Mario Simonatti

L’ode alla Regina

Di G. Carducci

Edizione di riferimento:

Mario Simonatti, L’ode alla Regina di G. Carducci, Studio storico-estetico, saggio di bibliografia carducciana, Bologna  presso Nicola Zanichelli MCMVIII Tip. P. Cuppini, 1908

dello stesso autore: In morte di Giosuè Carducci (Canzone).

Alle gentili signore, Annetta Boneschi Ceccoli poetessa,

e N. D. Lina Spinelli V. Cavazzoni questo libro intitolo.

Indice

A chi legge

Le idee sociali di Giosuè Carducci

L’ambiente bolognese nel 1878

L’Ode alla Regina

I critici italiani e l’Ode alla Regina

Appendice

Varianti

A chi legge

È virtù dei posteri la sincerità del giudizio intorno all’opera di un pensatore, o di un poeta.

Mi parrebbe quindi di recar grave offesa alla mia dignità letteraria pensando che, questo modestissimo lavoro, possa essere cosa definitiva, o, tuttavia, spoglio di que’ difetti che han per causa la eccessiva indulgenza o severità, dei contemporanei.

Troppo viva è la memoria di Giosuè Carducci, troppa influenza esercita oggi sull’animo nostro il faccino di quel genio divinatore.

E per quanto di mia parte abbia cercato di spogliarmi da ogni preconcetto non so, se vi sia riuscito; ad ogni modo la mia intenzione fu quella di raggiungere la verità storica.

La figura di Giosuè Carducci è grande e nobile; egli nel tempo in cui tutti si affaccendavano nella ricerca di una fratellanza ipotetica mirante a distruggeve l’individualismo, fu la migliore contradizione ai suoi contemporanei.

E il suo ideale grande e sicuro non fu quello dell’umanità affratellata (a questo non riuscì Cristo), ma bensì l’attimo meno fantastico, e più vero, di una patria migliore, grande e forte.

La sua vita fu tutta una serie di contrasti i quali produssero cattiva impressione nella grande generalità dei plebei dello spirito, ma non in coloro i quali sanno e ricordano che dove non sono contrasti non esiste armonia.

Poiché l’armonia interna di un individuo, quella più vasta dell’ umanità, hanno per fattore essenziale una logica derivante dal cozzo di idee e di aspirazioni opposte.

Io credo che Giosuè Carducci sia da annoverare fra i più grandi uomini del secolo passato, e questa convinzione inspirò il mio lavoro. Egli fu del resto un poeta civile, la sua poesia nell’umanità è paragonabile all’aratro che squarcia la zolla preparandola a fecondare il seme.

Ed io, senza affrettare giudizi, aspetterò di vedere i germogli della sua opera nel cuore della generazione novella; ora posso solamente affermare con sicurezza, che se fra molti anni fra gli italiani, e fra gli uomini tutti, assumeranno forme più precise delle attuali la Libertà e la Giustizia, allora potremo dire del Carducci, che egli vinse una grande battaglia, in nome di una grande causa,

E quella vittoria sarà degli uomini nuovi e forti; i quali passati attraverso alle dubbiosità dei primi secoli, alla superstizione dell’età pagana, al fanatismo del cristianesimo, avranno saputo distrarsi da tutto questo vecchiume, per affermare che l’uomo deve avere una coscienza fondata su verità palesi, e su quella fede nell’avvenire a cui gli acquisteranno diritto la sua forza, e l’evoluzione del suo spirito.

Le idee sociali di Giosuè Carducci

Si può domandare a un poeta a qual partito politico appartenga?

Per il sentimento che ho della poesia, mi affretto a rispondere negativamente.

E, intendiamoci bene, non mi si accusi di far della rettorica, se espongo le mie idee; mi sono proposto una serena discussione, intendo esser coerente, ciò che non mi toglie però la facoltà di dire come la penso.

A me pare che sia un menomare l’uomo di genio attribuendogli la costanza in un idea.

Egli non può essere costante; la costanza è un pregio degli incapaci, dei poveri di mente, che non vedono oltre la meta fissata.

Ma il genio mira sempre più lontano, nè può soffermarsi a considerare troppo le cose umane, quello che tutto lo occupa è l’avvenire.

Questo non possono capire i piccoli uomini, i quali abusano della malignità che a lor concede la grettezza della mente, per insinuazioni cattive.

Che voglion sapere essi del pensiero del poeta?

Di quel signor dell’altissimo canto

che sopra gli altri com’ aquila vola.

Essi credono che il poeta si fermi a considerare la meschinità presente, e si occupi solo di loro.

Non sanno, i piccoli, che egli invece con la sua opera ha il compito di preparare le nuove generazioni verso un ideale lontano.

Non sanno che l’opera del poeta non può essere giudicata dai contemporanei, e che essa non è grande solo considerata astrattamente, ma in quanto ha saputo comprendere e sviluppare l’anima del suo tempo.

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Non sanno che la grandezza dell’opera deriva appunto dagli effetti, che essa produrrà nella storia del pensiero e della civiltà di un popolo.

E con tutta questa ignoranza sulle spalle, con tutta questa grettezza si pretende di giudicare.

Andiamo, via, un po’ di logica almeno!

Se si vuol fare dell’accademia non mancano altre cause migliori, poiché a dispetto dei contrari, questa è accademia bella e buona, è ridicolo convenzionalismo, è arcadia rancida a cui si vuol togliere la muffa.

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L’uomo volgare, il plebeo dello spirito, fa consistere tutta la sua onestà nell’essere coerente a se stesso.

E ciò è anche dell’uomo di genio.

La diversità consiste nel modo di intendere la coerenza.

L’uomo gretto la intende nel significato meglio adatto alla sua mente, il più ambiguo, e crede di esser coerente a se stesso, quando abbracciata un’idea, anche se capisce di aver sbagliato, vi resta fedele.

Ne risulta così uno squilibrio fra il pensiero evoluto, e l’azione che vuol essere eguale.

L’uomo di genio invece intende la coerenza nel significato alto della parola, egli non manca mai a ciò che gli impone il suo sentire, ma non tarpa i vanni del pensiero, non fa una restrizione mentale, lascia che la sua mente di aquila libri il suo volo e la segue con fedeltà, nulla curando ciò che ne diranno gli altri.

Che importa a lui del plauso o della indifferenza di alcuni pigmei, quand’egli sol di una parola può ammutolirli.

Che importa al genio di essere considerato da chi non lo capisce!

Val meglio la stima di un saggio solo, che quella di un popolo tutto.

Anche di recente alcuni ridicoli han provocato, con i loro motteggi, la sdegnosa risposta di Griovanni Pascoli.

Che sanno i critici, delle mie intenzioni! ha detto il poeta.

Oh, niente! essi non sanno niente, anche sapendone non possono giudicare.

La critica è affatto inutile, io quando mi occupo di qualche lavoro nuovo riferisco una semplice impressione, ben lungi dall’attribuirgli un valore filosofico.

Oramai la critica ha una sola ragione di esistere puramente estetica.

Quando un lavoro entra nei limiti dell’arte, ed è fatto con intendimenti seri, ha diritto ad essere classificato fra i lavori buoni.

Si vedrà poi se il tempo, il solo onesto, lo terrà degno di passar senza infamia.

Nel maggior numero dei casi il tempo trascura la lode o l’infamia, e passa via senza guardare.

E quello che meritano i più.

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Mi accorgo, che vi ha un altro punto da chiarire; cioè io tengo a far sapere, che il nome di poeta do non a colui che imbastisce un sonetto o una canzone, non all’artificioso che per scusare un concetto povero, si affatica a fiorirlo di aggettivi e di rettorica: questi falsi mi han fatto sempre l’effetto di un mio antico compagno di scuola, il quale per nascondere una cicatrice del collo, portava anche d’estate un colletto alto almeno dieci centimetri; ma io per poeta intendo chi scrive della poesia per impulso naturale, e quando si sente animato da un idea nuova, bella, grande, la vuol fermare per se e per gli altri, ed elegge la forma poetica a ciò.

Siamo d’accordo, che la forma non deve trascurarsi, ma mi pare questo un complemento inutile, giacche il poeta è il primo ad innamorarsi dell’Arte sua, che cerca sempre di migliorare e non è contento, finchè non le ha dato quella forma classica, che si possiede solo dopo lunghi e pazienti studi, guidati dalla serenità dell’animo, sorretti da una purissima visione d’arte.

Ma il poeta, appunto perchè è innamorato dell’arte sua, perchè vuol migliorarla, è un uomo differente dagli altri.

La poesia, questa dominatrice dei grandi spiriti, lo vuole tutto e tutto lo comprende; il poeta ogni giorno l’ammira, chiede a lei di esaltarlo onde cantarne le bellezze; per me la poesia è l’amore delle anime grandi.

E il poeta chi è? questo essere diverso agli altri, che ha saette per lo sdegno, inni per l’entusiasmo, e se stesso contenta nella ammirazione dell’opera del proprio genio?

Io non lo so, ma credo che sia l’uomo il qual s’avvicina più alla perfezione.

Ora è mai possibile che un tale uomo possa vivere come gli altri?

Il rumore del mondo, i divertimenti, i piaceri umani, lo potranno attrarre un istante, ma un istante solo, quanto basta per fermare nella mente un’idea nuova.

Si creda a me, non è che il poeta fugga il mondo perchè gli eccessi delle passioni di questo lo disgustino, perchè le amarezze e i dolori lo avviliscono: no !

Nel mondo se vi ha del brutto vi ha incontestabilmente del bello; io, per esempio, non sono pessimista e di dolori ne ho avuti molti e di gioie poche, pure, la vita ha ancora il suo lato buono, io cerco quello, mi affatico, mi attardo nella ricerca, ma prima o poi lo trovo.

Così il poeta: abbiamo detto che cerca il meglio dell’Arte, è naturale quindi che egli lo cerchi entro la sua Arte, ogni rumore estraneo lo distrarrebbe dal suo lavoro; il poeta è coscienzioso, ama l’Arte, vive per lei, si può accusarlo dunque? No!

Avviene talvolta, che essendo riconosciuto il suo genio, vien posto su l’altare; si pretenderebbe poi che facesse da oracolo, si vorrebbe allora immischiarlo nei meschini interessi di questa o quella fazione, il che è solo assurdamente possibile.

Il poeta non è di nessuno semplicemente perchè è di tutti e di tutto.

Esso non è grande se celebra i fasti dell’oggi, ma se precorre il sogno del domani.

Levate il genio ai suoi studi, ai suoi lavori, portatelo un momento entro la vita, che oggi si chiama politica, fatta di intrighi, di raggiri, di falsità, fonte di ambizioni le cui acque non calmano mai la sete dei postulanti; egli rimarrà, prima sbalordito al trovarsi fuori del suo ambito, poi, se volete, vi dirà magari come la pensa, ve lo dirà come uno che si sveglia da un lungo sonno, che visse sempre fuori del mondo, e che ora trovandocisi , costretto, espone le sue idee, belle, buone, ma praticamente inutili.

Egli segue una idea, che non vuol imprigionare nel capestro dei partiti.

La sua natura fatta di sdegni e di entusiasmi, consente l’una o l’altra cosa a chiunque la meriti.

E sono al caso speciale!... dove il lettore titubante mi aspetta con sorriso maligno.

E qui, me lo perdoni Giuseppe Chiarini, io affermo e ne sono convinto, che Giosuè Carducci non è mai stato un democratico monarchico, né un repubblicano.

Era proprio quello l’uomo capace di piegare la testa per introdurla entro il collare di un partito e farsi aizzare o tenere a guinzaglio.

Era proprio quello l’uomo capace di una vigliaccheria; troppo oggi si esige, contentatevi della grande opera sua, della grande vita sua, onesta e operosa.

Voi non avete il diritto di rimproverargli un’incoerenza che non esiste; quanto alle sue idee giudicherà il tempo della loro verità.

A noi è dato solo di constatare che il suo pensiero ebbe le ali del genio.

Non vengano dunque i partiti a disputarsi il poeta: si consolino, egli fu poeta dei molti che vagheggiano e difendono la Libertà e la Giustizia, ne cantò la difficile unione, mi pare che basti per chiudere la bocca agli intolleranti, a quelli che prestano troppa osservazione alle sottigliezze delle forme esteriori.

Vediamo dunque un po’ come la pensava il Carducci quando eletto deputato per volontà dei cittadini di Lugo in Romagna, trovandosi in mezzo a loro pronunciava un discorso che di politico non ha neanche il nome.

Dopo aver esordito dicendo come lo si accusasse dai nemici di essere poeta seguitava [1]:

“Se non che, fosse sola la mia colpa la poesia! Altra ve n’è, e peggiore. Mi accusano repubblicano. Sì, io sono repubblicano. E repubblicano divenni non per rapimento giovanile né per dispetti ch’io avessi col governo dei moderati. Che anzi del governo dei moderati io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono, ancor molto giovine, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle prime università: mi diedero anche, sempre non richieste, altre onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero, e ben lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione di partiti. Né prima io avevo partecipato ad associazioni politiche, né vi presi parte poi, per un pezzo. La mia gioventù fu tutta negli studi; e nella solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforzò in me la idea repubblicana.

Il sessanta mi lasciò democratico monarchico, il sessantasette mi trovò repubblicano. Ma la repubblica mia non è la repubblica per sorpresa: anche questa potrebbe sorgere a certi momenti; ma non è la più desiderabile ai veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare.

E né meno è la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto meno la repubblica dittatoria d’una fazione. Non per questo io credo che quella della repubblica sia solamente questione di forma: la repubblica, per me, è l’esplicazione storica e necessaria è l’assettamento morale della democrazia ne’ suoi ti termini razionali: la repubblica, per me, è il portato logico dell’umanesimo che pervade, ormai tutte le instituzioni sociali.”

Sono certo che chiunque repubblicano o no, legga queste pagine, non potrà fare a meno di provare un senso di sorpresa. È inutile, avevano illuso il poeta di essere anche un politico, egli lo credeva sinceramente, ne era convinto, si illudeva di poter conciliare la sua alta idea sociale con quelle del suo tempo; volle esporre un programma, ma non potè spogliarlo di quella intonazione ideale a cui la politica è profana, a un certo punto anzi, balzò fuori intera nel discorso l’anima del poeta.

Proprio come succede ogni giorno; quando si vuole evitare un argomento, si finisce sempre col cadervi.

Era possibile che quest’uomo fosse praticamente un buon politico? Cedo la parola al Chiarini: “ Quel discorso ‒ dice il Chiarini a a proposito della orazione politica di Lugo ‒ splendido di concetti e di forma, e in alcuni punti veramente eloquente, è oggi stampato nel volume IV delle opere, col titolo: Per la poesia e per la libertà, e mostra chiaramente che il Carducci non era un uomo politico possibile nella Camera d’allora, né, tanto meno d’ora [2].

E il Chiarini ha perfettamente ragione: quel po’ po’ di programma che voleva essere repubblicano, ma che invece lo era a modo suo, non bastava per varcare la soglia di Montecitorio sicuro di farci buona figura e di... ritornarci. Meglio così. I poeti hanno fatto sempre una parte mediocre (per non dire meschina) nella politica contemporanea.

I destreggiamenti, le cortigianerie, le transazioni con la coscienza, di quest’ultima, non sono fatte per un uomo sincero e schietto, tutt’al più possono lusingarlo un momento.

E poi, in certo qual modo, la politica nuoce a un individuo, qualunque posto egli occupi. Un poeta poi, non deve, non può seguirne alcuna.

Dante, poveretto, fu dilaniato dalle fazioni di allora; l’essere coerente al suo genio gli valse l’esilio, la confisca, e lo costrinse a trascinare i suoi giorni, attorno ai gradini di un trono.

Ma seguitiamo a esaminare qualche altra idea politica del Carducci, sempre nel suo discorso agli elettori: “So che uomini venerandi, e da me venerati, tengono altra opinione, e credono che la parte repubblicana non possa entrare in parlamento senza perdere dell’integrità sua, pur non conferendo nulla al vantaggio della patria. Io non intendo di lasciare la mia fede su la porta della Camera dei Deputati, e dentro la Camera spero di non dimezzarmi. Ma se anche dovessi nella pericolosa prova soccombere, se anche il mio partito avesse a respingermi nel giorno della vittoria, io saluto ancora, con l’anima piena di fede, il nostro ideale: ‒ Ave respublica, morituri te salutant ‒ .” Qui il pensiero del Carducci si riannoda all’altro espresso nella lettera a chi lo invitava ad accettare la candidatura di Lugo.

Osserviamo intanto che il poeta non ammetteva di lasciare la sua fede alle porte di Montecitorio e dentro sperava di non dimezzarsi.

Ma vediamo un’altra parte molto importante per noi, le sue idee in fatto di riforme e di avanzamento sociale: “Biforme dunque, in quanto le riforme ci devono portare maggior libertà, e nella libertà ha da svolgersi il progresso. Ma il progresso per me è illimitato. Nessuno venga a dirmi: si avanzerà fin qui. Che ne sa egli? Che ne so io? Io solamente auguro che il nostro progresso sia degno delle tradizioni e dei fati d’Italia.”

Idee bellissime, queste, ma non tutte attuabili, per ora; quant’è bello sentirgli affermare: “Nessuno venga a dirmi: si avanzerà fin qui.”

Egli concepisce dunque l’idea dell’avanzamento oltre i confini del possibile, egli vaticina, precorre questo avanzamento, e nello stesso tempo insorge in lui uno sdegno subitaneo per le menti chiuse, che si ostinano a fissare la meta del cammino umano.

Ed ecco cosa risponde, ricordando come lo abbiano incolpato di non amare la patria e di averla chiamata vile: “Quando un governo italiano lasciò operare su’ petti italiani le meraviglie dei chassepots, quando delle zolle insanguinate di Mentana e delle fosse dei nostri martiri certi moderati non seppero farne altro che tanti banchi di barattieri, allora io chiamai vile la patria: non la patria dei gloriosi, non la patria dei martiri; sí la patria di quei signori. Oh, non è da cercare nella parte nostra chi disami la patria. Noi possiamo giurare, che non diremo mai noi: Perisca o s’ avvilisca la patria purché trionfi la parte.” Anche qui è troppo poeta, egli generalizza l’eccezione, la sua eccezione, ed afferma: “non è da cercare nella parte nostra chi disami la patria”: evidentemente di partiti se ne intendeva assai poco, guardava sè e credeva gli uomini tessuti sulla medesima ordura: purtroppo la storia anche ci dà esempio, che le varie fazioni hanno sempre subordinato il benessere della patria, al trionfo della loro parte.

È sempre stato così, e, mi azzardo a dire: così sarà sempre.

Ma lasciando oziose discussioni, piuttosto domandiamoci: fu il poeta un patriotta? La risposta nasce dalla stessa opera sua e dice: sì, in qualunque tempo, con qualunque idea egli fu sempre e sopratutto un patriotta: fu certamente il tipo dell’Italiano che dovè sognare Vittorio Emanuele.

E patriotta non è mica quello, che seduto comodamente a un tavolo di caffè, discute sulla politica interna ed estera del suo governo; e nemmeno chi approva tutto ciò che operano i rappresentanti del popolo e del re; no, chi più ama, più corregge, più ammonisce. Carducci molto amò la patria e molto l’ammonì quando la vide deviare dalla strada dell’onore e della prosperità.

Sarebbe qui il caso di ripetere con Dante che la sua sferza “ fu tratta da amore”.

E se, dunque, fu incontestabilmente un grande patriotta, anzi il primo degli italiani moderni, che pretendete di più o critici schifiltosi, o faziosi intolleranti, che arrotolando una sigaretta dopo il caffè, tra una boccata di fumo e l’altra, sparlate di tutto e di tutti, insinuando la vostra sottile calunnia anche là dove alberga la più severa virtù?

Egli è che oggi si ha l’abitudine di trascurare le opere dei sommi, per occuparsi solamente delle lor faccende domestiche e sputar sentenze a dritta e manca, decretando poi una rinomanza letteraria in base all’interesse che frutta un’opera allo scrittore.

O che è questo pettegolume?

Se quei pochi che strillano paroloni nei discorsi da comizio, e lanciano l’epiteto giustiano di Girella al Carducci, parlassero meno, e studiassero di più le sue opere, essi potrebbero facilmente vedere come i suoi primi canti fossero un saluto alla patria.

Imparerebbero altresì, che la poesia uscita dal suo genio nel decennio dal 1860 al 1870, fu tutta infuocata di nobile e santo sdegno, sì da fargli esclamare nell’epodo agli amici di Val Tiberina:

Con l’arti vo’ che cielo o inferno insegna

Da questi monti il foco isprigionar,

E fiamme in vece d’acqua a Roma indegna,

Al Campidoglio vile io vo’ mandar.

E quando nel 1897 già vecchio il poeta parlò in Reggio, nella sala dove cento anni prima era stato consacrato il tricolore, ecco le nobili parole di entusiasmo che proruppero ammonitrici dal suo petto: “L’Italia è risorta nel mondo per sè e per il mondo: ella, per vivere, dee avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla conscienza de’ padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il vóto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria: L’Italia avanti tutto! L’Italia sopra tutto! ”

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Ma io non voglio mica dimostrare solamente che il Carducci fu patriotta. Io voglio dimostrare, anche, che fu sempre coerente a se stesso.

In Italia, per fortuna, ci sono ancora in tutti i partiti, degli uomini veramente dotti e assennati. Vediamo un po’ cosa ne pensavano essi delle idee del Carducci.

Scriveva Aurelio Gotti: [3] “Il Carducci dal 1850 al 1900 fu il poeta vero e solo d’Italia rinnovantesi e rinnovata. Egli ha pieno del suo a nome tutti questi cinquantanni, ne’ quali è cominciata la sola e vera storia d’Italia; egli ha cantato la nostra storia, i nostri uomini, i nostri paesi; ha avuto degli inni per tutti i nostri trionfi, degli strali per tutti i nostri errori ; non ci fu altezza in Italia che egli non misurasse col suo verso, ’con la penna che a sa le tempeste’; non ci fu vergogna che non lo facesse fremere; l’amore per ogni cosa grande, l’odio per ogni cosa vile, lo fecero poeta e grande poeta. E quanto dev’essere a lui costato quel terribile verso: la nostra patria è vile! n a lui cui la patria fu il pensiero, l’amore, lo studio di tutta la vita; a cui la patria libera, gloriosa, grande, aveva ispirata tutta la poesia, da quando cantò la croce di Savoia, a quando cantò Villa gloria dal suo Vittorio Emanuele al suo Giuseppe Garibaldi, dai versi coi quali ricordò ’Maria bionda ’, a quelli che furono un saluto alla a Regina d’Italia”. Il Gotti ha capito qual è l’ideale seguito dal Carducci. Ecco un altro giudizio di persona dotta e seria [4]: “Ricordo la meraviglia di molti (non di tutti) quando si seppe in Bologna che il Carducci era rimasto profondamente addolorato alla notizia della morte di Vittorio Emanuele, tanto da avere visibilmente le lacrime agli occhi. Ricordo anche il piacere che tutti provarono quando il Carducci nel novembre del 1878 si recò ad ossequiare i Reali d’Italia che visitarono la turrita città, e poco dopo alla prima adorata Regina del popolo nostro indirizzò quella splendida ode, che ora tutti hanno nella memoria e ridicono commossi rivolgendo il pensiero alla nobilissima, e purtroppo anche, infelicissima Donna.

“Ora di questi due fatti i frequentatori della libreria Zanichelli si compiacquero molto, ma non si meravigliarono affatto. Essi conoscevano il Carducci, sapevano che era, anzitutto e sopratutto, italiano, che non era un settario volgare, come i vecchi tra i frequentatori lo avevano creduto, un tempo, ma ora, dopo averlo conosciuto, si erano persuasi che non era mai stato. Essi diffusero questo loro giudizio sicuro e sereno in tutte le classi della cittadinanza, e quei fatti che avrebbero potuto esser giudicati atti di resipiscenza, di conversione lodevole, ma però, come tutte le conversioni un po’ sospetti, apparvero, quali erano, logicamente derivanti da quelle idee e da quei sentimenti cui il Carducci s’era sempre ispirato e che del resto avevano sempre fatto parte della tradizione democratica italiana, specialmente della garibaldina cui aveva aderito il Carducci. E appunto perchè furono esattamente considerati e capiti, non scemarono la stima e l’affetto che per lui avevano i migliori tra i radicali, repubblicani o democratici bolognesi e gli conciliarono l’affetto di molti monarchici, che forse con diffidenza lo avrebbero accolto se si fosse voluto ascrivere nelle loro file.”

E narra poi come il poeta si recasse al ricevimento del re in palazzo: “Il Carducci vi si recò in abito di sera e con tutte le decorazioni, e a chi gli fece osservare che quei ninnoli cavallereschi non erano mai stati visti sul suo petto, prima di quel giorno, rispose  fieramente che egli era altero di portarli in in faccia agli stranieri e in cospetto al Re d’Italia, perchè, quando si trovava con stranieri, massime poi nelle cerimonie ufficiali, egli, perchè Italiano, era monarchico.

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Lasciamo parlare il Carducci [5]: “Io dunque era dei moltissimi che nel 59 e nel 60 accolsero la formola garibaldina Italia e Vittorio Emanuele, senza verun entusiasmo per la parte moderata e i suoi condottieri, ma lealmente; un po’ per riconoscente affetto al Re e al Piemonte, nella cui fermezza aveva trovato qualche consolazione la miseria del decennio, un po’ per il concetto che nella fusione dell’l’elemento signorile co ’l cittadino, dell’esercito co ’l popolo, delle memorie monarchiche d’una parte con le democratiche di altre parti del paese, nella cospirazione della fedeltà e della libertà, della disciplina e dell’entusiasmo, della tradizione antica e della fede nuova, la storia d’Italia, questa istoria mirabilmente complessa, che ha in sé tutti i semi, tutti li svolgimenti; tutte le fioriture e sfioriture di tutte le idee, di tutte le forme e di tutti i fenomeni politici, troverebbe alfine, meglio che non avesse fatto la greca, il suo esplicamento o completamento necessario, la liberazione, la unione e la grandezza di tutta la patria per virtù e forza della nazione, senza e contro ogni ingerenza straniera; esempio nobilissimo, e utile eccitamento alle altre genti oppresse dal comune inimico.”

L’idea persistente del Carducci è dunque la patria; il bello, il meglio della patria, il solo tormento suo, nessuna politica quindi, ma un amore schietto e sincero per il paese, amore che faceagli approvare ciò che ne ridondasse a vantaggio. Cerchiamo il bene della patria: questa era la sua divisa politica, ma anche perchè l’Italia era bambina, nata di fresco, i suoi partiti quindi giovanissimi, non ve ne poteva essere logicamente nessuno che sodisfacesse una mente complessa come quella di Giosuè Carducci. Il poeta era quindi costretto, per restar coerente alla sua fede liberale, schietta, senza sottintesi, mirante l’unione della libertà alla giustizia, a non appartenere ad alcun partito.

Quindi se egli approva l’unità d’Italia sotto il regime di Vittorio Emanuele è perchè, non vede un sistema di governo migliore, almeno per il momento; che argomenti poteva avere poi il Carducci per avversare la monarchia?

Una monarchia che nasceva non per la pacifica successione di un trono, ma sui campi di battaglia. Una monarchia per la quale un re aveva cinto la spada, aveva vinto ed era stato vinto, per finire poi in esilio, volontario. Ed il figlio di questo gran Re avea raccolto la fede del padre e, bello e ardito, era andato avanti anch’esso esponendo il petto al nemico. Si poteva mandar via quella casa di Savoia che era stata l’animatrice delle lotte per l’indipendenza?

Volendo essere giusti, no!

Così deve aver ragionato il poeta, alle quali idee va aggiunta anche la considerazione che in fin dei conti non si poteva sapere cosa avrebbe fatto la monarchia. Mettiamola dunque alla prova, vedremo i frutti che essa darà.

Conchiudendo, è erroneo affermare che perchè il Carducci approvò la monarchia fosse un monarchico. È logico invece il dire che l’approvò, perchè non vide la possibilità di un governo migliore alla patria, che cementava la sua unità col sangue.

E nemmeno può dirsi repubblicano, per avere un momento, sfiduciato dalla brutta prova dei primi uomini politici della monarchia, creduto alla possibilità di una repubblica.

E poi come la intendeva questa repubblica?

In un modo assai diverso da quello dei suoi correligionari, quindi buono per lui solo.

Jean Carrere è dei pochi che definiscono giustamente l’opera del nostro poeta affermando: “Giosuè Carducci a donné à l’Italie renaissante la conscience de sa grandeur morale”. [6]

E questa è opera benefica.

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Un valente filosofo, il prof. Giuseppe Tarozzi ha ben approfondito la sua conoscenza del Carducci e ne scrive [7]: ‒ Orbene, l’opera di Giosuè Carducci ci presenta invece l’esempio mirabile di un uomo che, non rinnegando mai il passato, anzi conservandone il culto più ardente e la comprensione più viva, fu edificatore dell’avvenire, come attesta il consentitmento a Lui, ora divenuto unanime fra gli italiani. Nel suo tempo sentì la virtù del passato, e con monito cosciente ci ha guidato ai limiti dell’avvenire dove manca ancora altro duce. La ragione è che il Carducci ha la potenza della rampogna, non la smania della negazione; è, a volte, un ribelle; ma un ribelle che ama e che vuole, non scettico, non negativo.”

E ancora: “Taccia la critica del filosofo di sistema; e sol viva qui il comprendimento dell’Arte, che unicamente esige purezza dall’idea a cui l’arte si eleva, sia essa idea religiosa, o sociale. Carducci avvera armonicamente in sé stesso, lungo la storia della sua vita, l’impero finale dell’idea che dall’alto mira le ritornanti vaghezze della natura e il fluire eterno della storia.” Sono pienamente d’accordo col Tarozzi.

È l’ impero dell’idea, esclusivamente, che tiene avvinto il Carducci, mi piace anche quando il Tarozzi aflferma che questo impero finale della idea il Carducci lo avvera armonicamente in sé stesso, lungo la storia della sua vita.

Ma purtroppo per noi e per l’Arte, la critica del filosofo di sistema non tacerà mai, ma, pazienza fosse solo il filosofo di sistema il monocolo.

Egli è che le zuccate più belle le pigliano quelli, che sono convinti di render lode al poeta.

E diamo nuovamente la parola al Tarozzi: “L’esempio del Carducci mostrerà che, come la poesia quando è verace, così la coscienza, quando è profonda e sincera, compie via via le grandi sintesi degli ideali umani, ciascuna delle quali è madre di una più alta speranza. Per chi sa leggere, mi pare che basti!

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Torniamo a sentire quel che dice il prof. Zanichelli in altro suo articolo [8]: “A modificare profondamente i giudizi, anche degli avversari politici, intorno al Carducci, han contribuito molto la sincerità e la modestia della sua vita, in perfetta rispondenza colla sua scrupolosa attività di professore. Non fu mai potuto notare in lui alcuna contraddizione, fu sempre come si mostrava, ha sempre scritto come pensava, ugualmente sincero cogli amici, cogli avversari, coi nemici. Non ha mai adulato alcuno; democratico vero, non ha mai voluto essere il poeta cesareo della democrazia; la sua arte ha troppo nobile ed alta finalità perchè la potesse piegare alle esigenze d’una parte politica; essa, in ogni caso, non si piegava che dinanzi alla idea della patria, che è stata sempre la luce del suo pensiero, l’anima dell’anima sua. D’altro lato, nella sua parte politica stessa, Egli è rimasto sempre, per ciò che concerne l’azione, un solitario, anche nei momenti nei quali la lotta era maggiore.”

Al prof. Zanichelli possiamo prestar fede, che egli conobbe assai da vicino il poeta; raccogliamo quindi queste sue preziose parole; si osservi, fra l’altro, quando afferma che non fu mai potuta notare nel Carducci alcuna contraddizione.

Dice ancora il prof. Zanichelli sempre nello stesso articolo: “Il suo pensiero, svolgendosi gradatamente e sotto la pressione degli avvenimenti e degli anni, è ritenuto al passato da cui mosse il volo superbo nel 1869 e nel 1860 ha ricomposto in perfetta unità i varii elementi, alla cui concordia fu dovuto in quegli anni il risorgimento della patria, e che le agitazioni e i contrasti successi parevano aver dispersi o fatti nemici. In questo è apparsa, non solo la nobiltà del suo ingegno, ma anche la profondità del suo senso storico, e sopra l’una e l’altra cosa, la onestà vera del suo animo e la devozione sincera, l’affetto entusiasta alla patria. Egli ha capito e sentito che, composta a unità l’Italia in Roma, bisognava che gli Italiani tutti, dimenticando i dissensi, i contrasti, gl’interessi parziali, concordi procedessero avanti per fare grande, felice, potente la patria. E poiché per questo Egli aveva sempre combattuto e scritto, si è trovato naturalmente contro coloro che, o per ambizione insodisfatta, o per ristrettezza di mente, o per a cupidigie personali, in buona o in mala fede, a proseguono, coscientemente o incoscientemente, a nell’opera demolitrice della patria e delle istituzioni nelle quali è solo possibile, nel momento presente, la sua conservazione. Egli non ha cambiato, è rimasto al suo posto, fedele difensore e assertore della patria, dell’Italia. Anche in questo è un grande educatore, e il suo pensiero e il suo esempio rimarranno nella storia civile d’Italia, ammonimento e incitamento, e ad essi si inspireranno, ora e sempre, gl’italiani, se vorranno operare grandi e nobili cose per la patria.

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In un volume di studi politici e storici il prof. Zanichelli si occupa a lungo delle poesie politiche del Carducci, ne parla con vera competenza; anche qui trovò molto di utile, a sostegno della mia tesi e per quanto non convenga sempre col prof. Zanichelli, in linea generale sono d’accordo con lui.

Ecco cosa egli dice [9]:

“La generazione italiana, divenuta giovane negli anni che corsero tra il 1849 e il 1859, si formò un proprio ideale e una propria coscienza politica, mescolando insieme i ricordi e gli ideali della rivoluzione passata coi presentimenti e le ancora confuse aspirazioni della futura. La quale, da quei giovani, era pensata così nobile e pura come la precedente, ma, nel suo andamento e nelle sue vicende, del tutto diversa da quella. Questo solo essi sapevano, che non si poteva più pensare a federazioni, nelle quali entrassero il Papa, il Re di Napoli o il Granduca di Toscana, e che il concetto dell’unità della patria, o subito come conseguenza immediata della rivoluzione, o in un tempo molto prossimo, come conseguenza mediata, doveva realizzarsi. Il modo di questa realizzazione era ancora incerto; l’egemonia piemontese sotto Casa di Savoia predicata da Vincenzo Gioberti nel Rinnovamento, e la repubblica mazziniana avevano ciascuna partigiani fra i giovani, ma non intransigenti o intolleranti. E questo perchè i ricordi del 1849 avevano tutti insegnato che l’indipendenza, la libertà, la unità della patria erano i beni supremi, ai quali dovevano sacrificarsi, quando occorresse, le forme degli ordinamenti politici.

Adunque vogliosa di rivoluzione nuova e fortunata, spiccatamente unitaria, ma né propriamente monarchica, né propriamente repubblicana era, nel suo complesso e salve le eccezioni individuali, la gioventù italiana all’alba del 1869. Né monarchica, né repubblicana, abbiamo detto, ma pronta a divenire l’una o l’altra, quando apparisse necessario al conseguimento di quell’ideale, che essa voleva, ad ogni costo, realizzare.

E in altro punto seguita:

Quindi il poeta nel 1859, nel 1860, nel 1861, gli anni eroici del risorgimento italiano, fu sinceramente monarchico, e come tale cantò Vittorio Emanuele, i plebisciti, e la Croce di Savoia piantata sulla torre di Arnolfo, quasi a chiudere, conciliandone le opposte  tendenze, la storia passata d’Italia, per cominciarne la nuova radiosa di gloria, di grandezza civile, di libertà.

Qual italiano allora non era monarchico ?

Quale poteva non esserlo? Fin Giuseppe Mazzini, pur conservando fermo nel petto il suo ideale, accettava la bandiera garibaldina: Italia e Vittorio Emanuele; e chi si poteva arrogare il diritto e la responsabilità di non accettarla, di non acclamarla? Se anche qualcuno era tratto a far ciò, o da sentimenti o da pregiudizi o da tendenze personali, questo non poteva essere il giovane poeta che vedeva, in quegli avvenimenti e in quegli anni, svolgersi nella realtà giornaliera una grande epopea d’eroismi, di virtù sovrumane, di glorie pure e superbe quali nessun epico aveva mai cantato, non il poeta che, per esser tale, deve nella sua anima raccogliere e comprendere l’anima del popolo, o, almeno, d’una gran parte di esso,

Ora io domando: Su quali fatti lo Zanichelli afferma che il Carducci fu sinceramente monarchico? Il Carducci scrisse, e lo abbiamo citato altra volta, che egli accettò la formola Italia e Vittorio Emanuele, senza nessun entusiasmo, perchè non vide la possibilità di un governo migliore! E mi pare che ciò basti a capire. Egli l’accettò per quelle stesse ragioni che, come ha detto egregiamente lo Zanichelli, ai giovani d’allora facevano porre sopra ogni oligarchia di partito il sentimento comune di volere una patria libera e unita.

Si tratta qui, evidentemente, di un sacrificio; essi sacrificavano l’ideale per un semplice miglioramento.

Ma è appunto migliorando che si arriva a raggiungere, una meta lontana.

Perchè, poi, il prof. Zanichelli concede al Mazzini di aver serbato fede al suo ideale, pur approvando anch’esso la formola garibaldina, e non vuol concederlo al Carducci? solo forse perchè quest’ultimo ha cantato la Bianca Croce di Savoia, etc.?

Non mi sembra che ciò sia giustificato.

D’un’altra cosa, poi , io non convengo col prof. Zanichelli, e cioè che il poeta per esser tale deve comprendere e raccogliere nella sua anima l’anima del popolo, o, almeno, di una gran parte di esso. Francamente, se ciò dovesse avvenire, parmi che il poeta, diverrebbe il portavoce di una folla, solo perchè questa folla è più numerosa di quest’altra. Sarebbe, il poeta, una pecora obbligata a seguire il gregge, dove piaccia guidarlo al suo pastore. Ora, queste sono puerilità: pare fino impossibile che ciò abbia scritto un valentuomo come il prof. Zanichelli, si persuada, il poeta trarrà ispirazione dall’esaltamento di una folla, ma non potrà mai esserne il portavoce.

Se no, che diverrebbe? Un poeta cesareo.

E la storia, che del resto fornisce prove in contrario, non vuol saperne di poeti cesarei, e li giudica sempre poco benevolmente.

E poi, domando: ove andrebbe a finire la tanto decantata libertà? Domani un parlamento di illusi approva, ad esempio, che si macellino delle migliaia di cittadini, per lo scopo di impiantare una colonia, e il poeta, solo perchè è la maggioranza che volle così, deve essere pronto a celebrare le gesta dei combattenti e a comporre i serti di vittoria, o, piuttosto, le corone funebri.

Conchiudo: il poeta per essere tale non ha bisogno di seguire la maggioranza dei suoi cittadini, ma dev’essere libero, anzi se vede che questi deviano è suo compito di opporsi fieramente, con tutte le sue forze, per incitarli a volger la mente verso migliori ideali. Altrimenti in luogo di esser poeta, diverrebbe un campanaio obbligato a suonare, quando sembrasse opportuno al pastore del gregge.

Il prof. Zanichelli, poi, cade in una contradizione quando afferma:

 Ad esempio, è certo che a in lui l’ideale della repubblica ha sempre vissuto forte e rigoglioso, ma nessuno potrebbe sul serio sostenere che le sue poesie fossero repubblicane, nel senso che vagheggiassero e preparassero in modo assoluto un cambiamento nelle istituzioni sancite dai plebisciti: egli certamente in fondo all’anima è repubblicano, ma come lo erano molti uomini del 1869, come lo era Garibaldi, spiegante in faccia all’Europa stupita la bandiera: Italia e Vittorio Emanuele.

Ma dunque: se era sinceramente monarchico come abbiam veduto poco fa, dissimile dal Mazzini, come poteva avere nel fondo dell’animo sentimenti repubblicani. Bella sincerità!

Mi pare che il prof. Zanichelli abbia invece ragione quando afferma:

Così il pensiero politico del poeta si è nettamente fissato; egli è monarchico, perchè la Dinastia di Savoia rappresenta il concetto unitario, è essa che sola può ragunare intorno a sé le sparse membra d’Italia, dinnanzi a lei debbono cedere tutte le tendenze e gli ideali contrari; insomma il Carducci pare che metta in versi splendidi la prosa diplomatica del Barone Ricasoli, che, all’Europa stupita che la Toscana voglia perdere la sua storica autonomia, risponde con ostinazione sublime: Vogliamo Vittorio Emanuele re di tutta l’Italia e lo otterremo o con voi, o senza di voi, o contro di voi.

Chi legge si sarà fatto la giusta opinione che il prof. Zanichelli naviga in un mare di incertezze, ma che, riassumendo i suoi scritti, è convinto della coerenza del Carducci.

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Mi sono proposto di fare un po’ d’analisi fra gli scritti pubblicati intorno al Carducci, iscegliendo solo quelli di persone che rappresentarono un tempo, o rappresentano tuttora un gruppo specializzato di idee.

E mi piace anche riportare qualche opinione del ch.mo prof. Filippo Crispolti, persona, che ‒ saper quanto di idee opposte alle mie, stimo per la sua serenità ed i suoi meriti. Si può dissentire in pensiero, ma quando si vede che un uomo giudica, non secondo l’interesse del suo partito, ma secondo verità e giustizia, bisogna fargli di cappello (come suol dirsi toscanamente). Il professore Crispolti dunque scrive:

« A quei giorni a quando era impossibile scindere le sue qualità da quell’indirizzo esclusivo e ultrapotente, (intendasi il tempo nel quale il Carducci affermò rudemente il suo pensiero) se alcuno mi avesse domandato di parlar di lui, sia pure con facoltà di distinguere, io avrei risposto: ‒ per amor a della fede, della storia, della gioventù, no. ‒ Ha dunque egli mutato dappoi? Per lo più gli uomini irosi mutano. Il cambiamento che parve più certo e più clamoroso fu quello politico: aveva cantato da giovane:

Bianca croce di Savoia

Dio ti salvi e salvi il Re.

cantò poi dei re in tal modo che se io ripetessi le sue strofe, ristampate pacificamente or son pochi anni, temerei un’interruzione dal rappresentante della legge. [10] Cantò finalmente poesia di Corte benché egli sapesse trarre da questo sostantivo l’aggettivo cortese e non quello cortigiano. Non fu questo un continuo mutare e rimutare? Eppure no: egli mi sembra che sia stato un repubblicano sempre.

Invocando a ventidue anni Vittorio Emanuele diceva:

Non perchè dai Sabaudi a la marina

Stendi lo scettro de l’avito impero

Sul Po regale e il Tanaro sonante;

Non perchè a cenni tuoi leva ed inchina

Il subalpino popolo guerriero

I liberi vessilli a te davante;

Ma perchè figlio amante

Sei dell’antica madre in ch’io mi vanto.

E quando pochi anni fa nella Bicocca di S. Giacomo, egli che aveva scritto un tempo: ‘posso ammirare la Vandea, ma sto coi turchini e faccio fuoco contro di essa’, quando vide a cimento questi turchini che amava, contro gli eroi piemontesi di Cosseria, come giustificò questo valore subalpino esercitato contro la rivoluzione e la repubblica in servizio del Re?

Ma qui si pugna per l’onor, si muore

Qui per la patria, e ben risorge e vince

Chi per la patria muore nella santa

Luce dell’armi

L’onore e la patria: il terzo elemento, la fedeltà, egli non la considerò. Questo legame d’affetto e di dovere che fece presso i popoli la forza e l’essenza degli stati monarchici egli né vide, né comprese. In tanta enumerazione di titoli antichi delle città piemontesi nell’ode Piemonte non citò mai il frequente titolo di fedele. Egli non amò la monarchia che come un coronamento, in Italia spiegabile ed opportuno, di costumi ed istituzioni repubblicane. Oggi stesso la sua fede politica mi sembra una di quelle monete francesi su cui è scritto: Republique française, Napoleon Empereur. [11]

A me pare, che il Crispolti sia uno dei pochi che hanno capito qualche cosa delle idee di Giosuè Carducci. Il suo apprezzamento, per quanto non lo divida interamente, mi piace sopratutto perchè è onesto e spregiudicato.

Dove non divido l’opinione del Crispolti, è quando egli muove appunto al Carducci, per non avere unito ai due elementi: onore e patria, la fedeltà. Ma questa, mi pare, è cosa implicita per un popolo che sente, giudica e pesa con eque ed oneste bilance.

Fedele può intendersi solo nel concetto del poeta, come quando chiamò Trieste la fedele di Roma.

Non dimentichi il Crispolti che, ad ogni modo, la fedeltà deve essere reciproca tra popolo e re.

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Ma ecco, che tardi, del resto è meglio che mai, si è capito più vastamente, che cosa pensasse il Carducci e qual fosse la sua idea civile, il fantasma delle sue creazioni.

Scriveva il dott. Poggi [12] nel 1902:

Fin da quando egli nella gioventù atteggiava il verso ad esprimere o la passione fervida e pudica del dolce stil nuovo e del Petrarca, o la composta serenità del Foscolo, o la nitida eleganza del Monti, o la sdegnosa ed austera morale del Parini, fin da quando sferzava i Vanni Fucci della filologia e ‒ gli arcadi e romantici fratelli ‒ di poesia, e i ‒ barbagianni ‒ geometri ed i filosofi ‒ berrettoni ‒ , fin da quando sospirava ai a dolcissimi colli tirreni o alle più pure glorie della nostra letteratura inviava omaggio di sonetti, sempre un sogno rifulse splendido davanti alla sua anima grande.

Prego: a la sacra Italia

Suoni il mio carme, e fiero

.     .     .     .

E questo si è sentito non solo in Italia, ma anche fuori, talché una valente letterata tedesca, Valeria Matthes così ne scrive [13]:

Così colle sue poesie ha egli esercitato una meravigliosa influenza nel campo politico e nel letterario. Egli con satire amare ha flagellato le debolezze del popolo e del governo nel periodo di sviluppo e di formazione del regno sotto Vittorio Emanuele, e senza posa ha additato la sola sospiratissima meta di una Italia libera, sottratta ad ogni influsso straniero, con Roma per sua capitale. Egli ha soffiata novella vita e novello vigore nella poesia italiana già molto affloscita per la forma e per la sostanza.

È così, il Carducci non fu mai pago abbastanza dei miglioramenti della sua patria, comprese che essa era bambina, e come tale bisognava crescerla e nudrirla di severe virtù e sopratutto di buoni esempi, non mostrarsi corrivi, ma riprenderla ad ogni sua scappata. E il poeta nei Decennalia saettò giambi infuocati, esortando la patria a salire il Campidoglio; ma dopo ottenuto ciò, proruppe dal suo petto anche una volta lo sdegno, perchè l’Italia avea chiesto Roma e le avean dato Bisanzio.

Come in altri tempi Alceo ed Orazio, così ieri il Carducci lottò per la patria sua.

Ciò sente anche Angelo de Gubernatis [14]:

Q. Orazio era probabilmente un Elleno che si era fatta una seconda anima romana; così Giosuè Carducci ci appare come un greco etrusco che la maestà divina di Roma ha conquiso. In entrambi i poeti l'ispirazione è breve, ma rapida e forte; se non che, nel poeta moderno, la grazia si fa più robusta, e l’immagine si colora più vivace. Del resto, la stessa parsimonia di parole e densità di pensieri in entrambi; la stessa lucidità e fermezza di espressione scultoria; lo stesso disdegno e disgusto d’ogni volgarità. Nel Carducci, l’accento è, tuttavia più alto e magnanimo, indizio di una coscienza più calda. Il poeta civile mira più su e colpisce maggiormente.

Parla poi il De Gubernatis del paganesimo del Carducci e lo trova anche qui coerente:

Nella stessa ode alla Beata Diana Giuntini venerata in Santa Maria a Monte, che gli venne tante volte stolidamente rinfacciata, come se il libero poeta si fosse da giovane perso nelle sagrestie è un soffio di poesia pagana, che avvicina la nuova santa alla Diana delle primavere italiche, ma con l’intonazione d’una soave preghiera manzoniana.

Coerente, dunque, fu sempre il Carducci, in ogni suo atto privato o pubblico, in ogni sua manifestazione di pensiero, e tale lo riconobbero tutti gli onesti e spregiudicati.

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Conchiudiamo.

Io non devo, nè intendo, soffermarmi troppo a parlare su le idee politiche e sociali del Carducci; a me basta quanto si è visto finora, anche perchè è così chiaro il ragionamento e così documentato, che l’insistervi mi parrebbe accademia.

Altri, se crede, potrà più ampliamente trattare la cosa, fatica inutile del resto, giacché i risultati saranno sempre gli stessi. Anzi sono certo, che più verranno in luce documenti e lettere e scritti inediti del Carducci, più aumenteranno le prove della sua piena coerenza.

Le risultanze di questa discussione sono chiare e palesi!

Classifichiamole in tre diversi gruppi:

1°. Occupandosi dell’opera del Carducci, letterati, filosofi, giuristi, hanno convenuto e convengono che il Carducci fu sempre coerente al suo pensiero civile.

2°. La inspiratrice costante e animatrice della sua poesia, fu perennemente l’idea, ma un’ idea nobile di patriottismo.

3°. Quindi si esclude l’ipotesi che il Carducci abbia appartenuto a un partito; si prova invece che egli, sempre coerente al suo interno sentire, non sdegnò plaudire o sferzare a questa o quella parte, secondo che le vide compiere opera buona o nefasta.

E non per questo i biasimati possono dire che egli disapprovasse il loro partito, e i lodati che lo approvasse, in ogni caso egli seguiva costantemente la sua idea di patria, che essendo di natura superiore, sarebbe sciocco il confondere a quella che si professa generalmente.

Ai pochi che ancora accusano il Carducci, di avere, in una circostanza (ode alla Regina) asservito la sua penna ad un interesse personale, risponde il Carducci stesso, e, meglio di lui, la sua vita la quale attesta che si tratta di una volgare calunnia.

Ultima conclusione è dunque, che il poeta fu sempre uno e saldo nei suoi principi morali e civili, e nelle sue idee patriottiche, così come lo fu ne gli affetti famigliari e nelle amicizie.

La sua vita è intessuta di onestà, nudrita di virtù, animata e sorretta dalla verità.

Così debbo scrivere in omaggio a quest’ultima Dea, giacché io non volli fare una sciocca apoteosi, volli semplicemente la verità storica.

E mi giova qui ripetere con Vittorio Imbriani:

Ammetto, come prodotto della fantasia, i racconti dei romanzieri e gl’inni dei poeti: ma la storia è tutt’altra cosa, e parmi tempo di smettere dal falsarla.

Lascino dunque i criticanti dell’ultim’ora che la storia, già impadronitasi di questo genio, compia la sua opera di giustizia, e lo tramandi ai posteri nella sua integrità.

E mi si conceda di fuggire, un momento, dalla cerchia fredda di una discussione critica, per esaltare la fantasia in una evocazione poetica.

Il compito del poeta fra gli uomini, è quello dell’Ape tra i fiori.

L’animaletto intelligente nulla curando la bellezza estetica del fiore ne sugge l’umor vitale, che dovrà poi trasformarsi in miele ed in cera; quei due elementi così utili al nostro organismo: il miele che vellica il gusto, la cera che amorosamente trattata si fonde poi in luce.

Così il poeta,

Cantando ed iscegliendo fior da fiore

questo eterno viandante cerca la bellezza a cui apre tutto il pensiero, e quando ha composto nella sua mente una fiorita di cose belle, allora, fantasticando, le fonde in un mirabile insieme di armonici giri e di ritmi: la poesia.

L’AMBIENTE BOLOGNESE NEL 1878

Umberto e Margherita, i due giovani principi saliti al trono nel gennaio del 1878 per la morte di Vittorio Emanuele, stavano compiendo il primo giro reale per lo stato, ricevendo ovunque festose accoglienze.

Ma, per espresso loro desiderio, i comuni non doveano fare spese in addobbi, luminarie od altre delle solite apparenti manifestazioni di giubilo, che sono usate in queste circostanze.

Volevano piuttosto i sovrani rinnovellata nel popolo quella spontanea cavalleria medievale, volevano che le festose accoglienze nascessero da un sentimento unanime d’amore e di rispetto, non da una fredda convenzionalità.

Così è, che la Patria giornale bolognese diretto dallo Sbarbaro, commentava le idee sovrane:

L’assennato e giovane monarca, sollevandosi al disopra delle misere onoranze ufficiali, al disopra del fasto e delle ciance sonore dei titolati ignoti, s’avvedrà anche tra noi che le dimostrazioni di affetto più semplici, ma più vere e sentite partono appunto da quella classe popolana attiva e nell’attività virtuosa, dalla quale, purtroppo, un tempo aborrivano i regnanti.

E il Sindaco di Bologna in un patriottico manifesto diceva fra l’altro:

Il desiderio espresso del re non ci consente di apprestare splendidi festeggiamenti. Ma noi, anche con le sole dimostrazioni del cuore, possiamo accogliere tali ospiti in modo degno di loro e della nostra città.

Provveda dunque l’affetto a significare l’affetto. E veggano gli augusti sovrani, etc. etc. che l’amore del popolo, cementato da tante prove e da tante memorie, circonda il loro trono....

I giornali bolognesi del tempo facevan più o meno eco a tali massime, cercando però tutti di preparare l’animo ad una accoglienza, che riuscisse spontanea affermazione di affetto di una giovane nazione verso un giovine re.

Ecco dunque perchè vedendo passar la regina fra due ali di popolo plaudente e ammirante, venne al Carducci il pensiero delle castellane antiche, e del popolo cavaliere del trecento.

E anche lui, il poeta gagliardo al commuoversi generale del popolo, all’assentire di ogni partito, sentì che sopra ogni considerazione di casta o di fazione, il suo cuor di poeta gli imponeva di partecipare a questa rinnovata cavalleria, ed ecco che egli, rifuggente dai rumori e dalle pompe, va ad ossequiare la bionda regina che gli ricordò tante cose, che gli ispirò tanta fede, ed il giovane principe, che al di Lei fianco si accingeva a seguitare le degne tradizioni del padre, tutto per l’onore di quella croce bianca, simbolo di patria, che il poeta aveva cantato.

E si noti, nel tempo istesso, a chi, nella libreria Zanichelli disse: «dopo le manifestazioni di oggi ai Reali, io non credo che vi sia in Italia neanche un repubblicano, o se c’è non è italiano; » il poeta avea risposto, prendendo in disparte un giovinetto: « io sono repubblicano e di là dell’Alpi dicono che sono Italiano. »

Sempre salda era dunque in lui questa idea che, come abbiam visto egli chiamava repubblicana, ma lo era invece a modo suo, e se l’entusiasmo popolare riusciva ad accenderlo al canto, non poteva assolutamente distoglierlo neppur solo un istante dalla fede pel suo ideale.

Seguiamo la cronaca, ecco come avvenne l’incontro del Re con Giosuè Carducci:

« Questi gli venne presentato dal Rettore, Sen. Magni, durante il ricevimento del Corpo accademico, Re Umberto gli disse di essere lieto di conoscerlo personalmente, e sentito com’egli insegnasse sino dal 1860 lo complimentò di avere così giovane recato tanto lustro alla letteratura e alla patria.»

Quindi S. M. marcando la frase soggiunse: “senza scherzo, qualunque sia la differenza delle nostre opinioni politiche, sono lieto di significarle la mia ammirazione pel suo ingegno che onora il paese.”

Avendogli il Carducci risposto di essere onorato da queste espressioni di S. M. che ha cominciato con sì nobili auspicii il suo regno, Umberto soggiunse di non aver potuto far nulla, ma di averne il proposito, “Stieno sicuri: gl’intendimenti miei sono tutti per il bene e l’onore della patria; in questo certo ci troveremo sempre d’accordo.”

La regina gli ha dichiarato di sapere a a memoria parecchie delle sue Odi Barbare.

È inutile il dire quanto l’illustre uomo sia stato toccato da siffatte schiette e leali accoglienze.

Questo, secondo la Patria e la Gazzetta dell’Emilia i due soli giornali bolognesi che si occupassero di tale incontro, volendo gli altri, contrari al Carducci, non dargli in nessuna occasione importanza.

L’animo del Carducci già disposto favorevolmente ai sovrani dal consentimento di plauso unanime nel popolo, dovè esser colpito e lusingato dalla parola di quella regina bionda, bella, che amava l’Arte, che leggeva e comprendeva le sue odi barbare e ne era talmente invaghita da saperne parecchie a memoria.

Ora, per chi consideri che il Carducci, in quei tempi, era appunto fatto segno di ridicoli attacchi per parte di critici ignoranti a causa delle sue odi barbare, che costoro biasimavano senza capirle, parrà naturale che il poeta abbia voluto provare la sua soddisfazione per l’elogio sovrano avuto, e nell’esaltamento poetico da ciò venutogli, sia sgorgata poi dal suo cuore l’ode stupenda, oggetto di tanti e vivaci commenti.

E a questa ode, fu causa non secondaria il bu bu che certi giornali gli facevano dietro primo fra questi il Fanfulla, ed il poeta volle anche dimostrare come si può esser cavaliere, senza avere mai portato una croce, di quella cavalleria del popolo antico, che lui poeta rappresentava e sentiva.

Questa fu la genesi naturale, semplice di quell’atto gentile del Carducci, atto che le menti grosse e volgari vorrebbero chiamare a testimone della sua slealtà politica.

Ma chi ha l’animo volto al bello, chi alberga la gentilezza nel cuore, avrà compreso quanto fosse nobile e grande il pensiero che si agitò nella mente del poeta civile, allorquando egli vide la giovinetta regina bionda, bellissima, intorno alla cui persona spirava soavemente il fascino delle Grazie [15].

L’ODE ALLA REGINA

Scriveva Giuseppe Chiarini nella Nuova Antologia, parlando dell’ode Piemonte:

Nella ode Piemonte il sentimento e la conoscenza dei fatti, che nessun uomo mezzanamente colto dovrebbe ignorare, sono aiuto all’intendere; ma anche qui non mancherà, credo, per alcuni lettori qualche leggera oscurità; della quale, s’intende, non ha nessuna, o pochissima, colpa il poeta. In questi casi la colpa è quasi sempre di chi non capisce. Il poeta (intendo dire, ogni poeta) ha un modo tutto suo di concepire e d’esprimersi: se non lo avesse, non sarebbe poeta; e quanto è più poeta, tanto quel modo è più lontano dal comune, e però più difficile a intendere.

Chi accusa d’oscurità lui, nove volte su dieci dovrebbe invece accusare d’ottuso intelletto o d’ignoranza sé stesso.

Queste parole servono integralmente anche per l’ode alla Regina, se non che, qui non è solamente necessario avere una mezzana coltura per capire, ma bisogna saperne un tantino di più. Si può quindi perdonare alla maggioranza dei lettori di non averne gustato la bellezza.

Io credo, del resto, che la poesia, come la storia debban leggersi con Arte. È necessario saper leggere per comprendere. Massimamente poi queste odi barbare ove la sintassi è molto contorta.

Che se da parte di alcuni si dovesse ancora accusare il poeta di ambiguità egli potrà sicuramente rispondere: la mia imagine è la estrinsecazione di un’idea e l’idea è fantasma, ora che ho da farci io se al mio gigantesco fantasma voi non scorgete che i piedi! Che ho da farci io, se taluni criticonzoli adoprano il canocchiale dalla parte opposta per rimpicciolire la mia imagine, impotenti come sono di vederla grande?

E poi ogni individuo ha un modo di sentire e di vedere limitato al proprio ingegno, ed alla propria facoltà visiva.

A me quelli che si lamentano della oscurità di qualche concetto poetico mi fanno l’effetto dei bimbi, i quali, trovandosi in riva ad uno stagno, amano meglio specchiarsi in questo, per vedervi entro gli alberi che l’acqua stagnante capovolge al disotto di loro, piuttosto che levare gli occhi al cielo ed ammirarli superiori ad essi.

Mi pare, che siamo nel caso di quel povero uomo nato cieco, che negava il sole.

Ma il compito del poeta non è quello di rimpiccolire le cose grandi, bensì di saperle descrivere nella loro interezza.

&

Il Carducci affermava che la Regina avea capito le sue odi, perchè figlia di madre Sassone, ben avvezza perciò a legger poesia tedesca, con la quale, le odi Carducciane hanno tanta affinità.

Questo è detto anche dalla letterata tedesca Valeria Matthes, nello stesso studio sul Carducci che abbiam veduto poc’anzi, a Le ‒ Nuove a Poesie ‒ accresciute ora di numero, note col titolo di Rime Nuove sono prevalentemente ti una lirica di sentimento, e avvicinandosi molto alla poesia tedesca e al modo di sentire tedesco, hanno trovato presso di noi la maggior diffusione e ammirazione. Ciò riuscirà molto naturale a chi pensi, che il Carducci fu grande studioso di poesia tedesca, ed a lui si debbono splendide ed esatte versioni poetiche da Heine, Goethe, Uhland ed altri.

Io qui non voglio, né posso, indugiarmi troppo sulle odi barbare complessivamente considerate; questo, credo, lo farò più tardi, in uno studio sulle forme della rinnovata poesia.

Dirò allora, più compiutamente della loro origine, del loro svolgimento e della utilità di questa poesia barbara.

Quanto alle critiche che si fecero al Carducci, per aver usato i metri barbari, mi giova qui ripetere col Chiarini :

È vero, o non è vero, che ai compositori di musica è aperto larghissimo il campo a trovare nuove combinazioni di suoni che valgono ad esprimere ed eccitare negli ascoltanti nuovi fantasmi, nuovi sentimenti, o maniere e gradazioni nuove di sentimenti e di fantasmi? etc.

Perchè dunque si vorrà restringere al poeta il campo delle combinazioni ritmiche?

&

L’ode presente è un’Alcaica. Credo quindi opportuno il dare alcuni ragguagli intorno alla costruzione metrica di queste odi e, anche, un po’ di storia del loro creatore.

Alceo è il più antico lirico eolico.

Nacque a Mitilene in Lesbo circa il 640 avanti G. C, da famiglia aristocratica, ed era fra i più colti cittadini.

Di carattere fiero e ribelle, irrequieto e focoso, prese viva parte alle lotte dei partiti politici, che in quei tempi aveano messo a subbuglio l’isola.

Lottò ferocemente contro la tirannide, e contro i falsi tribuni del popolo.

Nel 612 cadde il tiranno Melancro e molta parte in ciò ebbero Alceo e due suoi fratelli. Ma la vittoria non valse e fu breve, perchè Mirsilo e Megalagiro altri tirannelli sorsero ben presto e cacciarono in bando i nobili. Alceo esule seguì questi ultimi, ed errarono a lungo in varii luoghi della Grecia e fuori, cimentandosi egli ed altri fuorusciti in fieri conflitti per tornare in patria; ma il tentativo fallito, Alceo cadde nelle mani di Pittaco, dotto e savio legislatore, che in quei tempi reggeva le sorti di Lesbo.

Si sa che Alceo ebbe salva la vita, ed ottenne anche la libertà, non si conosce però altro delle sue vicende posteriori.

Ma per quanto si occupasse alacremente di politica, Alceo non sdegnava intrattenersi in lieti convivi e godere i piaceri umani.

Le sue poesie riflettono tutta la sua vita agitata di uomo violento e iroso, e le sue violente passioni.

Nella poesia di carattere guerresco o rivoluzionario, certamente Alceo, riusciva meglio che in ogni altra, così che nella serie dei suoi canti detta di partito, i suoi versi hanno il suono di trombe ed il fischio di saette.

Ma la virulenza della apostrofe politica si mutava spesso, in quel poeta, nella dolcezza delle frasi d’amore, e compose dei canti amorosi, e, anche degli inni agli Dei.

In tutta la sua poesia è forza e vigore, sentimento nell’amorosa, ricchezza di imagini, grandezza di concetti nobilissimi, stile rapido, inciso, e armonia di metri variatissima.

Si osservi, che la strofe di Alceo è quindi nata dai fieri tumulti della sua patria, ed il poeta se ne è liberamente servito per sfogare i suoi attacchi, contro chi sembravagli che non fosse degno cittadino.

&

Ma la morte di Alceo non segnò la fine della sua poesia, e nei fieri tumulti di Roma, la strofe Alcaica tornò a rivivere floridissima, e la piegò ai suoi voleri quel poeta grande, che rispose al nome di Orazio. Egli era fervente ammiratore di Alceo, di lui parla più volte ne’ suoi versi, converrà qui riportare alcune strofe d’Alcaica Oraziana per dare un’idea della forma:

Ille et nefasto te posuit die,

Quicunque primum, et sacrilega manu

Produxit, arbos, in nepotum

Perniciem opprobriunque pagi;

Illum et parentis credederim sui

Frigisse cervicem et penetralia

Sparsisse nocturno cruore

Hospitis; ille venena Colcha

Et quicquid usquam concipitur nefas

Tractavit, agro qui statuit meo

Te, triste lignum, te caducum

In domini caput immerentis.

Horat. Carm. Lib. II. 13.

&

L’ode Alcaica consta di due endecasillabi alcaici (pentapodia logaedica con anacrusi ciascuno) di un enneasillabo (dimetro giambico ipercatalettico) e di un decasillabo alcaico (dipodia dattilico-logaedica); per un esempio vedasi Horat. Carm. I, 9.

L’Alcaico è uno dei metri classici, in cui l’accento grammaticale si accorda in modo assai frequente con quello ritmico, così si riuscì a mantenergli sufficientemente il carattere proprio nell’imitazione italiana, che l’ha tentato.

Degli italiani, ad imitare l’Alcaica, fu primo il Chiabrera, che ne riprodusse i primi due versi con due coppie, formate ciascuna da un quinario piano e uno sdrucciolo, il terzo con un novenario comune e l’ultimo con un decasillabo risultante da un nostro endecasillabo privo della prima sillaba.

Questo dicesi anche decasillabo del Chiabrera.

Eccone un saggio, tratto dall’ode a Urbano VIII per il giorno della sua coronazione:

Scuoto la cetra pregio d’Apolline,

Che alto risuona: vo’ che rimbombino

Permesso, Ippocrene, Elicona,

Seggi scelti delle ninfe Ascree.

Ecco l’aurora, madre di Mennone,

Sferza le ruote fuor de l’oceano,

E seco ritornano l’ore.

Care tanto di Quirino ai colli.

Sesto d’Agosto, dolci luciferi,

Sesto d’Agosto, dolcissimi Esperi,

Sorgete dal chiuso orizzonte

Tutti sparsi di faville d’ oro.

Apransi rose, volino zefiri,

L’acque scherzando cantino Tetide;

Ma nembi, d’Arturo ministri.

Quinci lunge dian timore a i Traci.

Canzoni Eroiche LXXXI.

Nel secolo appresso il Rolli e poi il Fantoni fecero seguire ai due doppi quinari, due settenari, e anche rimati insieme come p. e. nell’ode del Fantoni a Giorgio Nassau:

Nassau, di forti prole magnanima,

No, non morranno quei versi lirici

Per cui suona più bella

L’Italica favella.

Benché in Parnaso primi si assidano

Pindaro immenso, mesto Simonide,

E Alceo dai lunghi affanni.

Spavento dei tiranni,

Vivon eterni quei greci numeri.

Che alle tremanti corde del Lazio

Sposò l’Arte animosa,

Del cantor di Venosa.

“Ma questa è una riproduzione tutt’affatto arbitraria”, dice il prof. Guarnerio in un suo aureo volumetto [16], ed io convengo con lui.

E il Rolli cantava invece [17]:

Scender che giova dagli avi splendidi,

E al chiuso in arca tant’oro pallido

Negar la luce e l’uso.

Né conoscer piaceri ?

Del pari ’n soglio, che in vil tugurio

Vedesi a fronte l’empia avarizia

Rider l’altrui disprezzo:

Duro è il disprezzo altrui!

Ma generoso spirto magnanimo

Che giova ad alme che il vero ignorano

Goder delle ricchezze

Dono illustre di Giove ?

Come si vede quindi, il Carducci non fu che un rinnovatore di questa forma poetica. Del resto sino dagli anni suoi primi nutriva in silenzio l’idea di usare l’Alcaica, egli che, giovanissimo, se ne servì a imitazione del Fantoni, in un’ode intitolata a Giulio Partenio [18].

Non sempre acquario verna, ne’ assidue

Nubi si addensano, pioggie si versano

Malinconicamente

Sovra il piano squallente :

Non sempre l’arida chioma dell’Algido

I torbid’impeti d’Euro affaticano,

Ne’ dura artico ghiaccio

A industri legni impaccio.

Il Carducci per riprodurre il decasillabo Alcaico, usò due metodi differenti dagli altri, e cioè: o un decasillabo comune manzoniano, o due quinari piani. Così nell’ode alla Regina siamo nel primo caso.

Resterebbe ora a dirsi su la riuscita di tal forma poetica; premetto però che io sono molto scettico.

Il Carducci scrisse delle sue odi barbare, che queste suoneranno tali ‒ cioè barbare ‒ a moltissimi italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani.

Ora a me pare che sia facile trovarne la ragione.

Il metro Alcaico poteva essere benissimo usato da i greci e da i latini, i quali hanno di vantaggio su noi le brevi e le lunghe, mentre il verso in italiano è determinato dagli accenti ritmici.

Inoltre la costruzione italiana resa in metro barbaro, ha dei contorcimenti sintattici, che se giovano all’effetto non sono del pari efficaci; un latinista osserverà meno il fatto, ma per chi non conosce il latino ed è abituato alla sintassi piana e chiara del periodo italiano, ciò suona male [19].

In generale, queste poesie barbare sono troppo artificiose e quindi prive di spontaneità [20].

Sta bene che il Carducci le abbia composte e armonizzate di versi e di accenti italiani, questo però non toglie ad esse quella costruzione e quella andatura, che mal si adattano all’orecchio italiano.

A parte questo, il Carducci trattò l’Alcaica da pari suo, ed unì al metro anche la forma del poeta greco, e di ciò, io credo, che si debba cercare la causa nella grande affinità ch’egli ebbe con Alceo, affinità che senti quando scrisse:

In me, non nato a molcere

Con serva man la lira,

Di tua grand’alma un’aura

Possente Alceo, respira.

&

Ho già detto che la bellezza di questa ode e solo gustata da chi possiede una vasta coltura classica. Non si tratta qui di imagini fantasiose, di voli Pindarici: l’imagine è invece tratta dal classicismo e dalla storia.

In questa ode rivive il tempo della fioritura del “dolce stil nuovo” con le corti d’amore in Provenza e in Italia, le feste di calendimaggio, i giuochi floreali; il poeta sa rievocare tutto questo, magistralmente, di modo che, chi legga e mediti prova un godimento intellettuale assai grande, e rivede tutto un mondo morto, che gli sembra resuscitato dalla bellezza della poesia.

Poiché dessa, la poesia, a dispetto dei contrari, è vita e dà vita, anima tutto ciò che prende a trattare. Non dunque un vano sfoggio di erudizione, fa qui il poeta, ma un evocazione necessaria; non studio di rendersi difficile e oscuro, ma una rapida sintesi di sentimenti che hanno agitato la sua mente quando egli scrisse: « L’ode, ha detto il Carducci la feci di pensieri e di sentimenti, raccolti per la via e in piazza. »

&

Onde venisti? domanda il poeta commosso alla vista della prima regina d’Italia, recantesi per la prima volta nell’alma mater studiorum. [21]

Poi il sognatore che ha cercato regine nella leggenda e nell’epopea, al veder questa, bionda e sorridente, è colpito come da un ricordo, poiché egli ha composto nella sua fantasia un’imagine di castellana del medio evo, e la Regina è l’incarnazione del tipo ideato, onde il poeta si chiede:

.     .     .     .     .  quali a noi secoli

sì mite e bella ti tramandarono?

Fra i canti de’ sacri poeti

Dove un giorno, o regina, ti vidi?

e al pensiero di Lei, che ha vista acclamata dal popolo, sente agitare nella mente un’idea di mitezza, che gli viene da un’altra Margherita di Savoia la qual fu sposa di Re Luigi di Francia, e ricordata dalla storia per la sua bontà e gentilezza d’animo.

Giustificare l’aggettivo buona è qui superfluo e inutile, tutti sanno che la prima Regina d’Italia, appunto perchè buona, è amata dal popolo italiano. La sua vita potrebbe così definirsi: “portando negli occhi il sorriso del cielo italico, nel gesto e nell’espressione la classica gentilezza del sangue latino, idealmente bella, passò beneficando.”

I sacri poeti sono i Trovatori che fiorirono nei secoli XII e XIII in Italia e in Provenza, ai tempi delle Corti d’Amore, e dei Giuochi floreali, e si vogliono derivati dagli antichi rapsodi, dagli scaldi, dagli aedi. Questi poeti Elleni erano tenuti in concetto superiore, sì che il volgo gli attribuiva la virtù di disporre a loro beneplacito dei genii benefici o malefici, ed altri simili, come si può comprendere dal noto Epigramma attribuito ad Omero, intitolato: La fornace e le stoviglie.

Ivi gli artefici avendo invitato Omero errante a cantare sull’opera loro, questi accondiscese, invocando sulla fornace i genii benevoli delle forme, perchè ne imbrunissero bellamente le coppe e ne facessero artisticamente rossi i piattelli, onde la vendita fatta per le vie e sui mercati fruttasse buon guadagno. Ma Omero disse anche ai vasai, che doveano largirgli la mercede del canto, se no, avrebbe invocato sulla fornace loro i genii dello sfracello.

Il Carducci ripigliando questa bella tradizione chiama sacri i poeti.

I Trovatori, componevano in Provenzale, e il Crescimbeni scrive [22] che da essi “ebbe origine la nostra Toscana poesia” mentre il Giudici dice [23]: “Li poeti che facevano solamente li buoni poemi erano in conto, ma più quelli che vi facevano ancora sopra la musica, ma via più quelli, che con buona musica e buona voce loro li recitavano con buona grazia ” è quindi logico ritenere che andasser di castello in castello, cantando i loro poemi, e fermandosi in una corte fino quando alla castellana non fosse passato il capriccio di trattenerli.

A volte anche il Trovatore era costretto a sloggiare da un castello per la morte del signore.

Ma molti di questi poeti erano castellani anch’essi, ed allora, nelle loro corti, davano feste invitando amici ed amiche e divertendosi con le tenzoni amorose.

Dal fatto poi che andavan cantando i loro poemi con accompagnamento musicale, è nata la erronea popolare tradizione che fa di essi tanti giullari, o buffoni di corte.

Scrisse poesia provenzale anche Federico Barbarossa o Barba d’oro. (I, v. app,).

Il Carducci si domanda quindi dove un giorno intravide la regina, si osservi come al pensiero di Lei , la sua mente ritorna ai canti de’ poeti sacri.

Ancora una cosa si osservi, che tutta l’ode è guidata da un solo tema, dalle idee espresse in questa prima strofe.

Non contento il poeta di chiedersi, dove mai avesse vista la regina, vuol precisarlo e dice:

Ne le ardue ròcche, quando tingeasi

a i latin soli la fulva e cerula

Germania, e cozzavan nel verso

nuovo l’armi tra lampi d’amore?

Io credo che questa strofe debba servire molto al commento delle susseguenti, poiché il Carducci afferma, che era nei difficili castelli che la Germania fulva e cerula tingevasi al sole latino [24].

Fino dai tempi delle prime invasioni dei Longobardi le due razze si erano fuse assieme, ecco cosa ne dice il Botta [25]: “L’ontoso celibato, nei primi secoli dell’impero tanto per gli italiani praticato, non contaminò i Longobardi: tanti furono appo loro i maritaggi, che se ne fece un proverbio. Non si deve pertanto stupire se i Longobardi di breve riabitassero le conquistate contrade, compensando così con un benefizio, il male recato in venendo.”

Ai latini soli spuntò quindi una nuova razza e molto presumibilmente si ritiene, che da questa unione il rosso fulvo dei germani si tingesse in biondo e l’occhio cerulo di essi in nero [26].

Il Carducci del resto avea piena la mente di ciò, era altresì convinto che le castellane e le nobili più delle altre si fossero rese adultere coi conquistatori, egli lo disse altra volta nella Consulta Araldica (poesia che mai sentii lodata, dai critici italiani, ma che è delle più potenti del Carducci) coi versi:

Cercate pur se il pio siero che stagna

Nel cor d’un paolotto ignoto al dì,

Da i reni d’un ladron de l’Alemagna

Sangue cavalleresco un giorno uscì,

Se ne la tabe che da gli avi nacque

E strugge ai figli l’ultimo polmon

Vive la colpa d’una rea che piacque

Adultera latina al biondo Oton.

Ora il Carducci nel veder la Regina torna col pensiero a le bionde vergini che popolavano le rocche, perchè anche la Regina è una Sassone tinta al sole latino, figlia, come ognun sa, di Elisabetta di Sassonia e Ferdinando di Genova.

Il verso nuovo era quello dei trovatori provenzali.

La poesia provenzale non staccavasi quasi mai dall’unico suo concetto informativo, l’amore; vi erano però le canzoni di gesta tutte frementi nella descrizione di qualche episodio di guerra.

Il Carducci intraprese particolari studi sul verso dei trovatori, e ne scrisse poi di Jaufrè

Rudel innovando la ballata romantica.

Ecco una strofa:

Dal Libano trema e rosseggia

Su ’l mare la fresca mattina:

Da Cipri avanzando veleggia

La nave crociata latina.

A poppa di febbre anelante

Sta il prence di Blaia, Rudello

E cerca co ’l guardo natante

Di Tripoli in alto il castello.

Questa ode è in forma di romanza, composta di due quartine di versi novenari.

Seguiano il cupo ritmo monotono

trascolorando le bionde vergini;

e al ciel co’ neri umidi occhi

impetravan mercè per la forza.

Le bionde vergini dunque nelle loro rocche non ascoltavano solamente il cupo ritmo monotono, ma lo seguivano con ansia, il che ci addimostra che la serventese [27] dovea trattare di cose impressionanti per loro.

Perchè il ritmo sia monotono lo dice il Carducci: “Della poesia popolare anteriore la lirica dei trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di rappresentazione, in certi tócchi di passione, nel taglio del verso più raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze.

Ma il Carducci ha detto prima, che nel verso nuovo cozzavan l’armi tra lampi d’amore, ora aggiunge che il ritmo oltre ad esser monotono era anche cupo, ossia la serventese non era più un canto d’amore, ma trattava di cose commoventi talché le bionde vergini trascoloravano impetrando al cielo cogli occhi umidi di pianto, la pietà per la forza.

Era abitudine dei poeti trovatori di cantare anche nei castelli di qualche fatto commovente avvenuto, forse questa volta la serventese parlava degli avvenimenti del tempo, e diceva della invasione dei germani che pretendevano omaggi e regalie reprimendo i contumaci, devastando al loro passaggio, usando la forza e la violenza, e le bionde vergini commosse al racconto delle stragi impetravano dal cielo mercè anche per i devastatori, che potevano essere loro parenti, e nei quali, ad ogni modo, ravvisavano gente della loro razza. Del resto le donne amano i forti, e non è da escludere che il Carducci abbia inteso dire che esse chiedevano mercè per gli oppressori ammirando la loro forza.

O ver ne i brevi dì che l’Italia

fu tutta un maggio, che tutto il popolo

era cavaliere?

Qui il poeta allude alla seconda metà del trecento quando fiorisce la poesia toscana, “il dolce stil nuovo” che ha trovato dei maestri nel comporre come Dante Alighieri.

E ben a ragione è qui detto che tutto il popolo era cavaliere, poiché allora il sentimento di cavalleria era da ricercarsi maggiormente fra la plebe, intendo per cavalleria non il trar di spada in giostre o tornei, ma quella gentilezza che è dote di un popolo eminentemente civile, come era allora l’taliano.

Il Carducci, sempre parco nel distribuire aggettivi, ha voluto dire al popolo, quello, che, in quei tempi meritava.

E fu tra quel popolo cavaliere, che nacque e fiorì l’idioma nostro, gentile sì, ma di origine plebea. (II, v. app.).

.    .    .    .    .    .    .    Il trionfo

d’amor già tra le case merlate

in su le piazze liete di candidi

marmi, di fiori, di sole;....

I proff. Mazzoni e Picciola opinano che il Carducci alluda alle feste di Maggio celebrate nelle città medievali con fiori e canti [28]. Il Torraca invece si basa su di un fatto avvenuto nel 1283, anno nel quale Dante rivide e amò Beatrice [29].

Ecco il fatto com’ è nelle Croniche di Giovanni Villani (Lib. VII, Gap. 89)

Nell’anno appresso 1283, del mese di giugno, per la festa di San Giovanni, essendo la città di Firenze in felice e buono stato di riposo, e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercanti e artefici, e massimamente per gli guelfi che signoreggiavano la terra, si fece nella contrada di Santa Felicita oltrarno, onde furono capo e cominciatori quegli della casa de’ Rossi con loro vicinanze, una compagnia e brigata di mille uomini o più, tutti vestiti di robe bianche con uno signore detto dell’Amore. Per la qual brigata non s’intendea se non i giuochi e in sollazzi e in balli di donne e di cavalieri e d’altri popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti insieme, in desinari e in cene. La quale corte durò presso a due mesi, e fu la più nobile e nominata che mai fosse nella città di Firenze o in Toscana; alla quale vennero di diverse parti e paesi molti gentili uomini di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e provveduti onorevolmente.

E nota, che ne’ detti tempi la città di Firenze co’ suoi cittadini fu nel più felice stato che mai fosse, e durò insino agli anni 1284, che si cominciò la divisione tra il popolo e’ grandi, e appresso tra’ bianchi e neri.

Che in quei tempi albergasse gentilezza nell’animo dei Fiorentini, sì da giustificare l’aggettivo di popolo cavaliere, dice lo stesso Villani nel capitolo medesimo delle Croniche:

e non passava per Firenze nessuno forestiere, persona nominata o d’onore che a gara non fosse fatto invitare dalle dette brigate, e accompagnato a cavallo per la città e di fuori, come avesse bisogno.

Così pure opina il Ferrari specializzando ambidue il caso citato nelle Croniche del Villani; ma siccome di questi fatti ne sono avvenuti altri in quell’epoca, così io ritengo che debba prendersi la cosa in un senso più vasto e non ridurla ad un esempio.

A conforto di questa mia opinione, sta il fatto che è molto difficile che il poeta si soffermi sul caso particolare, egli dà un accenno semplice, quanto serve cioè al suo fantasma poetico, non si occupa di precisare fatti: ci pensino gli altri.

Non devesi poi dimenticare, che siamo nel tempo in cui i popoli sentono altamente la loro dignità, agli albóri del Rinascimento, all’epoca dei comuni.

Si compiono opere d’Arte meravigliose fra le altre il Duomo di Orvieto, la facciata di quel di Siena, Santo Spirito e Santa Maria Novella a Firenze.

Anche l’ordinamento sociale cambia, è per affermazione solenne che la gentilezza d’animo rivive, si restituisce alla donna la libertà; essa non è più custodita gelosamente nei castelli dal tiranno signore, ma può girare sola, ecco il gran passo verso la nuova civiltà.

“Chi dice donna dice amore”, ed io credo che anche questo motivo non sia estraneo al trionfo d’amore, che passa tra le case merlate liete di fiori, di sole e di marmi candidi, mi pare anzi uno splendido riscontro fra le misere condizioni femminili, già descritte, e la rinascita morale, artistica, sociale, che avviene nei brevi dì.

E l’Italia fu tutta un maggio, appunto perchè nel maggio si risvegliano li amori e il garzone bacia la timida donzella, come allora il sole tra la poesia dei fiori e l’incanto della natura, posò il primo bacio ardente sull’arte nuova, sulle fabbriche bianche di candidi marmi.

e   .    .    .    .    .    .    O nuvola

che in ombra d’amore trapassi, ‒

l’Alighieri cantava ‒ sorridi!

La nuvola è l’anima candida di Beatrice morta, che trapassa a vita migliore, ed il poeta amareggiato la invita a compiangerlo.

Ciò è detto nella Ballata II del Canzoniere che comincia:

Beh nuvoletta, che in ombra d’Amore

Negli occhi miei di subito apparisti,

Abbi pietà del cor che tu feristi;

Che spera in te e desiando muore.

Ma io credo che alla mente del Carducci debbano essersi affacciati anche altri [30] versi dell’Alighieri, quando scrisse della Nuvoletta, sempre per la solita ragione che il poeta non specializza mai, amalgama invece molte idee in un’imagine.

Parrebbe ora, in conseguenza di recentissimi studi Danteschi, che invece di Deh nuvoletta.., dovesse interpretarsi: Deh Violetta, o, Deh Lucietta. Si tratta, ad ogni modo, di studi posteriori all’ode del Carducci.

Come la bianca stella di Venere

ne l’april novo surge da’vertici

de l’Alpi, ed il placido raggio

su le nevi dorate frangendo

ride a la sola capanna povera,

ride a le valli d’ubertà floride,

e a l’ombra de’ pioppi risveglia

li usignoli e i colloqui d’amore:

fulgida e bionda ne l’adamàntina

luce del serto tu passi, e il popolo

superbo di te si compiace

qual di figlia che vada a l’altare;

l’imagine della Stella di Venere, non è nuova, anzi troppo vecchia e sfruttata da tutti i poeti, fra questi, il Foscolo la usa in modo da far pensare che al Carducci fosse rimasto nella mente.

Qual da gli antri marini

L’astro più caro a Venere

Co’ rugiadosi crini

Fra le fuggenti tenebre

Appare, o il suo viaggio

Orna col lume dell’eterno raggio;

Sorgon così tue dive

Membra .    .    .    .    .    . [31]

del resto, chi vuol vedere un po’ di storia di Venere attraverso la poesia si riporti alla appendice di questo volume. (III, v. app.).

Ma il Carducci seppe distaccarsi dagli altri poeti, e la sua invocazione, se pur nell’andatura ripiglia un vecchio motivo lirico, riesce nella sostanza meglio efficace e più vasta.

E poi un’allusione magnifica: l’Italia da lungo tempo era turbata, gli animi, tutti compresi nella lotta contro le varie tirannidi, avean obliato il “gentil costume” di altri tempi, ora il Carducci attribuisce alla Regina il merito di averlo saputo risvegliare, ed il poeta la vede passar tra il popolo come la primavera, spargendo fiori e sorrisi, ed inspirando ad un tempo rispetto e confidenza.

Ed il rude poeta, che tutta la vita spese in pro’ del suo alto pensiero patriottico, ora al commuoversi universale, si commuove anch’esso, e come l’usignuolo che saluta con i suoi gorgheggi gli amanti errabondi nelle sere di luna, così egli saluta lei, che ha saputo distoglierlo, sia pure un sol momento, dalla lotta costante e quotidiana per animarlo di un’idea gentile; la saluta perchè Ella possiede la virtù di risvegliare nel suo cuor burbero un insolito sentimento di amore e di riaccendere nella sua fantasia il ricordo di un tempo poetico e cavalleresco.

E tanto Margherita innamora chi l’ammira, ella che rappresenta la giovinezza italica, che il popolo superbo di averla regina si compiace di Lei e la festeggia come fa per una figlia che vada a nozze, il buon padre.

Ma non solo Margherita innamora, essa inspira altresì una rispettosa confidenza, tantoché la giovinetta che al vederla è commossa ed ha il ciglio umido di pianto, non sa trovare un aggettivo capace di adornarla, e stendendo le braccia, le dice semplicemente come ad una sorella maggiore: Margherita.

In questo nome è racchiuso tutto per la mente della buona popolana: grazia, bellezza, bontà . . . .

E a te volando la strofe alcaica

nata ne’ fieri tumulti libera,

tre volte ti gira la chioma

con la penna che sa le tempeste.

Abbiamo poc’anzi osservato come la strofe alcaica si componga di tre sorta di metro lirico, tre giri, cioè, di tempo musicale, con tre suoni diversi; il poeta ha dunque voluto dire che l’ode compie tre giri augurali intorno alla bionda chioma della regina, avvolgendola in tre onde d’armonia digradante.

L’ode alcaica nata liberamente tra i fieri tumulti di Grecia, tornò a rivivere con Orazio nei fieri tumulti di Roma, e visse anche col poeta italiano in tempi tumultuosi e battaglieri.

Ora, quest’ode alcaica nata e cresciuta fra i tumulti, che servì quasi come un’arme, che fu adoprata da Alceo per salutare la morte di Mirsilo, è domata insieme col suo poeta dalla maestà della regina, e va a compiere intorno a Lei i tre giri d’omaggio; come il leone ammansato dalla domatrice, la guarda di sfuggita e gira intorno alla gabbia strisciando contro le pareti, egli che di sua forza potrebbe annientarla.

Del resto l’ode si compone, come abbiamo visto, di tre parti: l’evocazione, l’invocazione, il saluto, ed io lo osservo a titolo di coincidenza.

Tre sono anche le grazie che cinsero la loro corona alla Regina, (Venere, Vesta, Pallade) quindi Ella fu recinta tre volte, in tre tempi diversi, e l’ode che è animata da queste tre grazie, non può aggiungere di nuovo che un triplice augurio.

Strana cosa, il Carducci quando parla alla Regina ha l’idea fissa nel tre, ricordo, a questo proposito, la bellissima ode: il liuto e la lira, dedicata a Margherita, e dove tre forme poetiche (canzone, serventese, e pastorella) fanno omaggio alla Regina.

Per penna che sa le tempeste, non deve intendersi la penna materiale del poeta, come erroneamente interpretarono anche uomini d’ingegno, cito lo Sbarbaro; il poeta ha detto prima che la strofe viene a te volando, quindi per penna deve intendersi l’ala del suo ingegno, che sfiorerà tre volte la chioma della Regina.

Ha usata questa geniale similitudine anche il Petrarca in un sonetto:

Mai non poria volar penna d’ingegno

nonché stil grave,

il Carducci avrà certamente ricordato ciò, quale profondo conoscitore e studioso del Petrarca.

Siamo al congedo.

Il fiero repubblicano dopo avere evocata la regina, cercandola là dove fu bellezza, amore e poesia, dopo averla invocata come benefattrice ed averle reso omaggio, la saluta.

Ed ecco che la strofe alcaica, domata, Le dice cantando: Salute a te o inclita, coronata dalle Grazie, a cui la pietà si rivela nella gentilezza della voce, salute a te che sei mite, bella, buona, che inspiri pace e amore, che ti compiaci sì fortemente di poesia e d’Arte, e ne sei anche ispiratrice, salute fin che i fantasmi che la mente del divin Raffaello intravvide nei sereni crepuscoli e fermò poi su le tele, trasvolino nei puri vesperi dell’Italia, e fra l’agitarsi dei lauri di gloria, sospiri la canzone del Petrarca [32].

Il Carducci affermò altra volta che “Il Petrarca tutto italiano d’ingegno e d’anima sta in mezzo tra Virgilio e Raffaello” ora nel saluto alla Regina ricorda ciò nuovamente.

Salve dunque o regina, o Margherita della nostra primavera, inspiratrice d’artisti e di poeti, salute, finché nel mondo vivranno l’Arte e la Poesia.

I CRITICI ITALIANI E L’ODE ALLA REGINA

Dopo la pubblicazione dell’ode nacque un pandemonio.

Ognuno volle dire la sua e i giudizi furono spropositi, come tutti quelli dei contemporanei.

Il primo risultato fu un’ode alla Regina di Giovanni Rizzi, la quale scritta ad organetto piacque alle signore, così dette intellettuali, più di quella del Carducci.

Sentiamo cosa diceva, molto giustamente, delle due odi, la Rassegna Settimanale di Roma, che allora era fra i giornali letterari più reputati, di colore costituzionale.

Queste due odi, per chi nol sapesse, sono a due partiti politici, l’un contro l’altro armato. Non si tratta più del realisino o dell’idealismo o delle scollacciature Stecchettiane o della metrica delle Odi Barbare, dell’Arte per l’Arte o di quella, che, ridendo o piangendo, castigat mores. Si tratta bensì di monarchia e di repubblica, ed anzi, a parlare più propriamente, si tratta che l’ode del Carducci alla Regina compie i discorsi di Iseo e di Pavia, Ma comunque si pensi a riguardo alla caduta del Ministero Cairoli, la necessità urgente di contrapporre all’ode del repubblicano Carducci l’ode del Rizzi costituzionale, mettendo anche la Rima fra i dogmi monarchici, non può non sembrare un’esagerazione, ci si permetta di dire, alquanto puerile. Aggiungeremo che il ripigliare il motivo lirico dell’Ode del Carducci:

Onde venisti?...

Dove un giorno o regina ti vidi ?...

per rispondergli che un monarchico non patisce di queste dubbiezze, nè ha bisogno di questi punti interrogativi, è cosa, al creder nostro, sotto l’aspetto dell’Arte, di un buon gusto molto problematico.

E seguitava ancora:

Ma non ci par questa una ragione, perchè un uomo d’ingegno debba sentirsi l’obbligo di prendere il Carducci a tu per tu e dirgli a un dipresso: ah, Ella non sa donde viene la Regina? dove l’abbia veduta la prima volta? Glielo dirò io. Essa è figlia del duca di Genova, nipote di Vittorio Emanuele II, moglie di Umberto I, madre del principe di Napoli, e l’abbiamo veduta prima a Torino, poi a Firenze e finalmente a Roma, Principessa e poi Regina d’Italia.

Che cosa toglie o che cosa aggiunge tutto ciò all’inspirazione (si voglia o no) supremamente gentile del Carducci, il quale nella vista della Regina sente commuoversi le più delicate fibre dell’animo, ed appunto perchè la graziosa Sovrana, col suo solo apparire,

. . . l’ire affrena e le tempeste doma,

anche il brusco Enotrio è preso da una insolita soavità e costretto a riandare nell’accesa fantasia tutti gli ideali più nobili, più elevati, più cavallereschi, più poetici e le serenità celestiali della Vita nova ed i profumi paradisiaci del Canzoniere, per ricomporne l’imagine della Regina d’Italia?

Questo in quanto all’Arte. Quanto alla politica, sembra che anche il Carducci metta la repubblica a scadenza così lunga, che noi, per amore dell’Arte, non ci sentiamo di vietargli una bella poesia alla nostra Regina.

Giuseppe Chiarini che ha scritto le memorie del Carducci, e che meglio d’ogni altro conosceva il poeta, per l’antica e salda amicizia, e per la grande comunanza di vita e di idee, fa la cronaca dell’avvenimento con giustezza e ponderazione.

L’ode alla Regina suscitò le ire dei democratici repubblicani, i quali ormai consideravano il Carducci come il poeta del loro partito. Ma diciamo subito che ne provarono un senso come di sorpresa alcuni degli amici stessi del poeta: il Nencioni fra gli altri e chi scrive in queste pagine; non per l’ode in sé, nella quale niente è di dinastico, ma per il fatto che l’Autore della Consulta araldica e di Versaglia avesse scritto un’ode alla Regina. Il Nencioni, che non a partecipò mai le ammirazioni del Carducci per Robespierre e Saint-Just, appena letta l’ode mi scrisse: “Che ti pare dell’ode alla Regina del Carducci? A me ha fatto una curiosa impressione un’ode alla Regina scritta da Enotrio Romano. ” E mi lodava alcune parti dell’ode che più a gli piacevano. Io non nascosi al Carducci la mia a impressione, ch’era su per giù quella stessa del Nencioni; e il Carducci mi rispose spiegandomi come la cosa era andata. Anzi tutto, mi scrisse, l’ode, me la ispirò Lodi. Per far dispetto al Fanfulla e a’ monarchici rabbiosi, perchè non fa un ode alla Regina? Tanto lei ha rifiutato la croce di Savoia, e nessuno ha un appico a dire, che voglia ringrazionirsi. Si può essere gentili senza essere apostati. Aggiungeva di aver saputo fino dal giugno innanzi come la Regina ammirasse le sue poesie, e specialmente le Odi Barbare; e come avesse espresso il desiderio di vederlo quando andava a Bologna, come avesse voluto ch’egli fosse proposto per la croce del merito; avergli essa parlato con molta cortesia delle sue poesie. Tu intendi, proseguiva, che dopo tutto quello che di me e delle mie poesie, e delle Odi Barbare avevano detto e scritto i consorti, quelle lodi e quelle attenzioni mi piacquero. Imparate a un po’, canaglia, a essere almeno educati: che in quanto a capir qualche cosa è tempo perduto.

E credo che la Regina abbia veramente capito delle Odi Barbare più assai che molti  poeti e critici italiani. Ella è figlia d’una donna sassone, ed è stata avvezza a leggere la poesia a tedesca. Se sapessero i poeti delle barcarole e i critici delle mandolinate che io scrivo, che un a mezzo per capire le mie Odi Barbare è conoscere la poesia tedesca! Ma tu m’intendi. I giornali clericali dicono: Dopo Passanante, Carducci: il Carducci ha fatto l’attentato su la Regina; e se la pigliano con la Regina che lodò le Odi Barbare.

Arcangelo Ghisleri nella Rivista Repubblicana scrive un mucchio d’insolenze e d’ignorantaggini e scipitaggini. La Perseveranza scrive che al suon delle Odi alcaiche si vuol far l’evoluzione della monarchia alla Repubblica. Aurelio Saffi ‒ lo riscontrai, dopo due mesi, la prima volta il giorno che si vendeva l’ode , ‒ mi disse: ‒ Prima di tutto, mi rallegro di cuore per la bellissima ode.

Voi avete dato una nobilissima prova della squisitezza e gentilezza dell’animo italiano. Altro che ode barbara! ‒ Dopo tutto ciò io sono contento di me.

Il Ghisleri aveva nel suo articolo mandato il Carducci a scuola di dignità dal Foscolo, scrivendo, fra le altre, queste parole: “Che direbbe lo sdegnoso cantore delle Grazie nel vederle oggi buttate in pascolo alla folla come un instrumentum regni?” E il Carducci scriveva a me: “Ugo Foscolo non si contentò di fare de’ versi berenicei su la Viceregina, ma stiaffò tanto d’Aiace sul viso a quel povero Beauharnais che anche titolava di vigliacchi gl’Italiani, e mandò i suoi versi a Milano perchè fossero veduti e approvati.

Le ragioni addotte dal Carducci escludevano il più lontano sospetto di cortigianeria dalla composizione dell’ode, e chi lo conosceva non poteva avere avuto neppur l’ombra di tale sospetto; ma sopra tutte le altre ragioni dell’averla composta stava, secondo me, questa, ch’egli accenna in fine della lettera ad Achille Bizzoni del 19 gennaio 1879 : “La Regina è una bella e gentilissima signora, che parla molto bene, che veste stupendamente: ora non sarà mai detto che un poeta greco e girondino passi innanzi alla grazia e alla bellezza senza salutare [33].”

Insomma ciò che vinse il poeta fu l’Eterno femminino. Il suggerimento del Lodi non avrebbe trovato l’animo di lui così disposto ad accoglierlo, s’egli non avesse avuta già piena la mente della visione della Regina nel breve passaggio di lei per Bologna. Scritta l’ode, sentì più tardi il bisogno di spiegarne l’origine, e scrisse la bella prosa Eterno femminino regale, pubblicata nella Cronaca bizantina del 1° gennaio 1882.

&

Non va data troppa importanza alle accuse d’incoerenza che allora si mossero al Carducci.

Il Rapisardi in quel famoso e potente sonetto polemico gli stiaffò sul viso il verso:

e di gonne regali umil lecchino

mentre Luigi Alberti, idrofobo contro il Carducci, scriveva in un suo Grido di Guerra:

L’altro di Bruto Erede

offre ai passanti in splendida vetrina

(strano esempio di fede)

un’ode alla Regina!

E così lo Zocchi, il Ghisleri, ed altri di minor conto, ma ciò devesi solamente alle grandi antipatie che il Carducci si era acquistato, e si acquistò sempre con l’asprezza del carattere; sono certo che oggi chi scrisse così più non lo pensa, come il Carducci che in fondo avea un gran cuore, non serbava rancore per nessuno. Anzi a un giovane, che per fare dello spirito ebbe a dirgli male del Rapisardi, il Carducci rispose seccato: Il Rapisardi è un brav’uomo e lei è uno sciocco!

Conchiudo :

La signorina Larice dall’Armi scrivendo delle accoglienze, che si facevano alla Regina Margherita nel Cadore, cita l’aneddoto d’un vecchio, che quando la vide esclamò commosso: È bella come la Madonna!

Ora, se al rozzo montanaro ella ispirava questa imagine, che doveva avvenire nel poeta?

E in tempo lontano, fra molti secoli, passerà la leggenda, che nell’Italia rinnovantesi visse una regina bella e buona, ed un rude poeta ch’Ella d’un suo riso ingentilì, a eterna riprova del fascino, che esercitano la grazia e la bellezza, su l’anima e sul cuore degli uomini.

FINE

APPENDICE

Inseriamo il testo dell'ode

Alla Regina d'Italia

XX nov. MDCCCLXXVIII

Onde venisti? quali a noi secoli

sì mite e bella ti tramandarono?

fra i canti de' sacri poeti

dove un giorno o regina, ti vidi?

Ne le ardue ròcche, quando tingeasi

a i latin' soli la fulva e cerula

Germania, e cozzavan nel verso

nuovo l'armi tra lampi d' amore?

Seguiano il cupo ritmo monotono

trascolorando le bionde vergini,

e al ciel co' neri umidi occhi

impetravan mercé per la forza.

O ver ne i brevi dì che l'Italia

fu tutta un maggio, che tutto il popolo

era cavaliere? Il trionfo

d' Amor gìa tra le case merlate

in su le piazze liete di candidi

marmi, di fiori, di sole; e – O nuvola

che in ombra d'amore trapassi, –

l'Alighieri cantava – sorridi! –

Come la bianca stella di Venere

ne l'april novo surge da' vertici

de l'alpi, ed il placido raggio

su le nevi dorate frangendo

ride a la sola capanna povera,

ride a le valli d'ubertà floride,

e a l'ombra de' pioppi risveglia

li usignoli e i colloqui d' amore;

fulgida e bionda ne l'adamantina

luce del serto tu passi, e il popolo

superbo di te si compiace

qual di figlia che vada a l'altare;

con un sorriso misto di lacrime

la verginetta ti guarda, e trepida

le braccia porgendo ti dice

come a suora maggior – Margherita! –

E a te volando la strofe alcaica,

nata ne' fieri tumulti libera,

tre volte ti gira la chioma

con la penna che sa le tempeste;

e, Salve, dice cantando, o inclita

a cui le Grazie corona cinsero,

a cui sí soave favella

la pietà ne la voce gentile!

Salve, o tu buona, sin che i fantasimi

di Raffaello ne' puri vesperi

trasvolin d'Italia e fra' lauri

la canzon del Petrarca sospiri!

I. ‒ Ecco perchè chiamo Federico Barba rossa o Barba d’oro; il Nostradamus dice : “ Le monge des Iles d’Or, e sainct Cezari escrivent au long tant cecy, e nomment 9e Frideric Barbe d’or. ”

Il Giudici traduce letteralmente : “Il Monaco delle isole d’oro, e San Cesare (correggasi San Cesario) scrivono al longho tutto questo, e nominano questo Federico, Barba d’Oro.”

E il Crescimbeni invece: “ Il Monaco delle isole d’oro, e il San Cesario scrivono a lungo tutto questo; e appellano questo Federigo, Barbarossa.”

Il Crescimbeni ci ha però avvertito nella sua prefazione, che ei non traduce letteralmente; del resto Federigo è universalmente conosciuto per Barbarossa; ho voluto solo far notare la differenza per amor di verità storica.

II. ‒ A proposito della gentilezza della nostra lingua, lèssi tempo addietro un bel sonetto di Guido Mazzoni, che parla appunto dell’ idioma gentile e dice:

Gentile! oh nacque tra la fossa e il muro

Campo di stragi, e non si cinse d’ostro,

Ma di cenci plebei, così che il chiostro

E la curia il tenean misero e duro.

Credo fosse stampato nella Illustrazione Italiana.

III. ‒ Venere ed il suo astro hanno sempre scaldato la fantasia dei poeti. Non sarà inutile, quindi, vedere come alcuni ne abbian parlato.

Cantava Anacreonte:

Di Vener la dolcezza;

Di Marte la fierezza

Spirino unite insieme

Da la pupilla nera;

(Ode XXIX - Trad. di P. Rolli).

E ancora :

Or l’origin se ne dica.

Quando già fu placid’acque

Partorì fra bianche spume

D’Ocean l’immenso Nume;

Rugiadosa Vener nacque.

(LIII, idem., e. s.)»

Dante, il poeta divino, ne parla alcune volte :

Nell’ora credo che dell’Oriente

Prima raggiò nel monte Citerea,

Che di fuoco d’amor par sempre ardente.

(Purgatorio, XXVII)»

‒ Lo bel pianeta clie ad amor conforta,

Faceva tutto rider l’Oriente.

(Purgatorio, I),

La stella

Che ’l sol vagheggia or da cappa or da ciglio.

(Paradiso, VIII).

Bernardo Tasso poi, scioglieva un canto alato a Venere con una bellissima, per quanto prolissa invocazione :

Tu sotto i bianchi rai,

Tu nella luce della terza stella

Fra le gioie del ciel lieta ti stai:

Ed ogni cosa bella

Rendi col guardo in questa parte, e ’n quella.

Te, come l’ombre il giorno,

Fuggon le nebbie, le tempeste e i venti;

Il ciel da’ tuoi begli occhi fatto adorno

Si dimostra alle genti

Pien di nove vaghezze e d’ornamenti.

Al tuo santo apparire

La giovinetta primavera riede

Coi lieti giorni in grembo, e fa fuggire

Con frettoloso piede

Ciò, che la sua stagion conturba e siede:

E col fiato fecondo

Zefiro rende gravido il terreno;

Onde gioisce e si rallegra il mondo;

E la terra apre il seno

L’erbe, di fiori, e di bellezze pieno.

Tu d’un foco gentile

Accendi ogni animal selvaggio e fero

Sì, che nel vago e dilettoso aprile

Pien di dolce pensiero

Segue l’amica sua presto e leggero.

(B. Tasso: Rime)

E nell’inno a Venere:

Dea, che co ’l fecondo

Tuo raggio rassereni il Ciel turbato;

Acqueti il mare irato;

E fai lieto e giocondo

Co’ tuoi begli occhi in ogni parte il mondo;

Il cui benigno aspetto

Toglie l’arme di man, l’orgoglio acqueta

D’ogni fiero Pianeta;

Che con dolce diletto

Produce poscia in noi felice effetto;

La cui lucente stella

Al tramontar del sol mostra il suo lume

Con eterno costume;

Indi candida e bella

Dal lucido Oriente il giorno appella

(B. Tasso: Rime).

Il merito del Carducci consiste nell’ aver rimodernato un po’ queste anticaglie, ma la sostanza nella sua invocazione a Venere è quasi la stessa.

Così a me piace molto anche l’imagine, con la quale il poeta catanese Mario Rapisardi dipinge il fulgido astro:

Informe

Sorgea dal mar la moribonda luna,

E come bocca di fornace un rosso

Vampo gittava alle cineree nubi,

Che in torvi gruppi le facean corteo.

Ma candida su queste e rilucente

Qual polito adamante alto si libra

Venere, e poi che amor la rendè audace.

Con intrepida fronte il sole aspetta.

(Rapisardi: Amatea).

Tra i poeti francesi piacemi citar l’imagine di Alfred de Musset:

Et notre amour naissant sortit d’une rasade,

Comme autrefois Vénus de l’écume des flots.

E Th. Gautier:

Sur une gamme chromatique,

Le sein de perles ruisselant,

La Vénus de V Adriatique

Sort de l’eau son corps rose et blanc.

Sento il dovere di ringraziare il ch.mo Dott. L. De Mauri, per i consigli preziosi di cui fu benevolo, nella compilazione di questo libro.

Varianti

Allegato alla raccolta completa delle poesie del Carducci è un fac-simile dell’autografo dell’ode alla Regina, nel quale ho riscontrato, per quanto siano poi state cancellate, alcune varianti che, per essere esatto, riporto:

 

Testo : Sì mite e bella ti tramandarono

Variante : .  .  .  .  .  .    te

» ai latin soli la fulva e cerula

   al latin sole

» Germania, e cozzavan, nel verso

» .   .   .   .   .   e ferveano

»  Nuovo l’armi fra lampi d’amore ?

»  .   .   .   .  l’ire

» Seguiano il cupo ritmo monotono

»  .   .   .   .   .   fiero

» in sulle piazze liete di candidi

» marmi, di fiori, di sole ; e - O nuvola

» in su le piazze di marmi candidi

» di fior, di sole splendenti; e – O nuvola

Testo: Come la bianca stella di Venere

Variante:   .     .      .      .      .       Vespero

» fulgida e bionda

» Candida e bionda

» Come a suora maggior

» Quale a imagine pia

» Nata tra i fieri tumulti

» Cresciuta in fieri tumulti

» Tre volte ti gira la chioma

» Tre volte la chioma ti gira

» a cui le grazie corona cinsero

» a cui cinser corona le grazie

» trasvolin d’Italia e tra lauri

» la canzon del Petrarca sospiri

» errin d’Italia e tra lauri

» la canzon del Petrarca sospiri.

 

(Data manoscritta dell’Ode 16 e 17 novembre 1878)

SAGGIO DI BIBLIOGRAFIA CARDUCCIANA

(Libri, opuscoli, articoli, consultati cercando notizie a sussidio del lavoro).

 

 

 

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che corregge alcune inesattezze).

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Zocchi G.: Verismo e verità; III edizione con aggiunte. ‒ Prato, 1881.

Zocchi G.: La Musa del Carducci « Il Manzoni n 1895, n. 2.

 

Con questo breve saggio Bibliografico intesi solamente di comporre un indice degli scritti Carducciani da me consultati cercando notizie utili al mio ragionare.

Chiedo venia al lettore per gli errori tipografici e ortografici sparsi qua e là nel testo, e dei quali fu causa la frettolosa stampa del libro.

Ma se questo volumetto sarà accolto benevolmente dagli studiosi, sì da raggiungere un’altra edizione, userò in questa maggior diligenza.

Libreria Editrice Nicola Zanichelli - Bologna

N.B. - Sono intervenuto sul testo al solo scopo di ovviare ai numerosi errori tipografici e ortografici sparsi qua e là e le correzioni non sono state segnalate in apposite note. Ho, per comodità del lettore, aggiunto il testo completo dell'Ode alla Regina. Giuseppe Bonghi

OPERE DI GIOSUÈ CARDUCCI .

La collezione comprenderà una ventina di volumi in-16 di circa 400 pagine ciascuno vendibili al prezzo di Lire 4, anche ognuno per sé. In questa collezione saranno stampate tutte le opere, prose e versi di Giosuè Carducci.

Cento esemplari di questa collezione numerati progressivamente si stampano su carta a mano in formato di ottavo massimo, al prezzo di lire 20 ogni volume.

Sono pubblicati i seguenti volumi:

- Discorsi letterari e storici.

- Primi saggi.

- Bozzetti e scherme.

- Confessioni e battaglie

5. - Ceneri e faville. Serie prima (1859-1870).

6. - Juvenilia e Levia Gravia.

7. - Ceneri e faville Serie seconda (1871-1876).

8. - Studi letterari,

9. - Giambi ed Epodi e Rime nuove.

10. – Studi, saggi e discorsi,

11. - Ceneri e favlle. Serie terza (1877-1901).

12. - Confessioni e battaglie Serie seconda.

13. - Studi su Giuseppe Parini (Il Parini Minore),

14. - Il Parini Maggiore,

- Studi su Ludovico Ariosto e Torquato Tasso.

- Poesia e storia.

- Odi Barbare. Rime e ritmi.

- Archeologia poetica.

Note

________________________

[1] Giosuè Carducci, Opere, volume IV.

[2] Memorie di Giosuè Carducci raccolte da un amico. Editore Barbera.

[3] Aurelio Gotti: A proposito delle poesie di Giosuè Carducci, in Nuova Antologia, 1902, V settembre.

[4] Giosuè Carducci nella Vita Bolognese, di Domenico Zanichelli, in Nuova Antologia, 16 maggio 1901.

[5] Carducci, Opere, IV.

[6] Cronache della civiltà Elleno-Latina, 1902.

[7] Nuova Antologia, 1° marzo 1902. -G. Tarozzi.

[8] Giosuè Carducci nella scuola - Domenico Zanichelli Nuova Antologia, 16 dicembre 1904.

[9] Domenico Zanichelli: Studi politici e storici, Bologna 1893 ‒ Edit. Zanichelli.

[10] Questo è un’esagerazione bella e buona!

[11] Filippo Crispolti: Pel giubileo di Giosuè Carducci « Rassegna Nazionale », 1901, 1° giugno.

[12] G. Poggi: Le poesie di Giosuè Carducci - « Rassegna Nazionale », 1° gennaio 1902.

[13] Valeria Matthes: Giosuè Carducci - Saggio biografico-critico tradotto dal tedesco dal dott. Oreste Bertini, con una appendice biografica del dott. Pasquale Papa.

[14] Giosuè Carducci poeta latino: Angelo de Gubernatis in: Cronache della civiltà Elleno Latina , 1902.

[15] Chi vuol meglio formarsi un’idea su questa pagina della vita del Carducci, sarà utile che legga la prosa « Eterno femminino regale » dello stesso Carducci, la qual prosa è intesa appunto a ribattere gli attacchi della critica impertinente ed inopportuna; ed a spiegare quali sentimenti inspirarono la bellissima ode.

[16] Dott. Pier Enea Guarnerio: Manuale di versificazione italiana. ‒ Edit. Vallardi, Milano.

[17] Rime di Paolo Rolli. ‒ Verona, MDCCXXXIII, Tamermani, libraio edit. - Libro 1° - Ode VII all’Eccellenza di Riccardo Boyle.

[18] Giosuè Carducci: Rime - Editore Ristori - S. Miniato 1857, pag. 43.

[19] Sarà utile ricordare, a questo proposito, che le odi greche, anche le Alcaiche, erano cantate al suono di accordi musicali. Per farsi un’idea di ciò si pensi a quella forma moderna di declamazione poetica accompagnata dalla musica e che dicesi melologo.

[20] Il prof. Albano Sorbelli m’informò gentilmente, che fra i manoscritti inediti di G. Carducci ve ne ha pure uno dell’Ode alla Regina, la quale ode pare che il poeta la cominciasse usando un metro lirico diverso.

[21] Ecco come interpreta il signor Demetrio Ferrari in un suo arruffato e sconclusionato commento: “Onde venisti? Interrogazione che ritrae dai canti biblici e ricorda la cantica di Salomone: che è costei che viene dal deserto sì bella?” Ma qui caro signor Ferrari mi pare che il Carducci domandi da che tempo gli viene un ricordo di lei, cioè dove egli altra volta l’ha intravista, tra le sudate carte, non chi è! E poi che ci ha che fare la cantica di Salomone con la Regina Margherita?

Nell’Antologia Carducciana annotata da Guido Mazzoni e Giuseppe Picciola, è invece commentato così: ‒ Onde venisti? Nel sirventese a Beatrice (Juvenilia) avea chiesto:

Che padri avventurosi

Al secol ti donaro ?

Che tempi ti portaro ‒ così bella?

Qual più serena stella

Prima forma t’accolse ?

Qual divo amor, t’avvolse ‒ del suo lume ?

a me questa pare la miglior lezione.

Buona è anche l’interpretazione di G. Pascoli.

Ma quando uscì la prima volta questa ode, un bello spirito G. Bizzi ve ne contrappose una sua, nella quale puerilmente, da uomo di vista corta qual era, si affannava a persuadere il Carducci che la Regina era proprio Margherita di Savoia, figlia del tal dei tali, etcetera, etc.

Eppure questa amenità che fa pianger di compassione, a certuni, o, dirò meglio, a certune, poiché eran quasi tutte donne, piacque di più dell’ode Carducciana, e fu vantata a titolo di superiorità !!!!!

[22] Cfr. G. Nostradamus : Vite, etc. tradotte dal Crescimbeni - Introduzione del traduttore pag. 2.

[23] G. Nostradamus : Vite dei poeti, etc. tradotte da Giov. Giudici, con prefazione del traduttore.

[24] Anche Giovanni Fantoni, che è un precursore del Carducci, scrisse:

Non la truce Germania occhi cerulea.

[25] Carlo Botta: Storia dei popoli Italiani - Milano 1817. Cfr. pag. 139.

[26] Vedi a questo proposito gli scritti di Enrico Leo, tradotti in Italiano.

[27] Era abitudine in quei tempi di chiamare Serventese qualsiasi genere di poesia, così come la parola Stella significava tutto il cielo.

[28] Antologia Carducciana con note e commenti di Guido Mazzoni e Giuseppe Picciola. - Zanichelli, Edit. 1908. (Le note 28 e 29 nel testo a stampa sono invertite ndr).

[29] Francesco Torraca: Garibaldi e Dante nella poesia di Giosuè Carducci - Perrella, 1907.

[30] Vedi Alighieri: Vita Nuova. Cap. XXIII.

[31] Ugo Foscolo: L’ammalata risorta - Ad Antonietta Fagnani.

[32] Con un’ardita interpretazione potrebbesi anche pensare, che il poeta abbia voluto alludere alla canzone del Petrarca che termina:

Io vo’ chiedendo: pace, pace

cioè, che egli abbia sperato dalla Regina la pace della nazione la quale tanto più ne abbisognava, in quanto essa doveva ancora formarsi.

Ma la storia ci direbbe qui che il poeta non fu precursore.

Io però dubito di questa interpretazione, che riferisco solamente a titolo di curiosità.

E credo invece che il Carducci abbia voluto dire: salute, a te fino a quando nel mondo si udrà un sospiro d’amore. E questo lo asserisco perchè la canzone del Petrarca è sempre amorosa, e tratta in diversi modi l’amore, in ogni caso ed in qualunque aspetto la si ritenga, essa resterà sempre un capolavoro di arte poetica, una forma di poesia nella quale i bei pensieri sono esposti con bel garbo.

Il Petrarca, a parer mio, per quanto Italiano nello ingegno e nei modi, fu l’ultimo trovatore, o meglio, fu quel poeta, il qual maggiormente seppe rendere il motivo lirico dominante della poesia provenzale: il romanticismo amoroso.

[33] Carducci: Opere, Vol. IV, pag. 357.

     

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Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2011