ALBERTO CANTONI

Tre Madamine

NOVELLA MILANESE

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

TRE MADAMINE [1]

I.

Se tutti i buoni dovessero sempre aver bene, ci sarebbe poi un gran merito nella bontà? Bensì una cosa può dirsi molto veracemente di loro: ed è che essi, fortunati o no, godono egualmente di quella tranquilla serenità dell’animo che è da se sola, una fortuna grande.

Due donne, vecchia l’una e giovanissima l’altra, lavoravano insieme in una stanzuccia molto alta e modesta. La giovane (un bel visino capriccioso, dove i ricci biondi del capo davano grandissimo risalto a un par d’occhioni neri precocemente mesti e pensosi) stava ravviando le sue eleganti vesticciuole di modistina, ma con tanto calore e con tanta sollecitudine come se avesse avuto l’argento vivo addosso. Ora dava un punto ad un collarino, ora ad una camiciuola, e soffiava nel foco, ed imbiancava una cosa, e se ne provava un’altra davanti allo specchio. Finalmente, come per rompere il silenzio, guardò la vecchia e disse:

— Nonna, piove come Dio la manda.

— Sento, — rispose quella: un’affabile vecchietta che stava per iscavalcare la settantina. — E creolo che si farebbe meglio ad andare a letto.

— Non ho sonno.

— Ai tuoi anni ed a mezzanotte! Via, Carolina, lascia i misteri colla tua nonna. Che uomo è? —

— Chi?

— Quel tale che ti piace. Quel tale che ti vuol bene.

— Dacchè l’ho dato a balia non ne so più niente, — rispose la giovane, con un fare asciutto che contrastava assai colle scherzose parole.

— Male, — prese a dire la vecchia, — molto male! Amor non confessato, amor pericoloso, dicevano ai miei tempi. Ma che tu non confessi non vuol già dire che io ti nasconda la mia opinione. Mi stai ad ascoltare?

— Volontieri, — sclamò Carolina, levando gli occhi in su in atto di rassegnazione.

— Ti ho già detto molte volte che tu non devi pensare che a te. Sai benissimo che ho pronta una buona signora, la quale dispone di un letto all’ospizio, e che essa, Dio le renda il merito! lo tiene vuoto espressamente per me. Ma per potermi chiudere col mio core quieto, mi ci vuole anche un’altra cosa: ed è la certezza di poter dire alla tua mamma, quando con l’aiuto di Dio la tornerò a vedere, che io ho fatto il possibile per allogarti bene. Ora sei vicina ai venti, e mi pare che non dovresti aspettar tanto a fare una buona scelta, che Dio ti benedica.

— È inutile tirar fuori dei discorsi che mettono malinconia. Vi ho detto mille volte che per ora non mi voglio maritare.

— Pur troppo che me lo hai detto! Pur troppo che hai già rifiutato il falegname qui della piazzetta!

— Volevate che lo prendessi?

— Perchè no? Un bello e bravo figliuolo, senza vizi, senza cattive pratiche...

— Ma non basta, nonna. Ora il mondo si è messo ad andare in un altro modo, lo dicono tutti. Ora si bada molto alle maniere, e moltissimo alle apparenze. Io vado spesso a provare i cappelli e le mantiglie alle signore, e mi trovo sempre per il mio mestiere con persone di garbo, con persone ben educate. Non potrei, anche se volessi, mettere il core in un uomo di quella stampa che piacerebbe a voi.

— Ma se vai avanti di questo passo, che cosa farai?

— Aspetterò che mi capiti qualche cosa di meglio.

— E se non capita?

— Resterò così. Ho poco da arrischiare. Vedo io le mie compagne più vecchie che han preso marito come sono contente! Una stenta di fame per poter andare in giro con un vestitino pulito; un’altra sta giù sotto una vôlta a vendere il carbone; una terza, la più carina di tutte, mi ha confessato giusto ieri che il suo uomo non si leva mai la cicca di bocca.

— Che disgrazia!

— Piccola per una volta, per due se volete, ma sempre! È una gran parola, sapete quel sempre! Vedeste invece l’Agata e la Cecilia come son fresche e liscie?

— Aspetta di avere i miei anni, e poi mi saprai dire che fine faranno l’Agata e la Cecilia!

— Ma voi, povera la mia nonna, che fine fate per l’amor di Dio!? — sclamò Carolina impetuosamente. — Avete tribolato vent’anni per maritare la mia povera mamma, e morta lei, morto il mio babbo, vi sono rimasta sulle spalle io. Avete, riprincipiato a tribolare per altri vent’anni, ed ora che siete vecchia, ora che il nostro lavoro ci basta appena appena, ora desiderate di darmi marito, per infilare in santa pace la porta di un ospizio. Vi par molto bella questa fine vostra? E che cosa ci avete guadagnato ad arare diritto per tanti anni, e a non godere mai il gran niente di niente? —

La vecchia, in luogo di turbarsi a questa intemerata, escì in una quieta risatina che fece fede e della sua bell’anima e degli scarsi denti. Poi disse:

— Altro se ci ho guadagnato! E mi posso contentare.

— Davvero? — domandò l’altra, voltandosi intorno, come per passare in rassegna i poveri arredi della cameretta.

— Ci ho guadagnato che ho quasi settant’anni e che non ho mai voluto male a nessuno. Non è piccola cosa, credilo. Ne ho conosciute molte io che sono andate giù di strada, ed ho ben visto quanto cattivo sangue si sono fatte col male appunto che volevano agli altri. Gli anni passano intanto, e viene poi il giorno in cui, sole ed abbandonate, non hanno altra soddisfazione che quella d’imprecare più spesso al primo uomo che le faceva fuorviare: esse che per uno ne hanno poi fatti fuorviare tanti. O Carolina, se i letti dell’ospedale potessero parlare! Che scuola per voi ragazze! Sentireste quante disgraziate vi hanno languito dei mesi, senza che nessuno chiedesse mai di loro, e smaniose di andarsene all’altro mondo, pur di escire di guai, e di togliersi una buona volta a quel castigo di voler male al prossimo. —

Queste parole parvero scuotere un pochino la giovane, la quale col pretesto dell’ora tardissima, parlò subito di andare a dormire.

II.

I giovani del nostro tempo ne hanno di belle in testa. Credono quasi tutti che la esperienza del mondo di una volta non aiuti gran fatto a giudicare di quello d’ora, e quando una persona, parlando, raggrinza le rughe o mastica le consonanti, la stanno ad ascoltare così per compiacenza, ed è un gran dire se non esclamano con quell’accento enfatico e senile dove ogni esse è un fischio:

— O cospetto di bacco! —

Le parole della nonna avevano còlto nel vivo l’animo di Carolina, è vero, ma erano pur sempre parole di nonna, e come tali non andavano prese per il sottile. Di fatto la ragazza non era ancora ben sotto alle coltri, che già aveva principiato a crollar le spalle! Oh se in luogo di una pacifica vecchietta, con poco sangue nelle vene, fosse stata una madre che le avesse dette le medesime cose, una madre giovane, una madre vera, chi non vede quanto più profondamente non sarebbero discese nel cuore della ragazza, e come presto i sofismi di costei, tutti investiti da quella fiamma d’amore che non ha l’eguale, avrebbero dovuto abbandonare il campo alla divina eloquenza dell’amore materno. Ma le madri morte non rinascono più.

Carolina, che si era messa, nonostante la perversa stagione, tutte le galanterie da lei approntate la sera innanzi, picchiò, appena escita, ad un’altra porticina della medesima casa, dove essa abitava, e chiamò per nome una sua giovane compagna, colla quale aveva l’abitudine di far la strada, nell’andare a scuola.

Scuole, per il buon popolo di Milano, sono quelle botteghe di sarta o di modista, dove entrano più ragazze per imparare l’arte, e di dove alcune escono pur troppo con la ferma intenzione di metterla da parte.

Un operaio sui cinquanta, illuminatore di professione, si affacciò ad una finestra che dava sul pianerottolo, e disse:

— Beatrice si sente poco bene. Sono stato per chiamarla un’ora fa, e mi ha detto che voleva dormire. —

Carolina non se lo fece ripetere due volte, e salutato il buon uomo, si avviò sola sola verso la via, schermendosi col velo dall’uggioso e fitto nebbione che le cercava il viso, e saltellando sulle strisce di fanghiglia con la grazia particolare di ogni madamina, la quale sappia di avere il piede piccino, e si trovi in possesso di due stivaletti che le vadano bene. Le calzature sono in tutto il mondo incivilito la grande preoccupazione delle giovani sarte e delle giovani modiste; che lo scialle sia logoro, o che gli abiti si reggano a stento, non importa nulla, ma gli stivalini! Dio guardi! si rischia di passare per guattere, per pollaiuole!

Svolta di qua, cammina di là, la principalissima delle nostre eroine arrivò finalmente alla sua bottega. Il carnevale era già inoltrato, e le operaie non sapevano più da che parte girarsi per contentare affannosamente quelle molte signore, le quali, senza il tempo indiavolato che durava da una buona settimana in poi, sarebbero comparse a brontolare dieci volte al giorno.

— Brava Carolina! — esclamò la padrona appena la vide comparire — hai fatto benissimo a vestirti con garbo, perchè devi prendere teco un paio di ragazzine, e andar subito a provare tutta questa roba alle tre signore dell’altro ieri. Se sono a letto, aspettale. E domanda scusa se non vengo io. Ho troppo da fare. Aiutami.

Carolina, per più ragioni, aveva messo un cipiglio, un broncio tale che non pareva più lei, e non si sognava nemmeno di aiutare la padrona, la quale stava disponendo artisticamente una certa quantità di trine, di pizzi e di merletti dentro a due scatole che aveva sul banco. Ma che razza di scatole! Due casse addirittura. Se Francesco Desanctis fosse stato lì vicino, e avesse visto che piccoli contenuti navigavano dentro a quegli enormi contenenti, sa Dio come si sarebbe messo di mal’umore!

Carolina prese le scatole di mano alla padrona, le consegnò a due piccine, e si mosse per avviarsi.

— Sai nulla di Beatrice? — le chiese quella, prima che uscisse.

— Ammalata! — rispose Carolina, che, nei momenti di luna, pareva, alla lingua, una donzelletta dell’antica Sparta.

— Giusto ora! — sclamò l’altra stizzita. — Con tanto tempo che c’è in quaresima! —

Carolina fu per rispondere che anche di carnevale, per far la rima, si può star bene e si può star male, ma si trattenne e andò, seguita dalle due piccine, le quali, per difendere dalla pioggia le scatole appese al braccio, e nonostante che non avessero, per così dire, ciabatte ai piedi, pure sostenevano in mano due ombrelloni fatti apposta, che parevano due arche di Noè. Povere creature! Davan di frego in tutti i muri da una parte, annaffiavano tutte le persone dall’altra, e si può credere quanti moccoli si tiravan dietro. Finalmente, come Dio volle, Carolina mise il piede nella abitazione della prima signora, ed anche le scatole ci arrivarono in salvo, colle bambine.

Chi aprì fu una giovane fantesca, la quale, con un viso lungo quanto quello di Carolina, accolse le nuove venute con queste precise parole:

— Oh brave! Venite un po’ anche voi a digerire la cattiveria della mia padrona! È un serpente questa mattina. Buon per me che al trentun del mese me la batto; altrimenti ci lascerei la pelle.

— Bene! — pensò l’altra — mi è proprio cascato il cacio sui maccheroni, come diceva quello. —

Dobbiamo raccontare minutamente le peripezie della nostra modistina in quella celebre sua mattinata?

No. Le scene popolari vogliono essere corte, ma brevi, come diceva Stenterello anima buona, e noi, nei nostri panni, non faremmo che ripetere tre volte le medesime cose. Una basta.

Diremo adunque alla spiccia che se tutte le signore avessero la benchè menoma idea del gran male che fanno a rovesciare il loro cattivo umore sulle giovani serve o sulle giovani operaie (non s’intenda con questo che faccian bene a maltrattar le vecchie), se l’avessero questa menoma idea, torniamo a dire, scommetteremmo sul serio che molte, che tutte quasi ci rinunzierebbero. Che diamine! Vi sentite bisbetiche? Avete i nervi in tumulto? Pigliatevela colle amiche, bevete un’infusione di camomilla, andate a passeggiare! Ma non rischiate di far perdere la pazienza a tante belle ragazze che ci rimettono gli occhi per farvi comparire, e che, impazientite, possono benissimo procurarsi delle distrazioni, o non volerne più sapere di voi. Costa tanto poco la buona maniera, e la povera gente ci tiene tanto!

Ora avvenne che le tre dame in questione (tre pedine una più brutta dell’altra) si trovarono tutte e tre d’accordo nel volersi improvvisamente mutare in belle. Furono eterne confabulazioni prima con lo specchio e poi con Carolina, per provarle, accademicamente, che era una buona a nulla lei, che era una buona a nulla la sua padrona, che erano buone a nulla tutte quante le modiste di Milano.

Questo per principiare, e dappertutto. Una poi delle tre signore andò a cercare una polizza irta di cifre mandatale dalla padrona il giorno innanzi, con l’ammontare di parecchie antecedenti commissioni. Trovatala, durò un tempo infinito in calcoli intricatissimi: il primo, tutto aritmetico, per raddolcire possibilmente l’amaro tossico del totale; il secondo, più edificante, per determinare quanta parte di esso totale si dovea chiedere con altra polizza a quella «lesina » del di lei marito, e quanta, di nascosto, avrebbe prestissimo pagato lei. Risparmiando a tavola e in famiglia; è chiaro.

L’ultima, finalmente, si divertì una buona mezz’ora a malmenare un cappellino a prova, guardandone minutamente i fiori ed i nastri, e poi, tutto ben considerato, volle subito provare a far mettere il rosso dove era il giallo, e il giallo dove era il rosso: ma siccome di qua o di là, l’effetto era sempre uno, e bella non ci poteva divenire in nessun modo, così, credetelo, era una cosa da morirci sotto. Immaginatevi Carolina che avrebbe voluto, non si sa perchè, arrivare a bottega molto prima del mezzogiorno, e che invece andò avanti a pazientare più in là del tocco.

Quando, con l’aiuto di Dio e dei santi, sbucò fuori della terza porta, aveva gli occhi gonfi che le volevano uscire dal capo, e disse, con palese ingiustizia:

— Aver vantato, giusto iersera, il loro buon garbo, la loro educazione! Tutte così! Nessuna che si metta nei nostri panni, e veda quanto le belle cose toccate a loro costino di privazioni e di sacrifizii a noi! —

Rientrò in bottega, e appena seduta in mezzo al fitto cerchio delle sue compagne, domandò a bassa voce:

— S’è visto? —

Le ragazze, con vario tono e in vario atteggiamento, secondo che il fatto aveva confermato o no le previsioni loro, risposero:

— No.

Carolina impietrò di dentro, come il conte Ugolino. Avrebbe voluto mandar la cosa in celia, ma la lingua le fece groppo; fortunatamente per lei che una bellissima giovane entrò in quel momento nella bottega, e principiò subito a bisticciarsi colla padrona, e ad occupare di sè tutte le altre ragazze.

— Guarda guarda che bella cera ha l’ammalata! — prese a dire la caporalessa, che aveva nome Filomena e che passava per la più buona testa e per il più brutto viso della comunità.

L’ammalata era quella tal Beatrice che nel mattino avea voluto rimanere a letto: una bella faccia bianca e rossa con due occhi assassini che dicevano troppe cose per i suoi vent’anni.

Carolina, Beatrice e la caporalessa Filomena rappresentano adunque la gloriosa triade riunita insieme nel nostro titolo. Ma per poter proseguire, ne conviene ora di tornare indietro. Bisogna andare a capo.

III.

Beatrice, colla sua testa leggiera leggiera, aveva avuto in sorte le condizioni di casa e di fortuna che ci volevano per andar a finir male, nè, dal canto suo, ci aveva poi messo grandi difficoltà. Orfana anche lei come Carolina, solea far polpette di quello zio illuminatore che l’aveva raccolta, ed era uomo altrettanto languido e bonario, quant’era viva ed animata lei.

Lo zio sentiva sicuramente in fondo alla zucca una specie di embrione dei suoi doveri di tutore e di parente, e ne uscivano di quando in quando certe parlate piene zeppe di buonissime intenzioni, ma ahimè! la predica del bene si adagia assai male dentro a una bocca abituata all’acquavite, ed egli, lo zio, ne beveva tanta mattina e sera, che Beatrice più che a scostarsi non poteva pensare, anche volendo.

Sana come un pesce, gaia come un usignolo, spensierata come una farfalla, aveva messa tutta la testa, fin da quando era piccina, ad imparare, come soleva dire, il vivere del mondo, e di fatto, benchè giovanissima, aveva già sepolti vivi, nel più profondo del cuore, i suoi due primi e disperatissimi innamorati: mimo l’uno e parrucchiere l’altro. Il terzo, che regnava tuttora senza punto governare, era un giovine cavallerizzo, altro birichino della di lei stampa, che aveva tanta voglia di sposarla, quanta ne avevano i primi due. La peggio era che non ne importava niente affatto nemmeno a lei.

Eppure, nonostante quel suo discendere allegramente in basso, non poteva ancora dirsi pervertita del tutto. Cotesto sarebbe venuto col tempo, s’intende: ma per ora la gioventù da una parte, e la medesima leggerezza dall’altra, temperavano in certo qual modo la precoce corruzione sua, e ne usciva un certo che di simpaticone e di petulante, di cui tutti andavano matti, e che naturalmente si guastava ogni giorno più.

Perfino la vecchia della prima scena la giudicava indulgentemente, e non sapeva esimersi dall’aderire quando Beatrice, che non era punto sua nipote, la chiamava egualmente nonna, e le diceva, ponendole le braccia al collo:

— Carolina ed io abbiamo deciso di condurvi a mangiare i tortelli ed il lattemiele. Ci venite, non è vero?

— Sei una birbona, — solea rispondere la vecchia, — ma per ora non ne ha colpa che la testa. Così mandassi a far benedire il tuo cavallerizzo!

— Manderò.

— E mettessi giudizio...

— Metterò.

— E ti sposassi come Dio comanda...

— Sposerò. Comanderò. Tutto quello che vorrò. Ma intanto mangiate questo tortellino che vi vien da me, nonnetta d’amore. —

Carolina aveva ceduto prima d’ognuno al fascino universale, e si era stretta alla sua compagna di quella calda amicizia che si conveniva alla sua indole raccolta e mesta. Beatrice la ricambiò il meglio che potè, cioè assai di parole e un po’ meno di fatti, per la gran ragione che niente di assoluto poteva attecchire in quella sua anima volubilissima. Cominciarono i musi e le collere, poi le spiegazioni e le paci, finchè il fatto, come vedremo, venne a confermare luminosamente le parole di una saggia portinaia, la quale, noi presenti, diceva una sera a parecchie femmine convenute insieme:

— Guai quando le donne si appassionano troppo fra di loro. Fin che è un’amicizia moderata, può durare e andar bene, ma quando si riscaldano, guai! Ogni più piccolo torto che si facciano, diventa una montagna, e se non si picchiano potete ringraziare domine Dio. —

Sottraete le picchiate (le quali non sono che una prova come un’altra del poco bene che ci si vuole), e vedrete che il rimanente si attaglia appuntino tanto alle portinaie che vegliano a terreno, quanto alle gentildonne che dormono al primo piano.

Alcuni giorni prima un bel giovinotto si era messo a girellare davanti alle invetriate della bottega.

La padrona pensava troppo a far quattrini per poter avere un occhio di dentro e un altro di fuori, e non vedeva mai nessuna cosa del mondo che non avesse una diretta attinenza col suo libro mastro; ma il giovinotto non era ancora ben passato quattro volte, che già le operaie si aspettavano di vederlo ricomparire la quinta, e Filomena, che sapeva alludere alla sua bruttezza con la maggiore e più candida filosofia, sclamava subito:

— Che passeggi per me quel Tizio biondo? —

Una risata che parve un fuoco d’artifizio tenne dietro, scoppiettando, a queste parole. La padrona si mise a brontolare, e Filomena, per non farsi scorgere, lasciò passare la quinta e la sesta apparizione, e poi disse, più sottovoce di prima:

— E perchè no? Voi due, Carolina e Beatrice, perchè siete le più belle, v’immaginate subito che passeggi per voi. Può essere. Non dico di no. Ma per ora non si può nemmeno dire di sì. Siamo qui undici tutte in un mucchio, e coi vetri arabescati dall’umido e dal freddo vediamo appena che ha la testa voltata in qua. Che baldanza è dunque la vostra di voler sostenere, così all’oscuro, che guardi voi e che non guardi me? —

Nel domani si tornò da capo, ed una quarta ragazza, di cui taceremo il nome per non isfruttare senza bisogno tutte le sante del calendario, prese la cosa da un altro verso, e disse:

— Per chi tenete voi altre? Per Baeatrice o per Carolina? —

Le voci si divisero, senz’urna, quattro da parte e quattro dall’altra, e Filomena che avrebbe potuto, col suo unico voto, mandar la bilancia di qua o di là, non volle saperne in nessun modo, perchè disse:

— Finchè si tratta di scherzare, è un conto, e ci sto, ma io non voglio metter male fra le mie compagne, per belle che sieno. A tenere per l’una o per l’altra, si rischia di impuntigliarle tutte due, e il Tizio biondo può essere benissimo un mascalzone ben vestito, il quale non si contenti di rovinarne una. Ho detto.

— Hai la bocca apposta, — sclamò Beatrice, crollando le spalle.

Arrivò intanto la sera.

Le due belle amiche si mossero a braccetto per andar a casa in compagnia, ed infilate cinque o sei contrade, si tentarono entrambi del gomito, avvertendosi vicendevolmente che il Tizio biondo pedinava dappresso. Come facciano le madamine a vedere senza volgere il capo una persona che le stia codiando, è una cosa che non si può dire, ma il fatto è che la vedono.

Il giovinotto seguì le loro tracce infino a casa, dove, per rispetto della buona usanza, le due amazzoni gli chiusero, con un gran tonfo, la porta sul viso. Spuntò il secondo giorno, poi il terzo, poi il quarto, e le ambulanti dimostrazioni del vespero e del meriggio si rinnovarono quotidianamente.

— Ha sbagliato carriera questo signore! — sclamò Beatrice sempre matta ad un modo. — Doveva fare il portalettere, con quelle gambe! —

Se l’avventura fosse andata avanti così, e se il Tizio biondo, come imbarazzato a scegliere fra due grazie di Dio, avesse apparentemente continuato a stare in fra due, Carolina, in fondo, ci avrebbe ritrovato il suo conto. Non far nulla di male (diceva) e sostenere nello stesso tempo lo scabroso confronto dell’amica sua, erano due cose, combinate insieme, che le tenevano quieta la coscienza da una parte, ed ancor più quieta la civetteria dall’altra. Ma così non poteva durare... e non durò.

Beatrice, dopo la quarta sera, trattenne l’amica sua nel pianerottolo della scala, e con quella facilità di variare i soprannomi alla gente, che non è piccola parte dell’umore popolano, le disse a bruciapelo:

— Carolina, il portalettere mi piace. —

Costei, che si aspettava qualche cosa di questo genere, e che aveva già pronta la sua risposta, disse:

Pare, di fatto, una persona come va. Ma noi siamo due, ed egli non è che uno. Aspettiamo che si faccia vivo, e dopo, se la sua scelta cadrà su me, ti dichiaro qui subito che io non darò certo dispiaceri alla mia nonna, e lo manderò diritto a quel paese. Che cosa vuoi di più?

— Ci sono io di mezzo, — sclamò Beatrice con aria di compassione; — vuoi che la scelta possa cader su te?

— E perchè no? — interruppe Carolina, accentuando queste tre parole in ben altro modo che non aveva fatto la povera caporalessa. — Che cosa ti credi? Una rubacori universale?

— No, io non ho mai rubato e non ruberò mai il cuore di nessuno. Sono divertimenti che lascio tutti alle ragazze malinconiche e timorate pari tue! Via Carolina, — aggiunse, moderando la voce, e con quel suo fare di petulante sincerità, — per qual ragione vuoi tu che io sia entrata in questo discorso? Perchè mi preme di restarti amica, ma so benissimo, nello stesso tempo, che quando un uomo mi conosce e mi piace, non c’è nessuno che me lo porti via!

— Sai benissimo anche di questo? — domandò Carolina, marcando le parole con accento di sprezzo. — Ti sei dunque dimenticata di essere una donna, e gli hai parlato o fatto parlare tu la prima?

— No. non ho bisogno di fare queste cose, io, e non le farò: ma tu dovresti smettere egualmente ogni pensiero presuntuoso. Importa molto che tu sia la più bella! Lo fossi anche il doppio, non importerebbe niente lo stesso. Sei stata troppo colla tua nonna che è tanto antica, biondina mia, e non ti sogni nemmeno di avere il mio chic. —

Se Beatrice avesse voluto parlare italiano, avrebbe dovuto dire:

E non ti sogni nemmeno di avere quella moderna aggiustatezza di parole e di atteggiamenti che non mi lascia dire nè fare nessuna cosa che io non vi ponga tutto il brio e tutta la grazia che le si convengono. —

Via, siamo giusti, quando non si sa l’italiano, e si può dire tutta questa roba con una sola parola, bisogna pensarci bene prima di farle torto.

— Ah non ho il tuo chic?rispose Carolina, battendosi delle dita sulle labbra, e come tentata di metter fuori un certo gran segreto che le prudeva maledettamente in bocca. — Non l’ho proprio? Eppure, se io non fossi quell’assoluta padrona della mia lingua che sono, te ne potrei raccontare una molto grossa...

— Parla!

— Tanto grossa...

— Fuori!

— Che la più grossa non sapremmo forse immaginare nè tu nè io. Ma taccio... e me ne vado. —

Prese subito la sua rincorsa, e in quattro salti fu già chiusa in camera, dove, fermato l’animo nella speranza di averla vinta, principiò subito ad accomodare, come vedemmo, i suoi molteplici arnesi di battaglia. Quando poi quella povera nonna, che era tanto antica, alluse al massimo pericolo, cui vanno incontro le giovani che disertano le vie dell’onore, la nipote non potè a meno di osservare, con qualche turbamento, quanto odiosa le fosse già l’amica sua, benchè entrambe non avessero ancora che meditato il male. La notte, come abbiamo veduto, distrusse tosto ogni miglior consiglio, e Carolina, in luogo di abbandonare del tutto gl’infelici suoi disegni, restrinse, per così dire, il suo desiderio di ammenda nel non passare, il mattino seguente, davanti all’uscio di Beatrice senza farla chiamare, come usavano entrambe. Figuratevi che soddisfazione quando udì dallo zio che la sua dolce amica, mezza ammalata, voleva dormire ancora!

Ma il diavolo ci s’immischiò egualmente, e le convenne di andar a girare ben lunge dalla bottega, allorchè appunto, rimanendo al suo posto, avrebbe potuto mettersi in vista da se sola. Quando poi ritornò indietro, e seppe dalle compagne che il Tizio biondo non si era punto fatto vedere, rimase lì come intontita, e pensò in cuor suo:

— Che l’assenza di uno abbia qualche relazione colla malattia dell’altra? —

Possiamo ritornare a bottega. S’intende che riprenderemo il filo da dove lo abbiamo lasciato, cioè dall’ingresso trionfale di

«...........................Beatrice nostra.»

Veramente il Poeta ha detto mia, ma questa è una certa qualità di Beatrice che val molto meglio fare le parti giuste, e smaltircela un pochino tutti.

Meschino chi c’imbatte, e creda in buona fede di poter dir mia!

IV.

— Che cosa avevi da brontolare colla padrona? — le chiese subito Filomena.

— Nulla, — rispose pianissimo Beatrice, — le ho detto onestamente che per oggi mi contentava di un terzo di giornata; ed anch’essa mi è venuta fuori con la mia buona cera. Sicuro che ho buona cera! Sono stata al veglione!

— Al veglione??? — chiesero le giovani con una selva di punti interrogativi. — È una bella malattia! —

Qui va detto subito che se uno statista potesse raggranellare, caso per caso, tutti i moventi che sogliono dare l’ultima spinta a molte povere ragazze nate e cresciute in ogni gran città, si può andar quasi certi che dei veglioni ne troverebbe parecchi. Non è meraviglia, a dir vero. Un luogo tutto musica, tutto baldoria, dove ogni mascherina si crede tanto più savia, quanto più salta e balla, deve essere di fatto una grande tentazione per ogni donna ventenne, che senta fremere la giovinezza nel petto, e segga a lavorare, quanto è lungo l’anno, dall’alba del mattino fino alla notte nera. Ma verrà il giorno, in cui si provvederà anche a questo, e come ora ci sono, o ci dovrebbero essere, le palestre ginnastiche ad uso dei giovani, qualcuno, altrettanto bene avvisato, penserà alle ragazze, e capirà finalmente che anch’esse, per la salute dell’anima e quella del corpo, hanno altrettanto bisogno di cavarsi onestamente il ruzzo di capo, e le farà saltare e ballare, senza che ci rimettano di borsa o di buon nome. Sicuro che da se sole non ne vorranno sapere, ma che cosa importa? È il tono che fa la musica, e una giovinetta che andasse a ballare coi suoi panni e col suo viso in un luogo onesto, non recherebbe seco le medesime idee di quella che muove, in parrucca bianca, alla volta del veglione. Sono le idee che guastano molte belle cose, e le idee del teatro, dell’ora indebita, delle maschere e degl’intrighi hanno guastato il ballo popolare, che è pur cosa bellissima.

— Sì, — rispose Beatrice, — il mio cavallerizzo ha affibbiato la sua rozza a un maggiore di linea che non se ne intendeva, e questa notte li abbiamo scialati mezzi.

— E come hai fatto per lo zio?

— Ho preso la bambolona, sulla quale provo i cappelli quando lavoro a casa, le ho aggiustato in testa una cuffietta mia, e poi l’ho messa a letto, rinfagottata bene. E il pover’uomo, mi par di vederlo, avrà fatto piano iersera per non isvegliarla! A proposito di mio zio! Ho ballato questa notte con un sapientone che fa la sesta ginnasio, il quale mi ha assicurato che la vera parola italiana per dire illuminatore è... indovinate... lucifero! Multa dunque una libbra di semine salate a chi, parlandomi del mio tutore, lo chiamerà altrimenti che lo zio Lucifero! —

In questo punto una giovinetta di dodici anni, che era la caporalessa delle bambine, e che teneva un lapis in una mano, ed una lunga striscia di carta nell’altra, si presentò senza dir niente a Filomena, e rimase lì come in atto di aspettazione:

— Due soldi di salsiccia e tre di pane, — sclamò costei, cui l’appetito non venìa mai meno.

E la bambina scrisse. Poi, rivolgendo gli occhi alla seconda seduta:

— E lei, Beatrice?

— Due o tre savoiardi, e basta. —

Un sordo mormorìo fece ampia riprova della pubblica maldicenza. Ma Beatrice non si scompose, e disse:

— Sfido io aver fame con trenta ostriche e due ale di fagiano che ho mangiato questa notte. Va avanti, carina. —

La giovinetta ripetè undici volte la medesima canzona, e quando fu per avviarsi colla lista in mano, Filomena, che li voleva spender bene, le gridò dietro:

— Di’ all’oste che se non ci spilla un vaso nuovo, lo mandiamo tutte a farsi benedire. Che diamine! Si bevono undici quintini il giorno, e non è poi giusto che il torbido lo abbiamo sempre da sorbire noi. —

Quando la giovanetta ricomparve sulla porta, si levò intorno un grido di evviva che indusse una smorfia in bocca alla padrona, e che per poco non iscosse i vetri. Le operaie, per non insudiciare i lavori avviati, li piantarono tali e quali sul tavolo, e corsero a sedere lungo i gradini di una scaletta appartata, dove la piccola apportatrice della buona novella, dopo di aver distribuite le provvisioni alle ragazze grandi, chiamò a parlamento anche le piccine, per deliberare insieme come meglio dovevano spendere i sette soldi che avevano in cinque.

— Fate a mio modo, creature, — disse Filomena, che aveva istinti di madre, e cui erano giunte all’orecchio certe proposte di marroni caldi, — prendete tanta polenta, e un bel pesciolino fritto per ciascheduna. Vi sfamerete meglio. E noi tutte vi daremo una pinta di vino, oggi che è tanto buono. —

Le bambine si misero a saltare. Voleva dir di sì.

Mangino pure colle mani, bevano pure in un bicchiere solo, è, nonostante, un gran gusto vedere più persone mangiare insieme il pane ben guadagnato! Quando poi le manine sono belle e bianche, e le guancie pallidette si van tingendo poco alla volta del color di rosa, altro che gusto, è una consolazione!

Le nostre operaie erano giovani ed erano sanissime. Questo equivale a dire che i panini volavano, e che le salsiccie parevano mutarsi in trine preziose, di quelle che si toccano con rispetto e si ripongono con cura. Oh i bei ripostigli tutti pieni di perline bianche!

Non ve ne abbiate a male, o figlie primogenite di Eva, ma voi, ricche o povere, e checchè ne dicano i vostri adoratori, alla buccolica ci tenete molto! E a Milano poi, misericordia!...

La parca merenda si mutò presto in conversazione, e Beatrice, che sedeva in fondo, cioè al posto degli sfamati e dei reprobi, cercò fin dalle prime di stornare l’attenzione delle amiche da quei suoi savoiardi che non volevano assolutamente andarle giù, e fatto largo alle bambine che arrivavano in quel momento col loro cartoccio di polenta e pesci, si voltò indietro e disse:

— Ho avuto notizie della Prassede.

— Conta, — risposero le altre.

— Vi ricordate l’aria di sorbetto ardente che soleva darsi quando era qui tra noi? Or bene, dacchè ha mutato bottega, non è meno romantica davvero, ma egualmente ha ritrovato modo di capitolare, così a mezz’aria, senza parere. Sospira ancora come prima, guarda ancora in su come prima, ma... ma c’è un barone di mezzo.

— Un barone?

— Già. Uno sbarbatello palermitano più giovine di lei. Egli, ci s’intende, ha giurato di sposarla, e lei, anima santa, lo racconta a tutti e lo crede, a quel che dice. Intanto capirete voi che un fidanzato ha qualche piccolo dovere. Dunque danari no, Dio guardi, ma un anellino sì, ma un cuoricino coi capelli dentro sì, ma una patetica cenetta sì.

— Bada — interruppe Filomena — che dieci orecchie di bambine t’odono, e che le bambine, ai nostri tempi, intendono per aria.

— Da questo stato di cose — continuò Beatrice senza badarle — derivano certe scenette, l’una più goffa dell’altra. Prassede, per esempio, abita ancora nella sua soffitta, e ciò non ostante non muove mai di bottega la sera che un vecchio servitore di piazza, pagato espressamente, non le vada incontro col cappello in mano, e non si affanni a seguire quei suoi famosi passi di tre braccia l’uno. Eppure se non è il vento che se la porti via, potete figurare i pericoli che corre, col suo bel visino di santocchia smessa! Fa tuttora colazione di pane e formaggio all’uso mio quando mi sento fame, e l’altro ieri, dopo mangiato, guardò in su di traverso all’uso suo, e disse, con gran sospiro: «Ma! Che disdetta iersera! Dovevamo andare al teatro e non c’erano più palchi!» E fin qui passi. Sono contradizioni puerili e ha da pensarci lei. Ma ciò che le sue nuove compagne non le possono menar buono sono i suoi discorsi di madonnina infilzata. Non dice tre parole che non v’incastri e l’amor puro, e la coscienza tranquilla, e la giurata fede. Un giorno racconta che non può guardar due tortore che ha in casa senza che non le vengano i lagrimoni agli occhi; un altro fa la predica, ed esorta le compagne a non lasciarsi mai cogliere dal vero amore, perchè, quando prende forte, dice lei, non si ha più voglia nè di vivere nè di morire. E ingrassa. Io me l’aspetto presto con un paffuto baroncino al collo! Altro che tortore! —

Filomena, che sedeva al sommo della scala, si levò in piedi, e scendendo alla meglio fra una sottana e l’altra, disse:

— È inutile. Certi discorsi davanti agl’innocenti non li posso udire. Preferisco andare a lavorare colla merenda in gola.

Beatrice le sbarrò la via, e:

— Senti, disse. — Tu hai sempre avuto, ed hai tuttora viso di bacchettona e di pedante, ma l’apparenza inganna!

— Davvero? — domandò l’altra che non capì l’antifona.

— Sì, inganna di molto! Che non mi muova di qui se tu non sei le dieci, le venti volte più pedante di quel che sembri. —

Delle ragazze lì presenti sei a dir poco erano buone e ben allevate figliuole di onestissimi operai, e tutte sei, naturalmente, la pensavano in quella occasione come Filomena; eppur tutte, in luogo di schierarsele ai fianchi, sostennero ed approvarono, colle loro risate, la bella e incorreggibile motteggiatrice. Gli è che la natura del ridicolo è una gran paura, e chi volesse trovar fuori le brutte cose che fa dire e fare, potrebbe smettere dal principio, perchè, a finire, andrebbe troppo in lungo.

— Ha burlato, sai, — dissero alcune per grazia a Filomena, che era rimasta un po’ rimminchionita.

— Sì, ha burlato, — rispose la caporalessa; — ma se queste bambine andranno a finire come è finita... Prassede, un po’ di colpa ce l’avrà anche lei. —

Povera Filomena! Le tue migliori compagne, così di bottega come di fuori, solevano dire di te che eri «la regina di tutte le madamine» e dacchè mondo è mondo non fu mai meritamente conquistata più simpatica rinomanza.

V.

— Che cos’ha Carolina che oggi non parla mai? — domandò verso sera alle altre una delle ragazze.

— Me lo stava domandando anch’io. — rispose Beatrice. — Sono qui tre ore che la guardo ogni momento nella speranza di incontrare i suoi occhi, e di scambiar due parole, ma non mi riesce. Si può sapere che cos’hai?

— Ho che sono contenta di veder passare lo zio Lucifero colla sua pertica in mano, perchè non vedo l’ora di andare a casa. —

Beatrice parve riguardare il soprannome inflitto allo zio come arra di pace verso di chi, poco prima, ne aveva tanto caldeggiato l’adozione, e cogliendo il destro, disse:

— Ho saputo che stamane hai picchiato alla mia porta, nel passare. Vuol dire che ce ne andremo insieme come al nostro solito, non è vero?

— Volentieri, — rispose Carolina che era stata muta così gran tempo, perchè appunto contava i minuti che la separavano da quel momento.

E il momento venne. Beatrice mostrò chiaramente di non voler lasciare illanguidire la conversazione, e disse appena suscita di bottega:

— Ti prego di non venirmi a raccontare che piove, perchè ho l’ombrello aperto in mano, e lo so. E se hai qualche cosa da domandare, domanda pure.

— Non ho niente, — rispose Carolina un po’ disorientata da quell’esordio.

— Eppure avrei giurato che tu mi volessi chiedere con chi veramente sono stata al veglione iersera. Ora non ho più ragione di far misteri con nessuno, e te lo dico subito, se vuoi.

— Dimmelo pure, — rispose Carolina, affettando indifferenza, e nonostante che si fosse già sentita fremere di dentro. — Col portalettere, non è vero? —

Beatrice si pose a ridere.

— Vedi — sclamò — se lo avevi mezzo indovinato, e se bruciavi di voglia di escire dal dubbio! —

Buon per Carolina che i becchi di gaz contavano per poco in quella oscurissima notte. Più verde di così non l’avrebbe ridotta nemmeno l’itterizia. Si tenne egualmente in riga, ma non tanto che non esclamasse:

— E mi davi ad intendere iersera che non ti eri punto messa d’accordo con lui?

— Era vero. Ed è vero tuttora. Non è già colpa mia se dieci minuti dopo che tu mi hai piantato in quella bella maniera, mi è arrivato fresco fresco un involtino contenente una carta da visita, e il più bel vestito da maschera che i bolli di due dogane abbiano mai rivelato per cosa di Francia. Una galanteria, credilo, una di quelle fantastiche ispirazioni che una sola modista parigina può concepire e mettere al mondo a furia d’inventiva e di buon gusto. Che cosa dovevo fare? I miei vecchi e stangati adoratori sono lì a provare che sono disinteressata, e povero lui, il nuovo, se vedutami vestita di grave col caldo, o di leggiero come ora col freschetto che fa, avesse osato di correggere le sviste del Monte, mandandomi a regalare una delle tante cose che non arrivo mai a riscattare a tempo! Gliela avrei subito restituita per la più spiccia via della finestra! Ma davanti ad un oggetto di lusso così elegante, così carino, il mio puntiglioso amor proprio non ha saputo davvero che cosa dire! Ho chiesto in prestito due lire alla portinaia per mandarmi a prendere un paio di guanti... e mi sono vestita.

— Avrai fatto furore, ci s’intende, — chiese Carolina che, arrabbiatissima, amava meglio di tener ferma la conversazione su Beatrice, piuttosto che vederla volgere sul mecenate suo.

— Lo credo io! Sai benissimo che uno straccio addosso a me diventa un’altra cosa, e fa più figura che una mantiglia nuova sulle spalle di moltissime signore. Or bene, immaginati con quella splendidezza! Io rappresentava, mi han detto... che cosa mi han detto?... una specie di Follia del Nord, ed aveva il farsetto azzurro a falde di neve, le pantofole, i polsi ed il collare listati d’ermellino, e molti ghiaccioli per sonagli in testa. Di cristallo, s’intende. Il giurì mi ha subito decretato il primo premio: un bell’astuccio di madreperla che ho subito portato in pegno, per aver fuori il mio scialletto nero dell’anno scorso. Ma che cos’hai che guardi in terra e non vieni mai avanti? Ti ostini forse a credere che io abbia accettato per lo sciocco desiderio di aver buon giuoco di te e della tua disfida di Barletta?

— No, sono stanca. Ho galoppato tutta la mattina.

— Da brava dunque, sta su allegra. Io giro da questa parte. Vado a trovare un camerata di mio zio, perchè lo induca a non farmi prediche, e gli prometta in ogni modo quanto più rum potrà. Anzi domattina voglio confessare ogni cosa prima al cavallerizzo, e poi alle nostre compagne. Io non sono Prassede, e non mi degno di fingere, come fa lei. Se stamane ho inventato la storia della rozza e del maggiore di linea, è stato per amor tuo, e perchè tu, sorpresa, non rivelassi in qualche modo le nostre vicendevoli spampanate di ieri sera. Ma per me non ho soggezione di nessuno, e domani, se vorrai, potrò benissimo salvare le tue convenienze dicendo a tutti che non mi sono poi imbattuta così bene come le apparenze potrebbero far credere. Non saprei. Posso dire, per esempio, che va vestito come un figurino, ma che si rivela egualmente per villan rifatto. —

Questa era grossa, nonostante la buona intenzione, e Carolina, pur di tener dentro il gran segreto che le bolliva in cuore fin da quando era stata accusata di mancare di chic, diede fuori una piccola parte del suo mal’animo, e rispose mordacemente:

— No. La verità prima di ogni cosa. E tu pensa piuttosto a non perdere la carta di visita, e a non dimenticare il nome di chi te l’ha mandata, se mai te lo domandano. —

Fortuna che Beatrice, colla sua pelle dura, non avvertì lo schiaffo, perchè avrebbe potuto risponder male! — No, no, l’ho qui in tasca, — disse invece bonariamente. — Addio a domani. E salutami la mia nonnetta d’amore. —

Carolina la tenne d’occhio fin che la vide scantonare bene, e poi si avviò verso casa, guardando in terra più di prima, e muovendo innanzi con un’andatura così languida e rifinita, che, a non vederle il viso, le avreste dato vent’anni di più.

— Con che arte finissima — pensava — mi ha fatto subire la sua bella storia. Ed io scimunita non aver avuto il coraggio di chiuderle bene la parola in bocca! —

Andò avanti per alcune strade variando all’infinito il medesimo tema, fino a che, da un momento all’altro, alzò la testa come se si fosse mutata in un’altra persona, e principiò a camminare come più presto potè.

Che cosa era stato?

Niente di buono sicuramente. Un partito repentino, dopo tanta umiliazione, doveva contenere una grande speranza di vicino trionfo, e come mai poteva essa trionfar così subito di Beatrice, senza confidare nello splendore tuttora onesto della sua bellezza, e, peggio ancora, senza avere già pronto in mente un qualche gran modo di farla valere?

Cammina dunque in furia, povera giovane, ed affrettati a smettere anche tu quella tua linda vesticciuola di madamina che diventa ogni giorno più rara, e che i nostri nipoti dovranno forse rintracciar nei musei. Va, tu riuscirai donna altrettanto pericolosa e malvagia quanto meno eri nata per diventarlo, e quanto più potrai mettere a servizio del male, quelle forze dell’animo e quegli accorgimenti dello spirito che tu avevi sortiti a vantaggio del bene.

VI.

Carolina trovò la nonna dormicchiante vicino al focolare, in guardia di un po’ di brodo che stava bollendo. Si guardò bene dallo spostare il lume per paura di svegliarla, e disse nel levarsi il cappello:

— Tanto meglio. Così scriverò prima di cena. —

Aprì subito adagio adagio il piccolo armadio contenente le poche sue robe, e tentò delle mani nel più remoto cantuccio, fin che potè ritrovare un piccolo fascetto di lettere che, alla carta levigatissima, avevano, anche all’oscuro, tutta l’apparenza di roba proibita. Poi richiuse, e portato in punta di piedi il suo tavolino da lavoro vicino al lume, sedette e scrisse

«Illustrissimo Signore!»

Fin qui era facile, ma bisognava andare avanti in qualche maniera, e la cosa diventava difficilissima. Per questo posò la penna, e rilesse più volte le insidiose letterine, le quali, ci s’intende, erano piene zeppe di belle parole, e di più belle ed ornate promesse.

Carolina le aveva ricevute sei buoni mesi prima, e non si era nemmeno sognata di rispondere; ognun vede però quanta letteratura le sarebbe stata necessaria per mettere pulitamente d’accordo il silenzio ed il disprezzo del primo semestre, con la tarda e subitanea accettazione del secondo. Mulinò in capo una infinità di principii, finchè, dopo molto esitare, accolse questo per buono:

«Troverà molto strano che io, dopo tanto tempo...»

E basta. A suo modo andava bene; non c’era che dire, ma il gruppo le era egualmente venuto al pettine, perchè essa intendeva di proseguire con una certa decenza, con una certa dignità, e non avvertiva che il più acuto indagatore del pensiero umano non avrebbe saputo rinvenire la più lieve relazione fra la dignità e quella lettera. Diede la colpa al cattivo momento, alla testa pesante, ad un ricciolino che, più ribelle degli altri, soleva sempre sbucarle fuori dall’acconciatura a carezzarle il viso, e rimandatolo più volte indietro, pensò:

— Per questa sera non la posso mandare in nessun modo. Dunque tanto vale che aspetti a domattina, colla mente fresca. —

Rimise a posto ogni cosa, e sedette a fianco della nonna, agitando con le molle i tizzoncini ardenti, e seguendo, cogli occhi, i moti capricciosi delle faville, e gli azzurri barlumi della piccola vampa.

Ogni persona che stia per gettarsi nel pozzo colla testa in giù, vuole naturalmente essere ben capacitata di due cose: la prima, che a fare il tonfo non ha che a guadagnare; la seconda, che cede al destino e non ne ha colpa lei. Che cosa importa se questi due termini fanno quasi ad elidersi l’un l’altro? La logica è una incomparabile compagna di viaggio fin che teniamo la buona strada, ma per poco che se ne esca, non è già minchiona, e ci pianta subito.

Carolina andò avanti così una buona mezz’ora ad empirsi la testa cogli allettamenti da lei evocati da una parte, e coi torti di Beatrice che la martellavano dall’altra, finchè, a poco alla volta, principiò a mescolare insieme i due elementi delle sue divagazioni, ed espresse lo stato più che mai angoscioso dell’animo con queste torbide parole:

— Ah! tu non vedi l’ora di farmi balenare davanti i tuoi abiti col bollo, i tuoi sonagli, i tuoi primi premi, e poi ti occupi delle mie convenienze. Bada alle tue, piuttosto. Vedremo se il mio sarà un primo venuto, cui si corre pericolo di scambiare il nome, ovvero tal’uomo da poter passare per villan rifatto! —

Ma l’aspro tono della voce dava prova della grande stanchezza, in cui era venuta, e del suo inconsapevole bisogno di guardar l’avvenire da un’altra parte. Porse perciò l’orecchio al tranquillo respiro di sua nonna, e disse:

— Buono che è avanti, e che alla sua età i dispiaceri o non si sentono o si dimenticano presto, altrimenti mi procurerei un bel rimorso anch’io. Povera nonna! Una sola volta che io la vada a trovare dentro all’ospizio, e son sicura che mi perdona subito! Mi vuol tanto bene. —

E si voltò a guardarla.

Stava seduta su di un seggiolone di legno, e i pallidi raggi della piccola lucerna posata sul davanzale del caminetto scendevano dall’alto a illuminarle il viso. Come riposava bene per i suoi anni, povera vecchietta! Il silenzio circostante e quella luce blanda aggiungevano, più che non togliessero, all’abituale serenità della sua fisionomia, e la bocca, sebbene ferma, le si piegava egualmente a quel particolare sorriso dei migliori vecchi, che somiglia tanto a quello simpaticissimo dei più buoni bimbi. Così a vederla, si capiva subito che il solo suo corpo aveva ceduto al sonno, e che la mente, quasi desta, aspettava in silenzio di poter parlare, per dire a un dipresso:

— Bel guadagno il tuo farmi star su tanto tardi come iersera! E poi ne avrò colpa io se la nostra minestra saprà di fumo. —

Le più belle parole di questo mondo non avrebbero potuto dire altrettante cose al cuore di Carolina che non le dicesse, così muta, la vista della buona persona che avea davanti. Era una candida coscienza che si rivelava da se sola, senz’arte, senza la menoma consapevolezza; era la vita di una creatura umana, la quale non aveva mai voluto male a nessuno, e che si poteva leggere tutta in un batter d’occhio.

— Dio, come sono sfortunata! — pensò la povera ragazza, dopo di avere involontariamente confrontato il proprio con lo stato d’animo della sua nonna. — Sono qui nella età delle illusioni e della speranza, e pagherei Dio sa che cosa a poter essere nei panni di questa povera vecchia! A morir presto e bene come è sicura di morire lei! —

Un’idea così spontanea e così rettamente dolorosa doveva discenderle per forza fino in fondo all’anima. Le mani, di fatto, le corsero subito al viso, finchè, da un momento all’altro, cacciò indietro i capelli, e si mise a piangere come una disperata.

— Che cos’hai, Carolina? — domandò subito l’altra, svegliandosi all’improvviso.

Fu come aggiungere nuova esca al fuoco. Carolina non potè rispondere, e soltanto abbandonò la testa sulle ginocchia della sua nonna.

— Ma parla, che Dio ti benedica, — proruppe questa, ponendole amorosamente le mani sui capelli. — È una disgrazia grossa?

— No, è piccola!... Ma lasciatemi piangere che mi fa tanto bene. —

E giù lagrimoni e singhiozzi come se avesse voluto versare l’anima fuori degli occhi.

— Le disgrazie piccole ai miei tempi, non hanno mai fatto piangere in questa maniera. Te lo dirò io quello che hai. Tu hai bisogno di voler bene ad un uomo tuo pari che ne voglia a te: quante volte te l’ho da dire? Hai bisogno di avere delle creature che ti somiglino in tutto, fuorchè nella ostinazione e nella testa calda, ecco quello che hai! Ma sei una bambina da urlar così forte? Smetti, da brava!

— No, nonna mia. Mi fa tanto bene. —

Non sapeva dir altro. Ma intanto gli splendori da lei fantasticati pochi momenti prima le si dileguavano alla vista, come ingannevoli apparenze, ed il vero le appariva sempre più chiaro e luminoso davanti allo spirito.

La vecchia lasciò che si quetasse un pochino, e poi, come per non lasciar fuggire la buona occasione, aggiunse carezzevolmente:

— Non va mica bene ad essere tanto difficili in fatto di matrimonio. Capisco benissimo che ne ha un po’ di colpa quel benedetto mestiere che hai voluto imprendere, e che, pieno di tentazioni, par fatto apposta per mettere delle pretese in capo alle ragazze: ma la testa, quando è sana, non deve per questo rinunziare al mestiere suo, che è quello di pensare a vivere come va vissuto. Ora ascolta. Se io ti cerco e ti trovo quello che ti starebbe bene, lo prendi da me? —

Rispondere subito di sì sarebbe stato un pochino troppo. Carolina si contentò per il momento di baciare il grembiule della nonna, e di dar fuori in queste impensate parole:

— Dire che mi è bastato di vedervi dormire lì su quella sedia per capire subito che avrei finito come una certa amica mia, la quale si ritrova con la coscienza pulita quando non finge, dice lei, o quando si contenta di un portalettere solo.

— Non intendo, — sclamò l’altra, che era rimasta un pochino attonita.

— Niente, niente, — si affrettò a dire Carolina, ravvedendosi. — Ho ingoiato più bile io in ventiquattr’ore che non voi in tutta la vita. Ecco tutto!

— Ma perché?

— Storie vecchie. Non le sapete? Prima la padrona, la quale non pensa che ad esaltare l’opera nostra colle sue signore, e ad avvilirla quando la paga a noi; poi le signore stesse, le quali, col brutto tempo, diventano subito più noiose del fumo agli occhi, ma che cosa importa? Il più è badarci, dico io, ed ora che sono qui con voi, non mi sovviene di nulla. Ceniamo piuttosto.

— Che cosa vuoi? Riso o pastine?

— Quel che volete voi. —

Ed a voce più bassa

— Ora e sempre. E che Dio ti rimeriti della tua bontà, cara la mia vecchietta! —

Costei si aggirò un momento per la stanza con un involto in mano, finchè, tutto ad un tratto, si fermò su due piedi, e chiese, fiutando:

— Brucia qualche cosa. Che odore è questo?

— Di carta, nonna. È un tizzone verde, e l’ho messa sotto per aiutare la vampa. Ho fame. —

Non ci vuole già molto a capire che carta fosse quella.

VII.

La vita delle operaie, così di città come di campagna, è un argomento simpaticissimo, al quale, se Dio ne aiuta, ci proponiamo di ritornare; ma intanto, per questa prima volta, il raccontino è finito. Ciò che rimane è una specie di coda, in tutto il significato della parola, che indirizziamo a quelle fra le nostre lettrici, le quali, nate vestite, hanno ben meritato dalla fortuna, col buon uso delle ricchezze, e con la sincera dignità della vita. E diciamo loro affrettatamente:

«Signore. Il lusso, ai nostri giorni, somiglia di molto a una marea che sale, è una cosa che si vede, ed ogni grande città accoglie nel suo seno degl’interi battaglioni di operaie, le quali campano laboriosamente della pubblica galanterìa, e non tutte ne traggono sempre quel tanto che ci vuole per vivere. Se voi foste persone volgari, diremmo soltanto: Fate buon viso a tutte! A voi, signore, diciamo invece che le oneste accoglienze non bastano, e che dovreste fare di più.

«Ognuna di voi, cioè, dovrebbe pigliare a proteggere ed a sorvegliare taluna di queste giovani e gentili operaie, così esposte ai mali esempi, preferendo, ben inteso, quelle, cui vennero meno e le sante ramanzine della mamma, e i santissimi scappellotti del babbo. Allorchè avrete ben guadagnato la fiducia loro, procurerete di persuaderle, con buona maniera, che è una gran disgrazia, per una ragazza, quella di aver bisogno del perdono del suo fidanzato, come è grandissima, per una moglie, quella di vivere in continua apprension del marito. Le Beatrici, nelle quali v’imbatterete, vi rideranno dietro e fors’anco in viso; non vi sgomentate: sono le meno; ed occhio alle Caroline: sono le più! Quanto alle Filomene, diremo come a Napoli: Non ve ne ingarigate. Fanno senza di voi e di tutti.

«Che cosa importa se l’opera vostra sarà molto scarsa e molto difficile in sulle prime? Basta cominciare a questo mondo. Sole ed isolate in sul principio, vi troverete, vi radunerete col tempo, e chi sa che una volta o l’altra non vi possa venire il ticchio di reggervi a società, a sodalizio, a comitato, a quel che vi pare. Ma se una non principia qui, e un’altra non principia lì, addio roba mia.

«Che peccato, però! Lasciamo pure da parte la quistion sociale, che può ritrovare nella operaia cittadina un così vivace e pericoloso alimento; ma il solo fatto di sostenere in piedi quel carissimo tipo della sartina pulita, graziosa ed onesta, non vi compenserebbe ad usura di qualche cura che vi foste presa, o di qualche po’ di danaro che aveste messo fuori per aiutare maternamente le protette vostre? Che diamine! Poichè un popolo ci ha pure ad essere, procuriamo di volergli bene; starà meglio lui, e staremo meglio anche noi.

«Da brave adunque, armatevi di coraggio e di pazienza, e poi guardate in su ed in giù. Vedrete subito che il nostro clima non ha mai contribuito, come altrove, alla separazione delle classi sociali, e che anzi, invitandoci a vivere all’aria aperta assai più che non ci vivano gli altri, par fatto apposta per mettere d’accordo le persone tutte. Un pochino di buona volontà, e potrete dire di avere efficacemente secondato un buon principio che muove dall’alto.»

— Basta, per carità! — dirà taluno, e buon pro gli faccia! In quanto a voi, signore, siamo già intesi che non ne farete niente: ma questo non prova che non andasse detto. 

 

Nota

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[1] È il nome generico delle giovani sarte e modiste milanesi fin che imparano il mestiere dalle più provette che hanno già bottega. Valeva forse meglio scrivere addirittura I tre Madamin, ma l’ardimento ci è venuto meno sul più bello, ed abbiamo dovuto ricorrere ad uno di quei mezzi termini che paiono fatti apposta per non contentare nessuno, e men degli altri i circospetti uomini che se ne valgono.

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011