Giuseppe Chiarini

Impressioni e ricordi di GIOSUE CARDUCCI

Edizione di riferimento

Impressioni e ricordi di Giosuè Carducci di Giuseppe Chiarini ditta Nicola Zanichelli Bologna 1901.

FESTEGGIANDOSI DAGLI STUDENTI DELL′UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

IL QUARANTESIMO ANNO D′INSEGNAMENTO DI GIOSUE CARDUCCI

AVVERTENZA

Gli scritti raccolti in questo volume furono composti e pubblicati in diversi tempi, nel periodo di trenta anni. Il primo, Levia Gravia, venne in luce la prima volta nel 1869 nella Rivista Contemporanea di Torino (fascicoli di maggio giugno e luglio) col titolo, Giosuè Carducci ed Enotrio Romano: fu poi ristampato in Ombre e Figure (Roma, Sommaruga, 1883), con qualche correzione e con la giunta di un discorso intorno alle poesie del Carducci pubblicate dal 1869 in poi. Quella giunta è qui diventata il terzo scritto, Dai Levia Gravia alle seconde Odi Barbare. Inutile dire che in questa nuova edizione i due scritti sono stati ancora riveduti e corretti.

Lo scritto secondo fu composto e pubblicato come prefazione alla seconda edizione delle Odi barbare (Bologna, Zanichelli, 1878). Sono stato in dubbio se accoglierlo in questo volume, perché, essendo un lavoro di occasione e in gran parte polemico, ha in sé tutti i difetti di simili scritture. Quando si va in guerra contro il nemico, nel calor della mischia, non sempre, anzi di rado, si vede giusto: per paura che i colpi non arrivino, si prende troppo alta la mira, e i colpi vanno oltre il segno. Oggi non rifarei quello scritto così com′è, specie nella parte prima, ch′è la polemica; ma mi sono lasciato andare a ripubblicarlo, perché con tutti i suoi difetti ha pure un merito, il merito di avere richiamato gl′italiani agli studi di metrica, che ventidue anni fa erano fra noi in completo abbandono. Naturalmente ora lo scritto è per questa seconda parte molto arretrato; ma come mi sarebbe impossibile purgarlo e modificarlo nella prima senza rifarlo di sana pianta, così mi è egualmente impossibile rattopparlo e correggerlo nella seconda.

Parlando del tentativo di metrica classica fatto in Francia nel sec, XVI, dissi che avevo desiderato invano di leggere tutte le poesie francesi in metro antico e una Memoria del Mablin su tale argomento citata dal Sainte-Beuve. Oggi quel lamento non sarebbe più interamente giusto, perché molte di quelle poesie sono accessibili a tutti nelle belle raccolte di poeti francesi antichi possedute anche dalle nostre biblioteche. Della memoria del Mablin parlò poi Guido Mazzoni a proposito di una versione francese delle Odi barbare) e se nemmen lui potè leggerla trovò che quel Mablin era un Mabellini italiano e di lui e del suo scritto diede maggiori notizie, tratte dalla biografia che di esso Mabellin scrisse Carlo Novellis nella raccolta del Tipaldo. Non ho bisogno di additare altre deficienze del mio scritto, che gl′intelligenti vedranno e sapranno riparare da sé; ma aspetto con desiderio di conoscere quelle che avrà notate il mio bravo Pascoli in una sua lettera, già da tempo annunziata come di prossima pubblicazione. Nessuno meglio di lui, che conosce davvero la poesia greca e romana, potrà trattare l′argomento con competenza di dotto e di artista.

Lo scritto quarto è un semplice annunzio delle Terze Odi barbare, scritto per il fascicolo I novembre 1889 della Nuova Antologia. Niente ho da osservare intorno ad esso, se non che mi fruttò una bella ramanzina da parte di un pezzo grosso del giornalismo politico, che in altri tempi era stato grande ammiratore del Carducci, e che allora, non so perché, si scandalizzò eh′io avessi giudicata degna di Simonide una strofe dell′ode Scoglio di Quarto. Rileggendo ora le parole che contenevano quel giudizio, ho sentito il bisogno di correggerle, dicendo che non una, ma due sono le strofe degne del cantore delle Termopili. Il quinto ed ultimo scritto è il più recente. Fu pubblicato anch′esso nella Nuova Antologia (fasc. 16 luglio 1899). È una specie di ritratto letterario, o, come dicono, un medaglione. Scrivendolo io non ebbi la pretesa di comporre una biografia, per quanto minuscola, del poeta. Volli soltanto, frugando nella mia memoria e nelle mie carte, mettere assieme qualche ricordo e richiamare qualche impressione intorno alla vita letteraria del Carducci, che mi paressero non privi d′interesse per gli studiosi delle opere di lui. Anche gli altri scritti hanno più che altro questo carattere: perciò ho dato al volume il titolo di Impressioni e ricordi.

Ed ora che il volume è stampato, vada esso all′amico mio a portargli con un saluto il dolce ricordo dei nostri anni migliori.

Roma, 25 marzo 1901.

G. Chiarini.

I

LEVIA GRAVIA

 (1869)

Il primo giugno dell′anno 1868 usciva dalla tipografia Niccolai e Quarteroni in Pistoia un libro di versi con questo titolo: Levia gravia, di Enotrio Romano. In una delle note, che l′autore pose nell′indice, si leggono le seguenti parole: “Inutile dire chi sia Eìiotrio Romano. Queste Rime, alcune delle quali vennero altra volta in luce sotto il nome di un amico suo che è proprio come un altro lui, sono ora dallo stesso amico raccolte„. La prima edizione, cui si accenna con queste parole, era un volumetto di poche pagine, di meschina apparenza, pubblicato nel 1857 da una tipografia Ristori di San Miniano in Toscana.

Chi si rammenta lo strazio disonesto che il povero libro ebbe a patire da qualche giornale fiorentino di quel tempo, rammenterà altresì come alla critica stolta e indecente desse tre anni dopo nobilissima risposta, da pari suo, un ministro filosofo, offrendo al giovine poeta una cattedra di eloquenza in una delle primarie università del regno. Ed oggi quel filosofo, non più ministro, leggendo il volume d′Enotrio, dee restar pago che il poeta da lui degnamente onorato gli dimostri con quel libro la sua riconoscenza, e dia con esso risposta a chi lo accusò e punì d′avere per la politica dimenticato gli studi. Io parlo a chi conosce il volumetto samminiatese, a chi conosce le varie poesie pubblicate da Enotrio prima e dopo il libro oggi venuto in luce; e dico che questo libro è il testamento poetico di Giosuè Carducci, pubblicato da Enotrio, erede e successore di lui.

II.

Nella vita dei poeti è difficile non iscorgere più o meno distinti due periodi diversi. Il primo è del giovine che cerca sé stesso negli altri, che vive più de′pensieri altrui che de′propri, più nel passato che nel presente; e la sua poesia è poesia di fantasmi e di suoni, serena e tranquilla: o, se alcun dolore la turba, ciò avviene perch′ei talora si accorge che questo mondo in cui pur vive col corpo è alquanto diverso dal mondo delle sue fantasie. Ma presto al primo periodo succede il secondo, nel quale la realtà delle cose s′impone quasi al poeta, ed egli è costretto a cercare in essa gli argomenti al suo canto. Nel primo periodo prevale l′arte, nel secondo il pensiero; nel primo il poeta tenta le sue forze, nel secondo procede franco e sicuro; nel primo il Leopardi scrive la Canzone all′Italia, nel secondo le Ricordanze. Durante il primo di questi periodi il nostro poeta si chiama Giosuè Carducci, al cominciare del secondo Enotrio Romano.

I Levia gravia sono la poesia del primo periodo. Divisi in quattro libri (de′quali il I e il III comprendono venticinque sonetti ciascuno, il II e il IV ciascuno dodici componimenti lirici di genere vario), sono preceduti da una introduzione poetica, in forma d′epistola, che l′autore indirizza al suo libro: Ah dunque tu non sei contento del patrio carcere, e′gli dice; tu vuoi andartene fra la gente? Ma dove andrai? In questa età, in cui l′arte s′è fatta ciclopica, chi vorrà dar ricetto a te cresciuto dalla Musa colle tenui miche d′Orazio? Libro, e′non è aria d′andare a zonzo: te ne avverrà male: dai retta a me, tornatene a casa, fuggi le brighe.

Vedi? Minacciano Caribdi e Scilla:

ti preme Davide, con la Sibilla.

Gli amor tu reciti d′un′altra età;

e non santifichi la voluttà,

non metti a Venere lo scapolare,

non fai gli adulteri sermoneggiare:

onde, o me misero, flebili e tristi

già t′interdissero gli atei salmisti,

e il buon Petronio predicatore

che a sé convertami pregò il Signore.

Questo Petronio, ci avverte Enotrio, è quel del Satyricon, divenuto dopo il 1815 scrittore di romanzetti mistici e d′omelie erotiche. Dopo lui il poeta ci presenta Alfio, “l′usuraio del secondo degli epodi; che al tempo d′Orazio faceva idilli campestri, dal 1815 al 59 compose di molti inni sacri in settenari e in isciolti: oggi giorno fa anche delle poesie sociali„. Poi vengono altre figure, o, secondo Enotrio, figuri, che sono, come dire, studi ideali dal vero della società toscana poco avanti e poco dopo il 27 aprile 1859; un Timoteo, già suonatore d′organo in chiesa de′fidati, che cantava con serafica unzione di santi e di monache, pieno le vene di tetra libidine; un Basilio giovine e biondo, che scriveva di filosofia e di religione, intingendo la penna nell′aromatico miele del Loiola. I quali oggi, divenuti non pure razionalisti, ma atei, sarebbero anche buoni, dice Enotrio, di arderti, o mio povero libro, se in una sillaba de′tuoi versi e′entrasse per caso la parola Dio. Ma qua anche voi, o Nando e Poldino, che già stroppiaste l′innocente lingua del Lazio per cantare in distici le nozze del principe, ed oggi rosseggiate come aliguste; qua, o tu che ieri intonavi l′inno eucaristico al S. Padre, ed oggi lusinghi di liberi plausi il trono di re Vittorio; qua, o filosofi e liberaloni di nuova data, fatevi innanzi, mostratevi al poeta, che vuol lasciare memoria di voi e dipingervi nell′atto che,

Crollando il rigido frigio berretto,

fatto sul modulo che diè il prefetto,

buttate via scandolezzati il suo povero libro. A compiere il quadro di Enotrio manca ancora la figura principale. Il poeta la chiama Fucci filologo. E poiché la pittura ch′egli ne fa non impallidisce davanti a quelle di Giovenale e del Berni, l′animo non ci basta di stemperarla nella nostra umile prosa. Chi ne ha curiosità, vada e se la legga a pagina 10 e seg. del libro. Se alcuno rimproverasse all′autore l′acerbezza giambica di alcuni di questi versi, Enotrio, veneratore degli antichi, gli ricorda quel di C. Trebonio a Cicerone, Famil., lib. XII: In quibiis versiculis si tibi quibusdam verbis eythyrremonesteros videbor, turpitudo personae: ejus in quam liberius invehimur, nos vindicabit: ignosces etiam iracundiae nostrae, qua justa est in ejusmodi et homines et cives.

III.

Ingegno forte, vario, pieghevole, che si conerte prestamente in sangue ogni cibo di cui si nutrisca (e diresti che niun cibo gli è mai troppo); fantasia potente, sdegnosa di freno; una volontà negli studi ferrea e pazientissima, ed un amore all′arte quasi istintivo; tale è Giosuè Carducci. Aggiungete a ciò un animo ardente, impetuoso, irritabile, immoderato negli amori e negli odii; recalcitrante alla forza ed all′autorità; docilissimo alla ragione e all′affetto; avversario implacabile ad ogni prepotenza, ad ogni ingiustizia, ad ogni viltà; pronto a slanciarsi ciecamente là dove gli sembri splendere un′idea generosa; e vi sarà facile spiegare certe intemperanze del poeta, e certe che a taluno paiono incoerenze ed inconseguenze negli scritti di lui.

Chi si duole perchè certi uomini d′ingegno non son fatti in tutto com′egli vorrebbe, si duole a torto, perchè vorrebbe un assurdo. Se al Carducci mancassero alcune delle qualità che molti gli attribuiscono a vizio, egli non sarebbe il poeta che è.

E il Carducci, prima d′ogni altra cosa, è poeta. Nel séguito di questo scritto io mi proverò a ravvicinare i primi suoi versi politici agli ultimi, e confido di poter mostrare che fra questi e quelli non c′è di mezzo l′abisso; ma intanto non voglio omettere un′osservazione, che qui mi viene acconcia, e mi pare di qualche peso. C′è chi, forse un pochetto malignamente, paragona il Carducci al Monti, per certa mobilità e versatilità d′ingegno: e il paragone ha qualche lato vero.

Ma non bisogna finger d′ignorare una differenza, che in un punto essenzialissimo li fa molto diversi, differenza che procede dalla natura diversa dell′animo loro. Il Monti, o cantasse la repubblica, o l′Imperatore francese, o l′austriaco, inneggiò sempre ai vincitori; mentre il Carducci incomincia a farsi tiepido amico agli uomini ed alle istituzioni tosto che gli uni e le altre signoreggiano.

Lasciamo la politica, e torniamo a parlare di poesia. Per giudicare il Carducci poeta noi abbiamo una stregua sicura, le parole medesime con le quali egli giudica un altro poeta. Il poeta lirico, egli dice, deve avere (lo chiameremo così) un ideale suo, il quale non può né deve essere quello del tale o del tale altro critico : a cotesto ideale deve trovare una forma determinata bene, nella quale prenda persona e si muova: codesta forma deve atteggiarsi a tutte le complicazioni di queir ideale in modo da suggellare, altrimenti l′deale zoppica, come chi calzi una scarpa non fatta al suo piede. E soggiunse che non erano una forma le pastorellerie in moda a′tempi del Savioli, ch′è il poeta da lui giudicato; come una forma non è né il romanticismo medievale, né il realismo per sé stesso, ma sono convenzioni o teoriche. A quei critici poi, i quali non finiscono di gridare che il poeta deve essere del suo tempo, il Carducci risponde: Come si spinge nell′avvenire, così può il lirico rigettarsi nel passato: e può, se vuole, essere anche di nessuna età, purché trovi a′suoi concetti forme palpabili e materiate. Si può dissentire da questi principii e discuterli; ma non si può onestamente giudicare con altri il nostro poeta.

IV.

Come il Savioli lavorando sopra Ovidio trovò alfine, secondo il Carducci, la forma che meglio si aftaceva al suo peculiar modo di sentire, così il nostro fino dai primi suoi studi lavorando sopra Orazio. Studiò pure negli altri poeti latini e in tutti gli italiani da Dante al Leopardi; provandosi anche ad imitare le rime toscane dei secoli XIII e XIV, la grave canzone del Petrarca e dei cinquecentisti e la satira del Berni: e da questo studio lungo e variato cavò certo materiali non pochi a comporsi una forma poetica: ma la parte più singolare e al tempo stesso più omogenea della sua forma è quella il cui segreto gli fu rivelato dal Venosino. Tanto ciò è vero, che dov′egli imita di proposito dalle odi oraziane riesce, a parer mio, più originale che in altre poesie dove non volle imitare nessuno. E spesso credo gli accada d′imitare Orazio, senza averne il proponimento.

Alcuni pensano che se il Carducci, invece di darsi allo studio degli antichi, avesse seguito le nuove dottrine letterarie, che dopo il 1815 s′introdussero in Italia, egli forse sarebbe già uno dei più famosi fra i poeti moderni. Io non nego che seguendo quelle novità il Carducci avrebbe potuto procacciare ai suoi versi miglior fortuna: ma dico che l′artista non può farsi un ideale a piacere: questo dee rampollare naturalmente dall′animo e dall′ingegno di lui: e l′ideale poetico del Carducci era cosi fatto, eh′ei non poteva acquistarne la coscienza, se non per lo studio degli antichi.

Le rime pubblicate a S. Miniato, e ristampate quasi tutte nel volume di Enotrio, di cui tengono, salvo qualche eccezione, i due primi libri, attestano le varie attitudini dell′ingegno poetico del Carducci, e i suoi variatissimi studi; ma sopra tutto attestato la verità di quello che io ho detto circa la forma poetica di lui. In qualche sonetto tu senti r agilità e la freschezza delle immagini e delle frasi e la melodia del verso petrarchesco; in altri la gravità e il periodo fortemente lavorato di monsignor Della Casa, con un po′della cercata durezza alfieriana; e certo i sonetti, particolarmente alcuni, sono fra le belle cose del Carducci. Ma la forma di poesia dove riesce meglio è, a mio giudizio, 1′ode oraziana. Qui, in più largo spazio, il pensiero distendesi più liberamente qui maggiore agio agli arditi trapassi; qui la strofe serrata e la varietà del verso, che meglio rispondono alla varietà e alla concitazione degli affetti.

Fra coloro che giudicarono le prime poesie del Carducci, chi meglio ne segnalò uno dei pregi principali fu, a parer mio, il Mamiani, il quale lodava grandemente nell′autore una mirabile attitudine a trasportare nell′italiano molte frasi (ed io aggiungerei, molti movimenti) della lirica d′Orazio.

In questa strofe dell′ode 1 del II libro

Disciolto il bove mormora un muggito:

esulta il gregge nell′erboso piano:

e su l′aratro ancor dal solco attrito

canta il villano.

non è reso mirabilmente quel d′Orazio?

Ludit herboso pecus omne campo,

festus in pratis vacat otioso

cum bove pagus.

E nei versi coi quali l′ode medesima finisce,

Qui delle caste menti ama il governo:

qui santa e madre al popol tuo ti mostra:

né a danno irrompa qui possa d′inferno,

te duce nostra.

quale studioso del gran lirico latino non si accorge che il poeta imitava molto bene l′oraziano?

hic magnos potius triumphos,

hic ames dici pater atque princeps;

neu sinas Medos equitare inultos,

te duce, Csesar.

Il principio dell′ode VII del II libro Non sempre aquario verna, né assidue nubi si addensano, piogge si versano malinconicamente

sovra il piano squallente, ecc.

rende non pure il movimento e la immagine, ma il suono stesso del latino:

Non semper imbres nubidus hispidos

manant in agros.

L′ode XII del II libro, ch′è un gioiello d′eleganza e di grazia, nei versi,

Chi me al ciel patrio e de′consorti al viso

rende toscano?

imita, e questa volta non troppo felicemente, per quella trasposizione sforzata, il:

Quis te redonavit quiritem

dis patriis italoque coelo?

Nell′ode II del IV libro il praelia conjugibus loquenda di Orazio è allargato in un grazioso quadretto lirico:

Alle pie mogli dissero le dure

fortune delle pugne, ulte le offese

nelle barbare torme al pian distese,

e le paure

delle regie consorti e gli anelanti

sogni su ′l fato del signor. Pietose

dei dolori non suoi piangean le spose

memori pianti.

Dopo la bella descrizione, fatta nelle strofe che seguono a queste, del giovinetto virilmente educato dai padri antichi al culto della patria e della libertà, il verso,

Chi fia che tenti quel novel lione?

richiama alla mente quel d′Orazio,

Ehu ne rudis agminutn

sponsus lacessat regius asperum

tactu leonem.

E come non ricordarsi del

motus doceri gaudet ionicos

matura virgo

a quel punto dell′ode stessa in cui il nostro poeta esclama:

Vile ed infame chi annebbiò il pudico

fior de′tuoi sensi ne′frementi balli,

o giovinetta, e stimolò dei falli

il germe antico!

Poi quando, descritti i vizi dei moderni Italiani, Enotrio esce in queste parole:

Ma non di tal vasello uscia l′antico

Insubre cavalier, quando feroce

premea dell′asta infensa e della voce

te. Federico,

par quasi di sentirsi mormorare all′orecchio i versi:

Non his Juventus orta parentibus

infecit aequor sanguine punico.

Dove è da notare che qui, come in altri luoghi, il poeta rinforza l′imitazione d′Orazio con una bella immagine dantesca. Quel vasello è il naturai vasello di Dante (purg. XXV, 45): e, come avanti si parla dell′educazione della donna, così cotesto innesto arditissimo riesce anche molto efficace e gustoso. L′ode V del IV libro, ch′è una fra le più belle del volume, rassomiglia tutta nel principio all′oraziana ch′è XXXI del I libro.

Quid dedicatum poscit Apollinem

vates? quid orat de patera novum

fundens liquorem? non opimas

Sardiniae segetes feracis, ecc.

Così il Venosino; ed Enotrio:

Che prega il vate, il libero

vate che prega e vuole,

adorno in veste candida,

volto al nascente sole?

Che agli agi suoi rinnovino

ben cento solchi i duri

giovenchi?

Ai pochi raffronti, ch′io son venuto facendo, non sarebbe difficile aggiungerne altri, e sorprendere nei versi del Carducci l′immagine e la frase ora di Lucrezio o Catullo, ora di Tibullo o Virgilio, ora di Dante o del Petrarca o del Tasso.

Ma fra mezzo a queste classiche reminiscenze il pensiero del poeta corre sempre libero e franco, per modo che, se chi legge non ha molto fresca la memoria dei luoghi che quegli imita, non sente l′imitazione. L′immagine e la frase altrui che, mentre egli sta componendo, gli ricorrono alla mente, balzan fuori da questa improntate sì fattamente del suggello dell′autore, si adagiano con tanta naturalezza fra le altre immagini e le altre frasi di lui, che nell′insieme del lavoro non si scorge mistura d′elementi diversi.

V.

È oramai vecchia quella sentenza che lo stile è l′uomo; ma non per questo ha cessato d′esser vera. Nello stile poetico del nostro autore c′è tutto r animo di lui. Il quale dimostrasi altresì per qualche concetto anche nelle poesie dov′è maggiore l′arte e l′imitazione. Fra le parole che celebrano gli dei e gli eroi dell′antichità, trova pur modo d′introdursi qualche pensiero che mostra come il poeta tanto non vive fra le beate visioni dell′arte antica, che non si ricordi talora di essere un uomo del suo tempo. L′inno a Febo Apolline termina con un compianto tutto leopardiano sulla morte delle favole antiche, distrutte dall′inesorabile vero. Quando poi l′autore tocca de′ suoi affetti e dolori, de′ vizi e delle sventure de′ suoi fratelli, allora l′animo suo scorre tutto intero per entro i suoi versi; ai quali la passione dà tanta efficacia, che tu leggendo fremi e ti sdegni, ami e piangi con lui. Ed i suoi affetti, o chiegga al Parini il retto Non domabile ingegno, e l′ira e ′l forte – spregio pei vili, o dolgasi che gli manca ogni ragione di vita mancandogli libertà, o pianga sulla tomba del fratello, che a vent′anni si uccise, o chiegga a Dante la ragione perchè, pur odiando il santo impero da lui invocato, non può staccarsi dal suo volume, sono sempre alti e gagliardi.

Chi ponga mente ad alcune date e all′ordine dei componimenti, scorgerà anche nel volume dei Levia Gravia lo svolgersi e perfezionarsi dell′ingegno del poeta. A mano a mano eh′egli procede, sentesi più sicuro nell′arte; e l′animo, che viene acquistando sempre più la coscienza di sé, meglio che di reminiscenze vuol vivere dei propri pensieri. Imperocché il passaggio dall′uno all′altro di quei due periodi ch′io distinsi nella vita de′poeti non avviene d′un tratto, ma lentamente, per gradi, di guisa che il primo periodo è quasi una preparazione al secondo. Dalle odi prime del II libro alle ultime del IV, all′idillio storico e alla canzone in morte del fratello, è notevole differenza. Nelle une il poeta segue da presso Greci e Latini e si diletta nelle gioconde fantasie delle loro religioni; nelle altre comincia a cercar più vicino a sé la ispirazione al suo canto e tenta e riesce a qualche cosa di nuovo. Il poeta ama ancora quella sacra arte a cui nel primo dei sonetti dichiaravasi fatato amante; ma di amante divenutole sposo, vuole restarle fedele si, ma, come finora le fu sempre obbediente e sommesso, vuole che, scambiate le parti, incominci ella ad obbedire a′ suoi cenni.

Nell′idillio storico il Carducci è artista, niente altro che artista; ma salvo le due ballate, che sono imitazione delle rime de′ secoli XIII e XIV, non imita nessuno. È un valente pittore che, prima di apparecchiarsi al lavoro, non studia in altri la maniera che meglio gli sembri convenire al suo quadro, non chiede a nessuno i colori; ma sicuro di sé toglie la tavolozza e dipinge.

E il lettore si vede innanzi questo grazioso quadretto.

Siamo in una sala del Castello di Mulazzo in Lunigiana, feudo dei marchesi Malaspina. E una giornata procellosa, una di quelle tristi giornate che annunziano il morire dell′autunno; picchia sulle vetrate la grandine, e il baleno imbianca fuggevolmente le lucide armi appese alle muraglie. Arde in mezzo alla sala il focolare. In un canto l′alta marchesana; e presso a lei d′ambo i lati donne e donzelle, fiore di beltà e d′altere prosapie ghibelline; a′ piedi della marchesa una levriera, che allo scoppiar de′ tuoni guaisce e distende il capo, vibrando 1′occhio dardeggiarne e le orecchie erte alle verdi gonne della padrona. Di rincontro, dritto in piedi, levandosi di tutto il capo su i minori baroni, il signore del castello, Franceschino Malaspina. Ha in pugno un bello astore maniero, e seduto a′piedi un paggio, che guarda fisso il nobile augello, a cui arde nell′occhio grifagno l′amore delle native cime apuane; e al lampeggiare del baleno dibatte l′ale, e mette un rauco strido di gioia. Ma né all′astore né al paggio non pon mente il barone; che pare solamente occupato di due personaggi dai quali pendono i volti di tutti. Son essi Sennuccio Del Bene, un de′ Bianchi fuorusciti di Firenze, dicitore in rima leggiadro, ed un giovine compagno di lui. Ai preghi del marchese, Sennuccio intuona un canto amoroso, che stringe di gran pietà i petti delle donne gentili, e vela di un′ombra di dolore le fronti abbronzate de′guerrieri. Ed a lui, cercando liete rime, risponde, com′è usanza, il compagno, un immaginario cavaliere ghibellino, dai grandi occhi celesti, dalla folta capelliera, dal nobile portamento, desiderio e sospiro di molte giovini donne.

VI.

La morte di un suicida, di un giovine, bello, aitante della persona, ingegnoso, amato da′ suoi, che fugge la vita, forse per noia della vita! Quale argomento più leopardiano di questo? Ed Enotrio è grande ammiratore del Leopardi, la cui filosofia gli sta intera nel petto, i cui versi sa tutti a memoria. Ciò nullameno, a considerarla attentamente, la canzone di Enotrio in morte del fratello pare a me che nell′insieme sia poco o punto leopardiana. C è qualche pensiero e qualche espressione che rammenta il Leopardi; ma, se tu volessi rassomigliarla ad alcuno dei canti di lui, saresti impacciato a trovare i termini e le ragioni della rassomiglianza. Egli è, secondo me, che r ingegno poetico del Carducci ha natura molto diversa da quello del Leopardi, e che in questo canto il Carducci trae l′ispirazione solamente dall′animo suo. S′inspira al dolore la musa del grande Recanatese, e pur dal dolore muove la canzone di Enotrio: ma il dolore dell′uno è molto diverso da quello dell′altro. Nei canti del Leopardi, più che la voce di un uomo che piange i suoi mali, senti quella del pensatore che chiede ragione alla natura della universale infelicità. Ragionando del suo dolore, il Leopardi cerca non tanto un sollievo all′animo, quanto la spiegazione del gran mistero dell′essere; e perciò il canto di lui dal considerare gli umani casi si leva alle più alte speculazioni di filosofia. Il dolore d′Enotrio, al contrario, non esce fuori della cagione che lo ha prodotto. Enotrio ha spezzato il cuore da un atrocissimo caso; non vede che queste, non sente che questo; compiacesi a meditarlo e a cercarne con amere i più minuti particolari. Sedute nelle stanze paterne, ove il fratello si uccise, ripensa i giorni che vissero insieme, beati nella serena pace delle campagne, e domanda a quello il perché del suo fiere proponimento. Poi, investigando i più riposti segreti del cuore di lui, studiasi d′indovinare i pensieri che lo dovettero condurre a desiderare e darsi la morte, e prova un amaro diletto a ripetere quei pensieri, vestendoli di forme gravi e severe, e gittandoli in faccia all′empia natura e all′ingiusta società umana. Giacomo Leopardi, dopo avere lungamente meditato e cantato il dolore, conchiude da filosofo : ma

.... del fato mortale a me bastante

E conforto e vendetta è che sull′erba

Qui neghittoso immobile giacendo,

Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.

Il Carducci, meno filosofo e più uomo, levasi dalla tomba del fratello, fieramente esclamando:

Sii meco eterno; e nel tuo sangue tinta

del verso vibrerò 1′alta saetta

a far nel mondo reo dolce vendetta.

In questa esclamazione è il pensiero che trasforma Giosuè Carducci in Enotrio Romano, cioè l′origine e la ragione del secondo periodo poetico del nostro autore. Quell′origine la narra egli medesimo nella canzone XII del IV libro. Il poeta canta il risorgimento del suo ingegno: dopo un breve periodo di sconforto, sente rinascersi nel cuore il desiderio dei carmi, vede una nuova luce di poesia e d′amore, e l′anima sua vi corre sitibonda e anelante. Ma che turba la sua gioia?

Ah, il poeta non è più quel di prima: il dolore lo percosse in ciò ch′egli avea di più caro, apprendendogli l′infausta vita. Egli cerca d′intorno a sé: ove sono i dolci compagni della sua gioventù? cadde il fratello; mori l′amico; e con quelle anime care si dileguò per sempre la miglior vita di lui. Che gli vale dunque, o musa, il tuo divino sorriso? Egli non può cantare; l′inno di lui si perde nel vuoto, come nei silenzi della notte canto di pellegrino che si allontana.

Ma no; dovunque suona

in voce di dolor l′umano accento

accuse in faccia del divin creato,

e all′uom l′uom non perdona,

e l′ignominia del fraterno armento

è ludibrio di pochi, è rio mercato,

e con viso larvato

di diritto la forza il campo tiene

e l′inganno d′oscene

sacerdotali bende incamuffato,

ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.

Intuona, o musa mia, gl′inni novelli.

Cosi egli prorompe. E non vale che infine, diffidando delle sue forze e rimproverandosi di soverchio ardire, conchiuda mestamente:

Canzon mia, che dicesti?

Troppo è gran vanto a sì debili tempre:

torniam nell′ombra a disperar per sempre.

Non vale: il poeta ha già compreso il suo ufficio, e lo adempirà; anzi lo adempie: egli non è più Giosuè Carducci; è già divenuto Enotrio Romano, il poeta della rivoluzione.

VII.

Che è questa terribile parola, al suono della quale impallidiscono quella sterminata generazione d′egoisti, che pieni di squisite vivande i capaci stomachi, non hanno orecchie per udire i lamenti della fame? questa magica parola, che fa tremare i tiranni e i vili ambiziosi soddisfatti, e turba i placidi sonni dei beati poltroni? La rivoluzione è il modo col quale la civiltà si svolge e si rafferma nel mondo ; e però è antica quanto la civiltà stessa; e gli uomini di lei sono, non solamente Timoleone, Bruto, Saint-Just, Garibaldi, ma Socrate, Tacito, Voltaire, Leopardi.

Varie vicende ebbe nel mondo la rivoluzione.

Ora si mostrò pacifica conquistatrice degl′intelletti, e colla sola forza della parola valse a vincere l′errore che a vantaggio di pochi flagellava intere generazioni; ora fu veduta avanzarsi terribile come bufera, spazzando innanzi a sé troni ed altari ; ora sopraffatta dal numero dei nemici dovè cedere; ma pur dagli esilii, dalle carceri e dalle ghigliottine attestò l′eternità del suo spirito, e in quelle sconfitte attinse nova forza per le future battaglie. E quando alcuna volta parve che fosse scomparsa dalla terra, essa viveva ignorata dentro i polverosi volumi di qualche biblioteca, aspettando il suo tempo.

Coloro che presumono arrestare in suo corso e governare a loro senno la rivoluzione sono illusi, o malvagi. Sono illusi, se onesto intendimento li muove; sono malvagi, ma sempre illusi, se pensano di far servire la rivoluzione ai loro fini.

Chi ha il diritto di giudicare qual è quel tanto di libertà a cui dee starsi contenta una nazione, qual è la forma di governo che meglio le si conviene? Chi ha il diritto di dire ad una parte qualunque siasi del popolo: voi non potete conoscere il vostro meglio, e perciò obbedirete alla legge che gli altri vorranno? – La eguaglianza e la libertà, dice la borghesia, oramai sono sancite, ed in atto. Lo studio e il lavoro, liberi a tutti, danno modo a tutti egualmente di procacciarsi nella società quella condizione di vita che vogliono, e di ottenere i più alti uffici ed onori. Il figliuolo dello spazzino può diventare uno scienziato, un senatore, un ministro. Se non vuole, o non sa, suo danno. – Queste leggiadre parole sono un′impostura e uno scherno.

Lasciamo stare le ingiustizie molte ed inevitabili della natura, che all′uno dà membra robuste e leggiadre, all′altro deboli e brutte, a questo dà ingegno svegliato e operoso, a quello ottuso ed inerte; e lasciamo le ingiustizie del caso, che un uomo fa nascere nella opulenza, cento nella miseria, ad uno offre i mezzi opportuni ad uscire dalla sua triste condizione, a cento li nega. Ma la civile società, che avrebbe il dovere di cercare rimedio a coteste ingiustizie, e potrebbe al certo diminuirle, vi aggiunge invece le sue maggiori e più gravi. Il Carducci stesso discorrendo un giorno con me di questo argomento diceva:

– Il mondo che si chiama civile può raffigurarsi ad un monte, in cima del quale son posti tutti i beni umani, come a dire la potenza, le ricchezze, gli onori; ai pie d′esso tutti i loro contrari. Oggi tiene il sommo del monte la borghesia; e dice alle plebi che stanno in fondo: venite pure quassù, se vi aggrada; voi siete libere di ciò; né io manderò i miei valletti ad impedirvi il cammino. Non avete le gambe? Venite. Se no: la colpa è tutta della vostra poltroneria. Vero è che all′occasione, non che mandare valletti, si muove ella stessa a respingere le plebi, ove per avventura dieno ascolto a quelle voci. Ma ciò che più importa si è che le plebi han poi al piede la catena e la palla del galeotto; sono schiave della gleba, come era essa borghesia ai tempi del feudalismo. —

Andate a dire all′operaio e al contadino: voi non avete di che lamentarvi, voi siete eguali a noi nella libertà di lavorare, e quando col lavoro vi sarete formati un censo sufficiente^ acquisterete anche i diritti politici[1]. Essi vi risponderanno: noi lavoriamo, e le lunghe fatiche non bastano a salvare dalla miseria la nostre famiglie, intanto che sugli occhi nostri il ricco ozioso profonde a piene mani il denaro in giuochi e stravizi.

Finché dureranno nel mondo queste ed altrettali ingiustizie, finché gli uomini non procureranno una più equa repartizione fra loro dei mezzi atti a conseguire i beni della vita, la rivoluzione vivrà per combatterle, per vendicarne le vittime; e se dureranno eterne, durerà eterna con esse, procacciando almeno un conforto agi′infelici nella permutazione continua delle umane vicende.

Questa rivoluzione è la musa di Enotrio Romano. Sono accenni ad essa, specialmente politici, anche in molte delle prime poesie del Carducci, accenni che mostrano come egli non aspettasse a farsi rivoluzionario il 27 aprile 1859[2], Ma un componimento che, per mio giudizio, appartiene interamente alla poesia di Enotrio, è l′XI del IV libro, Per una raccolta in morte di bella e ricca signora. Cotesta breve ode mi pare una delle poesie più notevoli del volume. Il disegno ne è semplicissimo. Sono come due quadretti chiusi in una sola cornice. In uno il trapassare quieto e sereno di bella e giovine sposa, intorno al cui letto stan lacrimosi i parenti e i figliuoli; e la scena è dipinta così che tutto in esso spira la più grande pietà. Ma se guardi nell′altro, un senso d′orrore ti gela; le lacrime che stavano per ispuntare ti si seccano sugli occhi; tanto è orribile strazio la vista di una povera madre che muore di sfinimento, sola tra i figlioli affamati.

Il secco occhio splendente

con le pupille ignave,

il sudor che di lente

righe solca le tempie oscure e cave,

e rappreso su 1′umida

fronte il cinereo mal piovente crin,

 

e quel vermiglio lurido

nelle saglienti gote,

quel faticoso anelito

dall′osseo petto cui la tosse scuote

acre, profonda ed arida,

quel sangue della bocca in su i confin.

 

annunzian, fere scorte,

la grande ora suprema.

Al passo della morte

niun la prepara? e niuno è che qui gema?

ecco: un parvol si strascica

su quelle paglie, e chiede pur del pan;

 

e un infante col rabido

vagito della fame

contende e si travaglia

col viso macro, con le dita grame

intorno dell′esausta

poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe invan.

 

Lente cadon le braccia,

il guardo le si vela,

e pia morte la faccia

degli affamati suoi figli le cela.

Devoti essi alla livida

colpa ed al vorator morbo son già.

 

L′uomo, doman, che tolsela

vergin bella e pudica,

su ′l deforme cadavere

darà un guardo, tornando alla fatica

usata. Ozio di piangere,

dritto d′amare il misero non ha.

 

A questo medesimo genere di poesia appartiene il Carnevale, idillio di cui fu pubblicata una parte nel 1863 col nome del Carducci, e finito e ristampato intero nel 1868 da Enotrio Romano. Il poeta contrappone la vita molle e le feste voluttuose del ricco agli effetti della miseria che affliggono più terribili il povero nello inverno. Sono voci dai palagi e dalle sale, a cui rispondono voci dai tuguri e dalle soffitte. Quelle, di gente che tripudia fra le danze e i bicchieri, e che dai suoi salotti bene riscaldati gode contemplare a traverso i vetri lo spettacolo terribile dell′inverno che fuori imperversa; queste, di una madre a cui portano a casa morto di freddo di fatica e di fame il figliuolo, e di una fanciulla che, a sfamare la cadente genitrice, dopo avere tentato invano la pubblica pietà, vende l′onore Fin qui la parte dell′idillio pubblicata nel 1863 Ciò che fu aggiunto nel 1868 sono le considerazioni del poeta, Voce di sotterra. La forma di questa poesia, come dell′ode, è semplice ed elegante, ma di un′eleganza che non toglie efficacia all′espressione: qui ciò che più ti colpisce sono le cose che il poeta narra e descrive. Io preferisco di molto queste poesie (ed anche Enotrio, credo) alle odi a Febo Apolline e a Diana Trivia, che egli forse oggi non potrebbe rifare interamente.

VIII.

La distinzione da me fatta fra l′antica e la nuova poesia del Carducci dichiara abbastanza il concetto da lui seguito nel formare i Levia Gravia, e le ragioni per le quali n′ha escluso le rime già pubblicate col nome di Enotrio e tutte le politiche. Qualche malevolo, ed anche qualche benevolo, crede ch′egli abbia con ciò evitato a studio certi ravvicinamenti fra i suoi pensieri d′un tempo e quelli d′un altro, ch′egli abbia, diciamolo francamente, avuto paura di mostrarsi in pubblico tutto intero. Chi pensa questo, non conosce il Carducci, e lo giudica molto male. Io non nego certe contradizioni ne′ versi di lui, ma sostengo che sono più apparenti che di sostanza, e che hanno spiegazione dai tempi e dagli avvenimenti dei quali il poeta fu spettatore.

Per me non è niente strano che chi scrisse nel 1859 la canzone a Vittorio Emanuele e la Croce di Savoia, abbia composto più tardi l′ode Sicilia e la Rivoluzione, il Brindisi agli amici della Pieve S. Stefano, l′Ode pei tipografi di Bologna e i due Epodi. Anzi, a mio avviso, non altro che uno è il cuore, non altro che una la mente da cui uscirono tutti cotesti versi.

Io dirò cosa che farà ridere certi politici sopraffini; e pure la dirò, perché mi par vera. La canzone al Re è forse la poesia più rivoluzionaria fra tutte quelle da me nominate. Si ponga mente al tempo in cui l′una e le altre furono scritte, e si guardi allo spirito più che a certe particolarità dei componimenti. Quando giunse il 27 aprile la canzone al Re era già da un pezzo composta; e perché il poeta l′avea lasciata leggere e copiare a parecchi, se la vide pubblicata clandestinamente avanti il giorno della pacifica rivoluzione toscana, mentre egli attendeva da sé a farla stampare. Se la canzone non dispiacque allora a nessun partito, fu per ciò solo, che partiti allora in Italia non c′erano, un nobile entusiasmo avendoli per un istante fusi tutti in un solo; e se anche oggi pare ai moderati moderata, è perché gli avvenimenti invocati dal poeta si sono nella maggior parte compiuti. Ma supponete che il regno di Napoli non fosse caduto, che invece di questa unità, qual ch′ella siasi, avessimo oggi in Italia una brava confederazione, con qualcuno dei vecchi principi; quanti non vorrebbero farsi un pregio di condannare come matte esagerazioni parecchi desiderii espressi dal poeta in quei versi! In Vittorio Emanuele il Carducci non vede altro che il propugnatore della indipendenza d′Italia, un uomo a cui le sue condizioni particolari rendono possibile e agevole farsi iniziatore della guerra contro lo straniero: ed egli, il poeta, anela a questa santa guerra, e vorrebbe con le sue parole affrettarla.

Deh non cresca perdio

sotto i regni di barbaro soldato

chi d′italica donna italo è nato!

Ecco il pensiero primo della canzone; e accanto a questo il pensiero dell′unità d′Italia, e di Roma libera dal giogo dei preti.

Al folgorar della novella Roma

già fra l′are s′appiatta il re levita:

e ritorna a trattar suo ministero.

Ma quando cotest′uomo, di cui il poeta invoca la spada, avrà compiuto l′opera di liberare dagli stranieri l′Italia, egli già re di quella provincia che di lunga mano preparò cotesta opera, non sarà naturalmente il re della nazione? Il poeta non si occupa di ciò; ed anche senza chiedere a lui ragione di questi pensieri, sta e s′intende la sua canzone.

Non bisogna cercare nella poesia la politica, che sono cose essenzialmente diverse. Quella è sentimento ed entusiasmo di anime generose, questa il più delle volte calcolo d′ambiziosi e d′egoisti. Il poeta vede un ideale purissimo di bene e gli corre appresso, e, quasi dimenticando le imperfezioni della natura umana, ne chiede agli uomini la perfetta attuazione: l′uomo di stato cerca l′utile, e studiasi di ottenerlo per ogni modo; specula egualmente sul vizio e sulla virtù, immorale anche nel fare il bene. Cercando r impossibile, la poesia migliora gli uomini; la politica, cercando il reale, li fa più tristi. Il poeta non è né realista né repubblicano, è semplicemente il poeta della rivoluzione. Spingendosi nel futuro, egli guarda agli avvenimenti che la rivoluzione matura, e mentre li predice li affretta.

Benché le parole del Carducci si volgano ad un re, vedete ch′egli non si trattiene dal ricordare la infelice ma gloriosa lotta della repubblica romana del 1849 contro quelle armi francesi che, pur proteggendo il pontefice, combattevano a Solferino per la rivoluzione italiana.

Itali esempli fur nel Barberino

venti giovani contro a Francia tutta

rotti di venti colpi il seno invitto.

E un′altra cosa notate. Né nella canzone, né in alcun′altra poesia di quel tempo, l′autore non ha una parola che accenni a simpatia per l′imperatore dei Francesi. E ciò, come dinota fermezza di convinzioni, così fu segno di animo liberissimo in quell′anno 1859, in cui tutta Italia era ossequente e devota all′Imperatore Napoleone.

Ma le vittoriose armi imperiali arrestate dalla paura si separano a Villafranca dalla rivoluzione. Che importa? Non si arresta per ciò la rivoluzione, né riman sola. Un uomo che non è re, un semplice soldato di ventura, le offre la sua spada e il suo coraggio, e la guida in Sicilia. E il nostro poeta canta, dopo Vittorio Emanuele, Garibaldi. L′ode Sicilia e la rivoluzione, è il seguito naturale della canzone al Re. Ciò non parrà forse a chi nei rivolgimenti politici si vota ad un partito e all′uomo che lo rappresenta; ma chi segue un′idea e altro non cerca se non di vederne l′adempimento, poco si cura degli uomini, o se ne cura soltanto quanto li vede propugnatori di quell′idea. Se gli avvenimenti si sviano dal loro corso naturale, non fate colpa di contradizione al poeta, quando son essi che si contradicono. Dopo aver confortato il Re alla guerra, allorché questa improvvisamente cessa contro il voto della nazione. Enotrio può ben domandare:

O seduti negli aulici scanni,

a che i patti mentite e la pace?

Perché gli eserciti tornano dal campo alla caserma, dovrà egli cessare il suo grido di guerra, se la patria non è ancora libera dagli stranieri? Mai no: egli prosegue con più ardore che mai :

Presto in armi;

presto in armi le cento città.

Dalla canzone all′ode è progresso di idee, il progresso naturale di chi segue la rivoluzione; ma le idee nella sostanza sono sempre le medesime. Qualcuna accennata un po′vagamente si determina meglio; e come il sentimento del poeta si fa coll′andare più intenso, si fanno anche più vive le immagini e più bellico ed impetuoso il suono delle parole. Dopo le fiere grida di guerra, seguitava Enotrio nella canzone:

Ma pace a te se nieghi a′tuoi scettrati,

stirpe d′Arminio, il braccio, e te consigli

con libertà che i popoli compose.

Questo nobilissimo pensiero, nel quale è tacitamente condannata quella dura necessità delle nazioni civili che è la guerra, avanzo tristissimo di barbarie, riappare più vivamente espresso nell′ode. Fra una e un′altra nazione non può essere ragione di guerra; sola giusta e grande ragione di guerra è fra le nazioni ed i loro oppressori. Nella canzone il poeta, tutto pieno del pensiero di liberare dal giogo austriaco l′Italia, aveva in un impeto d′ira gridato:

E troppo Italia mia gli sembri forte

quando nei lurchi avventerà la morte.

Ma nell′ode non son più gl′Italiani soli ch′egli chiama alla riscossa; la sua parola si volge a tutti i popoli oppressi dalla tirannide, e quasi voglia riparare l′ingiurioso epiteto con cui nominò il soldato dell′Austria, si volge affettuoso al Croato e lo chiama fratello.

Dall′ode Sicilia e la rivoluzione al canto Agli amici della Pieve S. Stefano corsero sette anni, lungo spazio di tempo ad un popolo che si trovi nella condizione in cui allora l′Italia, e pieno a questa di molti e gravi avvenimenti, né sempre lieti. Basti rammentare Aspromonte. Il quale ebbe pure da Enotrio un Canto, che finora rimase inedito, ed è fra le migliori poesie politiche fino allora composte, forse la migliore. Ospite per pochi giorni d′un amico alla Pieve, il Carducci andò a visitare le sorgenti del Tevere; e tornato a casa preparò un brindisi per un desinare d′amici, ch′è un inno al gran padre Tebro, a cui augura propiziando che cessi alfine la servitù.

Volgon, fiume d′Italia, omai tropp′anni

che la vergogna dura: or via non più.

Ecco, un grido io ti do — Morte a′ tiranni: —

portalo, o fiume, a Ponte Milvo, tu.

Portai con suono ch′ogni suon confonda,

portai con le procelle d′Apennin,

portalo, o fiume; e un′eco ti risponda

dal gran monte plebeo, dall′Aventin.

Aveva l′Italia scosso già da otto anni il giogo delle altre tirannidi, e ancora nel cuore di lei durava la più iniqua e la più odiosa di tutte, la sacerdotale. Qualche politico ci può insegnare ch′essa dura e durerà finché, rinnovatesi le generazioni, le menti dei moltissimi non siano mondate dalla lebbra dell′ignoranza e della superstizione, che sono ancora saldo fondamento al governo dei preti, governo, intendo, materiale e morale, peggiore questo di quello. Ma ciò potrà impedire la nobile indegnazione del poeta? Anzi la ecciterà più viva e più grande: e se trasportato dall′impeto dell′ira egli parrà alcuna volta trascendere, noi glie lo perdoneremo volentieri guardando alla cagione ed al fine delle sue parole. Enotrio, che era stato profeta degli avvenimenti italiani nella Canzone al Re e nell′ode Sicilia e la rivoluzione, parve presentire e predire nel Brindisi agli amici della Pieve l′ultimo movimento verso Roma. E quanto dove compiacersi di vedere avverata la sua predizione, tanto la disgraziata fine di quel moto dove straziargli il cuore, e accumularvi nova e più terribile mole d′odio e di sdegno. Sorgano le occasioni, e dal petto del poeta eromperà tremenda la bile; ad esprimere la quale non reputando sufficiente nessuna delle forme poetiche da lui usate fin qui, ne tenterà una nuova.

IX.

E questa nuova forma, di cui egli ha già fatto prova nel canto Agli amici della Pieve, glie la mostrerà il suo antico maestro, Orazio. Ma quello che il latino diceva di sé:

…….…..  Parios ego ………… ..  jambos

estendi Latio numeros animosque secutus

Archilochi, non res et agentia verba Lycamben,

lo può con maggior ragione dire l′italiano; che l′Epodo a Canidia venefica sfrenerà nel vincitore di Mentana e nell′uccisore di Monti e Tognetti.

Nonostante le mende che ad alcuni parve di notare ne′ due Epodi, nonostante che con essi, secondo la sentenza di un dotto amico mio, il poeta minacci talvolta di straniarsi dalla vera bellezza dell′arte, a me sembrarono e sembrano ancora la poesia più fortemente sentita, più originale, più nuova di Enotrio. Ho udito qualcuno dire che negli Epodi Enotrio ha fatto uno strano accozzamento di Orazio e di Victor Hugo. In questo giudizio, che preso così assolutamente è una grande esagerazione e un grosso sproposito, c′è, come in quasi tutte le esagerazioni, e come in qualche sproposito, una piccola parte di vero. Certo ne′ due Epodi, specialmente nel primo (per Odoardo Corazzini) si sente che il poeta avea letto, e forse di fresco, gli Châtiments; ma qualche frase e qualche concetto derivati dal poeta francese e l′afflato lirico che diresti passato da questo nel nostro non scemano né l′ispirazione né l′originalità dell′italiano.

Piuttosto nella prima parte del secondo Epodo (per Monti e Tognetti) non saprei lodare il cinismo sarcastico del discorso che il poeta mette in bocca al pontefice. A udire questo che rivolto al suo primo antecessore gli dice:

A te, Piero, bastarono gli orecchi;

io taglierò la testa;

a leggere del Padre dirci che tiene in briglia Gesù al Sacro Cuore, in non ho potuto trattenere un sorriso. E in questa poesia non avrei voluto sorridere.

Ma simili mende, se pur son tali, ben poco tolgono alle sovrane bellezze degli Epodi; co′quali Enotrio ha incontrastabilmente provato due cose, che quanto a potenza lirica egli è il primo fra′ nuovi poeti d′Italia, e che niuno meglio di lui può essere il vero poeta nazionale del nostro tempo. L′ultima parte dell′Epodo primo è una grande vendetta di Mentana. Tutti gli sdegni e li odii degl′Italiani contro il Pontificato Romano sembrano passati nel cuore del poeta, che li ha trasfusi tutti in quei versi. I quali per movimento lirico e drammatico, per inaspettati passaggi, per grandezza e novità d′immagini e di concetti sono qualche cosa che la poesia italiana non conosceva ancora. Il giovine Corazzini lasciava morendo la madre e la fanciulla a lui promessa in matrimonio. Ora Enotrio, dopo aver toccato delle madri e delle fanciulle che a Mentana perderono i figli e gli sposi, esce con un passaggio felice in questi versi, dove tutto mi pare perfetto, e dove la semplice collocazione delle parole manifesta l′ arte di un grande poeta:

Ma io per man torrommi questa madre

vedova, questa sposa

vedova: e, dove fra sue turbe ladre

quel prete empio riposa.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

là me n′andrò.

Da questo punto fino alla fine l′Epodo va crescendo di calore ed ha luoghi di novità e di bellezza stupendi.

Disse cosa molto vera e molto giusta chi paragonò il secondo Epodo ad una musica Rossiniana, che passa maestrevolmente per tutti i toni e tocca tutte le corde del cuore. Io, come ho accennato ciò che non mi finisce di piacere nella prima parte, così dico che le altre due mi piacciono interamente, e mi paiono agguagliare e forse avanzare per vivezza di sentimento il primo Epodo. Parlando del Monti, il poeta dice:

Crescean tre fanciulletti all′altro intorno,

come novelli del castagno al piè:

or giaccion tristi, e nel morente giorno

la madre lor pensa tremando a te.

Oh allor che del Giordano ai freschi rivi

traea le turbe una gentil virtù,

e ascese alle città liete d′ulivi

giovin Messia del popolo Gesù,

non tremavan le madri: e Naim in festa

vide la morte a un suo cenno fuggir,

e la piangente vedovella onesta

tra il figlio e Cristo i baci suoi partir.

Sorridean dai cilestri profondi,

i pargoletti al bel Profeta umil :

ei lacrimando entro i lor ricci biondi

la mano ravvolgea pura e sottil.

Ma tu col pugno di peccati onusto

calchi a terra quei capi, empio signor,

e sotto il sangue del paterno busto

delle tenere vite affoghi il fior.

Tu sugli occhi de′miseri parenti,

(e son tremuli vegli al par di te),

scavi le fosse ai figli ancor viventi,

chierico sanguinoso e imbelle re.

Mi parrebbe di fare ingiuria ai lettori, supponendo che a gustare le bellezze di questi versi avessero bisogno di chi venisse loro mostrandole a parte a parte.

Arrivato a questo punto del mio scritto senza aver parlato ancora della poesia nella quale comparve per la prima volta il nome di Enotrio Romano, confesso candidamente che, studiando nei versi di lui lo svolgersi del suo ingegno, non seppi trovare luogo accomodato per l′Inno a Satana. Cotesta poesia, che certo ha grandi pregi, mi pare come un fuor d′opera fra le altre, e non mi appaga interamente. Io non nego che il concetto del Satana sia moralmente giusto, ma dubito che nel suo svolgimento esso risponda in tutte le parti a quella idea del vero e del conveniente, fuori della quale non c′è compita bellezza poetica; e dubito che sia un po′ esagerato.

Satana non è soltanto il contrario dell′ascetismo mortificante. Satana è per Enotrio il principio dell′essere, la materia e la forza, la ragione ed il senso. Da Satana quindi l′eterno in cessante agitarsi di questo misterioso universo da Satana l′amore e la vita delle piante e degli animali; da Satana i godimenti dell′intelletto e del corpo; da Satana la scienza e la ribellione. Non è ciò forse troppo? E non basta. Volete anche sapere chi è Satana? Udite.

Un bello e orribile

mostro si sferra,

corre gli oceani,

corre la terra:

corusco e fumido

come i vulcani,

i monti supera,

divora i piani,

sorvola i baratri;

poi si nasconde

per antri incogniti,

per vie profonde;

ed esce; e indomito

di lido in lido

come di turbine

manda il suo grido.

Come di turbine

l′alito spande:

ei passa, o popoli.

Satana il grande.

Niuno certo potrà dire che questi versi non sieno una mirabile descrizione del Vapore; e non sono i soli bei versi del Satana. Ma nell′insieme dell′opera mi par di sentire qualche cosa di eccessivo e di sforzato; e nella forma qua e là del pedestre.

X.

Nessun romore ha levato in Italia il volume dei Levia Gravia, benché il nome di Enotrio sia conosciuto e pregiato. Ma quello non è libro che possa gradire nei gabinetti delle signore eleganti; e un po′di fama ai letterati, massime ai poeti. Oggi dispensasi in Italia anche dalle signore. Sarebbe poi una impertinenza il credere che a qualcuno sia mancato il coraggio civile di parlare di un uomo fatto segno, non molto tempo innanzi che uscisse il suo libro, alle censure e ad una punizione del Governo? Comunque sia di ciò, la ragione della sua poca fortuna il volume dei Levia Gravia per gran parte l′ha in sé. È poesia troppo pensata e troppo dotta, e che però non può essere intesa e gustata se non da pochi. Chi non abbia una conoscenza almeno mezzana del mondo greco e latino, in qualche canto intenderà poco o niente, e in tutti troverà più o meno dell′oscurità. È questo un pregio o un difetto? Né l′una cosa né l′altra. Se no, resterebbe che i poveri autori, prima di scrivere qualche cosa, appiccassero i cartelloni alle cantonate delle vie per domandare al cólto pubblico in qual forma e in quale stile vuole essere servito.

Non per questo io consiglierei Enotrio di tornare spesso alla sua prima maniera di poetare. Fra l′essere ammirato da qualche diecina di lettori che han gusto d′eleganze, e commuovere le centinaia, egli deve preferire questo secondo, ch′è il più alto ufficio del poeta. Ma qui dee fuggire a grande studio l′oscurità, che sarebbe vizio grandissimo. Ogni allusione a cose o fatti di troppo peregrina erudizione, ogni immagine o frase troppo lontana dal comun modo di sentire, di vedere, d′esprimersi, è un ostacolo al fine che r autore si deve proporre. Io so ch′Enotrio in poesia è aristocratico; ma anche so che intende e sente meglio di me che il poeta, il quale vuol parlare al cuore e alla mente di molti, può dire tutto ciò che vuole e riuscire chiarissimo, senza mancare, non dico alla convenienza, ma alla più schietta eleganza.

Oltre l′accusa di oscurità, che taluni fanno ad Enotrio, c′è anche chi si duole ch′egli non abbia come poeta una fisonomia sua propria. Nelle poesie d′Enotrio, mi diceva un cotale, io ci trovo ora Orazio, ora il Monti, ora il Leopardi, ora Victor Hugo; non ci trovo mai Enotrio. Falsissimo. Nessun poeta vivente ha forse scolpito così forte ne′ suoi versi l′impronta di sé, come lui. Chi paragoni i primi sonetti e le prime odi del Carducci agli Epodi di Enotrio Romano, ci riconoscerà senza dubbio il medesimo autore, modificato certamente, ma sempre il medesimo. Qualche ineguaglianza di stile non può negarsi che in qualche componimento ci sia; ma tali ineguaglianze derivano quasi sempre da ciò, ch′egli recò più volte la mano ad uno stesso lavoro ad intervalli di tempo non sempre brevi.

Si studi Enotrio di evitare questo sconcio, e d′essere sempre chiarissimo; tempri qualche soverchio ardimento, qualche impeto soverchio; cerchi pure, come fa, la forma del reale a colpi fieri e risentiti, ma si guardi da tutto ciò che può offendere la castità della Musa; e la poesia degli Epodi, purgata delle poche macchie che ora la offuscano, gli acquisterà nella opinione dei savi il luogo che gli si compete fra i nostri migliori poeti, e farà ricredere chi dice eh′egli non ha una propria fisonomia.


 

[1] Oggi, senza avere il censo, anche gli operai e i contadini hanno acquistato i diritti politici: ma possono essi forse mandare alla Camera Deputati, che abbiano virtù di redimerli dalla schiavitù della gleba? Io credo che, a conti fatti, sarebbe stato meglio per loro avere il censo e rimanere senza diritti politici. [Nota del 1882).

[2] E né anche aspettò il 1859 a farsi razionalista. Era l′anno che fu firmata la famosa pace di Parigi, quando il pretume pisano, scavate non so dove certe reliquie e battezzatele per un beato Giovanni della pace, le strascicò a processione per la città con gran pompa. Il Carducci, alunno della scuola normale di Pisa, scrisse e divulgò manoscritto un inno, dove si leggono queste strofe:

Acqua santa a piena mano,

Tutto il secolo è cristiano.

Vedi mo′, Castelbriante,

La tua Francia torna a Dio;

Bonaparte è novo Atlante

Alla cattedra di Pio;

Fan da svizzeri a San Piero

I nipoti di Volterò.

Viva Cristo ritornato

Fra i bagagli di Radeschi

Sull′altare appuntellato

Dalle picche dei Tedeschi;

Convertì la baionetta

Questa terra maledetta.

Questa terra che del nostro

Sangue e pianto è molle ancora,

Brontolando un paternostro,

Su zappiamo alla buon′ora,

Per trovare ossa di santi

E di frati zoccolanti.

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Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2011