Giosuè Carducci

LEVIA GRAVIA

1861-1871

Edizione di riferimento:

Giosuè Carducci, Tutte le poesie, Introduzione di Carlo Del Grande, Commenti di Vittorio Citti per Attilio Roveri per Juvenilia Levia Gravia Giambi ed Epodi, Davide Giordano per le Rime nuove, le Rime e ritmi, Carlo Del Grande per le Odi barbare, Bietti, Galleani e Chignoli, Basiano1968

I

CONGEDO

I. - CONGEDO. ‒ « Levia Gravia ‒ spiega il Carducci stesso (Lettere V, 1037) ‒ vuol dire: fantasie di gioventù, e dolori ed esperimenti della vita: cose leggere per sentimento e per istile, mescolate ad altre gravi per le stesse ragioni...: cose leggere ancora, che tuttavia son difficili e gravi a fare: e in fine, che agli italiani del ’68 le parranno leggerezze e sciocchezze pedantesche e fastidiose... ». Pubblicati nel 1868 in un momento difficile per il Poeta, il quale era stato sospeso per due mesi dall’insegnamento per aver commemorato la Repubblica romana insieme con amici la sera del 9 febbraio 1868 e aver firmato un « indirizzo » che si risolveva « in una aspirazione al ritorno della Repubblica del 1849 » (Lettere V, 1001), i Levia Gravia ebbero un certo successo e, dato il momento, Carducci stesso se ne compiacque, tanto da scrivere al Chiarini (Lettere V, 997) : « a me stesso parve di aver fatto un non so che di vero, di ardente, di nuovo nella lirica italiana; ero, e sono contento di me; e mi sento, come lirico, qualcosa di più dell’Aleardi e dell’Ongaro ». A distanza d’anni però, con giudizio più maturo e spassionato, giudicò quelle liriche come una « vigilia d’armi » (Prose, 417), dov’egli tentenna ed esita, incapace di liberarsi dalle forme di tradizione e di consuetudine per esprimersi in vera novità ed originalità (Prose, 862-63).

Per quanto riguarda il Congedo, l’autografo dice: « scritta 23 marzo, 13 apr. 1862, gli ultimi versi finiti il 7 nov. 1867 », ma in una lettera del 21 maggio 1862 (Lettere III, 454) il Carducci inviava a Louise Grace Bartolini solo alcune parti della canzone e dichiarava esplicitamente che non l’avrebbe finita perché non gli piaceva, aggiungendo che « se i versi sono pessimi, la conclusione è ottima e verissima ». Per il metro, si tratta di una canzone di tipo petrarchesco formata di 11 strofe di dodici versi ognuna, endecasillabi e settenari disposti secondo lo schema: aBCaBCcDdCEE. In chiusa un commiato di 3 versi: aBB.

Ideata e parzialmente composta durante la malattia che il 29 marzo 1862 stroncò Giuseppe Torquato Gargani, amico carissimo del Poeta, la canzone esprime dapprima il ritrovato anelito verso la poesia dopo un lungo periodo nel quale l’ispirazione era rimasta muta. Piange poi le persone care al Poeta, il fratello e l’amico che non sono più, e assume infine il carattere di un elegiaco congedo dalla giovinezza e al tempo stesso di un preludio a nuovi temi ispirati ad interessi sociali di rivendicazioni di giustizia e di protesta contro i soprusi e le prepotenze.

Come tra ’l gelo antico

S’affaccia la viola e disasconde

Sua parvola beltà pur de l’odore;

Come a l’albergo amico

Co ’l vento ch’apre le novelle fronde

La rondinella torna ed a l’amore :                                 6

Rifiorirmi nel core

Sento de i carmi e de gli error la fede;

Animoso già riede

De le imagini il voi, riede l’ardore

Su l’ingegno risorto; e il mondo in tanto

Chiede al mio petto ancor palpiti e canto[1].               12

Luce di poesia,

Luce d’amor che la mente saluti,

Su l’ali de la vita anco s’aderge

A te l’anima mia,

Ancor la nube de’ suoi giorni muti

Nel bel sereno tuo purga e deterge:                              18

Al sol cosí che asperge

Lieto la stanza d’improvviso lume

Sorride da le piume

L’infermo e ’l sitibondo occhio v’immerge

Sin che gli basta la pupilla stanca

A i colori de la vita, e si rinfranca[2].                                24

Quale nel cor mal vivo

Dolore io chiusi, poi che la minaccia

Del tuo sparir sostenni, e quante pene!

Tal del seguace rivo

A poco a poco inaridir la traccia

L’arabo vede tra le mute arene,                                      30

E sente entro le vene

L’arsura infuriar, e mira, ahi senso

Spaventoso ed immenso!,

Oltre il voi del pensiero e de la spene

Spaziare silente e fiammeggiante

Il ciel di sopra e ’l gran deserto innante[3].              36

E giace, e il capo asconde

Nel manto, come a sé voglia coprire

La vista, che il circonda, de la morte :

E il vento le profonde

Sabbie rimove e ne le orrende spire

Par che sepolcro al corpo vivo apporte:                      42

I figli e la consorte

Ei pensa, ch’escon de le patrie ville

Con vigili pupille

Del suo ritorno ad esplorar le scorte,

E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso

Vien, de’ noti cammelli odono il passo[4].              48

Or mi rilevo, o bella

Luce, ne’ raggi tuoi con quel desio

Ond’elitropio s’accompagna al sole.

Ma de l’età novella

Ove 1 dolci consorti ed ove il pio

Vólto e l’amico riso e le parole?                                       54

Come bell’arbor suole

Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno,

Tu, mio fratello, eterno

Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole,

Lungi al pianto del padre, or tien la fossa

Pur le speranze de l’amico e l’ossa[5].                     60

O ad ogni bene accesa

Anima schiva, e tu lenta languisti

Da l’acre ver consunta e non ferita :

Tua gentilezza intesa

Al reo mondo non fu, che la vestisti

Di sorriso e disdegno; e sei partita.                                66

Con voi la miglior vita

Dileguossi, ahi per sempre!, anime care;

Qual di turbato mare

Tra i nembi sfugge e di splendor vestita

Par da l’occiduo sol la costa verde

A chi la muta con l’esilio e perde.[6]                         72

Dunque, se i primi inganni

M’abbandonaro inerme al tempo e al vero,

Musa, il divin tuo riso a me che vale?

Altri e fidenti vanni,

Altro e indomito al dubbio ingegno altero

Vorriasi a te seguir, bella immortale,                           78

Quand’apri ardente l’ale

Vèr’ l’infinito che ti splende in vista:

A me l’anima è trista;

Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale

Per gli silenzi de la notte arcana

Canto di peregrin che s’allontana.[7]                      84

Ma no : dovunque suona

In voce di dolor l’umano accento

Accuse in faccia del divin creato,

E a l’uom l’uom non perdona,

E l’ignominia del fraterno armento

È ludibrio di pochi, è rio mercato,                                 90

E con viso larvato

Di diritto la forza il campo tiene

E l’inganno d’oscene

Sacerdotali bende incamuffato,

Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.

Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.[8]                 96

Addio, serena etate,

Che di forme e di suoni il cor s’appaga;

O primavera de la vita, addio!

Ad altri le beate

Visioni e la gloria, e a l’ombra vaga

De’ boschetti posare appresso il rio,                              102

E co ’l queto desio

Far di sé specchio queto al mondo intero:

Noi per aspro sentiero

Amore ed odio incalza austero e pio,

A noi fra i tormentati or convien ire

Tesoreggiando le vendette e l’ire.[9]                        108

Musa, e non vedi quanto

Tuon di dolor s’accoglie e qual di sangue

Tinta di terra al ciel nube procede?

Di madri umane è pianto

Cui su l’esausta poppa il figlio langue;

Strido è di pargoletti, e del pan chiede:                  114

È sospir di chi cede

Vinto e in mezzo a la grave opera cade,

Di vergin che onestade

Muta co ’l vitto; e di chi più non crede

E disperato nel delitto irrompe

È grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.[10]          120

Che mormora quel gregge

Di beati a cui soli il ciel sorride

E fiorisce la terra e ondeggia il mare?

Di qual divina legge

S’arma egli dunque e che decreti incide

A schermir le crudeli opere avare?                                126

Odo il tuono mugghiare

Su ne le nubi, e freddo il vento spira.

Del turbine ne l’ira

E tra i folgori è dolce, inni, volare.

L’umana libertà già move l’armi :

Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.[11]             132

Canzon mia, che dicesti?

Troppo è gran vanto a si debili tempre :

Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.[12]       135

LIBRO I

II.

IN UN ALBO

II. IN UN ALBO. — Si tratta di tre madrigali, i quali presentano lo stesso schema strofico: ABBACCDD. La composizione porta la data del 9 novembre 1861.

La visione di pudiche giovanette è ancor viva nel ricordo del Poeta, il quale ripensa con struggente nostalgia al tempo in cui l’amore era per lui ancora l’ideale di un sogno, come un pellegrino, il quale, timoroso della notte che l’ha sorpreso nella valle, pensa alla primavera della sua terra e al focolare della casa lontana. Ma le passioni travolgono il Poeta nel vortice della vita. Alle fanciulle è concesso il prezioso dono di cogliere il fiore della fuggente giovinezza.

Ancor mi ride ne la fantasia

L’onesto sguardo, o giovinette, e il viso

E de le vostre inchine fronti il riso;

E ad altri di la mente si disvia

Quando m’apparve amor cosa celeste;

E con sospir strisciare odo una veste

Bianca tra i fiori al lume de la luna,

Mesco mormorii dolci a l’aria bruna.[13]                       8

Povero peregrino in chiusa valle,

Timido de la notte erma tra i sassi,

Se leva gli occhi su del monte a i passi

Ond’è calato e vede le sue spalle

Ancor vestite del soave raggio,

Pensa il principio del lontan viaggio

E del luogo natio la primavera

Ed il fuoco paterno in su la sera.[14]                              16

Al sole al verde a gli amorosi vènti,

A le dolci armonie pe ’l mondo sparte

Sospira il cuor; ma la bufera in parte

Mi respinge ove infuriano i viventi

Odi e amor di mill’anni e da le tombe

Sorgono accenti d’ira e suon di trombe

Non uditeli voi, ma pure e liete

De la fugace rosa il fior cogliete.[15]

III

PER NOZZE B. e T.

IN PISA

III. ‒ PER NOZZE B. e T. ‒ Composta in occasione delle nozze dell’amico Felice Tribolati tra il 19 e il 23 ottobre 1864 e’ ricorretta tra luglio e agosto 1861, l’ode consta di sei strofe saffiche formate da tre endecasillabi e un quinario disposti secondo lo schema: ABBa. Le nozze dell’amico restituiscono il Poeta, muto nei canti e lontano dalla terra natale, al natio cielo di Toscana, a Pisa dove l’Arno frena la sua corrente. Nella casa in festa ecco la sposa coi veli bianchi preparati dalla madre e con lei lo sposo innamorato. Si versi dunque il vino più dolce delle viti toscane, onde trarre le rime e gli auguri a cantare la grazia d’Alice, la sposa, i cui sguardi tra le chiome nere fanno pensare a limpidi raggi di luna in una notte d’aprile.

Chi me de’ canti ornai memore in vano

Poi che dal nido mio giacqui diviso,

Chi me al ciel patrio e de gli amici al viso

Rende toscano[16],                                                                       4

Dove più largo ne’ bei piani a l’onda

Laborïosa il freno Arno concede

E di trionfi solitari vede

Grave la sponda[17]?                                                                  8

Vola il pensiero trepidando e posa

A una nota magione or tutta in festa.

Piange la madre e i bianchi veli appresta:

Ecco la sposa.                                                                             12

Seco il garzone a cui l’intimo affetto

Traluce e ride su la faccia pura

E ne l’eloquio l’anima secura

E il savio petto[18].                                                                     16

Oh a me del vin cui più sottil maturi

Tosca vendemmia per le aeree cime

Versate, amici. Io dal bicchier le rime

Chieggo e li augùri[19].                                                             20

E d’Alice dirò la chioma bruna,

La tenue fronte e i lunghi sguardi e lenti,

Come in queta d’april notte pioventi

Raggi di luna[20].                                                                       24

IV

PER VAL D’ARNO

IV. - PER VAL D’ARNO. — Sonetto datato ottobre 1866. Ogni volta che il Poeta rivede il ridente paesaggio toscano, culla della sua prima poesia, il pianto sgorga dal suo cuore, dal quale non può cancellare il ricordo della tragica fine del fratello Dante, che nel 1854 si tolse la vita nella casa sul colle di S. Maria a Monte, dove fanciulli sperarono e sognarono insieme l’avvenire. Ora il Poeta consuma il suo tempo in studi senza gloria, mentre Dante è sepolto in una tomba con i suoi vent’anni.

Né vi riveggo mai, toscani colli.

Colli toscani ove il mio canto nacque

Sotto i limpidi soli e tra le molli

Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque[21],            4

Che dal lago del cor non mi rampolli

Il pianto. Ogni memoria altra si tacque

Da quando in te, che più ridi e t’estolli,

Colle funesto, il fratel mio si giacque.[22]                 8

Oh che dolce sperar già ne sostenne!

Come da quella età che non rinverde

Volammo a l’avvenir con franche penne![23]          11

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde

Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne

Copre la negra terra e l’erba verde.[24]                    14

V

F. PETRARCA

V. - F. PETRARCA. — Datato 15 luglio 1867, il sonetto fu inviato al Chiarini per una prima lettura il 29 giugno 1867 (Lettere V, 937). Sullo sfondo dei colli toscani, tra il verde delle selve, lontano dalle insidie malevoli dei letterati, il Carducci vorrebbe elevare un’ara al Petrarca e li a sera recitarne alla natura i canti, la cui poesia quasi per magica evocazione trasfigurerebbe in dolcezza tutto il paesaggio circostante, mentre tra le fronde s’alza il canto dell’usignuolo.

Se, porto de’ pensier torbidi e foschi,

Ridesse un campicello al desir mio

Con poca selva e il lento andar d’un rio

A l’aër dolce de’ miei colli tòschi[25],                        4

Vorrei, là in parte ove il garrir de’ loschi

Mevi non salga e regni alto l’oblio,

Pòrti un’ara con puro animo e pio

Ne la verde caligine de’ boschi[26].                           8

Ivi del sol con gli ultimi splendori

Ridirei tua canzon tra erbose sponde

A l’onde a l’aure a i vaghi augelli a i fiori:            11

Gemerebber più dolci e l’aure e l’onde,

Più puri al sole i fior darian gli odori,

Cantando un usignol tra fronde e fronde.            14

VI

IN MORTE DI PIETRO THOUAR

[GIUGNO  1861]

VI. - IN MORTE DI PIETRO THOUAR. — La canzone, scritta nel giugno 1861, fu ricorretta e completata con l’ultima strofa tra il 6 e 7 novembre del 1867. Comprendente 7 stanze di dietH versi ognuna, tre settenari e sette endecasillabi disposti secondo lo schema: AhA-BcDDcEE.

Pietro Thouar, patriota e scrittore, fu consigliere, protettore, amico del Carducci fin dai tempi in cui questi era ancora normalista a Pisa. Alla sua morte, avvenuta a Firenze il primo di giugno 1861, il Poeta volle ricordarlo con questa canzone, nella quale stima e affetto, gratitudine e ammirazione si fondono in una commossa rievocazione dell’uomo che fu esempio di virtù umane e civiche. Il Poeta lo ricorda padre e maestro sollecito di spiritualità e con dolore ripensa al momento in cui le vicende della vita lo allontanarono da lui e non gli permisero di rivederlo. È morto Thouar che amava e rispettava il popolo, mentre vivono altri che lo stesso popolo illudono, ingannano e umiliano. Gli resta il pensiero e la preghiera degli umili ch’egli beneficò, non certo il ricordo di coloro che ne pagavano i precetti, ma non ne seguivano l’esempio virtuoso.

Me da la turba, che d’ossequio avaro

Pasce i mal chiusi orgogli

A qual più sorga d’util fama chiaro,

Tu, solitaria musa, a voi ritogli :

Ma, dove del suo riso

Virtù soave irradiando veste

Bei costumi, alti sensi, opre modeste,

Ivi teco io m’affiso,

Teco m’esalto ed a l’aspetto santo

Rompe da la commossa anima il canto[27].                 10

E già cercai con desïoso amore

Questo savio gentile,

E i pensieri affinai ne lo splendore

Che mite d’iffondea sua vita umile.

Nel suo povero tetto

Me inesperto egli accolse, e ad una ad una

Del reo mondo le piaghe e di fortuna

E ’l non mai domo affetto

Al vero al buon m’aperse: in su la pura

Fronte gli sorridea l’alma secura.[28]                             20

Ahi, con duol mi rimembra il punto quando

L’ultimo amplesso tolsi,

E da la buona imago, sospirando,

Confuso di tristezza, il pie rivolsi!

Redia, su ’l volto amico

Insaziato ancor l’occhio redìa,

Qual di figliuolo che per lunga via

Si mette, e al padre antico

Guarda, pensoso del lontan ritorno,

Ne la fredd’ombra de l’occiduo giorno.[29]                  30

Pur rivederlo a sue bell’opre atteso

Mi promettea speranza,

E ne gli onesti ragionari acceso

Di fede avvalorarmi e di costanza.

In van : per sempre è muto

Quel di semplice eloquio inclito fabro,

Quel mite ardente intemerato labro;

E l’occhio, ahi quell’arguto

Da le assidue vigilie occhio conquiso,

Più non si leva a’ dolci alunni in viso.[30]                     40

E voi vivete, o titolati Gracchi,

E voi con doppia lingua

Ben provvedenti Bruti a’ cor vigliacchi.

E voi Caton cui libertade impingua.

V’approdaron, civili

Rosei, il tragico stile e l’alte spoglie!

Ma in van mentite, o istrïon, le voglie

Oblique e l’opre vili

Sott’esso il fasto de l’eretto ciglio,

Famosi oggetti al popolar bisbiglio.[31]                         50

Ei per le vie, che non de gli aurei cocchi

Ma suonan di frequente

Opera industre, oh quante volte gli occhi

A sé traea del vulgo reverente!

lisciano in suo cammino

I vecchi salutando, ed a la prole

Con ischietti d’amor cenni e parole

Segnavanlo e al vicino :

Or di lui forse in su la stanca sera

Pensan con un sospiro e una preghiera.[32]                 60

Non un pensier, ch’io creda, a lui concede

Il vulgo che beato

Con largo fasto e misera mercede

Ne pagava i precetti e il mal sudato

Tempo ingombrògli. Umano

De gli anni nuovi educatore, ahi cruda

Volge l’età pur sempre, e de l’ignuda

Virtù l’esempio è in vano:

Povero fior d’atra palude in riva

Muor né d’olezzi il grave aër ravviva.[33]                     70

VII

ALLA LOUISA GRACE BARTOLINI

VII. - ALLA LOUISA GRACE BARTOLINI. — L’ode, composta il 25 agosto 1861 a Pistoia, dove il Carducci s’era trasferito con la famiglia dal gennaio 1860, entrò, ritoccata, nella Raccolta del 1865 in morte della Grace e fu definitivamente ricorretta nel 1867 per la stampa dei Levia Gravia. Consta di 18 strofe formate di cinque settenari sdruccioli e piani alternati e di un endecasillabo tronco. I due settenari piani rimano tra loro e l’endecasillabo fa rima con l’endecasillabo della strofe seguente, sí da collegare le strofe due a due. Schema metrico: abcbdE-f ghglE.

Louisa Grace, un’inglese andata sposa a Francesco Bartolini pistoiese, fu amante dell’arte e della cultura e poetessa essa stessa. Il Carducci ne frequentò il salotto durante il suo soggiorno a Pistoia e ne ammirò le doti intellettuali e la sensibilità d’animo. Nell’edizione delle Poesie ci tenne anzi ad annotare che coloro i quali leggessero le traduzioni di Macauley e di Longfellow e le Rime e Prose della Grace, pubblicate dal marito dopo la sua morte avvenuta nel 1865, « non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno, della dottrina in più lingue e letterature e dell’ancor più grande gentilezza e generosità dell’animo suo ». In questa ode il Carducci esalta la grazia poetica e il virile animo della Grace, evocando Corinna, la quale con i suoi carmi avvinceva re e popolo, e Velleda, la sacerdotessa germanica, la quale trascinava la sua gente a lottare per.la libertà. Invita quindi la poetessa a cantare l’eroismo delle donne di Suli e il dolore delle donne polacche per la strage di Varsavia in un carme di fede nella libertà dei popoli.

A te, sciolto da’ languidi

Tedi lo spirto, e anelo

Del vital aere al fremito

Ed a l’effuso cielo,

Sorge : dal cuor rimormora

L’aura de’ canti, inclita donna, a te;[34]                          6

A cui ne’ tócchi rapidi

D’animator pennello

E ne’ frenati numeri

La memore del bello

Idea sorride e tenero

Senso e del bene l’operosa fé.[35]                                     12

O desta a i forti palpiti

Che viltà preme in noi,

Nata a i concilii splendidi

De i vati e de gli eroi,

Salve, Eloisa, armonica

D’altre genti figliuola e d’altre età![36]                            18

Perché tra i vecchi popoli

Venisti e a gli anni tardi,

Quando gli eroi si assoldano,

Spengonsi i vati e i bardi,

E si scelera l’ultimo

De l’oscurato ciel raggio, beltà?[37]                                 24

Altr’aer ed altro secolo

L’attea Corinna accolse;

E, quando ella da’ rosei

Labbri il canto devolse,

Tutto pendeva un popolo

Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.[38]                           30

Fremea sotto la cetera

L’onda alterna del petto :

Da le forme virginee

Ineffabil diletto

Spirava; ma le lacrime

Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.[39]                    36

Stupian mirando i principi

E i figli de gli Achei

Poggiati a’ colli madidi

De’ corridori elei :

Cantava l’alta vergine

La sua patria, i suoi dèi, la libertà.[40]                            42

Ed oblïoso Pindaro

De la ceduta palma

Parea per gli occhi effondere

Il sorriso de l’alma,

Rimembrando Eleuteria

Che tra i popoli salvi inneggia e va.[41]                         48

Ma ben, come da sùbita

Procella esercitate,

Le selve atre germaniche

Suonâr, se a l’adunate

Plebi i cruenti oracoli

Apria Vellèda e de le pugne il dì.[42]                              54

Tra l’erme ombre de’ larici.

Da la luna e dal vento

Rotte, la vergin pallida

In nero vestimento

Alta levossi, a gli omeri

Lenta il crin biondo onde null’uom gioì.[43]                60

E cantò guerre, orribili

Guerre; e a la cena immonda

Convitò i lupi e l’aquile;

E tepefatta l’onda

De’ freddi fiumi scendere

Vide tarda fra i corpi al negro mar.[44]                        66

Lungo andò allor per l’aere

Rombo da i tócchi scudi:

Precipitâr da’ plaustri

Le madri, e con l’ignudi

Petti la pugna accesero

O ululando le marse aste affrontâr[45].                         72

Ahi, dov’è pompa inutile

Al vivere civile

La donna, ivi non ornasi

Il costume virile

Di forza e verecondia,

E turpe incombe a’ gravi spirti amor[46].                     78

Ma tu, Eloisa, l’agile

Estro di Suli a i monti

Invia, dove più gelide

Mormoran l’aure e i fonti,

E molce i petti liberi

Canto d’augelli e balsamo di fior[47];                             84

E dinne la bellissima

Sposa d’eroi Zavella,

Che pur con l’una stringesi

Il nato a la mammella,

Con l’altra mano fulmina

L’oste premente e gli orridi bassa[48].                            90

De le polone femmine

Ridinne i canti amari,

Che di lor vene tingono

I supplicati altari

O chieggono a la Vistola

Tra cotanta di spade impunità[49]                                   96

Gli spenti figli. O candido

Stuolo, lamenta e muori,

In fin che basta il ferreo

Tempo de gli oppressori,

E pur cadendo mormora

‒ No, che la patria mia morta non è.[50]                             102

Già la rivolta affrettasi

Fosca di villa in villa,

Turbina il vento ed agita

L’animatrice squilla,

E il nuovo carme a’ liberi

Popoli suona su i caduti re.[51]                                         108

VIII

PER RACCOLTA IN MORTE DI RICCA E BELLA SIGNORA

VIII. - PER RACCOLTA IN MORTE DI RICCA E BELLA SIGNORA. ‒ Ode composta nel febbraio-marzo 1862 in 12 strofe di quattro settenari e due endecasillabi. Il verso finale rima col corrispondente verso della strofa seguente, sì da collegare le strofe a due a due: abaBcD-efeFgD. Scrivendo a Isidoro Del Lungo (Lettere III, 487), il Carducci ne indicava così il concetto ispiratore: « Morte di una moglie e madre, ricca, per cui si chiedon versi e si stampano raccolte, in comparazione della morte d’una moglie e madre povera della plebe che soffre ignorata e per cui i poeti non cantano, e a pena borbottano i preti ». Ode quindi a sfondo sociale, dove tuttavia l’elemento letterario è prevalente nello sviluppo del tema e nella contrapposizione delle situazioni.

Sparsa la faccia bianca

De la fuggente vita,

Con la persona stanca

Abbandonarsi a l’ultima partita

Lei che sposa virginea

Pur or ne arrise di beato amor;[52]                                   6

Sentir com’angue gelida

E questa e quella mano;

Gli occhi mirar che vitrei

Orribilmente nuotano nel vano

Forse in cerca de i pargoli

A lo sguardo nascosi ahi non al cor,[53]                          12

De i pargoli che muti

Intorno al letto stanno

Rigando i volti arguti

Di lacrimette, ed il perché non sanno,

E come sogno i fervidi

Baci materni penseranno un dì;[54]                                 18

E intorno l’ombra stendersi

De la morte odïosa,

Mentre pur su ’l cadavere

Si lamenta con Dio la madre annosa

Ch’abbia a compor ne l’ultima

Pace chi a premer gli occhi suoi nutrì;[55]                     24

Deh quanta pietà! E pure

Dolori altri secreti

Conosco, altre sventure.

Che di solenni lacrime a’ poeti

Non chieggon pompa. Apritevi,

De la miseria antri nefandi, a me.[56]                            30

E tu che in quelle fetide

Paglie mal sai celare

La nudità che informasi

Da l’ossa attratte e orribile si pare

Tra i pochi cenci luridi,

Forma dolente umana, oh qual tu se’?[57]                    36

Il secco occhio splendente

Con le pupille ignave,

Il sudor che di lente

Righe solca le tempia oscure e cave

E rappreso su l’umida

Fronte il cinereo mal piovente crin,[58]                          42

E quel vermiglio lurido

Ne le saglienti gote,

Quel faticoso anelito

Da l’osseo petto cui la tosse scuote

Acre profonda ed arida,

Quel sangue de la bocca in su i confin,[59]                  48

Annunzian, fere scorte,

La grande ora suprema.

Al passo de la morte

Niun la prepara? e niuno è che qui gema?

Ecco: un parvol si strascica

Su quelle paglie, e chiede pur del pan;[60]                   54

E un infante co ’l rabido

Vagito de la fame

Contende, ansa, travagliasi

Co ’l viso macro, con le dita grame,

Intorno de l’esausta

Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.[61]         60

Lente cadon le braccia,

Il guardo le si vela,

E pia morte la faccia

De gli affamati suoi figli le cela.

Devoti essi a la livida

Colpa ed al vorator morbo son già.[62]                       66

L’uomo, doman, che tolsela

Vergin bella e pudica,

Su ’l deforme cadavere

Darà un guardo tornando a la fatica

Usata. Ozio di piangere,

Dritto d’amare il misero non ha.[63]                           72

IX

PER NOZZE

IN PRIMAVERA

IX. - PER NOZZE. ‒ Sonetto di datazione incerta, forse del 1864. Lo spirito innovatore della primavera invita all’amore. Colgano gl’innamorati novelli sposi il fiore della loro giovinezza, né si rattristino al pensiero della caducità di questa stagione felice, che l’amore dei cuori nobili arde eterno, alimentato dall’ardore della vita infusa nella terra.

Or che un agil di vite innovatore

Da la materia spirito s’esplica,

E sona d’imenei la selva antica,

E su la terra il ciel folgora amore,[64]                               4

Cedi al sacro disio, de l’amatore

Va’ ne gli amplessi, o vergine pudica:

Natura vi consiglia e l’ora amica,

De la fugace età cogliete il fiore.[65]                                 8

Né v’offenda il pensier che men gradita

Stagion sottentra a questo riso alterno

Del giovin anno che a goder ne invita:[66]                    11

Ne’ cuor gentili amor vampeggia eterno,

Come infuso pe ’l globo a lui dà vita

Il perenne ed antico ardore interno.[67]                         14

X

PER LE NOZZE DI UN GEOLOGO

[PROF. G. C]

X. - PER LE NOZZE DI UN GEOLOGO. ‒ Sonetto composto a Bologna nel settembre 1866 in occasione delle nozze di Giovanni Capellini, professore di geologia, e rivisto nel luglio 1867 per la prima edizione dei Levia Gravia. Il Poeta invita lo scienziato a sollevare gli occhi dalle sue ricerche al volto della sposa, che la madre adorna e vela per lui. In cuore di donna egli troverà un amore più dolce e tornerà ai diletti studi riconfortato nell’anima.

O scrutator del sotterraneo mondo,

Cui mal pugna natura e mal si cela,

Che a gli amor tuoi nel talamo profondo

Sua virginal bellezza arrende e svela;[68]                      4

In questo de’ viventi aër giocondo

Leva gli occhi una volta e l’alma anela:

Qui sorriderti vedi un verecondo

Viso, e la madre a te l’adorna e vela.[69]                        8

E qui saprai se più potente insegni

Amore il varco a’ chiusi incendi etnei

O più soave in cuor di donna regni.[70]                        11

Riconfortato poi, dal sen di lei

Torna a giungere ancor, né se ne sdegni,

Con la sacra natura altri imenei.[71]                              14

XI

L’ANTICA POESIA TOSCANA

[NELLE NOZZE DI I. D. L]

XI. - L’ANTICA POESIA TOSCANA. ‒ II sonetto fu scritto a Bologna tra l’8 e il 14 ottobre 1866 per le nozze di Isidoro Del Lungo, studioso dell’antica poesia italiana del ’300. È l’antica poesia toscana che parla, onusta di motivi e di vicende, la quale non trova più i personaggi e l’ambiente del suo mondo lontano. Non le resta che la casa dello studioso che per tanto tempo le fu fedele, ma che ora una sposa le ha rapito. A costei si rivolge a chiedere ricetto, essa, l’antica poesia toscana, che conobbe un tempo Beatrice.

Su le piazze pe’ campi e ne’ verzieri

D’amor tra i ludi e le tenzon civili

Crebbi; e adulta cercai templi e misteri,

Scuole pensose ed agitati esili.[72]                                    4

Or dove son le donne alte e gentili,

I franchi cittadini e’ cavalieri?

Dove le rose de’ giocondi aprili?

Dove le querce de’ castelli neri?[73]                                 8

Povera e sola a la magion felice

Ecco ne vengo, ove m’invidi un pio

Amor che mi restava, o incantatrice.[74]                        11

Apri, fanciulla; che se tempo rio

Or mi si volge, i’ vidi già Beatrice:

Apri: la tosca poesia son io.[75]                                       14

XII

SCIENZA AMORE E FORZA

[PER LE NOZZE DI P. S. FILOSOFO

AL FRATELLO DELLA SPOSA UFFICIALE]

XII. - SCIENZA AMORE E FORZA. ‒ Sonetto datato 30 luglio 1864, scritto in occasione del matrimonio di Cesira Pozzolini con Pietro Siciliani, professore di filosofia, e dedicato al fratello della sposa, Giorgio Pozzolini, Maggiore dell’Esercito Italiano (Lettere V, 647). Alla sposa toscana, sul cui volto splende il fulgore di Beatrice, viene lo sposo dalla terra di Puglia, accompagnato dalla filosofia. Amore e sapienza s’abbracciano e su questa unione vigila la spada del fratello della sposa.

Ecco, al caro garzon che la inanella

Move la tosca vergine pudica,

A cui nel riso de la fronte bella

Raggia il fulgor di Beatrice antica :[76]                                 4

Ed ei dal suol che il ionio mar flagella

Ultimo e accesi i monti e i cuor nutrica

Qui venne, e lo scorgea l’ardua facella

Onde Vico fugò l’ombra inimica.[77]                                    8

Tale, ove i cuor fe’ tirannia si scarsi,

Vola or da i fin de l’itala contrada

Sapienza ed amore ad abbracciarsi.[78]                              11

Che se rea forza s’interpone e bada,

Ben tra i canti e tra i fiori a l’aura sparsi

Anche, o Giorgio, fiammeggia oggi una spada.[79]           14

XIII

LE NOZZE

(FESTA DI GIOVANI E DI FANCIULLE)

XIII. - LE NOZZE (FESTA DI GIOVANI E DI FANCIULLE). ‒ Dedicato a Giovanni Battista Gandino, latinista dell’Università di Bologna, in occasione delle sue nozze con Olimpia Orsi, questo componimento poetico fu definito dal Carducci stesso « un idillio, specie nella versificazione e lo stile massime delle strofe quaternarie » (Lettere IV, 616). Il Poeta lo portò a termine nel marzo del 1864, utilizzando per il IV coro un’ode anteriore composta nel 1853 e ripubblicata più volte con varie correzioni, di cui l’ultima nel giugno 1857. Sono sette canzoni corali disposte in due triadi, formate ognuna da un coro unisono di giovani e di fanciulle, seguito da due semicori, la prima di giovani, la seconda di fanciulle. Conclude il tutto un coro cantato insieme dai due gruppi maschili e femminili. Nella prima canzone i due cori cantano la primavera, la stagione dei palpiti, degli effluvi d’amore e degli imenei celebrati sotto il nume tutelare della natura. Il tema viene poi ripreso e sviluppato dal primo semicoro di giovani che si soffermano sulla fanciulla che lascia la compagnia dei coetanei per andare incontro all’amore fra le voci e i sussurri della primavera, mentre il secondo semicoro, sempre di giovani, svolge il motivo dell’amore che ispirò la poesia di Dante e l’arte di Michelangelo e di Raffaello. La seconda triade è informata ad un’etica precettistica. Il canto dei due cori riuniti celebra la nuova famiglia che s’instaura sotto il segno dell’amore spontaneamente dato e ricevuto e nella coscienza che le virtù di sposa e di madre ne costituiscono il fondamento e la forza. Spetta poi al primo semicoro di fanciulle esaltare l’aspetto materno della sposa e il vincolo che congiunge famiglia e patria, onde il secondo semicoro canta la gloria di chi lotta e muore per la libertà. L’ultimo coro conclude l’idillio ribadendo che per la donna la maternità è il fine ultimo e sostanziale del matrimonio.

Per quanto riguarda il metro, la composizione mostra una grande varietà. I due cori della prima triade (vv. 1-24) hanno forma di canzone in tre strofe di cinque endecasillabi e tre settenari: ABbACcDd. Il Primo semicoro di giovani (vv. 25-49) si può considerare un sirventese di 6 strofe tetrastiche composte di tre endecasillabi e un settenario, dove il secondo e il terzo verso rimano fra loro e il quarto fa rima col primo verso della strofe seguente: ABbC-C... Stesso metro hanno il Secondo semicoro di giovani (vv. 50-74) e i due semicori di fanciulle della seconda triade ( vv. 110-134 e 135-159). I due cori della seconda triade (vv. 75-109) cantano un’ode formata di sette strofe di quattro settenari rimati nei vv. II e III e chiusi da un endecasillabo che nel mezzo fa rima col quarto verso: abbcA; schema ripreso nel canto dei due cori che concludono la composizione (vv. 170-194).

I DUE CORI

Ne la stagion che il ciel co’ le feconde

Piogge nel grembo de la madre antica

Scende e l’eterna amica

Co’ vegetanti palpiti risponde,

E gemiti e sospiri e arcani accenti

Volan su’ molli venti

E la festa e il clamor de gl’imenei

Nel canto è de gli augei;[80]                                                   8

Quando, de le foreste al lento giorno,

Accennando del vertice ondeggiante,

Fremon d’amor le piante,

E un fresco effluvio va su l’aure intorno;

Quando al sol nuovo di pudico ardore

Dal verde letto fuore

S’invermiglia la rosa, ed il suo duolo

Canta a lei l’usignuolo;[81]                                                   16

Su la tepida sera e con la stanca

Luna che sorge e va tra gli odorati

Vapor benigna e i prati

Arsi rintégra e i verdi monti imbianca.

Tu a l’opre de la vita a le tue leggi

La giovin coppia reggi

E guida, o sacra, o veneranda, o pura

Madre e diva, natura.[82]                                                     24

PRIMO SEMICORO DI GIOVANI

Qual nel roseo mattin lene si solve

Lucida visione e come stella

Di sua bianca facella

Segna cadendo a l’alta notte il velo,[83]                            28

La fanciulla trasvola. Oh chi del cielo

La pace e il riso ne’ begli occhi infuse?

Chi tanta circonfuse

Gloria di raggi a la gentil persona?[84]                             32

Tenebra e gelo, ov’ella n’abbandona,

Contragge l’aer e i cuor; ma seco adduce

L’ardore ella e la luce,

E sotto il bianco pie fiorisce aprile;[85]                              36

E l’aure e l’acque e i fior con voce umile

Mormoran di sommessi amor richiami,

E più dolce tra i rami

Corre la melodia di primavera.                                        40

Quasi canzon lontana in su la sera

Ne i lidi antichi de la patria udita

Onde fu la partita

Grave e n’arride in cor dolce il ritorno,                                   44

Suona la voce sua. Ben venga il giorno

Che di novelli sensi una vaghezza

Colori sua bellezza,

Come il sol primo adolescente fiore,                                        48

E là si svegli dove or dorme amore.[86]                         49

SECONDO SEMICORO DI GIOVANI

Allor risponde ad ogni offesa ‒ amore ‒

Dante con viso d’umiltà vestito;

E ne l’alto infinito

Come in sua ragion s’affisa e mira;[87]                          53

Ed un rombo di bianche ali l’aggira;

E pur tra il fumo de l’italiche ire

Scender vede e salire,

Quasi pioggia di manna, angeli al cielo[88].                 57

Allor contempla il Buonarroti anelo,

E sovra il marmo combattuto posa

Lento la man rugosa

Dinanzi al folgorar di due pupille[89].                          61

Ma tu, Sanzio gentil, tante faville

Giungi a’ tuoi chiusi ed immortali ardori,

Quante pe’ bei colori

Chiedi a la terra e al ciel forme divine.[90]                   65

Ahi troppo amico di tua morte! al fine,

Come arboscel che d’una rupe orrenda

Avido si protenda

A ber la luce e il sol, tu langui e spiri.                                  69

Tale, ove pieghi de’ begli occhi i giri

Costei cui donna il vulgo e Beatrice

Chiama il poeta, indice

Lor fati a l’alme, e sovra l’arte regna,[91]                    73

Di bellezza e d’amor vivente insegna.                                74

I DUE CORI

Così pronta e leggera

Per tempeste di mari

La rondinella a i cari

Liti e al suo nido affretta,

Che il ciel mite l’aspetta ‒ e primavera,                     79

Come voli tra’ fiori

Tu al cupido marito;

E tal cervo ferito

Tende a montano rivo,

Qual ei tutto giulivo ‒ a i dati amori.[92]                  84

Tu togli, amor possente,

La vergine al suo tetto,

Tu lei togli a l’aspetto

E al bacio lacrimato

De l’uno e l’altro amato ‒ suo parente;[93]                89

A novo ostel la guidi,

Ad altre cure e sante;

E al consecrato amante

Lei timida e vogliosa

Doni moglie, e pietosa ‒ amica fidi;[94]                     94

Onde poi si rinnova

La social famiglia;

Dove, se amor consiglia

Al vero al buono al retto,

Virtù fiorisce e affetto ‒ in bella prova.                     99

Fanciulla, or t’abbi in core

Pur tra’ pensier più cari,

Che de’ pudichi lari

In te posa la fede,

Che del costume siede ‒ in te il valore.[95]                104

Tu lasci i primi gigli,

E cambi a più gentile

Questo tuo stato umile;

E il saprai quando intorno

Ti fioriranno un giorno ‒ i dolci figli.[96]                    109

PRIMO  SEMICORO  DI  FANCIULLE

Qual chi de l’esser suo toccò la cima

Tranquilla e gloriosa ella ne viene :

Diffuso ha per le gene

E ne la fronte di letizia il lume.[97]                              113

Attende; e poi, qual con le aperte piume

Colomba al pigolar de la covata,

Ella corre beata

E d’amor radiante a un picciol letto.                                   117

Denuda, o vereconda, il casto petto;

Dischiudi, o bella, il tuo più santo riso:

Il pargoletto affiso

Ne la tua vista i novi affetti impari.[98]                      121

A te co ’l riso egli risponda, i cari

Occhi parlino a te. Sveglia co ’l senso

Nel picciol cor l’immenso

Intendimento de la vita umana.[99]                            125

O de le semplicette alme sovrana,

O pia de’ novi cuori informatrice,

La steril Beatrice

Ceda a te, fior d’ogni terrena cosa.[100]                     129

Talamo e cuna è l’ara tua: l’ascosa

Corrispondenza è quivi, onde si cria

Quell’eterna armonia

Che de’ petti domati in fondo aggiunge                          133

E la famiglia a la città congiunge.[101]                      134

SECONDO SEMICORO DI FANCIULLE

Allor, perché da le sue case lunge

Voli di servitude il dì nefando,

Cade l’eroe pugnando,

E ne la luce de i cantor rivive;[102]                               138

E contro l’Asia, che di forme achive

Ornar vuole a’ tiranni il gineceo,

Suona su per l’Egeo

Il peana e la sacra ira d’Atene.[103]                              142

Sorge de i re contro le voglie oscene

Il gran giuro di Bruto, e su le spoglie

De la pudica moglie

Libertade a la lor fuga sorride.[104]                              146

Tremi le squille ancora e l’omicide

Sicule furie qual porrà la mano

Dominatore strano

Su le donne de’ vinti, o le vendette[105]                        150

De i secreti pugnali. A noi permette

Altri l’età miglior voti e speranze,

Se de le molli usanze

Vinca le oblique insidie integra l’alma.[106]                 154

Or vienne, o giovinetta: or, palma a palma

Stretta co ’l tuo fedele, entra d’amore

Nel tempio: ma il pudore

Che la vergin tingea de la sua rosa                                         158

Non si scompagni, da la nova sposa.[107]                    159

I DUE CORI

O te felice, o sopra

Il nostro infermo stato

Te cara al ciel! beato

Il letto de’ tuoi amori,

S’ombra de’ propri fiori ‒ avvien che ’l copra.[108]     164

Ma in cor ti sieda impresso

Ch’ogni piacer più caro

Ti tornerà in amaro

Senza i baci e gli accenti

De’ pargoli innocenti ‒ e il puro amplesso.                  169

Ahi, la non degna sposa

Ch’odia di madre il nome

Stolta e crudele! Come

Talento reo la sprona,

A danze si abbandona ‒ furiosa:[109]                          174

E in tanto, o empia!, langue

Su mercenario petto

Il caro pargoletto,

E d’altrui baci impara

Disconoscenza amara ‒ del suo sangue.[110]             179

Ma, quando di restia

Vecchiezza il corpo offeso

Sente de gli anni il peso,

A lei non per soave

Cura figlial men grave ‒ è l’età ria.[111]                     184

Muore; e non di sua prole

Il pianto e il bacio estremo

Non il vale supremo

La misera conforta :

Questo natura porta ‒ ed il ciel vuole.[112]                189

Ma tu più saggia il fiore

D’ogni piacer ritrova

In questa cura nova.

Così nel bel disio

Ti benedica Iddio ‒ t’arrida amore.[113]                     194

XIV

POETI DI PARTE BIANCA

XIV. - POETI DI PARTE BIANCA. ‒ La composizione datata dall’autografo carducciano « Bologna, marzo, settembre, novembre 1861; ricorretto 9 dicembre 1867 » è un ampliamento di due ballate composte tra il 1856 e il 1857 e apparse nella prima edizione delle Rime pubblicate a S. Miniato nel 1857. Ha assunto pertanto la forma di un idillio in endecasillabi sciolti, che ha come nucleo due ballate. La prima (vv. 97-176) consta di una ripresa in due endecasillabi (YZ) e di 13 strofe di sei endecasillabi ciascuna, l’ultimo dei quali fa rima con il secondo verso della ripresa (ABABBZ); questo a sua volta presenta una rimalmezzo collegata col primo verso. Schema simile ha la seconda ballata (vv. 226-300), la quale presenta una ripresa di tre endecasillabi (YZZ) e 12 strofe di sei endecasillabi, l’ultimo dei quali fa rima col terzo verso della ripresa (ABABBZ).

Per quanto riguarda l’impostazione, giova riportare la nota dello stesso Carducci. « È una specie di idillio storico critico ‒ scrive il Poeta ‒ nel quale si volle rappresentare certe maniere e tendenze della poesia italiana sul finire del sec. XIII. Scena Mulazzo di Lunigiana, castello di Franceschino Malaspina ospite di Dante e de’ poeti toscani di parte bianca. De’ due poeti l’uno è Sennuccio Del Bene, fuoruscito fiorentino che scrisse una canzone per la morte dell’imperatore indirizzata a punto al Malaspina, e che passò veramente in Provenza, ove mori vecchio e amico del Petrarca; l’altro è un immaginario cavaliere ghibellino delle famiglie feudali ». Comincia Sennuccio ricordando Firenze con nostalgia di esule nella sala del castello di Mulazzo in Lunigiana, dove si trova raccolta la corte del Marchese Malaspina, il quale esorta il poeta fiorentino a cantare un canto d’amore che conforti la tristezza delle vicende e dei duri tempi evocati. La ballata di Sennuccio, ispirata alla concezione d’amore dello Stil nuovo, parla della sua donna venuta dal cielo a irraggiare il mondo e l’anima del poeta. Per poco tempo però essa si trattenne in terra; creatura celeste, ben presto tornò in cielo, stroncata dal dolore dell’esilio e al poeta non resta da allora che il ricordo d’un sogno divino. La ballata ha commosso i presenti, ma Gualfredo Ubaldini, il giovane compagno di Sennuccio, pronuncia parole di fede e di speranza nel trionfo della causa imperiale, quindi prende la mandola e intona un canto d’amore, dove esprime la gioia e l’entusiasmo ch’egli ha ritrovato nella vita, grazie alla donna amata, la quale ha dato senso e vigore alla giovinezza intristita dall’ignavia. Pensando a lei Gualfredo può sopportare ogni sorte avversa e le sue parole fanno vibrare il cuore delle fanciulle presenti nella sala.

‒ Duro, marchese, allor che de la vita

L’arco piega e il pensiero in su le bianche

Urne de’ padri si raccoglie intorno

A i templi noti, oh duro allor, marchese

Malaspina, lasciar la patria! A cui[114]                            5

Rida nel core e ne le forti membra

La giovinezza, è un’avventura, un gioco

De la vita che s’apre a nuovi casi,

Con l’esilio mutar le dolci soglie

De la magion de’ padri suoi. Ma io                                           10

Non vedrò più da l’Apparita[115] al piano

La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi

Corron due lustri[116] omai che aspetto e piango!

Come serena tra le negre torri

S’inalza e quanto già de l’aër piglia[117]                        15

Santa Maria del Fiore! Io la mirava

Da’ lieti colli ove lasciai me stesso,

E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma,

Allor che il magno imperador s’assise

A Firenze con l’oste. Ed io ’l seguiva,[118]                      20

E rividi la mia villa diserta[119]

Da Carlo di Valese; e i luoghi usati

Io non conobbi più, né me conobbe

La nuova gente. Ora il cortese il giusto

Il magnanimo Arrigo è morto; e giace                          25

Tutta con lui de gli esuli la speme. ‒

Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti

Cittadin bianchi di Firenze, in rima

Dicitore leggiadro; e fosco in tanto

Battea la ròcca di Mulazzo il nembo,[120]                     30

E la tristezza del morente autunno

Umida e grigia empiea le vaste sale

Di Franceschino Malaspina. Acuta

Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo

Arguto distendea, l’occhio vibrando[121]                      35

Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi

Gonne de l’alta marchesana. A lei[122]

D’ambo i lati sedean donne e donzelle,

Fior di beltà, fior di guerresche altiere

Ghibelline prosapie. E di rincontro,                                       40

Ardendo in mezzo d’odorata selva[123]

Il focolar, tu dritto in piedi tutta

Ergei la testa su i minor baroni,

Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina[124].

Posava in pugno al cavaliere un bello                                 45

Astor maniero, e, quando varia al vento[125]

Saltellante la grandine picchiava

Le vetrate e imbiancava il fuggitivo

Balen le appese a’ muri armi corusche,[126]

Ei l’ale dibatteva, il serpentino                                                  50

Collo snodando, e uno stridor mettea

Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno[127]

Occhio l’amor de le apuane cime

Natie, libere: ardea, nobile augello,

In tra i folgori a voi tender   su’ nembi.                      55

E fiso un paggio lo guatava, a’ piedi

Seduto del signor: fuggiasi anch’esso.

In su l’ale de’ venti co ’l desio

Fuor de la sala, e valicava i monti

Da l’insana procella esercitati[128]                             60

E le selve grondanti, e tra ’l tonante

Romor de le lontane acque lo scroscio

Del fiume ei distinguea cui siede a specchio

La capanna di sua madre vassalla.

Ma non al paggio né a l’astor, trastullo                    65

De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone,

Sí atteso egli pendea da la soave

Loquela di Sennuccio, e sí ’l tenea

D’un compagno di lui l’alta sembianza,

Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque               70

Sennuccio, il pro’ marchese incominciava:

‒ Deh come par che il cielo anco s’attristi

E pianga di Toscana in su le soglie,[129]

Quando un poeta si dilunga! O cieca

E diserta Firenze, or che ti resta[130]                         75

Altro che frati e bottegai! Le vie[131]

De l’esiglio fioriscono d’allori

A’ poeti raminghi, e loro è d’ombre

E di corone larga ogni cittade

Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce[132]      80

Paese di Provenza e voi ristori

Cortesia di signor beltà di donne,

Non v’incresca, per dio, di questa Italia

Vedova trista, ch’ognor più dimagra

E di buoni e di ben. Ma, se spiacente[133]               85

Il Castel di Mulazzo e ’l castellano

A voi non parve, se mercé d’amore

Vinca l’ambascia de la dura via,

Non vorrete, Sennuccio, or consolarne

D’un amoroso canto? ‒ E pur tacendo                         90

Il marchese chiedeva: un mormorio

D’assenso di preghiere e d’aspettanza

Levossi intorno. S’inchinò il poeta,

E ‒ Tristi ‒ disse ‒ fian le rime, quali

Nostra fortuna le richiede e ’l tempo. ‒                  95

Disse : e intonava pïetoso il canto.

« Amor mi sforza di dover cantare

E lamentare ‒ in questa ballatetta.[134]                  98

Angela venne de la terza spera

Qui dove l’aër verna, e chiuse il volo:

Poi, tutta accesa in quella luce mera

Che arde là sovra del nostro polo,

In vista umana patia noia e duolo

Conversando tra noi quest’angeletta.[135]            104

Ove spirava l’aura gentile,

Sùbito amore possedea quel loco :

Ivi ridea novellamente aprile

E vampa va ne l’aere un dolce foco:

Ma distringeva i cuori a poco a poco

Quasi una pena, e dolce era la stretta.[136]           110

Ognun diceva ‒ Ov’ella gli occhi gira,

Ed ivi tosto ogni virtù è fiorita,

Cade ogni mal volere e fugge l’ira,

E dolce s’incomincia a far la vita:

A lei d’intorno a gran diletto unita

La gente per valer sua voce aspetta. ‒[137]           116

A più alto sperar n’era argomento

Il riso bel ch’io non saprei ridire.

Io conto il ver: la voce era un concento

Di lontane armonie, di strane lire,

E retro la memoria facea gire

Ad una vita che ne fu disdetta.                             122

Miracolo a veder sua gran vaghezza

Facea del cielo ragionare altrui.

‒ Ecco, io vi mostro di quella dolcezza

Che tutto adempie il regno d’ond’io fui ‒

Queste parole eran ne gli occhi sui;

Pur chini li tenea la verginetta.[138]                     128

Mi fei pensoso di paura forte

Il portamento suo celestïale.

M’indusser gli occhi a desïar la morte

Ne la lor pace che non è mortale:

Ma poi, temendo non mettesse l’ale.

Dissi, com’uom in cui desir s’affretta:                  134

‒ Se ben si pare a le fattezze tue,

Tu fusti nata in cielo a l’armonia;

E mi fai rimembrar Psiche qual fue

Quando sposa d’Amor tra i numi uscia.

Tardi ritorna a la spera natia!

Donami ch’io t’adori, o forma eletta! ‒[139]         140

Così le dissi ne’ sospiri. Ed ella

De gli occhi suoi levar mi fece dono,

Ahi quanto vagamente! E ne la bella

Vista divenni altr’uom da quel ch’io sono:

Visibilmente Amor, come in suo trono,

Luceva in fronte a questa pargoletta.[140]            146

‒ Piacer che move de la mia persona

Conforti anco per poco i pensier tui;

Ch’i’ sento quel signor che la mi dona

Che a sé mi sforza; e cosa i’ son da lui:

Non fa per me di questi luoghi bui

La stanza, e poco vostro amor mi alletta. ‒[141]     152

Cotal suonò di quella onesta, e vaga

La voce pia ch’ella imparò dal cielo,

Gli occhi belli avvallando; e di sé paga

L’alma raggiò desio fuor di suo velo:

Tutta ella ardea di pietoso zelo

Qual peregrino cui ’l tornar diletta.[142]                   158

Ahi me, la noia del dolente esiglio

Quest’angeletta mia presto ebbe stanca!

E venne meno come novo giglio

Cui ’l ciel fallisce e ’l vento fresco manca.

Ella posò come persona stanca,

E poi se ne partí, la giovinetta.[143]                            164

Partissi, e si partiro una con lei

Amor e poesia dal nostro mondo.

Da indi in qua cercaron gli occhi miei

Per giocondezza, e nulla è lor giocondo:

Sollazzo e festa per me giace in fondo:

Sol chiamo il nome de la mia diletta.                                 170

Ahi lasso! e, quando la stagion novella

Rallegra i cori e fa pensar d’amore,

Vien ne la mente mia la donna bella

Che mi fu tolta; ond’io vivo in dolore.

Chiamo il suo nome, e mi risponde il core:

Lasso, che cerchi? altrove ella è perfetta ».[144]        176

Cosi cantò Sennuccio: e gran pietate

De le donne gentili i petti strinse;                                        178

E dolorosa un’ombra in su le fronti

De’ guerrieri abbronzate errava, come

Se un gran fato presente a ogn’un toccasse

Le menti; e raro il favellar s’accese

Su l’oscura ed estrema ora del magno

Arrigo. ‒ Al morto imperator conceda[145]

Dio, la sua pace: a lui gloria ne’ canti,                     185

Imperator de le toscane rime,

Dante darà: noi la vendetta. Ancora

Su le torri pisane ondeggia al vento

Il sacro segno, ed Uguccione intorno

Fior di prodi v’accoglie e di speranze.                           190

Lombardia freme; e un cavalier novello,

Sprezzator di riposo e di perigli,

Leva tra i due mastin l’aquila invitta.[146]

Se Dio n’aiuti, rivedrem, Sennuccio,

De’ guelfi il tergo; rivedrem le belle,                              195

Che ne disser piagnendo il lungo addio,

Facce d’amore. Oh, di Mugel selvoso

Ne le dolci castella una m’aspetta;

E di memorie io vivo e di speranza.

Liete rime troviam. Reca, o fanciullo,                           200

Qua la mandòla; se di Cino usata

E di Dante a gli accordi, essa e la bella[147]

Marchesa Malaspina il canto accolga. ‒

Cosí disse Gualfredo. A lui l’azzurro

Occhio splendea come l’acciar de l’else;                 205

E su ’l verde mantel di sotto al tòcco[148]

Bianco e vermiglio gli piovea la bionda

Giovenil capelliera a mo’ di nube

Aurea che attinge da l’occiduo sole

Le tue valli non tócche, ermo Apennino.[149]        210

D’un molle riso gli assentí la dama

Donnescamente; e recò destro il paggio[150]

La dipinta mandòla. In su le quattro

Fila correan del cavalier le dita,[151]

Piane, lente, soavi; e poi di tratto                                    215

Rapide flagellando risonaro.

Come pioggia d’aprile a la campagna,

Che bacia i fiori e su le larghe fronde

Crepita: ride tra le nubi il sole

E ne le gocce pendole si frange;                                      220

Getta odore la terra; l’ali bagna

La passeretta, al ciel levasi e trilla:

Tal di Gualfredo il suono era ed il canto.

Chi renderlo potrebbe oggi che fede

Non tien la lingua a l’abondante core?[152]         225

« Luce d’amore che ’l mio cor saluta

E intelligenza e vita entro vi cria

Move dal riso de la donna mia.[153]                     228

I’ dico che giacea l’anima stanca

In su la soglia de la vita nova,

Qual peregrino a cui la forza manca

E vento greve il batte e fredda piova,

Che vinto cade, e lontan pur gli giova

Mirar la terra dolce che il nutria.[154]                  234

Così l’anima trista si smarriva

Abbandonata de la sua virtute,

E il caro tempo giovenil fuggiva,

E tutte cose intorno erano mute:

Ma a confortarla di fresca virtute

Una beata visïon venia.                                         240

Fanciulla io vidi di gentil bellezza

Creata con desio nel paradiso:

Luceva la sua gaia giovinezza

Nel piacimento del sereno viso,

E tutta la persona era un sorriso

E ogni atto ed ogni accento un’armonia.[155]      246

La bruna luce de’ begli occhi onesti

E la dolcezza del guardo d’amore

Svegliò gli spirti che dormiano, e questi

Gridaron forte su ’l distrutto core;

Che levò e disse ‒ L’anima che more

Ne le tue man commetto, angela pia.                         252

Vedi la vita mia com’ella è forte.

Come ha già da vicin l’ultime strida.

О donna, io giaccio in signoria di morte,

E la poca virtute omai si sfida;

Se non che uno splendor novo l’affida

Ch’or mi s’offerse, e di tua vista uscia. ‒ [156]      258

Ella nel suon de i dolorosi accenti

Rivolse gli occhi de la sua mercede,

E co’ guardi tenaci umidi e lenti

Diemmi d’amore intendimento e fede:

Quindi un novo desio nel cor mi siede,

Quanto mutato, oh dio!, da quel di pria.[157]       264

Che Amore io vidi ne l’aperto giorno

Glorïar come re ch’è trionfante,

E gioia e luce e chiaritade intorno

Ed una pace che non ha sembiante:

Egli si pose in quelle luci sante,

Com’angel contemplando arde e s’india.[158]       270

Da indi in qua sonare odo per l’etra

Una soave melodia novella,

Come da ignoti elisi aura di cetra,

Come armonia di più felice stella;

E sempre questa creatura bella

D’amor mi parla ne la fantasia.                               276

D’amor mi parla ogni creata cosa,

E il cielo aperto e la foresta bruna,

E la verde campagna dilettosa,

E gli silenzi de la bianca luna;

E d’ogni aspetto in cor mi si rauna

Un’alta voluttà che mi disvia.[159]                            282

Cotal si ruppe quel gelato smalto

In che il cuor si chiudea per fatal danno:

Quindi d’amarla in me stesso m’esalto,

Quindi per gloria e per virtù m’affanno.

Che se durasse il mio vitale inganno,

Altro lo spirto mio non chiederia.[160]                       288

Lungi io me ’n vo. Ma per paese strano,

Per vaga donna o per gentil signore,

Non fia che scordi il bel sembiante umano

Non fia che scordi il mio solingo amore,

La terra dove s’apre il bianco fiore,

Dove regna virtude e cortesia.[161]                             294

Deh la rivegga! E il riso desïato

Ogni nero pensier del cor mi cacci;

E, quando sienmi contro il mondo e il fato,

Mi trabocchi nel seno ella e m’abbracci.

Ben io constretto in que’ soavi lacci

Torrò sicuro ogni fortuna ria ».                                300

Così cantò Gualfredo: e da i vermigli

Labbri de le fanciulle a lui volaro

I desideri e i baci, qual da’ fiori

Belle, carche di miele, api ronzanti.                               304

XV

A P. E.

IN MORTE DI MARIA SUA MOGLIE

XV. - A P.E. IN MORTE DI SUA MOGLIE. ‒ Sonetto datato 4 marzo 1869 e dedicato a Pietro Ellero, professore di diritto penale all’Università di Bologna e amico del Carducci, in occasione della morte della moglie. A differenza dei tiranni e dei vili, che la morte trasforma in vile materia, pietra o fango, le donne virtuose e belle si mutano in stelle che irraggiano in cielo al primo mattino. Di lassù Maria, la moglie dell’amico, guarda il nostro mondo e i suoi cari.

I tiranni cui Nemesi divelle

Tornano in pietre di si reo livore

Ch’ogni piè gli urti; e chi servo ebbe il core

Fango divien ch’ogni orma rinnovelle.[162]                  4

Ma le donne gentili oneste e belle

Che un solingo arse in terra unico amore

Solvonsi in aere, e del mattin su l’ore

Raggiano il puro ciel, virginee stelle.                                      8

Ivi è Maria: e, se per l’alta calma

Vien che rotando a lei l’orbe si mostri

Piccioletto e di sangue atro e di pianto,[163]                 11

Del lungo sguardo che tu amasti tanto

Fende ella il fumo de’ peccati nostri

Te ricercando, Piero, e la vostr’Alma.[164]                     14

LIBRO II

XVI

PER LA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D’ITALIA

XVI. - PER LA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D’ITALIA. ‒ Il Regno d’Italia, dopo le grandi lotte del biennio 1859-60, fu proclamato il 18 febbraio 1861. Il poeta non poteva restare muto e il 22 marzo 1861 compose questa canzone, alla quale fu aggiunta l’ultima strofa nell’aprile. La composizione consta di 10 stanze di otto versi ciascuna, di cui due settenari e sei endecasillabi: aBCaBCDD. È la celebrazione dell’Italia attraverso la presenza commossa e solenne delle ombre dei grandi spiriti italici, sacerdoti, guerrieri, filosofi, artisti, poeti, e soprattutto dei martiri, il cui sacrificio spesso fu circondato dal silenzio del popolo assente. Ma proprio in virtù del sangue versato e del dolore sofferto l’Italia ha conquistato il diritto alla libertà e alla missione che il Poeta le addita di propugnare e rivendicare il diritto eterno alla libertà di tutti i popoli ancora in servitù.

Suono di trasvolanti

Ale e tremor di luminose forme

I sereni del ciel deserti empiea,

E da le caliganti

Isole al mar che sotto Pola dorme

Una stupenda visïon splendea,

Quel dí che di Palestro il cavaliero

Coronossi del bello italo impero.[165]                         8

Veniano giovinette

Anime a coro[166], e ardea la nova etate

Nel segno del martir più radïosa;

Nel puro lume erette

Venian fronti pensose, incoronate

Di secura canizie glorïosa;

Sacerdoti e guerrieri, ed inspirati

Sofi[167] ed artisti, e contemplanti vati.                           16

Tuoi figli, Italia. E il giorno

Che ’l tuo nome attestar, non di frequente

Popolo gli cerchiava onda solenne.

Duro silenzio intorno,

E il ceffo del carnefice imminente,

E l’atro coruscar de la bipenne.

Chinarsi: e te cercò l’occhio smarrito

Tra ’l dileguar del mondo e l’infinito.[168]                24

Quei le livide note

Mostran del laccio, a quei solco vermiglio

Viaggia il collo e ’l fero taglio attesta:

Chi da l’occhiaie vote

Tabe distilla, e chi tra ciglio e ciglio

Franta dal piombo ha la superba testa.

Ma come sol levante or lampeggiando

Splende ogni piaga; e procedon cantando.[169]      32

‒ Sei tu, sei tu, che al forte

Sposo poggiata da gli avelli oscuri,

Reina di virtude, il soglio premi?

Oh sei tu, cui la morte

Trionfi maturava e i morituri

Salutâr lieti ne’ sospiri estremi?

Salutaro immortal come la bella

Che t’irraggia la fronte esperia stella?[170]                40

O surta negli amari

Tramiti de l’esilio, o de’ sepulti

Tra l’urne in sospettose ombre nudrita;

Chi nel dolor t’è pari?

Chi ne la gloria? A’ barbari tumulti

Nel sol de le battaglie a pena uscita,

Tu pugni e vinci, t’addimostri e regni,

E novo ordin di tempi al mondo insegni[171].          48

Madre e signora nostra,

Idea de’ sapienti, amor de’ vati,

E sommo premio a chi per te moria,

Il tuo cinto s’inostra

Nel sangue de gli eroi che Dio t’ha dati.

Verde ride il tuo velo a la giulia

Primavera d’amore, ondeggia bianco

Il regal manto da l’augusto fianco.[172]                     56

Te non furor di brando

Non di coperte industrie avvolgimento

Serena rilevò ne l’alto stato;

Ma fede che inneggiando

Sorvola a i roghi, ma speme che al lento

Ceppo s’invola co ’l pensiero alato,

Ma carità che di più forte stampa

Segna l’ordin civile e al bene avvampa.[173]             64

Da lacrimosa etade

Non chiede il regno tuo titol bugiardo

Che bestemmiando Dio da Dio si dice,

Quando le poche spade

Mieteano i molti, ed il terror codardo,

Partite anime e terre, ebbe tutrice

Del delitto la forza: un fiero e stolto

Su gli scudi barbarici soffolto.[174]                             72

Tu de l’eterno dritto

Vendicatrice e de le nove genti

Araldo, Italia, il Campidoglio ascendi.

Tuoni il romano editto

Con altra voce, e a’ popoli gementi

Ne l’ombra de la morte, Italia, splendi.

Accorran teco a la suprema guerra

Gli schiavi sparsi su l’oppressa terra.[175]                  80

XVII

IN MORTE DI G. B. NICCOLINI

XVII. - IN MORTE DI G.B. NICCOLINI. ‒ Canzone incompiuta composta tra il 10 novembre e il 22 dicembre 1861 in occasione della morte di Giovanni Battista Niccolini (1782-1861), tragediografo, letterato e patriota, spirito nobilissimo dell’epoca risorgimentale. Consta di 4 stanze di 14 versi, 2 settenari e 12 endecasillabi; schema: ABCABCCDEeDeFF. La quinta stanza è interrotta al sesto verso.

« Canzone grave » la definisce il Carducci stesso (Lettere I, 363), il quale intendeva disegnare un grande quadro in cui celebrare le grandi figure storiche che si ispirarono a Roma, descrivere la caduta della Chiesa cattolica e infine cantare il trionfo di Roma italica. Il Poeta infatti immagina che il Niccolini voli dopo la morte al tempio degli spiriti italici tutelari della patria, sospeso tra terra e cielo sull’Aventino. Qui l’accoglie Boezio, l’ultimo martire dell’idea di Roma prima che la barbarie prevalesse definitivamente. Qui c’è Crescenzio Nomentano, patrizio romano, che s’oppose all’imperatore germanico, e Arnaldo da Brescia, il tragico eroe assunto dal Niccolini come protagonista di una delle sue più celebri tragedie, l’Arnaldo da Brescia. Qui si trovano Cola di Rienzo e Savonarola e da ultimo Francesco Burlamacchi, gonfaloniere di Lucca, che morì nel tentativo di restituire la libertà alla propria patria cfr. il Sonetto a G.B. Niccolini nei Juvenilia XLVI, e l’ode al medesimo, sempre nei Juvenilia, LXVI).

Fra terra e ciel su l’Aventin famoso

Secreto un tempio de’ mortali al guardo

D’altro e purpureo lume adorno splende:

Li non caliga il fumo sanguinoso

Di Vatican, cede il clamor bugiardo

Al silenzio che tutto il luogo prende:

Però ch’eterno il tuo foco s’accende                              7

Ivi, italica Vesta, e l’aura e il seme

De gli spiriti magni, e le faville

Onde a le nostre ville

Inesausta d’onor la vampa freme

E petti incende a mille

E i civili dettati illustra e i carmi

E folgora i tiranni e move l’armi.[176]                   14

Qui lo spirto erse il voi: qui festeggiando

Lo circonfuse di più fiamme un lume

Che avean di roteanti astri sembianza,

E cinselo e girassi; e armonizzando

Alta e soave oltre l’uman costume

Voce sonò da la beata danza.

‒ Al loco onde si parte ogni possanza                          21

Che l’italica vita informa e inizia

Tornasti, o vate, e a l’immortal dimora.

Vedi! Chi pria s’infiora

In questa luce, di martir primizia

Surse ne l’ultim’ora

Di Roma, e a lei seren l’alma e la lede

E a le gotiche verghe il corpo diede. [177]              28

Boezio egli è, di cui fu culto il nome

D’inni e votivo grido in su ’l Ticino

Mentre Italia premea scitico verno.

Ecco di fregio consolar le chiome

Cinto chi volle il bel nome latino

Trarre al teutono impero e al duro scherno,

Ecco Crescenzio! E al Campidoglio eterno           35

Su’ vestigi di gloria anche splendenti

Roma drizzai pur io: ma, il rogo asceso

Da religion acceso.

Lasciai di libertade in fra le genti

L’alto desir conteso :

Però ch’io che d’amor più in te mi scaldo,

O spirito fraterno, io sono Arnaldo. ‒                   42

Folgoraron d’un riso, e in un amplesso

D’ardor congiunte le due luci dive

Disser parole sol da loro intese :

Di lor gaudio parea godere anch’esso

L’alto concilio, e ’n ruote più giulive

La benedetta danza si raccese.

Fiammeggiò nuovo spirito, e riprese:                          49

‒ Io ’l bel desire e la tua fede questi

Raccolse, ed, ahi, de’ re chercuti l’ira.

Ma inneggiando a la pira

La fé sorvola; e a’ popoli ridesti,

Rotto l’avello, spira

Da l’ossa nostre l’immortal parola.

Io fui ’l tribuno, ed ei Savonarola.[178]                  56

Maggior de’ tempi e de l’obliquo fato,

Degno a cui il cielo altra più vasta lode

Che seguir morte e l’alta idea donasse,

Questo è ’l fulgore del lucchese Arato,

Ultimo che a le vostre occidue prode

La fuggitiva libertà raggiasse.[179]                        62

.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .

XVIII

NEI PRIMI GIORNI DEL MDCCCLXII

XVIII. - NEI  PRIMI  GIORNI  DEL MDCCCLXII.  ‒ L’ode datata « 22-24 dicembre 1861 » fu terminata, secondo un autografo carducciano, l’8 gennaio 1862. Consta di 28 strofe di 4 versi ciascuna costituiti da due settenari sdruccioli alternati con due endecasillabi piani: aBaB. Prendendo spunto forse dalla proclamazione del regno d’Italia, il Poeta fa un ampio giro d’orizzonte sull’Europa, dove molti altri popoli giacciono ancora sotto il giogo di dominazioni tiranniche. La Serbia innanzi tutto e la Grecia, che aspirano a completare l’unità nazionale con la liberazione delle terre ancora in mano ai Turchi. A tal proposito il Poeta ammonisce a non confidare nell’aiuto dello Zar di Russia, il quale non può portare agli altri quella libertà che non concede al suo popolo. La libertà è una dea temuta dalla regina di Spagna e rinnegata dalla dinastia dei re prussiani. Il Carducci passa poi a considerare gli Asburgo, per i quali formula qui per la prima volta l’idea della Nemesi storica destinata a colpire l’atavica colpa che genera sempre nuovi errori. Invoca infine la libertà che, concessa e ottenuta senza spargimento di sangue, con giustizia ed umanità, genera la pace, promuove le attività del lavoro e delle arti, ispira l’idea sociale del sentimento fraterno che unisce il popolo.

A i campi che verdeggiano

Più lieti al ciel da la straniera clade

Splendi, nov’anno; esultino

Nude ne’ raggi tuoi l’itale spade.[180]                              4

A te le braccia e l’animo

De la Narenta da l’irriguo piano

E di Cettigna indomita

Dal pinifero vertice montano[181]                                     8

Leva il Serbo; ma ’l vindice

Acciar non pone, che pur or gioiva

Percotendo a l’osmanico

Furore il tergo obbrobrioso in Piva.[182]                         12

Te chiama il figlio d’Eliade

Sovra le tombe de’ suoi padri eretto;

E acceso de la memore

Speranza e d’ira l’innovato petto[183]                             16

Guarda a le rupi tessale

Onde Orfeo scese e il re de’ prodi Achille,

A l’Egeo sacro, a l’isole

Radianti d’omeriche faville ;[184]                                     20

Guarda, e i fraterni vincoli

Rompe e l’oblique bavare dimore.

Preme, ancor preme i barbari

Di Riga il canto e di Bozzàri il core.[185]                       24

In vano in van la tunica

Del profeta guerrier tu spieghi a’ venti,

A turpe gregge l’alacre

Fé d’Alí chiedi in van, re de i credenti.[186]                   28

Ben tre fiate l’invido

Timor de’ regi ti campò da morte:

Levati omai, del Bosforo

L’onde ritenta e le asiane porte.[187]                              32

Lungi da noi la putrida

Stirpe cui regna il fato, e a l’infelice

Servaggio ed a l’immobile

Ozio e a le tombe, preda ignava, addice.[188]             36

Ma non fia già che il limpido

Sol riconforti ed Elle argentea lavi

Te falso Tito sarmata,

Te glorïato redentor di schiavi.[189]                               40

Perché là su la Vistola

Tutta una plebe a Dio grida e si duole,

E il ferro entro le fauci

Tronca l’inerme priego e le parole?[190]                        44

Perché le madri accusano

Fioche ne’ pianti i siberiani esigli

E a la terra e a l’oceano

Chieggon le sparse, ohimè, tombe de’ figli?                 48

Bella ed austera vindice

Su i larghi mar cammina alta una dea :

Arde di amore il nubilo

Ciel da’ suoi lumi e 'l pigro suol ricrea.[191]                  52

Ratta più che il fulmineo

Pie de’ poliedri ucrani, eccola ! e l’asta

Incontro a lei da l’ispido

Tuo cosacco vibrata, o Czar, non basta.                             56

È la dea che l’iberica

Donna sgomenta : in van s’abbraccia a l’ara

La peccatrice, e i lugubri

Odi rattizza e i fochi atri prepara.[192]                       60

È la dea cui discredere

Di Federico la progenie estrema

Osa e dal ciel ripetere

Lo scettro e il percussor ferro e ’l diadema:[193]       64

Ma Dio non tempra, o misero,

Serti a i re; forza a le sue plebi infonde,

E ’l vasto grido suscita

Che di terror gli eserciti confonde.[194]                     68

È la dea che de’ vigili

Occhi circonda il sir de’ Franchi, e aspetta;

E a noi mostra i romulei

Colli e il mar d’Adria e l’ultima vendetta.[195]         72

E tu ne la man parvola,

Siccome verghe in tenue fascio unite,

Tu vuoi di sette popoli

Stringere, Asburgo, le discordi vite?[196]                  76

La colpa antica ingenera

Error novi e la pena: informe attende

Ella, e il giusto giudicio

Provocato da gli avi in te distende.[197]                     80

E d’Arad e di Mantova

Si scoverchiano orribili le tombe:

S’affaccia a l’Alpi retiche

Lo spettro di Capeto e al soglio incombe.[198]          84

Astieni, astien la vergine

Man da la scure e da i lavacri orrendi,

E intemerata a i popoli

Che si drizzan a te, libertà, splendi.[199]                   88

Fuma a’ tuoi piè la folgore,

Nunzia su le tue vie va la procella,

Ma ne gli sguardi tremola

Lume gentil di matutina stella.                                 92

Deh non voler che violi

Regia prora del tuo Franklin i flutti:

Il sangue al fin di Bròuno

Vendica, o giusta, e del servaggio i lutti.[200]          96

Pianta le insegne italiche

Di Roma tua su i mal vietati spaldi,

Guida tonando a l’Adige

La secura virtù di Garibaldi.[201]                             100

E poi ne torna l’utile

Pace e a gli aratri l’obliato onore,

L’arti che a te fioriscono

E de’ commerci aviti il lieto ardore.[202]                   104

A te cori di vergini

E di garzoni inghirlandati ogni anno

Ricondurrà; le tremole

Facce de’ padri a te sorrideranno.                              108

E un tuo vate, la ferrea

D’Alceo corda quetata, in su le glebe

Dal pio travaglio floride

Leverà il canto a la fraterna plebe.[203]                      112

XIX

PER LA SPEDIZIONE DEL MESSICO

XIX. - PER LA SPEDIZIONE DEL MESSICO. ‒ Questo sonetto, datato 13 febbraio 1862, nasce, cosí come il seguente, dallo sdegno suscitato nel Poeta dalla spedizione militare voluta dalla folle ambizione di Napoleone III contro la Repubblica messicana di Benito Juarez. Lo spunto avrà poi ampio sviluppo in Miramar, quando già la fucilazione di Massimiliano d’Asburgo (1867), il quale aveva accettato dai Francesi la corona del Messico, apparirà al Poeta come opera della Nemesi che colpisce le colpe della dinastia austriaca. Qui il Carducci si scaglia contro l’Europa, la quale non si limita a tenere oppressi tanti popoli, ma va a portare le catene del servaggio anche oltre l’oceano.

O albergo di tiranni, o prigion fella

Di plebi oppresse lacerate e smorte,

Fucina di servaggio, ove ritorte

Ad ogni gente tirannia martella;[204]                               4

Chiama, Europa, a’ tuoi segni anco la morte,

Altre d’uomini vite, empia, macella,

Si ch’a i liti da te franchi la bella

Tua libertà vizi e catene apporte.[205]                              8

Ancella Francia ad ogni reo potere.

Spagna feroce, ed Anglia mercantesca

A novelli trionfi empion le schiere.[206]                           11

A un affamato regolo nov’esca

Offron d’anime e terre. O imprese altere.

Fin che di sua viltade al mondo incresca![207]               14

XX

ANCHE PER LA STESSA

XX. - ANCHE PER LA STESSA. ‒ Sonetto datato dall’autografo carducciano « maggio 1862 ». Per l’occasione cfr. il sonetto precedente (XIX). Il Poeta sviluppa qui il tema dell’insaziabile avidità di dominio di Napoleone III, il quale dopo la Repubblica romana cerca oltre oceano altre repubbliche da soffocare e spegnere.

Timor, pudore, o de l’avito orgoglio

Spirito alcun ritragge gli altri: ei resta,

Ei consuma da sol l’inclita gesta,

Solo prepara il disonesto spoglio.[208]                              4

Ei, che guatò ladron notturno al soglio

Tra i romani cadaveri la testa

Lento rizzando, or con novel rigoglio

Sente l’antica fame entro ridesta.[209]                              8

E cerca oltre la franca onda d’Atlante

Repubbliche altre ch’ei soffoghi e spenga,

Di libertade insidioso amante;                                         11

Traccia altri armenti che in sua tana ei tenga,

Caco imperial. Deh, Libertade, errante

Alcide, quando fia che tu sorvenga![210]                        14

XXI

ROMA O MORTE[211]

.    .    .    .    .    .

Qual voce da i fatali

Tuoi colli, o Roma, un sacro eco rintona

D’editto consolar sopra le genti?

I sepolti immortali

Luminosi di tutta la persona

Che sorgono a chiamar da i monumenti?

O madre alma, o parenti                                                                    7

Del popol nostro, in su ’l bimare lido,

Ovunque il sol d’itala vita accende

A’ petti una scintilla,

Ogni man chiede l’armi al vostro grido,

Ogni cuor batte procelloso, splende

Di lacrime e furore ogni pupilla,

E gloria e morte ogni desio sfavilla.[212]                         14

L’udí pria l’aspettante

Di Caprera leon: con un ruggito

Fiutando la battaglia alzò la testa,

E saltò fuor. Le sante

Ombre accorrendo al dittator romito

Lo circondâr con rombo di tempesta.

E già l’inclita gesta                                                          21

Prende ogni mente giovanil: chiamare

Novellamente pare

Giù da Marsala un lieto suon di tromba

Sparso a gl’itali venti.

I pii vecchi lasciâr, le donne care;

E te Roma cercando od una tomba,

Tentan con man le piaghe ancora ardenti

Sotto il saio vermiglio, e van fidenti.[213]                    29

.      .      .      .      .

XXII

DOPO ASPROMONTE

XXII. - DOPO ASPROMONTE. ‒ L’ode fu scritta nel settembre 1864 « in poche ore ‒ come scrive il Carducci stesso (Lettere III, 493) ‒ parte in Riccardiana, con innanzi il cod. del Poliziano e a lato le stampe, parte in una scomoda camera che aveva a dozzina, la sera... », a Firenze, dove il Poeta s’era recato a consultare i Codici per l’edizione delle Rime del Poliziano. Nasce quindi di getto, dopo che il 29 agosto le truppe regie avevano affrontato Garibaldi all’Aspromonte stroncando il suo generoso, quanto intempestivo tentativo di marciare su Roma con un atto di forza. Sono 33 strofe, ognuna composta di 4 versi settenari, sdruccioli e piani, che s’alternano seguendo la rima: abab. « Fiero brindisi » il Carducci stesso definì l’ode (Lettere III, 492), nella quale dice ch’egli aveva sperato di poter cantare il progresso dei popoli liberi e invece deve mandare il proprio saluto al carcere dove è stato rinchiuso Garibaldi dopo Aspromonte. Di qui il brindisi alla libertà vendicatrice e al tempo stesso l’invettiva contro Napoleone III, il quale, schierandosi in difesa dello Stato pontificio, fu la causa prima dello scontro fratricida. Ma l’odio è sterile, dice il Poeta, il quale cerca conforto e vigore nuovo nella visione di un futuro irraggiato dalla giustizia e dalla libertà. Con rinnovato ardore il Poeta incita quindi gli Italiani d’alto sentire, pochi ormai per la verità, a preparare questo luminoso avvenire.

Fuggon, ahi fuggon rapidi

Gl’irrevocabili anni!

E sempre schiavi fremere.

Sempre insultar tiranni,                                   4

Ovunque il guardo e l’animo

Interrogando invio,

Odomi intorno; ed armasi

Pur d’odio il canto mio.[214]                            8

Sperai, sperai che, il ferreo

Tempo de l’ire vòlto,

Io libero tra i liberi,

A liete mense accolto,[215]                               12

Potrei ne’ voti unanimi

Seguir con l’inno alato

L’ascensïon de’ popoli

Su per le vie del fato.                                       16

Tal salutando Armodio

Incoronar le cene

Solea tornata a civica

Egualitade Atene :[216]                                     20

Fremean gli aerei portici

Al canto, e Salamina

Rosea del sole occiduo

Ridea da la marina :[217]                                  24

Pensoso udia Trasibulo,

E nel bel fior de gli anni

La fronte radïavagli,

Minaccia de’ tiranni.                                       28

Oh, ancor nel mirto ascondere

Convien le spade: ancora

L’antico e il nuovo obbrobrio

Ci fiede e ci addolora.[218]                              32

O libertà, sollecita

Speme de’ padri e nostra.

Sangue di nuovi martiri

Il tuo bel velo inostra;[219]                              36

Né da te gl’inni movono

Dove Rattazzi impera

E geme in ceppi il vindice

Trasibul di Caprera.[220]                                 40

Oh de l’eroe, del povero

Ferito al carcer muto

Portate, o venti italici,

Il mio primier saluto.                                      44

Evviva a te, magnanimo

Ribelle! a la tua fronte

Più sacri lauri crebbero

Le selve d’Aspromonte.[221]                           48

Spada il tuo nome (o improvvido,

Ei non ti fu lorica),

Tu solo ardisti insorgere

Contro l’Europa antica.[222]                           52

Chi vinse te? Deh, cessino

I vanti disonesti:

Te vinse amor di patria

E nel cader vincesti.[223]                                 56

Evviva a te, magnanimo

Ribelle e precursore!

Il culto a te de’ posteri,

Con te d’Italia è il cuore!                               60

Io bevo al dí che fausto

L’eterna Roma schiuda,

Non a’ Seiani ignobili,

A i Tigellini, a i Giuda,[224]                           64

Si a libertà che vindice

De l’umano pensiero

Spezzi la falsa cattedra

Del successor di Piero.[225]                            68

Io bevo al dí che tingere

Al masnadier di Francia

Dee di tremante e luteo

Pallor l’oscena guancia.[226]                         72

Ferma, o pugnal che in Cesare

Festi al regnar divieto,

O scure a cui mal docile

S’inginocchiò Capeto![227]                            76

Sacro è costui: segnavalo

Co ’l dito suo divino

La libertà: risparmisi

L’imperial Caino.                                           80

Viva; e un urlar di vittime

Da i gorghi de la Senna

E da le fosse putride

De la feral Caienna[228]                                 84

Lo insegua: e, spettri lividi

Con gli spioventi crini,

‒ Sii maledetto ‒ gridingli

Mameli e Morosini.[229]                                88

‒ Sii maledetto ‒ e d’odio

Con inesauste brame

I fratricidi il premano

Onde Aspromonte è infame.[230]                 92

Viva: insignito gli omeri

De la casacca gialla,

Al piè, che due repubbliche

Schiacciò, la ferrea palla,[231]                       96

Di sua vecchiezza ignobile

Contamini Tolone

Ove la prima folgore

Scagliò Napoleone.[232]                                100

Ahi, grave è l’odio e sterile,

Stanco il mio cuor de l’ire:

Splendi e m’arridi, o candida

Luce de l’avvenire!                                         104

Arridi! i nostri parvoli

Che a te veder son nati

Io t’accomando: ei vivano

Del raggio tuo beati.                                      108

A terra i serti e l’infule!

In pezzi, o inique spade !

Sole nel mondo regnino

Giustizia e libertade![233]                                112

O dee, ne la perpetua

Ombra si chiuderanno

Quest’occhi, e il vostro imperio

In van ricercheranno.                                     116

O dee, ma, quando compiansi

L’età vaticinate,

Di vostra gloria un alito

Su l’avel mio mandate.[234]                            120

Io ’l sentirò : superstite

A i fati è amor: e vive

Esulteran le ceneri

Del vostro vate, o dive.[235]                             124

Or distruggiam. De i secoli

Lo strato è su ’l pensiero :

O pochi e forti, a l’opera,

Che ne i profondi è il vero.[236]                      128

Odio di dèi Prometeo,

Arridi a’ figli tuoi.

Solcati ancor dal fulmine,

Pur l’avvenir siam noi.[237]                             132

XXIII

CARNEVALE

VOCE DAI PALAZZI

XXIII. - CARNEVALE. ‒ Idillio composto tra il 22 gennaio e VII febbraio 1863. Consta di 20 stanze di 8 versi ciascuna, sei endecasillabi e due settenari; schema: aBCaBCDD. Il Poeta riprende il tema della « poesia sociale » già trattato nell’ode Per raccolta in morte di ricca e bella signora (VIII), ma in modo più ampio, che rivela letture di Proudhon e di Victor Hugo. Quattro voci s’alternano a descrivere situazioni e ambienti in cui vengono contrapposti ricchi e poveri, fortunati e infelici; una quinta voce conclude il confronto ed esprime con amaro sarcasmo lo sdegno del Poeta. Comincia la Voce dai palazzi di chi contempla l’inverno con senso estetico e si compiace delle tempeste e del solitario paesaggio innevato, potendo riscaldarsi al tepore del fuoco e rallegrarsi nelle brillanti semte trascorse a teatro. Risponde a questa la voce che s’alza dai tuguri, voce d’una madre, la quale non ha che il calore del suo cuore per rianimare le membra intirizzite del figlioletto. Dalle sale dove fervono feste mondane viene ora la voce che invita ai brindisi, alle danze, agli approcci di amori superficiali ed effimeri di chi ritiene di legittimare i propri piaceri ricordando d’aver assolto i doveri sociali nei confronti degli infelici con i contributi dati alla pubblica elemosina e alle opere di pietà. Dalle soffitte s’alza come quarta la voce di una fanciulla che racconta la triste, infamante storia della fame che l’ha costretta a battere i trivi per procurare il pane per sé e per la madre. Ultima ecco la Voce di sotterra, dolente, amara, sdegnata, che vede la ricca borghesia riunita in festa godere del proprio benessere, insensibile ed estranea alla fanciulla che si prostituisce per fame o al fanciullo che muore di freddo.

E tu, se d’echeggianti

Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva

Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi,

Voce d’umani pianti

E sibilo di tibie e de la belva

Ferita il rugghio in mille suoni rendi,

Borea, mi piaci. E te, solingo verno,

Là su quell’alpe volentieri io scerno.[238]                     8

Una caligin bianca

Empie l’aër dormente, e si confonde

Co ’l pian nevato a l’orizzonte estremo.

Tenue rosseggia e stanca

Del sol la ruota, e tra i vapor s’asconde,

Com’occhio uman di sue palpebre scemo.

E non augel, non aura in tra le piante,

Non canto di fanciulla o viandante;[239]                  16

Ma il cigolar de’ rami

Sotto il peso ineguale affaticati

E del gel che si fende il suono arguto.

Canti Arcadia e richiami

Zefiro e sua dolce famiglia a i prati :

Me questo di natura altiero e muto

Orror più giova. Deh risveglia, Eurilla,

Nel sopito carbon lieta favilla;[240]                            24

Ed in me la serena

Faccia converti e ’l lampeggiar del riso

Che primavera ove si volga adduce.

A la sonante scena

Poi ne attendono i palchi, ove dal viso

De le accolte bellezze ardore e luce

E da le chiome e da gl’inserti fiori

Spira l’april che rinnovella odori.[241]                       32

VOCE DAI TUGURI

Oh se co ’l vivo sangue

Del mio cor ristorare io vi potessi,

Gelide membra del figliuolo mio!

Ma inerte il cor mi langue,

E irrigiditi cadono gli amplessi,

E sordo l’uomo ed è tropp’alto Iddio.

O poverello mio, la lacrimosa

Gota a la gota di tua madre posa.[242]                            40

Non de la madre al seno

Il tuo fratel posò: lenta, su ’l varco

Presse gli estremi aliti suoi la neve.

Da l’opra dura, pieno

Il dí, seguiva sotto iniquo carco

I crudeli signor co ’l passo breve;

E co’ l’uom congiurava a fargli guerra

L’aere implacato e la difficil terra.[243]                            48

Il nevischio battea

Per i laceri panni il faticoso;

E cadde, e sanguinando in van risorse.

La fame ahi gli emungea

L’ultime forze, e al fin su ’l doloroso

Passo lo vinse; e pia la morte accorse:

Poi cadavere informe e dissepolto

Lo ritornar sotto il materno volto.[244]                             56

Ahimè, con miglior legge

Aquila in rupe e belva antica in lustre,

Ed un covil protegge

Tepido i sonni ed il vigor restaura

A i can satolli entro il palagio illustre

Qui presso, dove de l’amor più forte,

Figlio de l’uomo, te mena il gelo a morte.[245]               64

VOCE DALLE SALE

Mescete, or via mescete

La vendemmia che il Ren vecchia conserva

Di sue cento castella incoronato.

Gorgogli con le liete

Spume a lo sguardo e giù nel sen ci ferva

Quel che il sol ne’ tuoi colli ha maturato

Cui ben Giovanna a l’Anglo un dí contese,

O di vini e d’eroi Francia cortese.[246]                             72

Poi ne rapisca in giro

La turbinosa danza. Oh di pompose.  

E bionde e nere chiome ondeggiamenti,

Oh infocato respiro

Che al tuo si mesce, oh disvelate rose,

Oh accorti a fulminare occhi fuggenti;

Mentre per mille suoni a tempra insieme

L’acuta voluttà sospira e geme!                                       80

Dolce sfiorar co ’l labro

Le accese guance, e stringer mano a mano

E del seno su ’l sen le vive nevi,

E di sua sorte fabro

Ne l’orecchio deporre il caro arcano

De le sorrise parolette brevi,

E meditar cingendo il fianco a lei

De l’espugnata forma indi i trofei.[247]                           88

Che se di nostre feste

Scorra su l’util plebe il beneficio

E civil carità prenda augumento;

Mercé nostra, il celeste,

Che bene e mal parti, saldo giudicio

Ha di bella pietade alleggiamento.

Noi, del nostro gioir, beata prole,

Rallegriam l’universo a par del sole.[248]                       96

VOCE DALLE SOFFITTE

Mancava il pan, mancava

L’opra sottile a reggere la vita;

E al freddo focolar sedea tremando,

E muta mi guardava,

Pallida mi guardava e sbigottita,

La madre: e un lungo giorno iva passando

Che perseguiami quel silenzio e ’l guardo,

Quand’io lassa discesi a passo tardo.[249]                    104

Piovea per la brumale

Nebbia lividi raggi alta la luna

In su ’l trivio fangoso, e dispariva

Dietro le nubi : tale

Di giovinezza il lume in su la bruna

Mia vita mesto fra i dolor fuggiva.

E la man tesi: e vidimi in conspetto

Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto[250]             112

Immane. Ahi, ma più immane

Me, o superbi, premea la lunga fame

E il guardo e il viso de la madre antica.

Tornai: recai del pane:

Ma tacean del digiuno in me le brame,

Ma sollevare i gravi occhi a fatica

Sostenni; o madre, e nel tuo sen la fronte

Ascosi e del segreto animo l’onte.                                          120

Addio, d’un santo amore

Fantasie lacrimate, e voi compagne

Di questa infelicissima fanciulla!

A voi rida il candore

Del vel che la pia madre adorna e piagne,

E ’l pensier ch’erra a studio d’una culla.

Io derelitta io scompagnata seguo

Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.[251]                 128

VOCE DI SOTTERRA

Taci, o fanciulla mesta;

Taci, o dolente madre, e l’affamato

Pargol raccheta ne la notte bruna.

Fiammeggia, ecco, la festa

Da’ vetri del palagio, ove il beato

De la libera patria ordin s’aduna,

E magistrati e militi tra’ suoni

E dotti ed usurier mesce e baroni.[252]                           136

De’ tuoi begli anni il fiore,

O fanciulla, intristi, chiedendo in vano

L’aer e l’amor ch’ogni animai desia;

Ma ride in quel bagliore

Di sete e d’òr, che con la bianca mano

La marchesa raccoglie e va giulia

In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?,

La prostituzïone a la tua porta.                                     144

Quel che ne la pupilla

Del figliuol tuo gelò supremo pianto

Che tu non rasciugasti, o madre trista,

Gemma s’è fatto e brilla

Tra ’l nero crin de la banchiera. E intanto

Il leggiadro e soave economista

A lei che ride con la rosea bocca

Sentenze e baci dissertando scocca.[253]                       152

Gioite, trionfate,

O felici, o potenti, o larve! E quando

Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia,

Uscite e dispiegate,

Pur la mal digerita orgia ruttando,

Le vostre pompe a’ suoi digiuni in faccia;

E non sognate il di ch’a l’auree porte

Batta la fame in compagnia di morte.[254]                   160

XXIV

PER LA RIVOLUZIONE DI GRECIA

XXIV. - PER LA RIVOLUZIONE DI GRECIA. ‒ L’occasione dell’ode, datata 8 novembre 1862, ma rielaborata e corretta nel 1867 per l’edizione dei Levia Gravia, è rappresentata dall’insurrezione del popolo greco contro il suo re Ottone di Baviera, il quale con i suoi atteggiamenti conservatori, le sue debolezze e i suoi tentennamenti tradiva le speranze che i Greci avevano riposte in lui affidandogli il regno, dopo la vittoriosa lotta per l’indipendenza sostenuta contro i Turchi. Per la struttura metrica, si tratta di strofe di quattro versi, ciascuna costituiti da due doppi quinari, di cui il secondo sdrucciolo, seguiti da un settenario piano e da un endecasillabo tronco, il quale fa rima al mezzo con il settenario precedente: AAbC.

Il Poeta inneggia alla Libertà che è tornata a rinnovare le glorie antiche nella terra di Grecia. L’ombra di Demostene si posa soddisfatta nell’Agorà, nella quale un tempo tuonò in difesa della Grecia contro Filippo di Macedonia. Ma è un’illusione effimera, poiché i Greci mettono sul trono un nuovo re.

Dunque presente nume ancor visiti,

Sacra Eleuteria, la terra d’Eliade,

Che già d’armi e di canti

E d’altari fumanti ‒ ardeva a te?[255]                        4

E là, dal vecchio Pireo, da l’isola

Che la tua gesta racconta a i secoli,

De la fuga tremante

Tu ancor l’amaro istante ‒ insegni a i re?[256]          8

Oh viva, oh viva! Dovunque i popoli

Tu a l’armi accendi tu i troni dissipi,

Ivi è la musa mia,

De l’agil fantasia ‒ su l’ale io son.                                        12

Deh come lieto tra il Sunio e l’isole

Care ad Omero care ad Apolline

L’azzurro Egeo mareggia,

Su cui passeggia ‒ de’ gran fatti il suon![257]           16

Infrenin regi le genti barbare,

Grecia li fuga. Veggo Demostene

Su ’l bavarico esiglio

Il torvo sopracciglio ‒ dispianar.[258]                         20

Ombra contenta ricerca ei l’agora

Che già ferveva fremeva urtavasi

De la sua voce al suono

Sí come al tuono ‒ il nereggiante mar.[259]              24

Da poi che il brando nel mirto ascosero

Armodio e il prode fratello unanime

Non mai di più giocondo

Per Atene su ’l biondo ‒ Imetto uscì.[260]                 28

Udite... È un altro fanciullo barbaro

Che Alene accatta rege. Nasconditi,

Musa: ritorna in pianto

D’Armodio il canto ‒ a questi ignavi dì.[261]            32

XXV

BRINDISI[262]

Se già sotto l’ale

Del nero cappello

Nel vin Cromuello

Cercava il signor,[263]                         4

Ne’ colmi bicchieri

Ricerco pur io

Men fiero un iddio,

Ricerco l’amor.                                    8

Evviva, o fratelli.

Evviva la vigna,

Il suolo ove alligna,

L’umor ch’ella dà!                            12

A l’ombra de’ tralci,

Cui ’l sol lieto ride,

L’industria s’asside

E la libertà.[264]                                 16

O ver se fiorita

Ne gli orti d’Atene

Protesse le cene

Del vecchio Platon,                           20

O se lussureggia

Nel suolo ove ardito

Co ’l nero infinito

Fu Vico in tenzon,[265]                     24

O dove tra i colli

De l’Arno giocondi

S’aprí de’ tre mondi

La via spirital,[266]                            28

O se del suo succo

Più puro e leggero

Scaldò di Voltero

Il riso immortal,[267]                        32

Evviva la vigna

Che l’arti raccoglie,

Che il gelo discioglie

Di barbare età![268]                          36

Anch’io nel suo sangue

Ricerco il signore,

Ricerco l’amore

E la libertà.[269]                                40

I re congiurati

Or meditan guerra,

E schiava la terra

Ne gli odi insaní.[270]                       44

O prole d’Arminio,

Pur io ti saluto,

Io prole di Bruto:

E bevo a quel dí.[271]                        48

Che, su le ruine

De’ trenta tuoi sogli

Deposti li orgogli

D’un evo incivil,[272]                         52

La man tu ci stenda

Da l’alpe gelata,

La man non più armata

Del ferro servil,[273]                          56

Ma sí del cristallo

Che Praga lavora

E il vino colora

Del limpido Ren.[274]                       60

Risplenda su l’urne

De’ vostri riposi,

O padri ringhiosi,

Quel giorno seren:[275]                    64

Risplenda: ne’ voti

A l’itala mano

Francata Murano

La tazza darà.[276]                           68

Su l’alpe arridendo

Le avverse contrade

La dea libertade

Quei voti accorrà.                            72

XXVI

NEL SESTO CENTENARIO DI DANTE

XXVI. - NEL SESTO CENTENARIO DI DANTE. ‒ Questi tre sonetti, ispirati dalla celebrazione del sesto centenario dantesco, tenuta in forma ufficiale a Firenze allora capitale d’Italia, e alla quale partecipò anche il Carducci, furono letti il 28 maggio 1865 alla Società Scient. Letter. di Faenza. Il Poeta immagina (I sonetto) che lo spirito di Dante sorga dalla tomba di Ravenna e scenda dal crinale dell’Appennino verso la sua città tra il muto sbigottimento dei vivi, mentre le anime dei grandi gli si fanno incontro dai loro sepolcri a salutarlo. L’anima di Dante (II sonetto) si ferma librata alta nel cielo a guardare Firenze, e, vedendo ivi convenuti per la celebrazione i gonfaloni di Roma e di Venezia abbrunati a significare il lutto dell’oppressione cui ancora soggiacciono le due città, ripete l’invettiva che già lanciò nel canto VI del Purgatorio sulla servitù dell’Italia ed esorta gli Italiani a correre a Roma. Poiché i vivi indugiano (III sonetto) sono i morti che si accingono a combattere: le ombre degli eroi muovono verso il Veneto e le anime dei filosofi seguono il poeta alte rive del Lazio.

I

Io ’l vidi. Su l’avello iscoverchiato

Erto l’imperial vate levosse:

Allor la sua marina Adria commosse,

E tremò de l’Italia il manco lato.[277]                              4

Qual vapor mattutino ei nel purgato

Etere surto a l’Appennino mosse:

Drizzò lo sguardo a valle, e poi calosse

Come nembo di lampi incoronato.[278]                          8

Sentir l’arcana deità presente

Le plebi de’ mortali e sbigottita

Nel conspetto di lui tacque ogni mente:[279]

Ma fuor de l’arche antiche al sole uscita

De’ savi e de’ guerrier la morta gente

Salutò la grand’anima redita.

II.

Ella ove incurva il ciel più alto l’arco

Fermossi, e ’l viso a la città distese.

Mirò l’itale insegne, e l’occhio carco

Di lacrime in un riso almo si accese.[280]                       4

Ma, come d’atro velo ombrate e offese

Vide, Quirin, la tua, la tua, San Marco,

De l’immortale amore al sen raccese

Sentí le punte, e ruppe a l’ira il varco.[281]                    8

‒ Ahi, serva Italia, di dolore ostello!

Ancor la lupa t’impedisce, e doma

Gli spirti tuoi domestico flagello.[282]

Mal rechi a l’Arno la mal carca soma:

Non questo è il nido del latino augello:

Su, ribelli, e spergiuri, a Roma, a Roma![283]               14

III.

Disse, e movea. Come ne’ turbin torti

Groppo di nubi rapide su’ venti,

De’ magnanimi eroi di vita spenti

Seguian l’ombre partite in due coorti.[284]                    4

Gli uni, in pruove di guerra anime forti,

Scendean sinistri vèr le adriache genti:

Oh, quando i vivi a te salvar son lenti,

Sacra Italia, per te pugnino i morti![285]                         8

Gli altri, a filosofar menti divine,

Dietro il poeta che splendea primiero

Le famose attingean rive latine.                                     11

Quel che avvenne, non so: ma tosto, io spero,

Rifiorita d’onor su le ruine

Roma libera fia da l’adultèro.[286]                                 14

XXVII

CURTATONE E MONTANARA

XXVII. CURTATONE E MONTANARA. ‒ Sonetto datato 27 maggio 1867 e scritto, come annota il Carducci stesso « per la deliberazione presa a quei giorni dal Comune di Firenze di abolire la commemorazione dei morti nel combattimento di Curtatone e Montanara l’anno 1848 e di onorare solennemente soltanto il 28 di luglio e la memoria di Carlo Alberto, la prima e più nobile delle vittime della rivoluzione italiana ». Solo il Mincio e la terra che li ricopre canteranno la gloria dei caduti di Curtatone e Montanara. Firenze li esclude dal culto degli eroi e li caccia dal tempio delle memorie della patria, ma la storia restituirà loro la gloria e l’onore negati.

Di Maro il fiume e ’l verde pian, che tanta

Mal vendicata, ahimè, virtù rinserra.

Sonerà vostre lodi, o sacra, o santa

Primavera d’eroi de la mia terra.[287]                            4

Non l’Arno più. Di regi ostri s’ammanta

La città del Ferrucci e a voi fa guerra;

Da i servi fasti il vostro culto schianta;

De gli avi il tempio a voi contende e serra.[288]            8

O di martiri vulgo, anime ignude,

Fuora!.. Troppo gran peso a la memoria

È la vostra gentil plebea virtude.                                              11

Posate in grembo de l’ultrice istoria:

Qui ogni cosa ruina in servitude;

Qui de’ felici è tutto, anche la gloria.[289]                    14

XXVIII

ROMA

XXVIII. - ROMA. ‒ Sonetto datato « ottobre 1867 », nel quale il Poeta, come egli stesso annota, descrive la figura di Roma quale è scolpita nelle medaglie antiche e sulla traccia di un passo di Claudiano (In Olybii et Probini consulatum, 77 ss.), poeta latino vissuto tra il IV e V secolo d.C. In contrapposizione alla fiera ed impetuosa immagine della Roma pagana si vuole perpetuare la Roma del governo papista con la mitra sul capo e un rosario in mano.

Date al vento le chiome, isfavillanti

Gli occhi glauchi, del sen nuda il candore,

Salti su ’l cocchio; e l’impeto e il terrore

Van con fremito anelo a te d’avanti.[290]                       4

L’ombra del tuo cimier l’aure tremanti,

Come di ferrugigno astro il bagliore,

Trasvola; e de le tue ruote al fragore

Segue la polve de gl’imperi infranti.[291]                       8

Tale, o Roma, vedean le genti dome

La imagin tua ne’ lor terrori antichi:

Oggi una mitra a le regali chiome,                                          11

Oggi un rosario che la man t’implichi

Darti vorrien per sempre. Oh ancor del nome

Spaurì il mondo e i secoli affatichi![292]                        14

XXIX

PER  IL  TRASPORTO

DELLE RELIQUIE DI UGO FOSCOLO IN SANTA CROCE

(24 giugno 1871)

XXIX. - PER IL TRASPORTO DELLE RELIQUIE DI UGO FOSCOLO IN SANTA CROCE. ‒ L’autografo carducciano dichiara la canzone « cominciata 17 maggio 1871, finita 26 dicembre ». Si tratta di un’ode in 11 strofe di 8 versi luna, formati da due settenari e sei endecasillabi: aBCaBCDD. L’occasione, indicata dal titolo stesso, è data dal trasporto delle ceneri del Foscolo nel tempio di Santa Croce a Firenze dal cimitero di Chiswick in Inghilterra dove il poeta era morto nel villaggio di Turnham Green il 18 settembre 1827. L’ode è concepita in due parti che s’integrano in sviluppo. Nella prima il Carducci caratterizza la poesia foscoliana e il suo profondo significato civile e morale, onde il Foscolo respinse ogni compromesso servile coi tiranni e insegnò al popolo il culto dell’ideale. La sua anima converserà con i poeti antichi, oppure vivrà nello spirito che rinnova le forme del passato; ma avrà sempre il culto di un popolo attraverso la tomba. Di qui si svolge la seconda parte, dove l’esortazione s’accompagna al biasimo nei confronti degli Italiani, i quali vengono meno agli ideali che ispirarono il cantore dei Sepolcri e gli eroi che per essi diedero la vita.

Raggia di luce un riso

Da i marmi che d’argiva anima infusi

Vivono dèi ne le medicee sale,

Un fremito improviso

Corre lungo i severi archi dischiusi

De l’alta Santa Croce, or che immortale

De’ numi e de’ poeti a le serene

Sedi il molto aspettato Ugo riviene.[293]                         8

O vate che nel canto

La bellezza e la morte e di Mimnermo

Il senso al pianto del Petrarca annodi,

Vieni e posa nel santo

Luogo di gloria, nel solenne ed ermo

Tempio de’ padri; al tumolo custodi

Son qui l’itale muse, e la divina

Venere arride in vetta a la collina.[294]                          16

Di rose e läureti

Ella ti adorna con eterne feste

Le note a l’Alighier contrade austere,

E i colli e gli oliveti,

Che il tuo verso di luce anco riveste,

Come la luna, a le adorate sere

Che forse nel desio de la tua lira

Da Bellosguardo il rusignol sospira.[295]                       24

Chi a le libere muse

Puro si addisse e per l’augusto vero

Spregiò vulghi e tiranni e ’l fato a prova,

Chi al popol suo dischiuse

Dal cor profondo e da l’ingegno altero

L’onda e la luce de la vita nova,

Ben posa, qui da la mortal fatica

A l’ombra de la grande Italia antica.[296]                      32

Vivi tu, conscio spirto,

Forse, e da i verdi elisi, ove te Dante

Per mano addusse al gran veglio smirnèo

E tra l’ombroso mirto

Saffo ti ride e in gioventù raggiante

Teco d’armi e d’amor favella Alceo,

Rivóli ombra placata, e de’ nipoti

Ascolti il lacrimoso inno ed i vóti?[297]                           40

O ver nudo pensiero

Vivi ne l’universa alma che solve,

Rinnovellando ognor, le forme antiche?

E noi, te di severo

Culto onorando ne la muta polve,

Questa diva onoriamo umana Psiche

Che i secoli, varcando, adempie e schiara?

Pietra a i servi le tombe, a noi son ara.[298]                  48

Ma di Carrara i monti

Marmo non dan che paghi la ferita

Del poeta e i dolori ignoti e soli,

O belle ardite fronti

Ove s’impenna il sogno or de la vita,

Se quindi a voi gentil desio non voli,

Gentil desio di glorie e di dolori :

O gioventù d’Italia, in alto i cori ![299]                                 56

Meglio le ingiurie e i danni

De la virtude in solitaria parte,

Che assidersi co’ i vili a regia mensa:

Meglio trascorrer gli anni

Ne l’ombra de l’oblio, che vender l’arte

A cui d’ignobil fama aure dispensa:

Meglio i nembi sfidare al monte in cima,

Che belar gregge ne la valle opima.[300]                    64

Co ’l bello italo regno

Non crebber l’alme, e per più largo cielo,

Qual farfalletta in cui formazion falla,

Svolazza il breve ingegno:

Giacquer gli eroi; sogghigna, e senza velo

La fronte oscena e la deforme spalla

Da la verga d’Ulisse illividite

Su ’l tumulo d’Aiace erge Tersite.[301]                         72

Qual gittò tra le genti

Pensier l’Italia? in su l’antica fronte

Qual astro ride a l’avvenir d’amore?

Alte parole, e lenti

Umili fatti ! Ahi, ahi; mal con le impronte

De le catene a i polsi e più nel core,

Mal con la mente da l’ignavia doma,

Mal si risale il Campidoglio e Roma![302]                   80

Patria di grandi e forti,

Il tuo fato qual è? Se tal risponde

A gli avi suoi tuttor questa mal viva

Gente, l’ossa de’ morti

A che gravar di marmi? Io l’onde a l’onde

Impreco avverse in su la doppia riva,

E da i ridesti in Apennin vulcani

Pioggia di fuoco a i nostri dolci piani.[303]                88

Note

________________________

[1] 1-12. Come... de l’odore: intendi: come la viola dopo il lungo («antico ») gelo invernale svela timidamente solo (« pur ») nel profumo la sua bellezza modesta. — rifiorirmi nel core: rinasce cioè la fiducia nella poesia e nella fantasia del Poeta. — e il mondo... canto: natura tutta chiede al cuore del Poeta sentimenti e canti.

[2] 13-24. Luce... mia: l’anima del Poeta s’innalza come un tempo (« ancor ») ad attingere la luce della poesia e dell’amore che penetra nel cuore, e nella serenità delia poesia dissolve e allontana la cupa tristezza dei giorni durante i quali rimase muta. Il tema della luce è costante nella canzone. — da le piume: è il letto dove il malato è giaciuto per lungo tempo. L’immagine viene ripresa in sviluppo ai vv. 49 ss. — sitibondo: assetato di luce e di vita, che ritornano ora col sole che irrompe nella stanza. Anticipa l’idea dell’arsura della strofe seguente.

[3] 25-36. Quale... innante: Il dileguarsi dell’ispirazione intristisce la vita del cuore del Poeta, cosí come l’arabo sente aumentare gli stimoli della sete al vedere inaridirsi la vena d’acqua tra le sabbie del deserto.

[4] 37-48. ville: case. — con vigili pupille: con occhi attenti a scoprire tracce, segni che annuncino il suo ritorno. — lasso: stanco per la tensione del lungo ascolto.

[5] 49-60. ond’elitropio...: il girasole ha la proprietà di volgere sempre il fiore al sole. — de l’età novella: della giovinezza. — consorti: compagni. — pio: caro. — suole: suole cadere. — fratello: il fratello del Poeta, Dante, che s’uccise il 4 novembre 1857. — sole... l’ossa: costruisci e intendi: ora la tomba di Torquato Gargani, sepolto a Faenza, tiene lontano dal pianto del padre, che abita a Firenze, anche le speranze, cioè lo spirito e il corpo dell’amico. Insomma il padre non può piangere sulla tomba lontana del figlio Torquato.

[6] 61-72. O... schiva: anima ritrosa ch’ardevi al fuoco d’ogni nobile sentimento. — da l’acre... consunta: la morte («acre ver») sopraggiunse dopo una lunga malattia, che il Gargani sopportò con grande serenità d’animo. — qual... perde: costruisci ed intendi: cosí come tra i nembi di un mare tempestoso dilegua la costa verdeggiante e sembra vestita di splendore dai raggi del sole che tramonta agli occhi di chi, partendo per l’esilio, è costretto a cambiare la propria terra con un’altra e a perderla.

[7] 73-84. Altri... in vista: ora il Poeta ha bisogno («vorriasi») di altre ali che diano maggior affidamento al volo della poesia, di altre forze d’ingegno, che non ceda al dubbio, per poter seguire il volo della musa tesa all’infinito. — per gli silenzi... s’allontana: Forse un ricordo leopardiano (La sera del dì di festa, w. 43-46: « ed alla tarda notte / un canto che s’udia per li sentieri / lontanando morire a poco a poco, / già similmente mi stringeva il core »). Arcana è poi la notte per quel senso di mistero ch’essa porta sempre in sé.

[8] 85-96. Ma no... novelli:  Interpreta: dovunque la parola umana vibrante di dolore scaglia accuse in faccia al mondo creato da Dio, e l’uomo nega il perdono al proprio simile, e la condizione miserevole e infamante di coloro che dovrebbero essere nostri fratelli (« fraterno armento ») è oggetto dello scherno obbrobrioso di pochi privilegiati, i quali vi speculano per aumentare le proprie ricchezze; e dovunque la forza dissimulata sotto l’apparenza del diritto e l’inganno camuffato sotto i veli disonorati della religione impongono il loro potere, là sono i nostri amici e i nostri fratelli.

[9] 97-108. che di forme... s’appaga: in cui il cuore si sazia nel concepire ed esprimere i propri fantasmi poetici. ‒ e co ’l queto... intero: il Poeta vuol dire che il mondo, visto attraverso un animo sereno e tranquillo, si riflette, come attraverso uno specchio deformante rispetto alla realtà, in un’immagine di serena e pacata visione. — austero e pio: amore pietoso verso coloro che soffrono, odio severo verso i prepotenti. — tesoreggiando...: raccogliendo e facendosi interprete delle vendette e degli sdegni.

[10] 109-120. tinta di terra: la nube di  sangue appare del color grigio della terra appunto perché s’alza dai mali terreni. — grave opera: è il fardello oneroso della vita che non si è più in grado di portare. — corrompe: turba.

[11] 121-132. a schermir...: per colpire le attività faticose donde i miseri traggono i loro scarsi (« avare ») guadagni.

[12] 133-135. troppo... tempre: tu pretendi troppo per le tue forze tanto deboli.

[13] 1-8. ride ne la fantasia: brilla, è vivo nel ricordo. — onesto: pudico. — riso: è il riso che traspare malizioso e innocente al tempo stesso sotto la fronte abbassata per modestia. — mesco: confondo insieme.

[14] 9-16. timido...: pauroso della notte solitaria che cala tra le rocce, mentre le pendici del monte, ai valichi ond’è sceso a valle, sono ancora illuminati dall’ultimo raggio del sole vespertino. — lontan: che ha avuto inizio da terre lontane. Continui gli echi danteschi e petrarcheschi.

Al sole al verde a gli amorosi vènti, A le dolci armonie pe ’l mondo sparte Sospira il cuor; ma la bufera in parte Mi respinge ove infuriano i viventi Odi e amor di mill’anni e da le tombe Sorgono accenti d’ira e suon di trombe Non uditeli voi, ma pure e liete De la fugace rosa il fior cogliete.

[15] 17-24. viventi: veementi, accesi. — de la fugace rosa: della giovinezza breve come la vita della rosa. Cfr. il Ditirambo di Bacco ed Arianna di Lorenzo il Magnifico: « Com’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia ».

[16] 1-4. memore in vano: il Poeta non compone più poesia da tempo. — dal nido mio: dalla Toscana, dove il Carducci nacque il 27 luglio 1835 a Valdicastello. — rende toscano: restituisce me, toscano di nascita. Il motivo dei vv. 3-4 è desunto da Orazio, Carni. II, 7, 3-4: « Quis te redonavit Quiritem / diis patriis Italoque coelo...? » (Chi ha restituito te, cittadino romano, agli dei patrii e al cielo d’Italia?).

[17] 5-8. laborïosa: impetuosa. — trionfi solitari: allude ai monumenti pisani della cosiddetta Piazza dei Miracoli, dove sorgono il Duomo, il Battistero, la Torre pendente.

[18] 13-16. il garzone: il giovane, lo sposo. — e ne l’eloquio... petto: nel parlare si rivela la sincerità dell’anima e la saggezza dei suoi pensieri.

[19] 17-20. vin... cime: il vino più dolce prodotto dalle vigne toscane sui colli soleggiati (« aeree »).

[20] 21-24. tenue: delicata. — lenti: profondi.

[21] 1-4. molli: dolci.

[22] 5-8. che dal lago... pianto: senza che dal profondo del cuore non sgorghi il pianto. Dipende dal « Né vi riveggo » del vs. 1.

[23] 9-11. ne sostenne: ci sostenne, nel senso che le speranze furono l’alimento della loro adolescenza. — con franche penne: con slancio fiducioso.

[24] 12-14. tra ignavi studi: sono gli studi di filologia che non danno gloria, ma nei quali il Poeta si trovava impegnato e per le lezioni all’Università e per le edizioni’ dei testi della « Collezione Diamante » che curava per il Barbera.

[25] 1-4. Se... desir mio: il Poeta sogna un campicello dove placare le passioni dell’animo nella dolce, solitaria quiete di un paesaggio immaginato con i tratti petrarcheschi.

[26] 5-8. loschi Mevi: Mevio, il poetastro latino del secolo I a.C, detrattore di Virgilio e di Orazio, è assunto per antonomasia ad indicare i malevoli censori, le cui critiche assomigliano all’aspro, stridulo canto di certi uccelli. Come contrapposizione di tonalità e d’atmosfera s’alzi la dolce melodia dell’usignuolo (vs. 14). — caligine: ombra profonda.

[27] 1-10. Me da la turba... ritogli: costruisci: O musa solitaria ( schiva nella sua nobile fierezza), strappami dalla turba di coloro che alimentano (« pasce » suggerisce l’idea del cibo dato a bestie ottuse) con l’ossequio tributato per fini interessati le vanità mal dissimulate di coloro che la fama delle ricchezze accumulate ha reso più illustri («chiaro»). — m’affiso: fisso il mio sguardo.

[28] 11-20. savio gentile: Pietro Thouar. — del reo mondo... m’aperse: intendi: mi rivelò gli aspetti dolorosi della malvagità degli uomini e degli eventi umani e il modo d’affrontarli con l’amore, che mai venne meno in lui, verso la verità e il bene.

[29] 21-30. l’ultimo... tolsi: il momento in cui partendo l’abbracciai per l’ultima volta. — Redia... redia: lo sguardo del Poeta nel momento del commiato non sa staccarsi dal volto dell’amico; lo guarda e riguarda più volte, quasi per portarne seco i tratti nella mente e nel cuore. — ne la fredd’ombra... giorno: l’atmosfera del distacco acquista il netto contorno di un disegno inciso dall’ombra fredda del giorno che finisce.

[30] 31-40. Pur rivederlo... costanza: tuttavia («pur») speravo di rivederlo tutto preso nelle sue belle attività e, pieno d’entusiasmo nei suoi nobili discorsi, speravo che rinvigorisse la mia fede e la mia costanza. — per sempre... labro: è muto per sempre quel sommo artefice di eloquenza ispirata alla semplicità e quel suo parlare mite, ardente e onesto. — arguto: reso vivido e penetrante dalle continue, laboriose veglie.

[31] 41-50. E voi... bisbiglio: lo sdegno del Poeta trabocca e trafigge il malcostume del piopno tempo, i cui aspetti però sembrano affliggere ogni età, che vede puntualmente risorgere i demagoghi che illudono il popolo ostentando i loro titoli di merito (« titolati Gracchi »). o i rivoluzionari in mala fede (« Bruti »), i quali a parole tuonano contro le tirannie, ma a fatti accettano il compromesso e amministrano la vigliaccheria propria e degli altri, o coloro infine che s’arricchiscono con la libertà che predicano («Caton»). I Gracchi, Tiberio (133 a.C.) e Gaio (123-121 a.C.), si fecero promotori a Roma di leggi agrarie in favore dei ceti meno abbienti. Bruto fu la personalità più in vista tra i congiurati che ucciselo Cesare (44 a.C). Catone il Minore s’uccise ad Utica (46 a.C.) per non subire la tirannia di Cesare. — Rosci: Quinto Roscio fu un attore romano, famoso per la sua arte e per le enormi ricchezze accumulate. Cicerone io difese in una causa pecuniaria. Qui sta ad indicare coloro che nella vita dello stato sfruttavano l’oratoria ampollosa propria dell’eloquio tragico, le onorificenze e gli incarichi ufficiali, vere e proprie vesti sfarzose (« alte spoglie »), di cui s’ornavano gli attori sulla scena, per trarne vantaggi (« v’approdaron »). — Ma in van mentite... bisbigliò: ma invano, commedianti da strapazzo (il termine « istrïon » è ripreso dalla dizione metaforica dei vv. 45-46), nascondete le vostre intenzioni disoneste (« voglie oblique ») e le vostre azioni vili sotto l’alterigia della superbia, che il popolo le biasima, sia pure a bassa voce.

[32] 51-60. in suo cammino: al passare del Thouar per le strade dei quartieri popolari, i quali non risuonavano del rumore delle carrozze sfarzose dei ricchi, ma del lavoro industrioso della povera gente. — in su la stanca sera: alla sera, dopo un faticoso giorno di lavoro.

[33] 61-70. Non un pensier... ingombrògli: ora che il Thouar è morto, non un pensiero riserva per lui la turba dei ricchi che ne pagava l’insegnamento con grande ostentazione esteriore, ma con misera ricompensa ed esigeva ch’egli consumasse il suo tempo in un’attività mal retribuita e ben poco costruttiva. — umano: d’alta e profonda spiritualità. — cruda volge...: questo tempo procede insensibile al culto dei valori più alti dello spirito. — povero fior... ravviva: il Thouar è morto come un povero fiore cresciuto sulla riva di una tetra palude, di cui non è riuscito a ravvivare la pesante aria maleodorante che vi ristagna.

[34] 1-6. A te... a te: intendi: il tuo spirito, liberatosi dall’inerzia svenevole di un’accidiosa vita femminile e proteso al fremito dell’aria salubre e all’aperta distesa del cielo, si rinvigorisce; dal cuore il solilo della poesia li suggerisce di nuovo i canti, o illustre donna.

[35] 7-12. A cui... fé: nelle tue pitture che vivificano le immagini e nei versi composti secondo le leggi metriche sorride l’idea del bello, delicatezza di sentimenti e fede attiva nel bene.

[36] 13-18. O desta... età: la Bartolini era sensibile alle ardenti aspirazioni patriottiche degli Italiani, i quali esigevano l’annessione di Roma e del Lazio, che lo Stato pontificio conservava, forte dell’appoggio della Francia, la quale vincolerà poi il governo italiano ad astenersi da ogni atto di forza con il trattato del 1864, noto col nome di Convenzione di settembre. — Eloisa: Luisa Grace. definita poi armoniosa (armonica) per la sua opera di poetessa.

[37] 19-24. I vati e i bardi: i poeti di tradizione classica e i cantori di ispirazione romantico-popolare. — si scelera: propr. « si fa oggetto di delitto », perciò si distrugge la bellezza, l’ultimo raggio di luce della grandezza spirituale ottenebrata.

[38] 25-30. l’attea Corinna: Corinna, poetessa greca (« attea ») vissuta tra il VI e il V sec. a.C, che la tradizione indica come maestra di Pindaro, sul quale avrebbe riportato anche una vittoria in una gara poetica. Si veda anche Juvenilia. XIV, 5-8. — devolse: fece fluire. — affisa: con lo sguardo fisso al cielo.

[39] 31-36. l’onda alterna: indica il sollevarsi e l’abbassarsi del petto della poetessa in corrispondenza con le fasi di respiro del canto.

[40] 37-42. de’ corridori elei: dei cavalli dell’Elide, regione della Grecia, dove ad Olimpia si celebravano i giuochi quadriennali in onore di Zeus.

[41] 43-48. oblioso: preso dal fascino del canto di Corinna, Pindaro aveva dimenticato il rammarico d’aver ceduto la vittoria. — Eleuteria: la libertà, qui deificata.

[42] 49-54. Ma ben: formula di passaggio che introduce un’altra scena. Da intendersi: oltre a ciò, inoltre, e ancora. — come... esercitate: come squassate da improvvisa tempesta. — Vellèda: profetessa germanica della tribù dei Brutteri ricordata da Tacito (Hist. IV, 61), promosse la ribellione della sua gente contro i Romani durante la rivolta di Civile (69-70 d.C). Essa perciò rivelava (« apria ») gli oracoli destinati a suscitare stragi in nome degli dei e preconizzava il giorno delle battaglie.

[43] 55-60. a gli omeri... gioì: con i biondi capelli, che nessun uomo potè mai amare (data la sua qualità di sacerdotessa votata alla castità), sparsi sulle spalle.

[44] 61-66. convitò: invitò a pascersi dei cadaveri delle stragi. — tepefatta: resa tiepida dal sangue degli uccisi. — tarda: rallentata nel suo corso dalla moltitudine dei cadaveri.

[45] 67-72. plaustri: carri a due ruote. Presso i Germani donne e bambini seguivano le tribù in guerra e attendevano poco lontano l’esito della battaglia. A questo proposito Carducci stesso cita in nota Tacito (Germ. 8). — le marse aste: per sineddoche, le lance romane. Infatti i Marsi, popolazione italica che abitava la regione intorno al lago di Fucino, ora bonificato, costituivano il nerbo più vigoroso dell’esercito romano.

[46] 73-78. Ahi,... amor: il Poeta esprime il concetto che è la donna in sostanza che dà vigore e carattere al comportamento dell’uomo (« costume virile »). Cfr., del Leopardi, la canzone Per le nozze della sorella Paolina. — turpe... amor: anche gli spiriti seri si lasciano allettare talvolta da amori indegni.

[47] 79-84. Ma tu... di fior: intendi: ispirati col tuo estro poetico ai monti di Suli, la regione dell’Epiro, famosa pei l’eroica resistenza opposta ai Turchi dalla popolazione. ‒ molce: diletta.

[48] 85-90. Zavella: la sagra popolare volle simboleggiare in questa figura di donna l’eroismo di tutte le donne di Suli. Lo stesso Carducci riporta in nota i versi d’un canto popolare greco nella traduzione del Tommaseo: È Suli il celebre, Suli il celebrato; ove combattono piccoli bambini, donne e ragazze, ove combatte la Zavella, colla spada alla mano, col bambino all’un braccio, col fucile nell’altro, colle cartucce nel grembiule ». ‒ l’oste... bassa: il nemico che incalza e gli spaventosi pascià turchi.

[49] 91-96. De le polone... figli: ricorda qui il Poeta il massacro che i soldati russi fecero della popolazione di Varsavia, raccolta nella cattedrale il 15 ottobre 1861 per assistere ai funerali del loro eroe nazionale Taddeo Kosciuszko, morto in esilio nel 1817, e le cui ossa erano state trasportate in patria. I corpi degli uccisi vennero gettati nella Vistola e l’eccidio rimase impunito.

[50] 97-102. candido: innocente. ‒ basta: dura, permane.

[51] 103-108. fosca: minacciosa.

[52] 1-6. Sparsa... amor: tutto il periodo che si svolge nelle prime due strofe è connesso con l’esclamazione del vs. 25. Pertanto è da intendersi: questi atteggiamenti e questa situazione determinata dalla morte quanta pietà suscitano! ‒ Sparsa... bianca: col volto soffuso del cereo colore della morte. ‒ pur or... amor: non molto tempo fa ci mostrò la felicità del suo amore.

[53] 7-12. com’angue: fredda come pelle di serpente. ‒ nuotano nel vano: la madre tenta inutilmente, come naufrago disperato alla vana ricerca di un approdo, di mettere a fuoco con gii occhi gli oggetti nella stanza per cogliere un’ultima volta ancora le sembianze dei figli, presenti fino all’ultimo nel suo cuore.

[54] 13-18. volti arguti: sono i piccoli, espressivi volti dei bambini, i quali nella loro innocenza hanno ancora una confusa coscienza della morte (« ed il perché non sanno » è emistichio dantesco, Purg. III 84).

[55] 19-24. si lamenta... nutrì: la vecchia madre si lamenta con Dio di dover comporre la salma della figlia che allevò, pensando che un giorno essa avrebbe chiuso a lei gli occhi nella morte.

[56] 25-30. secreti: non divulgati. ‒ di solenni... pompa: che non chiedono ai poeti l’ostentazione delle lacrime versate in versi aulici. ‒ antri nefandi: abitazioni tanto misere e sordide che ripugna perfino parlarne.

[57] 31-36. E tu... qual tu se’: è una misera larva umana seminuda, i cui tratti si disegnano sull’ossa rattrappite e suscitano un senso d’orrore.

[58] 37-42. Il secco... ignave: l’occhio vitreo brilla per la febbre con le pupille immobili. ‒ cinereo: i grigi capelli scomposti.

[59] 43-48. vermiglio lurido: il rossore delle gote sporgenti (« saglienti ») fa risaltare la sporcizia della pelle. ‒ arida: secca.

[60] 49-54. fere scorte: sintomi crudeli della morte imminente.

[61] 55-60. travagliasi... poppa: il figlioletto col volto emaciato e le dita gracili si sforza di trarre un po’ di latte dal petto ormai inaridito della madre.

[62] 61-66. Devoti... son già: Questi bambini, vittime incolpevoli della loro condizione sociale, sono già destinati ai delitto (« livida colpa ») ‒ livido, odioso in sé, ma anche perpetrato con l’odio di chi vi è costretto dall’ineluttabile miseria ‒ e alla tubercolosi polmonare, in quel tempo male molto diffuso e inesorabile, che li divorerà come ha consumato la madre.

[63] 67-72. tolsela: che se la sposò. ‒ ozio... dritto...: piangere la morte un ozio e amare la vita un diritto che non può concedersi chi stenta guadagnare un tozzo di pane.

[64] 1-4. Or che... s’esplica: costruisci e intendi: ora che un vivace spirito che porta dovunque nuova vita si sprigiona dalla materia. ‒ imenei: canti di nozze.

[65] 5-8. sacro: perché il desiderio è qui legittimato dal matrimonio.

[66] 9-11. v’offenda: vi turbi. ‒ alterno: che ritorna ogni anno.

[67] 12-14. vampeggia: arde. ‒ globo: terra.

[68] 1-4. cui... si cela: con cui invano combatte la natura per celare i tuoi segreti. ‒ che a gli amor... svela: lo spunto dell’immagine della natura vista come sposa che si dona è suggerito, in coerenza, dalla contingenza delle nozze dello scienziato e non è escluso che un innocente e malizioso sorriso sfiori i versi dell’intero componimento.

[69] 5-8. anela: tutta intenta alle sue ricerche.

[70] 9-11. E qui... regni: intendi: sposandoti saprai se è più potente l’amore che ti spinge a studiare le eruzioni vulcaniche, oppure se è più soave quello racchiuso in cuore femminile.

[71] 12-14. a giungere... imenei: a celebrare altre nozze, cioè a dedicarti ai tuoi studi prediletti.

[72] 1-4. Su le piazze...esili: il Poeta indica qui i temi dell’antica poesia toscana: il paesaggio, l’amore, le lotte civili, l’ispirazione religiosa, l’intento didascalico e l’esperienze dell’esilio.

[73] 5-8. franchi: liberi.

[74] 9-11. magion felice: la casa allietata dalle nozze di Isidoro Del Lungo. ‒ m’invidi: mi togli. La poesia si rivolge alla sposa, Edvige Mazzanti, la quale con l’incanto della sua grazia (« incantatrice ») le ha tolto l’amore dello studioso che si dedicava a lei.

[75] 12-14. rio: sfavorevole.

[76] 1-4. inanella: le pone al dito l’anello di nozze. ‒ Beatrice: la donna amata da Dante.

[77] 5-8. dal suol... ultimo: dalla Puglia, che è l’estrema regione sud-orientale nella configurazione geografica dell’Italia. ‒ accesi... nutrica: il Poeta vuol dire che la Puglia è terra ardente sia nel paesaggio che nei cuori dei suoi abitanti. ‒ lo scorgea: lo accompagnava. ‒ ardua facella: la fiaccola della difficile disciplina della filosofia. ‒ Vico: Giovanni Battista Vico, sommo filosofo napoletano, autore de La Scienza Nuova. ‒ l’ombra inimica: l’ignoranza.

[78] 9-11. tale: così. ‒ scarsi: inetti, ristretti di sentimenti e di virtù. ‒ da i fin: dai confini.

[79] 12-14. bada: è d’ostacolo. ‒ Giorgio: il Maggiore Giorgio Pozzolini, fratello della sposa.

[80] 1-8. madre antica: la terra, la quale è detta nel verso seguente eterna amica, perché alla pioggia fecondatrice risponde sempre generosamente coi germogli, definiti vegetanti palpiti, a sottolineare il risveglio della vita vegetale nel ciclo della natura. ‒ arcani accenti: sono le voci misteriose della natura, i richiami indecifrabili del risveglio portati dai venti dolci («molli») della primavera. ‒ imenei: accoppiamenti.

[81] 9-16. lento giorno: la debole luce del giorno fa fatica a penetrare nel folto dei boschi. ‒ accennando...: il fremito d’amore delle piante è rivelato dall’ondeggiare delle cime. ‒ pudico ardore: il rosso colore della rosa che sboccia (propr. « esce dal verde letto », cioè dal bocciolo) appare al Poeta un’esuberanza che si rivela pudicamente, come la bellezza di un volto di fanciulla che arrossisce, quasi vergognosa dell’esplosione della sua prepotente giovinezza. Per altre descrizioni della rosa cfr. Poliziano, Stanze I, 78; Ariosto, Ori. Fur. I, 42-43; Tasso, Ger. Lib. XVI, 14; Marino, Adone III, 158. ‒ duolo: il canto dell’usignuolo esprime, secondo la leggenda, il dolore di Progne, che fece scempio del proprio figlio per vendicarsi del marito Tereo ch’aveva sedotto la sorella Filomela, e fu mutata appunto in usignuolo (cfr. Canio di Primavera in Juvenilìa, note ai vv. 79-84).

[82] 17-24. tra gli odorati vapor: fra il profumo dei fiori. ‒ rintégra: ristora e per questo appunto la luna è benigna (vs. 19).

[83] 25-28. lene si solve: si dissolve a poco a poco la visione nitida di un sogno. ‒ come stella... velo: come una meteora traccia un solco di luce (« facella ») nel nero velo della notte profonda.

[84] 29-32. trasvola: abbandona i coetanei per lo sposo.

[85] 33-36. contragge: lett. restringe. Infatti le tenebre restringono l’orizzonte e lo spazio che ci circonda, e il dolore raggela il cuore.

[86] 41-49. quasi canzon... voce sua: intendi:  la sua voce suscita quel sentimento di nostalgia che si prova ad udire a sera una canzone d’altri tempi sentita nella lontana terra natia, da cui si parti con dolore, e riaccende nel cuore la speranza di un dolce ritorno. ‒ Ben venga... amore: sia benvenuto il giorno in cui l’intensità dei nuovi sentimenti di sposa s’effondi sulla sua bellezza come il sole del primo mattino sul fiore appena sbocciato, e si risvegli quell’affetto dell’amore nuziale che ora c assopito nel suo cuore di fanciulla.

[87] 50-53. Allor... vestito: Dante stesso, davanti ad un’anima amorosa, abbandona il fiero orgoglio e con volto umile risponde ad ogni offesa : « amoro ». Cfr. Dante, Vita Nova, 19, « Donne ch’avete intelletto d’amore », vs. 40: « amor si l’umilia, ch’ogni offesa oblia ». ‒ Ne l’alto infinito... mira: è l’amore di Beatrice che trae Dante alla contemplazione del divino, prima nella Vita Nova e poi nel Paradiso. Per la trasfigurazione e la concezione della donna amata in creatura angelicata cfr. soprattutto Dante, Vita Nova, 41: « Oltre la spera che più larga gira ». Inoltre la seconda canzone del III trattato del Convivio, « Amor che ne la mente mi ragiona ».

[88] 54-57: rombo: fremito. ‒ E pur...: anche tra il velo della mondana passione politica.

[89] 58-61. Allor... pupille: anche lo scontroso, infaticabile Michelangelo, tutto preso nell’animo (« anelo ») dalla visione sfolgorante di due pupille femminili, si ferma a contemplare amore e stanco lascia cadere la mano rugosa sul marmo col quale lottava a colpi di scalpello pei cavarne forme d’arte.

[90] 62-65. Ma tu... divin: Raffaello aggiunge alla intima, immortale passionalità del  cuore tante faville d’amore, quante forme di bellezza chiede alla terra e al cielo da trasfondere nelle sue pitture, e questo abuso di piaceri lo consunse e lo portò a morire a soli trentasette anni nel 1520.

[91] 70-73. Tale... indice lor fati: cosí... impone il loro destino alle anime.

[92] 80-84. al cupido marito: allo sposo che t’attende con desiderio. ‒ tende: tenta di raggiungerla.

[93] 85-89. Tu togli... tetto: s’avverte l’eco lontana di un frammento famoso di Saffo (120 D.): «O Espero... porti via la figlia alla madre», ripreso anche da Catullo, Carni. 62, 20-21: « Hespere... qui natam possis complexu avellere matris ».

[94] 90-94. ostel: casa. ‒ consecrato: reso legittimo dal sacramento del matrimonio. ‒ fidi: e gliela affidi come amica fedele.

[95] 100-104. Fanciulla... valore: alla sposa spetta tutelare la purezza della casa e da essa dipende il valore dei costumi della famiglia.

[96] 105-109. primi gigli: la purezza di vergine che appare condizione modesta (« umile ») rispetto alla ben più nobile (« gentile ») missione di sposa e di madre assunta col matrimonio.

[97] 110-113. Qual... il lume: la donna raggiunge il culmine della sua essenza femminile nel suo aspetto di madre. ‒ gene: guance.

[98] 118-121. il pargoletto... impari: il figlio ancora in fasce guardando il volto della madre impari i sentimenti ch’egli ancora non conosce, e siano sentimenti gioiosi, sereni, santi.

[99] 122-125. co ’l senso: col sentimento. ‒ intendimento: il significato.

[100] 126-129. O... terrena cosa: la madre regna veramente sulle anime dei suoi figli ancora infanti e le può plasmare (« informatrice ») come vuole. ‒ steril Beatrice: Beatrice, che il Carducci stesso in nota alla poesia definisce « simbolo dell’amore poetico mistico del medio evo », è sterile in quanto l’idealizzazione poetica non la concepisce nell’aspetto di madre.

[101] 130-134. l’ascosa corrispondenza: il segreto scambio di affetti, onde ha origine («si cria»)... ‒ de’ petti... aggiungi: giungi al profondo dei cuori che vi s’informano (« domati »).

[102] 135-138. ne la luce de i cantor: nel canto dei poeti, i quali illustrano quelle imprese gloriose.

[103] 139-142. E contro... ira d’Atene: allude alle guerre che i Greci combatterono contro i Persiani nel 490 e nel 480-479 a.C. ‒ di forme achive: di donne greche. ‒ gineceo: la parte della casa greca riservala alle donne. ‒ peana: inno di invocazione e di vittoria in onore di Apollo.

[104] 143-146. Sorge... sorride: la tradizione annalistica romana racconta che Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, fece violenza alla moglie di Collatino, Lucrezia, la quale, per non sopravvivere all’onta subita, s’uccise, onde Bruto si fece promotore della rivolta che cacciò i Tarquini e instaurò la repubblica.

[105] 147-150. Tremi le squille...: tema il suono delle campane il dominatore straniero (« strano »), il quale... ecc. Le campane infatti segnarono l’inizio della rivolta del popolo siciliano contro gli Angioini il lunedi di Pasqua del 1282, durante la funzione del Vespro, quando un soldato francese osò alzare la mano su una donna siciliana.

[106] 151-154. l’età: il tempo in cui visse il Poeta. ‒ oblique: ingannevoli. ‒ integra: incorruttibile.

[107] 155-159. tingea de la sua rosa: cioè il pudore che la vergine esprimeva esternamente col rossore del volto.

[108] 160-164. sopra... stato: al di sopra della nostra infelicità. ‒ s’ombra... fiori: se questo amore sarà benedetto dalla nascita di figli.

[109] 170-174. talento reo: malsano desiderio.

[110] 175-179. mercenario petto: il petto della nutrice assunta a pagamento, e dai baci di costei impara a dimenticare la propria madre.

[111] 180-184: restia: incapace di attività e di agilità di movimenti. ‒ ria: triste.

[112] 185-189. il vale supremo: l’ultimo addio, che in latino s’esprimeva appunto con la parola Vale.

[113] 190-194. cura nova: la missione di madre, cui è chiamata la sposa.

[114] 1-5. È duro... la patria: è duro per chi s’avvia alla vecchiaia, quando il pensiero si sofferma sempre più spesso a meditare sulle tombe dei padri intorno ai templi che ci sono familiari, lasciar la patria per l’esilio.

[115] 11. da l’Apparita: località su un colle nei dintorni di Firenze, donde « appare » alla vista la città distesa sulle rive dell’Arno.

[116] 13. due lustri: dieci anni. Sennuccio Del Bene fu esiliato nel 1313; la scena quindi è databile nel 1323. Tre anni dopo, nel 1326 il poeta potrà tornare a Firenze.

[117] 15. quanto... piglia: quanto s’innalza nel cielo. In Santa Maria degli Angeli (vv. 1-2) dirà poi il Carducci: « Quanto d’aere abbraccia / questa cupola bella del Vignola ». Da notare che la costruzione della chiesa di S. Maria del Fiore, iniziata nel 1296 sotto la direzione di Arnolfo di Cambio, fu terminata solo nel 1434, quando il Brunelleschi vi sovrappose la cupola.

[118] 19-20. allor che... l’oste: Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia nel 1310, pose l’assedio a Firenze nel 1312, ma non riuscì a piegare la città guelfa, che la morte lo colse a Buonconvento, frustrando le speranze dei ghibellini.

[119] 21. diserta: saccheggiata. Carlo di Valois, inviato a Firenze nel 1301 da Bonifacio VIII a pacificare la città, in realtà la consegnò ai Neri guelfi, che la saccheggiarono, mandando in esilio molti della fazione dei Bianchi, tra cui Dante e Sennuccio.

[120] 30. nembo: la tempesta.

[121] 35. arguto: affilato, come è appunto il muso dei levrieri.

[122] 37 ss. A lei... prosapie: nel castello dei Malaspina è raccolto il fior fiore delle nobili famiglie (« prosapie ») ghibelline.

[123] d’odorata selva: la legna che brucia emana profumo di resina.

[124] Caro... Malaspina: presso i Malaspina trovò ospitalità anche Dante.

[125] 46. astor maniero: falco addomesticato (« maniero ») per la caccia, molto praticata dai signori nel medioevo.

[126] 48-49. fuggitivo balen: il veloce lampo, il cui fulgore veniva riflesso dalle armi, le quali scintillavano a quell’improvviso bagliore (« corusche »).

[127] 52. grifagno: minaccioso, com’è l’occhio degli uccelli da preda. Da notare che il tema dominante di questa prima parte dell’idillio è la nostalgia, còlta dal Poeta in tonalità diversa nel falco e nel paggio, i quali desiderano entrambi tornare alla libertà dei loro luoghi d’origine

[128] 60. Da... esercitati: battuti dalla violenta tempesta.

[129] 73.  in su le soglie: cioè in Lunigiana, tra Toscana e Liguria.

[130] 74. si dilunga: s’allontana dalla sua terra, in questo caso dalla Toscana, dove nel ’300 fiorì tanta parte della poesia italiana.

[131] 76 ss. Le vie... castello: ai poeti che errano sulle vie dell’esilio vengono concessi onori e ospitalità (« ombre ») generosa da parte del popolo delle città e dei signori nei loro castelli.

[132] 80. abbiavi: vi accoglierà. Sennuccio infatti fu esule anche in Provenza.

[133] 85. se spiacente... canto: intendi: se l’ospitalità ricevuta vi fu gradita e se la riconoscenza è tale da vincere il dolore dell’esilio, non vorrete, Sennuccio, rallegrarci con un canto d’amore?

[134] 97-98. Amor, etc: Comincia la ballata di Sennuccio, che per la « maniera poetica » il Carducci in una nota alle Rime di S. Miniato dichiarava d’aver desunta, come l’altra di Gualfredo, « dalle preziosissime rime toscane dei secoli XIII e XIV; da quelle dell’Alighieri su tutto, e poi del Cavalcanti, di Lapo Gianni, del Frescobaldi e di Cino »; e confessava d’avervi mischiato « alcuna stilla della meditata squisitezza petrarchesca e qualche cosa del tizianesco colorito del Poliziano ». ‒ ballatetta: piccola ballata.

[135] 99-104. Angela... volo: un angelo in figura di donna venne dal cielo di Venere nel nostro mondo offuscato dai mali come da caligine invernale e qui fermò il suo volo. Nella concezione dantesca la terra è circondata da nove sfere celesti, di cui la terza, quella di Venere, è appunto sede degli spiriti amanti. ‒ luce mera: è la pura luce del sole che splende sul nostro mondo («polo»). ‒ in vista umana: nelle umane sembianze di donna.

[136] 105-110. Ove... la stretta: dove s’effondeva lo spirito (« aura gentile ») della sua presenza, tutto si riempiva del fuoco d’amore e un dolce sentimento stringeva (« distringeva ») i cuori.

[137] 111-116. a lei... aspetta: la gente si raccoglieva con gioia intorno a lei per nobilitarsi ascoltando Te sue parole.

[138] 117-128. n’era argomento: propr., era per noi ragione di... Cioè, il suo riso ci induceva a concepire più alte speranze. ‒ e retro... fu disdetta: la presenza di tale angelo in figura di donna fa pensare con rimpianto al paradiso perduto dagli uomini col peccato originale, ma suscita al tempo stesso la speranza e la fede in una felicità ultraterrena

[139] 135-140. Psiche: la fanciulla che il mito antico diceva amata da Amore e assunta poi fra gli dei.

[140] 141-146. de gli... dono: mi fece dono di un suo sguardo. Nella poesia stilnovista la donna folgora amore con lo sguardo.

[141] 147-152. ch’i sento... mi alletta: io sento che il sommo Amore, cioè Dio, che mi ha donato questa bellezza, mi rivuole con sé, nel mondo che mi è congeniale, perché la dimora terrena, cosí oscura rispetto al fulgore del paradiso, non fa per me e il vostro amore mi lusinga poco, abituata come sono all’amore celeste.

[142] 153-158. avvallando: abbassando. ‒ fuor di suo velo: fuori del corpo.

[143] 159-164. la noia... stanca: la donna di Sennuccio muore di dolore a causa dell’esilio del suo poeta (« ebbe stanca » = uccise), come giglio da poco sbocciato (« novo »), al quale vien meno la luce.

[144] 171-176. e quando... è perfetta: al poeta non rimane che ricordare, uando la stagione primaverile invita all’amore, l’immagine della sua onna, felice (« perfetta ») nel cielo dove è salita.

[145] 182-184. raro... magno Arrigo: la conversazione si sposta ora sulla morte di Arrigo VII, ma è conversazione sospettosa per l’incertezza e il dubbio che grava sulla fine dell’imperatore, del quale si mormorava fosse stato avvelenato per ordine del Papa Clemente V.

[146] 189-193. il sacro segno: l’aquila imperiale, in difesa della quale si batteva Uguccione della Faggiuola, podestà di Pisa e anima della resistenza ghibellina in Toscana, mentre in Italia settentrionale se ne farà paladino Cangrande della Scala (« cavalier novello »), signore di Verona, il cui stemma portava effigiata una scala eretta tra due levrieri (« mastin »).

[147] 201-202. se di Cino... accordi: anche se abituata alle canzoni di Cino da Pistoia e di Dante, essa accompagnerà ora il canto di Gualfredo. Cino da Pistoia fu anch’esso poeta stilnovista, amico di Dante e del Petrarca.

[148] 206. tòcco: era così chiamato il berretto rotondo senza tesa in uso nel ’300.

[149] 208-210. a mo’... Apennino: intendi: i capelli biondi scendono sul verde mantello del poeta come nube d’oro che dal sole che tramonta scende a toccare le valli oscure del solitario Appennino.

[150] 212. donnescamente: con grazia femminile. ‒ destro: pronto.

[151] 213-214. In su... dita: le dita del poeta toccano le quattro corde (« fila ») della mandola a cercare gli accordi per la sua canzone.

[152] 224-225. Chi... core?: chi potrebbe ridire il canto di Gualfredo oggi, che la lingua non ha la varietà e la flessibilità di un tempo per esprimere fedelmente i sentimenti complessi ed intensi del cuore?

[153] 226-228. «Luce, etc: comincia la ballata di Gualfredo. ‒ saluta: viene a visitare. ‒ vi cria: vi suscita.

[154] 229-234. I’ dico... il nutria: il poeta comincia col descrivere l’inerzia pigra della propria giovinezza svagata, quando ancora non era riuscito a dare senso e scopo alla propria vita.

[155] 241-246. Fanciulla... un’armonia: la bellezza sfolgora dal volto sereno della fanciulla amata. Nota che, sia in questa che nella ballata di Sennuccio, la donna, secondo i modi della poesia stilnovista, più che descritta nei suoi tratti fisici, è rappresentata negli effetti che la sua presenza raggiante di luce e di riso provoca su ciò che la circonda, uomini e cose. Mentre però il canto di Sennuccio insiste sulla sublimazione di un ricordo velato di elegia dalla consapevolezza del poeta che mai più potrà rivedere la sua donna ch’è tornata in cielo, quello di Gualfredo ha una nota più terrena e concreta, sorretto com’è dalla fede che il proprio amore potrà un giorno avere compimento.

[156] 253-258. l’ultime strida: il grido della vita che sta per andarsene. ‒ si sfida: perde coraggio. ‒ l’affida: le dà fede.

[157] 259-264. de la sua mercede: della sua pietà. Anche qui è lo sguardo della donna che opera come tramite tra l’uomo e Dio.

[158] 265-270. ne l’aperto... gloriar: sfolgorare nella piena luce del giorno, quindi in tutta la sua intensità luminosa. ‒ luci sante: occhi pieni della luce di Dio, nella cui visione appunto s’addentra (« s’india ») come angelo nel cielo. È significativo l’uso di una voce dantesca, s’india (Parad. IV, 28).

[159] 277-282. un’alta... disvia: è il dolce, intenso sentimento che distoglie dalla terra e solleva alla contemplazione.

[160] 283-288. gelato smalto: la corteccia fredda e dura che aveva ricoperto il cuore del poeta, si da renderlo insensibile ai richiami della vita e dei suoi ideali. ‒ quindi: da quel momento. ‒ vitale inganno: la vita, concepita come inganno per gli allettamenti che ci inducono a considerarla in se stessa e non in rapporto con Dio.

[161] 289-294. per paese strano: a causa di paese straniero e delle sue novità, che possono allettare e far dimenticare gli affetti lontani. ‒ solingo: solitario, nel senso ch’è custodito nel profondo del cuore. ‒ bianco fiore: espressione ambivalente ad indicare la donna amata e al tempo stesso Firenze, la città che porta il giglio nel suo stemma.

[162] 1-4. Nemesi: la dea greca della vendetta, che punisce le colpe degli uomini. ‒ tornano... livore: si trasformano in pietra di colore cosí odioso... ‒ servo: vile. ‒ ch’ogni orma rinnovelle: cui ogni orma di piede dà forma nuova.

[163] 9-11. alta: profonda. ‒ vien: avviene. ‒ l’orbe: la terra.

[164] 12-14. Del lungo sguardo: con lo sguardo intenso e profonda. ‒ Alma: la figlia di Pietro e di Maria Ellero.

[165] 1-8. tremor... forme: sono gli spiriti del passato che si librano luminosi e ondeggianti nell’aria. Ci sembra che l’immagine visiva abbia sulla sfondo il dantesco « tremolar de la marina » (Purgat. I, 117). Il motivo degli spiriti trasvolanti fra terra e cielo verrà ripreso spesso dal Carducci; ad esempio nell’epodo Per il quinto anniversario della battaglia di Mentana, e in mistica atmosfera d’afflato religioso ne La Chiesa di Polenta, vv. 117-120. ‒ caliganti: avvolte dal fumo dei vulcani. Si tratta della Sicilia e delle isole Eolie. ‒ di Palestro il cavaliero: Vittorio Emanuele II, che a Palestro nel 1859 si coprí di gloria contro gli Austriaci.

[166] a coro: a schiere.

[167] sofi: uomini di pensiero, scienziati e filosofi.

[168] 17-24. E il giorno... solenne: il giorno che col loro sacrificio diedero testimonianza (« attestar ») del nome d’Italia, i martiri non avevano intorno a loro una schiera molto numerosa di popolo in atteggiamento dignitoso e consapevole (« solenne »). ‒ imminente: che li sovrastava. ‒ l’atro... bipenne: il sinistro lampeggiar della scure, sotto la quale caddero (« chinarsi »).

[169] 25-32. viaggia: percorre. ‒ fero: crudele. ‒ tabe: materia in decomposizione. Cfr. Miramar, in Odi barbare, vs. 73.

[170] 33-40. il soglio premi: occupi il trono. Il soggetto è l’Italia. ‒ esperia stella: Venere, la stella luminosa alla sera e all’alba, che richiama attraverso il mito la leggenda della discendenza di Roma e quindi dell’Italia da Enea, figlio appunto di Venere.

[171] 41-48. O surta... nudrita: l’unità d’Italia è sorta dall’azione degli esuli e dei patrioti costretti a nascondersi tra le ombre sospettose e non sempre sicure di luoghi occulti, quali le tombe dei cimiteri. ‒ A’ barbari... uscita: l’Italia s’è appena liberata attraverso battaglie vittoriose dal disordine provocato dalle lotte ingaggiate dagli stranieri nel suo territorio.

[172] 49-56. s’inostra: s’imporpora. L’ostro è il succo che gli antichi estraevano da molluschi marini e con il quale tingevano la porpora. ‒ giulia: giuliva, gioiosa.

[173] 57-64. Te... stato: costruisci e intendi: non la violenza irrazionale di spade sguainate dall’odio e dall’ira, non gli intrighi di occulte macchinazioni ti innalzò serena a questa alta condizione (s’intende di libera nazione), ma... ‒ sorvola i roghi: la fede va oltre la fiamma, tanto intensa quanto effimera, dei roghi delle battaglie. ‒ s’invola: la speranza si sottrae a volo alle pesanti catene che non possono seguirla per trattenerla. ‒ carità: il senso profondo d’amore per la patria e per il popolo che informa l’ordine e le istituzioni dello stato e indirizza al bene la vita dei cittadini.

[174] 65-72. Da lacrimosa... si dice: il Regno d’Italia non chiede di essere legittimato sulla base dell’origine divina della regalità, concezione che oltraggia Dio, nel tempo stesso in cui si dice derivata da lui e che nel passato fu causa di tante lacrime. ‒ un fiero... soffolto: un re feroce e stolto che si sorregge sulle armi di barbari stranieri.

[175] 73-80. de l’eterno dritto vendicatrice: propugnatrice dell’eterno diritto delle genti alla libertà.

[176] 1-14. secreto: invisibile. ‒ d’altro... adorno: è lo spirito del Niccolini che va ad adornare questo tempio ideale degli spiriti magni. ‒ lì non caliga... Vatican : il Vaticano col suo fumo di sangue non offusca quel luogo. Allude il Poeta alle lotte e alle stragi che accompagnano la storia terrena della Chiesa. ‒ Vesta: la dea romana che presiede ai focolari domestici. ‒ vampa: la fiamma della passione e dell’ambizione. ‒ I civili... illustra: ispira le norme della vita civile.

[177] 15-28 Qui... diede: lo spunto degli spiriti che esprimono la loro gioia danzando intorno al nuovo venuto per fargli onore richiama la descrizione dantesca delle anime del cielo del Sole (Parad. X, 64 ss.). ‒ cinselo e girossi: lo circondò e prese a danzare intorno a lui. E ricordo e dizione chiaramente dantesca, Parad. XXIII, 96: « e cinsela e girossi intorno ad ella », a proposito dell’Arcangelo Gabriele che scende a cingere la Madonna di un cerchio di fiamma. ‒ Al loco... tornasti: sei tornato a Roma, donde deriva... ‒ Chi pria s’infiora: chi per primo risplende. La dizione è ancora dantesca. Si tratta di Severino Boezio (488-525 d.C.), filosofo romano, consigliere di Teodorico, condannato poi a morte sotto l’accusa di tradimento, quando il re dei Goti stroncò l’invadenza e la resistenza dell’elemento romano con una strage sanguinosa, la quale segnò la definitiva prevalenza dello spirito e dell’iniziativa barbarica. Boezio fu poi venerato (« culto ») con inni e preghiere come un santo, specie a Pavia, dove era stato imprigionato e dove scrisse il De consolatione philosophiae. ‒ scitico verno: la dominazione barbarica. Col nome di Scizia gli antichi indicavano la regione dell’odierna pianura russa a nord del Mar Nero. ‒ Ecco di fregio...: si tratta di Crescenzio Giovanni Nomentano, il quale intorno al 1000 tentò di risuscitare lo spirito delle antiche istituzioni romane e s’oppose a lungo all’imperatore tedesco Ottone III, per strappare Roma alla dominazione teutonica. ‒ Arnaldo: è lo spirito di Arnaldo da Brescia (1105-1155), il quale lottò contro le pretese papali al potere temporale, finché fu preso e arso vivo per ordine del papa Adriano IV, ma lasciò in eredità ai popoli l’amore per la libertà sempre contrastato dai tiranni.

[178] 43-56. le due luci: Arnaldo da Brescia e il Niccolini. ‒ la benedetta... si raccese: cfr. Dante, Par. X, 1-3: « si tosto come l’ultima parola / la benedetta fiamma per dir tolse / a rotar cominciò la santa mola ». ‒ nuovo spirito: Cola dj Rienzo (1314-1354), singolare e discussa figura, che sfruttò il malcontento popolare per abbattere il governo vessatorio dei nobili e mettersi a capo della città di Roma, tentando riforme audaci, quanto lodevoli, ispirate alla romanità. Fu ucciso da quello stesso popolo che lo aveva innalzato e che poi lo accusò di tirannia. ‒ re chercuti: i papi il cui potere temporale li elevava al rango di re. Qui parla Cola di Rienzo, il quale, profeticamente, indica l’ombra di Savonarola (1452-1498), che lottò contro la corruzione del Clero, in particolare di papa Alessandro VI e della sua corte. Bruciato sul rogo a Firenze, le sue ceneri furono gettate nell’Arno per la furia dei suoi nemici.

[179] 57-62. Maggior... donasse: intendi: superiore ai suoi tempi e al destino avverso, Francesco Burlamacchi da Lucca meritava che il cielo gli concedesse una gloria ben più alta di quella che conseguì morendo in difesa di un nobile ideale. Egli infatti (1498-1548) tentò di sottrarre la propria città alla signoria di Cosimo I, Granduca di Toscana, e alla dominazione di Carlo V; catturato, fu decapitato a Mantova nel 1548. Il Poeta lo chiama lucchese Arato, che la sua sorte ricorda quella di Arato di Sicione, generale della Lega achea, fatto uccidere col veleno da Filippo V di Macedonia nel 213 a.C. - occidue prode: terre d’occidente. ‒ raggiasse: illuminasse con le sue imprese.

[180] 1-4. campi... clade: i campi verdeggiano più fecondi e rigogliosi in seguito alla strage degli stranieri.

[181] 5-8. de la Narenta... piano: la pianura irrigata dalla Neretva, fiume dell’Erzegovina, regione dell’odierna Jugoslavia. ‒ Cettinia: Cetinye nel Montenegro (Jugoslavia).

[182] 9-12. ma l’indice... Piva: il popolo serbo non rinfodera la spada con la quale nel 1861 mise in fuga l’esercito turco a Piva, città del Montenegro.

[183] 13-16. l’innovato petto: Il popolo greco aveva ottenuto da poco l’indipendenza in seguito al trattato di Adrianopoli del 29 settembre 1829, che però lasciava la Tessaglia sotto la dominazione turca.

[184] 17-20. Orfeo: mitico cantore greco originario della Tessaglia. ‒ radianti... faville: che risplendono di ricordi omerici, con allusione alle vicende raccontate nell’Iliade e nell’Odissea.

[185] 21-24. Guarda... il core: i Greci accorsero in aiuto ai Tessali che s’erano sollevati rompendo le catene della servitù che legava gli uni agli altri (« fraterni vincoli ») e vincendo gl’indugi (« dimore ») subdoli del loro re Ottone di Baviera. ‒ Riga: Costantino Rigas (1753-1798), poeta e patriota greco. ‒ Bozzàri: Giorgio e Marco Botzaris, eroi e capi del movimento insurrezionale greco; il secondo morí a Missolungi nel 1823.

[186] 25-28. Invano... i credenti: invano il Sultano dispiega la bandiera di Maometto e s’appella alla fervida fede del popolo mussulmano, che è ormai un vile gregge d’uomini.

[187] 29-32. tre fïate: allude qui il Carducci alle tre guerre, con te quali la Russia tentò invano di abbattere a proprio favore il cadente baluardo turco e imporre la propria influenza sui Balcani, per affacciarsi al Mediterraneo. I suoi tentativi trovarono sempre la tenace opposizione dell’Austria, dell’Inghilterra e della Francia, le quali costrinsero lo Zar alle paci di Bucarest (1821), di Adrianopoli (1829) e di Parigi (1856), che frustrarono gli intenti russi. ‒ levati... porte: il Poeta ammonisce il Sultano turco a lasciare l’Europa e a riattraversare lo stretto del Bosforo che è la porta dell’Asia.

[188] 33-36. Lungi... addice: i Turchi sono un popolo corrotto che si affida al fato, il quale li consacra ormai come vile preda al servaggio, all’ozio inerte e all’inevitabile fine (« tombe »).

[189] 37-40. Elle: secondo il mito Elle, figlia di Atamante re di Beozia, per sottrarsi alle trame delittuose della matrigna Ino, fuggi col fratello Frisso su un ariete verso la Colchide, ma durante il viaggio cadde e annegò nel mare che da lei prese il nome di Ellesponto, l’odierno stretto dei Dardanelli. ‒ falso... sarmata: Alessandro II, Zar di Russia, che bandiva la crociata per la libertà dei popoli balcanici, emancipava i contadini, quindi appariva un Tito, il benefico imperatore romano. Agli occhi del Carducci però egli rimaneva pur sempre un tiranno, il quale soffocava ogni anelito di libertà nei popoli soggetti, quali ad esempio i Polacchi.

[190] 41-44. Vistola: fiume della Polonia, sulla quale la dominazione russa pesò a lungo gravemente. (Cfr. Carducci, Alla Louisa... vs. 91 e ss., Pg. 291).

[191] 49-52. una dea...: la Libertà, vendicatrice degli oppressi, la quale dissolve col suo fulgore le nubi dal cielo dei popoli asserviti e dà nuovo vigore alla terra rimasta neghittosa nell’inerzia del servaggio.

[192] 57-60. iberica donna: Isabella di Borbone, regina di Spagna, che s’appoggiava al clero, suscitando odi e preparando roghi funesti di repressioni crudeli.

[193] 61-64. È la dea... e ’l diadema: i discendenti di Federico di Prussia osano rinnegare la libertà e sostenere l’origine divina del loro regno, delle loro spade assassine e della loro corona.

[194] 65-68. Dio... a i re: Dio non prepara corone di vittoria per i re.

[195] 69-72. È la dea... vendetta: la libertà osserva con i suoi occhi vigili Napoleone III, il quale s’era eretto paladino del potere temporale dei Papi, e addita agli Italiani i colli di Roma non ancora liberati e l’Adriatico, che nella parte settentrionale è ancora sotto l’Austria, perché li sottraggano alla servitù.

[196] 73-76. Asburgo: l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che regnava su sette popoli, austriaci, tedeschi, ungheresi, boemi, polacchi, slavi, italiani, di tradizioni e di costumi tanto differenti (« discordi vite »).

[197] 77-80. La colpa... distende: il Poeta si rifa alla concezione basilare dell’etica greca, per cui la colpa degli avi genera altre colpe e richiama la vendetta della Nemesi, la dea che rida equilibrio all’ordine turbato. Essa non ha ancora assunto una forma definita (« informe »), ma distende ormai sull’imperatore asburgico il giusto giudizio di condanna, di cui sono causa gli avi della dinastia.

[198] 81-84. E d’Arad... incombe: il Poeta ricorda Arad, la città ungherese dove furono fucilati gli ufficiali di stirpe magiara dell’esercito asburgico, i quali s’unirono agli insorti durante la rivoluzione del 1848-49 promossa da Kossuth; e Mantova, dove il vallo di Belfiore divenne tristemente famoso per le esecuzioni di numerosi patrioti italiani giustiziati tra il 1851 e il 1855. ‒ spettro di Capeto: il fantasma di Luigi XVI, che minaccia il soglio imperiale rievocando all’imperatore d’Austria la sua triste fine.

[199] 86-88. da i lavacri orrendi: dalle stragi sanguinose. ‒ intemerata: senza macchia.

[200] 93-96. Deh... i lutti: sembrava che in quel periodo l’Inghilterra volesse intervenire nella guerra di secessione americana in favore degli stati schiavisti. Il poeta invoca perciò la libertà, perché non permetta che le navi inglesi solchino quel mare che Beniamino Franklin liberò dal servaggio della casa reale d’Inghilterra. ‒ Bròuno: si tratta di John Brown, propugnatore della libertà degli schiavi d’America, impiccato nel 1859.

[201] 97-100. mal vietati spaldi: i confini che ingiustamente non ci sono stati concessi.

[202] 101-104. ne torna... onore: riportaci l’utilità della pace e fa risorgere l’amore dimenticato per l’agricoltura.

[203] 109-112. la ferrea... quetata: cessato il canto della riscossa rivoluzionaria. Alceo, poeta di Lesbo del VII sec. a.C. fu celebre per le sue poesie di ispirazione politica contro i tiranni. ‒ glebe: zolle di terra dissodata.

[204] 1-4. lacerate e smorte: straziate e intristite dall’oppressione. ‒ ritorte: catene. ‒ martella: appresta col martello sul fuoco della fucina.

[205] 5-8. a’ tuoi segni: sotto le tue bandiere. ‒ macella: uccidi come animali al macello. ‒ sí ch’a... apporte: sí che alle terre che sono rimaste ancora libere dal tuo dominio porti la tua bella libertà (detto in senso amaramente sarcastico) fatta di vizi e di servaggio.

[206] 9-11. Ancella Francia... schiere: preparano nuovi eserciti per conseguire nuovi trionfi la Francia, che si asservisce ad ogni potere tirannico, quale quello di Napoleone I e di Napoleone III, per restare ai tempi recenti; la Spagna, insanguinata sempre da feroci repressioni dei loro re; l’Inghilterra che sfrutta il commercio per aumentare la sua potenza.

[207] 12-14. regolo: era il titolo che i Romani davano ai re dei piccoli stati asiatici. Qui sta ad indicare in tono dispregiativo Napoleone III. ‒ Incresca: non ne ha abbastanza.

[208] 1-4. spirito alcun ritragge: qualche traccia di fierezza degli avi trattiene gli altri re, ma non Napoleone III (« ei »). ‒ disonesto spoglio: l’infame razzia di una terra.

[209] 5-8. Ei... ridesta: Napoleone III conquistò il trono (« soglio »), innalzandosi sui cadaveri dei difensori della Repubblica romana del 1849, contro i quali mandò le truppe francesi per conquistarsi l’appoggio dei cattolici di Francia, schierati in difesa dell’ormai assurdo potere temporale del Papa.

[210] 9-14. franca: libera. ‒ di libertade... amante: Napoleone, mentre si dichiara amante della libertà, le tende insidie e insegue le tracce di altri armenti da condurre nella sua tana, si che gli s’addice il nome di Caco, il ladrone che rubò i buoi ad Ercole trascinandoli per la coda nella sua tana sull’Aventino, in modo da confondere l’eroe nelle sue ricerche. Questi però udì i muggiti delle bestie e uccise Caco. Il Poeta può ben rivolgersi alla libertà per chiedere quando essa verrà a punire i torti subiti, come faceva Ercole errante qua e là per la terra a compiere le sue fatiche.

[211] XXI. - ROMA O MORTE. ‒ Nell’edizione nazionale delle Poesie il Carducci stesso scrisse questa nota: « Questo frammento fu pubblicato nel Don Chisciotte di Bologna, 2 giugno 1883, con tale nota della Direzione: Questi versi li ho rubati in casa del poeta, fra alcuni suoi manoscritti giovanili. Furto domestico, qualificato per la persona, sette anni di reclusione, se Giosuè mi denuncia!... ». La canzone è datata « luglio 1862 », quando cioè Garibaldi si recò in Sicilia per tentare di risolvere la questione romana con un atto di forza e d’audacia, raccogliendo nell’isola volontari, con i quali marciare su Roma.

Dai colli di Roma echeggia la voce che sale dagli antichi monumenti, quasi editto consolare, a chiamare a raccolta il popolo italiano. La sente Garibaldi e balza come leone dalla sua isola di Caprera. Intorno a lui si raccolgono le ombre degli eroi; a Marsala accorrono i giovani e i veterani delle recenti battaglie con le ferite ancora ardenti sotto la rossa casacca.

[212] 1-14. rintona: fa echeggiare. ‒ alma: l’appellativo spetta a Roma nella sua qualità di nutrice della gente italica. ‒ parenti: progenitori. ‒ bimare lido: in quanto l’Italia giace fra l’Adriatico e il Tirreno. ‒ procelloso: pieno d’entusiasmo.

[213] 15-29. dittator romito: condottiero solitario, in quanto Garibaldi s’era ritirato a Caprera, sdegnando gli intrighi della vita politica. L’espressione però evoca la figura di Cincinnato. ‒ tentan: toccano.

[214] 1-8. E sempre... intorno: costruisci e intendi: dovunque rivolgo il mio sguardo e la mia anima ad interrogare i popoli, vedo schiavi che anelano alla libertà e tiranni che opprimono.

[215] 9-12. ferreo... vòlto: trascorso il tempo feroce delle lotte.

[216] 17-20. Tal... Atene: il Carducci stesso annota cosí nell’Edizione nazionale delle Poesie: « In questa e nelle tre seguenti strofe si accenna al glorioso scolio di Callistrato, che solevasi cantare dagli Ateniesi ne’ conviti, a onore degli eroi della libertà, Armodio e Aristogitone: incomincia « Entro un ramo di mirto la spada vo’ portare, come Armodio e Aristogitone, quando il tiranno uccisero e a leggi uguali Atene fecero ». Il saluto ad Armodio quindi, l’uccisore, insieme al fratello, di Ipparco, era la corona che cingeva i conviti, poiché dava ad essi una significazione civica di omaggio alla libertà nella riconquistata uguaglianza democratica. L’immagine è in rapporto con l’uso dei Greci di ornare i conviti con corone di fiori in segno di gioia e di festevolezza.

[217] 21-24. aerei: alti. ‒ Trasibulo: nel 403 a.C. liberò Atene dal governo dei Trenta tiranni e restaurò la democrazia (il nome è fatto sdrucciolo per ragioni metriche).

[218] 29-32. Oh... ci addolora: il Poeta intende dire che l’episodio d’Aspromonte ha dimostrato che la libertà non è ancora instaurata e che bisogna conquistarla con le cospirazioni. ‒ fiede: ci ferisce, ci offende.

[219] 33-36. sollecita: coltivata con amore. ‒ inostra: imporpora.

[220] 37-40. Né... impera: i fatti d’Aspromonte avvennero sotto il governo di Urbano Rattazzi. ‒ Trasibul di Caprera: Garibaldi.

[221] 45-48. lauri: l’alloro è simbolo di gloria e di vittoria e da Aspromonte Garibaldi, pur vinto, uscí glorioso.

[222] 49-52. lorica: corazza dei legionari romani. Quindi il proprio nome non bastò a difendere l’eroe, il quale rimase ferito durante la breve sparatoria. ‒ contro... antica: contro le vecchie concezioni dell’Europa, dove i governanti regnavano ancora nello spirito reazionario e conservatore della Restaurazione.

[223] 53-56. Chi... patria: il generale Cialdini si vantava appunto della sua meschina vittoria all’Aspromonte, mentre invece solo l’amor di patria vinse Garibaldi, spingendolo ad un’impresa disperata, tenuto conto degli impedimenti politici del momento. Né va dimenticato che l’eroe, quando si vide davanti le truppe regie, ordinò di non sparare.

[224] 61-64. Io bevo... a i Giuda: Seiano fu il ministro al quale la tradizione attribuì le nefandezze dell’imperatore Tiberio; Tigellino il consigliere di Nerone dopo la morte di Seneca; Giuda il traditore per antonomasia.

[225] 65-68. vindice... pensiero: in difesa dei diritti del libero pensiero umano. ‒ la falsa... Pietro: il potere temporale pontificio, che nel pensiero del Carducci è alieno dallo spirito di Cristo e frutto solo di ambiziose avidità.

[226] 69-72. Io bevo... guancia: fa voti il Poeta che il volto malvagio (« oscena guancia ») di Napoleone III si colori del giallo (« luteo ») pallore della paura. A lui infatti si doveva l’intervento Italia io contro il tentativo garibaldino.

[227] 73-76. Ferma... Capeto: Napoleone III, dice il Poeta, non è degno del pugnale che impedí a Cesare di regnare, né della scure che troncò il capo a Luigi XVI, il quale fece di tutto per evitare la morte (« mal docile »). Simile a Caino, per aver alzato la mano su patrioti di cui in gioventù condivise gli ideali di libertà, egli deve essere risparmiato per una lunga punizione.

[228] 81-84. fosse... Caienna: sono le paludi della Guiana francese, che ha per capoluogo Caienna, sede d’un terribile penitenziario, donde era praticamente impossibile evadere. Lí furono deportati molti liberali francesi.

[229] 85-88. Mameli e Morosini: eroi morti nella difesa della Repubblica romana del ’49 contro i Francesi.

[230] 89-92. i fratricidi: le truppe che agli ordini del generale Cialdini aprirono il fuoco all’Aspromonte contro i volontari di Garibaldi.

[231] 93-96. insignito... la ferrea palla: intendi: invece del manto regale la casacca dei carcerati copra le spalle di Napoleone; e al suo piede che schiacciò la Repubblica francese e quella romana sia avvinta la palla ferrea dei condannati al bagno penale.

[232] 97-100. Tolone: a Tolone, dove il Bonaparte mostrò per la prima volta le sue doti militari, c’era un penitenziario, dove il Poeta si augura che Napoleone III finisca i suoi giorni.

[233] 109-112. i serti e l’infule: le corone dei re e le bende sacerdotali del papa, cioè il potere temporale del Vaticano.

[234] 117-120. vaticinate: preannunciate dallo spirito profetico dei poeti-vati.

[235] 121-124. superstite... o dive: l’amore resta oltre la morte e le ceneri del poeta esulteranno quando sapranno che la giustizia e la libertà (« dive ») informano una nuova epoca.

[236] 125-128. Or distruggiam... vero: intendi: ora è il momento di rompere col passato, che grava sul pensiero col peso delle sue inattuali concezioni e delle sue tradizioni d’ingiustizia: la verità sta sotto questo cumulo opprimente.

[237] 129-132. Odio... tuoi: Prometeo, inviso agli dei per aver aiutato gli uomini, è invocato dal Poeta come il nume tutelare del progresso umano. ‒ solcati... siam noi: intendi: pur portando i segni dei colpi inferti dai potenti, come Titani, fulminati da Zeus noi rappresentiamo l’avvenire.

[238] 1-8. stretto... orrendi:  spirando nelle  gole  paurose dei  monti.  ‒ tibie: antico strumento musicale a fiato del tipo della ciaramella, dal suono acuto e lamentoso. ‒ solingo verno... scerno: contemplo con piacere la solitudine invernale del paesaggio montano.

[239] 9-16. caligin... dormente: è quella coltre biancastra di nebbia diffusa nell’aria, la quale sotto di essa sembra assopirsi immobile. ‒ scemo: privo.

[240] 17-24. suono arguto: si tratta dello scricchiolio acuto del ghiaccio che si spezza. ‒ Arcadia: la poesia ispirata alla natura in fiore. ‒ richiami Zefiro...: è evidente il ricordo petrarchesco del Canzoniere, CCCX, 1-2: « Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena, / e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia». ‒ me... giova: intendi: mi è più gradito questo spettacolo, il quale nella sua solennità e nel suo silenzio incute paura. ‒ Eurilla: con tal nome il Poeta indica una generica figura femminile, che con la sua dolce bellezza rallegra la casa.

[241] 25-32. a la sonante scena: l’inverno è la stagione dell’opera lirica nei teatri. ‒ gl’inserti, fiori: i fiori appuntati nei capelli delle dame creano un’atmosfera di primavera.

[242] 33-40. ma inerte... langue: il cuore senza più forza mi s’affievolisce.

[243] 41-48. Non... terra: L’episodio fu suggerito al Carducci da una notizia di cronaca. « Stavo appunto scrivendo questi versi ‒ annota il Poeta stesso nell’Edizione nazionale delle Poesie ‒ ... quando nella Gazzetta di Torino e nella Nazione di Firenze lessi di un fanciullo decenne, che lavorava a opra di manovale e fu trovato una sera mezzo morto di freddo di fatica di fame in non so più qual via di Torino... ». ‒ su’l varco... neve: la neve soffocò sulla bocca del fanciullo gli ultimi suoi respiri. ‒ pieno: terminato. ‒ iniquo: non adeguato alle sue forze. ‒ e co’ l’uom... terra: al lavoro faticoso impostogli dall’uomo anche la stagione inclemente e il terreno scivoloso sembravano allearsi per sfinirlo.

[244] 49-56. il faticoso: l’affaticato. ‒ emungea: gli toglieva dall’interno le forze. ‒ ritornar: lo riportarono.

[245] 57-64. ripara a schermo: trova riparo per difendersi. ‒ lustre: tane. ‒ il vigor... satolli: rinvigorisce i cani con cibo a sazietà. ‒ dove... a morte: intendi: nel tugurio dove il gelo, più forte dell’amore di una madre, fa morire una creatura umana. Allude all’episodio dei vv. 33-40.

[246] 65-72. la vendemmia... incoronato: si tratta del vino del Reno in vecchiato nei castelli che sorgono sulle alture che fiancheggiano il fiume. ‒ ci ferva: ci riscaldi. Allude al vino francese. ‒ Giovanna: si tratta di Giovanna d’Arco, la quale lottò contro gli Inglesi per cacciarli dal suolo di Francia, generosa terra di vini e di eroi.

[247] 73-88. Poi... trofei: coglie qui il Poeta le note maliziose della danza: il respiro affannato, le nudità ostentate, l’abile, giuoco degli sguardi, l’atmosfera voluttuosa che aleggia sulle note della musica; e ancora lo sfiorare d’un bacio, una stretta fugace di mano, il palpitare del petto femminile stretto in un abbraccio, il sussurro seduttore di un segreto affidato all’orecchio di una dama con brevi parole pronunciale col sorriso sulle labbra, il pensiero che corre già alla desiderata vittoria d’amore. ‒ ne: ci. ‒ pompose: le acconciature ricercate e appariscenti delle dame. ‒ e di sua sorte fabro: il buon esito dell’impresa amorosa dipende dalla forza di convinzione delle parole sussurrate dall’amante. La parafrasi del motto: « faber est suae quisque fortunae » è sarcastica.

[248] 89-96. Che se... a par del sole: intendi: le nostre ricchezze, che ci permettono queste feste, beneficano anche la plebe, concedendole il lavoro ch’è necessario per la società, e aumentano i fondi da distribuire in elemosina pubblica; per merito nostro l’immutabile giustizia divina che distribuì il bene e il male è mitigata dalle nostre opere di carità. Si può ben dire quindi che con la nostra gioia noi, stirpe felice, rallegriamo tutto l’universo come fa il sole.

[249] 97-104. l’opra sottile: il lavoro di cucito, cui si dedicavano le donne del popolo. ‒ che... guardo: durante il quale il silenzio e lo sguardo della madre mi avevano continuamente perseguitato. È una domanda più tragicamente eloquente di ogni richiesta formulata a parole.

[250] 105-112. brumale: invernale. ‒ lividi: pallidi; l’espressività del termine fa si che la luna stessa sembra riflettere l’odio del mondo. ‒ un detto immane: una parola indegna di creatura umana, come estrema ripulsa a ciò che le viene chiesto. ‒ sostenni: osai. La vergogna grava sugli occhi della sventurata.

[251] 121-128. Addio... e mi dileguo: se ne sono andati per sempre tra le lacrime («lacrimate») i sogni, le fantasie della fanciulla che sognava l’amore e un avvenire di sposa e di madre. È interessante riportare qui la noia carducciana apposta al vs. 123: « di questa infelicissima fanciulla ». « È un verso di Giacomo Leopardi, che allogatosi in questa strofa non mi è riuscito levamelo per quanta fatica v’abbia durato intorno; tanto che, ripensatoci sopra, vidi bene che sarebbe stato cima di stoltezza, nonché di villania, mettere fuori dell’uscio un verso di Giacomo Leopardi; e, ricordandomi di quel che fu detto di Omero, che era più difficile togliere un verso a lui che la clava ad Ercole, ho fatto quasi il peccato di compiacermi dentro di me del furto commesso: di che, da buon cristiano, mi confesso e mi rendo in penitenza ». ‒ del vel: si tratta del velo bianco da sposa. ‒ a studio di una culla: immaginando di prendermi cura d’una culla, cioè di vegliare il mio bambino. Cfr. Dante, Parad. XV, 121: « l’una vegghiava a studio della culla». ‒ scompagnata: senza sposo quale compagno della sua vita.

[252] 129-136. ordin: è la borghesia ricca e spensierata, colonna e guida della nazione, magistrati, ufficiali, uomini di scienze e lettere, banchieri.

[253] 145-152. Quel che... della banchiera: costruisci e intendi: Quell’ultimo pianto che si rapprese in ghiaccio nella pupilla del tuo, figliuolo (cfr. vv. 41 ss.)... è diventato pietra preziosa che orna le nere chiome della moglie del banchiere, il quale cioè trae guadagno dal lavoro sfibrante e mal retribuito della povera gente.

[254] 153-160. larve: fantasmi, esseri cioè dalla vana apparenza, con allusione alla loro insensibilità delle miserie altrui. ‒ e non sognate... di morte: il Poeta con sarcasmo augura a queste larve che i loro sonni non siano turbati dal sogno terribile del giorno in cui il popolo affamato batterà alle loro ricche case, portando con sé la furia della morte.

[255] 1-4. Dunque... a te?: la libertà («Eleuteria»), nume propizio, torna in terra di Grecia come nel tempo antico, quando per lei si combatteva e le si tributavano onori di canti e culto di sacrifici.

[256] 5-8. Pireo: il porto d’Atene, di fronte al quale sorge Salamina, l’isola nelle cui acque fu sconfitta nel 480 a.C.la flotta persiana di Serse, il quale temette perfino di non poter ritornare in Asia col suo esercito.

[257] 13-16. Sunio: il promontorio meridionale dell’Attica, donde, doppiato il capo, era possibile vedere la punta d’oro della lancia della statua bronzea di Atena, allogata sull’Acropoli (la cosiddetta Atena lemnia di Fidia). ‒ l’isole: nell’Egeo sono disseminate numerose isole, identificate nei nuclei delle Cicìadi con Delo, sacra al culto di Apollo, e delle Sporadi.

[258] 17-20. infrenin... li fuga: i re governino le genti barbare, la Grecia li respinge per antica tradizione. ‒ veggo Demostene...: Demostene propugnò la libertà greca contro Filippo di Macedonia; ora rivolge il ciglio minaccioso su Ottone, il re deposto.

[259] 21-24. l’agorà: è la piazza delle città greche e in particolare d’Atene, il centro della vita politica cittadina.

[260] 25-28. Da poi che... unanime: il Carducci stesso in nota afferma di alludere allo scolio di Callistrato, per il quale cfr. Dopo Aspromonte, v. 17 e nota. ‒ biondo Imetto: rimetto è un monte dell’Attica, definito biondo per il miele che vi si produceva.

[261] 29-32. fanciullo barbaro: si tratta di Guglielmo di Danimarca, al quale i Greci stessi affidarono il trono nel 1863.

[262] XXV. - BRINDISI. ‒ Datato « Bologna, 8 Décembre 1862 », il componimento fu « poi rifuso quasi per intero nel giugno del 1867 », dopo la guerra del ’66, nella quale l’alleanza con la Prussia ci permise di ottenere dall’Austria il Veneto. Carducci stesso annota: « Scritto avanti che si pensasse all’alleanza con la Prussia e a’ congressi della pace. La prima strofa allude a un fatterello del Cromwell come lo racconta nei « Quatre Stuarts » il visc. di Chateaubriand: « Des saints le surprirent un jour occupé à boire. “Ils croient, dit-il à ses joyeux amis, que nous cherchons le Seigneur, et nous cherchons un tire-bouchon”. Le tire-bouchon était tombé ». Il componimento è un brindisi congegnato in 18 strofe di 4 versi senari, l’ultimo dei quali, legato con la rima al quarto verso della strofa successiva, congiunge le strofe due a due.

La prima parte del Brindisi canta il vino e le regioni dove si coltiva la vite, l’Attica, la Campania, la Toscana, la Francia; il vino che scalda i petti e ispira gli artisti e l’amore e la libertà. Nella seconda parte il Poeta fa voti che il popolo italiano e quello tedesco sì stendano la mano aiutandosi reciprocamente in nome della libertà e in vista dei fini comuni di unità e di indipendenza.

[263] 1-4. Se già... il signor: per lo spunto della strofa, cfr. la nota introduttiva. Il riferimento al nero cappello a larga tesa è suggerito probabilmente dall’iconografìa dell’arte, ma rende bene l’atmosfera cupa e fosca che circonda la figura storica di Cromwell.

[264] 13-16. A l’ombra... la libertà: il vino promuove l’operosità (« industria ») del lavoro e lo spirito delia libertà.

[265] 21-24. O se... in tenzon: allude qui il Poeta alla Campania, la terra di Giovanni Battista Vico, il quale combatté l’ignoranza (« nero infinito ») con la sua filosofia. Cfr. in Scienza amore e forza, v. 8: « l’ombra inimica ».

[266] 25-28. de’ tre mondi la via spirital: si tratta del poema di Dante, il quale nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso tracciò il cammino dell’ascesa spirituale dell’anima. La regione che il Poeta vuole indicare è ovviamente la Toscana.

[267] 29-32. O se... immortal: intende il Poeta la terra di Francia, ricordando Voltaire e lo spirito ironico e beffardo che pervade le sue opere.

[268] 33-36. Evviva... età: il vino chiama intorno a sé gli artisti, scaldandone la fantasia e ispirandone le opere, le quali sono fattori di civiltà.

[269] 37-40. ricerco il signore: il Poeta richiama l’aneddoto di Cromwell in ripresa del v. 4.

[270] 41-44. schiava la terra: i popoli che giacciono sotto la dominazione dei potenti.

[271] 45-48. Arminio: l’eroe nazionale germanico che nell’11 a.C. distrusse le legioni romane comandate da Varo nella selva di Teutoburgo.

[272] 49-52. su le ruine... orgogli: auspica il Carducci che i 30 stati in cui la Germania era divisa superino i loro orgogli e i loro egoismi particolaristici per formare un grande stato unico e indipendente. L’impresa fu realizzata dal Bismark nel 1871 con la Confederazione imperiale germanica.

[273] 53-56. del ferro servil: le armi dei tedeschi sono servili perché al servizio degli oppressori.

[274] 57-60. del cristallo... lavoro: già fin d’allora la Boemia era celebre per l’industria dei cristalli.

[275] 61-64. o padri ringhiosi: i padri italiani hanno portato nelle loro tombe l’inimicizia e l’odio che sempre hanno diviso i popoli latini e germanici.

[276] 65-68. ne’ voti... darà: i Tedeschi alzeranno nel brindisi della riconciliazione i calici di Boemia e gli Italiani le coppe di Murano liberata (« francata »), sede anch’essa di un’industria vetraria tuttora fiorente.

[277] 1-4. imperial: l’aggettivo qualifica la posizione politica di Dante, il quale fu sempre un assertore del potere temporale dell’imperatore di fronte alle pretese del Papa. ‒ allor... Adria commosse: Adria, l’antico porto etrusco sull’Adriatico, si turba all’apparizione di Dante e sommuove il mare che da lei prende nome. ‒ il manco lato: il litorale adriatico.

[278] 5-8. nel purgato etere: nel cielo limpido, sereno. Ma nell’aggettivo è da vedere forse anche un’allusione politica all’Italia libera dallo straniero.

[279] 9-11. arcana: piena di mistero. ‒ sbigottita... ogni mente: questo religioso sentimento di composta reverenza verso il grande poeta fu solo una fantasia o un desiderio del Carducci, il quale a questo proposito annotò: « Non fu vero. Le vecchie Academie non ciarlarono né adularono mai tanto allegramente come i liberi italiani in que’ giorni ».

[280] 1-4. Ella... si accese: l’anima di Dante si ferma al sommo del cielo e volge il suo sguardo a Firenze, dove avvenivano le celebrazioni solenni del centenario; vede i gonfaloni delle città italiane qui convenuti e ne gioisce.

[281] 5-8. d’atro velo ombrate: sono i gonfaloni listati di nero, in segno di lutto, di Roma (« Quirin ») e di Venezia (« San Marco »), le città non ancora riunite all’Italia. A quella vista Dante sente riaccendersi nel cuore il dolore generato dall’amore di patria che in lui non muore mai.

[282] 9-11. Ahi... ostello: è il grido di dolore e di sdegno ch’esce dal cuore di Dante al v. 76 del canto VI del Purgatorio. ‒ la lupa...: la lupa è la peggiore delle tre fiere che impediscono a Dante l’ascesa al monte della salvezza e simboleggia le cupidigie insaziate e insaziabili (cfr. Inferno I, 49 ss.). Qui rappresenta il papato. ‒ domestico flagello: le lotte interne dei partiti italiani.

[283] 12-14. Mai... a Roma: il Poeta vuol dire che, facendo Firenze capitale, l’Italia ha dato alla città una responsabilità troppo grande per le sue forze, poiché essa non potrà mai portare il peso della gloria e della tradizione storica di Roma, di cui l’aquila (latino augello) è simbolo.

[284] 1-4. Come... su’ venti: intendi: come viluppo di nubi che corron veloci spinte e sconvolte dai vortici di venti impetuosi...

[285] 5-8. sinistri: minacciosi. ‒ adriache genti: il Veneto. ‒ oh,... lenti: per la dizione cfr. l’invettiva a Pisa di Dante, Inferno XXXIII, 81: « poi che i vicini a te punir son lenti ».

[286] 9-14. attingean: toccavano. ‒ adultèro: qui, propriamente, è il peccaminoso amore del Papa per il potere temporale.

[287] 1-4. Di Maro il fiume: il Mincio, il fiume caro a Publio Virgilio Marone nato poco lontano, a Pietole, e vicino al quale ci sono le località di Curtatone e Montanara, dove il 29 maggio 1848 i volontari toscani impedirono all’esercito austriaco l’aggiramento delle posizioni piemontesi e’ resero possibile la vittoria di Goito. ‒ mal vendicata... virtù: il valore di quegli eroi caduti per la patria non fu vendicato con la completa cacciata dello straniero.

[288] regi ostri: mantelli regali, che sono sempre segno di meschina viltà, tanto più riprovevole in una città come Firenze che può vantare un eroe come Francesco Ferrucci, il quale morí a Gavinana il 4 agosto 1530 combattendo in difesa della libera Repubblica fiorentina contro le forze coalizzate di Carlo V e Clemente VII. ‒ da i servi fasti: dal calendario improntato a spirito di viltà, appunto perché vi fu cancellato l’anniversario di Curtatone. ‒ il tempio: è da intendere probabilmente Santa Croce a Firenze, il sacrario delle glorie patrie, poiché la coperta autografa del sonetto porta aggiunto il titolo: Curtatone e Santa Croce.

[289] 12-14. Qui... la gloria: coloro che hanno ricchezza e potere in Italia s’impadroniscono di tutto, anche della gloria.

[290] 1-4. del sen... candore: col bianco petto scoperto.

[291] 5-8. L’ombra... trasvola: intendi: la figura del tuo cimiero come bagliore di meteora attraversa a volo l’aria, la quale trema al suo passaggio.

[292] 12-14. t’implichi: ti avvinca. ‒ Oh... affatichi: impaurisci ancora il mondo ed agiti i secoli con la forza del tuo nome.

[293] 1-8. da i marmi... medicee sale: le statue della Galleria degli Uffizi, fatta costruire dal granduca Francesco I nel 1574, vivono come dèi dell’antichità, plasmati dallo spirito greco che gli artisti vi infusero.

[294] 9-16. O vate... annodi: Il Foscolo cantò la bellezza come ideale di armonia, la morte come affermazione di valori ideali che le sopravvivono e congiunse la dolce malinconia di Mimnermo all’elegiaco compianto del Petrarca. L’accenno a Mimnermo di Colofone, poeta greco del secolo VII a.C, suscitò critiche, cui il Poeta rispose annotando: « chi _ ha poi senso di poesia e sa un poco di greco ripensi i frammenti dell’elegiaco smirneo, e del Foscolo certi luoghi delle Grazie e tutta l’ode all’amica risanata... Ma della poesia del Foscolo, della quale tanto più cresce in me l’ammirazione quanto più veggo la materialità metafisica e dogmatica di certi critici affettare una quasi indifferenza o degnazione di occuparsene, bisognerebbe alfine parlare con più sentimento e conoscenza d’arte e con meno declamazioni e preoccupazioni civili politiche e filosofiche ». ‒ vieni e posa...: cfr. nei Sepolcri, 151 ss. l’elogio che Foscolo fa di Santa Croce e di Firenze. In questa città dall’agosto 1812 al luglio 1813 il Foscolo visse giorni d’amore tra le dame del bel mondo fiorentino, abitando nella villa di Bellosguardo, il colle oltr’Arno dove meditò le Grazie, assunto qui a simbolo di questo momento della vita e della poesia foscoliana (Venere...).

[295] 17-24. Di rose... riveste: si ricordi l’evocazione del paesaggio toscano nei Sepolcri, 165 ss. ‒ che forse... sospira: quando nel desiderio della poesia foscoliana l’usignolo innalza da Bellosguardo il suo canto malinconico.

[296] 25-32. Chi... si addisse: chi si dedicò senza meschine ambizioni alla poesia, la quale non accetta compromessi interessati. Cfr. Foscolo, Sepolcri; 10-11: «lo spirto / delle vergini Muse». ‒ a prova: quasi sfidandolo.

[297] 33-40. Vivi... elisi: la situazione richiama la descrizione dantesca degli spiriti magni nel Limbo (Inferno, IV). ‒ gran veglio smirnèo: Omero, cosí detto perché Smirne era una delle città che più insistentemente ne rivendicava i natali. ‒ Saffo... Alceo: i due poeti di Lesbo vissuti nel VII secolo a.C. ‒ rivoli: torni a volo a Firenze.

[298] 41-48. O ver... forme antiche: ovvero vivi come puro spirito nell’anima universale che dissolve le forme antiche per rinnovarle continuamente. Si veda l’idea foscoliana nei Sepolcri, 17 ss. ‒ umana Psiche: l’anima umana, che s’illustra dell’opera dei grandi spiriti e procedendo riempie i secoli e li illumina.

[299] 49-56. Ma di Carrara... dolori: Il marmo prezioso della tomba non ricompensa il dolore del poeta se dal suo sepolcro i giovani non traggono il desiderio di grandi imprese. Anche qui c’è sullo sfondo uno spunto foscoliano dei Sepolcri, 145 ss.

[300] 57-64. in solitaria parte: in esilio. ‒ a cui... dispensa: a coloro che la contraccambiano col prezzo di favori, i quali gettano infamia su chi li riceve.

[301] 65-72. Col bello... Tersite: Intendi: col giovane Regno d’Italia non sono cresciuti uomini capaci di sorreggerne l’ascesa, ma solo ingegni limitati che svolazzano maldestramente in un cielo, per il quale non hanno attitudini, come farfallette che non hanno raggiunto la completa trasformazione dallo stadio di pupe. In sostanza gli uomini che guidavano il nuovo regno non avevano superato la ristretta mentalità delle divisioni politiche precedenti. È l’epoca dei meschini e dei vili, di cui è simbolo Tersite, il personaggio che nell’Iliade Ulisse percuote e riduce al silenzio.

[302] 73-80. Qual gittò... Roma: L’Italia sparse tra i popoli l’idea del diritto alla libertà nel nome di un sentimento d’amore; ma alle nobili parole non seguirono che fatti incerti e ignobili, poiché gli Italiani hanno il cuore e la mente ancora avvinti alla servitù e alla ignavia del passato.

[303] 81-88. Se tal risponde...: se in tal modo, cioè cosí vilmente, l’ignavo popolo italiano risponde allo spirito dei suoi avi, non serve erigere monumenti per ricordare i grandi, dei quali poi non si segue l’esempio; e nel suo sdegno il Poeta invoca il mare che con l’onda sommerga i due lidi, d Italia, e i vulcani d’Appennino, perché riversino una pioggia di fuoco sulle pianure italiche.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011