Alberto Cantoni

IL DEMONIO DELLO STILE

TRE NOVELLE

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Il Demonio dello stile, tre novelle, prefazione di Frediano Sessi, Collana di Letteratura Italiana, Direttore: FREDIANO SESSI, Grafica: PUBLIDUAL Disegno: UMBERTO FAINI, Stampa: LITOELITE, Fotocomposizione: META, CLAUDIO LOMBARDI EDITORE, Milano, Via Bernardino Telesio 18, 20145 Milano 

NATO CON LIBERTÀ [1]

Prefazione di Frediano Sessi

Dite la verità: gli uomini e le cose che vi circondano vi hanno fatto sempre il medesimo effetto? No certo... Se sapeste quanto spesso è accaduto a me! Tanto spesso da doverne concludere che io era molto differente da me medesimo, secondo i giorni, e che, secondo i giorni, differivano da sè medesimi gli altri. Bella conclusione! Come dire che non mi bastava più di osservare sempre, di osservare tutto, ma doveva anche partire dal principio che ci potessero essere più persone e più cose in ogni cosa e in ogni persona” (ivi pag. 54).

La consapevolezza che l’uomo vive eternamente il conflitto della sua difficile identità — altrove Cantoni scrive, parlando del re umorista“non poter essere lui, ma dover essere uno, facendolo apparire centomila volte diverso da quello che è, e al tempo stesso nessuno — ; il senso di un umorismo grottesco e tormentato,”come un'erma bifronte che ride, per una faccia, del pianto della faccia opposta”, il tema della ricerca continua, ma interminabile della propria identità perduta, della propria autenticità sono alcuni dei contenuti presenti in modo assai esplicito nell’opera di Alberto Cantoni, che troveranno uno sviluppo magistrale, per stile e contenuto, in Pirandello, il  quale arrivò a definire Cantoni il più importante scrittore del nostro ultimo Ottocento.

Alberto Cantoni è un uomo schivo, appartato, per carattere poco incline a frequentare le mode letterarie, ed è forse per questa ragione che egli non mosse mai un dito, nè da giovane nè da vecchio, per attirare su di sè l’attenzione dei critici e del grande pubblico. Il suo punto di vista nei confronti della notorietà era chiaro: meglio un lettore di qui a trecento anni che non trecento lettori subito, per poi essere dimenticati.

“Io, diceva, sono uno di quegli uomini i quali non si possono amare bene che dopo morti; lasciatemi questa illusione!” Ma le ragioni della sua marginalità, che lo rendono attuale oggi, sono rintracciabili certo dentro il suo modo di fare letteratura, e non solo nel suo carattere.

Nato ai margini del verismo e della scapigliatura, forse suggestionato anche dalla sintassi compositiva e descrittiva di Manzoni, Cantoni si distacca subito, per stile e contenuti, da quei grandi movimenti letterari, che già avevano prodotto opere di notevole rilievo, per abbracciare sin dall’inizio una visione più amara e paradossale della vita; sostenuta da un’ironia sottile e pungente, spesse volte velata, che rimarrà il tratto caratteristico di tutta la sua opera — per questa ragione unica e singolare nei suoi anni. Più che alla descrizione degli ambienti, alla cronaca veritiera degli avvenimenti storico politici, Cantoni, pur immerso nel tessuto contadino padano del tardo Ottocento, è attento all’individuo, alla sua angoscia di uomo solo; al conflitto irrisolvibile tra l’essere e il dover essere. Così, i suoi protagonisti sono per lo più borghesi (a volte proprietari terrieri, altre volte piccoli borghesi intellettuali), che si oppongono allo sfacelo della società e dei valori per cui vorrebbero vivere; tanto che l’ironia e l’umorismo di Cantoni sferzano duri colpi alla famiglia, all’idea di onorabilità e di onestà sociale, denunciate come mere apparenze. Maschere della putredine sociale e individuale, che sotto ogni borghese convinto cova e prolifera.

“Geloso della sua libertà – scrive Pirandello – che sapeva difendere, egli aveva scoperto che col suo nome si poteva comporre l’anagramma nato con libertà”. Alla base di questo suo atteggiamento, non solo letterario, è la tragica consapevolezza di una frattura storica tra civiltà borghese e civiltà contadina; tra autenticità dell’essere che Cantoni ritrova presente nei suoi personaggi contadini, e attenzione alle forme, alle apparenze, tipica manifestazione di un uomo nuovo, già lontano dal romanticismo e dal quale lo scrittore mantovano si sente da sempre escluso, forse esiliato. Così come Pirandello, e prima di lui, Cantoni denuncia il vuoto, la falsità di un mondo che gli appare essere fondato più sull’apparire che sull’essere.

L’indugio, la diffidenza, la disposizione alla riflessione, alla meditazione solitaria e approfondita che tanto colpirono Benedetto Croce, ci consegnano un’opera nella quale non si trovano risposte definitive, giudizi dati una volta per tutte, pensieri conclusivi sull’arte, la letteratura, la fede o la vita sociale e politica; Cantoni, in fondo col suo talento critico di scrittore e umorista, ci ha lasciato alcuni strumenti per interpretare la realtà e l’uomo; ma al tempo stesso ci indica la strada del dubbio, del sospetto più che della certezza. In questo aveva ragione a ritenere che, forse, in un futuro non troppo lontano, qualcuno avrebbe riconsiderato le sue opere degne di lettura e attenzione.

Nelle tre novelle raccolte sotto il titolo “Il demonio dello stile”, Cantoni tocca i temi della letteratura, dell’amore, della fedeltà coniugale, della conoscenza di sè e degli altri che ci vivono accanto e che risultano essere sempre tanto diversi da come ci appaiono; tanto da celare in se stessi un mondo, un’esperienza di vita che sarebbe inimmaginabile e imprendibile anche per il più accanito realista.

E se lo stile “non è altro che la interpretazione scritta del nostro modo di essere e di sentire”, se il romanzo è “un camaleonte che non si lascia afferrare dalla più potente camera ottica” (ivi pag. 19): gioco dell’insensato che ci fa creare infinite quantità di mondi possibili, pronti sempre a far lo sberleffo alle nostre seriosità e convinzioni; la moglie dormiente, tutt’altro che dormiente racconta una verità — raccolta su di un quaderno in cui non ha annotato se non poche righe — che fa emergere un altro contenuto, più profondo e ricco di quello detto: perchè, la verità è detta, scritta per nascondere più che svelare.

Ciò che la moglie dice al marito cela al tempo stesso ciò che non può dire e che non dirà mai; cela cioè l’indicibile, perché nascosto dentro il fondo più fondo della nostra esperienza. Ed è a partire da questa convinzione, è sul non detto che si scatena l’umorismo amaro e grottesco insieme di Alberto Cantoni.

Il suo stile quasi espressionista, invita il lettore a soffermarsi sulla pagina con attenzione, al di là della storia — in una nota all’Altalena delle Antipatie, qui riprodotta, scrive: Novella sui generis, significa intanto che va letta adagio, a tre o quattro paragrafi la settimana —; a volte sostenuto da una sintassi compositiva spastica, disarmonica; altre volte punteggiato qua e là di arcaismi, forme dialettali o storpiature, esso, più che il segno di una cultura da autodidatta, ci pare il giusto sostegno della sua visione grottesca della realtà. Uno stile, dunque che pur manifestandosi con una sua autentica originalità, ci conduce da Dossi, su su fino a Gadda. Un bel demonio di stile!

 

Frediano Sessi Mantova 8 gennaio 1987

IL DEMONIO DELLO STILE

Novella Critica

Ho ricevuto ieri dopo pranzo la vostra amabilissima letterina, e ho passeggiato fino al tocco per pensare alla risposta, che principio ora, mentre vi vedo traversare il mio giardino coi vostri figli e con quella stupenda nutrice amalfitana che vi ho trovato io stesso. Voi avete scelto, come poetica e fiorita, la via più lunga per tornare in carrozza, e le mie cognate, che sono sempre cosí liete delle vostre visite ma che hanno in uggia il sole, vi lasciano ricondurre al cancello dalla nostra maestra di casa. Costei vi sfodera contro il meno arrugginito dei suoi sorrisi, vi fa la sua riverenza e torna indietro. Andrò avanti io, dunque, non più distratto da quel vostro profilo di statua greca, nè dalle ingenue risate di vostra figlia, che poneva il capo ogni momento in mezzo ai fiori come un bel folletto inghirlandato a festa, nè dalle movenze quasi pittoriche dell’Amalfitana, che vi faceva vedere il bimbo, palleggiandolo in alto con tenerezza di madre.

 

Voi volete scrivere, mi dite, perchè avete bisogno di distrazione, perchè la vostra bellezza non può durare gran tempo, e soprattutto perché vi piace di procurarvi una specie di ritiro, ben laico e ben razionale, pei vostri anni cadenti. Questo mi dite chiaro e netto fin dalle prime parole, ma ora se permettete, aggiungerò io tutto quello che ho letto in mezzo alle righe, o altrimenti si rischia di non c’intendere più. Voi volete scrivere, leggo io, perchè vostro marito vi ha appiccicato una piccola parte della sua grandissima ambizione, perchè i vostri figliuoli hanno già di troppo dell’institutrice, delle cameriere e dell’Amalfitana, e soprattutto... qui bisogna guardare di leggere bene... e soprattutto perché il nostro ingegnosissimo Carlino vi principia già a parere un po’ troppo giovine, un po’ troppo irrequieto, un po’ troppo innamorato dell’arte sua. È vero, ed io non me ne sono già accorto da ora, ma tre o quattro anni fa, cioè a dire quando mi sono imbattuto nel vostro salotto, allorchè ve l’hanno condotto innanzi la prima volta. Ho detto subito: O io mi sbaglio di molto, o questa padrona di casa, che è sempre così gentile, vuole quest’oggi vincere se stessa. Per chi? Per me no certo; s’è principiato a giocare che eravamo vestiti da donna entrambi e ci avrebbe pensato prima.

 

Per quei due senatori? Sono vecchi. Per le signore? Sono donne. O chi rimane? Rimane Carlino, coi suoi vent’ anni e coll’arte che gli sfolgora dagli occhi. Povera arnica mia!

Ma questo è un viluppo sul quale ci converrà di ritornare anche troppo. Ora si tratta della vostra lettera. Andiamo avanti.

Dite subito modestamente che per mandare ad effetto il vostro piano vi è mestieri anzi tutto di non farvi nessuna illusione, e cioè di ammettere che voi sino ad ora non avete mai guardato nè voi stessa nè gli altri con quella intensità di osservazione che è pur necessaria a chi voglia rendere bene e gli altri e sè. Io credo invece di potervi dire che il vostro futuro lato debole non sarà punto questo, e che voi non avrete che a riandare le memorie, talvolta un po’ troppo azzurre, talvolta un po’ troppo tempestose, della vostra vita passata, per avere innanzi quanta messe di affetti e di passioni voi non potreste far capire che in parecchi volumi. Che cosa non avete sperimentato voi giovane ancora? Le caste ebbrezze dell’amor felice, quasi infantile; poi subito la vedovanza, dapprima sconsolata e deserta, poi meno buia, men solitaria, e a grado più libera e più vivace; da ultimo il secondo matrimonio, dove gli strappi sono stati molti di qua e di là, non giova nasconderlo, ma dove almeno sono apparsi due figliuoli, che paiono venuti al mondo espressamente per riconciliarvi un bel giorno e coi troppi ragionamenti che avete fatto ambidue prima di sposarvi, e col soverchio brio coniugale che v’ha balestrati un po’ troppo spesso così lontani un dell’altra... e lontani se non del corpo, certamente dell’anima.

Qui mi direte: “Ma quanto più le mie sensazioni sono state molteplici e dolorose, tanto meno m’hanno lasciato libera di badare a me!”

Meglio? rispondo. Guai, guai tre volte ai vostri futuri volumi se voi, nell’essere in alto mare, avreste potuto, per un prodigio di separazione morale, dimezzarvi così bene da poter sentire da una parte ed esaminarvi dall’altra. Bell’accozzo di bollor subitaneo e di rigore critico non ci approntereste voi! Invece, forte ora delle vostre memorie, e rivivendole tutte quando più vi giovi e vi piaccia, voi potrete non solo riedificare il vostro passato, ma ordinarlo eziandio, separando bene un dall’altro tutti i vecchi e principali movimenti dell’anima vostra, e tutte le più singolari attitudini delle persone che avete avuto a fronte. Così, con questa duplice e ben salda base di studio e di lavoro, voi vi abituerete a mettervi ad un tempo e nei panni vostri ed in quelli degli altri, e verrà presto il giorno nel quale meraviglierete assai di avermi scritto che merce della vostra grandissima lettura e della inveterata abitudine di scombiccherare [2] tante letterine il giorno, voi vi aspettate di ritrovarvi altrettanto disimpacciata nell’interpretare e nell’esprimere le vostre fantasie, quanto vi cruccia il pericolo di imbatter male nello scegliere, o peggio ancora, di non saperne azzeccare di nuove. Per le quali ragioni vi siete rivolta a me, come al più studioso degli amici vostri, affinchè vi regga i primi passi, e vi suggerisca, se mi riesce, gli argomenti delle vostre prime novelle.

Perchè voi vi siete determinata di principiare dalle novelle, come quelle che vi paiono le cose più tenui e più facili del mondo. E sono [3], credo anch’io, quando uno s’attacchi al primo fatterello un po’ interessante che gli frulli in capo, e ci ricami sopra a casaccio come viene viene. Ma saranno poi novelle coteste? O non piuttosto aneddoti da veglia e da caffe? Una vera novella*[4] può contentarsi di esporre anche una sola creatura umana, qualunque sia, ma a patto che trovi il luogo ed il modo di lumeggiarcela bene, e tutta, come può pigliarne parecchie, ma a patto che le une, mercè dei contrasti e dei più opportuni giuochi di luce, dieno risalto, spicco, vigore alle altre. se voi invece mi abituate da bel principio ai colpi di scena, alle piccanti avventure, ed ai bizzarri andirivieni accatastati gli uni sugli altri unicamente per stimolare la mia curiosità, voi vi punite da voi stessa perchè io divento effettivamente curioso, e allora se anche voi, per rispetto dell’arte, v’interrompeste di quando in quando per farmi arrivare all’anima dei vostri personaggi, oh sì che me ne premerebbe assai! Non sono già incuriosito per nulla, io, e mi metto a far certi salti che vi farebbero tramortire a vederli.

O se il povero poeta del Guaranay [5] si fosse avvisto di rasentare la vera teorica, o per meglio dire, il vero segreto del perfetto novelliere, come avrebbe procurato di esprimersi un po’ meglio quando scriveva: “Della mia vita — Questo è l’istante — Compendiator!” I versi sono brutti, non dico di no, ma tornano a capello, e voi non accingetevi mai a novellare senza mulinarli più volte dentro la mente, nè mai principiate a scrivere senza prima potervi dire:

“Sì, perchè tutte le virtù e tutti i vizi del mio principale personaggio sieno costretti a palesarsi, urtandosi; perchè le più ascose cagioni del suo passato e del suo presente si manifestino; perchè le sue forze e le sue piccinerie si chiariscano a vicenda, mi ci vuole questo dato momento, ovvero, per dirla col melodramma, mi ci vuole questo dato istante, compendiatore della vita sua. Giriamoci intorno colle buone, come se fosse un pozzo ben circoscritto, e poi, quando avremo detto bene con chi ci troviamo ad aver che fare, giù un bel tonfo, e dentro”.

Certuni vi diranno che le mie sono ricette sbagliate perchè una novella deve essere un piccolo romanzo, ma se voi proverete a chiedere loro che cosa sia un romanzo, vorrei morire qui subito se ve lo sapranno dire. Il romanzo è la lotta per l’ideale, è il poema di tutti i giorni, è l’uomo, eterno e vero, nei suoi più mutevoli atteggiamenti, ma viceversa può anche essere libello, può anche essere cloaca massima. Talora le due tendenze opposte si fanno anche violenza l’una l’altra per fondersi mostruosamente, ma pigliatele pure come sono, una qua e l’altra là, e poi vedremo se vi basterà l’animo di definir bene il romanzo: una forma d’arte che può esser capace di tutte le manifestazioni, un camaleonte che non si lascia afferrare dalla più potente camera ottica. Ricorrerete a delle frasi, come ho fatto io, ma venirne a capo sostanzialmente, eh no!

 

In quanto poi agli argomenti, e se vi devo proprio dire il mio libero parere, io non ci annetto che un valore assai relativo, in confronto a quello delle intenzioni, il quale è assoluto, il quale è principalissimo. Che male c’è che voi mi raccontiate per la centesima volta una vecchia storia d’amore, quando fra voi e gli altri novantanove che v’hanno preceduto ci corra questo: che voi me la contiate meglio? Le belle invenzioni ed i bei caratteri, per essere effettivamente belli, non hanno mai e poi mai a pigliar a calci il verisimile, epperò debbono avere ed hanno pur troppo i limiti loro, ma è il tempo, ma è l’ambiente, ma è il tono del quadro che possono fare il quadro novo, più assai del tema. Chi non sa prima d’andare in fondo che l’eroe di cui ci si occupa o prende moglie, o muore? Ma pur si seguita a leggere, per equivalenti, per indifferenti, per paralleli che ci possano parere questi invariabili due termini!...

L’ho detta grossa? Abbiate pazienza. Un po’ di pepe, qua e là, mette appetito e ci rinfresca il sangue. Basta che non lo sappiano le mie cognate.

Ora a questi benedetti temi che m’avete chiesto. La messe è così abbondante che v’ho già detto quanto stupore vi recherà un bel giorno il rammentarvi di averne chiesto a me, non ritrovandosi creatura umana, per umile o per alta che si ritrovi ad essere, la quale non possa avere il suo giorno di prova, e dovuto in gran parte, che ci s’intende, alla sua indole, allo stato ed ai passati suoi casi. Non credete? Ebbene, io aveva gli occhi poco fa su voi e sul vostro seguito laggiù nel mio giardino. Eravate cinque persone, col marmocchio. Teniamoci per ora al genere più liscio, e vediamo subito quanta roba non se ne possa cavare.

 

Tema primo, di genere e di paesaggio. L’AMALFITANA. — Ve l’ho scelta io, ma cosa mi avete detto mandandomene in traccia? “La voglio bella e giovane; buona e garbata saprò ridurla da me, e se anche imbatterete in una Margherita penitente, poco male; tanto meno le dorrà di aver lasciato la creatura sua. La voglio bella e forte, vi dico, di dove venga non m’importa nulla”. Mi sono tenuto fermo alle vostre parole, e v’ho condotto innanzi il più bel tipo di balia che abbia mai fatto mostra di sè a Villa Reale, senza impensierirmi nè della suocera nè del marito; quella avida, imperiosa, rapace; questo brutto per sè, fatto più brutto e più scontroso da quel suo torchio da maccheroni: uno strumento da muto e da mulo. Voi avete portato in visita la balia a casa, giorni sono, avete visto quel canile, quel maccheronaio, quella vecchia e quel bimbo nudo. Ci siete arrivata pella strada, a picco sul mare, che va da Vietri, e che la più bella nè voi nè nessuno ha mai veduto in tutta la vita. I monelli di entrambi i sessi vi hanno stretta in un cerchio vivo e semovente che piagnucolava sotto gli occhi dei genitori, canticchiandovi in coro: “Zignor, zignorina, — moro de fâ — non tengo pâ — non tengo ma — datemi no soldo”. Vi siete guardata intorno, avete visto l’immenso mare da una parte, e dall’altra quel divino anfiteatro di colli, di monti, di verzura, d’olivi, di messi dorate. Avete mangiato ai due Pellegrini tra due famiglie d’ambasciatori a spasso. Conoscete dunque bene bene e gli uomini e le cose. E voi fatemi il ritorno a casa della vostra balia.

 

Capirete. È un anno che la coprite di seta variopinta con in capo lo zendado [6] a trine, è un anno che la caricate di regali ad ogni capello e ad ogni dente che vi spunta il bimbo, un anno che vive a tu per tu con quante gentildonne vi si abbattono per casa, un anno che la fate scarrozzare a Chiaia, trionfalmente adagiata nella più sontuosa delle vostre victorie [7]

E come ciò non bastasse, ha avuto anche di meglio. Ha passato cioè le sue più belle ore di quest’anno a chiacchierare, a ridere in cucina e nelle anticamere in mezzo al servidorame di casa vostra, tanto più corrotto di dentro quanto più corretto di fuori (compatite il bisticcio, ma non mi riesce di trovare due parole che vadano meglio), ha bevuto così a lunghi sorsi la scienza del bel mondo, e non c’è idillio, non c’è intrigo, peggio ancora non c’è tresca napoletana che non sia giunta alle orecchie sue, come adorna degli arabeschi e delle filigrane con cui il popolo sa ravvivare ogni cosa, e le proibite massimamente.

 

Ebbene, questa donna ritorna a casa col baule pieno di vezzi, col capo pieno di riminiscenze. Suo marito le pare un lumacone, la casa una topaia, la suocera una strega. E sono sempre stati, ma prima le parevano assai meno.

Il pane è nero, la tovaglia è nera, il suo orizzonte è più nero che mai... Ad Amalfi. La vecchia le azzanna i coralli e gli abiti di seta, e li vuole vendere non solo, ma vuole soprattutto che essa torni a portar limoni da Maiore in su, con quel fresco. Il marito ha paura della madre e tiene a lei. Ma la moglie starà poi sotto, riporterà i limoni? O non le verrà voglia di piantare tutto, e di andar a vivere con qualche vecchio peccatore del vostro salotto? Ne ho visti due io, come intenti in due volte a magnificare il vostro bimbo, pur di potere stare in contemplazione davanti a quel suo seno di Cibele [8], davanti a quel suo collo così meravigliosamente attaccato al busto, colle linee purissime dell’anfora etrusca.

Uno anzi l’ha presa pel ganascino, un momento che avevate gli occhi altrove, e le ha sussurrato in orecchio... non so cosa. Probabilmente che era molto bella. Ma se avesse detto peggio? E se, cosa possibilissima, quell’uomo avesse bisogno di rinvigorire i suoi vizi con una buona boccata d’aria amalfitana? La novella è qua. Voi che conoscete bene la donna, voi ponetevi nei piedi della tentata, e voi scrivete.

 

Tema secondo, d’affetto. VOSTRA FIGLIA. — Quanti anni ha? Dodici, mi pare, ma ne mostra quindici, alla nostra usanza napoletana. Com’è bella! Che soave dolcezza in quei suoi cari occhioni di verginetta ignara! E che brio, quando la stuzzichiamo un po’, con la prava intenzione di farle metter fuori, troppo presto, l’arguzia che ha dentro e che non sa di avere. Ho paura che vi resti poco tempo a scrivere, quando quei suoi occhioni principieranno a mandar lampi e a rivelare la donna.

Ma la voltata non sarà così rapida, nè così breve il tempo intermedio che non ce ne avanzi fin da ora per tenerla a bada e per osservarla bene, anche subito. Avete mai posto mente ai suoi rapporti, quasi fraterni, col... suo amico Carlino? Avete visto che guizzi di gioia quando gli corre incontro, quando gli narra che fa, quando gli porta a correggere i suoi disegni? E lui! Forse che gli pare una bimba come un’altra, allorchè le pianta le mani nei capelli, e la guarda con gli occhi dell’artista, disperato di sè e della sua tavolozza: dell’artista che sente la grandezza infinita di una bell’anima innocente, e che non sa da quale parte afferrarla per renderla bene sopra una tela? Oh le due belle teste d’italiani che sono sempre quelle, ma più belle che mai quando si guardano e si avvalorano a vicenda, l’una accanto all’altra!

 

Or bene, passa tutto, passa anche questo poco tempo. La bimba non è ancora donna, ma non è già più bimba. Non sa nulla, non chiede nulla, ma pare che le manchi tutto. La mamma la trova spesso con gli occhi fermi sopra oggetti indifferenti; col fratellino non ci vuole più giocare, colle amiche non è più la stessa, e nemmeno Pulcinella la fa rider più. E se allora, in questo stato così a mezz’aria, tante volte studiato e non mai bastantemente capito, principiasse ad interrogarsi e a dire a un dipresso così:

— Che ho mai da pensare sempre a Carlino? A lui solo con tanti amici di casa che abbiamo? Non è poi niente di me, nemmeno cugino, nemmeno lontanissimo congiunto!... Ma è così bello! E ieri mi ha detto che io sto per diventare la più cara fanciulla di tutta Napoli! Cara vuol dir tutto, vuol dir bella e buona. Che mi creda così buona quanto è buono lui? Sbaglierebbe, ho paura. Ma se è veramente così buono come io lo credo, o che male c’è a volergli bene? Gliene vuole tanto la mamma! ! ... Sfido io. A chi non piacerebbe un artista così valoroso, così amabile, così leale? Chi non vorrebbe vivergli accanto per tutta la vita?... Quanti anni ha? Ventisei, credo. E io quindici a Pasqua. Ci corrono undici anni soli, poi finalmente! —

L’avete sentita questa monella che salta dall’estate alla primavera, e che vi fa sparire sotto gli occhi nove o dieci mesi? E che farà allora la mamma: una mamma che ha i suoi peccati, può darsi benissimo, ma che non discenderà mai fino a dare le proprie briciole alla creatura sua?! Scrivete. C’è molto da dire. O meglio ancora, separateli a tempo, ma adagio, col vostro tatto abituale, senza che Carlino sospetti di nulla. È lui che è il più pericoloso... per ora.

 

Tema terzo, di carattere. LA SARDA. — Non è una donna, è un mollusco aderente alle nostre pareti, agli usci, ai mobili ed alle chiavi. Ha consumata la primissima gioventù nella sua isola a coltivare il modesto legato d’un vecchio parente, e a rifiutare quanti modestissimi partiti di matrimonio le si sono offerti, per la gran paura che ha avuto sempre: quella di poter patire da vecchia decrepita, quanto dice di aver patito da bambina. Poi la sua e nostra fortuna l’hanno condotta qui a Napoli presso di noi, la piccola bellezza di dieci anni fa.

Un po’ di fortuna ci deve essere stata da ambe le parti, se non altro perchè non si è più cambiato, nè lei, nè noi. Ma in tutto questo tempo non è mai riuscita a volere un gran bene a nessuno; nessuno è mai riuscito a volere un gran bene a lei. Eppure ha lavorato moltissimo, eppure ha resistito a vegliare i nostri ammalati come se il suo corpo fosse stato di bronzo e l’anima di santa! Ma una cosa guastava tutto, ed essa come sincerissima, non ha tentato di larvarla mai: la sua smania cioè di rendersi indispensabile, per ipotecare la nostra gratitudine e per potere col tempo levar la cresta senza alcun pericolo. S’avvide presto che il suo programma non solamente dava di molta noia, ma che ci andavano di mezzo anche le ipoteche, e minacciò di andarsene più volte, ma non si mosse, ovvero tornò a trattare di matrimonio, ma non si licenziò. Riusciva? Sarebbe andata via. Non riusciva? Rimaneva qui. Ed è rimasta per ben due volte. Un po’ di comodo ce l’abbiamo dunque fatto anche noi. Ma sì, andateglielo a dire. Capirete subito che non solo si è rassegnata ad essere uggiosa, ma che ci trova anche gusto, come tutti quelli che non avendo potuto stare bene in un luogo per amore, finiscono talvolta per starci meno male, se non per odio, almeno per dispitto, come dice Dante [9]. Capirete subito eziandio che tutte le più riposte fila della casa debbono giuocoforza fare capo a lei, per modo che se un bel giorno le saltasse il ticchio di andarsene davvero, miserere di noi che po’ di schianto! Ma volete che essa rinunci per il ghiribizzo di un momento alle sue acri abitudini di tanti anni? Volete che noi desistiamo senza onor dell’armi e senza tregua di Dio da una guerra guerreggiata che si combatte da tanto tempo? No no. Essa, con tutta la buona voglia, non ha potuto affezionarsi che ai muri ed ai mobili di casa nostra, ed i muri ed i mobili la tengono stretta, la riamano a modo loro. Dove trovare un’altra sincera persona che predichi tanto coll’esempio e che li faccia spolverare, strofinare, carezzare tanto? E così si seguita, anche per la paura che essa ha di poter patire da vecchia decrepita, quanto dice di aver patito da bambina.

 

Fuor di celia è un gran dire che una donna con tre virtù capitali come la rettitudine, la schiettezza, l’attività, una donna che non ha mai fatto e non potrà mai fare un vero male al mondo, possa essere tratta per vizio di temperamento a vivere ed a morire come in lotta perpetua con tutto il genere umano: lotta di grandi musi, e di piccoli dispetti, e che invece con tante simpaticissime canaglie ci s’abbia a vivere così deliziosamente bene! E quando finirà, Dio mio, questa disgrazia che abbiamo noi di imbattere sempre nella gente buona? Sì, è buona costei a grattarla fino all’osso, ma di fuori, di fuori cosa c’è? C’è intanto il viso tutto butterato di vaiuolo, questo non lo vorrete negare, c’è la necessità di leticare spesso e volentieri con qualcuno, c’è la malattia di tenere a cane le fantesche per paura che non sentano tutti i pesi della gerarchia, c’è l’incoerenza del contegno coi fatti, coi quali ora fa il chiasso ed ora ci urla e se ne aspetta delle coltellate, c’è soprattutto la paura di patire da vecchia, quanto dice di aver patito da bambina. Ma fanti, fantesche, padroni e padrone non hanno che a mettersi a letto ammalati, per farla mutare di punto in bianco nella stessa pietà. Che è? Acquista la sinderesi? O, in altri termini, e rimorso di non averli avuti più a core quando eran sani? No, nulla di tutto questo. Forse è timore che le muoiano sotto e di non fare a tempo a leticarci più. Oppure è bontà vera e schietta che viene fuori a sbalzi, ma voglia Cristo che stia sempre dentro! Avesse almeno avuto la fortuna di ammalarsi anche lei qualche volta, ma no, mai. Tanto perche ci potesse far capire di avere fatto molto per quasi tutti, e di non avere ricevuto niente da nessuno. Oh che gusto deprimente che dev’essere cotesto!

 

Or bene, questa donna che aveva tanto bisogno di essere pagata d’amore (dice) e che per eccesso di ragionamento e per paura di precipitarsi cominciando lei la prima ad amare gratis, s’è fatta, come vedete, una specie di vuoto pneumatico intorno; questa donna — supponiamo — si trova tutto ad un tratto fra le mani una piccola fortuna, lungamente posseduta e lungamente ignorata. Che so io, un monile di Benevento beccato in dono fin dalla prima comunione, o il codicillo d’un altro testamento venuto a galla a quarant’anni data [10]. Che avverrà dei suoi amori coi nostri mobili e con la nostra biancheria? Seguiterà ancora a logorarsi la vita pur di fare da sola più che non farebbero tutte insieme le mie quattro cognate? E se si disamora a un tratto del suo tenacissimo programma, se le manca l’unica ed arrabbiata soddisfazione che abbia avuto nella vita: quella di tribolare prima per non patire poi, o da che parte troverà l’appoggio, l’equilibrio morale che le è venuto meno dall’altra? Lei tranquilla ed agiata? Lei senza padroni coi quali dare addosso ai servitori e senza servitori coi quali dare addosso ai padroni!? Lei impossibilitata a credere od almeno a dire, che tutto quello che noi facciamo sia fatto apposta pel tormento suo!? No, non lo merita un supplizio eguale e Dio l’aiuterà. Le farà trovare qualche altro modo di buscarsi un pugno oggi per non avere un buffetto domani, oppure, se Dio non si muove, s’aiuterà da sè, ponendosi in feroce dissidio contro di sè medesima, contro le sue memorie, contro la vacuità degli sforzi umani, e allora, in questo stato rivulsivo, s’apprenderà d’amore per noi così lontano e così pazienti, compatirà una buona volta i nostri difetti, conoscerà i suoi, e se la piglierà a furore contro di chi, supponendo di propiziarsela, anderà a dirle il più gran mal di noi. Sarà un bel caso, attissimo alle uscite comiche ed alle graziose trovate, e molto più vero ed efficace che non sieno quelli delle poetiche governanti alla Marlitt [11], che diventano, a sentirla, il porto, il faro morale, la provvidenza delle famiglie disorientate. Ne avete mai visto voi? E nemmen io. Scrivete.

 

Tema quarto, di fantasia. VOI STESSA. — Non tutta la vostra storia — no per l’amor di Dio, ci vorrebbero dieci risme di carta, ve l’ho già detto — ma un episodio, un piccolo episodio nel quale, per esercizio e mercè di quel po’ d’esperienza che avrete fatto, vi studierete di rendere verisimile ciò che forse e pur troppo non sarà mai vero.

 

Vediamo. Lo scrutinio di lista è già ritornato nel suo baratro profondo. Molti uomini hanno mutato in meglio ed in peggio, ma chi ha mutato più di tutti è vostro marito. La sua volta è finalmente venuta ed eccolo ministro. Dieci anni prima sarebbe stato meglio, grazie obbligato, non era ancora disceso a certi connubi assai più patetici di quello che ha in casa, ma che ci volete fare? Allora non era che un grande intelletto solitario e sdegnoso; ora è assai più ed è assai meno: è l’uomo della giornata, un uomo che accenna a rimanere a galla più assai di quel che non avrebbero lasciato supporre le sue idee di governo di parecchi anni prima. Ma l’ingegno, quando c’è, salta fuori da tutte le parti, ed egli, che ne ha da vendere, se ne giova per mettere in luce la propria buona fede, e se ne giova così bene che... i suoi gli credono. Più di così non si può ottenere; basta che il numero di costoro aumenti sempre. E aumenta tanto che in due mesi o tre voi non siete più voi: siete la moglie di S.E. il Ministro. Ciò vi umilia dapprincipio, ma poi vi abituate, soprattutto quando vi vedete intorno un grandissimo numero di deputati, ben persuasi di poterlo smuovere da qualche grosso piano, smuovendo voi. Egli cede spesso alle vostre intercessioni, o se non cede, vi chiarisce così bene le più riposte cagioni del suo rifiuto che tutti, voi la prima, dovete confessare di averlo sempre tenuto per molto meno di quel che valeva. E più egli vi cresce davanti agli occhi, più vi vien voglia di chiedergli con feroce sorriso: “O perchè ti sei data così poca briga di farti amare da me? Son così da nulla io?” Ma voi dovete stare zitta, perchè siete sicura che egli, ben lunge dal rispondervi a tono, vi chiederebbe alla sua volta: “E tu? e queste due parole, nella sua bocca, vi farebbero male, male assai.

 

Ma chi non può parlare sente tutto il doppio, e la sua bella fronte spianata dal successo vi soggioga, e la serenità operosa che ha preso il posto dell’acredine beffarda ve lo trasfigura quasi davanti agli occhi. “Quello”, dite, “è il camerata d’opportunità col quale ho vissuto tanti anni? Quello è mio marito?...” Sì, so benissimo ciò che vorreste dirmi: un uomo di stato aumenta molto di valore quando abbia accanto una donna come voi, ma che avreste fatto voi medesima se foste imbattuta a sposare il Duca A. od il Marchese B.? Poco più poco meno quel che facevate prima di conoscere quest’uomo, che ora, ad un solo suo cenno, vi fa accorrere volonterosa a combattere insieme le sue più contrastate battaglie. Quante ne avete vinte di già!

 

Ma la vittoria non si lascia acciuffare in eterno, e viene, viene sempre il gran giorno della sconfitta. Una torbida lega d’interessi opposti accerchia vostro marito, lo preme, lo abbatte. Egli sa di non aver ceduto all’opinione che quella piccola parte del suo programma che gli rendeva incompatibile il potere (Dio, quante parolacce bisogna scrivere per non parere affettati in questi tempi costituzionali!), sa che questo suo potere ha giovato alla patria, e cade. Cade con dignità, senza intrigare in agonia, più ancora senza mai far gridare ai quattro venti di sentirsi ben saldo, quanto più la terra gli vacilla sotto. I nuovi amici fuggono a frotte, i vecchi lo tempestano di rimproveri, quasi di contumelie. È solo. Cioè no (ecco la novella che spunta) gli rimane quella donna gentile che ha partecipato ai suoi trionfi e che vuole dividere la sua caduta.

Costei si trova anch’essa mutata come in un’altra donna. È già gran tempo che Carlino non le viene più in mente che una volta il mese e i suoi predecessori una volta l’anno. Alla reciproca indifferenza le è subentrato in core un desiderio profondo di rialzare il marito, di farlo consapevole della propria stima infinita, di mostrarsi dimentica delle patite offese. Essa lo difende contro tutti, non ha parole che per vantare la ricchezza dei suoi partiti, la salda tempera del suo governo, la felice maestria degli espedienti. Meno gli altri le danno retta, e più s’accalora, s’infervora, lo crede anche maggiore di quel che è veramente, lo ama. Si sì, parliamo piano finchè volete, ma lo ama, ve l’assicuro io! Che fare? Dirglielo no, una donna non si rassegna mai ad essere lei la prima, nemmeno col marito, e poi è un po’ tardi, ed essa rischia bene di non essere creduta. Farglielo intendere tacendo? C’è il caso che non intenda punto, e che questo nuovo contegno gli paia un gran prurito di tornare in su, entrambi. Non rimane che un partito solo: aver pazienza, e provarglielo adagio adagio, con una abnegazione di tutte le ore, di tutti i minuti, finchè la verità si sia fatta così grande strada nel suo core che egli non vi possa mai scambiare per una di quelle donne le quali fanno vita buona, dicono esse, perchè si contentano d’un amante solo, e perchè empiono talvolta la nicchia rimasta vuota ponendovi il marito. No no, voi dovete penetrarvi tanto della feconda ampiezza di questo tema, dovete girarne e rigirarne con tanto bel garbo le tortuose peripezie, dovete esporre finalmente con colori così fini e così delicati cotesto ultimo e perenne amor vostro, da acquistare fede, se non presso il marito, almeno presso ogni lettore effettivamente gentile. Che se poi, per risparmiarvi uno stato così penoso, vi piacerà anche di guadagnar tempo e di non lasciar dire alle amiche vostre che voi, prima di adorare il sole, avete voluto vederlo sorgere, meglio così. Sarà tanto di buon esempio guadagnato per i vostri figli.

 

Tema quinto ed ultimo, per ridere. IL VOSTRO BAMBINO. — Non lui, intendiamoci, che non ha ancora diciamola elegantemente, la sua personalità giuridica, ma qualche cosa che senz’essere punto una novella, principi almeno coll’aggrupparsi intorno a lui: per esempio, quella scena dell’altra sera in casa vostra, quando era tanto infreddato che ci faceva starnutare a tutti, per simpatia, e quando Carlino s’è impuntato di farci lo schizzo nel più comico e buffo di tutti gli atteggiamenti umani: nell’atto cioè di raccogliere uno starnuto.

 

O che fiasco! Pareva che uno avesse il mal di denti, un altro che stesse lì li per mettersi a piangere, un terzo che frenasse uno sbadiglio, un quarto — il più compassionevole, anzi il più miserando di tutti — che fosse stato effettivamente per starnutare, ma che non avesse potuto. E Carlino ad ostinarsi ed a riprincipiare a memoria, per fare peggio, s’intende, senza capire che noi, a forza di ridere e di pensarci sopra, non avevamo mai potuto dar fuori gli starnuti nostri con vera naturalezza, e che il solo a raccogliere bene i propri era stato lui, Carlino, che ci si era arrabbiato un buscherio [12] per l’interruzione, senza punto potersi vedere. Contata bene è una scenetta che può anche far pensare, soprattutto quando vi studierete di dare ad intendere ai pittori e agli scultori che il vero è già bastantemente duro per sè, e che però non c’è nessun bisogno di renderlo ancora più duro, tentando di coglierlo nei suoi più grotteschi e men comuni aspetti. Ma io sono stanco di fare la falsariga; scrivete un po’ voi!

 

Cioè no, mi sbaglio, lasciate pure appassire questi cinque temi nella ruvida scorza dei miei abbozzi e non li scrivete per carità. Trovate di meglio, trovate anche di peggio, ma trovate da voi, o addio spontanea freschezza di chi sa di accoppiarsi da solo con la sua propria idea. Io ho voluto solamente farvi vedere che delle cinque persone che mi stavano innanzi, nessuna poteva naturalmente sottrarsi alla grande orbita della commedia umana, ma voi conoscete bene tanta gente che non vi mancherà mai carne da mettere al fuoco, senza ricorrere alle macchiette di chicchessia. Abbiamo ben altro da parlare ora che di macchiette.

Figuratevi di essere una potente imperatrice romana, e di avere a disposizione i tre massimi scrittori del tempo vostro. Li fate chiamare la vigilia d’un grande spettacolo; e dite loro di porsi nel domani ai tre lati dell’anfiteatro, di guardare bene ogni cosa, e di scrivervi poi ordinatamente quello che han visto, senza sapere nulla un dell’altro, e senza mai digredire [13] dal circo, nemmeno coll’immaginazione. I tre vanno e vedono le medesime cose, ma credete poi che nello scorrere le tre narrazioni voi non ci abbiate a trovare altro divario che quello inerente alla maggiore o minor coltura, alla maggiore o minore padronanza della lingua? Oibò, il più savio starà più ligio agli ordini della sua alta signora e farà sfoggio di esattezza e di perspicuità; il più gentile tenterà soprattutto di strapparvi una lagrima sulle vittime cadute; il più fantastico vedrà contrasti strani e più strani accozzi dove gli altri non videro che mucchi di persone e mucchi di cose: troverete nel primo maggiore assennatezza e maggior copia di veridici dettagli, nel secondo più movimento d’affetti, nell’ultimo più colore, più ornamenti, più brio.

 

Or che vuoi dire questa così grande differenza che vi muta quasi in tre quadri un quadro solo? Vuol dire che essi hanno avuto bensì dinanzi agli occhi il medesimo spettacolo, ma che non l’han visto o almeno non l’han sentito allo stesso modo. Or come si manifesta questa gran differenza? Soprattutto mediante lo stile, Or che è dunque lo stile? Lo stile non è altro che la interpretazione scritta del nostro modo particolare di essere e di sentire.

Questo modo, appunto perchè è particolare, differisce più o meno in tutti noi, secondo la nostra natura, la educazione e la fortuna, ma differisce per gradi, come avviene di ogni differenza umana. Abbiamo tutti, oltrechè un viso ben nostro, anche una nostra propria espressione di viso, ma ciò nonostante un artista non ha che a girare in tutta la città popolosa per trovare subito dei tipi intorno ai quali si raggruppino, per così dire, i principali caratteri di quella tal gente. Che vuoi dire se questo può accadere in una sola città? Vuol dire che se si avessero innanzi tutti gli uomini e se si potessero guardare tutti in un colpo d’occhio, la gradazione della differenza dovrebbe essere tanto piccola e quasi impercettibile quanto è grande, anzi infinito, il divario che deve intercedere fra i più belli e i più brutti di tutti noi.

 

Così è dello stile, con questo di più che il distacco fra l’uno e l’altro uomo può essere piccolo o grande oltrechè per il loro modo particolare di essere, anche per la maggiore o minore facoltà di esprimerlo. Uno sente molto e dura fatica a manifestar ciò che sente? È turgido. Un altro sente poco, ma si esprime con limpidezza? È vuoto. Un terzo affetta di sentire ciò che non sente e di essere ciò che non è? È in maschera, è falso. Per passare da questi esempi mezzani fino ai più nitidi e spiccati ingegni da una parte, e dall’ altra fino a coloro i quali, inetti anche a fingere, sono, sentono e si esprimono su per giù come la più parte degli uomini, si dovranno certamente percorrere due infinite gradazioni di piccole differenze, ma fra i due estremi! Oh fra i due estremi c’è un abisso come quello che separa il viso di Carlino dal mio. Prima dunque di mettervi a scrivere importa di sapere qual è il gradino della lunghissima scala a pioli che andrete probabilmente ad occupare, importa di sapere, se non scriverete così nè ben nè male come troppi altri che si trastullano a metà della scala, importa di sapere che siete.

“Sono”, mi par di sentirvi rispondere, “una donna, alla quale si dovrà perdonare di molto, in grazia della mia estrema gentilezza con tutti, non punto eccettuato il marito. Infranta quasi a diciott’anni da un primo ed infelice amore, sono stata tratta a ricorrere all’imaginazione, pur di empire, come che fosse, il vuoto dell’anima mia. E questa birbona me ne ha giocato delle belle. Ha ornato, come suole, dei suoi più graziosi colori le persone appunto che io conosceva di meno, a danno e scapito di quelle più vicine e più note, e mi ha barattato i languidi in affettuosi, i millantatori in prodi, i giovinetti (questa è stata la più grossa) in uomini. Non si può dire che essa mi abbia sempre giocato del tutto, perchè ho mutato parecchie volte, ma ora finalmente sarebbe tempo che l’avessi di vinta io, perchè ho una bimba che pare quasi una donna, senza troppo bisogno di ricorrere all’immaginazione. Mi verrà fatto? Speriamo bene”.

Data la confessione, argomentiamo. Se questo bagliore di fantasia, se questa snella subitaneità d’ affetti discendono veramente di pura vena dalla vostra indole, e se cioè le abitudini dell’altissima società non ve ne hanno mai dato, con l’occasione, il pretesto, allora tranquillizzatevi, il vostro sarà di fatto uno di quei temperamenti che non repugnano punto dall’arte. Che se poi la gran dama si ritroverà a lottare davvero colla buona madre, e se il senno, vale a dire il primo fattore delle buone lettere, potrà così vivere in pace dentro di voi col secondo e col terzo, cioè col sentimento e colla imaginazione, allora tanto di meglio, la vostra non sarà soltanto arte bella, sarà anche utile, se non agli altri, a voi. Badate bene però che io non voglio illudervi, e che sono ben lunge dal lasciarvi credere che voi possiate o combinare perfettamente, nella misura delle vostre forze, quelle tre bellissime cose, ovvero che possiate ridurne almeno una alla sua più perfetta manifestazione, no no, Dio me ne guardi, la perfezione è un oggetto di gran lusso che ha pochissime attinenze con una artista che principia a lavorare alla nostra età, ma via, potrete fare sufficientemente bene, purchè però non veniate mai meno a questa che sto per dirvi necessarissima condizione:

 

che non vi diate cioè nè pace nè tregua mai finchè tutte le vostre scritture non rendano ben compiutamente la vostra particolare fisionomia d’artista; finchè esse non mettano qualche cosa di vostro proprio in tutto quello che toccano; finchè, per spiegarmi abbondantemente, l’antica vostra grazia ed il senno, in parte novissimo, non si raggruppino in un modo tanto a voi personale colla ricchezza delle immagini e coll’agilità degli affetti che ne traspiri schiettissimamente tutto l’esser vostro.

 

Ora, possedeste anche una certa facilità di esprimere bene tutta voi stessa, in altri termini una certa facilità di stile, non per questo dovrete trascurare di aggiungerle sempre con la pazienza e con la meditazione, per non finire come certuni i quali, avendo sortito dalla natura una indole anche più artistica della vostra, la sciupano o per furia o per incuria così miseramente che poco dopo, a leggerne uno, vale quasi lo stesso come leggerli tutti, nè come certi altri i quali o gonfiandosi per alterigia, o immiserendo per soverchia frega di sapore classico, o, peggio ancora, imitando supinamente i loro più fortunati confratelli, debbono poi confessare a sè medesimi di non capire punto come mai, tempo addietro, essi abbiano potuto scrivere a quel dato modo... tanto poco si riconoscono nelle loro carte! Danno la colpa all’età ed al gusto mutato dei tempi, e certamente sono due cose queste che una qualche influenza la debbono avere, ma non mai al punto da mutare un giovine bruno in un vecchio biondo, nè un bollente poeta in un intirizzito verista. Come! Un calzolaio riconoscerà su mille il suo paio di stivali, una donnicciuola su altri mille il suo paio di calzette (perdonate la viltà dei paragoni) e voi, che siete un’ artista, voi da vecchia dovrete dire: “In verità che se non ci fosse il mio nome sotto, mi parrebbe impossibile di avere scritto così?!” Ma allora chi era che scriveva a quel dato tempo? Eravate voi? O non era piuttosto una persona come tutte le altre, la quale si limitava ad essere ciò che la sua propria ostentazione ovvero la moda di quel dato momento volevano che essa fosse? Importa assai che i vostri libri, come più moderni, si vendano meglio dei versi di Raffaelli [14], per dirne uno a caso che ne ricompra parecchi; importa assai che certi critici, sapendovi una bellissima e gentile signora, vi esaltino, senza leggervi, fino alla nausea! Ma voi sarete poi contenta di voi medesima? Contenta di quei vostri volumi i quali, a moda mutata, vi faranno l’effetto dei figurini colle vite corte quando voi donne solete portare le vite lunghe? Non credo. E perchè mai un così grande crollo? Perchè, senz’essere punto una persona come tutte le altre, pure vi è mancata una facoltà principalissima: quella di sapervi affermare bene in ciò che avevate di indipendente affatto da qualunque moda e di assai più particolare che non fosse il viso, nel vostro modo cioè di essere e di sentire. Vi ritrovaste anche cento volte più ingegnosa di quel che siete, ed egualmente, senza di essa, vi mancherebbe il meglio.

In [15] questo durissimo caso non dovete risparmiarvi nè fatiche nè veglie per conseguirla (dato che siate in tempo) ed il più che possiate. Quando uno dei vostri lavori non rifletta bene, come uno specchio fedele, tutto ciò che più fortemente sentiste nell’immaginarlo e nello scriverlo, non lambiccatevi il cervello a correggere una pagina qua e due pagine là, chè fareste peggio, ma principiatelo da un altro verso e rifatelo, rifatelo senza discrezione, senza pietà, finchè una voce di dentro non vi gridi ben forte: “Così va bene, così son io”. Questa cura continua che invade lo scrittor coscienzioso finchè l’opera sua non risponda esattamente alla somma di giudizio, d’affetti e d’inventiva che gli è stata consentita da Domeneddio, o, meglio ancora, finchè egli non renda assai bene tutto quello che ha in sè di migliore e di più suo, cotesta cura continua, dico, può bene aver nociuto a qualcuno che abbia esagerato, ma certamente senza di essa nessuno sarà mai sicuro di riescire a fare il più ed il meglio che possa.

 

Ed ora che mi sono sfiatato tanto, vi prego per carità di non venirmi a raccontare che uno stile buono o cattivo bisogna pure che lo abbiamo tutti, perchè Buffon ha detto che lo stile è l’uomo e con questo ha voluto significare che tal quale uno è, tal quale bisogna che scriva. Certo, sicuro che la cagione di ogni cosa sta tutta quanta nell’esser nostro, ma perchè appunto, se non siamo persone volgarissime, dobbiamo pure avere qualche cosa di marcatamente proprio, così non dobbiamo tenercela niente affatto per noi, alla maniera di certuni, i quali, ingegnosi e timidi nello stesso tempo, si tarpano di propria mano per paura di sentirsi canzonare come vantatori che volano troppo in alto, quando sarebbe tanto più comodo e tanto più moderno di volare a fior d’acqua! Certo, sicuro che per correggere i nostri difetti di stile bisogna principiare dal correggere noi stessi, e che per sapere come uno possa scrivere bisogna prima domandare che esso sia. O cosa altro ho fato io con voi da più pagine in qua? Voi dovete avere, o almeno dovete trovare un modo tutto vostro di novellare e di scrivere gentilissimamente, ma che cosa importa che lo possiate avere se siete anche pigra e se vi pesa di cercarlo per paura della fatica? So anch’io che sarebbe più sbrigativo di pigliare un po’ d’intonazione qua e un altro po’ colà, ma è un mestiere da pappagalli questo, e voi certo non vorrete ammettere di avere del pappagallo dentro di voi, nè che la vicina eco dell’opere altrui vi possa montare come se foste il fonografo di Edison. Meglio varrebbe che seguitaste a scrivere infaticabilmente alle amiche vostre! Oh quelle no, non c’è pericolo che vi chieggiano mai ombra di originalità; più anzi che vi troveranno fatta a imagine e simiglianza loro e più le contenterete, MA L’ARTE! L’arte vuol tutto, e chi più è, più metta. Sono

Il vostro aff.

Bar. FERD. ACERBA

 

P.S. — Mi spiegate l’arcana ragione di questo P e di questo S davanti ai poscritti? Per dire che vengono dopo la lettera? Ma si vede. Per far notare a chi legge che ne avevamo dimenticato il contenuto? Ma se racchiudono spesso ciò che più premeva di dire! Cotesta ragione arcana ve la dirò io. Si finge ipocritamente di avere dimenticato e scritto dopo ciò che prima s’è forse pensato di più, e non contenti, per far più colpo e perchè l’altro se ne scordi meno, di mettere cotesta cosa già tanto pensata nel poscritto, ci si pone anche innanzi quel P e quell’S in lettere maiuscole, tanto per dare l’ultima pennellata alla nostra ipocrisia. Quante lettere non abbiamo tutti ricevuto con due o tre pagine piene zeppe di cose inconcludenti, e con la preghiera d’un favore nel poscritto. Ma! Se ne sono ricordati giusto quando stavano per chiudere... chi ci credesse!

 

 

Così, o presso a poco, argomenterete anche voi quando avrete letto queste mie ultime pagine, ed io confesso fin da ora che non vi sbaglierete punto. Sì, è vero, mi è mancata la franchezza di scrivere a suo luogo la roba che metto in coda, ma questo non vuol dire che io non ci avessi pensato prima, o che me ne fossi dimenticato mai. Me ne sono anzi ricordato così bene che l’ho tenuta indietro apposta per metterla nel poscritto: ecco la verità! Sarò sempre meno ipocrita degli altri.

Dunque torniamo a noi. Avete visto che mi sono tenuto sulle generali, e che ho procurato di essere meno severo che ho potuto, ma vi è pure una cosa che non posso tacere, ed è questa: siete ben sicura di sapere scrivere così a un di presso... in italiano? Sta il fatto che la nostra lingua è ormai diventata uno strumento attissimo a parlar di tutto fuorchè di sè, prova ne sia che quando se ne parla è giusto allora che ci si capisce meno, ma via, ci sono egualmente delle bricconate che non possono piacere ad anima vivente, e sono, per esempio, le voci e le locuzioni alla francesca od alla partenopea. Se non siete ben certa di andarne immune, procuratevi questa certezza, vigilandovi attentamente. Non vi pare che ne valga la pena? E voi smettete subito di scrivere, perchè, se la pensate a questo modo rispetto ad una lingua che in fatto di benemerenze non ha l’eguale al mondo, certamente non varrebbe la pena di leggervi. Stava fresca l’Italia senza l’italiano, con tutto che avesse tant’alpi e tanto mare!

E una. Andiamo avanti perchè ne ho un’altra. Voi solete scrivere facilmente moltissime lettere, lo so, ma altro è parlare con uno, altro è parlare con tutti. Una lettera, per monotona ed uniforme che sia, pare sempre assai meno monotona di quel che è veramente, perchè dice quel che ha da dire a chi la deve leggere, e addio. Ma il libro! È tanto facile di guardarlo appena, e se esso non si mette di picca a fare indugiare il suo lettore con la varietà, la disinvoltura, in una parola con la sua eleganza, c’è pericolo che esso faccia ben poco cammino, anche se è buono. Perchè ciò non vi accada, vi raccomando questo mio metodo che mi ha giovato moltissimo.

Voi principiate subito a lavorare, e seguitate il meglio che potete per un paio d’anni, senza mai pubblicare nulla, e senza mai ritornare sulle cose vostre, appena che vi paiano bene scritte. Se, ripigliandole dopo quel tempo, vi parranno tali e quali ancora, addio roba mia, sarà segno palmare che non siete punto suscettibile di miglioramento, e varrà meglio che vi diate pace senza più far nulla. Ma se invece, come è probabile, vi salteranno agli occhi mille deformità non avvertite prima, e voi rifate subito il gioco, non già una volta soltanto, ma due, tre, quattro, finchè i guai non sieno di tanto diminuiti, che voi vi possiate contentare ponendo qua una parola di più e là una parola di meno. Per me questo giorno soave non è ancora spuntato, prova ne sia che a malgrado dei miei ricchissimi trent’ anni, e di un mio prezioso cassettino ben chiuso a chiave e tutto pieno di carta scarabocchiata, pure non ho mai licenziato alle stampe che il mio biglietto di visita... e volete saperne il perchè? Perchè uno scrupoloso individuo mi predica sempre di rendere meglio, meglio assai, tutto ciò che di meno languido mi accade di sentire quando immagino e quando scrivo, e perchè io, alla mia volta, non ho che a rileggermi di due in due anni per rimandarmi subito ad altri due. Se quello fosse stato più arrendevole nel darmi il placet rapporto allo stile, e se io avessi avuto un altro metodo rapporto alla lingua, Dio, Dio, il cassettino si apriva e forse oggi sareste voi la prima a sorridermi dietro ed a esclamare misericordiosamente: “Povero Acerra! Avrei creduto che sapesse far meglio!” Così invece mi pregate di reggervi i primi passi. Nientemeno.

Ma l’alba spunta ed io muoio di sonno. Bisogna concludere. Siate voi, tutta voi, quando scrivete, e avrete sempre qualche cosa di diverso da tutti gli altri, ma per carità non profittate di questa scusa per imbandirci anche una lingua tutta vostra. O avrete bene la vostra parte di colpa se qualcuno seguiterà a dire... quel che si dice da trent’ anni in qua. Buon giorno.

F. A.

 

Pubblicando questa lettera ed assumendone così una parte di responsabilità, debbo aggiungere una cosa sola, ed è che l’Acerra, nei suoi rapporti coll’arte, somiglia di molto a quegli uomini che hanno sempre fatto all’ amore con una donna, senza mai sposarla. Credono perciò che il farsene amare sia la più liscia fatica del mondo, e non sanno quante belle cose paiono facili e piane avanti le nozze, che diventano assai difficili dopo, e primissima coscienza di tutte cotesto amor continuo. Con la sua coscienza troppo immune di rimorsi letterari, egli ignora affatto le molte sgarbatezze con cui la realtà può premere lo scrittore, per fargli cedere affrettatamente alla tirannia della moda, alle chimere della vanagloria, od alle trafitture dell’amor proprio, e nemmeno pensa a coloro che hanno bisogno di un qualche successo immediato, per viverne. Ma i dirizzoni che fa prendere la benedetta politica non contano per nulla? Chi non vede che lunghe braccia non abbia messo costei, e come essa non pesi in via restrittiva sopra tutta l’arte? Dov’è il liberale che oserebbe oggi di schierarsi col padre Cesari [16]13 in fatto di lettere? Dov’è il conservatore il quale non procuri di darsi ad intendere che i due Bolognesi [17] non sieno minori poeti di quel che sono? Ed i vantaggi di mutua difesa che provengono dall’iscrizione ad una frateria, ad una accademia, ad una rocca poetico-letteraria, non vanno forse pagati col sagrifizio di una parte di libertà? Salirà mai all’onore del frullone [18] l’uomo attempato che non arricci un po’ il naso quando gli parlano delle lettere di Foscolo? E i giovani, dall’altro canto, porteranno mai sugli scudi il poeta od il romanziere che non si pieghino più o meno alla nuova giurisprudenza critica dell’impressionismo, del naturalismo [19] e via [20] E i bisogni urgenti della stampa periodica? E gli editori che tengono per la più parte dal pubblico grosso: dal partigiano, cioè di quella gran... licenza che accenna, ed in Italia e fuori, di tendere quasi a dignità di legge?

Tutte cose che ad uomini come l’Acerra possono parere inezie e che pure non sono. Giova però che essi, come liberi da qualche vincolo, dicano spesso ciò che meno hanno ottenuto da sè medesimi e che più esigono dagli altri; così qualcuno, assai più forte, si potrà forse impuntare di raggiungere la meta, anche a malgrado dei taciuti ostacoli.

 

Note

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[1] La seconda edizione della novella, sulla quale si basa il testo edito da Garzanti (1953 cit.) porta la seguente nota d’Autore: “Dal volume di egual titolo — Firenze, Barbera 1887, con altre due novelle critiche, questa scritta nel 1881, rimase inedita sei anni perchè allora pareva rischiosa, ma adesso, dopo tanto tempo, non dovrebbe parere più.

[2] Scombiccherare: scarabocchiare.

[3] E sono: E lo sono.

[4] * Non già una lettera sul fare di questa, nella quale un amico, a torto od a ragione, ha voluto vedere come un tentativo di novella critica.  [F.A.]

[5] Poeta del Guaranay: il riferimento è ad Antonio Scalvini (1835-1881) librettista dell’opera IL GUARANAY, composta dal musicista brasiliano Carlo Gomez (1836-1895). L’opera ebbe un succeso enorme che portò Gomez e Scalvini ad una buona notorietà. Fu interpretata dal grande Tamagno.

[6] Zendado: scialle ampio e nero, frangiato di tessuto finissimo.

[7] Victorie: carrozze scoperte a due posti con quattro ruote, serpa e mantice.

[8] Cibele: madre degli dei e procreatrice di tutte le cose. Cfr. Ovidio, Le metamorfosi, X 686704 e XIV, 535-48 — Einaudi, 1979.

[9] Come dice Dante: Inferno, X, 36 “com’avesse l’inferno a gran dispitto”.

[10] A quarant’ anni data: trascorsi quarant’ anni. (pag. 23).

[11] Marlitt: pseudonimo di Eugenie Jones (18251887) scrittrice tedesca di romanzi “rosa”.

[12] Buscherio: in grande quantità.

[13] Digredire: allontanarsi.

[14] Raffaelli: Giovanni (1828-1869) poeta romantico, umanista.

[15] nel testo abbiamo “Il”

[16] Padre Cesari: Antonio (1760-1828), letterato italiano, sacerdote che ha legato il suo nome al purismo di cui fu tenace assertore.

[17] I due bolognesi: potrebbero essere Carducci e Stecchetti.   - Nella seconda edizione della novella, la frase fu così mutata:

"di darsi ad intendere che Ibsen non sia minor poeta di quello che è” (utilizzata nell’ed. Garzanti, 1953 Mi).

[18] frullone: setaccio, simbolo dell’Accademia della Crusca. -

[19] del naturalismo: diventa nella II edizione della novella: “del decadentismo”.

[20]  e via: qui una nota d’autore recita: “ora converrebbe di aggiungere un’altra terna di ire di Dio” (la nota è presente solo nell’edizione riportata da Garzanti  1953 cit.).

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011