Giosuè Carducci

Galanterie cavalleresche del secolo XII e XIII

Edizione di riferimento

Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti, Vol. XLIX, Serie II ‒ 1° gennaio 1885. anno XX, Seconda serie - Volume quarantanovesimo della raccolta, Volume LXXIX, 1885, Roma Direzione della Nuova Antologia Via del Corso, N. 466, 1885, Tipografia Eredi Botta.

I.

Rambaldo di Vaqueiras fu delle poche figure che più spiccassero per rilievo di contorni in quella turba di cantori vagabondi che fa folla su l’uscita del secolo decimosecondo. Dei trovatori venuti su nella propria e vera Provenza, egli, dall’autorevole opinione di Claudio Fauriel è giudicato il più insigne per certa originalità di ingegno e di arte. E se all’ingegno e all’arte si aggiunga l’aureola dei fatti d’arme e delle fortune d’amore, Rambaldo, per la conformità delle sue disposizioni e della vita con le idee e le abitudini della società eletta del tempo suo, parrà come un esempio del trovatore per ogni parte perfetto, gradito egualmente ai cavalieri e alle dame.

II.

Nato fra il 1155 e il 1160, in Vaqueiras, castello della contea d’Orange nel Venesino, da un cavaliere ridotto in basso così d’avere come di senno, Rambaldo si fece giullare; cioè non pur componeva versi e canzoni, ma le musicava e cantava egli stesso per le corti. In gran pregio di gentilezza era allora la corte di Orange, per la memoria di Guglielmo che n’ebbe il titolo, e fu trovatore e donneggiatore famoso per gli amori e le canzoni di Beatrice contessa di Die, nelle quali paiono spirare i calori di una Saffo medioevale. Da pochi anni quella signoria era venuta per eredità di donna nella famiglia del Balzo, delle più illustri del regno d’Arles fino dal 971, la quale contrastò a quella di Barcellona più tempo il dominio della Provenza. Nel 1181 Guglielmo IV del Balzo per concessione dell’imperatore Federico s’intitolò principe d’Orange; si piaceva a far canzoni anch’egli, e tenzonò con Rambaldo. Il quale visse presso di lui la prima giovinezza; e poi passò a stare con Ademaro II conte del Valentinais e Diais, che discendeva, ramo traverso, da Guglielmo IX duca d’Aquitania, il più antico e potente e bizzarro dei trovatori, ed ebbe per madre la già ricordata Beatrice. Per la casa d’Orange Rambaldo compose da giovine più sirventesi in rimprovero degli alleati e consorti che l’avevano nei pericoli abbandonata, in rimprovero al re d’Aragona Alfonso II che nel 1185 avea fatto pace con Raimondo di Tolosa nuovo conte di Provenza senza obbligarlo a restituire il mal tolto al principe d’Orange. Per il conte del Valentinais non cantò Rambaldo sì ardite cose, ma ebbe con lui lunga amicizia; e anche poi dal Monferrato gli mandava de’ suoi canti.

Perchè Rambaldo lasciasse per l’Italia le contrade della lingua d’oc, non si sa; si suppone per amore di novità, di avventure, di miglior vivere: da poi che, quetata la gran lite tra i comuni e l’impero, le corti e le città di Lombardia cominciavano allora ad aprire le porte alle morbidezze della Francia meridionale e con esse alla poesia. D’un tratto Rambaldo esce in una canzone a lamentarsi della sua donna: che s’ella non lo tratti meglio ‒ Io me ne vado ‒ egli dice ‒ nel paese di Tortona; dal quale se mi avverrà alcun bene, raccomando a Dio Provenza e il Gapensese (Gap, nel Delfinato), e rimango là preso come pernice in rete. ‒ Non ci venne prima dell’85, perchè in quell’anno fu la pace tra il re d’Aragona e il conte di Tolosa che egli cantò come presente sui luoghi; nè forse prima dell’89, perchè sol da quell’anno Ademaro II tenne in persona la contea del Valentinais.

III.

Venne con il suo liuto e con la giga, più tosto a piedi che sur un magro ronzino, e passò, pare, per le scabrose ineguaglianze d’un mestiere soggetto a vicenda continua di stravizio e di fame, d’abiezioni e d’onori. ‒ Vi ho visto cento volte per Lombardia andar a piè come tristo giullare, povero ad avere e disgraziato ad amica; e bene vi avria fatto pro chi vi avesse dato mangiare; ‒ così gli ricordava non senza rinfaccio più tardi un emulo di versi e forse d’amore, Alberto Malaspina marchese, il primo degl’italiani che poetasse provenzale: avea corte in Tortona o nel territorio, e vi potè accogliere e ristorare il trovatore ramingo.

Il quale dovè prima essersi fermato in Genova, ove era stato da vero disgraziato in amore. Avea provato a corteggiare secondo la usanza provenzale una gentil donna, o parlando più schietto, la moglie d’alcuno di quei gran mercatanti. Se non che l’italiana, nodrita ai forti e severi costumi della sua patria, e non usa per conseguenza alle convenute lusingherie dell’Occitania, lo discacciò: il che parve al trovatore, nuovo fra noi, o tanto strano o tanto degno di stima, da risolverlo a render noto e durevole il rifiuto da lui patito in tutta la sua nativa energia. Compose una canzone per dialogo e bilingue, nella quale a vicenda esso prega e la donna rifiuta le preci sue, esso in provenzale e la donna nel genovese illustre del suo tempo. Così Giovanni Galvani, ultimo editore, in Italia, di tale canzone.

È questo il più antico documento nel quale un dialetto italiano ci apparisca adoperato in lavoro di versi; cosa tanto più degna di nota, quanto il dialetto è maneggiato in rima da uno straniero: ora che a tal prova riuscisse primo e d’un tratto uno straniero, non par da credere, e par naturale che d’una sì fatta poesia dialettale d’argomento mezzano e come da scherzo fossero già state fatte altre prove in quella Genova, che ne produsse poi tanta nel secolo appresso. Cotesta canzone, o, meglio, contrasto, è anche il primo esempio di quelle poesie a dialogo tra uomo e donna, che l’uno chiede e incalza, l’altra nega e resiste, le quali furon poi molte, dal secolo decimoterzo a tutto il decimoquinto, nella lirica nostra sì cortigiana, sì popolare o mezza popolare, e nella provenzale scarseggiano: ora, Rambaldo, il primo e forse l’unico dei trovatori stranieri che scrisse in un dialetto italiano, non può egli darsi che imitasse e deducesse tal forma di poesia quasi rappresentativa dalle produzioni d’un’arte dialettale paesana, che potè non mancare al nostro popolo nel secolo decimosecondo, se reliquie e monumenti non scarsi ce ne avanzano del terzodecimo? Più notevole poi per rispetto alla storia è questo contrasto ligure-provenzale, in quanto rappresenta contendenti a fronte a fronte due forme di costumi: la squisitezza già morbida delle corti provenzali e la rozzezza ancora integra delle città commercianti d’Italia.

Donna ‒ comincia il trovatore ‒ tanto vi ho pregata, se vi piace, che mi vogliate amare . . . . Perchè siete in tutti i fatti cortese, il mio cuore si è fermato in voi più che in nessuna genovese, onde sarà mercè se mi amate: di che io resterò meglio appagato che se fosse mia la città dei genovesi con tutto l’avere che v’ è dentro.

Ma per la bella e superba moglie d’alcuno di quegli aitanti uomini di mare, che in Genova erano semplici cittadini e mezzi re in Oriente, il provenzale fa la figura d’un mozzo delle vittoriose galere liguri. ‒ Che cortesia è questa ‒ gli risponde ‒ di venirmi a seccare da capo? ‒ e manda il trovatore a farsi impiccare:

Jujar, voi non se’ corteso,

Che me cardaiai de co’,<[1]

Chè neente non farò:

Anzi fossi voi appeso!

Vostr’amia non serò:

Certo già v’escarnirò,<[2]

Provenzal mal’agurado,

Tal enojo<[3] ve dirò:

Sozo, mozo, escalvado.

Nè già voi non amarò,

Ch’eo chiù bello mari ho

Che voi no se’, ben lo so . . . .

Il trovatore ‒ come osserva Federico Diez ‒ contrapponendo con certa originale schiettezza nella sua persona il còlto e squisito cortigiano provenzale a una rozza cittadina e mercantessa genovese, contrappone anche ciò che in quel tempo era l’ideale poetico a ciò che era il reale prosaico; e, per meglio rappresentare quello che a lui provenzale appariva nella bella genovese più nuovo e proprio e stranamente caratteristico, la introduce a schernire nel suo barbaro dialetto sè stesso e le sue colte frasi; mentre egli seguita versando a piene mani le perle e i fiori della poetica elocuzione su la strana donna, pur lodandola sempre di grazia e di cortesia: lodi che le risposte della bella selvatica smentiscono e schiacciano ancor calde della ritmica risonanza. ‒  Donna ‒ le dice ‒ gentile e discreta, gaia e prode e conoscente, vagliami il vostro discernimento perchè gioia e giovinezza vi guida ... Mi sarà gran contento se io vi diverrò ben voluto ed amico.

Ma la donna discerne, come al trovatore non torna: ella capisce a che parano le belle frasi provenzali. ‒ M’avete preso per una sgualdrina? Nè pure se foste figliuolo di un re. Andate, andate, che siete matto.

Jujar, voi semellai mato

Che cotal razon tegnei [4]:

Mal vignai e mal andei[5],

Non ave’ sen per un gato ...

Nè non faria tal cossa,

Se sias [6] fillo de vei:

Credi vo’ che e’ sia mossa?

Per mia fe’ non m’averei.

Se per m’amor [7] vo’ restei,

Ogano morre’ de frei<[8].

Tropo son de mala lei

Li provenzal.

Non si perde a tanto il trovatore: pensa che l’italiana burli: come non dovrebbe gradirle l’amore di uno, uso in corte a esser gradito alle dame ? ‒ Donna, non siate tanto fiera, che non si conviene nè sta: anzi convien bene, se vi piace, che io da senno vi richiegga d’amore, e che voi mi togliate di pena... Quando rimiro vostra bellezza fresca come rosa di maggio, non so cosa al mondo che sia più bella; onde io v’amo e v’amerò sempre, e se buona fe’ mi tradisce, sarà peccato.

Con queste smancerie credeva il trovatore di dare alla bella l’ultimo colpo, la botta sottana. Sì da vero; la bella gli si rivolta, mescolando dispetti, minacce e scherni, il tu e il voi; se la piglia fin col parlar provenzale; la bella lingua del gaio sapere per lei è lo stesso che il tedesco o il barbaresco o il sardo: promette la vendetta del marito al fedele del codice d’amore, e finisce con dargli dello straccione.

Jujar, to provenzalesco,

Si ben s’engauza<[9] de mi,

Non lo prezo un genoì<[10].

Nò t’entend chiù d’un toesco

O sardesco o barbari,

Ni non bo cura de ti.

Vo’ ti cavillar con mego ?

Se lo sa lo meo mari,

Malo piato avrai con sego.

Bel mescer, vero ve di,

Non voll’io questo lati<[11]:

Frare, zo aia una fi<[12].

Provenzal, va, mal vestì,

Lagame star.

Quando poi il trovatore finisce con farle certe proposte in termini più chiari, la donna lo rimanda a chiedere altra elemosina che d’amore :

Mei valrà, per san Martì

Se andai a ser Opetì

Che ’v darà fors’un roncì

Car si jujar<[13].

Lo rimanda cioè a uno di quei signori feudali che accoglievano trovatori e giullari e uomini di corte, e li rivestivano e regalavano anche di cavalli o soltanto, come dice la genovese, di un ronzino. E il signore potè ben essere Obizzino, uno dei tre figliuoli che tra il 1184 e il 1187 successero ad Obizzo Malaspina, della stirpe degli Adalberti, uno, per amore o per forza, dei capitani della lega lombarda: avevano marchesati e signorie in Liguria, in Lunigiana, in val di Taro e in Lombardia. E Rambaldo potè ben riparare in corte di Obizzino ad alcuno dei castelli liguri o di Lunigiana, e indi presso il fratello di lui Alberto in Tortona o altrove: certo, e poco di poi, passò in Monferrato alla corte, che era di solito nel castello di Occimiano e talvolta in Chivasso e Montevico, del marchese Bonifacio, figliuolo di Guglielmo il vecchio, l’alleato di Federico I.

IV.

Stiè ‒ raccontano i biografi provenzali ‒ in quella corte lungo tempo; e vi crebbe di sapere, di trovare e d’armi. E il marchese, per il gran valore che in lui conobbe, lo fece cavaliere e suo compagno d’armi e di veste. Difatti il trovatore non solo celebrò con i canti, ma partecipò di persona le avventure del marchese alla difesa di donne e donzelle, e i pericoli nelle guerre col comune d’Asti, e quando nel 1194 seguitò l’imperatore Arrigo VI alla seconda spedizione sul regno di Sicilia, e quando guidò egli nel 1202 la quarta crociata. In Oriente, al suo signore, nuovo re di Tessaglia, cantava:

‒ Valente marchese, in molti luoghi ho donneggiato con voi, ed anche ho con voi perduto e guadagnato in arme: con voi ho cavalcato in guerra, con voi ho preso molti colpi e molti ne ho dati, con voi sono gentilmente fuggito e con voi ho incalzato vittorioso i nemici e sono in fuggir ritornato e son caduto anch’io abbattuto da altri: ho giostrato in guado e in ponte, ho spronato con voi traverso barriere, ho invaso barbacani e fossati; e vi ho aiutato a conquistare imperi e regni e ducati e terre ed isole straniere. ‒

La corte di Monferrato, quando circa il 1190 ci venne Rambaldo, non pur della gloria militare e politica, ma anche si adornava della memoria e della presenza di donne gentili. Vi fiorìa certo la memoria delle sorelle di Bonifacio, Giordana, moglie del marchese trovatore Alberto Malaspina; Agnese, moglie di Guido Guerra conte di Romagna e Casentino, che forse fu suocera della buona Gualdrada ancor viva ed onesta ne’ versi di Dante; Alasia moglie dell’aleramide Manfredo II marchese di Saluzzo adorata e cantata dai trovatori. Erano in casa la prima moglie di Bonifacio, forse un’aleramide anch’essa, Elena di Busca; e la figliuola Agnese che poi andò sposa ad Enrico di Fiandra imperatore di Costantinopoli; ed una Beatrice, ch’io vorrei ancora poter credere sorella di Bonifacio, quale un’antica vita di Rambaldo l’afferma, ma un serrato e dotto studio recentissimo del dottor Giuseppe Cerrato mi sforza a riconoscerla in vece per figliuola; e forse fu moglie a un altro aleramide, Enrico del Carretto marchese di Savona.

V.

E ora traduco da una vecchia notizia provenzale della vita di Rambaldo.

Rambaldo, quando il marchese l’ebbe fatto cavaliere, s’innamorò di madonna Beatrice sorella di esso. Molto l’amò e la desiderò guardando che ella noi sapesse nè altri; e molto la mise in pregio, e molti amici le guadagnò e molte amiche da lungi e da presso; ed ella gli facea grande onore di cortesie e d’accoglienze. Egli intanto si moriva di desiderio e temenza, che non la osava pregar di amore nè far sembianti del pensier fermo che aveva in lei. Tuttavia, come sforzato da amore, un giorno le venne dinanzi e le disse, com’egli amava una donna gentile e valente e giovine, e aveva gran dimestichezza con lei e non le osava dire o mostrare il gran bene che le voleva, tanto temeva la sua grandezza e virtù; e così la venne pregando per Dio e per cortesia che gli desse consiglio, se dovesse dire a quella il suo cuore e la sua volontà e pregarla d’amore o morirsene tacendo e amando. E quella gentildonna Beatrice, quando udì ciò che Rambaldo le diceva e conobbe l’amorosa volontà ch’egli aveva, e già prima s’era accorta che moriva languendo e desiderando per lei, sì la toccò pietà e amore, e gli disse ‒ Rambaldo, bene sta che un fedele amico, quando ama una gentildonna, abbia temenza a dimostrarle l’amor suo; ma anzi che muoia, io gli do il consiglio che glie lo dica e la preghi di accettarlo per servitore ed amico. E vi assicuro bene che, se la donna è savia e cortese, non se lo avrà a male nè a disonore, anzi ne lo pregerà più e ne lo terrà per migliore. A voi dunque consiglio che alla donna che amate debbiate aprire il cuor vostro e la volontà che le avete e debbiate pregarla vi ritenga per servitore e per cavaliere. Voi siete tale che non ha donna al mondo che non vi debba volentieri ritener per cavaliere e servo: ch’io veggo che madonna Adelasia contessa di Saluzzo soffrì Pier Vidal, e la contessa di Burlatz Arnaldo di Mameli, e madonna Maria di Ventadorn Gaucelmo Faiditz, e la signora di Marsiglia Folchetto. Per il che io vi consiglio e autorizzo, che voi, per la parola e l’autorità mia, la preghiate e richiediate d’amore. ‒ Ser Rambaldo, quando udì ’l consiglio che essa gli dava e la securtà che gli faceva e l’autorità che gli prometteva, sì le disse ch’ella era la donna ch’egli amava e della quale avea chiesto e preso consiglio. E madonna Beatrice sì gli rispose: fosse il ben venuto, e si sforzasse di ben fare e ben dire e di mostrar valore, e, se anche era già amoroso, dovesse sforzarsi esser di più, ch’ella lo volea ritenere per cavaliere e per servidore. Onde Rambaldo si sforzò d’avanzare in pregio quanto potè, e fece allora quella canzone che dice Ara m requier la costum e son us.

Al Fauriel parve, e lo stesso ha da parere a lettori ed autori di versi moderni, che una canzone ispirata da tali concessioni e da tali speranze e promesse avesse dovuto prorompere più calda che non sia quella rimastaci di Rambaldo, la quale non risponde all’interesse del motivo. Io oso ricordare a’ lettori miei che l’amore cavalleresco non si deve nè si può giudicare alla stregua delle grandi passioni della poesia d’or fa cinquantanni; e li prego di ricondurre la loro immaginazione su la fine del secolo decimosecondo entro le pareti d’un castello feudale a sorprendervi l’effetto che su gli animi, in quella maturità galante di civiltà cavalleresca desiderosi di novità eleganti, doveron fare questi versi, ch’io traduco qua e là dall’intiera canzone, nei quali Rambaldo fu de’ primi ad accompagnare la vivacità delle leggende romanzesche alle reminiscenze dei miti antichi.

Nessun uomo ancora amò tanto alto come io nè donna sì prode; e, poi che non le trovo pari, in lei m’intendo e, secondo il suo consiglio, l’amo più che Piramo non amasse Tisbe; però che ella s’innalza di pregio e di gioia su tutte, però ch’è piacente e graziosa ai prodi e ha sembiante orgoglioso pe’ vili e larga è d’avere e d’onorata accoglienza. ‒ Nè anche Percivalle, quando tolse nella corte d’Artù le armi al cavaliere vermiglio, ebbe tal gaudio quale io m’ebbi dal consiglio di lei; ma ella mi fa morire sì come muore Tantalo. ‒ Nobile donna, quando vi chiesi la gioia di avere un vostro capello e voi mi deste un consiglio d’amore, fui altr’e tanto e più ardito che non fosse Eumenidus al salto di Tiro. ‒ Già non mi biasimi e accusi il mio signore Ademaro, s’io per lei mi tengo lontano da Orange e da Montelh; però che, così Dio mi doni conforto della sua bella persona, uom mai non vide più valente di lei; tanto che, s’io fossi re d’Inghilterra e di Francia, lascerei i due regni per fare il suo comando. ‒ In voi, Bel Cavaliere, ho messo la speranza; e, poi che voi siete la più pregiata del mondo e la più prode, non deve tornarvi a danno l’avermi voi dato consiglio e fatto securtà.

Bel Cavaliere è il soprannome d’amore, che, secondo le costumanze della poesia trovadorica, Rambaldo assegnò nelle sue canzoni a Beatrice di Monferrato. E del soprannome questa fu l’occasione e l’origine.

Il trovatore ‒ si racconta in altra biografia, credo, inedita ‒ potea vedere madonna Beatrice nella sua camera per uno spiraglio di cui niuno erasi accorto. Un giorno il marchese tornò da caccia, ed entrò nella camera, e mise la sua spada a costa a un letto; e se ne venne. Beatrice, restata in camera, spogliò il sorcotto, e, rimasta in gonnella, toglie la spada, se la cinge a modo di cavaliere, e la trae dal fodero, e la vibra in alto e la gira a cerchio intorno al braccio da l’una parte e da l’altra, e la rinfodera e torna a riporla a cost’al letto. Rambaldo vedea tutto ciò per lo spiraglio: ondo la chiamò poi sempre Bel Cavaliere.

Il talento delle armi passa quasi domestica eredità nelle donne di quei ferrati marchesi, e si rinnova in una bisnipote di questa Beatrice, in Alasia, figliuola di Bonifacio II detto il gigante; la quale si accampa ancora superba della sua imagine di Camilla feudale nelle pagine del poeta e cronista Galeotto del Carretto: Fu bella a meraviglia, e portava sempre vesto virile nè avea commercio suo con donne, come sogliono fare l’altre. Dilettavasi forte de le cacce e con soldati molte fiate, per campagne e boschi cacciava, e cavalcava con tal maestria e fortezza qual altro buon cavaliero nell’arme esperto facesse a quei tempi. Che il tardo cronista scambiasse per avventura la nipote per la zia?

VI.

L’amore in tutti i tempi e in tutte le letterature si compiacque alle imagini della guerra; ma in niuna età mai quanto nel medio evo. Singolare tra le canzoni che Rambaldo compose a onore di Beatrice è la intitolata il carroccio, dal nome del carro che i comuni lombardi già da un secolo traevano in mezzo l’oste alla battaglia.

Questa è la invenzione. Le donne delle più chiare famiglie di Lombardia e Romagna fanno lega contro la soverchiante bellezza di Beatrice, come a punto contro la prepotenza di Federico I e del marchese di Monferrato fecero lega i comuni lombardi; e come i lombardi collegati piantarono Alessandria contro le minacce del marchese Guglielmo, così le donne lombarde contro le grazie della figliuola o nipote del marchese fondano ora e muniscono una città.

Perfida e mala guerra vogliono cominciare le donne di questo paese: pensano elevare o in piano o in forra una città con torri: però che troppo sormonta l’onor di colei che atterra il loro pregio e il suo tiene alto, di lei ch’è fiore di tutte le migliori, donna Beatrice: ella è tanto lor superiore, che tutte contro a lei faranno insegna e guerra e fuoco e fumo e polverio. ‒ La città sorge, e fanno mura e fossati. Donne di ogni lato e senza invito ci vengono, quante a cui è caro il pregio di giovinezza e beltà. E mi penso che la figliuola del marchese ne avrà dura giostra, ella che in pace finora ha conquistato tutt’i beni e tutt’i buoni abiti cortesi: ma, perchè è prode e franca e di buona razza, non starà più in pace di quello faccia suo padre, il quale è tornato al lanciare ed al trarre.

Ma chi erano le collegate? Il poeta le ricorda tutte, per nome, e le loro famiglie, e onde vengono. Ma ahimè, dove sono andati i fiori di maggio, dove le nevi dell’altr’anno, dove le belle del tempo antico? Intrecciare ghirlande di fiori secchi e sfilare una serie di nomi femminili che non han più sorrisi, è lo stesso. ‒ Le avversarie e le emule del Bel Cavaliere abondano, com’è naturale, nelle famiglie vicinanti ed affini. Gran compagnia ne viene dal Canavese: viene la donna di San Giorgio, cioè d’una famiglia vassalla ai marchesi di Monferrato che darà nel secolo decimosesto il miglior cronista alla dinastia: viene da Lenta nella giurisdizione di Vercelli una donna Agnese: viene da Ventimiglia di nascosto (chi sa qual gelosia o tirannia domestica la impediva!) donna Guglielmina, certo di quella famiglia di conti che s’era pur allora imparentata co’ i conti di Savoia: viene Maria la Sarda, cioè Maria figliuola di Comita giudice d’Arborea, la quale per opera di Bonifacio fu sposa nel 1202 al nipote di lui, Bonifacio marchese di Saluzzo, figliuolo d’Alasia, nel 1202, proprio nell’anno che Bonifacio di Monferrato, avendo accettato il comando della quarta crociata, era tornato al lanciare ed al trarre. Ed ecco trovato il quando fu composta la canzone del carroccio: la scoperta è del dottor Cerrato, e parmi irrifiutabile.

Anche vengono ad ogni costo, e perciò guardiamole bene, la madre e la figlia d’Ancisa: cioè Domitilla vedova del marchese Alberto dell’Incisa, un altro aleramico morto nel 1188, e la figliuola di lei, Domicella: i nomi ce ne furono conservati, opportunamente, come vedremo più innanzi, dalle pergamene notarili. Tra i due marchesati c’era urto, e Bonifazio ebbe che dire e che fare coi giovini marchesi dell’Incisa, ai quali invidiava e minacciava il possesso di Montalto e della Rocchetta. Di fuori le marche aleramiche, accorre la donna di Soragna, della famiglia dei Lupi che da mezzo il secolo decimosecondo tenevano quel dominio feudale nel Parmigiano: accorrono le donne di Versilia, le donne cioè di quei neri conti e valvassori che diramarono da’ Fraolini, venuti con gli Ottoni a impiantarsi nel breve territorio che sta fra Lucca e la Lunigiana, e tanto dettero da fare ai lucchesi e ai pisani. Accorrono le donne di Romagna. Ma quali? I marchesi di Monferrato ebbero, come vedemmo, parentela coi conti Guidi che dall’Appennino toscano distendevano la lor signoria su la Romandiola. Ma nella bassa Romagna oltre un secolo a dietro Guglielmo II bisavolo di Beatrice s’era ammogliato con Otta di Ravenna e intitolavasi il marchese di Ravenna. E in Ravenna nel 1189 già da nove anni fioriva la fama di madonna Emilia, cantata anch’ella dai trovatori, moglie a Pier Traversari, celebrato nelle cronache e poi da Dante tra gli onori della vecchia nobiltà romagnola.

Ora tutte queste signore ed altre vogliono che Beatrice renda loro la giovinezza. E qui mi bisogna avvertire che due nobili scrittori italiani illustrarono prima di me questa canzone e gli amori di Rambaldo e di Beatrice: furono il marchese Luigi Biondi, traduttor gentile di poesie latine, e il conte Giovanni Galvani, che è gran lume degli studi romanzi, e più sarebbe stato se più scientifico avesse avuto il metodo, cioè se fosse nato più tardi. Dalle loro interpretazioni e ragioni mi conviene più d’una volta allontanarmi e discordare: lo noto soltanto quando il non farlo potrebbe indurmi la taccia d’ignoranza o di superbia. A questo punto il marchese Biondi scrive: Le donne nominate . . . erano un po’ vecchiette, e volevano che Beatrice di Monferrato restituisse loro la gioventù. Bella e graziosa invenzione! Veramente se la cosa stesse così, la invenzione non sarebbe, mi perdoni il marchese, nè graziosa nè bella. Il vero è che nel linguaggio della poesia provenzale il vocabolo giovinezza, per quella alacrità e larghezza e serenità di spiriti che adorna e infiora codesta primavera della vita, passò a significare quelle virtù e attitudini e facoltà che in tali condizioni dell’animo vengono a manifestarsi, cioè valore, generosità, magnificenza, cortesia, e, di conseguente, nobiltà; vecchiezza in vece (ahimè, i provenzali erano greci imbastarditi) suonò angustia e malattia dell’animo, meschinità, invidia, grettezza, avarizia. Onde Bertran del Born cantava: Io tengo per giovine un barone, quando la sua casa gli costa assai. Egli è giovane quando dona senza misura, giovane quando brucia l’arco e la freccia. Ma vecchio è ogni barone che nulla mette in pegno e che ha lardo, vino e grano d’avanzo; è vecchio se ha un cavallo che si possa dir suo. In questo più largo senso è da intendere la restituzione del pregio di giovinezza che le collegate lombarde pretendono da Beatrice di Monferrato: domandano cioè che ella restituisca loro parte di quel pregio e di quell’onore di generosità e gentilezza che ella si è usurpato tutto per sè nel concetto della gente di corte.

Il che per altro non toglie che non si combatta ancora per il vanto della bellezza. Lo dice il trovatore, che seguita cantando come la lega abbia un’altra ragione di guerra contro Beatrice per questo, che ella toglie sua gentil persona a la damigella ed a tutte il color fresco e novello; cioè perchè ella supera tutte quelle dame nella freschezza del colorito e particolarmente per le grazie del personale supera una tal determinata damigella, la damizela. Or chi è questa damigella? Ricordate le due signore dell’Incisa che vennero a ogni costo? La marchesa madre, Domitilla, nel 1190, dovè cedere, per sè, per i figliuoli e le figlie, nelle mani dei consoli d’Asti i castelli di Montalto e della Rocchetta: rimane l’istromento della cessione, e tra le figlie dell’Incisa figura il nome di Domicella. Ecco scoperta la damigella. I marchesi di Monferrato e quei dell’Incisa erano, da buoni consanguinei e vicini, in urto fra loro: c’eran dunque tutte le ragioni che anche le loro donne venissero tra loro in gara di bellezza e di gentilezza, e venissero per ciò ad ogni costo alla simboleggiata battaglia contro la Beatrice di Monferrato, e che il poeta di Monferrato ne le rimandasse un cotal poco scornate.

Che se Beatrice non renda di buon accordo alle collegate giovinezza e beltà; in nome di esse le donne di Ponzone glie ne chiederanno l’ammenda. Queste erano le dame dei marchesi di Ponzone, uno dei più vecchi rami aleramici, che signoreggiavano l’Apennino in quel d’Acqui, tenendo il primo e proprio dominio d’Aleramo; caduti oramai in basso, tanto che l’ultimo marchese aveva combattuto co’ lombardi contro l’imperatore al servizio forse del comune d’Acqui, al quale i figli di lui Enrico e Ponzio e il lor cugino Pietro cedevano nel 1192 ogni diritto sul marchesato, per riceverne l’investitura dal comune come già il padre e gli avi. Le nominate dal trovatore dame di Ponzone devono essere le mogli di Enrico e di Pietro, due Del Carretto dei marchesi di Savona, altro ramo aleramico. È una vera guerra gentilizia.

E le donne sono accorse frequenti: non v’è, afferma il trovatore, giovane lombarda che sia rimasta di qua dai monti. Però che la città della lega è piantata un po’ lungi dall’oggetto della guerra, verso il Cenisio; ed ha il nome non bene augurato di Troia. E le collegate anche han fatto lor podestà, secondo le costumanze dei comuni, eleggendola tra i nobili di città diversa, madonna di Savoia. Nel 1202, posto che s’abbia a fermare in questo anno la canzone del carroccio e la simbolica battaglia, madonna di Savoia non poteva, come il dottore Cerrato conchiude, esser altra che la prima moglie del giovine conte Tommaso I figlio del III Umberto, Margherita di Ginevra, che, secondo la fama, il conte avea tolta, mentre, a malgrado suo, innamorata del bel savoiardo, era dal padre menata in Francia a nozze; e se l’era fatta sposa nel castello di Carbonara. Ecco dunque nelle persone della contessa di Savoia e della marchesa di Monferrato, le due dinastie subalpine, del monte e del piano, l’una a fronte dell’altra, tra i comuni che le premeano come cunei da tutti i lati.

Dalla polvere genealogica ripassiamo nella polvere della battaglia, tanto più che è battaglia di donne. Il trovatore seguita cantando, con quella sua pompa di suoni e di rime tutta provenzale, che la mia vil prosa mortifica e spenge: La città in arringo si vanta di fare oste; e la campana suona, e il vecchio comune viene, e vuole per baldanza sfilare. Poi dice che la bella Beatrice è tanto sovrana di ciò che il comune tiene, che questo ne è tutto vergognoso e avvilito. Le trombe suonano, e la podestà grida ‒ Dimandiamole bellezza e cortesia, pregio e gioventù. ‒ E tutte gridano, sia.

I riti che i comuni italiani usavano nelle dichiarazioni di guerra sono fedelmente mantenuti da questa repubblica di signore feudale. Nè è meno fedele la rappresentazione del movere l’oste e degli arnesi di guerra. Leggiamola nella traduzione del marchese Biondi, ov’è migliore.

Della cittade sloggia

Ciascuna, e il campo han mosso.

Il vecchio comun poggia;

E gettansi sul dosso

Cuoi, di corazze a foggia,

Che lor cuoprono ogni osso.

Hanno gambali,

Archi, turcassi e strali ;

Nè mal tempo non nuoce.

Andranle a dosso

Con sforzi tali

Che non mai gli uguali.

Par che la pugna d’ogni parte mova:

D’abbatter Beatrice ecco fan prova;

Ma star quattro contr’una a lor non giova.

Veramente il traduttore raddolcì, o, meglio, dissimulò un particolare un po’ scabro. Il trovatore cantò che il vecchio comune si gittava a dosso corazze di ... Come ho a dire? dirò fatte della cotenna di quell’animale che ha il nome della città omerica rinnovellata dalle avversarie di Beatrice. Tant’è, anche nella poesia cavalleresca il medio evo dà de’ suoi fiori.

Così armato il vecchio comune va all’assalto. Ogni maniera d’ingegni, carnicci, trabucchi, manganelli, è messo in opera contro il Bel Cavaliere: i quadrelli volano; il fuoco greco allora nel suo fiore, come oggi la dinamite, arde e stride: al basso, le mura cedono ai colpi dei bolcioni. Ma non per tanto il Bel Cavaliere vuol rendere la sua giovine persona, bella, gioiosa, piena di leggiadre fazioni. Anzi, senza usbergo nè giustacuore ella esce a ferire, e giunge e abbatte da presso e da lontano, e sprona e prende, con grande ruina, il carroccio: sì che il vecchio comune si perde d’animo, e sbigottito ricovera fuggendo in Troia e chiude le porte. Così Beatrice di Monferrato trionfava in pregio di gioventù e di bellezza su tutte le donne di Lombardia e di Romagna, e così i poeti cantavano le bellezze e le virtù delle signore nel 1202.

Ma anche nel secolo decimosecondo le donne più valorose contro gli emuli non erano le più forti contro gli umili. La nipote del marchese Guglielmo e figlia del marchese Bonifacio, cui Federico I e Arrigo VI salutavano diletti consanguinei nostri, ebbe per Rambaldo il giullare, figliuolo di un povero pazzo, altri sentimenti che del convenzionale amor trovadorico. Fu creduto che gli volesse gran bene per amore: dice il più semplice tra i vecchi biografi de’ trovatori. L’altro, il più ornato, al quale udimmo narrare come avvenisse che i due amanti conoscessero i dubbiosi desiri, anche narra, come il marchese Bonifacio, trovando la figlia e il poeta in una condizione o positura meno concitata o più comoda di quella in che Gianciotto trovò i due cognati, si traesse e li traesse d’impaccio facendo quello che il buon re di Francia Roberto fece a due altri peccatori. E addivenne che la donna si colcò a dormire con lui, e il marchese che tanto lo amava li trovò dormenti, e funne irato. Ma come savio non li volle toccare; e tolsesi il suo mantello e ne li coprì; e prese quello di ser Rambaldo, e andossene. Quando Rambaldo si levò conobbe tutto come era andato; e prese il mantello e avvolselo al collo, e andò diritto al marchese, e gli s’inginocchiò dinanzi e chiamò mercè. Il marchese vide che Rambaldo sapeva come era avvenuto; e rimembrò i piaceri che gli avea fatti in più luoghi; e però gli disse copertamente, perchè non fosse inteso da altri a chieder perdono, ch’e’ gli perdonava però che s’era avvolto nella sua roba. Quelli che udirono pensarono che il marchese ciò dicesse per il mantello che Rambaldo avea preso. Il marchese perdonògli e disse che mai più non tornasse alla sua roba. E non fu saputo da altri che loro due.

VI.

La canzone del Carroccio sì per il nuovo trovato, sì per la contenenza curiosa dovè correr presto l’alta e mezzana Italia e durare a lungo in fama e in favore. Certo, circa un venti anni appresso, fu imitata a rovescio da Guglielmo de la Tor, che dal nativo Perigord venne e soggiornò alla Corte dei marchesi d’Este, tra il 1220 e il 1230. Egli cantò la tregua di due sorelle, Selvaggia e Beatrice di Auramala, tra le quali Aimeric di Bellinoi aveva sommosso non so che mischia o battaglia con una sua canzone in dispetto di amore e delle donne; e cantò procuratrici della tregua le dame dell’alta Italia raccolte per ciò a congresso. Ci figurano, oltre una Beatrice d’Este per prima, altre di famiglie già celebrate nel Carroccio: donna Emilia, pregio di Ravenna; Sandra la cortese e Berta la bella di Soragna: donna Emilia di Ponzone: la bella e ingegnosa donna Caracosa di Cantacapra, figlia che fu d’Alberto Malaspina, maritata nel 1218 ad Alberto marchese di Gavi: donna Contenzon del Carretto, che ciascun giorno avanza in valore.

E forse che queste battaglie e tregue provenzali furono esempii a certe posteriori poesie fiorentine, quasi cataloghi delle bellezze alla moda nelle varie generazioni: alla epistola, perduta, che Dante giovine compose sotto forma di serventese, nella quale tra i nomi delle sessanta più belle donne della città il nome di Beatrice in alcuno altro numero non sofferse di stare se non in su ’l nove: al capitolo in terza rima, di cui avanza un frammento, attribuito al Boccaccio: al sirventese fatto da Antonio Pucci per ricordo delle belle donne che erano in Firenze nel 1335. Certamente calcata su la forma del Carroccio, ma più in largo e con arte più popolana, è la Battaglia delle belle donne di Firenze colle vecchie composta circa il 1354 da Franco Sacchetti in quattro cantari d’ottava rima.

Anche nel poema borghese la galanteria, pur dopo Dante e nel fiorire del Petrarca, non è molto civile. ‒ Le belle, raccolte in un giardino, si eleggono regina, a mantenere l’ordine nello stato degli amanti, la più bella e savia, Costanza degli Strozzi; e la regina, nominate le consigliere e una gonfaloniera, intima per il dì appresso, in una verde selva fiorente, la rassegna delle belle o di quelle che tali si tengono. La rassegna è interrotta dal mostrarsi all’improvviso tra l’erba la vecchierella Ogliente, subito per tanto ardire condannata a morte dalla severa Costanza; e giustizia vien fatta a suon di picchi da le belle e prodi giovini (canto I). ‒ Seguita, dopo una allocuzione della regina contro le vecchie, la rassegna; e finita, e stando le belle femmine in diletto e in giuoco, ecco l’orrida Matuffia con sette orride compagne a portare da parte delle vecchie la sfida per la vendetta della misera Ogliente. Le belle si apparecchiano alla guerra (canto II). ‒ Lo stesso fanno nella residenza loro le vecchie, ed eleggono capitana una Ghisola. Il che udito, la Costanza manda per aiuti al caro duca de’ leali amanti, un Peruzzi. Le belle e gli amanti fanno di sè quattro schiere, e la parola d’ordine è Venus: altr’e tanto fanno le vecchie con lor vili amatori, pitocchi e facchini (canto III). ‒ Battaglia. Alessandro de’ Bardi uccide donna Garrire: Elena Bombeni uccide Dogliamante, ma sopraffatta dal fetore della Ghisola con cui poi si affronta sviene e muore. Le belle giurano la vendetta: avanti, alla riscossa. Costanza uccide la Ghisola. Dopo di che le belle riposano su ’l campo di battaglia, e inalzano nella verde foresta un tempio e una colonna a memorar la vittoria. E, poi che Elena nella poesia non ha da morir mai, anche la Elena Bombeni è dal volere di Giove resuscitata (canto IV).

Così in centocinquanta anni, se non avanzata la gentilezza dei sentimenti o dei costumi, l’accordo delle fantasie cavalleresche con le reminiscenze classiche è pervenuto fino alla riconsecrazione del paganesimo.

VII.

Per intanto, su ’l principio del secolo decimoterzo, della vicenda di guerra continua che agitava i castelli, i comuni e le città, si risentiva e informava anche quell’altra specie di poesia più agevole al popolo, che è la rappresentazione ludicra<[14] della vita nelle feste e nei divertimenti. La invenzione cantata da Rambaldo d’una guerra tra donne e donne, fu dopo due lustri dai cittadini di Treviso atteggiata nella più gentile imagine d’un castello d’amore amorosamente assediato e difeso.

Correva l’anno 1213 (o 14); e la città di Treviso, essendo dentro e di fuori senza guerra e in buono stato e con aumento di ricchezza, pensò di bandire gran corte per otto giorni da quello di Pasqua o, secondo altre notizie, dal lunedì di Pentecoste, e dare per ricreazione e sollazzo alla gente uno spettacolo non più veduto: alla qual corte e festa invitò con gran cuore per lettere e per grida tutti i cavalieri e baroni e gentili uomini delle parti d’intorno, per tutta la Marca e la Lombardia e le Venezie, con loro donne e donzelle; e ad uso loro e dei servi e dei cavalli e giumenti apparecchiò grandi alberghi e padiglioni dentro e fuori la terra. Ci vennero milleduecento gentiluomini con loro donne: trecentosessanta da Venezia, non so quanti da Padova con dodici delle più leggiadre dame che allora fiorissero intorno il sepolcro di Antenore, gli altri da Vicenza e da Verona, da Feltro e da Belluno, dal Friuli. Tra signori e famigli e popolani furono ben cinquemila e seicentoquaranta ospiti, ai quali la città di Treviso fece per otto giorni magnificamente le spese. Ed intanto i collegi e le arti riccamente vestite a nuovo armeggiavano e giostravano per le vie e per le piazze, ed era per la città un fervore di balli; dei quali molto sogliono compiacersi i trevigiani.

Lo spettacolo non più veduto fu il castello d’amore, costrutto all’uopo, fuori di porta San Tommaso, in luogo detto la Spineta, oggi Selvana bassa. Era di legno: fingevano muraglie le pellicce di grigi e vai ed erminii, e sciamiti chermisi e drappi di porpora e scarlatto e baldacchini e armesini e broccati ricci pendevano e gonfiavano intorno. Stavano alla difesa duecento donne e donzelle di Treviso e di Padova: le quali a riparare i colpi cingevano e coprivano le belle teste di corone e reticelle d’oro tempestate di crisoliti e di giacinti e di perle, munivano i petti di collane e catenelle sfolgoranti di topazi e smeraldi, e avvolgevano alle braccia fermaglie e smaniglie gemmate. Gli assalitori, tutti giovani di soave età e di nobil lignaggio. E il trarre e il gittare e lo scagliare dall’una parte e dall’altra doveva essere di fiori, d’odori e di simili gentilezze.

Disposte su i ballatoi del castello le dame, incominciarono a comparire le squadre dei giovini assalitori, quale da una parte e quale dall’altra, sotto le loro insegne, con isvariate divise e in bell’ordine. Principiò con grande gioia degli spettatori l’assalto, sentendosi tutt’intorno un grato e soavissimo olezzare dei mazzi di fiori e delle altre odorifere armi avventate nella dolce battaglia, e un nugolo di vaghissimi colori empiendo il limpido aere di primavera. Ma a poco a poco l’esercito assalitore si spartì, secondo i genii e i paesi, in tre bande. I leggiadri trevigiani miravano ai cuori e volevano persuadere le dame di rendersi a loro, con gentilezza di parole e di preghiere chiamandole a nome, e dicevano ‒ Madonna Beatrice, madonna Fiordiligi, ora pro nobis ‒ e gittavano fiori. I pacchioni padovani tendevano a espugnar la bellezza per la via della gola, e buttavano ravioli, crostate, torte e tortellini, e anche pollastri e galline cotte. Gli accorti veneziani si fecero avanti con lo stendardo di San Marco; e dopo le noci moscate e le cannelle e le altre spezierie orientali, cominciarono a trarre ducati d’oro. Di che, le belle donne, ammirando la gentilezza veneziana, resero il castello a San Marco. E i veneziani stavano per entrare e inalberare su la bastita lo stendardo rosso del Santo: se non che i padovani anch’essi facevano pressa in su l’entrata, mal comportando la facile e preziosa vittoria degli avversari. Un dei quali, men savio, che portava lo stendardo, si volse con torvi sembianti e parole ingiuriose ai padovani. No ’l sopportarono; e, fatto impeto su ’l male avvisato alfiere, gli strapparono dalle mani il gonfalone della patria, e tutto lo stracciarono. Scesero dalla lor loggia i rettori e messer Paolo da Sermedole, maestro della milizia di Padova, a spartire i giovani. Ma la festa fu turbata e rotto il sollazzo. Così dal Castello d’amore ebbe occasione e principio la lunga e miserevole guerra tra Padova e Venezia.

Giosuè Carducci.

 

 

 

Citando, analizzando, traducendo in questo saggio poesie provenzali, ebbi sotto gli occhi queste raccolte e pubblicazioni : Rayxouard, Choix des poésies des Troubadours, Paris, 1816-1821. ‒ Mahn, Die Werke der Troubadours, Berlin, 1855. ‒ Mahn, Gedichte der Troubadours, Berlin, 1856-73 ‒ Bartsch, Chrestomathie provençale, Elberfeld, I8d8. ‒ L. Biondi, Intorno alcune poesie di Rambaldo di Vaquerasso, Roma, 1310. ‒ G. Galvani, Dell'Amoroso Carroccio di Rambaldo da Vaqueira e di alcuni principali accidenti della vita di questo trovatore, nella Rivista di scienze e lettere di Modena del settembre 1845. ‒ E. Stexoel, Studi sopra i canzonieri provenzali di Firenze e di Roma, nella Rivista di filologia romanza, vol., I, fasc. I, Imola, Galeati, 1872. ‒ G. Galvani, Un monumento linguistico genovese dell'anno 1191, nella Strenna filologica modenese per l'anno 1863, Modena, 1862. ‒ T. Casiki, recensione dell'opera di Oscar Schultz Die Lebensverhältnisse der italienischer Trobadors, nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. II, fasc. VI, Torino, 1883 (riproduce e illustra la tregua di Gugl. de la Tor, per la quale io non ho potuto avere a mano i Denkmäler del Sucher dove fu pubblicata da prima).

 

 

 

Per i fatti o le considerazioni ho attinto a: Mahs, Die Biographien der Trouhadours in prov. Sprache, Berlin, 1853. ‒ Rambautz de Vaqcras, biogra6a provenzale inedita nella Medie. Laurenz. pi. XLI, cod. 4-'. ‒G. Del Carretto, Cronica del Mon ferratogli Monum. hist.patr. edita iuss i Caroli Alberti, voi. V.‒ Millot, Jfistoire littcr. des Troubadours, Paris, 1774, voi. I. Patos, Jfistoire génrr. de la Provencc, l'aris, 1778, voi. II, 3S2 e segg. ‒ Ditz, Leben u. Werke der Troubadours, Zwickau, 1829. ‒ E. David, articolo biografico in Jfistoire littcr. de la France, XVIII, 499 e segg. Fauriel, Jfistoire de la poesie prò-cemt'., l'aris, 1847, II, 58 e segg. ‒ L. Biondi e G. Galvajm, nelle pubblicazioni ricordate più sopra. ‒ Hopk, Jìonifaz v. Monferrat u. Rambaut v. Vaqueiras, Berlino, 1877. ‒ Dksimonis, Jl march Bonifaio di Monferrato, ecc., in (ìiorn. ligustico di arch. stor. e b. «., anno V, Genova, 1878. ‒ Ma nelle oscure e incerte questioni genealogiche dei Monferrato e particolarmente su la Beatrice recò maggioro e miglior luce d'ogni altro, fin qui, il dott. Giuseitk Cehrato nei saggi intitolati: La famiglia di Guglielmo il vecchio march, di Monferrato nel XIIsecolo ( in Rirista storica italiana, Torino, voi. I, fase. I, a. 1381) e Jl bel cavaliere di Rambaldo di Vaqueiras (in Giornale storico della letter. ital., Torino, voi. IV, a. Il (1881), fase. 10 e 11). Ho accettato, dopo più anni di ricerche laboriose e inutili, intorno alla Beatrice le conclusioni di lui.

Perla descrizione del Castello d'amore ho attinto a: Rolandixo, Libcr chronicorum site Memoriale temporum de factis in Marchia et propc ad Marchiani tarvisinam, lib. I, cap. XIII {Rer. ital. script. Vili, 180-181). ‒ Andrea Dandolo, Chronicon, lib. X, cap IV, pars XXlll (Script, rer. ital., XII, 3<ì8-e). ‒ Mari* Saxudo, De orig. urb. Vai. Avita omnium dtteum (Script, rer. ital., XXII, 353) ‒ Jfistoriae tarvisinae compcndium, codice n. 580 nella Biblioteca del Comune di Treviso. Zeccato Bartolommeo, Cronaca trevigiana, cod. 59G nella stessa Biblioteca. Questi due codici mi furono dati a conoscere dal professore Luigi Bailo, dotto e cortese rettore della bella Biblioteca di Treviso.


 

<[1] Mi cardate da capo: venite a infastidirmi di nuovo.

<[2] Vi schernirò.

<[3] Tale noia, tale insulto.

<[4] Che fate di questi discorsi

<[5] Mal veniste e male andaste.

<[6] Foste.

<[7] Per mio amore.

<[8] Unguanno, quest’anno, morrete di freddo.

<[9] S’ingaudisca di me, parli di me con gioia.

<[10] Genovino: piccola moneta di computo in Genova.

<[11] Questo latino: questi discorsi.

<[12] Ciò abbia una fine : facciamola finita.

<[13] Perchè siete giullare.

<[14] ludicra: beffarda, menzognera (ndr)

a

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

 

 

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Ultimo aggiornamento: 22 dicembre 2011