di Caracalla da cui cominciava la via Appia che conduce a Brindisi toccando Terracina, Capua, Benevento.
[37] Sul Capitolio di Brescia, negli anni 73-74 Vespasiano fece erigere un tempio, sul cui frontone in origine pare fosse una statua bronzea della dea Vittoria, di derivazione prassitelica, variante romana di un esemplare greco del V-IV sec., rappresentante Afrodite col piede su un elmo. Il Carducci visitò il museo che contiene la statua l'8 ottobre 1876 in compagnia della donna amata, Carolina Piva, cantata col nome di Lidia nelle Odi Barbare e di Lina nelle Primavere elleniche. L'ode fu scritta nella primavera seguente fra il 14 e il 16 naggio 1877.
[38] Vergin divina: La dea Vittoria
[39] pèltasti (con l'accento sulla e per licenza poetica): peltàsti erano fanti alla leggera armati d'arco o fionda, d'un giavellotto e d'uno scudo poco pesante, tondo o lunato, detto pelta.
[40] davanti i flutti de’ marsi militi: i militi persiani avanzano e retrocedono come la risacca dei flutti.
[41] La dea Vittoria è rappresentata con le ali non dispiegate mentre calca un elmo (galea) col piede sinistro (poplite) e scrive un nome nella parte interna dello scudo.
[42] ch'educa: che fa crescere.
[43] espressione con cui viene indicata Brescia già da Aleardo Aleardi
.... Poscia di sotto a un padiglion di foco
Tremolando la spera
Calava a poco a poco;
Calar pareva dietro a la pendice
D'un de' tuoi monti fertili di spade,
Niobe guerriera de le mie contrade,
Leonessa d'Italia,
Brescia grande e infelice. ....
(Le tre fanciulle)
[44] Il Clitumno, piccolo fiume dell'Umbria, nasce poco distante da Campello. Là, proprio sotto la strada che porta da Perugia a Spoleto, alcune polle di acqua limpida formano un laghetto poco profondo. Sulle rive del laghetto vi sono pioppi, salici e frassini. Parecchi scrittori latini (Virgilio, Silio Italico, Properzio, Stazio, Giovenale lo hanno cantato e si rifanno alla leggenda che i bovi immersi in quelle acque divenissero bianchi. Il Carducci nel giugno del 1876, inviato dal Ministero della P.I. a Spoleto ad ispezionare le scuole, ebbe modo di vedere quei luoghi famosi.
[45] adusta: dalla pelle scura per il sole
[46] pensoso: avvezzo più al silenzio che alla parola.
[47] di caprine pelli: vestito con pelli di capra
[48] fauni: divinità minori colla parte superiore del corpo in forma umana e inferiore in forma caprina
[49] regge il dipinto plaustro: guida il dipinto carretto (dalle ruote alte e dal cassone dipinto)
[50] giovenco è deto il toro che ha appena compiuto un anno.
[51] lunate: arcuate a forma di luna.
[52] fumano le nubi: nello spostarsi verso l'alto le nubi si sfaldano e sembrano trasformarsi in fumo.
[53] tre imperi: etrusco, umbro, romano
[54] impresa del console Fabio Rulliano (seconda guerra sannitica , 308 a.c.: che costrinse gli etruschi alla resa, dopo essere piombato alle loro spalle attraversanto la selva dei Címini ritenuta invalicabile..
[55] Gradivo: Giove romano.
[56] indigete comune: dio comune all'uno e all'altro popolo di un medesimo territorio.
[57] buccina: tromba.
[58] Mevania, Bevagna in prov. di Perugia.
[59] Penati: gli dei romani della famiglia, simbolo della stessa civiltà italica.
[60] diro: feroce e crudele.
[61] diaspro: pietra dura per lo più di color rosso cupo; l'ametista è di color violetto.
[62] adamante: diamante.
[63] Camesana, per Camena, la dea latina del canto.
[64] autoctona virago: vergine nata dalla terra,
[65] vedovo: privato dei riti della terra che un tempo gli erano resi.
[66] delubri: tempietti; nel tempietto maggiore vi era la statua del dio rappresentato vestito con la pretesta, veste schettamente italica.
[67] Cristo, nativo della Galilea.
[68] “fuggirono le ninfe, che cantavano le nozze di Giano e Camesena, a piangere nascoste nei fiumi (= Naiadi), o nei tronchi degli alberi che animavano (= driadi), o s'involano disperdendosi verso i monti (= Oreadi) - cortice: corteccia.
[69] strana compagnia: i monaci dei vari conventi che allora sorgevano.
[70] templi spogliati: dei marmi per adornare le chiese.
[71] clivi: i colli di Roma
[72] Ilisso: fiumiciattolo dell'Attica che scorre presso Atene.: qui indica l'Ellade.
[73] Composta a Roma nell'ottobre del 1881.
[74] Agostino Depretis che prende il potere nel 1876.
[75] celie allobroghe: barzellette piemontesi. - ambagi: andirivieni, labirinti: allusione al cosiddetto trasformismo politico di Depretis
[76] Quintino Sella, restauratore delle finanze italiane con tasse odiose e antipopolari, come la famigerata tassa sul macinato, contro la quale si arrivò a vere e proprie rivolte.
[77] Notare la contrapposizione tra il fosco Vaticano e il bel Quirinale e il santo Campidoglio.
[78] Fu composta negli ultimi giorni di luglio del 1882 (il tempo della composizione dà ragione del finale) per la pubblicazione del volume di Giuseppe Regaldi [Firenze, Le Monnier], dove le antichità e le novità dell’Egitto sono discorse con faconda copia di notizie.
[79] Lussor: il complesso di templi a circa 450 Km a sud del Cairo. L'aula di Luxor è una selva di colonne con capitello a fiore di loto.
[80] mistico serpente: il faraone, il re d'Egitto una doppia corona, simbolo dell'alto e del Basso Egitto, cinte dall'ureo (una specie di vipera d'oro, che sollevava la testa ritta al di sopra degli occhi del monarca.
[81] Serapeo: tempio di Serapide
[82] Menfi fu la prima capitale del regno unito del basso e dell'alto Egitto.
[83] Mareoti: palude del Delta del Nilo
[84] Elle: figlia di Atamante e Nefele, caduta e annegata nello stretto che congiunge il Mar Nero al Mediterraneo e che per questo si chiama Ellesponto (Stretto dei Dardanelli).
[85] Giove Ammone: Divinità egizia
[86] Tempe: valle della Tessaglia formata dal fiume Penéo, famosa per la sua bellezza.
[87] Lieo: Uno dei nomi di Dioniso
[88] peana: canto corale in onore dell'impresa degli Achei.
[89] ottanta stadi: a dirigere i lavori della costruzione di Alessandria fu chiamato Dinocrate di Messene che segnò un perimetro di ottanta stadi (14.420 Km)
[90] flave: gialle (color del miele)
[91] fior di farina: poiché non aveva gesso a sufficienza usò la farina.
[92] Alessandro discendente di Achille figlio di Peleo.
[93] flutto: la sabbia del deserto si muove come i flutti del mare
[94] Tifone, o Tifeo, mitico gigante che lottò contro Zeus; vinto, restò sepolto nella terra disteso tra l'Etna e il monte Epomeo (nell'isola d'Ischia)
[95] Osiride, del quale ogni anno si celebrava la morte e la resurrezione, era simbolo del progresso civile.
[96] A Milano, nel Duomo, per un appuntamento con Lidia (Carolina Piva, mantovana). L'ode fu composta nella seconda decade di marzo del 1876.
[97] steli marmorei: le colonne.
[98] un cognito passo: un passo conosciuto
[99] Anch'ei ... femina: anch'egli, l'Alighieri, passando il tempo nella penombra d'un tempio gotico per amore cercò l'immagine di Dio nel gemmeo volto di una donna.
[100] vergine: Beatrice.
[101] salian ... tendono: salivano colle tenere modulazioni, col sormontare della voce del solista verso toni alti fino all'esplosione (ululo) dell'intervento del canto del coro e di tutti i presenti.
[102] Apolline: Apollo, cioè il sole, penetrava nella chiesa attraverso le vetrate istoriate della chiesa (solito contrasto fra paganesimo e cristianesimo.
[103] tosca vergine trasfigurantesi: Beatrice che si trasfigurava in creatura angelica
[104] baratri: immaginava già il baratro dell'Inferno nella Divina Commedia.
[105] Cruciato màrtire: Gesù Cristo.
[106] Bacchilide: poeta lirico greco vissuta tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C.
[107] Composta nella prima decade di febbraio 1877.
[108] sol morituro: l'ora del tramonto
[109] tempio: la Chiesa di san Petronio che si trova nella Piazza Maggiore della città (non va confuso col Duomo, dedicato a san Pietro.
[110] braccio clipeato: protetto da scudo.
[111] con un sorriso languido di viola: Sulla parte alta del tempio il sole indugiare al tramonto
[112] Accenno alla vittoria della Fossalta del 1249 contro i modenesi, nella quale fu fatto prigioniero re Enzo, figlio di Federico II.
[113] Le due torri di piazza Ravegnana a Bologna, così vicine che paiono conversare tra loro. I ricordi dell'Asinella (torre degli Asinelli) sono grandiosi, quelli della Garisenda sono tristi. L'ode, pensata nel 1872, fu scritta in realtà nel giugno 1889
[114] impeti d’inni: inni di gioia della città che aveva recuperato la libertà.
[115] populeo Po: le rive del Po erano ricche di pioppi. (populus = pioppo)
[116] Irnerio: celebre giurista vissuto fra il 1065 3 il 1129.
[117] palvesato: che portava lo scudo, detto palvese o pavese, grosso scudo ligneo, rettangolare, che copriva quasi tutta la persona.
[118] ponte di Reno: sulla via Emilia poco a nord di Bologna.
[119] Re Enzo, re di Sardegna, figlio di Federico II.
[120] rossa croce Italia: è il simbolo segnato sullo stendardo di Bologna.
[121] sono le tristi vicende della lotta fra Lambertazzi ghibellini e Geremei guelfi: Bonifacio dei Geremei amava Imelda dei Lambertazzi (la vicenda è narrata nella novella X delle Porretane.) Una notte i fratelli d'Imelda sorpresero in casa loro Bonifazio e l'uccisero, ed Imelda si uccise succhiando il sangue avvelenato della ferita inferta all'amato. Arse la lotta fa le due famiglie e relative consorterie tra stragi e incendi per quaranta giorni fino a che i Lambertazzi furono cacciati dalla città.
[122] l’un a l’altro impalmati: tenendosi mano nella mano, in segno di accordo
[123] L'ode fu composta tra l'agosto e il settembre del 1879. A Bologna alla Certosa è allogato il cimitero. Carducci descrive le impressioni provate durante la visita al cimitero accompagnandovi la poetessa Adele Bergamini, chiamata Delia in poesia, una signora romana.
[124] Giunge come il bacio d’un dio: apportatore di una grande gioia.
[125] messidoro nel calendario repubblicano francese del 1791, è il mese che va dal 18 giugno al 17 luglio. Qui è sinonimo di estate.
[126] ribelli: riccioli scompigliati dal vento.
[127] lituo: è tanto un bastone, ricurvo a un'estremità, usato dai sacerdoti etruschi nei riti augurali, quanto una tromba diritta leggermente ricurva in basso; qui il poeta intende riferirsi sia a guerrieri che a sacerdoti.
[128] misteriosi clivi: quelli ove costruivano città e necropoli.
[129] celti rossastri: Galli dai capelli biondo-rossicci che nel quinto secolo respinsero gli Etruschi oltre l'appennino tosco-emiliano occupando buona parte della pianura padana fino a Felsina ribattezzata Boionia dai Galli Boi
[130] passano: hanno breve vita perché presto appassiscono.
[131] serti: corone mortuarie.
[132] Composta nel dicembre 1873 è la prima delle odi barbare, pensata nell'estate. In luglio Carducci si trova a Lodi con Lidia, colla quale fece anche una gita sull'Adda.
[133] tenero amore: Lidia, teneramente amorosa.
[134] cede l’aereo de gli archi slancio: Man mano che se ne allontana al poeta sembra che le arcate del ponte perdano slancio.
[135] dirute: diroccate.
[136] lo scontro fra il romuleo marte dei Romani di Romolo Augustolo e il barbaro ruggire dei ferri di Odoacre.
[137] Lario: il lago di Como.
[138] Eridano: Il Po.
[139] dubbio ponte: in dubbi era ancora la sua conquista da parte dei due eserciti avversari.
[140] il pallido còrso: Napoleone.
[141] recandosi...giovine: recando nella giovani mani il destino di due secoli (Settecento e Ottocento): reminiscenza manzoniana.
[142] nitrico fumo: il fumo e l'odore delle armi da fuoco.
[143] gli ultimi tuon de la folgore: gli ultimi spari dell'esercito francese di Napoleone (la folgore).
[144] concavi seni: la sinuosità del fiume.
[145] l'ispido sir di Soavia: federico Barbarossa, barbuto imperatore di Svevia.
[146] sole occiduo: sole che tramonta.
[147] occaso: occidente.
[148] Composta nel 1883 l'ode è dedicata a Gino Rocchi invitandolo a lasciare Bologna e a raggiungerlo sul Garda ove l'aria estiva era più gradevole.
[149] felsinei: bolognesi.
[150] lago: Lago di Garda.
[151] Manerba (di origine longobarda), come Munìga: località che si affacciano sul lago sulla sponda bresciana.
[152] rasene: etrusche.
[153] fole: racconti.
[154] anacreòntea: di Anacreonte, poeta di Tiro, vissuto nel VI secolo a.C.
[155] a la platonia verde ombra de’ platani: all'ombra di platani come quelli che ombreggiavano l'Accademia platonica in Atene.
[156] atavi: bisnonni, antenati lontani
[157] tennero: abitarono
[158] canora imagine: l'eco.
[159] Rievocazione incentrata su due poli: Catullo e la moderna Lalage, che non è altra che Lidia: composta per i primi 5 distici nel novembre 1876 in ricordo di una gita estiva sul lago, terminata nel 1881 anno nel cui febbraio Lidia era morta: pare che il poeta non abbia avuto la forza di riusare quel nome.
[160] Gu: monte ad ovest di Salò
[161] perfido: sleale e menzognero, in quanto Lesbia non gli era stata fedele con i suoi innamoramenti vari e sibitanei.
[162] Cintia è soprannome della dea Diana, di cui si diceva fosse nata nel'isola di Delo ai piedi del monte Cinto.
[163] lauro ... mirto: piante rispettivamente sacre ai poeti e a Venere.
[164] Bianore: figlio della poetessa Manto, fondatore di Mantova e ivi sepolto.
[165] Un grande severo: Si riferisce a Dante, che fu ospite degli Scaligeri a Verona e a Sirmione.
[166] Composta nel gennaio 1884. - Riorganizzazione poetica delle memorie storiche che il liogo suggerisce, dalla battaglia fra Eruli e Goti sulla linea dell'Adige alla morte di Vittorio Emanuele II. Tutto scorre e passa, solo l'Adige resta intatto e perenne.
[167] cesse: cedette.
[168] amàle: della famiglia degli Àmali, cui apparteneva Teodorico, contro il quale Odoacre tentò la difesa su tre linee fluviali: Isonzo, Adige e Adda, restandone sempre sconfitto.
[169] odinici: inni che celebrano Odino, il dio germanico del cielo tempestoso, affine allo Zeus greco e al Giove romano, ma più violento e selvaggio.
[170] funereo: per l'anniversario della morte di Vittorio Emanuele II, primo re dell'Italia riunificata, avvenuta il 9 gennaio 1878.
[171] composta tra il 23 e 24 giugno 1879.
[172] Questo: Napoleone Eugenio, figlio di Napoleone III e di Eugenia di Montijo.
[173] zagaglia: giavellotto barbarico, degli zulù del Sudafrica contro i quali combatteva Napoleone Eugenio che s'era unito a una spedizione inglese.
[174] L'altro: Francesco Napoleone, alla nascita nominato dal padre re di Roma.
[175] piegò come pallido giacinto: Dopo la caduta di Napoleone I, Metternich, temendo la possibilità di moti politici favorevoli ai napoleonidi, tenne Francesco Napoleone a Vienna, quasi in prigionia; ma ne favorì, come oggi diremmo, una dolce vita che stroncò il ragazzo (morì a ventun anni a Schönbrunn).
[176] fósco figlio d’Ortensia: Napoleone III, figlio di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone I e re d'Olanda e di Ortensia Beauharnais, figlia a sua volta di primo letto di Giuseppina, che sarà la prima moglie di Napoleone.
[177] Ivi Letizia: Letizia Ramolino, madre di Napoleone, l'unica della famiglia che mai si montò la testa per la sorte del suo secondogenito.
[178] Composta tra il 4 e il 5 novembre 1880 per il 13° anniversario dello scontro di Mentana, ove Garibaldi e i suoi, che avrebbero voluto muovere su Roma, furono rivacciati a Nord dal battaglioni francesi inviati da Napoleone III, armati di chassepots, fucili a retrocarica che permettevano un tiro molto più rapido.
[179] Il dittatore: Giuseppe Garibaldi, dittatore del regno delle due Sicilie per conto di Vittorio Emanuele II.
[180] peana: inno per la celebrazione di una vittoria
[181] Pietro e Cesare: Pio IX e Napoleone III.
[182] arcana: misteriosa.
[183] botoli: specie di cani, che guaiscono e non mordono, non assaltano.
[184] la nuova Roma, capitale effettiva d'Italia, t'invoca come un novello Romolo.
[185] numi indigeti su la patria: divinità che proteggono la patria.
[186] Scritta nel luglio 1889, dopo una visita a Quarto, località a sud di Genova ove dalla spiaggia si protende il piccolo quarto promontorio dopo il lido di San Francesco d'Albaro e dove attualmente si trova un locale che si chiama “il Monumento” che si trova nell'esatto punto da dove partì l'avventura dei Mille la sera del 5 maggio 1860.
[187] nido pacifico: Villa Spinola, ov'era il quartier generale e dove si radunarono i volontari.
[188] puncio: il mantello di tipo sudamericano che Garibaldi soleva portare.
[189] vindici: coloro che lottano per il riscatto ormai scritto nel destino.
[190] gissero: cone pirati che andavano silenziosamente, senza farsi troppo notare, verso la preda.
[191] casa: la casa di Genova da cui era partito Carlo Pisacane cher andare incontro al suo tragico destino lottando per l'unità italiana.
[192] Missolungi, località della Grecia ove morì Byron combattendo per la libertà greca, che aveva scritto un poemetto sull'Italia, intitolato: Il pellegrinaggio del giovane Aroldo.
[193] Pallante: giovane figlio del re Evandro, caduto combattendo per Enea contro Turno.
[194] composta nel luglio 1878. Rievocazione delle terre che l'Italia bramava venissero a far parte della nazione unita: Venezia Giulia e Trentino.
[195] Molosso: pseudonimo del giornalista Paolo Fambri che aveva scritto molto male sulle Odi barbare al loro apparire.
[196] Bezzecca: si trova nella val di Ledro in Trentino e fu teatro della battaglia tra le truppe garibaldine e gli austriaci il 21 luglio 1866, in cui combattè il trentino Narciso Bronzetti che comandava il primo reggimento dei Cacciatori delle Alpi e vi morì per le ferite riportate.
[197] Giustinopoli: sui suoi resti fu costruita Capodistria da Giustiniano.
[198] Scritta nell'agosto del 1888 e terminata nel gennaio 1889.
[199] E tu: il poeta si rivolge a una bottiglia di Sassella, che gli era stata offerta da amici nel giorno del suo compleanno, ed è un pregiato vino della Valtellina, come l'Inferno e il Grumello.
[200] Molti del “popolo latino” si arruolò per combattere come volontari il popolo tedesco in quel 1848 così pieno di fervore per l'Italia che rinasceva
[201] Istro: il Danubio, il fiume di Vienna, residenza dell'imperatore austro-ungarico in questa disperata guerra di indipendenza italiana.
[202] Mi tengo di aver rinnovato un bell’aggettivo dantesco dal verso 91 del XXV Purgatorio, se non che io invece di piorno vorrei poter leggere e senza esitazione scrivo piovorno che è la forma integra, come leggono il codice Poggiali e uno dell’Archiginnasio di Bologna, e come parmi d’aver sentito dire alcuna volta in contado non so piú se di Toscana o di Romagna. Aer piovorno vale, nell’interpretazione del Buti, pieno di nuvoli acquosi: altro, in somma, da piovoso.
[203] Per i luoghi dell’ Istria ricordati in questo verso e per la punta di Salvore [v. 45], son certo di far cosa grata ai lettori italiani rimandandoli a un libro molto buono, con rappresentazioni fotografiche ammirevoli, di Giuseppe Caprin, stampato in Trieste nel 1889, Marine istriane: libro che mi fa spesso tornare il pensiero, con desiderio sempre piú acceso, a quella bellissima e nobilissima regione, tutta romana e veneta, della gran patria italiana.
[204] Nabresina: località dell'altipiano carsico.
[205] la fatal Novara: Alcuni ricordi del castello di Miramar in questi versi han forse bisogno di schiarimento. Nella stanza di studio di Massimiliano, costruita in guisa che rassomigliasse la cabina della contrammiraglia Novara che lo trasportò al Messico, sono i ritratti di Dante e di Goethe presso il luogo ove l’arciduca sedeva a studiare; sta tutt’ ora aperta su’ l tavolino un’antica edizione, che parmi di ricordare assai rara e stampata ne’ Paesi bassi, di romanze castigliane. Nella sala maggiore sono incise piú sentenze latine: memorevoli, per il luogo e per l’uomo, queste: Si fortuna iuvat caveto tolli – Saepe sub dulci melle venena latent – Non ad astra mollis e terris via – Vivitur ingenio, caetera mortis erunt.
[206] Huitzilopotli: Dio Azteco della guerra e del sole. Come Atena nacque armato di tutto punto. A questo dio venivano fatti sacrifici umani con l'intento di nutrire il Sole, del quale era il custode eletto dagli dèi.
[207] Guatimozino, re infigeno del Messico, sopportò con coraggio la ferocia con la quale gli spagnoli cercavano di costringerlo a rivelare il nascondiglio dei suoi tesori, senza riuscirvi.
[208] Ode scritta tra il 16 e il 17 novembre 1878, in occasione della visita della Regina Margherita e di Umberto I.
[209] case merlate: castelli e residenze fortificate.
[210] serto: il diadema di brillanti che orna il capo della regina.
[211] Ode composta tra l'agosto e l'ottobre 1889. L'emozione suscitata dal paesaggio fu sempre preminente nella poetica e nella poesia del Carducci. Nelle odi maggiori la rievocazione storica quasi sempre è richiamata da una contemplazione paesistica: qui invece la contemplazione del paesaggio è sufficiente a creare la lirica che affonda le sue immagini nel sentimento.
[212] la vergine Dora: La Dora Baltea, il fiume che nasce dal massiccio che domina l'inizio della val d'Aosta toccando come primo paese proprio Courmayeur
[213] Ode, composta nell'agosto 1889. Nel maggio di quell'anno per desiderio della Regina Margherita, da uno studioso di allora, il Chilesotti, furono tenute delle conferenze sulla musica italiana del quattrocento e del cinquecento, accompagnate, tra l'altro, dall'esecuzione di brani musicali per liuto, (strumento a corde dell'età trobadorica ed oltre, una specie di grosso mandolino). Tra gli invitati presenti alla conferenza dell'8 maggio, vi fu il Carducci, al quale la Regina chiese di comporre una poesia sul liuto, simbolo della poesia romanza, e delle forme liriche (canzone, serventese e pastorella).
[214] Quest’ode, composta in Courmayeur, fu pensata in Roma, nell’occasione che il prof. Chilesotti l’8 maggio del 1889 nella sala Palestrina parlò della musica dei secoli XV e XVI, presente la Regina Margherita. Ivi, tra gli altri strumenti musicali, erano due liuti della Regina: la quale ebbe allora la gentile curiosità di conoscere l’arte del liuto e l’uso d’esso nella poesia italiana e provenzale.
[215] L'ode fu composta nell'aprile del 1889 ed esprime un momento fantastico sgorgato dalla lettura di un frammento di Alcmane, poeta lirico greco vissuto verso il VII sec. a.C. Il cèrilo è il maschio dell'alcione, l'uccello marino che nidifica tra scogliere e spiagge. Si diceva che quando, vecchio, fosse divenuto incapace al volo, le femmine lo portassero in giro sul mare, reggendolo sulle loro ali.
[216] ferrea punta: il pennino.
[217] variopinta strilla: accenna alla «danza delle ore» nella Gioconda melodramma con musica di Ponchielli e versi di Arrigo Boito
[218] Alcmane: scrisse soprattutto partenî, canti per cori di vergini.
[219] Il frammento d’Alcmane, a cui fu inspirata la invocazione contenuta in questi versi, è benissimo illustrato dal prof. L. A. Michelangeli nella dotta raccolta ch’egli ha pubblicato (Bologna, Zanichelli, 1889) dei Frammenti della melica greca.
[220] Composta per Lidia, verso la metà d'aprile 1873. La donna parla, e all'onda di quella voce carezzevole, il poeta non segue più il senso; si vede in un paesaggio irreale, in una visione tutta ellenica.
[221] Alceo: poeta greco, nativo dell'isola di Lesbo, vissuto fra il VII e il VI sec. a.C.
[222] Ruit hora: Cioè «l'ora precipita», «il tempo passa».
[223] Lieo: Il nome del dio indica il vino: Dioniso, detto grecamente Lieo perché discioglie, dissipa le preoccupazioni.
[224] sbendasi: Amore è spesso rappresentato con una benda sugli occhi: qui è senza benda perché conscio dell'amore che vuole ispirare.
[225] Poesia d'amore delle più belle del Carducci. In una giornata fredda e nebbiosa d'autunno il poeta accompagna Lidia alla stazione perché lei parte per Milano. Fusione tra stato d'animo del poeta, paesaggio e clima del momento. L'ode è stata scritta nel dic. 1876.
[226] i Fanali (a gas illuminante) sono accidiosi per la poca luce che emanano.
[227] incappucciati di nero i vigili: i controllori e il personale addetto al treno nel loro tipico abbigliamento
[228] appello: l'ultimo avviso che il capotreno soleva rivolgere: “In carrozza!!!”
[229] fiammei occhi: i fanali della locomotiva.
[230] Ispirata dal dolore provato per la morte di due bambini, figli del collega di latino dell'Università morti di difterite. - Scritta nel giugno del 1877.
[231] diva severa: la morte, che mai si piega, nemmeno alle preghiere e ai sacrifizi che gli uomini le fanno, che quando si avvicina fa già sentire la sua presenza come un rombo che giunge da lontano ed è il rombo della ineluttabilità del destino che diffonde intorno un lugubre silenzio.
[232] d'imeneo: del matrimonio. Imene è il dio dei matrimoni.
[233] Composta nel luglio 1880.
[234] Castiglioncello: Si tratta del paese vecchio sito a 400 m. s.l.m. non della stazione balneare.
[235] strepíano: strepitavano col loro forte e continuo squittire.
[236] vespro maligno: la febbre malarica talvolta non è continua, ma ricompare manifestandosi per lo più al venir della sera.
[237] ebro ciclope: i ciclopi erano mostri giganteschi con un solo occhio in mezzo alla fronte; il disco rosso del sole cadente è assomigliato all'occhio del ciclope, ebro per il vino bevuto.
[238] Composta nel 1879. Il Carducci da Roma in treno s'era recato a Civitavecchia per un appuntamento con Lidia, ma l'incontro non fu possibile perché Lidia temette improvvisi sospetti del marito. Il Carducci seguitò in carrozza per riprendere il treno alla stazione di Chiarone e fermarsi quindi a Castagneto, ove era atteso. Parte del tragitto in carrozza fu lungo il Chiarone, fiumicello scarso d'acque. In quel mentre il Carducci leggeva un dramma di Cristoforo Marlowe, poeta drammatico inglese del periodo elisabettiano (nato nel 1564, morto in una rissa nel 1593). Paesaggio e lettura danno lo spunto per questa elegia, che si risolve in un confronto tra la solarità della poesia greca antica e la truculenta fantasia della tragedia inglese. In realtà il cupo della rappresentazione trovò la sua origine in un moto di gelosia del poeta, che credette Lidia gi fosse infedele.
[239] Pier de la Vigna: Cancelliere di Federico II sospettato di tradimento fu abbacinato e rinchiuso nella rocca di S. Michele al Tedesco ove si uccise
[240] Del reo verso bieco: che narra truci vicende con dure espressioni.
[241] traer guai: emettere lamenti
[242] tre ... sorelle: le streghe che vaticinarono a Macbeth, protagonista dell'omonima tragedia di Shakespeare, la sorte che l'attende.
[243] canzoni vampire: canti che volete sangue, come molti drammi del teatro elisabettiano.
[244] Giungendo vicino alla stazione di Chiarone, si vede in lontananza il monte Argentaro
[245] i miei colli: i colli di Castagneto, dove Carducci visse da bambino.
[246] Composta ai primi di dicembre del 1880 dopo essere stato ospite a Livorno dell'amico Giuseppe Chiarini.
[247] Bromio: Uno dei nomi di Dioniso, o Bacco, dio dei vini
[248] libo: faccio un brindisi.
[249] In lode di Adele Bergamini (v. Fuori della Certosa di Bologna) poetessa romana che era alta e bella e formosa.
[250] Lidia, dopo sofferenze atroci, era morta; a chi, forse, offre nuovo amore, il poeta risponde d'essere cauta. Destare amore significherebbe riportarlo a nuove battaglie. Nell'espressione, qualcosa di figurine di album; ma anche molto sapore di poesia ellenistica, attraverso il tramite oraziano. Qualcuno ha creduto di vedere in Lalage la signora Dafne Gargiolli, nella cui vitta, sul colle di San Leonardo, presso Verona, il Carducci talvolta fu ospite. L'odicina è stata scritta nell'aprile del 1881.
[251] fiedere: ferire, lacerare l'aria con le grida.
[252] rompendo: turbando.
[253] È tra le liriche migliori del Carducci, ed il poeta la tenne a lungo per sè solo, perché, composta nel luglio del 1882, non fu edita che nel 1889. Basta talvolta un'immagine che ci sorga innanzi egli dice, perché la tristezza si dissipi e la gioia sormonti.
[254] Secondo alcuni la Musa o la Poesia; secondo altri la sig.ra Dafne Gargiolli, in casa della quale la poesia sarebbe stata scritta; secondo altri Lidia. Alla prima può far pensare la seconda strofa («il gelo inerte fendesi»: quindi un nuovo amore; alla seconda, la terza e la quarta strofa («gli affetti memori»; «echi d'amor superstiti») Però tutto si presenta sotto il segno dell'indistinto, quasi il poeta abbia pudore e timore di rivelare l'oggetto del suo sentimento.
[255] Un epigramma di tipo ellenistico, preciso e compiuto. In Egle pare vada individuata la signora Dafne Gargiolli. Il poeta si trova con la dona amata per una passeggiata sull'Appia antica.
[256] L'Appia antica, quella che portava da Roma a Brindisi. I Romani costruivano le tombe oltre il pomerio, lungo le strade. Sull'Appia se ne trovano ancora in gran numero e la maggior parte sono in rovina.
[257] Altra ode per Dafne Gargiolli. Composta nel settembre 1889.
[258] La poesia precedente si richiama all'inizio primo della primavera; questa al momento che la primavera già si è presentata. Anche questo componimento è per Dafne Gargiolli. Fu scritto nel marzo 1884.
[259] Un cantico tutto natura. La terra ha come un languore di donna incinta, che, nell'attesa della maternità, è stesa sul talamo ove è stata fecondata. Probabilmente composta nel marzo del 1885.
[260] mamme tumide: mammelle gonfie.
[261] Scritta nel giugno del 1881 nella villa dei Gargiolli e dedicata alla signora Dafne. Con questa odicina il poeta risponde ai versi composti da Dafne, di tenore funereo e col motto iniziale, che sembra quasi un'etichetta: quia pulvis es.
[262] verdi colli: Quelli nei dintorni di Verona
[263] Delia: nome da poesia classica con cui Carducci chiamava Dafne Gargiolli.
[264] Ebe, dea della giovinezza, per richiamare la stessa giovinezza di Dafne per la quale la morte è ancora una favola lontana, quasi una credenza mitica e il suo sorriso è come un raggio che ha il dono di dissipare le pigre nebbie dell'autunno.
[265] Bella e triste poesia che presto si incanala in una meditazione sulla necessaria fine di tutte le cose. La prima ispirazione viene da una passeggiata che il poeta fa con la poetessa Adele Bergamini a Monte Mario, colle a nord di Roma dal quale quale, allora, era possibile scorgere la città adagiata sulla pianura. Oggi il panorama è inevitabilmente diverso.
[266] Il Tebro è ovviamente il Tevere.
[267] alloro: simboleggia la poesia: il poeta invita Lalage-Dafne a lasciare l'alloro (la poesia) nel bosco pieno degli odori della poesia, evitando che messo sui suoi bruni capelli splenda in tono minore offuscato dalla sua bellezza.
[268] Diman morremo: il pensiero della morte e dell'avvicendarsi degli uomini sulla terra si affaccia e diventa predominante. Tutto tende a finire, anche la terra, che sembra immortale, e quamdo il sole si raffredderà non resterà che un solo uomo e una sola donna.
[269] Lirica descrizione d'un'opera scultorea di Adriano Cecioni; in realtà Carducci la compose per aiutare l'amico perché venisse apprezzato. È stata composta nell'aprile 1880.
[270] Il gruppo del Cecioni rappresenta una giovane contadina, solida e robusta, nel momento che, allattato un suo bimbo, reggendolo per le ascelle lo solleva in alto. L'ode si chiude con un sogno: l'arte che illumina non ozi e guerre di tiranni ma la giustizia del pio lavoro.
[271] palleggia: alza in alto il bimbo saziato dai nudi seni e tremante d'inquietudine mentre la mamma ciancia con lui e ride tutta d'amore.
[272] ecco due interrogstivi che presentano i due grandi e fondamentali valori del'umanità: l'amore e il lavoro.
[273] Poesia scritta nel dicembre 1891 per una strenna di beneficenza a favore dell'istituto per i ciechi venuto su a Bologna per volontà ed azione del conte Francesco Cavazza.
[274] Milton: Uno dei maggiori poeti inglesi, autore di un poema epico, Il Paradiso perduto scritto dopo ch'era divenuto cieco.
[275] Un sogno. Mentre legge l'Iliade il poeta si addormenta. Il sogno gli dà la visione di quando bambino nella Maremma passeggiava accanto alla madre; data di composizione: luglio 1880.
[276] Scamandro: Il fiume sacro di Troia
[277] il fratello: Dante, sepolto nel cimitero di Santa Maria al Monte, piccolo paese del Valdarno inferiore ove era morto suicida il 4 novembre 1857.
[278] Lauretta, e Bice nominata più avanti; sono le prime figlie del poeta.
[279] Per la figlia Bice che andava sposa, settembre 1880, e avrebbe lasciato Bologna per andare a vivere in Toscana
[280] Per il medesimo evento - Settembre 1880
[281] Lo Shelley poeta lirico inglese nato nel 1792, morì in mare l'8 luglio 1822. Mosso da La Spezia con uno yacht a vela per recarsi a Livorno, naufragò per un improvviso fortunale. Dopo dieci giorni le onde ne rigettarono il cadavere sulla spiaggia di Viareggio. Gli amici George Byron e Leigh Hunt bruciarono il corpo e seppellirono le ceneri nel cimitero protestante di Roma. Sulla tomba un'iscrizione semplice: cor cordium. Il Carducci trasse l'ispirazione dell'ode, scritta nel dicembre 1884 da una visita a quel cimitero accompagnato dalla signora Adele Bergamini.
[282] tepe: si intiepidisce, diventa tiepida: dà un po' di calore.
[283] umido: di pianto.
[284] Odicina composta nell'aprile 1880 per Guido Piva, figlio di Carolina Piva, celebrata nelle sue odi come Lidia, morto quindicenne
[285] Persefone: Figlia di di Demetra e di Zeus, era stata rapita e sposata dallo zio Ade (il Plutone dei Romani) signore degli Inferi. Zeus, dietro le rimostranze di Demetra, stabilì che Persefone per sei mesi ogni anno stesse con la madre sulla terra e per gli altri sei mesi col marito nel sottoterra. Il ritorno di Persefone sul mondo corrispondeva alla venuta della primavera.
[286] a te non reduce: a te che non tornerai mai.
[287] accennandone: facendo un cenno di saluto.
[288] Scritta nel gennaio 1881. Vi ritorna come in altre, insistente il pensiero della morte.
[289] cinerëo: così è il colore del cielo quando nevica
[290] la torre di piazza: quella di Palazzo D'Accursio sede del Comune
[291] lungi dal dí: senza tempo
[292] Classicamente la raccolta delle odi barbare è chiusa da un Congedo. Il poeta espone quanto desideri a premio dell'opera sua. Data di composizione o di revisione ultima: agosto 1889.
[293] a’ lor giullari: ai menestrelli di corte.
[294] suono di mani: applausi
[295] da le memorie: dagli eventi del passato, sia come ricordi personali, che come ricordi storici.
[296] il riso / de la bellezza: l'amor delle donne belle.
[297] Ilisso: fiumicello che scorre presso Atene.
[298] Klopstock: il poeta tedesco autore della Messiade e di molte liriche. Poesia tradotta nel luglio 1881.
[299] Tradotta a fine luglio 1881.
[300] da August von Platen, poeta tedesco d'ispirazione classicistica della prima metà dell'Ottocento, avversario dei romantici Goethe e Heine. Traduzione e composizione del maggio 1875.
[301] La breve odicina accomuna e al tempo stesso distingue il destino di Ero e Saffo. Saffo, secondo una tradizione tarda, amando Faone senza speranza, si buttò giù dalla rupe di Leucade. Chi nel balzo non moriva otteneva di essere ricambiata in ogni amore; ma Saffo vi morì. Ero, sacerdotessa di Afrodite nel tempio di Sesto sulla riva europea dell'Ellesponto (oggi Dardanelli) ogni notte era visitata dall'amante Leandro, che veniva da Abido sulla costa asiatica, varcando a nuoto lo stretto. Una notte di tempesta Leandro morì; ed Ero si uccise gettandosi in mare. Data di composizione: novembre 1882.
[302] traduzione lavorata nel giugno 1881. Il poeta vorrebbe significare in che la poesia lirica si differenzia dall'epica e dalla drammatica.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011 |