ALBERTO CANTONI

UNA LE PAGA TUTTE

RACCONTO

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

— Merita scrivere una prefazione per avvisarvi, o lettore, che questo racconto non seguita niente affatto ad essere così liscio e consueto come è per un buon tratto qui dapprincipio?

— No che non merita. O vado avanti, e me ne avvedro da me, o mi vien voglia di smettere innanzi di potermene avvedere, e nemmeno la prefazione mi tiene.

— Giustissimo. Solamente andava detto prima.

— Quando?

— Quando la prefazione era ancora da fare. Ora è fatta.

PARTE PRIMA

I.

Due catenacci.

Il signor Anselmo Birocci era un agiato possidente di Lombardia. Rimasto vedovo con un bambino ed una bambina, si era dato così profittevolmente alla campagna da ritrovarsi un giorno più che mai pronto a far la dote alla sua figliuola. Per questo la levò di collegio, e ritornò subito a Milano con lei.

Nei primi mesi tutto andò a maraviglia. Margherita gettò di dosso la grigia vesticciuola dell’educanda, e in poco tempo si trovò guarita di quelle due dolcissime malattie che sono la timidezza e il poco uso di mondo. Ognuno, a lungo andare la ritrovava bella, ma importa dire che questa sua bellezza non appariva che adagio, un po’ alla volta, quando tutti avevano già raccolto nello sguardo la espressione degli occhi e del viso, ed erano stati come forzati ad accorgersi, prima, che doveva esser buona.

Lo era al punto da pigliar a voler bene ad una sua goffa e matura istitutrice, la quale per altre giovinette sarebbe stata una tortura quotidiana, uno spasimo fitto. Con certe persone la bontà non basta; va dunque detto subito che Margherita, oltrechè buona, si sentiva anche felice... Tanto felice che era fin troppo e non poteva durare.

Di fatto, una sera, in una piccola festa, un bello e giovane avvocato le pose gli occhi addosso, e li tenne così fermi sopra di lei, come se egli fosse stato pittore, ed ella una santa di Frate Angelico da Fiesole. Margherita ne fu turbata, e cominciò a pensare al giovine ed ai suoi occhi... i quali veramente erano bellissimi. Lo vide in sogno, lo rivide molte volte in persona sotto alla finestra, lo amò. Ma non era dapprincipio che un amore lieto, sereno, fidente, come tutti gli amori delle ragazze a diciott’anni, allorchè niuno si pensa di contraddirli, e meno di attraversarli. Il giovine finse di impietosirsi della istitutrice condannata, sa Dio con quale strazio dell’animo, a veder ballare gli altri, e non mancò mai di porlesi a fianco, intrattenendola della pioggia e del bel tempo, e sopportandone, con indomabile rassegnazione, i lunghissimi ragionamenti.

Poco alla volta, e dopo alcune festicciuole di seguito, il giovine, accomiatandosi, pôrse una mano che fu accettata, poi nella medesima mano si ritrovò, per combinazione, un pezzetto di carta che fu raccolto, custodito, e letto di nascosto; da ultimo, finalmente, l’avvocatino bruciò le sue navi, e diede incarico ad un amico di domandargli Margherita per moglie.

Il signor Anselmo non era stato un cattivo marito, ed era tutt’altro che un cattivo padre, ma aveva anche lui i suoi principi, aveva anche lui le sue debolezze. Pretendeva, per esempio, che quando si sta per mandare a marito una figliuola, si debba, prima e più di tutto, badare ai quattrini.

Facciamola ricca — diceva — e contenta diventerà da sè.

Abbiamo tutti le nostre debolezze.

Ora l’avvocato non aveva un soldo. Molte speranze, molto ingegno, ma nulla di sodo, proprio nulla!

Appena il signor Anselmo si vide di fronte un ambasciatore, quanto pulito, altrettanto modesto, cominciò subito a grattarsi l’orecchio, e disse:

— Un momento, signor mio. Io non voglio far figure a nessuno, poichè Ella mi ha già detto che il suo amico è molto giovine, le rispondo subito che non fa per me. Mi risparmi dunque una più diretta ripulsa, tacendo il nome di chi la invia.

Gli chiese poscia in che modo i due ragazzi avevano potuto intendersi d’amore, e saputolo così a un dipresso, gli fece una gran levata di cappello, e lo mise, con molti complimenti, fuori dell’uscio. Rimasto solo, e tanto per rovesciare su qualcuno i fulmini dell’ira sua, chiamò a sè in gran segreto la istitutrice, e dopo una solenne risciacquata, le intimò di cercare un pretesto, e di andarsene.

Appena Margherita venne a sapere ogni cosa, volse tosto nella mente la opinione di certe sue amiche di collegio, le quali solevan dire che la più seria difficoltà consiste sempre nel ritrovare un uomo il quale vi voglia veramente bene. Ma ritrovato che egli sia, aggiungevano, si può dormire di buon sonno, perchè egli subissa tanto il mondo che, volere o volare, l’ha sempre vinta.

— Sono pochi due catenacci se proprio mi vuole sposare — pensava Margherita allorchè il padre, decretata una specie di stato d’assedio, non reputava mai sufficientemente sprangate le porte di casa sua.

Ma pure, aspetta e spera, il suo dolce amore egualmente non si movea. Era ammalato? Era morto di dolore? Oibò! Il suo nome compariva molto spesso nelle difese dei processi criminali che le gazzette hanno la bella abitudine di strombazzare ai quattro venti.... e le gazzette, mercè del signor Anselmo, avidissimo di quotidiana pastura, entravano in casa malgrado i catenacci. Dunque?...

Dunque si spiega in due parole. L’avvocato Boresi era uno di quegli uomini che s’infiammano presto, e più presto si raffreddano. Aveva un debole suo particolare per le imprese facili e piane, e quel po’ di attività che aveva sortito dalla natura, gli bastava appena per secondare gli sforzi dell’acuto ingegno, e per aprirsi un adito a metterlo in mostra. Così, appena seppe del signor Anselmo e della sua brusca risposta, tirò fuori il fazzoletto, lo aperse, ne fece scorrere i lati per accertarsi della parte dell’orlo, ed asciugando una lagrima che c’era e non c’era, disse:

— Chi non mi vuole non mi merita. Pure mi dispiace, perchè le voleva bene, e l’avrei fatta contenta!

E servitore umilissimo!

Ma perchè, quant’era debole ed irresoluto, altrettanto era onesto d’animo e d’intendimenti, non volle togliere più a lungo la pace alla ragazza, e non si fece più vivo. Che diamine. Subissare il mondo non è cosa da tutti.

Appena la giovinetta aperse gli occhi e comprese il latino, si diede ad emettere dei sospironi così lunghi, così tremuli, così fiochi che parevano il finimondo, ma il signor Anselmo, contro il suo solito, la prese con le buone, le disse che era una vergogna quel volerlo lasciare così, sui due piedi, a diciott’anni, che pensasse alla bambola, si desse bel tempo, ecc., ecc. Poi la condusse sui laghi, in Brianza, in Valtellina, avvalorando sempre di nuove code il suo argomento favorito, che cioè i danari fanno comodo a tutti, e che piuttosto di mettere al mondo dei disperati, val meglio di legarsi una pietra al collo, e andare giù a vedere quanto è fondo il pozzo.

Margherita non era persuasa di tutte queste belle teorie, ma l’aria purissima dei laghi, i dilettosi colli della invidiata Brianza, la severa maestà delle Alpi valtellinesi, tutta insomma la poesia che Dio ha profuso con larga mano su quelle care provincie, valse naturalmente a farle crescere l’incarnato di fuori... e l’appetito di dentro.

Ritornò a Milano dopo un buon mese di scampagnata, più bella e più vispa che mai. Non era già che ella si fosse interamente dimenticata di Boresi, no davvero, soltanto aveva guardato un po’ avanti, un po’ indietro e aveva detto che a mutare, quando si sta bene, c’è sempre tempo.

Intanto Gustavo, l’unico fratello di Margherita, correva i più begli anni della giovinezza nella Università di Pavia. E i suoi compagni lo tenevano in grandissimo onore perchè sapeva giuocare al bigliardo come soltanto l’Università insegna e i promittenti giovani imparano.

II.

Siamo alle solite.

Che è che non è, pochi giorni dopo il ritorno di Valtellina, il signor Anselmo ha mutato di punto in bianco la regola severa di casa sua. Girava attorno alla figliuola come uomo che principiasse allora soltanto a prenderla sul serio, le parlava in toscano, ed ora le mandava a casa una sarta ed ora una modista. Margherita non si sapeva render ragione di tutte queste novità, ma perchè era donna anche lei come le altre lasciava fare, e naturalmente non le pareva vero.

Se non che, dopo le sarte e dopo le modiste, il signor Anselmo principiò a tirarsi dietro un terzo personaggio, che aveva nome Stefano Raimondi, ed era banchiere. Mostrava press’a poco trentaquattr’anni d’età, ed era alto ed eretto della persona, forse più che non lo comportassero le membra sottili ed asciutte. A vederlo così all’ingrosso, poteva dirsi, ed era di fatto, una bella pertica d’uomo, soltanto certe vene delle tempie un po’ troppo chiazzate di bile, certe mani più grandi del bisogno, e soprattutto certi occhietti assai grigi, mobilissimi, e quasi fosforescenti, potevano subito far fede di indole collerica, di animo guardingo e deliberato, di rustica progenie.

Suo padre era disceso dai monti del bergamasco per far danari a Milano, ed egli aveva continuato, con maggior valore, l’opera invano tentata dal padre, guadagnandosi fama di uomo serio, molto pratico degli affari, onestissimo, e soprattutto danarosissimo. Della vita che viveva in famiglia non si sapeva nulla, soltanto era voce comune che sua madre fosse gran donna di casa, ed altrettanto rozza ed inselvatichita.

Quando il signor Anselmo spalancava, per introdurlo, tutte le porte di casa sua, pareva che giungessero per parlar d’affari, ma poi, smesse le cifre, il buon uomo correva tutto trafelato a cercare di Margherita, e rimorchiandola seco, le ripeteva in tutti i modi possibili di fare buon viso a quel signore, che esso era una molto cara e molto stimata persona, che nessuna cerimonia sarebbe stata soverchia, ecc., ecc.

Margherita era gentile, era compiacente, ed accorreva colla migliore intenzione, ma quel signor Raimondi le imponeva un po’ troppo, e per quanto egli cercasse di farle animo con buona maniera, pure ella non sapeva che dire, e nemmeno che cosa rispondere.

Naturalmente, dopo pochi giorni, il vecchio se la prese sulle ginocchia, e le disse ciò che il lettore ha già capito meglio di lei, vale a dire che quel signore l’aveva chiesta per moglie.

Margherita guardò il padre nel viso, e fissandolo bene, gli chiese

— Hai burlato, non è vero?

— No, in fede mia.

— Ma non ti sei avveduto che io sto molto meglio quando non lo vedo per casa?

— Niente di più naturale. Non lo conosci, e lo rispetti come va rispettato.

— Sarà benissimo, ma per marito non mi piace davvero!

Qui il signor Anselmo cambiò di tono, e come uomo pre— parato a prenderla da un’altra parte, continuò :

— Senti, figliuola. Se tu proprio non ci vuoi andare, io non sono sicuramente qui per mandarti in paradiso per forza. Mi basta che tu mi dica perchè, per marito non ti possa piacere. Brutto non è, vecchio non si può dire, dunque perchè ?

— Non saprei. So che non mi piace e non so altro.

— No. Mi nascondi qualche cosa ed hai torto. Da quando in qua si è usato di rispondere no, perchè no? Si parla chiaro, al mio paese. Si dicono le proprie ragioni, quando se ne hanno.

— Ebbene, poichè lo vuoi sapere, ti dirò che quel tuo signor Raimondi mi sembra....

— Che cosa?

— Un uomo cattivo.

— Lui? La perla della nostra Borsa! Il gioiello della nostra Camera di commercio? Ma di dove ti è venuta questa idea.

— Chi lo sa? Sono impressioni che non si spiegano. Mi pareva... e mi pare. Non guardarmi con quegli occhi. Può darsi benissimo che abbia torto io.

— Sì, e marcio.

— Pure mi permetto una sola osservazione.

— Quale?

— Che quando si è trattato... dell’altro... di quel povero giovine che mi pareva così buono, e che mi piaceva tanto...

— Caro!

— Allora io doveva, secondo te, pensare alla bambola e darmi bel tempo. Come mai, di bambina che era, io possa in dieci settimane essere diventata una donna, è una cosa che non mi so spiegare. E tu?

— Via, non ti fare più grossa di quel che sei. L’altro non mi accomodava, e la sola idea di darti questo mi ha innamorato subito. Pensaci adunque, e più che il capriccio e la contraddizione, lascia finalmente parlare il tuo cuore di ragazza obbediente e ben educata. A domani.

Ma perchè non c’è nessuno che nella propria casa o nell’altrui, nel primo piano o nei mezzanini, nei libri o nelle commedie, non abbia assistito parecchie volte ad un contrasto di questo genere, così, senza andare per le lunghe, diremo addirittura che Margherita cedette come cedono tutte le ragazze che non hanno il cuore occupato, e che amano candidamente i loro genitori. Ma una prima impressione non si cancella con tanta facilità, e dopo, sebbene lieta di suo padre contento, pure ella dovette persuadersi ogni giorno più che fra Stefano Raimondi e l’uomo dei suoi giovani sogni ci correva un buon tratto di via. Allora, come se una tale scoperta fosse stata una brutta cosa, la buona giovinetta si dava in sulla voce, si faceva la predica, e voleva pur sostenere che Raimondi era nato fatto per lei, e che il signor Anselmo aveva ragione, mille volte ragione. Così, incapace di affrontare a mente fredda ciò che prima le era sembrato un sacrifizio bello e buono, preferiva di scemarsene il merito, pur di togliere o di nasconderne l’apparenza.

III

Io sono come la Terra. Mi muovo.

Mentre i due sposi s’avviano al loro viaggio di nozze, abbiamo tempo di ripetere colle parole quello che si è già veduto nei fatti: vale a dire che Margherita non possedeva poi quella grande fortezza d’animo che i romanzieri di buon cuore e di larga mano sogliono profondere sulle loro invidiate eroine. Ma perchè, modesta fin che volete, anche Margherita ne deve essere una, aggiungeremo, forse prima del tempo, che Dio l’aveva fatta bella di una bellezza, la quale, per poco che la donna non ci provveda, finirà oggi che parliamo per dileguare del tutto. E intendiamo naturalmente di parlare del gusto. Nè soltanto quella specie di buon gusto, la quale avverte subito dove incomincia il barocco in tutte le consuetudini della vita sociale, ma piuttosto quella facoltà, ben più rispettabile e più rara, la quale educa sè stessa ad accogliere le sensazioni più delicate, a custodire i sentimenti più gentili e che, mimosa pudica del mondo morale, ha bisogno di aria purissima e di luce, quanto è insofferente di tutto che non sia armonioso, delicato e gentile.

Questo sia detto per Margherita. Quanto a Raimondi, pareva proprio che egli non fosse montato in carrozza per altro che per dire di aver fatto il suo viaggio di matrimonio, o che tutt’al più si fosse procurato un paio di mesi d’ozio e di quiete per poter ripetere che sua madre aveva bisogno di riposo, e che Margherita doveva assumerne le veci, governando la famiglia, ed invitando poi a settimanali convegni i molteplici aderenti di casa.

Ma quanto aveva lingue per questi discorsi, altrettanto era cieco alle bellezze di natura e d’arte che gli scorrevano infinite davanti. E perchè a Roma gli dava noia lo scirocco, a Napoli il caldo, e qua l’umido, e costà la pioggia, così, a giudicarlo benignamente, lo avreste detto uno strologo compilatore di lunari, il quale, predicendo il buono ed il cattivo tempo, non ne avesse mai imbroccata mezza.

Margherita, costretta così a viaggiare come un esule nella solitudine del suo pensiero, fu molto contenta di retrocedere presto, e di ritrovare suo fratello, venuto espressamente a Milano per passare alcuni giorni col padre e con lei. Assai lieta di poter finalmente parlare delle bellissime cose vedute, non diede, sulle prime, grande importanza al contegno della suocera, vecchia signora di non isgradevole aspetto, la quale si toglieva di mezzo assai frequentemente per poi riapparire con un certo fare freddo e imbarazzato, e colla intenzione, molto palese, di rispondere il meno possibile. Gliel’avevano dipinta per donna ruvida e burbera; niente dunque di più naturale, secondo Margherita, che fosse anche un po’ bisbetica o, come ora si dice, nervosa.

Ma lasciamo i vecchi, e badiamo per un momento a Gustavo, il quale profittò del suo piccolo viaggio per stringere d’assedio l’antiquato genitore, e per cantargli, tornando seco a braccetto dal teatro, la solita canzone degli studenti.

Ai nostri tempi, forse per colpa di quello sguaiatissimo tu che i genitori stessi, dopo l’89, mettono in bocca dei loro figliuoli, si è diffuso il deplorevole costume di trattare troppo alla libera col padre e colla madre. Non sarà il giovinotto, vivacissimo, allegro, con una fisonomia aperta e sincera che era una delizia, conchiudesse così:

— No, tu giudichi del mondo alla stregua di trent’anni sono, e povero te se i miei condiscepoli venissero a sapere che hai avuto l’ardire di offrirmi cinquanta scudi il mese. Ti metterebbero in canzonatura per due settimane, come pur troppo hanno già fatto parecchie volte. Sìi in verità. Quando vieni a trovarmi, e ti metti in piazza a farmi la predica, non c’è imberbe novizio, il quale, osservando la tua pantomima, non indovini le ammonizioni che m’impartisci di vita soda, studiosa e tranquilla. Ma tu hai un bel dire. Io sono come la terra. Mi muovo. Ne viene di conseguenza che voglio avere gli anni che ho, perchè sono i migliori, e perchè tu, che mi vuoi bene, non me li devi nè crescere nè togliere. Ne viene che desidero di studiare sì, ma con saggia e prudente moderazione, senza punto rimetterci l’arco della schiena. Ne viene per ultimo che tu ti sei cavata la voglia di faticare per tanti anni, dunque hai tutto il diritto di farmi godere della giovinezza fin che sono a tempo.

— Bel diritto!

— Più bello per un padre non saprei davvero. Hai o non hai lavorato per due? Qualche uomo di questo mondo ci deve dunque trovare il suo conto, almeno per uno. Caso diverso, valeva molto meglio che non ti affaticassi tanto. Non avrei la infelice reputazione del più ricco della brigata, e i miei amici, dopo di aver bevuto, non prenderebbero il largo, dicendo quasi sempre: « Paga Birocci ».

— Colpa tua. Ed io ti ripeto che ti voglio dare un tanto, e sapere così quanto mi costi il mese. Non sono già il pozzo di San Patrizio, che mai non ti credessi.

Ma Gustavo non si diede per vinto, e tornò alla carica nel domani, in presenza della sorella e di Raimondi. Margherita, che ci si divertiva, si pose di mezzo fra il padre e Gustavo, ma la sua candida intromissione non fu coronata da grande successo, e i cinquanta scudi del signor Anselmo non crebbero, aimè, che fino a cinquantacinque. Troppi non erano sicuramente.

Raimondi da quell’uomo sobrio e morigerato che era stato sempre, non prese gran parte in quei discorsi, ma stette ad udire cogli orecchi levati, e rimasto solo, fece scoppiettare le dita come chi ha già dato l’ultima mano ad un qualche progetto. Fatto sta che partì improvvisamente di casa sua, lasciando detto che alcuni suoi affari gli imponevano una breve e immediata corsa a Torino.

Noi invece possiamo garantire che egli non pose tempo in mezzo, e che andò a finire in Pavia.

IV.

Nel quale si racconta di un bambino che mandò

una ambasciata prima di venire al mondo.

Ed ora torniamo alla madre di Raimondi che abbiamo lasciata per fare un po’ di posto a Gustavo.

La signora Teresa era già arrivata più in là dei sessanta, e come la maggior parte delle donne che non sono state belle da giovani, aveva molto guadagnato cogli anni. Le linee del volto, e quelle, già troppo stecchite, dell’esile ed alta persona, avevano raggiunto, coll’età e la salute, certe leggierissime curve, più regolari di molto; gli occhi, troppo grandi, le acquistavano continuamente in dolcezza, e quanto più i suoi capelli erano stati crespi e grossolani, altrettano rendevano ora più evidente la sua bella e precoce canizie. Vestiva disadorna, ma con schietta nitidezza, gli abiti suoi, molto larghi, e scelti quasi tutti fra le molte varietà del rigatino casalingo, rivelando l’innata parsimonia, la origine campagnuola, e forse anche il desiderio di stare sempre inchiodata in casa. Per questo, e malgrado che fosse una bella e buona vecchia, si era guadagnata quella fama di rusticità incorreggibile alla quale accennammo parecchie volte.

Raimondi tornò da Pavia per l’ora di pranzo, e giunto alle frutta, si volse alla madre che gli sedeva vicino insieme alla sposa, e le disse :

— Nei giorni scorsi non vi ho detto nulla perchè avevamo sempre con noi od il signor Anselmo o Gustavo, ma oggi che siamo soli, desidererei di sapere se avete poi preparato tutte le chiavi.

La signora Teresa che pareva aspettarsi questa domanda, mutò subito colore e disse:

— Ma perchè, Stefano, vuoi tornare da capo con questa tua benedetta idea di togliermi la direzione di casa per darla a tua moglie? Non ti sei ancora avveduto che mi porti via la sola cosa del mondo mediante la quale posso ancora sperare di esserti utile? Sì, è vero, è verissimo, io non sono mai stata, nè ora sicuramente mi potrei ridurre così garbata e gentile come le donne cresciute in città, ma per fare in una casa quello che ho sempre fatto nella tua, basta portarle amore, non c’è poi bisogno di questa grande educazione. Via, Margherita, venitemi in aiuto, ditegli che le troppe brighe sarebbero un sagrifizio per voi, come lo stare colle mani in mano un gran dolore per me. Ditelo e la vostra sarà una buona azione.

Qui Raimondi guardò la moglie in così brusco modo, da troncarle subito la parola in bocca. Poi si volse alla madre e rispose :

— Mi dispiace moltissimo che continuiate a prenderla su questo tono, e non vogliate mai capire che non è certo per farvi torto che io sono venuto nel mio divisamento. Voi siete avanti cogli anni e dovete riposare, mia moglie è giovane e deve impratichirsi. Nè più nè meno. Niente però di più naturale che voi, se volete, le veniate in aiuto con la vostra esperienza e coi vostri consigli.

— No, Stefano, puoi dire quanto vuoi, ma non mi persuadi egualmente. Che brutta ora è stata per me quella che indusse il tuo povero padre a voler diventare un signore. Prima, quando si stava più in alto, più vicino a Dio, quando non eravamo che onesti fittaioli, era ben altra cosa! Com’era contenta io fra i miei bachi, la mia canapa ed il mio filo! Dovevamo cascare anche noi in questo beato Milano, perchè mio figlio, un bel giorno, finisse col dirmi: « Tu non sai fare una riverenza con garbo, ancor meno sei capace di sostenere il nuovo decoro della famiglia, dunque riponiti nella tua camera, pigliati una poltrona, e siedivici sopra con tutti i tuoi comodi. » Eppure io non la meritava questa umiliazione, no, perchè ti ho sempre amato come amano quelle madri che molto pensano, ai figliuoli, e poco, pochissimo alle riverenze.

La povera donna diede in un grande scoppio di pianto, e se ne andò frettolosa col fazzoletto agli occhi. Margherita si volse a Raimondi, e disse :

Almeno ora mi potevi lasciar parlare.

— No davvero. Più la cosa si spiccia tra me e lei, e tanto più presto ne saremo esciti.

— Come dire che non cedi?

— Ben inteso. Vuoi che la faccia arrabbiare per gusto? Tutte così le donne. Che cosa v’importa che il fine sia buono quando, per raggiungerlo, bisogna eliminare i complimenti? Val meglio smettere, non è vero?

— Che il fine sia buono, lo dici tu, e sarà, ma ti faccio osservare che si principia male.

— E ne ho colpa io se avete tutte la bella abitudine di piangere per nulla? Mia madre non è diversa dalle altre, ed io so come va presa.

— L’hai presa malissimo, perchè ci vado di mezzo io. Mi risponde sempre con dei monosillabi, e buona come ora mi sembra, non mi ha mai detto una sola parola affettuosa. Niente di più naturale.

— Perchè?

— Perchè crederà che ti abbia istigato io. Via, Stefano, rinunzia a questa idea. Siamo due che te lo domandiamo per bocca mia, ed uno, innocentissimo, te ne prega per amore della sua nonna. Non gli dire di no, la prima volta !

Raimondi, già un po’ seccato, non afferrò il senso di queste parole, e rispose subito così all’ingrosso :

— E tu chiedi qualche altra cosa. Per questo grande affare non vale la pena di mutare avviso. Vado. Mi aspettano. E la piantò così.

V.

Una bugia.

Raimondi non era ancora giù delle scale che già Margherita poneva piede nella camera della signora Teresa.

— Ascoltate, mamma — le disse facendosi avanti colla espressione del più vivace interessamento — le vostre parole di poco fà mi stringevano il cuore, come me lo stringe ora quella passiva rassegnazione che vi si legge in volto. Voi mi credete non è vero? È impossibile che, per quanto nuora io vi sia, mi vogliate supporre così presto male intenzionata contro di voi. No, credetelo, non lo sono davvero.

— Sarà — rispose la signora Teresa, guardando con qualche meraviglia la nuora nel viso — ma non so capire perchè, poco fà, non abbiate nemmeno aperto bocca per me. Basta: già quel che è fatto è fatto, e non se ne parli più.

— No che anzi ne voglio parlare. Lasciatemi dire, e intenderete ogni cosa.

Poi, come facendosi animo, aggiunse :

Vi confesserò, per principiare, che appena fidanzata ho proposto io medesima a Stefano di assumere le vostre veci, semprechè, ben inteso, ciò non avesse contrariato voi. Ed aveva anch’io le mie buone ragioni. Sapeva cioè di essere molto giovane, e temeva che l’ozio, un dì o l’altro, non mi facesse capitar male. Mio marito in sulle prime si mostrò perplesso, ma poi, adagio adagio, accolse invece la mia profferta con tanto calore che mi fece promettere di non parlarvene mai, finchè egli non vi avesse già persuasa in presenza mia.

— Davvero? Anche a me ingiunse più volte di tacere con voi.

— Perchè?

— Per non avere pettegolezzi in casa, mi disse.

— Vedete adunque che la sua era diventata quasi una fissazione. e che non fu sua colpa se io, innocentemente, gliene ho messa in capo la prima idea. Ma adesso, più che ritornare sul passato, ne conviene di provvedere all’avvenire, e il migliore partito, per ora, mi sembra quello di obbedire e tacere.

E poi?

— Poi, credetelo, sarà tutt’altra rosa. Anzi vogliatemi subito molto bene, non perdete tempo, perchè allora, cioè tra poco, vi saranno due mamme in questa casa, la vecchia e la giovane, e voi, amandomi assai, mi darete il buon’esempio, e m’insegnerete ad amare un bambino che sarà anche vostro.

La signora Teresa non ci potè più tenere. Messo da parte ogni risentimento, e tratta da quella gran simpatia che spinge i vecchi verso i figli dei loro figli, prese una mano di Margherita, e disse:

— Che Dio vi rimeriti del bene che mi fate, e perdoni me di non aver capito subito che voi, con quegli occhi sereni, e con quell’aria di sincerità e di buona fede, non potevate essere quale... quale mi hanno voluto far credere.

— Che cosa vi hanno detto? Che sono cattiva? — chiese Margherita sorridendo.

— No, ma che eravate abituata ad un altro ambiente. e che io, per combinarmi bene con voi, avrei dovuto mettere da parte le idee del mio tempo per accettare quelle del vostro.

— Lasciateli dire. Ci metteremo d’accordo nella idea di volerci bene, che è di tutti i tempi, e basterà, vedrete. Intanto pensate che fra qualche mese voi dovrete per forza riprendere il mio posto, e che dopo io sarò tanto occupata col mio bambino in collo, che poco tempo mi rimarrà per casa. Fate dunque una bella cosa: portate pazienza per questi pochi mesi. Ci faremo compagnia, prepareremo il corredino insieme e vedrete che passeranno presto.

Una grande scampanellata, che rivelava il padrone di casa mille miglia lontano, non lasciò tempo di rispondere alla signora Teresa. Margherita si levò in fretta, e disse:

— È Stefano. Siamo intese, e zitto.

Uscì correndo, ed appena giunta in salotto, si mise fra le dita un lavoruccio sul quale si diede a trar l’ago con grande precipitazione. Ma questa sua fu una previdenza affatto inutile perchè Raimondi le mandò a dire che aveva molte lettere a scrivere, e non poteva augurarle subito la buona notte.

Margherita, che non domandava di meglio, mise da canto il lavoro, e pensò alla eroica bugia che aveva detto per amor della pace, accusandosi di aver consigliato al marito una cosa che mai la più antipatica ed ingiusta. Ma poichè i suoi occhi si erano involontariamente fermati sopra una fotografia di Raimondi appesa alla parete, la guardò un momento, e poi disse con mestissima voce :

— Vedi, papà, se avevo ragione io.

VI.

Altre due.

Chi non ha mai veduto una di quelle case dove tutti i colori dell’iride lottano fra di loro in alcune stanze, e dove la modestia più gretta e più stitica regna sovrana in tutte le altre? Quelle servono naturalmente a condurre ed a ricevere i visitatori; queste ad usi più appartati e domestici. Nè più nè meno, anzi tale e quale era casa Raimondi.

Ma il padrone di questa casa pareva sentire il desiderio anzi il bisogno, di provare a tutta piazza Mercanti che i suoi affari correvano a gonfie vele quanto mai si può dire, per la qual cosa ingiunse alla moglie, come si è già detto, di raccogliere a frequenti convegni una vera infinità di persone. Gli invitati non si fecero pregare, ed accorsero, nè tardarono molto ad occuparsi, più o meno ingenuamente, di quelle lustre di fondo di bicchiere, di quel velluto di cotone, di quell’oro di princisbecco, e soprattutto degli abiti, veramente ricchi ed appariscenti, che Margherita, sposandosi, aveva recati seco dalla casa paterna, e dei quali, per compiacere al marito, doveva fare alterno e frequentissimo sfoggio. Bisogna però avvertire che questo marito era pur sempre il medesimo che, nel dì innanzi, aveva tirato fuori una quantità di ragionamenti per provarle che non aveva nessun bisogno di comperare un libro nuovo o una veste da camera.

Ma coteste ed altre simili piacevolezze non debbono maravigliare il lettore, il quale sa di avere a che fare con un uomo nuovo dai subiti guadagni. Val dunque meglio che c’intratteniamo ancora della vecchia padrona di casa, padrona, s’intende, per modo di dire.

La signora Teresa, per quanto rozza, per quanto contadina, era egualmente una di quelle madri, vere e compiute, le quali riescono la più bella opera di Domineddio, perchè raccolgono e ravvivano insieme tutte le gentilezze del cuore, tutte le forze e le virtù dello spirito. Ma un figlio solo per lei era troppo poco, ed essa lo amava troppo. Nata in campagna, ed invecchiata in città, non si era piegata a stemperare in forme od in carezze la sua materna ed infinita sollecitudine, ma egualmente nessuno avrebbe saputo veder più chiaro di lei in ogni cosa attinente al maggior bene del suo figliuolo, niuno soccorrerlo di più discreto consiglio, di più vivace intelletto d’amore.

Il male era che questo suo figliuolo, accortissimo uomo, non aveva bisogno di chiedere avvisi a nessuno, e molto meno a chi, in ogni evenienza, gli avrebbe sempre mostrato la via più chiara ed aperta. Così, se non era mai stato, nemmeno da ragazzo, l’amorosissimo dei figliuoli, certamente non lo divenne quando crebbe negli anni, e si vide fatto segno di un immenso affetto che gli diveniva men profittevole di giorno in giorno, e che egualmente non dava segno di voler scemare.

Non sappiamo, in verità, se taluno prima di noi non abbia già detto come non vi sia tormento maggiore di una grande tenerezza che si dovrebbe e non si sa ricambiare, ma lo avessero anche ripetuto in centomila, non sarebbe men vero. Raimondi probabilmente non se lo seppe dire, ma altrettanto e più lo sentì dentro di sè; e questa sua impotenza d’amor figliale degno della madre sua, e il desiderio, meno metafisico, di restituire alla parte da lui abitata in casa le anguste proporzioni di avanti le nozze; ed alcuni altri obbietti secondari, i quali appariranno fra poco in una lettera di Margherita, tutte insomma queste belle cose lo condussero, unite insieme, ad un solo ed obliquo proposito; vedere cioè se vi fosse modo di allontanare la madre, gettando il sasso e nascondendo la mano.

Per questo, discorrendo appena fidanzato colla signora Teresa, pensò di darle occasione ad uno di quei buoni consigli, pei quali appunto ella aveva principiato a venirgli in uggia, e le dipinse Margherita come una giovinetta, che, a farla apposta, non si sarebbe potuta trovare meno adatta a convivere con una suocera come lei.

La madre, udendogli accennare a idee grandi e moderne, a molta eleganza, a moltissima letteratura, gli ripetè con ragione che badasse al fatto suo, perchè le mogli di quello stampo sono la disgrazia di una famiglia, e così via, ma Raimondi rispose che ai nostri tempi sono tutte così, e poichè la sua fidanzata aveva altrettanti difetti e più danari delle altre, sarebbe stato molto grullo a lasciarsela sfuggire di mano, ecc., ecc.

Insomma, poichè nessuno trova a ridire se una suocera ed una nuora non si combinano bene, ma s’inalberano tutti quando un figliuolo non va d’accordo colla madre sua, aveva pensato di coltivare egli medesimo un’antipatia quasi tradizionale, perchè la vecchia se ne andasse da sola, e non apparisse la volontà e nemmeno la intromissione sua.

Ma invece la signora Teresa aveva deposto lo scettro con sufficiente disinvoltura, ed egli cominciava a guardarsi attorno, e a non raccappezzare gran che dell’andamento domestico della sua famiglia. Un giorno nel quale o ci capiva dentro meno del solito, o principiava a capire molto differentemente da quel che avrebbe voluto, tirò Margherita da parte, e le disse:

— Aveva o no ragione io a sostenere che la mamma sarebbe tornata presto del suo solito umore? Più tranquilla di così non è mai stata dacchè la conosco.

— Credi? — domandò Margherita fissandolo in volto con uno sguardo dove era tutta dipinta la mesta candidezza di una bell’anima.

— Si, certo.

— Eppure scommetterci che soffre.

— Non mi pare. Chi te lo ha detto? Lei?

— No davvero. Non entro mai in questo argomento seco.

— Perchè!

— Perchè temo sempre che ella non mi mostri quel rancore che un giorno o l’altro dovrà venir fuori pur troppo.

E due. Come coi lupi s’impara ad urlare, così con certi uomini s’impara a dir bugie per forza. E specialmente quando si tende a buon fine.

— No che non verrà fuori niente. A questa si doveva pur venire, ed ora che si è quetata lei, non cominciare tu, per l’amor di Dio!

Dopo le quali parole, tranquillizzato un pochino, si avviò al suo banco, e Margherita lo seguì con uno sguardo così mesto che le si velarono gli occhi, e pianse come, in pochi mesi di matrimonio, avea già pianto parecchie volte.

VII.

Quaranta carnevali.

Due settimane dopo del primo viaggio, Raimondi muoveva da capo verso Pavia, lasciando detto come la prima volta che andava a Torino.

Sbrigate nel più stretto incognito le sue faccende, ripartì per Milano, e si trovò solo in vagone con una signora molto goffa e piuttosto avanzatella. La guardò un momento, e poi chiese tra sè :

— Dove ho visto io quella brutta figura? Finalmente, squadratala meglio:

— Si, sì nel palco di mio suocero, e molte volte di seguito. Facciamola cantare: Margherita, se non mi sbaglio, mi deve avere raccontato che non era difficile.

Si volse tosto alla sua compagna, ed inchinandosele un pochino, le disse:

— La signora viene a Milano, se è lecito?

Fu come se qualcuno avesse dato fuoco ad una miccia. Colei non si contentò di rispondere, con voce volubile e pieghevolissima, che andava appunto verso Milano, ma aggiunse una storia eterna, piena di incidenti e di lungherie, tutto per concludere che voleva partire fin dal dì innanzi, e come ed in che modo e perchè avesse poi perduta la corsa.

— Si ferma molto tra noi? — domandò Raimondi, che aveva tentato, sempre invano, di interromperla spesso.

— Un paio d’ore soltanto, vale a dire fra una corsa e l’altra, perchè dopo faccio conto di andare a Brescia, mia patria, dove ho una sorella mal maritata, che ha avuto un bambino la settimana scorsa.

E giù un’altra tirata su questo tono per dire quali altre cose andasse a fare a Brescia, e come a Genova non si potesse vedere, nemmeno dipinta.

— Ella sta dunque a Genova? — dimandò Raimondi.

— Sissignore. Vi ho aperto una casa di educazione, e sto ora lottando colle difficoltà di un primo anno scolastico. Ma dalli e dalli, mi sono già persuasa che la mia vita non può essere altro che una lotta perpetua.

— Davvero? Come dire che i suoi affari...?

— Mi sono andati anche peggio. Ora almeno non custodisco più la figliuola di un uomo mal educato, e non corro più il pericolo di essere licenziata su due piedi, detto fatto, come mi è accaduto altrove.

— Possibile?

— Tale e quale. E tutto perchè? Perchè la giovinetta si era avvista, a mia insaputa, che per istare bene al mondo, abbiamo tutti bisogno di occupare questo!

— Ah sì? — domandò vivacemente Raimondi, vedendole mettere la mano al cuore.

— Ella si figuri la bella colpa che ne aveva io. Il giovinotto non si era fatto presentare che a me, e non parlava mai colla ragazza. Come mi poteva passare per la mente? Se devo dirla, io non ci credo ancora.

— E per tutto questo?

— Me ne ha scaraventate contro di tutti i colori. Mi ha detto: « Ah dunque ella, signora mia, malgrado dei quaranta carnevali che ha sulla schiena, crede in buona fede che un giovinotto possa perdere il suo tempo con lei, giusto appunto con lei, e non si sogna nemmeno che le facciano fare da paravento e da copertina!? » — Villano rivestito! Quaranta carnevali a me!

— Probabilmente il signor Anselmo avrà detto sessanta quaresime! — pensò Raimondi. Però, visto il lato debole della istitutrice, e premendogli di farle sgomitolare fuori tutta la stizza che le era rimasta dentro, esclamò :

— Gran peccato che ella non si fermi a Milano! Vorrei provarle che noi milanesi non la pensiamo tutti ad un modo.

Così dicendo, fissò amorevolmente i suoi occhietti nelle lanterne della sensibile compagna e presane lievemente la mano squallida e scarnificata, la pose, con carezzevole effusione, dentro alle proprie. Pensi il lettore se tutto questo non doveva parere un sogno, un dolce sogno ad una povera disgraziata che non aveva mai trovato un cane che si occupasse di lei.

Che cosa ne è venuto di quel cotale? P. poi morto? — seguitò a domandare Raimondi, come niente fosse.

— Morto? È più grosso che lungo, e sta benone. Sua figlia piuttosto ci è andata senza colpa di mezzo, col bel matrimonio che le ha imposto lui. Tutti così questi padri di cervello grosso! Non la vogliono intendere che l’amore è l’istinto di preservazione dell’animo!

— Ma! — sospirò arcadicamente Raimondi.

— Almeno la ragazza, posto pure che fosse vero, aveva scelto meglio. Un uomo che a venticinque anni sta già pubblicando un applaudito lavoro sui nuovi Codici, è uomo da disprezzare? Io domando a lei.

— Tutt’altro — rispose Raimondi, in atto di compunta ammirazione.

— E la giovinetta era modesta, senza pretese. Così le potessi giovare come ora, passando, la voglio andare a vedere.

— Ne ha già avute cattive nuove?

— Cattive nuove, precisamente, no, ma mi ha scritto anche l’altro ieri, e me ne ha raccontata una, che mi è rimasta in gola, e non mi vuole andare nè su nè giù.

— Sarà grossa.

— Nientemeno che la sua suocera non è ben vista in famiglia, e che le tocca di confortarla segretamente. Si figuri che casa deve essere quella.

— Niente di buono sicuramente — esclamò l’altro, che seppe conservare il suo sangue freddo. — Ho madre anch’io, e mi posso immaginare come starebbe, povera donna, se mia moglie fosse obbligata...

E più non disse. La vecchia, appena udì parlar di moglie, voltò le spalle al suo interlocutore, e, tratto un gran sospiro dal profondo del petto, si nicchiò nell’opposto lato della carrozza.

Mezz’ora dopo, ed arrivati ambidue, Raimondi trasse di tasca il suo biglietto di visita, e volgendosi con la faccia più franca di questo mondo alla sua compagna, le disse:

— Eccole il mio nome ed il mio ricapito. Se torna a Milano con maggior comodo, si faccia vedere. La presenterò a mia moglie. Intanto stia bene e si conservi.

— Grazie — rispose l’altra guardando in cagnesco. Discesero entrambi, e la vecchia, rimasta indietro, pensò tra sè:

— Vediamo un po’ chi è questo fellone che principia dalle galanterie e poi vi dice in viso che ha moglie !

Guardò il biglietto... e buon per lei che era vicina al muro. La povera donna si sostenne come potè, e, quasi l’aria di Milano le bruciasse i polmoni, il terreno i piedi, si rivolse più morta che viva ad un inserviente, e lo apostrofò così :

— Dica, per carità. Manca molto alla partenza per Brescia?

— Se manca molto!? Faccia presto, o rimane a piedi.

— Vengo. Un momento. Più d’un gradino alla volta non posso fare!

E, sostenuta, sospinta, imballata, ficcata dentro, la povera donna mise piede in carrozza di nuovo. Appena seduta, guardò per la seconda volta il biglietto che aveva in mano, e quel terribile nome di Stefano Raimondi le rimescolò da capo il vecchio sangue inacidito e stantio. Poi disse:

— Altro che visitare Margherita ! Via, via di corsa, nè con lei mi voglio far più viva, campassi cent’anni. Dire che se non gli veniva la buona ispirazione di dirmi il suo nome, gli sarei capitata in casa fresca come una rosa, ed egli, soltanto a vedermi comparire, avrebbe capito tutto. Oh la gran provvidenza che i mariti abbiano il dono di Dio di non capire mai niente! Questo non canzona davvero! Ignora perfino quel che gli accade in casa fra madre e moglie. Animo, animo, poteva andare molto peggio!

Intanto Raimondi (che aveva appunto declinato nome e cognome, perchè la vecchia cercasse di riparare al marrone commesso, troncando ogni rapporto colla povera Margherita) esciva da solo in queste brevi ma succose parole :

— Avvocato giovanissimo e una memoria sui nuovi Codici! Prima di sera so già chi è. Così potessi pulire la casa di certe svisceratezze, di certi idilli segreti sui quali non mi rimane più dubbio! Basta, ora sto quieto, ma a tempo e luogo... ci penserò.

Così pensassero coloro i quali, pur di parlare, si abituano a dire i fatti propri, poi quelli degli altri, e finiscono così per non saperli tacere nemmeno in viaggio, nemmeno in teatro, col primo che capita. Almeno che sapessero tutto il male che fanno!

VIII.

Colla creatura al petto.

— Margherita — lo abbiamo dichiarato fin da principio — aveva qualche cosa negli occhi e nei lineamenti che faceva subito fede dell’animo gentile, nè a Raimondi era certo mancato il tempo di persuadersene. Ma per credere davvero e lungamente nella bontà, ci bisogna od essere buoni noi medesimi, o deplorare di non esserlo più. Chi non lo è mai stato, cerca sempre il secondo fine in quel che gli altri dicono o fanno, e le segrete smanie di Margherita verso la suocera volevano dire, secondo Raimondi, che ella procurava di giovarsi della figliale freddezza di lui per fare, con minor fatica, miglior figura. Chi è in sospetto è in difetto, e quanti vi accusano di fare, con loro discapito, la buona figura, sono spesso quelli medesimi i quali si sarebbero volentieri serviti di voi per farla, essi, meno cattiva.

Ma noi abbiamo impreso a narrare una storia

« Che dura molto tempo »

come dice la canzone veneziana, e però il lettore, già abituato a sorvolare sui giorni e sulle settimane, deve attendersi, come ora gli accade, a trascorrere sui mesi, per poi, come gli accadrà presto, ritrovare sepolti parecchi anni fra una pagina e l’altra.

Questo per dire che Margherita ha già avuto una bambina, e che ora, vivendo per la prima volta di una seconda vita più assai della propria diletta e preziosa, non è più tanto angustiata dalla paura che fosse proprio stato Raimondi chi aveva messo male fra lei e la signora Teresa, preparando quest’ultima ad aspettarsi quella tal nuora di cui si è detto.

La gravidanza, per molte donne di tempra sensibile, è la burrasca, è l’abisso delle malinconie, è il prisma incantato che fa vedere in nero anche la neve. Dopo, è come se giungessero in porto, ed anche Margherita si trovò come ravvivata da una nuova e dolcissima forza di amore e di oblio. Guardare la sua bambina, ed allattarla, e respirare del suo respiro, e parlarle in quella santa lingua d’amore che tutte le madri si ritrovano in bocca e che, nulla esprimendo, intende più assai di quanto con umane parole si potrebbe dire, ecco, per alcuni giorni, la vita, il pensiero, la occupazione di Margherita.

Così, tutta dedita alla sua creatura, non si occupò che assai meno di suo marito, e non si avvide di una certa sottile malinconia che gli covava tra carne e pelle, ed era tale che noi stessi, più informati di lei, non avremmo saputo attribuire a nulla di noto, e nemmeno alle confidenze epistolari così ben custodite dalla cara governante. Figurarsi adunque la di lei contentezza quando, passati pochi giorni, Raimondi si dichiarò improvvisamente disposto a rimettere per sempre il governo della famiglia nelle mani della signora Teresa. — Margherita credette subito che qualche santo del paradiso gli avesse toccato il cuore, e poco dopo, scoprendo il seno davanti alle labbra della sua bambina, e piegando il capo, e guardandola con quegli occhi di mamma di dove muove e discende tanta parte di Dio, le disse:

— Lo sapeva io che tutto si sarebbe cambiato quando tu nascevi, cara la mia piccina.

Per questo Margherita passò parecchio tempo nella gentile speranza di aver troppo presto condannato Raimondi, senza avvertire che egli la contentava allora per entrare sempre più nelle grazie del signor Anselmo, e senza avere ombra di dubbio che questa grande intelligenza fra il padre ed il marito non potesse nuocere, come ora vedremo, a suo fratello Gustavo.

Il quale, tornato a casa per le vacanze, mostrò subito che o non era più tanto spensierato come prima, o che almeno la sua spensieratezza gli dava tregua di quando in quando. Parlava poco, rideva di raro, e nemmeno faceva troppe feste alla gentile e nuovissima venuta. Non era naturale, e qualche cosa ci aveva ad esser sotto.

Un bel giorno Raimondi se lo prese da lato e gli disse a bruciapelo :

— Ma cognato mio, voi minacciate di fare come me, che per mia disgrazia non sono stato mai giovane. A che cosa pensate, che non siete più quello d’una volta?

— A che cosa penso? Ai debiti, per la grazia di Domeneddio !

— Troppo presto, giovinotto. Io, alla vostra età, aveva pochi quattrini, è vero, ma erano tutti miei, e non doveva un soldo a nessuno.

— Che sforzi! Voi li avete trovati da fare, io invece li ho trovati fatti. Se avete voglia di predicare, smettete subito per carità. Me ne sono accadute di tutti i colori.

— La conclusione?

— La conclusione è che da sei mesi a questa parte ho dovuto passare il tempo a fare un buco per turarne un altro. Da principio i miei banchieri non erano che degli amici meglio provveduti o più assestati di me. Ora invece ho un banchiere solo, ma è peggio. Ho pagato gli amici fino all’ultimo quattrino e poi... poi già si sa, le monete son tonde e scappan via. E a Milano, pur troppo, sono ancora più tonde che altrove. Se mio padre fosse diverso da quel che è, gli avrei, adagio adagio, raccontato ogni cosa, ma Dio santo è un benedetto uomo che su certi argomenti non vuol saperne di ragionare. Come non gli avessi detto già mille volte che io, figlio solido di padre solidissimo, come c’è chi mi chiama, non sapeva più in che modo tirare innanzi. Dunque deve aspettarsela.

— Non credo. E per questo sarebbe meglio che mandaste avanti qualcuno che glielo dicesse con la buona maniera.

— Chi volete mai che mandi? Margherita, per faccende di questa sorta, mi ha sostenuto assai più volte di quanti non abbia capelli sul capo, e il babbo naturalmente non le dà più retta. I miei amici sono tutti poco autorevoli come me, i suoi troppo antiquati come lui... Non saprei davvero dove dare di capo...

Qui Gustavo si interruppe da solo, e piantando una mano sulla spalla di Raimondi:

— Voi potreste, perdinci bacco! Dire che vi avevo qui sotto gli occhi e non me ne ero accorto. Mio padre, quando vi nomina, guarda in su come per ringraziare la Provvidenza. Dunque o voi o nessuno.

— Per carità non sono uomo da queste cose, io !...

Il nostro lettore è persona troppo più navigata di Gustavo per non aver capito benissimo che Raimondi non cercava altro. Si fece pregare e poi cedette.

— Devo cercarlo subito? concluse.

— Dio guardi. Finchè la cambiale non mi scade, non voglio che nessuno se ne dia per inteso. Venite piuttosto. An— diamo a fare due passi, e vi racconterò ogni cosa.

Povero Raimondi! Costretto ad inghiottire una storia che nessuno certo sapeva meglio di lui! Che nemmeno all’inferno si abbia a poter andare in carrozza?

IX.

Una palandrana.

Poichè c’è stata una brutta donna che ha voluto rimettere in campo il bello e placido avvocato Boresi, dobbiamo anche noi tenerlo d’occhio ed osservarlo bene, allorchè, uscendo dallo studio, si avviava un giorno verso la Posta.

Aimè! Il nostro giovine amico non è più quello di una volta; la barba assai lunga gli discende dal viso, ed egli cammina a gran passi abbottonato fino al collo dentro ad un pretenziosissimo abito nero. Basta vederlo per capire benissimo che egli ha già tratto un enorme catenaccio sui passati intendimenti del giovine ingegno, e che la vecchia ambizione di illuminare la sapienza giuridica dei confratelli ha ceduto il posto al desiderio di non essere adoperato meno degli altri.

Ma ciò che preme a questo mondo è di prefiggersi una meta, e prefissa, raggiungerla. Siamo giusti. A che cosa gli aveva servito l’ingegno? A che l’eleganza e le buone maniere? Quello a fargli scrivere degli opuscoli lodati da tutti e non comperati da nessuno, queste ad innamorare una donna che poi, per non perder tempo, si lasciava sposare da un terzo. Più magri risultamenti di questi non sapremmo davvero!

Invece, mutando apparenze, mutando aspirazioni, i clienti gli cominciarono a piovigginare, poi a piovere, finchè giunto in quel tal mattino alla Posta, ricevette questo biglietto di colore oscuro.

« Il mio confratello ed amico signore Stefano Raimondi ha avuto a che dire col suo vecchio avvocato, e mi ha pregato iersera d’indicargliene un altro, della cui perizia mi potessi far garante. Io mi sono preso la libertà di porgli in vista V. S., prima di tutto perchè mi vennero in mente i piccoli imbarazzi dai quali mi avete cavato con tanta sollecitudine; in secondo luogo perchè si tratta di un banchiere che lavora assai, e vi è molto da fare e molto da guadagnare.

« Ammesso, come non dubito, che accettiate la mia intromissione, vi prego di scrivermelo prima di sera. »

Boresi pensò dapprincipio di respingere la profferta del suo mecenate, ma poi, dopo di averci mulinato sopra nello studio, volle pur persuadersi che non sarebbe stata cosa prudente.

— La storia — disse — non si è mai occupata del mio primo, ed unico e non troppo irresistibile amore; val dunque meglio di non isvegliare, con uno strano rifiuto, il cane che dorme.

Ma non gli date retta. Chi vuol fare il suo comodo non ha punto bisogno di essere avvocato per escogitare degli argomenti anche più artificiosi di quello. Boresi non chiedeva di meglio che veder da vicino chi era, e quanto valeva l’uomo pel quale il signor Anselmo gli aveva bellamente chiusa la porta in viso, e per questo, non per altro, rispose subito ed accettò, ringraziando.

Raimondi comparve nel domani, ed entrambi si misero d’accordo sul modo di sostenere una intricata quistione, insorta fra un banchiere di Torino ed il nuovo cliente.

Questo nuovo cliente non sapeva certo a memoria, come Boresi, tutti gli articoli del Codice di commercio, ma egualmente era tale uomo da completare per così dire il suo avvocato, inspirandogli quella energia di cui aveva tanto bisogno. Così, spalleggiato bene, e tratto forse a riconoscere modestamente che il signore Anselmo non aveva avuto così gran torto, Boresi fece miracoli, nè certo si dolse di aver accettato, finchè Raimondi non lo fermò un giorno per istrada, e non gli disse:

— Vi avverto che la mia signora ed io abbiamo l’abitudine di rimanere in casa tutti i venerdì sera. Badate che vi aspettiamo.

— Grazie — rispose l’altro cambiando colore — ma da molto tempo non vado più da nessuno.

— Ehi, dico, povero voi se non vi lasciate vedere. Sarebbe bella. Il mio avvocato!

Boresi tentò in vario modo di esimersi, ma non gli venne fatto, cosicchè, due sere dopo, un servitore aprì le porte della sala di ricevimento in casa di Raimondi, ed annunziò ad alta voce :

— Il signor avvocato Cesare Boresi.

Margherita, per paura di dare appiglio a prepostere gelosie, non aveva mai fatto cenno a Raimondi del suo piccolo e giovanile romanzetto, e si era molto meravigliata udendogli dire pochi giorni prima:

— Ho cambiato legale. Il nuovo si chiama Boresi e mi è convenuto invitarlo. Ne sono molto contento, e gli debbo usare ogni possibile cortesia.

Raimondi pensò conveniente di lasciarla arrossire con tutti i suoi comodi, e fece mostra di badare ad altro. Margherita arrossì di fatto, ma tacque, e soltanto si logorò invano il cervello per vedere se c’era modo d’indurre il marito a romperla addirittura col nuovo avvocato.

Dove mai poteva dar di capo senza tradirsi? E però concluse fra sè e sè:

— Boresi è discreto, e da parte sua non mi accadrà male sicuramente. Il papà non ha mai voluto sapere che nome avesse e non lo potrà riconoscere. Dunque pazienza. Che cosa ci debbo fare? Io non ne ho colpa. Se lo avessi saputo innanzi che Stefano se ne dichiarasse così contento, sarebbe stata un’altra cosa, ma ora, la mia confessione, per quanto genuina, riescirebbe necessariamente più arrischiata che mai.

Così rinfrancata, mostrò di non temere in verun modo le conseguenze di quell’invito, e solamente si lasciò andare, durante il principio della serata, ad alcune leggiere e quasi impercettibili pestatine di piede. Quando poi, nella momentanea assenza del padrone, un amico di casa, pregato dallo stesso Boresi, si fece avanti e le presentò l’avvocato di suo marito, essa gli offrì la mano senza muover palpebra, e le persone presenti, se ci avessero badato, avrebbero potuto asserire che la padrona di casa non era certo la più imbarazzata dei due.

Ma questa cara padrona di casa (può chiedere un lettore) non si era avvista della barba incolta, e dell’abito maestoso e lungo? Come poteva ella accogliere senza maraviglia chi, tempo addietro, le appariva con aspetto così gentile e diverso?

La domanda è esplicita. Gli è che Boresi, appena ricevuto quel certo biglietto, e per paura di dover salutare Margherita quando l’avesse incontrata a lato di Raimondi, era corso immediatamente a farsi disegnare i mustacchi ed il pizzo, ed aveva messo da parte altrettanto immediatamente, la rispettabilissima palandrana.

Diamine! Quando siete stati costretti a piantare una donna, non è poi un gran gusto il dubitare che dica « meglio così ».

X.

Di una prima ballerina e di altre simiglianti calamità.

Finite le vacanze e partito Gustavo, Raimondi si presentò una mattina nella casa del signor Anselmo, e come uomo che non si fosse punto preparato a quel dialogo, gli disse, giù alla buona, così :

— Vengo in nome di persona che ha dei torti con voi, e desidero di trovarvi in un buon quarto d’ora. Debbo tornare?

— No, dite pur subito. Chi è costui?

— Gustavo.

— Che cosa ha fatto?

— Ha messo dei chiodi. E la colpa è vostra.

— Un’altra di fresco adesso. Mia?

— Vostra, sissignore. Se gli aveste dato un assegnamento giusto, lo avrebbe goduto col cuore leggiero e come cosa naturalissima. Invece, dandogliene pochi, lo avete spinto a procacciarsene troppi, ed a goderli poi coll’amaro in bocca. Bel gusto !

— Badate, Raimondi. Questi discorsi non sono da voi. Con quel che gli dava io, campano decorosamente molte famiglie, e doveva campare anche lui, giovine e solo. Ma mi sentirà.

— La prima si perdona. Non avete visto questo autunno come era serio, preoccupato, pentito?

— Si tratta di molto dunque?

— Abbastanza.

— Cioè?

— Ve lo dirò dopo. Prima vi voglio raccontare la dolente istoria. Così avrete tempo di mettervi in guardia, e di non dare in escandescenze, come il vostro solito.

— Mi pare che più quieto di così non potrei essere. Sentiamo.

— Dapprima, per andare in regola, ha cominciato ad imbattere continuamente in certe faccie proibite che lo hanno fatto giuocare a carambola più del bisogno e perdere, ben inteso, più della necessità...

— E poi? — interruppe il signor Anselmo che faceva ogni sforzo per parere tranquillo.

— Poi una sciagurata ballerina di rango francese, come dicono i cartelloni, ha pensato bene di venirsi a mettere porta a porta col suo uscio e...

— Ho capito. E poi?

— Finalmente... ma questa è la più grossa di tutte. Eppure Gustavo ci ha avuto minor colpa che nelle altre due. La devo dire?

— Perchè no? Ormai mi vado abituando.

— Finalmente un certo tale che gli studenti chiamano sanguisuga, e che passa per la lesina più ingorda di tutta Pavia, lo incontra per istrada, e gli tiene presso a poco questo ragionamento: « Credete pure, signor Birocci, che i tempi sono cattivi e che nessuno è in peggiore condizione di chi abbia danari! » — « Roba vecchia — risponde Gustavo — si sa bene che, a udire voi altri, i fortunati sono quelli che non ne hanno! » — « Eppure — ripiglia l’altro — che cosa direste se per valermi in qualche modo di certi quattrini che mi fanno la muffa in tasca da più di due mesi, ve li tirassi fuori, ve li sciorinassi davanti agli occhi, e ve li offrissi qui subito al dieci per cento, tempo nove mesi a pagare? Mi credereste? » — Gustavo credette, ma egualmeate non accettò. Allora l’altro gli diede una grande crollata sulla spalla, e disse: « Sentite Birocci, voi siete solido, vostro padre è più solido di voi, dunque pur di metterli in mano vostra, mi scanno, e ve li dò al nove » — Risponde Gustavo : « Non li voglio » — « Ve li dò all’otto » — « Nemmeno ! » — « Badate, Birocci, che se questi danari non vi facessero comodo, me lo avreste già detto. Pigliatemi in parola fin che siete a tempo. Un’ultima volta, li prendete al sette? »

— E li ha presi — interruppe di nuovo il signor Anselmo. — Ora almeno mi vorrete dire quanti erano, spero.

— Quattromila lire.

Il signor Anselmo se ne aspettava molti; ma tanti no davvero. Guardò Raimondi per vedere se aveva scherzato, e poi, per non dirle troppo grosse, si mise quieto quieto a passeggiare lungo la stanza.

— Sono molti, sono troppi, non c’è che dire, ma capirete anche voi che la tentazione era molto forte per un figlio di famiglia, e posto che sia l’ultimo scappuccio, l’avrete abbastanza a buon mercato. Col vostro sistema di educazione !

Se il signor Anselmo non si sfogava, arrischiava di ammalarsi. Lasciò andare tutto ad un tratto l’apparenza di calma che Raimondi, per incitarlo maggiormente, lo aveva impuntigliato ad assumere, e prendendo a pugni la tavola, e valendosi di una bestemmia riserbata per le grandi occasioni, proruppe :

— Corpo di tutti i diavoli! Per questa volta pago, pago fino all’ultimo millesimo, ma poi, com’è vero che c’è Dio, l’avrà da accomodare con me. Voglio tenerlo a stecchetto per dieci anni a venire, e adagio adagio me li ha da rendere tutti. Imparerà a finire in carambole, in ballerine ed in sanguisughe quell’onesto danaro che io non ho certo sudato per pagare i suoi debiti.

— Dite piuttosto che imparerà a farne degli altri.

— Ma lo metteranno al fresco, prima che io paghi.

— E il nome?

— Il mio nome me lo son fatto io, e non vi è barba d’uomo che me lo sporchi. Al suo ci pensi lui.

— Potrebbe pensarci tanto da metterlo subito fuor di pericolo.

— In che modo?

— Via lo sapete meglio di me.

— Non so niente. Fuori.

— O bella! Mangiandosi il frumento in erba, e facendosi prestare...

— A babbo morto? — domandò il pover’uomo, pronunziando la frase con giusta e visibile ripugnanza.

— Press’a poco.

— Come dire che si volgerà a dei manigoldi i quali poi non vedranno l’ora che io levi l’incomodo. Egli! Mio figlio!

Il buon uomo pronunziava queste parole a voce bassa, e guardando senza vedere gli oggetti che aveva intorno, mentre Raimondi cercava un rattoppo qual sia, mercè del quale potere poi asserire di non avere mai parlato per odio di Gustavo, o per segreto e calunnioso movente.

— Non capisco — disse. — Vi scaldate in quella maniera perchè, nel discorrere, vi siete imbattuto in una supposizione. Ma le supposizioni, al mio paese, sono fatte apposta per chè uno preveda tutto e non se la pigli di nulla. Mettiamo pure che Gustavo, tirato per il collo, dovesse ricorrere in seguito all’espediente ora da voi supposto, il suo non sarebbe alla fine che un contratto d’azzardo come un vitalizio e come tanti altri. Morire bisogna, alla lunga.

— Sì eh? Bene bene, se ne accorgeranno a tempo e luogo.

— Chi?

— Tutti. I creditori e Gustavo stesso. Quando verrà la mia ora, me ne anderò anch’io come tutti gli altri, ma più di quanto gli si compete per legge, oh per Dio santo che non gli lascio!

— Sono cose da dire queste? Non mi pareva vero di vedervi stare in riga momenti fa, ed ora... Che uomo!

— Uomo o donna, vi prego di lasciarmi fare, che a queste cose ci penso io!

XI.

Chi di dieci passi ne ha fatti nove, è alla metà del cammino.

Ci pensò tanto da alzarsi di letto per più mattine colla ferma intenzione da andare da un notaio, e di mandarvi ad effetto il suo proposito. Esciva di casa abbottonato fino al collo quasi per paura che la inflessibilità non gli scivolasse dallo sparato della camicia, ma poi, voltate cinque o sei cantonate, si persuadeva sempre che faceva freddo, che aveva bisogno di sedere in un caffè, ovvero di muoversi e di fare due passi. Un po’ che avesse durato in quella vita di agitazione, e addio buona cera, addio buon appetito, addio pancia badiale !

— Che signorona sarete un giorno, cara la mia piccina — gli scappò detto una volta davanti a Margherita, mentre pigliava pel mento la piccola nipote, e le parlava in quel modo strascicato che si usa coi bimbi finchè non capiscono ancora niente. — Vedrete quanti spiccioli del vostro nonnone vi verranno in tasca. Più assai di quelli che vi aspettate! Più assai di quelli che vi toccano.

Margherita, che non perdeva mai di vista nessuna persona che facesse feste alla sua bambina, udì parola per parola il discorso di suo padre, e stette lì un momento fra l’attonita e la indecisa, come persona che non intendesse nulla. Chiese però qualche spiegazione al signor Anselmo, il quale, stufo di attenere la mezza promessa che Raimondi gli aveva carpita in seguito: cioè di non affliggere la figliuola col racconto delle baronate di Gustavo, allentò fuori per lungo e per largo il suo terribile segreto, dai trascorsi del giovine fino alle proprie incrollabili determinazioni. Un nome solo non gli uscì mai di bocca, e fu naturalmente quello di Raimondi, al quale, volere o non volere, aveva un po’ mancato di parola.

Margherita non s’intendeva gran fatto di nessuna fra le molte cose di cui il padre le tenne discorso, ma pure, ispirata dal cuore gentile, avvertì subito in qual modo le parole dovevano esprimere i sentimenti che le si destavano nell’animo. E disse:

— Ascolta, papà. Io, per vedere felice la mia creatura, non so proprio che cosa non darei. Ma perchè la felicità non è merce da forziere, nè molto meno cosa tale che si possa raggiungere col danno degli altri, così ti dico schietto che farai molto male a non usare giustizia. Ma Gustavo, dici tu, è uno scialacquatore, Gustavo è su di una cattiva strada, e tanti ne avrà, tanti ne spenderà alla peggio, cosicchè, sieno venti o sieno dieci, un giorno o l’altro finirà sulla paglia egualmente. Or bene, voi uomini d’affari, voi gente avvezza alla previsione di ogni cosa possibile ed impossibile, ma non potreste, che Dio vi benedica, trovar fuori qualche mezzo termine che salvasse Gustavo da una eventuale miseria, e te da una spaccata ingiustizia?

— Che cosa vuoi mai trovare, figlia mia!

— Cerca. Non ti pare che valga molto meglio spendere un po’ di tempo in questo modo, piuttosto che sciuparlo in supposizioni così odiose come infondate? Smetti, via, e che il cielo ti prosperi e campi quanto sono sicura che ti vogliamo bene Gustavo ed io.

Il signor Anselmo si era intanto sbottonato l’abito, e non si capiva se la espressione del suo viso rendesse maggiore approvazione al disinteresse di Margherita, o a maggiore smania di trovar fuori una idea.

Finalmente l’idea fece capolino, ed il buon uomo, baciata la figliuola con un tal bacio che parve una pistolettata, uscì di corsa e gesticolando cove un mulino a vento. Giunto sul limitare, s’imbattè in Raimondi che usciva dallo studio, e presolo pel braccio lo tirò fuori con sè.

— Figuratevi — gli disse, dimenticando, nella sua contentezza, il mal tenuto impegno di tacere con Margherita — figuratevi che io maturava in capo una litania di bricconate a danno del mio ragazzo, e vostra moglie, scongiurandomi di trovare un accomodamento... un ripiego... qualche cosa di più giusto di ciò che aveva mulinato io, mi ha fatto subito venire a mente di non lasciargli consumare che quella roba che gli va per forza.

— E il resto?

— Il resto a pro dei suoi figli, se ne vorrà avere, coll’usufrutto a lui. Dite, dite pure liberamente. Si poteva, tra voi e me, trovare di meglio? Che cos’è poi finalmente Gustavo? È un bastardo forse? So anch’io che non poteva dormire la notte, e mi andava dimenando in compagnia del rimorso. Oh ma adesso è finita, per la grazia di Domeneddio !

Questa era proprio la volta che Raimondi rischiava di farsi scorgere se, fortunatamente, non fosse stato già verde per conto suo. Si tolse, col primo pretesto, dal braccio del signor Anselmo, e quando giunse alla porta, non aveva più una goccia di sangue che non fosse brutta di bile. Stette indeciso un momento se doveva montare le scale, o rintanarsi ancora nello studio, e fu questo partito quel che la vinse, ma non abbastanza presto che non gli rimanesse tempo di levare gli occhi verso le stanze di Margherita per augurarle, sinceramente, ogni ben di Dio.

Gli uomini sogliono essere funestati dai sospetti che meritano, e coloro i quali giungono fino a procurare, per giovarsene, il danno degli altri, non possono naturalmente credere nel gratuito amore del prossimo. Nessuno adunque sarebbe mai riuscito a persuadere Raimondi che Margherita aveva parlato per sentimento di giustizia, e per amore del suo fratello.

— No — avrebbe risposto essa non è punto preoccupata dell’avvenire della figliuola, perchè mi sa... o mi reputa molto ricco. Pure, vedendomi lavorare come lavoro, non le è certo mancata occasione di persuadersi che per quanti ne abbia, più non desideri di averne. Ma perchè so già molto bene quel che mi debbo aspettare da lei, così posso mettere dieci contro uno ch’ella non ha tanto ceduto alle sue solite smanie di amore universale, quanto ha procurato d’impedire la mia soverchia partecipazione alla fortuna di casa sua. Cara casa! Ed io fortunatissimo quando vi ho messo il piede!

Che cosa importa se questa idea era una specie di nuovo tormento che si infliggeva da solo? Si era tanto industriato a tenere sempre in conto di smanie gli affetti e l’abnegazione degli altri che gli stava bene.

Dire che invece quel siffatto avviso era uscito così naturale e spontaneo dalla bocca di Margherita che ella, esprimendolo, non aveva nemmeno pensato a Raimondi. E non gli raccontava poi nulla, perchè le pareva, ed a ragione, di non fare grande onore a suo padre.

Ma a proposito del signor Anselmo, non è questo il momento di perderlo di vista. Lasciato da Raimondi, arrivava in un lampo dal suo notaio, e lo pressava talmente da fargli vidimare in un attimo il più sbrigativo testamento che si fosse mai visto.

Non era furia sciupata, perocchè, dopo meno di due mesi, il pover’uomo, contentissimo di avere ricuperato la pace di quei lunghi sonni che gli accrescevano l’adipe e gli ingrossavano il sangue continuamente, si addormentava quasi senza avvedersene, nel più tranquillo di tutti.

Povera Margherita! Il signor Anselmo non le aveva punto giovato col suo grande amore, è vero, ma un padre è sempre un padre e non ce n’è che uno.

PARTE SECONDA

1.

Danari e sanità metà della metà.

Margherita a Gustavo.

Parigi.

Milano, aprile 18...

« Se tu non mi avessi annunziato che i tuoi anni di scuola politecnica stanno per finire, questa mia sarebbe stata eguale a quelle che l’hanno preceduta, e ti avrei detto, come il solito, che stiamo benissimo, e che il Signore mi ha fatto una grande carità concedendomi una bambina così buona e così sana come è la mia. Ma ora che spero di averti presto vicino, debbo necessariamente riandare sopra quanto mi è accaduto dacchè sei partito, perchè tu non abbia a dire che sono diventata brutta e malinconica senza mai scriverti nè come nè perchè.

« Io ti ho già raccontato come cosa di poca importanza che ci siamo ristretti di casa, e che mia suocera dovette però ritornare al suo villaggio natio. Ciò che non puoi sapere, ed io certo non vorrei essere obbligata a ricordare, è che mio marito aveva prima tentato di preparare in così fatto modo il terreno che lo sgombero di sua madre paresse invece opera mia.

« Ma poichè ho determinato di rifarti la storia di questo frattempo, ti dirò, per andare in regola, che Stefano si vide ridotto a mal partito, e che non mi potè più nascondere certi brutti affari iniziati con alcuni banchieri di Torino per la costruzione e l’avviamento di uno sciagurato tronco di strada ferrata. Mi pareva ben impossibile che lo sfarzo da lui ostentato non dovesse avere qualche ragione più segreta e più forte che il mondano desiderio di farsi perdonare i rustici natali, ed egli, un bel giorno, mi raccontò di fatto ogni cosa, aggiungendo che suocera e nuora le quali vadano d’accordo non si sono mai viste, e che le due mosche bianche si dovevano appunto combinare in casa sua, niente per altro che per nuocere a lui. E poi (alla maniera di coloro, i quali, col pretesto della franchezza ve ne dicono sempre di quelle che arrivano all’anima) ripetè più volte che io voglio parere un angelo del Signore, e che pure non muovo nè un dito nè un passo che non lo faccia con lo scopo di comparir bene a sue spese, e di vederlo struggere e invelenire.

« Trascorso l’anno del nostro lutto, mio marito tornò ad invitare, come per l’addietro, molta gente in casa nostra, sperando così di chiudere la bocca agli amici troppo zelanti, i quali principiavano a fiutare il nostro rovescio. Poi, non contento di questa mascherata, mi costrinse quasi, colla bella voglia che ne aveva, ad accettare parecchi inviti di ballo in casa d’altri, dove ho fatto la più allegra comparsa che mai si possa dire.

« Ma basti di me ed andiamo avanti. Quel siffatto colpo di scena che balzò un capitale trecento miglia più in giù, diede, mesi sono, un tale avviamento a quel povero tronco di ferrovia, che i primi imprenditori poterono liberarsene con vero vantaggio. Io lo seppi dallo stesso avvocato di mio marito, cioè dal più assiduo frequentatore della nostra casa durante i guai, ma avrei dovuto accorgermene da me sola, perchè Stefano diventò da un momento all’altro avarissimo anche davanti alla gente, e perchè, grazie al cielo, non parlò più nè di ritrovi in casa nostra, nè di feste di ballo in casa altrui. Soltanto, pur troppo, volle anche appigionare la miglior parte della nostra casa, e non ci fu più luogo per la povera signora Teresa.

« Se tu poi mi chiedessi perchè mio marito si lasciò andare a così poca deferenza verso la madre, ti risponderei che egli, secondo me, l’ha sempre riguardata come il vivo simulacro della comune origine, ed ha forse temuto che gli astanti, vedendola di frequente, ricordassero troppo spesso che egli usciva dal nulla, e che ci potea ritornare. Se poi aggiungi che suo padre morì piuttosto alle strette, capirai benissimo come il figliuolo, travagliato dai lontani creditori, volesse bilanciare il dare e l’avere anche colla madre vicina, e desiderasse però di metterla a vivere da sè sola, collo scarso reddito lasciatole dal marito. Poi tornato in alto, e non importandogli più niente dei creditori nè della origine propria, avrebbe forse conservato la casa tal quale, e tenuto la madre con sè, ma la buona vecchia si era permessa più di una volta di prendere le mie difese, ed è questo un peccato che mio marito difficilmente perdona. Non te ne dimenticare, quando ritorni, se ti preme di rimanergli in grazia. Mi basta che tu mi voglia bene; pel rimanente è cosa fatta, e non c’è più rimedio.

La tua MARGHERITA. »

 

Ma la via lunga ne sospinge, e gli avvenimenti soprastanti condurranno anche noi a ritornare sugli anni trascorsi. Per ora basta dire che Raimondi aveva cavato grande profitto dell’abile e veggente maestria dell’avvocato Boresi, e che questi, lietissimo di giovare ad un uomo nella cui famiglia si rimproverava di essere entrato, aveva impreso a studiare con tanto amore le infelici condizioni del suo cliente, da toglierlo, più volte, di molti mali passi.

Questa dimestichezza, principiata in alto mare, durò non molto diminuita anche poi, perchè Raimondi doveva farsi credere molto grato all’infaticabile cooperatore suo, e perchè lo stesso avvocato si reputava persona tanto di casa da ritornarci talvolta spontaneamente.

Margherita e Boresi, vedendosi così anche dopo scongiurata la burrasca, si volsero mai al passato per annodarvi insieme le vicendevoli rimembranze?

No assolutamente. Margherita era troppo madre e troppo infelice per aver cuore e mente ad altro che al suo dolore ed alla sua bambina E Boresi aveva letto troppe angoscie su quella mesta figura di giovane donna perchè la pietà di lei non gli parlasse in cuore un alto ed unico linguaggio. Questo non vuol dire che Margherita non fosse veramente grata ad un giovine il quale si era fatto a pezzi per salvare la fortuna della sua figliuola, e che questo giovine, in cuor suo, non lamentasse più volte le debolezze del signor Anselmo. Ma altro è dir seco stesso: « Peccato che questa buona persona non sia toccata per moglie a me! », altro è rifare una strada che in condizioni tanto più agevoli e diverse non aveva egualmente condotto a nulla di buono. È sempre difficile riprendere il filo d’un vecchio amore, ma diventa difficilissimo allorchè, fatto colpevole, dovrebbe anche mutarsi di lieto in mesto. È lo stesso che voler intonare L’ultimo pensiero di Weber sulle corde tuttora frementi del canto di Almaviva.

A queste difficoltà di ordine esteriore, se ne aggiungevano altre, uscenti di vena più delicata e riposta. Il giovine aveva pensato seco stesso: — Raimondi non è forse l’uomo che mi sarei scelto ad amico, ma tale mi si dimostra, e tale credo che sia. E se Margherita è infelice, ho io diritto di supporre che la colpa sia tutta del marito? Sarà dignità, sarà pudore da parte sua, ma pure quante volte mi ha ella detto una sola parola che suonasse a rimprovero di Raimondi? Gli è che forse, come parecchie altre donne, ella avrebbe potuto riescire buona moglie per molti, ma non per quell’uno cui è toccata, e la colpa, più che sui coniugi, cascherebbe di peso sulle spalle del signor Anselmo... e sulle mie. Già! Anche sulle mie! È sicuro, è evidente che un po’ di colpa ce l’ho avuta anch’io. Posso dire in coscienza di aver tentato ogni onesto partito per ottenerla? Lo posso dire? Questo rimpianto, benchè desunto di troppo sottile argomentazione, aveva anch’esso un certo valore quando si rifletta che gli uomini come Boresi si riscaldano spesso all’improvviso quando meno se l’aspettano. E quella piccola favilla, tuttora accesa in mezzo alle ceneri, avrebbe sempre durato indarno? Malgrado le mutate condizioni di luogo e di tempo? Ed anche se Boresi fosse stato forzato a conoscere un po’ meglio quel tale Raimondi che ora, non più bisognoso di aiuto, cercava di mettere possibilmente due morti in una cassa?

II.

Questa non corre liscia.

Gustavo, appena arrivato a Torino scrisse alla sorella che parecchie brighe non prima previste lo trattenevano dal proseguir così subito alla volta di Milano. Non si trattava che di alcuni impicci posti innanzi dai maggiorenti dell’Esercito prima di iscriverlo nella Accademia militare. Da ciò possiamo arguire che egli, pur di essere occupato, aveva scelto le armi, e vedremo poi, alla sfuggita, come mai questo po’ di senno gli fosse entrato nel capo.

Margherita si dolse molto del ritardo, e stava appunta scrivendo una nuova lettera a Gustavo allorchè fu incolta da un nuovo venuto.

Sanguisuga (era lui) entrò colla testa bassa e cogli occhi inquietissimi, come è costume di tutti coloro che sono avvezzi ad aver sempre davanti le male parate.

— Signora Raimondi — disse — io sono un buon galantuomo di Pavia, mi chiamo Giovanni Donelli, ed ho esposto, come Ella sa, le mie convenienze pel suo signor marito e consorte. Sono già le diecisette volte ch’egli mi fa fare il viaggio di Milano, e sono stucco e ristucco di trovarlo sempre occupato, o poco disposto a darmi quello che mi viene. Per la qual cosa ho stabilito di fare uno scandalo, ovvero, e mi accomoderebbe assai più, di essere pagato fino all’ultimo quattrino.

Margherita non ci capì il gran niente, e guardò più volte il suo interlocutore nel viso.

— Via — riprese questi — non mi faccia la trasognata che è tempo perso. Il signor Raimondi mi ha detto più volte che Ella era di perfetto accordo con lui. E faceva benissimo. Uno sbarazzino come quello!

— Quello chi?

— Oh insomma, sa che cosa le devo dire? Che fino a quando mi riteneva sicuro di essere pagato, mi costava poco di contentare il marito e far le mostre di non sapere che ci entrava anche la moglie, ma ora... ora signora mia, non è più tempo di far mascherate con nessuno. Se la trappola è rimasta vuota non è stata colpa mia. E non mi muovo di qua finchè non mi si tiene di parola.

Margherita, offesa di tanta petulanza, rispose che o si spiegasse più chiaro, o aspettasse ad intendersi con Raimondi.

— Sia pure. La voglio contentare. Ma si ponga bene in mente che se i suoi fatti non mi pagano delle mie parole, faccio un tal rumore da andar difilato sulle gazzette. Già per me non è la prima volta.

Poi cambiata l’intonazione dalla voce, prese a dire così :

— Deve dunque sapere che quattro o cinque anni fa, salvo errore, il suo signor marito è venuto da me, e mi ha pregato di fare spendere molti danari al di lei fratello signor Gustavo, affinchè la buon’anima del loro padre si decidesse, o a lasciargli il meno che avesse potuto, o ad aumentare in caso di bisogno la dote di Vostra Signoria.

— Mio marito?

— Lasci le maraviglie perchè io già non credo nulla egualmente. Dunque, come stava per dirle, io che sono un galantuomo, io che, badi bene, non ho saputo che molto tempo dopo la ragione di tutte queste manovre, mi sono deciso a far lavorare certe mie creature che... basta, Dio mi perdonerà, non foss’altro perchè il signor Raimondi, come il suo solito, mi ha ricompensato malissimo. Dico adunque, per proseguire, che a Pavia, colla più buona intenzione del mondo, non si era riusciti a gran cosa. Per questo mi sono lasciato indurre ad offrire al giovinotto danari sufficenti per scialarla anche a Milano, e perchè li accettasse glieli ho dati e conceduti al sette per cento, colla previa e segreta promessa del signor Raimondi di darmi il venti, dico il venti anche se lo scopo non fosse stato raggiunto. E questo scopo? A dirla, un pochino me lo immaginava, ma non lo ho saputo in via ufficiale che poi, e fu meglio per suo marito, chè altrimenti la mia coscienza non mi avrebbe permesso di arrischiar tanto per così poco. Il signor Raimondi intendeva cioè di prendere a suo tempo le difese dello scavezzacollo, per mettere in vista del padre, che se non dava più danari al figliuolo, questi si sarebbe lasciato andare alla più grossa corbelleria che possa commettere un figlio di famiglia, e allora il signor Anselmo, già inasprito per le quattromila lire...

— Andate via! — esclamò la povera donna.

Il signor Giovanni, come molti dei pari suoi, aveva l’abitudine di guardar poco la gente in viso quando parlava, e tanto meno guardò Margherita durante il suo racconto, perchè era persuaso di non secondare che ad un di lei capriccio. Che maraviglia non fu adunque la sua, quando vide che Margherita si era fatta bianca come una morta, e che le tremavano le labbra come se avesse avuto la febbre.

— Andarmene? Sono i ladri che si mandano via quando si fa a tempo, non i creditori pari miei. Che cosa domando io? Domando i miei nove mesi d’interesse che non ha ancora ricevuto.

— Badate che chiamo qualcuno.

Vi era tanto accento d’ira in queste poche parole che a che il ribaldo ne fu compreso. Si contentò di aggiungere a modo di soliloquio, ma parlando più forte che mai :

— Fin che si tratta di andarmene da questo salotto, ci sto, ma se le gambe mi reggono, non mi muovo dell’anticamera fin che non so il fatto mio. Mettere in ballo la gente per poi pagarla in questa bella maniera! Che tempi! Che buona fede! Come io non sapessi che in questa casa, da poco in qua, sono tornati di moda i buoni affari d’una volta !

E se ne andava borbottando allorchè si trovò faccia a faccia col suo debitore. Costui, dalle poche parole udite, indovinò subito ogni cosa, e fissata Margherita con una certa occhiata obliqua tutta sua particolare, aggiunse :

— Ben venuto, signor Giovanni. Scendete meco nello studio che il mio cassiere vi farà buona accoglienza. E ricordatevi, che oltre ai diciassette viaggi, voglio anche pagarvi l’interesse dell’interesse. Così sarete meritamente compensato delle scale che avete salito e degli altarini che avete scoperto.

E s’avviò. L’altro che era un po’ rimasto come don Bartolo, gli tenne dietro colla dimessa andatura di una pudica verginella che rappresenti, sulle scene, il trionfo della perseguitata innocenza.

Per quale ragione Raimondi, parlando con quel buon mobile negli anni addietro, avesse creduto bene di metterlo a parte di tanti vecchi ed oziosi dettagli, è cosa che si vedrà a suo tempo, che è come dire fra breve.

III.

Due morti in una cassa.

Dopo che i grandi maestri dello stile gli hanno smascherati, è molto facile guardarsi da quelli fra gli ipocriti che parlano ancora cogli occhi bassi, il collo torto e l’accento melato e contrito. Ma tienti in guardia, se ti riesce, contro chi si fa bello della sua medesima tristizia, ed assumendo per compiacersene l’ingenua responsabilità della frode, ti viene a dire a un dipresso :

— Vedi? Ti ho insidiato con tanta sollecitudine, eppure non mi riuscì. Che peccato!

Discesi quei due, Margherita che avea bisogno di piangere come un affamato ha bisogno di pane, strinse le mani sugli occhi, ma non valse egualmente a bagnarli di una lagrima sola. Il pianto è così fatto che più sarebbe necessario e più si rifiuta di comparire, e la povera Margherita non riuscì ad altro che ad evocare una folla di idee rotte ed incoerenti che le martellarono il capo senza requie nè posa.

Trascorsi così pochi minuti, Raimondi le si affacciò di nuovo, e con flemma provocatrice, le disse:

— Era venuto per avvisarvi che questa sera vado a Bergamo per poi, domani all’alba, fare una scappata dalla mamma. Vi occorre qualche cosa?

Pensi il lettore se Margherita poteva pronunziare una parola.

— Moda nuova questa di non rispondere. Non è però a meravigliarne. Avete parlato tanto quando non dovevate!

Era la freccia del parto. Margherita si volse col tremito dell’ira che le invadeva tutte le membra, ma Raimondi era già fuor della porta. Fu per rincorrerlo nella stanza attigua dove si udiva ancora il rumore dei suoi passi, ma poi si fermò come impaurita, più volte :

— Che uomo mi è mai toccato, santissima Vergine!

Ciò premesso, potremo chiedere che cosa meditava Margherita allorchè, baciando e ribaciando la sua bambina, mostrava assai chiaramente di avere già accolto un estremo partito. Forse quel po’ di pianto da lei invocato dapprima, avrebbe reso un po’ di calma ai suoi nervi tormentati e ribelli, e tutto avrebbe finito in ben’altra maniera. Ma passa un’ora, ne passano due, ed anche la notte non riescì che ad afforzarle in cuore quella medesima idea balenatale per disgrazia nel primo momento.

Per tener dietro con esattezza al corso rapido e procelloso dei fatti soprastanti, ne conviene lasciare Margherita e seguire le peste di Raimondi.

Costui persuaso che le cose non potessero andar liscie dopo l’ultima burrasca, fece le mostre di escire di casa, ma in luogo di allontanarsene troppo, raggiunse, per torte vie, un piccolo caffè che aveva dirimpetto, e vi si pose di guardia.

Tempo perduto. La sua casa, fra il movimento circostante, sembrava un punto fermo, una piccola Tebaide. La porta non si aperse davanti ad anima viva, e non ne uscirono nè Margherita, nè messo o famigliare veruno.

Noiato di stare alle vedette inutilmente, si rassegnava già a riempire in qualche modo il poco tempo che lo divideva dalla sua partenza per Bergamo, quando, a lume di crepuscolo, vide la sua fantesca avviarsi ritta verso una edicola incantucciata in un quadrivio di fianco alla sua stessa casa, comperarvi uno stampato, e poi frettolosa, rifare i suoi passi.

— All’erta — pensò Raimondi. — Là sotto ci può essere contrabbando. Vediamo.

E uscito per la medesima porticina nascosta di dove era entrato, allungò un pochino la via, e sbucando dalla parte opposta davanti al venditore ingabbiato in mezzo alle gazzette, gli chiese :

— Di grazia...

— Comandi, signor Raimondi.

— Che cosa ha comperato la mia fantesca?

— Un orario di ferrovie. Credeva che fosse per lei.

— Era per me appunto, ma temeva che avesse chiesto male. È tanto incantata quella ragazza.

— No, ha chiesto benissimo.

A questa scoperta, e per paura che taluno non si affacciasse alle finestre di casa sua, Raimondi infilò la via laterale e a capo chino ruminò tra sè:

— Un orario? Mandi a prendere un orario?! Vuoi dunque andartene! Oh fosse vero, come io alla mia volta saprei cavarne partito!

Stette soprappensiero un momento e poi aggiunse :

— Gustavo è a Torino da diversi giorni, dunque se ti muovi non puoi andar che da lui. Altrettanto sapessi che corsa vuoi prendere come so dove caschi, se vai.

Qui un muro gli sbarrò la via. Si guardò attorno per vedere dove era capitato e poi, continuando :

— L’ultimo treno di questa sera no, perchè avrai paura di trovarti meco alla stazione, il secondo di domani nemmeno, perchè ho già detto che faceva conto di desinare a casa, dunque, sempre ammesso che tu non ti penta questa notte, non puoi andare che domattina. Basta, ad arrischiare, in fin dei conti, ci rimetto poco.

Così mulinando, corse subito dall’avvocato Boresi, e lo scongiurò di muovere l’indomani colla prima corsa alla volta di Torino, lasciandogli carta bianca per la definizione di alcune importanti pendenze. Poi, in luogo di muovere per Bergamo, partì subito per Torino anche lui.

Arrivato all’alba, fece tosto chiamare il cognato, e gridatolo bene perchè si faceva tanto sospirare a Milano, gli disse:

— Riparto oggi stesso alle undici. Mi fate compagnia?

Gustavo, dopo la lettera di Margherita, non poteva più certo avere Raimondi nel suo buon libro. Ma pure, venutigli meno i pretesti ad esimersi, finì coll’aderire.

Di fatto, mentre aspettavano alla stazione giunse il treno opposto partito il mattino da Milano, e un lampo di gioia beffarda illuminò il viso di Raimondi, quando vide discenderne Margherita colla bambina e coll’avvocato Boresi.

Simulata grandissima maraviglia, si fece avanti, e domandò ragione alla moglie di quell’arrivo con un certo piglio sgarbato ed apparentemente collerico. Margherita non ebbe udita quella voce che afferrò la bambina per mano, e riparando nelle braccia del fratello:

— Fa’ che non mi venga vicino — gli disse.

— Non debbo venir vicino? Si fugge dunque da me... ed in buona compagnia! Bravo signor avvocato!

— Io? — sclamò Boresi. — E chi mi ha ingiunto di partire se non voi stesso?

— Bella ragione! Vi ho forse ingiunto di prendere anche mia moglie con voi? Mia moglie che si spaventa in quel modo trovandomi qui all’impensata, e che fu vostra amante anche prima di essere moglie mia?

Queste imprevedute parole ammutirono Boresi. Raimondi se ne giovò e concluse :

— Buon per me che ieri, diffidando dell’avvocato, ho deciso di precedervi qui. Ora poi ho conosciuto anche l’amico... e mi basta.

Ciò detto infilò a gran passi la porta della sala d’aspetto, e salì, salterellando, i gradini del suo compartimento. Una piuma non sarebbe stata più leggiera di lui.

Intanto Gustavo dava mano alla sorella a metter piede in una carrozza, e l’avvocato, riavutosi immediatamente, staccava una paginetta dal suo libro di memorie e vi scriveva sopra due righe. Appena ebbe finito, colse il momento in cui l’altro si tolse dallo sportello per indicare un albergo al cocchiere, e messogli in mano il foglietto, gli disse in un orecchio:

— Leggete presto, e da solo.

Gustavo non rispose nulla, ma perchè aveva udito le parole di Raimondi e gli stava a cuore di appurare la verità, nascose subito il biglietto in tasca.

Riportiamo addirittura, e prima del bisogno, ciò che l’avvocato aveva scritto così a precipizio e colla matita. Non erano che pochissime parole :

« Vediamoci fra un’ora, e fate che vostra sorella non ne sappia niente. Si tratta del suo avvenire e di voi stesso. Vi aspetto in piazza Carignano. »

Queste tre righe sono una specie di magra primizia che offriamo al nostro lettore, perchè ci permetta di ritornare un po’ indietro e perchè non salti il paragrafo che segue.

IV.

Carte in tavola.

Allorchè Raimondi aveva pensato di prender moglie, una miccia altrettanto nascosta quanto inestinguibile ed assidua covava sotto alle ceneri... della sua cassa. La voce pubblica lo dichiarava un banchiere ben piantato; ma colla borsa e coi traffici dei nostri giorni che valore ha mai la voce pubblica? Quanti non ce ne sono che riescono a conservare la estimazione e l’apparenza di un floridissimo giro d’affari, e che pure discendono e diminuiscono sempre! Così Raimondi. Prova ne sia che quando per puntellarsi cercò una dote, trovò subito un buon galantuomo infatuato di lui, il quale, detto fatto, e gli diede la dote, e gli aggiunse l’unica figliuola sua, senza ipotecare quella, senza avvedersi che questa era una tal ragazza che certamente non andava data così per un di più come la diede.

Ciò premesso è facile arguire che se Raimondi non aveva in principio nè tempo nè comodo per amare sua moglie, altrettanto gli mancavano le ragioni di odiarla, nè certo sarebbe venuto a tale per poco che ella avesse mostrato di tenere dalla sua. Ma bagattelle! Quando seppe ciò che Margherita aveva scritto dei suoi rapporti colla signora Teresa, quando fu fatto certo di avere perduto il suo tempo agitando davanti alla suocera lo spauracchio di una nuora mondana e leggiera, allora il pover’uomo si mise subito in capo che quella giovinetta non gli fosse entrata in casa per altro che per attraversare tutti i suoi disegni, e per farsene bella davanti agli altri. Venuto in questo dubbio, rintracciò e scoperse, mercè gli indizi avuti dalla istitutrice, quel tale avvocato che aveva scritto la memoria sui nuovi Codici, e saputolo anche abilissimo, ne fece subito l’avvocato proprio. Diamine! Un uomo che poteva dargli mano a tener ritto un edifizio pericolante, e che poi, presunto complice di rinnovate pastorellerie, gli avrebbe fors’anco data occasione di tener a dovere una moglie incresciosa e ribelle, non era certo uomo da lasciar da parte.

Ma intanto la sua fortuna gli sguisciava di mano come un’anguilla appena pescata, ed egli non poteva più contentarsi di fantasticare sopra l’avvenire; gli bisognava piuttosto provvedere al presente. Di fatto, quando Gina fu ben comparsa nell’universo mondo, e Margherita visse parecchio tempo senza avvertire che suo marito si rodeva tacitamente da solo, le cose erano giunte così innanzi, che un altro avrebbe chiuso bottega, ed offerto volontariamente i suoi mastri allo stigma del suggello fiscale. Raimondi invece non solo non si diede per vinto, ma un po’ lavorando e sudando le dodici, le quindici ore il giorno, un po’ mettendo in vista il suo posticcio contegno di buono e grazioso consorte, riuscì invece a valersi di Boresi come dell’impareggiabile fra gli avvocati ausiliari, e ad acquistare più sempre nella grazia del signor Anselmo.

Così, poco per volta, il presentimento del buon esito ritrovò nella sua bocca una forma abbastanza vibrata in queste poche parole :

— Una delle due. O io riesco a salvarmi da me, e i quattrini che il vecchio lascierà a mia moglie saranno presto o tardi altrettanti di guadagnati, o non mi salvo, e sono certo che me li offre subito egli stesso. Una volta che non li voglia a nessun patto lasciare a Gustavo, potrà bene valersene per salvare una figliuola dalla miseria. È tanto chiara!

Quante sono le cose chiare che poi, mutato aspetto, diventano invece più torbide che mai! Raimondi, rimasto in asso, non si perdette d’animo egualmente; se non che, alla viva brama di toccare il porto, aggiunse il desiderio, altrettanto vivo, di sbrigarsi della moglie, e intanto di fargliela pagare. Margherita nella sua lettera, ha già accennato agli studiati rimproveri di cui era fatta segno di continuo, ma le botte più grosse erano naturalmente riserbate a miglior agio ed a tempi migliori.

Giunti i quali, Raimondi principiò a domandare a sè medesimo se proprio non avrebbe cavato mai nessun partito dall’episodio cavalleresco risaputo da così gran tempo, o se piuttosto fingendo di venirne a cognizione da un momento all’altro, non avrebbe potuto giovarsene per accomiatare la dama... e il cavaliere con lei.

— Ora che è passato lo punto — diceva — quanto pagherei a potermi levare d’intorno lo gabbato santo!

Vedete? Pur di sbrigarsi di un amico milanese giungevafino a canonizzarlo in lingua napoletana!

Così soprassedendo, continuò a rifiutare al suo complice di Pavia quel brutto danaro che gli aveva per impotenza negato prima, e scusò bonariamente l’indugio raccontandogli, a modo suo, della trama fallita e del solennissimo fiasco.

— Già è inutile — pensava — costui può fare, costui può dire, ma finchè non mi fa una scena a mia moglie, io non lo pago.

Abbiamo udito la scena, ed abbiamo visto le conseguenze.

Raimondi, appena arrivato a Milano, tirò da parte due o tre dei suoi conoscenti, e picchiandosi il petto, ed imprecando alla umana tristizia, versò in gran segreto nel loro seno la brutta improvvisata che la moglie e l’amico gli avevano giocata repentinamente. Così non passarono due ore che non si parlò d’altro in diversi crocchi della città, ed alcuni mariti si congratularono seco stessi dell’indole capricciosa, o gelosa, o permalosa delle loro mogli, vedendo quali erano le prodezze delle gatte morte.

Il mondo va così! E così, pur troppo, bisogna anche lasciarlo andare.

V.

«È tanto tempo che sono buona ».

Mortogli il padre, Gustavo seppe subito del testamento... e tacque. Ma poi, in più sereni e lontani ritorni, la meraviglia prese il posto della sommissione, ed egli principiò a domandare a sè medesimo se suo padre aveva fatto bene a legargli in quel modo la più gran parte della roba lasciatagli. Il sì ed il no gli tenzonarono per un po’ di tempo nel capo, finchè si mise quieto, pensando che era cosa fatta e non ci aveva rimedio. Due buone ragioni queste, prova ne sia che bastava una.

Così rassegnato, si trovò l’anno vegnente a Parigi, solo in mezzo alla folla. Superate quelle difficoltà che non la perdonano mai alla gente che studia allorchè si voglia ficcare in mezzo alla gente che si diverte, Gustavo obbedì un po’ ai consigli del suo amministratore milanese, un po’ sciolse le briglie alle sue naturali inclinazioni.

Eccolo dunque metà sciupone, metà studente.

Per quanto le prime ore della giornata non gli rubassero un mezzo quattrino, pure la consolazione di farsi vedere a cavallo con un elegante in voga, gli costava molto salata da mezzogiorno in poi. È vero bensì che egli riscuoteva puntualmente l’intero suo reddito, cioè duemila lire circa ogni mese, ma a che cosa possono servire duemila lire quando si tratta di Parigi, e quando i cavalli, le corse e le retroscene ci si pongono di mezzo? Tutt’al più a fare, come fece Gustavo, parecchi strappi nella legittima.

Quando arrivò agli sgoccioli di questa sua legittima, e vide che mercè della disposizione paterna gli rimaneva egualmente una lautissima prebenda in mano, allora i dubbi gli svanirono del capo, ed egli fece a sè medesimo questo semplicissimo ragionamento :

— Se io, capitando qui, mi fossi trovato padrone dispotico di tutta la roba mia, è sicuro, è evidente che me la sarei mangiata in due anni. Così invece me ne vado quasi lo stesso uomo di quando sono venuto! E dovrei dire che mio padre non mi ha fatto un gran bene? Altrettanto glielo potessi rendere!

E ripassò le Alpi.

Margherita, appena arrivata con lui in una stanza d’albergo, gli dichiarò subito di essere venuta nella determinazione di fuggire, perchè proprio non ci poteva più tenere, ed egli che non sapeva se accettare o respingere l’apparenza di una colpa nella sua fuga, non le rispose nulla, ma la domanda che le avrebbe voluto fare, divenne altrettanto più esplicita, quanto meno fu capace di esprimerla.

— Ti perdoni così la nostra mamma come ti ho già perdonato io! — sclamò senz’enfasi la povera giovane.

E Gustavo avrebbe finito ai piedi della sorella se non si fosse prima trovato nelle sue braccia.

Ma poco dopo, quando Margherita rimase sola colla bambina addormentata sulle ginocchia, quando guardò alle adorate fattezze della sua povera Gina, allora un’ansia indicibile si impadronì di lei, ed essa proruppe :

— Ma che cosa ho fatto perchè il destino ti tratti così, povera la mia bambina? Meritava io forse che tu mi dovessi chiedere un giorno il nome di tuo padre? Era giusto che io fossi trattata a quel modo perchè voleva bene a mio fratello ed alla madre di mio marito? Potessi chiedere a Dio che mi togliesse la memoria e la ragione, lo farei volentieri, ma ci sei tu, bambina mia, tu che hai bisogno di me, tu che sarai sfortunata abbastanza anche se io, povera donna, potrò far teco il mio dovere... e il suo.

L’accento doloroso di queste ultime parole svegliò Gina da un momento all’altro. Appena avvista dello sguardo pressochè intento della madre, la bambina le montò in ginocchio sul grembo, e stringendole le braccia al collo, le disse :

— Sei in collera con me? È tanto tempo che sono buona.

— Sì, amor mio, tu sei buona come Dio che ti fa parlare.

Ma era troppo. Tanto affetto e tanto sgomento non potevano urtarsi più a lungo, senza che le lagrime, divenute urgenti, non le raffermassero la ragione in pericolo davvero. E Margherita, incapace di contenersi, malgrado della presenza di Gina, uscì improvvisamente in così lungo e dirotto pianto come Dio concede qualche volta a chi ha bisogno di Lui.

La bambina provò prima ad asciugarle gli occhi, poi a carezzarle il viso, poi a dirle, con quanta severità potè mettere nell’accento infantile, che sono i cattivi bambini che piangono. Tutto fu inutile. Allora, come vinta dall’esempio, si mise a piangere anche lei.

 

Intanto Gustavo, che aveva trovato modo di andarsene col primo pretesto, faceva trasecolare l’avvocato Boresi in piazza Carignano, movendogli incontro con lieto viso, e dicendogli affabilmente :

— Non voglio sapere altro, perchè so tutto.

— Che cosa sapete?

— Nulla. Ma fa lo stesso e mi basta.

— Che fatalità! Un uomo che ha messo cento volte i suoi affari in mia mano, doveva diffidare appunto oggi dell’opera mia! Io non so spiegarla in nessun altro modo che in questo: Raimondi, sa Dio come, venne a scoprire soltanto ieri sera che sua moglie ed io ci eravamo voluti un po’ di bene, e avvezzo a non discernere gli affari dagli affetti, cancellò subito dalla memoria quello che ho fatto per lui, e mi precedette a Torino. Questa è la mia opinione, e per quanto io creda che vostra sorella si curi assai poco di indovinare perchè Raimondi fosse qui questa mattina in luogo che altrove, pure avrò caro che ella ne sia fatta consapevole.

— Sarete servito.

— Ma non è per questo che vi ho pregato di venire qua.

— No? E perchè dunque?

— Per mancare — rispose l’altro, affettando un sangue freddo assai maggiore del vero — per mancare, la prima volta in vita mia, ad un mezzo impegno che ho assunto quando era lontano le mille miglia dall’immaginare che Raimondi fosse qui stamane. Ma prima di tutto, mi domanderete voi, perchè, essendone in tempo, non consigliaste quella povera donna a desistere da un partito che ora, per forza di cieca apparenza, è anche divenuto irrevocabile? Rispondo che non lo avrei potuto. Nè più, nè meno. Assai lontano dal supporre che il viaggio di vostra sorella fosse una fuga, credetti candidamente che ella venisse incontro a voi, nè fui messo a parte di ogni cosa che quando stavamo per arrivare. Nello stesso tempo, scongiurandomi di non dirvi mai nulla, e col manifesto proposito di giustificarsi agli occhi di un amico, essa mi ha narrato il segreto che fece traboccare il vaso, e che, dopo quanto accadde stamane, io credo invece mio dovere di ripetere a voi. Così la vostra linea di condotta vi si disegnerà nettamente dinanzi, e Raimondi non potrà abusare della sua condizione, con grave danno di vostra sorella e della sua povera bambina.

— Ma perchè Margherita vi ha imposto di tacere con me?

— Per paura non dubitaste fosse venuta appunto da voi, coll’apparente disegno di chiedervi appoggio e compenso.

— Compenso? Di che?

E il povero Gustavo dovette sorbirsi la lunga storia che il briccone del giorno innanzi aveva scolpito a caratteri indelebili nel cuore di Margherita, di quella Margherita, la quale, pochi anni prima, aveva fatto ogni cosa per salvare il fratello dalla stizza paterna. Terminata la sua narrazione, e quasi oblio — so del povero paziente che mandava fiamme per le narici, l’avvocato concluse :

— Pregate vostra sorella di perdonarmi l’indiscrezione, e ditele di avermi sempre in conto di amico fedele e disinteressato consigliere.

Dopo le quali parole i due giovani si separarono. Gustavo rifece i suoi passi col cappello a mezza testa, e Boresi s’incamminò tosto alla volta della stazione, per infilarvi prosaicamente la via di Milano.

VI.

Orfana di padre vivo.

Quando Gustavo arrivò come uno spiritato nella stanza di sua sorella, aveva la testa in così grande ebullizione che di cento caldissimi esordi escogitati nel venire, non ne seppe, nel momento buono, mettere insieme uno solo.

Margherita, cogli occhi rossi, ma un po’ più quieta di prima, si voltò da un tavolino dove stava scrivendo, e gli chiese:

— Che hai, Gustavo?

— L’ho con quel ribaldo che ha teso insidia a me giovine e a nostro padre vecchio, con quell’impiccato, con quel galantuomo nelle case vuote...

— Bada che potresti farti udire dalla sua bambina — sclamò Margherita accennando Gina addormentata. Poi, con altro tono :

— Anche Boresi mi ha dunque mancato di parola?

— Non parlarmi della promessa che gli avevi carpita, o comincio a strepitare di nuovo. E tu supponevi...!? Ma potrei essere impastato del tuo sangue medesimo, se il basso pensiero di crederti venuta qui per domandare un compenso mi avesse, anche per un attimo solo, attraversata la mente?

A queste parole Margherita sorrise di quel dolce sorriso che non le carezzava le labbra da tanto tempo. Poi disse:

— Buono ti credeva, ma tanto no.

— Di bene in meglio ! Ah sono io il buono? Ma non sai che se il tuo consiglio non ti usciva di bocca, non mi resterebbero ora che gli occhi per piangere? Che sarei un pitocco, senza foco nè loco, il quale, dopo di avere bestemmiato Cristo e la Madonna, non ti potrebbe offrire nemmeno un pezzo di pane? Silenzio, e che non mi si facciano nè smorfie nè complimenti. Da ora in avanti sono io il padre di tua figlia. Quanto poi a... quell’altro, l’avrà da accomodare con me. Voglio che ti renda la tua dote quattrino per quattrino, e poi... la discorreremo! Rimesterò cielo e terra, pur di avvalorare una inchiesta giudiziaria, e oh sì che se ne pentirà quel... cioè no, quell’uomo!

Margherita diventò più pallida che mai, e segnandogli la bambina, disse :

— È questo il bel bene che le vuoi?

— Non intendo.

— Tientelo per detto adunque, ed una volta per sempre. Orfana di padre vivo sì, figliuola di padre disonorato no, assolutamente no.

— Oh per carità, lascia i santi in paradiso. Qui sono pesci fuori dell’acqua.

— Non cedo. Piuttosto giurami di tacere per conto tuo, ed abbandonami pure al mio destino. Sarà molto meglio.

— Lascia che lo minacci, che lo spaventi almeno.

— Ma per chi lo hai preso Raimondi? Per una testa bruciata come sei tu? Ammettilo pure desideroso di colpirmi nel cuore, ma capirai che se ti avesse temuto, non mi avrebbe certo lasciata venire a cognizione di quel suo vituperevole agguato.

— Meglio se non se l’aspetta. Tanto più bene lo acconceremo.

— È inutile. Non cedo.

— Auff! Dunque un cane... sì un cane, lasciamelo dire almeno una volta, mi potrà scavare un abisso sotto ai piedi, potrà far morire mio padre con la ferma persuasione che io avrei fatto mercato del suo sangue, della sua vita, e dovrò star quieto, dovrò anzi offrirgli, non già la guancia, perchè me le ha percosse entrambe più volte, ma... che so io?... la testa, il cuore, tutto, e ringraziarlo per giunta? Ci vuol tanto a capire che io ora, agli occhi miei, sono il monarca, l’imperatore, lo czar di tutti gli imbecilli? Credere che Sanguisuga prestasse danari al sette per cento, proprio al sette per cento, e ad un figliuolo di famiglia par mio senza un perchè grosso come una casa!? Non avvertire che se tutta la schiuma di Pavia, di rango italiano e francese, mi veniva fra le gambe, ci doveva essere qualcuno che le desse la spinta! E incaricarlo della mia difesa, ed egli ricusarsi, ed io insistere, ed egli aderire, e ringraziarlo, e fidarmene, e mettermegli in mano, come a fratello, e non capir mai nulla ! Oh gonzo di tutti i gonzi !

Gustavo si era lasciato andare a questa intemerata, come uomo che parli più con sè stesso che con quelli che lo ascoltano. Quando ebbe finito, guardò la sorella col sorriso parti— colare delle persone che si sono bene sfogate, e vedutala colla testa bassa e tutta in sè raccolta, le disse:

— A che pensi?

— Penso — rispose Margherita — che mi stai parlando dell’uomo al quale Dio mi aveva imposto di stare a lato per tutta la vita, e che, poco fa, tu trovavi naturalissimo di disonorare, in lui, una innocente, che è figlia mia.

— Finiamola. Farò come vorrai. Ma intanto lasciami scrivere due righe. Non voglio più saperne di Accademia militare. Ho altro pel capo adesso. Scrivo addirittura al ministro della guerra, e ritiro subito la mia domanda. Dammi una penna.

— Potresti pentirtene. Aspetta un momento.

— Che donna, che donna sei mai! Credi tu che un allievo della Scuola politecnica abbia una sola carriera aperta davanti? Cento ne ha. Dunque taci. Non mi annoiare. Anzi, punto primo, quando verranno in campo i tuoi interessi, comando io. Non voglio più saperne di scrupoli, d’interrompimenti, di punti e a capo. E così, questa penna?

— Prendi.

— Che cosa vedo? — sclamò Gustavo, appena seduto, e cacciandosi le mani nei capelli. — Una lettera indirizzata alla madre di colui? Per carità, mandala tutta alla malora quella gente. Tale il figlio, tale la ma...

E non potè finire perchè Margherita, colle sue mani, gli aveva chiusa la bocca.

— Va — proruppe Gustavo — spedisci la tua lettera e pensaci tu. Già per niente non sei mia sorella. Quando la natura riesce a mettere al mondo e a combinare insieme un paio di minchioni come noi due, si mette a riposare per cinquant’anni.

Poi, come dettando a sè stesso :

— A S. E. il signor Ministro, ecc., ecc.

VII.

L’arca santa dei mariti dabbene.

Lo scandalo seminato a Milano da Raimondi medesimo si era diffuso in modo tale da raggiungere le orecchie dello stesso avvocato Boresi. Costui, benchè amareggiato fino in fondo all’animo, ne scrisse due righe molto placide al suo nuovo amico, assicurandolo, sull’onor suo, che egli non ci aveva nessuna colpa. Gustavo, indemoniato par la seconda volta, ruppe una nuova lancia per indurre la sorella a lasciargli fare tutto di sua testa, ma fece un nuovo buco nell’acqua. Allora, come per iscarico di coscienza, le mostrò la lettera di Boresi, e aggiunse :

— Io non ti saprei dire perchè lo abbia fatto, nè se fu, come credo, per innalzare una più folta barriera fra lui e te, ma so di certo che il padre di tua figlia ha pensato bene di vituperarti, ed ha finito così per non aver più nulla di comune con essa. Leggi.

Aveva parlato con tanta flemma perchè si aspettava mari e monti da quella lettera, ma invece le labbra della leggitrice si piegarono visibilmente ad un mesto sorriso. Non trasecolare Gustavo, nè stupitene voi, o lettori, che avete l’animo foderato di pregiudizi mondani. Chi teme dello scandalo quando sa di essere innocente, prova di essere stato altre volte colpevole.

Abborre perciò che il suo nome sia in tutte le bocche, perchè una parola tira l’altra, e le perfide calunnie recenti possono escavare e mettere in luce gli antichi e verissimi torti.

Dopo due giorni arrivò una nuova lettera dell’avvocato, il quale, venuto a cognizione degli incrollabili propositi di Margherita, offriva, per quel che valevano i suoi gratuiti servigi. Riportiamo gran parte di questo messaggio, vero esempio di stile epistolare gelato e forense. Va bene essere freddi, essere pacati, non aver sangue nelle vene, ma tutti i troppi sono trop pi, e qualche cosa ci doveva essere sotto.

Ecco la lettera:

« Poichè vostra sorella non vuole agire contro suo marito, e si rimette in voi, per tutela dei suoi interessi, vi consiglio a fare di me il vostro rappresentante. Nè io vi offro questo partito perchè mi reputi più abile di chicchessia, ma perchè nessuna creatura vivente ha mai saputo dei segreti pecuniari di Raimondi quanto io ne so. Ciò premesso, e non essendo decoroso che io assuma visibilmente le parti di vostra sorella, dopochè sfortunatamente i nostri due nomi sono stati pronunziati insieme le tante volte, avrei pensato di dar l’imbeccata ad un mio discretissimo amico, e l’ho anzi già indotto a farmi da alter ego e da uomo di paglia. Vi persuade? »

Gustavo, bramosissimo di menar le mani in qualche maniera, non se lo fece dire due volte, e s’iniziò la battaglia, conservandola, ben inteso, sul puro e semplice terreno della reciproca divisione di interessi.

Per non affliggere il lettore coi saliscendi e le botte e risposte di una lunga e privata controversia, baderemo a sbrigarcene quanto più presto sarà possibile.

L’avvocato, amico di Boresi, si era già trovato più volte in compagnia di Raimondi, e benchè essi non avessero ancora parlato di restituzione di dote, pure Boresi che si batteva furiosamente dietro le quinte, si sentiva già... come diremo?... un pochino impaniato ed incerto. Mentre, dal canto suo, accatastava prove su prove, indizi su indizi, per accertare il ricchissimo censo dell’antico cliente, questi, sa Dio perchè, sembrava aver posto in dimenticanza un fatto solo: vale a dire che Margherita arrivava a Torino con un... pleonasmo alle spalle. Aveva mutato opinione? o teneva in serbo quel fatto per il colpo di grazia? Boresi non dormiva la notte, ma non per questo sapeva dirselo.

Esaurito così alla cieca un duplice arsenale di arzigogoli e di cavilli, si venne finalmente alle strette, e l’amico di Boresi, messe da parte le reticenze, domandò addirittura con la diletta locuzione del focoso e novizio cliente, che la dote fosse restituita quattrino per quattrino. Raimondi, che se l’aspettava, non si mostrò punto maravigliato; ma cambiando di tattica, e messe da parte le cifre per alcuni paragrafi del codice, dichiarò in mille maniere che all’avvenire e alla educazione della figliuola aveva diritto di pensarci lui suo padre, e che non avrebbe certo permesso mai che la roba di Gina andasse a finire in mano di donne o di ragazzi.

Figuratevi Gustavo allorchè udì parlare di ragazzi! Ma non divaghiamo.

Finalmente, tira tu che tiro anch’io, la troppo mentovata restituzione dovette restringersi in un temperamento. Si pretendeva cioè che Raimondi si obbligasse a passare alla moglie una somma annuale corrispondente al sei per cento della sua lautissima dote. E ciò, come elegantemente si dice, vita sua naturale durante.

Qui li voleva il furbo! Rispose tosto, proponendo in luogo della giusta domanda, un assegnamento così meschino, che messo a confronto colla dote sopra citata, diventava proprio una vera derisione.

— Mia moglie accetta? — concluse — buon pro le faccia! Non accetta? Ebbene, ritorni a casa mia che l’uscio è aperto.

Mentre il telegrafo lavora, e porta questa cannonata a Torino, abbiamo tempo di dichiarare le secrete malizie di Raimondi.

Costui si era naturalmente messo in capo che per cavar buon profitto di ogni sua prodezza, avrebbe dovuto schermirsi contro quel cognato Gustavo che egli, con fraterna sollecitudine, tentava già di ridurre a stecchetto. Ma poi, soccorso dalla idea che questo cognato non avrebbe potuto provare la innocenza di Margherita, Raimondi si mise subito in pace, perchè, disse « egli non vorrà certo che la fuga della sorella, colle sue circostanze aggravanti, passi anche sotto il naso dei giudici. E non ispererà sicuramente che io dimentichi la storia moderna, se egli, dal canto suo, mi chiamerà in giudizio pella storia antica. »

Figurarsi adunque come credette di aver bene argomentato allorchè vide che l’amico di Boresi, nell’intavolare privatamente trattative, taceva affatto della avventura universitaria. Disse subito fra sè e sè:

— Per imbonirmi Gustavo sempre più, e fin che egli dimentica il mio lato debole, farò mostra anch’io di dimenticare il suo. Dopo, poi, una delle due. O la faccenda si definisce così in famiglia, o si passa con armi e bagaglio davanti al tribunale. Se in famiglia, non mi può andar che bene, perchè mia moglie va all’inferno piuttosto di tornar con me. Se in tribunale, meglio ancora, perchè ho proposto la riconciliazione malgrado quello che Gustavo dovrà pur ammettere di aver visto a Torino. I giudici, inteneriti pel mio sagrifizio alla pace domestica, mi decreteranno un alto seggio nell’arca santa dei mariti dabbene, e vedremo quanta fede troverà mio cognato se verrà fuori allora coi babbimorti e con le sanguisughe vive!

Si sentiva insomma tanto sicuro da addormentarsi, più d’una volta, con queste precise parole :

— Imbocca, imbocca pure il tuo uomo di paglia, o avvocatino bello! Credi che non t’abbia fiutato? Ciò che non intendo è come mai Gustavo, che non è cieco, abbia permesso alla sorella di farsi difendere sotto mano da te. Ovvero ti sei presa tu stesso la briga di stanar fuori l’avvocato di mia moglie, e gli fai da suggeritore colla speranza di recarmi danno? A me! Al tuo maestro! Che ingratitudine!! Ma non importa. Tu, senza di me, sei un arancio spremuto, un cane senza padrone!... Imbocca pure il tuo uomo di paglia... Assicurati che non ho... nessuna paura di te.

Buon riposo!

VIII.

Nel quale si rivede finalmente la signora Teresa.

Torniamo a Torino dove la bomba è già arrivata e scoppia. Dice Gustavo:

— Sei contenta adesso? Meriteresti peggio. Vedi quello che si guadagna ad andar colle buone quando si ha a che fare con certa gente? Venirci a dire che il suo uscio è aperto! E tu non voler intendere che non si tratta che di puntiglio, e che di danari ne ho abbastanza per affogarvelo dentro! È tanto chiaro che la sua proposta di assegnamento è un insulto più che una lesineria!

— Ma se mi basta. Ho pochi bisogni, e vivendo ritirata, in campagna se occorre...

— Bei discorsi! A proposito davvero! Oh se non mi avessi impedito di lavorare a mio modo fin dal primo momento! Se almeno mi lasciassi tentare adesso! Basta, vado a Milano per sentire cosa ne pensa un altro avvocato più avveduto di Boresi, e poi la discorreremo.

Questo po’ di dialogo ci dispensa dal tornare su Margherita, dopochè Gustavo, deciso a non rimpatriare fino a vertenza conchiusa, l’aveva allogata in un pulito quartierino sui portici di Po. Quivi, prima l’apatia che succede molte volte, per naturale reazione, alle angoscie troppo profonde, poi la convivenza, il buon umore, e soprattutto la tenerezza di Gustavo non furono indarno, prova ne sia che Margherita, intronata da sè, circuita e confusa da lui, dovette metterci tutta la testa perchè almeno il primo, l’incrollabile suo proposito, non avesse a ceder terreno mai e poi mai. Così, preoccupata interamente da una sola idea, sentì pel resto l’influenza di Gustavo, e perdette quasi l’abitudine di pensare per proprio conto, fin che entrambi non furono incolti dalla inaspettata esibizione di Raimondi. Abbiamo visto che essa, pur di finirla, si contentava del miserabile assegnamento; siamo dunque a giorno di ogni cosa, e possiamo tenerla d’occhio allorchè, tuttora assente Gustavo, le capita una visita: quella della signora Teresa.

La quale, tornata nel suo patrio villaggio, lontana da ogni cosa più caramente diletta non seppe, fin dalle prime, durare con animo sereno l’immeritato isolamento. La montagna non aveva più voci nè ricordanze per lei, gli amici vecchi le erano morti quasi tutti, e la memoria, già indebolita, non valeva ad evocarle altre immagini che quelle dei suoi cari lontani.

— No — diceva sera e mattina la povera donna — no, il mio luogo nativo non è o non mi sembra più questo. Trent’anni di assenza mi ci hanno fatta straniera. Mia sola, mia vera patria è quella dove ho i miei figli e dove, pur di tornarci, sarei contenta di morir più presto.

Si aggiunga che Raimondi, in luogo di andarla a vedere come aveva promesso, non le rispondeva che di raro, e quando pure gli veniva fatto, si prendeva, per di più, grandissima cura di uscirne fuori con poche parole. Era come dire: « Lasciatemi avere un po’ di bene, se vi riesce. » La buona vecchia durò gran tempo a spiegarsi il perchè di quelle lettere così asciutte, e quando la troppa evidenza le aperse gli occhi, non si dolse egualmente di Raimondi che in modo indiretto.

E fu in questa occasione. La sua padrona di casa, vecchissima contadina, le comparve in camera una sera per dirle che l’indomani avrebbe dovuto mettersi in viaggio.

— Badate che non vi faccia male.

— Non credo. Quando si va volentieri !

— Dove, se è lecito?

— Dal mio figliuolo, giù, presso Bergamo. Fa battezzare una creatura domani, e vuole a tutti i patti che ce la tenga io. È buono, poveretto. Si ammazza tutto il giorno a lavorare, e butta via un cavourino per mandarmi a prendere con un barroccio.

La signora Teresa le augurò il buon viaggio, chè le pareva di scoppiare, e rimasta sola, ruppe in lagrime e disse:

— Oh se avessi anch’io un figliuolo che mi volesse bene, come sarei contenta !

Allorchè le giunse la prima lettera di Margherita (quella stessa che Gustavo non voleva lasciar partire) fu naturalmente assai peggio. La sua vita non fu più che un’ansia perpetua. Scrisse, tornò a scrivere, ma la nuora, nel risponderle, doveva accennare troppo di lontano ai torti di Raimondi perchè le lettere potessero bastare. È certo che a viva voce sarebbe stato assai meglio.

In questo frangente la madre, per provarle tutte, si rivolse al figliuolo, e lo scongiurò di venire a lei, almeno in quella sciagurata occasione, ma Raimondi aveva allora altro per il capo e fece il sordo. Non le rispose che per dirle ciò che asseriva di aver veduto coi suoi occhi alla stazione di Torino. La signora Teresa non volle tradire il carteggio che teneva colla nuora, e rispondendo a Raimondi si guardò bene dal dirgli come il caso, in quella avventura, dovesse avere avuto gran parte. Solamente pensò :

— In tanto tempo non sono ancora riescita a saper nulla di sicuro, e se bado al bisogno che ho di sapere tutto non la finisco più. Coi miei anni e col soffoco di questa estate, Torino mi sembra in capo al mondo, ma ci arriverò egualmente.

E partì due giorni dopo nello stesso barroccio che aveva condotto la sua padrona di casa, e a metà della strada fu raggiunta da un sollione che levava la pelle. Arrivata a Bergamo montò in vapore senza prender fiato, e via.

IX.

Avrai un bel piangere allora!

Margherita e la signora Teresa, dopo così gran tempo che non si erano vedute, non sapevano proprio di dove cominciare, tanto erano state dolorose le vicende che le avevano divise. Tiriamoci dunque da parte fino al giorno vegnente, arrivato il quale la vecchia si era un po’ riavuta della sua corsa, e già conosceva ogni cosa al pari di noi.

Erano le undici del mattino. La suocera e la nuora, pallide entrambi più del consueto, sedevano a tavola insieme, e benchè la colazione fosse il loro ultimo pensiero, pure non si udiva uno zitto. Quel silenzio riusciva apparentemente assai penoso ad entrambe, e fu la signora Teresa che per prima lo ruppe.

— Questa notte — disse — non ho potuto chiuder occhio un momento. E più riandava da ogni parte il tuo brutto destino, più mi vedeva costretta a dirti una cosa.

— Parlate pure liberamente. Figuratevi se domando di meglio.

— Se è così... ragioniamo. Tu mi hai detto che il tuo avvocato, quistionando con Stefano che voleva nascondere le sue ricchezze, dovette pure ammettere che all’epoca del suo matrimonio egli era già in cattive acque, e che la sua fortuna d’oggi è tutta scaturita di recentissime origini. Or bene, io non voglio giustificare mio figlio, Dio me ne guardi, ma pure chi mi può impedire di mettermi nei suoi panni? Vediamo! Che cos’era Stefano allora? Era un uomo in pessima condizione di fortuna, il quale, accecato da molte traversie, giungeva fino a tentare quel che pur troppo ha tentato. Ma egli poteva benissimo dire a sè stesso: « Faccio così e così, perchè, oltre alla mia, voglio anche salvare la roba di mia moglie e di mia figlia. »

Qui Margherita scosse un pochino la testa e fu per parlare. La signora Teresa non gliene lasciò il tempo e continuò :

— Ho capito. Vorresti dirmi che chi ti ha fatto tanto soffrire, non poteva sicuramente pensare a te. Ebbene, hai torto. Se tuo marito ha mostrato di odiarti, non fu che dopo, e si capisce benissimo perchè. Fu vendetta, figlia mia, vendetta contro chi gli rovesciava, con due parole, quell’edifizio che gli era apparso come unica tavola di salute, contro chi lo faceva involontariamente sfigurare davanti a me sua madre. Tu eri in buona fede, lo so, tu non ti sognavi nemmeno di nuocere a tuo marito, ma persuadilo tu un uomo infuriato che chi gli fa del male, lo fa soltanto per amor del bene! Premesse tutte queste cose, che non si possono mettere in dubbio, dimmi un po’: tuo marito ha mai mostrato di averla anche colla sua bambina?

Margherita avrebbe potuto eludere la domanda, rispondendo che i figli si debbono amare anche nella donna che ve li ha dati, ma perchè della sincerità si era sempre fatta una religione, non volle, e disse:

— Mai.

— Allora devi compiere il tuo sacrifizio, finchè mio figlio medesimo te ne lascia l’adito aperto. Devi ritornare con lui.

Appena la povera giovane udì pronunziare quel consiglio, che per la bocca venerabile ond’era uscito, prendeva aspetto di nuova ed inutile tortura, non trovò forza che per aggiungere :

— E siete voi che me lo consigliate? Voi che sapete che vita fu la mia per tanto tempo. Ma perchè?

— Perchè marito e moglie che hanno delle creature di mezzo, debbono fare quanto è umanamente possibile per rimanere uniti, a meno che la loro unione non minacci di riuscire pericolosa ai figli.

Meno male. L’argomento cavato fuori dalla signora Teresa non era nuovo per Margherita, nè tale che ella non avvertisse immediatamente la forte ragione che aveva in serbo per la propria discolpa. Di fatto, appena si rimise in calma, la prese un pochino dalla lontana e disse:

— Voi dimenticate che la offerta di vostro figlio è dovuta ad un calcolo manifesto, ad un calcolo evidentissimo. Se quando meno lo aspetta, dovessi prenderlo in parola, e se la sua, come voi dite, non fu che vendetta, figuratevi allora quanto e più di bel nuovo non cercherebbe di vendicarsi! Ma poniamo pure che io mi potessi decidere a portar la croce una seconda volta, come vi basta l’animo di dire che una tale e tanta discordia in famiglia non riescirebbe pericolosa per una figliuola che fosse presente?

— Sì certo, ma quando uno non vuole, due non contrastano, e se tu ti metti col fermo proposito di lasciargli dire quello che vuole, Stefano si può benissimo annoiare di rimetterci il tempo ed il fiato.

— Via, sono cose che si fa presto a dirle, queste, e poi ci vuol molto tempo. E dapprincipio?

— Dapprincipio la tua bambina è piccola, e avanti che possa capire tutto quel che sente, Dio può vedere e provvedere, ma se invece persisti, che differenza! O tu le racconti perchè ti sei allontanata da Stefano, e le apri il cuore con una di quelle ferite di cui non si guarisce, o glielo taci, ed essa vedendovi divisi, non saprà a chi dare maggior torto fra suo padre e sua madre. Bella alternativa!

— Bruttissima. Lo so pur troppo. Solamente vi faccio osservare che io sono confortata dalla mia buona coscienza, e che posso tacere tutto, e farmi stimare egualmente.

— La tua buona coscienza basta per te, non per lei, e tu, appunto perchè sei madre, devi tentare ogni cosa per far dimenticare la brutta combinazione che s’intralciò col tuo arrivo a Torino.

Qui Margherita fece atto di persona che non consenta coll’altrui opinione, e disse:

— Credete pure, che se anche potessi fare a modo vostro, rischierei molto, e la gente, per questo, non dimenticherebbe nulla.

— Adagio con questo nulla. Chi per il primo ti ha creduta e detta colpevole? Fu Stefano, non è vero? E quando si verrà a sapere che la proposta di riunione è appunto venuta da lui, come non si dovrà dire che egli dimostra così di aver ben modificato la sua prima opinione? Sì, è vero, il pubblico per stare allegro, ha bisogno di qualche scandalo privato, ed è possibilissimo che tu abbia, come tutti, qualcuno che non ti voglia bene, il quale ripeta, di quando in quando, la tua misteriosa avventura. Ma il fatto della tua presenza in famiglia non si potrà negare, ma quelle voci, sempre più timide, sempre più vaghe, non riesciranno mai tali nè tante da recare forte pregiudizio all’avvenire della tua figliuola.

— All’avvenire della mia figliuola? — interruppe Margherita, fissando i suoi negli occhi della signora Teresa.

— Sì, della tua figliuola! — esclamò con forza la buona vecchia. — Perchè gli anni passano presto, passano per tutti, e verrà ii giorno nel quale il suo collocamento sarà il maggiore dei tuoi pensieri. Allora, se mi avrai badato, se sarai al tuo posto, nessuno vorrà por mente al passato remoto della madre sua, ma se, come oggi ti troverai ad essere non moglie e non vedova, non maritata e non da maritare, sai tu che cosa diranno le migliori famiglie? Diranno: « Con tutti i suoi quattrini, la è pure una figliuola del mal esempio, della disunione! Ella non ne ha colpa, ma i nostri giovani non sono per lei. » Avrai un bel piangere allora, un bel disperarti, ma non sarà men vero che dato il male non avessi pronto il rimedio, ma dovrai dire, e certamente dirai a te medesima, che se tua figlia non trova quel che merita, a te, non una, ma due volte lo deve.

— Basta — disse Margherita, che a questo quadro ruvidamente tracciato si era fatta più pallida che mai — basta.

L’altra, che infatuata dei suoi discorsi non si era prima avvista di nulla, si levò tramortita, e cingendola delle braccia, le disse :

— Perchè ti sgomenti tanto? Non si tratta già di prendere una nuova risoluzione precipitosa. Hai quanto tempo vuoi per pensarci sopra con tutta calma.

Ma la povera giovane, se pur mostrò di quietarsi un pochino, non lo fece per altro che per amore della signora Teresa, la quale, per non imbattersi in Gustavo, se ne andò prima di sera, dopo un lungo e mestissimo addio.

Giunta in vista della guglia del Duomo, la buona vecchia pensò che aveva un figliuolo lì così vicino, e che ciò non ostante, per tener segreto il suo viaggio, doveva tirarsi il velo sugli occhi, e andare avanti per la sua strada. Questa idea non era molto lieta, ed essa ne fu turbata, ma poi si diede pace, pensando:

— Se fossi stata un’altra, avrei taciuto, e mio figlio, senza una persona di fiducia in casa, si sarebbe avvisto col tempo di aver bisogno di me. Così invece ho sempre nelle orecchie una campana che mi suona l’agonia, e mi par di vedermi morire lontana da lui, lontana da Margherita. Ma non importa. Ho, fatto il mio dovere e mi ritrovo contenta egualmente. Sono avanti, il più è passato, e noi vecchi, a non sbrigarci, rischiamo sempre di non fare a tempo. Arriva poi l’ultima compagna di viaggio e si parte... con una buona intenzione di più! Bella figura che si deve fare!

X.

Il mondo.

Nessuno avrebbe voluto essere il dì seguente nei panni di Gustavo, mezz’ora dopo che fu tornato di Milano. Uditelo !

— Se io non ti volessi bene, direi: « Va, va in tua buon’ora, perchè grazie alla tua dabbenaggine e alla imperizia di Boresi, le cose sono ormai arrivate a tal punto che se vogliamo far schiattar di bile Raimondi, certo non ne rimane miglior partito di questo tuo! Ma pure, piuttosto di vederti tornare con tuo marito, non so davvero che cosa non farei! Perchè egli avrà un bel bestemmiare per un paio d’ore, per un paio di giorni tutt’al più, ma dopo chi pagherà le spese per tutti, sarai tu, nè altri che te! Tu avessi almeno delle buone ragioni! Ma i tuoi sono scrupoli, e scrupoli di mente malata. Vedrai che fortuna sarà questa per la tua figliuola, tu che credi di fare il suo meglio, tu che ti figuri di sagrificarti per essa.

— Basta, Gustavo, so benissimo che tu intendi parlare per mio bene, ma pure io soffro, soffro così come nè posso dire, nè tu potresti credere. La notte scorsa fu una delle mie peggiori, te l’ho già detto, ed ora che il fermo proposito ha aggiunto un po’ di vita ai miei polsi, un po’ di coraggio al mio cuore, ora sei tu che mi tormenti, tu che mi vuoi bene!

Gustavo perdette la pazienza :

— Va’, fa’, precipitati, buttati nel pozzo e che ben te ne venga. Ma non mi volere a complice della tua bontà a tutti i costi, non mi carpire un assentimento che fa a’ pugni col senso comune. Scappa da me come sei scappata da tuo marito. Ma non tornare per l’amor di Dio !

 

Una lettera partita da Torino, arrivava il giorno dopo in mano di Raimondi...

Che pugno, povero scrittoio!

La saetta non era prevista, e il marito fu per perdere la testa, e per offrire migliori patti alla moglie purchè se ne stesse dove era. Ma poi, ravvedendosi, pensò tosto che se egli principiava a cedere, quegli altri, secondo lui, non l’avrebbero finita più, e borbottando fra sè per un quarto d’ora, volle pur persuadersi che quella accettazione, come la sua proposta, doveva essere una specie di finta. Così metà inquieto, metà rasserenato, rispose subito con poche righe, le quali, in costrutto, volevan dire :

— S’accomodi.

Chi lo avesse adocchiato con la penna in mano, avrebbe capito con poco studio che egli ruminava delle frasi molto meno arrotondate e graziose. Queste, per esempio :

— Se poi mi capita in casa davvero, la colpa sarà stata mia, ma la penitenza, se Dio vuole, la faremo in due. Sono stato però il grande sciocco a non offrirle subito di più.

Tre giorni dopo, Margherita entrava colla sua bambina per mano, in casa di suo marito, e vi entrava sola, perchè Gustavo non aveva saputo indursi ad offrirle la propria compagnia.

Quegli era fuori di casa, e non si fece vedere che all’ora di pranzo. Quando comparve, salutò la moglie con accento nè caldo, nè freddo, e sedettero a tavola. La conversazione, iniziata dallo stesso Raimondi, volse dapprima molto stentatamente sopra una specie di parallelo fra l’aria di Milano e quella di Torino, ma questo tema, così poco vivace, dovette presto illanguidire del tutto, e Raimondi avvertì subito, desolatissimo, che egli, in quella tavola, non ci faceva sicuramente la più bella figura.

Posizione, in effetto, più disagiata di quella d’un uomo che aveva tacciato la moglie d’infedeltà, e che poi, per invito proprio, e senza punto aspettarla, se la vedeva seduta al fianco, sarebbe stato assai difficile immaginare. E non poteva nemmeno cavarsi il gusto di rimproverarle il supposto errore, perchè il silenzio di tanto tempo, e la medesima esibizione sua, gliene avevano tolto, nonchè scemato, il diritto.

In questo frangente, e pur di uscire d’impaccio, guardò Margherita col suo solito fare di uomo che non sapeva tener niente dentro, e disse:

— Voi me l’avete fatta. E vi lodo, perchè io stesso, per venirne ad una con voi, sono giunto fino a sagrificare un amico, dichiarandolo complice d’un tentativo al quale, forse non ho mai creduto. Ma appunto perchè siete vittoriosa, siate altrettanto sincera, e ditemi almeno se mi avete preso in parola soltanto per averla vinta, o se per qualche altra e misteriosa cagione?

— Vi ho già fatto scrivere — rispose Margherita — che in me non c’è che una madre, la quale ritorna dove è nata sua figlia. Se mi vorrete credere, Dio ve ne terrà conto, se no... che cosa vi devo dire? Porterò pazienza.

 

Pochissimi giorni dopo, un giovine avvocato abbandonava i suoi sicuri clienti di Milano, per quelli molto incerti d’un’altra grande città italiana. Lo muoveva lo sconforto della battaglia perduta, ovvero il desiderio di giovare alla fama di Margherita, che il suo nome aveva già compromessa? Entrambi questi due motivi, erano molta parte della sua determinazione, ma pure ve n’era un terzo, e più segreto, e più forte. Nè più nè meno di una idea balzana, che aveva principiato a riscaldargli la fantasia fin da quando Margherita gli rivelava in viaggio che razza di bel mobile fosse l’amico suo Raimondi.

— Egli è un uomo mortale come gli altri — pensò — e perchè non potrebbe levarci l’incomodo?

Da questo punto di partenza ad un amore redivivo il tratto non era lungo, e le angustie successive e la rotta sofferta aggiunsero naturalmente nuova esca al fuoco. Ecco perchè, dopo l’incontro malaugurato, si finse l’uomo più freddo di questo mondo, ecco perchè il buon volere eccessivo gli fece velo al giudizio, e Raimondi potè con poca fatica sbrigarsi di lui.

Ma quando Margherita dichiarò di volere ad ogni costo ritornare a Milano, Boresi pensò con ragione che la povera donna sarebbe stata abbastanza tribolata, anche se avesse ignorato per sempre che la sua fuga e la sua imprudenza avevano fatto (diceva lui) «un infelice di più ».

Per questo e per non tradirsi, partì. Arrivato a Napoli, osservò con piacere che la lontananza gli aveva recato gran parte di quell’effetto che suole recare a tutti, e più specialmente a coloro che si riscaldano troppo, e troppo presto. Così racquetato, e pur di escire da quel po’ di pena che gli durava tuttavia, vide, o volle vedere, la stessa dolce guardatura di Margherita negli occhi della sua prima padroncina di casa. Ammaestrato dalla esperienza, badò a non mettere troppo tempo in mezzo, e di fatto, due anni dopo, aveva già un bambino legittimo in casa, e un altro in viaggio.

E che cosa disse ciò che ora si suole chiamare francescanamente « il mondo ? »

Il mondo se ne intrattenne per alcune settimane, e come la signora Teresa aveva preveduto, meravigliò assai della condotta di Raimondi senza ommettere, come il suo solito, di aggiungere moltissimi spropositi. Ne sceglieremo uno :

— Sai la grande, l’unica, la nuovissima novità? Raimondi si è tranquillizzato. Ha offerto a sua moglie di ritornare con lui, ed essa ha creduto bene di non farselo dire due volte.

— Come si spiega?

— Non si spiega niente affatto... cioè... se ne dicono di tutti i colori, ma nessuna mi pare ben detta. Al punto che mi basterebbe l’animo di dire la mia.

— Quale?

— Questa. Allorchè due mezzi milioni, altre volte combinati insieme, si tengono un po’ di broncio, lo fanno per modo di dire, ma in fondo non chieggono di meglio che di tornare agli antichi amori. Danari fanno danari, e chi non ha, non è. Oh se io avessi un mezzo milione !

— Tu? Saresti sempre lo stesso uomo inconcludente.

— Non tanto.

PARTA TERZA

I.

Troppo tardi.

Il novembre era già inoltrato, e quelle strade di montagna, nella provincia di Bergamo, lungo le quali abbiamo già veduto in viaggio la signora Teresa, non si presentavano certo nel loro aspetto più gradevole e seducente. La neve non si era ancora fatta vedere, ma il freddo era già fortissimo, tanto forte che le peste dei poveri viandanti si seguivano una dietro l’altra, come se un artefice, di estro monotono e bizzarro, si fosse presa la briga di gettarle, tutte eguali, nel bronzo.

Una carrozza, tirata a gran furia da due robusti cavalli di posta, faceva scricchiolare sotto alle ruote le traccie indurite della carreggiata, e la piccola Gina vi sedeva dentro, stretta ai fianchi di Raimondi e della sua mamma.

Povera Margherita! Chi l’avesse veduta posare lo sardo sui ricci della bambina, e raccogliere sul grembo due mani affilate e bianchissime, avrebbe sclamato senza dubbio:

— Ma dove è andato a stanarle fuori quell’uomo, se in poco tempo l’ha già ridotta così?

Dice il proverbio che il fiato non fa lividure, e che uno schiaffo lascia maggiore impronta di una mala parola, ma il proverbio è buon padrone di dire ciò che gli pare. Quando sieno parole che passino la pelle, quando escano fuori tutte adorne di fiorellini rettorici, quando uno se le aspetti ad ogni ora, ad ogni momento, e per dure ed acerbe che le aspetti, più acerbe e più dure le trovi, oh davvero che allora, messi a confronto, i manrovesci diventano carezze, diventano ghiottonerie.

Margherita chiedeva un giorno di fissare un’aia per la bambina.

— No davvero ! — rispose Raimondi — ingegnatevi alla meglio, e fatene voi le veci.

— Ma io non ho pratica... nè buona volontà, forse. Ho messo un anno soltanto per insegnarle a leggere.

— No, vi ripeto. Ora voglio fare dei risparmi. E li voglio fare per voi.

— Per me dei risparmi che riescono a danno della mia bambina?

— Precisamente. Mettiamo, puta caso, che vi decidiate a scomparire di nuovo dal nostro nido coniugale Or bene, se io sarò allora in condizione di dirvi: « Chiedete, chiedete tutto quello che vi pare. Volete dieci, venti, trenta? » O non è vero che anche voi ci trovereste il tornaconto vostro? Se il primo ritorno in famiglia vi ha già ridotta così di malumore, lasciatemi almeno provvedere a che vi sia evitato il secondo.

Ben inteso che se qualcuno lo avesse tacciato d’ipocrita e di finto, egli avrebbe avuto la faccia di rispondere subito :

— Mi maraviglio! Troppo franco dovete dire. Sarei finto se le dichiarassi di volerle bene, o se le mostrassi poco desiderio di averla vinta anch’io alla mia volta. Ma è tanto chiara che io con lei non mi ci posso più vedere.

E Margherita, scrivendo alla signora Teresa, e tacendole beninteso tutte queste belle cose, poneva spesso la penna da lato per dire:

— La mamma aveva ragione. Se sapessi durare questa vita con paziente rassegnazione e con visibile pace, se non mi ribellassi nel cuore come non mi ribello cogli atti e colle parole, Raimondi, un dì o l’altro, ci rinunzierebbe. Ma io non sono di pietra e il mio dolore mi si legge in volto. Andare avanti a lungo così non è possibile, ma perchè mi preme la mia bambina, non voglio morire, nè finirla volontariamente in nessun altro modo. Dunque...? Basta, ci penserà il Signore, perchè io, da me sola, non ci posso più nulla.

Intanto Raimondi, così teneramente occupato della moglie, non aveva mai trovato il verso di andar a vedere la propria madre. E se pensava talvolta che essa era innanzi cogli anni e che avrebbe dovuto contentarla presto :

— Che! — rispondeva a sè medesimo. — È salda la vecchietta! camperà più di me, giuocherei. Aspettate che mi metta in regola con quest’altra, e poi vedrete che bella improvvisata le farò! Per lei ci voleva una lezioncina, e per la mia casa, fra poco, si spera bene che ci vorrà una donna!

Invece, in quella stessa mattina in cui s’è vista la carrozza in viaggio, arrivava un telegramma indirizzato ai coniugi Raimondi. Margherita lo aperse per la prima, e non lo ebbe scorso dello sguardo che il pallore del suo volto fece fede di grande sventura.

La signora Teresa, còlta di una di quelle malattie che non la perdonano, scongiurava i suoi figli, Gina compresa, di accorrere al suo letto di morte.

Si può credere se anche Raimondi, colpito così all’improvviso, non ne fosse turbato. Ma poi, guardando Margherita, pensò :

— Se costei non mi avesse impuntigliato a trattar peggio mia madre, o se almeno fosse rimasta dove era andata, è certo che non finiva così.

Partirono subito, e nè il subisso d’incitamenti coi quali Raimondi affrettava il cocchiere, nè gli sforzi di Margherita per rispondere con calma alle mille domande della insciente bambina, bastavano a nascondere in entrambi la concitazione della cura segreta. Arrivarono infine, ma il presentimento non li aveva ingannati. La signora Teresa era morta da un’ora e più.

Il colpo, sebbene temuto fu abbastanza forte perchè nessuno dei due ponesse mente alla bambina, la quale, incuriosita, entrò peritosa nella funebre stanza. La povera morta teneva la testa piegata verso l’usciolo come in atto di aspettazione, ma pure nessuna linea sgarbata deturpava la serena armonia delle oneste fattezze, e nulla era in quel viso inanimato che accennasse a rancore o ad ira suprema. Si capiva benissimo che la povera donna era morta con una parola di perdono sulle labbra, col cuore assorto in un voto di preghiera e di benedizione.

Mentre Margherita, con moltissime lagrime, parlava l’unico linguaggio a lei consentito dalla sterile angoscia di quel momento, Raimondi, annientato, soffriva come tutti coloro i quali aspettano di veder morire le persone prima di accorgersi che le dovevano amare quando le avevano al mondo. Chi gli avesse chiesto che cosa faceva 1à, ritto in piedi, egli sicuramente non avrebbe saputo rispondere. Perduta la percezione del luogo e del tempo, gli pareva di ritornare adagio adagio verso un lontano passato, allorchè, su di una scala ben nota, una donna, vecchia e bagnata di pianto, gli stringeva le braccia al collo e gli diceva:

— No, Stefano, non ho mai creduto che tu lo volessi fare per mandarmi via. Questo quartiere è troppo grande per la tua famiglia, e tu non puoi stringerlo in modo che rimanga posto anche per me. Io mi contento d’invocare dal Signore che mi tenga conto di questa sfortunata contrarietà, e me ne renda il merito coprendo sempre la tua famiglia colla sua santa mano. Ma per questi quattro giorni che ho di vita, vienmi a trovare di frequente, per carità. Se io dovessi stare a lungo senza vederti, morirei più presto. Vieni, vieni spesso !

Appena gli riuscì di strapparsi a quel mestissimo quadro, fu ancora peggio, perchè, acquistata maggiore conoscenza di sè, riconobbe che quella donna era sua madre... e che era morta senza più vederlo! Ma egli sentiva nello stesso tempo tanta paura del rimorso, che non lo voleva certamente accogliere nell’animo, senza avere prima tentato di combatterlo con ogni mezzo. Ecco perchè alla nuova pietà, gli si aggiunsero in core mille vecchie voci, delle sue solite. Gli risovenne che tempo addietro aveva pur divisato di venire a trovare la madre, che la inutile fuga di Margherita ne lo aveva distolto, che avrebbe potuto dirsi: « L’ho veduta, l’ho contentata, almeno una volta! » Ma no, nemmeno tanto, mercè sua, gli era stato concesso di fare!

Questa idea, che gli raggruppa il sangue nel core, non è però tale da toglierlo interamente alla misera vista che ha sotto gli occhi. Tutte quelle memorie di affetti misconosciuti, di tenerezza respinta, gli si accalcano vittoriose nell’animo, eppure... pure trova ancora modo e tempo di averla con tutti. L’ha con Dio che gli finiva così presto la madre, con Margherita, la quale, tornando, gli aveva impedito di richiamare la vecchia; con sè stesso finalmente, con quel Raimondi che stupito di sè medesimo, si abbandona sopra una seggiola a fianco del letto, e nasconde il viso nelle pieghe del candido lenzuolo.

Nessuno può dire quanto tempo sarebbe rimasto immobile a quel modo se una bella vocina non avesse rotto il silenzio e detto:

— Stefano, figlio mio.

Raimondi avvertì subito che quelle strane parole erano uscite dalla bocca della sua bambina.

Entrata anch’essa, come abbiamo veduto, nella stanza abbrunata, credette che la sua nonna stesse dormendo, e guardatala con infantile curiosità più davvicino, vide che teneva fra le mani una lettera. La additò alla mamma come per chiederle qualche spiegazione, ma la mamma era troppo smarrita e commossa per darle retta. Allora la bambina allungò le mani, e impadronitasi adagio adagio del foglio, si provò subito a leggerlo, abbastanza forte per farsi udire dai suoi genitori, abbastanza piano per non isvegliare la nonna.

Ma la vista di quello scritto bastò da sola a far ravvivare Raimondi, il quale, passato con valido sforzo dal torpore alla conoscenza, prese la lettera di mano alla figliuola, e la scorse tutta rapidissimamente.

Margherita, sapendo vano ogni conforto nella propria bocca, non aveva ancora azzardato di profferire nessuna buona parola. Ma non appena vide Raimondi alzare gli occhi dal foglio, si levò di dove era seduta, e gli disse:

— Posso leggere anch’io. —

Se l’altro si fosse trovato in ogni luogo della terra fuori di quello, avrebbe risposto molto volentieri: « Sì, leggete pure e sarete contenta. » Ma perchè aveva altra voglia che di parlare, non rispose nè bene nè male, e le porse il foglio nell’atto che usciva, senza che Margherita potesse leggergli in volto la impressione che gliene era rimasta.

Giunto nell’anticamera, e sentendosi troppo debole per muovere all’aperto, Raimondi mandò pel curato, e gli ordinò di allestire un convoglio funebre assai decente. Poi, appoggiati i gomiti ad un focolare, e la testa sulle mani, stette lì in piedi tutta la notte, studiando, con ansia premurosissima il modo migliore per escire di pena. Ma appunto perchè voleva escirne con soverchia sollecitudine, glie ne doveva incogliere una maggiore sventura.

Ecco intanto le poche parole dettate dalla morente al suo prete confessore:

« Muoio senza vederti. Dio ha voluto così, e sia fatta la sua volontà. La mente non mi regge per le tante cose che avrei da dirti, soltanto ti giuro che Margherita è ritornata in casa tua per amore della vostra figliuola, e che lo fece ad esortazione mia. Essa non te lo ha mai voluto dire, per paura che tu te la prendessi con me, ma io intendeva di operare per fin di bene, e sono anzi andata a Torino appositamente. Dopo il suo ritorno in famiglia, Margherita mi ha scritto più volte, ma di te, Stefano, non si è mai lagnata. I moribondi non dicono bugie e mi devi credere. Io però ne ho chieste notizie a Milano, e seppi che era assai deperita e malinconica. Se tu ne hai avuto colpa, come pur troppo ho ragione di credere, spero che ora ti vorrai mettere una mano al petto, e ti persuaderai che un momento d’impeto e d’angoscia, provocato dalla tua stessa antecedente condotta, non meritava certo di essere scontato con una vita di tribolazione e di miserie. Per questo ti prego di non mettere mai da parte la mia memoria finchè non ti riesca di trattare Margherita come va trattata una moglie onesta. — Addio, il curato mi affretta pel viatico, e debbo lasciarvi entrambi. Perdonate se vi ho fatto venir qui inutilmente, ma sperava proprio che giungeste a tempo. Basta, Dio non è mai così buono come quando pare che non lo sia, e un po’ di pace fra voi sarà un gran conforto per la mia povera anima. Benedetti voi, benedetta la vostra bambina. »

A queste semplici parole, Margherita non ci potè più tenere, e piegatasi tutta in lagrime sulla poverina, già fredda, la baciò in fronte come se fosse stata ancora vivente. La bambina che aveva buon cuore, la stette a guardare tutta meravigliata, e poi disse:

— Levami un po’ su, mamma. Voglio baciarla anch’io.

II.

Dove si espone, per poi chiarirla nel paragrafo seguente, una delle buie

peripezie nelle quali possa andare involta l’anima d’un uomo.

Vi sono certuni i quali reputano pazza cosa l’affaticare la mente in quella che è grandissima cura degli animi gentili, e non si sono mai chiesti nè che cosa sia l’uomo, nè che rapporti abbia con sè stesso, nè quali con Dio. Se, come Raimondi, si trovano ad essere ricchi, hanno la religione in conto di un magistrato terreno, il quale, col divino pretesto di badare alle anime, tenga l’occhio al sodo, e ne risulti un utile freno e spauracchio... dei poveri.

Prima che uomini di questa fatta si persuadano di aver commesso qualche cosa di brutto, ce ne vuole, ma se arrivano a dirselo, e se, al loro intimo rimprovero, si aggiunga, come subitanea preoccupazione, la paura di un tormento che muova dall’alto, di un tormento contro al quale non valgano nè possano, allora l’idea divina, prorompendo tal quale, assume per loro colpa una selvaggia apparenza, ed è il rimorso che è Dio. Così affacciati miseramente, e per la prima volta, coll’alto quesito, ne traggono una fede losca, superstiziosa, brutale, dove il rimpianto della colpa cede al codardo terrore dell’espiazione, dove questa, a volerli ascoltare, si presenta sempre come maggiore di quella.

Raimondi, pur di togliersi dalle strette nelle quali lo abbiamo lasciato, avrebbe certo tenuto per sacra ogni ultima preghiera di quella donna che a settant’anni aveva dovuto ingegnarsi alla meglio colle tre lire al giorno che le lasciava il marito, e sarebbe giunto volentieri fino a comperarle una messa annuale in una chiesa di grandissimo lusso; ma quando ebbe tra le mani quell’ultima lettera della morente, ed avvertì che il panegirico di Margherita ne era stata la maggiore intenzione, lo sgomento gli crebbe, e vide subito che per uscirne, e per uscirne al più presto, non avrebbe dovuto fidare in altri che in sè medesimo. L’idea poi che la sua buona armonia colla moglie potesse riuscire la eterna salute della madre, gli repugnava al punto da non entrargli in nessun modo nel capo, e per quanto si struggesse di poter scongiurare con qualche sollecito artifizio il miserando suo stato, pure di quella specie di espiazione, tanto naturale ed offertagli dalla madre medesima, si seppe sbarazzare assai premurosamente.

In queste angustie, e perchè non ignorava che il dolore di quelli che rimangono cessa tanto più prontamente quanto più lo sfogano essi onorando i morti con meste e pietose cerimonie, credette bene di frugare nella propria memoria, e di cavarne fuori quanto di opportuno al suo caso gli era per combinazione arrivato alle orecchie. Chi lo avrebbe detto due giorni avanti! Ma gli estremi si toccano, e quei tali che sanno benissimo di non aver mai meritato nulla di buono, riparano spesso, durante la burrasca, nel lato apparentemente opposto, ma in sostanza parallelo a quello dove erano prima. Atei nel mattino, sacrestani a sera.

La prima ubbia che gli sovvenne di aver udito ripetere fu quella antichissima la quale sostiene che la presenza del più prossimo parente all’atto della sepoltura giovi più d’ogni altra cosa al sempiterno conforto del trapassato. Ed egli accolse questa povera idea come una tavola di salute, e si propose subito di mandarla ad effetto.

Il giorno dopo, nell’assenza di Margherita che aveva voluto distogliere Gina dal doloroso spettacolo, e l’aveva tratta con sè nella casa più remota dal camposanto, Raimondi manifestò il suo proposito, e non valsero a rimoverlo le oneste parole del curato. Il quale, da buon prete com’era, e vedendolo così sparuto, gli disse apertamente :

— Faccia a mio modo: stia via. La neve ha principiato ad imbiancare nella notte, e non c’è niente di più triste di un funerale in mezzo alla neve. Pensi che ella è qui solo, e che non ha, come avrebbe a Milano, dei vecchi amici che le possano far compagnia. Piuttosto, se proprio non vuol fidare la sua povera morta a persone straniere, vada lei colla bambina, e mandi la moglie: Si sa bene. Una suocera non è una madre.

Raimondi, invelenito da quest’ultima proposta, gl’intimò subito di non frapporre indugi, e di tenere i suoi consigli per chi li avesse chiesti.

Ma quando arrivò davanti al cimitero, per poco non era più morto della madre sua. I devoti che gli avevano tenuto dietro, lo guardavano con occhi stupiti, e maravigliavano in core avvertendo in un cittadino tanta pietà e tanto timor di Dio. Eppure, poco dopo, quei buoni montanari ebbero tutti di che maravigliare assai più.

Finita la cerimonia, il prete aveva levato l’aspersorio e stava già per benedire la morta, quando Raimondi, come preso da subito raccapriccio, gli strinse un braccio impetuosamente, e gli disse :

— Per carità, reverendo, mi conduca via.

La folla si aperse davanti ad entrambi, ed appena Raimondi ebbe raggiunto il villaggio, fece subito chiamare moglie e bambina, e volle partire immediatamente.

Avviata la carrozza, un gran circolo di gente si radunò intorno al prete, domandandogli ragione di quello strano contegno, nè il pover’uomo credette punto di errare, attribuendo ogni cosa ad una commozione penosa e soverchia.

— Lo sapeva prima — concluse — ma non mi ha voluto ascoltare.

 

No, signor curato, no davvero che non era soltanto eccesso di emozione ciò che aveva strappato Raimondi, come furente, dal vostro piccolo camposanto. Era qualche cosa di più. Giunto cogli altri davanti alla fossa della madre, la sua costernazione era tanto maggiore di quella che aveva preveduto, che il disgraziato non ci vedeva più. Ma pure, perchè ci si trovava, e perchè gli rimaneva, sulle prime, bastante conoscenza per riguardare quel medesimo attuale dolore come pegno di conforto avvenire, s’impose di resistere e di rimanere, ma più resistette e rimase, più gli si accrebbe nell’animo la impressione dello sgomento, ed illanguidì la fiducia e persino la netta ricordanza dello scopo. Allora, ed in questa lotta di moventi contrari, si trovò come inerme davanti a se stesso, fino a che, affatto immemore d’ogni suo proposito, si chiese repentinamente chi gli era cagione di quella tanto inestimabile angoscia. Rispondere a questa domanda, ed erompere involontariamente in un pensiero d’imprecazione contro la memoria della madre, furono, si potrebbe dire, due cose in una.

Qui il disgraziato ebbe pur forza di stringersi al braccio del prete e di voler fuggire. Ma il male era già fatto. Perchè quello sciagurato pensiero, di lui più forte, si era quasi immedesimato coll’intima sua mente, e vi si riproduceva da sè solo tanto più spesso, quanto più egli faceva sempre di tutto per cacciarselo affatto di capo.

III.

Raimondi costretto finalmente a fare una terza

e grandissima vittima.

Era uno stato compassionevole che merita bene due o tre pagine di esame, perchè dimostra quanta connessione si celi nell’apparente scompiglio che invade, in certi bruschi momenti, i più involontari pensieri degli uomini. Questi pensieri involontari, ben lungi dall’essere liberi, sono invece la cosa più conseguente e più legata che si possa immaginare, e coloro, buoni o tristi che sieno, i quali tentano, nelle giornate d’orgasmo, di farli divergere come di punto in bianco, non solamente non ci riescono, ma il più delle volte sono forzatamente condotti a diventare questi più tristi e quelli più buoni di prima.

Raimondi, per esaurire più presto la eredità di rimorso che gli era toccata, aveva voluto così all’improvviso fare di sè un figliuolo anche migliore degli altri quando appunto egli non aveva più madre, quando appunto questa povera madre non poteva più soffrire per cagion sua. Ma sarebbe egli poi stato in grado di effettuar veramente questo interessato disegno di postuma religione figliale? O piuttosto non era a prevedere che i vecchi istinti, già troppo secondati, non reagissero immediatamente contro le troppe nuove aspirazioni, e non costringessero lui, come inetto ad incarnare il più piccolo buon pensiero, a cadere invece più giù che mai? Premurosissimo di ritornare l’uomo di prima, non aveva pensato che la sua riconciliazione con sè medesimo doveva essere, come tutte le vere riconciliazioni, la cosa più spontanea e più lenta di questo mondo, e che, per raggiungerla niente era meno opportuno che il volerla affrettare con posticcie e sbrigative superstizioni. Per il bel bisogno che ne aveva sua madre !

In ogni modo, peggio di quanto gli era andata non gli poteva andare di certo. Ma poniamo che poi arrivato a Milano, egli avesse almeno giudicato sè medesimo senza fare, come avrebbe dovuto, nessuna astrazione dai precedenti che stavano a suo carico. Certamente avrebbe detto a un dipresso così :

— È verissimo che io, nell’accompagnare il curato, aveva in mente anzi tutto di pagare più presto un debito assai penoso, ma ciò non ostante la intenzione di occuparmi con affetto anche di mia madre non mi mancava di certo, almeno allora. Cosa prova adunque l’eccesso contrario e per me solo dolorosissimo al quale, giusto allora, ho principiato a sentirmi trascinare? Prova che io, nuovo alle buone intenzioni, le tramuto e le soffoco mio malgrado, ma come fu assai giusto che dalla mia tarda e quasi schernitrice pietà figliale mi venisse appunto la precisa tribolazione che ora mi tocca di sopportare, altrettanto sarebbe ingiusto di riguardare come una colpa ciò che è invece un supplizio bello e buono. La colpa sta nell’intenzione, ed io non posso avere intenzione di tribolarmi in questa maniera per il bel gusto di maltrattare la memoria di una madre, che ha già bastantemente sofferto per opera mia, ed alla quale ora non potrei più nuocere nemmen volendo. Se dunque tutto il danno si ritorce finalmente sopra me solo, con che giustizia dovrei risponderne davanti a lei? No, la mia vera responsabilità è altrettanto grave, ma è dimolto più semplice: non ho amato mia madre viva, e però non meritava di poterla piangere morta, senza che il mio dolore, per un modo o per l’altro, non mi si mutasse in veleno.

Giudicandosi a questa maniera, sarebbe stato nel vero, ed avrebbe anche veduto, se non disperdersi, mitigarsi almeno, e da sola, quella gran pena che gli era toccata. Invece, per eliminare i propri torti, non volle occuparsi che dell’ultimo, perchè durava sempre e non lo poteva negare, e così, osservatolo isolatamente, fu astretto a precludersi ogni ulteriore salvezza con queste precise parole: — Sostenere che io non ne ho colpa varrebbe lo stesso che imputare un altro di quel che penso io. Come mai potrebbe uscirmi dall’animo una cosa che non ci fosse?

E però, in luogo di rimpiangere la brutta vita deliberatamente fatta fare alla madre, e le altre sue ben volontarie prodezze, fu tratto a rinfacciarsi continuamente quella cosa appunto nella quale la sua volontà non era entrata per nulla: cioè una condizione d’animo, meritata fin che volete, ma non per questo meno spaventosa, e che doveva peggiorar di continuo, quanto più si sforzava a combatterla. Niente dunque è più facile che immaginare quanto l’ineguale contrasto gli rubasse incessantemente di forza e di salute, e come gli fosse contesa una sola ora di sonno e di tregua. Come dire che il vecchio Stefano Raimondi, quello cioè che non era mai andato così d’accordo con nessuno quanto colla sua parte più riposta e più intima, dileguava tanto ogni giorno più da mutarsi adagio adagio in un uomo sempre occupato ad esasperar di continuo quella ineffabile tortura che aveva in core. Come dire che Domeneddio lo aveva finalmente arrivato, e che una sola pagava tanto per tutte da condurlo inesorabilmente a seppellirsi vivo dentro di sè.

La bambina gli montava spesso sulle ginocchia e gli diceva in molte maniere, l’una più ben trovata dell’altra :

— Mi fa pena papà, di vederti così triste. È segno che stai male. Non potresti chiamare qualcuno che ti facesse star bene?

Raimondi cedette e lasciò chiamare un medico. Ma la sua volontà, fatta imbelle contro lui medesimo, non gli era venuta meno nei suoi rapporti cogli altri, ai quali non si sarebbe svelato anche a costo di farsi mettere in pezzi. Fu per questo che il medico, sebbene valentissimo, non potè giudicare che delle apparenze, e non valse a nulla, se non a prevedere che quell’uomo, invecchiato di vent’anni in pochi mesi, non era più al mondo per altro che per morire adagio.

Eppure, se Raimondi avesse avuto il coraggio di dire la verità, quello stesso medico lo avrebbe confortato molto, perchè certamente gli avrebbe detto che anche il più innocente di tutti i dolori, quando sia grande, e piombi su delle anime non agguerrite a sostenerlo bene, può giuocar loro dei brutti scherzi, sul genere di quello giuocato a lui dalla sua ribellione contra un rimorso così naturale o così legittimo. Ma esso medico, per poco avveduto che fosse stato, avrebbe dovuto guardarsi bene dall’aggiungere il rimanente: vale a dire che questi incolpabili pazienti non se ne danno, poco dopo, neanche per intesi, e talvolta ci guadagnano anzi di rimettersi in calma più presto assai di quegli altri i quali, a pari condizioni, sanno però mostrare maggior forza d’animo.

Doveva guardarsi dal dirlo, perchè Raimondi, che ne aveva mostrata così poca, e che, ciò malgrado, si vedeva ancora così lontano dal tornare in pace, avrebbe potuto giustamente rispondere:

— Tanto vale ripetermi all’infinito che mi manca appunto quella piccola cosa che è l’innocenza. Fosse in vendita, capirei; si potrebbe insistere per farmela comprare, ma così, per ribadire un chiodo già tanto fitto, che giovamento c’è?

IV.

E Margherita?

Margherita, appena montata in carrozza, aveva subito avvertito che Raimondi non poteva star peggio, e però, appena tornata a casa, pensava di scrivere tosto a quel tal prete che lo aveva ricondotto dal camposanto, chiedendogli se nulla di sinistro non gli fosse accaduto. Il prete le offerse naturalmente la medesima versione che aveva dichiarata sul luogo ai suoi poveri montanari, e Margherita non poteva avere nessuna ragione per non crederla vera. Raimondi, per lei come pel curato, aveva dunque ricevuto una impressione dolorosa e fortissima dalla quale il tempo solo avrebbe potuto farlo riavere. E nulla più.

Memore del passato, e dei rapporti che erano corsi tra il marito e lei, si adoperò, con delicato riserbo, in trovar modo di giovargli di seconda mano, e se poi Raimondi avesse indovinato che essa si logorava il capo cercando pretesti per fargli tener compagnia dalla loro bambina, glie ne sarebbe venuta ira e dispetto, e più sdegnoso della di lei compassione che di quella degli altri, avrebbe sicuramente sofferto il doppio.

Ma perchè, per la grazia di Dio, egli non aveva più tempo di tormentare nessuno, nemmeno sua moglie, così questa povera moglie potè respirare un pochino, e fare a sè stessa dolcissimo scopo di vita nuova della sua opera di perdono e di carità. Aveva dunque ragione la signora Teresa quando, press’a poco, lasciava scritto che Dio è sempre buono, e lo è forse più quando lo sembra meno. Chi potrebbe dire in qual diverso modo non sarebbero andate le cose se quei due bravi cavalli di posta fossero riusciti a guadagnare un paio d’ore? Raimondi se ne sarebbe fatto un gran merito, e forse... ma queste sono deduzioni che il lettore può fare da sè, come non c’è bisogno di dire che Margherita non riteneva niente affatto che suo marito si fosse mutato per forza, ma bensì per quell’ultima lettera della signora Teresa che gli aveva tanto raccomandato la pace in famiglia. Gran bella cosa esser buoni! Per lo meno ci si guadagna, che si credono sempre men cattivi gli altri!

Così Margherita potè trarre dalle antiche sventure il conforto di stringersi, con lieto animo, all’idea che non sentiva più nessun rancore verso suo marito, e che non c’era più pericolo di cattivo esempio per la loro bambina. Queste, per altre donne più felici, non sarebbero state cose nuove nè valutevoli, come sembravano a lei, perchè il dolore ha di buono che ogni piccolo bene che gli succeda sembra a noi cosa grande e non prima sperata possibile.

 

Alcuni mesi dopo la morte della signora Teresa, il luogotenente Gustavo Birocci, bello e simpatico uffiziale d’artiglieria, di guarnigione in Sardegna, veniva a passare in patria il suo primo mese di regolare permesso, e Margherita faceva ogni cosa per indurlo, a vedere Raimondi, ed a rappacificarsi con lui. Le sue parole, press’a poco, erano sempre queste :

— Se tu vedessi come ha sofferto, e come soffre, davvero che farebbe compassione anche a te. È tuo cognato poi finalmente.

— Sì... è mio cognato. Oh insomma, sai cosa ti devo dire? Che ne hai di belle. Finchè tuo marito stava bene, e ne traeva profitto per tormentarti, te ne dolevi dalla mattina alla sera; ora che sta male, e gli sono tolti i mezzi di nuocerti, vorresti vederlo tornar da capo. Bel sugo!

— Intendi che si è ravveduto?

— Oh che gli uomini non si ravvedono! Li conosco meglio di te, io.

— Tu sei un soldataccio che non capisci nulla, e temi più che mai di commuoverti alla sua vista, e di mostrare così che hai il cuore più buono di te. Ecco la gran ragione.

Ma non ci fu verso d’indurlo a metter piede in casa di Raimondi, nemmeno in occasione del natalizio di Gina, la quale non se ne potè dar pace, e gli disse « brutto » per più giorni di seguito. E brutto per lei, come per tutti i bambini, voleva dir cattivo.

Chi aveva ragione? Gina o Gustavo? È certo però che Margherita non era andata lontana del vero, e che vi hanno persone le quali non si vergognano mai tanto di nulla quanto di mostrare che hanno buon cuore.

 

Poche ore prima di partire, Gustavo si diede un gran colpo nella testa e disse, parlando a Margherita :

— Andava quasi via senza raccontarti una storia che mi è accaduta un mese fa, passando di Genova.

— Che storia?

— Questa. Aspettava, girando per le strade, l’ora di partire per Milano, quando, ritto in piedi in contemplazione davanti alle scodelle d’un cambia valute, vedo quel certo furfante di Pavia che è venuto a farti quella tale scena. Aspetto che si muova, e lo seguo. Volta finalmente per una straduccia, io me gli stringo ai panni, e prendendolo per il coppino, gli dico :

— Senti, ribaldo. Io non ti cercava, ma poichè mi sei venuto sotto alle mani, ho una gran paura che te ne resti il segno.

Il tristo non si poteva voltare, ma mi riconobbe alla voce, e parlando smozzicato, sclamò :

— Pietà Birocci. Compassione d’un disgraziato.

— Tu disgraziato?

— È in che malo modo. Toglietemi le mani dal collo e vi racconterò ogni cosa.

Lo lasciai libero ed egli continuò :

— Avete a sapere che sono stato nominato tutore della bambina di un mio fratello che è morto. Compreso della santità della mia missione consultai le quarte pagine di tutti i giornali per stanar fuori l’istituto femminile più a buon mercato di tutta Italia, e la perversa fortuna mi fece mettere gli occhi su questo di Genova che vedete lì, a due passi. Condussi meco la mia pupilla per allogarvela, e quale non fu il mio stupore quando mi avvidi che le grazie della mia persona avevano fatto breccia nel core soavissimo della proprietaria, una signora della mia età, magra come un chiodo, e brutta... oh brutta come il peccato mortale! Costei, offrendo a mia nipote migliori patti che alle altre sue allieve, trovava sempre qualche pretesto per trattenermi nel suo gabinetto, e un giorno mi diceva di avere sempre vissuto di speranze, un altro di essere già rassegnata a vivere di memorie. Ho pensato fra me e me: « Una donna che vive economicamente di questa roba è una donna che non mi dispiace. » Che cosa vi devo dire? Mi sono lasciato condurre davanti al sindaco, e l’ho inghiottita per moglie. Appena entrato nella dolorosa schiera degli uomini che non sono più a tempo a dir di no, ho fatto di me stesso il credenziere di casa, e vi assicuro in parola d’onore che nessuno vi ha mai sofferto d’indigestione. A mia moglie poi ho fatto masticare tanta fame che, di magra che era, mi è divenuta così trasparente che se le metto una candela accesa di dietro, mi illumina davanti. Eppure, sarà l’amore che la tiene ritta; il fatto è che non mi dà mai requie nè di giorno nè di notte, e che è diventata una di quelle mogli che ammazzano un marito a furia di cure, di premure, di tenerezza e di amor coniugale. Oh se qui, ed in Sardegna, ed a Mantova non ci fossero tante case di ricreazione !...

— Che cosa fareste? — gli chiesi.

— Proverei ad allungarle due dite di collo... ma così... per provare... una volta sola.

Margherita, che si era come orientata, prese a dir subito :

— Purchè non si tratti di quella disgraziata che fu un tempo mia governante, e che da qualche anno non mi scrive, e nemmeno mi risponde più.

— Questo — proruppe Gustavo — è il bello della storia, e l’ho saputo dal marito medesimo. È lei.

— Povera donna.

— Una volta che è contenta, e se lo tiene stretto come un tesoro, se lo goda. Purchè lo martorizzi davvero !

Aveva dunque ragione chi primo disse, parlando di tutti gli uomini :

— Siamo molti al mondo, è vero, ma il destino d’ognuno di noi tocca o rasenta così spesso quello di alcune determinate persone, che è precisamente come se si fosse in pochi.

L’EPILOGO

Il tempo ha dato ragione ai pronostici del medico milanese, ed ora, in Napoli, c’è un avvocato che volge molto spesso la mente all’onesta immagine di una donna, la quale, vedova e madre, si è tutta consacrata all’unica giovinetta. E il pover’uomo giunge qualche volta fino a guardare, con aria un po’ contrita, la prolifica moglie e i cresciuti e moltiplicati rampolli.

Raimondi, grazie alla figliuola, dovette lasciare usufruire il suo troppo danaro a chi meno avrebbe desiderato, cioè a Margherita, ed egli si trova ora sotto il peso d’una lunga iscrizione lapidaria, molto indulgente, molto classica, e più greve e ponderosa del marmo sul quale è incisa.

Gustavo ha quasi trent’anni, ed è assai contento ogni volta che ode parlare di certi matrimoni, in voga a Milano, nei quali un uomo sui quaranta, od anche più in là, si becca, per esempio, una giovane di venti. Ha messo gli occhi su quella Gina che promette di tener dalla mamma, e pensa così di porre in salvo la dinastia e la roba del signor Anselmo.

Quanto a voi, lettori, dovete fare una bella cosa: badare cioè di non giungere mai, come Raimondi, alla impotenza del bene, e procurare però di tenervi in esercizio.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Indice opere di Alberto Cantoni

Progetto Cantoni

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011