Fabiana Barilli

 

L’opera di Alberto Cantoni

 

 

 

Edizione di riferimento

Fabiana Barilli, L’umorismo critico di Alberto Cantoni - Tesi di Laurea

- Per gentile concessione dell’autrice. Tutti i diritti sono riservati.

Capitolo VI

A passo di gambero

Sgorbio di A.Cantoni con commento di Fabiana Barilli

6.1. A passo di gambero

Sgorbio

Una dotta università tedesca apriva le sue porte ad una folla di gente che, in fatto di scienza, giungeva a tanta abnegazione da proporla, in certe ore, alla birra. Era giorno di festa per quei sacerdotini di una verità… avvenire, e tu avresti potuto fartene capace badando allo sguardo e all’ansietà che si dipingevano sul volto di ognuno. E nessuno aveva torto. Un professore, la di cui fama non era ancora uscita né vittoriosa né vinta dal pestello della pubblica opinione, avea proclamato, pochi giorni prima, che nella prossima lezione si sarebbe accinto a creare Iddio! La promessa era lunga, molto lunga, e quel branco di studiosi che aspettavano, secondo l’odio o l’amore di parte, che l’attendere fosse corto, ovvero lunghissimo, più ancora forte della promessa.

Già gli occhi di molte speranze della patria pendono dagli occhi di Fichte (era lui), già una corrente psico-magnetica si è stabilita fra la cattedra e le panche, allorché il creatore di Dio si alza, guarda attorno, fissa un punto, lo torna a fissare, rimane in asso, poi sputa, poi si gratta le tempie, poi si butta di nuovo a sedere, tanto avvilito e confuso che lo si sarebbe potuto scambiare per ogni uomo del mondo fuorché per Fichte, per l’Io uguale a Io (io = io).

La folla si sgomenta, non capisce nulla, ma il professore non ha né forza, né coraggio sufficiente per spiegarsi. Finalmente un tartufo che si era cacciato in mezzo alla scolaresca coll’evidente proposito di raccogliere qualche parola troppo ardita a di riferirla al consigliere aulico suo patrono, si rizzò in piedi, e cominciò ad indicare il paziente siccome una vittima del dito di Dio!

- Che Dio!? Gridavano i fautori di Fichte! Se non è ancora nato!

- No, no, gridò il professore che avea ritrovato tutta la sua energia, e sfidava il ridicolo pur di non cedere al baciapile, no, no, non è il tuo Dio che mi colpisce, è un bottone, un bottone d’inferno che mi annichila, che mi disfa!…

- Un bottone? Chiesero tutti i partigiani, ed avversari e tartufi. Un bottone?

- Sì, sappiatelo. Il più diligente, il più coscienzioso dei miei allievi (e additava un giovane biondo che aveva più fronte che testa) veniva ad ascoltarmi da un anno in qua con un abito rosso e scucito cui mancava un bottone. Io me ne accorsi dal primo momento e cominciai a prediligere quella mancanza riguardandola siccome segno nobilissimo di povertà nobilmente accettata e sofferta. A poco per volta quel bottone che non c’era divenne la mia stella polare, e sa Dio quanti strafalcioni mi sarebbero usciti di bocca se io non mi fossi ritemprato nella contemplazione del vedovo occhiello. Una mano addestrata nelle mille arti dello spegnitoio, un filo di refe strappato alla gonna della più laida strega che abbia mai inforcato granate nel più energumeno di tutti i sabbàti, attaccarono un nuovo bottone a quell’abito, e fecero di Fichte una testa di legno, una testa di Chioggia che non ha più né Dio né Io. O palandrona benemerita per servizio lungo, abbi pietà del mio ingegno, e rendi Fichte a Fichte.

Detto, fatto. Il biondo, levando la palma con ardore di settario, si strappò il bottone dall’abito, come Epaminonda il pugnale dal seno, poi rivolgendosi al suo Maestro già radiante di gioia, gli disse:

- “A te, parla!”.

E il professore fu più eloquente che mai.

Ma il povero Dio fu tanto subissato sotto una gragnuola così fitta di obiettività e di subiettività che alla stretta dei conti si avrebbe potuto giurare che o Dio c’era anche prima di Fichte, o non c’era e non ci sarà né prima né dopo.

* * *

Voltiamo pagina.

Io sono miope come uno sciagurato che divora più libri di quel che non mangi ciambelle, e un contadino, amico mio, ti saprebbe numerare la bacche più giovani e più minute del Noce di Benevento. Per esso i cannocchiali sono ladrerie di giustamestieri, per me un occhialino è quasi più indispensabile degli occhi stessi. Ci addormentiamo davvicino, e una fata, toccandoci le palpebre, scambia le sue con le mie pupille. Ci svegliamo, e non passan due ore che si bestemmia in due.

Il contadino, confortato dapprima quando scorse che potea vedere i peli della sua ispida barba, si credette cieco dappoi, allorché, voltandosi d’attorno si accorse che le nuvole gli sembravano montagne, i boschi dirupi, lenzuoli le case. Io invece, lieto di vedere il cielo più trasparente, le montagne più azzurre, e soprattutto lietissimo perché non scambiavo più le donne per uomini, gli uomini per donne e i cani per bambini gridai al miracolo, ma poi, cedendo alla mia naturale inclinazione, presi in mano un libro e mi misi a leggere…

Dio onnipotente! Non ci vedevo più! La luce era chiara, sfolgoreggiante il sole, ma io disgraziato non po-te-vo-più-leg-ge-re! Con la disperazione nel cuore gettai il libro a quattro palmi da me, e stavo per dare in un eccesso, quando, cadutomi l’occhio sulla povera facciata rimasta aperta mi accorsi che le vocali e le consonanti mi correvano alle pupille con l’usata buona volontà, e che io leggevo di nuovo. Ma oimè! Dovevo tenere il mio libro alla distanza di tutto il mio braccio, ritirando la testa, e come si fa - dissi io - a studiare, a meditare, ad argomentare in una posizione così ridicola, quando si è abituati a sedere severamente raggomitolati sopra un tavolino? No, no, per carità, Signore Iddio, rendetemi la mia vista debole, rendetemi i miei occhi di talpa!

 

* * *

Voltiamo pagina ancora!

Ma prima di voltare, è necessario mettere a parte il lettore che io intendevo parlare di abitudini, che il tema essendo vecchio ho amato di cominciare con esempi nuovi, che gli faccio grazia dei commenti, e mi limito a protestare che se qualcuno fosse abituato a sorbirsi un paio di scudisciate al giorno e gli fosse offerto di scambiarle con due baci di donna brutta, forse forse… ci penserebbe.

Meglio star male all’antica che bene alla moderna dicono o piuttosto pensano molti.

Io intanto ho raggiunto il mio scopo, e voi, lettori miei, mi avete, volere o non volere, seguito fin qui. Se non vi accomoda, se siete gente a modo, ordinata e precisa, principiate di dove ho finito e troverete il filo. Ma prima di ogni altra cosa, confessate candidamente che se io avessi imposto a questo sgorbio il suo titolo vero, voi non avreste letto più in là.

* * *

Ho fatto una affermazione che potrebbe dare luogo ad una infinità di commenti. Nelle città e in tutte quelle borgate dove non abbia penuria di gente scazzonata ed industrie, quasi tutti i padri prediligono le figlie, quasi tutte le madri i figliuoli. La regola cessa, ben inteso, quando non si tratti che di un’unica creatura. Cotesta incrociatura di affetti mi pare sia certificata dall’evidenza non solo, ma dimostrata eziandio dall’affinità dei sessi diversi. I romanzi e le commedie stesse risentono di una simile legge e tendenza che chiamare si voglia, né si ha romanziere o commediografo che in vita sua non abbia fatto sedere una ragazza sulle ginocchia del babbo, od accennato ai visi lunghi fra padre e figliuolo.

Or bene, questa regola (se regola) ritrova una grave eccezione nelle campagne, dove cioè l’agricoltura è tutto. Quivi ogni mezzaiuolo, ogni bifolco, ogni lavoratore riguarda le figlie come un cattivo giuoco però che accetta con una certa disinvoltura, perché se non necessario né maschi né femminile e il matrimonio minacciasse di terminare infecondo sarebbe cento volte peggio. La donna, secondo le idee di un padre agricoltore è un essere incompiuto il quale non viene al mondo per altro che per far comodo ai vagheggini del vicinato.

“Bisogna allattarla (qui l’agricoltore parla della massaia, ben inteso, non di sé stesso), bisogna nutrirla, bisogna darle da mangiare, per poi… che cosa? Per tirar su una contadina che, moltiplicata per tre, val meno di un mezzo uomo, un essere insomma che dai quindici anni in su, ha quasi sempre la testa montata, gli occhi fissi e le braccia penzoloni. Né ciò è tutto. Allora appunto quando potrebbe restituire, con le sue deboli fatiche, una parte della gran polenta che ha mangiata vuole a tutti i costi andare a marito, e bisogna darle il canterano, il letto e le lenzuola per paga. Ben guadagnata, per Dio! Parlatemi dei maschi! Quelli sì che davvero vengono al mondo per qualche cosa, quelli sì che guadagnano il pane che mangiano. Bisogna segare, e segano; bisogna ficcarsi in mezzo ai bovi e si ficcano; bisogna aggiogarli e li aggiogano; ci vuol della foglia, e fanno la foglia, legna e legna, fascina e fascina, cavamenti e cavamenti…”.

Qui l’eloquenza del brav’uomo monta a cavallo ed io non ho né gambe né tempo per tenerle dietro.

Dal lato opposto la massaia, avvezza a chinare il capo davanti al marito quando si tratti di lavori campestri di compere o di vendite, ma abituata altresì a tenergli testa quando le minuzie del governo della famiglia vengono sul tappeto, la massaia, ripeto, riguarda le figliuole (che se non altro la seguono a messa e le tengono compagnia nelle stalle) come cosa sua, più sua di quel che i maschi non sieno. E ciò perché ognuno di questi ultimi le presenta davanti agli occhi quel terribile incubo che sono le nuore, e perché i maschi, a dirla, non li vede mai se non quando sono smunti dalla fatica, o metà cascati per fame o per sonno, epperciò poco disposti a quella tenerezza dalla quale, per quanto rustico, cuore di donna non rifugge mai.

Da queste varie, ma pur veridiche premesse, è sorta una volgare opinione che, se pure è una calunnia, non per questo ha minute radici nelle campagne. Ed è che se i figliuoli cioncano un po’ troppo nelle osterie nel dì della festa, ovvero indugiano più del bisogno sotto le finestre della loro bella, la prima a portare il gravame dinnanzi al tribunale della famiglia, o per farla più schietta, la prima a fare la spia è sempre la madre. Dall’altro canto, allorché il babbo tempesta, e gli scappano delle parolaccie se si accorge che una figliuola gli voglia sgusciar di mano prima del tempo (e il tempo, secondo lui, non saprei dire quando sarebbe) la prima persona, ripeto, che copre col suo regale paludamento gli innocenti altarini della piccina è sempre, è di nuovo la mamma. Né ciò è senza ragione. O la massaia ha anche lei qualche piccola cosa che ami di lasciare al buio e che le figliuole, strofinandola continuamente, sanno benissimo e allora non si tratta che di alleanza offensiva e difensiva, ovvero ragioni tali e somiglianti non ce ne sono e allora la massaia ha buona memoria e si ricorda che ha avuto diciott’anni anche lei.

Passiamo alla morale.

Io credo, e tenacemente credo, che la più larga fonte di tanti pregiudizi a carico della donna sta in ciò che il mondo ha principiato per essere dalla forza, anche fisica, e che la donna, frale per natura, più frale ancora pei nove mesi di malattia, quasi periodica che il Signore le impose, finì per ritrovarsi fin da principio dalla parte del debole…che è come dire dalla parte del torto. Ecco perché tanto si monta verso il sommo della scala umana, cioè verso l’avvenire l’intelligenza e il progresso tanto si dilegua e quasi vanisce il pregiudizio, e più si discende verso gli ultimi gradini, cioè il passato, l’ignoranza e la superstizione, e più esso pregiudizio ritrova salde, barbute, quasi inesplicabili radici.

La poca influenza della donna ha principiato dalle braccia e dalle spalle, e finisce coi nervi e con le polpe. Tutta questione di muscoli.

Ho detto. Altri, se gli giova, nieghi o deduca.

 

Notizia bibliografica:

A passo di gambero fa parte della raccolta mai pubblicata dall’autore I miei scarabocchi, che solo nell’anno 2000 è stata pubblicata nel volume Scarabocchi a cura di Roberto Ronchini, Sometti editore, Mantova.

Per la trascrizione del racconto ho seguito il testo di Roberto Ronchini.

6.1.1. A passo di gambero: analisi e commento

A passo di gambero è un racconto che si articola in tre episodi. Il primo di questi esprime, celata dietro un’apparente lezione filosofica, la volontà di Alberto Cantoni di affermare uno dei principi fondamentali dell’umorismo: la labilità, l’illusorietà delle apparenze che impediscono di giungere ad una verità incondizionata, ad una scoperta assoluta, ad un’affermazione precisa, come quella cui aspira il professore protagonista: la creazione di Dio.

Tuttavia, la questione centrale è costituita non dalla volontà e dalla possibilità di creare nientemeno che Dio, ma l’episodio dal quale queste, a detta dello stesso professore, sono scaturite. L’affollata assemblea, trepidante per essere sul punto di assistere all’invenzione del secolo, si trova a dover ascoltare un discorso su un bottone! Fichte confessa di essere rimasto sconvolto ed intellettualmente immobilizzato da una visione sconcertante: la giacca del suo migliore alunno priva di un bottone. La chiave del discorso sta nella dichiarazione di sapersi concentrare su una mancanza piuttosto che su una presenza, e di fondare su questa la propria sicurezza.

Nella vita, date le sue ambiguità e contraddizioni, accade proprio che sia più semplice dire, vedere, capire, ciò che non è piuttosto che quel che è. La scucitura della stoffa rappresenta gli strappi moderni della coscienza umana, ovvero i dubbi, le angosce, le perplessità, non necessariamente apportati da eventi tristi o addirittura luttuosi, ma anche dalla semplice quotidianità, la quale spesso non è in grado di garantire certezze e punti di riferimento, persino sulla propria identità e su quella degli altri, nel gioco delle parti che è la vita.

 

“Quel bottone che non c’era divenne la mia stella polare”, dichiara il filosofo. La stella polare dell’autore, il quale cerca di trasmetterla ai suoi lettori, è invece la capacità di prendere coscienza dell’illusorietà e della molteplicità del reale. Non ha più tanta importanza la proclamazione o meno di Dio:

Ma il povero Dio fu tanto subissato sotto una gragnuola così fitta di obiettività e di subiettività che alla stretta dei conti si avrebbe potuto giurare che o Dio c’era anche prima di Fichte, o non c’era e non ci sarà né prima né dopo.

 

La vera e più risolutiva scoperta (almeno finché bisogna fare i conti con l’umile esistenza terrena) è un’altra: possono essere proprio un’assenza, una rottura, una mancanza, a riempire, a colmare, a spiegare, a stimolare; queste sono spesso più vere e più possibili della matematica certezza e di un riferimento assoluto. Il vuoto e l’imperfezione sono le situazioni più correnti e normali, per cui l’unica via di salvezza può essere il cercare di renderle anche ideali.

Ci possono essere solo consolazioni per la precarietà dell’essere umano. I punti di riferimento diventano allora le abitudini, le cose che si sa di poter trovare sempre al medesimo posto in mezzo al caos fisiologico del mondo; in tal caso allora non è il bottone nello stesso punto sul cappotto che bisogna cercare, ma il pezzo di stoffa rimasto vuoto per la mancanza di quel bottone, rivelatore di una banale quanto rassicurante certezza: quello che là dovrebbe esserci, per completezza e precisione, ma soprattutto per normalità, è assente. Fondamentale non è la condizione di presenza piuttosto che di assenza, ma è la lucidità di saper individuare un punto fisso cui riferirsi; poco importante poi è che sia rappresentato da un pieno o da un vuoto, da un più o da un meno.

Il grande passo che solo l’umorista sa compiere è proprio quello di sapersi adattare all’anormalità e alla stranezza comprendendo che queste sono solo apparenti, perché le facciate del reale possono celare quanto di più immaginoso e spettacolare.

In poche righe Cantoni riesce ad avere intuizioni sottili e capaci di distaccarsi da quella morale che, non per nulla, suol dirsi “comune”; se il protagonista del racconto è lo studioso, l’antagonista non è incarnato da un’unica entità, ma dalla folla divoratrice, dalla maggioranza indistinta emblema della carenza di sensibilità e dell’incapacità di profonda riflessione. Il popolo è portatore di relativa coscienza e di modesta capacità di comunicazione, e per questo ancora più ingiustificato e ridicolo nella continua volontà di giudizio ferreo e inderogabile.

Anche la scelta di Fichte (operando addirittura una sostituzione con Locke, vero protagonista dell’evento, come spiega in nota lo stesso autore) è significativa: se l’umorista è il negatore dell’unità dell’Io, il filosofo, con il suo idealismo, pone la base filosofica del Romanticismo tedesco: identifica il reale con l’Io e vede il mondo esterno come sua negazione, non-Io. Da qui nasce l’impulso di fuga dal reale, il soggettivismo esasperato, la tensione verso l’infinito, ma anche la cosiddetta “ironia romantica” che sorge dalla consapevolezza che appunto la realtà esteriore non è altro che una riproduzione e che come tale non può fare a meno di essere sempre un poco falsata.

“Voltiamo pagina”: sono le parole che utilizza Cantoni con un intervento diretto a segnalare il passaggio dall’aneddoto di Fichte all’episodio successivo. Ecco allora un esempio di meta-racconto, dove l’autore è narratore e critico insieme. Presenta infatti direttamente al pubblico il suo scritto in fieri, e ne scandisce i passaggi ad alta voce (oltre che graficamente attraverso i tre asterischi e lo spazio bianco del foglio).

La narrazione seguente si apre con una dichiarazione forte e decisa in prima persona:

Io sono miope.

Si annuncia la storia di un buffo scambio, attraverso l’espediente favolistico dell’incantesimo, fra due tizî che hanno opposti problemi di vista e che quindi si compensano e contemporaneamente s’invidiano a vicenda. L’immedesimazione dell’autore con il protagonista è palese: il miope è “uno sciagurato che divora più libri di quel che non mangi ciambelle” e, per di più, ha come compagno un contadino (e Cantoni, si sa, non si è mai voluto staccare dal mondo della campagna).

Si possono individuare più modelli di lettura e dunque più finalità pedagogiche dell’opera. Il primo consiglio vuole essere quello di sapersi accontentare e di non illudersi che il bello e il buono assoluti esistano, e che, pur apparenti, stiano sempre da una parte ben precisa; si vuole appunto allertare sul pericolo di credere che ciò che appartiene ad altri sia sempre migliore del nostro, quando in realtà tutto è ontologicamente momentaneo e relativo nel gran caos illusorio che è la vita.

Infatti se il miope, una volta scambiata la sua vista con quella del contadino, riesce ad ammirare le cose lontane e a distinguerle con chiarezza, non è più in grado però di svolgere con disinvoltura l’attività che più ama, la lettura:

[…] lietissimo perché non scambiavo più le donne per uomini, gli uomini per donne e i cani per bambini gridai al miracolo […] ma io disgraziato non po-te-vo-più-leg-ge-re!

Comprende allora quanto questa non abbia prezzo per lui e quanto il benessere dell’altro, con la sua “vista da falco”, sia soltanto apparente. Allo stesso modo il contadino rimpiange lo sguardo verso il paesaggio lontano, il quale gli provocava molto più piacere che la vista dei peli della sua barba. La seconda chiave di lettura, suggerita in seguito dall’autore in persona, vuol dimostrare che l’attaccamento alle abitudini non è poi così negativo.

Si può trovare un altro livello d’interpretazione del brano, più strettamente legato alla filosofia di vita umoristica, la quale poggia proprio sulla maniera di vedere e di vedersi e quindi fa dello strumento della vista, intesa sia come facoltà fisica, sia come capacità mentale d’interpretare e di elaborare, uno dei suoi punti cardine. Può non essere così male guardare la vita da una certa distanza: Pirandello teorizzerà una “filosofia del lontano” e parlerà di “telescopio rovesciato”: è il vantaggio, sentito già da Alberto Cantoni, di guardare le cose più vicine, vissute e torturanti, da quella distanza che ne permette la meditazione dando loro il giusto peso, il più delle volte piuttosto banale.

Questa storia allora è l’apologo del relativismo con cui si deve guardare la vita e di conseguenza anche con cui si può essere percepiti e giudicati; tale spiegazione avviene attraverso la descrizione di due precisi movimenti: l’avvicinamento analitico fino alla deformazione e l’istantaneo, doloroso, distacco che assume l’apparenza di una privazione, di una lacerazione, di una negazione.

La problematica dei due personaggi è quella dell’umanità intera: questa, ingabbiata nella forma abituale, è sempre combattuta fra il desiderio di disfarsene e la necessità di mantenerla per avere un ruolo all’interno della società e per riconoscersi nella propria coscienza. Vita e Forma sono costantemente in lotta e indissolubilmente legate l’una all’altra.

Sono proprio le parole dell’autore a dichiarare, nel trafiletto successivo (sempre delimitato da spazi bianchi ed asterischi) che il filo conduttore di A passo di gambero è proprio la riflessione sulle abitudini e sul ruolo di guida che esse hanno nella vita, anche quando sono sentite come un peso:

Meglio star male all’antica che bene alla moderna dicono o piuttosto pensano molti.

Ancora una volta l’autore si serve del suo modo arguto e accattivante per rivolgersi direttamente ai lettori, non per giustificarsi, ma per vantarsi spavaldamente delle sue scelte, sia contenutistiche sia formali:

Io intanto ho raggiunto il mio scopo, e voi, lettori miei, mi avete, volere o non volere, seguito fin qui.

L’invenzione denuncia se stessa e la scelta di pezzi bizzarri ed ingegnosi, pur di ottenere il piacere dell’effetto e della novità.

Nell’ultimo brano di questa piccola raccolta ci si trasferisce in pieno nel mondo agricolo delle campagne, “dove cioè l’agricoltura è tutto”, scandito dai ritmi delle stagioni, dalle tradizioni che si tramandano di generazione in generazione e dalla struttura patriarcale della famiglia . Il mondo cui Cantoni si ispira è quello ancora legato agli antichi tabù familiari e sociali, ad un sempre più anacronistico senso dell’onore e delle forme ad ogni costo, ad un conflitto mortale e soffocante tra l’essere e l’apparire, dove ognuno sembra valere soltanto per il ruolo che svolge nei chiusi mondi del nucleo familiare e sociale; o meglio, per il modo in cui lo recita.

Forte la metafora “tribunale della famiglia”: sono adatte per l’umorista le storie matrimoniali, le storie di famiglie appunto, in cui si deve superare l’atroce divisione dei sessi ed è comunque assai difficile che un’unione felice si realizzi; il desiderio di vita e di amore è destinato a trasformarsi in tortura persino nell’ambiente che dovrebbe essere il più accogliente ed amorevole, ma che è anzitutto la prima cellula della società e come tale si lascia traviare da giudizi e pregiudizi, da prepotenze e soprusi, da interessi utilitaristici, piuttosto che spontaneità morali e sentimentali.

Da queste situazioni, essenzialmente scandalose perché ingiuste, il Nostro elabora lo scontro drammatico caricandolo di tutta la propria violenza deformatoria. Il conflitto si svolge raramente fra un protagonista e un antagonista: per lo più il protagonista ha contro l’universo, il mondo. Questi sono rappresentati dal “coro” della società con le sue convenienze e le sue opportunità, o addirittura da un singolo che quella società impersona: in questo caso il padre “bifolco” nei confronti della figlia.

La donna, secondo le idee di un padre agricoltore è un essere incompiuto il quale non viene al mondo per altro che per far comodo ai vagheggini del vicinato.

La banalità della situazione di partenza, o più esattamente il suo valore veristico, regionale, concreto, non va sottovalutato. Vi può essere un senso di fastidio nel localizzare in luoghi così quotidiani e banali, quelle vicende che poi acquistano tanto valore universale, ma è proprio l’estrema e tangibile concretezza delle persone e dei fatti a garantire del loro significato universale stesso. Il dramma è accolto non in una sua astratta formulazione, bensì nel suo quotidiano e verificabile sperimentarsi.

In tal caso la vittima è la figlia femmina nella famiglia agricola: l’argomento è estendibile al ruolo della donna.

Cantoni prende in considerazione una realtà di fatto, specie nella sua zona: nella divisione dei sessi sono sempre le donne ad avere la peggio. Ma per l’umorista costoro, con il loro carico di sofferenze, di delusioni, di ingiustizie subite in silenzio, godono di una luce particolare nata proprio da quella pena: per questo sono sempre le donne a salvarsi dalle osservazioni più pungenti, a sottrarsi dallo sguardo impietoso e senza misericordia con cui l’umorista, quando vuole, schernisce le sue vittime. Esse non diventano quasi mai ridicole, e forse neanche meschine: sfidano l’infelicità e riescono sempre a dire il loro “no” anche se solo prima di morire; sono loro al centro del quadro e intorno, solo secondariamente, si muovono gli uomini, di solito inetti, stupidi o vanesi (si pensi alla trama, in questo caso esemplare, dell’Illustrissimo ).

Anche nel caso particolare preso in esame dall’autore in questo episodio, è la donna a tenere unita la famiglia, a sopportare e a rischiare in nome del quieto vivere, ad impegnarsi per impedire che certe situazioni di malcontento non degenerino: la massaia è più umana e meno maliziosa, più capace di usare cuore e cervello, piuttosto che la forza fisica.

Ed è in questo che lo scrittore vede l’evoluzione e la modernità, e lo dichiara apertamente nelle righe finali dedicate alla morale, non epigrammatiche come al solito, ma esposte in un discorso articolato e ipotatticamente impostato, dal linguaggio colto e ricercato (per cui, ad esempio, la donna è “frale” e non “fragile”).

L’intera narrazione, in tutte e tre le sue vicende, è condotta con un linguaggio piuttosto scelto, tranne i discorsi virgolettati dell’ultimo pezzo, i quali riportano persino espressioni tipiche del linguaggio rurale come “fare la foglia” e “fare cavamenti”: forme tecniche e settoriali, ma proprie del parlato quotidiano e dialettale, e non certo dello scritto.

Interessanti sono anche due passaggi presenti nel brano d’apertura. Il primo è una frase in cui l’autore si compiace di servirsi di un travestimento poetico:

[…] se io non rifossi ritemprato nella contemplazione del vedovo occhiello.

Il secondo è immediatamente successivo:

[…] un filo di refe strappato alla gonna della più laida strega che abbia mai inforcato granate nel più energumeno di tutti i sabbàti […].

L’immagine dipinta è forte ed orrorosa e richiama volutamente la letteratura romantica d’oltralpe con il suo gusto per l’orrido e l’oscuro, per il magico e il fantastico, per il gioco di luci ed ombre tenebrose, generatrici di mostri.

Il linguaggio dunque si conferma vario e l’autore si dimostra abile nel saperlo gestire.

Alla lacerazione dell’io si conforma allora una condizione ontologica propria dell’essere umano, in ogni ambiente e in tutte le sue sfumature; e a tale condizione ontologica si adatta un linguaggio tautologico.

Il titolo A passo di gambero è senz’altro curioso ed utilizza un’espressione figurata forse per alludere al carattere sommario del contenuto, che, attraverso i tre passi da cui è composto, pare voler tracciare una summa dei principi principali dell’umorismo: la relatività dell’uomo e dell’esistenza; l’illusorietà delle aspettative e le necessarie lucidità e capacità di adattamento; la questione della maschera e delle gabbie sociali.

 

© Fabiana Barilli

Dalla tesi di laurea: “L’umorismo critico di Alberto Cantoni”

Per gentile concessione

 

 

Indice Biblioteca Indice opere di Alberto Cantoni

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011