Riccardo Bacchelli

 

CANTONI

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Cantoni, a cura di Riccardo Bacchelli in "Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento", Milano, 1953

 

 

 

Scrittore, e si può certo dire uomo di temperamento prepotentemente soggettivo, Alberto Cantoni, per l’orrore in che ebbe ogni confessione personale, eluse l’autobiografia consentendo al sentimento di manifestarsi soltanto sotto il velo e la maschera dell’umorismo; quale scrittore d’osservazione dal vero, o, come si suol dire, oggettivo, escluse dalle sue rappresentazioni la pur minima referenza col proprio mondo di stirpe e sangue e famiglia, con un rigore, anzi uno scrupolo, pari a quell’orrore e in effetti più intiero. Così, ebreo, e non peritoso e dissimulato, anzi, come si scorge nel suo scritto Israele italiano, dichiarato con ferma e chiara coscienza e dignità, d’esso suo proprio mondo non volle rappresentare, persona o cosa, sentimento o costume, un tratto solo. Tali orrore e rigore, non mondani, anzi d’intimo e necessario sentire, spinti a grado singolare, sono di lui caratteristici.

Indagherò, a lume di critica, significato ed effetti di cotesto ritegno: frattanto, era, quel suo, un mondo pur singolare e caratteristico, di propri e particolari costumi ed affetti ed usi e preconcetti religiosi, morali, economici, famigliari, di spiccato carattere locale: per di più, intatto, per così dire inedito; ma questa medesima singolarità, anziché ad invogliare l’artista, sembra che abbia servito a persuadere al Cantoni che farne oggetto d’arte fosse, non che illecito, impossibile. Eppure, d’altronde, non era già il mondo e il sentire represso, rattratto, angustiato e angoscioso del ghetto e delle persecuzioni. Anzi, era il vivere aperto e pacificato, d’una comunità ebraica paesana, fra quelle da gran tempo allignate nel contado del territorio gonzaghesco e mantovano; d’un ceppo famigliare antico e schietto, d’umile, epperò più autentica estrazione e discendenza, in feconda e contenta e pacifica convivenza attiva e operosa col popolo ospite, la quale nulla più teneva dell’antico esilio della nazione dispersa, nè delle antiche cattività e persecuzioni e interdizioni. Umile, ho detto: epperò più caratteristica e pacifica convivenza.

È noto che i due finitimi stati padani, lombardo e romagnolo, gonzaghesco ed estense, principati industriosi e precocemente moderni, furono per gli ebrei terre d’asilo, e, compatibilmente coi tempi, di tolleranza e di libertà religiosa, colturale ed economica. Conviene aggiungere subito, che l’incameramento dell’antico feudo dell’Impero, alla fine del dominio dinastico gonzaghiano, affidando quel territorio all’amministrazione teresiana e giuseppina, continuò quelle franchigie, mentre le libertà rivoluzionarie e napoleoniche ebber conferma, nel mantovano, proseguendo tradizione e fatto antico, dal regime della restaurazione metternichiana. Ma un fatto storico peculiare, aveva favorito, nel mantovano, prosperità, costume civile e distinto carattere di numerosissimi centri urbani minori. Alludo alla pratica vecchia degli antichi signori, non importa quanto provvida o improvvida politicamente, di favorire e fondare numerose signorie minori, parenti e affini e consanguinee legittime ed illegittime, delle quali alcune originali ed insigni per civile coltura, tutte generalmente ambiziose d’imitare l’esempio della dominante e ammaestrante illustre corte mantovana; fra l’altro, proteggendo gli ebrei e la coltura ebraica.

Così, e perciò appunto, anche una Viadana, terra minore, e la vicina Pomponesco, terricciuola minima, ebber signoria e corte; benché la signoria, di cui fu investito un Giulio Cesare Gonzaga in Pomponesco dalla metà del Cinquecento ai primi del Seicento, fosse tra le più effimere; ma con castello e corte e teatro, con magistratura e zecca delle monete; infine, e di conseguenza, con una comunità e propria « scuola » di ebrei, attratti forse anche dal traffico fluviale del Po, sulla cui riva sta Pomponesco, e dal commercio delle granaglie particolarmente fiorente su quella via d’acqua. E l’esistenza della « scuola » dimostra, anche nella sperduta terricciuola di riva del Po, la tradizione e l’integrità di religione e di sangue e di costume di quelle comunità. D’altronde è noto, che fra la nazione dispersa, quell’integrità fu conservata dalle antiche interdizioni assai più che dalle libertà moderne; ma, per stare al caso, da Viadana capoluogo, e da un Moisè Iseppo, proveniva a Pomponesco il padre di Alberto: Israele, allo stato civile laico Cantoni, cognome che dichiara forse attinenze con una delle famiglie cristiane omonime del mantovano. E il fatto che nella ricerca degli ascendenti, per quanto ho appurato, non si sia risaliti oltre quell’avo quasi anonimo e indistinto, dichiara, nell’umiltà del ceppo, la sua antica, immemorabile schiettezza: di riflesso e per induzione, dimostra la tolleranza, di cui dissi, divenuta costume sociale e popolare; tanto che quell’Israele Cantoni si legò alla terra, e da commerciante di terre e di bestiame, divenne proprietario. Desumo da memorie famigliari e locali ancor vive: agronomo ed amministratore, produttore agricolo, fu ebreo terriero, non dunque con intenti speculativi nè tanto meno per capriccio d’ambizione o vanità, ma assettato e ben assestato in una condizione ch’era conquista d’uno stato e d’una dignità sociale, per lui e per la famiglia. Nè dico che ciò dichiari una peculiarità unica del mantovano, ma bensì che ivi fu cosa tanto frequente e diffusa, quanto ormai naturale e pacifica.

In tal costume locale e suo, quell’Israele inseriva lo scrupolo di una probità, della quale anche, dopo un secolo, sopravvive ricordo, e in cui pure è da riconoscere e l’osservanza della legge mosaica e della rabbinica e la multisecolare prudenza della nazione esposta e soggetta alla mercè dell’arbitrio; poichè anche la protezione si sa ch’era arbitraria, grazia, non diritto. Che se ormai, al tempo di quel Cantoni, s’era aggiunta la sanzione della legge, lì c’era quel che solo la rende veramente efficace, il costume: e così, dal fatto e dalla memoria del fatto, si ricostruisce il significato umano e pieno di quel che ho detto, riflettendo che i Cantoni, israeliti osservanti e proprietari doviziosi, vissero benvoluti e radicati in paese di contadini, che ancor ne onora il ricordo. E tutto ciò basta a far distinguere una situazione caratteristica.

Frattanto, defunte da secoli le maggiori glorie mantovane e le minori, in Mantova e nel mantovano la rinnovazione nazionale e liberale del Risorgimento esercitava sugli spiriti azione non seconda a nessuna d’altri luoghi, per vigore e proprio carattere. Vale la pena di notare, che l’Israele Cantoni, a differenza da molti ebrei intellettuali, e d’alcuni particolarmente mantovani, a quel moto fu estraneo; vale la pena perchè in questo obbediva a indicazioni antiche testamentarie e rabbiniche, e alle regole di una prudenza che le condizioni di vita della nazione avevan fatta diventare abito ed indole. E, del resto, ossequio ai protettori e rassegnazione ai persecutori, risultavano in effetti al medesimo esito: di forze conservatrici dello spirito tradizionale ebraico. A questo proposito, anche la moglie d’Israele Cantoni, benchè, come dirò, provenisse da famiglia intellettuale e liberale, si conformò a quel particolare « lealismo » ebraico: e se un fratello d’Alberto andrà garibaldino, ciò sarà nel ’66, tanto più tardi dell’epoca cui mi riferisco, che la differenza dei tempi significa di per sè differenza di spiriti; e dunque non si muta il detto di sopra, che specialmente avvalora e importa un’altra considerazione: abito ed indole d’Alberto, intimamente estraneo alla politica e ad un pensiero storico, e verso le riforme illuminate » scettico per innata sfiducia volentieri ironica, anch’essi hanno radicate origini ataviche famigliari. E s’egli fu liberale umanitario e illuminato e tollerante, con una vena di sollecitudine, o vuoi di ansia sociale ed economistica, verso le classi popolari, tale liberalismo fu, in quelle epoche di lui giovane e adulto, pretta forma di conservazione politica e sociale, senza dire che illuminismo e umanitarismo, di tenue speranza e dubitosa, sono in lui anch’essi volontieri temperati d’ironia, la quale pur modera l’inquietudine. Anzi essa ironia dà frutto artistico nell’opera di lui umorista, in quanto insinua ed immette nel suo progressistico conservatorismo liberale, e nella sua filantropia umanitaria e sociale, e nella sua inquietudine, una vena d’umore discretamente, onestamente scettica; insomma, il garbo ironico e scherzoso, ch’è nativamente e naturalmente il contrario d’ogni spirito, o rivoluzionario o reazionario, di stampo utopistico e messianico. Su cotesto umore avremo a tornare in sede di giudizio estetico: biograficamente, interessa notarne le origini ataviche e religiose e famigliari, che operano nello scrittore pur indirettamente, in quanto improntano l’indole umana di un caratteristico italo-ebreo, assettato ebreo terriero lui stesso, inquieto ebreo intellettuale, inquieto sì, ma sedato, affatto privo di fermenti, lievitante solo e meramente per il lievito e il fermento dell’arte e della vocazione fantastica.

S’è detto: filantropia; ed anche per questo riguardo giova, su scorta di memorie famigliari e locali, e su testimonianze di fondazioni e istituti caritatevoli, risalire dal figlio intellettuale all’illetterato padre. Questi, israelita di stretta e rigorosa osservanza, s’atteneva al precetto mosaico e sapienziale della carità verso i poveri, anche « forestieri », praticandola nella forma moderna, ma in una maniera tutta patriarcale; in Pomponesco si narra ancora d’una settimanale elemosina cui procedeva Israele Cantoni in casa sua, chiamata localmente il « Palazzo ».

Di tutte queste usanze e pratiche, compresa quella della religione avita, pur se con minore rigore e scrupolo, fu fedele e coscienzioso e cosciente continuatore il figliuolo; ma sta di fatto, e lo do per ora senza commento, che questa materia gentilizia, d’usi e costumi e caratteri e sentimenti aviti, Alberto Cantoni ha esclusa, con deliberato così intiero che non può non esser stato volontario, dalla propria rappresentazione artistica.

Israele Cantoni, l’ebreo rusticale e prudente pomponescano, sposò, maturo, la giovanissima e da lui diversissima Anna Errera, cittadina e veneziana, come a dir cittadina due volte, di lieta intelligenza, di fine e varia coltura letteraria e musicale, d’animo, non che sensibile, sensitivo; e, poi che n’ho visto il ritratto, giovinetta assai bella, di squisita bellezza prettamente ebraica. Di lei ho anche conosciuto, superstiti al disastro della guerra e delle case ebraiche perseguitate, alcuni fascicoli del diario di fidanzata e di giovane sposa, in un francese spigliato ed arguto anche nelle scorrezioni; ed è fresco e gentile documento intimo di una delicatezza affettiva e fantastica appassionata, costretta, ma senza sforzo nè pena, dall’educazione religiosa e morale in un sentimento del dovere vigoroso e gioioso. Sicchè veramente la giovinetta sposa veneziana, quando s’accasò in Pomponesco e in « Palazzo » col suo corredo di buone letture e col suo romantico pianoforte, avvera senza pretese e senza pensarci, non poco della donna forte secondo l’immortale carme dei « Proverbi ». E vale la pena di dire che la certezza di felicità e d’amore, nel diario del fidanzamento e della giovane sposa, è data proprio dalla lealtà colla quale esso diario confessa le discrepanze d’età e di consuetudini e maniere e educazione, fra la festosa e festevole e fiduciosa giovine, e l’uomo rustico e arcigno, autorevole e rigoroso: in segreto più timido di lei, appunto per effetto, che s’indovina e si sente, di una passione amorosa, che la fanciulla non poteva provare verso uno che di necessità doveva all’animo di lei riuscire troppo più padre che marito. E si congettura e si indovina il segreto tormento di quella passione del marito, nelle ingenue e innocenti confessioni, della sposa, di qualche contrasto ingenuo e innocente. Trasportata d’un tratto da Venezia a Pomponesco, dalla illustre laguna a una romita riva di Po fra campagne e acquitrini, dove pur le grevi e sterminate nebbie par che non abbian nulla di comune con quelle di Venezia, l’Anna Errera nel suo diario risulta pari al disegno tradizionale d’un matrimonio saldo, e insomma felice, sul fondamento della religione e del dovere, del buon giudizio e del sano criterio e dell’animo forte, del rispetto reciproco e di sè stessi, della tenerezza, in lei figliale, in lui paterna, col sottinteso di quella passione dell’uomo anziano, ritrosa e alle sue ore forse affannosa. Per noi si dichiara, cotest’umana vicenda, e si svela, quasi si determina, per opera e segno del destino: nella morte di lei, poco più che trentenne madre di due figli e di tre figliuole, quando il primogenito Alberto aveva dodici anni. Dico si svela e si determina, perchè il dolore del vedovo nella casa orfana, fu di quelli cui non occorrono parole; e il silenzio li rivela più di qualunque parola. Oltre di che, fedeli memorie figliali tramandarono l’immagine di quell’Anna, figurata in un’affettuosa poesia giovanile del nipote Angiolo Orvieto, « sotto l’ombroso placido viale » dei platani antichi, mentre andava « sognando con un lento passo uguale », in quell’aria di sotto i grandi argini, piena della nascosta e potente presenza del fiume regale.

Cotesto viale di platani, molto caro di poi al Nostro, fu una delle sobrie «delizie», una delle domestiche « meraviglie » del « Palazzo » cantoniano e pomponescano. E colgo qui L’occasione di dichiarare le mie « fonti » che sono, oltre le già citate e gli articoli cantoniani del dottor Giovanni Delfini, di Pomponesco, ed una che citerò più innanzi, le memorie famigliari custodite dal nipote dello scrittore, Angiolo Orvieto, e dall’altro Alberto Musatti, che sul vecchio « Fanfulla della Domenica » tracciò un arguto profilo dello zio: « Un sacerdote dell’inedito ». E debbo alla loro liberale cortesia, se mi è stato possibile raccogliere in questo volume, tutti, credo, gli scritti del Cantoni, usciti in limitatissimo numero di copie e quasi tutti oggi rari, come volle lo stile dell’uomo, che la amorosa e limpida memoria di Angiolo Orvieto m’ha raccontato mentre professava di preferire un lettore dopo trecent’anni, a trecento subito e poi più. E anche me l’ha descritto, forse punto d’orgogliosa e saporosa melanconia della vita appartata e della solitudine letteraria ch’egli s’era eletta e difendeva cogli scrupoli e le ritrosie che mutavan quasi in manie le sue abitudini, quando esclamava: « Io sono un artista »; e gli scintillavan gli occhi; ed aveva ragione. Del resto, era l’unica confidenza in tal materia, poichè dei suoi libri non parlava e poco o nulla sopportava che gli fosse parlato.

Tornando al diario della madre d’Alberto, a me vien fatto di pensare che dovesse essere lettura assidua, e incontro e avventura spirituali e sentimentali, nell’intimo del Cantoni, più capitali che non le letture dei filosofi e poeti pessimisti ed umoristi a lui famigliari e fors’anche più dell’Ecclesiaste e del libro di Giobbe. Insomma, le memorie concordano nell’affermazione di lui medesimo, di tener molto dell’animo materno; e la perdita della madre vive, segreta e presente, nella melanconia di perenne tristezza che adombra e ingentilisce di raccolta e pudica poesia, ancor più umana che artistica espressa, il sentimento dello scrittore; vive, il dolore di quella perdita, in ciò che fa lui trepido e affettuoso e pietoso, anche dove ironeggia e vuole ironeggiare amaro e magari scontroso, verso passioni e sentimenti e sorti; vive nella ritrosia che lo fa di solito quasi alieno da toccare ne’ suoi libri morte e dolore, come per un’originaria ferita dell’animo.

S’intende, che non s’addice di far critica di ciò che non è stato scritto; ma da quanto ho detto è chiaro e sensibile, quasi palpabile, che Alberto Cantoni la materia di un grande, originale romanzo d’anime e di costumi, l’aveva in famiglia, cosa di casa, della casa di Pomponesco, dove oggi, aggiunte le depredazioni e le devastazioni soldatesche e politiche al decadimento e immiserimento moderno dell’antica e preziosa urbanità provinciale e campagnuola d’Italia, rimangono soltanto, vestigia di un costume e d’una religione e di una umanità che fu, i versetti della Legge murati negli stipiti delle porte, secondo la antichissima pratica ebraica avita.

Non è possibile credere che di simile, e così sua ed amata materia di romanzo, il Cantoni non si sia accorto. Egli se l’è inibita certamente, anzitutto perchè amata e troppo amata, forse troppo vagheggiata, e tanto da non consentirgli di dominarla e di fonderla nel crogiuolo della forma artistica. Ma dall’opera sua si ricava, n’è anzi una dignità e un carattere e una bellezza intima, il senso certo di un pudore, umanamente e moralmente meritevole d’ogni rispetto, seppure in sede di critica estetica lamentabile; di un pudore che divien quasi il protagonista sentimentale della di lui prepotente soggettività, in quanto la castiga. Infatti, il Cantoni quasi non fa altro che variare e modulare in tutti i toni e attraverso ogni motivo e pretesto, dalla delicatezza allo scrupolo, dalla ritrosia degli affetti ombrosi per eccesso di sè medesimi al disperato dispetto dell’ineffabilità, cotesto pudore, che talvolta inclina, non che allo scontroso, quasi alla denigrazione di sè medesimo. Quale artista di rappresentazioni oggettive, la medesima ritrosia lo costringe a cercar materia estranea alla propria intimità d’affetti, e soltanto, socialmente parlando, fuori della propria classe, e insomma lontana dal proprio sangue. Ed è effetto, come ho detto e come esemplificherò, di essa, se il Cantoni non ha scritto, nè volle scrivere, nè pensò forse mai lecito di scrivere, il romanzo di una famiglia italo-ebraica pomponescana e terriera, ricca di carattere e d’umanità. Forse, alle ragioni che ho dette, è da aggiungere un’inibizione d’origine atavica e religiosa, e uno scrupolo innato ed ereditario in lui uomo, che nell’artista si tradusse in timore insormontabile e preliminare, di soggiacere al destino di una stirpe conformata da disposizioni originarie e da secolari soggezioni storiche, o a rattrappire o a spampanare, a traboccare dal chiuso di un ritegno inibitorio all’espanta incontinenza artistica e psicologica. Forse il Cantoni temette nell’animo suo l’eccesso della libertà, e si restrinse nel difetto prodotto dalla combinazione dei dieci e dieci avvisi che i sapienti dell’antico Israele prodigano in favore della discrezione e del tener per sé le proprie cose, con l’abito del timore contratto nella servitù e nelle persecuzioni. Né la poesia egli credette bastargli; s’intende, in ultima istanza, perché la poesia non lo rapì nè aveva in lui forza bastante; ma è anche vero che di contro un concetto della famiglia quale è l’ebraico antico, pubblicarla in arte può ben apparire una profanazione.

Nell’umorismo, il suo ritegno peritoso cercò un equilibrio fra difetto ed eccesso; nè ve lo trovò sempre; e fu più volte un succedaneo e un ripiego. L’equilibrio e la giusta misura, assai più che nell’ispirazione artistica, in fine egli trovò bensì in una sua salda e sana tempra morale, assistita da un criterio raziocinante, che poteva riuscir parziale o fallace, non mai finto o sofistico. Che se, quale artista, egli ha discettato e sottilizzato e raziocinato troppo; se troppi personaggi suoi, e per avventura fra i protagonisti o apparenti protagonisti, rimangono concettuali e precettistiche astrazioni; non pertanto rettitudine e generosità, in lui innate, trovano nelle sue pagine uno stile, un’espressione, ch’è poetica e sicura, anche al vaglio del criterio estetico rigoroso. Per questo rispetto, e in tale espressione, non che un equilibrio, la personalità del Cantoni raggiunge dunque un’armonia. E quando l’umorismo di cui egli molto ragiona per incidenza o ex professo, e con finezza d’osservazioni e di gusto, ma senza liberarsi nè superare il vizio originario del concetto astratto di genere letterario, esprime e raggiunge cotesta intima armonia vivente della sua personalità, allora è liberazione e vita e poesia, delicata e ritenuta, d’un’ombrosa e vereconda, suscettiva e sensitiva sensibilità affettiva e perfin fisiologica, artisticamente più valida di un pessimismo filosofico che sa alquanto d’accattato, più subìto che posseduto; ed è liberazione, allora, più valida di un moralismo sempre onesto, non sempre acuto, e dell’umorismo stesso dov’è tirato per forza e per programma; che vuol dire, in arte, debolezza. Sempre fermo restando, a suo merito, che nell’arte di lui, esemplarmente immune d’ogni ombra d’ipocrisia e vanità, la ricercatezza non degenera mai in belluria nè in affettazione nè in lezio, perché può fallirgli lo stile, ma non suona mai falso.

Così, anche quando ed in quel che i personaggi suoi restino pretesti, prestanomi e portavoce d’astratti concetti, non mai si sente il dolo stilistico e fantastico d’un’ambizione influita e dettata da vanità; nè l’errore v’è mai inganno; nè mai la debolezza cerca, come suole, di mentirsi e travisarsi in apparenze di forza accattate. E nella di lui maggior prova di romanziere, la rappresentazione del contadiname e del contado locale, d’un realismo arguto e vigoroso e ben individuato, è schietta e ravvivata da una felice vena comica. I due protagonisti, bensì, i due motori della favola, l’aristocratico proprietario che la fidanzata vuol correggere del suo « assenteismo » mandandolo a fare il contadino travestito, son di fievole e fittizia invenzione, che si sarebbe potuta artisticamente riscattare sol quando avesse voltato al buffo, in quel che l’avventura avrebbe avuto di strambolico, non che di comico, in effetti. Per contro, ingenuamente e inverosimilmente, l’autore si tiene al serio e al benintenzionato, al moralismo pedagogico, che conclude, eludendo e mal surrogando la fallita vena inventiva, in un ripiego: nell’ammaestrativa allegoria. Allora, mi torna in mente che in vece di quei due cristiani aristocratici di princisbecco, imbottiti di buone intenzioni, il Cantoni avrebbe avuto nel proprio padre e in se medesimo il vero naturale ebraico da ritrarre: e non vi sarebbe mancata, non che la concretezza della cosa vera, neanche la rarità, la curiosità, l’originalità, con sapor di eccezione e d’inedito, artisticamente parlando. Ed ecco che la singolarità falotica dei due personaggi da novella pedagogica, mi vuol apparire quale allegoria, involontaria, del ritegno e della ritrosia, certa e inesplicata, che al Cantoni dettarono la renitenza e il rifiuto, anzi forse pure la strana ripugnanza e superstiziosa, che gli inibirono di ritrarre la sua famiglia dal vero, e gli fecer preferire l’assunto fittizio e vano di correggere, con un romanzo, l’« assenteismo » dei proprietari dalle loro terre.

Non è l’unico ritegno, s’è visto; e si vedrà che non fu la sola rinuncia di questo scrittore, la cui biografia m’arrischio a dire, rischiando l’arbitrario e il fantasioso critico, costituisce il mito d’una poesia rinunciata. Il che non basta, anzi gli preclude d’essere scrittore grande, artista pieno; ma n’ha fatto uno scrittore interessante, per eccellenza ed eminentemente interessante.

Intanto, in una letteratura come la nostra, in cui abbondano grandi e grandissimi, scarseggiano gli interessanti, quest’è un carattere curioso e invogliante. Per di più, il Cantoni, ingegno precoce e lento insieme, che cominciò a pubblicare dopo i trent’anni, a leggerlo oggi, pregi e difetti, ha tanto di personale nello stile e nel pensiero, tanto d’alacre e di spregiudicato, da serbare un sapor moderno, che quasi intriga, considerando le date, e certamente sorprende. Sapore moderno, si perde col farsi classici ed antichi, o, tanto più spesso, vecchi e dimenticati. Questo buono fra i minori, questo interessante Cantoni, ha qualcosa che non invecchia; così come, a considerarlo, nato nel 1841 ed edito colle prime opere fra il ’75 e l’80, appare, rispetto ai romantici tardi, e al classicismo carducciano e al verismo e al dannunzianesimo e al pascolismo, un precursore dello spirito moderno appunto in ciò che il suo stile studioso e semplice, alacre e curioso, non risente, di quelle scuole, il minimo influsso, ed è personale e spregiudicato e proprio suo, voluto, cercato, timbrato per suo. Interessante, ossia, finchè tale resta, moderno, è, in una letteratura sempre tanto o quanto intimidente e classicistica e canonica, il chiaro e modestamente fermo proposito stilistico suo, di proporsi qual egli è e per quel che è; così ignotissimo al gran numero, ha sempre interessato gli intelletti critici e curiosi, dal Croce al Luzio e a Pirandello, a Ed. Rod e S. Benco.

Definire interessante uno scrittore è quasi lo stesso dire che la lettura ingenera persuasione sensibile che in lui fosse virtualmente una forza maggiore della potuta e voluta esprimere; suggestione di un segno segreto inattinto; espressione dunque della nostalgia di un desiderio indistinto, che però si dice nostalgia e desiderio. Nostalgia, infatti, indistinta e pregnante: una punta, un assiduo assillo di desiderio sfiduciato; una particolare disperazione artistica di arrivare ad esprimersi, che in ciò diviene melanconia umana e universale: questo genera l’umorismo del Cantoni nella sua parte buona e bella, ossia dove non dà in concetti e freddure di programma e di scuola. Del resto, una delle sue caratteristiche curiose, è di essere più originale di quanto non volesse e sapesse d’essere. E per gustarlo, bisogna critica curiosità disposta a cogliere, e, in senso intellettuale, a divertirsi di una continua contraddizione di lui a lui medesimo, serio e dolente nell’intimo e faceto nell’estrinseco.

Fra l’altro, il Cantoni esordì tendente al facile e a quella specifica prolissità ch’è degli scrittori teneri e sentimentali, per poi rifarsi, col passare al lambicco cotesta disposizione naturale, tanto distillando, che la natura sua stessa di scrittore svapora in uno stile quintessenziato, in cui sforzata è sopra tutto la semplicità e la bonarietà e la dimessità, mentre a lui si impone, fino all’aberrazione e alla fissazione, certo amore del paradosso e della singolarità, che non gli permette più nessun concepimento fantastico, se non muova dalla bizzarria dell’eccezionale, da una trovata alchimiata e strologata, figlia e madre, troppo spesso, dello stento. È un fatto, che per gustarlo ci vuole la curiosità e il gusto della curiosità intellettuale, colle disgrazie, cento e tre come quelle d’Arlecchino, ch’essa produce nell’arte. Infine, contraddizione massima, non è facile riscontrare in altro artista una ricerca di semplicità che meglio risponda alla fondamentale sanità dell’uomo, e che sia scavizzolata in più astruso arzigogolo fantasiante. Ed ecco che il Cantoni, da natura inclinato a un’espressione troppo immediata e sentimentale, se ne ritrae, e trasferisce il suo movente artistico in travisate invenzioni, che l’illudono di conseguirvi un’esemplare universalità, mentre servono principalmente al suo acre e sfibrante bisogno di darsi tor-mento e castigo. Non fu un misantropo, quale si credette o volle apparire talvolta: fu bensì un castigator di sè stesso. Diciamola anzi con una forte e arguta parola sua e di suo stile: « un seccatore di sè medesimo ».

A proposito di essa parola apro una parentesi, alla maniera del Cantoni che gustava tanto le digressioni incidentali e sconcertanti; una parentesi filologica, per avvertire che quando esiste più d’una redazione dei testi, mi attengo di regola all’ultima pubblicata dall’autore. Ma, per rendermi doverosamente conto delle varianti, ho collazionato alcuni fra i testi editi più volte e principalmente il più importante, quello della novella L’altalena delle antipatie. Ne traggo due varianti, per istruzione del lettore. La prima non è felice: nella prima riga del primo paragrafo dell’edizione del 1887: « Ho quarant’anni sulla giubba », diventa, nell’edizione del 1893: « Ho quarant’anni »; e la soppressione della curiosa locuzione, non so se di origine dialettale o di conio originale, semplificando indebolisce e scolorisce. La seconda è per contro felice assai; dell’undicesimo paragrafo del primo capitolo, « la dolce prospettiva di mettere al mondo degli altri originali come te », variata in: « la dolce prospettiva di mettere al mondo degli altri seccatori di sè medesimi ». E la locuzione sostituita è tanto più efficace quanto più precisa, e, col suo colorito derivato dal titolo della commedia di Terenzio parodiato, è molto più arguta dell’altra, generica in sè e frusta e consunta per l’abuso che vien fatto della parola « originale » in sinonimo di « strambo » o « bizzarro » nelle parlate dialettali e semidialettali dell’Italia settentrionale. Sinonimo bislacco, del resto; corrispondente popolare del pretensioso e borghese inglesismo: « eccentrico », troppo usato anch’esso e divenuto sciatto. Tutto ciò per avvertire, in fine, che le varianti sono poche, di poco conto, e generalmente in meglio, tanto che non ho creduto che fosse sott’alcun riguardo opportuno di registrarle e di farne menzione, appesantendo il testo con più che superflue pretensioni a edizione critica. Infine, come vedrà chi esamini la bibliografia, poichè alcuni scritti appaiono in più d’una raccolta, alcune di queste è stato necessario smembrarle, ma ciò non compromette, anzi chiarisce l’unità generale dell’opera cantoniana e il suo sviluppo.

Mi valgo ora di notizie fornitemi dai famigliari, e del volumetto biografico di Elda Gianelli (Alberto Cantoni, Balestra, Trieste, 1906), confidente del Cantoni, per aggiungere al ritratto di lui alcuni particolari significativi.

Solitario nel suo romitorio di Pomponesco, e in viaggio, poi ch’egli viaggiò molto e più volte Italia e Svizzera e Germania e Francia e Spagna, il Cantoni avrebbe lasciato un epistolario ricco e molto interessante, se non fosse andato disperso, o distrutto per sua espressa volontà, come si sa di certo nel caso della Gianelli. Dice questa, che le lettere di lui esprimevano « il suo più grazioso umorismo, ed anche talora il suo pensoso sarcasmo (che mai colpiva individui) in lettere da Carlsbad, da Vichy e da luoghi italiani più o meno ricercati, de’ quali egli coglieva originali caratteristiche ». Quanto ne riproduce la confidente, conforta il giudizio, e in più mostra un Cantoni che nella confidenza epistolare, meno ricercatamente studioso che non nei libri, effonde una vena talvolta più schietta e più viva, di facezie, d’umori, di saggezza e di bontà. Ma non è tutto. Ritenutissimo e schivo di contatti personali, restio, in particolare, d’aver a fare con gente intellettiva », perchè, diceva, « so ch’è difficile a contentare, quanto me », per altro - riferisce la Gianelli - « aveva amici epistolari dovunque, inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli ». In gran giovinezza aveva avuto due amici del cuore, e morirono entrambi. Poi il suo amico unico, il suo vero camerata spirituale fu per molti anni Alberto Errera, studioso di economia e uomo colto. La buona Gianelli riteneva senza dubbio, e non senza diritto, d’esser stata fra gli eletti dal Cantoni; ma tace quel che le toccò da parte del singolare « nato con libertà », che fu l’anagrannna scoperto nel proprio nome e cognome da Alberto Cantoni: soltanto dopo una dozzina d’anni di nutrita confidenza epistolare, il suo ammiratissimo corrispondente le concesse la prima conoscenza di persona, che fu anche l’ultima, innanzi che il Cantoni, un anno o due appresso, venisse a morte, l’aprile del 1904.

Della ritrosia e del pudore cantoniano, che improntaron pregi e difetti ugualmente caratteristici dell’arte sua, si sono adombrati, in quanto ho fin qui detto, motivi aviti profondi; il cenno della Gianelli ce ne precisa un altro, intimo e personale, di un eccesso di sensibilità, fattosi morboso coll’aggravarsi del temperamento e delle infermità: tosse spasmodica, insonnia, ansia, nevrastenia, e poi la gotta. A tale sensibilità eccessiva fa appunto pensare l’accento della confidente alle affettuose e gelose amicizie giovanili, gelose di sè stesse e restie a manifestarsi. E il sopravvenuto timore di sè medesima, caratteristico della eccessiva sensibilità, ha rispondenza in un mutamento dell’arte e in una crisi dell’uomo, di cui farò discorso, distinguendo nell’opera di lui una prima maniera e una seconda, e un ritorno ultimo alla prima.

A compiere frattanto il ritratto intellettuale, c’è da dire che già amicizia e corrispondenza coi parenti veneziani, della famiglia dell’Abramo Errera, nonno materno, proprietario della Ca’ d’Oro e collaboratore di Daniele Manin, aprivano al Nostro un ambito di relazioni, fra l’amichevole e l’intellettuale, più largo; ma egli ebbe anche corrispondenza assidua ed attiva molti anni (distrutta, forse per volontà di lui anch’essa?), con una Errera di Bruxelles: sua zia: Marie, nata Oppenheim, di Francoforte, « aristocrazia ebraica, haute juiverie » del censo e della coltura e della finanza e della politica, sicché un figlio della Marie, Leo, professore dell’università di Bruxelles, s’interessava vivamente della questione ebraica, e scrisse un libro notevole sulla condizione degli ebrei in Russia. È probabile, aggiunse l’Orvieto, e lo credo certo, - che qualche riflesso di quell’elevato ambiente germano-franco-belga-ebraico, colorisse la corrispondenza della zia intelligente con l’intelligentissimo nipote ». Più dovett’essere che qualche riflesso di colore, ritengo; e mi induco a congetturare che il Cantoni, ricevendo, da Bruxelles a Pomponesco, nella sua solitudine meditativa, dirette confidenze da quel mondo ebraico cospicuo e vario, ed inquieto pure, di interessi e ambizioni e speranze ed ansie; nel riceverle e nel corrispondervi, fosse in grado d’opporre precisamente a quell’inquietudine ambiziosa, che non poteva man-carvi, certa particolare serenità e temperanza e misura d’italo-ebreo, anzi di mantovano ebreo rurale, radicato in un costume, in una coltura, in una lingua, locali e nazionali, usuali ed illustri, cui egli aderì, se ne nutrì e se ne giovò e ne visse, senza sforzo e nativa>mente: ch’è d’altronde grandezza di quant’ha di più grande la civile tradizione romana e italiana nei secoli, che accogliendole ha ricreate in nuove forme di vita tante genti e sè medesima perenne.

Benchè, stando all’esattezza della critica, siano congetture e intuizioni, ne trapelano colore e lume segreti e celati, e appunto in quanto tali, operanti, e caratteristici dello stile, ricco di sottintesi, del Cantoni, che di tutto può essere imputato, fuor che d’ingenuità e di sufficienza provincialesca. « Del resto - dice bene l’Orvieto scrivendomi - era e non era un solitario »; e dopo quanto s’è detto, ha sapore la curiosa aneddotica delle sue « originalità » ancor viva nelle memorie dei vecchi di paese: delle sue lunghe escursioni pedestri nel contado; delle sue meditative astrazioni, per cui una volta andò a inciampare in un vespaio, e un’altra gli bruciava sotto i piedi la carrozza senza che se n’avvedesse; della facoltà ch’egli aveva, e di cui si giovava, d’aprirsi la confidenza degli umili, artieri e contadini, capi ameni, capi scarichi, capi maliziosi, capi sentenziosi, d’una plaga pianigiana remota, dove il popolo serbava e serba la vena d’indoli e caratteri e umori di forte spicco, con linguaggio corrispondente.

È la materia, la buona e colorita e rilevata e vera materia dell’Illustrissimo; e magari il Cantoni, in luogo dell’insipido Conte di Belgirate e della pedagogica fidanzata che vuol correggerlo dell’« assenteismo », avesse descritto sè stesso quale proprietario o agronomo e zootecnico, e capo ameno anche lui! Raccontano in loco che dopo l’avventura del vespaio, si fece precedere da ragazzini sbacchettanti i punti sospetti: si fosse ricordato, lui discepolo di Swift, dei sapienti di Laputa, ci avrebbe cavato un buon pezzo umoristico.

Cotesta materia, la vita campestre del contado pomponescano, è la stessa di molta parte de’ suoi esordi giovanili di prima maniera; e la Gianelli riferisce che il romanzo fu meditato, scritto e limato, dal 1881, data della prima idea, fino alla morte di lui. Ma l’esperienza e l’osservazione son più antiche; datano dall’infanzia dell’autore. Fosse incontentabilità d’arte e di affezione, fosse il « clima zoliano » inviso colle sue crudità e trucolenze al Cantoni, fedele all’« arguzia affettuosa » e alla temperanza di cui riconosceva maestro ed esempio il Manzoni, io sospetto anche che proprio l’invenzione, principale in apparenza, del romanzo, gli sapesse, in segreto, di intenzione artisticamente restia e fallita e falsa, mentre l’oggetto dell’osservazione diretta è, all’arte sua, fin dai primordi, docile e dovizioso e naturalmente felice. Ch’egli togliesse dal vero cotesta materia rusticale ce n’è anche documentata memoria, ma la felicità della rappresentazione dimostrava fin dalle prime prove che una vera vocazione era cotesta, di un temperato e verecondo realismo idillico, ma vigoroso e penetrante; mentre per contro nell’invenzione egli sarà sempre più o meno artificioso e sforzato e voluto, intellettualistico pur se intelligente.

Tutto quanto sta fra quei limiti, e non del solo Illustrissimo, nè di limitata ispirazione meramente campestre, è di vena, definito e naturale, come sono le novelle rustiche e cittadine della prima maniera, pubblicate fra il ’75 e l’81, con una frequenza e abbondanza, che di per sè contrasta colle sue abitudini posteriori.

Anche cotesta prima maniera del Cantoni, esordiente dopo lunga preparazione maturo, dimostra una natura di scrittore effusivo, abbondante, tendente più che alla ritrosia alla confidenza di un facile abbandono, e piuttosto che alla concisione, alla prolissità. Poi, dove e fino a tanto ch’egli modera la vena sua umoristica e moraleggiante sull’ottimo esemplare, sull’atticismo e l’urbanità del gusto manzoniano, il suo umorismo resta tanto misurato quanto alacre. E se, nell’arte come nell’azione e nel pensiero, il conterraneo suo Nievo ebbe troppo più di lui genio poetico e potenza d’animo e insomma grandezza, per altro, considerati nei loro esordi, i due, il secondo dei quali esordiva cautamente sol dopo l’età che all’altro era bastata per adempiere un’opera insigne e una vita eroica, mostrano, quali artisti, affinità spontanee d’ispirazione e di materia e d’umore. Più ricco sempre, e fin dal principio, il Nievo franco e gagliardo, per null’affatto inibito; ma il timido e ritroso, e per ogni riguardo minore Cantoni, quale artista, anzi in quanto artista della lingua e stilista, più nitido, se meno ricco e scolpito, più incisivo. Il suo è uno stile d’acquafortista, spogliato e curioso e malizioso e talvolta pungente, che, se ridonderà, sarà in cotesto senso, divenendo dilettazione e quasi fissazione stilizzante.

L’Illustrissimo dunque continua e riprende e perfeziona, lungo tutta la vita dell’artista, dall’81 al ’904, il più caro e più felice argomento. Vi ritorno per notare che fu, per buona parte d’essa vita, un affetto e un lavoro segreto; ma, sul mezzo del decennio fra l’80 e il ’90, cade una frattura e una sosta delle pubblicazioni e, credo, della lena letteraria cantoniana.

Appunto nel 1885, quand’egli ha quarantaquattr’anni, gli muore il padre. Da parte il dolore del naturale affetto, ogni cosa concorre non che a farlo profondo cotesto dolore, a conferire al fatto caratteri e conseguenze particolari. Del temperamento e dell’indole, s’è detto; s’aggiunga l’età di Alberto, la lunga e intrinseca consuetudine, non che d’amore, di confidenza, di venerazione e di sommissione figliali, fondate nello spirito e nella carne, nelle tradizioni religiose patriarcali, fatte spirito e carne, realtà ereditaria e moralità vivente. Tale intrinsichezza, sempre gioiosamente accettata, di per sè e per tutto quanto se ne sa, tardò oltre i termini ordinari, per il Cantoni, quella coscienza della libera e responsabile disposizione di sè medesimo, che, quanto più profondo ed amato il legame tra padre e figlio, tanto più divien reale e piena soltanto colla sua rottura terrestre. Tutto ciò dice lo strazio della fibra rotta, e, nella pena, lo sbigottimento, lo sgomento della creatura smarrita. D’altronde, una notizia serve, per converso, a illuminare l’animo di figlio d’Alberto, quando la morte lo ha investito di una sorta di paternità, anch’essa patriarcale a sua volta, tradizionale e religiosa in ispirito e carne, secondo l’antico giure e costume ebraico della primogenitura. Morto il padre, Alberto « del patrimonio di famiglia, più che comproprietario si considerava custode. Aveva un senso acutissimo della responsabilità, e credo » scrive il nipote, « che si sentisse capo di famiglia anche quando il fratello e la sorella rimasta nubile avevan toccata la cinquantina. La sua autorità era piena e incontrastata, niente affatto dura, anzi affettuosa. » Si scorge la qualità d’un tale affetto e legame, le sue esigenze e conseguenze, affettuosamente tiranniche d’altrui e di sè medesimo. Per di più, l’uomo era infermo, d’infermità che si traduceva in quasi morbosa ipersensibilità e attaccamento alle abitudini e ai loro riti.

Su tutto ciò, il ritegno del Cantoni è stato intiero e rigido, inibitorio: salvo per l’aspetto più trito e più misero, che egli potè forse essere indotto, per errore, a ritener più umano e universale, mentre è soltanto il più accessibile e prosaico: voglio dire, la tirannia delle abitudini, quella fallace smania isolante, che si scambia per libertà.

È, appunto, il sentimento, la materia, lo stimolo, che si riscontra presente e serpeggiante, quasi motivo dominante, più o meno esplicito, nella di lui seconda maniera. E qui cade acconcio osservare che il Cantoni, e, per incidenza non insignificante, il fratello di lui, rimasti celibi, lasciaron estinguere la schiatta famigliare; cosa singolare, e penosa, chi ponga mente ai precetti e alla morale mosaica ed ebraica, di cui il Cantoni, non che conscio, era anche osservante. Per non procreare altri « seccatori di sè medesimi »? Perchè su questo punto Schopenhauer, e la sua metafisica ribellione all’inganno della volontà d’esistere, poteron più di Mosè? O più semplicemente per insufficienza e timor panico di valetudinario di fronte al matrimonio? Comunque fosse, è su questo motivo del matrimonio che il Cantoni ritorna ed insiste, nel Demonio dello stile, in Pietro e Paola, sopra tutto in L’altalena delle antipatie, che di tal seconda maniera è, come umore e stile, il lavoro più suo; più di straforo, in Un re umorista. Ma in cotesto ritegno, nell’aver assunto soltanto il motivo più capriccioso e povero e trito, meramente psicologico e abitudinario, di quella renitenza e rifiuto, di quell’infrazione all’antica legge, di quella frustrazione morale, è lecito leggere, se non un vero e cosciente rimorso, un disagio di coscienza, e l’oscura nostalgia uxoria, che si denuncia nell’insistenza stessa sul motivo predetto. In essa insistenza artistica, si traduce un’inerte e impotente insoddisfazione morale, un sentimento che artisticamente dà frutto in uno stile penetrante, dolce-amaro, saporosamente aspreggiato dall’insoddisfazione e dall’insufficienza di sè medesimo, ch’è dello stile cantoniano il lievito più efficace, asprigno e aromatico, acerbo e mézzo ad un tempo, simile al sapore e all’afro-re delle frutta maturate sulla paglia. E sono risultati, nello stile, di maturazione forzata e artifiziata, molto interessanti, ed essenzialmente interessanti, appunto in quanto l’umore, cosa per sè di natura e di temperamento, ossia intrattabile, invadente, impossedibile, contraddice e annulla, in quel che l’arte s’illude di dominarli e di chiarirli, sentimento, pensiero, coscienza, ragione. Dei quali e delle quali sollecito, convinto, pietoso, il Cantoni vuole affermare dovere e necessità: onestamente, quale uomo; quale artista, quand’esce dal capriccioso, fallendo nel generico pedagogico.

Anche di quell’età, e connesso colla crisi di quegli anni, è un particolare colturale. Fu infatti in quel torno di tempo che il Cantoni, autodidatta di fine e larga coltura letteraria, volle aggiungere alla conoscenza della letteratura nostra e delle lingue e letterature francesi ed inglesi, il tedesco e il latino. L’italiana, benchè amorosamente e non senza acume di gusto, - si vegga, per esempio, Humour classico e moderno, - fu in lui coltura letteraria pretta; dei francesi, si direbbe che la grande tradizione dei moralisti e degli analizzatori lo abbia come escluso, in forza della vigoria e limpidità incomportabili da ciò che era in lui incerto e scapricciato; letteratura inglese significò gli umoristi, tanto per dire; ma della conoscenza del tedesco, propriamente gli s’appiccò la filosofia dello Schopenhauer e certa qual notizia, meravigliata e perplessa, della filosofia idealistica, che si tradussero in ansie di dubbio filosofico e religioso, in un disagio intellettuale e in velleitarie ambizioni intellettualistiche non giovevoli. Il latino gli rese famigliare l’inquieto, sto per dire classico dell’inquietudine e della contraddittorietà morale, che fu Seneca: e l’ebbe quasi suo libro di capezzale. Infatti, un critico, Bernini, notò che nella casa ricca di libri, a Pomponesco, sottomano nel suo studio teneva precisamente e soltanto un Seneca in folio: e facciamo pur conto che c’entrasse un po’ d’ingenua civetteria.

Tutto questo per dire che nella crisi, o vogliamo frattura, collocabile grosso modo attorno al 1885, e col passaggio alla maniera propriamente umoristica, tormentata e talora cincischiata, sopravvalutata, coerentemente, dal Pirandello, ma, non men coerentemente, dal Croce troppo recisa e quasi espunta; tutto questo per dire, che in quella crisi e con quel passaggio il Cantoni consumò la rinuncia ad esprimere ed a rappresentare, vuoi liricamente o vuoi drammaticamente, la sua più profonda vena di sensitività affettiva.

Insufficienza d’artista, lirica o fantastica? È presto, e troppo presto detto. Veda il lettore, in questo volume, Riseria umana, pagina seminedita finora e nel volumetto della Gianelli e nella rivista « Vita Nuova », dove comparve nel 1889, ma concepita e abbozzata prima, anzi prima d’ogni esordio pubblico del Cantoni, come desumo dal brogliaccio, di proprietà di A. Orvieto, che contiene, con quell’abbozzo, le più antiche prove superstiti dello scrittore.

S’intitola, il brogliaccio, I miei scarabocchi e Olla podrida; vi son versi, che persuadono a seguir l’esempio dell’autore di lasciarli perdere; alcune scene tradotte di una commedia di Sheridan, con spigliata vivezza di lingua e di scrittura, e per se dimostrative della larghezza e curiosità di lui lettore; contiene notazioni, fra cui la seguente significativa e felice: « E qual è l’originale (del romanziere)? Quello più ascoso, più intricato, più irrequieto di tutti. Il cuore umano. Non biblioteche, non documenti, non colonne di fuoco che te ne additino i meandri, gli abissi, l’oasi od il covo ». È un frammento, così com’io lo ricavo, da vena di scaturigine nascosta, che per altro fa scorgere anch’essa nel Cantoni originario uno scrittore ardito, immaginoso e impetuoso. E tale eccolo nell’abbozzo di Miseria umana vigoroso e pieno; e il lettore confronti l’una e l’altra redazione.

LA CASSA DA MORTO

(Nenia elegiaca)

1 Erano vecchi, erano marito e moglie.

2 L’uomo era cieco, la donna marcia per malattia, e limosinavano entrambi.

3 Mai la miseria aveva scolpito a caratteri più ferrei, più spietati, maggior angoscia.

4 Sulla neve nel verno, al sole durante la state, la donna trascinava l’uomo di porta in porta, e una fetta di pulenda era per essi gran cosa.

5 [1] Molte volte sentian ribrezzo, molte altre compassione di sè medesimi.

6 Una sera (era d’inverno) il vecchio morì, e la donna non pianse.

7 Perchè piangere? Piangono coloro che hanno goduto. Le lagrime suppongono il rimpianto di maggior bene.

8 Un tale le disse« Meglio per lui! Era cieco!... »

9 Rispose la donna « È vero! Ma ho persa la mia compagnia. Che cosa faccio io al mondo adesso? »

10 Disse l’altro « E che cosa facevi prima?»

11 La donna si rimise in cammino e battè di porta in porta.

12 « Mio marito è freddo! Un asse per la cassa, nel nome della Madonna!»

13 Ne raccolse buona copia e li portò al falegname.

14 Disse il falegname « Sono molti, sono troppi, ci verrebbe anche la vostra.

15 Rispose la donna «Pagatevi i chiodi, e rendetemi il di più. »

16 La lingua del falegname era snodata, ma gli aveva paura dell’inferno. Rese il di più.

17 La vecchia lo fece in pezzi e fece un buon fuoco. Non si era mai così ben riscaldata in vita sua.

18 Guardò suo marito, boccone sul pagliericcio, e disse ghignando « Ché sì che io mi scaldo bene stasera. »

19 Pentita delle sue parole, si fè il segno della croce, poi si levò dal bragiere e disse « Scaldati anche tu, povera anima. »

20 Venne il dimane. Il morto fu tratto al camposanto.

21 Quando la vecchia si vide sola, cavò un gran sospiro.

22 Poi disse « Di lui tutti avevano compassione, e si campava. Ma io non sono cieca! O me meschina. »

Ed è cosa poetica e forte; di più: un aggettivo in tutta l’opera del Cantoni s’attaglia a una pagina sola, a questa, ch’è grande; e, caso singolare, anzi strano e doloroso, unica e sola rimase, ineguagliata e intentata. Anzi, sta di fatto che il Cantoni, dopo cotesta vera e perfetta lirica in prosa, potente, stringata, scolpita, essenziale, non ne scrisse altre, abbandonò il genere. È verosimile che avesse scritta cotesta sola, solitaria e originaria? O forse il segreto degli anni molti precorsi agli esordi suoi tardivi, stava per avventura in altri consimili « scarabocchi » perduti o distrutti senza traccia né memoria. L’uomo, ormai si sa, era fatto così che potrebbe davvero aver tenuto per sè un simile segreto; e insomma, è tutt’altro che inammissibile che nei quindici o vent’anni che il Cantoni trascorse raccolto in letture e studi e prove letterarie, di cui al solito suo non raccontò mai nulla, egli si sia proposto e prodotto quale scrittore di tal vena e vocazione immaginosa e impetuosa, ardita e tutta lirica. D’altronde, sarebbe stata possibile cotesta pagina, perfetta di proporzione e d’esatta misura armoniosa già nella prima stesura, senza studio dell’arte, anzi del genere? Si pensi quant’è facile, appunto in cotesto genere della prosa poetica, trasmodare, mentre un’altra parola è da usare una volta sola a proposito del Cantoni, e propriamente per cotesta nenia elegiaca »: che è una pagina di maestro.

In ogni modo, essa dimostra vigore e ardire di un’ispirazione poetica, anche in senso speciale, cui si palesano, all’analisi critica, conformate anche le particolari minute proprietà stilistiche: quei coloriti linguistici curiosi e felici, ricavati dalla lingua letteraria e dalla parlata o dalla dialettale che siano; gli accostamenti e i trapassi e i contrasti delle figure e della sintassi e del chiaroscuro, robusti, sicuri, sprezzanti. Ma quella stessa vaghezza, che può sembrare esteriore e retorica, dei membri periodici distinti e numerati al modo della Vulgata, dimostra anzitutto coscienza estetica vera ed esatta dell’intima natura d’essa ispirazione, mentre non invano l’autore s’è proposto, colla sintassi e il tono biblicheggiante, quello stile che nella Bibbia, e più specificamente nelle parabole dei Vangeli, propone tali e tanti mirabili modelli di una particolare arte e poesia narrativa e rappresentativa. Sicché non senza diritto, nel primo getto, n’ha assunta anche la forma esteriore. Vogliamo assottigliar l’analisi fino a rilevare, nella seconda redazione, il latino della Vulgata nella parola del salmo penitenziale. Però è certo, senza sottilizzare sul significato di cotesto colore stilistico d’altronde efficacissimo e popolare, perchè Miserere sa dirlo ogni cristiano; è certo che l’ispirazione del pezzo è cristiana, asceticamente cristiana, esplicita e concettosa, non che nel nome della Madonna, in quel segno della croce, che redime e riconsacra la disperazione di quell’umana, anzi naturale miseria, e il tristo ghigno di reprobo della misera vecchia.

Dal punto di vista dell’arte, fra il getto e il rifacimento del pezzo, si osserva che lo scrittore, non senza qualche pur sensibile sacrificio di espressioni forti, di figure ardimentose e di particolarità linguistiche fortemente accentate, efficacemente curiose e personali, ha inteso di renderlo più prosastico e novellistico, meno, formalmente, liricheggiante, seppur sostanzialmente altrettanto poetico. Il sentimento cristiano, e il concetto, vi escono per contro più espliciti, anche col latino Requiescat, rituale della Chiesa, che compare nel rifacimento, e col segno della croce ivi specificato quale « segno dell’antica salute ».

Ciò trae a doppio ordine di considerazioni. Anche salvando, unico pezzo, cotesta espressione dell’animo suo giovanile e lirico, egli la volle moderare, in parte obbedendo a esigenze e propositi estetici di gusto e di stile, ma in parte, e maggiore e che più importa, per farne cosa men dell’animo, meno lirica, meno, si direbbe, sua. Allora, premesso generalmente che il Cantoni, ebreo confesso e osservante e coerente, è per altro, in ciò che ha scritto, profondamente pervaso e persuaso d’una moralità cristiana e d’una caritatevole temperanza e indulgenza cattolica, del resto direttamente manzoniana; ricordato ch’egli s’è inibito di ritrarre cose e persone della sua stirpe e religione; in quella precisazione cristiana accentuata e perseguita dal poemetto in prosa alla novella, si scorge, al contrario di ciò che può credere la prima impressione, l’intenzione, che non è già meramente artistica, di obbiettivare, diremo in qualche modo d’estrinsecare, di staccare da sè, quel che nel primo getto è diretta ed intima e inestricata partecipazione dell’animo di lui al sentimento e concetto poetico, perchè, di rito, esso concetto e sentimento è cristiano. Ed ecco che quella di lui, o rinuncia volontaria o subita inibizione, di cui ho parlato, si traduce, si estende, si complica. Una nuova, ed identica, inibizione e rinuncia avviene: a un’ispirazione lirica, che di sua propria natura avrebbe investito lui, animo e persona, spirito e carne, di un sentimento e di una moralità cristiana. Vi si rifiuta, o meglio vi pone limite, obbiettivando tal sentimento e cotesta moralità nella oggettività rappresentativa, perchè lui, soggettivamente, n’è partecipe così intensamente, da sollevar nel profondo dell’animo lo scrupolo ebraico, il timore dell’apostasia e dell’infedeltà.

È un’induzione, anzi una congettura, o meglio, se vera sia, come credo, è un’intuizione, e della rinuncia e della ritrosia e del silenzio dell’uomo e dell’artista ma vero si dimostra il fatto, di cui n’accerta quel pezzo superstite ed unico, che ci fu un Cantoni lirico, più potente scrittore, in una pagina remota e sperduta, che non in quant’altre la seguirono, e capace, artisticamente e poeticamente, di esprimere un suo mondo poetico, sul quale s’estende invece l’ombra grave e secolare della scrupolosa e peritosa reticenza ebraica, quella, ad esempio, per cui l’israelita rigoroso, nel nominare Cristo: « Quell’uomo », si rinchiude in una cotal grandiosa e insomma tragica preterizione rituale. Perchè infine il Cantoni amò Cristo e i cristiani, e di tale amore tremò. Allora, si fece obiettivo, ossia si dimise; si fece, a prezzo di tal dimissione e dimessità, narratore d’osservazione umilmente veristica, tanto più umile del potente verismo di La cassa da morto; si fece moralista di buon senso e di buone intenzioni, in ogni caso, al confronto, tarpato; e poi che ne fu intimamente e invincibilmente scontento, si fece ironico umorista, variando di molti pretesti e di ambagi non di rado artifiziate ed ozianti, il suo scontento, la sua profonda melanconia, la parola non detta di tutta la sua vita e dello spirito di lui. Che l’abbia taciuta, può ben rincrescere, ma con rispetto, mentre può anche spazientirci quel ch’è, delle sue invenzioni più propriamente umoristiche, una specie di forzata e arzigogolata pretesa di volersi divertire per forza. Ma quando, tornando a pubblicare dopo la crisi, si rifece da quell’antico unico pezzo poetico, è commovente sentirvi come un addio al poeta ch’egli era stato in un tempo anteriore.

Ecco, lo si vede di straforo in un’altra favola dei suoi esordi: Io el Rey. La trovata dell’apologo è ingegnosa, ma fantasiosa, spontaneamente originale, estrosa e bizzarra, simbolica e ammaestrativa senza sforzo nè pedanteria. La pedanteria salta fuori nella conclusione e nella morale, con una sventagliata di allusioni, che saranno magari state chiare ed esplicite ai lettori della « Nuova Antologia » dell’ottobre 1875, dove l’apologo fu pubblicato, ma che in ogni modo e tempo son anche meno felici, artisticamente, di quel poco felice genere ch’è l’allegoria. Lì, qui, per gustar l’apologo, si può tralasciar la conclusione allusiva; ma il vizio, con quell’aria ch’esso comporta dell’intendersi a mezze parole e per strizzatine dell’occhio, era destinato a inciprignire, e a disturbar più volte nelle opere del Cantoni, insinuandosi nel contesto e guastando parecchie pagine con sottintesi, indovinelli, motti sibillini, lambiccati ed ingenui. Per di più, i riferimenti allusivi, cui il solitario e il tormentato artista si lasciava andare con eccessiva indulgenza, son tratti non di rado dalla cronaca del giorno; si riferiscono a cose e a fatti di materia corrente; sicchè han perso ogni rilievo, se mai l’ebbero; e vorrebbero una delucidazione erudita ad esser compresi; nè essa li renderebbe sapidi. Perciò non credo di venir meno alla discrezione, consigliando al lettore, quando s’imbatte in allusioni astruse, di tirar di lungo.

Del Cantoni verista paesano e cittadino, fedele per tutta la vita alla sua discendenza manzoniana e all’osservazione casalinga lombarda, ho detto quanto basta, se aggiungo che ha l’occhio chiaro e alacre come la lingua e lo stile, felicemente immuni da quei difetti di sciatteria o di preziosità, o talvolta di sciattezza prezioseggiante, di smanceria moraleggiante e sentimentale, che aduggiano non poca della prosa narrativa e specie lombarda, del secondo Ottocento, post e neoromantica, e più o men « scapigliata », veristica o no. Strenuo, e non sempre fortunato, ricercatore della semplicità, egli non dà mai nel facile, e il suo stile sempre lo fa superiore al genere digressivo, descrittivo, bozzettistico, e macchiettistico. Perchè in fine l’arte e l’umanità sue s’informano a un amor del vero arduo e studioso, all’ironia, alla melanconia, alla pietà, poetiche, ossia contrarie all’umanitarismo, al verismo, all’umorismo e sentimentalismo sistematici e prosaici.

Stando alle date delle pubblicazioni, la sua seconda maniera va dall’87, con Il demonio dello stile, all’Illustrissimo escluso. Dell’intellettualismo di cui si volle adornare e velare, dei difetti e pregi e caratteri stilistici, ho detto. Inerente alle ambizioni intellettualistiche, e all’inquietudine che accompagna la scontentezza da cui esse nascono e cui non placano, l’umorismo del Cantoni, artista già tranquillo e sicuro nel suo limite sobrio, comincia a cercare definizioni inedite, studiose di quella novità ch’è di solito tanto meno asserita e cercata, quanto più è reale. « Novelle critiche », dovette parergli singolare e rara definizione; ed era, una pertinente sopra tutto, e troppo, al difetto di fantasia mal surrogata dall’ingegnosità. « Grotteschi », dovette sembrargli ardito modo, o polemico, di nominare un genere estremistico e caricato, bizzarro fino all’assurdo, comico fino al farsesco, dove nel riso esasperato compare quella smorfia di pena che caratterizza il grottesco; ma quest’è il genere più alieno dall’ingegno e dall’indole e dal potere del Cantoni; che insomma ha inventato soltanto degli onesti e modesti tipi curiosi, un po’ fissati, alle prese (conflitto, sarebbe troppo tragedistica parola) colla propria assai dimessa e dimestica fissazione, pieni di buon senso e della sana intenzione di correggerla. Se c’è cosa estranea a lui e ad essi, è l’esasperazione « grottesca ».

Al quale proposito è giusto riconoscere subito il Cantoni salvo e superiore, per qualità di stile in ogni caso, dal chiacchiericcio del buon senso, delle buone intenzioni, dei buoni sentimenti e del buonumore borghese ottocentesco. Egli può dare nel sofistico e nel-l’impalpabile, nel complicato artificioso e surrettizio, in un paradossale stentato e in un concettismo dialettico e psicologizzante fondato su mere contrapposizioni di parole; ma il fondo dell’uomo è acuto e disincantato: disincantato dell’illusione della felicità, e tutt’altro che disposto a riposare coscienza e intelletto nella quietudine più o meno ipocrita dell’ottimismo morale. S’egli mira alla conquista delle virtù morali chiare e ordinate, sa quant’è difficile sempre, e quanto sovente sia mentita in chi la vanta e professa. In lui c’è un uomo esperto e conoscente della perenne e originaria infermità dell’uomo.

Da quest’avvertenza morale, in sè austera e vigorosa, nasce quel gusto del difficile e del raro che impronta anzitutto la trovata inventiva della sua seconda maniera. Che la trovata sia curiosa, sorprendente, significativa, è un fatto. Così quella di Un re umorista, del romanzo in cui l’antico tema d’un sovrano filosofo, investito, nell’esercizio della propria autorità, dal dubbio e dalla perplessità filosofica sulla fondatezza e sull’efficacia e l’utilità e la bontà d’essa autorità e d’ogni agire umano, è raffrescato e ravvivato dal sapore di una continua allusione e di continui riferimenti sottintesi a una concreta realtà politica e storica e umana: a quella ottocentesca, ben determinata, delle monarchie costituzionali. E il sentimento autoritario, finemente impersonato, quale sopravvivenza del diritto divino, nella regina, argutamente variato e variegato nelle due fallite passioni regali amorose, indagato non senza vigore quand’è posto davanti alle capitali decisioni della giustizia e della guerra e insomma della azione, produce, artisticamente, un tono, un partito chiaroscurale, che serve al rilievo, alla vita della cosa narrata, e squisitamente narrata. Poi, quando la riflessione induce dubbio e perplessità, l’indagine psicologica è rara e sottile, tutt’altro che insapore, ma sfugge ed ignora ogni dramma e conflitto con fatti, leggi, costumi, uomini e necessità; si esaurisce e vanisce nel proprio essere di dubbio rimuginato, serio sì ed onesto, ma d’una serietà evanescente e non impegnata, d’una serietà fatua, qual è quella, tutta di sentenze e di generalità, in cui sfocia la saggezza del re umorista, la sua commiserante temperanza, la sua tolleranza illuminata, la sua rassegnazione, che ha accenti virili sì, ma sentenziosi; e insomma evade, artisticamente, ed elude le prove e i contrasti corposi dai quali soltanto potrebbe nascere dramma, comico o tragico, tragico-mico come quello di Sancio governatore dell’isola. È che al « re umorista », figurina in mezza luce, manca essenzialmente il sangue e la carne e il verbo, e i proverbi di Sancio. E le sue rispettabili sentenze rimangono il precettario di un galantuomo, troppo lontano da ogni eroica follia e utopia, stando al giudizio estetico, per meritare e reggere e vivificare l’eccezionalità della trovata romanzesca.

Nell’altro romanzo, Pietro e Paola, il tema, anzi il doppio tema, di un problema umano e di un paradosso, ambedue cari al Cantoni, genera l’intreccio. Il problema è quello dell’Altalena delle antipatie, ossia della felicità in genere, e particolarmente della coniugale, insidiata e contrariata dalla incompatibilità col dubbio e il pessimismo filosofico, coi capricci dell’umore, coll’infermità fisiologica della nevrastenia, nella quale finisce e principia, in fin dei conti. Il paradosso, ch’è quello del Demonio dello stile e, men direttamente, di Scaricalasino, sta nell’idea ben cantoniana, dell’arte letteraria proposta ed assunta come rimedio e scampo e medicina dell’inquietudine, delle passioni, dell’oscura infelicità umana innata e inevitabile. Vivo, il primo, nell’esperienza sofferta del Cantoni, il secondo contiene pure ed esprime, pur di esperienza, una esigenza nobile e vitale del suo spirito, e una verità universale: della poesia liberatrice e rischiaratrice e giustificante l’esistenza, a suo modo; contiene pure ed esprime una specialità nativa e naturale dell’indole di lui artista dilettante, di un serio e rigoroso dilettantismo superiore, che all’arte ha finito per applicarsi con un distacco, con un’alienazione dell’animo, che, ben diversa dalle altezze serene e necessarie della raggiunta potenza contemplativa e creativa, rende l’arte stessa un compito nobile e doveroso, quanto, nell’esecuzione, penoso, e forse anche dispettato.

Nel romanzo, la trovata che intreccia i due temi è di spregiudicata e saporita invenzione: l’arte, imposta a un ignaro non vocato, da una bizzarra disposizione testamentaria avvalorata da un gentile affetto per una cara memoria; la nevrastenia, conseguente a cotesto strano pensum e alla vita coniugale, portate ambedue, arte e nevrastenia, a curarsi in un sanatorio per « tormenti di spirito », dove va, colla moglie, l’apprendista scrittore per forza, rovinato dal suo noviziato e dell’arte e del matrimonio, e dal pessimismo filosofico e sentimentale. Pregio dunque ardito e singolare ha la trovata; e pregi non mancano, delicati e sensibili e savii, nella stesura del romanzo « critico »; savie moralità, osservazioni fini, dettami di gusto artistico d’ottima qualità. Il guaio è che la trovata esigerebbe qualità tutte contrarie, e che del contrario tenessero: folli e fantastiche, intemperanti, prepotenti, intrattabili, assurde e capaci di incarnare, trasfigurandolo, l’assurdo. Ci vorrebbe quel che più manca al Cantoni: il geniale arbitrio della fantasia. Le risorse dell’ingegno che non bastano, in un assunto simile guastano: e Pietro e Paola, l’opera più cantoniana della seconda maniera, è fallita. Fallita, perchè esigeva il nerbo e il succhio fantastico del capolavoro, che non è piccolo merito, ma non salva, no, da fallire, quando la forza manca. Diciamo che il Cantoni, sempre interessante, grande non mai, qui, come in genere nella sua maniera umoristica, riesce interessante in quanto fallisce un segno che sarebbe grande. Cosicchè personaggi e incontri e passioni e vicenda, tutti dedotti a fil di logica e ridotti al metro del senso comune, riescono uniformi e uniformati al linguaggio e all’intonazione cantoniana. Manca quella difficile operazione, ch’è grazia e non merito, vocazione e non studio, in virtù della quale lo stile personale dell’autore si esalta ed esalta, e riceve e dà vita e libertà, alle e dalle individuate caratteristiche espressive dei personaggi inventati: come in Goldoni, stando ai vicini e nazionali, e in Manzoni, come in Nievo e in Verga, o in uno che ebbe a conti fatti la vocazione del romanziere, il Fogazzaro; come nella Serao e nel De Marchi, o in altri minori: minori alcuni magari del Cantoni, ma non negati a cotesto dono essenziale e indispensabile, che il Cantoni, dov’è artista dal vero, e modesto, pur ebbe, nella prima maniera e in quell’ultima dell’Illustrissimo. Non l’ebbe, e se lo guastò, nella seconda e più ambiziosa. Ma insomma, è ovvio che non a tutti è dato di crear Gil Blas o Pangloss, Pickwick o zio Tobia, tanto per dire, senza salire al sommo Cervantes, principe degli ingegni fantasiosi.

E quanto allo Sterne, poichè ho citato Tobia, riferisce la Gianelli che il Cantoni gradiva meglio il Voyage autour de ma chambre di X. de Maistre, e poco pregiava il torrenziale e turbolento e magari lubrico, e delicato, padre di Tristram Shandy: chiamava i critici, che glielo mentovavano, « i miei sternutatori ». In ciò si può scorgere il pericolo cui sono esposti gli umoristi, di cambiare per ragioni i motti di spirito e i giuochi di parole, se non piuttosto un sentore oscuro e dolente di quanto a lui mancasse quello di cui ebbe dovizia il Povero Yorick, la fantasia nativa e primigenia. E m’è capitato per caso un esemplare di Humour classico e moderno così dedicato ai critici della « Perseveranza »: « Preghiera di far esaminare a chi abbia più passione per l’humour vecchio (il cui ultimo rappresentante italiano fu G. Rajberti) ovvero per il nuovo (sceso in retta linea da Gionata Swift) o meglio ancora per tutti due ». Curiosa sortita; e vorrei dire, più che scherzosa, poi che essa, con una sorta d’ironia critica involontaria, annulla la distinzione artificiosa, che, non senza brio e festevolezza, il Cantoni, appunto nel dialogo sui due umorismi, vorrebbe stabilire fra l’antico e il moderno : distinzione insomma retorica e psicologistica, che non regge alla critica estetica, così come la profezia conclusiva di un umorismo che concilierà quello carnale e corpacciuto degli antichi con lo sparuto, ipocondriaco dei moderni, resta profezia d’un desiderio astratto e gratuito. Ma di fatto, l’insulare libellista feroce, il saturnino solforoso Swift, arso da ferocissima atrabile, poco, e men che poco, ha da fare non solo coll’umorismo moderno, ma coll’umorismo in genere e col cantoniano specialmente, poichè la sua è satira, classica satira, corposa, carnosa, e sanguigna, magari e volentieri fecciosa, concretissima in ogni caso, e perfino atrocemente concreta. Il modesto Cantoni, poi, ha così poco da spartire con essa, che verrebbe da sospettare egli conoscesse soltanto I viaggi di Gulliver, e soltanto nella riduzione per i ragazzi. Nè si comprende in che cosa l’arguzia delicata ed evasiva del lombardo autore del Gatto, elegante sopra tutto nell’arte discreta e morbida colla quale fa sentir l’unghia senza graffiare, appartenga al humour classico, sopra tutto come lo definisce il Cantoni. Quanto allo Sterne, dunque, asserisce la Gianelli ch’egli « non lo aveva affatto in simpatia » e che « aveva letto soltanto il Viaggio sentimentale, più che altro per esercizio di lingua inglese »: e strano procedere sarebbe questo, di pronunciar giudizio asserendo di non conoscere ciò di cui si giudica, se proprio il Viaggio sentimentale non costituisse il modello ideale, il paradigma artistico di un estro creativo umoroso, che nel Cantoni umorista troppo manca o fallisce e rimane o incerto o involuto. E bastava ben appunto il Viaggio a suscitare un dispetto, di quelli che ci animano talvolta proprio contro le più reali affinità, e un’inconscia invidia d’artista; alla quale non volendo cedere, anzi mancandogli l’animo pur di confessarla e di confessarsela, volle il Cantoni celarla, negando lo Sterne col dire di non conoscerlo e con un motto di spirito verbale. Su che ancor proprio uno Sterne avrebbe potuto impiantare una delle sue fantasmagoriche digressioni, folli di lucida follia e savie di translucida ironia esattissima; proprio lui, perchè se c’è un pessimismo sentimentale, o, con formula cantoniana, un pessimismo « in famiglia »; se c’è « altalena d’antipatie » e d’umori capricciosi; se c’é ilarità triste e ilare tristezza d’un’umoristica melanconia morale e metafisica; se c’è, in arte e in filosofia, un’ironia romantica; se c’è infine un umorismo moderno; si sa quanto deve al lunatico Lorenzo. Pare, stando alla Gianelli, che il Cantoni schifasse la « scurrile loquacità » di esso, « versatile di stile come di carattere », mentre « la pura sobrietà d’A. C., nel suo scrivere sempre riflesse l’animo suo franco e diritto»: e fosse stato, diciamo, meno sobrio, meno puro, e magari meno diritto! Ma no; chè questa ingenuità della confidente, o di lui stesso Cantoni, è rispettabile, non solo perchè è onesta, ma perchè l’onesto uomo aveva anche ragione di ritenersi più serio del cinico Yorick: soltanto, la sua sobrietà e dirittura stanno in legittimo e sterile coniugio colla morale, mentre il cinismo di quell’altro conquista e seduce, o corrompe e travia in illegittimo ma fecondo concubinato, la fantasia. Ma qui finisco per deviarmi a far dell’umorismo anch’io, forse per quella punta di di-spetto e più di rincrescimento, che desta in noi il sospetto che il troppo indugiare e sottileggiare del Cantoni sull’umorismo, quel suo semifilosofico vagheggiamento di far dell’umorismo sull’umorismo, come a dire astrazione d’un astratto, sia stato a scapito, e non del tutto involontariamente ed immeritevolmente, dell’arte, che ben si sa quanto poco si giovi d’ogni sorta d’astrazioni e astrattezze. Ma se fu in ciò l’effetto più ozioso e più oziante delle di lui ritrosie e inibizioni, pur da esse discese e dipese: ed esse sempre e ancora lo rendono, a lettori intelligenti, interessantissimo fra i minori dell’Ottocento. Interessante, credo, quanto il Bini e il Raiberti, e quanto una personalità assai più ricca e forte del Cantoni, rimasta, se s’astrae da un saggio critico e dalla traduzione del Faust, ancor più frammentaria e in tronchi. Dico Giovita Scalvini; e il suo saggio sul Manzoni avrebbe potuto scorgere al Cantoni assai più cose e trafondi, nel Manzoni stesso, di quante non ne definisca quell’« arguzia affettuosa » cui stette pago il Cantoni: ossia, la polemica radicale di quel razionalista volterriano e moralista giansenistico, infrenato nella teologia cattolica, che s’espresse nella pietà senz’indulgenza dell’ironia manzoniana.

« Arguzia affettuosa », dice bene il limite e la qualità di ciò che ha di meglio il romanzo paesano e pompenescano, l’Illustrissimo, col quale Alberto Cantoni, affinato e maturato in assidua esperienza, si rifece da quant’è più schietto e meglio esplicato nel-l’opera sua veristica di prima maniera. Se l’artifizio e l’arbitrio del pretesto inventivo turbano e indeboliscono l’ordine e la chiarezza e l’efficacia drammatica dell’intreccio: e se dunque l’unità narrativa del romanzo è costretta a mantenersi per vie alquanto tortuose ed incerte; se quell’artifizio maschera e non corregge il difetto consueto del troppo intromettersi dell’autore a commentare e giudicare e dimostrare, a scapito della forza e dell’evidenza rappresentativa: per altro persone e sentimenti e costumi son ritratti al vivo, con vigorosa sobrietà di stile e di colore, senza lezio nè ricercatezza di caratteristico per il caratteristico; d’altrettanto e meglio, con ciò, individuati ed animati ed agiti. Anche, l’ottimismo sociale cantoniano, sgombro per altro di illusioni e di tenerezze, acuto ed al bisogno anche amaro, e certa sua solidarietà di proprietario, utile ed operoso, che lo lega al contadino, e proprio all’esser naturale ed animale del contadino con tutte le sue passioni elementari; servono l’artista, in quanto si traducono in simpatia e penetrazione e compenetrazione umana, che trovano la propria forma; ed è poetica.

Sotto questo riguardo, non occorre analizzare il romanzo, per tal riguardo, compiuto, vivente e unitario, sostenuto da una vera ispirazione; e, per la penetrata e compenetrata materia paesana contadinesca, anche singolare in una letteratura, come la nostra, così poco campestre, appunto perchè arcadica o didascalica, quando non abbia ritratto il villano in satira e farsa. Soltanto il grande Verga, tanto e fuor di comparazione maggior artista e poeta, soltanto Verga ha raffigurato tale materia con altrettale simpatia umana, e insomma artisticamente veridica. Neanche l’Illustrissimo è un capolavoro: al capolavoro, fuor che in quella paginetta perfettamente ispirata giovanile da cui ci siamo mossi nel nostro esame, il Cantoni era negato. Ma aleggia ancor sulle terre natie il più bello fra i più italici miti poetici; ma nell’arcadico e didascalico Virgilio poeta dotto, fra la grandezza e squisitezza d’arte molteplice raffinatissima, spira la sublime umiltà di quell’anima semplice e profonda e amorosa e pia, pur campestre e nostrana, che è virgiliana e immortale. Non dunque per alcuna comparazione, che sarebbe assurda, ma neanche proprio soltanto perchè Andes non è lontana da Pomponesco, la schiettezza e l’umiltà del buon verista moderno, del terriero romanziere italo-ebraico, può non esser indegna d’esser rassegnata sotto tanto patronato quale è quello del gran latino, sotto il segno della sublime umiltà e umanità del georgico immortale. D’altronde, se altri mai, Virgilio è poeta da esser preso qual santo e patrono di buoni artigiani della poesia, e non rifiuta nessuno, purchè abbia vena di sincerità e di schiettezza, com’ebbe Alberto Cantoni.

Non ultima nè meno singolare grazia di esse, fu la dimessa ma indubitabile originalità di lui, che appare, quanto fu, strenua, se la si reca a un confronto dei coetanei e contemporanei nazionali e stranieri: tanto ch’era la qualità cui teneva di più; e s’è visto che ci si impermaliva, e non a torto, se gliela sminuivano i critici.

Certo, la sua opera si giova, e ne riesce limitato il valore estetico, della conoscenza dell’uomo, ch’io mi sono adoperato a ricostruire nei documenti ed oltre i documenti biografici; ma, opera ed uomo insieme, quali m’è grato pensare illustrati ed espressi in questo volume e nel discorso, memorano a noi giorni e cose d’un tempo ancor vicino negli anni, lontano tanto nell’esperienza, giorni e uomini d’un secolo civile e tollerante, prospero e umano, e tanto ignaro del prossimo seguente: d’un tempo defunto, ossia storico, sì che n’è vano ormai anche il rimpianto.

Degna figura, e parlante, di quell’epoca, Alberto Cantoni pomponescano.

 

RICCARDO BACCHELLI

 

Nota

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[1] Nel testo manca il n. 6, per un evidente errore del tipografo. Ripristiniamo una corretta numerazione (ndr)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011