Giosue Carducci

Inno a Satana

Polemiche sataniche

Edizione  elettronica di riferimento:

Satana e polemiche sataniche di Giosue Carducci XIV edizione Bologna Nicola Zanichelll MDCCCLXXXII. Finito di stampare il dì 30 dicembre MDCCCLXXXl nella tipografia di Nicola Zanichelli in Modena

A te, dell’essere

principio immenso

materia e spirito,

ragione e senso;

mentre ne calici

il vin scintilla

sí come l’anima

ne la pupilla;

mentre sorridono

la terra e il sole

e si ricambiano

d’amor parole,

e corre un fremito

d’imene arcano

da’ monti e palpita

fecondo il piano;

a te disfrenasi

il verso ardito,

te invoco, o Satana,

re del convito.

Via l’aspersorio,

prete, e il tuo metro!

no, prete, Satana

non torna in dietro!

Vedi: la ruggine

rode a Michele

il brando mistico;

ed il fedele!

spennato arcangelo

cade nel vano.

Ghiacciato è il fulmine

a Geova in mano.

Meteore pallide,

pianeti spenti,

piovono gli angeli

dai firmamenti.

Nella materia

Che mai non dorme,

re dei fenomeni,

re delle forme,

sol vive Satana.

Ei tien l’impero

nel lampo tremulo

d’un occhio nero,

o ver che languido

sfugga e resista,

od acre ed umido

provochi, insista.

Brilla de’ grappoli

nel lieto sangue,

per cui la rapida

gioia non langue,

che la fuggevole

vita ristora,

che il dolor proroga,

che amor ne incuora.

Tu spiri, o Satana,

nel verso mio,

se dal sen rompemi

sfidando il dio

de’ rei pontefici,

de’ re cruenti;

e come fulmine

scuoti le menti.

A te, Agramainio

Adone, Astarte,

e marmi vissero

e tele e carte,

quando le ioniche

aure serene

beò la Venere

anadiomène.

A te del Libano

fremean le piante,

dell’alma Cipride

risorto amante:

a te ferveano

le danze e i cori;

a te i virginei

candidi amori,

tra le odorifere

palme d’Idume,

dove biancheggiano

le ciprie spume.

Che val se barbaro

il nazareno

furor dell’agapi

dal rito osceno

con sacra fiaccola

i templi l’arse

e i segni argolici

a terra sparse?

Te accolse profugo

tra gli dei lari

la plebe memore

nei casolari.

Quindi un femineo

sen palpitante

empiendo, fervido

nume ed amante,

la Strega pallida

d’eterna cura

volgi a soccorrere

l’egra natura.

Tu all’occhio immobile

dell’alchimista,

tu dell’indocile

mago alla vista,

schiudi del torpido

chiostro i cancelli,

riveli i fulgidi

cieli novelli.

Alla Tebaide,

te nelle cose

fuggendo, il monaco

triste s’ascose.

O dal tuo tramite

alma divisa,

benigno è Satana;

ecco Eloisa.

In van ti maceri

nell’aspro sacco:

il verso ei mormora

di Maro e Flacco

tra la davidica

nenia ed il pianto;

e, forme delfiche,

a te da canto,

rosee nell’orrida

compagnia nera,

mena Licoride,

mena Glicera.

Ma d’altre imagini

d’eta più bella

talor si popola

l’ insonne cella,

Ei, dalle pagine

di Livio, ardenti

tribuni, consoli,

turbe frementi

sveglia; e fantastico

d’ italo orgoglio

te spinge, o monaco,

su il Campidoglio,

E voi, che il rabido

rogo non strusse,

voci fatidiche,

Wiclef ed Husse,

all’aura il vigile

grido mandate:

s’innova il secolo,

piena è l’etate,

E già già tremano

mitre e corone:

dal chiostro brontola

la ribellione,

e pugna e predica

sotto la stola

di fra’ Girolamo

Savonarola.

Gittò la tonaca

Martin Lutero:

gitta i tuoi vincoli,

uman pensiero,

e splendi e folgora

di fiamme cinto;

materia, inalzati;

Satana ha vinto.

Un bello e orribile

mostro si sferra,

corre gli oceani.

corre la terra:

corusco e fumido

come i vulcani,

i monti supera,

divora i piani,

sorvola i baratri;

poi si nasconde

per antri incogniti,

per vie profonde;

ed esce; e indomito

di lido in lido

come di turbine

manda il suo grido,

come di turbine

l’alito spande:

ei passa, o popoli,

Satana il grande:

passa benefico

di loco in loco

su l’infrenabile

carro del foco.

Polemiche Sataniche

Il giornale di Bologna — il popolo — ripubblicava

l’8 decembre 1869 l’Inno a Satana; e il giorno di poi

dava luogo alla seguente lettera di Quirico Filopanti:

Caro Enotrio

nel suo insieme il vostro componimento non è poesia;  è un’orgia intellettuale.

Esso ha, fra gli altri, un difetto per me capitale: quello di essere antidemocratico.

È antidemocratico nella forma, conciossiachè, mentre la fraseologia del medesimo è appena intelligibile a quelli che hanno avuto una completa educazione di collegio, il popolo non ne comprenderà una decima parte.

E ancora più antidemocratico nella sostanza, poichè si tradisce, non si giova, il popolo, divinizzando il principio del male.

Petruccelli della Gattina ha fatto un romanzo il cui eroe è Giuda Iscariota. Voi con un ingegno maggiore di quello del Petruccelli, siete caduto in una aberrazione anche più colossale. Se diceste apertamente alle moltitudini che Giuda e Satana sono esseri immaginari, trovereste migliaia di persone sensate che vi approverebbero: ma allorchè, pur credendoli imaginari, fingete di prenderli per personaggi reali, siate coerente alla vostra finzione, e date a quei due odiati nomi il senso che vi attribuiscono le genti; cioè prendendo l’uno per la personificazione del più vile ed abbominevole tradimemo, e l’altro come la personificazione di tutto ciò che osteggia la virtù ed il benessere degli uomini. Forse vi siete inteso di inneggiare alla Natura, all’Universo, al Gran tutto a Pan, cose o più veramente cosa immensa, buona ed augusta. Ma perchè chiamarla col bruttissimo nome di Satana?

Ogni scrittore, più specialmente il poeta, dee prendere la lingua tal quale è, e non fiabbricarsene una a ritroso dell’uso e del senso comune. Siete in facoltà, quando parlate nella vostra testa tra voi e voi, di chiamar fuoco ciò che noi chiamiamo acqua, e vice versa; ma questo non vi toglierà di essere fraintesi o scherniti, se vi avventurate a dire ad altrui che il fuoco bagna e l’acqua asciuga. Così, quando esclamate

Salute, o Satana,

O ribellione,

voi credete senza dubbio di fare uno splendido elogio del vostro protetto; invece rendete un segnalato servigio al sedicente Concilio ecumenico, ed ai nemici di tutte le rivoluzioni, anche giuste e necessarie.

M’aspetto da voi una spiritosa risposta, alla quale io non replicherò, checchè diciate; imperciocchè desidero rimanervi amico, a patto soltanto che non pretendiate che io lo sia egualmente di Satanasso.

Voglio rimaner fedele ai due grandi principii che ebbi già la fortuna di proclamare in Campidoglio, e che spero di poter proclamare di nuovo: Dio e Popolo.

***

Nel numero 10 dicembre del Popolo usciva questa risposta

A Quirico Filopanti.

Caro e onorando amico.

L’Inno a Satana è lirico almeno in questo, che è l’espressione subitanea, il getto, direi, di sentimenti tutt’affatto individuali, come mi ruppe dal cuore, proprio dal cuore, in una notte di settembre del 1863.

L’anima mia, dopo anni parecchi di ricerche e di dubbi e di esperimenti penosi, aveva alla fine trovato il suo verbo; e Verbum caro factum est: ella gittò allegra e superba all’aria il suo epinicio, il suo eureka, Avrà abbracciato dell’ombre, può darsi: avrà, invece del grido dell’aquila di Pindaro, fatto il verso del barbagianni, può darsi più che probabilmente anche questo. Ma certamente io non intesi fare cosa di parte; non un evangelio nè un catechismo nè un salmo per chi che sia. Tanto era lontano dal pensiero della propaganda (la quale io lascio di gran cuore ai teologi e ai filosofi sistematici), che stampai l’inno sol due anni appresso, e in poche copie, che regalai a pochi amici o conoscenti. Me lo ristamparono in giornali democratici, massonici, mezzi e mezzi, a Palermo, a Firenze, a Spoleto, senza farmene nè pure un cenno avanti. Almeno l’amico Bordoni del Popolo me ne ha chiesto il permesso; doveva io dirgli di no? o perche? Dunque, onorato amico, questo riman fermo, che l’inno è roba tutta mia, sangue del mio sangue, anima dell’anima mia, e non un manifesto politico d’occasione. Errò per via di bene, ma errò il Popolo, quando scrisse che Bologna avea fatta la sua protesta contro il Concilio mandando al Comune l’autore dell’Inno a Satana. Troppo onore per un rimatore: novantanove su cento di quelli che votarono per il Carducci sapevano molto di Enotrio Romano e di Satana!

Del resto, tu non potevi non intendere a qual nume ineggiassi io. Tu l’hai detto: alla Natura. E alla Ragione: aggiunge il redattore del Popolo, Sì, ho ineggiato a queste due divinità dell’anima mia, dell’anima tua e di tutte le anime generose e buone: a queste due divinità che il solitario e macerante e incivile ascetismo abomina sotto il nome di carne e di mondo, che la teocrazia scomunica sotto il nome di Satana.

Satana per gli ascetici è la bellezza, l’amore, il benessere, la felicità. Quella povera monacella desidera un cesto d’indivia? in quel cesto v’è Satana. Quel frate si compiace d’un uccellino che canta nella sua cella solinga? in quel canto v’è Satana. Ecco, nella caricatura ridicola della leggenda, quel feroce ascetismo che rinnegò la natura, la famiglia, la repubblica, l’arte, la scienza, il genere umano; che soppresse, a profitto della vita futura, la vita presente; che, per amore dell’anima, flagellò, scorticò, abbrustolí, agghiadò il corpo.

Per i teocratici poi, mette conto ripeterlo? Satana è il pensiero che vola, Satana è la scienza che esperimenta, Satana il cuore che avvampa, Satana la fronte su cui è scritto Non mi abbasso, Tutto ciò è satanico. Sataniche le rivoluzioni europee per uscire dal medio evo, che è il paradiso terrestre di quella gente; i comuni italiani, con Arnaldo, con Cola, col Burlamacchi; la riforma germanica che predica e scrive libertà; l’Olanda che la libertà incarna nel fatto; l’Inghilterra che la rivendica e la vendica; la Francia che l’allarga a tutti gli ordini, a tutti i popoli, e ne fa legge dell’età nuove. Tutto ciò è satanico; colla libertà di coscienza e di culto, colla libertà di stampa, col suffragio universale; s’intende.

E Satana sia. Dice bene il Bordoni e diceva bene David, se non m’inganno: « Nelle loro maledizioni ci esaltiamo, e ci gloriamo nei loro vituperi. » Noi siamo satanici.

E perchè no? Satana non è egli un tipo per eccellenza artistico? Pigliamolo nel Testamento vecchio. Egli è il primo ribelle contro il dispotismo accentratore e unitario di Geova nel deserto della creazione. Egli è vinto: ma l’arcangelo Michele, a cui l’ascetismo vestí dal medio evo in poi un magazzino d’armi che non finisce mai, tant’è, m’ha l’aria d’un gendarme; e io sto per il vinto.

Sto per il vinto; e, senza volerlo, inchinava un po’ per il vinto anche l’apologista del supplizio del re d’Inghilterra, anche il segretario del Cromwell, anche Giovanni Milton. Come terribile l’ha egli dipinto, come maestosamente aggrondato! Quando leggo nel Paradiso perduto il concilio di Satana, parmi che da quei versi mi venti su ’l viso l’aura tempestosa del Lungo Parlamento che condannò Carlo primo, e l’anima mia ritorna alle notti sublimi della Convenzione francese.

Sto per il vinto, e per il tentatore. Che cosa disse egli infatti, questo tentator generoso, alla compagna dell’uomo? Le accennava nell’orto di Geova, in quell’orto chiuso e uniforme, le accennava l’albero mistico che portava il pomo della scienza e della vita, del bene e del male; e — Mangiate, le disse, di questo; e sarete siccome iddii. — E che cosa altro, di grazia, dissero agli uomini Pittagora, Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele? Che cosa altro dissero loro il Galileo, il Newton, il Keplero, il Descartes, il Kant?

Di questo ribelle magnanimo, di questo tentator generoso, Moise, per ossequio alla razza sacerdotale cui apparteneva, Moisè, troppo memore della servitù dell’Egitto ove i pantani del Nilo producevano sacerdoti e serpenti, Moisè, dice, ne fece un rettile. Tu sai, onorando amico, se il cattolicismo ha caricato poi di sassi, di fango e di onte questo povero rettile. Rettile? che dico? Ne fece nelle sue ebre fantasmagorie del medio evo, un mostro, con corna e coda e con tale un corredo di deformità che andava crescendo grottescamente nei secoli. Domandane a Dante e al Tasso.

In questo caso, io oppresso dalla società fin da’ primi anni, mi dichiarai per il ribelle alla monarchia solitaria di Geova, per il tentatore degli schiavi di Geova alla libertà e alla scienza, per l’oppresso dalla gendarmeria di Geova. E, se Ary Scheffer lo aveva tratteggiato sublime di malinconia e involto di fosco splendore, io l’ho cantato raggiante e tonante e folgorante di vita su l’universo. Lo Scheffer lo figurava quando il misticismo pareva voler collegarsi alla libertà: io lo canto, avendo in cospetto il regno della ragione. Del resto tu, mio onorando amico, grida pure il tuo vecchio e glorioso grido, Dio e popolo. Con cotesto grido combatterono per la libertà e per l’onore dell’Italia Roma e Venezia; e io mi scopro il capo dinanzi agli uomini che lo profferiscono, dinanzi agli uomini che contano omai quarant’anni di sacrifizi e di abnegazioni non ascetiche ma romane.

Solo una cosa m’è dispiaciuta nella tua lettera: quel « M’aspetto da voi una spiritosa risposta alla quale io non replichero, checchè diciate. » È vero: nella mia faretra, per dirlo alla pindarica, ormai che sono in vena, io serbo delle frecce, alcune acute come pungiglioni, altre anche avvelenate. Ma queste le riserbo per certi paladini che m’intendo io, quando non me ne ritenga il disprezzo. Tu e dall’ingegno e dalla virtù e dalla vita incontaminata, spesa tutta per la libertà e per il bene hai autorità di ammonirmi e di consigliarmi: per te io non ho che ghirlande di fiori, dei fiori nati alle aure più pure dei liberi monti.

Addio. Credi che a immenso intervallo per l’ingegno, ma a non piccolo intervallo per le idee, io sono lungi dalla poesia satanica dello Shelley[1]. Io non sono scettico. Io amo e credo. E ti stringo la mano onorata

GIOSUE Carducci

(Enotrio Romano)

Nei numeri 27 e 28 decembre 1869 dello stesso giornale

il popolo usciva quest’altra risposta:

Al critico del Diritto

(N. 355 e 356).

I.

Il critico del Diritto, il quale mi viene all’incontro con aria tra il lottatore e il definitore, tra lo spadaccino e il cattedrante, sotto la forma d’una sbilenca gutturale dell’alfabeto greco, la K, comincia dall’affermare – Satana è la ribellione. Ecco il senso dell’inno di Enotrio Romano. –

II.

Veramente, non tutto. A me pareva, e pare, di aver inneggiato da principio la natura nel senso cosinico; mi pareva, e pare, di aver proseguito inneggiando la incarnazione più bella ed estetica della natura nell’umanesimo divino della Grecia; mi pareva, e pare, di aver finalmente cantato la natura sempre e l’umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all’oppressura del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico. Mi pareva in somma di avere adombrato, come in una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo, panteistico, politeistico e artistico, storico, scientitico, sociale. Chieggo perdono che tutti questi epiteti alto–sonanti, che non son del mio gusto; ma bisogna pure intendersi, e in fretta.

III

Ma Kappa del Diritto non vuole del concetto mio afferrare che una parte; della mia piccola epopea non guarda che a un episodio, a due versi; e dice – Ecco tutto. Il Satana di Enotrio Romano è la ribellione. –

Sopra che, Kappa mi fa una lezione; come qualmente ribelli sono anche i briganti di Calabria, e non v’è ribellione la quale ragioni e discuta; e mi domanda se io ho trovato la linea che separa l’esercito degli insorti in nome d’un’idea pura da quel dei ribelli per un pregiudizio, e se non mi pare che la superstizione stessa sia santa agli occhi della vittima che per essa s’immola. Vero è ch’egli mi concede benignamente che il brigante di Calabria non sia il mio Satana. Sfido io: con tutti quelli agnusdei a dosso.

La lezione è, del resto, serenamente ingenua. Ma come? non avete voi, signor mio, presentito la risposta? Sì, io posso ammirare, se volete, la fede cupa e feroce de’ vandeani, e il lor precipitare, uomini, donne e fanciulli, dalle ceneri dei loro villaggi, per le campagne fumanti, su le legioni dei turchini; e ciò per la causa di un dio che li lascia scannare e abbrustolire, e di re che lesinano a Londra il quattrino e sbordellano a Venezia. Li posso ammirare: ma sto coi turchini, e faccio fuoco sui vandeani. Così vuol Satana, la forza vindice della ragione.

– Conosci tu, o poeta, una ribellione che ragioni e discuta? –

Ne conosci tu una, o critico, che non ragioni? Quando si afferma il no si è analizzato il , Quando uno che giace si solleva contro un altro che gli sta sopra, ha fatto almen tre giudizi, su lo stato suo, su la condizione di chi gli è sopra, su le relazioni fra quello stato e questa condizione; un sillogismo perfetto, insomma. I bruti non si ribellano: e nè pure i filosofi alessandrini. Ciò pe ’l ragionamento.

Quanto al discutere, le ribellioni veramente non discutono esse o discutono con argomenti loro speciali; ma per lo più portano le conclusioni o avanzano le premesse. Conoscete voi un ergo più logico del 10 agosto 1792 e che meglio conchiuda l’antecedente del 14 luglio 1789? E quale argomentazione contro le Speranze d’Italia di Cesare Balbo e le teoriche dei moderati del quarantasette ha vinto in perspicuità le cinque giornate di Milano? E qual premessa v’è stata al mondo più vasta e terribile delle giornate di giugno 1818?

Certamente le ribellioni non compongono trattati, ma coi trattati caricano i fucili. Qualche palla che percosse la Bastiglia dove esser calcata con uno straccio di pagine del Contralto Sociale. E nella fucilata che risonò per le eleganti scalee delle Tuilleries vi era forse qualche sprazzo dell’anima tua, o Diderot.

IV.

Ma, oppone Kappa, lo studio della vita e dell’universo ci mostra: che non v’è una forza ribelle soltanto; che anzi vi sono due forze, l’azione e la reazione; che il mondo appare dominato sovranamente dalla legge della contraddizione; che il fatto, non isolato e circoscritto, ma indefinito; che il fenomeno non termina in se medesimo, ma si lega a un altro fenomeno; che tutto in somma nell’Universo relativo, che tutto s’incatena, si limiti, si prolunga.

– Bene. Sapevamcelo.

– Che farà dunque il Satana della ribellione in questo immenso e complicato universo dei fatti e delle idee ? – domanda Kappa.

Al meno meno farà quel che il Satana della leggenda, quando a forza di tentazioni novissime e sottilissime aveva indotto un povero anacoreta nel peccato mortale di tenersi per santo e di far dei miracoli. Il Satana della leggenda finiva la festa con un solenne scroscio di risa infernali. Il Satana della ribellione riderà di volo ( ha altro da fare ) del vedere certe brave persone perdere il tempo a mettere assieme certe loro locuzioni e creder su’l serio di far dei pensieri, del vederle nelle regioni vaporose delle formole andare cercando ostacoli di nebbia da mettergli fra i piedi.

Lasciamo le formole, proprietà troppo individuale a un tempo e troppo poco determinata; e veniamo ai fatti che sono in possesso di tutti.

Ma come? Perchè senz’Anito non s’intende Socrate e senza il Gessler non v’è Guglielmo Tell, volete voi ch’io non protesti col pensiero e col fatto contro i preti inquisitori e contro i tiranni feudali! Perchè alla gran rivoluzione dei grandi giacobini dove succederà, grazie all’impero, la piccola reazion dei piccoletti congregazionisti, volete voi ch’io riconosca la Ristorazione? Perchè senza la pena di morte non avremmo avuto il martirio di Socrate, di Cristo, di Giovanni Brown, mi vorreste consacrare il carnefice? Eh via! le son parole.

Ma son parole con le quali da certa gente che vuole i suoi comodi si sdrucciola comodamente all’adorazione del fatto compiuto, dalla necessità storica che si rivela col barbaglio dell’acciaio e dell’oro. Siete voi come da Cesari, cari signori? Allora voi col vostro dio officiate ( perchè non potreste ammettere, in grazia dello statuto, un dio officiale, fatto compiuto? ) approvate pure il buon successo e cantate il Tedeum a colpi di stato. Noi ci volgiamo venerando alle prigioni e ai patiboli. Victrix causa diis placuit sed victa Catoni.

V.

Mi accorgo ora di essere acerbo anzi che no verso il mio cririco, il quale in fondo ammette, come vedremo, dell’idea mia tanto che basta perchè ci troviamo sur un punto d’accordo. Son dunque acerbo. Ma la colpa e tutta mia? E non vi è ella in Italia una certa critica, e specialmente quella che credesi nuova e reazionale, la quale abusa un po’ troppo del parlare per via di oracoli, la quale precede un po’ troppo co’ passi della sibilla incamminantesi al tripode?

E il tripode è il più delle volte una cattedra di legno più o meno tarlato, più o meno verniciato; e gli oracoli sono edizioni ritoccate dei boccali di Montelupo; e la sibilla spira un odor di pedagogo da far raggrinzare il naso a tutti gli uomini di bon gusto; figuratevi a chi inneggia il Satana della ribellione, come dice Kappa!

Il qual Kappa, per esempio, ha una maledetta aria di essersi voluto impancare fra Quirico Filopanti e me un po’ po’ con le intenzioni e tutto affatto con l’atteggiamento del Napoleone manzoniano:

Ei fe’ silenzio, ed arbitro

Si assise in mezzo a lor.

A proposito, perchè nomina egli il segretario dalla Costituente romana, il patriotta e lo scienziato onorando, con lo sproposito grammaticale IL Quirico Filopanti? Vorrebbe ella esser cotesta una smorfia di dispetto barbaramente scimmieggiata dal gergo curiale? Kappa dunque, sedutosi su la sua cattedra in mezzo a noi par guardarci con un suo certo risolino, e – IL Quirico, ei dice, è un povero di spirito che si scandalizza di nulla; e tu, o poeta ( mi interpella, come sentite, assai democraticamente ), e tu sei molto indietro d’idee. Noi abbiamo camminato di molto; e per ciò ora ci riposiamo osservando tutto, giudicando tutto, ricercando la legge dietro il fenomeno. Noi delle idee ne abbiamo a bizzeffe, e di sí fatte che se le mettessimo fuora! ... Ma ora è il tempo del divenire, ora si ponza, e di lotta non c’è bisogno. E per ciò le teniamo nella scatola del fiammiferi.

Da vero eh?

VI.

Kappa, del resto, salvo la mutria del pedagogo, salvo il posare dell’uomo che ha i cocomeri in corpo, dev’essere una buona e brava persona. Egli fa del pedagogo, quando mi domanda se io con Satana voglio risuscitare l’assoluto condannato dalla scienza e dalla conscienza del nostro secolo, se io voglio con Satana opporre altare ad altare, dio a dio. Ma che vi pare, maestro? sono elleno cose queste da dirsi nè men per ischerzo? Si posa come l’uomo de’ cocomeri, quando, sgranata una filza di noi che paion tanti paternostri d’un rosario, conchiude: « Come volete che ci appassioniamo per Geova e per Satana NOI, che vediamo nell’uno e nell’altro due creazioni dello spirito umano? » To’, ce lo vedete soltanto voi? Oh il raro uomo selvatico da mostrarsi ne’ giorni di fiera!

Ma poi Kappa si degna d’interpretarmi, e m’interpreta, in parte, da quel brav’uomo che è. « Il Satana del poeta (egli dice) ha avuto diversi nomi attraverso i secoli. Si è chiamato Socrate ecc... Si è chiamato Cristo ecc. Si è chiamato Galileo ecc... Dove un uomo combatte, soffre e muore per un’idea, per la giustizia, per la verità, ivi è una incarnazione di quella forza misteriosa che gli uni chiamarono Geova, gli altri Satana ecc. »

Benissimo. Ma via quel Geova! Via il dio–re–prete della casta ieratica de’ semiti, il quale altro non fece a’ suoi bei giorni che inebriare di sangue e di furor militare, e d’egoismo, e d’odio al bello al vero all’umano, quel piccoletto ostinato e valoroso popolo degli ebrei! Via Geova! Non lo vogliamo! E anche su quella misteriosa forza avremmo che dire. Per noi essendo quella forza non altro che la ragione collettiva, come dicono, del genere umano, non ci vediamo misteri.

VII.

Ma, stando così le cose, e il mio Satana essendo, per confessione dello stesso Kappa, da per tutto dove un uomo combatte soffre e muore per un’idea, per la giustizia, per la verità, perchè non comprende egli il Satana della ribellione nel mondo d’oggigiorno?

« Il mondo (egli dice) fino a ieri fu un edificio che riposava sulla fede cieca dell’assoluto. Religione, politica, letteratura, tutto portava l’impronta di questo concetto. Non vi era allora dubbio nelle anime ... » E sèguita affermando che oggi v’è il dubbio; che oggi non si sa qual sia il campo di Satana e quale il campo di Dio; che oggi tutto è relativo e mutevole, tutto è problema; che oggi nulla è, tutto diviene.

No: io sono qualche cosa; e perchè sono qualche cosa, vivo e combatto. No: io non voglio aspettare che il tutto divenga, con le mani in mano o sotto le ascelle o incrociate su ’l petto, e guardandomi la punta del naso, come i solitari del monte Athos, o il bellico come gli ioghi. Io non sono nè un iogo, nè un popo, nè un magister di filosofia.

E poi chi vi ha detto che l’assoluto non impronta più la religione? O i nuovi misteri che van ripullulando a piè del gran tronco della chiesa cattolica? o il rifiorire del dogmatismo e del teologismo anglicano e luterano? che significa ciò?

Chi vi ha detto che l’assoluto non impronta più la politica? O il primo articolo dello statuto? o il per la grazia di Dio? Non vogliamo illuderci: in quelle due cose (parole per voi altri) c’è pur tanto da accendere alla prima occasione propizia di una buona infornata di deputati clericali e d’un momento di resipiscienza religiosa, da accendere chi sa che bellezza di roghi qui in piazza san Domenico e costà in piazza santa Maria Novella, e bruciar teologicamente e costituzionalmente voi se non mettete giudizio, e me, che probabilmente non lo metterò.

Per intanto voi avete costà in Firenze un ministro, un ministro proprio del Diritto, e il suo positivista segretario, che imposero l’obbligo della dottrina cristiana a tutte le scuole elementari. Per intanto voi avete costà in Firenze, e sempre nella veneranda badia del conte Ugo ove il ministero dell’istruzione risiede fra due chiese, voi avete degl’impiegati così detti superiori che ai filosofi hegeliani i quali vanno a render loro visita impongono il rispetto della religione cattolica. Per intanto voi avete costà in Firenze, e sempre nella veneranda badia, persone le quali nelle conferenze magistrali sonosi studiate di mandar persuasi i professori liceali di filosofia che nell’insegnamento filosofico il mistero almeno della trinità e quelli della incarnazione e della redenzione (e perchè non anche gli altri?) bisognava pure ammetterli e sostenerli. Per intanto voi avete costà in Firenze la semi–officiale filosofia ortodossa del sig. Augusto Conti, la quale sotto forma di ristretti eleganti a pochi soldi vola svolazza e si volatilizza nei cervelli giovanili per le scuole italiane. Per intanto, voi morbidi scettici, voi razionalisti annacquati, e costà in Firenze e da per tutto, seguitate ad inchinarvi all’opera letteraria di Alessandro Manzoni, che (dicasi con rispetto all’ingegno dell’uomo, ma francamente e satanicamente) che rinfiancando il cattolicismo e promovendo il neoguelfismo ha tanto nociuto all’Italia. Ed è dolce cosa a vedere come cotesti uomini letterati che elessero la parte migliore, arrabattandosi intorno alla fama del vecchio illustre milanese, abbiano preso argomento dall’accettarne le teoriche su la lingua per fare lor coloniette di morale cattolica e di dolciume letterario in diverse contrade d’Italia: e dolce cosa a vedere una gioventù squarquoia e slombata agitarsi tutta in solluchero all’idea d’introdurre i Promessi Sposi nelle scuole e di proporli come unico e sommo esempio di prosa alla nazione. Oh Boccaccio, oh Machiavelli, primi razionalisti e realisti italiani! O scettici che andate in visibilio ai miracoli raccontati da fra’ Galdino quando va dalle commari alla cerca: o razionalisti che incurvate il capo alla benedizione di padre Cristoforo: Dio sia con voi. Voi avete bisogno d’un guanciale ove riposare l’animuccia trafelata. Ma cotesta non è via per cui si approdi a libertà. E intanto costa in Firenze ed altrove, ove la buona scuola lavora, avete mitriato nuovo poeta d’Italia il sig. Giacomo Zanella, che della scienza si fabbrica scale per l’assoluto e che facendo un inchino alla ragione battezza l’eleganza pagana di Virgilio e Catullo nelle pilette delle chiese di Maria. O buona e pietosa scuola, tu hai sollevato colle tue pure mani i pesciolini che fuor delle onde mistiche del Giordano boccheggiavano su le arene del dubbio e gli hai restituiti nelle grandi acque dell’ideale del Manzoni e nelle chiare fresche e dolci acque del sig. Zanella: oh, buona e pietosa scuola!

E in più spirabil aëre

Pietosa il trasportò!

Ma intanto Kappa dice che l’assoluto non impronta più la letteratura; ed egli sta osservando il divenire del nulla.

A questi ultimi giorni il re di Prussia, all’occasione che i ministri della sua confessione gli erano intorno per ragione di complimenti, rivolse loro la parola più seria del consueto, ed evangelizzò. Sì, il re del diritto divino, che cominciò a constituire la gran patria alemanna col diritto di conquista, evangelizzò: come troppi fossero gli assalti che la chiesa dei fedeli soffriva: come bisognasse pur credere a ogni modo che il messia è proprio e legittimo figliuolo di Dio padre: come il credere altrimenti fosse mala cosa, e a lui, oltre ogni dire, spiacente. Ora i filosofi di Berlino, buona e cappata gente se altra ve n’ha, sono tanti anni oramai che stanno osservando, come per parte sua fa Kappa. E quante idee intanto han sollevato! acute ed eminenti di certo, ma, a dir vero, un cotal po’ vaporose, come a punto le cime dei loro abeti. Ma acute ed eminenti, e null’affatto vaporose, e tutt’affatto solidamente metalliche, sono anche le punte degli elmi dei corazzieri del re teologo.

VIII.

Ultimamente Kappa dice che io, pur cercando d’intonare un inno di rivolta contro la chiesa, le rendo in vece omaggio, perchè non ho fatto altro che vestire il demonio con la luce divina dell’angelo celeste, e che il prete di Roma, mutando il nome di Satana in quel di Geova, potrebbe dell’inno mio fare un cantico ortodosso.

Si provi pure il prete di Roma, e canti, se vuole, la Venere anadiomène e il bello e candido Adone, e canti la cupa congiura del medio evo e l’ardita riscossa del rinascimento, e Martin Lutero e la scienza e la macchina del vapore. Contento lui, contenti tutti, anche Kappa. Il quale, se, prima di scrivere, avesse riletto, sarebbesi certificato che il mio Satana non ha di angelo nulla. Io con gli angeli non me la dico: gli lascio stare a mezz’aria, fra cielo e terra, in compagnia dei passerotti, e degli scrittori vaporosi.

Il mio Satana è piuttosto una specie di ebreo errante, che per panteistica trasformazione passa di fenomeno in fenomeno, di mito in mito, d’uomo in uomo. E così segue da molti secoli. Se una forma propria volessi dargli, lo rappresenterei giovine di verde e immortal gioventù, come gli dei della Grecia, ma severo e mesto ad un tempo nella sua raggiante bellezza. Con una spada nell’una mano e nell’altra una fiaccola egli salirebbe di monte in monte, guardando all’alto. Excelsior è il suo motto, come quel dell’ignoto peregrino americano del Longfellow. E nella imaginazione mia egli non può sostare che su la cupola di Michelangelo, in vetta al San Pietro. Quando egli sarà colassù, noi suoi fedeli sotterreremo finalmente Geova. Perocchè cotesto vecchietto che, che che ne paia a Kappa, è vivace: altri è affaticato finora a seppellirlo, ed egli fa mostra di rassegnarsi; ma ad un tratto scoverchia la tomba, e salta fuori, e va girondolone pel mondo, sprizzando di fra i buchi del suo lacero mantelluccio ebreo qualche raggio crepuscolare che abbaglia e accieca gl’incauti. Ma noi lo sotterreremo profondo, più profondo che i cretesi non facesser con Giove: perocchè gli accatasteremo a dosso la grave mora del cattolicismo romano. Questo è l’officio degl’italiani. Allora, sepolto l’antico avversario, Satana si dileguerà anch’egli nei crepuscoli del vespero e spunterà il nuovo giorno. Per adesso,

Salute, o Satana,

o ribellione,

o forza vindice

della ragione.

 Giosue Carducci

(Enotrio Romano)

Per chi fosse curioso di tutta intera la polemica

intorno al Satana, ecco anche due note, che le attengono,

dalla edizione fiorentina delle Poesie di G. C. ( Barbera, 1871).

I

Questo inno a Satana, ripubblicato dall’apimoso e ingegnoso direttore del Popolo di Bologna, E. Bordoni, l’8 dicembre 1869 che si apriva il Concilio ecumenico, spiacque forte all’amico mio Quirico Filopanti; e me ne rimproverò e lo chiamò ricisamente un’orgia intellettuale. Non ci voleva altro: tutti, per qualche giorno, si occuparono de’ fatti miei: i democratici politici sbofonchiarono i filosofi compassionarono, i clericali mi paragonarono a Troppmann e nei giornaii e per lettere più o meno anonime mi promisero l’inferno senz’altro; fino il bordello spalancò tutte le sue camere per dirmi – Fatti in là, tu se’ indecente, – e la fogna mi sbuffò in viso una tanfata d’indignazione. Nelle risposte al Filopanti e al critico del Diritto io credo di aver mostrato la ragionevolezza la moralità, la opportunita dei miei intendimenti, e a quelle rimando chi non mi vuole male.

Qui, poichè ripetermi non voglio, chiedo licenza a un amico mio di riportare la interpretazione ch’ei fece del Satana nel primo numero dell’Ateneo italiano (7 gennaio 1866), quando esso Satana, dato in luce la prima volta nel novembre del 1805 in Pistoia con la data d’Italia anno MMDCXVIII dalla fondazione di Roma e col nome, che allor presi per la prima volta, di Enotrio Romano, cresceva

Pur all’ombra di fama occulta e bruna.

« Questa (diceva Enotriofilo) non è, certo poesia da santi, ma da peccatori; peccatori che non s’involano ai consorti nelle fitte selve, nè le proprie virtù appiattano, che altri non ne goda o non le tenti; che delle umane allegrie, degli umani conforti, non si vergognano; e delle vie aperte non se ne chiudono nessuna. Non laude, ma inno materiale, Enotrio canta, dimentico delle maledizioni che dà il catechismo al mondo, alla carne, al demonio.

« L’ascetismo perde i difensori e le vittime: l’uomo non va gingillandosi tra le aspirazioni, le inspirazioni, le espiazioni de’ mistici. I diritti rispetta: cerca e vuole il bene; ma l’amore alla donna non gli sembra peccato, nè i sollazzi festevoli de’ bevitori. Ora in quegli occhi ardenti e ne’ scintillanti vasi c’è Satana. – Alle gioie della terra guatrdavano i riti degli Ariani, poi da’ riti Semitici o mascherati o scacciati; ma il popolo non li dimenticò, e alle segrete virtù della natura durò lungamente a chiedere i prodigi degli stregoni, suoi sacerdoti, e salute e profezie. Ora il maestro è Satana. – Alle gioie della terra, ubriachi di paradiso, si tolgono gli anacoreti: ma natura, tarpate le ali, meno agile al volo, salta loro adosso. I canti, fuori da quelle celle non empii, coi fiori della poesia vergine, colle gesta dei forti, rifrugano nelle assopite coscienze e le avvampano. Ora, o conducano alle fantasie macerati cadaveri o imaginette di femmine o trionfi di soldati, que’ canti escono della bocca di Satana. – Di sotto al fumo de’ bruciati, veggonsi frati rifarsi uomini, innamorati di gloria civile, di nuovi teoremi, di nuovi dommi: cocolle di domenicani e di agostiniani cadono a terra: s’agita l’ingegno; slegato per poco tempo, poi da ogni setta che invecchia rincatenato, ma nelle giovanili scuole che ne rampollano sempre rinnovellato con forza. – Ora è una tentatrice, un demonio anche la libertà: lo svolgimento delle umane attività, onde ci cresce insieme il pane e il sorriso, la ricchezza e l’onore, non è che Satana. Ma Satana che non china il capo dinnanzi alle imprecazioni degli ipocriti; ma glorioso a’ sereni aspetti di chi applaude. Così canta Enotrio, e sopra al carro satanico guida in trionfo il suo iddio...

« Quest’inno sgorga a due fonti, e, presto congiunte, placide ne scendono le correnti; i beni della vita e l’ingegno ribelle alla servirtù. Ma c’è altra acqua che a forza vi entra e più da alto precipita, più rapidamente, e con fremito e rigoglio vi mescola le sue onde; strepito, non armonia. — Il Tentatore che, pungendoli, ridona al mondo gli eautontimorumeni de’ chiostri e delle selve, e alle scienze le vigliacche pecore della tradizione non è

 .  .  .  .  dell’esssere

Principio immenso,

Materia e spirito,

Ragione e senso.

Altri inni voleva l’unità panteistica. »

Alla quale ultima osservazione dell’amico mio altre se ne potrebbero aggiungere, specialmente circa lo svolgimento lirico e la forma di questa poesia, che non è, come alcuni miei benevoli vogliono credere, gran cosa. Ma ora sono in via di difendermi; e per ciò vorrei mi fosse lecito, quando agli intendimenti miei, ripetere quel che Arrigo Heine diceva di sè: Ich gehöre nicht zu den Materialisten, die den Geist verkörpern, ich gebe vielmehr den Körpern ihrn Geist zurück, ich durchgeistige sie wieder.... Ich gehöre nicht zu den Atheisten, die da verneinen, ich bejahe.

Con tutto ciò, e per quante dichiarazioni io faccia, so bene che certe censure ingenue (dico così per modo di dire) non le potrò evitar mai come quella d’uno scrittore dell’Italia centrale (credo) di Reggio, il quale del mio affermare che il benessere la felicità la bellezza sono cose altamente umane e non bestemmiabili con l’inciviltà dell’ascetismo dava queste ragioni: che in fatti io sono un buontempone, che viaggio su le strade ferrate in prima classe, e che mi piaciono le violette; quelle, s’intende, alla Dumas. Io m’imagino che quello scrittore sia giovine, e gli dico: Voi potete non intendere o volere non intendere gl’intendimenti miei: ma, quando pretendete illustrare lo scritto con la vita, cotesta vita dovete conoscerla. Sapete voi che cosa potrebbe essere quel che ora avete fatto? Per ora è una leggerezza. A un altro signore debbo pur dire una parola: a un altro signore, già affermantesi amico mio e al quale non so di essere stato mai nemico io. Egli mi rimproverò la resiuccia satanica rubata a un Michelet; e mi par che aggiungesse, a un Michelet, dico, con un punto ammirativo. Ho detto mi pare, perchè egli tratta così d’alto in basso Giulio Michelet, l’autore della Storia di Francia, in uno scrittarello facondo su un telone dipinto pel teatro del Cairo, scrittarello dedicato all’Altezza reale del Kedive; ei è così piccol fascicoluccio che mi andò smarrito tra le carte. Povera Italia! Del resto, ch’io abbia attinto dal Michelet, lo dissero anche due benevoli miei, Adolfo Borgognoni e Luigi Morandi. Certo: la lettura delle opere del Michelet, e di quelle, aggiungo io, confessandomi, del Heine, del Quinet, del Proudhon, hanno conferito al mio Satana, qual meraviglia!

II.

In que’ giorni che alcuni fogli italiani fecero un po’ di chiasso dell’inno a Satana, l’Unità Cattolica cavò fuora da un libretto di mie rime, impresso del 1857 in San Miniato, una lauda spirituale su la processione del Corpus Domini, per istruire alcuni confronti fra il Giosue Carducci del cinquantasette, quando Pio nono comandava a Bologna e il Granduca di Toscana a San Miniato e correa l’andazzo della religione, e il Giosue Carducci del sessantanove e settanta nell’andazzo dell’empietà comandando Lanza a Firenze e Bardessono a Bologna.

Veda bene la Unità Cattolica: ella può dire quel che vuole, ma il comnnend. Lanza e il conte Bardessono sono così innocenti dell’empietà mia, come è vero che Leopoldo secondo di Toscana avrà certamente molti meriti appo Dio, salvo quello di avermi con la sua verga tenuto entro il branco delle pecorelle bianche. Se lo scrittore dell’Unità Cattolica non si fosse fermato alla prima stazione o alla prima osteria, vo’ dire alla prima indicazione d’alcuno de’ suoi pii corrispondenti di Toscana, se egli avesse avuto in mano e sfogliato il libretto, avrebbe trovato subito alla pagina 7 l’orribile verso Il secoletto vil che cristianeggia, non voluto pubblicare dallo stampatore senza un calmante di nota, e che ciò non di meno fece allora scandalo anche a certi cui oggi apparisce superstizioso fino il culto della dea Ragione. Se egli avesse chiesto notizia di me a chi meglio mi conosce anche fra’ suoi amici, avrebbe saputo come io tanto seguitavo l’andazzo della poesia religiosa allora di moda, che del cinquantacinque, essendosi nuovamente scoperto in Pisa non so che santo o beato, io ragazzo parodiavo gli inni sacri così:

Oggimai che ritornati

Son di moda e stinchi ed ossa

E nè meno gl’impiccati

Son sicuri nella fossa,

Anche a voi la quiete spiace,

Fra’ Giovanni della Pace?...

Gloria a Cristo ritornato

Fra i bagagli di Radeschi

Su l’altare appuntellato

Dalle picche de’ tedeschi:

Convertì la baionetta

Questa terra maledetta.

Questa terra, che del nostro

Sangue e pianto è molle ancora,

Brontolando un paternostro

Su zappiamo alla buon’ora

Per trovare ossa di santi

E di frati zoccolanti . . .

Come va dunque il negozio della lauda su Il Corpus Domini e dell’ode per la b. Diana Giuntini? Ecco qui. Passai l’anno 1857 fra Santa Maria a monte e San Miniato; e sapendomi pizzicar di poeta, i festaioli di que’ paesi due volte ricorsero a me per il sonetto. Io allora ero tutto in Orazio e nei trecentisti (Frigida pugnabant calidis, humentia siccis); e mi saltò in capo di mostrare che si potea fare poesia religiosa tra pagana e cristiana e anche cristiana pura ma non manzoniana, e di provare infine che la fede nella forma non ci entrava e che pur senza fede si potevano rifare le forme della fede del beato trecento: era come una scommessa. Così per una festa di Santa Maria a monte feci quest’ode alla b. Diana in stile oraziano, e indi a due mesi per altra festa in Castelfranco quella lauda spirituale nello stile del secolo decimoquarto e decimoquinto, alla quale, per indizio del mio intendimento, inscrissi due versi del Casa:

E con lo stil ch’ai buon tempi fioria

Poco da terra mi sollevo ed ergo.

Tanto è vero che fin d’allora Napoleone Giotti, in un giudizio molto savio ed onesto su le mie rime stampato nello Spettatore, mi rimproverò questo scetticismo di forma pel quale da Febo Apolline passavo al Corpus Domini. Aveva ragione; ne io poi negli anni seri ho più commessi di questi sacrilegi retorici. Del resto si persuada la Unità Cattolica: pur troppo fin da’ bei tempi di Leopoldo secondo io era fra’ capretti neri; e non fui mai nè pure un micolin giobertiano. Altri poi da cotesti confronti della Unità Cattolica e dal sentir ricordata certa grammatica italiana dell’ab. Facondo Carducci ebbe pur dedotto che anch’io un tempo mi sia trascinato fra le gambe un po’ di sottana nera. Oh no, nè scrissi grammatiche nè dissi il breviario nè portai tonaca mai.

Aggiungiamo da Arte e critica nei Bozzetti critici e Discorsi

letterari di G. C. (Livorno. Vigo, 1876); Pag. 433 e segg.

Il sig. Zendrini rimescola la questione del Satana. Io di quel Satana oramai ne ho fin sopra gli occhi, e sono stufo, più che stufo, del dover riparlare di lui e di me. Ma dimostrare come certa gente fa la critica e qual sorta di critica da certa gente è spacciata per arguta, dotta, ingegnosa, e specialmente imparziale, mi par che sia bene; e forse che anche di questo m’illudo. Il sig. Zendrini in somma prova e riprova: 1° che Dante e il Tasso e il Milton hanno dipinto il diavolo altrimenti da me: grazie, essi erano i poeti della fede: 2° che altrimenti l’hanno rappresentato anche il Goethe e il Byron e il Heine: grazie ancora, essi maneggiavano epicamente o drammaticamente il diavolo leggendario: 3° che la fantasia popolare concepisce il diavolo altrimenti: mille grazie per l’ultima volta, il popolo nel diavolo ci crede, o ci credeva. Dopo ciò il sig. Zendrini si degna d’ammettere che nel Satana io abbia voluto rappresentare un’idea filosofica, ma per tale rappresentazione egli crede che avrei fatto meglio a sceglier Prometeo, come fecero il Monti e lo Shelley; e qui grandi lodi dei due poeti. Alle quali io consento di lietissimo cuore: ma da che il Monti e lo Shelley rinnovarono così bene filosoficamente il gran titano di Eschilo, non pare anche al sig. Zendrini che sarebbe stato e imprudente e impudente ed inutile se l’avessi ripreso a trattare io di terza mano? A ogni modo, non era il caso: Prometeo raffigura stupendamente la lotta del pensiero umano col teologico in generale: io doveva rappresentare la vitalità la guerra la vittoria del naturalismo e del razionalismo dentro e contro la chiesa cristiana: e Prometeo a ciò non mi serviva, invece mi serviva benissimo Satana. È vero o non è vero che la chiesa cattolica, anzi tutte le chiese cristiane, ha ed hanno sempre maledetto e maledicono come orgoglio satanico, come opere e istigazioni diaboliche il libero pensiero, la scienza, i sentimenti umani e naturali, tutte in somma le belle cose che enumerai nella lettera a Quirico Filopanti? È vero o non è vero, che Gregorio decimosesto titolava d’invenzione diabolica il vapore? Dunque volete che tutto ciò sia Satana? E Satana sia. Viva Satana! Ecco il concetto e la ragione dell’inno a Satana. Tutte queste cose furono da me dette e ridette nelle risposte al Filopanti e al critico del Diritto. – Ma no – ripiglia il sig. Zendrini non dandosene per inteso e stemperando in otto paginone con molto loquace malignità quel che il Filopanti disse con molta onestà in due paginette – no, voi non potevate farlo, perchè il tipo del Satana è determinato. – E io l’ho fatto: che cosa ci farebbe Ella, professore mio? Che cosa ci fa il sig. Zendrini? Delle solite. – Ma come? – egli oppone – voi m’incarnate Satana nel Savonarola e in Lutero, due dei più credenti e convinti cristiani! – Non io, professore, non io; ma la chiesa cattolica. Tutto ciò che insorge contro lei, tutto ciò che accenna a uscire fuor di lei, non pur dubitando o riformando, ma ricordando, ammonendo, deplorando, per lei è satanico: e Alessandro sesto, il nefando, doveva maledire la perversità diabolica del frate di San Marco; e Leone decimo, il pagano, avvertire popoli e principi a guardarsi dalle diaboliche seduzioni del frate di Sant’Agostino. Tutto ciò non capisce, o vuole non capire, il sig. Zendrini, e osserva: « Forse l’essere il Savonarola un repubblicano ( come poteva esserlo egli, fiorentino del secolo decimoquinto, riformatore e frate ) ha sedotto il Carducci a crearne un repubblicano moderno, a fare un moderno razionalista d’uno de’ più fanatici e austeri fra i credenti. » Il sig. Zendrini pare si dia a credere che basta lo sgrammaticare per non esser pedanti: ma di rado a me è avvenuto di trovare fra i grammatici un pedante della forza sua, se pedante è da dire chi fa lezione a ogni piè sospinto e su cose che tutti conoscono. Certo il sig. Zendrini non è obbligato a sapere come o quanto nel 1865 io scandalizzassi i neopiagnoni fiorentini con quel che dissi del Savonarola in un discorso all’Ateneo! poi stampato in un giornale di Firenze. Ma vegga, se vuole, il discorso che misi innanzi alle poesie toscane del Poliziano nel 1863; e legga anche, o egli o il lettor mio, queste due pagine de’ miei Studi letterari:

« E pure, mentre per un lato l’elemento ecclesiastico seguitava esagerando la sua trasformazione romana sino a far pagana la corte dei papi, il principio religioso, per l’altro lato, contro il sensualismo classico del Pontano, contro lo scetticismo popolaresco del Pulci, contro il paganesimo artistico del Poliziano, contro l’idealismo romanzesco del Boiardo, contro la corruzione dei Medici, di Firenze, d’Italia e della Chiesa, contro il Rinascimento in somma, insorgeva con un ultimo tentativo di ascetica reazione in persona di Girolamo Savonarola. Non tutto il clero, a dir vero, avea seguitato il ponteficato nella sua abiettazione, e nella sua degenerazione la Chiesa: che anzi, quanto più quella e questa avanzavano, tanto più, in quegli ordini specialmente che parteciparono con maggiore ardenza al rinnovamento cattolico dei secoli decimosecondo e decimoterzo, andavano crescendo gli spiriti dell’opposizione: la quale negli scrittori ascetici del trecento e del quattrocento va sempre più maturando un cotal concetto di riformazione, tanto più chiaramente accennato quanto quegli scrittori sentivano la necessità di raffermare, purificando la Chiesa, il sentimento cristiano e il dogma cattolico contro la civiltà profana che d’ogni parte dilagava e premeva. E il movimento di opposizione cristiana mise capo in Girolamo Savonarola. Nel quale, posto, per un’incidenza che non è tutta caso, tra il chiudere del medio evo e l’aprirsi della modernità, quasi a raccogliere e benedire gli ultimi aneliti della libertà popolana già sorta nel nome del cristianesimo e a mandare l’ultima vampa di fede verso i tempi nuovi, voi vedete convergere le aspirazioni più pure, voi vedete rinascere le figure più ardite del monachismo democratico. In lui lo sdegno su la corruzione della chiesa che traeva alla solitudine i contemplanti, in lui l’amore alle plebi fraterne che richiamava su le piazze e fra le armi dei cittadini contendenti ad uccidersi i frati paceri, in lui la scienza teologica e civile di Tommaso, in lui il repubblicanismo di Arnaldo, in lui finalmente anche le fantasie e le fantasticherie di Iacopone da Todi. E di quel pensiero italiano che intorno alla religione andavasi da secoli svolgendo nell’arte nella scienza nella politica, di quel pensiero che e lo stesso cosi in Arnaldo repubblicano all’antica come in Dante ghibellino e nel Petrarca letterato, così in fra Iacopone maniaco religioso come nel Sacchetti novelliere profano, il Savonarola pronunziò la formola: Rinnovamento della Chiesa. Era troppo tardi. Quel che nella mente italiana del Savonarola era avanzato di intendimento civile fra le ebrietà mistiche del chiostro, ei lo depose gloriosamente nella instituzione del Consiglio grande: del resto, come martire religioso, salva la reverenza debita sempre a cui nobilita il genere umano attestando col sangue suo la sua fede, come novatore mistico, egli (perchè no ’l diremo?) egli è misero. Rivocare il medio evo su la fine del secolo decimoquinto; far da profeta alla generazione tra cui cresceva il Guicciardini, ridurre tutta a un monastero la città ove il Boccaccio avea novellato di ser Ciappelletto e dell’agnolo Gabriele, la città ove da poco era morto il Pulci; respingere le fantasie dalla natura, novamente rivelatasi, alla visione, le menti dalla libertà e dagli strumenti suoi novamente conquistati, alla scolastica, fu concetto quanto superbo, altrettanto importuno a vano. Il Rinascimento sfolgorava da tutte le parti; da tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri stampati in Firenze e in Italia, irrompeva la ribellione della carne contro lo spirito, della ragione contro il misticismo; ed egli, povero frate, rizzando suoi roghi innocenti contro l’arte e la natura, parodiava gli argomenti di discussione di Roma: egli ribelle, egli scomunicato, egli in nome del principio d’autorità destinato a ben altri roghi. E non sentiva che la riforma d’Italia era il rinascimento pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani; e tra le ridde de’ suoi piagnoni non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere pietosamente il pallido viso di Nicolo Machiavelli! »

E ora veniamo alle mie imitazioni. Il sig. Zendrini, con quel modo di dire che dice e non dice, accenna, com’io, citando gli autori i quali conferirono all’idea del mio Satana, dimenticassi il Baudelaire. Potrei rispondere che citai anche troppi, e che in fine in fine il Satana come creazione lirica non lo riconosco da alcuno; potrei rispondere che nel 1863 io non conosceva il Baudelaire. Ma io non sono nè tanto umile nè tanto superbo da volere che gli avversari mi credano su la parola. Carte in tavola. Ecco delle Litanies de Satan di Carlo Baudelaire.

Les Litanies de Satan

(riportiamo l'edizione integrale)

Ô toi, le plus savant et le plus beau des Anges,

Dieu trahi par le sort et privé de louanges,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Ô Prince de l’exil, à qui l’on a fait tort

Et qui, vaincu, toujours te redresses plus fort,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui sais tout, grand roi des choses souterraines,

Guérisseur familier des angoisses humaines,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui, même aux lépreux, aux parias maudits,

Enseignes par l’amour le goût du Paradis,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Ô toi qui de la Mort, ta vieille et forte amante,

Engendras l’Espérance, — une folle charmante!

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui fais au proscrit ce regard calme et haut

Qui damne tout un peuple autour d’un échafaud.

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui sais en quels coins des terres envieuses

Le Dieu jaloux cacha les pierres précieuses,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi dont l’oeil clair connaît les profonds arsenaux

Où dort enseveli le peuple des métaux,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi dont la large main cache les précipices

Au somnambule errant au bord des édifices,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui, magiquement, assouplis les vieux os

De l’ivrogne attardé foulé par les chevaux,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui, pour consoler l’homme frêle qui souffre,

Nous appris à mêler le salpêtre et le soufre,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui poses ta marque, ô complice subtil,

Sur le front du Crésus impitoyable et vil,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Toi qui mets dans les yeux et dans le coeur des filles

Le culte de la plaie et l’amour des guenilles,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Bâton des exilés, lampe des inventeurs,

Confesseur des pendus et des conspirateurs,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Père adoptif de ceux qu’en sa noire colère

Du paradis terrestre a chassés Dieu le Père,

Ô Satan, prends pitié de ma longue misère!

Prière

Gloire et louange à toi, Satan, dans les hauteurs

Du Ciel, où tu régnas, et dans les profondeurs

De l’Enfer, où, vaincu, tu rêves en silence!

Fais que mon âme un jour, sous l’Arbre de Science,

Près de toi se repose, à l’heure où sur ton front

Comme un Temple nouveau ses rameaux s’épandront!

Traduzione italiana

di

Giuseppe Bonghi

Oh tu, che degli Angeli sei il più sapiente e il più bello

Dio tradito dal fato, e di laudi privato,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

O Principe d’esilio, bersaglio di torti,

Tu che, vinto, ti rialzi  ogni volta più forte,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che tutto conosci, gran re dell’impero di sotto,

Guaritore ormai noto d’umani tormenti,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che anche ai lebbrosi, ai paria esecrati,

il gusto dell’Eden insegni per mezzo d’amore,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che dalla Morte, tua vecchia ed intrepida amante,

La speranza fai nascere, un’incantevole folle!

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che doni al proscritto uno sguardo calmo e sublime,

che intorno a un patibolo un popolo intero castiga,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu, che sai delle terre invidiose in qual canto,

Il Dio geloso le tue gemme preziose ha nascosto,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu, che con gli occhi saputi conosci gli arsenali profondi

Dove il popol dei metalli dorme seppellito,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che ascondi con l’immensa tua mano gli abissi

che s’aprono al sonnambulo errante lungo gli edifici,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che, d’incanto, addolcisci le vecchie ossa

dell’ebbro nottambulo pestato dai cavalli,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che per consolar l’uomo stanco che soffre,

ci insegnasti a mescolare lo zolfo e ’l salnitro,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che stampi il tuo marchio, o complice sottile,

sulla fronte di Creso impietoso e codardo,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Tu che insinui negli occhi e nel cuore di giovani donne

il culto della piaga, l’amor degli stracci,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Sostegno degli esiliati, luce degli inventori,

confessore degli impiccati e dei cospiratori,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Padre adottivo di quei che con collera nera

dal paradiso terrestre Dio Padre ha scacciato,

O Satana, abbi pietà del mio essere misero!

Preghiera

Siano gloria e laudi a te, o Satana, nell’alto

dei cieli, dove tu regnasti, e negli abissi

dell’Inferno, in cui, vinto, tu sogni in silenzio!

sotto l’Albero della Scienza fa’ che un giorno riposi

l’anima mia  a te vicino, nell’ora che sulla tua fronte

come un nuovo Tempio i suoi rami s’intrecceranno!

Note

________________________

1] Riprodussi questi articoletti di polemica senza nessuna altra variazione che fosse di parole. Ma, circa a quel che dissi dello Shelley su la fine della lettera al Filopanti, Giuseppe Chiarini, il quale si è compiaciuto di dare un’occhiata alle stampe di questo volume, mi avverte: “Il giudizio che con queste parole tu dai dello Shelley è falsissimo. Lo Shelley non è uno scettico: lo Shelley ama e crede più di te; lo Shelley è un visionario fantastico, che vuole, demolito Iddio, rifare secondo natura e ragione tutto l’edifizio sociale: è un prosecutore idealista della rivoluzione francese, un sognatore di giustizia, d’amore, di virtù. Anche a lui e accaduto quel che a Satana: la leggenda lo ha trasformato. Aggiungo un’altra cosa: diversissimo nella forma, il tuo inno nei concetti ha molto dello schelleyano. Io errai per ignoranza, e non potrei far migliore ammenda che riferire tali e quali le parole dell’amico, confessando il torto mio dell’aver parlato di cose che non conosceva bene.

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Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011