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Nuove odi barbare di Giosuè Carducci Bologna Nicola Zanichelli DCCCLXXXII
Musa latina, vieni meco a canzone novèlla:
Può nuova progenie il canto novello fare.
T. Campanella.
A la materia l'anima s'appiglia,
polso del mondo è sempre il fatto: a sorde
orecchie suona, inutil flauto, l'alta
lirica musa.
Comodi Omero e istorïati spiega
gli arazzi della favola a le genti,
facile trae l' autor del dramma il volgo
su per le scene.
Ma il vol del sacro Pindaro, di Flacco
l'arte e il pensoso verbo tuo, Petrarca,
lento ne i cuori imprimesi, ed a i molti
resta un arcano.
Non grazia e spirto a lor fu la romanza
che a le telette de le dame aleggia,
volubil guardo non passò le loro
alme possenti.
Eterno per le umane orecchie il nome
vaga; ma raro s'accompagna ad essi
amico spirto che la forte onori
malinconia.
Tu sali e baci, o dea, co 'l roseo fiato le nubi,
baci de' marmorei templi le fosche cime.
Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco:
spiccasi il falco a volo su con rapace gioia,
mentre ne l' umida foglia pispigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su 'l violaceo mare.
Primi ne 'l pian faticoso di te s' allegrano i fiumi
tremuli luccicando fra 'l mormorar de' pioppi:
corre da i paschi baldo ver' l'alte fluenti il poledro
sauro, erto il chiomante capo, nitrendo a' venti:
vigile da i tuguri risponde la forza de i cani
e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.
Ma l'uom che tu svegli a oprar consumando la vita,
te giovinetta antica, te giovinetta eterna
ancor pensoso ammira, come già t' adoravan su 'l monte
ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.
Ancor sovra l'ali del fresco mattino rivola
l'inno che a te su l'aste disser poggiati i padri.
— Pastorella del cielo, tu, frante a la suora gelosa
le stalle, riadduci le rosse vacche in cielo.
Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento
e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini.
Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo
riflettendo ne gli occhi il desiato amore,
tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri
e le virginee forme scuopri serena a i cieli.
Affocata le guance, ansante dal candido petto,
corri al sovran de i mondi, al bel fiammame Suria,
e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo
collo; ma tosto fuggi di quel tremendo i rai.
Allora gli Asvini gemelli, cavalieri del cielo,
rosea tremante accolgon te ne 'l bel carro d'oro;
e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria,
stanco ti cerchi il nume ne i mister' de la sera.
Deh propizia trasvola — così t'invocavano i padri –
nel rosseggiante carro sopra le nostre case.
Arriva da le plaghe d'oriente con la fortuna,
con le fiorenti biade, con lo spumante latte;
ed in mezzo a' vitelli danzando con floride chiome
molta prole t'adori, pastorella del cielo. –
Così cantavano gli Aria. Ma piacqueti meglio l'Imetto
fresco di vènti rivi, che al ciel di timi odora;
piacquerti su l'Imetto i lesti cacciatori mortali
prementi le rugiade co 'l coturnato piede.
Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio
ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.
Non tu scendesti, o dea; ma Cefalo attratto al tuo bacio
salia per l'aure lieve, bello come un bel dio.
Su gli amorosi venti salia, fra soavi fragranze,
fra le nozze de i fiori, fra gl' imenei de' rivi.
La chioma d'oro lenta irriga il collo, a l'omero bianco
con un cinto vermiglio sta la faretra d' oro.
Cadde l'arco su l'erbe; e Lelapo immobil con erto
il fido arguto muso mira salire il sire.
Oh baci d'una dea olezzanti fra la rugiada!
oh ambrosia de l'amore nel giovinetto mondo!
Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco;
mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.
Languon fiochi i fanali; rincasa, e né meno ti guarda,
una pallida torma che si credè gioire.
Sbatte l'operaio rabbioso le stridule impòste,
e maledice al giorno che rimena il servaggio.
Solo un amante forse che placida al sonno commise
la dolce donna, caldo de' baci suoi le vene,
alacre affironta e lieto l' aure tue gelide e il viso,
– Portami – dice –, Aurora, su 'l tuo corsier di fiamma!
ne i campi de le stelle mi porta, ond'io vegga la terra
tutta sorridente nel roseo lume tuo,
e vegga la mia donna davanti al sole che leva
sparsa le nere trecce giù pe 'l rorido seno.
Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra 'l sonno
in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su 'l Tirreno.
Sognai, placide cose de' miei novelli anni sognai.
Non più libri: la stanza dal sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su 'l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovine april rifiorìa.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su 'l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosì un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d'oro.
Andava il fanciullo con piccolo passo di gloria,
superbo de l' amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l'alma natura intonava.
Però che le campane suonavano su dal castello
annunziando Cristo tornante dimane a' suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l'aure, pe' rami, per l'acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i pèschi ed i mèli tutti eran fior' bianchi e vermigli,
e fior' gialli e turchini ridea tutta l'erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de' prati,
e molli d'auree ginestre si paravano i colli,
e un'aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giù dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardava la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su 'l poggio d'Arno fiorito,
quella che dorme presso ne l' erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s' ancora ei spirassero l'aure
o ritomasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passar le care imagini e sparvero lievi co 'l sonno.
Lauretta empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguia cheta l'opra de l'ago.
Ecco: la la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.
Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d'intorno il Benaco
una gran tazza argentea,
cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l'eterno lauro.
Questa raggiante coppa Italia madre protende
con le braccia alte a i superi;
ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole.
Baldo, paterno monte, protegge la bella da l'alto
co 'l sopraccìglio torbido:
il Gu sembra un titano per lei caduto in battaglia,
supino e minaccevole.
Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra
Salò le braccia candide,
lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l'aure,
e ride e gitta fiori con le man' piene, e di fiori
le esulta il capo giovine.
Garda là in fondo solleva la ròcca sua fosca
sovra lo specchio liquido,
cantando una saga d'antiche cittadi sepolte
e di regine barbare.
Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d'azzurro
tu mandi il guardo e l' anima,
qui Valerio Catullo, legato giù a' nitidi sassi
il fasèlo bitinico,
sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l'onda
fosforescente e tremula.
e 'l perfido riso di Lesbia e i multivoli ardori
vedea ne l'onda vitrea,
mentr' ella pe' neri angiporti stancava le reni
a i nepoti di Romolo.
A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava
– Vieni, o Quinto Valerio.
Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco
e mite come Cintia.
Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano
d'api susurro paiono,
e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure
in lento oblio si sciolgono.
Qui 'l fresco, qui 'l sonno, qui musiche leni ed i cori
de le cerule vergini,
mentr' Espero allunga la rosea face su l'acque
e i flutti al lido gemono. –
Ahi triste Amore ! egli odia le Muse, e lascivo i poeti
frange o li spegne tragico.
Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,
chi ne assicura, o Lalage?
Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto;
e al Sole eterno gli agita.
Non da Peschiera vedi natanti le schiere de' cigni
giù per il Mincio argenteo?
da' verdi paschi a Bianore sacri non odi
la voce di Virgilio?
Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s'affaccia
a la torre scaligera.
– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda
l'acque la terra e l' aere.
Onde venisti? quali a noi secoli
sì mite e bella ti tramandarono?
fra i canti de' sacri poeti
dove un giorno o regina, ti vidi?
Ne le ardue ròcche, quando tingeasi
a i latin' soli la fulva e cerula
Germania, e cozzavan nel verso
nuovo l'armi tra lampi d' amore?
Seguiano il cupo ritmo monotono
trascolorando le bionde vergini,
e al ciel co' neri umidi occhi
impetravan mercé per la forza.
O ver ne i brevi dì che l'Italia
fu tutta un maggio, che tutto il popolo
era cavaliere? Il trionfo
d' Amor gìa tra le case merlate
in su le piazze liete di candidi
marmi, di fiori, di sole; e – O nuvola
che in ombra d'amore trapassi, –
l'Alighieri cantava – sorridi! –
Come la bianca stella di Venere
ne l'april novo surge da' vertici
de l'alpi, ed il placido raggio
su le nevi dorate frangendo
ride a la sola capanna povera,
ride a le valli d'ubertà floride,
e a l'ombra de' pioppi risveglia
li usignoli e i colloqui d' amore;
fulgida e bionda ne l'adamantina
luce del serto tu passi, e il popolo
superbo di te si compiace
qual di figlia che vada a l'altare;
con un sorriso misto di lacrime
la verginetta ti guarda, e trepida
le braccia porgendo ti dice
come a suora maggior – Margherita! –
E a te volando la strofe alcaica,
nata ne' fieri tumulti libera,
tre volte ti gira la chioma
con la penna che sa le tempeste;
e, Salve, dice cantando, o inclita
a cui le Grazie corona cinsero,
a cui sí soave favella
la pietà ne la voce gentile!
Salve, o tu buona, sin che i fantasimi
di Raffaello ne' puri vesperi
trasvolin d'Italia e fra' lauri
la canzon del Petrarca sospiri!
Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch'io co 'l batter del dito seguo e richiamo i numeri
vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.
Ma voi volate dal mio cuor, come aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.
Volate, ed ansi interrogate il murmure
che giù per l'alpi giulie, che giù per l'alpi retiche
da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
grave d'epici sdegni, fiero di canti eroici.
Passa come un sospir su 'l Garda argenteo,
è pianto d' Aquileia su per le solitudini.
Odono i morti di Bezecca, e attendono:
« Quando? » grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli:
« Quando? » i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dí con nere chiome l'addio, Trento, ti dissero:
« Quando? » fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere glauco l'Adria.
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co 'l nuovo anno, antichi versi italici!
Pe' rai del sol che san Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!
Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l'Istria, e il verde porto e il leon di Muggia!
salutate il divin riso de l'Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!
Poi presso l'urna, ove ancor fra' due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l'arti e de la gloria,
in faccia a lo stranier, che armato accampasi
sul nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa,
stan radi alberi in cerchio a la sucida riva.
Stendonsi livide l'acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.
Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.
I poggi sembrano capi di tignosi ne l'ospitale,
l'un fastidisce l'altro da' finitimi letti.
Scattan su da un cespuglio co 'l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.
Corrono, mentr' io leggo Marlowe, i magri cavalli
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.
Ed ecco, ed ecco, la selva infoscasi orrenda,
la selva, o Dante, d' alberi e di spiriti,
dove fra strane piante tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch' era Pier de la Vigna.
Io leggo Marlowe. Il verso bieco, simile
a sogno d' uomo cui molta birra gravi,
d'odii e d'incesti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d'orrida tristizia,
che sale e fuma e si mesce a l'aer maligno, di mostri
feconda intorno le pendenti nuvole,
crocida in fondo a fossi, grigio ghigna ne' bronchi,
filtra con la pioggia per l'ossa stanche. Io tremo.
Quei pini che il vento e il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai a me di contro: Che importa
– dicon – tendere a l'alto? che vale combatter? che giova
amare? Il fato passa ed abbassa, – Ma tu,
tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,
perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne 'l fato che ti danna?
E voi, lunghe nel mezzo al tetro recinto alberelle,
co' rami spioventi, quasi canute chiome,
siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettâr Macbeth su la fatale via ?
Odo pauroso carme che voi bisbigliate co' venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.
Guglielmo, re de' poeti da l' ardua fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?
Io non uccisi il sonno, altri a niie spensero il cuore:
non cerco un regno, al mondo io chiedo sol l' oblio.
Oblio? No, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti avete aperta una ferita e tutti
a tradimento, su su dal cimitero del petto,
su date a' venti i vostri veli funebri.
Qui raduniam consiglio, qui ne l'orribile spazzo,
a l'ombre ignave, su le mortifere acque.
Qui gonfia di serpi tra 'l fior bianco e giallo a terra,
pregna di veleni qui primavera ride.
Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com'angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.
Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor' che amammo: sangue per sangue sia.
Ma che? Disvelasi lungi superbo a veder l'Argentaro
lento scendendo nel Tirreno cerulo.
Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.
Ivi m'arrise fanciullo la diva sembianza d'Omero.
Via tu, Marlowe, a l'acque! tu, selva infame, addio!
Questo la inconscia zagaglia barbara
prostrò, spegnendo gli occhi di fulgida
vita sorrisi da i fantasmi
fluttuanti ne l'azzurro immenso.
L' altro» di baci sazio in austriache
piume e sognante su l'albe gelide
le diane e il rullo pugnace,
piegò come pallido giacinto.
Ambi a le madri lunge; e le morbide
chiome fiorenti di puerizia
pareano aspettare anche il solco
de la materna carezza. In vece
balzâr nel buio, giovinette anime,
senza conforti; né de la patria
l'eloquio seguivali al passo
co i suon' de l'amore e de la gloria.
Non questo, o fosco figlio d'Ortensia,
non questo avevi promesso al parvolo.
gli pregasti in faccia a Parigi
lontani i fati del re di Roma.
Vittoria e pace da Sebastopoli
sopían co 'l rombo de l'ali candide
il piccolo: Europa ammirava:
la Golonna splendea come un faro.
Ma di decembre, ma di brumaio
cruento è il fango, la nebbia è perfida:
non crescono arbusti a quell'aure,
dan frutti di cenere e tòsco.
O solitaria casa d'Aiaccio,
cu verdi e grandi le querce ombreggiano
e i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!
Ivi Letizia, bel nome italico
che omai sventura suona ne i secoli,
fu sposa, fu madre felice,
ahi troppo breve stagione! ed ivi,
lanciata a i troni l' ultima folgore,
date concordi leggi fra i popoli,
dovevi, a Consol, ritrarti
fra il mare e Dio cui tu credevi.
Domestica ombra Letizia or abita
la vuota casa: non lei di Cesare
il raggio precinse: la còrsa
madre visse fra le tombe e l'are.
Il suo fatale da gli occhi d' aquila,
le figlie come l'aurora splendide,
frementi speranza i nepoti,
tutti giacquer, tutti a lei lontano.
Sta ne la notte la còrsa Niobe,
sta su la porta donde al battesimo
le uscïano i figli, e le braccia
fiera tende su 'l selvaggio mare;
e chiama, chiama, se da l'Americhe,
se di Britannia, se da l' arsa Africa
alcun di sua tragica prole
spinto da morte le approdi in seno.
Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d'un dio:
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l' inno di messidoro.
Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d'onde:
ville, città, castelli emergono com'isole.
Slanciansi lunghe tra 'l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d'archi il fiume.
E tutto è fiamma ed azzurro. Da l'alpe là giù di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.
Delia, a voi zefiro spira dal colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l'Apennino al piano,
v' agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giù con le nere anella per la superba fronte.
Mentre domate i ribelli gentil con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,
udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella,
udite giù sotterra ciò che dicono i morti.
Dormono al piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino;
dormon gli etruschi discesi co 'l lituo con l'asta con fermi
gli occhi ne l'alto a' verdi misteriosi clivi,
e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch'ei salutavan Reno,
e l'alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch' ultimo accampò sovra le rimboschite cime.
Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su 'l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.
Dicono i merti — Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da' caldi raggi de l'aureo sole.
Fresche a voi mormoran l'acque pe 'l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.
A voi sorrìdono i fiori sempre nuovi sopra la terra;
a voi ridon le stelle, fiori etemi del cielo.
Dicono i morti – Cogliete i fiori che passano anch'essi,
adorate le stelle che non passano mai.
Putridi squagliansi i serti d'intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.
Freddo è qua giù: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa, stella costante, amore.
Qual da la madre battuto pargolo
od in proterva rissa mal domito
stanco s'addorme con le pugna
serrate e i cigli rannuvolati,
tal nel mio petto l'amore, o candida
Lalage, dorme: non sogna o invidia,
s'al roseo maggio erran giocando
gli altri felici pargoli al sole.
Oh no 'l destare! l'udresti, Lalage,
di torbid'ire fiedere l'aere
rompendo i giuochi a' lieti eguali,
dio di battaglia per me l'amore.
Rompeste voi 'l Tevere a nuoto, Clelïa, come
l'antica vostra, o a noi nuova Rea Silvia uscite?
Scarso, o nipote di Rea, l'endecasillabo ha il passo
a misurare i clivi de le bellezze vostre:
solo co 'l piè trïonfale l'eroico esametro puote
scander la via sacra de le lunate spalle.
Da l' arce capitolina de 'l bel fidiaco collo
pender, ghirlanda albana, il pentametro deve.
Batte nel raggio de gli occhi, che fiero conisca sí come
tra i colli prenestini fulvo l'occiduo sole,
batte l'alcaica strofe trepidando l'ali, e si scalda
a i forti amori: indietro, tu settenario vile.
Oh, su la chioma ondosa che simile a notte discende
pe 'l crepuscolo pario de le doriche forme,
(a le serve lasciate, o nipote di Rea, gli ottonari)
corona aurea di stelle splenda l'asclepiadea.
Lei certo l'alba che affretta rosea
al campo ancora grigio gli agricoli
mirava scalza co 'l piè ratto
passar fra i roridi odor' del fieno.
Curva su i biondi solchi i larghi omeri
udivan gli olmi bianchi di polvere
lei stornellante su 'l meriggio
sfidar le rauche cicale a i poggi.
E quando alzava da l'opra il turgido
petto e la bruna faccia ed i riccioli
fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,
coloraro ignei le balde forme.
Or forte madre palleggia il parvolo
forte; da i nudi seni già sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che a' lucidi occhi materni
intende gli occhi fissi ed il piccolo
corpo tremante d'inquietudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.
A lei d'intorno ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il bue mugghia
e canta il florido gallo su l'aia.
Natura a i forti che per lei spregiano
le care a i vulghi larve di gloria
cosí di sante visioni
conforta l'anime, o Adriano.
Onde tu al marmo, severo artefice,
consegni un'alta speme de i secoli.
Quando il lavoro sarà lieto?
quando securo sarà l'amore?
quando una forte plebe di liberi
dirà guardando nel sole – Illumina
non ozi e guerre a i tiranni,
ma la giustizia pia del lavoro – ?
Ricordo. Il sole fra i rossi vapori e le nubi
calde al mare scendeva, come un grande clipeo di rame
che in barbariche pugne corrusca ondeggiando poi cade.
Castiglioncello in alto fra mucchi di querce ridea
da le vetrate un folle vermiglio sogghigno di fata.
Io languido e triste ( da poco avea scosso la febbre
maremmana, ed i nervi pesavanmi come di piombo)
guardava a la finestra. Le rondini rapide i voli
tessevano sghembi e ritessevano intorno le gronde,
strepeäno le passere brune pe 'l vespro maligno.
Isvariavan brevi, tra la macchia, il piano ed i colli
rasi a metà da la falce, in parte ancor mobili e biondi.
Via per i solchi grigi le stoppie fumavano accese,
e or sí or no veniva su per l'aure umide il canto
de' mietitori, lungo, lontano, piangevole, stanco:
grave l'afa stringeva l'aër la marina le piante.
Io levai gli occhi al sole – O lume superbo del mondo,
tu su la vita guardi com'ebro ciclope da l'alto! –
Gracchiarono i pavoni schernendomi tra i melograni,
e un vipistrello sperso passommi radendo su 'l capo.
O nata quando su la mia povera
casa passava come uccel profugo
la speranza, e io disdegnoso
battea le porte de l'avvenire;
or che il piè saldo fermai su 'l termine
cui combattendo valsi raggiungere
e rauchi squittiscon da torno
i pappagalli lusingatori;
tu mia colomba t'involi, trepida
il nuovo nido voli a contessere
oltre Apennino, nel nativo
agre dolce de' colli tóschi.
Va' con l'amore, va' con la gioia,
va' con la fede candida. L' umide
pupille fise al vel fuggente,
la mia Camena tace e ripensa.
Ripensa i giorni quando tu pargola
coglievi fiori sotto le acacie,
ed ella reggendoti a mano
fantasmi e forme spiava in cielo.
Ripensa i giorni quando a la morbida
tua chioma intorno roggie strisciavano
le strofe contro a gli oligarchi
librate e al vulgo vile d' Italia.
E tu crescevi pensosa vergine,
quand'ella prese d'assalto intrepida
i clivi de l'arte e piantovvi
la sua bandiera garibaldina.
Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite
teco fia dolce forse ritessere,
e risegnare i cari sogni
nel blando riso de' figli tuoi?
O forse meglio giova combattere
fino a che l'ora sacra richiamine?
Allora, o mia figlia, – nessuna
me Beatrice ne' cieli attende –
allora al passo che Omero ellenico
e il cristiano Dante passarono
mi scorga il tuo sguardo soave,
la nota voce tua m'accompagni.
Or, che le nevi premono
lenzaol funereo, le terre e gli animi,
e de la vita il fremito
fioco per l' aura vernal disperdesi,
tu passi, o dolce spirito:
forse la nuvola ti accoglie pallida
là per le solitudini
del vespro e tenue teco dileguasi.
Noi, quando a i soli tepidi
un desio languido ricerca l'anime
e co i fiori che sbocciano
torna Persefone da gli occhi ceruli,
noi penseremo, o tenero,
a te non reduce. Sotto la candida
luna d'april trascorrere
vedrem la imagine cara accennandone.
Il dittatore, solo, a la lugubre
schiera d'avanti, ravvolto e tacito
cavalcava: la terra e il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.
Del suo cavallo la pesta udivasi
guazzar nel fango: dietro s'udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de' petti eroici ne la notte.
Ma da le zolle di strage livide,
ma da i cespugli di sangue roridi,
dovunque era un povero brano,
o madri italiche, de i cuor vostri.
saliano fiamme ch'astri parevano,
sorgeano voci ch' inni suonavano:
splendea Roma olimpica in fondo,
correa per l'aere un peana.
– Surse in Mentana l'onta de i secoli
dal triste amplesso di Pietro e Cesare:
tu hai, Garibaldi, in Mentana
su Pietro e Cesare posto il piede.
O d'Aspromonte ribelle splendido,
o di Mentana superbo vindice,
vieni e narra Palermo e Roma
in Capitolio a Camillo. –
Tale un' arcana voce di spiriti
correa solenne pe 'l ciel d'Italia
quel dì che guairono i vili,
botoli timidi de la verga.
Oggi l'Italia t'adora. Invocati
la nuova Roma novello Romolo:
tu ascendi, o divino; di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.
Sopra il comune gorgo de l'anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria.
Ta ascendi. E Dante dice a Virgilio
« Mai non pensammo forma più nobile
d'eroe. » Dice Livio, e sorride,
« È de la storia, o poeti.
De la civile storia d'Italia
è quest'audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l'alto
mira, e s'irradia ne l' ideale. »
Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de 1l'Etna, spira ne' turbini
de lalpe il tuo cuor di leone
incontro a' barbari ed a' tiranni.
Splende il soave tuo cuor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
e i marmi memori de gli eroi.
Non mai dal cielo ch'io spirai panrolo
ridesti, o Sole, bel nume, splendido
a me, sí come oggi ch'effuso t'amo
per l'ampie vie di Livorno.
Non mai fervesti, Bromio, ne i calici
consolatore saggio e benevolo,
com'oggi ch'io libo a l'amico pensando
i varchi de l'Apennino.
O Sole, o Bromio, date che integri,
non senza amore, non senza cetera
scendiamo a le placide ombre –
là dov'è Orazio – l'amico ed io.
Ma sorridete gli auguri a i parvoli
che, dolci fiori, la mensa adornano,
la pace a le madri, gli amori
a i baldi giovani e le glorie.
Lenta fiocca la neve pe 'l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita non salgono da la città;
non d'erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d' amor la canzon ilare e di gioventù.
Da la torre di piazza roche per l'aere le ore
gemon, sospiri d'un mondo lontano dal dí.
Picchiano uccelli raminghi a' vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve – tu calmati, indomito cuore –
già nel silenzio verrò, giù a l'ombra riposerò.
Quando il tremulo splendore de la lana
si diffonde già pe' boschi, quando i fiori
e i molli aliti dei tigli
via pe 'l fresco esalano,
il pensiero de le tombe come un' ombra
in me scende; né più i fiori né più i tigli
danno odore; tutto il bosco
è per me crepuscolo.
Queste gioie con voi, morti, m'ebbi un tempo:
come il fresco era e il profumo dolce intorno,
come bella eri, o natura,
in quell' albor tremulo!
Ben vieni! o bell'astro d'argento,
compagno tacente a la notte.
Tu fuggi? oh rimanti, splendore pensoso!
Vedete? ei rimane: la nuvola va.
Più bel d'una notte d' estate
è solo il mattino di maggio:
a lui la rugiada gocciando da i ricci
riluce, e vermiglio pe 'l colle va su.
O cari, già il musco severo
a voi sopra i tumuli crebbe:
deh come felice vedeva io con voi
le notti d' argento, vermigli i bei dí!
La lirica (Dalle Odi di A. V. Platen)
All' aurora
Sogno d'estate
Sirmione
Alla regina d'Italia xx nov. mdccclxxviii
Saluto italico.
Pe'l Chiarone da Civitavecchia (leggendo H. Marlowe)
Per la morte di Napoleone Eugenio
Fuori dalla certosa di Bologna
Figurine vecchie
Ragioni metriche
La madre (gruppo di Adriano Cecioni)
Una sera di s. Pietro
Per le nozze di mia figlia
Ave (in morte di G. P.)
A Giuseppe Garibaldi iii nov. mdccclxxx.
Alla mensa dell'amico (Giuseppe Chiarini)
Nevicata
Notte d'estate (Dalle Odi di Fr..G. Klopstock)
Tombe precoci (Dalle Odi di Vvl, G. Klopstock)
Originali in latino e in tedesco di IV odi ((Non riportate)) tradotte da Carducci:
Sirmio (Sirmione)
An die Königin von Italien (Alla Regina d'Italia)
Auf den tod von Eugen Napoleon (Per la morte di Napoleone Eugenio
Die Mutter (vor einer marmorgruppe Adrian Cecioni's) (La madre, gruppo marmoreo di Adriano Cecioni)
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011 |