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Edizione di riferimento:
Giosuè Carducci, Levia gravia, Nicola Zanichelli, Bologna mdccclxxxi
..... quale
Per gli silenzi de la nette arcana
Canto d: peregrin che s’ allontana.
G. C.
In questo volumetto, che a richiesta dell’editore sig. Nicola Zanichelli ho rivisto e riordinato, il titolo di Levia Gravia non cuopre più quella merce un po’ mista che all’ombra sua navigava e naviga nell’edizione pistoiese del 1868 e in quelle poi del Barbèra, ma raccoglie insieme soli i versi composti da me tra il 1861 e la fine del 67.
Breve corso di tempo, e pure grande spazio della vita e tutta una storia a chi allora era giovine. Oh anni eternamente memorabili, quando l’Italia invasata dell’uno non vedeva nell’aritmetica più né il dieci né lo zero! Oh età travagliosamente gloriosa del brigantaggio e delle strade ferrate meridionali, delle corporazioni religiose soppresse e della banca sarda levata a parte dello stato! Oh mesi eroici di Roma o morte, quando un mio amico allora moderato urlava mostro al generale Garibaldi e lo rendeva in colpa del non essere stato ammazzato, e con le braccia tese dimandava a tutte le colonne dei portici di Bologna: Ma perché non lo fucilano? Oh stagioni di splendore, quando i commendatori appariano venerabili come una gerarchia di Eloimi, e i petti dei droghieri si gonfiavano sotto la croce dei due santi cavallereschi! Quelli che allora li bestemmiavano oggi devono contentarsi della corona d’Italia, ordine minorun gentium, meditato dalla vendetta presaga del marchese Gualterio (i colpiti nella ragione, superbia umana, sono alle volte divini) contro le orde minaccianti dei progressisti. Oh giorni d’epopea, quando il generale Cialdini cavalcando dal palazzo Albergati correva la città per sua e faceva scapitozzare il campanile di San Michele in bosco, acciò la bandiera tricolore potesse meglio annunziar di lassù ai venti dell’Adria e delle Alpi come sopra quel colle di longobarda e papale memoria si compiacesse villeggiare Sua Eccellenza vittoriosa il duca di Gaeta! Chi non credeva allora, o chi avrebbe tollerato non si credesse, il duca di Gaeta essere il primo generale d’Europa? Mi ricordo la pietà grande, che, al rompere della guerra austriaca, i nostri buoni borghesi teneri di cuore avevano per quei poveri prussiani. Fortuna che il general Cialdini, spazzando come una procella il Veneto, marcerà su Vienna! A Vienna, gridavano, a Vienna, quando il generale partì. E a memoria eterna di quella partenza per la vittoria, il Comune di Bologna fe’ incidere di parole gloriose una lapide da murare nel palazzo Albergati. Non so poi se fosse murata o smurata.
Intanto su dal detrito della coltura di quindici anni avanti, che marcito a piè de’ vecchi tronchi rifermentava anch’esso in quel ribollimento di tutta la materia nazionale, spampanavano allegramente, sotto gli stelloni delle vecchie albagie, con la vegetale facilità delle debolezze, i rosolacci della nostra vanità letteraria. Protesto che io non voglio dir male della generazione che fioriva ancora e di quella che venne su intorno al 59. Molto esse fecero per la patria, molto, col valore splendidamente addimostrato nelle prove delle armi, col consiglio opportunamente audace nei rischi della politica, con gli animi nobilmente accesi e concordi innanzi al santo ideale d’Italia, che pareva discendere allora allora dal cielo di Dio, tanto era bello, e invece albeggiava da tempo su le tombe dei nostri morti (sieno benedetti in eterno) e dai cuori dei grandi afflitti che ci erano maestri, padri e fratelli. Ma quelle due generazioni furono le meno estetiche forse che da un pezzo il bel paese avesse prodotto. Dal 45 in poi non si era più studiato, né si poteva: anzi, tutto che avesse avuto apparenza di studio libero e indipendente intorno alle ragioni e alle forme dell’arte era vituperato; e si capisce. Ma il romanticismo fantastico del 48 doveva pur trasmutarsi in fatto materiato: la capelluta cometa estravagante doveva turbinando accentrarsi e rotondarsi in pianeta girantesi con regolar rotazione. Quelle forme crepuscolari di salci piangenti, che erano i romantici, semoventi all’aure delle arpe eolie od angeliche, dovevano pur diventare uomini e uomini ragionevoli; e aveano, poveretti, tutte le voglie di rifarsi dalla quaresima. I classicisti e gli altri della letteratura civile erano nel travaglio digestivo del diventare parlamentari. I giobertiani, le teste grosse allora della coltura nazionale, accomodavano le filosofiche sopracciglia agli occhiali cavouriani, e dal bosco della facondia mangiata in foglia assorgevano al bozzolo della pratica. I puristi poi, dinanzi all’esercito piemontese, all’alleanza francese, all’ unificazione della legislazione, dell’amministrazione, dell’istruzione, parevano tanti cani bastonati. Per fortuna, di tedeschi allora non si parlava, se non per maledirli (né di questo avevamo tutti i torti); per maledirli, o per disprezzarli come un popolo senza letteratura, con una filosofia trascendentale e con una critica altrettanto trascendentale che sciupava i testi latini così schietti e gustosi nelle edizioni de’ preti. Trascendentale! Rabbrividisco ancora se tento risentire con la memoria la impressione demoniaca di quel vocabolo su le nostre patriotiche fibre.
Avevamo vinto ‒ si credeva, facendo inegual giudizio della virtù nostra ‒ con e mercé la fortuna, l’astuzia, la Francia. La fortuna, ubriacatici col buon evento, ci andava lusingando e ammollendo con la sicurezza nell’esaltamento nervoso delle nostre forze, per poi delusi abbatterci nella sfiducia e nel disprezzo di noi stessi. Di astuzia ci reputavamo ancora maestri solenni; e strizzandoci l’occhio gli uni verso gli altri ci ammiccavamo accennando a gesti, che, mentre Napoleone III credeva di darla a bere all’Italia, l’Italia la dava a bere a Napoleone III, e poi Napoleone III e l’Italia d’accordo la davano a bere all’Europa: così le anime nostre, che dovevano rifiorire fresche nella vita nuova, s’impiastricciavano sempre più nell’attaccaticcio della falsità, vecchia morchia paesana, machiavellismo in politica, gesuitismo in religione, academia arcadica e idealistica in letteratura. Dinanzi Io spaventacelo della Francia marciavamo barcollanti tra le logiche contraddizioni della servilità e dell’odio. Eravamo, secondo le teoriche giobertiane, il primo popolo del sistema planetario; per altro, dopo i francesi, e ciò contro le teoriche giobertiane.
E facevamo, intanto, una letteratura pelasgica.
Il romanzo storico, in fatti, vestito da guardia nazionale, correva, coll’ uzzolo d’un vecchio a cui manca il meglio, dietro la politica; e pretendeva esercitare in piazza le disgustose funzioni del suo concubinaggio legalizzato in nome dell’unità e della libertà. Il teatro italiano risorgeva da tutte le parti. Noi pochi, facendo delle braccia croce, gridavamo « grazia. » E confessavamo l’Italia essere la più drammatica nazione del mondo. Non firmammo ieri la convenzione con la Francia? e il marchese Pepoli non è lí pronto a tagliarsi la mano con cui la firmò, se ella non avesse a significare la imminente entrata degl’italiani in Roma? Inutile! Non c’era caso di passare per una via che non ci cascasse tra capo e collo un capolavoro drammatico. Il leopardismo intisichito allungava le sue braccine di ragnatelo inflanellate di frasi verso il manzonismo; e il manzonismo idropico traeva di gran sospiri, che parevano tanti Ei fu, verso il leopardismo; e mescolavano le loro acque. E il verso sciolto co’ vapori isterici del romanticismo e la strofe libera con le emorroidi classiche ballonzolavano intorno.
La critica era quale esser deve fra un popolo giovine: tutta sentimento. Ricordo ancora un viso di... Di che cosa o di che parte del corpo umano o bestiale monsignor Della Casa non vuole che io dica in italiano, ma Orazio in latino lo dice: podex crudae bovis. Ricordo, dunque, ancora, quel viso. Aveva certi occhiettacci affogati dentro una grassa di giallo sporco colante come strutto; e de’ versi giudicava strisciando la destra gota sbarbata sul libro o sul manoscritto, non senza lasciarvi i segni; e poi sgranava quegli occhiettacci di sbieco verso i travicelli, e arricciava il niffolo, e fiutava; e grugniva: ’Un c’è affetto, guà. Un altro ‒ che Catullo avrebbe chiamato salaputium disertum, e io, se il reo monsignore, che pur fu scrittore bellissimo e scrisse il Forno e la Formica, non me lo vietasse, chiamerei benissimo un cazzerellino tutto voce e penne ‒ ma la voce era come d’un coniglio che zighi e le penne come d’un’oca cui un industre paesano di Castel bolognese abbia alleggerito del bianco mantello ed ella mostri i bordoni ‒ salaputium disertum, dico, significava sempre la sua approvazione battendo il pugno sul tavolino e berciando: Qui c’è del fegato.
Del resto, Vittorio Emmanuele e il general Garibaldi facevano, in critica e in estetica, poveretti!, le spese di tutto e per tutti. Un professore, a punto di estetica, scopriva raffigurato il capitano del popolo non so più se nell’Aiace o in quale de’ due Edipi di Sofocle. Beatrice che cosa significasse, si era alla fine scoperto. To’, l’Italia una! O non si presenta a Dante nel paradiso terrestre con tanto di tre colori a dosso e d’intorno? Un professore di lettere italiane a ogni ricorsa di quindici giorni terminava la lezione con un grande abbracciamento fra Vittorio Emmanuele e Dante. Le signore battevano furiosamente le mani. Quel rincontro tra un vivo e un morto, tra quel re fortemente tarchiato e quel poeta rabbiosamente magro, tra il naso erto e i mustacchi del sabaudo schiaffeggianti l’aria con biondo orgoglio e il superbo naso spiovente e le guance sdegnosamente cascanti dell’etrusco, tra l’uniforme del generale piemontese e il lucco [1] del priore fiorentino, tra il kepi (non usava ancora l’elmo, sotto cui Vittorio Emmanuele stava così male) del militare monarca e il cappuccio del repubblicano letterato; quel rincontro di quel countacc e di quell’alma sdegnosa così a mezz’aria, nella region dei rondoni, feriva la fantasia delle nostre signore; la quale, come tutti sanno, è tanto puramente estetica!
Di lingua si seguitava a parlare, come sempre: la lingua italiana morirà, e gli italiani saranno anche lì a contendere se ella sia mai esistita. Il toscanesimo co’ suoi solecismi e le gentilezze infranciosate faceva strage ne’ cuor teneri e negli scritti duri dei cittadini del nuovo regno. Mi sun tuscann, giurava ogni buon valtellinese. E i veneziani emigrati e i fiorentini esuli nella propria città mescolavano insieme le loro pappe frullate nell’odio ai piemontesi. Pietro Fanfani si leccava i baffi. E quei poveri napolitani e siciliani facevano capo a lui, per raccattare a’ suoi piedi i minuzzoli che egli, Epulone e Trimalcione dei lacchezzi e dei bocconcini ghiotti, spazzava via di quando in quando colla salvietta delle sue eleganze dalla imbandigione del bel parlare. La grammatica andava come poteva, come i cani in chiesa: peggio per lei se ne toccava da tutti. Eh giuraddio, sacramentavano i manzoniani e i giustiani della regia non per anche allora nelle apparenze cointeressata, noi s’è fatta l’Italia con gli spropositi.
E intanto fabbriche idropiche, tisiche, rachitiche, le più brutte che la terra del Panteon e della loggia dell’Orcagna abbia mai sopportate, ci crescevano e ne si premevano intorno, come tanti ergastoli della fantasia, come tanti stabilimenti penali dell’estetica. E un popolo di statue, negl’intermezzi della tassa su la ricchezza mobile e del corso forzoso, saltava su a consolarci. Oh dèi del Museo vaticano e del Nazionale di Napoli! oh santi di Donatello e di Michelangelo! che statue! Una vera tregenda di apparizioni scappate via dal sogno spaventoso d’un gobbo coll’incubo. Svolgevano le loro sinuosità e flessibilità di lucertole in mosse da pipistrelli fino all’idealità delle gru o alla gravità serena delle civette. O posavano nella semplicità delle linee, come gruppi di gabbiani fermi in cima d’una scogliera, ritti su’ piedi, co’ petti levati, con le ali calate giù lungo le gambe, volgendo i becchi verso l’occidente. E con que’ musi, quelle figure, guardando nel vuoto, dicevano al sole annoiato e alle stelle che ridevano tra loro: Noi siamo le glorie d’Italia.
Ahi, ahi! il regno d’Italia segnava in tutto e per tutto l’avvenimento del brutto. Brutti fino i cappotti e i berretti de’ soldati, brutto lo stemma dello stato, brutti i francobolli. C’era da prendere l’itterizia del brutto. Certa mattina, in vapore, una sfilata di colline picene sul mare (perdonatemi, o antichi dèi della patria) mi parvero tante berrette d’impiegati che si levassero allora da letto. E giunto al Verbano dimandai: Che è questa sputacchiera?
Tornavo dal centenario di Dante in Firenze. Avevo notato su lo sfilare di quelle processioni così contente di sé e del loro bocio e del fruscio delle loro bandiere gli atteggiamenti delle grandi statue che dal campanile di Giotto al palazzo della Signoria popolano di gloria e di bellezza il nido di quella democrazia che ralluminò il mondo. Le barbute facce degli apostoli stavano dispettosamente mute: le madonne e le sante piegavano le teste sotto un nimbo di tristezza fatale, quasi nel presentimento delle sventure e vergogne vicine: i santi battaglieri si contorcevano fremendo; e nella calma divina di san Giorgio sorpresi un lampo d’ira e come un atto di metter mano. Non potei tenermi dal gridare: Giù, e botte da orbi, o fratello! Un classico di romagnolo che m’era lí al fianco sentí soltanto l’ultima parola, e se la prese per un saluto. Mi abbracciò tutto rosso, mi sbatacchiò contro il muro, urlando quanto n’aveva in gola: Viva l’Italia, il poeta divino e il veltro ghibellino! Non pretendeva mica il brav’uomo di far versi: ma la poesia di quegli anni era su per giù tutta cosí.
E pure io avea seguitato un po’ di tempo a far del mio meglio per ispingere punzecchiando il rossinante del mio idealismo lungo la via sacra, in coda ai palafreni impennacchiati e alle gualdrappate alfane, dietro gli effluvii trionfali. Ma non ci fu versi: la magra bestia pur zoppicando rignava [2] e traeva calci e giuocava di morsi; scappò di traverso a scorticarsi per le siepi e a brucare i cardi. Io finalmente, lasciata lei a’ suoi cattivi gusti e le bestie giudiziose ai loro trionfi, riparai nella solitudine co’ miei pensieri, traendo
un sospiro lungo e largo che parve uno sbadiglio. Non ne potevo più. E pure un vii facchinaggio quello di dovere o volere andar d’accordo co1 molti! Allora anche proposi di metter giù ogni ambizione di poeta e dare i miei studi e tutta l’operosità dell’ingegno alla storia letteraria e alla filologia. Il proposito era savio, e fu male non durarvi.
Io credo fermamente che oggigiorno in Italia, a chi voglia mantenersi quel po’ di reputazione che possa essersi fatta o come uomo di studi o come persona seria, non convenga, prima di tutto, scrivere. Che se uno non può resistere alla puerile abitudine di sporcarsi le dita d’inchiostro col pretesto d’illuminare o divertire il mondo, scriva, se vuole, de’cattivi romanzi e de’ pessimi drammi; ma versi, no. Che se l’infelice è da vero invasato dal fanaticus error dei versi, se per congenito cretinismo la sua animalità s’è ostinata a quel noioso giuoco di pazienza che è l’accasellare un dato numero di parole in un dato spazio di linea, se per un intellettuale ballo di San Vito egli è condannato a pensar balzellone con quei saltellini che si chiamano strofe, non voglia dare spettacolo pubblico di sé, oibò! si riserbi per gli amici e per la serva, o a spaventare e volgere in fuga i creditori. Perche’, badino bene i giovani educati, far versi in Italia è un’abietta vocazione e un mestiere vigliacco.
L’italiano, contro un’opinione assai superficiale, non è popolo poetico, o almeno non è più tale da un pezzo, o al più non ama in versi che le gale, non gusta che gli spumoni, non sente che l’istrionía. Il popolo italiano può darsi abbia genio per le arti plastiche, forse ha della passione per la musica. Ma innanzi alla poesia, innanzi a quest’arte disinteressata di delineare fantasmi superiori o interiori simmetricamente nella parola armonica e pura, il popolo italiano, pratico, positivo, machiavellico, che pur nelle più calde espansioni mira con mente, fredda all’utile e godibile immediatamente e in materia, rimane di ghiaccio. E per il poeta egli sente fra la compassione annoiata e l’avversione paurosa la quale si ha per un essere che esca dalle norme e forme consuete dell’umano organamento: ciò quando lo rispetta. Ma le più volte lo considera come un che di mezzo tra il buffone delle antiche corti e il pazzo melanconico dei romanzi sentimentali; e tiene sé stesso troppo educato e civile per divertirsi con un buffone e con un caso di patologia. In altri casi l’idea che dell’individuo verseggiatore si fa il popolo italiano è sempre quella del poeta delle compagnie comiche d’una volta, o de’ vecchi cantastorie che una volta annoiavano di lor nasali declamazioni accompagnate da un infernale segar di violino le piazze i ponti ed i porti rallegrati dal sole. E se l’individuo verseggiatore veste, per esempio, decente, il popolo italiano ha un istintivo timore che quell’ abito non sia suo, e che nell’individuo ben vestito si smascheri a un tratto il pitocco a chiedergli un po’ di soldi per rinfrescarsi la gola o per isdigiunarsi. Ora i suoi soldi il popolo italiano, rincivilito com’è, li vuol serbare per gli orbini di Bologna che suonano il violino meglio certo dei vecchi rapsodi, o pe’ piccoli calabresi, non redenti ahimè! dall’abate Zanella, i quali almeno strimpellano una chitarra vera invece di una metaforica cetra.
Finalmente il popolo italiano, per essere giusti anche con lui, che in somma è carne della mia carne e sangue del sangue mio (salvo la trasmissione), nel tòro della sua conscienza sta sempre onestamente su la guardia, per non essere una bella volta aggredito e preso pe ’l collo dalla vera poesia. Ei non vuol compromettere la sua serietà: la sua commozione lacrimosa, i suoi raggianti entusiasmi, la fatica delle mani e magari de’ piedi plaudenti, ei la serba tutta per la frase, per la frase, amor suo, in fin di periodo, là ne’ teatri, ne’ camposanti, nelle academie, nei banchetti, nelle università, in parlamento. Là, là, in quel polverio di ammirazioni con la tosse, in quella baldoria di sventolati entusiasmi, in quel tanfo di patriotismo e di vino, di virtù e di muschio, di estetica e di sudore, di critica e d’olio da lumi, in quel mercato di carne, di viltà e di ciarlataneria; là, là, siede e troneggia il vostro giudice, o fantastici superbi, o metafore ambulanti, che vi credete avere uno sgorgo di armonie intime periodico, che credete veder salire dai vostri cervelli solitari de’ fantasmi pensosi come tanti spazzacamini o geni del commendator Monteverde. Ringraziate col cappello in mano, miserabili, se alcuno di que’ gentiluomini, sentendovi declinare poeti, vi domanda graziosamente: A quando l’accademia?
E tutto questo è il men male.
Nella vita pratica e nel maneggio delle faccende, che l’individuo verseggiatore, essendo per disgrazia un bipede, dee aver comune con gli altri bipedi civili ma non verseggiatori, lo sciagurato ha da essere necessariamente un... Come s’ha a dire? Minchione, è poco. Aiutiamoci anche noi con le frasi. Una specie di fanciullone sempre sviato dietro le farfalle e a rischio sempre di battere il naso nelle cantonate, un lievito sciocco da essere rimpastato ad arbitrio del primo furfante che voglia metterci dentro del sale, un organino da caricare in certe occasioni per suonare a conto di questo o di quello queste o quelle arie secondo si monta il registro.
Uscite di casa dopo ore di lavoro che una volta si sarebbe detto benedettino, e il primo che vi capita fra’piedi è buono di salutarvi cosí: Beato lei, che almeno se la diverte! dica la verità, quanti sonetti ha sfornati oggi? E chi vi abborda cosí sarà un avvocatino, che non ha altra faccenda se non di portare a spasso tutto il giorno la sua chiacchiera politica. ‒ Andate per un affar di denaro... Ah, un poeta a firmare una cambiale! Vi lascio immaginare i commenti, e ripenso al commentatore, che indi a pochi mesi fallí, non da vero per frode, pover uomo!
Andate a rendere testimonianza in un processo; e il pubblico ministero non manca di avvertire i signori giurati che non vi diano retta. L’illustre poeta avvezzo a cogliere fiori nei giardini delle Muse... e via e via con quella processione di tropi che suole accompagnare il santissimo sacramento della giustizia nell’eloquenza dei pubblici ministeri. E dire che quel severo sacerdote di Temi è uomo che rallegra poi la conversazione con amenissime spiritose invenzioni. Raccontava, per esempio, una volta, che, in non so qual battaglia della campagna di Russia, suo padre, o, salvo il vero, un suo prossimo parente, avendogli un cosacco con una sciabolata tagliato via un pezzo di cranio e colando per la grossa fessura il cervello, si chinò presto presto, raccattò del cervello che gemea da un altro cranio spaccato di cosacco per terra, lo soppressò dentro il cranio suo e lo rimpastò col cervello suo; e cosí visse molti anni. Fra il sacerdote di Temi e me fiorista delle Muse chi più... poeta?
Sarete uomo di poche parole e di pochissime amicizie; difficile a dar la mano, difficilissimo a dare e ricevere il tu; avrete dato invece prove convincentissime di possedere certe virtù il cui fermo e continuo esercizio l’uomo ha anche bisogno d’imparare da certi quadrupedi, di essere, cioè, indipendente come un gatto, costante come un mulo, filosofo come un orso. Ciò non impedirà che un imbecille, con la scusa di farvi il bozzetto, dopo misuratevi a centimetri le mani e i piedi (tali atavismi guantai e ciabattineschi, come anche la gran perizia di parrucchieria, attestano il legittimismo democratico di molta critica odierna italiana), esca poi a far sapere alle persone che voi credete "ancora all’onestà e all’amicizia" (certa marinatura di scetticismo mostra l’uom navigato nella distinzione, come dice quella gente), e che credete amici tutti gli uomini, e onesti tutti gli amici, e che questi vi menano ubriacato di parole a recere [3] altre parole; ma che voi in fatti amate i banchetti dove si beve bene, gli amate in qualunque occasione, per qualunque pretesto, con qualunque partito; e che voi in fondo non siete né rosso né verde né bianco, e che porreste il berretto, o non so che altra cosa, ai piè d’una donna che vi sorridesse; e simili ciance, le quali, con quest’aria di spirito e di morale che tira oggi in Italia, possono anche parere cose gentili e onorifiche, e che voi dobbiate ringraziarne quell’onesto e intelligente signore.
In verità, a sentirmi chiamare poeta, il mio primo moto istintivo (lo tengano a mente i miei ammiratori) è di rispondere con uno schiaffo.
Ma torniamo a parlare di cose allegre, cioè di pazienza: della pazienza alla quale è condannato chi ha da scontare peccati di poesia. Ecco qui anche due bozzetti.
Notino i lettori : io non fo come certo arcade cattivo soggetto, il quale rovescia il brodo di lasagne de’ suoi versi sciolti su chi gli ha fatto del bene, e poi protesta che la sua ribaldaggine è poesia, e della poesia non rende conto: io dichiaro anzi che i miei bozzetti, fatti e da fare, sono tutti dal vero.
Primo bozzetto. Al ristoratore. « Ah l’autore del Satana! Dopo tanti anni, chi l’avrebbe detto? ti trovo famoso. Sono tornato, sai, or è due mesi, dall’America; e sento parlare di te da vero con molto favore. Ne ho piacere. Beato te che in fondo credi sempre a qualche cosa! Perchè nel Satana, vedi, c’è dell’idealismo: oh se ce n’è! Bisogna aver passato la linea anche nella vita, per trovare e fare il realismo vero. Io non scrivo versi; ma, se avessi tempo, vorrei, e forse potrei, essere il Byron della seconda metà del secolo, un Byron italiano costituzionale. Sentiresti! Tutto ho conosciuto, tutto ho provato, tutto ho sofferto. Ho fatto il mercante di schiavi, ho avuto un’amante negra, ora ho una bambina mulatta: essa è il mio poema. Mi son dato al commercio, e giro per affari. Potresti farmi una raccomandazione per il prestito di Bologna? Questi sono i miei inni a Satana. Io rimo in cambiali. Cameriere, il conto! Settantacinque centesimi per una costoletta? Eh, tirate alla pelle voialtri. »
Altro bozzetto. Per istrada, il giorno dopo pubblicata qualche poesia. « Mi rallegro, sai, di cuore. Eh, una volta mi divertivo anch’io coi versi; e, non fo per dire, ma in secondo anno di rettorica agli Scolopi ero sempre io che leggevo all’accademia di san Luigi Gonzaga. Il metro del mio cuore erano i quinari:
che gusto a farli!
Palma del Libano!
Rosa d’Engaddi!
Giglio di Gerico!
Fior di Saron!
La Gilda, vedi, serba ancora tutte le romanze
che io composi per lei quando si faceva all’amore. Ma ora, che vuoi? non ho più il capo ai versi. La politica, figlio mio! quanti fiori e frutti annebbia la politica! Fortunato te e benedetta la sorte che ti ha salvato nei sereni campi dell’ideale! Del resto, e di nuovo, mi rallegro di cuore. Gran bella cosa quell’ode! Peccato per altro che tu ti ostini in cotesto genere! Oh, se tu volessi tornare alle dolci memorie della gioventù, alla poesia dove c’è affetto! Ti ricordi?
Va per la selva bruna
Solingo il trovator,
Domato dal rigor
Della fortuna. »
Costui dalla poesia dove c’è affetto, alle nuove elezioni sarà deputato di certo.
Tale essendo il concetto che s’ ha in Italia della poesia, cioè quello d’un giuoco da conversazione un po’ noioso, che bisogna sopportare per tradizione e che tutti sanno fare, specialmente i più imbecilli; è naturale che la gente a modo creda di onorarvi comandandovi in certi casi versi del tal genere per la tal ora, come in certi pranzi si ordina una pietanza al trattore.
Direttori o presidenti di scuole normali, di società ginnastiche, di clubs alpinisti, avendo bisogno dell’inno per le grandi occasioni, ed essendoci ancora l’uso che per gli inni occorrano parole in rima, vi chiedono di far loro quel servizio, di mettere insieme tante sillabe in ar o in or, o meglio in on, quante bastino per la musica. E in vano voi cercate di far capire a quegli egregi signori che non credete di aver fatto mai azioni da lasciare altrui il diritto di tenervi cosí scioperato da scrivere sur un tema per musica.
Batte un terremoto, viene a settentrione o a mezzogiorno un diluvio d’acqua o di fuoco, manca la pappa agli asili infantili o ci vogliono nuovi giocattoli per i bambocci dei giardini froebeliani, c’è degli artisti da illudere e de’ lampionai dell’opinione pubblica da soccorrere? Ed ecco una congiura di tre, di cinque, anche d’uno, a organizzare una strenna, un album, un giornale straordinario, un numero unico. E socialismo borghese, è questua filantropica: se non che i cappuccini non vi chiedono l’elemosina del pensiero, e i socialisti rischiano d’andare in prigione; e a cappuccini e a socialisti potete rispondere, adesso o almeno per adesso, Non ne ho, o Non voglio esser dei vostri. Ma provatevi un po’a dire a quegli altri: ‒ Intendo le veglie di beneficenza: a ballare e mangiare in sale calde e illuminate e fiorite per consolare quelli che han fame e freddo al buio, la gente ci si gode, anche pe’l tacito raffronto; ma ai danni, per esempio, d’una inondazione di fiumi aggiungere una inondazione di noia in prosa e in rima, seccare una parte del prossimo per il problema di asciugar l’altra, non la intendo. ‒ Provatevi, dico, a risponder cosí; e vedrete grinte e reputazione che vi faranno.
Capisco che è il sommo della ingratitudine. Come? la borghesia vi tollera, la borghesia mostra sentire il bisogno di darsi l’aria alla Luigi XIV di promovere la poesia nazionale come la coltura delle barbabietole e la pollicoltura; e voi non vi credete in obbligo di comporre madrigali a ogni sua voglia, di empire gli albi di tutte le Maintenon ministresse in ritiro, di tutte le Pompadour generalesse in attività, di tutte le La Vallière figliuole di borghesi zoppe o guerce e dannate strimpellatrici di pianoforti ?
Essendo da tutte queste ragioni costretto a riputare quel della poesia un mestiere molto pericoloso e un tantino infamante, avverto i troppi signori che mi onorano di eleggermi per lettera giudice dei loro versi editi ed inediti, com’io sono sempre per il no a priori. Lo avverto qui, appunto per rispondere a tutti in generale, perché rispondere a ciascuno in particolare riuscirebbe impossibile: quando anche concedessi otto ore della giornata a spogliare le loro corrispondenze e leggere i versi, e altre otto a vergare i miei autorevoli giudizi e le mie savie osservazioni, mi mancherebbe poi, giacché mangiare e dormire un poco bisogna, il tempo di provvedere alla spesa dei francobolli.
Riconosco che è un fiorito indizio della coltura del bel paese, vedersi arrivare tutti i giorni some di versi, non pur d’autori liceali del second’anno, ma di ginnasiali della terza, e di medici e di avvocati e di soldati di terra e mare, e di guardie di pubblica sicurezza e di guardie del dazio e di guardie di finanza e di preti, e d’intendenti e di prefetti e di deputati e mogli di deputati, e di giornalisti e di banchieri e di professori di idroterapia e d’assistenti di chimica e di cameriere. Capisco che c’è ragione di confortarsi quando un liceale di second’anno vi spedisce una poesia e vi annunzia una commedia, che gliele mandiate a inserire nel Fanfulla della Domenica, e vi scrive e riscrive e telegrafa che vi affrettiate, perché quella pubblicazione gli può essere un titolo per passare agli esami di matematica. Ammetto ch’è un gran piacere a sentire un moccicone dirvi sul muso, che per ora vuol fare all’amore con una delle solite sgualdrine, e che ad amar la patria ci penserà da vecchio. Ammetto che c’è da far buon sangue a sentirne un altro spifferarvi di queste confessioni: « Ho diciassette anni, son triste triste, non ho voglia di far nulla, non credo in nulla, nulla mi piace se non forse le donnine, ma in fondo mi annoio di tutto: i servitori di casa mi dicono che ci ho un talentone (e allega le prove): che ho da fare? » (Impiccatevi, risposi per cartolina subito, quella volta). Confesso che a sentirmi sparare a bruciapelo certe dichiarazioni, come per esempio: « Voi non siete solamente il maestro de’ bolognesi, siete il maestro di tutti gli italiani, » mi devo mettere le mani sul cuore per raffrenare le troppo dilatate palpitazioni: non mi ci mancherebbe proprio altro, per Giove Statore !
Sento, capisco, ammetto, confesso tutto cotesto; ma dichiaro e protesto che un giovane che fa versi mi desta il ribrezzo e la nausea, e, se lo confortassi e consigliassi, mi parrebbe d’incorrere in un reato previsto dal codice penale, il reato di eccitamento e d’aiuto alla corruzione. Del resto, case di tolleranza e giornali letterari non ne manca in Italia.
Per queste e per molte altre ragioni era stato savio consiglio quello da me preso dopo il 61, lasciar da parte i versi e darmi tutto agli studi filologici e di storia letteraria. E fu male non perdurarvi. Ma allora almeno, quando i vecchi amori mi ritentavano e tornavo a peccare, un po’ di pudore mi restava: peccavo travestito da Enotrio Romano, per non scemarmi co’ versi quel po’di credito che mi poteva dare la prosa. In tali disposizioni d’animo e di tempi e di studi furono scritti i Levia Gravia, e se ne risentono. Dei tempi c’è la leggerezza pesante e la pretenzione enfatica e figurata che si dà e si tiene per concettosità ed eleganza. Ci si vede poi l’uomo che non ha fede nella poesia né in sé, e pur tenta; tenta la novità, e non ha il coraggio di rompere con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza, e la segue; scambia la materia per l’arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto. Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d’un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de’miei sogni di gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho né il tempo né la voglia di farvi né meno il compianto.
Una volta certo diario moderato di prima bussola distingueva, a proposito del due decembre, fra delitti utili e delitti inutili. A tale stregua l’inno a Satana fu una birbonata utile: birbonata, non nel concetto, che per me è ancor vero tutto o quasi, ma per l’esecuzione. Non mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) mi uscí dalle mani tanto volgare. L’Italia col tempo dovrebbe inalzarmi una statua, pel merito civile dell’aver sacrificato la mia coscienza d’artista al desiderio di risvegliar qualcuno e rinnovare qualche cosa. Mi raccomando che la statua sia brutta bene, proprio come una di quelle che accennai più a dietro e come a’ nostri scultori non sarà difficile farla. Sia brutta, o madre Italia, sia brutta; perché allora io fui un gran vigliacco nell’arte.
E ne porto meritamente le pene da tutti questi ragazzi sgrammaticanti che non cessano invocarmi poeta di Satana. E ne porto giustamente le pene nel veder messo il mio nome a canto a qualche altro nome che raffigura e risuona quanto di più vano, di più falso, di più istrionico, di più basso e di più buffo repeva [4] nei fondacci della vecchia grafomania italiana; che rappresenta quanto nella nuova si denuda più vizzamente sfacciato, più bolsamente ciarlatano; che raccoglie tutte le infermità le viltà le bugie di una transizione che finisce e d’una che incomincia. I nostri vecchi credevano, e crede il popolo ancora, che i girini, i quali saltellano bulicando dal polverone d’estate non a pena le prime gocce grosse, fitte, frementi e frescamente odoranti di un acquazzone d’agosto l’abbiano immollato, fossero e sieno metà fango e metà materia organica che diventerà ranocchio. Tale qualche nome: fango è di certo; ranocchio, vedremo.
Bologna, 27 luglio 1881.
Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale
Per gli silenzi de la notte arcana
Cauto di peregrin che s’allontana.
G. C.
Come fra ’l gelo antico
S’affaccia la vïola e disasconde
Sua parvola beltà pur de l’odore;
Come a l’albergo amico
Co ’l vento ch’ apre le novelle fronde
La rondinella torna ed a l’amore
Rifiorirmi nel core
Sento de i carmi e de gli error la fede
Animoso già riede
De le imagini il vol, riede l’ardore
Su l’ingegno risorto: e il mondo in tanto
Chiede al mio petto ancor palpiti e canto.
Luce di poesia,
Luce d’amor che la mente saluti,
Su l’ali de la vita ancor s’aderge
A te l’anima mia,
Ancor la nube de’ suoi giorni muti
Nel bel sereno tuo purga e deterge:
Al sol cosí che asperge
Lieto la stanza d’improvviso lume
Sorride da le piume
L’infermo e ’l sitibondo occhio v’immerge
Sin che gli basta la pupilla stanca
A i color de la vita, e si rinfranca.
Quale nel cor mal vivo
Dolore io chiusi, poi che la minaccia
Del tuo sparir sostenni, e quante pene!
Tal del seguace rivo
A poco a poco inaridir la traccia
L’arabo vede fra le mute arene,
E sente entro le vene
L’arsura infurïar, e mira, ahi senso
Spaventoso ed immenso!
Oltre il vol del pensiero e de la spene
Spaziar silenzïoso e fiammeggiante
Il ciel di sopra e ’l gran deserto innante
E giace, e il capo asconde
Nel manto, come a sé voglia coprire
La vista, che il circonda, de la morte:
E il vento le profonde
Sabbie rimove e ne le orrende spire
Par che sepolcro al corpo vivo apporte:
I figli e la consorte
Ei pensa, ch’ escon de le patrie ville
Con vigili pupille
Del suo ritorno ad esplorar le scorte,
E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso
Vien, de’ noti cammelli odono il passo.
Or mi rilevo, o bella
Luce, ne’ raggi tuoi con quel desio
Onde elitropio s’accompagna al sole.
Ma de l’età novella
Ove i dolci consorti ed ove il pio
Vólto e l’amico riso e le parole?
Come bell’arbor suole
Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno,
Tu, mio fratel, tu eterno
Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole,
Lungi al pianto del padre, or tien la fossa
Pur le speranze de l’amico e l’ossa.
O ad ogni bene accesa [5]
Anima schiva, e tu lenta languisti
Da l’acre ver consunta e non ferita:
Tua gentilezza intesa
A reo mondo non fu, che la vestisti
Di sorriso e disdegno; e sei partita.
Con voi la miglior vita
Dileguossi, ahi per sempre!, anime care;
Qual di turbato mare
Fra i nembi sfugge e di splendor vestita
Par da l’occiduo sol la costa verde
A cui la muta con l’esilio e perde.
Dunque, se i primi inganni
Mi abbandonaro inerme al tempo e al vero,
Musa, il divin tuo riso a me che vale?
Altri e fidenti vanni,
Altro e indomito al dubbio ingegno altero
Vorriasi a te seguir, bella immortale,
Quand’apri ardente l’ale
Ver’ l’infinito che ti splende in vista:
A me l’anima è trista;
Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale
Per gli silenzi de la notte arcana
Canto di peregrin che s’allontana.
Ma no: dovunque suona
In voce di dolor l’umano accento
Accuse in faccia del divin creato,
E a l’uom l’uom non perdona,
E l’ignominia del fraterno armento
E ludibrio di pochi è rio mercato,
E con viso larvato
Di diritto la forza il campo tiene
E l’inganno d’oscene
Sacerdotali bende incamuffato,
Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.
Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.
Addio, serena etate,
Che di forme e di suoni il cor s’appaga;
O primavera de la vita, addio!
Ad altri le beate
Visïoni e la gloria, e a l’ombra vaga
De’ boschetti posare appresso il rio,
E co ’l queto desio
Far di sé specchio queto al mondo intero:
Noi per aspro sentiero
Amore ed odio incalza austero e pio,
A noi fra i tormentati or convien ire
Tesoreggiando le vendette e l’ire.
Illusa, e non vedi quanto
Tuon di dolor s’accoglie e qualdi sangue
Tinta di terra al ciel nube procede?
Di madri umane è pianto
Cui su l’esausta poppa il figlio langue;
Strido è di pargoletti, e del pan chiede:
E sospir di chi cede
Vinto e in mezzo a la grave opera cade,
Di vergin che onestade
Muta co ’l vitto; e di chi più non crede
E disperato nel delitto irrompe
E grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.
Che mormora quel gregge
Di beati a cui soli il ciel sorride
E fiorisce la terra e ondeggia il mare?
Di qual divina legge
S’arma egli dunque e che decreti incide
A schermir le crudeli opere avare?
Odo il tuono mugghiare
Su ne le nubi, e freddo il vento spira:
Del turbine ne l’ira
E tra i folgori è dolce, inni, volare.
L’umana libertà già move l’armi:
Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.
Canzon mia, che dicesti?
Troppo è gran vanto a sí debili tempre:
Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.
Ancor mi ride ne la fantasia
L’onesto sguardo, o giovinette, e ’l viso
E de le vòstre inchine fronti il riso;
E ad altri dí la mente si disvia
Quando m’apparve amor cosa celeste;
E con sospir strisciare odo una veste
Bianca tra i fiori al lume de la luna,
Mesco mormorii dolci a l’aria bruna.
Povero peregrino in chiusa valle
Timido de la notte erma fra i sassi,
Se leva gli occhi su del monte a i passi
Ond’è calato e vede le sue spalle
Ancor vestite del soave raggio,
Pensa il principio del lontan viaggio
E del luogo natio la primavera
Ed il foco paterno in su la sera.
Al sole al verde a gli amorosi venti
A le dolci armonie pe ’l mondo sparte
Sospira il cuor; ma la bufera in parte
Mi respinge ove infuriano i viventi
Odi e amor di mill’anni e da le tombe
Sergono accenti d’ira e suon di trombe.
Non uditeli voi, ma pure e liete
De la fugace rosa il fior cogliete.
Sparsa la faccia bianca
De la fuggente vita,
Con la persona stanca
Abbandonarsi a l’ultima partita
Lei che sposa virginea
Pur or ne arrise di beato amor;
Sentir com’angue gelida
E questa e quella mano;
Gli occhi mirar che vitrei
Orribilmente notano nel vano
Forse in cerca de i pargoli
A lo sguardo fuggenti ahi non al cor,
De i pargoli che muti
Intorno al letto stanno
Rigando i volti arguti
Di lacrimette, ed il perché non sanno,
E come sogno i fervidi
Baci materni penseranno un dí;
E intorno l’ombra stendersi
De la morte odiosa,
Mentre pur su ’l cadavere
Si lamenta con Dio la madre annosa
Ch’ abbia a compor ne l’ultima
Pace chi a premer gli occhi suoi nutrì;
Deh quanta pïeta! E pure
Dolori altri segreti
Conosco, altre sventure,
Che di solenni lacrime a’ poeti
Non chieggon pompa. Apritevi,
De la miseria antri nefandi, a me.
E tu che in quelle fetide
Paglie mal sai celare
La nudità che informasi
Da l’ossa attratte e orribile si pare
Fra i pochi cenci luridi,
Forma dolente umana, oh qual tu se’?
Il secco occhio splendente
Con le pupille ignave,
Il sudor che di lente
Righe solca le tempia oscure e cave
E rappreso su l’umida
Fronte il cinereo mal piovente crin,
E quel vermiglio lurido
Ne le saglienti gote,
Quel faticoso anelito
Da l’osseo petto cui la tosse scuote
Acre profonda ed arida,
Quel sangue de la bocca in su i confin,
Annunzian, fere scorte,
La grande ora suprema.
Al passo de la morte
Niun la prepara? e niuno è che qui gema?
Ecco: un parvol si strascica
Su quelle paglie, e chiede pur del pan;
E un infante co ’l rabido
Vagito de la fame
Contende, ansa, travagliasi
Co ’l viso macro, con le dita grame,
Intorno de l’esausta
Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.
Lente cadon le braccia,
Il guardo le si vela,
E pia morte la faccia
De gli affamati suoi figli le cela.
Devoti essi a la livida
Colpa ed al vorator morbo son già.
L’uomo, doman, che tolsela
Vergin bella e pudica,
Su’l deforme cadavere
Darà un guardo tornando a la fatica
Usata. Ozio di piangere,
Dritto d’amare il misero non ha.
E tu, se d’echeggianti
Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva
Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi,
Voce d’umani pianti
E sibilo di tibie e de la belva
Ferita il rugghio in mille suoni rendi,
Borea, mi piaci. E te, solingo verno,
Là su quell’alpe volontieri io scerno.
Una caligin bianca
Empie l’aer dormente, e si confonde
Co ’l pian nevato a l’orizzonte estremo.
Tenue rosseggia e stanca
Del sol la ruota, e fra i vapor s’asconde,
Com’occhio uman di sue palpebre scemo.
E non augel, non aura in fra le piante,
Non canto di fanciulla o vïandante;
Ma il cigolar de’rami
Sotto il peso ineguale affaticati
E del gel che si fende il suono arguto.
Canti Arcadia e richiami
Zefiro e sua dolce famiglia a i prati:
Me questo di natura altiero e muto
Orror più giova. Deh risveglia, Eurilla,
Nel sopito carbon lieta favilla;
Ed in me la serena
Faccia converti e ’l lampeggiar del riso
Che primavera ove si volga adduce.
A la sonante scena
Poi ne attendono i palchi, ove dal viso
De le accolte bellezze ardore e luce
E da le chiome e da gl’inserti fiori
Spira l’april che rinnovella odori.
Oh se co ’l vivo sangue
Del mio cor ristorare io vi potessi,
Gelide membra del figliuolo mio!
Ma inerte il cor mi langue,
E irrigiditi cadono gli amplessi,
E sordo l’uomo ed è tropp’alto Iddio.
O poverello mio, la lacrimosa
Gota a la gota di tua madre posa.
Non de la madre al seno
Il tuo fratel posò: lenta, su ’l varco
Presse gli estremi aliti suoi la neve.
Da l’opra dura, pieno
Il dí, seguiva sotto iniquo carco
I crudeli signor co ’l passo breve;
E co l’uom congiurava a fargli guerra
L’aere implacato e la difficil terra.
Il nevischio battea
Per i laceri panni il faticoso:
E cadde, e sanguinando in van risorse.
La fame ahi gli emungea
L’ultime forze, e al fin su ’l doloroso
Passo lo vinse; e pia la morte accorse:
Poi cadavero informe e dissepolto
Lo ritornar sotto il materno volto. [6]
Ahimè, con miglior legge
Ripara a schermo da la gelid’aura
Aquila in rupe e belva antica in lustre,
Ed un covil protegge
Tepido i sonni ed il vigor restaura
A i can satolli entro il palagio illustre
Qui presso, dove de l’amor più forte,
Figlio de l’uom, te mena il gelo a morte.
Mescete, or via mescete
La vendemmia che il Ren vecchia conserva
Di sue cento castella incoronato.
Gorgogli con le liete
Spume a lo sguardo e giù nel cor ci ferva
Quel che il sol ne’ tuoi colli ha maturato
Cui ben Giovanna a l’Anglo un di’ contese,
O di vini e d’ eroi Francia cortese.
Poi ne rapisca in giro
La turbinosa danza. Oh di pompose
E bionde e nere chiome ondeggiamenti;
Oh infocato respiro
Che al tuo si mesce: oh disvelate rose;
Oh accorti a fulminare occhi fuggenti;
Mentre per mille suoni a tempra insieme
L’acuta voluttà sospira e geme!
Dolce sfiorar co ’l labro
Le accese guance, e stringer mano a mano
E del seno su ’l sen le vive nevi,
E di sua sorte fabro
Ne l’orecchio deporre il caro arcano
De le sorrise parolette brevi,
E meditar cingendo il fianco a lei
De l’espugnata forma indi i trofei.
Che se di nostre feste
Scorra su l’util plebe il beneficio
E civil carità prenda augumento;
Mercé nostra, il celeste,
Che bene e mal parti, saldo giudicio
Ha di bella pietade alleggiamento.
Noi, del nostro gioir, beata prole,
Rallegriam l’universo a par del sole.
Mancava il pan, mancava
L’opra sottile a reggere la vita;
E al freddo focolar sedea tremando,
E muta mi guardava,
Pallida mi guardava e sbigottita,
la madre; e un lungo giorno iva passando
Che perseguiami quel silenzio e ’l guardo,
Quand’io lassa discesi a passo tardo.
Piovea per la brumale
Nebbia lividi raggi alta luna
In su 'l trivio fangoso, e dispariva
Dietro le nubi: tale
Di giovinezza il lume in su la bruna
Mia vita mesto fra i dolor fuggiva.
E la man tesi: e vidimi in conspetto
Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto
Immane. Ahi, ma più immane
Me, o superbi, premea la lunga fame
E il guardo e il viso de la madre antica.
Tornai: recai del pane:
Ma tacean del digiuno in me le brame,
Ma sollevar i gravi occhi a fatica
Sostenni: o madre, e nel tuo sen la fronte
Ascosi e del segreto animo l’onte.
Addio, d’un santo amore
Fantasie lacrimate, e voi compagne
Di questa infelicissima fanciulla! [7]
A voi rida il candore
Del vel che la pia madre adorna e piagne,
E ’l pensier ch’erra a studio d’una culla.
Io derelitta io scompagnata seguo
Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.
Taci, o fanciulla mesta;
Taci, o dolente madre, e l’affamato
Pargol raccheta ne la notte bruna.
Fiammeggia, ecco, la festa
Da’ vetri del palagio, ove il beato
De la libera patria ordin s’aduna,
E magistrati e militi fra’suoni
E dotti ed usurier mesce e baroni.
De’ tuoi begli anni il fiore,
O fanciulla, intristi, chiedendo in vano
L’aer e l’amor ch’ogni animal desia;
Ma ride in quel bagliore
Di sete e d’òr, che con la bianca mano
La marchesa raccoglie e va giulia
In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?,
La prostituzïone a la tua porta.
Quel che ne la pupilla
Del figliuol tuo gelò supremo pianto
Che tu non rasciugasti, o madre trista,
Gemma s’è fatto e brilla
Fra ’l nero crin de la banchiera. E intanto
Il leggiadro e soave economista
A lei che ride con la rosea bocca
Sentenze e baci dissertando scocca.
Gioite, trionfate,
O felici, o potenti, o larve! E quando
Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia,
Uscite e dispiegate,
Pur la mal digerita orgia ruttando,
Le vostre pompe a’suoi digiuni in faccia;
E non sognate il dí ch’ a l’auree porte
Batta la fame in compagnia di morte.
Chi me de’canti ormai memore in vano
Poi che dal nido mio giacqui diviso,
Chi me al ciel patrio e de gli amici al viso
Rende toscano,
Dove più largo ne’ bei piani a l’onda
Laborïosa il freno Arno concede
E di trïonfi solitari vede
Grave la sponda?
Vola il pensiero trepidando e posa
A una nota magione or tutta in festa.
Piange la madre e i bianchi veli appresta:
Ecco la sposa.
Seco il garzone a cui l’intimo affetto
Traluce e ride su la faccia pura
E ne l’eloquio l’anima secura
E il savio petto.
Oh a me del vin cui più sottil maturi
Tosca vendemmia per le aeree cime
Versate, amici. Io dal bicchier le rime
Chieggo e li augùri
E d’Alice dirò la chioma bruna
La tenue fronte e i lunghi sguardi e lenti
Come in queta d’april notte pioventi
Raggi di luna.
Or che soave è il cielo e i dí son belli
E gemon l’aure e cantano gli augelli
Tu chini l’amorosa
Fronte, o vergin rosa.
Per te non fa che il prato ove nascesti
Tiranno solitario avvampi il sole,
Quando su’campi da la falce mesti
La polverosa estate a lui si duole,
E nel meriggio le campagne sole
Assorda la cicala,
E impreca al giorno, che affannoso cala,
Dal risecco pantan la rana ascosa.
Subito allor su’ non più verdi colli
Sorge il turbine, e gran strepito mena,
Spazza gli ultimi fiori ed i rampolli,
E allaga i campi d’infelice arena;
E più cresce l’arsura, e de l’amena
Ombra il conforto manca.
Tu fuggi a quella stanca
Ora, o vergine rosa.
Per te non fa ne’giorni grigi e scarsi
Mirar la doglia de l’anno che muore.
Le foglie ad una ad una distaccarsi
E gemer sotto il piè del viatore,
Sin che la nebbia del suo putre umore
Le macera o le avvolge
La fredda brezza e lenta le travolge
Giù ne l’informe valle ruinosa.
Allor le nubi che fuman su i monti,
Allor le pioggie lunghe e tristi al piano,
E l’ alte ombre de’ gelidi tramonti,
Ed il triste desio del sol lontano,
E la bruma crescente a mano a mano,
E il gel che tutto serra.
Tu fuggi a tanta guerra,
O giovinetta rosa.
Ne la stagion che il ciel co’ le feconde
Pioggie nel grembo de la madre antica
Scende e l’eterna amica
Co’ vegetanti palpiti risponde,
E gemiti e sospiri e arcani accenti
Volan su’ molli venti
E la festa e il clamor de gl’imenei
Nel canto è de gli augei;
Quando, de le foreste al lento giorno,
Accennando del vertice ondeggiante,
Fremon d’amor le piante,
E un fresco effluvio va su l’aure intorno
Quando al sol novo di pudico ardore
Dal verde letto fuore
S’invermiglia la rosa, ed il suo duolo
Canta a lei l’usignolo;
Su la tepida sera e con la stanca
Luna che sorge e va tra gli odorati
Vapor benigna e i prati
Arsi rintegra e i verdi monti imbianca,
Tu a l’opre de la vita a le tue leggi
La giovin coppia reggi
E guida, o sacra, o veneranda, o pura
Madre e diva, natura.
Qual nel roseo mattin lene si solve
Lucida visïone o come stella
Di sua bianca facella
Segna cadendo a l’alta notte il velo,
La fanciulla trasvola. Oh chi del cielo
La pace e il riso ne’ begli occhi infuse?
Chi tanta circonfuse
Gloria di raggi a la gentil persona?
Tenebra e gelo, ov’ella n’abbandona,
Contragge l’aer e i cuor; ma seco adduce
L’ardore ella e la luce,
E sotto il bianco piè fiorisce aprile;
E l’aure e l’acque e i fior con voce umile
Mormoran di sommessi amor richiami,
E più dolce fra’ rami
Corre la melodia di primavera.
Quasi canzon lontana in su la sera
Ne i lidi antichi de la patria udita
Onde fu la partita
Grave e n’ arride in cor dolce il ritorno,
Suona la voce sua. Ben venga il giorno
Che di novelli sensi una vaghezza
Colori sua bellezza,
Come il sol primo adolescente fiore,
E là si svegli dove or dorme amore.
Allor risponde ad ogni offesa ‒ amore ‒
Dante con viso d’umiltà vestito:
E ne l’alto infinito
Come in sua regïon s’affisa e mira;
Ed un rombo di bianche ali l’aggira;
E pur tra il fumo de l’italiche ire
Scender vede e salire,
Quasi pioggia di manna, angeli al cielo.
Allor contempla il Bonarroti anelo,
E sovra il marmo combattuto posa
Lento la man rugosa
Dinanzi al folgorar di due pupille.
Ma tu, Sanzio gentil, tante faville
Giungi a’ tuoi chiusi ed immortali ardor
Quante pe’ bei colori
Chiedi a la terra e al ciel forme divine.
Ahi troppo amico di tua morte! al fine
Come arboscel che d’una rupe orrenda
Avido si protenda
A ber la luce e il sol, tu langui e spiri.
Tale, ove pieghi de’ begli occhi i giri
Costei cui donna il vulgo e Beatrice
Chiama il poeta, indice
Lor fati a l’alme, e sovra l’arte regna,
Di bellezza e d’amor vivente insegna.
Cosí pronta e leggera
Per tempeste di mari
La rondinella a i cari
Liti e al suo nido affretta,
Che il ciel mite l’aspetta ‒ e primavera,
Come voli tra fiori
Tu al cupido marito;
E tal cervo ferito
Tende a montano rivo,
Qual ei tutto giulivo ‒ a i dati amori.
Tu togli, amor possente,
La vergine al suo tetto,
Tu lei togli a l’aspetto
E al bacio lacrimato
De l’uno e l’altro amato ‒ suo parente
A novo ostel la guidi,
Ad altre cure e sante;
E al consecrato amante
Lei timida e vogliosa
Doni moglie, e pietosa ‒ amica fidi,
Onde poi si rinnova
La socïal famiglia;
Dove, se amor consiglia
Al vero al buono al retto,
Virtù fiorisce e affetto ‒ in bella prova.
Fanciulla, or t’ abbi in core
Pur fra’ pensier più cari,
Che de’ pudichi lari
In te posa la fede,
Che del costume siede ‒ in te il valore.
Tu lasci i primi gigli,
E cambi a più gentile
Questo tuo stato umile;
E il saprai quando intorno
Ti fioriranno un giorno ‒ i dolci figli.
Qual chi de l’esser suo toccò la cima,
Tranquilla e glorïosa ella ne viene:
Diffuso ha per le gene
E ne la fronte di letizia il lume.
Attende; e poi, qual con le aperte piume
Colomba al pigolar de la covata,
Ella corre beata
E d’amor radïante a un picciol letto.
Denuda, o vereconda, il casto petto;
Dischiudi, o bella, il tuo più santo riso:
Il pargoletto affiso
Ne la tua vista i novi affetti impari.
A te co ’l riso egli risponda: i cari
Occhi parlino a te. Sveglia co ’l senso
Nel picciol cor l’immenso
Intendimento de la vita umana.
O de le semplicette alme sovrana
Gentile, o pia de’ cuori informatrice,
La steril Beatrice [8]
Ceda a te, fior d’ogni terrena cosa.
Talamo e cuna è l’ara tua: l’ascosa
Corrispondenza è quivi, onde si cria
Quell’eterna armonia
Che de’ petti domati in fondo aggiunge
E la famiglia a la città congiunge.
Allor, perché da le sue case lunge
Voli di servitude il dí nefando,
Cade l’eroe pugnando
E ne la luce de i cantor rivive;
E contro l’Asia, che di forme achive
Ornar vuole a’ tiranni il gineceo,
Suona su per l’Egeo
Il peana e la sacra ira d’Atene.
Sorge de i re contro le voglie oscene
Il gran giuro di Bruto, e su le spoglie
De la pudica moglie
Libertate a la lor fuga sorride.
Tremi le squille ancora e l’omicide
Sicule furie qual porrà la mano
Dominatore strano
Su le donne de’ vinti, o le vendette
De i secreti pugnali. A noi permette
Altri l’età miglior voti e speranze,
Se de le molli usanze
Vinca le oblique insidie integra l’alma.
Or vienne, o giovinetta: or, palma a palma
Stretta co ’l tuo fedele, entra d’amore
Nel tempio: ma il pudore
Che la vergin tingea de la sua rosa
Non si scompagni da la nova sposa.
O te felice, o sopra
Il nostro infermo stato
Te cara al ciel! beato
Il letto de’ tuoi amori,
S’ombra de’propri fiori ‒ avvien che ’l copra
Ma in cor ti sieda impresso
Ch’ogni piacer più caro
Ti tornerà in amaro
Senza i baci e gli accenti
De’ pargoli innocenti ‒ e il puro amplesso.
Ahi la non degna sposa
Ch’odia di madre il nome
Stolta e crudele! Come
Talento reo la sprona,
A danze si abbandona ‒ furïosa;
E in tanto, o empia!, langue
Su mercenario petto
Il caro pargoletto,
E d’altrui baci appara
Disconoscenza amara ‒ del suo sangue.
Ma, quando di restia
Vecchiezza il corpo offeso
Sente de gli anni il peso,
A lei non per soave
Cura filial men grave ‒ è l’età ria.
More; e non di sua prole
Il pianto e il bacio estremo
Non il vale supremo
La misera conforta:
Questo natura porta ‒ ed il ciel vuole.
Ma tu più saggia il fiore
D’ogni piacer ritrova
In questa cura nova.
Cosí nel bel disio
Ti benedica Iddio ‒ t’arrida amore.
Duro, marchese, allor che de la vita
L’arco piega e il pensiero in su le bianche
Urne de’ padri si raccoglie intorno
A i templi noti, oh duro allor, marchese
Malaspina, lasciar la patria! A cui
Rida nel core e ne le forti membra
La giovinezza, è un’avventura, un gioco
De la vita che s’apre a nuovi casi,
Con l’esilio mutar le dolci soglie
De la magion de’ padri suoi. Ma io
Non vedrò più da l’Apparita a il piano
La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi
Corron due lustri omai che aspetto e piango
Come serena fra le negre torri
S’inalza e quanto già de l’aer piglia
Santa Maria del fiore! Io la mirava
Da’ lieti colli ove lasciai me stesso,
E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma,
Allor che il magno imperador s’assise
A Firenze con l’oste. Ed io ’l seguiva,
E rividi la mia villa diserta
Da Carlo di Valese; e i luoghi usati
non conobbi più, né me conobbe
La nuova gente. Ora il cortese il giusto
Il magnanimo Arrigo è morto; e giace
Tutta con lui de gli esuli la speme. ‒
Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti
Cittadin bianchi di Firenze, in rima
Dicitore leggiadro; e fosco in tanto
Battea la ròcca di Mulazzo il nembo,
E la tristezza del morente autunno
Umida e grigia empiea le vaste sale
Di Franceschino Malaspina. Acuta
Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo
Arguto distendea, l’occhio vibrando
Dardeggiarne e le orecchie erte, a le verdi
Gonne de l’alta marchesana. A lei
D’ambo i lati sedean donne e donzelle,
Fior di beltà, fior di guerresche altiere
Ghibelline prosapie. E di rincontro,
Ardendo in mezzo d’odorata selva
Il focolar, tu dritto in piedi tutta
Ergei la testa su i minor baroni,
Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina.
Posava in pugno al cavaliere un bello
Astor maniero, e, quando varia al vento
Saltellante la grandine picchiava
Le vetrate e imbiancava il fuggitivo
Balen le appese a’ muri armi corusche,
Ei l’ale dibatteva, ir serpentino
Collo snodando, e uno stridor mettea
Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno
Occhio l’amor de le apuane cime
Natie, libere: ardea, nobile augello,
In tra i folgori a voi tender su’ nembi.
E fiso un paggio lo guatava, a’ piedi
Seduto del signor: fuggíasi anch’esso
In su l’ale de’ venti col desio
Fuor de la sala, e valicava i monti
Da l’insana procella esercitati
E le selve grondanti, e fra ’l tonante
Romor de le lontane acque lo scroscio
Del fiume ei distinguea cui siede a specchio
La capanna di sua madre vassalla.
Ma non al paggio né a l’astor, trastullo
De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone,
Sí atteso egli pendea da la soave
Loquela di Sennuccio, e sí ’l tenea
D’un compagno di lui l’alta sembianza,
Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque
Sennuccio, il pro’ marchese incominciava:
‒ Deh come par che il cielo anco s’attristi
E pianga di Toscana in su le soglie,
Quando un poeta si dilunga! O cieca
E diserta Firenze, or che ti resta
Altro che frati e bottegai! Le vie
De l’esiglio fioriscono d’allori
A’ poeti raminghi, e loro è d’ombre
E di corone larga ogni cittade
Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce
Paese di Provenza e voi ristori
Cortesia di signor beltà di donne,
Non v’incresca, per dio, di questa Italia
Vedova trista, ch’ogn’or più dimagra
E di buoni e di ben. Ma, se spiacente
Il castel di Mulazzo e ’l castellano
A voi non parve, se mercé d’amore
Vinca l’ambascia de la dura via,
Non vorrete, Sennuccio, or consolarne
D’un amoroso canto? ‒ E pur tacendo
Il marchese chiedeva: un mormorio
D’assenso di preghiera e d’aspettanza
Levossi intorno. S’inchinò il poeta,
E ‒ Tristi, disse, fian le rime, quali
Nostra fortuna le richiede e ’l tempo. ‒
Disse: e intonava pietoso il canto.
« Amor mi sforza di dover cantare
E lamentare ‒ in questa ballatetta.
Angela venne de la terza spera
Qui dove l’aer verna, e chiuse il volo:
Poi, tutta accesa in quella luce mera
Che arde là sovra del nostro polo,
In vista umana patía noia e duolo
Conversando fra noi quest’angeletta.
Ove spirava l’aüra gentile,
Subito amore possedea quel loco:
Ivi ridea novellamente aprile
E vampava ne l’aere un dolce foco;
Ma distringeva i cori a poco a poco
Quasi una pena, e dolce era la stretta.
Ognun diceva ‒ Ov’ella gli occhi gira,
Ed ivi tosto ogni virtù è fiorita,
Cade ogni mal volere e fugge l’ira,
E dolce s’incomincia a far la vita:
A lei d’intorno a gran diletto unita
La gente per valer sua voce aspetta. ‒
A più alto sperar n’era argomento
Il riso bel ch’io non saprei ridire.
Io conto il ver: la voce era un concento
Di lontane armonie, di strane lire;
E retro la memoria facea gire
Ad una vita che ne fu disdetta.
Miracolo a veder sua gran vaghezza
Facea del cielo ragionare altrui.
‒ Ecco, io vi mostro di quella dolcezza
Che tutto adempie il regno d’ond’io fui: ‒
Queste parole eran ne gli occhi sui;
Pur chini li tenea la verginetta.
Mi fe’ pensoso di paura forte
Il portamento suo celestïale,
M’indusser gli occhi a desïar la morte
Ne la lor pace che non è mortale:
Ma poi, temendo non mettesse l’ale,
Dissi, com’uomo in cui desir s’affretta:
‒ Se ben si pare a le fattezze tue,
Tu fusti nata in cielo a l’armonia;
E mi fai rimembrar Psiche qual fue
Quando sposa d’Amor fra i numi uscia.
Tardi ritorna a la spera natia!
Donami ch’io t’adori, o forma eletta! ‒
Cosí le dissi ne’ sospiri. Ed ella
De gli occhi suoi levar mi fece dono,
Ahi quanto vagamente! E ne la bella
Vista divenni altr’uom da quel ch’io sono.
Visibilmente Amor, come in suo trono,
Luceva in fronte a questa pargoletta.
‒ Piacer che move de la mia persona
Conforti anco per poco i pensler tui;
Ch’i’sento quel signor che la mi dona
Che a sé mi sforza; e cosa i’son da lui:
Non fa per me di questi luoghi bui
La stanza, e poco vostro amor mi alletta. ‒
Cotal suonò di quella onesta e vaga
La voce pia ch’ella apparò dal cielo,
Gli occhi belli avvallando; e di sé paga
L’alma raggiò desro fuor di suo velo;
Tutta ella ardea di pietoso zelo
Qual peregrino cui ’l tornar diletta.
Ahi me, che la noia del dolente esiglio
Quest’angeletta mia presto ebbe stanca!
E venne meno come novo giglio
Cui ’l ciel fallisce e ’l vento fresco manca.
Ella posò come persona stanca,
E poi se ne partí, la giovinetta.
Partissi, e si partiro una con lei
Amor e poesia dal nostro mondo.
Da indi in qua cercaron gli occhi miei
Per giocondezza, e nulla è lor giocondo:
Sollazzo e festa per me giace in fondo;
Sol chiamo il nome de la mia diletta,
Ahi lasso! e, quando la stagion novella
Rallegra i cori e fa pensar d’amore,
Vien ne la mente mia la donna bella
Che mi fu tolta; ond’io vivo in dolore.
Chiamo il suo nome: e mi risponde il core:
Lasso, che cerchi? altrove ella è perfetta.
Cos’ cantò Sennuccio: e gran pietate
De le donne gentili i petti strinse;
E dolorosa un’ombra in su le fronti
De’ guerrieri abbronzate errava, come
Se un gran fato presente a ogn’un toccasse
Le menti; e raro il favellar s’accese
Su l’oscura ed estrema ora del magno
Arrigo. ‒ Al morto imperator conceda
Dio la sua pace: a lui gloria ne’canti,
Imperador de le toscane rime,
Dante darà; noi la vendetta. Ancora
Su le torri pisane ondeggia al vento
Il sacro segno, ed Uguccione intorno
Fior di prodi v’accoglie e di speranze.
Lombardia freme; e un cavalier novello,
Sprezzator di riposo e di perigli,
Leva fra i due mastin l’aquila invitta.
Se Dio n’aiuti, rivedrem, Sennuccio,
De’ guelfi il tergo; rivedrem le belle,
Che ne disser piagnendo il lungo addio,
Facce d’amore. Oh, di Mugel selvoso
Ne le dolci castella una m’aspetta;
E di memorie io vivo e di speranza.
Liete rime troviam. Reca, o fanciullo,
Qua la mandòla; se, di Cino usata
E di Dante a gli accordi, essa e la bella
Marchesa Malaspina il canto accolga. ‒
Cosí disse Gualfredo. A lui l’azzurro
Occhio splendea come l’acciar de l’else;
E su ’l verde mantel di sotto al tócco
Bianco e vermiglio gli piovea la bionda
Giovenil capelliera, a mo’ di nube
Aurea che attinge da l’occiduo sole
Le tue valli non tocche, ermo Apennino.
D’ un molle riso gli assentí la dama
Donnescamente; e recò destro il paggio
La dipinta mandòla. In su le quattro
Fila correan del cavalier le dita,
Piane, lente, soavi; e poi di tratto
Rapide flagellando risonaro.
Come pioggia d’aprile a la campagna,
Che bacia i fiori e su le larghe fronde
Crepita; ride fra le nubi il sole
E ne le gocce pendule si frange;
Getta odore la terra; l’ali bagna
La passeretta, al ciel levasi e trilla:
Tal di Gualfredo il suono era ed il canto.
Chi renderlo potrebbe oggi che fede
Non tien la lingua a l’abondante core?
Luce d’amore che ’l mio cor saluta
E intelligenza e vita entro vi cria
Move dal riso de la donna mia.
I’ dico che giacea l’anima stanca
In su la soglia de la vita nova,
Qual peregrino a cui la forza manca
E vento greve il batte e fredda piova,
Che vinto cade, e lontan pur gli giova
Mirar la terra dolce che ’l nutria.
Cosí l’anima trista si smarriva
Abbandonata de la sua virtute,
E ’l caro tempo giovenil fuggiva,
E tutte cose intorno erano mute:
Ma a confortarla di fresca virtute
Una beata visïon venia.
Fanciulla io vidi di gentil bellezza
Creata con desio nel paradiso:
Luceva la sua gaia giovinezzza
Nel piacimento del sereno viso,
E tutta la persona era un sorriso
E ogni atto ed ogni accento un’armonia.
La bruna luce de’ begli occhi onesti
E la dolcezza del guardo d’amore
Svegliò li spirti che dormiano; e questi
Gridaron forte su ’l distrutto core;
Che levò e disse ‒ L’anima che more
Ne le tue man commetto, angela pia.
Vedi la vita mia com’ella è forte,
Come ha già da vicin l’ultime strida.
O donna, io giaccio in signoria di morte,
E la poca virtute omai si sfida;
Se non che uno splendor novo l’affida
Ch’ or mi s’offerse, e di tua vista uscía. ‒
Ella nel suon dei dolorosi accenti
Rivolse gli occhi de la sua mercede,
E co’ guardi tenaci umidi e lenti
Diemmi d’amore intendimento e fede:
Quindi un novo desio nel cor mi siede,
Quanto mutato, oh dio!, da quel di pria.
Ché Amore io vidi ne l’aperto giorno
Glorïar come re ch’è trionfante,
E gioia e luce e chiaritade intorno
Ed una pace che non ha sembiante:
Egli si pose in quelle luci sante,
Com’angel contemplando arde e s’india.
Da indi in qua sonare odo per l’etra
Una soave melodia novella,
Come da ignoti elisi aura di cetra,
Come armonia di più felice stella;
È sempre questa creatura bella
D’amor mi parla ne la fantasia.
D’amor mi parla ogni creata cosa,
E il cielo aperto e la foresta bruna,
E la verde campagna dilettosa,
E gli silenzi de la bianca luna;
E d’ogni aspetto in cor mi si rauna
Un’alta voluttà che mi disvia.
Cotal si ruppe quel gelato smalto
In che il cuor si chiudea per fatal danno
Quindi d’amarla in me stesso m’esalto,
Quindi per gloria e per virtù m’affanno.
Che se durasse il mio vitale inganno,
Altro lo spirto mio non chiedería.
Lungi io me ’n vo. Ma per paese strano
Per vaga donna o per gentil signore
Non fia che scordi il bel sembiante umano,
Non fia che scordi il mio solingo amore,
La terra dove s’apre il bianco fiore,
Dove regna virtude e cortesia.
Deh la rivegga! E il riso desiato
Ogni nero pensier del cor mi cacci;
E, quando sienmi contro il mondo e ’l fato,
Mi trabocchi nel seno ella e m’abbracci:
Ben io constretto in que’ soavi lacci
Torrò sicuro ogni fortuna ria.
Cosí cantò Gualfredo: e da i vermigli
Labbri de le fanciulle a lui volaro
I desideri e i baci, qual da’ fiori
Belle, carche di miele, api ronzanti.
Quando su l’elci nere
E i mandorli novelli
Tripudia de gli augelli
Il coro nuzial,
E son le primavere
Per le colline apriche
Occhi di ninfe antiche
Che guardano il mortal,
E il sol d’un giovenile
Riso i verzier saluta
E pio sovra la muta
Landa s’inchina il ciel,
E il fiato de l’aprile
Move le biade in fiore
Come un sospir d’amore
Di nuova sposa il vel;
Sobbalza allor di palpiti,
Sente le sue ferite,
Il tronco de la vite,
De la fanciulla il cor;
Quella spira odorifere
Gemme a la fredda scheggia,
Questa desio lampeggia
Nel vergine rossor.
Allora a l’aer tepido
Tutto fermenta e langue,
Entro le vene il sangue,
Entro le botti il vin.
Tu senti de la patria,
Rosso prigion, desio;
E l’aura del natio
Colle sommove il tin,
Di pampini giuliva
La dolce vite è là :
Tu qui ne’ lacci... Oh viva,
Viva la libertà!
Andiamo, il prigioniere
Andiamo a liberar;
Facciamlo nel bicchiere
Rivivere e brillar,
Brillare al colle in vetta.
Brillare in faccia al sol:
Ribaci lui l’auretta,
Riveda egli il magliol.
E tu arridigli, o sole. Ei di te nacque
Nei dí che ad Opi t’infondevi in seno:
De i doni suoi la vita egra compiacque,
Come te ardente, come te sereno:
Quando tu disparisti, ed ei si giacque
Prigion celeste in carcere terreno:
Bagna i tuoi raggi nel gentil vermiglio,
Bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.
Vermiglio questo; ma quell’altro è biondo
Come la chioma tua, lene Agieo,
Come le ninfe che inseguivi al mondo
Su le rive felici di Peneo,
Allor che il ionio spirito giocondo
D’ogni splendida cosa iddio ti feo:
Ora le forme belle han tolto esiglio;
Bacia, sole immortal, bacia, il tuo figlio.
Unico ei resta, o sole; ed io d’amore
Unico l’amo, o biondo siasi o nero.
Biondo, è la luce che da i nervi fuore
Sprizza del canto il creator pensiero;
Nero, è il buon sangue che di fondo al core
Ne i magnanimi fatti ondeggia altero:
Versa al biondo i tuoi raggi ed al vermiglio,
Bacia, sole immortal bacia il tuo figlio.
Non più riso d’iddei la nebulosa
Cima d’Olimpo a gli occhi umani accende:
Biancheggian teschi per le rupi orrende [10],
E sopravi la nera aquila posa.
Ne più il sacro Scamandro al pian discende [11]
Per le segnate vie: dov’ei riposa
Sotto il capo Sigeo l’onda obliosa,
Di otmane torri il tuo bel mar s’ offende.
Pur la novella etade, o veglio acheo,
Il cenno ancor de l’immortal Cronide
Stupisce e i passi de l’Enosigeo;
E trema, o vate, allor che d’omicide
Furie raggiante lungo il nero Egeo
Salta su ’l carro il tuo divin Pelide.
E forse da i selvaggi Urali a valle
Nova ruinerà barbara plebe,
Nova d’armi e di carri e di cavalle
Coprirà un’onda l’agenorea Tebe,
E cadrà Roma, e per deserto calle
Bagnerà il Tebro innominate glebe.
Ma tu, o poeta, sí com’ Ercol dalle
Pire d’Età fumanti al seno d’Ebe,
Risorgerai con giovanili tempre
Pur a l’amplesso de l’eterna idea
Che disvelata rise a te primiero.
E, s’Alpe ed Ato pria non si distempre
A la riva latina ed a l’achea
Perenne splenderà co ’l sole Omero.
Ctonie, quando su’ campi arsi la pia
Luna imminente il gelo estivo infonde,
Mormora al bianco lume il rio tra via
Riscintillando fra le brevi sponde,
E il secreto usignuolo entro le fronde
Empie il vasto seren di melodia,
Ascolta il viatore ed a le bionde
Chiome che amò ripensa, e il tempo oblia,
Ed orba madre, che doleasi in vano,
Da un avel gli occhi al ciel lucente gira
E in quel diffuso albor l’animo queta;
Ridono in tanto i monti e il mar lontano,
Tra i grandi arbor la fresca aura sospira:
Tale il tuo verso a me, divin poeta.
Se, porto de’ pensier torbidi e foschi,
Ridesse un campicello al desir mio
Con poca selva e il lento andar d’un rio
A l’aër dolce de’ miei colli tòschi,
Vorrei, là in parte ove il garrir de’ loschi
Mevi non salga e regni alto l’oblio,
Pòrti un’ara con puro animo e pio
Ne la verde caligine de’ boschi.
Ivi del sol con gli ultimi splendori
Ridirei tua canzon fra erbose sponde
A l’onde a l’aure a’ vaghi augelli a i fiori:
Gemerebber più dolci e l’aure e l’onde,
Più puri al sole i fior darian gli odori,
Cantando un usignol tra fronde e fronde.
Pur ne l’ombra de’ tuoi lati velami
Gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi
Crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami,
E con te sola il mio cuor solo stassi.
Di quai d’ozio promesse adempi e sbrami
Gl’irrequieti miei spiriti lassi?
E qual doni potenza a i pensier grami
Onde a l’eterno o al nulla errando vassi?
O diva notte, io non so già che sia
Questo pensoso e presago diletto
Ove l’ire e i dolor l’anima oblia:
Ma posa io trovo in te, qual pargoletto
Che singhiozza e s’addorme de la pia
Ava abbrunata su l’antico petto.
Or che un agil di vite innovatore
Da la materia spirito s’esplica,
E sona d’imenei la selva antica,
E su la terra il ciel folgora amore,
Cedi al sacro disio, de l’amatore
Va’ ne gli amplessi, o vergine pudica:
Natura vi consiglia e l’ora amica,
De la fugace età cogliete il fiore.
Né v’offenda il pensier che men gradita
Stagion sottentra a questo riso alterno
Del giovin anno che a goder ne invita:
Ne’cuor gentili amor vampeggia eterno,
Come infuso pe ’l globo a lui dà vita
Il perenne ed antico ardore interno.
O scrutator del sotterraneo mondo,
Cui mal pugna natura e mal si cela,
Che a gli amor tuoi nel talamo profondo
Sua virginal bellezza arrende e svela;
In questo de’viventi aër giocondo
Leva gli occhi una volta e l’alma anela:
Qui sorriderti vedi un verecondo
Viso, e la madre a te l’adorna e vela.
E qui saprai se più potente insegni
Amore i varchi a’ chiusi incendi etnei
O più soave in cuor di donna regni.
Riconfortato poi, dal sen di lei
Torna a giungere ancor, né se ne sdegni,
Con la sacra natura altri imenei.
Su le piazze pe’ campi e ne’ verzieri
D’amor fra i ludi e le tenzon civili
Crebbi; e adulta cercai templi e misteri,
Scuole pensose ed agitati esili.
Or dove son le donne alte e gentili,
I franchi cittadini e’ cavalieri?
Dove le rose de’giocondi aprili?
Dove le querce de’castelli neri?
Povera e sola a la magion felice
Ecco ne vengo, ove m’invidi un pio
Amor che mi restava, o incantatrice.
Apri, fanciulla; che se tempo rio
Or mi si volge, i’ vidi già Beatrice:
Apri: la tosca poesia son io.
Ecco: al caro garzon che la inanella
Move la tosca vergine pudica,
A cui nel riso de la fronte bella
Raggia il fulgor di Beatrice antica:
Ed ei dal suol che il ionio mar flagella
Ultimo e accesi i monti e i cuor nutrica
Qui venne, e lo scorgea l’ardua facella
Onde Vico fugò l’ombra inimica.
Tale, ove i cuor fe’ tirannia sí scarsi,
Vola or da i fin de l’itala contrada
Sapienza ed amore ad abbracciarsi.
Che se rea forza s’interpone e bada,
Ben tra i canti e tra i fiori a l’aura sparsi
Anche, o Giorgio, fiammeggia oggi una spada.
I tiranni cui Nemesi divelle
Tornano in pietre di si reo livore
Ch’ogni pie gli urti; e chi servo ebbe il core
Fango divien ch’ogni orma rinnovelle.
Ma le donne gentili oneste e belle
Che un solingo arse in terra unico amore
Solvonsi in aere, e del mattin su l’ore
Raggiano il puro ciel virginee stelle.
Ivi è Maria; e, se per l’alta calma
Vien che rotando a lei l’erbe si mostri
Piccioletto e di sangue atro e di pianto,
Del lungo sguardo che tu amasti tanto
Fende ella il turno de’ peccati nostri
Te ricercando, Piero, e la vostr’Alma.
Né vi riveggo mai, toscani colli,
Colli toscani ove il mio canto nacque
Sotto i limpidi soli e fra le molli
Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,
Che dal lago del cor non mi rampolli
Il pianto. Ogni memoria altra si tacque
Da quando in te, che più ridi e t’estolli,
Colle funesto, il fratel mio si giacque.
Oh che dolce sperar già ne sostenne!
Come da quella età che non rinverde
Volammo a l’avvenir con franche penne
Tra ignavi studi il tempo or mi si perde
Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne
Copre la negra terra e l’erba verde.
Breve e amplissimo carme, o lievemente
Co ’l pensier volto a mondi altri migliori
L’Alighier ti profili o te co’ fiori
Colga il Petrarca lungo un rio corrente:
Te pur vestia de gli epici splendori
Prigion Torquato, e in aspre note e lente
Ti scolpia quella man che sí potente
Pugnò co’ marmi a trarne vita fuori:
A l’Eschil poi, che su l’Avon rinacque,
Tu, peregrin con l’arte a strania arena,
Fosti d’arcan dolori arcan richiamo:
L’anglo e ’l lusiade Maro in te si piacque:
Ma Bavio, che i gran versi urlando sfrena,
Bavio t’odia, o sonetto: ond’io più t’amo.
A te, sciolto da’ languidi
Tedi lo spirto, e anelo
Del vital aere al fremito
Ed a l’effuso cielo,
Sorge: dal cuor rimormora
L’aura de’ canti, inclita donna, a te;
A cui ne’ tocchi rapidi
D’ animator pennello.
E ne’ frenati numeri
La memore del bello
Idea sorride e tenero
Senso e del bene l’operosa fe'.
O desta a i forti palpiti
Che viltà preme in noi,
Nata a i concili splendidi
De’ vati e de gli eroi,
Salve, Eloisa, armonica
D’altre genti figliuola e d’altre età!
Perché fra i vecchi popoli
Venisti e a gli anni tardi,
Quando gli eroi si assoldano,
Spengonsi i vati e i bardi,
E si scelera l’ultimo
De l’oscurato ciel raggio, beltà?
Altr’aer ed altro secolo
L’attea Corinna accolse;
E, quando ella da’ rosei
Labbri il canto devolse,
Tutto pendeva un popolo
Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.
Fremea sotto la cetera
L’onda alterna del petto:
Da le forme virginee
Ineffabil diletto
Spirava; ma le lacrime
Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.
Stupian mirando i principi
E i figli de gli Achei
Poggiati a’ colli madidi
De’ corridori elei:
Cantava l’alta vergine
La sua patria, i suoi dei, la libertà.
Ed oblioso Pindaro
De la ceduta palma
Parea per gli occhi effondere
Il sorriso de l’alma,
Rimembrando Eleuteria
Che fra i popoli salvi inneggia e va.
Ma ben, come da subita
Procella esercitate,
Le selve atre germaniche
Suonar, se a l’adunate
Plebi i cruenti oracoli
Apria Velleda e de le pugne il dí. [13]
Fra l’erme ombre de’ larici,
Da la luna e dal vento
Rotte, la vergin pallida
In nero vestimento
Alta levossi, a gli omeri
Lenta il crin biondo onde null’uomo gioì.
E cantò guerre, orribili
Guerre; e a la cena immonda
Convitò i lupi e l’aquile;
E tepefatta l’onda
De’ freddi fiumi scendere
Vide tarda fra i corpi al negro mar.
Lungo andò allor per l’aere
Rombo da i tocchi scudi:
Precipitar da’ plaustri
Le madri, e con l’ignudi [14]
Petti la pugna accesero
O ululando le marse aste affrontâr.
Ahi, dove è pompa inutile
Al vivere civile
La donna, ivi non ornasi
Il costume virile
Di forza e verecondia
E turbe incombe a’ gravi spirti amor.
Ma tu, Eloisa, l’agile
Estro di Suli a i monti
Invia, dove più gelide
Mormoran l’aure e i fonti,
E molce i petti liberi
Canto d’augelli e balsamo di fior;
E dinne la bellissima [15]
Sposa d’eroi Zavella,
Che pur con l’una stringesi
Il nato a la mammella,
Con l’altra mano fulmina
L’oste premente e gli orridi bassà.
De le polone femmine
Ridinne i canti amari,
Che di lor vene tingono
I supplicati altari
O chieggono a la Vistola
Fra cotanta di spade impunità
Gli spenti figli. O candido
Stuolo, lamenta e muori,
In fin che basta il ferreo
Tempo de gli oppressori,
E pur cadendo mormora
‒ No, che la patria mia morta non è.
Già la rivolta affrettasi
Fosca di villa in villa,
Turbina il vento ed agita
L’animatrice squilla,
E il nuovo carme a’ liberi
Popoli suona su i caduti re.
Me da la turba, che d’ossequio avaro
Pasce i mal chiusi orgogli
A qual più sorga d’util fama chiaro,
Tu, solitaria musa, a voi ritogli:
Ma, dove del suo riso
Virtù soave irradiando veste
Bei costumi, alti sensi, opre modeste,
Ivi teco io m’affiso,
Teco m’esalto; ed a l’aspetto santo
Rompe da la commossa anima il canto.
E già cercai con desïoso amore
Questo savio gentile,
E i pensieri affinai ne lo splendore
Che mite diffondea sua vita umile.
Nel suo povero tetto
Me inesperto egli accolse, e ad una ad una
Del reo mondo le piaghe e di fortuna
E ’l non mai domo affetto
Al vero al buon m’aperse: in su la pura
Fronte gli sorridea l’alma secuta.
Ahi, con duol mi rimembra il punto quando
L’ultimo amplesso tolsi,
E da la buona imago, sospirando,
Confuso di tristezza, il piè rivolsi:
Redia, su ’l volto amico
Insazïato ancor l’occhio redía,
Qual di figliuolo che per lunga via
Si mette e al padre antico
Guarda, pensoso del lontan ritorno,
Ne la fredd’ombra de l’occiduo giorno.
Pur rivederlo a sue bell’opre atteso
Mi promettea speranza,
E ne gli onesti ragionari acceso
Di fede avvalorarmi e di costanza.
In van: per sempre è muto
Quel di semplice eloquio inclito fabro,
Quel mite ardente intemerato labro-,
E l’occhio, ahi quell’arguto
Da le assidue vigilie occhio conquiso,
Più non si leva a’ dolci alunni in viso.
E voi vivete, o titolati Gracchi,
E voi con doppia lingua
Ben provvedenti Bruti a’ cor vigliacchi,
E voi Caton cui libertade impingua.
V’approdaron, civili
Rosei, il tragico stile e l’alte spoglie!
Ma in van mentite, o istrïon, le voglie
Oblique e l’opre vili
Sott’esso il fasto de l’eretto ciglio,
Famosi oggetti al popolar bisbiglio.
Ei per le vie, che non de gli aurei cocchi
Ma suonan di frequente
Opera industre, oh quante volte gli occhi
A sé traea del vulgo reverente!
Usciano in suo cammino
I vecchi salutando, ed a la prole
Con ischietti d’amor cenni e parole
Segnavanlo e al vicino:
Or di lui forse in su la stanca sera
Pensan con un sospiro e una preghiera.
Non un pensier, ch’io creda, a lui concede
Il vulgo che beato
Con largo fasto e misera mercede
Ne pagava i precetti e il mal sudato
Tempo ingombrògli. Umano
De gli anni nuovi educatore, ahi cruda
Volge l’età pur sempre, e de l’ignuda
Virtù l’esempio è in vano:
Povero fior d’atra palude in riva
Muor né d’olezzi il grave aër ravviva.
A i campi che verdeggiano
Più lieti al ciel da la straniera clade
Splendi, nov’anno: esultino
Nude ne’ raggi tuoi l’itale spade.
A te le braccia e l’animo
De la Narenta da l’irriguo piano
E di Cettigna indomita
Dal pinifero vertice montano
Leva il Serbo; ma ’l vindice
Acciar non pone, che pur or gioiva
Percotendo a l’osmanico
Furore il tergo obbrobrioso in Piva.
Te chiama il figlio d’Eliade
Sovra le tombe de’ suoi padri eretto;
E acceso de la memore
Speranza e d’ira l’innovato petto
Guarda a le rupi tessale
Onde Orfeo scese e il re de’prodi Achille,
A l’Egeo sacro, a l’isole
Radïanti d’omeriche faville;
Guarda, e i fraterni vincoli
Rompe e l’oblique bavare dimore;
Preme, ancor preme i barbari
Di Riga il canto e di Bozzari il core.
Ma non fia già che il limpido
Sol riconforti ed Elle argentea lavi
Te falso Tito sarmata,
Te glorïato redentor di schiavi.
Perché là su la Vistola
Tutta una plebe a Dio grida e si duole,
E il ferro entro le fauci
Tronca l’inerme priego e le parole?
Perché le madri accusano
Fioche ne’ pianti i siberiani esigli
E a la terra e a l’oceano
Chieggon le sparse, ohimè, tombe de’ figli?
Bella ed austera vindice
Su i larghi mar cammina alta una dea:
Arde di amore il nubilo
Ciel da’ suoi lumi e ’l pigro suol ricrea.
Ratta più che ’l fulmineo
Piè de’ poliedri ucrani, eccola! E l’asta
Incontro a lei da l’ispido
Tuo cosacco vibrata, o Czar, non basta.
È la dea che l’iberica
Donna sgomenta: in van s’abbraccia a l’ara
La peccatrice, e i lugubri
Odi rattizza e i fochi atri prepara.
È la dea cui discredere
Di Federico la progenie estrema
Osa e dal ciel ripetere
Lo scettro e il percussor ferro e ’l diadema:
Ma Dio non tempra, o misero,
Serti a i re; forza a le sue plebi infonde,
E ’l vasto grido suscita
Che di terror gli eserciti confonde.
E la dea che de’ vigili
Occhi circonda il sir de’ Franchi, e aspetta;
E a noi mostra i romulei
Colli e il mar d’Adria e l’ultima vendetta.
E tu ne la man parvola,
Siccome verghe in tenue fascio unite,
Tu vuoi di sette popoli
Stringere, Asburgo, le discordi vite?
La colpa antica ingenera
Error novi e la pena: informe attende
Ella, e il giusto giudicio
Provocato da gli avi in te distende.
E d’Arad e di Mantova
Si scoverchiano orribili le tombe:
S’affaccia a l’alpi retiche
Lo spettro di Capeto e al soglio incombe.
Astieni, astien la vergine
Man da la scure e da i lavacri orrendi,
E intemerata a i popoli
Che si drizzan a te, libertà, splendi.
Fuma a’ tuoi piè la folgore,
Nunzia su le tue vie va la procella:
Ma ne gli sguardi tremola
Lume gentil di matutina stella.
Tu ne ritorni l’utile
Pace e a gli aratri l’obliato onore,
L’arti che a te fioriscono
E de’ commerci aviti il lieto ardore.
A te cori di vergini
E di garzoni inghirlandati ogni anno
Ricondurrà; le tremole
Faccie de’padri a te sorrideranno.
E un tuo vate, la ferrea
D’Alceo corda quetata, in su le glebe
Dal pio travaglio floride
Leverà il canto a la fraterna plebe.
Fuggono, ahi fuggon rapidi
Gl’irrevocabili anni!
E sempre schiavi fremere,
Sempre insultar tiranni,
Ovunque il guardo e l’animo
Interrogando invio,
Odomi intorno; ed armasi
Pur d’odio il canto mio.
Sperai, sperai che, il ferreo
Tempo de l’ire vòlto,
Io libero fra’ liberi,
A liete mense accolto,
Potrei ne’ voti unanimi
Seguir con l’inno alato
L’ascensïon de’ popoli
Su per le vie del fato.
Tal salutando Armodio [16]
Incoronar le cene
Solea tornata a civica
Egualitade Atene:
Fremean gli aerei portici
Al canto, e Salamina
Rosea del sole occiduo
Ridea da la marina:
Pensoso udia Trasibulo,
E nel bel fior de gli anni
La fronte radïavagli,
Minaccia de’ tiranni.
Oh, ancor nel mirto ascondere
Convien le spade: ancora
L’antico e il nuovo obbrobrio
Ci fiede e ci addolora.
O libertà, sollecita
Speme de’ padri e nostra,
Sangue di nuovi martiri
Il tuo bel velo inostra;
Né da te gl’inni movono
Dove Ratazzi impera
E geme in ceppi il vindice
Trasibul di Caprera.
Oh de l’eroe, del povero
Ferito al carcer muto
Portate, o venti italici,
Il mio primier saluto.
Evviva a te, magnanimo
Ribelle! a la tua fronte
Più sacri lauri crebbero
Le selve d’ Aspromonte.
Spada il tuo nome (o improvvido,
Ei non ti fu lorica,)
Tu solo ardisti insorgere
Contro l’Europa antica.
Chi vinse te? Deh, cessino
I vanti disonesti:
Te vinse amor di patria,
E nel cader vincesti.
Evviva a te, magnanimo
Ribelle e precursore!
Il culto a te de’posteri,
Con te d’Italia è il cuore!
Io bevo al dí che fausto
L’eterna Roma schiuda
Non a’ Seiani ignobili
A i Tigellini a i Giuda,
Sí a libertà che vindice
De l’umano pensiero
Spezzi la falsa cattedra
Del successor di Piero.
Io bevo al dí che tingere
Al masnadier di Francia
Dee di tremante e luteo
Pallor l’oscena guancia.
Ferma, o pugnal che in Cesare
Festi al regnar divieto,
O scure a cui mal docile
S’inginocchiò Capeto!
Sacro è costui: segnavalo
Co ’l dito suo divino
La libertà: risparmisi
L’imperïal Caino.
Viva; e un urlar di vittime
Da i gorghi de la Senna
E da le fosse putride
De la feral Caienna
Lo insegua; e, spettri lividi
Con gli spioventi crini,
‒ Sii maledetto ‒ gridingli
Mameli e Morosini.
‒ Sii maledetto ‒ e d’odio
Con inesauste brame
I fratricidi il premano
Onde Aspromonte è infame.
Viva: insignito li omeri
De la casacca gialla,
Al piè, che due repubbliche
Schiacciò, la ferrea palla,
Di sua vecchiezza ignobile
Contamini Tolone
Ove la prima folgore
Scagliò Napoleone.
Ahi, grave è l’odio e sterile,
Stanco il mio cuor de l’ire:
Splendi e m’arridi, o candida
Luce de l’avvenire!
Arridi! i nostri parvoli
Che a te veder son nati
Io t’accomando: ei vivano
Del raggio tuo beati.
A terra i serti e l’infule!
In pezzi, o inique spade!
Sole nel mondo regnino
Giustizia e libertade!
O dee, ne la perpetua
Ombra si chiuderanno
Quest’occhi, e il vostro imperio
In van ricercheranno.
O dee, ma, quando còmpiansi
L’età vaticinate,
Di vostra gloria un alito
Su l’avel mio mandate.
Io ’l sentirò: superstite
A i fati è amor; e vive
Esulteran le ceneri
Del nostro vate, o dive.
Or distruggiam. De i secoli
Lo strato è su ’l pensiero:
O pochi e forti, a l’opera,
Che nei profondi è il vero.
Odio di dei Prometeo,
Arridi a’ figli tuoi:
Solcati ancor dal fulmine,
Pur l’avvenir siam noi.
Dunque presente nume ancor visiti,
Sacra Eleuteria, la terra d’Eliade
Che già d’armi e di canti
E d’altari fumanti ‒ ardeva a te?
E là, dal vecchio Pireo, da l’isola
Che la tua gesta racconta a i secoli,
De la fuga tremante
Tu ancor l’amaro istante ‒ insegni a i re?
Oh viva oh viva! Dovunque i popoli
Tu a l’armi accendi tu i troni dissipi,
Ivi è la musa mia,
De l’agil fantasia ‒ su l’ale io son.
Deh come lieto fra il Sunio e l’isole
Care ad Omero care ad Apolline
L’azzurro Egeo mareggia,
Su cui passeggia ‒ de’gran fatti il suon
Infrenin regi le genti barbare,
Grecia li fuga. Veggo Demostene
Su ’l bavarico esiglio
Il torvo sopracciglio ‒ dispianar.
Ombra contenta ricerca ei l’agora
Che già ferveva fremeva urtavasi
De la sua voce al suono
Sí come al tuono ‒ il nereggiante mar.
Da poi che il brando nel mirto ascosero
Armodio e il prode fratello unanime
Non mai dí più giocondo
Per Atene su ’l biondo ‒ Imetto uscí.
Udite... È un altro fanciullo barbaro
Che Atene accatta rege. Nasconditi,
Musa: ritorna in pianto
D’Armodio il canto ‒ a questi ignavi dí.
Date al vento le chiome, isfavillanti
Gli occhi glauchi, del sen nuda il candore,
Salti su ’l cocchio; e l’impeto e il terrore
Van con fremito anelo a te d’avanti.
L’ombra del tuo cimier l’aure tremanti,
Come di ferrugino astro il bagliore,
Trasvola: e de le tue ruote al fragore
Segue la polve de gl’imperi infranti.
Tale, o Roma vedean le genti dome,
La imagin tua ne’ lor terrori antichi:
Oggi una mitra a le regali chiome,
Oggi un rosario che le man t’implichi
Darti vorrien per sempre. Oh ancor del nome
Spaurì il mondo e i secoli affatichi!
Se già sotto l’ale
Del nero cappello
Nel vin Cromüello
Cercava il signor,
"Ne’ colmi bicchieri
Ricerco pur io
Men fiero un iddio,
Ricerco l’amor.
Evviva, o fratelli,
Evviva la vigna,
Il suolo ove alligna,
L’umor ch’ ella dà!
A l’ombra de’ tralci,
Cui ’l sol lieto ride,
L’industria s’asside
E la libertà.
O ver se fiorita
Ne gli orti d’Atene
Protesse le cene
Del vecchio Platon,
O se lussureggia
Nel suolo ove ardito
Co ’l nero infinito
Fu Vico in tenzon,
O dove tra i colli
De l’Arno giocondi
S’aprí de’ tre mondi
La via spirital,
O se del suo succo
Più puro e leggero
Scaldò di Voltero
Il riso immortal,
Evviva la vigna
Che l’arti raccoglie,
Che il gelo discioglie
Di barbare età!
Anch’io nel suo sangue
Ricerco il signore,
Ricerco l’amore
E la libertà.
I re congiurati
Or meditan guerra,
E schiava la terra
Ne gli odi insani.
O prole d’Arminio,
Pur io ti saluto,
Io prole di Bruto:
E bevo a quel dí
Che, su le ruine
De’ trenta tuoi sogli
Deposti li orgogli
D’un evo incivil,
La man tu ci stenda
Da l’alpe gelata,
La man non più armata
Del ferro servil
Ma sí del cristallo
Che Praga lavora
E il vino colora
Del limpido Ren.
Risplenda su l’urne
De’ vostri riposi,
O padri ringhiosi,
Quel giorno seren:
Risplenda ne’ voti
A l’itala mano
Francata Murano
La tazza darà.
Su l’alpe arridendo
Le avverse contrade
La dea libertade
Quei voti accorrà.
Io ’l vidi. Su l’avello iscoverchiato
Erto l’imperial vate levosse:
Allor la sua marina Adria commosse,
E tremò de l’Italia il manco lato.
Quel vapor matutino ei nel purgato
Etera surto a l’Apennino mosse:
Drizzò lo sguardo a valle, e poi calosse
Come nembo di lampi incoronato.
Sentir l’arcana deità presente
Le plebi dei mortali, e sbigottita [18]
Nel conspetto di lui tacque ogni mente:
Ma fuor de l’arche antiche al sole uscita
De’ savi e de’ guerrier la morta gente
Salutò la grand’anima redita.
Ella ove incurva il ciel più alto l’arco
Fermossi, e ’l viso a la città distese.
Mirò l’itale insegne, e l’occhio carco
Di lacrime in un riso almo si accese.
Ma, come d’atro velo ombrate e offese
Vide, Quirin, la tua, la tua, San Marco,
De l’immortale amore al sen raccese
Sentí le punte, e ruppe a l’ira il varco.
‒ Ahi, serva Italia, di dolore ostello!
Ancor la lupa t’impedisce, e doma
Gli spirti tuoi domestico flagello.
Mal rechi a l’Arno la mal carca soma:
Non questo è ’l nido del latino augello:
Su, ribelli e spergiuri, a Roma, a Roma!
Disse, e movea. Come ne’ turbin torti
Groppo di nubi rapide su’ venti,
De’ magnanimi eroi di vita spenti
Seguian l’ombre partite in due coorti.
Gli uni, in pruove di guerra anime forti,
Scendean sinistri ver’ le adriache genti:
Oh, quando i vivi a te salvar son lenti,
Sacra Italia, per te pugnino i morti!
Gli altri, a filosofar menti divine,
Dietro il poeta che splendea primiero
Le famose attingean rive latine.
Quel che avvenne, non so: ma tosto, io spero,
Rifiorita d’onor su le ruine
Roma libera fia da l’adultèro.
A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;
Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla;
Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D’amor parole,
E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;
A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.
Via l’aspersorio,
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele
Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.
Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti:
Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,
Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,
O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Provochi, insista.
Brilla de’ grappoli
Nel lieto sangue,
Per cui la rapida
Gioia non langue,
Che la fuggevole
Vita ristora,
Che il dolor proroga,
Che amor ne incora.
Tu spiri, o Satana,
Nel verso mio,
Se dal sen rompemi
Sfidando il dio
De’ rei pontefici,
De’ re cruenti;
E come fulmine
Scuoti le menti.
A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,
Quando le ioniche
Aure serene
Beò la Venere
Anadiomène.
A te del Libano
Fremean le piante,
De l’alma Cipride
Risorto amante:
A te ferveano
Le danze e i cori,
A te i virginei
Candidi amori,
Tra le odorifere
Palme d’Idume,
Dove biancheggiano
Le ciprie spume.
Che vai se barbaro
Il nazareno
Furor de l’agapi
Dal rito osceno
Con sacra fiaccola
I templi t’arse
E i segni argolici
A terra sparse?
Te accolse profugo
Tra gli dèi lari
La plebe memore
Ne i casolari.
Quindi un femineo
Sen palpitante
Empiendo, fervido
Nume ed amante,
La strega pallida
D’eterna cura
Volgi a soccorrere
L’egra natura.
Tu a l’occhio immobile
De l’alchimista,
Tu de l’indocile
Mago a la vista,
Del chiostro torpido
Oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi
Cieli novelli.
A la Tebaide,
Te ne le cose
Fuggendo, il monaco
Triste s’ascose.
O dal tuo tramite
Alma divisa,
Benigno e Satana;
Ecco Eloisa.
In van ti maceri
Ne l’aspro sacco:
Il verso ei mormora
Di Maro e Flacco
Tra la davidica
Nenia ed il pianto;
E, forme delfiche,
A te da canto,
Rosee ne l’orrida
Compagnia nera,
Mena Licoride,
Mena Glicera.
Ma d’altre imagini
D’età più bella
Talor si popola
L’insonne cella.
Ei, da le pagine
Di Livio, ardenti
Tribuni, consoli,
Turbe frementi
Sveglia; e fantastico
D’italo orgoglio
Te spinge, o monaco,
Su ’l Campidoglio.
E voi, che il rabido
Rogo non strusse,
Voci fatidiche,
Wicleff ed Husse,
A l’aura il vigile
Grido, mandate:
S’innova il secolo,
Piena è l’etate.
E già già tremano
Mitre e corone:
Dal chiostro brontola
La ribellione,
E pugna e predica
Sotto la stola
Di fra’ Girolamo
Savonarola.
Gittò la tonaca
Martin Lutero:
Gitta i tuoi vincoli,
Uman pensiero,
E splendi e folgora
Di fiamme cinto;
Materia, inalzati;
Satana ha vinto.
Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:
Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani,
Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;
Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,
Come di turbine
L’alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.
Passa benefico
Di loco in loco
Su l’infrenabile
Carro del foco.
Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!
Sacri a te salgano
Gl’incensi e i voti !
Hai vinto il Geova
De i sacerdoti.
PREFAZIONE
I. Congedo
II. In un albo
III. Per una raccolta in morte di ricca e bella signora
IV. Carnevale
V. Per le nozze B. e T. in Pisa
VI. Rosa e fanciulla
VII. Le nozze (Festa di giovani e fanciulle)
VIII. I poeti di parte bianca
IX. Brindisi d’aprile
X. Omero
XI. II. E forse da i selvaggi Urali
XII. Virgilio
XIII. F. Petrarca
XIV. Di notte
XV. Ter nozze (in primavera)
XVI. Per le nozze di un geologo
XVII. L’antica poesia toscana
XVIII. Scienza amore e forza
XIX. A P. E.
XX. Per Val d’Arno
XXI. Al sonetto
XXII. Alla Louisa Grace Bartolini
XXIII. In morte di Pietro Thouar
XXIV. Nei primi giorni del MDCCCLXII
XXV. Dopo Aspromonte
XXVI. Per la rivoluzione di Grecia
XXVII. Roma
XXVIII. Brindisi
XXIX. Nel sesto centenario di Dante
II. Ella ove incurva il ciel più alto l’arco
III. Disse, e movea. Come ne’turbili torti
XXX. A Satana
Note
________________________
[1] lucco: lunga veste maschile senza pieghe e serrata alla vita usata dai cittadini di Firenze all’epoca di Dante.
[2] mostrava i denti in uno scatto d’ira (B.)
[3] recere: rigettare, aver disgusto per..., a vomitare.
[4] repeva: strisciava
[5] Alla buona e onorata memoria di G. T. Gargani, nato in Firenze il 12 febbraio 1834, e morto in Faenza il 29 marzo 1862.
[6] Stavo appunto scrivendo questi versi (ne’primi di febbraio del 1863), quando nella Gazzetta di Torino e nella Nazione di Firenze lessi di un fanciullo decenne, che lavorava a opra di manovale e fu trovato una sera mezzo morto di freddo di fatica di fame in non so più qual via di Torino. Ciò avverto per quelli che, volendo forse risparmiare per sé tutta la loro tenerezza, si abbandonano assai leggermente a condannare il sentimentalismo di certe questioni.
[7] Di questa infelicissima fanciulla! È un verso di Giacomo Leopardi, che allogatosi in questa strofa non mi è riuscito levarnelo per quanta fatica v’abbia durato intorno; tanto che, ripensatoci sopra, vidi bene che sarebbe stato cima di stoltezza, non che di villania, mettere fuori dell’uscio un verso di Giacomo Leopardi; e, ricordandomi di quel che fu detto d’Omero, che era più difficile togliere un verso a lui che la clava ad Ercole, ho fatto quasi il peccato di compiacermi dentro di me del furto commesso: di che, da buon cristiano, mi confesso e mi rendo in penitenza.
[8] La steril Beatrice: Simbolo dell’amore poetico mistico del medioevo.
[9] È una specie d’idillio storico critico nel quale si volle rappresentare certe maniere e tendenze della poesia italiana su ’l finire del secolo XIII. Scena, Mulazzo di Lunigiana, castello di Franceschino Malaspina ospite di Dante e de’ poeti toscani di parte bianca. Tempo, poco dopo la morte di Arrigo VII. De’ due poeti; l’uno è Sennuccio Del Bene, fuoruscito fiorentino, che scrisse una canzone per la morte dell’imperatore indirizzata a punto al Malaspina, e che passò veramente in Provenza, ove morí vecchio e amico del Petrarca; l’altro è un imaginario cavaliere ghibellino delle famiglie feudali. E chi sa che nella ballata messa in bocca a Sennuccio e nei versi che a quella seguono non abbia qualche parte la teorica del Rossetti, pel quale la donna de’ poeti del secolo XIII e XIV è l’idea imperiale e anche l’imperatore stesso?
[10] I clefti ammucchiavano su l’Olimpo i crani de’ turchi uccisi, e i turchi quelli de’clefti. In un canto del popolo greco (trad. di N. Tommaseo): Io sono il vecchio Olimpo rinomato nel mondo.... E sull’alta mia cima un’aquila posa, e tra gli artigli tiene un teschio di prode.
N.B. I Klefti (abitanti della Grecia moderna) erano capi di bande ribelli che, sdegnando di subire il giogo della schiavitù, erano in continua guerra coi Turchi, e siccome erano costretti a vivere sulle montagne, così di tanto in tanto scendevano a mano armata nel piano per saccheggiare le terre de' loro oppressori, e all'occasione anche quelle dei loro connazionali, ch'eglino rimproveravano di essersi sottomessi vilmente ai Turchi. Di qui derivò il loro nome di klefti, cioè ladroni. (Manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana di Vincenzo Nannucci, Firenze 1837, p. XIV) (ndr)
[11] Né più il sacro Scamandro al pian discende.... Secondo quel che diceva Rob. Vood nella Comparazione dello stato attuale della Troade con quel del tempo d’Omero.
[12] Quando scrissi questo sonetto su ’l sonetto, non conosceva quel del Wordsworth sí elegantemente imitato dal Sainte-Beuve (Poés. compl. I 136). Ma ricordo un altro sonetto di un vecchio amico, tanto valente e altrettanto modesto (forse troppo), Enrico Nencioni, che aveva per avventura imitato anch’egli quel del poeta inglese.
[13] i cruenti oracoli
Apria Velleda e de le pugne il dí.
« Ea virgo nationis bructerae late imperitabat; vetere apud germanos more, quo plerasque feminarum fatidicas et, augescente superstitione, arbitrantur deas.
Tuncque Veledae auctoritas adolevit; nam prosperas germanis res et excidium legionum pradixerat. » TACITUS, Hist. IV 61.
[14] Le madri, e con l’ignudi
Petti le pugne accesero, etc.
« Memoria proditur, quasdam acies inclinatas iam et labentes, a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata cominus captivitate. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant; nec aut Consilia earum adspernantur aut responsa negligunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam: sed et olim Auriniam et complures alias venerati sunt, non adustione, nec tanquam facerent deas. TACITUS, Germ. 8.
[15] la bellissima
Sposa d’eroi Zavella, etc.
Servano di dichiarazione questi versi d’un canto del popolo greco (trad. di N. Tommaseo): È Suli il celebre. Suli il celebrato; ove combattono piccoli bambini, donne e ragazze, ove combatte la Zavella, colla spada alla mano, col bambino all’un braccio, col fucile nell’altro, colle cartuccie nel grembiule.
La Luisa Grace a cui è intitolata quest’ode, nata in Bristol nel 1818, morì in Pistoia il 3 maggio 1865.
Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei Canti di T. B. Macaulay e di E. W. Longfellov e le Rime e prose pubbl. dopo la sua morte dal marito Francesco Bartolini (tipogr. dei successori Le Monnier, 1869 e 1870), non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno della dottrina in più lingue e letterature e dell’ancor più grande gentilezza e generosità dell’animo suo.
[16] Tal salutando Armodio etc. In questa e nelle tre seguenti strofe si accenna al glorioso scolio di Callistrato, che solevasi cantare dagli Ateniesi ne’ conviti, a onore degli eroi della libertà, Armodio e Aristogitone: incomincia « Entro un ramo di mirto la spada io vo’ portare, come Armodio e Aristogitone, quando il tiranno uccisero e a leggi uguali Atene fecero. »
[17] Scritto avanti che si pensasse all’alleanza colla Prussia e a’ congressi della pace. La prima strofe allude a un fatterello del Cromwel come lo racconta nei Quatre Stuarts il visc. di Chateaubriand: Des saints le surprirent un jour occupé à boire. « Ils croient, dit-il à ses joyeux amis, que nous cherchons le Seigneur, et nous cherchons un tire-bouchon. Le tire-bouchon était tombé.
[18] Nel conspetto di lui tacque ogni mente: Non fu vero. Le vecchie accademie non ciarlarono
né adularono mai tanto allegramente come i liberi italiani in que’ giorni.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011 |