ALBERTO CANTONI

Senza figli

[scena]

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Scarabocchi, a cura di Roberto Ronchini, con uno scritto di Caterina Del Vivo, editoriale Sometti, Mantova 2000.

Senza figli

Parlano la contessina Amalia, Alberto suo marito,

e Adele sua sorella

Scena  Ia

Il teatro rappresenta il salottino da ricevimento di una elegante signora.

Sulle sedie e su sei divani si vedranno i guanti, il ventaglio, la pezzuola

e la ghirlanda della padrona di casa ritornata la notte innanzi dal ballo.

Essa entra in abito da mattina; i suoi sotto occhi sono incavati,

il suo sguardo triste, pressochè fisso.

Ama. Un’altra corona appassita! E dire che gli è questo il sospiro di tante giovinette! Nessuna di esse, fra i tanti sogni a cui una viziata educazione le ammaestra supporrebbe mai di quante spine sieno irti quei fiori che pur non ne mostrano alcuna. Oh è pur dura cosa la vita ch’io vivo! Sentirmi ca-pace d’amore, e d’amore ferventissimo per la sola cosa che Iddio mi nega, e non poterlo dire! No, nè posso, nè voglio, perché ho più piacere di destar invidia, che compassione. Le signore del mio rango mi vedono ballare, mi vedono aprire le mie sale a geniali convegni, e credono che tra tutte le donne di questo mondo, non ve ne sia una, una sola, più fortunata di me. Altre, poste più basso, guardano mio mari-to, lo vedono un bell’uomo, sanno che è ricchissimo, e ghignano di rabbia. Tal sia di loro, e di tutte! Ed io? Io mi struggerò fin che avrò vita, ma almeno nessuno mi avrà mai detto sul viso «Povera donna, mi fai pietà!»

(raccoglie gli oggetti menzionati dapprima ed esce)

Scena IIa

( Dopo pochi momenti, entra Adele dalla comune in abiti da viaggio con una lettera in mano ).

Ade. ( rivolgendosi al servitore che la introdusse ) Desidero che la vostra padrona non sia avvisata del mio arrivo. Amo di farle una improvvisata, e vorrei che mi trovasse qui a sua insaputa. Già voi mi conoscete, e capite bene che questo è tal caso da poter fare eccezione alla regola. Escite .

( il servo s’inchina e se ne va )

Ade. ( rileggendo la lettera ) «Venite presto, venite subito perché io non mi raccapezzo più. Le abitudini della vostra Amalia, i suoi desideri, le sue aspirazioni s’improntano sempre maggiormente a quanto si ha di più mondano sulla terra, e io desidero che voi, come più vecchia di lei, veniate a darle un po’ di buoni consigli. Quello che più mi spaventa si è che in luogo di giovarsi delle sue nuovissime tendenze, ella dimostra di non cercarvi e di non ritrovarvi altra cosa all’infuori di una dubbia vittoria sul tempo che passa! Nessuna passione la scuote, nessun sentimento artistico la innamora, per me nè odio mostra nè affetto, insomma il suo cuore naviga troppo nel vuoto per avvedersi del bene che potrebbe farmi, e del male che davvero mi fa. Almeno nei primissimi tempi del nostro matrimonio, ella si rammaricava per non avere figliuoli, ma adesso anche quest’ultima corda si è spezzata... ecco perchè vi torno a dire che veniate presto, o, meglio, che veniate subito». Alberto ( parlando ) E subito sono venuta! E un gran dire però che questa benedetta ragazza non abbia mai voluto mettere la testa a segno. Quand’era nubile, sa Dio quanti grilli le frullavano per la testa. E lo voleva bello e lo voleva giovane, e lo voleva biondo, e lo voleva questo, e lo voleva quello! L’ha poi avuto... e bello, e giovane, e biondo... sissignore che non è contenta ancora, e trova modo di procurarsi i malanni che non ha. Gran disgrazia la testa calda!

Oh ma adesso son quà io e le vorremo veder belle! E soprattutto, badi bene di non avermi avvista ch’ella non ama più suo marito! Un povero diavolaccio che per lei si farebbe in bocconi. Zitto che la viene! ( si ritira per un momento dietro una poltrona, e nasconde la lettera ) .

Scena   IIIa

Amalia e detta

Ama. ( torna ad entrare, sfogliando una margherita ed accompagnando le parole coi movimenti ) «Ne avrò... non ne avrò... ne avrò... non ne avrò...». ( continua parlando piano ) .

Ade. ( affacciandosi, tra sè ) Oh birbona! Cho fà che lo ha proprio il ganzo! Ho capito! Il caso è più serio di quello che non mi credeva.

Ama. ( si volge, la vede, lascia cadere la margherita e resta come impietrita ) .

Ade. Ehi, dico, guarda di non pigliarmi per un fantasma, che altrimenti finisco per intimorirmi anch’io. Sono di carne e pelle. Senti! ( le tende le braccia ) .

Ama. Davvero! Oh che consolazione! ( s’abbracciano ).

Ade. ( come pentita ed allontanandosi ) Cioè no, adagio, nostra madre era una gentildonna che sentiva troppo alto di sè, perché io mi possa permettere di abbracciare una sorella colpevole.

Ama. Colpevole! Io colpevole?

Ade. Con qual nome vuoi tu chiamare una donna che tradisce i suoi doveri? che dimentica un giuramento pronunziato davanti a Dio?

Ama. Che cosa vai dicendo? È a me che gira la testa, ovvero a te?

Ade. Forse che non andavi sfogliando una margherita pochi momenti fa?

Ama. E per questo?

Ade. E per questo? Pare a te che le margherite si sfoglino per nulla?

Ama. Senti, Adelina, tu sei mia sorella maggiore, e come tale hai diritto di chiedermi tutto. Io però, dal mio canto, spero bene che mi crederai, quando ti avrò detto che domandavo a questo fiore cosa tale cui certo nessuna donna del mondo ebbe mai chiesto prima di me. E se non credi, senti la mia mano che non trema, e tremerebbe senza dubbio se il tuo giudizio temerario avesse il ben che minimo fondamento.

Ade. Brava, mi fido e ti credo. Soltanto non capisco perché tu non voglia mettermi a parte del tuo segreto.

Ama. Perché... t’annoieresti.

Ade. Sia pure ( cambiando tono ) E così, come va che non mi domandi «il come e lo perché del mio venire?».

Ama. ( con molta dolcezza ) Sfido io. Mi prendi, tanto per cominciare, per una poco di buono. Sentiamo dunque. Perché sei venuta?

Ade. Per darti un bacio.

Ama. Ne voglio due ( si baciano ).

Scena IVa

Alberto e detta

Alb. E se io ne volessi quattro?

Ade. Vi risponderei «Pulitevi il bocchino!».

Alb. ( scherzevole ) Ma che cosa voglion dire queste baronate, cognatina bella? Entro nell’anticamera, mi sembra di udire la vostra voce, vi guardo, siete proprio voi, e mi par di sognare. Ma chi, chi vi ha invitato in casa mia?

Ade. Mi sono invitata da me.

Alb. E, a parte gli scherzi, avete fatto benissimo. Quà la mano.

Ade. Dite bene, a parte gli scherzi, perché io, tal quale mi vedete, son quà per darvi una gran lavata di capo.

Alb. A me? Oh questa sì ch’è nuova!

Ade. Sicuro! A voi! Che cosa vi credete di essere?

Alb. Io? Zero via zero. Però, siccome non ho rimorsi, così non ho paura nè di voi nè di nessuno.

Ade. Oh non avete rimorsi? Questo poi è quel che si vedrà.

Alb. Vediamolo subito.

Ade. Ditemi un po’, che ragazza era mia sorella, quando io e la buon’anima di nostro padre ci siamo decisi di metterla in mano vostra?

Alb. La era lieta come una farfalla, e buona come la stessa bontà.

Ade. Ed ora?

Alb. Ora la è malinconica come un cimitero, e cattiva, cattiva poi come le bastonate.

Ama. Già. Me l’aspettavo. Son diventata anche cattiva.

Alb. Ebbene, via, la cattiveria lasciamola da canto, e prendiamola da un’altra parte. Sentite voi, Adelina, e giudicatene entrambi. Una volta, sapete bene, ella non mostrava mai di essere tanto in paradiso come quando stava con me o con qualunque persona che le scongiurasse nella mente la memoria mia. Adesso, che! Tutto le dà noia, tutto le dà fastidio, ed io per il primo. Vuol andar a feste, vuol andar a teatro, vuol scarrozzare, vuol divertirsi, e il bello si è che non si diverte mai e poi mai. La è capacissima di passare delle mezze giornate con la sartora, con la modista, con la fioraia, e con quanti vi sono cataplasmi in tutta Firenze, per poi, giunto il gran momento, appiccicarsi al mio braccio, e montare in carrozza con lo stesso viso lungo col quale si appresterebbe ad un funerale. Arrivata nelle così dette sale lucenti mi lascia sbadigliare solo come un cane, balla come una disperata, mi manda in brandelli quegli abiti che pur mi costano un occhio della testa, e poi mi torna a casa pesta infastidita e sgarbata. O che ve ne pare?

Ade. ( ad Amalia ) A te! Vediamo che cosa puoi rispondere?

Ama. Posso rispondere che se sei venuta qui per farmi una predica, potevi risparmiarti la noia del viaggio. Che tu sia mia sorella maggiore, è più che vero, ma questa non è una buona ragione per difendere chi mi tormenta.

Alb. Buona anche questa. Io vi tormento?

Ama. Ma sì, mi contentate troppo. Se almeno foste un po’ più severo, un po’ più brusco, un po’ più uomo in una parola, si griderebbe, si farebbero delle scene e il tempo passerebbe più presto. Ma invece, così, con questo lemme lemme di tutti i giorni, sfido a non vedere in nero anche la neve, sfido a non rodersi l’animo. Io, crediate a no, sentivo il bisogno di avere uno scopo alla mia esistenza, avrei amato di conseguirlo siccome premio di lunghe lotte e di lunghissime affettazioni, e voi invece non siete capace che di dir di sì, di sì, e poi di sì! Bell’uomo siete davvero!

Ade. Senti, Amalia, se Alberto si stropiccia gli occhi e sta lì impalato che sembra Don Bartolo, e’ non ha poi tutti i torti. Una tirata come la tua confesso anch’io che non la ho mai sentita.

Alb. Potevo pensarci sopra cinquant’anni, ma questa poi non me l’aspettavo di certo!

Ama. ( come ravvedendosi ) Pensate, miei cari, ma ho i nervi tanto tesi quest’oggi da farmi dire più spropositi che parole. E tu, tu specialmente, mia cara Adele, perdonami se ti ho dato la ben venuta in questa bella maniera, e sta pur cheta che non ci cascherò più. Quanto poi al farmi il quaresimale, aspetta un momento più comodo e vedrai che mi lascierò pettinare con tutta la grazia. Sei contenta?

Ade. Io sì. E voi, Alberto?

Alb. Io? contentone.

Ama. Bravi. Oh dimmi un po’. Come sta tuo marito?

Ade. Mio marito? Figurati, è più grasso del tuo.

Ama. ( ritornando a farsi cupa ) E i tuoi bambini?

Ade. Si domanda! Sani come pesci.

Ama. ( con un filo di amarezza ) Tanto meglio per te.

Ade. Perché me lo dici coi denti stretti?

Ama. Io? Ti pare?

Ade. M’è sembrato. A proposito, sai la novità? Nostra cugina, la marchesa di Bagnacavallo, sposa appena da tre o quattro mesi, mi ha scritto di aver già inteso a dondolare qualche cosa nel suo più intimo io. Che fretta, non è vero? Quella si può ben dire di non aver perso tempo.

Ama. Come?... Ernestina... già madre?

Ade. Madre no,... ma quasi.

Ama. ( fra sè ) Tutte, ... tutte fortunate ... tutte felici, ... ed io sola ... oh che maledizione! ( forte con una specie di tormento convulsivo ) Scusa, mia cara, ma vorrei dare degli ordini perché ti si possa accogliere degnamente. Resta quì con Alberto ch’io vengo subito.

Ade. Ma che cos’hai che tremi tutta?

Ama. Io? Se sto benissimo. A rivederci ( esce ).

Scena Va

I rimanenti

Ade. L’ho sempre detto io che voi altri uomini avete il dono da Dio di non capir mai niente. Ci voleva tanto ad indovinare che quella povera donna si strugge per non aver figliuoli?

Alb. Che! Baie! Non potete credere quante volte mi abbia assicurato che non gliene importa più il gran niente.

Ade. E voi, corbellone massiccio, le avete creduto? E lo credete ancora? Dopo che la avete vista cambiar di colore solo all’idea delle creature mie, e di quella in viaggio di Ernestina. Presto, lasciate il pensiero a me e vedrete che saprò bene strapparglielo di bocca, il suo segreto! Presto!

Alb. Presto che cosa?

Ade. Presto, andate a provvedere cinque o sei mazzetti di viole, e portateli quì dentro a questa borsa di viaggio che vi consegno. Animo!

Alb. Quando non vogliate altro, è affare fatto. Ma che cosa avete in animo di tentare?

Ade. Lasciatene la cura a me. Se poco o nulla vi dico, son sicura che mi guastate le uova nel paniere. Presto in buon’ora.

Alb. Vado, vado, ma badate che di matta che è la non mi diventi spiritata del tutto, per l’amor di Dio. ( esce ) .

Ade. ( sola ) Ah tu sorellina mia, t’intenderesti di... ( cambiando tono ) Silenzio, per carità, che la sento venire.

Scena Va

Amalia e detta

Ama. ( procurando di fingere calma ed allegria ) Eccomi quà. Ho fatto presto, non è vero?

Ade. Prestissimo. E ora, come ti senti?

Ama. Meglio.

Ade. Lodato Iddio. Da brava, sediamo qui un pochino.

Ama. Sediamo pure. E che cosa hai a raccontarmi di bello?

Ade. Un mondo di cose.

Ama. O brava!

Ade. Prima di tutto ti dirò che una donna più fortunata di me, tu non la trovi nè per mare nè per terra. Mai la più piccola cosa che mi vada di traverso, mai niente, proprio mai!

Ama. Beata te.

Ade. Figurati, mio marito, il più buon pastore di questo mondo che va in brodo di giuggiole tutte le volte che può farmi un mezzo piacere; la mia gente di casa che m’idolatra e che ripete a gran voce ch’io sono una santa donna, e poi, per soprammarcato, i miei bambini... sei perle, sei gelsomini, sei bottoni di rosa.

Ama. ( ironica ) Quanta poesia!

Ade. ( continuando senza badarle ) Se tu mi vedessi il mattino, certo finiresti con dire che le donne come me, quelle a cui le feste ed i gingilli non fanno velo al giudizio, sono le donne più felici di questo mondo e dell’altro. Senti, se non mi credi, che scena di paradiso mi è riserbata tutte le mattine. Sai che io sono stata sempre un po’ dormigliona, e che, se potessi, non mi alzerei mai prima dell’alba dei mosconi. Oh bene, vuoi tu sapere chi è che mi sveglia?

Ama. Chi?

Ade. I miei bambini, i quali, introdotti pian piano dalla cameriera, camminano sulla punta dei piedi, s’arrampicano sul mio letto, e poi fanno il diavolo per baciarmi tutti in una volta! Ma come, come dirti che amore sia il mio, allorchè aperti gli occhi impigriti dal sonno, mi vedo davanti, come tuffati in una nube quasi diafana e molle, quelle sei testine brune e bionde, bionde e brune, con dodici occhietti aperti e spalancati per domandarmi la carità di un bacio! Come dirtelo?

Ama. ( fra sè ) Io non ci resisto più... la bile e l’invidia ... sì l’invidia, mi guastano il sangue.

Ade. Perché non mi rispondi.

Ama. Perché non saprei che cosa dire.

Ade. Ma pure... possibile... !

Scena VII

Alberto e dette

Alb. È vostra, Adele, questa borsetta di viaggio che ho trovato nell’anticamera.

Ade. Giungete a proposito, Alberto! A te, Amalia, guarda e resta dura se puoi ( aprendo la borsa ). Li vedi questi sei mazzolini di viole? Sai tu chi li ha raccolti? Il loro numero non te lo dice? Or bene te lo dirò io. Furono i miei bambini, proprio essi, e per te, ben inteso, che non lo meriti punto. Se tu li avessi veduti, stamane, correre su e giù pel prato, lungo le siepi, attraverso le aiuole, e saltellare di contentezza ogni volta che s’imbattevano in un mucchio di viole più fitto che altrove!! Perché non vieni mai a vederli? Non sai quanto bene ti farebbe la loro vista?

Ama. ( tra sè, amaramente ) Molto.

Ade. Quale consolazione sarebbe la mia ove tu potessi baciare la Gina, la più bella fra tutte le creature mie! E stamane, allorchè avviticchiandosi alle mie ginocchia mi andava ripetendo: «Torna presto, mamma, torna più presto che puoi perché io senza di te sto male» t’assicuro che tu pure l’avresti mangiata a furia di baci. E Carluccio, il mio maggiore, quanta arguzia nelle sue risposte, quanto sale nelle sue domande! No, no, non c’è santi, bimbi come i miei non se ne trovano nè tanti nè pochi. Ma perché non prendi questi mazzolini?

Ama. ( scoppiando ) Perché tu, Adele, sei più crudele e più spietata di Caino, perché tu, così che non pare, mi vai ammazzando a colpi di spillo?

Alb. L’ho detto io che me la fa inspiritare del tutto.

Ade. O che cosa vai dicendo?

Ama. Vado dicendo che la è una crudeltà il parlar di luce ad un cieco, vado dicendo che la è una infamia il mettere il pane davanti ad un affamato per poi dirgli «Fatti indietro che me lo voglio mangiar tutto da me!». E mi crederai tu quando ti avrò detto che se tu non fossi mia sorella, io ti avrei già... oh no, non farmi dire delle bestemmie!

Ade. Ma perché? Io non ti intendo.

Ama. Ah non m’intendi? Ah dunque tu credi che io non provi, che io non possa provare quella sete ardentissima di maternità che ogni donna ben fatta si sente palpitar nelle vene? Or bene, disingannati e sappia che se il mondo mi pare un deserto, se la vita mi rassembra una prova, una terribile prova, se ogni cosa più lieta mi diventa in poco d’ora nauseabonda, gli è tutto perché quì in fondo al cuore vi ha un verme spietato che mi avvelena l’esistenza, che mi conturba i sonni, che mi fa guardare con occhio d’invidia te e ogni donna del mondo, la quale, levando gli occhi al cielo possa dimenticare sè stessa per chiedere benedizione sulla figlia delle viscere sue. Ed ora, vieni a raccontarmi le tue delizie, e poi dimmi, se hai coraggio, ch’io ne era di te meno degna ( si copre gli occhi col fazzoletto e piange dirottamente ) .

Ade. ( dopo pochi momenti, durante i quali ha fatto cenno ad Alberto di star zitto ) Via, Amalia mia, mettiti queta, e soprattutto credi pure che se ho parlato di luce a te cieca, se ho mostrato il pane a te affamata, non fu per altro che per strapparti il tuo segreto di bocca, quel segreto che io, dal mio canto, avea fiutato di primo colpo. Ed ora che sai tutto, ora che il pianto così a lungo frenato, ha resa la calma al tuo spirito, dimmi, se io ti proponessi di darti la mia Gina, il più bel fiore della mia corona di madre, la rifiuteresti?

Ama. ( che nel frattempo si sarà asciugata gli occhi, e avrà teso con dolcissima sorpresa l’orecchio alle parole della sorella, buttandosele in braccio ) Oh, perdonami, Adele, perdonami se ti ho invidiato, e, più di tutto, perdonami se dubitai di te.

Ade. Di me?

Ama. Sì certo, giacchè non te l’ho mai chiesta, per paura che tu me la ricusassi.

Ade. Cattiva.

Alb. E a me, Amalia, non domandate perdono?

Ama. E di che?

Alb. Bella! Siamo o non siamo marito e moglie?

Ama. Certo che siamo.

Alb. Ebbene, se tutto quello che è mio è anche vostro, e viceversa, perché tenervi il groppo nello stomaco tutto per voi.

Ama. Perché era troppo affar vecchio, ed io, avendo perduto ogni speranza, dubitavo, ed ecco il mio torto, che non ci fosse più il minimo rimedio, e che il dare anche a voi, e di bel nuovo, codesta spina, fosse opera di poca carità.

Ade. Perduta ogni speranza? Quando non hai nulla a fare, prendi il Vecchio Testamento e leggi la storia di Sara.

Ama. Grazie tante. Vuol dire che quando sarò giunta agli ottant’anni, comincerò a sperare. [1]

 

Nota

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[1] L’idea madre di questo Canovaccio mi venne da un lungo dramma del teatro francese che intesi recitare e fischiare al Teatro Re di Milano.

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011