GIOSUÈ CARDUCCI

LEVIA GRAVIA

1861-1867

EDIZIONE DEFINITIVA

Edizione di riferimento:

Giosuè Carducci, Levia gravia, Nicola Zanichelli, Bologna mdccclxxxi

..... quale

Per gli silenzi de la nette arcana

Canto d: peregrin che s’ allontana.

G. C.

 PREFAZIONE

In questo volumetto, che a richiesta dell’editore sig. Nicola Zanichelli ho rivisto e riordinato, il titolo di Levia Gravia non cuopre più quella merce un po’ mista che all’ombra sua navigava e naviga nell’edizione pistoiese del 1868 e in quelle poi del Barbèra, ma raccoglie insieme soli i versi composti da me tra il 1861 e la fine del 67.

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Breve corso di tempo, e pure grande spazio della vita e tutta una storia a chi allora era giovine. Oh anni eternamente memorabili, quando l’Italia invasata dell’uno non vedeva nell’aritmetica più né il dieci né lo zero! Oh età travagliosamente gloriosa del brigantaggio e delle strade ferrate meridionali, delle corporazioni religiose soppresse e della banca sarda levata a parte dello stato! Oh mesi eroici di Roma o morte, quando un mio amico allora moderato urlava mostro al generale Garibaldi e lo rendeva in colpa del non essere stato ammazzato, e con le braccia tese dimandava a tutte le colonne dei portici di Bologna: Ma perché non lo fucilano? Oh stagioni di splendore, quando i commendatori appariano venerabili come una gerarchia di Eloimi, e i petti dei droghieri si gonfiavano sotto la croce dei due santi cavallereschi! Quelli che allora li bestemmiavano oggi devono contentarsi della corona d’Italia, ordine minorun gentium, meditato dalla vendetta presaga del marchese Gualterio (i colpiti nella ragione, superbia umana, sono alle volte divini) contro le orde minaccianti dei progressisti. Oh giorni d’epopea, quando il generale Cialdini cavalcando dal palazzo Albergati correva la città per sua e faceva scapitozzare il campanile di San Michele in bosco, acciò la bandiera tricolore potesse meglio annunziar di lassù ai venti dell’Adria e delle Alpi come sopra quel colle di longobarda e papale memoria si compiacesse villeggiare Sua Eccellenza vittoriosa il duca di Gaeta! Chi non credeva allora, o chi avrebbe tollerato non si credesse, il duca di Gaeta essere il primo generale d’Europa? Mi ricordo la pietà grande, che, al rompere della guerra austriaca, i nostri buoni borghesi teneri di cuore avevano per quei poveri prussiani. Fortuna che il general Cialdini, spazzando come una procella il Veneto, marcerà su Vienna! A Vienna, gridavano, a Vienna, quando il generale partì. E a memoria eterna di quella partenza per la vittoria, il Comune di Bologna fe’ incidere di parole gloriose una lapide da murare nel palazzo Albergati. Non so poi se fosse murata o smurata.

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Intanto su dal detrito della coltura di quindici anni avanti, che marcito a piè de’ vecchi tronchi rifermentava anch’esso in quel ribollimento di tutta la materia nazionale, spampanavano allegramente, sotto gli stelloni delle vecchie albagie, con la vegetale facilità delle debolezze, i rosolacci della nostra vanità letteraria. Protesto che io non voglio dir male della generazione che fioriva ancora e di quella che venne su intorno al 59. Molto esse fecero per la patria, molto, col valore splendidamente addimostrato nelle prove delle armi, col consiglio opportunamente audace nei rischi della politica, con gli animi nobilmente accesi e concordi innanzi al santo ideale d’Italia, che pareva discendere allora allora dal cielo di Dio, tanto era bello, e invece albeggiava da tempo su le tombe dei nostri morti (sieno benedetti in eterno) e dai cuori dei grandi afflitti che ci erano maestri, padri e fratelli. Ma quelle due generazioni furono le meno estetiche forse che da un pezzo il bel paese avesse prodotto. Dal 45 in poi non si era più studiato, né si poteva: anzi, tutto che avesse avuto apparenza di studio libero e indipendente intorno alle ragioni e alle forme dell’arte era vituperato; e si capisce. Ma il romanticismo fantastico del 48 doveva pur trasmutarsi in fatto materiato: la capelluta cometa estravagante doveva turbinando accentrarsi e rotondarsi in pianeta girantesi con regolar rotazione. Quelle forme crepuscolari di salci piangenti, che erano i romantici, semoventi all’aure delle arpe eolie od angeliche, dovevano pur diventare uomini e uomini ragionevoli; e aveano, poveretti, tutte le voglie di rifarsi dalla quaresima. I classicisti e gli altri della letteratura civile erano nel travaglio digestivo del diventare parlamentari. I giobertiani, le teste grosse allora della coltura nazionale, accomodavano le filosofiche sopracciglia agli occhiali cavouriani, e dal bosco della facondia mangiata in foglia assorgevano al bozzolo della pratica. I puristi poi, dinanzi all’esercito piemontese, all’alleanza francese, all’ unificazione della legislazione, dell’amministrazione, dell’istruzione, parevano tanti cani bastonati. Per fortuna, di tedeschi allora non si parlava, se non per maledirli (né di questo avevamo tutti i torti); per maledirli, o per disprezzarli come un popolo senza letteratura, con una filosofia trascendentale e con una critica altrettanto trascendentale che sciupava i testi latini così schietti e gustosi nelle edizioni de’ preti. Trascendentale! Rabbrividisco ancora se tento risentire con la memoria la impressione demoniaca di quel vocabolo su le nostre patriotiche fibre.

Avevamo vinto ‒ si credeva, facendo inegual giudizio della virtù nostra ‒ con e mercé la fortuna, l’astuzia, la Francia. La fortuna, ubriacatici col buon evento, ci andava lusingando e ammollendo con la sicurezza nell’esaltamento nervoso delle nostre forze, per poi delusi abbatterci nella sfiducia e nel disprezzo di noi stessi. Di astuzia ci reputavamo ancora maestri solenni; e strizzandoci l’occhio gli uni verso gli altri ci ammiccavamo accennando a gesti, che, mentre Napoleone III credeva di darla a bere all’Italia, l’Italia la dava a bere a Napoleone III, e poi Napoleone III e l’Italia d’accordo la davano a bere all’Europa: così le anime nostre, che dovevano rifiorire fresche nella vita nuova, s’impiastricciavano sempre più nell’attaccaticcio della falsità, vecchia morchia paesana, machiavellismo in politica, gesuitismo in religione, academia arcadica e idealistica in letteratura. Dinanzi Io spaventacelo della Francia marciavamo barcollanti tra le logiche contraddizioni della servilità e dell’odio. Eravamo, secondo le teoriche giobertiane, il primo popolo del sistema planetario; per altro, dopo i francesi, e ciò contro le teoriche giobertiane.

E facevamo, intanto, una letteratura pelasgica.

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Il romanzo storico, in fatti, vestito da guardia nazionale, correva, coll’ uzzolo d’un vecchio a cui manca il meglio, dietro la politica; e pretendeva esercitare in piazza le disgustose funzioni del suo concubinaggio legalizzato in nome dell’unità e della libertà. Il teatro italiano risorgeva da tutte le parti. Noi pochi, facendo delle braccia croce, gridavamo « grazia. » E confessavamo l’Italia essere la più drammatica nazione del mondo. Non firmammo ieri la convenzione con la Francia? e il marchese Pepoli non è lí pronto a tagliarsi la mano con cui la firmò, se ella non avesse a significare la imminente entrata degl’italiani in Roma? Inutile! Non c’era caso di passare per una via che non ci cascasse tra capo e collo un capolavoro drammatico. Il leopardismo intisichito allungava le sue braccine di ragnatelo inflanellate di frasi verso il manzonismo; e il manzonismo idropico traeva di gran sospiri, che parevano tanti Ei fu, verso il leopardismo; e mescolavano le loro acque. E il verso sciolto co’ vapori isterici del romanticismo e la strofe libera con le emorroidi classiche ballonzolavano intorno.

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La critica era quale esser deve fra un popolo giovine: tutta sentimento. Ricordo ancora un viso di... Di che cosa o di che parte del corpo umano o bestiale monsignor Della Casa non vuole che io dica in italiano, ma Orazio in latino lo dice: podex crudae bovis. Ricordo, dunque, ancora, quel viso. Aveva certi occhiettacci affogati dentro una grassa di giallo sporco colante come strutto; e de’ versi giudicava strisciando la destra gota sbarbata sul libro o sul manoscritto, non senza lasciarvi i segni; e poi sgranava quegli occhiettacci di sbieco verso i travicelli, e arricciava il niffolo, e fiutava; e grugniva: ’Un c’è affetto, guà. Un altro ‒ che Catullo avrebbe chiamato salaputium disertum, e io, se il reo monsignore, che pur fu scrittore bellissimo e scrisse il Forno e la Formica, non me lo vietasse, chiamerei benissimo un cazzerellino tutto voce e penne ‒ ma la voce era come d’un coniglio che zighi e le penne come d’un’oca cui un industre paesano di Castel bolognese abbia alleggerito del bianco mantello ed ella mostri i bordoni ‒ salaputium disertum, dico, significava sempre la sua approvazione battendo il pugno sul tavolino e berciando: Qui c’è del fegato.

Del resto, Vittorio Emmanuele e il general Garibaldi facevano, in critica e in estetica, poveretti!, le spese di tutto e per tutti. Un professore, a punto di estetica, scopriva raffigurato il capitano del popolo non so più se nell’Aiace o in quale de’ due Edipi di Sofocle. Beatrice che cosa significasse, si era alla fine scoperto. To’, l’Italia una! O non si presenta a Dante nel paradiso terrestre con tanto di tre colori a dosso e d’intorno? Un professore di lettere italiane a ogni ricorsa di quindici giorni terminava la lezione con un grande abbracciamento fra Vittorio Emmanuele e Dante. Le signore battevano furiosamente le mani. Quel rincontro tra un vivo e un morto, tra quel re fortemente tarchiato e quel poeta rabbiosamente magro, tra il naso erto e i mustacchi del sabaudo schiaffeggianti l’aria con biondo orgoglio e il superbo naso spiovente e le guance sdegnosamente cascanti dell’etrusco, tra l’uniforme del generale piemontese e il lucco [1] del priore fiorentino, tra il kepi (non usava ancora l’elmo, sotto cui Vittorio Emmanuele stava così male) del militare monarca e il cappuccio del repubblicano letterato; quel rincontro di quel countacc e di quell’alma sdegnosa così a mezz’aria, nella region dei rondoni, feriva la fantasia delle nostre signore; la quale, come tutti sanno, è tanto puramente estetica!

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Di lingua si seguitava a parlare, come sempre: la lingua italiana morirà, e gli italiani saranno anche lì a contendere se ella sia mai esistita. Il toscanesimo co’ suoi solecismi e le gentilezze infranciosate faceva strage ne’ cuor teneri e negli scritti duri dei cittadini del nuovo regno. Mi sun tuscann, giurava ogni buon valtellinese. E i veneziani emigrati e i fiorentini esuli nella propria città mescolavano insieme le loro pappe frullate nell’odio ai piemontesi. Pietro Fanfani si leccava i baffi. E quei poveri napolitani e siciliani facevano capo a lui, per raccattare a’ suoi piedi i minuzzoli che egli, Epulone e Trimalcione dei lacchezzi e dei bocconcini ghiotti, spazzava via di quando in quando colla salvietta delle sue eleganze dalla imbandigione del bel parlare. La grammatica andava come poteva, come i cani in chiesa: peggio per lei se ne toccava da tutti. Eh giuraddio, sacramentavano i manzoniani e i giustiani della regia non per anche allora nelle apparenze cointeressata, noi s’è fatta l’Italia con gli spropositi.

E intanto fabbriche idropiche, tisiche, rachitiche, le più brutte che la terra del Panteon e della loggia dell’Orcagna abbia mai sopportate, ci crescevano e ne si premevano intorno, come tanti ergastoli della fantasia, come tanti stabilimenti penali dell’estetica. E un popolo di statue, negl’intermezzi della tassa su la ricchezza mobile e del corso forzoso, saltava su a consolarci. Oh dèi del Museo vaticano e del Nazionale di Napoli! oh santi di Donatello e di Michelangelo! che statue! Una vera tregenda di apparizioni scappate via dal sogno spaventoso d’un gobbo coll’incubo. Svolgevano le loro sinuosità e flessibilità di lucertole in mosse da pipistrelli fino all’idealità delle gru o alla gravità serena delle civette. O posavano nella semplicità delle linee, come gruppi di gabbiani fermi in cima d’una scogliera, ritti su’ piedi, co’ petti levati, con le ali calate giù lungo le gambe, volgendo i becchi verso l’occidente. E con que’ musi, quelle figure, guardando nel vuoto, dicevano al sole annoiato e alle stelle che ridevano tra loro: Noi siamo le glorie d’Italia.

Ahi, ahi! il regno d’Italia segnava in tutto e per tutto l’avvenimento del brutto. Brutti fino i cappotti e i berretti de’ soldati, brutto lo stemma dello stato, brutti i francobolli. C’era da prendere l’itterizia del brutto. Certa mattina, in vapore, una sfilata di colline picene sul mare (perdonatemi, o antichi dèi della patria) mi parvero tante berrette d’impiegati che si levassero allora da letto. E giunto al Verbano dimandai: Che è questa sputacchiera?

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Tornavo dal centenario di Dante in Firenze. Avevo notato su lo sfilare di quelle processioni così contente di sé e del loro bocio e del fruscio delle loro bandiere gli atteggiamenti delle grandi statue che dal campanile di Giotto al palazzo della Signoria popolano di gloria e di bellezza il nido di quella democrazia che ralluminò il mondo. Le barbute facce degli apostoli stavano dispettosamente mute: le madonne e le sante piegavano le teste sotto un nimbo di tristezza fatale, quasi nel presentimento delle sventure e vergogne vicine: i santi battaglieri si contorcevano fremendo; e nella calma divina di san Giorgio sorpresi un lampo d’ira e come un atto di metter mano. Non potei tenermi dal gridare: Giù, e botte da orbi, o fratello! Un classico di romagnolo che m’era lí al fianco sentí soltanto l’ultima parola, e se la prese per un saluto. Mi abbracciò tutto rosso, mi sbatacchiò contro il muro, urlando quanto n’aveva in gola: Viva l’Italia, il poeta divino e il veltro ghibellino! Non pretendeva mica il brav’uomo di far versi: ma la poesia di quegli anni era su per giù tutta cosí.

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E pure io avea seguitato un po’ di tempo a far del mio meglio per ispingere punzecchiando il rossinante del mio idealismo lungo la via sacra, in coda ai palafreni impennacchiati e alle gualdrappate alfane, dietro gli effluvii trionfali. Ma non ci fu versi: la magra bestia pur zoppicando rignava [2] e traeva calci e giuocava di morsi; scappò di traverso a scorticarsi per le siepi e a brucare i cardi. Io finalmente, lasciata lei a’ suoi cattivi gusti e le bestie giudiziose ai loro trionfi, riparai nella solitudine co’ miei pensieri, traendo

un sospiro lungo e largo che parve uno sbadiglio. Non ne potevo più. E pure un vii facchinaggio quello di dovere o volere andar d’accordo co1 molti! Allora anche proposi di metter giù ogni ambizione di poeta e dare i miei studi e tutta l’operosità dell’ingegno alla storia letteraria e alla filologia. Il proposito era savio, e fu male non durarvi.

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Io credo fermamente che oggigiorno in Italia, a chi voglia mantenersi quel po’ di reputazione che possa essersi fatta o come uomo di studi o come persona seria, non convenga, prima di tutto, scrivere. Che se uno non può resistere alla puerile abitudine di sporcarsi le dita d’inchiostro col pretesto d’illuminare o divertire il mondo, scriva, se vuole, de’cattivi romanzi e de’ pessimi drammi; ma versi, no. Che se l’infelice è da vero invasato dal fanaticus error dei versi, se per congenito cretinismo la sua animalità s’è ostinata a quel noioso giuoco di pazienza che è l’accasellare un dato numero di parole in un dato spazio di linea, se per un intellettuale ballo di San Vito egli è condannato a pensar balzellone con quei saltellini che si chiamano strofe, non voglia dare spettacolo pubblico di sé, oibò! si riserbi per gli amici e per la serva, o a spaventare e volgere in fuga i creditori. Perche’, badino bene i giovani educati, far versi in Italia è un’abietta vocazione e un mestiere vigliacco.

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L’italiano, contro un’opinione assai superficiale, non è popolo poetico, o almeno non è più tale da un pezzo, o al più non ama in versi che le gale, non gusta che gli spumoni, non sente che l’istrionía. Il popolo italiano può darsi abbia genio per le arti plastiche, forse ha della passione per la musica. Ma innanzi alla poesia, innanzi a quest’arte disinteressata di delineare fantasmi superiori o interiori simmetricamente nella parola armonica e pura, il popolo italiano, pratico, positivo, machiavellico, che pur nelle più calde espansioni mira con mente, fredda all’utile e godibile immediatamente e in materia, rimane di ghiaccio. E per il poeta egli sente fra la compassione annoiata e l’avversione paurosa la quale si ha per un essere che esca dalle norme e forme consuete dell’umano organamento: ciò quando lo rispetta. Ma le più volte lo considera come un che di mezzo tra il buffone delle antiche corti e il pazzo melanconico dei romanzi sentimentali; e tiene sé stesso troppo educato e civile per divertirsi con un buffone e con un caso di patologia. In altri casi l’idea che dell’individuo verseggiatore si fa il popolo italiano è sempre quella del poeta delle compagnie comiche d’una volta, o de’ vecchi cantastorie che una volta annoiavano di lor nasali declamazioni accompagnate da un infernale segar di violino le piazze i ponti ed i porti rallegrati dal sole. E se l’individuo verseggiatore veste, per esempio, decente, il popolo italiano ha un istintivo timore che quell’ abito non sia suo, e che nell’individuo ben vestito si smascheri a un tratto il pitocco a chiedergli un po’ di soldi per rinfrescarsi la gola o per isdigiunarsi. Ora i suoi soldi il popolo italiano, rincivilito com’è, li vuol serbare per gli orbini di Bologna che suonano il violino meglio certo dei vecchi rapsodi, o pe’ piccoli calabresi, non redenti ahimè! dall’abate Zanella, i quali almeno strimpellano una chitarra vera invece di una metaforica cetra.

Finalmente il popolo italiano, per essere giusti anche con lui, che in somma è carne della mia carne e sangue del sangue mio (salvo la trasmissione), nel tòro della sua conscienza sta sempre onestamente su la guardia, per non essere una bella volta aggredito e preso pe ’l collo dalla vera poesia. Ei non vuol compromettere la sua serietà: la sua commozione lacrimosa, i suoi raggianti entusiasmi, la fatica delle mani e magari de’ piedi plaudenti, ei la serba tutta per la frase, per la frase, amor suo, in fin di periodo, là ne’ teatri, ne’ camposanti, nelle academie, nei banchetti, nelle università, in parlamento. Là, là, in quel polverio di ammirazioni con la tosse, in quella baldoria di sventolati entusiasmi, in quel tanfo di patriotismo e di vino, di virtù e di muschio, di estetica e di sudore, di critica e d’olio da lumi, in quel mercato di carne, di viltà e di ciarlataneria; là, là, siede e troneggia il vostro giudice, o fantastici superbi, o metafore ambulanti, che vi credete avere uno sgorgo di armonie intime periodico, che credete veder salire dai vostri cervelli solitari de’ fantasmi pensosi come tanti spazzacamini o geni del commendator Monteverde. Ringraziate col cappello in mano, miserabili, se alcuno di que’ gentiluomini, sentendovi declinare poeti, vi domanda graziosamente: A quando l’accademia?

E tutto questo è il men male.

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Nella vita pratica e nel maneggio delle faccende, che l’individuo verseggiatore, essendo per disgrazia un bipede, dee aver comune con gli altri bipedi civili ma non verseggiatori, lo sciagurato ha da essere necessariamente un... Come s’ha a dire? Minchione, è poco. Aiutiamoci anche noi con le frasi. Una specie di fanciullone sempre sviato dietro le farfalle e a rischio sempre di battere il naso nelle cantonate, un lievito sciocco da essere rimpastato ad arbitrio del primo furfante che voglia metterci dentro del sale, un organino da caricare in certe occasioni per suonare a conto di questo o di quello queste o quelle arie secondo si monta il registro.

Uscite di casa dopo ore di lavoro che una volta si sarebbe detto benedettino, e il primo che vi capita fra’piedi è buono di salutarvi cosí: Beato lei, che almeno se la diverte! dica la verità, quanti sonetti ha sfornati oggi? E chi vi abborda cosí sarà un avvocatino, che non ha altra faccenda se non di portare a spasso tutto il giorno la sua chiacchiera politica. ‒ Andate per un affar di denaro... Ah, un poeta a firmare una cambiale! Vi lascio immaginare i commenti, e ripenso al commentatore, che indi a pochi mesi fallí, non da vero per frode, pover uomo!

Andate a rendere testimonianza in un processo; e il pubblico ministero non manca di avvertire i signori giurati che non vi diano retta. L’illustre poeta avvezzo a cogliere fiori nei giardini delle Muse... e via e via con quella processione di tropi che suole accompagnare il santissimo sacramento della giustizia nell’eloquenza dei pubblici ministeri. E dire che quel severo sacerdote di Temi è uomo che rallegra poi la conversazione con amenissime spiritose invenzioni. Raccontava, per esempio, una volta, che, in non so qual battaglia della campagna di Russia, suo padre, o, salvo il vero, un suo prossimo parente, avendogli un cosacco con una sciabolata tagliato via un pezzo di cranio e colando per la grossa fessura il cervello, si chinò presto presto, raccattò del cervello che gemea da un altro cranio spaccato di cosacco per terra, lo soppressò dentro il cranio suo e lo rimpastò col cervello suo; e cosí visse molti anni. Fra il sacerdote di Temi e me fiorista delle Muse chi più... poeta?

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Sarete uomo di poche parole e di pochissime amicizie; difficile a dar la mano, difficilissimo a dare e ricevere il tu; avrete dato invece prove convincentissime di possedere certe virtù il cui fermo e continuo esercizio l’uomo ha anche bisogno d’imparare da certi quadrupedi, di essere, cioè, indipendente come un gatto, costante come un mulo, filosofo come un orso. Ciò non impedirà che un imbecille, con la scusa di farvi il bozzetto, dopo misuratevi a centimetri le mani e i piedi (tali atavismi guantai e ciabattineschi, come anche la gran perizia di parrucchieria, attestano il legittimismo democratico di molta critica odierna italiana), esca poi a far sapere alle persone che voi credete "ancora all’onestà e all’amicizia" (certa marinatura di scetticismo mostra l’uom navigato nella distinzione, come dice quella gente), e che credete amici tutti gli uomini, e onesti tutti gli amici, e che questi vi menano ubriacato di parole a recere [3] altre parole; ma che voi in fatti amate i banchetti dove si beve bene, gli amate in qualunque occasione, per qualunque pretesto, con qualunque partito; e che voi in fondo non siete né rosso né verde né bianco, e che porreste il berretto, o non so che altra cosa, ai piè d’una donna che vi sorridesse; e simili ciance, le quali, con quest’aria di spirito e di morale che tira oggi in Italia, possono anche parere cose gentili e onorifiche, e che voi dobbiate ringraziarne quell’onesto e intelligente signore.

In verità, a sentirmi chiamare poeta, il mio primo moto istintivo (lo tengano a mente i miei ammiratori) è di rispondere con uno schiaffo.

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Ma torniamo a parlare di cose allegre, cioè di pazienza: della pazienza alla quale è condannato chi ha da scontare peccati di poesia. Ecco qui anche due bozzetti.

Notino i lettori : io non fo come certo arcade cattivo soggetto, il quale rovescia il brodo di lasagne de’ suoi versi sciolti su chi gli ha fatto del bene, e poi protesta che la sua ribaldaggine è poesia, e della poesia non rende conto: io dichiaro anzi che i miei bozzetti, fatti e da fare, sono tutti dal vero.

Primo bozzetto. Al ristoratore. « Ah l’autore del Satana! Dopo tanti anni, chi l’avrebbe detto? ti trovo famoso. Sono tornato, sai, or è due mesi, dall’America; e sento parlare di te da vero con molto favore. Ne ho piacere. Beato te che in fondo credi sempre a qualche cosa! Perchè nel Satana, vedi, c’è dell’idealismo: oh se ce n’è! Bisogna aver passato la linea anche nella vita, per trovare e fare il realismo vero. Io non scrivo versi; ma, se avessi tempo, vorrei, e forse potrei, essere il Byron della seconda metà del secolo, un Byron italiano costituzionale. Sentiresti! Tutto ho conosciuto, tutto ho provato, tutto ho sofferto. Ho fatto il mercante di schiavi, ho avuto un’amante negra, ora ho una bambina mulatta: essa è il mio poema. Mi son dato al commercio, e giro per affari. Potresti farmi una raccomandazione per il prestito di Bologna? Questi sono i miei inni a Satana. Io rimo in cambiali. Cameriere, il conto! Settantacinque centesimi per una costoletta? Eh, tirate alla pelle voialtri. »

Altro bozzetto. Per istrada, il giorno dopo pubblicata qualche poesia. « Mi rallegro, sai, di cuore. Eh, una volta mi divertivo anch’io coi versi; e, non fo per dire, ma in secondo anno di rettorica agli Scolopi ero sempre io che leggevo all’accademia di san Luigi Gonzaga. Il metro del mio cuore erano i quinari:

che gusto a farli!

Palma del Libano!

Rosa d’Engaddi!

Giglio di Gerico!

Fior di Saron!

La Gilda, vedi, serba ancora tutte le romanze

che io composi per lei quando si faceva all’amore. Ma ora, che vuoi? non ho più il capo ai versi. La politica, figlio mio! quanti fiori e frutti annebbia la politica! Fortunato te e benedetta la sorte che ti ha salvato nei sereni campi dell’ideale! Del resto, e di nuovo, mi rallegro di cuore. Gran bella cosa quell’ode! Peccato per altro che tu ti ostini in cotesto genere! Oh, se tu volessi tornare alle dolci memorie della gioventù, alla poesia dove c’è affetto! Ti ricordi?

Va per la selva bruna

Solingo il trovator,

Domato dal rigor

Della fortuna. »

Costui dalla poesia dove c’è affetto, alle nuove elezioni sarà deputato di certo.

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Tale essendo il concetto che s’ ha in Italia della poesia, cioè quello d’un giuoco da conversazione un po’ noioso, che bisogna sopportare per tradizione e che tutti sanno fare, specialmente i più imbecilli; è naturale che la gente a modo creda di onorarvi comandandovi in certi casi versi del tal genere per la tal ora, come in certi pranzi si ordina una pietanza al trattore.

Direttori o presidenti di scuole normali, di società ginnastiche, di clubs alpinisti, avendo bisogno dell’inno per le grandi occasioni, ed essendoci ancora l’uso che per gli inni occorrano parole in rima, vi chiedono di far loro quel servizio, di mettere insieme tante sillabe in ar o in or, o meglio in on, quante bastino per la musica. E in vano voi cercate di far capire a quegli egregi signori che non credete di aver fatto mai azioni da lasciare altrui il diritto di tenervi cosí scioperato da scrivere sur un tema per musica.

Batte un terremoto, viene a settentrione o a mezzogiorno un diluvio d’acqua o di fuoco, manca la pappa agli asili infantili o ci vogliono nuovi giocattoli per i bambocci dei giardini froebeliani, c’è degli artisti da illudere e de’ lampionai dell’opinione pubblica da soccorrere? Ed ecco una congiura di tre, di cinque, anche d’uno, a organizzare una strenna, un album, un giornale straordinario, un numero unico. E socialismo borghese, è questua filantropica: se non che i cappuccini non vi chiedono l’elemosina del pensiero, e i socialisti rischiano d’andare in prigione; e a cappuccini e a socialisti potete rispondere, adesso o almeno per adesso, Non ne ho, o Non voglio esser dei vostri. Ma provatevi un po’a dire a quegli altri: ‒ Intendo le veglie di beneficenza: a ballare e mangiare in sale calde e illuminate e fiorite per consolare quelli che han fame e freddo al buio, la gente ci si gode, anche pe’l tacito raffronto; ma ai danni, per esempio, d’una inondazione di fiumi aggiungere una inondazione di noia in prosa e in rima, seccare una parte del prossimo per il problema di asciugar l’altra, non la intendo. ‒ Provatevi, dico, a risponder cosí; e vedrete grinte e reputazione che vi faranno.

Capisco che è il sommo della ingratitudine. Come? la borghesia vi tollera, la borghesia mostra sentire il bisogno di darsi l’aria alla Luigi XIV di promovere la poesia nazionale come la coltura delle barbabietole e la pollicoltura; e voi non vi credete in obbligo di comporre madrigali a ogni sua voglia, di empire gli albi di tutte le Maintenon ministresse in ritiro, di tutte le Pompadour generalesse in attività, di tutte le La Vallière figliuole di borghesi zoppe o guerce e dannate strimpellatrici di pianoforti ?

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Essendo da tutte queste ragioni costretto a riputare quel della poesia un mestiere molto pericoloso e un tantino infamante, avverto i troppi signori che mi onorano di eleggermi per lettera giudice dei loro versi editi ed inediti, com’io sono sempre per il no a priori. Lo avverto qui, appunto per rispondere a tutti in generale, perché rispondere a ciascuno in particolare riuscirebbe impossibile: quando anche concedessi otto ore della giornata a spogliare le loro corrispondenze e leggere i versi, e altre otto a vergare i miei autorevoli giudizi e le mie savie osservazioni, mi mancherebbe poi, giacché mangiare e dormire un poco bisogna, il tempo di provvedere alla spesa dei francobolli.

Riconosco che è un fiorito indizio della coltura del bel paese, vedersi arrivare tutti i giorni some di versi, non pur d’autori liceali del second’anno, ma di ginnasiali della terza, e di medici e di avvocati e di soldati di terra e mare, e di guardie di pubblica sicurezza e di guardie del dazio e di guardie di finanza e di preti, e d’intendenti e di prefetti e di deputati e mogli di deputati, e di giornalisti e di banchieri e di professori di idroterapia e d’assistenti di chimica e di cameriere. Capisco che c’è ragione di confortarsi quando un liceale di second’anno vi spedisce una poesia e vi annunzia una commedia, che gliele mandiate a inserire nel Fanfulla della Domenica, e vi scrive e riscrive e telegrafa che vi affrettiate, perché quella pubblicazione gli può essere un titolo per passare agli esami di matematica. Ammetto ch’è un gran piacere a sentire un moccicone dirvi sul muso, che per ora vuol fare all’amore con una delle solite sgualdrine, e che ad amar la patria ci penserà da vecchio. Ammetto che c’è da far buon sangue a sentirne un altro spifferarvi di queste confessioni: « Ho diciassette anni, son triste triste, non ho voglia di far nulla, non credo in nulla, nulla mi piace se non forse le donnine, ma in fondo mi annoio di tutto: i servitori di casa mi dicono che ci ho un talentone (e allega le prove): che ho da fare? » (Impiccatevi, risposi per cartolina subito, quella volta). Confesso che a sentirmi sparare a bruciapelo certe dichiarazioni, come per esempio: « Voi non siete solamente il maestro de’ bolognesi, siete il maestro di tutti gli italiani, » mi devo mettere le mani sul cuore per raffrenare le troppo dilatate palpitazioni: non mi ci mancherebbe proprio altro, per Giove Statore !

Sento, capisco, ammetto, confesso tutto cotesto; ma dichiaro e protesto che un giovane che fa versi mi desta il ribrezzo e la nausea, e, se lo confortassi e consigliassi, mi parrebbe d’incorrere in un reato previsto dal codice penale, il reato di eccitamento e d’aiuto alla corruzione. Del resto, case di tolleranza e giornali letterari non ne manca in Italia.

&

Per queste e per molte altre ragioni era stato savio consiglio quello da me preso dopo il 61, lasciar da parte i versi e darmi tutto agli studi filologici e di storia letteraria. E fu male non perdurarvi. Ma allora almeno, quando i vecchi amori mi ritentavano e tornavo a peccare, un po’ di pudore mi restava: peccavo travestito da Enotrio Romano, per non scemarmi co’ versi quel po’di credito che mi poteva dare la prosa. In tali disposizioni d’animo e di tempi e di studi furono scritti i Levia Gravia, e se ne risentono. Dei tempi c’è la leggerezza pesante e la pretenzione enfatica e figurata che si dà e si tiene per concettosità ed eleganza. Ci si vede poi l’uomo che non ha fede nella poesia né in sé, e pur tenta; tenta la novità, e non ha il coraggio di rompere con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza, e la segue; scambia la materia per l’arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto. Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d’un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de’miei sogni di gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho né il tempo né la voglia di farvi né meno il compianto.

Una volta certo diario moderato di prima bussola distingueva, a proposito del due decembre, fra delitti utili e delitti inutili. A tale stregua l’inno a Satana fu una birbonata utile: birbonata, non nel concetto, che per me è ancor vero tutto o quasi, ma per l’esecuzione. Non mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) mi uscí dalle mani tanto volgare. L’Italia col tempo dovrebbe inalzarmi una statua, pel merito civile dell’aver sacrificato la mia coscienza d’artista al desiderio di risvegliar qualcuno e rinnovare qualche cosa. Mi raccomando che la statua sia brutta bene, proprio come una di quelle che accennai più a dietro e come a’ nostri scultori non sarà difficile farla. Sia brutta, o madre Italia, sia brutta; perché allora io fui un gran vigliacco nell’arte.

E ne porto meritamente le pene da tutti questi ragazzi sgrammaticanti che non cessano invocarmi poeta di Satana. E ne porto giustamente le pene nel veder messo il mio nome a canto a qualche altro nome che raffigura e risuona quanto di più vano, di più falso, di più istrionico, di più basso e di più buffo repeva [4] nei fondacci della vecchia grafomania italiana; che rappresenta quanto nella nuova si denuda più vizzamente sfacciato, più bolsamente ciarlatano; che raccoglie tutte le infermità le viltà le bugie di una transizione che finisce e d’una che incomincia. I nostri vecchi credevano, e crede il popolo ancora, che i girini, i quali saltellano bulicando dal polverone d’estate non a pena le prime gocce grosse, fitte, frementi e frescamente odoranti di un acquazzone d’agosto l’abbiano immollato, fossero e sieno metà fango e metà materia organica che diventerà ranocchio. Tale qualche nome: fango è di certo; ranocchio, vedremo.

Bologna, 27 luglio 1881.

LIBRO  PRIMO

1861-1867

Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale

Per gli silenzi de la notte arcana

Cauto di peregrin che s’allontana.

G. C.

I

CONGEDO

Come fra ’l gelo antico

S’affaccia la vïola e disasconde

Sua parvola beltà pur de l’odore;

Come a l’albergo amico

Co ’l vento ch’ apre le novelle fronde

La rondinella torna ed a l’amore

Rifiorirmi nel core

Sento de i carmi e de gli error la fede

Animoso già riede

De le imagini il vol, riede l’ardore

Su l’ingegno risorto: e il mondo in tanto

Chiede al mio petto ancor palpiti e canto.

Luce di poesia,

Luce d’amor che la mente saluti,

Su l’ali de la vita ancor s’aderge

A te l’anima mia,

Ancor la nube de’ suoi giorni muti

Nel bel sereno tuo purga e deterge:

Al sol cosí che asperge

Lieto la stanza d’improvviso lume

Sorride da le piume

L’infermo e ’l sitibondo occhio v’immerge

Sin che gli basta la pupilla stanca

A i color de la vita, e si rinfranca.

Quale nel cor mal vivo

Dolore io chiusi, poi che la minaccia

Del tuo sparir sostenni, e quante pene!

Tal del seguace rivo

A poco a poco inaridir la traccia

L’arabo vede fra le mute arene,

E sente entro le vene

L’arsura infurïar, e mira, ahi senso

Spaventoso ed immenso!

Oltre il vol del pensiero e de la spene

Spaziar silenzïoso e fiammeggiante

Il ciel di sopra e ’l gran deserto innante

E giace, e il capo asconde

Nel manto, come a sé voglia coprire

La vista, che il circonda, de la morte:

E il vento le profonde

Sabbie rimove e ne le orrende spire

Par che sepolcro al corpo vivo apporte:

I figli e la consorte

Ei pensa, ch’ escon de le patrie ville

Con vigili pupille

Del suo ritorno ad esplorar le scorte,

E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso

Vien, de’ noti cammelli odono il passo.

Or mi rilevo, o bella

Luce, ne’ raggi tuoi con quel desio

Onde elitropio s’accompagna al sole.

Ma de l’età novella

Ove i dolci consorti ed ove il pio

Vólto e l’amico riso e le parole?

Come bell’arbor suole

Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno,

Tu, mio fratel, tu eterno

Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole,

Lungi al pianto del padre, or tien la fossa

Pur le speranze de l’amico e l’ossa.

O ad ogni bene accesa [5]

Anima schiva, e tu lenta languisti

Da l’acre ver consunta e non ferita:

Tua gentilezza intesa

A reo mondo non fu, che la vestisti

Di sorriso e disdegno; e sei partita.

Con voi la miglior vita

Dileguossi, ahi per sempre!, anime care;

Qual di turbato mare

Fra i nembi sfugge e di splendor vestita

Par da l’occiduo sol la costa verde

A cui la muta con l’esilio e perde.

Dunque, se i primi inganni

Mi abbandonaro inerme al tempo e al vero,

Musa, il divin tuo riso a me che vale?

Altri e fidenti vanni,

Altro e indomito al dubbio ingegno altero

Vorriasi a te seguir, bella immortale,

Quand’apri ardente l’ale

Ver’ l’infinito che ti splende in vista:

A me l’anima è trista;

Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale

Per gli silenzi de la notte arcana

Canto di peregrin che s’allontana.

Ma no: dovunque suona

In voce di dolor l’umano accento

Accuse in faccia del divin creato,

E a l’uom l’uom non perdona,

E l’ignominia del fraterno armento

E ludibrio di pochi è rio mercato,

E con viso larvato

Di diritto la forza il campo tiene

E l’inganno d’oscene

Sacerdotali bende incamuffato,

Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.

Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.

Addio, serena etate,

Che di forme e di suoni il cor s’appaga;

O primavera de la vita, addio!

Ad altri le beate

Visïoni e la gloria, e a l’ombra vaga

De’ boschetti posare appresso il rio,

E co ’l queto desio

Far di sé specchio queto al mondo intero:

Noi per aspro sentiero

Amore ed odio incalza austero e pio,

A noi fra i tormentati or convien ire

Tesoreggiando le vendette e l’ire.

Illusa, e non vedi quanto

Tuon di dolor s’accoglie e qualdi sangue

Tinta di terra al ciel nube procede?

Di madri umane è pianto

Cui su l’esausta poppa il figlio langue;

Strido è di pargoletti, e del pan chiede:

E sospir di chi cede

Vinto e in mezzo a la grave opera cade,

Di vergin che onestade

Muta co ’l vitto; e di chi più non crede

E disperato nel delitto irrompe

E grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.

Che mormora quel gregge

Di beati a cui soli il ciel sorride

E fiorisce la terra e ondeggia il mare?

Di qual divina legge

S’arma egli dunque e che decreti incide

A schermir le crudeli opere avare?

Odo il tuono mugghiare

Su ne le nubi, e freddo il vento spira:

Del turbine ne l’ira

E tra i folgori è dolce, inni, volare.

L’umana libertà già move l’armi:

Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.

Canzon mia, che dicesti?

Troppo è gran vanto a sí debili tempre:

Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.

II.

IN UN ALBO

Ancor mi ride ne la fantasia

L’onesto sguardo, o giovinette, e ’l viso

E de le vòstre inchine fronti il riso;

E ad altri dí la mente si disvia

Quando m’apparve amor cosa celeste;

E con sospir strisciare odo una veste

Bianca tra i fiori al lume de la luna,

Mesco mormorii dolci a l’aria bruna.

Povero peregrino in chiusa valle

Timido de la notte erma fra i sassi,

Se leva gli occhi su del monte a i passi

Ond’è calato e vede le sue spalle

Ancor vestite del soave raggio,

Pensa il principio del lontan viaggio

E del luogo natio la primavera

Ed il foco paterno in su la sera.

Al sole al verde a gli amorosi venti

A le dolci armonie pe ’l mondo sparte

Sospira il cuor; ma la bufera in parte

Mi respinge ove infuriano i viventi

Odi e amor di mill’anni e da le tombe

Sergono accenti d’ira e suon di trombe.

Non uditeli voi, ma pure e liete

De la fugace rosa il fior cogliete.

III.

 PER UNA RACCOLTA IN MORTE DI RICCA E BELLA SIGNORA

 Sparsa la faccia bianca

De la fuggente vita,

Con la persona stanca

Abbandonarsi a l’ultima partita

Lei che sposa virginea

Pur or ne arrise di beato amor;

Sentir com’angue gelida

E questa e quella mano;

Gli occhi mirar che vitrei

Orribilmente notano nel vano

Forse in cerca de i pargoli

A lo sguardo fuggenti ahi non al cor,

De i pargoli che muti

Intorno al letto stanno

Rigando i volti arguti

Di lacrimette, ed il perché non sanno,

E come sogno i fervidi

Baci materni penseranno un dí;

E intorno l’ombra stendersi

De la morte odiosa,

Mentre pur su ’l cadavere

Si lamenta con Dio la madre annosa

Ch’ abbia a compor ne l’ultima

Pace chi a premer gli occhi suoi nutrì;

Deh quanta pïeta! E pure

Dolori altri segreti

Conosco, altre sventure,

Che di solenni lacrime a’ poeti

Non chieggon pompa. Apritevi,

De la miseria antri nefandi, a me.

E tu che in quelle fetide

Paglie mal sai celare

La nudità che informasi

Da l’ossa attratte e orribile si pare

Fra i pochi cenci luridi,

Forma dolente umana, oh qual tu se’?

Il secco occhio splendente

Con le pupille ignave,

Il sudor che di lente

Righe solca le tempia oscure e cave

E rappreso su l’umida

Fronte il cinereo mal piovente crin,

E quel vermiglio lurido

Ne le saglienti gote,

Quel faticoso anelito

Da l’osseo petto cui la tosse scuote

Acre profonda ed arida,

Quel sangue de la bocca in su i confin,

Annunzian, fere scorte,

La grande ora suprema.

Al passo de la morte

Niun la prepara? e niuno è che qui gema?

Ecco: un parvol si strascica

Su quelle paglie, e chiede pur del pan;

E un infante co ’l rabido

Vagito de la fame

Contende, ansa, travagliasi

Co ’l viso macro, con le dita grame,

Intorno de l’esausta

Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.

Lente cadon le braccia,

Il guardo le si vela,

E pia morte la faccia

De gli affamati suoi figli le cela.

Devoti essi a la livida

Colpa ed al vorator morbo son già.

L’uomo, doman, che tolsela

Vergin bella e pudica,

Su’l deforme cadavere

Darà un guardo tornando a la fatica

Usata. Ozio di piangere,

Dritto d’amare il misero non ha.

IV.

CARNEVALE

VOCE DAI PALAZZI

E tu, se d’echeggianti

Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva

Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi,

Voce d’umani pianti

E sibilo di tibie e de la belva

Ferita il rugghio in mille suoni rendi,

Borea, mi piaci. E te, solingo verno,

Là su quell’alpe volontieri io scerno.

Una caligin bianca

Empie l’aer dormente, e si confonde

Co ’l pian nevato a l’orizzonte estremo.

Tenue rosseggia e stanca

Del sol la ruota, e fra i vapor s’asconde,

Com’occhio uman di sue palpebre scemo.

E non augel, non aura in fra le piante,

Non canto di fanciulla o vïandante;

Ma il cigolar de’rami

Sotto il peso ineguale affaticati

E del gel che si fende il suono arguto.

Canti Arcadia e richiami

Zefiro e sua dolce famiglia a i prati:

Me questo di natura altiero e muto

Orror più giova. Deh risveglia, Eurilla,

Nel sopito carbon lieta favilla;

Ed in me la serena

Faccia converti e ’l lampeggiar del riso

Che primavera ove si volga adduce.

A la sonante scena

Poi ne attendono i palchi, ove dal viso

De le accolte bellezze ardore e luce

E da le chiome e da gl’inserti fiori

Spira l’april che rinnovella odori.

VOCE DAI TUGURI

Oh se co ’l vivo sangue

Del mio cor ristorare io vi potessi,

Gelide membra del figliuolo mio!

Ma inerte il cor mi langue,

E irrigiditi cadono gli amplessi,

E sordo l’uomo ed è tropp’alto Iddio.

O poverello mio, la lacrimosa

Gota a la gota di tua madre posa.

Non de la madre al seno

Il tuo fratel posò: lenta, su ’l varco

Presse gli estremi aliti suoi la neve.

Da l’opra dura, pieno

Il dí, seguiva sotto iniquo carco

I crudeli signor co ’l passo breve;

E co l’uom congiurava a fargli guerra

L’aere implacato e la difficil terra.

Il nevischio battea

Per i laceri panni il faticoso:

E cadde, e sanguinando in van risorse.

La fame ahi gli emungea

L’ultime forze, e al fin su ’l doloroso

Passo lo vinse; e pia la morte accorse:

Poi cadavero informe e dissepolto

Lo ritornar sotto il materno volto. [6]

Ahimè, con miglior legge

Ripara a schermo da la gelid’aura

Aquila in rupe e belva antica in lustre,

Ed un covil protegge

Tepido i sonni ed il vigor restaura

A i can satolli entro il palagio illustre

Qui presso, dove de l’amor più forte,

Figlio de l’uom, te mena il gelo a morte.

VOCE DALLE SALE

Mescete, or via mescete

La vendemmia che il Ren vecchia conserva

Di sue cento castella incoronato.

Gorgogli con le liete

Spume a lo sguardo e giù nel cor ci ferva

Quel che il sol ne’ tuoi colli ha maturato

Cui ben Giovanna a l’Anglo un di’ contese,

O di vini e d’ eroi Francia cortese.

Poi ne rapisca in giro

La turbinosa danza. Oh di pompose

E bionde e nere chiome ondeggiamenti;

Oh infocato respiro

Che al tuo si mesce: oh disvelate rose;

Oh accorti a fulminare occhi fuggenti;

Mentre per mille suoni a tempra insieme

L’acuta voluttà sospira e geme!

Dolce sfiorar co ’l labro

Le accese guance, e stringer mano a mano

E del seno su ’l sen le vive nevi,

E di sua sorte fabro

Ne l’orecchio deporre il caro arcano

De le sorrise parolette brevi,

E meditar cingendo il fianco a lei

De l’espugnata forma indi i trofei.

Che se di nostre feste

Scorra su l’util plebe il beneficio

E civil carità prenda augumento;

Mercé nostra, il celeste,

Che bene e mal parti, saldo giudicio

Ha di bella pietade alleggiamento.

Noi, del nostro gioir, beata prole,

Rallegriam l’universo a par del sole.

 VOCE DALLE SOFFITTE

Mancava il pan, mancava

L’opra sottile a reggere la vita;

E al freddo focolar sedea tremando,

E muta mi guardava,

Pallida mi guardava e sbigottita,

la madre; e un lungo giorno iva passando

Che perseguiami quel silenzio e ’l guardo,

Quand’io lassa discesi a passo tardo.

Piovea per la brumale

Nebbia lividi raggi alta luna

In su 'l trivio fangoso, e dispariva

Dietro le nubi: tale

Di giovinezza il lume in su la bruna

Mia vita mesto fra i dolor fuggiva.

E la man tesi: e vidimi in conspetto

Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto

Immane. Ahi, ma più immane

Me, o superbi, premea la lunga fame

E il guardo e il viso de la madre antica.

Tornai: recai del pane:

Ma tacean del digiuno in me le brame,

Ma sollevar i gravi occhi a fatica

Sostenni: o madre, e nel tuo sen la fronte

Ascosi e del segreto animo l’onte.

Addio, d’un santo amore

Fantasie lacrimate, e voi compagne

Di questa infelicissima fanciulla! [7]

A voi rida il candore

Del vel che la pia madre adorna e piagne,

E ’l pensier ch’erra a studio d’una culla.

Io derelitta io scompagnata seguo

Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.

VOCE DI  SOTTERRA

Taci, o fanciulla mesta;

Taci, o dolente madre, e l’affamato

Pargol raccheta ne la notte bruna.

Fiammeggia, ecco, la festa

Da’ vetri del palagio, ove il beato

De la libera patria ordin s’aduna,

E magistrati e militi fra’suoni

E dotti ed usurier mesce e baroni.

De’ tuoi begli anni il fiore,

O fanciulla, intristi, chiedendo in vano

L’aer e l’amor ch’ogni animal desia;

Ma ride in quel bagliore

Di sete e d’òr, che con la bianca mano

La marchesa raccoglie e va giulia

In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?,

La prostituzïone a la tua porta.

Quel che ne la pupilla

Del figliuol tuo gelò supremo pianto

Che tu non rasciugasti, o madre trista,

Gemma s’è fatto e brilla

Fra ’l nero crin de la banchiera. E intanto

Il leggiadro e soave economista

A lei che ride con la rosea bocca

Sentenze e baci dissertando scocca.

Gioite, trionfate,

O felici, o potenti, o larve! E quando

Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia,

Uscite e dispiegate,

Pur la mal digerita orgia ruttando,

Le vostre pompe a’suoi digiuni in faccia;

E non sognate il dí ch’ a l’auree porte

Batta la fame in compagnia di morte.

V.

PER NOZZE B. E T.

IN PISA.

 Chi me de’canti ormai memore in vano

Poi che dal nido mio giacqui diviso,

Chi me al ciel patrio e de gli amici al viso

Rende toscano,

Dove più largo ne’ bei piani a l’onda

Laborïosa il freno Arno concede

E di trïonfi solitari vede

Grave la sponda?

Vola il pensiero trepidando e posa

A una nota magione or tutta in festa.

Piange la madre e i bianchi veli appresta:

Ecco la sposa.

Seco il garzone a cui l’intimo affetto

Traluce e ride su la faccia pura

E ne l’eloquio l’anima secura

E il savio petto.

Oh a me del vin cui più sottil maturi

Tosca vendemmia per le aeree cime

Versate, amici. Io dal bicchier le rime

Chieggo e li augùri

E d’Alice dirò la chioma bruna

La tenue fronte e i lunghi sguardi e lenti

Come in queta d’april notte pioventi

Raggi di luna.

VI.

ROSA E FANCIULLA

Or che soave è il cielo e i dí son belli

E gemon l’aure e cantano gli augelli

Tu chini l’amorosa

Fronte, o vergin rosa.

Per te non fa che il prato ove nascesti

Tiranno solitario avvampi il sole,

Quando su’campi da la falce mesti

La polverosa estate a lui si duole,

E nel meriggio le campagne sole

Assorda la cicala,

E impreca al giorno, che affannoso cala,

Dal risecco pantan la rana ascosa.

Subito allor su’ non più verdi colli

Sorge il turbine, e gran strepito mena,

Spazza gli ultimi fiori ed i rampolli,

E allaga i campi d’infelice arena;

E più cresce l’arsura, e de l’amena

Ombra il conforto manca.

Tu fuggi a quella stanca

Ora, o vergine rosa.

Per te non fa ne’giorni grigi e scarsi

Mirar la doglia de l’anno che muore.

Le foglie ad una ad una distaccarsi

E gemer sotto il piè del viatore,

Sin che la nebbia del suo putre umore

Le macera o le avvolge

La fredda brezza e lenta le travolge

Giù ne l’informe valle ruinosa.

Allor le nubi che fuman su i monti,

Allor le pioggie lunghe e tristi al piano,

E l’ alte ombre de’ gelidi tramonti,

Ed il triste desio del sol lontano,

E la bruma crescente a mano a mano,

E il gel che tutto serra.

Tu fuggi a tanta guerra,

O giovinetta rosa.

VII.

LE NOZZE

(FESTA DI GIOVANI E DI FANCIULLE)

I DUE CORI

Ne la stagion che il ciel co’ le feconde

Pioggie nel grembo de la madre antica

Scende e l’eterna amica

Co’ vegetanti palpiti risponde,

E gemiti e sospiri e arcani accenti

Volan su’ molli venti

E la festa e il clamor de gl’imenei

Nel canto è de gli augei;

Quando, de le foreste al lento giorno,

Accennando del vertice ondeggiante,

Fremon d’amor le piante,

E un fresco effluvio va su l’aure intorno

Quando al sol novo di pudico ardore

Dal verde letto fuore

S’invermiglia la rosa, ed il suo duolo

Canta a lei l’usignolo;

Su la tepida sera e con la stanca

Luna che sorge e va tra gli odorati

Vapor benigna e i prati

Arsi rintegra e i verdi monti imbianca,

Tu a l’opre de la vita a le tue leggi

La giovin coppia reggi

E guida, o sacra, o veneranda, o pura

Madre e diva, natura.

PRIMO SEMICORO DI GIOVANI

Qual nel roseo mattin lene si solve

Lucida visïone o come stella

Di sua bianca facella

Segna cadendo a l’alta notte il velo,

La fanciulla trasvola. Oh chi del cielo

La pace e il riso ne’ begli occhi infuse?

Chi tanta circonfuse

Gloria di raggi a la gentil persona?

Tenebra e gelo, ov’ella n’abbandona,

Contragge l’aer e i cuor; ma seco adduce

L’ardore ella e la luce,

E sotto il bianco piè fiorisce aprile;

E l’aure e l’acque e i fior con voce umile

Mormoran di sommessi amor richiami,

E più dolce fra’ rami

Corre la melodia di primavera.

Quasi canzon lontana in su la sera

Ne i lidi antichi de la patria udita

Onde fu la partita

Grave e n’ arride in cor dolce il ritorno,

Suona la voce sua. Ben venga il giorno

Che di novelli sensi una vaghezza

Colori sua bellezza,

Come il sol primo adolescente fiore,

E là si svegli dove or dorme amore.

SECONDO SEMICORO DI GIOVANI

Allor risponde ad ogni offesa ‒ amore ‒

Dante con viso d’umiltà vestito:

E ne l’alto infinito

Come in sua regïon s’affisa e mira;

Ed un rombo di bianche ali l’aggira;

E pur tra il fumo de l’italiche ire

Scender vede e salire,

Quasi pioggia di manna, angeli al cielo.

Allor contempla il Bonarroti anelo,

E sovra il marmo combattuto posa

Lento la man rugosa

Dinanzi al folgorar di due pupille.

Ma tu, Sanzio gentil, tante faville

Giungi a’ tuoi chiusi ed immortali ardor

Quante pe’ bei colori

Chiedi a la terra e al ciel forme divine.

Ahi troppo amico di tua morte! al fine

Come arboscel che d’una rupe orrenda

Avido si protenda

A ber la luce e il sol, tu langui e spiri.

 Tale, ove pieghi de’ begli occhi i giri

Costei cui donna il vulgo e Beatrice

Chiama il poeta, indice

Lor fati a l’alme, e sovra l’arte regna,

Di bellezza e d’amor vivente insegna.

I DUE CORI

Cosí pronta e leggera

Per tempeste di mari

La rondinella a i cari

Liti e al suo nido affretta,

Che il ciel mite l’aspetta ‒ e primavera,

 Come voli tra fiori

Tu al cupido marito;

E tal cervo ferito

Tende a montano rivo,

Qual ei tutto giulivo ‒ a i dati amori.

Tu togli, amor possente,

La vergine al suo tetto,

Tu lei togli a l’aspetto

E al bacio lacrimato

De l’uno e l’altro amato ‒ suo parente

 A novo ostel la guidi,

Ad altre cure e sante;

E al consecrato amante

Lei timida e vogliosa

Doni moglie, e pietosa ‒ amica fidi,

Onde poi si rinnova

La socïal famiglia;

Dove, se amor consiglia

Al vero al buono al retto,

Virtù fiorisce e affetto ‒ in bella prova.

Fanciulla, or t’ abbi in core

Pur fra’ pensier più cari,

Che de’ pudichi lari

In te posa la fede,

Che del costume siede ‒ in te il valore.

Tu lasci i primi gigli,

E cambi a più gentile

Questo tuo stato umile;

E il saprai quando intorno

Ti fioriranno un giorno ‒ i dolci figli.

PRIMO SEMICORO DI FANCIULLE

Qual chi de l’esser suo toccò la cima,

Tranquilla e glorïosa ella ne viene:

Diffuso ha per le gene

E ne la fronte di letizia il lume.

Attende; e poi, qual con le aperte piume

Colomba al pigolar de la covata,

Ella corre beata

E d’amor radïante a un picciol letto.

 Denuda, o vereconda, il casto petto;

Dischiudi, o bella, il tuo più santo riso:

Il pargoletto affiso

Ne la tua vista i novi affetti impari.

 A te co ’l riso egli risponda: i cari

Occhi parlino a te. Sveglia co ’l senso

Nel picciol cor l’immenso

Intendimento de la vita umana.

 O de le semplicette alme sovrana

Gentile, o pia de’ cuori informatrice,

La steril Beatrice [8]

Ceda a te, fior d’ogni terrena cosa.

Talamo e cuna è l’ara tua: l’ascosa

Corrispondenza è quivi, onde si cria

Quell’eterna armonia

Che de’ petti domati in fondo aggiunge

E la famiglia a la città congiunge.

SECONDO SEMICORO DI FANCIULLE

Allor, perché da le sue case lunge

Voli di servitude il dí nefando,

Cade l’eroe pugnando

E ne la luce de i cantor rivive;

E contro l’Asia, che di forme achive

Ornar vuole a’ tiranni il gineceo,

Suona su per l’Egeo

Il peana e la sacra ira d’Atene.

Sorge de i re contro le voglie oscene

Il gran giuro di Bruto, e su le spoglie

De la pudica moglie

Libertate a la lor fuga sorride.

Tremi le squille ancora e l’omicide

Sicule furie qual porrà la mano

Dominatore strano

Su le donne de’ vinti, o le vendette

De i secreti pugnali. A noi permette

Altri l’età miglior voti e speranze,

Se de le molli usanze

Vinca le oblique insidie integra l’alma.

Or vienne, o giovinetta: or, palma a palma

Stretta co ’l tuo fedele, entra d’amore

Nel tempio: ma il pudore

Che la vergin tingea de la sua rosa

Non si scompagni da la nova sposa.

I DUE CORI

O te felice, o sopra

Il nostro infermo stato

Te cara al ciel! beato

Il letto de’ tuoi amori,

S’ombra de’propri fiori ‒ avvien che ’l copra

Ma in cor ti sieda impresso

Ch’ogni piacer più caro

Ti tornerà in amaro

Senza i baci e gli accenti

De’ pargoli innocenti ‒ e il puro amplesso.

Ahi la non degna sposa

Ch’odia di madre il nome

Stolta e crudele! Come

Talento reo la sprona,

A danze si abbandona ‒ furïosa;

E in tanto, o empia!, langue

Su mercenario petto

Il caro pargoletto,

E d’altrui baci appara

Disconoscenza amara ‒ del suo sangue.

Ma, quando di restia

Vecchiezza il corpo offeso

Sente de gli anni il peso,

A lei non per soave

Cura filial men grave ‒ è l’età ria.

More; e non di sua prole

Il pianto e il bacio estremo

Non il vale supremo

La misera conforta:

Questo natura porta ‒ ed il ciel vuole.

Ma tu più saggia il fiore

D’ogni piacer ritrova

In questa cura nova.

Cosí nel bel disio

Ti benedica Iddio ‒ t’arrida amore.

VIII.

 I POETI DI PARTE BIANCA. [9]

Duro, marchese, allor che de la vita

L’arco piega e il pensiero in su le bianche

Urne de’ padri si raccoglie intorno

A i templi noti, oh duro allor, marchese

Malaspina, lasciar la patria! A cui

Rida nel core e ne le forti membra

La giovinezza, è un’avventura, un gioco

De la vita che s’apre a nuovi casi,

Con l’esilio mutar le dolci soglie

De la magion de’ padri suoi. Ma io

Non vedrò più da l’Apparita a il piano

La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi

Corron due lustri omai che aspetto e piango

Come serena fra le negre torri

S’inalza e quanto già de l’aer piglia

Santa Maria del fiore! Io la mirava

Da’ lieti colli ove lasciai me stesso,

E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma,

Allor che il magno imperador s’assise

A Firenze con l’oste. Ed io ’l seguiva,

E rividi la mia villa diserta

Da Carlo di Valese; e i luoghi usati

non conobbi più, né me conobbe

La nuova gente. Ora il cortese il giusto

Il magnanimo Arrigo è morto; e giace

Tutta con lui de gli esuli la speme. ‒

 Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti

Cittadin bianchi di Firenze, in rima

Dicitore leggiadro; e fosco in tanto

Battea la ròcca di Mulazzo il nembo,

E la tristezza del morente autunno

Umida e grigia empiea le vaste sale

Di Franceschino Malaspina. Acuta

Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo

Arguto distendea, l’occhio vibrando

Dardeggiarne e le orecchie erte, a le verdi

Gonne de l’alta marchesana. A lei

D’ambo i lati sedean donne e donzelle,

Fior di beltà, fior di guerresche altiere

Ghibelline prosapie. E di rincontro,

Ardendo in mezzo d’odorata selva

Il focolar, tu dritto in piedi tutta

Ergei la testa su i minor baroni,

Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina.

Posava in pugno al cavaliere un bello

Astor maniero, e, quando varia al vento

Saltellante la grandine picchiava

Le vetrate e imbiancava il fuggitivo

Balen le appese a’ muri armi corusche,

Ei l’ale dibatteva, ir serpentino

Collo snodando, e uno stridor mettea

Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno

Occhio l’amor de le apuane cime

Natie, libere: ardea, nobile augello,

In tra i folgori a voi tender su’ nembi.

E fiso un paggio lo guatava, a’ piedi

Seduto del signor: fuggíasi anch’esso

In su l’ale de’ venti col desio

Fuor de la sala, e valicava i monti

Da l’insana procella esercitati

E le selve grondanti, e fra ’l tonante

Romor de le lontane acque lo scroscio

Del fiume ei distinguea cui siede a specchio

La capanna di sua madre vassalla.

Ma non al paggio né a l’astor, trastullo

De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone,

Sí atteso egli pendea da la soave

Loquela di Sennuccio, e sí ’l tenea

D’un compagno di lui l’alta sembianza,

Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque

Sennuccio, il pro’ marchese incominciava:

‒ Deh come par che il cielo anco s’attristi

E pianga di Toscana in su le soglie,

Quando un poeta si dilunga! O cieca

E diserta Firenze, or che ti resta

Altro che frati e bottegai! Le vie

De l’esiglio fioriscono d’allori

A’ poeti raminghi, e loro è d’ombre

E di corone larga ogni cittade

Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce

Paese di Provenza e voi ristori

Cortesia di signor beltà di donne,

Non v’incresca, per dio, di questa Italia

Vedova trista, ch’ogn’or più dimagra

E di buoni e di ben. Ma, se spiacente

Il castel di Mulazzo e ’l castellano

A voi non parve, se mercé d’amore

Vinca l’ambascia de la dura via,

Non vorrete, Sennuccio, or consolarne

D’un amoroso canto? ‒ E pur tacendo

Il marchese chiedeva: un mormorio

D’assenso di preghiera e d’aspettanza

Levossi intorno. S’inchinò il poeta,

E ‒ Tristi, disse, fian le rime, quali

Nostra fortuna le richiede e ’l tempo. ‒

Disse: e intonava pietoso il canto.

« Amor mi sforza di dover cantare

E lamentare ‒ in questa ballatetta.

Angela venne de la terza spera

Qui dove l’aer verna, e chiuse il volo:

Poi, tutta accesa in quella luce mera

Che arde là sovra del nostro polo,

In vista umana patía noia e duolo

Conversando fra noi quest’angeletta.

Ove spirava l’aüra gentile,

Subito amore possedea quel loco:

Ivi ridea novellamente aprile

E vampava ne l’aere un dolce foco;

Ma distringeva i cori a poco a poco

Quasi una pena, e dolce era la stretta.

Ognun diceva ‒ Ov’ella gli occhi gira,

Ed ivi tosto ogni virtù è fiorita,

Cade ogni mal volere e fugge l’ira,

E dolce s’incomincia a far la vita:

A lei d’intorno a gran diletto unita

La gente per valer sua voce aspetta. ‒

A più alto sperar n’era argomento

Il riso bel ch’io non saprei ridire.

Io conto il ver: la voce era un concento

Di lontane armonie, di strane lire;

E retro la memoria facea gire

Ad una vita che ne fu disdetta.

Miracolo a veder sua gran vaghezza

Facea del cielo ragionare altrui.

‒ Ecco, io vi mostro di quella dolcezza

Che tutto adempie il regno d’ond’io fui: ‒

Queste parole eran ne gli occhi sui;

Pur chini li tenea la verginetta.

Mi fe’ pensoso di paura forte

Il portamento suo celestïale,

M’indusser gli occhi a desïar la morte

Ne la lor pace che non è mortale:

Ma poi, temendo non mettesse l’ale,

Dissi, com’uomo in cui desir s’affretta:

‒ Se ben si pare a le fattezze tue,

Tu fusti nata in cielo a l’armonia;

E mi fai rimembrar Psiche qual fue

Quando sposa d’Amor fra i numi uscia.

Tardi ritorna a la spera natia!

Donami ch’io t’adori, o forma eletta! ‒

Cosí le dissi ne’ sospiri. Ed ella

De gli occhi suoi levar mi fece dono,

Ahi quanto vagamente! E ne la bella

Vista divenni altr’uom da quel ch’io sono.

Visibilmente Amor, come in suo trono,

Luceva in fronte a questa pargoletta.

‒ Piacer che move de la mia persona

Conforti anco per poco i pensler tui;

Ch’i’sento quel signor che la mi dona

Che a sé mi sforza; e cosa i’son da lui:

Non fa per me di questi luoghi bui

La stanza, e poco vostro amor mi alletta. ‒

Cotal suonò di quella onesta e vaga

La voce pia ch’ella apparò dal cielo,

Gli occhi belli avvallando; e di sé paga

L’alma raggiò desro fuor di suo velo;

Tutta ella ardea di pietoso zelo

Qual peregrino cui ’l tornar diletta.

Ahi me, che la noia del dolente esiglio

Quest’angeletta mia presto ebbe stanca!

E venne meno come novo giglio

Cui ’l ciel fallisce e ’l vento fresco manca.

Ella posò come persona stanca,

E poi se ne partí, la giovinetta.

Partissi, e si partiro una con lei

Amor e poesia dal nostro mondo.

Da indi in qua cercaron gli occhi miei

Per giocondezza, e nulla è lor giocondo:

Sollazzo e festa per me giace in fondo;

Sol chiamo il nome de la mia diletta,

Ahi lasso! e, quando la stagion novella

Rallegra i cori e fa pensar d’amore,

Vien ne la mente mia la donna bella

Che mi fu tolta; ond’io vivo in dolore.

Chiamo il suo nome: e mi risponde il core:

Lasso, che cerchi? altrove ella è perfetta.

 Cos’ cantò Sennuccio: e gran pietate

De le donne gentili i petti strinse;

E dolorosa un’ombra in su le fronti

De’ guerrieri abbronzate errava, come

Se un gran fato presente a ogn’un toccasse

Le menti; e raro il favellar s’accese

Su l’oscura ed estrema ora del magno

Arrigo. ‒ Al morto imperator conceda

Dio la sua pace: a lui gloria ne’canti,

Imperador de le toscane rime,

Dante darà; noi la vendetta. Ancora

Su le torri pisane ondeggia al vento

Il sacro segno, ed Uguccione intorno

Fior di prodi v’accoglie e di speranze.

Lombardia freme; e un cavalier novello,

Sprezzator di riposo e di perigli,

Leva fra i due mastin l’aquila invitta.

Se Dio n’aiuti, rivedrem, Sennuccio,

De’ guelfi il tergo; rivedrem le belle,

Che ne disser piagnendo il lungo addio,

Facce d’amore. Oh, di Mugel selvoso

Ne le dolci castella una m’aspetta;

E di memorie io vivo e di speranza.

Liete rime troviam. Reca, o fanciullo,

Qua la mandòla; se, di Cino usata

E di Dante a gli accordi, essa e la bella

Marchesa Malaspina il canto accolga. ‒

Cosí disse Gualfredo. A lui l’azzurro

Occhio splendea come l’acciar de l’else;

E su ’l verde mantel di sotto al tócco

Bianco e vermiglio gli piovea la bionda

Giovenil capelliera, a mo’ di nube

Aurea che attinge da l’occiduo sole

Le tue valli non tocche, ermo Apennino.

D’ un molle riso gli assentí la dama

Donnescamente; e recò destro il paggio

La dipinta mandòla. In su le quattro

Fila correan del cavalier le dita,

Piane, lente, soavi; e poi di tratto

Rapide flagellando risonaro.

Come pioggia d’aprile a la campagna,

Che bacia i fiori e su le larghe fronde

Crepita; ride fra le nubi il sole

E ne le gocce pendule si frange;

Getta odore la terra; l’ali bagna

La passeretta, al ciel levasi e trilla:

Tal di Gualfredo il suono era ed il canto.

Chi renderlo potrebbe oggi che fede

Non tien la lingua a l’abondante core?

Luce d’amore che ’l mio cor saluta

E intelligenza e vita entro vi cria

Move dal riso de la donna mia.

I’ dico che giacea l’anima stanca

In su la soglia de la vita nova,

Qual peregrino a cui la forza manca

E vento greve il batte e fredda piova,

Che vinto cade, e lontan pur gli giova

Mirar la terra dolce che ’l nutria.

Cosí l’anima trista si smarriva

Abbandonata de la sua virtute,

E ’l caro tempo giovenil fuggiva,

E tutte cose intorno erano mute:

Ma a confortarla di fresca virtute

Una beata visïon venia.

Fanciulla io vidi di gentil bellezza

Creata con desio nel paradiso:

Luceva la sua gaia giovinezzza

Nel piacimento del sereno viso,

E tutta la persona era un sorriso

E ogni atto ed ogni accento un’armonia.

La bruna luce de’ begli occhi onesti

E la dolcezza del guardo d’amore

Svegliò li spirti che dormiano; e questi

Gridaron forte su ’l distrutto core;

Che levò e disse ‒ L’anima che more

Ne le tue man commetto, angela pia.

Vedi la vita mia com’ella è forte,

Come ha già da vicin l’ultime strida.

O donna, io giaccio in signoria di morte,

E la poca virtute omai si sfida;

Se non che uno splendor novo l’affida

Ch’ or mi s’offerse, e di tua vista uscía. ‒

Ella nel suon dei dolorosi accenti

Rivolse gli occhi de la sua mercede,

E co’ guardi tenaci umidi e lenti

Diemmi d’amore intendimento e fede:

Quindi un novo desio nel cor mi siede,

Quanto mutato, oh dio!, da quel di pria.

Ché Amore io vidi ne l’aperto giorno

Glorïar come re ch’è trionfante,

E gioia e luce e chiaritade intorno

Ed una pace che non ha sembiante:

Egli si pose in quelle luci sante,

Com’angel contemplando arde e s’india.

Da indi in qua sonare odo per l’etra

Una soave melodia novella,

Come da ignoti elisi aura di cetra,

Come armonia di più felice stella;

È sempre questa creatura bella

D’amor mi parla ne la fantasia.

D’amor mi parla ogni creata cosa,

E il cielo aperto e la foresta bruna,

E la verde campagna dilettosa,

E gli silenzi de la bianca luna;

E d’ogni aspetto in cor mi si rauna

Un’alta voluttà che mi disvia.

Cotal si ruppe quel gelato smalto

In che il cuor si chiudea per fatal danno

Quindi d’amarla in me stesso m’esalto,

Quindi per gloria e per virtù m’affanno.

Che se durasse il mio vitale inganno,

Altro lo spirto mio non chiedería.

Lungi io me ’n vo. Ma per paese strano

Per vaga donna o per gentil signore

Non fia che scordi il bel sembiante umano,

Non fia che scordi il mio solingo amore,

La terra dove s’apre il bianco fiore,

Dove regna virtude e cortesia.

Deh la rivegga! E il riso desiato

Ogni nero pensier del cor mi cacci;

E, quando sienmi contro il mondo e ’l fato,

Mi trabocchi nel seno ella e m’abbracci:

Ben io constretto in que’ soavi lacci

Torrò sicuro ogni fortuna ria.

Cosí cantò Gualfredo: e da i vermigli

Labbri de le fanciulle a lui volaro

I desideri e i baci, qual da’ fiori

Belle, carche di miele, api ronzanti.

IX.

BRINDISI D’ APRILE

Quando su l’elci nere

E i mandorli novelli

Tripudia de gli augelli

Il coro nuzial,

E son le primavere

Per le colline apriche

Occhi di ninfe antiche

Che guardano il mortal,

E il sol d’un giovenile

Riso i verzier saluta

E pio sovra la muta

Landa s’inchina il ciel,

E il fiato de l’aprile

Move le biade in fiore

Come un sospir d’amore

Di nuova sposa il vel;

Sobbalza allor di palpiti,

Sente le sue ferite,

Il tronco de la vite,

De la fanciulla il cor;

Quella spira odorifere

Gemme a la fredda scheggia,

Questa desio lampeggia

Nel vergine rossor.

Allora a l’aer tepido

Tutto fermenta e langue,

Entro le vene il sangue,

Entro le botti il vin.

Tu senti de la patria,

Rosso prigion, desio;

E l’aura del natio

Colle sommove il tin,

Di pampini giuliva

La dolce vite è là :

Tu qui ne’ lacci... Oh viva,

Viva la libertà!

Andiamo, il prigioniere

Andiamo a liberar;

Facciamlo nel bicchiere

Rivivere e brillar,

Brillare al colle in vetta.

Brillare in faccia al sol:

Ribaci lui l’auretta,

Riveda egli il magliol.

E tu arridigli, o sole. Ei di te nacque

Nei dí che ad Opi t’infondevi in seno:

De i doni suoi la vita egra compiacque,

Come te ardente, come te sereno:

Quando tu disparisti, ed ei si giacque

Prigion celeste in carcere terreno:

Bagna i tuoi raggi nel gentil vermiglio,

Bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.

Vermiglio questo; ma quell’altro è biondo

Come la chioma tua, lene Agieo,

Come le ninfe che inseguivi al mondo

Su le rive felici di Peneo,

Allor che il ionio spirito giocondo

D’ogni splendida cosa iddio ti feo:

Ora le forme belle han tolto esiglio;

Bacia, sole immortal, bacia, il tuo figlio.

Unico ei resta, o sole; ed io d’amore

Unico l’amo, o biondo siasi o nero.

Biondo, è la luce che da i nervi fuore

Sprizza del canto il creator pensiero;

Nero, è il buon sangue che di fondo al core

Ne i magnanimi fatti ondeggia altero:

Versa al biondo i tuoi raggi ed al vermiglio,

Bacia, sole immortal bacia il tuo figlio.

LIBRO SECONDO

X.

OMERO

Non più riso d’iddei la nebulosa

Cima d’Olimpo a gli occhi umani accende:

Biancheggian teschi per le rupi orrende [10],

E sopravi la nera aquila posa.

Ne più il sacro Scamandro al pian discende [11]

Per le segnate vie: dov’ei riposa

Sotto il capo Sigeo l’onda obliosa,

Di otmane torri il tuo bel mar s’ offende.

Pur la novella etade, o veglio acheo,

Il cenno ancor de l’immortal Cronide

Stupisce e i passi de l’Enosigeo;

E trema, o vate, allor che d’omicide

Furie raggiante lungo il nero Egeo

Salta su ’l carro il tuo divin Pelide.

XI.

II.

E forse da i selvaggi Urali a valle

Nova ruinerà barbara plebe,

Nova d’armi e di carri e di cavalle

Coprirà un’onda l’agenorea Tebe,

E cadrà Roma, e per deserto calle

Bagnerà il Tebro innominate glebe.

Ma tu, o poeta, sí com’ Ercol dalle

Pire d’Età fumanti al seno d’Ebe,

Risorgerai con giovanili tempre

Pur a l’amplesso de l’eterna idea

Che disvelata rise a te primiero.

E, s’Alpe ed Ato pria non si distempre

A la riva latina ed a l’achea

Perenne splenderà co ’l sole Omero.

XII.

VIRGILIO

Ctonie, quando su’ campi arsi la pia

Luna imminente il gelo estivo infonde,

Mormora al bianco lume il rio tra via

Riscintillando fra le brevi sponde,

E il secreto usignuolo entro le fronde

Empie il vasto seren di melodia,

Ascolta il viatore ed a le bionde

Chiome che amò ripensa, e il tempo oblia,

 Ed orba madre, che doleasi in vano,

Da un avel gli occhi al ciel lucente gira

E in quel diffuso albor l’animo queta;

Ridono in tanto i monti e il mar lontano,

Tra i grandi arbor la fresca aura sospira:

Tale il tuo verso a me, divin poeta.

XIII.

 F. PETRARCA

 Se, porto de’ pensier torbidi e foschi,

Ridesse un campicello al desir mio

Con poca selva e il lento andar d’un rio

A l’aër dolce de’ miei colli tòschi,

Vorrei, là in parte ove il garrir de’ loschi

Mevi non salga e regni alto l’oblio,

Pòrti un’ara con puro animo e pio

Ne la verde caligine de’ boschi.

Ivi del sol con gli ultimi splendori

Ridirei tua canzon fra erbose sponde

A l’onde a l’aure a’ vaghi augelli a i fiori:

Gemerebber più dolci e l’aure e l’onde,

Più puri al sole i fior darian gli odori,

Cantando un usignol tra fronde e fronde.

XIV.

 DI NOTTE

Pur ne l’ombra de’ tuoi lati velami

Gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi

Crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami,

E con te sola il mio cuor solo stassi.

Di quai d’ozio promesse adempi e sbrami

Gl’irrequieti miei spiriti lassi?

E qual doni potenza a i pensier grami

Onde a l’eterno o al nulla errando vassi?

O diva notte, io non so già che sia

Questo pensoso e presago diletto

Ove l’ire e i dolor l’anima oblia:

Ma posa io trovo in te, qual pargoletto

Che singhiozza e s’addorme de la pia

Ava abbrunata su l’antico petto.

XV.

PER NOZZE IN  PRIMAVERA

Or che un agil di vite innovatore

Da la materia spirito s’esplica,

E sona d’imenei la selva antica,

E su la terra il ciel folgora amore,

Cedi al sacro disio, de l’amatore

Va’ ne gli amplessi, o vergine pudica:

Natura vi consiglia e l’ora amica,

De la fugace età cogliete il fiore.

Né v’offenda il pensier che men gradita

Stagion sottentra a questo riso alterno

Del giovin anno che a goder ne invita:

Ne’cuor gentili amor vampeggia eterno,

Come infuso pe ’l globo a lui dà vita

Il perenne ed antico ardore interno.

XVI.

PER LE NOZZE DI UN GEOLOGO  (PROF. G. C.)

O scrutator del sotterraneo mondo,

Cui mal pugna natura e mal si cela,

Che a gli amor tuoi nel talamo profondo

Sua virginal bellezza arrende e svela;

In questo de’viventi aër giocondo

Leva gli occhi una volta e l’alma anela:

Qui sorriderti vedi un verecondo

Viso, e la madre a te l’adorna e vela.

E qui saprai se più potente insegni

Amore i varchi a’ chiusi incendi etnei

O più soave in cuor di donna regni.

Riconfortato poi, dal sen di lei

Torna a giungere ancor, né se ne sdegni,

Con la sacra natura altri imenei.

XVII.

L’ ANTICA POESIA TOSCANA

( NELLE NOZZE DI I. D. L. )

Su le piazze pe’ campi e ne’ verzieri

D’amor fra i ludi e le tenzon civili

Crebbi; e adulta cercai templi e misteri,

Scuole pensose ed agitati esili.

Or dove son le donne alte e gentili,

I franchi cittadini e’ cavalieri?

Dove le rose de’giocondi aprili?

Dove le querce de’castelli neri?

Povera e sola a la magion felice

Ecco ne vengo, ove m’invidi un pio

Amor che mi restava, o incantatrice.

Apri, fanciulla; che se tempo rio

Or mi si volge, i’ vidi già Beatrice:

Apri: la tosca poesia son io.

XVIII.

SCIENZA AMORE E FORZA

(per le nozze di P. S. filosofo

al  fratello della sposa UFFICIALE

  Ecco: al caro garzon che la inanella

Move la tosca vergine pudica,

A cui nel riso de la fronte bella

Raggia il fulgor di Beatrice antica:

Ed ei dal suol che il ionio mar flagella

Ultimo e accesi i monti e i cuor nutrica

Qui venne, e lo scorgea l’ardua facella

Onde Vico fugò l’ombra inimica.

Tale, ove i cuor fe’ tirannia sí scarsi,

Vola or da i fin de l’itala contrada

Sapienza ed amore ad abbracciarsi.

Che se rea forza s’interpone e bada,

Ben tra i canti e tra i fiori a l’aura sparsi

Anche, o Giorgio, fiammeggia oggi una spada.

XIX.

A P. E.

In morte di Maria sua moglie

I tiranni cui Nemesi divelle

Tornano in pietre di si reo livore

Ch’ogni pie gli urti; e chi servo ebbe il core

Fango divien ch’ogni orma rinnovelle.

Ma le donne gentili oneste e belle

Che un solingo arse in terra unico amore

Solvonsi in aere, e del mattin su l’ore

Raggiano il puro ciel virginee stelle.

Ivi è Maria; e, se per l’alta calma

Vien che rotando a lei l’erbe si mostri

Piccioletto e di sangue atro e di pianto,

Del lungo sguardo che tu amasti tanto

Fende ella il turno de’ peccati nostri

Te ricercando, Piero, e la vostr’Alma.

 XX.

 Per val d’Arno

 Né vi riveggo mai, toscani colli,

Colli toscani ove il mio canto nacque

Sotto i limpidi soli e fra le molli

Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,

Che dal lago del cor non mi rampolli

Il pianto. Ogni memoria altra si tacque

Da quando in te, che più ridi e t’estolli,

Colle funesto, il fratel mio si giacque.

Oh che dolce sperar già ne sostenne!

Come da quella età che non rinverde

Volammo a l’avvenir con franche penne

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde

Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne

Copre la negra terra e l’erba verde.

XXI.

AL SONETTO [12]

Breve e amplissimo carme, o lievemente

Co ’l pensier volto a mondi altri migliori

L’Alighier ti profili o te co’ fiori

Colga il Petrarca lungo un rio corrente:

Te pur vestia de gli epici splendori

Prigion Torquato, e in aspre note e lente

Ti scolpia quella man che sí potente

Pugnò co’ marmi a trarne vita fuori:

A l’Eschil poi, che su l’Avon rinacque,

Tu, peregrin con l’arte a strania arena,

Fosti d’arcan dolori arcan richiamo:

L’anglo e ’l lusiade Maro in te si piacque:

Ma Bavio, che i gran versi urlando sfrena,

Bavio t’odia, o sonetto: ond’io più t’amo.

LIBRO TERZO

XXII.

ALLA LOUISA GRACE BARTOLINI

  A te, sciolto da’ languidi

Tedi lo spirto, e anelo

Del vital aere al fremito

Ed a l’effuso cielo,

Sorge: dal cuor rimormora

L’aura de’ canti, inclita donna, a te;

A cui ne’ tocchi rapidi

D’ animator pennello.

E ne’ frenati numeri

La memore del bello

Idea sorride e tenero

Senso e del bene l’operosa fe'.

O desta a i forti palpiti

Che viltà preme in noi,

Nata a i concili splendidi

De’ vati e de gli eroi,

Salve, Eloisa, armonica

D’altre genti figliuola e d’altre età!

Perché fra i vecchi popoli

Venisti e a gli anni tardi,

Quando gli eroi si assoldano,

Spengonsi i vati e i bardi,

E si scelera l’ultimo

De l’oscurato ciel raggio, beltà?

Altr’aer ed altro secolo

L’attea Corinna accolse;

E, quando ella da’ rosei

Labbri il canto devolse,

Tutto pendeva un popolo

Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.

Fremea sotto la cetera

L’onda alterna del petto:

Da le forme virginee

Ineffabil diletto

Spirava; ma le lacrime

Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.

Stupian mirando i principi

E i figli de gli Achei

Poggiati a’ colli madidi

De’ corridori elei:

Cantava l’alta vergine

La sua patria, i suoi dei, la libertà.

Ed oblioso Pindaro

De la ceduta palma

Parea per gli occhi effondere

Il sorriso de l’alma,

Rimembrando Eleuteria

Che fra i popoli salvi inneggia e va.

Ma ben, come da subita

Procella esercitate,

Le selve atre germaniche

Suonar, se a l’adunate

Plebi i cruenti oracoli

Apria Velleda e de le pugne il dí. [13]

Fra l’erme ombre de’ larici,

Da la luna e dal vento

Rotte, la vergin pallida

In nero vestimento

Alta levossi, a gli omeri

Lenta il crin biondo onde null’uomo gioì.

E cantò guerre, orribili

Guerre; e a la cena immonda

Convitò i lupi e l’aquile;

E tepefatta l’onda

De’ freddi fiumi scendere

Vide tarda fra i corpi al negro mar.

Lungo andò allor per l’aere

Rombo da i tocchi scudi:

Precipitar da’ plaustri

Le madri, e con l’ignudi [14]

Petti la pugna accesero

O ululando le marse aste affrontâr.

Ahi, dove è pompa inutile

Al vivere civile

La donna, ivi non ornasi

Il costume virile

Di forza e verecondia

E turbe incombe a’ gravi spirti amor.

Ma tu, Eloisa, l’agile

Estro di Suli a i monti

Invia, dove più gelide

Mormoran l’aure e i fonti,

E molce i petti liberi

Canto d’augelli e balsamo di fior;

E dinne la bellissima [15]

Sposa d’eroi Zavella,

Che pur con l’una stringesi

Il nato a la mammella,

Con l’altra mano fulmina

L’oste premente e gli orridi bassà.

De le polone femmine

Ridinne i canti amari,

Che di lor vene tingono

I supplicati altari

O chieggono a la Vistola

Fra cotanta di spade impunità

Gli spenti figli. O candido

Stuolo, lamenta e muori,

In fin che basta il ferreo

Tempo de gli oppressori,

E pur cadendo mormora

‒ No, che la patria mia morta non è.

Già la rivolta affrettasi

Fosca di villa in villa,

Turbina il vento ed agita

L’animatrice squilla,

E il nuovo carme a’ liberi

Popoli suona su i caduti re.

XXIII.

 IN MORTE DI PIETRO THOUAR

Me da la turba, che d’ossequio avaro

Pasce i mal chiusi orgogli

A qual più sorga d’util fama chiaro,

Tu, solitaria musa, a voi ritogli:

Ma, dove del suo riso

Virtù soave irradiando veste

Bei costumi, alti sensi, opre modeste,

Ivi teco io m’affiso,

Teco m’esalto; ed a l’aspetto santo

Rompe da la commossa anima il canto.

E già cercai con desïoso amore

Questo savio gentile,

E i pensieri affinai ne lo splendore

Che mite diffondea sua vita umile.

Nel suo povero tetto

Me inesperto egli accolse, e ad una ad una

Del reo mondo le piaghe e di fortuna

E ’l non mai domo affetto

Al vero al buon m’aperse: in su la pura

Fronte gli sorridea l’alma secuta.

Ahi, con duol mi rimembra il punto quando

L’ultimo amplesso tolsi,

E da la buona imago, sospirando,

Confuso di tristezza, il piè rivolsi:

Redia, su ’l volto amico

Insazïato ancor l’occhio redía,

Qual di figliuolo che per lunga via

Si mette e al padre antico

Guarda, pensoso del lontan ritorno,

Ne la fredd’ombra de l’occiduo giorno.

Pur rivederlo a sue bell’opre atteso

Mi promettea speranza,

E ne gli onesti ragionari acceso

Di fede avvalorarmi e di costanza.

In van: per sempre è muto

Quel di semplice eloquio inclito fabro,

Quel mite ardente intemerato labro-,

E l’occhio, ahi quell’arguto

Da le assidue vigilie occhio conquiso,

Più non si leva a’ dolci alunni in viso.

E voi vivete, o titolati Gracchi,

E voi con doppia lingua

Ben provvedenti Bruti a’ cor vigliacchi,

E voi Caton cui libertade impingua.

V’approdaron, civili

Rosei, il tragico stile e l’alte spoglie!

Ma in van mentite, o istrïon, le voglie

Oblique e l’opre vili

Sott’esso il fasto de l’eretto ciglio,

Famosi oggetti al popolar bisbiglio.

Ei per le vie, che non de gli aurei cocchi

Ma suonan di frequente

Opera industre, oh quante volte gli occhi

A sé traea del vulgo reverente!

Usciano in suo cammino

I vecchi salutando, ed a la prole

Con ischietti d’amor cenni e parole

Segnavanlo e al vicino:

Or di lui forse in su la stanca sera

Pensan con un sospiro e una preghiera.

Non un pensier, ch’io creda, a lui concede

Il vulgo che beato

Con largo fasto e misera mercede

Ne pagava i precetti e il mal sudato

Tempo ingombrògli. Umano

De gli anni nuovi educatore, ahi cruda

Volge l’età pur sempre, e de l’ignuda

Virtù l’esempio è in vano:

Povero fior d’atra palude in riva

Muor né d’olezzi il grave aër ravviva.

XXIV.

NEI PRIMI GIORNI DEL MDCCCLXII

A i campi che verdeggiano

Più lieti al ciel da la straniera clade

Splendi, nov’anno: esultino

Nude ne’ raggi tuoi l’itale spade.

A te le braccia e l’animo

De la Narenta da l’irriguo piano

E di Cettigna indomita

Dal pinifero vertice montano

Leva il Serbo; ma ’l vindice

Acciar non pone, che pur or gioiva

Percotendo a l’osmanico

Furore il tergo obbrobrioso in Piva.

Te chiama il figlio d’Eliade

Sovra le tombe de’ suoi padri eretto;

E acceso de la memore

Speranza e d’ira l’innovato petto

Guarda a le rupi tessale

Onde Orfeo scese e il re de’prodi Achille,

A l’Egeo sacro, a l’isole

Radïanti d’omeriche faville;

Guarda, e i fraterni vincoli

Rompe e l’oblique bavare dimore;

Preme, ancor preme i barbari

Di Riga il canto e di Bozzari il core.

Ma non fia già che il limpido

Sol riconforti ed Elle argentea lavi

Te falso Tito sarmata,

Te glorïato redentor di schiavi.

Perché là su la Vistola

Tutta una plebe a Dio grida e si duole,

E il ferro entro le fauci

Tronca l’inerme priego e le parole?

Perché le madri accusano

Fioche ne’ pianti i siberiani esigli

E a la terra e a l’oceano

Chieggon le sparse, ohimè, tombe de’ figli?

Bella ed austera vindice

Su i larghi mar cammina alta una dea:

Arde di amore il nubilo

Ciel da’ suoi lumi e ’l pigro suol ricrea.

Ratta più che ’l fulmineo

Piè de’ poliedri ucrani, eccola! E l’asta

Incontro a lei da l’ispido

Tuo cosacco vibrata, o Czar, non basta.

È la dea che l’iberica

Donna sgomenta: in van s’abbraccia a l’ara

La peccatrice, e i lugubri

Odi rattizza e i fochi atri prepara.

È la dea cui discredere

Di Federico la progenie estrema

Osa e dal ciel ripetere

Lo scettro e il percussor ferro e ’l diadema:

Ma Dio non tempra, o misero,

Serti a i re; forza a le sue plebi infonde,

E ’l vasto grido suscita

Che di terror gli eserciti confonde.

E la dea che de’ vigili

Occhi circonda il sir de’ Franchi, e aspetta;

E a noi mostra i romulei

Colli e il mar d’Adria e l’ultima vendetta.

E tu ne la man parvola,

Siccome verghe in tenue fascio unite,

Tu vuoi di sette popoli

Stringere, Asburgo, le discordi vite?

La colpa antica ingenera

Error novi e la pena: informe attende

Ella, e il giusto giudicio

Provocato da gli avi in te distende.

E d’Arad e di Mantova

Si scoverchiano orribili le tombe:

S’affaccia a l’alpi retiche

Lo spettro di Capeto e al soglio incombe.

Astieni, astien la vergine

Man da la scure e da i lavacri orrendi,

E intemerata a i popoli

Che si drizzan a te, libertà, splendi.

Fuma a’ tuoi piè la folgore,

Nunzia su le tue vie va la procella:

Ma ne gli sguardi tremola

Lume gentil di matutina stella.

Tu ne ritorni l’utile

Pace e a gli aratri l’obliato onore,

L’arti che a te fioriscono

E de’ commerci aviti il lieto ardore.

A te cori di vergini

E di garzoni inghirlandati ogni anno

Ricondurrà; le tremole

Faccie de’padri a te sorrideranno.

E un tuo vate, la ferrea

D’Alceo corda quetata, in su le glebe

Dal pio travaglio floride

Leverà il canto a la fraterna plebe.

XXV.

DOPO ASPROMONTE

Fuggono, ahi fuggon rapidi

Gl’irrevocabili anni!

E sempre schiavi fremere,

Sempre insultar tiranni,

Ovunque il guardo e l’animo

Interrogando invio,

Odomi intorno; ed armasi

Pur d’odio il canto mio.

Sperai, sperai che, il ferreo

Tempo de l’ire vòlto,

Io libero fra’ liberi,

A liete mense accolto,

Potrei ne’ voti unanimi

Seguir con l’inno alato

L’ascensïon de’ popoli

Su per le vie del fato.

Tal salutando Armodio [16]

Incoronar le cene

Solea tornata a civica

Egualitade Atene:

Fremean gli aerei portici

Al canto, e Salamina

Rosea del sole occiduo

Ridea da la marina:

Pensoso udia Trasibulo,

E nel bel fior de gli anni

La fronte radïavagli,

Minaccia de’ tiranni.

Oh, ancor nel mirto ascondere

Convien le spade: ancora

L’antico e il nuovo obbrobrio

Ci fiede e ci addolora.

O libertà, sollecita

Speme de’ padri e nostra,

Sangue di nuovi martiri

Il tuo bel velo inostra;

Né da te gl’inni movono

Dove Ratazzi impera

E geme in ceppi il vindice

Trasibul di Caprera.

Oh de l’eroe, del povero

Ferito al carcer muto

Portate, o venti italici,

Il mio primier saluto.

Evviva a te, magnanimo

Ribelle! a la tua fronte

Più sacri lauri crebbero

Le selve d’ Aspromonte.

Spada il tuo nome (o improvvido,

Ei non ti fu lorica,)

Tu solo ardisti insorgere

Contro l’Europa antica.

 Chi vinse te? Deh, cessino

I vanti disonesti:

Te vinse amor di patria,

E nel cader vincesti.

Evviva a te, magnanimo

Ribelle e precursore!

Il culto a te de’posteri,

Con te d’Italia è il cuore!

Io bevo al dí che fausto

L’eterna Roma schiuda

Non a’ Seiani ignobili

A i Tigellini a i Giuda,

Sí a libertà che vindice

De l’umano pensiero

Spezzi la falsa cattedra

Del successor di Piero.

Io bevo al dí che tingere

Al masnadier di Francia

Dee di tremante e luteo

Pallor l’oscena guancia.

Ferma, o pugnal che in Cesare

Festi al regnar divieto,

O scure a cui mal docile

S’inginocchiò Capeto!

Sacro è costui: segnavalo

Co ’l dito suo divino

La libertà: risparmisi

L’imperïal Caino.

Viva; e un urlar di vittime

Da i gorghi de la Senna

E da le fosse putride

De la feral Caienna

Lo insegua; e, spettri lividi

Con gli spioventi crini,

‒ Sii maledetto ‒ gridingli

Mameli e Morosini.

‒ Sii maledetto ‒ e d’odio

Con inesauste brame

I fratricidi il premano

Onde Aspromonte è infame.

Viva: insignito li omeri

De la casacca gialla,

Al piè, che due repubbliche

Schiacciò, la ferrea palla,

Di sua vecchiezza ignobile

Contamini Tolone

Ove la prima folgore

Scagliò Napoleone.

Ahi, grave è l’odio e sterile,

Stanco il mio cuor de l’ire:

Splendi e m’arridi, o candida

Luce de l’avvenire!

Arridi! i nostri parvoli

Che a te veder son nati

Io t’accomando: ei vivano

Del raggio tuo beati.

A terra i serti e l’infule!

In pezzi, o inique spade!

Sole nel mondo regnino

Giustizia e libertade!

O dee, ne la perpetua

Ombra si chiuderanno

Quest’occhi, e il vostro imperio

In van ricercheranno.

O dee, ma, quando còmpiansi

L’età vaticinate,

Di vostra gloria un alito

Su l’avel mio mandate.

Io ’l sentirò: superstite

A i fati è amor; e vive

Esulteran le ceneri

Del nostro vate, o dive.

Or distruggiam. De i secoli

Lo strato è su ’l pensiero:

O pochi e forti, a l’opera,

Che nei profondi è il vero.

Odio di dei Prometeo,

Arridi a’ figli tuoi:

Solcati ancor dal fulmine,

Pur l’avvenir siam noi.

  XXVI.

 PER LA RIVOLUZIONE DI GRECIA

Dunque presente nume ancor visiti,

Sacra Eleuteria, la terra d’Eliade

Che già d’armi e di canti

E d’altari fumanti ‒ ardeva a te?

E là, dal vecchio Pireo, da l’isola

Che la tua gesta racconta a i secoli,

De la fuga tremante

Tu ancor l’amaro istante ‒ insegni a i re?

Oh viva oh viva! Dovunque i popoli

Tu a l’armi accendi tu i troni dissipi,

Ivi è la musa mia,

De l’agil fantasia ‒ su l’ale io son.

Deh come lieto fra il Sunio e l’isole

Care ad Omero care ad Apolline

L’azzurro Egeo mareggia,

Su cui passeggia ‒ de’gran fatti il suon

Infrenin regi le genti barbare,

Grecia li fuga. Veggo Demostene

Su ’l bavarico esiglio

Il torvo sopracciglio ‒ dispianar.

Ombra contenta ricerca ei l’agora

Che già ferveva fremeva urtavasi

De la sua voce al suono

Sí come al tuono ‒ il nereggiante mar.

Da poi che il brando nel mirto ascosero

Armodio e il prode fratello unanime

Non mai dí più giocondo

Per Atene su ’l biondo ‒ Imetto uscí.

Udite... È un altro fanciullo barbaro

Che Atene accatta rege. Nasconditi,

Musa: ritorna in pianto

D’Armodio il canto ‒ a questi ignavi dí.

XXVII.

ROMA

Date al vento le chiome, isfavillanti

Gli occhi glauchi, del sen nuda il candore,

Salti su ’l cocchio; e l’impeto e il terrore

Van con fremito anelo a te d’avanti.

L’ombra del tuo cimier l’aure tremanti,

Come di ferrugino astro il bagliore,

Trasvola: e de le tue ruote al fragore

Segue la polve de gl’imperi infranti.

Tale, o Roma vedean le genti dome,

La imagin tua ne’ lor terrori antichi:

Oggi una mitra a le regali chiome,

Oggi un rosario che le man t’implichi

Darti vorrien per sempre. Oh ancor del nome

Spaurì il mondo e i secoli affatichi!

XXVIII.

BRINDISI [17]

Se già sotto l’ale

Del nero cappello

Nel vin Cromüello

Cercava il signor,

"Ne’ colmi bicchieri

Ricerco pur io

Men fiero un iddio,

Ricerco l’amor.

Evviva, o fratelli,

Evviva la vigna,

Il suolo ove alligna,

L’umor ch’ ella dà!

A l’ombra de’ tralci,

Cui ’l sol lieto ride,

L’industria s’asside

E la libertà.

O ver se fiorita

Ne gli orti d’Atene

Protesse le cene

Del vecchio Platon,

O se lussureggia

Nel suolo ove ardito

Co ’l nero infinito

Fu Vico in tenzon,

O dove tra i colli

De l’Arno giocondi

S’aprí de’ tre mondi

La via spirital,

O se del suo succo

Più puro e leggero

Scaldò di Voltero

Il riso immortal,

Evviva la vigna

Che l’arti raccoglie,

Che il gelo discioglie

Di barbare età!

Anch’io nel suo sangue

Ricerco il signore,

Ricerco l’amore

E la libertà.

I re congiurati

Or meditan guerra,

E schiava la terra

Ne gli odi insani.

O prole d’Arminio,

Pur io ti saluto,

Io prole di Bruto:

E bevo a quel dí

Che, su le ruine

De’ trenta tuoi sogli

Deposti li orgogli

D’un evo incivil,

La man tu ci stenda

Da l’alpe gelata,

La man non più armata

Del ferro servil

Ma sí del cristallo

Che Praga lavora

E il vino colora

Del limpido Ren.

Risplenda su l’urne

De’ vostri riposi,

O padri ringhiosi,

Quel giorno seren:

Risplenda ne’ voti

A l’itala mano

Francata Murano

La tazza darà.

Su l’alpe arridendo

Le avverse contrade

La dea libertade

Quei voti accorrà.

  XXIX.

NEL SESTO CENTENARIO DI DANTE

I.

Io ’l vidi. Su l’avello iscoverchiato

Erto l’imperial vate levosse:

Allor la sua marina Adria commosse,

E tremò de l’Italia il manco lato.

Quel vapor matutino ei nel purgato

Etera surto a l’Apennino mosse:

Drizzò lo sguardo a valle, e poi calosse

Come nembo di lampi incoronato.

Sentir l’arcana deità presente

Le plebi dei mortali, e sbigottita [18]

Nel conspetto di lui tacque ogni mente:

Ma fuor de l’arche antiche al sole uscita

De’ savi e de’ guerrier la morta gente

Salutò la grand’anima redita.

II.

Ella ove incurva il ciel più alto l’arco

Fermossi, e ’l viso a la città distese.

Mirò l’itale insegne, e l’occhio carco

Di lacrime in un riso almo si accese.

Ma, come d’atro velo ombrate e offese

Vide, Quirin, la tua, la tua, San Marco,

De l’immortale amore al sen raccese

Sentí le punte, e ruppe a l’ira il varco.

‒ Ahi, serva Italia, di dolore ostello!

Ancor la lupa t’impedisce, e doma

Gli spirti tuoi domestico flagello.

Mal rechi a l’Arno la mal carca soma:

Non questo è ’l nido del latino augello:

Su, ribelli e spergiuri, a Roma, a Roma!

III.

Disse, e movea. Come ne’ turbin torti

Groppo di nubi rapide su’ venti,

De’ magnanimi eroi di vita spenti

Seguian l’ombre partite in due coorti.

Gli uni, in pruove di guerra anime forti,

Scendean sinistri ver’ le adriache genti:

Oh, quando i vivi a te salvar son lenti,

Sacra Italia, per te pugnino i morti!

Gli altri, a filosofar menti divine,

Dietro il poeta che splendea primiero

Le famose attingean rive latine.

Quel che avvenne, non so: ma tosto, io spero,

Rifiorita d’onor su le ruine

Roma libera fia da l’adultèro.

XXX.

A SATANA

  A te, de l’essere

Principio immenso,

Materia e spirito,

Ragione e senso;

Mentre ne’ calici

Il vin scintilla

Sí come l’anima

Ne la pupilla;

Mentre sorridono

La terra e il sole

E si ricambiano

D’amor parole,

E corre un fremito

D’imene arcano

Da’ monti e palpita

Fecondo il piano;

A te disfrenasi

Il verso ardito,

Te invoco, o Satana,

Re del convito.

Via l’aspersorio,

Prete, e il tuo metro!

No, prete, Satana

Non torna in dietro!

Vedi: la ruggine

Rode a Michele

Il brando mistico,

Ed il fedele

Spennato arcangelo

Cade nel vano.

Ghiacciato è il fulmine

A Geova in mano.

Meteore pallide,

Pianeti spenti,

Piovono gli angeli

Da i firmamenti:

Ne la materia

Che mai non dorme,

Re de i fenomeni,

Re de le forme,

Sol vive Satana.

Ei tien l’impero

Nel lampo tremulo

D’un occhio nero,

O ver che languido

Sfugga e resista,

Od acre ed umido

Provochi, insista.

Brilla de’ grappoli

Nel lieto sangue,

Per cui la rapida

Gioia non langue,

Che la fuggevole

Vita ristora,

Che il dolor proroga,

Che amor ne incora.

Tu spiri, o Satana,

Nel verso mio,

Se dal sen rompemi

Sfidando il dio

De’ rei pontefici,

De’ re cruenti;

E come fulmine

Scuoti le menti.

A te, Agramainio,

Adone, Astarte,

E marmi vissero

E tele e carte,

Quando le ioniche

Aure serene

Beò la Venere

Anadiomène.

A te del Libano

Fremean le piante,

De l’alma Cipride

Risorto amante:

A te ferveano

Le danze e i cori,

A te i virginei

Candidi amori,

Tra le odorifere

Palme d’Idume,

Dove biancheggiano

Le ciprie spume.

Che vai se barbaro

Il nazareno

Furor de l’agapi

Dal rito osceno

Con sacra fiaccola

I templi t’arse

E i segni argolici

A terra sparse?

Te accolse profugo

Tra gli dèi lari

La plebe memore

Ne i casolari.

Quindi un femineo

Sen palpitante

Empiendo, fervido

Nume ed amante,

La strega pallida

D’eterna cura

Volgi a soccorrere

L’egra natura.

Tu a l’occhio immobile

De l’alchimista,

Tu de l’indocile

Mago a la vista,

Del chiostro torpido

Oltre i cancelli,

Riveli i fulgidi

Cieli novelli.

A la Tebaide,

Te ne le cose

Fuggendo, il monaco

Triste s’ascose.

O dal tuo tramite

Alma divisa,

Benigno e Satana;

Ecco Eloisa.

In van ti maceri

Ne l’aspro sacco:

Il verso ei mormora

Di Maro e Flacco

Tra la davidica

Nenia ed il pianto;

E, forme delfiche,

A te da canto,

Rosee ne l’orrida

Compagnia nera,

Mena Licoride,

Mena Glicera.

Ma d’altre imagini

D’età più bella

Talor si popola

L’insonne cella.

Ei, da le pagine

Di Livio, ardenti

Tribuni, consoli,

Turbe frementi

Sveglia; e fantastico

D’italo orgoglio

Te spinge, o monaco,

Su ’l Campidoglio.

E voi, che il rabido

Rogo non strusse,

Voci fatidiche,

Wicleff ed Husse,

A l’aura il vigile

Grido, mandate:

S’innova il secolo,

Piena è l’etate.

E già già tremano

Mitre e corone:

Dal chiostro brontola

La ribellione,

E pugna e predica

Sotto la stola

Di fra’ Girolamo

Savonarola.

Gittò la tonaca

Martin Lutero:

Gitta i tuoi vincoli,

Uman pensiero,

E splendi e folgora

Di fiamme cinto;

Materia, inalzati;

Satana ha vinto.

Un bello e orribile

Mostro si sferra,

Corre gli oceani,

Corre la terra:

Corusco e fumido

Come i vulcani,

I monti supera,

Divora i piani,

Sorvola i baratri;

Poi si nasconde

Per antri incogniti,

Per vie profonde;

Ed esce; e indomito

Di lido in lido

Come di turbine

Manda il suo grido,

Come di turbine

L’alito spande:

Ei passa, o popoli,

Satana il grande.

Passa benefico

Di loco in loco

Su l’infrenabile

Carro del foco.

Salute, o Satana,

O ribellione,

O forza vindice

De la ragione!

Sacri a te salgano

Gl’incensi e i voti !

Hai vinto il Geova

De i sacerdoti.

 INDICE

PREFAZIONE

LIBRO PRIMO

I. Congedo

II. In un albo

III. Per una raccolta in morte di ricca e bella signora

IV. Carnevale

V. Per le nozze B. e T. in Pisa 

VI. Rosa e fanciulla

VII. Le nozze (Festa di giovani e fanciulle)

VIII. I poeti di parte bianca

IX.    Brindisi d’aprile

LIBRO SECONDO

X.     Omero

XI.   II.  E forse da i selvaggi Urali

XII. Virgilio

XIII. F. Petrarca

XIV. Di notte

XV. Ter nozze (in primavera)   

XVI. Per le nozze di un geologo

XVII. L’antica poesia toscana  

XVIII. Scienza amore e forza  

XIX.  A P. E.

XX. Per Val d’Arno

XXI. Al sonetto

LIBRO TERZO

XXII. Alla Louisa Grace Bartolini

XXIII. In morte di Pietro Thouar

XXIV. Nei primi giorni del MDCCCLXII

XXV. Dopo Aspromonte

XXVI. Per la rivoluzione di Grecia 

XXVII. Roma

XXVIII. Brindisi

XXIX.   Nel sesto centenario di Dante

II. Ella ove incurva il ciel più alto l’arco

III. Disse, e movea. Come ne’turbili torti

XXX.    A Satana

Finito di stampare

il dí 10 settembre MDCCCLXXXI

nella tipografia di Nicola Zanichelli

in Modena

Note

________________________

[1] lucco: lunga veste maschile senza pieghe e serrata alla vita usata dai cittadini di Firenze all’epoca di Dante.

[2] mostrava i denti in uno scatto d’ira (B.)

[3] recere: rigettare, aver disgusto per..., a vomitare.

[4] repeva: strisciava

[5] Alla buona e onorata memoria di G. T. Gargani, nato in Firenze il 12 febbraio 1834, e morto in Faenza il 29 marzo 1862.

[6] Stavo appunto scrivendo questi versi (ne’primi di febbraio del 1863), quando nella Gazzetta di Torino e nella Nazione di Firenze lessi di un fanciullo decenne, che lavorava a opra di manovale e fu trovato una sera mezzo morto di freddo di fatica di fame in non so più qual via di Torino. Ciò avverto per quelli che, volendo forse risparmiare per sé tutta la loro tenerezza, si abbandonano assai leggermente a condannare il sentimentalismo di certe questioni.

[7] Di questa infelicissima fanciulla! È un verso di Giacomo Leopardi, che allogatosi in questa strofa non mi è riuscito levarnelo per quanta fatica v’abbia durato intorno; tanto che, ripensatoci sopra, vidi bene che sarebbe stato cima di stoltezza, non che di villania, mettere fuori dell’uscio un verso di Giacomo Leopardi; e, ricordandomi di quel che fu detto d’Omero, che era più difficile togliere un verso a lui che la clava ad Ercole, ho fatto quasi il peccato di compiacermi dentro di me del furto commesso: di che, da buon cristiano, mi confesso e mi rendo in penitenza.

[8] La steril Beatrice: Simbolo dell’amore poetico mistico del medioevo.

[9] È una specie d’idillio storico critico nel quale si volle rappresentare certe maniere e tendenze della poesia italiana su ’l finire del secolo XIII. Scena, Mulazzo di Lunigiana, castello di Franceschino Malaspina ospite di Dante e de’ poeti toscani di parte bianca. Tempo, poco dopo la morte di Arrigo VII. De’ due poeti; l’uno è Sennuccio Del Bene, fuoruscito fiorentino, che scrisse una canzone per la morte dell’imperatore indirizzata a punto al Malaspina, e che passò veramente in Provenza, ove morí vecchio e amico del Petrarca; l’altro è un imaginario cavaliere ghibellino delle famiglie feudali. E chi sa che nella ballata messa in bocca a Sennuccio e nei versi che a quella seguono non abbia qualche parte la teorica del Rossetti, pel quale la donna de’ poeti del secolo XIII e XIV è l’idea imperiale e anche l’imperatore stesso?

[10] I clefti ammucchiavano su l’Olimpo i crani de’ turchi uccisi, e i turchi quelli de’clefti. In un canto del popolo greco (trad. di N. Tommaseo): Io sono il vecchio Olimpo rinomato nel mondo.... E sull’alta mia cima un’aquila posa, e tra gli artigli tiene un teschio di prode.

N.B. I Klefti (abitanti della Grecia moderna) erano capi di bande ribelli che, sdegnando di subire il giogo della schiavitù, erano in continua guerra coi Turchi, e siccome erano costretti a vivere sulle montagne, così di tanto in tanto scendevano a mano armata nel piano per saccheggiare le terre de' loro oppressori, e all'occasione anche quelle dei loro connazionali, ch'eglino rimproveravano di essersi sottomessi vilmente ai Turchi. Di qui derivò il loro nome di klefti, cioè ladroni. (Manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana di Vincenzo Nannucci, Firenze 1837, p. XIV) (ndr)

[11] Né più il sacro Scamandro al pian discende.... Secondo quel che diceva Rob. Vood nella Comparazione dello stato attuale della Troade con quel del tempo d’Omero.

[12] Quando scrissi questo sonetto su ’l sonetto, non conosceva quel del Wordsworth sí elegantemente imitato dal Sainte-Beuve (Poés. compl. I 136). Ma ricordo un altro sonetto di un vecchio amico, tanto valente e altrettanto modesto (forse troppo), Enrico Nencioni, che aveva per avventura imitato anch’egli quel del poeta inglese.

[13] i cruenti oracoli

Apria Velleda e de le pugne il dí.

« Ea virgo nationis bructerae late imperitabat; vetere apud germanos more, quo plerasque feminarum fatidicas et, augescente superstitione, arbitrantur deas.

Tuncque Veledae auctoritas adolevit; nam prosperas germanis res et excidium legionum pradixerat. » TACITUS, Hist. IV 61.

[14] Le madri, e con l’ignudi

Petti le pugne accesero, etc.

« Memoria proditur, quasdam acies inclinatas iam et labentes, a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata cominus captivitate. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant; nec aut Consilia earum adspernantur aut responsa negligunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam: sed et olim Auriniam et complures alias venerati sunt, non adustione, nec tanquam facerent deas. TACITUS, Germ. 8.

[15]                             la bellissima

                            Sposa d’eroi Zavella, etc.

Servano di dichiarazione questi versi d’un canto del popolo greco (trad. di N. Tommaseo): È Suli il celebre. Suli il celebrato; ove combattono piccoli bambini, donne e ragazze, ove combatte la Zavella, colla spada alla mano, col bambino all’un braccio, col fucile nell’altro, colle cartuccie nel grembiule.

La Luisa Grace a cui è intitolata quest’ode, nata in Bristol nel 1818, morì in Pistoia il 3 maggio 1865.

Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei Canti di T. B. Macaulay e di E. W. Longfellov e le Rime e prose pubbl. dopo la sua morte dal marito Francesco Bartolini (tipogr. dei successori Le Monnier, 1869 e 1870), non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno della dottrina in più lingue e letterature e dell’ancor più grande gentilezza e generosità dell’animo suo.

[16] Tal salutando Armodio etc. In questa e nelle tre seguenti strofe si accenna al glorioso scolio di Callistrato, che solevasi cantare dagli Ateniesi ne’ conviti, a onore degli eroi della libertà, Armodio e Aristogitone: incomincia « Entro un ramo di mirto la spada io vo’ portare, come Armodio e Aristogitone, quando il tiranno uccisero e a leggi uguali Atene fecero. »

[17] Scritto avanti che si pensasse all’alleanza colla Prussia e a’ congressi della pace. La prima strofe allude a un fatterello del Cromwel come lo racconta nei Quatre Stuarts il visc. di Chateaubriand: Des saints le surprirent un jour occupé à boire. « Ils croient, dit-il à ses joyeux amis, que nous cherchons le Seigneur, et nous cherchons un tire-bouchon. Le tire-bouchon était tombé.

[18] Nel conspetto di lui tacque ogni mente: Non fu vero. Le vecchie accademie non ciarlarono

né adularono mai tanto allegramente come i liberi italiani in que’ giorni.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011