Alberto Cantoni

IL DEMONIO DELLO STILE

TRE NOVELLE

PIÙ PERSONE ED UN CAVALLO [1]

Novelletta

I

L’Edda di Florio, capitano Graf, [2] viaggiava anni sono da Genova a Palermo, ed io, che doveva andare a Napoli, ne profittai da Livorno in là, col più bel tempo che si possa immaginare. Una buona stella mi fece arrivare a bordo quando precisamente i primi stavano per mettersi a mangiare, e non più tardi di cinque minuti dopo era già seduto a tavola, con un colonnello dei bersaglieri a fianco, due Messicani di fronte, e il capitano in mezzo, cinque persone in tutto. Quest’ultimo, a malgrado del suo nome, era siciliano quanto Giovanni da Procida, e sapeva fare il padron di casa da vero gentiluomo di mare, ma per quanto di buona volontà ci si ponesse tutti, pure, colla lingua francese di quei due Messicani, non c’era proprio verso di mandare avanti la conversazione. Li secondammo, nonostante, il più che si potè, e quando con l’aiuto di Dio si chetarono, e ci fecero capire che non ci capivano più, perchè avevano già smaltito le cinquantacinque parole imparate a memoria nel passar l’Atlantico, allora fu un’altra cosa e s’andò avanti in italiano fra di noi tre, senza più interromperci che ad ogni bicchier di Marsala, per brindare ospitalmente al Messico, all’istmo di Panama, al Niagara ed al Missippì. È buono il Marsala di Florio, e se il maggiordomo dell’Edda avesse seguitato a far vuotare, io mi sentiva dispostissimo a passare in rassegna tutto quel po’ di geografia americana che mi ritrovo in capo, con grandissimo soddisfacimento di quei due signori.

Ma quegli scappò via come una saetta per sovrintendere al pranzo dei secondi, e noi cinque rimanemmo a tavola col caffè davanti. Il colonnello era siciliano anch’esso, e bastò un momento di distrazione sua e di Graf, perchè mi credessi improvvisamente mutato in americano anch’io, tanto poco li capiva e l’uno e l’altro. Parlavano l’almo linguaggio di Giovanni Meli [3], che noi del settentrione possiano appena appena masticare a spilluzzico ritrovandolo scritto, e commentato, e tradotto, ma quando lo parlano, santo Dio, che roba!

Si ravvidero entrambi quasi subito, e mi chiesero scusa della distrazione, poi il capitano dovette muoversi pei fatti suoi, ed io me ne andai a passeggiare sopra coperta col colonnello, lasciando i due Messicani tutti assorti a decifrare un giornale mercantile, raccattato a Livorno, dal quale stavano spremendo una specie di oroscopo sul commercio dello zolfo: unico obietto [4] del loro viaggio artistico in Sicilia.

Il colonnello giudicato così alla grossa dai bei mustacchioni bigi, dal portamento e dalle rughe del viso, poteva avere circa sessant’anni, ed era alto ed aitante della persona. Guardava fermo in viso nel discorrere e si esprimeva sempre con molta disinvoltura, ma vi era pure un che di così curioso nel suo modo di parlare, da valere proprio la pena che io mi studi di darlo ad intendere, per difficile a dire che esso sia. Appena cioè i suoi discorsi tendevano ad animarsi un pochino, e subito subito la sua voce principiava a discendere anzichè a salire, per assumere poi dei toni tanto più morbidi e tanto più carezzevoli quanto più, seguitando egli ad animarsi, avrebbero dovuto essere più risentiti e più forti. Era indole contradditoria? Era studio per far più effetto? Io non me lo sapeva dire, ma è certo che nessuno si è mai imbattuto in un più palmare contrasto fra la voce d’un uomo e il sentimento delle sue parole.

Dato e conceduto poi che io non appartengo punto a quella categoria di seccatori, i quali, appena si abbattono in un militare in divisa, od anche semplicemente in una persona investita di qualche pubblico ufficio, si credono subito in diritto di chiedergli che faccia di bello, donde venga, dove vada, e quante lire abbia in tasca, così non sarò io di certo che potrò contentare il mio curioso lettore narrandogli tosto che cosa il colonnello avesse fatto a Genova, o perchè se ne andasse a Palermo. Veniva dal Nord, e andava verso Sud, precisamente come il nostro vapore: ecco tutto. Io mi prendo solamente quel che mi danno, in casi simili, e ne ho di grazia per passare il tempo. Ma il colonnello è stato così generoso con me quella sera, che io pure, alla mia volta, non voglio esserlo meno col mio curioso lettore, nella dolcissima lusinga di fargli fare la mala notte che ho fatto io, quando mi congedai alle dieci per andare a dormire. Cioè adagio: per andare a letto. Avrà dormito il colonnello, forse.

Chiacchierando così del più e del meno, mi venne la infelice idea di parlargli dei suoi paesani da me conosciuti fino a quel giorno, e dopo una filza di cinque o sei persone, o poco più, il discorso mi cadde sopra di un tale, che si trova da quasi trent’anni sul continente, e che non ha mai rivisto sua madre, rimasta sempre nell’isola, ed ora quasi nonagenaria. Aggiunsi altresì che cosa egli risponda quando lo si incoraggia a ripassare lo stretto, e cioè che non ne vuol sapere, perchè è sicuro di starne peggio che mai, dopo tanti anni di lontananza.

“Peggio! ?” mi chiese il colonnello.

“Sì. Egli teme di soffrire tanto nel dover abbandonare di nuovo e per sempre la sua vecchietta, che il piacere di rivederla debba risultare al paragone assai assai più piccolo.”

“Non gli creda!” mi rispose il colonnello.

“Perché?”

“Un uomo che la va a pigliar così lunga nelle previsioni, non ama più sua madre. L’ha amata, può darsi, ma ora gli è divenuta indifferente. Teme però di rivederla, per paura di rinnovare l’ affetto, e di soffrire più assai quando fra poco gli dovrà morire.”

Il colonnello pronunziò questa tirata alla sua maniera, cioè con un crescendo di... pacatezza, ed io rimasi lì senza dir nulla, un po’ per la fulminea rapidità di quel giudizio, probabilmente giusto, un po’ perchè mi venne subito una gran voglia di chiudermi a chiave nel mio camerino. Non mi piacciono molto, se devo dire la verità, gli uomini che s’intendono troppo di cuore umano, e credo che piacciano pochissimo a tutti. Fin che si rivelano da lunge con dei libri o con delle commedie, va benone, ma starci sotto a quattr’occhi, non va niente bene.

Il colonnello notò subito la mia faccia scura, e disse, interpetrandola a modo suo:

“Vedo che il mio insanabile pessimismo le ha fatto impressione e mi voglio scusare, narrandole subito una storiella, che le posso garantire per esattissima, e che non mi ha lasciato addosso una gran fiducia nei vincoli di sangue, nemmeno nei più stretti.”

Mi son sentito venire i brividi, e proruppi: “Oh Dio, sarà una storiella malinconica, ci scommetterei! M’importa assai di quel Siciliano!

Lo vedo una volta ogni sei mesi tutt’al più. Non me ne sono già avuto a male per lui, creda pure. È stato un po’ di umiliazione, vedendo lei in un minuto secondo imbroccare forse più giusto di me in tre anni. Guardi laggiù piuttosto. Il capitano ha invitato i secondi nel salottino del pianoforte, e c’è una signora che canta il walzer di Madama Angot [5]. Non è meglio che l’andiamo ad ascoltare?”

“No davvero. Miagola troppo. L’ho udita sere fa in un teatro di legno, a Genova, e me ne è passata la voglia finchè campo. Sono in due, marito e moglie, uno cala di mezzo tono e l’altra cresce. Quando s’uniscono pare cha abbiano il mal di mare. Non ci vuole meno della gentilezza di Graf per non farli incatenare entrambi giù nella stia. Se sapesse quanto Boccaccio [6] e quanta Belle Hélène [7] ci hanno inflitto iersera dalla Spezia in giù! Mi son dovuto rifugiare qui, dal mio cavallino.”

Povero baio! Era all’aria aperta, ma faceva compassione egualmente. L’avevano legato fra quattro pareti di legno, poco più basse di lui, con sotto il ventre una grossissima tela, tirata a forza più su del ginocchio, sulla quale doveva necessariamente cadere in tempo cattivo, senza pericolo di rompersi le coste nei lati del suo angustissimo casotto. Non poteva muovere liberamente che la bella testina, che usciva fuor delle pareti, e che penzolava malinconicamente in qua ed in là, come se fosse stata quella d’una gran testuggine fuor della scaglia. Il colonnello se la prese adagio adagio fra le mani e se la pose sulla spalla, dove rimase ferma ben volentieri, mentre il padrone carezzava il collo. Povero baio! Mi stava guardando con due occhi mansueti, lacrimosi, pieni di bontà e di rassegnazione, quando d’immobili che eravamo tutti tre, demmo tutti un grandissimo scossone, e il nostro bel gruppo si sciolse immantinente. S’era dato in secco? Ci avevano investito? No. Era stata una feroce stonazione dei due coniugi: una stonazione che avrebbe bastato per fare spiritare i cani, nonchè i cavalli.

Il colonnello, come più avvezzo, si riebbe prima di me, e disse:

“Ha udito? Ho ragione sì o no?”

Io non gli risposi, sì dentro impietrai. Impietrai tanto che l’anima mia dovette rifugiarsi, come paurosa, nel seno del suo Fattore, sciamando:

“Dio santo e buono! Tu mi hai dato oggi le più belle prove dell’amore tuo. Mi hai suggerito di viaggiar per mare, e il mare è buono; mi hai disteso innanzi questa cerulea bellezza d’acque, ed io non ho che a voltarmi intorno, per sentirmi come penetrato della tua grandezza. Non bastava. Ora mi fai discendere il sole a ponente, e mi fai alzare la luna a levante. Da una parte il cielo è già tutto una gloria, dall’altra il mare è già tutto uno zaffiro. Potevi tu essere più buono, più amorevole, più grazioso meco? No. Ma ci sono i miei simili che stanno per guastare la tua opera santa: c’è un colonnello che mi vuole raccontare una sua buia storia d’orrore, c’è la figlia di Madama Angot che seguita a... cantare con suo marito. Oh perchè, mio Dio, non hai mandato in mia vece il mio simpatico lettor curioso? Oh quello no, non ha bisogno di far vita contemplativa la sera, per poter dormire la notte. Egli se la gode quando può sapere i fatti degli altri, egli ci s’ingrassa dentro, egli non capisce che la noia è il più sacro, anzi il più divino di tutti i soporiferi!... io sarei stato fermo qui per un paio d’ore; il mio pensiero si sarebbe annegato in questa infinità, come dice Leopardi; poi sarei sceso a leggere i ringraziamenti dei viaggiatori nell’album di Graf, mi sarei seccato bene... e avrei dormito. Tu invece lasci guastare l’opera tua!!”

Nessuno può dire quanto tempo avrei seguitato nelle mie lamentazioni, se il colonnello non si fosse pensato di scotermi colle più aspre note del suo vocione da parata, dicendo:

“Venga. Il meglio che possiamo fare è di ricoverarci nel salone dei secondi.”

II

Il salone dei secondi era già pieno di fuggiaschi intenti a giocare a scopone, e che ci accolsero guardandoci di sotto in su, come due intrusi. Il colonnello tirò avanti senza darsene per inteso, e mi rimorchiò ad un cantuccio bene illuminato, che era rimasto vuoto, a cagione dell’elice li presso. Ci ponemmo a sedere con quell’altra musica rabbiosa accanto, e il mio esecutore principiò a sciorinarmi la sua storiella. Ma patti chiari: ormai vi ho già detto che modo di parlare fosse il suo, e non mi voglio interrompere ogni momento per notarlo ancora; fate voi piuttosto una cosa: leggete forte. Quando i suoi discorsi vi pareranno più languidi, e voi dateci dentro rabbiosamente; quando più mossi, e voi coloriteli colla più patetica mellifluità. Vedrete che è un bel divertimento, e di poco inferiore a quello che ci ho trovato io nell’ascoltare, coll’elice sotto.

“Io ho l’abitudine,” disse, “di fare i bagni a Ragaz, in quel di Coira, e di passarci quasi tutte le mie vacanze, benchè i luoghi sieno poco ameni e pochissimo pittoreschi, se non ne togli la vicina gola di Pfeffer [8]. È una buona cura che placa i nervi, e che rimonta più o meno la gente che ha vissuto un po’ troppo in furia, come si usa da per tutto dal quarantotto in qua. Le signore, anzi le gran signore, vi accorrono a frotte da ogni paese, nella speranza di lasciarvi qualcuna di quelle loro complicate ed innumerevoli malattie di donna, nelle quali noi maschi non riesciamo mai a capire il gran nulla. Sarà isterismo, sarà sterilità, sarà soprattutto uggia del marito o noia dell’amante, tanto si curano, e qualcuna guarisce, dicono. La società che si raduna nei migliori alberghi, serba un contegno di decente compostezza, che non esclude nè una qualche famigliarità fra le persone che vengono da uno stesso paese, nè una certa etichetta fra quelle che si trovano come balestrate lì dai quattro canti d’Europa. Nullameno si mangia tutti insieme, ci si trova tutti i giorni a udire la musica insieme, i vecchi del luogo si riconoscono volentieri di dovunque vengano, e le più eleganti signore non hanno che ad apparire a tavola, per essere accompagnate a sedere da un lungo strascico di ammirazione, la quale, benchè soltanto pensata ovvero espressa piano piano in molte lingue, pure non perde nulla della sua eloquenza. È insomma una società a modo, dove un vecchio barbogio come me può anche far l’orso quando gli frulla, senza pericolo che gli taglino i panni dietro, e dove i giovani d’entrambi i sessi, per poco che suonino, o cantino, o ballino assai bene, trovano presto il modo di campare là là senza gran noia.

“Io stava a letto in dormiveglia una mattina di questo agosto. e mi pareva di sognare di avere un pendolo accanto che accelerasse continuamente le sue vibrazioni, ticchettando sempre un po’ più forte. Dàlli e dàlli mi scossi un pochino, e ripensato che io non aveva certo nessun orologio in camera, venni a chiarirmi adagio adagio che si seguitava da un pezzo a picchiare molto discretamente all’uscio mio. Apro subito e vedo nientemeno che il direttore del Quellenhof, cioè del mio albergo, il quale mi accenna di parlare assai piano, e mi dice pianissimo che la signora sotto la mia stanza era stata sorpresa nella notte da un parto anticipato, che essa e la creatura stavano molto male, e che però gli permettessi di fare stendere sul pavimento certe gravissime striscie di tappeto, le quali avrebbero smorzato il romore dei miei passi quando mi fossi alzato. Tornai sotto in punta di piedi, limitandomi naturalmente ad affermare del capo, e subito dopo quattro camerieri entrarono come se volassero in camera mia, stesero le striscie, ed il capo di essi, che era milanese, mi venne accanto all’orecchio prima di andarsene, e mi disse, quasi ronzando: — Sa? È la principessa. — Balzai di nuovo a sedere come trasognato e quello subito: — È arrivata all’improvviso per una piccola visita, e non abbiamo potuto alloggiarla nel suo solito quartiere. Stava occupato. Povera e buona signora! Mi dispiace più per lei sola che non mi sarebbe spiaciuto per tutte l’ altre insieme! —

“Questa uscita, troppo partigiana, va spiegata così. Antonio milanese era il cameriere prediletto della nostra piccolissima colonia italiana; questa colonia non vantava altre signore che l’ammalata, e questa ammalata avrebbe certamente durato fatica a trovare qualcuno che non le volesse bene, sia che lo avesse cercato fra i suoi pari, come assai più in giù.

“Era brutta, poverina, brutta senz’altro ma cortese, ma colta, ma carissima. Aveva un certo modo di parlare così squisitamente mesto e gentile che ben ritraeva dell’anima sua, come la voce, come lo sguardo, come tutti i più piccoli movimenti della sua bella persona. Sì, bella persona: il viso era patito, gli occhi infossati, la carnagione poco men che tetra, ma ciò non ostante la nobiltà del portamento, e le linee aggraziatissime delle sue membra dovevano attrarre tanto l’attenzione di chi l’avesse vista per la prima volta che poi... poi ognuno si sentiva come costretto a sorvolare sul rimanente, per non occuparsi che di lei sola, e della poca salute che mostrava di dovere avere. Quanto aveva sofferto da bambina in su, ed in Sicilia dove era nata, e dovunque, e sempre! I medici di Palermo, all’usanza dei medici di tutto il mondo, avevano pensato bene di sbarazzarsene già da gran tempo, mandandola a vivere in un clima affatto differente dal nostro, cioè a Ginevra l’inverno e sulle vette montane il miglior tempo, colla sola interruzione della cura a Ragaz. Ci era già venuta più volte e, a malgrado del suo stato, aveva disgraziatamente voluto apparirvi anche quest’anno, pur di giovarsi dei consigli e della devota amicizia del dottor Kaiser: un medico il quale non ha certo nulla che fare colle solite fumose celebrità balnearie... che Dio ci scampi dal ritrovarcele intorno al letto.

“Io non l’aveva conosciuta che a Ragaz per parecchie stagioni consecutive, ma le voleva molto bene egualmente, e l’avvisava ogni anno dell’epoca precisa nelle quale avrei potuto svestire il soldato e trovarmi accanto a lei, per parlarle spesso della cara e lontana isola nostra. La principessa, come più libera del suo tempo, soleva arrivare sul luogo poche ore prima o poche ore dopo di me, e mi veniva incontro come se fossi stato, non dirò il suo babbo, ma il suo padrino almeno, studiandosi di farmi credere di avere guadagnato nella sanità, o sopportando poi con una pazienza d’angelo tutte le mie lune di misantropia e di mutismo. Durante queste lune, non molto rare, sedeva a crocchio nel salotto di conversazione con due o tre bellissime signore tedesche, senza curarsi punto di farle apparire ancora più belle, e quando l’umore mi aveva assassinato bene per un paio di giorni, ed io ritornava ad essere un uomo di questo mondo, se ne avvedeva subito da sè, e mi volgeva di bel nuovo il discorso come se fosse stato interrotto cinque minuti prima e senza colpa mia. Quelle son donne! E pensare che era capitata in mano di quel suo marito! E che gli voleva bene!”

Il colonnello, per colorire maggiormente la sua avversione, si coperse il volto con ambo le mani, mentre io deplorava dal profondo dell’anima che le sue lune svizzere lo avessero rincorso anche sul Mediterraneo. Se le sarebbe tenute per sè le sue allegrie!

“Questo marito non mi era mai andato giù bene,” seguitò a dire, “e nemmeno nei primi momenti, benchè fosse bellissimo quant’ altri mai. Un uomo cogli occhi neri e così biondo e bianco di pelle come era lui, io in Sicilia non ce l’ho mai veduto, senza parlare della statura prestantissima, e delle più dicevoli proporzioni di tutto il suo corpo, il quale non era certo destituito d’eleganza, per poderoso che fosse. Ma non mi piaceva la sua voce, troppo secca, non gli zigomi, troppo sporgenti, non soprattutto lo sguardo che fuggiva sempre di scontrarsi con quello degli altri, e nemmeno, per passare in un altro campo, la sua troppo corretta maniera di trattar la moglie. Li aveva adocchiati più volte e per più anni di seguito dalla mia finestra soli soli nel parco, essa talvolta appoggiata al suo braccio per fare due passi, talvolta a sedere accanto a lui ritto in piedi. Per attentissimo che egli fosse ad ogni movimento della moglie onde aiutarla quando ad alzarsi e quando a muoversi, pure il suo contegno troppo gelato per un uomo del mezzodì, e la grandissima sobrietà di parole con la quale rispondeva tratto tratto ai discorsi di lei, mi pareva che facessero... che so io... brutto vedere. Se fosse stato il suo castellano, il suo maestro di casa, od anche il suo medico, egli avrebbe potuto essere preso per un galantuomo, intento a fare coscienziosamente il debito suo... ma come sposo no! Avrei anzi giurato fin dai primi anni che se la moglie fosse stata così forte e così sana quant’era lui, essa non avrebbe occupato che il menomo dei suoi pensieri, ed invece, avendola debole e sofferente, che egli facesse di tutto sì pur di tenerla viva, ma per amor di sè, non per amor di lei. E perchè, o mi sbaglio di molto, o mi pare di avere in mano bastanti prove della giustizia di questo mio giudizio, così vossignoria mi perdonerà se seguiterò a trascorrere discretamente sui nomi. Già i principi siciliani sono moltissimi.”

— O chi ti ha mai chiesto nulla?! — proruppi dentro di me, stirandogli contro il bel sorriso di adesione che si sia mai visto.

Il colonnello si lisciò i baffi e seguitò:

“Era stato un matrimonio disuguale, si capiva bene, se non per nascita, certamente rapporto a fortuna, alla quale la povera moglie doveva forse, oltre il marito, che una parte dei sempre crescenti suoi guai. Nata da una di quelle povere case dove non c’è altro che del danaro (così poca e così misera cosa quando, pei famigliari dissidi o pella malferma salute, non ci si unisca nessuna vera contentezza mai) avevano pensato bene, per cagionevole che fosse sempre stata, di farla educare il più splendidamente che avessero potuto, sforzando così il suo spirito, già attento ed indagatore per sè solo, ad una ginnastica troppo impari al sesso, al corpo ed alla età. È vero che per rilevare che brava e compiuta signora essa fosse, bisognava poterci stare insieme in quella dimestichezza con la quale ci stava io dopo tanti anni di consuetudine, ma questo riserbo era tutto effetto della sua modestia, e ciò nonostante nessuno, per sordo e muto che fosse stato, non avrebbe potuto a meno di osservare quanto essa doveva soffrire, per forzare continuamente il suo umore di ammalata a quella sua così gentile serenità, la quale, per piacevolissima che fosse agli altri, non cessava per questo di dover essere pagata da lei con ulteriore discapito della sua salute. Un po’ meno di studi e un po’ meno di educazione, e chi sa che non avesse campato!”

“È già morta?” interruppi, tanto per avviare più presto il narratore alla conclusione.

“Ben inteso. E lassù, tre giorni dopo della sua creatura,” rispose il colonnello, un po’ scandalizzato dal[l]a mia domanda, e fingendo forse di non averne capito l’artifizio.

— Ma a cosa vuol farmi assistere costui? Anche all’agonia? — pensai. — Più che morta cos’ha da essere questa povera donna? —

Sì, aveva altro per il capo il colonnello che di badare a me, ed alla paura di non chiuder occhio in tutta notte, che doveva pur trasparirmi dallo sconcertato sembiante!

“Non appena divulgò la notizia della sua grave malattia,” seguitò a dire, “il nostro albergo parve mutarsi di punto in bianco in un sepolcro di viventi. Non più balli, non più concerti, non più numerose conversazioni, nulla! Gli altri pochi Italiani ed io, per dare il buon esempio, ci astenemmo persino di giocare alle carte nel salone, troppo vicino al quartiere della principessa, ma creda pure che non ce ne sarebbe stato nessun bisogno. Tutti, senza parlare della servitù, benissimo sorvegliata dal povero Antonio, tutti, dico, si ritiravano spontaneamente due ore prima del consueto, e tutti, per aver notizie, pigliavano d’assalto o il dottor Kaiser o due suore italiane, venute espressamente per il servizio dell’ammalata, e che apparivano spesso, tacite e frettolose, lungo i corridoi. Già tanto il marito s’era chiuso nelle sue camere, senza più mai lasciarsi vedere.

“Le notizie duravano pessime già da più giorni ed io, alle angustie dell’ansietà, doveva aggiungere la rabbia di dover partire senza recare meco il conforto di una qualche speranza, quando, poco dopo che fu morto il bimbo, si venne a sapere contro di ogni aspettazione che la madre, piangendolo a furia per due giorni di seguito, era come incorsa in una specie di crisi, molto probabilmente benefica. Mi parve di resuscitare anch’io, e non è a dire con quanto giubilo non mi accomiatassi dal dottor Kaiser, il quale mi aveva portato poco prima e la buona novella e gli amichevoli saluti della principessa. Mi alzai prima dell’alba il giorno dopo e presi il biglietto per Milano, quando gli occhi mi caddero sulle due suore di carità, che stavano sul punto di partire anch’esse. Credetti che si fossero date il cambio con altre due consorelle, ed avvicinandole tosto coll’osservanza che è ben dovuta al loro alto sacerdozio, domandai come fosse andata la notte. Con tutto il gran miglioramento del giorno prima, la poverina aveva dovuto soccombere poco dopo il tocco. Partivano anch’esse per non più ritornare.

“Io non ho vergogna a dirlo, io ho pianto come un bambino. Le suore che mi conoscevano per un vecchissimo amico della principessa, mi confortarono del loro meglio, parlandomi di Dio, ed una di esse, che si chiamava Suor Caterina ed era la più vecchia e la più ragguardevole, mi offerse benignamente di sedere nel treno accanto ad esse. Accettai con vera gratitudine, tanto mi piaceva di poter parlare a lungo della mia povera morta, e passato così un buon po’ di viaggio nel riandare i più minuti particolari del giorno precedente, mi venne poi la molto ovvia ispirazione di chiedere del marito. La seconda monaca, una toscanella ancor giovane con un visetto semplice e bonario, guardò prima suor Caterina come per chiedere il permesso di risponder lei, e poi giungendo le mani, sciamò rivolta a me: — Quello era un marito, signor colonnello, quello sì che era un padre ed un marito! Io non credo che ci possa essere l’eguale al mondo! — Bisogna dire che la espressione del mio volto abbia reso molto bene la mia poca dispostezza a farmi partecipe di quel tanto entusiasmo, perchè la monachella, pur di ottenere che io mi ricredessi, volle farmene ragione, e mi raccontò un po’ prolissamente sì, ma senz’ombra di volontaria esagerazione, la vita ed i miracoli del principe nelle due ultime settimane. La sostanza è questa: due dame francesi si erano umanamente esibite di sgomberare, per benefizio dell’ammalata, il solito quartiere da essa occupato per parecchi anni, ed il marito aveva naturalmente accettato fin dal primo giorno della malattia, ma benchè avesse cosí quanto posto voleva a sua disposizione, pure, per dodici interi giorni, egli non era mai andato a letto, nè mai si era mosso dalla camera della moglie, se non qualche minuto la mattina per mutarsi i panni. Cotesta camera era così grande e così bella che se fosse stata in uno spedale avrebbe potuto capire benissimo otto o dieci infermi, ed il principe ne aveva profittato empiendola di lettini da giorno, e ponendo la balia accanto alla moglie, con la culla in mezzo. Una terza infermiera borghese, apparsa fin dalla seconda nottata, se ne andava a dormire a casa sua il mattino, e non aveva altro incarico che quello di vegliare le due monache durante la notte, perchè non cedessero al sonno che una alla volta. Ma non ce ne sarebbe stato il menomo bisogno, perchè il principe non si gettava così tal quale a dormire che pochissime ore di giorno, quando cioè, oltre alle suore, vegliava in piedi anche la balia, ed egli, di notte, per non lasciarsi cogliere alla sua volta, stava sempre ritto a capo della culla, col core diviso fra quelle due anime tormentate, come se egli fosse stato il dolore fatto persona. Cotest’ultime furono le precise parole della buona suora, la quale concluse: — Ne trovi un altro, il quale non si fidi mai di sè medesimo, ed esiga sempre, con sagrifizio proprio, che i suoi infermi sieno vegliati continuamente da due persone dell’arte, per paura che una sola venga meno al suo dovere, e dorma! Ne trovi un altro che regga a vegliare quasi di continuo, e che ciò nonostante non permetta mai che si lasci passare il più piccolo segno di peggioramento senza dargliene avviso, dato che egli o avesse chiuso un occhio, o fosse stato un po’ lunge da quel letto e da quella culla! Quante volte s’è dovuto chiamare! Io credo in verità che se la povera principessa fosse stata ancora lei, e non un tronco che soffriva e che gemeva, avrebbe certo sentito più compassione del suo sposo che non di sè. — La giovane monaca era tanto in buona fede che non mi resse l’animo di confessarle il poco effetto delle sue parole, e solamente le chiesi: — Dica un po’: ha mutato in nulla quell’uomo quando fu morto il bimbo? — Il primo giorno pareva che ci fissasse, — rispose, — tanto era attonito e quasi istupidito. Poi si riebbe e tutto seguitò tal quale come prima, colla sola differenza che egli andò a dormire la notte in camera sua. Capirà! Noi ci siamo abituate, ma egli aveva già resistito anche troppo tempo, senza sapere che cosa fossero nè un vero letto nè una vera nottata di sonno. — Scambiai subito una rapida occhiata coll’altra suora, e avrei creduto di poter giurare che lo stesso dolente sorriso che le sfiorava le labbra, doveva già ritrovarsi come stereotipato sulle labbra mie. Suor Caterina, come più vecchia e assai più intelligente dell’altra monaca, aveva certo capito prima di me che quell’uomo, già persuaso di dover perdere entrambi i pazienti, si era voluto assicurare la eredità del figlio nel caso che questi fosse morto dopo della madre, e per non esser colto alla sprovvista, aveva empito la camera di testimoni. Gli è andata male e tal sia di lui, ma se il bimbo avesse campato anche un solo quarto d’ora più della principessa, la roba della madre andava al figlio, e morto questo... a chi andava? A lui, al padre, che ora invece, se le carte non fallano, avrà già dovuto restituirne gran parte alla famiglia della sua povera moglie. Ecco perchè quando io sento parlare di affetti domestici che si rivelano con troppe smanie e con troppi strepiti, mi soglio mettere in sull’avviso, e prima di tirar giù tutto, ci guardo dentro bene”.

Appena appena una soave capinera, intenta sul far dell’alba ai suoi trilli ed alle sue cadenze, avrebbe potuto fare scomparire la vocina flautata del colonnello, in atto di gorgheggiarmi il suo bieco rondò finale. Quella sottile arte di narrare ogni cosa a suo tempo, con tutta l’apparenza di parlare giù come gli veniva; quella cura incessante dell’effetto drammatico, celata sempre dicendo prima le cose a metà e scemando così l’acutezza delle improvvisate; e soprattutto quel sontuoso spedale, quei testimoni predestinati, quel marito che aveva tenuto in piedi la moglie unicamente per averne un figliuolo, e che poi, avutolo, stava là tutto assorto nella speranza di poter mettere in processo verbale che il bambino aveva respirato cinque minuti più della madre, tutte queste belle cose, dico, mi avevano già ridotto a pessimo partito. Il colonnello dovette compiacersene grandemente, perchè si levò subito in piedi, e mi disse quasi festoso:

“Venga. È tempo di andar a riposare.”

“Riposare!!!” sciamai prima di alzarmi alla mia volta, e guardando a terra come un delinquente.

Il colonnello dovette frantendermi di molto perchè rispose subito:

“Sì, io mi son tenuto più che ho potuto, ma nonostante ci ho qui il mio scellerato cuore che si fa sentire, e che ora mi dà una stretta, ora mi pesa quanto una macina da mulino. Andiamo a letto.”

Accolsi questa confidenza come s’accoglie, alle frutta, un pero passato da parte a parte. Io aveva dunque innanzi un’altra allegria: un uomo cioè sempre assorto nella cura preventiva dell’aneurisma, e che però, non volendosi eccitare mai e poi mai, vigilava attentamente i propri discorsi con quel suo sistema di chiaroscuro... capovolto. Appena che questi discorsi erano tali da fargli fluire un po’ più rapido il sangue, ed eccotelo subito a rallentare possibilmente la eccitazione, con tutti i lenocini della sua flemma a rovescio! Ma che bisogno c’era di venirmelo a dire, domando io? Così la mia goffa probità di referendario mi costringe a ripeterlo adesso, ed io non mi posso levare il gusto di tacere nulla, nulla affatto, al mio dolcissimo lettor curioso. Chi gli è corso dietro perchè si ponesse a leggere? Nessuno, crederei. E non gli basta, e vuole anche sapere i segreti moventi del colonnello!

III

C’è qualcuno che ignori lo stemma della Sicilia? Che non abbia mai visto l’arme, l’impresa dell’alma Trinacria? Allora vuol dire che egli non ha mai viaggiato su certi vapori di Florio, tanto quel segno vi rincorre da per tutto, come se fosse un’uggia, una persecuzione, un tic. Ma insomma lo conoscete sì o no? No? E ve lo dico, ma che rispondeste almeno!

Figuratevi lo scheletro d’una ruota con tre soli raggi, senza punto cerchio. Ponete una testa al centro della ruota, fate partire da questa testa tre gambe intere in atto di correre a precipizio tutte tre, e se non vi verrà in mente una girandola animata, ovvero un’idra a tre soli tentori, vorrà dire (beati voi!) che non avete ombra di fantasia. Povera testa! Quanti secoli che rotoli sulle tue tre gambe! Ma anche la mia non rotolava meno, allorchè mi gettai nel camerino e mi posi a sedere sopra uno sgabello ricamato, pur di coprire della mia persona una di quelle teste e tre di quelle gambe.

L’Arabo nel deserto non si getta altrimenti nella sua tenda. Ma la sua è spossatezza, è fatica, e difficilmente gli capiterà un colonnello alle prese colla continua paura d’un accidente, senza il resto. Posai le mani incrociate sopra il grembo, e principiai a far girare i pollici uno intorno all’altro, guardandoli sempre. Dicono che è un buon sistema per farsi venir sonno, ma sarà vero quando il capo non vi giri di già per conto suo; così gira di più. Smisi presto, e passai in rassegna da star seduto la suppellettile del camerino.

Florio non voleva che si rompesse nulla durante la burrasca, e aveva stretto, legato, accerchiato ogni cosa, dalla più piccola alla più grande, principando dal lume, dal bicchiere, dalla bottiglia, perchè tutto stesse ben fermo con qualunque vento. E poi mi ci pianta sopra quella testa matta che va rotoloni, e quelle gambe che corrono all’impazzata in giù e in su. Vanno bene i contrasti, e mi piacciono, ma discreti. Il moto vertiginoso sulla roba legata perchè stia ferma, ma che mi canzonate!

— Dunque è là, in una di quelle cuccie che devo dormire? — dissi tra me e me, guardando ai tre lettini uno sopra l’altro, con in mezzo quanto spazio appena ci voleva per poterci entrare. — Questo è dunque un camerino che in caso di bisogno deve bastare per più dormienti, pigiati uno sull’altro come nei tre cassetti di un canterano... In quale mi devo stendere? Giù no, mi parrebbe di avere due persone addosso. In alto nemmeno: c’è da rompersi una gamba nel salire o nello scendere. Dunque in mezzo. Che cuccie strette, Dio clemente! Se fossi di buon umore, mi parerebbero tre lettini da bambola, lunghi quattro volte il naturale; ora invece, colla mente invasa dal principe, dalla principessa e dal bambino, mi paiono tre cataletti. Sì, tre cataletti di acagiù [9] in aspettazione di pigionali nel più adorno, anzi nel più sontuoso di tutti i colombari. Più sontuoso ancora dello spedale di Ragaz!... Ma guardate un po’ cosa vado a pensare! Ora che ho lì il guanciale del mio riposo che m’ aspetta, ora che ho bisogno di liete imagini e di ridenti sogni. Vediamo. Il principe non si è mai spogliato per andare a letto, ma io mi spoglio. Oh se mi spoglio! Il cappello qui sopra la testa, il vestito là sulle tre gambe... Ma che notti orrende deve aver passato quel birbaccione! Può ben dire che non è già Branca Doria [10] soltanto il quale sia stato all’inferno da vivo!... A letto, a letto. Si stenta un po’ a passare, ma è colpa mia perchè son grosso. Già Branca Doria è morto davvero, e il principe, se non è morto, morirà... Dio come si va giù! Dio Dio che lettino soffice e come si va giù nel profondo! Ma perché? [11]... Ah ho capito, per non cadere a terra quando il vapore balla. Non c’è che quella testa la quale non cada mai, perchè ha una gamba pronta da tutte le parti. Ma io per questo dovrò giacere così incassato? E come faccio a pigliarmi da bere? Se mi metto seduto, do del capo nel cataletto di sopra, e se allungo un braccio di quaggiù, o non arrivo il bicchiere o mi bagno tutto. Oh poveretto me! —

Mi misi fermo fermo cogli occhi chiusi e colle braccia incrociate sul petto, come quei vescovi (in effigie) che stanno lunghi distesi nei pavimenti delle antiche basiliche, e poi mi venne un po’ ripensato a Stenterello quando era a letto, e aveva paura del morto dal mantello rosso. Ma non fu che un lucido e brevissimo intervallo, prova ne sia che subito dopo caddi come se piombassi in quella atonia soporosa, o piuttosto in quella specie di catalessi incipiente, che suole tener dietro alla grande stanchezza dello spirito, senza però aver nulla che fare colla dormiveglia. Mi sarebbe impossibile di poter dire se abbia durato un minuto primo ovvero assai più, perchè quello stato delizioso suole troncare subito e di pianta ogni più lontana percezione di tempo, bensì posso dire, come se fosse cosa di ora, che a me è sembrato durare un secolo almeno. Io no aveva punto smarrito la mia coscienza individuale (come accade sempre anche nei sogni, durante i quali uno può credersi mutato in cane, senza mai perdere per questo la fermissima idea che fu lui, proprio lui, quel tale che si mutò), ma i casi della principessa, poco prima uditi e che mi bollivano ancora nel cervello, mi apparvero subitamente con una sola e per me terribile inversione, quella dei sessi, mercè della quale poterono acconciarsi alla persona mia. Io rimaneva me medesimo, colla sola giunta di una grave malattia addosso, e aveva accanto al letto una mia misera bambina, più malata del suo povero babbo, mentre un angelo di donna, dagli occhi bianchi e vitrei come quelli dell’idra (mia moglie probabilmente), stava ferma in piedi a guardarci entrambi, per veder bene chi della bimba ed io se ne volava il primo verso il Creatore. Avrei voluto gridare, ma la voce, nonchè fioca, era spenta, e fu soltanto dopo uno sforzo grandissimo, e che mi parve anche lungo, che potei cacciar via le coltricine, e ripensare, ansando, alla mia povera serataccia. La prima ispirazione che mi venne fu quella che la natura, sempre logica, suole suggerire agli sventuratissimi perchè stieno un pochino meglio, e cioè di picchiarsi forte delle pungna sulla fronte... pestata bene la quale mi appoggiai sopra d’un gomito e lì, tra disteso e seduto, proruppi:

“Devo rimanere così? Con quella gioia di moglie a tre tentoni a canto della cuccia, e con quella mia povera bimba che ha già voltato gli occhi? Io no.”

E mi vestii di nuovo, tutto bastonato dal capo alle piante, per poi riaffacciarmi nel salone, mentre uno dei Messicani, che dormiva nel camerino accanto al mio, ripeteva più volte da sè solo: “Mañana, mañana!”

“Mañana! Ma ci arriverò poi a mañana io?” mi chiesi tastandomi il polso. “Dio mi scampi dal guardar l’orologio, ho troppa paura di sapere che ora è; ma se lo guardassi, metterei il capo che batto più di cento pulsazioni il minuto.”

E mi misi a girare avanti e indietro nel salone, allungando certi pugni verso il camerino del colonnello, che meschino lui se lo avessero arrivato bene. Poi l’ira cedette all’irrequietezza, e passai, per mutare, nel salone dei secondi. Buio anche lì. La luna era già alta sull’orizzonte, e la luce che veniva dai finestrini bastava appena per non dare degli stinchi negli sbagelli. Nullameno c’era di buono che si poteva imaginare una Sicilia con le gambe a posto. E due sole, non tre. Ma un acuto lamentio, come un duplice e miserrimo guaito, mi lacerò le orecchie fin dai primi passi. Veniva dal camerino dei due coniugi cantanti, che russavano a gara, l’una in fa diesis e l’altro in fa bemolle. Tesi le braccia in alto, e gridai forte più che non dicessi:

“Ma cos’hai con me questa notte? Mi hai preso per un olocausto che debba soffrire per la comune salvezza? Guarda. Quelli russano in ottava alta, dunque dormono; i Messicani sognano di “mañana”, dunque dormono; Graf è sparito, dunque dorme; il colonnello non dà segno di pensare all’aneurisma, dunque dorme; il cava...”

Fu soltanto una mezza parola, ma fu come il primo raggio della misericordia di Dio. Mi risovvenni subito degli occhi desiosi del povero baio, quando mi supplicava di restargli accanto, e accesi un dopo l’altro quanti cerini aveva in tasca, per frugare in tutti i cantucci, per tentare tutte le serrature. Avrei voluto graffiare un po’ di zucchero, un po’ di biscottini, un po’ di pane almeno, tanto per non arrivare sopra coperta colle mani vuote, ma quel tirchio di maggiordomo avrebbe inchiavato anche l’anima sua, se fosse stata roba da mangiare. Non trovai nulla.

— È tanto buono che sarà anche disinteressato, — pensai nel risalire la scaletta e nell’affacciarmi di nuovo a riveder le stelle. — Eccolo là tal quale con la testa fuori. Lo sapeva bene io che non avrebbe potuto dormire nel suo strettoio. Che debbo fare? Passargli accanto indifferentemente per fargli rivenir voglia della mia compagnia, e per vedere se mi guarda ancora allo stesso modo? No, è una bestia e non c’è bisogno di malizia. L’unica è di parlamentare ingenuamente.

Me gli posi dirimpetto a quattro braccia di distanza, e gli dissi:

“Sei in collera? No, eh? Sai benissimo che io voleva rimanere, e che è stato il tuo padrone che mi ha condotto al macello per tutta quanta la serata. Caro quel tuo padrone! Ti lusinga ora perchè t’adopera, e quando invecchierai, ti venderà. Ti venderà lontano lontano, per paura di rivederti, e di rinnovare l’affetto. Se ne intende lui di queste paure, tant’è vero che ha capito subito per che ragione quel tale isolano seguiti a lasciare il Tirreno fra sè e sua madre. Ma a noi due coteste idee non possono venire mai, nemmeno in tutta quanta l’eternità, perchè siamo più buoni di lui, e ci vogliamo bene per amor del prossimo, niente per altro. Non è vero che ci vogliamo bene?”

E gli andai incontro con le braccia aperte. Esso mi guardò in viso senz’ombra di paura, poi allungò il collo, indi le labbra, indi la lingua, scrollandosi tutto, ed anitrendo amabilmente come se avesse voluto rispondermi. Gli andai sotto, lo presi per le nari, e ci baciammo in bocca tenerissimamente.

Esso aveva capito ogni cosa.

Sì, lo so, c’è qualcuno che sogghigna. C’è qualcuno che non crede. Ma io so anche benissimo chi è, e non me ne importa nulla. Già tanto la curiosità e la mala fede sono cugine tra loro, se non sorelle. Venga avanti, cotesto noto e curiosissimo lettore, e mi provi un po’, se gli riesce, che il cavallo non aveva capito ogni cosa!... Tace? Ovvero non sa dirmi altro che le bestie in mare soffrono il più per la penuria d’acqua, e che tutti quei segni sono stati segni di sete? Io dico invece che era adesione. Io dico invece che era simpatia. Vale tanto il suo no come il mio sì.

Posai la bella testa sopra la mia spalla, come aveva fatto il suo padrone, e lì, colla gota ferma sulla sua ganascia, e stringendolo strettamente pel collo, seguitai a dirgli:

“Oh se tu sapessi, mio carissimo amico, che po’ di serpenti sieno certi uomini, ti assicuro io che ti balzeresti di sella tutti, per paura che te ne capitasse uno. Tu sei buono, tu. Tu hai preso dai tuoi maggiori ciò che essi t’han dato, e l’ampio petto, e l’agili gambe, e la morbida e lucida criniera, ma nè essi sapevano di darti nulla, nè tu ti sei mai sognato di chiedere di più, e il sudicio fantasma della eredità non si è mai interposto fra tutti voi. Beatissimo te! Io rimango teco fino che spunta il sole. So già abbastanza cosa m’è accaduto a doverti abbandonare la prima volta. Quando si tornerà a sentire odor d’uomo intorno a noi, mi chiuderò a chiave nella mia bolgetta, e chi mi vedrà spuntare avanti che ci fermiamo in golfo, quello potrà ben dire di essere stato battezzato due volte. Da bravo, raccontami qualche cosa anche tu.”

Quante me n’ha contato, povero baio. E ch’era inglese; e che il nostro clima gli si confaceva poco; e che si ricordava bene della sua mamma, più bella di lui; e che i suoi fratelli maggiori gli avevano dato di grandi calci; e che voleva molto bene alla regina Vittoria. Ma già tanto quel così fatto signore mi ride dietro. Egli non pensa che io aveva forse un po’ di febbre ancora, e che se anche il cavallo taceva, mi poteva benissimo parere che parlasse. Egli non riflette che quando una bella cosa pare vera, la meglio che possiamo fare è di credere che sia. O chi ne ha colpa dunque se egli non pensa e non riflette a nulla?

Io ci ho creduto, e fu assai ben per me. Tanto bene che dopo un quarto d’ora di conversazione ci appisolammo adagio adagio, così in piedi tutti due come eravamo, ed uno appoggiato all’altro come due anime sante. Fu un attimo solo, probabilmente, ma che attimo di paradiso! Ci svegliammo assai più leggeri, assai più riposati, assai più freschi di quel che forse non eravamo entrambi prima di salire in vapore, ed esso principiò subito a scalpicciare allegramente l’impiantito, mentre io, per mantenerlo di buon umore, gli faceva il solletico alle orecchie.

A un tratto queste orecchie si voltano a furia dentro le mani mie.

"Non ti spaventare,” gli dissi, chiudendogli un pochino i begli occhioni lucenti. “É il fischio del nostromo che muta la guardia lassù al timone. Ecco infatti l’orologio accanto alla bussola che ronza come un calabrone per poi sonare. Una... Due. O che flemma, che flemma! Tre... Quattro. Pare il tuo padrone quando gli salta la stizza. Cinque... Le cinque? Al buio? Sei!!... Ma che sei son queste?? Sette!!! Misericordia, non è che mezzanotte!... Se lo avessi saputo prima ti assicuro io che ci rimaneva. Ora invece che son qui con te, ci ho quasi gusto, guarda. Dicevamo dunque che vuoi molto bene alla regina Vittoria. Ti fa onore. Buon segno. Ma sta un po’ quieto con quelle zampe, da bravino...”

Note

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[1] Ristampa in seconda edizione, senza variazioni, nel volume Humour classico e moderno, Firenze, Barbera, 1899.

[2] Quel medesimo che morì poi miseramente a Casamicciola, dove attendeva a curarsi di una malattia che si era procacciata per salvare una nave francese.

[3] Giovanni Meli: (1740-1815), poeta italiano che nelle sue opere si mostra partecipe di una ispirazione idillica, intrisa di spirito preromantico.

[4] Obietto: oggetto, scopo.

[5] Walzer di Madama Angot: aria tratta dall’operetta di Alexandre Charles LeCocq (Parigi, 18321918) La figlia di Madame Angot, composta nel 1872.

[6] Boccaccio: operetta del compositore austriaco von Franz Suppé, più propriamente Francesco Ezechiele Ermenegildo Suppe-Demelli (1819-1895). Fu scritta nel 1879.

[7] La belle Hélène: operetta del compositore tedesco, naturalizzato francese Jacques Offenbach (1819-1880) fu rappresentata in prima nel 1864.

[8] Ragaz: il riferimento è a Ragaz les Bains, località termale della Svizzera come la città di Coira e la gola di Pfeffer.

[9] Acagiù: mogano.

[10] Branca Doria: nobile genovese. Nel 1275 o nel 1290 uccise il suocero Michele Zanche, signore del Lugodoro, che lo aveva invitato a pranzo, per impadronirsi del giudicato sardo. Cit. da Dante in Inferno XXXIII, 137-147 tra i traditori.

[11] [nel testo abbiamo: perche - (ndr) nota per Manuzio]

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011