Michele Saponaro

Carducci e Carolina Piva

Edizione di riferimento

Michele Saponaro, Carducci, con 23 ritratti e due lettere autografe, Garzanti, Milano 1944, Monza tipografia L’Economica 1944

 

[XVII]

Nella primavera del ’71 andavano girando mezza Italia, da Torino a Firenze, due brave signorine che predicavano l’emancipazione della donna. Sopiti in Europa i rivolgimenti politici e guerrieri, si destavano allora i rivolgimenti sociali. All’ideale della libertà e dell’indipendenza dei popoli succedeva l’ideale della libertà e dell’eguaglianza degli individui: un ideale che abolito non era stato mai, ma solo fuso nell’altro, il quale doveva avere la precedenza, come base necessaria al raggiungimento del secondo. Realizzati quasi in ogni parte d’Europa i diritti dei popoli, risorgevano a combattere le loro battaglie i diritti degli uomini. E accanto agli uomini volevano il loro posto anche le donne.

Queste due brave signorine del Nord, intrepide e intraprendenti, si chiamavano Maria Antonia Torriani e Anna Maria Mozzoni. Erano giovani. Erano anche belle. Tenevan discorsi d’arte, di letteratura e d’educazione. Parlavan liberamente, e agivan con la stessa libertà. Si presentavano ai maggiori cittadini, armate d’illustri commendatizie, e ottenevano ciò che volevano: ampie sale e autorizzazioni prefettizie, inviti a colazione, palchetti a teatro, omaggio di fiori, fioriti resoconti nei giornali. La gente che vive di noia e si annoia le accoglieva con curiosità, le seguiva con interesse, le acclamava e corteggiava, si divertiva al chiacchierio loro di graziose riformatrici, di morbide diaconesse, di preziose non ridicole.

Si attaccavano ai pezzi più grossi, e avevano cirri e viticci per riuscirvi. A Genova fece gli onori di casa Barrili. A Firenze con lettere di Barrili si presentarono al poeta Dall’Ongaro, che aveva assai voce nei pubblici uffici, e al ministro della pubblica istruzione Correnti. Dall’Ongaro le presentò a Regaldi e agli altri amici suoi bolognesi.

Andavan perfettamente d’accordo. Si dividevano in parti eguali il compito e il merito, i temi delle letture, gli onori, libera ognuna di tenersi tutti per sè gli eventuali successi extraterritoriali. La Mozzoni andava innanzi a seminare, la Torriani restava indietro a raccogliere. A Bologna la Mozzoni si presentò al professor Belluzzi, volontario di tutte le battaglie garibaldine, ispettore scolastico e promotore attivo di opere di cultura, per chiedergli una illustre sala: Belluzzi le offrì quella, solennissima, dell’Archiginnasio. Comperò dal libraio del Pavaglione i volumi recenti del Carducci e del Panzacchi, per non arrivar digiuna in faccia ai due poeti. La Torriani, sopraggiunta, cercò di Regaldi, il grande e bel cavaliere Regaldi, ch’era suo conterraneo. Regaldi, improvvisatore di versi e di galanterie, l’accolse con cordiale espansività; poi, com’ella aveva doti fisiche e d’intelligenza superiori all’amica, si trascinò dietro, innamorato cotto, anche il professor Belluzzi.

Ma ella cercava i poeti maggiori Carducci e Panzacchi, e il compiacente Regaldi si mise a sua disposizione per afferrare i due podi maggiori. Non era facile trovare nè l’uno nè l’altro: Panzacchi essendo un girovago, e aveva una casa paterna con una camera libera per sè ma non ci stava mai, e aveva una sua sede al palazzo di città e al liceo ma non ci stava mai, e anche dopo, quando fu nominato segretario all’Accademia di belle arti, era difficile trovarlo pur lì; Carducci era introvabile per le sue abitudini schive.

A ogni modo, poiché Carducci fuori di certe ore fisse non si poteva che raggiungerlo a casa, girando di caffè in caffè fu raggiunto prima Panzacchi: e di buon grado il galante Panzacchi si divertì alla nuova chiacchierina compagnia. Fu poi divertimento che durò più settimane, perchè la Mozzoni, dopo il suo discorso, se ne tornò a Milano, ma restò la Torriani, a parlare ancora, a tirare i conti con Belluzzi, a far la corte all’arbitro delle eleganze e all’uomo delle caverne.

Panzacchi non si fece pregare. Molto piacendo egli alle donne anche le donne piacevano a lui, e non aspettarono il secondo giorno a darsi del tu. Volentieri Enrico avrebbe tentato l’avventura con l’avventurosa Torriani, se egli non fosse stato fidanzato con una giovane vedova bella e gelosissima, e se più discreta fosse stata Lina quella donna. Ma la donna fu indiscreta, volontariamente o involontariamente, e la fidanzata che fiutò l’intrighetto chiuse la porta in faccia al poeta volubile.

Carducci, secondo sua natura, fu restio e diffidente; ma la Torriani fu anche sorpresa di non scoprire in lui quella selvatichezza di cui le avean detto. Uomo delle caverne ma con le donne gentilissimo. Si aspettava di sentirlo ruggire, come dicevano, di sentirsi fulminata da quei cupi occhi lampeggianti, di vedere un’agitata criniera leonina dov’era soltanto la capellatura folta e un po’ scomposta di chi non ha tempo a ravviarsi. Il leone era un uomo. Mesto e taciturno non feroce. Aveva ella disposto l’animo a subire una sfuriata contro le donne saccenti, s’era pur preparata alla difesa e alla controffensiva; ma Carducci per lei non ruggì, fu cordiale, volle assistere alla sua lettura, la lodò. Quando poi la Torriani gli ripetè a memoria due sonetti suoi, che aveva letto e imparato la sera innanzi, Carducci la guardò con occhi trasognati. Il poeta duro fu intenerito.

La morte della madre e del bambino aveva come spaccata in due la sua famiglia, e quella parte che se n’era andata ne avea portato le sorgenti della poesia, che sono i ricordi e le speranze. Sentiva il desiderio di una immensa dolcezza che gli colmasse quel vuoto, di una gioia sconosciuta. Vien sempre l’anno cruciale nell’esistenza di un uomo così intensa e compressa, così delirante e mediocre, e quasi sempre arriva dopo la sventura. Pare che il destino voglia concedere all’uomo i suoi doni in sèguito alla prova del dolore, perchè siano più meritati e grati. E la quercia stroncata nel pieno vigore mette rapidamente i suoi germogli più teneri.

La Torriani, oratrice e scrittrice, era donna attraente, e Carducci volentieri tornò a incontrarla. Gli piaceva sentirla parlare. Non diceva cose straordinarie, ma le diceva come sa dirle una donna che vuol piacere. Egli le chiese le solite cose che a una donna si chiedono, della sua famiglia, dei suoi studi, delle sue abitudini, delle sue aspirazioni, e la donna ne disse più che Carducci non le ne chiedesse. Dimorava la più parte dell’anno in Milano, dove si faceva un gran parlare di lui.

Male, naturalmente. A Milano mi detestano, e siamo pari.

Anche vi ammirano. Non avete letto l’articolo di Cletto Arrighi?

Ne ho letto anche degli altri. Mele fradice che mi buttano addosso.

Oh sì, Zendrini e compagni. Ma noi non li ascoltiamo.

Voi?...

Io e la mia amica Lina. Voi non conoscete la mia amica Lina? È una donna straordinaria. Anche molto bella. E forse non è felice. Mi legge spesso i vostri versi...

E la signorina Maria Torriani parlò a Carducci della signora Carolina Cristofori Piva come sanno parlare le amiche quando sono ingenue o incaute, quando non sono gelose o troppo son sicure di sè. Tanto gliene parlò che Carducci volse l’animo piuttosto alla principessa lontana che alla donna vicina, e dietro al volto aperto e florido di questa vide il volto velato e segreto della donna che non conosceva.

‒ O professore, sentiste come la mia amica legge l’ode agli Amici della valle Tiberina!...

Incauta, o incapace di gelosia o troppo sicura di sè, la Torriani tentava il matrimonio: per questo prima si era attaccata al Panzacchi, ma Panzacchi che non voleva rompere con la sua bella e ricca vedova, tenne duro. Avrebbe poi tentato con Belluzzi, e non doveva durare sforzi a riuscirci; ma il calvo e bravo Belluzzi non era di suo gusto. Con Carducci non era il caso di tentare. Si sfogò scrivendo un romanzetto, che l’inverno seguente pubblicherà a puntate in un periodico torinese: ‒ Storia di una viola ‒ dove allegoricamente e florealmente si discorrerà di viole, garofani, tulipani e falene, che sono Carducci, Panzacchi, Belluzzi e la signora Cristofori Piva.

Tornata a Milano cominciò a spedir lettere a tutti, anche a Carducci: e Carducci le rispose. Gli mandò pure dei versi, e Carducci, gentile, lesse i versi. Poi un giorno giunse al poeta una lettera che non era della signorina Maria Torriani, ma della signora sconosciuta, dell’ammiratrice velata.

27 luglio 1871. Il giorno suo genetliaco. Non occorre essere superstiziosi per sentire in certe coincidenze di date l’intervento del destino. E Carducci certo sentì che uno spirito nuovo nasceva nella sua vita.

Diceva la lettera:

« Eccole un ritrattino della complice di Maria, complice solo per una quinta parte, perchè non c’è di mio che il primo sonetto. Io certo non mi attendevo che quel parto scellerato di una musa ben poco e male esercitata incontrasse così benevolo plauso dal più grande tra i poeti viventi (ed è poco) ma da uno che è grandissimo anche al cospetto del passato e lo sarà sempre. Io dunque che di modestia non me n’intendo, senza pensare ad altro ho l’animo che nuota nei godimenti della superbia, e da Maria mi sono fatte cedere le Sue righe al Belluzzi per confortarmi Ogni volta che qualcheduno osasse di sospettare che sono un po’ bestia, e per incoraggiarmi, se mai mi balenasse l’idea di tradire una seconda volta le muse. È inutile che io Le dica, come avvezza a non lasciar mai nulla a metà, mi sono abbandonata con delirio alla lettura de’ Suoi bei versi, e spesso ho baciato anche il libro, parendomi che non bastasse d’averlo impresso nella memoria. Con tutto questo, vegga stranezza! io non ho punto punto desiderio di conoscere davvicino un uomo dichiarato grande, e maledico il Bargani, che avendo turbato la pace delle reliquie foscoliane, mi abbia obbligata a considerare gli avanzi delle basette ammuffite di colui, che la mia imaginazione e il mio cuore avevano vestito di forme non mortali, e che a me pare divino anche quando brandisce il flagello sibilante sulle spalle nude della contessa Arese, tremila volta infedele.

« Sono un po’ lunga per una prima visita; mi accommiato dunque inchinandomi e stringendo la mano al poeta:

Carolina Cristofori Piva »

E alla lettera erano uniti un sonetto e il ritratto. Carducci rispose da prima un po’ sostenuto, ma gentilissimo, e incoraggiante. Temeva di essere “ammollito” dal canto degli usignoli, lui, razza di falco. La donna replicò con lettere sempre più espansive. Gli chiedeva dei versi nuovi, solo per lei, e Carducci le mandò manoscritto il Canto dell’Italia che va in Campidoglio. In cambio egli le chiese di continuar la corrispondenza: provava un piacere nuovo a leggere queste lettere di donna, che gli aprivano uno spiraglio su un mondo inesplorato.

«Mio signore, l’altra sera Maria era seduta ricucendo un suo vecchio abito, e io accanto a lei leggendo dentro al nostro caro volume. Ella alzava gli occhi tratto tratto e mi diceva: peccato che Carducci non ti senta leggere i suoi versi! A questa lode così graziosa e così ingenua m’andava sempre più infiammando... e mi è spuntato desiderio di scriverle, perch’ella veda il bene che le vogliamo. ‒ Io poi sono trascinata dal mio amore idolatra per le forme e il sentimento dei Greci...

«Nel salotto della contessa Maffei io ho lanciato il nome di Carducci come una bomba all’Orsini, e poiché il nome non era ben noto, ho urlato un ‒ Voialtri non sapete che forse non morrà! ‒ Hanno parlato male di Foscolo, hanno detto che è un vile, hanno detto che Manzoni è un santo, che è unico, che si comunica tutti i venerdì. Evviva la Paneropoli sonnolenta, la Babylo minima... ».

Un po’ di adulazione, un po’ di bravura, come si scrive a uno scrittore illustre, e senza abbandono. Dopo la bomba all’Orsini, scrisse di aver rimbeccato Zendrini che diceva male di lui sostenendo che versi come quelli tutti ne sapevan fare: e colpì giusto perchè il bergamasco pupillo dell’Aleardi era uno dei letterati nuovi che più il maremmano aveva a noia. A ogni modo lettere come a Carducci altre donne non ne avevano scritte. Poi divennero più sottili e maliziose: ‒ «Se mi rispondete subito, io ve ne vorrò un grandissimo bene sopra quello che già vi voglio non intimorita punto dalla vostra qualità di pater familias ». ‒ Così gli scriveva chiedendogli con femminile disinvoltura, notizie di un altro uomo. Infine gli mandò un regalo per la signora Elvira, un prezioso ventaglio racchiuso in prezioso cofanetto.

L’uomo ingenuo ne fu incantato. E rispondeva subito, lasciava la corrispondenza con i vecchi amici, per scrivere all’amica nuova. Pur tra il riservato e l’evasivo, si lasciava andare alle confidenze e alle curiosità. Gli piaceva anche il ritratto della donna, bella di una bellezza accesa e febbrile. E più di tutto gli piaceva il mistero di cui la distanza avvolgeva l’apparizione, la vaghezza di quel nuovo affetto nascente nella sua vita da uno scambio di lettere, la magia dell’ignoto, la malinconia che gli scendeva dolcissima nel cuore e le fantasie poetiche che da quella malinconia sorgevano:

« Sono solo, vivo e penso solo. Tutto quel che vedo, tutto quel che sento, qui intorno a me, mi è cagione di noia e di sdegno, e sempre più mi allontano dall’ideale...

«Addio alla gioventù e alla gloria, ma non all’arte che coltiverò sempre riverente e adorerò nei grandi esemplari, ma non al dovere per cui combatterò finché vita mi basti. E a voi addio, ma sol per poco, mia cara e nobile amica, che amate e consolate i poeti da lontano...

«... Forse se udissi voi, e vi vedessi a dire i miei versi, i miei versi d’una volta, chi sa che lo spirito eolio non si ridestasse almeno nel canto del cigno! Ma no, non voglio venire a Milano. Addio, mia dolce signora. Ai credenti i credenti di cuore sogliono raccomandare gli uni agli altri di ricordarsi continuamente nelle loro orazioni. Io vi prego di ricordarvi di me nei vostri momenti felici, nei momenti d’entusiasmo e d’amore, a vedere se per grazia vostra il sorriso delle Camene mi riconfortasse... ».

¯

Scriveva anche alla Torriani, che avendolo già conosciuto usava maggior confidenza di linguaggio ed era di natura più ardita. Aveva avviato una doppia corrispondenza verso Milano, incerto tra le due, come il viandante assetato che sui margini del sentiero sente nel musco gorgogliar la polla, e non sa da qual parte cercarla.

Per la Torriani scrisse l’Autunno romantico:

Di sereno adamantino su ’l vasto

squallor d’autunno il ciclo azzurro brilla,

come di sua beltà nel conscio fasto

la tua fredda pupilla.

Come a te velo tenue le membra

nel risorger del tuo bel giorno a l’opre,

nebbia la terra che addormita sembra,

argentëa ricopre.

Ed immoti per essa ergon le cime

irte ed umide i grigi alberi muti,

quai nel pensier cui la memoria opprime

i dolci anni perduti:

E via sovr’essi indifferente il sole,

che al bel maggio rideva entro la folta

fronda, ora fulge e non riscalda. O Jole,

amiam l’ultima volta.

Per la Cristofori Piva scrisse una Primavera ellenica:

Lina, brumaio torbido inclina,

ne l’aër gelido monta la sera:

e a me ne l’anima fiorisce, o Lina,

la primavera...

I remi pendono: sali il naviglio.

Io de gli eolii sacri poeti

ultimo figlio,

io meco traggoti per l’aure schive:

odi le cetere tinnir: montiamo:

fuggiam le occidue macchiate rive,

dimentichiamo.

Per l’amore fuse le due donne in una visione unica, in un ricordo, in un rimpianto, nell’anelito di tutto il suo passato, e scrisse una delle liriche sue più luminose, Idillio maremmano:

Com’eri bella, o giovinetta, quando

tra l’ondeggiar de’ lunghi solchi uscivi

un tuo serto di fiori in man recando.

Alta e ridente, e sotto i cigli vivi

di selvatico fuoco lampeggiante

grande e profondo l’occhio azzurro aprivi!

XVIII

La signora Carolina Cristofori Piva, di origine mantovana e milanese di educazione, aveva ventisei anni. Appena adolescente sposata al colonnello garibaldino Domenico Piva, ne aveva avuto già tre figli. Aveva ingegno vivo e pronto, un gusto educato alle buone lettere e alla musica, una sensibilità delicatissima, acutizzata da un’organica malattia latente. Era assai colta e parlava spedita più lingue. In corrispondenza con Vittorio Cherbuliez, il poeta francese si meravigliava del francese vivo e schietto che questa donna italiana scriveva, e a lui pareva colto nei salotti parigini. La sua bellezza non di forme era tutta di espressione, negli sguardi, nella voce, negli atti. Una bellezza benedetta dalla Grazia.

Precoce di spirito e di senso come ogni creatura malata, viveva una vita intensa e inquieta: la sua giornata era piena di avventure e di curiosità, come la sua anima. Natura provvidente così compensa chi è destinato a vita breve. Il marito la conduceva di città in città nell’andar ramingo della sua vita militare; ma adesso ella viveva a Milano, in casa di parenti, essendo il marito di stanza a Torino. Cercava i ritrovi letterari e mondani, nella capitale lombarda più numerosi che altrove. Artisti e poeti le ronzavano attorno. I giornalisti la notavano nei loro taccuini. Traspirava simpatia da ogni suo gesto, e la nativa curiosità le impediva di aver sospetti e diffidenze. Era una donna alla quale si dà del tu appena conosciuta, senza intenzioni, semplicemente. Non era la signora Carolina, era Lina.

Amica di tutti i letterati che le stavan vicino, volentieri attaccava amicizia con i lontani. Anche lei avviò parallelamente la sua corrispondenza epistolare verso due traguardi: Carducci e Panzacchi. Forse non c’erano secondi fini, nè con l’uno nè con l’altro; ma solo il bisogno che l’esuberanza sua sentimentale aveva di espandersi: e le espansioni naturalmente furon più facili con Panzacchi. A quei giorni Enrico aveva dato alle stampe, appunto in Milano, il suo Piccolo Romanziere, con breve prefazione laudativa ma sostenuta di Carducci. Inoltre a Milano egli era assai noto nei circoli musicali per la propaganda sua wagneriana, che aveva a Bologna il tempio e il massimo sacerdote nel direttore d’orchestra Mariani. A Milano, per grandi serate alla Scala egli qualche volta veniva. A quei giorni appunto si annunziava l’Aida, dopo il trionfo del Cairo, ed egli prometteva alla signora Lina una sua visita. Infine Panzacchi era, notoriamente, un bello e amabile uomo.

A Panzacchi la signora Lina scriveva lettere confidenti e invitanti: e anche Panzacchi la chiamava per nome e le dava del tu, come tutti. Tutti, tranne Carducci, che la chiamava per nome solo in poesia, e anche in poesia le dava del voi. Con Carducci, pure ardita e insinuante, ella si sentiva ancora in soggezione. Ammirava i suoi versi, sentiva ch’eran di tanto superiori a quelli di Enrico; ma il ritratto fisico che l’amica Torriani gliene aveva fatto, fuori delle belle mani, non era attraente, e fotografie ella insisteva a non volerne. Anche il nome, Giosuè, non era un nome da Bel Tenebroso, e alquanto buffo per un così animoso poeta. C’erano dunque degli ostacoli da abbattere, e li corrose sino alla demolizione la corrispondenza epistolare.

Poiché Panzacchi aveva rinunziato di andare a Milano per l’Aida, venne lei a Bologna. A Bologna ai primi di gennaio le morì un parente, ed ella venne per i funerali del parente. Dopo i funerali fece visita ad Enrico. La Torriani era arrivata il giorno prima, ed era andata da Carducci. Giocavano al gioco dei quattro cantoni? Erano adesso un po’ gelose l’una dell’altra? E forse cercava la Torriani Carducci preferendo Panzacchi, mentre passava la Cristofori da Panzacchi mancandole l’animo di andar diritta a Carducci.

Un pasticcetto. Lina se ne tornò a Milano senza aver veduto Carducci. Panzacchi era stato un po’ l’intermediario tra l’amico Giosuè e l’amica Lina, e Giosuè aveva a lui affidato il manoscritto della Primavera eolia perchè a Lina lo mandasse; ma ora non dovè essere scontento di passar da solo un’ora o due in compagnia della signora milanese, e poi volle mandarle qualcosa di suo e non d’altri, il giorno che pronunziò la prolusione all’Accademia di belle arti. La Lina chiedeva notizie di lui a Giosuè, quando lo sbadato Enrico tardava a scriverle, mentre compiaciuta e orgogliosa dei versi che Giosuè scriveva per lei andava a leggerli al marito a Torino. E seguitarono tutti e tre a tessere e disfare la vaga tela, finché la Lina non si decise a tornare a Bologna, e vide questa volta Carducci.

Panzacchi tenne una conferenza su Wagner che, in quei giorni di fervore wagneriano, attirò gran folla di iniziati e di accoliti da ogni parte. L’atmosfera artistica e letteraria era già tale che una conferenza, come una poesia, bastavano a suscitarvi larghe risonanze. Da Milano ci venne il critico pontefice Filippi, e la signora Cristofori lo accompagnò. 8 aprile. L’indomani Carolina aveva convegno in un caffè con Panzacchi, ma Panzacchi tardava a venire, la bella fidanzata vedova e gelosa avendo minacciato una nuova rottura. Carolina incontrò Carducci. Panzacchi venne tardi e se ne uscì presto. Rimasero soli Giosuè e Lina. E si dissero parole vaghe: lui già innamorato; lei irritata contro Panzacchi e pentita di non aver amato Carducci già prima.

Bello le parve. E veramente era Carducci adesso un bell’uomo. Uscendo dalla prima giovinezza s’era come spogliato del goffo di quell’età sua impacciata. Il pensiero mesto gli aveva affinato il volto rude. Le passioni e le lotte che lo avevan bruciato al calor bianco, ora un po’ incenerendo, gli lasciavan nel portamento una sorta di purezza e gentilezza che nobilitavano la fierezza natia. Dietro a un ritratto suo di quei giorni scriverà poi fra dieci anni : ‒ « Tal fui qual fremo in questa imagin viva ‒ quand’era tutto sole il mio pensiero... ».

Da Milano la Lina scrisse poi a Giosuè una lettera esaltata: ‒ «...I miei affetti sono ora divisi tra un morto e un vivo, e non mi dolgo più tanto di non avere ottant’anni e di non avere conosciuto Foscolo... ». ‒ Giosuè scrisse la seconda Primavera ellenica, la dorica, quella a cui egli più teneva: ‒ «Dolce signora io v’amo ». ‒ Dorica, ma romantica: « per insinuarsi nelle grazie di una signora nessun poeta trovò o troverà mai grave fare un tal poco anche il romantico... ». ‒ E già la chiamava « dolce pantera ».

Ai primi di maggio egli andò a Milano. E vi restò dieci giorni.

Lettera a Giuseppe Chiarini: ‒ «...Bella, per me, è certamente: bella per agil persona, per un ovale di viso tutto greco e intorneato di bei capelli castagni, per soavissima e melodiosa voce... È nervosa ed entusiasta, ma non sentimentale: ha qualche cosa del saffico, nel miglior senso: e, sebbene maliziosa come tutte le donne, è però schietta, e ha degli abbandoni naturali che le più delle donne non hanno. Sebbene ingegnosissima e colta come poche donne, sente la natura e non ha fatto divorzio da lei. Come l’amai? Conobbi qui in Bologna una signorina lombarda che conosceva lei in Milano: la signorina prese amore alle mie poesie. La Lina conosceva già, con grande amore, il Satana, l’ode agli amici della val Tiberina, l’epodo per Corazzini; e prese argomento dalla conoscenza che aveva con l’amica sua a scrivermi; e mi scriveva grandi cose; io rispondevo gentile e freddo, se bene mi piacesse quel suo scrivere e mi piacesse il ritratto suo, che ella mi mandò subito. Ella mi diceva di non voler vedere nè il ritratto mio nè me, per non dover rompere l’ideale, che s’era fatto del poeta. Ma poi passò di Bologna. E io, dopo venti giorni, dovei andare a Milano. Ecco tutto. Ma non voler ch’io spieghi di più: ora ne sono innamorato; e sarebbe ella la mia consolazione suprema e divina se non fosse il mio tormento per le circostanze mie e le sue. È tanto buona e generosa e gentile... ».

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Gli amici videro a Bologna un uomo nuovo.

Non aveva mai veduto donne prima d’allora? Certo, ma non le aveva guardate. E l’amore è miracolo che giunge come raggio di sole nel frutto pronto a maturare.

L’orso o ippopotamo Carducci apparve animale più mansueto e benigno. Da venti anni egli guardava solo le donne della storia e della poesia, e quelle lo avevan sempre invaghito. I suoi piaceri non erano usciti dalle chiacchiere con gli amici, e dalle allegre cene, in comitiva, sotto la pergola; e ogni altro amore aveva sacrificato all’amore dell’arte. Certo i gusti suoi casalinghi, finché il ragazzo s’era tenuto a contatto solo dei libri, ora venuto l’uomo a contatto con la vita e con la poesia, si raffinavano, ma egli non si sarebbe mai abbandonato all’avventura terrena se una donna non ve lo avesse invitato. L’uomo incapace di corteggiare ed aspettare, che su tutte ignorava l’arte del seduttore, non avrebbe saputo dir mai la prima parola nè compiere il primo gesto; ma le prime parole furon susurrate dalle lettere e il primo gesto volle compierlo la donna. Ella lo prese per mano ed egli si lasciò guidare. Non era però uomo da fermarsi al primo passo, nè la mano che lo guidava egli volle lasciarla mai più.

Sente di non aver mai amato altra donna così, nè altra donna gli ha mai ispirato le fantasie che questa donna gl’ispira. Lina è la creatura intraveduta sempre e mai raggiunta. Gli altri suoi amori furono, o le prime illusioni dei sensi turbati nell’adolescenza che veggono angeli e azzurro da per tutto, o voglie subitanee e furiose di gioventù, o capricci e scherzi. Per dispetto e disprezzo delle volgarità aveva fieramente incatenato il suo cuore. L’animo superbo non gli aveva consentito di provarsi ad amare una delle solite donne che non avrebbero inteso il suo valore, che lo avrebbero trattato come uno dei soliti. Lina no, Lina è tutt’altra cosa. Lina è quale egli l’aveva fatta nel suo pensiero. Il cuore di Lina risponde al cuore di lui e anche, con poche diversità, il carattere e la mente: si rassomigliano pure in certe singolarità e stranezze... ‒ «Tu lo sentisti e lo sapevi già; e per ciò non mi facesti spasimare per vanità femminile, non mi traesti attorno per l’aia col gusto di mostrar la bestia strana al tuo seguito. Fu come se mi dicessi: Io lo sapevo che tu dovevi venire: io ti aspettavo, eccoti le mie braccia, vieni e riparati, e inebriati, o amico mio, che io ho conosciuto dai primi anni, che io ho conosciuto sempre; vieni e riposati e ama un po’ finalmente, che ne hai bisogno... ».

L’uomo che non era stato mai ragazzo, ragazzo restava sempre. Il bambino che vuol giocare lo scoprì Lina.

Gli amici lo guardarono con stupore. Qualcuno anche rise, tra l’invidia e il compatimento. Potè parere ridicolo, perchè nell’effusione schietta e libera di sentimenti segreti un uomo di natura grave e duro non si sorveglia e facilmente si scompone. Il suo orgoglio d’innamorato felice era delirante. Alla sodisfazione del dono colto alla vita si mescolava l’impazienza di nuove raccolte. Studiava come prima, lavorava come e più di prima, come prima faceva lezioni, ma gli sembrava di non far nulla perchè non faceva quello che voleva. Dieci giorni son pochi dopo almeno venti anni di attesa. I ricordi di quei giorni di paradiso lo inebriano e lo travagliano. Li rivive nel cuore, li moltiplica nell’imaginazione, li fiorisce di nuove speranze. I belli occhi di Lina lo assediano, i belli occhi neri e caldi sotto i capelli che han riflessi viola, come i capelli di Saffo. La natura sua castagli dava a trentasette anni le voluttà sconosciute a chi ha trascorso la giovinezza nell’attrito delle avventure, ed egli poteva intensamente godere di sensazioni e sentimenti sottilissimi, che appena sfiorano gli uomini stanchi. La sua vita, la sua poesia son piene della nuova presenza: ‒ «Ricuopro di baci ideali la tua bella testa che mi è sempre accanto, e me la stringo sul cuore quella bella e divina testa con i suoi ricci fluenti per la fronte e con gli occhi languidi e ardenti, quella bella e perfida testa che non ha mai pace... Addio, donna mia amata e desiderata come mai nessuna...».

L’uomo nuovo rinnovò anche il suo guardaroba. Nulla aveva mai capito di guanti e cravatte, e poco ne capiva anche adesso, ma si affidò al gusto degli amici fidi. Le sue cravatte furono ampie e sventolanti più di prima, si accorciò i capelli ma non tanto da perder fierezza. Si sentiva pieno di voli. I fantasmi e le armonie dei nuovi versi gli sorgevan dal cuore come per improvvisazione. E nulla più gl’importava del mondo, nè delle cose del mondo, nè degli abitanti del mondo, poiché aveva tutto in sè:

Oh come solo il mio pensiero è bello,

ne la sua forza pura!...

Certo ripenserà più tardi a questi suoi giorni nuovi, quando di Ugo Foscolo scriverà: ‒ « Che un primo e vero amore, che l’apparizione soave di una giovine bella e pura possa con un sentimento nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica, s’intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la parola e l’istrumento e l’arte, chi glie li diede?». ‒ A lui li dà Lina. Per l’arrivo di una giovane donna, poesia e vita son la stessa cosa. Entra Lina nell’intimità del suo mondo eroico e favoloso: e il distacco dalla mediocre vita quotidiana è più netto. Le apparizioni della donna son brevi e fuggitive; ma partendo lo lascia essa in compagnia delle più ridenti imagini, dei più orgogliosi pensieri. Saffo e Alceo gli sorridono come due giovani innamorati. Laura e Beatrice gli ridicono dolci favole insieme con la nonna Lucia e con la bionda Maria: ‒ « il tempo passa: amate, amate, amate... » ‒.E dalla foresta dei miti sorge un popolo di giovani fronti libere.

Scrisse la terza Primavera ellenica, l’alessandrina ‒ quella che a Lina piacque su tutte perchè tutta sua, perchè dalle volute di quelle strofe ondulanti, come da un velo di mestizia, la sua bella persona mollemente svolgevasi in un romantico chiaro di luna ‒ e sùbito la spedì non rifinita alla donna sua. Egli preferiva la seconda, come più obiettiva, e la mandò alla Nuova Antologia. Panzacchi e gli altri amici tentarono prima dissuaderlo, persuaderlo poi a togliere o cambiare il nome di Lina. Poiché Carducci non voleva sentir ragioni, Panzacchi scrisse a Lina pregandola di regger la testa al poeta, di fargli sbollire la passione in tanti saffici e che tutto finisse lì. La rimproverava di non saper resistere alla vanità di sentirsi tamburinata nel mercato poetico.

Non si accusa impunemente di vanità una donna, e Panzacchi non era nelle condizioni migliori per ottener prudenza da Carducci, modestia dalla Lina. Giosuè era già adombrato contro di lui, e Lina gloriosa e vendicativa. Ella scrisse a Giosuè che lasciasse il suo nome ‒ « arrive ce qu’il peut » ‒ e Carducci lo lasciò, mutandolo solo in sèguito, ellenicamente, in Lidia. Poi quando l’ode apparve nella grande rivista, la donna andò sventolandola nel salotto della contessa Maffei. Si sentì guardata da tutti gli uomini, giovani e vecchi, di quella società: ed ella, come tutte le donne e più di molte donne, si compiaceva di farsi guardare.

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Lo stesso, Giosuè. Era veramente un uomo felice, e aveva una voglia matta di gridare a tutti i venti la sua felicità. ‒ «È un’armonia ogni pensiero, ed ogni senso è un canto ».

Che gl’importava che gli alberi, le nuvole, le stelle, le torri della città, le statue, le tombe del camposanto, sapessero il suo divino segreto? Egli è il più felice dei poeti italiani, e solo si duole di esserlo tardi. L’età dell’Ariosto. Anche Ludovico s’innamorò a trentasette anni del suo vero e nobile amore: questa coincidenza pure ha un suo profondo senso. Sono sensuali e squisiti i versi che Ludovico scrisse allora per la sua bella vedova: quanti ne vorrà fare di egualmente belli, anche lui per Lina!

‒ Diciam parole prospere... ‒ era un modo di dire della donna, un verso di lui preso all’inno a Febo Apolline, che all’innamorato piaceva come gli piaceva la bocca che lo pronunziava; e l’innamorato stringeva forte il mio forte petto la creatura, quasi avesse paura di perderla. Oh sì la vita è bella perchè è la vita, con tutte le sue ansietà e le gioie e le lotte...

Se l’avesse conosciuta prima! Sarebbe un altro uomo. ‒ «Son solo nel mio studio, con la finestra aperta sulmio povero orto; ho scritto su l’Ariosto dalle sette di stamane in poi, e ora scrivo a te e di te. Come è tutto quieto e silenzioso in questo meriggio di primavera e di domenica! Sento da lontano una voce di donna che canta e degli uccelli che cinguettano più vicini, e il rapido trillare della mia penna su queste righe rosse. Oh se tu fossi qui! Come ti amerei divinamente a quest’ora! come ti chiederei in dono la morte! O Euthanasia invocata dai Greci, anch’io t’invoco e ti adoro: e ti supplico che mi colga così, che mi spenga lievemente, e lievemente mi addormenti fra le braccia di lei, in una giornata come questa, in cospetto del sole, padre della natura e dio nostro. Tutti i gusti son gusti: io avrei questo».

Alla fine di luglio s’incontrarono a mezza via, a Parma; ma fu incontro che quasi finiva in iscontro: e già egli smaniava di riprendere il treno, quando la sera del 9 agosto trovò al caffè Grigioni un telegramma: « Arrivo stanotte 2,42 e vi aspetto stazione, molti saluti, Lina ».

Egli le portò in dono Panteismo:

Io non lo dissi a voi, vigili stelle,

a te no ’l dissi, onniveggente sol:

il nome suo, fior de le cose belle,

nel mio tacito petto echeggiò sol.

Pur l’una de le stelle a l’altra conta

il mio secreto ne la notte bruna,

e ne sorride il sol, quando tramonta,

ne’ suoi colloqui con la bianca luna.

Su i colli ombrosi e ne la piaggia lieta

ogni arbusto ne parla ad ogni fior:

cantan gli augelli a vol: ‒ fosco poeta,

ti apprese al fine i dolci sogni amor. ‒

Io mai no ’l dissi: e con divin fragore

la terra e il ciel l’amato nome chiama,

e tra gli effluvi de le acacie in fiore

mi mormora il gran Tutto:  ‒  Ella, ella t’ama.

L’indomani Lina ripartiva per Venezia, Giosuè delirava: ‒ «Dolce amore, quando ti ho lasciato, non comprendo più come possa avvenire che non si muor d’amore sul cuor tuo e sotto il tuo sguardo ».

Poi il delirio diventava orgoglio: ‒ «Quando una donna come te, con un uomo come me, non iscapita, anzi ci guadagna, è un segno di gran superiorità ».

XIX

Il lieto amore. Come il decennio innanzi fu quasi tutto d’ira, sarà questo quasi tutto d’amore. ‒ «In questi giorni mi sento in una gran vena di pace e di benevolenza». ‒ E quando nella vita di un uomo di tanto ingegno e di tanta passione sopraggiungono anni come quelli, allora è pienezza ed equilibrio di tutte le facoltà. La particella divina ch’egli aveva in sè si sprigionò al lieve tocco di una mano gentile, nella chiara luce di due occhi innamorati. Carducci fu allora uomo libero dalle stesse catene del suo temperamento, fu poeta di genio.

S’intende che nella serenità più limpida del suo amore passavan poi nuvole e venti, così come non mancavano entro la sua più serena e amorosa poesia i colpi di fioretto o d’ariete: il Trissottino dell’Idillio maremmano e il manzonismo degli stenterelli di Davanti San Guido.

La signora Carolina non lo amava ancora il primo giorno che lo incontrò, fuori che letterariamente, come si ama un poeta: a lui si rivolse, con femminile irrequietezza e incongruenza, quasi per dispetto a Panzacchi, e per quel natural modo di reagire che han le donne a Panzacchi forse sarebbe tornata; ma dopo il primo convegno milanese del suo Carducci ella s’innamorò davvero. All’orgoglio della conquista inconsueta ella unì la gioia di sentirsi amata a quel modo casto e furioso. Era un innamorato tutto istinto, senza astuzie e sottintesi, era in tutto un ragazzo. Sentì la Carolina di essere veramente il primo amore di quel primitivo, e questo la fece più ardente. Sentì che l’amante non simulava nulla, e questo la rese più buona. Seguitò a vivere nel suo mondo di letterati e di ufficiali che la corteggiavano, non sempre salvandosi dalle aggressioni e dalle insidie sentimentali che l’assediavano da ogni parte; sapeva di molto piacere e molto naturalmente se ne compiaceva, essendo donna, donna intelligente e malata; ma i trasporti del suo cuore, almeno per alcun tempo, furono per il poeta innamorato.

Poiché il marito lo sbattevano da un reggimento all’altro, seguiva ella il marito di città in città, ma avendo tempre a Milano la casa paterna, non passava anno che ella non facesse dimora, breve o lunga, a Milano. Carducci aveva spesso dal ministero incarichi d’ispezioni e di commissioni d’esame: e quegl’incarichi, se prima gli davan noia, adesso calavan dal cielo: si poteva con quel viatico ufficiale uscir da Bologna e andar dalla Lina. La raggiunse a Venezia, a Reggio, a Brescia, altrove. Ma sopratutto Milano nascose gli amanti agli occhi del mondo, sebbene Lina non cercasse nascondigli. La detestata Milano divenne città amabilissima. I disprezzati lombardotti gli parvero gente da bene. Il cielo di Lombardia divenne, quand’era bello, il più bel cielo del inondo: e il giorno ch’egli ebbe a disegnare la chiara onesta faccia di Benedetto Cairoli la paragonò a un maggio lombardo:  il suo primo maggio d’amore.

La signora Carolina abitava in via Stella, un quartiere popolarissimo presso l’antico verziere, dei più caratteristici della città, quartiere da Carlo Porta, ma non lontano dal centro: Carducci scendeva all’albergo dell’Ancora, assai modesto, alle spalle del Duomo. Sotto le gravi arcate della cattedrale i due amanti, come Dante e Beatrice, si davan convegno. Ella amava pure le passeggiate sui bastioni e per i Boschetti, come un giorno il suo Foscolo, e Carducci volentieri la seguiva all’ombra pronuba degl’ippocastani e dei tigli. A lui anche piacevano le visite ai cimiteri: lentamente andava con la cara donna al fianco entro un tacito mesto viale di cipressi. La malinconia dei luoghi dolorosi gli era benefica allo spirito, in modo diverso, quanto l’ardente benedizione del sole; gli riempiva i sensi di languore e il cuore di sogni: ‒ «Che fanno giù nelle lor tombe i morti?...».

E Lina lo distraeva con la gaiezza dei suoi entusiasmi.

‒ Diciam parole prospere, amor mio...

Facevan gite nei dintorni. Andavano a Monza, e li accompagnava talvolta la signorina Torriani, pronta finalmente a trovare il marito in un giornalista che avrebbe poi fondato il Corriere della Sera, Torelli Viollier: il quale marito fu solo per poco, ed ella, col pseudonimo di Marchesa Colombi seguitò a tempestare di suoi versi e novelle giornali e riviste.

Ma non era facile trovare su la via di Monza e della Corona Ferrea quel vino che piaceva ad Alceo, nè la Lina sofferiva più la terza compagnia. Allora se ne andarono più lontano, verso le Alpi, lungo l’Adda. In barchetta su le acque lente del fiume essi trascorsero un pomeriggio di luglio, che doveva restare eterno nella poesia italiana.

A Brescia Lina era attirata dai ricordi d’Ugo e di Marzia: egli pure, e dalle memorie eroiche della città forte. Mescolarono storia ed estasi, baci e versi dei Sepolcri. Verso il tramonto andarono a vedere la Vittoria romana: e Lina ebbe un pensiero che piacque al poeta amante: colse tra le rovine un fascio di fiori per deporlo ai piedi della bella statua. Egli guardava intenerito la fragile creatura china all’ombra delle grandi ali raccolte-

‒ O Lina, godiamoci il sole finché ce n’è. Ci sarà da star poi tanto al buio e al freddo.

Poiché i  giorni del sogno, i giorni strappati alla realtà mediocre non potevano esser molti, erano però intensissimi e sempre veniva troppo presto l’ultimo giorno. All’alba la dolce amante seguitava a dormire e a sognare; Giosuè, sempre pronto al risveglio, le scarabocchiava su un pezzo di carta un saluto in versi, e correva alla stazione. Brutte improvvisazioni, versi che non pubblicherà mai, capricci di di metrica:

Endecasillabi dal pie’ sonante,

endecasillabi da l’ala d’or,

ite a quel pallido viso raggiante

de ’l crin castaneo sotto il fulgor...

Ma, liberato lo spirito dal torpore del piacere le rime mettevan le ali, come i ricordi. E venne l’ode Su l’Adda. E vennero le Vendette della luna. Lina leggendo i nuovi versi del suo poeta, trionfava: quale donna al mondo è amata da sì fiammante poeta? Specialmente le Vendette della luna le davano l’estasi e il desiderio.

‒ Ti piacciono, eh? Dimmi quale strofe ti piace di più.

Lina ripeteva con la sua dolce voce:

.... La tua marmorea bellezza

il cuor mi sugge e il senso della vita

m’annebbia, e pur ne libo una dolcezza,

strana, infinita...

‒ Pantera!

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Poi, rientrando in Bologna, cadeva in una sorta di stupita beatitudine. Ora sì viveva in un eliso sognato nei silenzi notturni. L’umile casa di via Broccaindosso era diventata veramente una coffa sospesa nel terzo cielo. Come son più piccoli di prima i piccoli uomini che popolano l’universo, strisciando lungo i marciapiedi delle vie, mettendosi in fila e in vista nelle parate festaiole! Più degni di pietà che di disprezzo... E come inutili sono i loro atti, gesticolazioni di fantasmi, azioni senza un sèguito! Si passa con quelli mezz’ora di chiacchiere; ma poi ognuno torna al suo posto: egli trova il posto suo tra le grandi ombre del passato, tra gli uomini della sua statura. La platea, il caffè, la piazza acclamavano un musicista povero e sino a ieri ignoto, e ignoto ancora domani, ma oggi celeberrimo, il Gobatti, che con la sua opera i Goti aveva ottenuto al Comunale un successo strepitoso: Carducci non s’era accorto di tanto rumore cittadino. Lady Otway, un’inglesina bella e animosa, amazone e aeronauta, trionfava regina di concerti e ricevimenti: Carducci non l’aveva mai veduta. Il salotto rosso, minghettiano, della Società felsinea, apriva talora i suoi battenti anche all’alta cultura! Carducci, ci fu introdotto, una volta, da amici, ma non ci tornò più.

Viveva più di prima intimamente con i ricordi, con le fantasie, con le speranze: e colui che in tale compagnia cammina non si avvede che intorno a lui nascono e crescono ire o dolori o beffe o invidie o insidie. Le prime volte aveva provato disagio nel rimettere i piedi in casa, quasi che un’ombra lì ferma volesse respingerlo. La sera, morta la madre, egli non aveva più voluto che alcuno lo aspettasse in piedi: silenziosamente si rifugiava nel suo studio, ma una volontà breve e acutissima lo prendeva di tornare indietro, di fuggire. Le chiare voci delle figliole, non più bambine, e la faccia scura della moglie lo sconvolgevano: un altro bambino gli era morto appena nato. Egli era sempre l’uomo il quale avea vituperato Nencioni e la sorella sua per lo sgarbo fatto a Gargani, che a lui era parso un tradimento. La morale sua coniugale era intransigentissima: si ribellava la natura sua sana e onesta alle finzioni e ai compromessi. Non sapeva mentire. E ora doveva. Doveva.

Sentiva il sospetto e l’ostilità accerchiarlo in famiglia. Si sentiva offeso da quella sorveglianza che lo seguiva e spiava, mortificandolo. Anche si sentiva colpevole. E bisognava sopratutto scacciare quel sentimento di colpa. Infine dalla vita aveva ottenuto quello che gli spettava: tanto lavoro e rinunzia e povertà gli davan diritto a un premio. E se danzavano ancora le vergini al sole di maggio, perchè anche adesso, anche adesso chiuder gli occhi? Incessanti combattimenti si scatenarono nella coscienza retta di Giosuè, e quasi a liberarsene egli trasfuse la sua vita tutta nella poesia.

Questo nuovo fervor d’opere e veramente l’esplosione delle gemme e delle corolle al primo fiato di primavera. Non ha mai lavorato con tanta felicità. Versi e prose. Il suo spirito e agile e pronto. E lo strumento è docile allo spirito. Il modo suo nuovo di sentire e di pensare si riflette nei modi dello scrivere. Ora sa che diverrà un grande poeta e un gran prosatore. Sa che lo è. Può essere dunque un peccato l’amore, può essere avvelenata la sorgente che lo fa tanto fiorire? Uomo sano, il piacere in lui non è mai vizio. Anzi ne riporta serenità allo spirito e vigore al corpo. È pieno di salute. Ingrassa. Troppo: ‒ «Ingrasso come un fattore». ‒ Per non ingrassare pigliava ogni mattina lezioni di scherma. Il fattore Carducci su la pedana...

Al ritorno da Milano, in ottobre, va a Modena e a Vignola, in comitiva di professori e altre autorità, per il centenario di Ludovico Antonio Muratori: e l’episodio di ordinaria amministrazione gli diventa canto nello spirito. Come uno dei tanti cronisti venuti da altre città, egli ne fa il resoconto in un giornale bolognese, ma quella cronaca giornalistica è una delle sue prose più belle. Non s’era mai veduto in un giornale un articolo così vivo e colorito e pungente e splendente. Prosa tutta grazia e arguzia. Osservazioni pronte, disegno icastico di personaggi, divagazioni satiriche, dottrina storica, ogni elemento in essa è fuso in un tono di lirica. In quel giornaletto di provincia passa quasi inosservato ai magni papaveri della letteratura, ma egli l’ha scritto per suo piacere. Ci si è divertito, poiché non c’è dubbio che andando per quei colli ameni, e poi scrivendone, il pensiero di Lina è onnipresente: ‒ «Un soave idillio teocriteo mi si era levato su quasi una forma d’iddio greco da un colle quercioso di Vignola, e per tutta la strada mi danzava intorno all’anima nei raggi mattinali del sole d’autunno, ridenti con purità   mesta e accorata con occhi belli che han pianto, tra le nubi stracciate e l’ombre degli alberi umidi di pioggia.»

A questi giorni, emergendo lui, sorgono contro la sua persona, la sua opera, le sue idee critici e censori. Se prima lo mettevan talvolta di malumore, le discussioni letterarie ora lo eccitano. Il giorno che muore Alessandro Manzoni l’ammirazione nazionale per il gran Lombardo degenera in idolatria, e Paolo Ferrari e Giuseppe Rovani, inetti critici, scrivono panegirici che sono soltanto fuochi artificiali di parole. Egli li ribatte nella Patria, con un attacco su tutta la linea storica ed estetica. Guerzoni e Zendrini, all’uscita delle sue Nuove Poesie, scrivono aspre recensioni a Roma e a Milano: egli risponde ai due avversari, un po’ boriosi, un po’ incauti, con tutte le risorse della sua cultura e della sua dialettica, così che non lascia nè all’uno nè all’altro possibilità di scampo. Di alcuni giudizii su Alessandro Manzoni, e Critica ed arte sono le sue prime grandi prose di battaglia.

Il suo dio lo incita a combattere con tutte le armi dell’invettiva, del sarcasmo e della beffa. Veramente l’amore gli ha portato nell’intelletto una sorta di pacificazione e di riposo, gli ha disciolto tanti nodi che non c’era verso di snodare diversamente. Ora sa sorridere e ridere. E nell’ardore del combattimento si butta a corpo perduto come il paladino per gli occhi della sua bella. ‒ « È vizio congenito del mio temperamento che quando una verità, o ciò che io credo una verità mi s’impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato ch’io sia, nel modo più nettamente reciso, che è naturalmente il più ostico a quelli a cui quella verità non piace. » ‒ Esattamente Apollo scorticatore di Marsia.

Intanto ha raccolto le liriche scritte negli ultimi anni, in gran parte per Lina, e ha affidato il volumetto a un piccolo editore di Imola, il Galeati. Il successo si manifesta in poche settimane, ed è grandissimo. Questa volta la stampa, a parte le poche voci discordi, a denti stretti o apertamente, riconosce che è sorto il nuovo poeta d’Italia.

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Lina gli alimenta questo stato di grazia con lettere quasi quotidiane. Questa donna scrive fresca e fragrante ch’è una meraviglia. Meglio innamorata, ora non ha più ragione di ricorrere alla letteratura e si abbandona tutta all’onda del sentimento suo. Egli le chiede nuove lettere, ancora. Son così brevi i convegni d’amore e così lunghe le pause, che Giosuè ha bisogno di quelle lettere per non uscir dall’incantesimo. Quando ha letto una cara pagina amorosa della Lina ‒ e per rileggerle se le porta in treno o al caffè ‒ egli può prender la penna per un sonetto, per una ballata, per un’ode: e l’ode, il sonetto, la ballata vengon di getto, al solito, su un qualunque pezzo di carta egli si trovi in saccoccia. Se un sottile rimorso tenta pungerlo, quelle lettere lo smussano. Se l’impazienza lo inquieta, quelle lettere la calmano. Se ombre sorgono di gelosia, quelle lettere le dissipano. Non sempre; ma se quelle lettere non ci fossero, le ombre della gelosia diverrebbero furie. E qualche volta divengono. A ogni modo son lettere da incatenare un uomo:

« Mia cara, l’ultima tua lettera non è una lettera, non è parola scritta, è un amore vivo e volante... Certi di quei periodetti ardono, urgono e pungono come baci, son baci che vi fan perdere la ragione. Sfido io a leggere con calma una lettera come quella... »

Quando una donna d’ingegno e di gusto è innamorata scrive lettere che un letterato non scriverà mai, e queste della Lina son veramente tali, tra l’ardore e la malinconia, da mandare l’amante nel paese dei sogni. Anch’egli risponde con lo stesso abbandono: ‒ «28 dicembre: oggi è nevicato, stasera piove: è un freddo umido e nefando. Oh tutto è freddo e umido e inverno intorno a me. E il mio cuore e il sangue ardono. Dove sei, o donna mia di luglio e di settembre?...» ‒ E poi: ‒ «Io avrei veramente bisogno che tu stessi con me sempre, che tu fossi mia alla faccia di tutti. Tu compieresti quel che in me è imperfetto e mi renderesti forse più placato a me stesso e alle cose: perchè in me, così solo, c’è qualcosa di discorde e disarmonico. E perciò non potrò far mai un lavoro d’arte perfetto ed uguale... »

Le scrive con gioia. Sino all’apparizione di Lina non aveva saputo scrivere che agli amici più intimi. Con lei può aprirsi come nemmeno con gli amici ha mai fatto. L’indole « ringhiosa e triste » gli si stempra nell’amorosa confidenza. Il custode sempre vigile dell’animo suo si addormenta alfine tra le bianche braccia della donna amata. A lei può confessare certe idee sue e capricci e aspirazioni segrete e difetti del temperamento ed errori che nemmeno agli amici dei primi anni si confessano, può parlare di letteratura senza cattedra nè polvere di biblioteca. Che povera cosa quel metodico diario in cui da che apprese l’uso della penna annota i fatti minimi e le minime spese quotidiane, a paragone di questo che ora affida al cuore della donna amata!... Oh la gioia delle confidenze chiuse in una lettera o dolcemente mormorate, quasi sognando, al piccolo orecchio della Lina ! ‒ « Oh intraviste nei baci interminate paci... » ‒ Le dice le sue ambizioni che crescono, ed i ricordi della sua triste infanzia che colorati adesso dalla felicità presente diventan dolci alla memoria. Anche il pensiero della morte, così insistente e agghiacciante, sotto gli occhi di Lina si fa sereno. E dopo le lunghe attese, colmate d’intenso lavoro, agli amorosi convegni egli torna ogni volta come al primo convegno.

Troppa gente però si aggira intorno a Lina, e può vederla e parlarle più spesso di lui, che solo per piccoli spiragli la vede e le parla. Gli fanno ombra. Che accade in sua assenza intorno a quella donna che conosce scrittori e giornalisti, i quali volentieri la donna gli ruberebbero non potendo più rubargli la fama? E i soliti cascamorti, i soliti ufficialotti colleghi e subalterni del marito. Lina si attacca volentieri a tutti, magari innocentemente, è la sua natura; ma non sono innnocenti le nature degli uomini. Ora l’amore di lui certo l’ha cambiata, l’ha fatta più pensosa e affettuosa, ma gl’istinti insorgono alle ore di smarrimento. La Lina ha pure molti bisogni, per le sue vesti, per i suoi cappelli, per i suoi gioielli.

Le ombre diventan poi forme, e la gelosia in così prepotente natura mette le unghie. Appena può, egli prende il treno e con la sua presenza il cane di guardia crede di mettere in fuga i marioli. Ma ispezioni e commissioni non vengono ogni giorno, e le lettere allora assumono il tono forte. Spesso vuol ridere, più spesso morde. Gli riferiscono di certi nobili vecchi, che assediano con insistenza la Lina: ed egli la prega, la scongiura di non tirarsi dietro ammiratori di quella specie: bravissima gente, gente cappata, crocesignata, senatoriale, ma insopportabile... ‒ «Oh che roba! Tu faresti la figura di Susanna tra i vecchioni... Ah vecchioni no! quelli della bibbia erano vecchioni biblicamente orientali, con le barbone bianche, vegeti, potenti, e, come i vecchi, belli. Questi sono una bestemmia dell’estetica... »

Uno di quei vecchioni, scornato, si vendica con insolenze in rima, che manda alla signora. La signora le spedisce a Carducci. Carducci piglia la penna, e sono botte da lasciare il livido: ‒ «È passato il tempo in che i marchesi e i conti della colonia araldica parmense credevano di mostrare ingegno e arguzia scrivendo a gara con gli abati e i professori sonetti insulsi e villani... Io ebbi l’onore di scrivere alla signoria vostra profferendomi pronto ad ogni sua richiesta. Ella invece ha creduto opportuno di riscrivere a una signora una serie d’impertinenze in rima... Ma quando afferma di prepararsi a far ballare gli altri, la servitù della rima, creda, la costringe a dire una cosa ridicola. Ma le pare? Non si affatichi, signor senatore. Potrebbe invece essere il caso che altri facesse ballar lei. Ascolti. Ella ha osato mettere in burla il cognome di uno dei Mille, il cognome di un uomo che dal 49 in poi ha combattuto per l’Italia. Ma non sapeva Ella dunque che, non dico se Ella ha una patria (non è il caso) ma se la di Lei vanità si procura lo sfogo di aggiungere agli altri titoli, coi quali La dice di affascinare le donne di sfera meno elevata, anche quello di senatore del regno d’Italia, di questa facoltà di sfogo alla vanità sua Ella è un po’ debitore al sangue di quell’uomo? Povero prode onesto! Egli dunque avrà esposto il suo petto e la pelle al piombo e al ferro di tutte le tirannie esterne e domestiche, perchè un bel giorno un senatore del regno d’Italia (dove vanno a finire certi nomi!) che senza lui non sarebbe tale, credesse di potere, così comodamente, senza passione, a quella età, con quella figura, con quello spirito, con quel giudizio, sedurgli la moglie, e poi gliela insultasse, e poi mettesse in burla il suo cognome... Così stando le cose, signor conte, basterebbe che io scrivessi un motto al colonnello P., per veder ballar Lei, e di che guisa... Ma no ‒ per ora meglio non disturbare per così poco un militare il quale ha tutta occupata la sua vita alla serietà del suo dovere. Basto io. Ecco dunque che io Le rimando stracciato il suo sonetto. Se Ella ha voglia di ballare, tenga pure ognuno di questi brani per un invito alla danza. »

Gl’innamorati di vera passione ritengono sempre legittimo e giusto il loro amore, anche di fronte al marito della donna amata; e non concepiscono che altri possa dire di loro: medico, cura te stesso. Le lezioni di scherma dovean servirgli anche a questo.

Ma insieme con i vecchioni innocui c’eran pure i nocivissimi giovinotti. Riferivano a Carducci che all’Abetone o a Vallombrosa la vita era gaia, e nell’assenza dei mariti donne e tenentini ne facevano di ogni colore. Anche la signora Piva. Carducci scattava: ‒ Le altre sì, lei no.

Scattava contro gli amici delatori e maligni, non contro le sue furie. E allora le lettere alla Lina ribollivano di rampogne e minacce. L’istinto di fare il boia, con le parole crudeli, insorgeva anche contro la donna amante.

E Lina non era donna da non trovar gusto alle schermaglie amorose e gelose. Aveva le sue bizze anch’essa, le sue permalosità, i suoi ripicchi, il gusto del rischio: ‒ Voglio la mia libertà... ‒ e Giosuè innamorato le piaceva, Giosuè dispotico un po’ meno, e più di tutto Giosuè furioso. Le dava il capogiro. Altre volte, chiedendo ella solo lo svago e il diletto, la passione irruente di Giosuè le diventava importuna. Allora i brevi convegni d’amore non erano più un paradiso: tutti i diavoli qualche volta c’entrarono; e la Lina con quella sua femminile vanità e il piacere incosciente di tormentare l’uomo innamorato e furioso, stuzzicava quei diavoli.

‒ Giosuè, ‒ gli diceva ‒ sai che oggi mi ha scritta Vittorio Imbriani? Una lettera lunga lunga lunga...

Vittorio Imbriani, il nemico acerbo, fratello dell’amatissimo Giorgio.

‒ Lunga come la sua pulcinellesca figura. Divertiti.

‒ E un altro che non ti nomino, ma non è pulcinellesco, me ne scrive una di sedici pagine, che più belle il Foscolo non ne scrisse.

Quel che ci voleva perchè Giosuè vedesse rosso. Allora la Lina era come se riprendesse coscienza, diceva di aver scherzato, trovava le parole più tenere e le carezze che addormentano ogni collera, chiedeva perdono. Ma spesso era troppo tardi. Non c’erano più catene di dolci braccia per quelle furie.

‒ Puoi dire ai tuoi corrispondenti delle sedici pagine tutto il disprezzo di cui li onoro. Ci divertiremo tutti.

Giosuè...

Io non sono il tuo giocattolo. Addio.

E in treno l’irato amante scriveva i versi della vendetta :

L’avello del tuo petto,

o donna, io l’aprirò;

e il morto piccioletto

vedervi dentro io vo’

Io vo’ che putre e mezzo,

polvere ei torni alfin,

prete sarà il disprezzo

ed acqua santa il vin...

L’amore in breve si avviò a diventar tempestoso.

E a tratti anche la poesia: il ribollimento del malumore gli dava allora al cervello l’amara fantasia di Mito e verità e la terribile visione macabra della Sacra di Enrico quinto.

XX

La tempesta si scatenò a mezzo il 1874. La signora Elvira soffriva. Ella non sapeva che nella vita del marito poeta quell’amore era inevitabile. Ella non poteva aver la prudenza e la pazienza di attendere che quell’amore passasse così com’era venuto, perchè è destino che muoiano tutte le cose nate. Era la moglie.

Aveva trovato una lettera della signora Piva, aperta, e la lesse. Aprì le altre che giungevano, sotto gli occhi di Beatrice, la figlia ormai giovinetta, che la guardava sbigottita e offesa, poiché le figlie posson dolersi delle sventure della madre non però sanno spiare con l’inganno nella vita del padre. Lesse anche le lettere che Giosuè scriveva e dimenticava nei cassetti aperti: ‒ oh, erano belle! Così belle a lei non ne aveva mai scritte. Ed essa le aveva anche perdute. O non apprezzate.

Un giorno la Lina ebbe uno di quei colpi di testa soliti alle donne innamorate e un po’ impazienti: volle far visita alla signora Elvira e si fece accompagnare da Giosuè. Giosuè, incerto se fosse un bene o un male, la presentò alla moglie. Quando furon sole nel salotto le due donne, Lina cercò con le sue più dolci parole indurre la signora Elvira alla persuasione che l’amicizia sua per Giosuè non usciva dai limiti dell’ammirazione per il poeta. Ma trovando una dura e ragionevole incredulità, si affidò a un argomento che le parve decisivo: o forse era solo ripicco e sfida:

‒ Oh, crede lei che io sia innamorata della bellezza di suo marito?

La signora Elvira lo credeva e lo vedeva, anche se nella semplicità sua non sapeva che le donne hanno del bello e del brutto di un uomo idee e gusti tutti particolari. Seguitò a vigilare e a soffrire. Lettere non giungevano più in casa: si fermavano alla posta, dirette a Enotrio Romano; ma Giosuè le lasciava, distratto, come segnapagine nei libri. Accaddero tristi scene. Una volta la signora Elvira lasciò la casa e riparò a Firenze, da suo padre, portandosi con sè Beatrice: Lauretta era rimasta a Bologna, in un collegio-di suore. Doveva essere visita di pochi giorni, ma vi restò più mesi. Giosuè tra la celia e l’amarezza cercava di persuaderla all’indulgenza. Le scrisse, se aveva piacere a saperlo, che anche i giornali tedeschi parlavano del suo ultimo libro, proclamandolo non solo il primo poeta d’Italia, ma anche, dopo Heine, il primo poeta d’Europa: ‒ «Hai inteso? e tu mi tratti come un furfante e uno sciocco. A tuo dispetto. Dillo anche a tuo padre... Addio, bacia la bambina, a cui io voglio molto bene, e tu l’hai avvezzata a volermene meno».

La bambina era la terza, nata da poco: la Libertà, Tittì.

Dopo un’altra scenata, il luglio seguente se ne va lui, a Pistoia ‒ ch’è poi su la via dell’Abetone ‒ e le chiede perdono: ‒ «... ieri sera fui una bestia: tu meriti d’aver un uomo migliore di me: tutto il giorno tu faticasti per me, e ti desti cura di tutto; e io per compenso ti trattai come ti trattai. Ma credi, a certi momenti non sono più responsabile di quel che faccio e di quel che dico, spezzerei e romperei tutto. Bisogna, in certi momenti, evitare di farmi la più piccola cosa. Sono cattivo, lo so; ma sono anche ammalato, nervoso, furioso; è male nel sangue e nei nervi. Già, non posso star più in cotesta casa: è troppo tetra. E non bisogna che lavori dopo desinato. Non credere a nulla di quello che ti dissi ieri sera: in quei momenti son cattivo, e dico tutte quelle peggiori cose che posso per desiderio di far male almeno con le parole. Addio, cara Elvira: credi che ti voglio bene più che tu non pensi: non dar retta a certe apparenze: le altre son tutte cose fuggitive, per fantasia, per chiasso: a te voglio bene seriamente... ».

Bisognava dar tempo al tempo: capriccio no, e nemmeno avventura: era passione con tutte le sue grazie e con tutte le sue furie; ma sono appunto le grandi passioni, signora Elvira, che presto inceneriscono ‒ quelle specialmente più di cervello che cuore ‒ dove i capricci durano magari, come lumicini, tutta la vita. Bisognava dar tempo al tempo: il frutto sarebbe caduto da sè, e allora non lascia cicatrice al ramo, ma errore è volerlo strappare immaturo. C’era in Giosuè qualcosa ancora d’inappagato e curioso. Tre anni di pioggia benefica non avevan potuto dissetare quel terreno assetato da tanti anni di siccità e così profondamente vangato.

Il risentimento della moglie si manifestava con un linguaggio d’occasione: allora ella parlava al marito in terza persona, gli dava del lei. E la rigida amministratrice dava un’altra stretta alla sua rigidità. Trovandosi in viaggio spesso Giosuè, consumati i pochi spiccioli portati da Bologna, ricorreva alla moglie per un piccolo prestito: timidamente, come scolaretto colto in fallo di sperpero: un trenta, o quaranta, o cinquanta lire; che poi a Bologna gliele avrebbe rese. La signora Elvira ora si atteneva alla prima cifra: ‒ « Solo trenta! ti scottava a mandarmene di più! Già, poco importa, per ora bastano: anzi non bastano... Non potevi mandarmene cinquanta, o brutta avara? Io sono molto sdegnato, e non ho voglia di scriver altro... ».

Qualche volta erano allegre vendette. Si disse, e forse fu vero, del commesso di una casa di mode, che portò un giorno un grosso scatolone ben legato con nastro di raso e annodato. Si trattava certo della coda del diavolo. Carducci aveva dimenticato di dare l’indirizzo esatto, e il commesso lo aveva portato in casa sua. La signora Elvira tagliò il nastro, aprì lo scatolone e vi trovò lungo adagiato un bellissimo abito di seta. Non disse nulla al marito, disfece il bell’abito di seta, lo ritagliò e ne ricucì vestine alle bambine più piccole.

Bisogna anche aggiungere che quei giorni Giosuè aveva in petto veramente un covo di vipere. Chiedendo perdono alla moglie egli andava a trovare, di sorpresa, l’amante in villeggiatura. Nei giorni della gelosia può diventare odio l’amore, non mai disgusto e stanchezza. Parliamo di pace al combattente nell’ora della tregua, ma all’istante del più duro combattimento, quando tutto l’amor proprio è impegnato a vincere, ogni parola è vana.

Più incauti, ci si misero di mezzo gli amici, e commisero il più grosso errore di psicologia amorosa.

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Carducci era sopratutto ombroso di Panzacchi, che pur avendo abitudini diverse, senza volerlo gli capitava spesso tra i piedi. E il dolce epicureo con quella sua indifferenza alle forti passioni, era appunto per questo più pericoloso. Poi egli dava del tu a Lina, la chiamava familiarmente per nome, e se altri facevan lo stesso è sempre più irritante sentirlo fare e dire da persona, che si conosce. Era pur sempre un’ombra agli inizi del loro amore, e in quell’ombra un misterioro contatto tra Enrico e Lina. In fine, Panzacchi, con le sue arie distratte si lasciava andare a giudizi detti forte sul conto della donna, che non eran giudizi cavallereschi.

Indispettita, Lina prese un giorno tutte le lettere di Panzacchi, che ancora serbava, e le mandò come documenti giustificativi a Giosuè, accompagnandole con una filippica contro l’indiscreto. Tutte? Ma tutte o non tutte, tante a ogni modo da far perdere le staffe al furioso innamorato. Giosuè tolse allo scaffale i libri dell’amico, ne fece un pacco e glieli rimandò. Panzacchi non rimandò a Carducci i libri di lui, gli scrisse invece scusandosi di non poterlo fare perchè non ci sarebbe stato compenso. I libri di lui valendo molto più dei propri, egli preferiva conservarli. Non c’era ironia, perchè Panzacchi era uno di quelli che veramente vedevano l’alta statura di Carducci. Non accade ogni giorno tra contemporanei, ma Panzacchi ben sapeva, e lo andava dicendo, che i versi del rivale erano altra cosa dei suoi, che anzi il rinnovamento della poesia italiana era dovuto «all’opera paziente e coraggiosa, perseverante ed efficace, del Carducci ». Forse c’era soltanto una sottile amarezza, insieme con l’elegante saper vivere del gentiluomo. Non seguì rottura, e la lieve ruggine fu presto cancellata. Panzacchi scrisse per le Nuove Poesie di Carducci due articoli di gran lode.

Altri però, a fin di bene, tornarono all’attacco: bisognava con ogni mezzo allontanar quella donna dal grande amico che pareva invasato. Il buono e bravo Cristiani, confinato dal governo a Lucera, veniva a passar qualche giorno delle sue vacanze vicino al compagno di goliardia: vedeva il disordine familiare, vedeva il patimento della signora Elvira, lo stupore e il cruccio segreto di Beatrice, giovinetta che cresceva tutta nel carattere imperioso del padre. Un altro amico degli ultimi arrivati, ma affezionatissimo, il giovane avvocato Antonio Resta, romagnolo, conosceva altri segreti del suo professore, perchè egli era uomo d’affari e talvolta, sapendolo in angustie, gli aveva ottenuto prestiti dalla banca d’Imola. Anche Gandino e Rocchi ed altri colleghi avrebbero voluto il ritorno del figliol prodigo all’ovile, che sarebbe stato pure il ritorno all’amicizia loro. Pensavano quel che sempre pensano gli amici di buon senso, che il loro Giosuè con quella donna si perdeva. Non vedevano che per quella donna il poeta, e anche un poco l’uomo, si era ritrovato.

Il coraggio di affrontarlo non avendo ne scrissero al Chiarini, essendo questi l’amico più vecchio, più energico, e spesso ascoltato. Chiarini esagerò. Per aprir gli occhi a Giosuè si volse a calunniar la Lina. Volendo egli conoscerla, era andato un giorno a trovarla, di passaggio, a Milano, e non ne portò buona impressione. L’impressione sarebbe stata cattiva, anche se lo avesse accolto la donna cinta di cilicio, perchè egli era mal disposto a giudicarla, e il grande amore che portava a Giosuè e alla famiglia sua gli avrebbero fatto vedere un demonio in ogni angelo. Lina angelo proprio non era, o solo un angelo che ha avuto un po’ di dimestichezza con Satana, come diceva Giosuè.

Assalita dalle accuse e dalle calunnie che invidia e rivalità le scagliavano, dalle lettere che la pregavano o la invitavano o le imponevano di lasciare in pace Carducci, e dalle asprezze stesse dell’amante che più di tutto la ferivano, ella si rivolse proprio al terribile Chiarini, per chieder grazia: e n’ebbe una severa giustizia. Non era più Carolina la donna di tre anni innanzi. Ne aveva solo trenta ma la vita intensa un po’ l’appassiva. Era anche malata della fatale malattia non ancora rivelata. Ritenendo impossibile il ritorno di Giosuè, chiedeva a Chiarini pregasse l’amico suo di serbar di lei memoria, come di «creatura non trista, non crudele, non disumana ». Chiarini fu implacabile, poi scrisse a Giosuè una lettera che gli parve un trionfo. Luglio 1874.

Gli disse che la Lina gli aveva scritto una lettera, una lunga lettera di sette pagine, che voleva esser tragica e aveva fatto ridere come una farsa, e se n’era consolato : ‒ « Sentirai quanto io fossi addolorato del sentirti ancora tra le granfie di quella donna falsa, cattiva, senza cuore, che ti coglionava, che vantavasi di voler ridurre il cantore di Satana a dire il rosario con la corona in mano. Sentirai com’io fossi deliberato ormai di tentar tutto per farti aprir gli occhi, anche a costo che n’andasse rotta la nostra santa amicizia. Io ti dico che son pazzo dalla gioia, che vorrei averti qui per soffocarti co’ miei abbracci, e per celebrare la tua guarigione con un paio di quelle bottiglie della Orlando, buone e schiette quanto è falsa e cattiva colei. Ora se ne muore: e lasciamola morire; le faremo l’esequie: prete sarà il disprezzo, ed acqua santa il vin ».

Bravo e rigido Chiarini, avrebbe proprio voluto riprenderselo tutto il suo Giosuè, egli ch’era geloso di ogni altra amicizia potesse tagliar la strada alla sua, egli che di Giosuè si sentiva ammiratore, consigliere e pedagogo insieme. Bravo e rigido, ma spietato: e ottenne naturalmente l’effetto opposto. Non si augura in nessun caso all’amante la morte della persona amata. Carducci non vide le buone intenzioni perchè non poteva vederle: sentì solo la durezza dell’offesa alla sua donna, e reagì:

« Il tuo giudizio su la Lina si è modificato in questi ultimi giorni o tu hai troppo tardato a rivelarmelo qual veramente era. Ma no, l’hai modificato di recente su lettera da Bologna. Ora io ti dico che quello ti hanno contato Cristiani o Resta sono mere sciocchezze. Non è lecito non è serio non è giusto non è vero non è decente rifare il carattere di una donna su le attestazioni di un terzo e su quattro frasi delle quali non si sa come fossero scritte e a qual proposito e in che occasione e con qual tono, delle quali non si sa come fossero riferite e citate da un mascalzone... Per altro oggi stesso scrivo al Resta che non occorre mi saluti più, al Cristiani che non si presenti a casa mia e non mi scriva prima di aver trovato alle ciance da lui raccolte altre prove... Tutti questi signori, delle noie molte che essi danno a me, e dei piaceri non pochi e del disturbo nessuno che io fo a loro, con l’entrare, non richiesti, non chiamati, negli affetti miei, ne’ segreti miei; quando io non entro mai negli affari e nei segreti di loro e di nessuno, quando io non ho abbassato mai il ponte levatoio delle mie confidenze dalla cima dell’anima mia verso di loro... A te che non vai tra costoro, a te poi dico che la tua lettera è una sciocchezza e una villania indegna di te. Tu ripeti cose da altri inculcate; tu insulti una persona che ti ha rispettato sempre, e ti rispetta e ti dà segno di stima pur volgendosi a te, la insulti mentre si volge a te, mentre piange. È una vigliaccheria. Io ho il diritto di farla piangere quanto voglio, ma non permetto a nessuno di oltraggiarla, che lo sappia io. Perchè ella, sappilo bene, mi ha veramente amato: ella sola mi ha dato quelle poche gioie della vita che si ricordano con gioia eterna; perchè ella sola, se non fossero gl’impedimenti della società, potrebbe compensarmi e confortarmi di tutto ciò che mi offende, mi irrita, mi cruccia, mi opprime. Insultatela pure a coro, amici e conoscenti: ma tutti insieme voi non mi avete dato mai una stilla di quel molto bene che mi ha fatto ella. Voi mi avete reso triste, curioso, orgoglioso, diffidente, falso, egoista: ella, se potessi vivere con lei, mi renderebbe buono e sereno... ».

In tanto calore c’è un po’ d’ingiustizia verso gli amici, con quel rococò del ponte levatoio, come c’è l’onestà dell’uomo schietto. Chiarini rispose risentito ricordando all’amico sconoscente quanto e lui e gli altri e disinteressatamente e sempre gli avean dato. E Carducci dovè riconoscere che il vecchio amico aveva ragione per il passato, pur se aveva torto per il presente.

Poi tutto tornò come prima.

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Più forte di prima.

Seguì quel che doveva seguire. Carducci si riattaccò strettamente alla sua donna, come chi sentesi in colpa e ha bisogno di far perdonare a sè la maldicenza e l’odio degli altri.

Furono i giorni della più delirante ebbrezza. L’innamorato furioso avrebbe calpestato gli affetti suoi più sacri se la poesia, che in ogni smarrimento era pur sempre la sua religione, non lo avesse salvato dai colpi di testa. E la donna gli si abbandonò come una fanciulla.

Gli anni passano. L’ora precipita. Ruit hora:

... O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici;

o care braccia, apritevi.

XXI

L’amore, pur trasportandolo nel clima della poesia, non lo salvava però interamente dalla vita attiva. Era vita a quegli anni più calma e intima, ma non in tutto nè sempre. Com’egli stesso soleva dire, uscendo dalla pura contemplazione dell’arte, Carducci amava al di fuori il contrasto nella vita.

La morte di Giuseppe Mazzini lo percosse forte. 10 marzo 1872: i giorni appunto in cui gli si annunziava la primavera dell’amore, e aveva egli tutta l’anima schiusa a quell’aurora; ma la morte di un uomo tanto amato e venerato, sempre da lontano, lo fece vacillare. Quell’uomo, anzi quell’idea, anzi quella fede, quel dio indigete della patria, era possibile fosse morto tutto? Non n’era persuaso. «Gli eroi come Mazzini, come Dante, non muoiono interamente: da qualche parte dello spazio sereno, essi corrispondono immortali al nostro bisogno, alla nostra foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da essi ad essi ritornano con un’alterna e continua esondazione delle anime nostre verso le rive dell’ideale... Tentò di scrivere un’ode, ma non andò oltre la terza strofe. L’indomani tenne al teatro Comunale un eloquente discorso.

Intanto crescevano anche in Italia i movimenti nuovi. La morte di Mazzini segna pure il principio delle lotte tra capitale e lavoro sotto la bandiera dell’internazionale operaia: e la pura ideale repubblica mazziniana cerca un’attuazion pratica nella repubblica sociale. Carducci seguiva con simpatia quei movimenti che produssero i primi scioperi di Verona e di Torino, e prendeva interesse alle idealità del nuovo partito che specialmente in Romagna si andava formando in piccoli fuochi accesi dalla predicazione del russo Bakounine. ‒ «Gl’Internazionali, se sanno fare, piglieranno piede; e a me po’ poi non pare un gran male. Anzi gli Internazionali a me non fanno che carezze e grandi rispetti, e mi cercano arbitro, e mi voglion bene; e io vo’ bene a loro, perchè, levati due o tre, son bravissima gente ». ‒ Eran giovani, uscivano i più dalla sua scuola, e la Romagna era la terra ch’egli più amava, insieme con la natia Versilia. Andrea Costa, da Imola, uno degli allievi suoi più vivaci e generosi, lascerà la scuola per dedicarsi tutto alla propaganda delle nuove idee, e tra breve lo arresteranno. Carducci andrà a salutarlo e incoraggiarlo in carcere.

Uomo plebeo, come gli avversari per ingiuria lo chiamano e come con orgoglio egli teneva d’essere ‒ « Plebeo? E plebeo sia. Plebeo è un aggettivo storico: io conosco qualche cosa di peggio: volgare». ‒ il suo cuore batteva forte quando si trovava a contatto col popolo, « corrente primaverile di vita, che infondendosi negli altri elementi sociali li disgelerà e li compenetrerà mescolandosi ». Specialmente lo interessavano le questioni agrarie e scolastiche. In mezzo ad operai e contadini egli si trovava bene come tra gli studenti suoi. L’entusiasmo dei lavoratori lo trascinava: e per questo si adoperava all’istituzione di società operaie e scuole serali. L’istruzione del popolo era uno dei principii essenziali su cui non transigeva. Appunto a quegli anni il Belluzzi aveva promosso la Lega per l’istruzione del popolo, che fu in Bologna la prima università popolare italiana: e l’uomo che raro si vedeva in teatri e circoli, era assiduo in quella società, vi parlava volentieri, familiarmente, col cuore; perchè quei giovani che dopo la fatica dell’intera giornata, anziché riposare e cercar distrazione si dedicavano alla fatica dello spirito, per loro nuova, lo commuovevano. Per una premiazione, tenne in quella Lega, l’8 agosto 1873, un altro discorso, paterno:

«Mestieranti, artigiani, ed operai della città; agricoltori, giornalieri, lavoranti della campagna, che frequentate le scuole serali e le festive... io vi saluto e vi ringrazio in nome del popolo e della patria... Operai ed operaie, voi faceste bene. E il vostro premio non è, voi lo sapete, o bravi cuori, in quella poca moneta che vi fu data, non è nel foglio che l’accompagna, e nè meno in questa eletta adunanza di cittadini che vi festeggia: cose coteste che brillano, risuonano e passano. Il vostro premio, nobile, saldo, immancabile, è in voi stessi; nella coscienza, la quale vi dice a ciascuno: ‒ tu hai fatto bene».

A chi temeva pericoli dal diffondersi dell’istruzione nel popolo ‒ fino a questo punto sì, più in là no ‒ rispose: ‒ «Oh dite al sole che illumini soltanto la cima del monte e questo lato piuttosto che quello, e con una determinata forza di luce. Quando sarà l’ora il sole allagherà del suo splendore tutto il monte e la valle; e non vi sarà seno riposto, non zolla, non arboscello, non virgulto, non filo d’erba, non germe, che non frema di fecondità e di concezioni, di vita e di gioia, anche per un solo momento, sotto il riso del divino padre della natura... ». ‒ Non c’è lo spicco di una strofe in queste parole, una visione che diventa lirica, non c’è l’effusione di un cuore ch’è colmo d’amore? Lina sta, come una splendente costellazione, nella serenità del suo pensiero.

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Così andavasi consolidando e definendo nel poeta, tra i trentacinque e i quarantanni, il pensiero politico e sociale.

E si può dire sia stato tutto estraneo l’amore di Lina al suo rinnovato amore della terra? La vita chiusa dello studio, dell’università, del circolo repubblicano e della loggia lo aveva escluso dai sereni aspetti della vita rustica. Lina lo ricondusse anche fisicamente verso i solenni o ridenti paesaggi, verso gli uomini e le opere dei campi, ch’egli ora guardò come sante visioni della natura.

In treno correva su e giù ‒ ora finalmente in seconda ‒ per raggiunger la donna sua nelle città diverse in cui annidavano il loro segreto. Traversò allora gran parte dell’Italia del nord e del centro, non quella soltanto ch’era più bella e lieta, ma quella pure ch’era triste e operosa. Conobbe i giardini e le risaie. Vide la gloria del sole e la mortificazione della malaria. Riprese il contatto con la terra, si riattaccò alle radici della sua razza. E il sentimento della natura traboccò nella sua poesia per le finestre aperte, mentre la vista e l’osservazione dell’abbandono in cui tanto suolo patrio era lasciato, e delle sconsolate condizioni dei lavoratori, diedero all’amore suo della terra motivi non soltanto estetici o sentimentali. Egli sentì l’ammaestramento che viene dai campi, e guardò alla terra come alla pia madre che può donare ancora agli uomini una parola di conforto e di saggezza.

« Chi pensa all’agricoltura in Italia? Oltre un milione di ettari nella penisola è incolto; e, mentre le ben disegnate carte ministeriali attestano la prodigiosa fertilità del nostro territorio sin nelle regioni più neglette e selvagge, non pur la Norvegia, ma la Spagna supera l’Italia nella produzione. I coltivatori o emigrano a migliaia dal terreno per colpa dei proprietari ingrati, o muoiono di pellagra sul grasso suolo che pasce gli ozi ed i vizi di un’aristocrazia disutile, o si fanno briganti su le vaste distese che i proprietari titolari abbandonano al magro pascolo alla malaria e alla febbre... E pure l’avvenire d’Italia è nei solchi e negli aratri: se bene una triste generazione si contenterebbe di contemplarlo sul tappeto verde degli affari d’azzardo».

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Le beghe politiche e municipali non gli davano ora molto da fare. Chiusa col ’60 l’età eroica del Risorgimento, si ebbe sino al 70 l’età del dramma. Al 70 era successa l’età della critica. Prosa non poesia. Critica per amor della critica, e il decadimento del parlamento nel parlamentarismo. Le questioni di destra e di sinistra lo appassionavano sempre, ma quella passione era lenita dal balsamo di più dolci cure. Riteneva sempre i conservatori nemici da combattere e da abbattere, ma la sua faretra non conteneva solo strali avvelenati da che il dio bendato l’ha rifornita di strali d’oro. La grande stima che di lui avevano gli uomini del suo partito e l’amicizia di uomini di cuore e di ingegno, come Alberto Mario, Aurelio Saffi, Agostino Bertani, che egli amava con una sorta di devozione perchè agli occhi suoi perpetuavano nell’età della critica la sacra primavera garibaldina, lo consolava e inorgogliva dandogli equilibrio ai pensieri e tono ai sentimenti.

Alle nuove elezioni comunali era caduto, e passeranno degli anni prima che la cittadinanza lo rimandi a palazzo d’Accursio: vuol dire che poi non ne uscirà più. Bersaglio cittadino è sempre quel fantoccio mestatore ch’è il barone Franco Mistrali, e non gli risparmia sassate. Unisce il suo nome illustre a quello di giovani e ragazzi che fondano un giornaletto umoristico ‒ Il Matto ‒ per far sassaiola con lui. Più lavora per i giornali del suo partito, gratuitamente, aiutandoli anzi come può perchè lo ritiene un dovere di solidarietà e disciplina. E i giornali gli chiedono collaborazione quasi quotidiana, e non c’è giornale nuovo, che sorga con spirito d’opposizione, il quale non sia presentato al pubblico da Carducci. Con la serietà grande che mette in tutte le cose sue anche minime, egli scrive dei programmi, che sono prose d’antologia, ma il pubblico non se ne accorge.

Il barone Franco Mistrali non è però che uno gnomo municipale; e il presidente del Consiglio Depretis è il nefando nemico nazionale.

L’avversione del Carducci al vecchio uomo di Stato è implacabile, non ha tregua di dio, sarà sino all’ultimo istante e sino all’ultimo sangue: in prosa e in rima. Di molte corrive antipatie Carducci potrà e saprà ravvedersi; di questa no, questa gli ha intossicato il sangue, di questa mena vanto. Ci doveva essere alla base una di quelle repugnanze costituzionali, che si dicono idiosincrasie.

Agostino Depretis fu un modesto uomo parlamentare, alla statura dei tempi, ma non tenebroso. Amava a modo suo il paese, cioè senza esaltazione, ma lo amava certo più del proprio seggio. E il suo trasformismo non era poi quella cosa diabolica che avrebbe sovvertito gli ordinamenti del paese e depravato il costume. Voleva essere piuttosto un graduale adattamento delle leggi alle condizioni del paese, e una sorta di distensione di spiriti, fieramente tesi in teoria ma nell’attuazione pratica dei loro programmi conciliantissimi. Sua colpa fu di aver favorito il municipalismo e quasi una sorta di nuovo feudalismo, invece di combatterlo, come deleterio a una nazione non ancora bene cementata, ma è sicuro che i rimedi forti siano sempre i più indicati in organismi in formazione? E l’allargamento del diritto di voto, l’istruzione gratuita, l’alleviamento fiscale, il risanamento del bilancio furono benefizi che non poteva non riconoscere e approvare Carducci. Ma Depretis, onesto uomo, non era però eroico, e Carducci amava gli eroi.

Per questo accettò contro Depretis la sua candidatura a deputato nel collegio di Lugo.

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In questi anni di tregua le sue più rilevanti manifestazioni politiche furon due: questa delle elezioni di Lugo e l’altra per gli arrestati di Villa Ruffi.

A fine di luglio del 1874 s’eran dato convegno a Villa Ruffi, in Romagna, i vecchi uomini dell’Alleanza repubblicana e un manipolo di giovani di fede. Furono arrestati per ordine del governo e tradotti alle carceri di Spoleto. C’erano degli anziani, c’erano dei malati, c’era Saffi. Il trattamento in quelle celle umide, sotto la custodia di carcerieri aguzzini, pare che fosse quasi inumano, e poiché il processo pigliava per le lunghe durò tutto un mese. L’opinione pubblica si sollevò, e i carcerati, che poi saranno assolti, furon fatti uscire dalla rocca di Spoleto, ma con le catene dei criminali e solo per esser trasferiti ad altre carceri non meno carceri delle prime, quelle di Perugia.

Il governo era presieduto dal Minghetti, un uomo, che, pur stimandolo per certe qualità della cultura e dell’educazione politica, Carducci non sapeva amare; e c’era invece tra i carcerati uno degli uomini che Carducci più amava e venerava, « l’uomo che con le virtù dell’anima e dell’ingegno, con la costanza e la temperanza degli austeri propositi, con la dottrina civile, fece onorato agli stranieri il nome italiano». Quello che ci voleva per distrarlo ai diavoli della gelosia, e scrisse aspramente contro Minghetti in un giornale di Roma.

Per le elezioni generali del novembre 76 le sezioni del collegio di Lugo gli offrirono la candidatura a loro rappresentante. Vennero i Lughesi in frotta a invitare il loro « Cardoz » e su le prime egli titubò come accade a tutti gli uomini di altri studi e di altre ambizioni. Ma Lugo era Lugo: posta tra la tomba di Dante e la culla di Vincenzo Monti, era la città che aveva mandato alla Costituente romana Giuseppe Mazzini: ed era la Romagna la terra che mandava alla sua scuola i giovani di più vivo ingegno e di più fermo carattere, il paese che gli aveva stampato i versi della sua rinomanza. Chiese consiglio alla Lina, e la risposta di Lina fu, com’è naturale, un incitamento. Accettò. ‒ «E però accetto. Accetto non foss’altro pel rischio della battaglia ».

Accettò, ma non andò nel collegio per il solito giro di propaganda. Inutile giro, peraltro, essendo il collegio quasi tutto repubblicano, e non ci poteva esser dubbi sul risultato delle elezioni. Elettovi, andò e vi tenne un acceso discorso, in cui mescolò letteratura e politica com’egli sapeva fare, e liricamente inneggiò alla libertà: ‒ « Libertà anzi tutto, l’Italia è assetata di libertà... ». ‒ I Lughesi acclamarono lungamente, orgogliosi del loro deputalo poeta, che recava in parlamento un giovane nome già così luminoso. E alla fine del banchetto: ‒ « All’Italia, dunque, alla immortale alla gloriosa Italia, o elettori, io v’invito a bere!...» ‒ giocondamente si bevve il generoso sangiovese.

In fondo era quello che contava: un’allegra serata in cordial compagnia popolana e un bel discorso. Poiché il regolamento della Camera stabiliva un numero determinato di deputati professori, e quel numero era stato superato, occorse il sorteggio. Furono estratti ed espunti due giovani e illustri nomi dell’università bolognese: Giosuè Carducci e Augusto Murri. Il nome di Carducci fu l’ultimo a uscir dalla bussola. Egli non s’era mosso da Bologna per assistere al gioco della fortuna: ‒ «Non andrò a Roma se non dopo il sorteggio, se questo mi sarà favorevole. Se no, sono rassegnatissimo a starmene. Mi trovo molto bene solo. Mi faccio sempre più orso. Viva Atta Troll!... ». ‒ Andò poi, perchè al sorteggio seguì una discussione, e sopratutto, per gli occhi di una bella giovinetta, fresca sposa a un suo vecchio compagno di scuola. E certo era più dolce andar solo per la via Appia, nei solenni tramonti romani, ripensando alla nuova apparizione, per lei cogliendo un ramicello d’alloro a un’ignota tomba, anziché mescolarsi alla folla faccendiera di Montecitorio.

L’eloquenza parlamentare, ch’è una sottospecie d’eloquenza, non gli sarebbe piaciuta. Magari preferiva il discorso nel comizio o in piazza. Meglio ancora il giornale; e meglio di tutto il libro e la cattedra. Crescendogli il successo nella scuola anche il suo amore alla scuola cresceva. Alle lezioni metodiche di filologia ora inseriva letture di grandi versi. L’aula in cui faceva egli lezione si veniva affollando. Nell’anno scolastico 70-71 aveva avuto due soli allievi, e se ne doleva : ‒ « Vorrei avere un uditorio vivente... » ‒ poi la fama del poeta aveva rivelato ai giovani l’insegnante. Quando nel maggio del 75 parlò del Foscolo tale fu la ressa degli ascoltanti che bisognò passare in una sala più capace; ed egli ne scriveva contento alla Lina : ‒ « Uditorio di gioventù. E credi che dico cose buone assai: lo sento da me. E credo che anche tu saresti contenta del Foscolo vero che io rifò ai miei giovani. E come li dico bene quei versi: a modo mio s’intende. Ma Foscolo li diceva certo come me».

XXII

« Dolce amore, tu mi credi tutto in mezzo ai tumulti politici tonanti di brutte frasi e ribollenti anche di uno zinzino di fango. E vi sono a ore. Ma ora faccio pure dei versi. Odi:

Ecco la verde Sirmio nel lucido lago sorride,

fiore de le penisole...

... Ma io sono fatalmente triste e infelice e consacrato alle furie... ».

Poi di lì a poco: ‒ « È inutile, ho un bel farmi forza: io da natura son disposto ad amare, a voler bene alla gente... ».

È sempre il petto in cui « odio e amor mai non s’addorme» ma ora egli ha preso gusto alle cose belle, ed è disposto ad amarle almeno quanto odia le cose brutte, appunto perchè prima conosceva solo gli orrori, e il mondo gli ha rivelato adesso anche le sue meraviglie. Gli anni, che per Lina trascorrono tanto rapidamente, e i nuovi figli che sopraggiungono ‒ uno ogni due anni ‒ certo appassiscono la bellezza della donna, ma (ma ella acquista dal patimento una più intima grazia. E la mestizia, la malattia, il timore di perdere il suo Giosuè contesole da tanti nemici, han rinforzato con l’amor proprio il suo amore, ai vezzi nativi aggiungendo una nuova civetteria: ‒ «La sventura cresce lume alla bellezza e la donna è perfetta quando ha pianto ». ‒ Solo, più tardi, per Melisenda contessa di Tripoli, o anche nel ricordo, per Lina?

Al desiderio di lei Giosuè aggiunge una volontà di protezione e difesa, alla gratitudine per quel che la donna gli ha dato unisce il rimorso di quel che la donna a cagion sua ha sofferto. Comincia l’amore-tenerezza che durerà più anni, sino alla morte della donna. Ora egli si adagia in un dolce sentimento che oltre i piaceri dell’amore gli procura la felicità della poesia: e dopo il temporale estivo del 74 ritorna nel suo spirito una più feconda e luminosa serenità.

Giosuè vede la sua Lina sempre con gli occhi del primo incontro: e per lui questa madre di molti figli nulla ha perduto della beltà adolescente. Per ricrearsi l’illusione, se talvolta vacilla e si oscura, le chiede dei ritrattini del tempo passato, col pretesto di farle degl’ingrandimenti, e se li rimira, e ci s’incanta: ‒ Com’era bella la Lina nelle pure e floride forme dei suoi diciott’anni... Oh perchè non l’ha conosciuta a quel tempo? perchè i loro destini che tanto adesso si sono intrecciati, non s’incontrarono prima?... ‒ Quando l’innamorato è ancora al calor bianco avverte bensì l’opera crudele del tempo nella beltà della sua donna, ma ne prova un accoramento che non è tristezza, che lo intenerisce di rimpianti, che talvolta gli rianima il desiderio, perchè nella donna ch’è adesso egli ama pure la donna che fu, e all’imagine presente sovrappone l’imagine trascorsa.

Ma col rinnovato desiderio anche la punta della gelosia si fa più viva: ‒ « 8 giugno 1875: ‒ Ti amo molto. Ma tutto insieme amo più quell’altra. Ella, la povera e cara e divina imagine, non mi ha fatto penar tanto... Ride soavemente chi sa a qual suo dolce e ignoto amore. Chi sa che forse non anche a me ? chi m’impedisce d’imaginarmelo? E par che mi guardi e mi dica consolando: ‒ Non vedi, diletto mio, come son bella? A che ti sei affannato tanto, povero amico, dietro i tuoi penosi ideali? Nella mia breve fronte è qualche cosa di più sereno, di più felice, di più vivo che non l’eliso; e Omero è nei miei occhi. Gittamiti ai piedi e io l’inonderò dello splendore della felicità. Pur ch’io faccia un cenno del mio capo e un sorriso de’ miei occhi, e tu sarai beato. ‒ Ma quell’altra, quell’altra non mi ha guardato, non mi ha riso, non mi ha mai parlato così, salvo una o due o tre volte, e poi, e poi, e poi... ». È già più poesia che passione.

Certo egli è sempre inquieto, essendo l’inquietudine nella sua natura semplice all’apparenza, ma dentro assai complicata: ‒ «Sono sempre uno sciagurato sognatore malcontento ». ‒ Seguono spesso rabbuffi e scatti e urti, che denunziano un disagio non prodotto solo dalla gelosia: e a un giovane fido allievo egli confida talvolta il suo disagio, Ugo Brilli; ma non riesce a liberarsene. Per placare gli spiriti irosi butta giù le strofe del-l’Intermezzo, e « ogni strofa è uno schiaffo a qualche cosa » cattiva letteratura e cattiva politica. Le due prose polemiche contro gl’incauti idolatri del Manzoni e contro gl’inetti critici suoi han messo a rumore il pollaio letterario. Se ne compiace. Quella è la sua strada in prosa, come in versi si sta cercando con la metrica greca e latina, traverso lo studio della lirica tedesca, la nuova strada tutta sua: la strada che a vent’anni lo studente di Pisa avea traveduta. Un altro esempio di prosa calda e vibrante come quella non c’era in Italia. Sa di possedere un’arma lucentissima, da servirsene come voglia e quando voglia. Non rimane che cercarsi un nemico, ma nemici ce ne son tanti...

Tutto sommato, però, se non ci fossero sarebbe meglio. Come sarebbe più abitabile il mondo se non esistessero ministri che non sanno governare, pensatori che non sanno pensare, versaioli che ignorano il numero dei versi, finanzieri che sanno solo rubare, giudici che condannano al carcere giovinetti colpevoli solo di fede e d’entusiasmo, giornalisti che praticano solo l’arte del ricatto e della cortigianeria, scrittorelli che arricchiscono con la retorica delle false lacrime, conferenzieri che rompon le tasche al prossimo, ecc., ecc. E come sarebbe più lieta e serena e infiorata la vita degli uomini, se non ci fosse che amore!...

Andò a Perugia nel luglio del ’77 per una commissione d’esame, e ci tornò nell’ottobre per gli esami di riparazione. Gli si presentò l’Alice Bonacci Brunamonti, una poetessa ch’egli non amava, ma che era bene una donna. Visitò Assisi e la Porziuncola, l’ipogeo etrusco e il giardino di Arcadia. Dall’alto della Rocca Paolina, e dal poggiolo aperto nell’abside di San Pietro, contemplò il divino paese umbro che dai lontani monti del-l’Apennino, bianchi di neve, dolcemente digrada in molli curve di colli nell’ampia pacifica operosa pianura toscana. Scrisse con la matita a grandi lettere la sua firma su la parete della loggetta, e i buoni frati isolaron poi con una pennellata di calcina il nome illustre del poeta satanico dal vespaio d’ignoti nomi, ponendolo sotto vetro come una sacra reliquia. Il funerale notturno di un amico dotto archeologo, sotto la luna, al lume fumante delle torce, gli fece un tale effetto dentro « come se fosse bene, come se fosse dolce disparire così ».

Allora gli ruppe dal cuore il Canto dell’amore. Proprio dal cuore, come dodici anni innanzi l’inno a Satana :

Salute, o genti. umane affaticate,

tutto trapassa e nulla può morir:

noi troppo odiammo e sofferimmo: amate,

il mondo è bello e santo è l’avvenir...

E lo mandò sùbito alla sua donna: ‒ «Ti mando il Canto dell’amore, panteistico e sociale. Fammi il piacere di scrivermene la impressione tua, ma tua soltanto. Non farlo vedere ad altri ».

Ora mandava a Lina tutti i versi suoi, via via gli venivan fatti, ancora in abbozzo. Le prime Odi barbare, già annunziate dalle Primavere elleniche, le odi in metro saffico, alcaico, asclepiadeo, senza rime, le scrive per lei. La donna che ha tirato fuori dalla ruvida scorza l’uomo nuovo ha pur rinnovato l’arte sua. L’amor vero divino è in questo, che ci dà il sentimento di esser divenuti, quasi per miracolo, diversi da tutti, partecipi del cielo in terra. Carducci volle esser poeta diverso da ogni altro ch’era nato in Italia prima di lui. Nella nuova forma non poteva essere lo spirito della vecchia poesia: e questo delle odi sue nuove è spirito tutto greco avvolto in veste italiana.

Scritte per Lina, andavano di diritto a Lina: a Chiarini poi, qualche volta. Un’altra volta che d’improvviso con un telegramma notturno era ella venuta a donargli in Bologna un’ora di felicità, riaccompagnandola poi alla stazione nel mattino di novembre freddo e nebbioso che con la sua nebbia e col suo freddo accresceva la tristezza del distacco, egli pensò l’ode alla Stazione ferroviaria, che però scrisse alcuni mesi più tardi. Dal convegno ch’ebbe a Brescia con la donna dopo l’amore, nel ricordo dell’amore nacque l’ode alla Vittoria di Brescia, che all’autore piaceva più di altre sue: ‒ «La Vittoria, vedi, è senza dubbio la cosa più perfetta che io abbia scritto. Lì non ci son frasi, per santo Apollo, nè pastiglie; lì è tutta lirica, tutta, d’un colpo, senza intarsiature. E il metro è divino... » ‒ Dispettoso, perchè a quei giorni Lina leggeva de Amicis.

Le manda alle Fonti del Clitumno, le manda il Preludio, le manda la Canzone di Legnano in frammenti. Le dice come deve leggere questi versi insoliti e gliene promette ancora, perchè si sente nel miglior vigore del suo ingegno e della sua facoltà, e quasi lo spaventa la copia e la rapidità dei pensieri che gli fluttuano per la mente: e Lina li legge «con la sua voce morbida e melodiosa come una canzone del Petrarca ». Glieli manda appena iniziati, e se a Lina non piacciono non seguiterà. Lina è la sua lettrice e la sua consigliera. Giosuè si affida egualmente alla sua voce e al suo giudizio: e per questo ora i convegni se meno ardenti di prima sono però più cordiali e suasivi. Lina è l’amante di un giorno o di una settimana tra pause lunghe di attese e di ricordi; ma sarebbe più cara se fosse la compagna di sempre. Leggono insieme l’Ariosto. Traducono insieme dal tedesco l’Ifigenia in Tauride e le Elegie romane; ma Lina non ama la poesia tedesca. E non amerebbe neanche la francese se Giosuè non le avesse rivelato Andrea Chénier. Quando viaggia Giosuè pensa sempre a lei e le manda le sue impressioni. Le fa il resoconto dei discorsi che ha tenuto e delle feste che gli han fatto ad Arquà, per il monumento al Petrarca, e a Certaldo per il monumento al Boccaccio. Le chiede notizie della topografia del Resegone: per via di quel sole che nella Canzone di Legnano dovrebbe dietro quel monte calare, ma non cala ed egli ve lo lascia calar lo stesso. Non vuol che accada fatto minimo nella sua giornata senza dargliene notizia; e le chiede consiglio su proposte che ministri o editori gli fanno. Lina lo ricambia con eguali confidenze: attacca lunghe cicalate maliziose, ride del matrimonio dell’amica Torriani con Torelli Viollier « saetta giudizi su uomini e cose con acutezza implacabile »: e la loro vita, sempre staccata, comunica ormai per più vie. Un giorno, Lina, quando vive più di ricordi che di speranze, va in Maremma, a visitare i luoghi del suo poeta, e Giosuè l’accompagna con quella struggente nostalgia che gli fa scrivere allora le ultime strofe dell’ode Davanti San Guido.

Si confidano persino i sogni. Una volta Carducci ne ha fatto uno orribile: ‒ « Hai da sapere che la notte di Natale me ne tornai a casa alle ore 8 e mezzo, e mi misi a studiare: mi misi a studiare Herder Stimmen der Volker; e così stetti sino all’una e mezzo. Me ne andai a letto con un gran freddo, e il freddo m’impediva di dormire, pur alla fine mi addormentai. E sognai di te. Eri (i fati sperdan l’augurio) impazzata. E mi perseguitavi. Ma eri una pazza stupendamente bella: «di greca man bellissima baccante ». E per ciò io mi rivolsi a te. Ed ero per raggiungerti: solo una porta ci divideva: passo per questa porta: quand’ecco la porta si ristringe, e mi serra tra i suoi due angoli ravvicinati, tanto che non avanza fuori se non il capo; e così ti vedo fuggire e ti chiamo invano. Mi svegliai con un urlo perchè avevo veramente sofferto di quella strignitura tra due muri. Ma le dolenti imagini si portin gli euri in mare. Diciam parole prospere, come spesso ripeti tu, se bene poi anche tu troppo spesso dici parole e cose e pensieri molto malinconici... ».

¯

Nel ’75 il colonnello Piva fu trasferito a Verona, e vi restò un paio d’anni, poi passò a Rovigo. La moglie lo seguiva.

A Verona viveva agiatamente e scriveva versi Vittorio Betteloni, poeta figlio di poeta. La Lina divenne sùbito amica del Betteloni, e le male voci che seguivan sempre questa donna, già nota per sè e fatta notissima dall’amor suo al Carducci, mormorarono che l’amicizia col Betteloni sconfinasse verso altre plaghe. Certo non era facile porre un termine divisorio ai sentimenti di una creatura così sensibile e agitata. Ma esistono termini divisori di sentimenti fuori che in teoria? Certo la Lina che aveva il dono della simpatia pronta e calda divenne come una persona di casa in casa Betteloni. Era difficile sfuggire ai modi affabili e amabili della signora Lina, a quel suo fare signorile e aperto, alla malinconia che la faceva più bella. O la si adorava o la si insidiava. O la si adulava o la si insultava. Indifferenti, dopo averla conosciuta, non si poteva restare. E di sè agli amici la signora Lina, prodiga, dava tutto quanto poteva. Se di sè non poteva dar nulla, chiedeva soccorso a chi poteva dargliene. A Vittorio Betteloni donò l’amicizia, la stima, e poi una prefazione di Giosuè Carducci, che non era dono di tutti i giorni e per tutti.

Carducci andò sùbito a trovar la Lina a Verona, poi tornò più volte. Oltre la cara donna che lo aspettava, bei luoghi da visitare tra le prealpi e il lago, giovani amici che lo ammiravano e se lo contendevano, ottimo vino. I giornalisti e i professori erano persino ingombranti con le loro attenzioni, e appena giunto già l’Arena ne dava l’annunzio indicando l’albergo dove alloggiava la Riva San Lorenzo o la Colomba d’oro ‒ il nuovo astro della poesia italiana. Nè poteva egli ripartire senza che un corteo lo accompagnasse alla stazione, per bere magari l’ultimo bicchiere e fare l’ultimo brindisi. La Lina presentò a Giosuè il Betteloni, che ardeva di conoscere il grande poeta, e Carducci volle sùbito bene a questo giovane entusiasta e sempliciotto, ammiratore suo e della Lina. I versi del figlio di Cesare Betteloni, freschi, dimessi e non volgari, gli piacquero perchè piacciono talvolta anche ai grandi scalatori i suburbani sentieri tra i piccoli orti. Promise che li avrebbe raccomandati a Zanichelli: e Betteloni fu un uomo felice.

Serene sere nella patriarcale casa veronese, in vista del fiume e dei colli, dove intorno ai calici del valpolicella si raccoglievano devoti discepoli ad ascoltare il verbo del maestro, che nelle ore di vena era sempre arguto e lanciava su persone e su cose quei motti suoi che abbagliavano: ora aveva imparato anche a ridere a petto pieno e a gola larga. E più beati pomeriggi lungo le rive del Benaco, solo con la Lina, a scordare il rumore degli uomini all’ombra dei taciti olivi dolcemente inclinati su quei ruderi di terme romane che la negra edera veste e il popolo chiama le grotte di Catullo.

Per amor di quel lago, e di quel vino, e della poesia che gli suggerivano il lago e il vino, a Verona egli tornò anche quando la Lina se n’era andata. La signora Silvia Betteloni non era colta nè vivace donna come la Piva, ma aveva una sua freschezza provinciale e casalinga che ne facevano un’amabile compagnia. Poi venne a Verona anche un’altra signora. Lina si allontanava sempre più: dopo Rovigo il marito la condusse a Foggia e a Chieti. E non era solo lontananza di spazio. Al calor bianco segue presto la cenere: se non che caduta la grande fiamma quella cenere pur serve a custodir viva la brace e a serbarla lungamente.

Lina aveva ormai sei figli, ed era sempre più malata, e uno di quei parti le avea straziato le viscere. Il padre suo era morto, ed oltre che un lutto quella morte era stata anche un danno alla modesta economia della sua casa: poi le morì un bambino. Giosuè scrisse alla memoria del bambino un’elegia. ‒ Diciam parole prospere... Lina lo dice ancora, è il suo ritornello, lo dice per far piacere, un ultimo piacere, a Giosuè, e forse perchè ne senta rimprovero e rimorso. Dicendolo le labbra hanno una contrazione di ironia, ed ella vuol sentire su le labbra l’amarezza di quell’ironia, ma Giosuè forse non si accorge del rimprovero, non sente più il rimorso.

Allora la donna riversa l’amarezza sua nelle lettere. Al tempo della più assillante sorveglianza della signora Elvira, gliene aveva scritte anche in francese; ora nel rimprovero son tutte italiane. Alla primavera del 76 Carducci è mandato commissario governativo nei licei delle Marche, e Lina gli sconsiglia l’incarico che non le par degno di lui, ma solo perchè ella intuisce per quelle vie l’incontro di una donna. Era stato Carducci uomo geloso: ora la gelosia, sentimento alterno, passa dall’altra parte, e le amare lettere di Lina diventano amarissime e doloranti: ‒ « Perchè vivere e morire dieci volte in un giorno, perchè questo bel sole di settembre, perchè tanto ardore di desiderii e melanconie di memorie? perchè finalmente dare cinque franchi al portalettere perchè vi porti una lettera come quella?..» ‒ Vuol riderne, ma senz’anima, e deride: ‒ «So che la signora R. ti ha scritto: so anzi di più, che il signor P. ha riveduto la grammatica e l’ortografia: non intendo perchè tu faccia penar le risposte. Sei proprio sempre nella luna di miele e en train di fabbricare maschietti?... » ‒ Con gli amici piange più sommessamente, e da quelle lontane città meridionali scrive all’amico Carraroli di Rovigo, un caro professore che spesso aveva fatto il paravento ai loro segreti convegni, affinchè gli mandi il volume delle Nuove Poesie di Giosuè, che ella ha dimenticato lassù, « ricordo carissimo di tempi che non torneranno ».

Ma non c’è tempo che passato non ritorni, se non con lo stesso spirito, in un tempo nuovo. Giosuè è in un groviglio d’inquietudini, e non sa districarsene. La tristezza dell’amante ora lo affligge, ma non lo innamora più; anzi quella tristezza, più della infermità fisica, è malattia che gli uccide l’amore. Egli ora ha solo pietà di Lina: e se la pietà all’inizio è viatico, dentro l’amore ne precipita il dissolvimento. Questo lo cruccia più della pena che la Lina ne soffre. E Lina sa che un amore decisamente non cade se non quando è sorto un altro amore :

‒ Ti conosco, amico mio, tu insegui altre fantasie. Fantasie che vestono panni e calzano scarpette.

‒ Ma smettila! Ti pare che io abbia proprio l’animo a civettare?... Pensa tu piuttosto a esser buona e savia, se puoi...

Tra qualche anno, quando leggerà per la prima volta l’Adolfo di Beniamino Constant, annoterà nel suo diario: ‒ «Riconosco in più parti parecchi difetti e torti miei. »

Ora divaga: ‒ «Vorrei avere del Foscolo che ammiro e i cui vestigi da lungi adoro, quella proprietà e virtù tutta sua, per la quale, quando era disperato in amore e ortizzava, pure trovava subito un rimedio e uno scambio e una medicina. Ma, prima di tutto, ormai ho passato i quaranta: e poi il Foscolo era di pelo rosso, e io son di pelo nero; cioè mi fisso nelle idee e negli affetti più che egli non facesse. Egli ardeva più al di fuori, io al di dentro... Io sono un po’ più don Chisciotte di lui. Oh se sono don Chisciotte! e come e quanto! E il peggio è che me ne accorgo e non so guarire... » ‒ o smania: ‒ « Il vuoto mi circonda fuori e dentro e io mi vi perdo... Ahimè che resterà tra poco di me in me ancor vivo?... » ‒ o fa l’eremita, come quando, trovandosi in Umbria, vorrebbe rintanarsi, povero lupo, in una di quelle spelonche e dimenticare l’amore: «l’amore mondano che mi ha fatto tanto male alla testa e al cuore... »

Quando si smania e divaga a cotesto modo il nostro cuore è un povero uccello a cui abbiano strappato le penne timoniere, e sbandato e barcollante se ne vada in cerca di un appoggio che non trova, nè vuol posarsi al suolo da cui non potrà poi spiccarsi. E certo Giosuè ora vede in Lina quel che prima non aveva voluto vedere. Si capisce che dopo sei o sette anni vengan fuori difetti errori e peccati che le rosse tinte dell’amore nascondevano: vengon fuori sopratutto quando li rivela il raggio luminoso di un altro amore. I torti che la donna gli ha fatti e che egli non ha mai creduti, ora ne prova dispetto non contro lei, malata e debole, donna infine, ma contro se stesso. Le pene che non soffrì allora, perchè lo facevano piangere e il pianto era dolce, lo fan soffrire adesso che non sa piangere più, lo deludono, lo umiliano.

Mandandole un capitolo dell’Intermezzo: ‒ «Mia dolce amica, ecco uno sfogo. Ora mi pare di star meglio. Domani farò un altro capitolo. E spero che starò benissimo. Addio di cuore. Lasciami ora ad accapigliarmi con i miei diavoli. A dopo, l’amore.» ‒ Lina non si rassegna, ed egli insiste : ‒ « Non posso assolutamente scrivere alle persone per bene, perchè il pensiero mio non assorbe che rospi e altri rettili, come certe trombe di nuvole nelle paludi. Lasciatemi passare questa malattia. Non scrivetemi altro fin che vi scrivo io... » ‒ Quando si parla di diavoli, di rospi e di rettili, si va proprio in cerca di un alibi. E le dà del voi.

L’alibi tuttavia per il momento è puramente letterario. L’Intermezzo è davvero una delle poesie che più lo divertono, scrivendole. È una strigliata a tutta la letteratura italiana, con quella sua striglia aguzza di versi lunghi e brevi a rime alterne, che s’è congegnata in modo così perfetto. Nella lirica dei sonetti e delle odi per Lina aveva trovato al suo cuore l’equilibrio tra l’amore e la poesia: in questa satira non occorre amore, e l’equilibrio in lui non c’è più.

Oltre l’Intermezzo, le Odi Barbare. Ne ha pubblicato più d’una in riviste e giornali letterari, ma solo in primavera del 77 pensa a raccoglierle in volume. Ha saputo attendere cinque anni dalla prima alcaica: e l’attesa del pubblico eccitata di volta in volta s’è fatta impaziente. Il volume è pronto ma non è pronto l’autore, che è preso da un’ultima incontentabilità su le bozze: per questo Zanichelli manda innanzi i Postuma di Lorenzo Stecchetti. Trovandosi per esami a Massa egli scrive la nota dichiarativa del titolo, e il libretto ‒ sono poche pagine ‒ esce finalmente nel colmo dell’estate.

Si forma intorno come un alone di stupore, poi il successo nei giornali e nei ritrovi artistici diventa fragoroso.

Il vecchio Mamiani sente l’orgoglio di aver preveduto nel giovane professore il grande poeta.

Il vecchio Mamiani resterà nella storia quasi solo per questo.

XXIII

Con le Odi Barbare la posizione di Giosuè Carducci nell’opinione pubblica del momento e poi nella storia letteraria del secolo è stabilita in modo definitivo: egli è il primo poeta d’Italia: si può dire sia anche il solo, tanto si lascia a distanza gli altri tutti.

Dall’Ongaro, Aleardi, Zanella, Prati, che andavano innanzi a lui, sono stati a uno a uno raggiunti dall’ultimo partito, e superati. Alcuno gli ha messo accanto Zendrini, ma è stato accostamento appena polemico, tante son la distanza e la differenza che intercorrono tra i due quasi coetanei. Giovanni Prati, il poeta cesareo, ha resistito più di tutti, almeno nella stima sua e di molti, ma egli pure alla fine ha dovuto cedere. Appunto uno di questi giorni, i due antagonisti, il vecchio e il giovane, s’incontrano in un caffè di Roma. Domenico Gnoli, amico d’entrambi, presenta Giosuè al Prati che siede a un tavolino in disparte, leggendo un giornale e tentando tirar fumo da un lungo sigaro spento. Prati, gioviale ed esuberante, ma stanco ormai, fa larghe accoglienze al giovane successore:

‒ Davvero, questi è il professor Carducci?... Oh, come son contento di conoscervi... Ma bravo, ma bravo... Sedete qui accanto a me. Sapete che sotto alcuna poesia vostra volentieri io metterei il mio nome?

Non era gran lode, ma Carducci, come ogni uomo di alto ingegno, serbava a quarant’anni il rispetto del giovane per i vecchi che onestamente han lavorato.

Alla lode del vecchio maestro, faceva coro l’entusiasmo concorde dei giovani. Il volume del Guerrini, facile e lieve e orecchiabile, aveva avuto più rapida diffusione ‒ sette edizioni in due o tre anni ‒ e non c’era giovinetto collegiale che non ne ripetesse a memoria un sonetto; ma le Odi Barbare, più lente a muoversi perchè in una sfera superiore, sovrastavano tutta la generazione poetica del tempo. L’opinione pubblica li mise insieme, fece dei due poeti e delle due poesie, così diverse e distanti, un unico avvenimento letterario, in questo disorientata da una campagna critica che mosse senza discernimento, specie da Milano e da Firenze, contro la roccaforte di Bologna, la quale una roccaforte era solo perchè i due poeti vivevano insieme entro le sue mura, professore all’università l’uno, impiegato alla biblioteca universitaria l’altro, e i due volumi erano usciti contemporaneamente, nello stesso formato, dall’editore medesimo, Zanichelli.

Scatenata la battaglia, i due poeti fecero alleanza e unirono le forze loro per muovere di conserva al contrattacco. Cioè, Carducci, che pure esteticamente combatteva agli estremi avamposti di un altro campo: ‒ «Ritorniamo all’arte pura, ai Greci e ai Latini. Come son ridicoli cotesti realisti italiani!» ‒ ma gradiva il verseggiar garbato e svelto del giovane amico e ne stimava ingegno e carattere, mise a difesa di lui l’autorità sua e la cultura e la formidabile prosa dialettica; Olindo Guerrini e molti altri giovani bolognesi, studenti o appena usciti dall’università, si strinsero intorno al Carducci e lo sostennero e lo levarono su gli scudi, divennero tutt’insieme i paladini e gli araldi del nuovo grande poeta italiano, che per loro fortuna e vanto aveva sua casa in Bologna. Si creò in tal modo la fama di una guardia del corpo assoldata intorno a Giosuè Carducci, di una Scuola bolognese che non esisteva fuor del rinnovamento di un antico nome glorioso, e dell’ammirazione che un manipolo di giovani, diversi d’ingegno, di attitudini e di abitudini, professavano a chi dava all’Italia una poesia nuova.

Tuttavia, scuola o non scuola, battagliarono allegramente, e poiché avevano sangue fresco e brio ed estro e spirito, nei giornali, nelle riviste e in nuovi volumi mossero a sterminio contro tutti i nemici di Giosuè, ch’eran sempre molti, che non saranno mai pochi, che con i modi suoi sdegnosi egli accresce e invelenisce. Ai giovani sopraggiunti si unirono i vecchi amici della prima e della seconda ora: Chiarini mandò innanzi una lunga prosa polemica alla ristampa delle Odi Barbare; Panzacchi prepose un saggio critico alla nuova edizione delle Nuove Poesie. Carducci regalò una recensione in grande stile al nuovo volume dello Stecchetti.

L’apogeo dunque. Sul termine raggiunto combattendo si può piantare la bandiera garibaldina. Due anni dopo l’uscita delle Odi Barbare, Carducci sposa la figliola Beatrice, ventenne, al professor Bevilacqua, un giovane lucchese che insegna matematica nel liceo di Arezzo, ed è poi trasferito a Livorno. Glielo aveva presentato il vecchio Cristiani, che lo ebbe collega a Lucera, ed egli aveva preso subito ad amare quel giovane bello e forte e colto. Matrimonio modesto, della figlia di un insegnante con un insegnante, com’è nel clima spirituale di casa Carducci, creato dai molti libri, dai vecchi mobili di cattivo gusto, dall’operosità della signora Elvira appena aiutata da una serva, dalle rade visite di professori e delle loro consorti. Ma tutta l’arte e la cultura italiana convengono a Bologna, in un albo autografo, per salutar le nozze della figlia del poeta. 20 settembre: la data a lui più cara; ed egli ha la mania delle coincidenze. Anche le altre figliole si sposeranno il 20 settembre.

Non sta più in via Broccaindosso la casa Carducci, entro quelle tetre pareti che l’aduggiavano, perchè dal 76 è passata in via Mazzini, nel grande e rosso palazzo del chirurgo Rizzoli, dall’alto portico; ma all’ultimo piando su una scala stretta e ripida di un centinaio di gradini: casa più larga e agiata dell’altra, però sempre un po’ scalcinata perchè il ricco chirurgo Rizzoli, benefico uomo, i soldi che dispensa in beneficenza risparmia nel restauro del suo palazzo. Appunto Beatrice è stata in quell’occasione del trasloco il suo braccio destro; perchè avendo egli dovuto a quei giorni allontanarsi da Bologna, aiutata dal bidello dell’università la figliola ha tirato i libri dagli scaffali, li ha catalogati, li ha composti nelle casse, li ha rimessi negli scaffali.

Ed ora che se ne va Beatrice, pure se ne va la più cara sembianza, l’amica fedele del padre, colei che nella casa diffonde lo spirito suo serrato in biblioteca. Ma è necessario: « così si tramandano le fiaccole della vita e gli affetti continuando rinnovansi » :

Colli toscani e voi pacifiche selve d’olivi,

a le cui ombre chete stetti in pensier d’amore,

tosca vendemmia, e tu da’ grappi vermigli spumanti

in faccia al sole tra giocondi strepiti,

sole de’ giovini anni; ridete a la dolce fanciulla

che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;

voi le ridete, e quella che sempre negaronmi i fati

pace d’affetti datele ne l’anima..,

¯

Poiché egli era dunque, morto Alessandro Manzoni, l’ingegno più alto d’Italia, poteva il governo lasciarlo perpetuamente all’opposizione? poteva la monarchia, in cerca di una popolarità non ancora ottenuta, non tentare il poeta della democrazia?

Inaugurandosi a Ravenna il monumento a Carlo Farini, ai primi di giugno del 1878, egli vi andò come rappresentante della Deputazione storica romagnola dal Farini instituita. Rivide tra le autorità venute da Roma in gran numero vecchi amici, vide amici nuovi che molto lo stimavano e volevan conoscerlo. Fu, tra quelle autorità politiche, l’uomo più in vista e più guardato. Benedetto Cairoli, gli onorevoli Baccarini e Zanardelli, se lo presero in mezzo, e in tre tentarono con ogni argomento persuaderlo ad accettare la croce di Savoia al merito civile. Cairoli cercò la via del vecchio sentimento garibaldino. Zanardelli più sottile e insinuante lo punse sul debole del poeta e dell’uomo, narrandogli come la regina Margherita, donna di penetrante ingegno e di squisita cultura, ricevendolo dianzi in udienza lo avesse salutato, lui bresciano, recitandogli l’ode carducciana alla Vittoria di Brescia ‒ l’ode appunto che l’autore prediligeva ‒ e alla fine della poesia avesse esclamato: ‒ Ah sì il Carducci è davvero il primo dei nostri poeti viventi.

Conchiusione di tutti e tre: ‒ Insomma la regina vorrebbe che voi aveste la croce del merito civile.

Esattamente dieci anni innanzi altri tre uomini politici gli tenevano un discorso diverso.

‒ Pensateci su, ‒ rispose Carducci ‒ e vedrete che sì per me sì per voi il meglio è non farne nulla.

Poi sé ne andò alla tomba di Dante, per farla vedere a Beatrice, che aveva condotta con sè.

Quelli ci ripensarono, e di lì a un mese gli mandarono il decreto di nomina con gli statuti dell’ordine. In quegli statuti era fermato l’obbligo di giurare fedeltà al re e ai successori ponendo, inginocchiato, la mano destra su gli evangeli, tra due testimoni, dinanzi al ministro dell’interno, che ha da firmare il verbale del giuramento. Troppo teatro: Carducci rinunziò. Alla croce era annessa una prebenda: rinunziò anche per questo.

Trascorsi solo tre mesi, ai primi di novembre, i Reali d’Italia, da poco saliti al trono alla morte di Vittorio Emanuele, facendo il giro della Penisola, vennero a Bologna. Alla visita di ossequio furono invitati i professori dell’università, e il magnifico rettore, senator Magni, ne parlò anche al repubblicano Carducci. Non si poteva decentemente rifiutare, Carducci non rifiutò: il non avere accettato la croce al merito gli dava diritto di obbedire al desiderio della regina senza parer servile. Ed eran trascorsi cinque anni ormai dai viaggi del re Vittorio a Berlino e a Vienna, quasi a cercarvi appoggi e grazie contro le ostilità del clericalismo francese: visite non ricambiate o mal ricambiate, che avean disgustato Carducci, e certo erano state un’inutile umiliazione.

La sera Carducci si mescolò nella folla che faceva ressa in piazza San Petronio, per vedere e acclamare i Reali apparsi al verone del palazzo, si smarrì tutto solo tra i popolani entusiasti, dietro una sua fantasia che dal cuore gli sorgeva a cingere in un’aureola la bianca visione della Regina sorridente dall’alto su quel fluttuante rumore di popolo. E l’indomani andò ad inchinarla in palazzo.

Raccontò per filo e per segno la grande giornata alla sua amica:

«Ecco la mia giornata d’oggi. Abito, gilet, cravatta, guanti... irreprochable.

« Se non che nell’anticamera mi accorgo che uno de’ bottoni della camicia non stava più al posto. Mi adopro a rimetterlo; e per ciò traggo un guanto. Inutile. Nè rimetto il bottone nè posso riabbottonare il guanto. Non sono più irreprochable. Ed ero così bello! Intanto Magni mi dice ‒ Bada che la regina parla con tutti di te, e ti vuole in tutti i modi vedere. Bisogna che ti presenti anche a lei. ‒ S’entra. C’erano il re e la regina. Io ero degli ultimi. Intanto il re parlava con Magni e con altri. Il Capellini s’intromette tra i professori e la regina. Viene la mia volta. ‒ Sono tanto lieta di conoscerla personalmente. Ma del resto è un pezzo che la conosco. Io sono una delle sue più ardenti ammiratrici. ‒ Chinò la testa. ‒ Conoscevo le Nuove Poesie: ma le Odi Barbare! Sono molto difficili, ma io le so a mente, sa! ‒ So, con mio gran piacere, quest’alto onore che il gusto di V. M. mi ha fatto (stupida risposta, ma proprio non m’è venuto di meglio.) ‒ Ella ha trovato una forma nuova e splendidissima per una poesia profonda. ‒ Altro inchino, ma non ricordo più che cosa ho risposto, certo qualche altra stupidaggine. Meglio mi son trovato col re. Bada che ti riferisco le parole precise. ‒ Son ben lieto di stringerle la mano e di fare la sua conoscenza personale. ‒ E qui una grande stretta di mano. ‒ Da quanto tempo insegna Ella? ‒ Dal 1860, Sire. ‒ Ed è ancor così giovane, e così giovane Ella ha fatto tanto onore all’arte e al nostro paese! ‒ Chino la testa. ‒ Senza scherzo, sa? Qualunque possa essere la diversità delle nostre opinioni politiche, io ammiro in Lei l’ingegno che onora la patria. ‒ Io chino la testa. ‒ Non ci siamo mai veduti, e pure direi che la sua fisionomia non mi è nuova. E le ripeto che sono ben contento di esprimerle a parole e in presenza la mia ammirazione. ‒ Sire, io mi sento profondamente onorato della stima che mi dimostra la M. V. e di significarle il sentimento di ammirazione e di speranza col quale riguardo gli alti e civili principii del regno di V. M. ‒ Non ho fatto nulla: se Ella dice dei miei intendimenti la ringrazio: i miei intendimenti, stieno sicuri, sono tutti per il bene e per l’onore della patria: in questo ci troveremo sempre d’accordo. ‒ E mi ha dimandato dell’andamento degli studi. Finì dicendoci a tutti che ci avrebbe restituito la visita all’università. Alle 4 e mezzo ero anch’io all’università. Il re, appena mi ha veduto, si è staccato dal corteggio, e fattomisi incontro: ‒ La riconosco, sa? ‒ e mi ha stretto la mano con una stretta propriamente cordiale. Grande ammirazione fra tutti. Ma in somma quel povero re mi parlò la prima volta così concitato e commosso, e mi strinse la mano così cordialmente la seconda volta, che propriamente pareva che egli fosse grato a me. Il prof. Brizio d’archeologia osserva: ‒ Pare che le abbia detto, siamo vecchi amici. ‒ Oggi in somma ho fatto una gran parte in Bologna. Tutti parlano delle tenerezze di Umberto per me. Il conte Gozzadini mi dice: ‒ So che ella ha fatto il galante con la regina. ‒ E sono stato così sciocco... »

Indi a qualche settimana fu stampata in opuscolo, e la vendevan per le strade, la sua ode alcaica alla Regina d’Italia.

Aurelio Saffi, che da più tempo non lo vedeva, incontrandolo quella mattina sotto il Pavaglione, gli venne incontro e gli strinse le mani:

‒ Avete fatto cosa in tutto degna della gentilezza italiana.

Panzacchi gli mandò un fascio di rose.

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Ma il vespaio ronzò più mesi: e non poteva essere diversamente. I gesti politici di un uomo che nella vita non aveva mai disgiunto la politica dalla letteratura, grandi o piccoli che fossero, eran sempre tenuti d’occhio. E la pubblicazione di quest’ode, che fu ritenuta più opera politica che letteraria, apparve subito d’importanza capitale. Il poeta della democrazia inneggiava alla monarchia sabauda? uno degli ultimi e il più famoso superstite della tradizione garibaldina s’inchinava alla maestà di Margherita di Savoia?

I fedelissimi sentirono il tradimento, e se ne afflissero, come il vecchio che vede il giovane allievo e tutta la speranza sua traviare, come il debole che si sente abbandonato dal più forte. I responsabili accusarono il colpo e cercando misurarne i danni ne provarono risentimento e delusione. Gl’intolleranti buttaron sassi e gridarono alla volubilità dei poeti.

Avevano un po’ tutti ragione e torto: i contemporanei considerano il tempo come una cosa stabile, perchè non sanno avvertirne il lento corso. Crederono che il gesto del Carducci, apparso quasi un brusco voltafaccia, fosse tale da demolire tutt’un ordine di cose, sconvolgendo il clima politico della nazione, e non faceva invece che seguire il tempo o al più dargli una leggera spinta, come nell’aria immota il soffio di una brezza. Ma pur senza quel soffio le stagioni si svolgono egualmente. I poeti sono degli strumenti che con la sensibilità loro avvertono e misurano quelle agitazioni dell’aria ai comuni mortali spesso inavvertite.

E poi il gesto di Carducci non era politico ma soltanto letterario. Egli ebbe alla presenza di una bella e giovine regina l’ispirazione di un’ode e non volle rinunziarci. Repubblicano sino a iersera e monarchico stamattina? Ma è forma: sentimenti e idee non mutano in un batter d’occhio, specialmente in chi quei sentimenti e quelle idee tiene per istinto piuttosto che per programma. Chi veste giacchetta di panno grezzo al suo panno grezzo ritorna dopo aver indossato per un’occasione la marsina.

Margherita di Savoia, egli disse, era una gentile signora, che parlava molto bene, che vestiva stupendamente : e non sarà mai detto che un poeta greco e girondino passi innanzi alla bellezza e alla grazia senza salutare. La regina amava e sapeva a mente le Odi Barbare, e per un poeta che una signora colta e gentile lo approvi è delle massime sodisfazioni. ‒ « Ora, perchè ella è regina e io son repubblicano, mi sarà proibito d’esser gentile, anzi dovrò esser villano ? »

Anche la Lina gli era entrata nel cuore, e da tanti anni ci stava, allo stesso modo: ripetendogli a memoria i versi suoi. Ora si può vedere, e misurare, quanto potere ebbe la Lina nella vita spirituale e fisica di Giosuè. Ora è chiaro il rinnovamento dell’uomo ch’è opera della donna amante. Ella nel mondo interiore di lui ha creato il clima necessario alla nascita delle nuove fantasie poetiche e sentimentali. Oramai la grazia femminile attrae e inspira Carducci come per tanti anni non potè. L’eterno femminino ha preso un gran posto nella vita sua.

XXIV

E ora che l’influsso della Lina si manifesta più profondo e benefico, la Lina se ne va. Anche l’arrivo di Margherita di Savoia conferisce al dipartirsi della piccola donna amante? Questi anni sono veramente così pieni di avvenire, e il passato è passato. La grande poesia e la sua vasta risonanza anche all’estero. Dopo gli applausi del popolo gli onori della monarchia. Le donne e i giovani sono con lui. E nascono nuovi desiderii, sorgono nuove speranze, aspirazioni e ambizioni. Altri sogni s’ha da sognare. Altre battaglie s’ha da combattere. Altri nemici premono che convien piegare. Questa è la pienezza della vita.

Ma di amore egli ha bisogno quotidiano, come del sole: e il sorriso di donna bella come l’entusiasmo dei giovani, gli sostituisce il sole che spesso manca nella sua città fredda e umida.

Il suo carattere, che nulla ha perduto della natia selvatichezza, è stato però rimodellato dalla carezza dell’amore: nè l’esperienza è poi tale da difenderlo contro le nuove insidie. La presenza e l’amorosa offerta di una donna non devono più mancargli: anche se l’amore in lui spesso resta indipendente dall’oggetto amato: ed egli seguita a guardare la donna, amorosamente, con gli occhi del ricordo. Nella dolce amante il poeta ha amato l’amore, nel volto suo bello ha contemplato la bellezza eterna: ora che quell’amore è stanco e il caro volto sfiorisce, egli, l’innamorato della giovinezza in fiore, può sentire ancora tenerezza e confidenza, ma per la sua gioia va in cerca di una nuova sorgente. Affinchè diventino poesia tutte le fantasie che gli fioriscono dentro deve risorgere il clima del 72 e del ’73.

Molte donne ora lo guardano, e tentano, poiché sanno che non è più inaccessibile. Sanno che è sempre però scontroso, e tutte le armi occorrono della grazia e dell’ardimento. Inetto sempre all’iniziativa, egli ha bisogno che le donne vengano a lui, ma se vengono non le mette alla porta.

Due signore son tra le altre più insistenti e attraenti: l’una da Roma l’altra da Verona: ed è bene che stiano lontane, perchè egli preferisce le donne a distanza: pensare ad esse sempre, e vederle ogni tanto. A Roma egli va per commissioni scolastiche, e vi fa lunghe passeggiate romantiche e archeologiche insieme con la signora romana, che poi viene a trovarlo in Bologna, a continuar le passeggiate per i mesti viali della Certosa. E se ha preso l’abitudine di tornare un paio di volte ogni anno a Verona, anche dopo la partenza della Lina, più della compagnia degli amici che gli fan festa e del profumatissimo valpolicella di casa Betteloni, lo attrae un’altra signora, ch’egli avvolge nel mistero d’un vago sogno, la sposa recente a un amico suo della vigilia fiorentina, a Roma dianzi appena intravista, una giovane donna che ha solo vent’anni, e meno ne dimostra, tanto è fine e gentile. Ella ha il nome dell’alloro, Dafne, e segretamente custodisce il ramoscello d’alloro che per lei colse il poeta a una tomba della via Appia: il ramo d’alloro e i distici che lo accompagnarono: ‒ « Io son, Dafne, la tua greca sorella... ».

Come Lina fu Lidia queste due signore sono Delia e Lalage.

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La Lina presentiva e intendeva tutto. La donna stanca e malata e triste non aveva più armi per riprenderlo. Andando sempre più lontano da Bologna, mesi e mesi passavano senza che potesse vedere Giosuè: e se non c’è amore che resista alla lontananza come poteva resistere quello di Carducci, già sviato? Si rassegnò: a trentacinque anni, in una donna che tanto aveva amato la vita e l’amore, l’amore ‒ e tra breve la vita ‒ non fu più che un ricordo e un rimpianto. Felice lei che aveva ottenuto il cuore e la mente del più grande poeta del suo paese!...

Non voleva però tutta morire prima di esser veramente morta. Pregava Giosuè che pensasse a lei sempre con bontà, che le scrivesse ancora le care lettere che eran l’unico suo alimento in quell’esilio a cui la vita militare del marito la condannava. E non dimenticava gli amici. Il suo cuore, arso da tanta febbre il corpo, si era fatto puro. Creatura nata per donare, dispensava a piene mani i sentimenti suoi. Partita da Verona, non vide più i Bet-teloni, ma non li dimenticò, e poiché Carducci le aveva promesso la prefazione ai versi di Vittorio, ella non si arrese finché non l’ebbe ottenuta. Quella prefazione, prima stampata in un giornale romano e poi in capo al libro edito da Zanichelli, fu il battesimo di un nuovo poeta, ed ella visse la felicità dell’amico veronese come una nuova felicità donata a lei.

Carducci seguitava a mandarle i versi suoi manoscritti, anche se li mandava pure ad altre donne. Le vecchie abitudini son fiori appassiti che non dan più profumo, ma se ne custodisce la religione: e Giosuè amava sempre l’ingegno e il gusto artistico della sua amica : ‒ « Scrivetemi voi della bella prosa vostra, che è poesia alata, colorata e cantante; scrivetemi delle cose belle, e dei dolci pensieri e degli alti e nobili affetti. Io aspetto...» ‒ Una grande tenerezza era rimasta nel suo cuore, la sua pietà era accorata e devota, la sua gratitudine era piena di adorazione.

Alla primavera del 1880 il colonnello Piva, nominato due anni innanzi maggior generale ma non mai beneviso al governo, fu collocato a riposo per ragioni politiche, e si trasferì prima a Firenze, poi di là a Bologna, ma la signora Carolina ormai si trascinava da un medico all’altro.

A Giosuè, ch’era andato a Udine, per cose scolastiche, 30 maggio 1880: ‒ « Caro, mando questa lettera a Udine, così tanto per fare, perchè non so se ci sei. Già il non vederti quando son fuori di casa mia, mi fa brutti tutti i luoghi e tutte le persone. Mi annoio mortalmente e quanto allo star bene sto da vero peggio che mai. Ho già sentito due medici, Vecchietti di Bologna, e Grassi ch’è uno specialista di Milano. Siccome mi hanno ordinato pochissimo o nulla, io non ho più nessuna speranza: dicono che se avessi più anni potrei guarire più presto; la mia libera traduzione è così: ci metterò un po’ più di tempo a morire.

« Questi sciagurati dolori non mi lasciano mai e mi disturbano il sonno del quale ho pur tanto bisogno. E bisogno sommo ho di quiete e di verde silenzio e di un po’ di carità per parte de’ miei amici: in luglio andrò a Rimini, spero per la cura dei bagni, ma anche cotesta cura non mi è stata ordinata decisamente come indispensabile: io dunque non credo nell’efficacia di nessuna cosa, ma faccio e farò per lasciare la mia figliolina meno presto che posso. Del resto non sono nè preoccupata nè triste; annoiata sì più che mai! E in una cosa sola pongo tutto il mio ardore, nel desiderare almeno le tue notizie, se mi è negata la consolazione di vederti e guardarti. Ti abbraccio con tutta l’anima mia e sommessamente mi raccomando a te, only dear. Tua Lina ».

La sua figliolina: la figliolina, forse, di Giosuè.

E anche agli altri amici scriveva ‒ ne aveva tanti, e tutti le volevan bene, perchè a tutti, anche ai delusi, ella aveva donato qualcosa di sè, della giovinezza, o dell’intelligenza, o della bontà ‒ anche agli altri ella scriveva sconsolata, raccomandando a ognuno la sua memoria, pregandoli di tenerla sempre viva nella memoria del poeta amato.

Ai primi di agosto Giosuè le mandò appena finito il Sogno d’estate, con quella mesta e soave rievocazione della sua infanzia, tra il fratello Dante e la madre: e Lina lo ebbe caro come le più segrete poesie scritte solo per lei. Al modo che accade forse a tutte le donne alla fine dell’amore, ella ormai si sentiva materna con Giosuè, col suo grande fanciullo che andava « con piccolo passo di gloria ». E sentì un po’ essere lei quella madre, « florida ancor negli anni » che lo traeva per mano, quella madre che ora dormiva, « nell’erma solenne Certosa ». Dove anche lei presto andrebbe a dormire.

¯

Arrivò a Bologna in fin dell’anno. Era una povera creatura estenuata. Non era più bella. Il processo della tisi precipitava più rapido di quanto i medici pessimisti non pronosticassero. Sbattuta di città in città il destino la portava a morire nel luogo in cui la sua breve vita aveva trovato l’ideale.

Venne ad abitare nel palazzo Spada, nella stessa via Mazzini, a pochi passi da Giosuè: e fu una casa piena di bambini sbigottiti intorno al letto della madre malata. La signora Elvira volle prendersi la figlioletta, e se la portò in casa sua: la figlioletta che aveva nella fronte grave un segno luminoso, e doveva presto, anch’essa, morire. Carducci non si distolse dal capezzale dell’inferma: lo stringeva una gran pena assistendo a quel disfacimento così crudele e così doloroso di una creatura che gli avea donato il più dolce dono dell’esistenza. Il puro ovale di quel caro volto dagli occhi dolenti era angelicato. Il corpo bello, così esiguo ormai, quasi inconsistente sotto le bianche coltri, era scosso da fiere convulsioni. Ne scrisse a Betteloni: ‒ « Non c’è più speranza. È condannata a morire tra dolori atroci che cresceranno sino all’ultimo. Ella a quando a quando anche spera, e parla e pensa di guarigione, ma ci vorrebbe un miracolo. E i miracoli usavano una volta, precisamente a favore dei birbanti. » ‒ Anche la contessa Maffei, che avea tenuto la cara donna tra gli ornamenti più vaghi del suo salotto lombardo, chiedeva notizie, e Giosuè scriveva anche a lei, scriveva a tutti. ‒ Diciam parole prospere, Giosuè-Lina si sapeva condannata ma non sapeva di esser giunta alla morte, non voleva morire. Quando negli occhi dei più intimi lesse il suo destino, si apprese a quest’estrema felicità di morire accanto al suo poeta, e si dipartì dalla vita serenamente. Gli rese le lettere che in dieci anni egli le aveva scritte, le belle lettere ch’eran tutta poesia: c’era dentro la sua immortalità. Per quelle lettere sapeva di rinascere. Gli prese le mani piccole e vibranti che un giorno l’avevano innamorata: è davvero tanto lontano quel giorno? dieci anni innanzi o ieri? Gliele tenne strette nelle mani sue ardenti di febbre ed esangui, nelle mani sue che presto si faranno di gelo. Tenne gli occhi aperti per guardarlo sino all’ultimo istante: e Giosuè non glieli potè chiudere.

La sera del 24 febbraio i familiari vollero un prete: non per confessarla, per confortarla. Giosuè rimase al suo capezzale sino all’una di notte, ed essa gli parlò dolcemente di cose lontane che vedeva presenti, l’Adda, il duomo di Milano, gli olivi di Sirmione, la stazione di Bologna quella fredda mattina di novembre... Ora te ne andrai, Giosuè, e rivedrai in questa fredda mattina di febbraio gli alberi, i fanali che sbadiglian la luce sul fango, ma non più il dolce viso, e la pura fronte, e gli occhi stellanti di Lina tua. Un altro sportello si chiuderà, lugubre, oltraggioso... Volle riposare, ed egli uscì, piano. Alle sei gli recarono un biglietto del generale che diceva Carolina morta alle ore cinque.

Giosuè andò al cimitero a sceglierle il luogo dell’ultimo riposo: tornò a vedere la cara sembianza « estenuata non contraffatta dalla morte », l’accompagnò alla Certosa insieme col generale piangente: e tra la neve che si scioglieva spuntavano sui margini del sentiero le primule della nuova primavera. Insieme i due uomini, a capo scoperto, in silenzio, guardarono la piccola cassa disparire nella nicchia che si andava chiudendo. ‒ « Alle 8 e un quarto ella era separata dal mondo vivente, dall’aria, dal sole, ma non mai mai dal nostro pensiero. » ‒ Aiutò il generale a inviar le partecipazioni agli amici. Ne scrisse il necrologio in una piccola rivista di Milano, la Fortuna, VII marzo:

«È morta a Bologna la signora Carolina Cristofori Piva.

« È morta a trentasei anni, come Raffaello, di cui ne’ modi e negli affetti ritraeva qualche cosa dell’ideale gentilezza.

« Se in lei il concepimento e il rispetto dell’arte fossero stati meno alti e meno costanti, non avremmo ora da scriverne come di sconosciuta affatto, od ammirata da alcuni soltanto. Perchè poche donne, in Italia specialmente, ebbero più lunga e squisita educazione, più sicuro sentimento d’artista. » ‒ E si augurava che altri raccogliesse alcuno dei suoi versi, alcuna delle sue lettere. ‒ « Quanta ammirazione, quel giorno, intorno alla sua tomba deserta! »

In autunno pensando a lei scriverà all’amica romana che il nome di Carolina gli è triste. ‒ «... la terza dorme alla Certosa; e quando la nebbia rigida ricopre tutto all’intorno ho paura ch’ella abbia freddo, tanto era delicata. Chi dice a lei, signora Adele, che i morti non sentano anche sotterra? Quando la primavera fiorisce essi forse danno un sussulto e sentono il germinare della terra intorno le tombe loro e in mezzo alle ossa e ripensano al Sole. Oh che il Sole benigno riscaldi un poco i poveri morti, perchè l’amor nostro non li riscalda di certo... »

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Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2011