Giosuè Carducci

ODI BARBARE

edizione Zanichelli 1880

Edizione  elettronica di riferimento:

Odi barbare di Giosue Carducci (Enotrio Romano), terza edizione con ritratto dell’autore, Bologna, Zanichelli, MDCCCLXXX.

PRELUDIO

Odio l’usata poesia: concede

comoda al vulgo i flosci fianchi e senza

palpiti sotto i consueti amplessi

stendesi e dorme.

A me la strofe vigile, balzante

co ’l plauso e ’l piede ritmico ne’ cori:

per l’ala a volo io còlgola, si volge

 ella e repugna.

Tal fra le strette d’amator silvano

torcesi un’evia su ’l nevoso Edone:

piú belli i vezzi del fiorente petto

saltan compressi,

e baci e strilli su l’accesa bocca

mesconsi: ride la marmorea fronte

al sole, effuse in lunga onda le chiome

fremono a’ venti.

Ideale

Poi che un sereno vapor d’ambrosia

da la tua coppa diffuso avvolsemi,

o Ebe con passo di dea

 trasvolata sorridendo via;

non piú del tempo l’ombra o de l’algide

cure su ’l capo mi sento; sentomi,

o Ebe, l’ellenica vita

 tranquilla ne le vene fluire.

E i ruinati giú pe ’l declivio

de l’età mesta giorni risursero,

o Ebe, nel tuo dolce lume

agognanti di rinnovellare;

e i novelli anni da la caligine

volenterosi la fronte adergono,

o Ebe, al tuo raggio che sale

tremolando e roseo li saluta.

A gli uni e gli altri tu ridi, nitida

stella, da l’alto. Tale ne i gotici

delúbri, tra candide e nere

cuspidi rapide salïenti

con doppia al cielo fila marmorea,

sta su l’estremo pinnacol placida

la dolce fanciulla di Jesse

tutta avvolta di faville d’oro.

Le ville e il verde piano d’argentei

fiumi rigato contempla aerea,

le messi ondeggianti ne’ campi,

le raggianti sopra l’alpe nevi:

a lei d’intorno le nubi volano;

fuor de le nubi ride ella fulgida

a l’albe di maggio fiorenti,

a gli occasi di novembre mesti.

Fantasia

Tu parli; e, de la voce a la molle aura

lenta cedendo, si abbandona l’anima

del tuo parlar su l’onde carezzevoli,

e a strane plaghe naviga.

Naviga in un tepor di sole occiduo

ridente a le cerulee solitudini:

fra cielo e mar candidi augelli volano,

isole verdi passano,

e i templi su le cime ardui lampeggiano

di candor pario ne l’ occaso roseo,

ed i cipressi de la riva fremono,

e i mirti densi odorano.

Erra lungi l’odor su le salse aure

e si mesce al cantar lento de’ nauti,

mentre una nave in vista al porto ammaina

le rosse vele placida.

Veggo fanciulle scender da l’acropoli

in ordin lungo; ed han bei pepli candidi,

serti hanno al capo, in man rami di lauro,

tendon le braccia e rantano.

Piantata l’asta in su l’ arena patria,

a terra salta un uom ne l’armi splendido:

è forse Alceo da le battaglie reduce,

a le vergini lesbie?

In una chiesa gotica

Porgono e in agili file dilungano

gl’immani ed ardui steli mormorei,

e ne la tenebra sacra somigliano

di giganti un esercito

che guerra mediti con l’invisibile:

le arcate salgono chete, si slanciano

quindi a vol rapide, poi si riabbracciano

prone per l’alto e pendule:

ne la discordia così de gli uomini

di fra i barbarici tumulti salgono

a Dio gli aneliti di solinghe anime

che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei,

arcate aeree: tremo, ma vigile

al suon d’un cognito passo che piccolo

i solenni echi suscita.

E Lidia, e volgesi: lente nel volgersi

le chiome lucide mi si disegnano,

e amore e il pallido viso fuggevoli

fra il nero velo arridono.

Anch’ei fra ’l dubbio giorno d’ un gotico

tempio avvolgendosi, l’Alighier, trepido

cercò l’imagine di Dio nel gemmeo

pallore d’una femmina.

Sott’esso il candido vel, de la vergine

la fronte limpida fulgea ne l’ estasi,

mentre fra nuvoli d’incenso fervide

le litanie saliano;

salian co’ murmuri molli, co’ fremiti

lieti saliano d’un vol di tortori,

e poi con l’ululo di turbe misere

ch’al ciel le braccia tendono.

Mandava l’organo pe’ cupi spazii

sospiri e strepiti: da l’arche candide

parea che l’anime de’ consanguinei

sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole

tra le pie storie pe vetri roseo

guardava Apolline: su l’altar massimo

impallidiano i cerei.

E Dante ascendere fra inni d’ angeli

la tósca vergine trasfigurantesi

vedea, sentiasi sotto i pie ruggere

rossi d’inferno i baratri.

Non io le angeliche glorie nè i demoni,

io veggo un fievole baglior che trepida

per l’umid’aere: freddo crepuscolo

fascia di tedio l’anima.

Addio, semitico nume! Continua

ne’ tuoi misterii la morte domina.

O inaccessibile re de gli spiriti,

tuoi templi il sole escludono.

Cruciato màrtire tu cruci gli uomini,

tu di tristizia l’aer contamini:

ma i cieli splendono, ma i campi ridono,

ma d’amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,

vorrei fra un candido coro di vergini

danzando cingere l’ara d’Apolline

alta nei rosei vesperi

raggiante in pario marmo fra i lauri

versare anemoni da le man, gioia

da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico

un inno di Bicchilide.

Nella piazza di San Petronio
In una sera d’inverno

Sorge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,

e il colle sopra bianco di neve ride.

È l’ora soave che il sol morituro saluta

le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,

e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamantino brilla

e l’aër come velo d’argento giace

su ’l foro, lieve sfamando a torno le moli

che il braccio armato cupo levò degli avi.

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando

con un sorriso languido di vïola,

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone

par che risvegli l’anima dei secoli,

e un desio mesto pe ’l rigido aere sveglia

di rosei maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza

e co’  re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica.

Su l’Adda

Corri, tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume, e il tenero amore,

al sole occiduo naviga.

Ecco, ed il memore ponte dilungasi:

cede l’aereo de gli archi slancio,

e al liquido s’agguaglia

pian che allargasi e mormora.

Le mure dirute di Lodi fuggono

arrampicandosi nere al declivio

verde e al docile colle.

Addio, storia de gli uomini.

Quando il romuleo marte ed il barbaro

ruggir ne’ ferrei cozzi, e qui vindice

la rabbia di Milano

arse in itali incendii,

tu ancor dal Lario verso l’ Eridano

scendevi, o Addua, con desio placido

con murmuresolenne

giù pe’ taciti pascoli.

Quando su ’l dubbio ponte fra i folgori

passava il pallido còrso, recandosi

di due secoli il fato

ne l’esile man giovine,

tu il molto celtico sangue ed il teutono

lavavi, o Addua, via: su le tremule

acque il nitrico fumo

putrido disperdeasi.

Moriano gli ultimi tuon de la folgore

franca ne i concavi seni: volgeasi

da i limpidi lavacri

il bue candido, attonito.

Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila

ov’ è de l’ispido sir di Soavia

e del pallido còrso?

Tu corri, o Addua cerulo.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume, e il tenero amore,

al sole occiduo naviga.

Sotto l’olimpico riso de l’aere

la terra palpita: ogni onda accendesi

e trepida risalta

di fulgidi amor turgida.

Molle de’ giovini prati l’effluvio

va sopra l’umido pian: l’ acque a’ margini

di gemiti e sorrisi

un suon morbido frangono.

E il legno scivola lieve: tra le uberi

sponde lo splendido fiume devolvesi:

trascorrono de’ campi

i grandi alberi, e accennano.

E giù da gli alberi, su da le floride

siepi, per l’auree strisce e le rosee,

s’inseguono gli augelli

e amore ilari mescono.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,

corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido

fiume naviga, e amore

d’ambrosia irriga l’aure.

Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo

tu co l’Eridano scendi a confonderti:

precipita a l’occaso

il sole infaticabile.

O sole, o Addua corrente, l’anima

per un elisio dietro voi naviga:

ove ella e il mutuo amore,

o Lidia, perderannosi ?

Non so; ma perdermi lungi da gli uomini

amo or di Lidia nel guardo languido,

ove nuotano ignoti

desiderii e misterii.

Alla stazione
in una mattina d’autunno

Oh’ quei fanali come s’ inseguono

accidïosi là dietro gli alberi,

fra i rami stillanti di pioggia

sbadigliando la luce su’l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia

la vaporiera da presso. Plumbeo

il cielo, e il mattino d’autunno

come un grande fantasma n’è intofno.

Dove e a che move questa che affrettasi

a i carri oscuri ravvolta e tacita

gente? a che ignoti dolori

o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera

al secco taglio dai de la guardia,

e al tempo incalzante i begli anni

dai, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono

incappucciati di nero i vigili,

com’ombre; una fioca lanterna

hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre

rintocco lungo: di fondo a l’anima

un’eco di tedio risponde

doloroso, che spasimo pare.

E gli sportelli sbattuti al chiudere

paiono oltraggi: scherno par l’ultimo

appello che rapido suona:

grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro conscio di sua metallica

 anima sbuffa, crolla, ansa, i fiammei

occhi sbarra; immane pe ’l buio

gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va tempio mostro: con traino orribile

sbattendo l’ale gli amor miei portasi.

Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo

salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,

o stellanti occhi di pace, o candida

tra’ floridi ricci inchinata

pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,

fremea l’estate quando mi arrisero;

e lì giovine sole di giugno

si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei

la molle guancia: come un’aureola

più belli del sole i miei sogni

ricingean la persona gentile.

sotto la pioggia, fra la caligine

torno ora, e ad esse vorrei confondermi;

barcollo com’ebro, e mi tocco,

non anch’io fossi dunque un fantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,

continua, muta, greve, su l’anima!

Io credo che solo, che eterno,

che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi il senso smarrì de l’essere,

meglio quest’ombra, questa caligine;

io voglio io voglio adagiarmi

in un tedio che duri infinito.

Ruit hora

O desiata verde solitudine

lungi al rumor de gli uomini!

qui due con noi divini amici vengono,

vino ed amore, o Lidia.

Deh, come ride nel cristallo nitido

Lieo, l’eterno giovine!

come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

trionfa amore e sbendasi!

Il sol traguarda basso ne la pergola,

e si rifrange roseo

nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremola

fra le tue chiome, o Lidia.

Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,

langue una rosa pallida;

e una dolce a me in cuor tristezza subita

tempra d’ amor gl’incendii.

Dimmi: perchè sotto il fiammante vespero

misterïosi gemiti

manda il mare là giù? quai canti, o Lidia,

fra lor quei pini cantano?

Vedi con che desio quei colli tendono

le braccia al sole occiduo:

cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano

il bacio ultimo, o Lidia.

Io chiedo i baci tuoi, se l’ ombra avvolgemi,

Lieo, dator di gioia:

io chiedo gli occhi, fulgida Lidia,

se Iperïon precipita.

E precipita l’ora. O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici:

o care braccia, apritevi.

Mors
(nell’epidemia difteritica)

Quando a le nostre case la diva severa discende,

da lungi il rombo de la volante s’ode,

e l’ombra de l’ala che gelida gelida avanza

diffonde intorno lugubre silenzio.

Sotto la venïente ripiegano gli uomini il capo,

ma i sen feminei rompono in aneliti.

Tale de gli alti boschi, se luglio il turbine addensa,

non corre un fremito per le virenti cime:

immobili quasi per brivido gli alberi stanno,

e solo il rivo roco s’ode gemere.

Entra ella, e passa, e tocca; e senza pur volgersi atterra

gli arbusti lieti di lor rame giovani;

miete le bionde spiche, strappa anche i grappoli verdi,

coglie le spose pie, le verginelle vaghe

ed i fanciulli: rosei fra l’ala nera ei le braccia

al sole a i giuochi tendono e sorridono.

Ahi tristi case dove tu innanzi a’ volti de’ padri,

oscura diva, spegni le vite nuove!

Ivi non più le stanze sonanti di risi e di festa,

o di bisbigli, come nidi d’augelli a maggio:

ivi non più il rumore de gli anni lieti crescenti,

non de gli amor le cure, non d’Imeneo le danze;

invecchian ivi ne l’ombra i superstiti, al rombo

del tuo ritorno teso l’orecchio, o dea.

La torre di Nerone
da August  V. Platen Oden

N arra la fama, e ancor n’ha orrore il popolo:

Nerone, indétto a la città l’incendio,

salí su quella torre a lo spettacolo

del rogo, allegro ed avido.

Correano al cenno suo gl’ incendiarii,

baccanti in festa, e roteavan picei

serti di fiamma. Dritto su’ merli aurei

Neron tocca la cetera.

– Gloria – egli cantaal fuoco: a l’oro ei simile

ei degno del Titan che al cielo tolselo:

l’augel di Giove il porta ed il primo alito

Egli accolse di Bromio.

Vieni, splendido nume, al crine i pampini,

molle danza su ’l mondo anzi che in polvere

torni: di Roma qui raccogli il cenere.

nel tuo vino mescilo.

Alle fonti del Clitumno

Hinc albi, Clitumne, greges et maxima taurus

victima, saepe tuo perfusi flumine sacro,

romanos ad templa deûm duxere triumphos.

Virgil. g. II 146.

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia

frassini al vento mormoranti e lunge

per l’ aure odora fresco di silvestri

salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno

a te le greggi: a te l’umbro fanciullo

la riluttante pecora ne l’onda

immerge, mentre

ver’ lui dal seno de la madre adusta,

che scalza siede al casolare e canta,

una poppante volgesi e dal viso

tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli

ravvolto l’anche come i fauni antichi,

regge il dipinto plaustro e la forza

de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi dal quadrato petto,

erti su ’l capo le lunate corna,

dolci ne gli occhi, nivei, che il mite

Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi

su l’apennino: grande, austera, verde

da le montagne digradanti in cerchio

l’Umbria guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte

nume Clitumno! Sento in cuor l’antica

patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio

su’ rivi sacri? ti rapisca il vento,

de l’Apennino, o molle pianta, amore

d’ umili tèmpi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema

co ’l palpitante maggio ilice nera,

a cui d’allegra giovinezza il tronco

l’edera veste;

qui folti a torno l’emergente nume

stieno, giganti vigili, i cipressi;

e tu fra l’ombre, tu fatali canta

carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi, dinne

come il grave umbro ne’ duelli atroce

cesse a l’astato velite e la forte

Etruria crebbe:

di come sovra le congiunte ville

dal superato Cimino a gran passi

calò Gradivo poi, piantando i segni

fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune

italo nume, i vincitori a i vinti,

e, quando tonò il punico furore

dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salí grido, e la torta

lo ripercosse buccina da i monti:

– O tu che pasci i buoi presso Mevania

caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda

del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti

sovra Spoleto verdi o ne la marzia

Todi fai nozze,

lascia il bue grasso fra le canne, lascia

il torel fulvo a mezzo solco, lascia

ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia

la sposa a l’ara;

e corri, corri, corri! con la scure

corri e co’ dardi, con la clava e l’asta

corri! minaccia gl’itali penati

Annibal diro – .

Deh come rise d’alma luce il sole

per questa chiostra di bei monti, quando

urlanti vide e ruinanti in fuga

l’alta Spoleto

i Mauri immani e i numidi cavalli

con mischia oscena, e, sovra loro, nembi

di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti

de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo

la tenue miro salïente vena:

trema, e d’un lieve pullular lo specchio

segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta

breve, e rameggia immobile: il diaspro

par che si mischi in flessuosi amori

con l’ametista,

e di zaffiro i fior paiono, ed hanno

de l’adamante rigido i riflessi,

e splendon freddi e chiamano a i silenzi

del verde fondo.

A pie de i monti e de le querce a l’ombra

co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.

Visser le ninfe, vissero; e un divino

talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli

naiadi azzurre, e per la cheta sera

chiamavan alto le sorelle brune

da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna

guidavan, liete ricantando in coro

di Giano eterno e quanto amor lo vinse

di Camesena.

Egli dal cielo autoctona virago

ella: fu letto l’Apennin fumante:

velaro i nembi il grande amplesso, e nacque

l’tala gente.

Tutto ora tace o vedovo Clitumno,

tutto: de’ vaghi tuoi delubri un solo

l’avanza, e dentro pretestato nume

tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro

menano i tori, vittime orgogliose,

trofei romani a i templi aviti: Roma

più non trionfa:

più non trionfa, poi che un galileo

di rosse chiome al Campidoglio ascese,

gittolle in braccio una sua croce, e disse

– Portala, e servi. –

Fuggir le ninfe a piangere ne’ fiumi

occulte e dentro i conici materni,

od ululando dileguaron come

nuvole a i monti,

quando una strana compagnia, fra i bianchi

templi spogliati e i colonnati infranti,

procede lenta, in neri sacchi avvolta,

litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano

sonanti e i clivi memori d’impero

fece deserto, ed il deserto disse

regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi,

padri aspettanti, a le fiorenti mogli;

ovunque il divo sol benedicea,

maledicenti:

maledicenti a l’opre de la vita

e de l’amore, ei deliraro atroci

congiugnimenti di dolor con Dio

su rupi e in grotte:

discesero ebri di dissolvimento

a le cittadi, e in ridde paurose

al crocefisso supplicarono, empi,

d’essere abietti.

Salve, serena de l’Ilisso in riva,

o intera e dritta a i lidi almi del Tebro

anima umana! i foschi di passaro,

risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti

a franger glebe e rintegrar maggesi

e d’annitrenti in guerra aspri polledri

Italia madre,

madre e di biade e viti e leggi eterne

ed inclite arti a raddolcir la vita,

salve! a te i canti de l’antica lode

io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque

de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando

ed anelando nuove industrie in corsa

fischia il vapore.

Alla vittoria
Tra le rovine del tempio di Vespasiano
in Brescia

Scuotesti, vergin divina, l’auspice

ala su gli elmi chini dei pèltasti,

poggiati il ginocchio a lo scudo,

aspettanti con l’aste protese?

o pur volasti davanti l’aquile,

davanti i flutti de’ marsi militi,

co ’l miro fulgor respingendo

gli annitrenti cavalli de i Parti?

Raccolte or l’ali, sopra la galea

del vinto insisti fiera co ’l poplite,

qual nome di vittorïoso

capitano su ’l clipeo scrivendo?

è d’un arconte, che sovra i despoti

gloriò le sante leggi de’ liberi?

d’ un consol, che il nome i confini

e il terror de l’impero distese?

Vorrei vederti su l’Alpi, splendida

fra le tempeste, bandir ne i secoli:

« O popoli, Italia qui giunse

vendicando il suo nome e il diritto. »

Ma Lidia intanto de i fiori ch’educa

mesti l’ottobre fra le macerie

romane t’elegge un pio serto,

e, ponendol soave al suo piede,

– Che dunque – dice – pensasti, o vergine

cara, là sotto ne la terra umida

tanti anni? sentisti i cavalli

d’Alemagna su ’l greco tuo capo? –

– Sentii – risponde la diva, e folgora –

però ch’io sono la gloria ellenica,

io sono la forza del Lazio

traversante nel bronzo pe’ tempi.

Passâr le etadi simili a i dodici

avvoltoi tristi che vide Romolo,

e sorsi « Italia » annunziando

« i sepolti son teco e i tuoi numi! »

Lieta del fato Brescia raccolsemi,

Brescia la forte, Brescia la ferrea,

Brescia leonessa d’Italia

beverata nel sangue nemico.

Dinanzi alle terme
di Caracalla

Corron fra ’l Celio fosche e l’Aventino

le nubi: il vento dal pian tristo move

umido; in fondo stanno i monti albani

bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo

verde, nel libro una britanna cerca

queste minacce di romane mura

al cielo e al tempo.

Continui, densi, neri, crocidanti

versansi i corvi come fluttuando

contro i due muri ch’a più ardua sfida

levansi enormi.

« Vecchi giganti – par che insista irato

l’augure stormo, – a che tentate il cielo?

Grave per l’ aure vien da Laterano

suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,

grave fischiando tra la folta barba,

passa e non guarda. Febbre, io qui t’ invoco,

nume presente.

Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti

e de le madri le protese braccia

te deprecanti, o dea, dal reclinato

capo de i figli;

se ti fu cara su ’l Palazio eccelso

l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro

l’evandrio colle, e veleggiando a sera

tra ’l Campidoglio

e l’Aventino il reduce quirite

guardava in alto la città quadrata

dal sole arrisa, e mormorava un lento

saturnio carme);

Febbre, m’ ascolta. Gli uomini novelli

quinci respingi e lor picciole cose:

religioso è questo orror: la dea

Roma qui dorme.

Poggiata il capo al Palatino augusto,

fra ’l Celio aperte e l’Aventin le braccia,

per la Capena i forti omeri stende

a l’Appia via.

Nel XXI d’Aprile
dell’anno MMDCXXX  dalla fondazione di Roma

Te redimito di fior purpurei

april te vide sa ’l colle emergere

da ’l solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli

aprile irraggia, sublime, massima,

e il sole e l’Italia saluta

te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non più la vergine

tacita sale dietro il pontefice

né più per Via Sacra il trionfo

piega i quattro candidi cavalli,

questa del Foro tuo solitudine

ogni rumore vince, ogni gloria;

e tutto che al mondo è civile,

grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconosceti

cerchiato ha il senno di fredda tenebra,

e a lui nel reo cuore germoglia

torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato ai ruderi

del Fòro, io seguo con dolci lacrime

e adoro i tuoi sparsi vestigi,

patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,

per te poeta, madre de i popoli,

che desti il tuo spirito al mondo,

che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere

genti facesti nome uno, Italia,

ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,

affisa ne’ tuoi d’ aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe ’l tacito

fòro le braccia porgi marmoree,

a la figlia liberatrice

additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano

non più di regi, non più di cesari,

non più di catene attorcenti

braccia umane su gli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d’Italia,

su l’età nera, su l’età barbara,

su i mostri onde tu con serena

giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido

tonerà il cielo su’l Foro, e Cantici

di gloria, di gloria, di gloria

correran per l’infinito razzurro.

Appendice

Dai Carmina
di Ludovico Ariosto

Va, rea vecchia con questi carezzevoli

susurri tuoi, va, ingorda vecchia, al diavolo.

Assai la nostra fede, oh assai, m’è cognita,

se ben tardi. Ma tal non son che illudere

a la lunga mi lasci a le ree femmine

impunemente. Oh come, oh come increscemi

de le fallacie dove mi ritennero

pur tanto tempo, ed io credeva, misero,

l’amore concedesse a me sol unico,

quei dolci frutti ch’io poi con grandissima

vergogna mia compresi che si davano

a questo e a quello e a quello ed a qual siasi

vuol comprar con dannoso prezzo i fetidi

accoppiamenti di coteste adultere.

Or vedi tu come sfacciata pregami,

quasi che tutto il suo nefando vivere

io non sapessi. Indietro, o sporca femmina,

ruffiana, venditrice di libidini,

de gli amor miei prostitutrice lurida.

Oh come l’ira l’ugne mi sollecita

contra quella facciaccia! Oh come l’ impeto

in quei bianchi cernecchi la man spingemi!

Impunita or ne andrà questa venefica?

No, che uno sfogo almen mi vo’ concedere:

e pria le scaverò quegli occhi torbidi,

poi mieterò quella lingua pettegola,

quella che m’ ha perduto e fatto misero

e ruinato ed a nulla ridottomi.

E voi mi ritenete, o amici perfidi?

Lasciatemi, per Dio! largo al giustissimo

furor! paghi costei le pene debite!

Ah, voi la favorite, e di commettere

non sapete un peccato inespiabile

aiutando quell’empia. Io stesso, io vidila

sovente a l’ombra di notte oscurissima

dissotterrar le benedette ceneri

ed evocar con diro carme l’anime

pallide da i silenzi intenninabili.

Ell’è che gitta ai fanciullini il fascino.

Or su, le paghi tutte, e voi partitevi.

Ma, se pur nulla i miei preghi vi movono

vada la scellerata a tutti i diavoli:

Non sempre avrà voi soccorrenti e prossimi.

Congedo
Alla rima

Ave, o rima! Con bell’arte

su le carte

te persegue il trovadore:

ma tu brilli, tu scintilli,

tu zampilli

su del popolo dal cuore.

O scoccata fra due baci

ne i rapaci

volgimenti de la danza,

come accordi ne’ due giri

due sospiri,

di memoria e di speranza!

come lieta risonasti

su’ da vasti

petti al vespero sereno,

quando il piè de’ mietitori

in tre cori

con tre note urtò il terreno!

Come orribile su’ venti

de’ vincenti

tu ruggisti le virtudi,

mentre l’aste sanguinose

fragorose

percoteano i ferrei scudi!

Sgretolar sott’esso il brando

di Rolando

tu sentisti Roncisvalle,

e soffiando nel gran corno

notte e giorno

del gran suono empí la valle.

Poi t’afferri a la criniera

irta e fiera

di Babieca che galoppa

e del Cid fra i gonfaloni

balda intoni la romanza

in su la groppa.

Poi del Rodano a la bella

onda snella

dài la chioma polverosa,

e disfidi i rusignoli

dolci e soli

ne i verzieri di Tolosa

Ecco: in poppa del battello

di Rudello

tu d’amor la vela hai messa,

ed il bacio del morente

rechi ardente

su le labbra a la contessa.

Toma, toma: ad altri liti

altri inviti

ti fa Dante austero e pio:

ei con te scende a l’ inferno,

e l’eterno

monte gira e vola a Dio.

ATe, o bella imperatrice,

o felice

del latin metro remai

un ribelle ti saluta

combattuta,

e a te libero s’ inchina.

Cura e onor de’ padri miei,

tu mi sei

come lor sacra e diletta:

ave, o rima, e dammi un fiore

per l’amore,

e per l’ odio una saetta.

Nota

Volli congedarmi da’i lettori co’i versi alla rima, proprio per segno che io con queste odi non intesi dare veruna battaglia, grande o piccola, fortunata o no, a quella compagna antica e gloriosa della poesia nuova latina. Queste odi poi le intitolai barbare, perchè tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani, se bene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perchè tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani. E così le composi, perché avendo ad esprimere pensieri e sentimenti che mi parevano diversi da quelli che Dante, il Petrarca, il Poliziano, il Tasso, il Metastasio, il Parini, il Monti, il Foscolo e il Leopardi (ricordo in vecie i lirici) originalmente e splendidamente concepirono ed espressero, anche credei che questi pensieri e sentimenti io poteva esprimerli con una forma metrica meno discordante dalla forma organica con la quale mi si andavano determinando nella mente. Che se a Catullo e ad Orazio fu lecito dedurre i metri della lirica eolia nella lingua romana che altri ne aveva suoi originari, se Dante potè arricchire di care rime provenzali la poesia toscana, se di strofe francesi la arricchirono il Chiabrera e il Rinuccini, io dovrei secondo ragione potere sperare, che, di ciò che a quei grandi poeti o a quei rimatori citati fu lode, a me si desse almeno il perdono. Dunque chiedo perdono dell’aver creduto che il rinnovamento classico della lirica non fosse sentenziato e finito co’ tentativi per lo più impoetici di Claudio Tolomei e della sua scuola e nei pochissimi saggi del Chiabrera: chiedo perdono del non aver disperato di questa grande lingua italiana, credendola idonea a far con essa ciò che i poeti tedeschi dal Klopstock in poi fanno assai felicemente con la loro: chiedo perdno dell’avere osato recare qualche po’ di varietà formale nella nostra lirica moderna, che non ne ha mica quel tanto che alcuni credono. Son velleità queste mie, lo so io per il primo, tanto più importune e inopportune oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade oramai tutto il pensiero umano, la poesia (mi perdonino i lettori anche queste fantasie funebri) compie di spegnersi. Tant’è: a certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più. La epopea intanto è sotterrata da un pezzo: violare il sepolcro della gran morta cancaneggiandovi su, anche se non fosse indizio di svogliatezza depravata, non diverte. Il dramma agonizza, e i troppi medici non lo lasciano né meno andare in pace. La lirica, individuale com’ è, par che resista, e può durare ancora qualche poco, a condizione per altro che si serbi arte: se ella si riduce ad essere la secrezione della sensibilità o della sensualità del tale e del tale altro, se ella si abbandona a tutte le rilassatezze e le licenze innaturali che la sensibilità e la sensualità si concedono, allora, povera lirica, anche lei la vedo e non la vedo: se ne potrà fare in prosa come e quanto se ne vorrà; in tutte le prose; e il nostro secolo ne ha molte. Da un pezzo se ne cominciò a fare nei così detti metri liberi: ma l’avere adattato alla lirica cotesta verseggiatura da recitazione e da descrizione, senza strofe, con le rime a piacere, è un indizio che della vera lirica (le poesie del Leopardi così verseggiate non sono lirica propria) si è perduto ogni concetto. I popoli veramente poetici, le età veramente poetiche non conoscono sì fatti metri; e basti dire che in Francia ei furono la forma prediletta di quella stupida poesia del regno di Luigi decimosesto e del primo impero la quale finì colDelavigne. La lirica bolsa, con la pancia, in veste da camera, larga a cintura, e in pantofole: ohibò!

Point de contraintes fausses!

Mais que pour marcher droit

Tu chausses,

Muse, un cothurne étroit.

Fi du rhytme commode

Comme un soulier trop grand

Du mode

Que tout pied quitte et prend!

Cosi Teofilo Gautier ammoniva la musa francese. Io, inchinato al piè della musa italiana, prima lo bacio con rispettosa tenerezza, poi tento provargli i coturni saffici, altaici, asclepiadei, con i quali la sua divina sorella guidava i cori su ’l marmo pario dei templi dorici specchiantisi nel mare che fu patria ad Afrodite e ad Apolline. Se non che ora mi ricordo che poco più su ha dato la poesia per ispacciata e moribonda; e provare gli stivaletti a una moribonda non è certo la cosa più opportuna e sensata e gradevole di questo mondo, Altri farebbe intendere ch’ è una contraddizione d’innamorato. Io dico che ero per finire, e volli finire con un’ imagine, come usa ogni scrittore e parlatore che abbia un po’ di rispetto per sé, per l’arte e per il pub-blico. Segno anche questo che io per il primo faccio parole e non poesia, In ciò può darsi che siamo d’accordo, o lettore malevolo.

G.C.

Massa Lunense, 13 giugm 1877.

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011