Edizione di riferimento
Impressioni e ricordi di Giosuè Carducci di Giuseppe Chiarini ditta Nicola Zanichelli Bologna 1901.
Le prime Odi barbare vennero in luce nel 1877; le seconde dopo sei anni, nel 1883; e alla stessa distanza di sei anni si pubblicano oggi le terze.
Le prime odi barbare (parlo delle sole originali) erano tredici; le seconde, diciassette; le terze sono venti, senza nessuna mistura di traduzioni.
Cosicché il Carducci ha da comporre altre settanta odi, se vuole arrivare al numero delle composte da Orazio. E chi può dire che non ci arriverà? E che non ci abbia forse pensato? Chi può leggendo quest′ultimo volume, dubitare che gli mancherà la materia, l′ispirazione, la vita?
Coloro che delle prime odi barbare ricordano l′ode Alla stazione, il Clitunno, le Terme di Caracalla; e delle seconde l′ode In morte di Eugenio Napoleone e Sirmione, crederanno difficile che l′autore abbia potuto in queste terze mantenersi a quella medesima altezza. Con quelle cinque odi egli avea, secondo me, toccato il sommo dell′arte sua. Andar oltre non è conceduto a nessuno. Ma alcune delle odi del nuovo volume, Miramar, Presso l′urna di P. B. Shelley, Scoglio di Quarto, A Margherita regina d′Italia, non temono il confronto delle migliori fra le antiche; e tre di esse sono state composte pur ieri. Parliamo di queste, poiché 1′altra, pubblicata da me fino dal 1884, dovrebbe essere notissima a tutti.
Da ogni pagina del nuovo volume spira un′aura di gioventù e di forza, che, chi conosca il Carducci e pensi quanto egli ha già fatto, meraviglia e consola. La mente che ha pensato e scritto Miramar è ancora quella medesima che in un momento di alta commozione ed ispirazione poetica seppe nel breve giro di poche strofe evocare tutta la tragica storia dei Napoleonidi. In una delle sue gite a Trieste di alcuni anni fa il Carducci volle, credo, vedere il castello, d′onde l′infelice Massimiliano era partito per l′impero del Messico. Entrò nella stanza di studio dell′Arciduca, costruita in guisa che rassomigliasse la cabina della contrammiraglia Novara che lo trasportò al Messico, vide i ritratti di Dante e del Goethe presso il luogo ove Massimiliano sedeva a studiare; vide aperta sul tavolino un′antica edizione di romanze castigliane; vide incise nella sala maggiore più sentenze latine; queste fra le altre :
Si fortuna iuvat caveto tolli – Si fortuna tonat caveto mergi – Saepe sub dulci melle venena latent – Non ad astra mollis e tenuis via – vivitur ingenio, caetera mortis erunt.
Quale impressione facesse sul poeta quella visita lo dice l′ode, che subito dopo egli pensò, e della quale scrisse subito queste prime strofe.
O Miramare, a le tue bianche torri
Attediate per lo ciel pioverne
Fosche con velo di sinistri augelli
Venaron le nubi.
O Miramare, contro i tuoi graniti
Grige dal torvo pelago salendo
Con un rimbrotto d′anime crucciose
Battono l′onde.
Meste ne l′ombra de le nubi a′ golfi
Stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo,
Gemme del mare.
E tutte il mare spinge le mugghianti
Collere a questo basfi′on di scogli
Onde t′affacci a le due viste d′Adria,
Rocca d′Absburgo.
E tona il cielo a Nabresina lungo
La ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
Leva tra il nembo.
Furono ammirati, e giustamente ammirati, nelle prime e seconde odi barbare i paesaggi, che altri chiamò riproduzioni miracolose della natura. Di quello dell′Adda Alberto Mario scrisse: ‟Io conosco la pianura lombarda. Leggendo l′Adda, la vidi riprodotta nella sua verità di suoni, di sensi, di colori con la magia degli aggettivi”. Senza niente detrarre a ciò che c′è di vero in questi giudizi, io dirò che per me essi non esprimono tutto intero il carattere dei paesaggi nella poesia del Carducci; dei paesaggi in genere, e di questo di Miramar in ispecie. Più che riproduzioni del vero, i paesaggi della poesia del Carducci a me paiono trasformazioni del vero. Egli descrive i paesaggi come li vede, siamo d′accordo; ma egli li vede diversamente dagli altri; li vede, con quel che ci mette di più il suo sentimento e la sua fantasia. La mente del Carducci è tutta impregnata d′ideale: quando egli descrive luoghi, persone, avvenimenti a noi noti; quei luoghi, quelle persone, quelli avvenimenti ci appaiono nella loro realtà diversi da quelli di prima: e appunto per ciò noi ammiriamo il poeta che ci fa vedere in essi quello che noi coi soli occhi nostri non vedevamo.
Io non conosco il castello di Miramar e non so se nelle strofe che ho riferite lo vedo quale esso è realmente; so che lo vedo quale lo vide il poeta, e col poeta vedo tutta la natura intorno ad esso animata a gemere sul destino dell′infelice Arciduca. – In questo senso specialmente è vero che i paesaggi del Carducci sono viventi, cioè animati: essi sono animati dell′anima che infuse loro il poeta.
Era ben′altra la scena quando Massimiliano partì.
Deh come tutto sorridea quel dolce
Mattin d′aprile, quando usciva il biondo
Imperatore, con la bella donna,
A navigare !
A lui dal volto placida raggiava
La maschia possa de l′impero: l′occhio
De la sua donna cerulo e superbo
Iva su ′l mare.
Addio, castello pe′felici giorni
Nido d′amore costruito in vano !
Altra su gli ermi oceani rapisce
Aura gli sposi.
Lascian le sale con accesa speme
Istoriate di trionfi e incise
Di sapienza. Dante e Goethe al sire
Parlano in vano
Da le animose tavole : una sfinge
L′attrae con vista mobile su l′onde:
Ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro
Del romanziere.
Ahimé! il nobile principe è sacrato a morte: una dura fatalità pesa sopra il suo capo. Mentre egli muove, vien contro lui, tra ′l rauco piangere dei flutti, una lugubre nenia:
– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro.
Figlio d′Absburgo, la fatal Novara.
Teco l′Erinni sale oscura e al vento
Apre la vela.
Vedi la sfinge tramutar sembiante
A te d′avanti perfida arretrando !
E il viso bianco di Giovanna pazza
Contro tua moglie.
E il teschio mozzo contro te ghignante
D′Antonietta. Con i putridi occhi
In te fermati è l′irta faccia gialla
Di Montezuma.
Huitzilopotli, il Dio de′ Messicani, ha fiutato da lunge il sangue del principe: E navigando il pelago co ′l guardo Ulula – Vieni.
Quant′è che aspetto! La ferocia bianca
Strussemi il regno ed i miei templi infranse:
Vieni, devota vittima, o nepote
Di Carlo quinto.
Non io gl′infami avoli tuoi di tabe
Marcenti o arsi di regal furore;
Te io voleva, io colgo te, rinato
Fiore d′Absburgo;
E a la grand′alma di Guatimozino
Regnante sotto il padiglion del sole
Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano.
Quest′ode, le cui strofe d′una freschezza meravigliosa paiono sbocciate dalla mente dell′autore per virtù di naturale espansione piuttosto che lavorate dall′arte, ha tutta la terribile solennità di una tragedia greca. Nel suo genere, mi par degna di stare accanto alla stupenda ode per Eugenio Napoleone. C′è fra l′una e l′altra una certa analogia d′argomento; e come nell′una la tenerezza materna fa contrapposto alla terribilità del fatto e la tempera, così nell′altra le intravedute dolcezze dell′amor coniugale: ma le due odi sono nella composizione, come nel metro, diversissime; ed ambedue egualmente originali.
Qualche leggera reminiscenza d′altre poesie del Carducci è invece nell′ode A Margherita regina d′Italia, che tuttavia ho messa tra le più belle del volume, perché tale mi pare: e come opera di arte mi pare a dirittura perfetta d′ispirazione e d′esecuzione.
Dopo avere assistito nel passato maggio ad una conferenza del professore Oscar Chilesotti sulla musica dei secoli XV e XVI, la Regina ebbe, dice il Carducci, la gentile curiosità di conoscere l′arte del liuto e l′uso d′esso nella poesia provenzale e italiana: e ne chiese al Carducci stesso, il quale assisteva anch′egli alla conferenza. Da qui l′origine dell′ode, la quale altro non è se non la gentile risposta del poeta alla gentile curiosità della Regina. Nella sala ove fu tenuta la conferenza erano, fra gli altri strumenti musicali, due liuti di essa la Regina.
Quando la Donna Sabauda, comincia il poeta, tocca il liuto, un conscio spirito commuove l′agili corde, sale dal concavo seno la Musa dei tempi andati, e un coro di forme aeree, le forme della antica poesia, circonda l′italica Margherita. Io sono, dice l′una di esse forme, la nobile Canzone; levai in Cielo i sospiri di Dante e del
Petrarca, e porterò a loro le tue laudi.
– A me la terra piace – nel cantico
Una seconda balzando applaude
Con l′asta e lo scudo, e da l′elmo
Fosca fugge a′ venti la criniera – ,
Piace, se lampi d′acciaio solcano
Se ferrei nembi rompono l′aere
E cadon le insegne davanti
Al flutto e a r impeto de′cavalli.
A cui la morte teme non ridono
Le muse in cielo, quaggiù le vergini.
Avanti, Savoia ! non anche
Tutta désti la bandiera al vento.
La Sirventese sono. A me l′aquila
Che da Superga rivola al Tevere
E i folgori stringe severa
Dritta ne l′iride tricolore.
Ed io, dice la terza, sono la Pastorella: ma non canto più danze e tripudii : oggi la terra è piena di tristezza: dalle campagne ove ferve il lavoro io reco a te, o Regina, il riso de′ pargoli, le lacrime delle spose e delle figliuole, e i cenni dei vecchi, che ti salutano pia madre.
Queste forme, conchiude il poeta, che salendo dal vago liuto volano cantando intorno a voi, o Signora, io le consegno alla lira di Roma, io le canto sui metri d′Orazio; le canto
Qui dove l′Alpi de le virginee
Cime più al sole diffusa raggiano
La bianca letizia da immenso
Circolo, e cerula tra l′argento
Per i tonanti varchi precipita
La Dora a valle cercando Italia,
E sceser vostri avi ferrati
Con la spada e con la bianca croce.
L′ode, pensata in Roma quando il Chilesotti fece la sua conferenza, fu, come appare da queste due strofe, composta a Courmayeur, a Courmayeur il cui paesaggio vive e palpita in esse: e con esse mi piace finire; poiché le tre che seguono, con le quali l′ode si compie, mi paiono di costruzione un po′ faticosa e difficile.
Chi desiderasse altre imagini, altri concetti, altre armonie, non ha che da voltare qualche pagina del libro.
Ecco l′ode intitolata Le due torri; un breve dialogo, una specie di contrasto, fra la torre degli Asinelli e la Garisenda, Sono sei strofe, di quattro versi ciascuna, nelle quali il poeta ha saputo con brevi e potenti tócchi adombrare, dirò meglio, animare un pezzo di storia italiana. La torre degli Asinelli, diritta, svelta, ridente al sole, canta la libera gloria del popolo; canta la fuga dei barbari, le trombe dei carrocci suonanti a vittoria, lo svevo imperatore chinantesi davanti la rossa croce d′Italia. La Garisenda, che sorgendo piegò la fronte sopra le ruine e le tombe, geme su le dure lotte fraterne, su le lunghe furie civili.
L′Asinella conchiude serenamente:
Dante vid′io levar la giovine fronte a guardarci,
E come su noi passano le nuvole,
Vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
Premergli tutti i secoli d′Italia.
La Garisenda con un rammarico:
Sotto vidimi il papa venir con l′imperatore
L′un a l′altro impalmati; ed oh me misera.
In suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
Su Carlo quinto e su Clemente settimo.
Un′altra ode, Davanti il Castel vecchio di Verona, comincia storicamente descrivendo, con due strofe che sono un gran quadro vivente, la vittoria di Teodorico su Odoacre.
. . . . . . . . . . . . . . tra l′erulo
Eccidio passavan su i carri
Diritte e bionde le donne amale
Entro la bella Verona, odinici
Carmi intonando ; raccolta al vescovo
Intorno l′italica plebe
Sporgea la croce supplice a′ Goti.
Ma il quadro storico è in questa poesia un accessorio; il concetto di essa è interamente e malinconicamente filosofico, è il concetto della picciolezza dell′uomo di fronte alla natura. Dritto sul ponte che sta davanti al castello, il poeta sente il verde Adige scorrere sotto cantando la sua eterna canzone; e pensa: tu cantavi cosi, o verde Adige, quando Teodorico vinse Odoacre; tu canti cosi oggi che su le torri di Verona le bandiere abbrunate piangono il giorno funerale di Vittorio Emanuele.
Anch′io, bel fiume, canto; e il mio cantico
Nel picciol verso raccoglie i secoli,
E il cuore al pensiero balzando
Segue la strofe che sorge e trema.
Ma la mia strofe vanirà torbida
Ne gli anni : eterno poeta, o Adige,
Tu ancor tra le sparse macerie
Di questi colli turriti, quando
Su le rovine de la basilica
Di Zeno al sole sibili il colubro,
Ancor canterai nel deserto
I tedi insonni de l′infinito.
Mirabile, fra le altre cose, in questa ode è l′euritmia delle parti; tre, di tre strofe ciascuna:
nella prima il canto dell′Adige ai tempi antichi;
nella seconda il canto dell′Adige ai tempi nostri;
nella terza, che ho riferita, il canto del poeta.
Il pensiero della caducità delle cose umane, il pensiero della morte maritasi a note più gioconde in altre poesie.
Mescete in vetta al laminoso colle,
Mescete, amici, il biondo vino, e il sole
Vi si rifranga: sorridete, o belle:
Diman morremo.
Lalage, intatto a 1′odorato bosco
Lascia 1′alloro che si gloria eterno,
O a te passando per la bruna chioma
Splenda minore.
A me tra ′l verso che pensoso vola
Venga 1′allegra coppa ed il soave
Fior de la rosa che fugace il verno
Consola e muore.
Diman morremo, come ier morirò
Quelli che amammo: via da le memorie.
Via da gli affetti, tenui ombre lievi
Dilegueremo.
Orazio, se fosse vissuto ai tempi nostri, e avesse scritto in italiano, avrebbe, credo, potuto far così queste strofe dell′ode Su Monte Mario?
Così, non meglio.
Ma non saprei dire se Orazio, che pure amò di grande e sincero amore la sua Roma, avrebbe potuto egualmente scrivere l′ode Scoglio di Quarto. – E perché no? – Se gli fosse toccato di vivere ai tempi nostri, egli, invece d′Augusto e di Mecenate, avrebbe cantati Vittorio Emanuele e Garibaldi. Nell′animo suo c′era tanto di nobili sentimenti, tanto d′amor patrio e d′entusiasmo poetico, che i grandi fatti del nostro risorgimento avrebbero trovato in lui un degno poeta.
L′ode Scoglio di Quarto comincia con la descrizione del luogo; una breve striscia di sassi, sulla quale frondeggiano boschi di lauro, e dietro nella sera spirano effluvii e mormorii. Davanti splende la luna, larga, nitida, candida; presso lei corride l′astro di Venere. – E il poeta:
Par che da questo nido pacifico
In picciol legno l′uom debba movere
Secreto a colloqui d′amore
Leni su i zefiri, la sua donna
Fisa guatando l′astro di Venere.
Italia, Italia, donna de i secoli,
De′ vati e de′martiri donna.
Inclita vedova dolorosa.
Quindi il tuo fido mosse cercandoti
Pe′ mari. Al collo leonino avvoltosi
Il puncio, la spada di Roma
Alta su l′omero bilanciando,
Stié Garibaldi. Cheti venivano
A cinque a dieci, poi dileguavano,
Drappelli oscuri, ne l′ombra,
I mille vindici del destino.
Come pirati che a preda gissero;
Ed a te occulti givano, Italia,
Per te mendicando la morte
Al cielo, al pelago, ai fratelli.
Basta. Le due strofe che seguono sono meravigliosamente belle, sono splendide; ma quando s′è letto le ultime due delle cinque che ho riferite, bisogna fermarsi, fermarsi a benedire la mano che le ha scritte, fermarsi a contenere l′entusiasmo che vuol traboccare. Queste due strofe sono veramente degne della spedizione dei mille, veramente degne di Garibaldi, veramente eroiche; sono di quelle strofe che, quando tutta l′opera di un poeta è andata dispersa, bastano a far vivere il nome di lui nella eternità. Se di qui a mille anni non rimanessero del Carducci che quelli otto versi, essi basterebbero a far mettere il nome di lui accanto a quello di Simonide.
Sole d′inverno – Primo Vere – Egle – Canto di marzo – Cerilo – Saluto d′autunno – Roma – Da Desenzano (A Gino Rocchi) – Alessandria (A Giuseppe Regaldi ) – A una bottiglia di Valtellina del 1748 – Courmayeur – Colli toscani – Convivale, sono i titoli delle altre tredici odi, che con le sette delle quali ho fatto cenno compongono il volume. E tutte insieme, per varietà d′argomenti, d′intonazione, di metro, per altezza di concepimenti e splendore di forma, gareggiano con le prime e le seconde odi barbare, e forse in parte le superano. Le superano senza forse nella esecuzione metrica, che il Carducci dalle prime odi in poi è venuto sempre perfezionando. Certe libertà e incertezze di metro delle prime e anche delle seconde odi barbare, in queste terze non si trovano quasi, o rarissime.
La forma dei versi e delle strofe è qui più regolare e più stretta, cioè contenuta da leggi più salde e rigorose; ed il poeta ha anche allargato il campo della forme metriche, sia tentando nuove combinazioni di versi, sia modificandone alcuni. Courmayeur è una bella poesia, in un metro affatto nuovo, e secondo me perfettamente riuscito.
Tropp′altro ci sarebbe da dire; ma io non ho potuto e voluto fare che un annunzio. Se l′amico permette, Io chiuderò ripetendo il vecchio mio grido: La poesia non umore. E spero che non salterà su propriamente lui a cantarmi il contrario.
![]()
|
Biblioteca |
Progetto Carducci |
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2011 |